III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

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Omelia (12-12-2021)
padre Gian Franco Scarpitta

Il preludio della gioia e del Natale

Questa Domenica di Avvento viene identificata come quella della gioia, che, assieme alla preghiera, alla meditazione e alle necessarie opere di rinuncia per elevare lo spirito, caratterizza questo periodo che ci separa dalla celebrazione del Natale. In avvento non occorre cioè intensificare l'orazione, accrescere l'interiorizzazione, mortificarci e - secondo il monito del Battista - cambiare radicalmente mente e cuore per farla finita con il peccato e familiarizzare con Dio; occorre fare tutto questo nell'ottica della gioia e della serenità. E' indispensabile vivere il tempo di grazia che ci è concesso non come un tempo da trascorrere il più rapidamente possibile per arrivare al Natale, ma come luogo in cui si viva già adesso la caparra del Natale e la sua anticipazione. Quindi dev'essere un periodo di letizia e di gioia, nella consapevolezza che il Signore verrà presto a liberarci.
Così si esprime Sofonia in questo breve poema che forma la Prima Lettura di oggi, che si rivolge a Gerusalemme, città che attende la fine della prigionia e il rientro dei primi esuli da Babilonia: la liberazione è garantita, i verificherà certamente, sarà risolutiva dei problemi e delle difficoltà degli Israeliti e determinerà la festa perenne per tutti. Quale liberazione non si tramuta, nel corso della storia, in una ricorrenza di commemorazione di festa? Il 14 Luglio è festa per la Francia per la memoria della presa della Bastiglia; il 4 Luglio per gli Stati Uniti che celebrano la data della loro indipendenza; il 25 Aprile è la nostra festa nazionale in memoria della liberazione dopo la guerra partigiana.... Ogni occasione di liberazione determina una data di festa e così anche per il popolo di Gerusalemme sottomesso per anni alla schiavitù.
Ma la liberazione che Dio vuole apportare alla radicale schiavitù dell'uomo non può che suscitare una festa perenne di essa bisogna godere con anticipo. L'attesa del Signore che viene, già essa, deve rallegrarci, colmarci di gioia e di serenità. La conversione, anche se accompagnata dal sacrificio della rinuncia a noi stessi, dall'impegno sopra ricordato dell'esercizio dello spirito, dalla lotta continua contro il peccato e tutto ciò che è di ostacolo al nostro progresso, non può non essere caratterizzata dalla gioia e dal senso interiore di festa, che prelude la festa solenne della venuta del Signore.
Giovanni Battista qualifica questa gioia, attraverso quelle che sono le risultanze della conversione, le evidenze del rinnovamento operato di noi stessi. Si rivolge a pubblicani, categoria di persone ben nota per affari truffaldini e manovre di guadagno interessate e li invita a desistere dalle loro consuetudini disoneste. Esorta anche i soldati, evidentemente propensi a trarre benefici dalla loro posizione, invita tutti alla condivisione, alla generosità e alla concordia. Mentre va predicando nel deserto amministrando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, adesso che le folle lo interrogano su cosa si debba fare egli risponde che è indispensabile esercitare la condivisione, la carità, la solidarietà, dividendo quello che si ha a disposizione con coloro che hanno bisogno. Occorre fuggire la menzogna e la falsità e vivere l'onestà e la rettitudine, ricercare sempre la giustizia e mettere da parte la tendenza a imbrogliare e a prevaricare sugli altri, specialmente sui deboli.
Se la conversione non conduce alla carità sincera, concreta e disinteressata non è vera conversione, ma esibizionismo, oppure ostentazione inane di se stessi. La mutazione radicale del cuore e il cambiamento di mentalità secondo Dio non può che apportare i frutti dello stesso Signore, cioè l'amore, la giustizia, la bontà e quanto ad esse è correlato. Del resto, come potremo celebrare il Natale in piena coscienza se non avremo usato un minimo di attenzione verso il prossimo, specialmente quello povero e indigente? Come possiamo vivere la gioia del Natale in famiglia quando abbiamo omesso qualsiasi tentativo per sanare eventuali discordi o gelosie fra parenti o amici?
Proprio la carità e l'amore, che scaturiscono da una seria conversione per una fede fondata e incrollabile, sono il contrassegno della gioia e della letizia. Come dice la Scrittura: "Il Signore ama chi dona con gioia" (2Cor 9,7) e nel dare vi è più soddisfazione che non nel ricevere. La trasparenza e la schiettezza delle opere di bene sono davvero qualificanti di una vera conversione e di una vera fede perché sono la fede stessa in atto che ci rende contenti e appagati.
Quando, tanti anni or sono, smisi di fumare, ricordo che, una volta liberato dal fardello della cocaina, mi sentii fisicamente come svuotato di pesanti zavorre che mi avevano occluso; ero leggero, più ottimista e disinvolto e mi sentivo libero di agire e di realizzare molto più di quando ero schiavo del tabacco, poiché questo spesso occludeva anche la volontà e l'iniziativa e tale liberazione unita all'incremento della voglia di fare mi infondeva molta più soddisfazione e contentezza di prima. Penso che allo stesso modo saremmo tutti realizzati e soddisfatti quando finalmente saremo liberi dei gravami occlusivi del peccato e di tutti i veleni ad esso correlati; quando avremo superato gli ostacoli del nostro falso orgoglio, della presunzione, della vanità per mezzo di un serio itinerario di conversione sincera, reale ed effettiva e allora ci sentiremo liberi di librarci verso gli altri per mezzo della carità autentica apportatrice di gioia.

 

Fonte : www.lachiesa.it

 

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