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II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Omelia (04-12-2022)
padre Gian Franco Scarpitta

Conversione e vita da redenti

Giovanni Battista, nel deserto di Giuda, invita tutti a predisporre lo spirito alla venuta del Messia, a emendare la nostra condotta per intensificare la preparazione interiore all'incontro con il Venturo Signore e a realizzare in noi stessi la conversione "per il perdono dei peccati" che conduca a una condotta giusta ed equilibrata. Nella versione di Luca del medesimo testo, Giovanni aggiunge a questi moniti una rassicurazione: "Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio"(Lc 3, 6).
Questo regime di salvezza viene descritto dal profeta Isaia al cap. 11 (I Lettura) attraverso un insieme di immagini allusive e fascinose nelle quali gli opposti si armonizzano: la pantera si sdraia accanto al capretto, il bambino tocca il covo dei serpenti... Un linguaggio che sottende a una realtà di pacificazione generale, che sarà apportata dal messianismo venturo. Quando verrà il Salvatore atteso, tutti gli uomini saranno redenti e nel mondo regnerà la pace e la giustizia. Tutti avranno familiarità con Dio e il Messia sarà loro unico riferimento. Il Nuovo mondo apportato dal Messia è un sistema di cose meraviglioso, pacifico e ordinato. Non si fonderà più sull'interesse personale e sull'avidità; debellerà arrivismo, presunzione, caparbietà che ingenerano odio e violenza e la conoscenza di Dio istituirà un ordine di cose nel quale il sospetto e l'indifferenza lasceranno il posto alla concordia e all'altruismo generoso. La pace è infatti una condizione di stabilità e di benessere universale che solo la reciproca intesa e la premura gli uni verso gli altri possono garantire. Gli Ebrei di fatto aspettavano l'arrivo di un Messia "Re di pace", che avrebbe apportato pace e felicità su tutta la terra sconfiggendo definitivamente i nemici d'Israele: "Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare, dal fiume fino ai confini della terra."(Zc 9, 10 - 12). Ci si aspettava una sorta di liberatore probabilmente politico o militare che avrebbe risollevato le sorti d'Israele e imponendosi avrebbe restaurato l'ordine sociale e universale.
Ma il vero Messia è quello preannunciato dal profeta Isaia come "Agnello condotto al macello",(Is 52 - 53) il trafitto al quale tutti guarderanno e il cui sangue ci riscatterà dai nostri peccati. Sarà l'Emmanuele, il Dio con noi che nascerà, esile e indifeso, da una vergine che lo metterà al mondo in una spelonca aspra e scomoda. Il Messia sarà povero fra i poveri per arricchirci con la sua stessa povertà; sarà umile e dimesso per esaltarci con la sua semplicità; sarà perseguitato e oppresso per conferirci la dignità vera. E soprattutto sarà trattato da peccatore per riscattarci dai nostri peccati (Cfr. 2Cor 5, 21) espiando l'iniquità e la cattiveria di noi tutti (Is 53, 6).
La venuta di questo Messia universale, molto più di quello che Israele si attendeva, comporta un rinnovamento interiore, un radicale cambiamento che nessun giustiziere o legiferatore potrà mai apportare, una radicale trasformazione della persona che alla radice del mutamento definitivo del mondo intero. Gesù Bambino porterà di fatto la pace, la gioia, l'armonia e la concordia, ma si tratterà di un Regno di giustizia e di concordia universale che scaturirà dal cuore di ogni uomo, che comporterà radicale e decisa conversione.
Il profeta Isaia a sua volta diceva (Is 40, 3 - 4): "Nel deserto, preparate la strada del Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata." Giovanni dice di se stesso: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" e con la sua persona sciatta, precaria e limitata e con le sue parole, nel deserto geografico, invita tutti a emanciparsi dal deserto dell'inquietitudine demoralizzante di cui siamo prigionieri affinché la presenza del Salvatore Gesù Risorto possa fare di noi dei redenti in grado di conoscere Dio Padre nello Spirito Santo per essere in grado di apportare pace e giustizia in tutto il mondo. La conversione ha Dio stesso come primo protagonista, in quanto è Lui a offrire tutte le condizioni e le possibilità per avviare una trasformazione congeniale di noi stessi; Dio anzi ci sollecita e ci sprona al cambiamento, orientandoci verso la soluzione della redenzione personale perché tutti i problemi, le difficoltà, le aspettative possano giungere a un epilogo adeguato. Giovanni ce ne da la certezza con il suo invito insistente a voler accogliere con fiducia codesto appello divino. Chi si converte comprende l'invito del Signore a vita nuova, lo assimila e vi aderisce attraverso una radicale trasformazione di sé la cui espressione è la parola "metanoia", cioè cambiamento di aspettativa, di vedute, di concezioni personali che si orientino secondo Dio. La conseguenza di tutto ciò è data dall'evidenza dei fatti, cioè dalla concretezza di opere concrete che ne manifestano la realizzazione.
Noi ci accorgiamo che il mondo ancora attende l'evidenza di queste persone redente che possano apportare un "di più", un "nuovo" alla convivenza umana nel mondo. L'uomo sembra rifiutare di voler incontrare Dio, oppure si mostra propenso ad incontrarlo secondo preferenze e modalità propriamente sue, ovvero nell'idolatria o nell'alienazione. Il risveglio della spiritualità e la corsa ai luoghi di preghiera non deve trarre in inganno, poiché riguarda una ricerca di Dio inadeguatamente orientata, allusiva a una fuga o a una forma di compromesso. Soprattutto con il progredire della tecnologia e della robotica con la quale prossimamente potremmo anche essere sostituiti da macchine umanoidi nell'adempimento di mansioni e professioni, crescerà sempre più la sicumera procurata dagli artefatti della scienza, che ha già manifestato la propria volontà di prescindere da Dio e anche il concetto stesso di umanità rischia di essere manomesso nel vortice dei continui ritrovati della tecnica.
In un commendo al brano di Isaia di cui alla Lettura di oggi, Ratzinger sottolinea che: "la vera tentazione del cristiano, che noi oggi sperimentiamo, non consiste tanto nella questione teoretica circa l'esistenza di Dio, o nella questione se Cristo sia simultaneamente Dio e uomo. Quel che oggi propriamente ci assilla e costituisce per noi una tentazione è l'inefficacia del cristianesimo: dopo duemila anni di storia cristiana non vediamo nulla che sia una nuova realtà nel mondo, bensì vediamo che il mondo continua ad essere invischiato nelle stesse cose spaventose... l'impotenza della realtà cristiana nei confronti di tutte le altre potenze che ci modellano e ci sollecitano."
L'inefficacia cristiana che si evince nella mancata testimonianza di conversione e di vita redenta, un deserto di aridità spirituale che riguarda appunto noi credenti per primi, nel quale il monito di Giovanni Battista ha il suo continuo riverbero che non può essere da noi disatteso: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.

 

Fonte : www.lachiesta.it

 

 

II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

Omelia (05-12-2021)
padre Gian Franco Scarpitta

Liberazione e rinnovamento

Baruc, profeta minore ritenuto segretario di Geremia, similmente a Isaia e ad altri latori della parola di Dio, annuncia una liberazione politica: la liberazione dall'esilio e il ritorno in patria. I messaggeri divini sono portatori di speranza e invitano alla fiducia e all'attesa paziente e prolungata perché annunciano la fine di uno stato a cui si è costretti e il subentro di un altro regime migliore all'insegna della pace e della gioia. L'attesa degli esuli e dei dispersi dev'essere accompagnata dalla contentezza interiore che suscita la fede nel Dio venturo, che assieme alla liberazione verrà ad istaurare la pace e la giustizia. Non si tratta solamente di una liberazione politica, ma soprattutto di un rinnovamento interiore che avrà la sua incidenza nella vita di tutti, i cui risvolti si vedranno in senso sociale.
Uno stato di serenità universale e di valori che scaturiscono dall'uomo rinnovato dalla liberazione, che è prefigurativo, già 700 anni prima, della salvezza più universale, radicale e profonda che verrà ad apportare l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo: la sua venuta nella carne e soprattutto la sua immolazione di croce ci riscatteranno dal peccato, apporteranno la novità della liberazione dell'uomo dal malessere più radicale e pernicioso di cui è afflitto, appunto la lontananza da Dio con la rovina di se stesso e la sua dispersione nel rapporto con gli altri, appunto il peccato. E' questo infatti il malessere che rende schiavi e priva della libertà per mezzo di libertà illusorie e passeggere; il peccato riduce l'uomo in schiavitù ed è all'origine di ogni schiavitù, poiché sottomette l'uomo a tutto ciò di cui l'uomo potrebbe essere dominatore e padrone. L'ostilità umana nei confronti di Dio coincide con l'asservimento alla materia e procura autolesionismo personale nel procacciamento di banalità e futilità ritenute come fine ultimo; anzi, proprio il peccato porta a identificare come fine ciò che invece è un mezzo.
"Ma ecco, venne quell'Unico che era senza peccato per eliminare tutti i peccati", dice S. Agostino. Ciò soprattutto nella nostra società perbenistica e opulenta, che ritiene di poter bastare a se stessa, di poter prescindere da ogni riferimento etico e da qualsiasi rapporto con il sacro e con il trascendente, nella quale ciò che è peccaminoso è addirittura concepito come valore, mentre edonismo e ateismo sembrano essere le mode del nostro secolo. La celebrazione dell'Avvento è un appello che Gesù Cristo è sempre al centro della nostra storia e che per quanto il mondo proceda in molteplici direzioni erronee, per quanto ci si sia smarriti nella molteplicità delle favole e delle illusioni e perfino le religioni (purtroppo) sono state motivo di discordia e di divisione fra i popoli, il suo messaggio perdura così come si abbattono tutti le barriere di illusione con le quali siamo soliti proteggerci. Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre (Eb 13,8) e ogni altra alternativa a lui è un artefatto atto a confonderci e a disperderci.
La centralità di Cristo come fautore della vittoria sul peccato è preconizzata dall'annuncio di Giovanni il Battista che introduce il Verbo Incarnato elevandone la portata a tutti gli uomini del suo tempo, attraverso una parola convincente e uno stile di vita austero eppure maestoso. Il Battista annuncia l'arrivo del Messia in un determinato contesto di tempo (forse il 27 - 28 d.C, visto che si parla di Tiberio, succeduto ad Augusto 12 o 13 anni prima) ma predica e amministra un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, realizzando per l'appunto come l'amara realtà distruttiva dell'uomo sia appunto il peccato e l'abbandono da Dio. Vuole che ci si convinca del peccato, che ci si converta comprendendo la precarietà e la miseria morale a cui il peccato ci sottomette. Il Battista dischiude l'ingresso alla novità che instaurerà Gesù vero Dio e vero Uomo. Il suo messaggio non è limitativo a uno spazio di tempo circoscritto, ma si estende all'intera storia dell'uomo e avrà il suo riverbero fin quando questa non giungerà al suo epilogo.
Se Baruc e Isaia annunciavano una liberazione imminente da occupazioni politiche, Giovanni annuncia una liberazione molto più vasta, che ha come obiettivo il cuore dell'uomo; accanto ad essa è indispensabile motivarsi a realizzare un rinnovamento di noi stessi, una conversione del cuore che conduca alla trasformazione della persona intera. Liberazione operata da Dio in Gesù Cristo; rinnovamento adoperato sempre da Dio, ma non senza una radicale opera di corrispondenza dell'uomo attraverso una radicale conversione. Convertirsi vuol dire in fin dei conti convincersi del proprio malessere e porvi rimedio nella fede e nella confidenza nell'unico in grado di raggiungerci e di salvarci fino in fondo.

 

fonte : www.lachiesa.it

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Omelia (11-12-2022)
don Michele Cerutti

Questa notte non è più notte davanti a te, il buio come luce risplende

Se rileggiamo la nostra vita inevitabilmente abbiamo attraversato momenti che ci hanno portato a gioire perché abbiamo toccato con mano la grandezza di Dio e momenti invece difficili in cui siamo stati attraversati da quella inevitabile tristezza perché quel Dio che abbiamo sentito vicino si percepisce distante.

Alla luce del brano evangelico cerco di sottoporre al caleidoscopio la mia esistenza e chiedo la grazia di poter aiutare altri a leggere la propria.

Non vi nascondo che i momenti di dubbio li ho attraversati, li attraverso e li attraverserò.
Il Battista lo aveva annunciato il Cristo e invitava le folle a prepararsi all'arrivo del Messia e non solo lo aveva indicato come l'Agnello che toglie i peccati del mondo e lo aveva battezzato nel fiume Giordano, dove è testimone della teofania in cui il Padre irrompe e indica in Gesù il figlio prediletto.

Luca ci dice che già nel grembo di Elisabetta, nella cornice della Visitazione, Giovanni aveva esultato.

Tutto faceva pensare che fosse a posto per il Precursore. Poi il diavolo entra nella vita a rovinare i piani e quella volpe di Erode fa arrestare Giovanni perché è stanco di sentire una predicazione che lo scredita davanti al fratello e mette in crisi la sua coscienza perché come ci dice il Vangelo quel Re aveva una relazione con la moglie di Filippo.

Nel Macheronte, la fortezza dove il Battista è rinchiuso, inizia per il Precursore il tempo della notte.

"Sei tu quello che deve venire? O dobbiamo aspettarne un altro?".

Non è un caso isolato nel Vangelo. Sappiamo tutti come nel giorno di Pasqua due discepoli sconvolti di quello che hanno visto a Gerusalemme durante la passione e sorpresi del discorso delle donne che hanno trovato la tomba vuota lasciano la città per dirigersi con sguardo basso verso un villaggio sconosciuto.

Come dissipare le ombre che attraversano la nostra vita?

Il Vangelo ci offre la chiave invitandoci a non fuggire, ma farci aiutare a ritrovare la luce.
Il Battista chiede aiuto a quei discepoli che prima erano stati con lui e poi avevano su suo suggerimento seguito Gesù e li invia a domandare: "Sei tu quello che deve venire? O dobbiamo aspettarne un altro?".

Solo all'interno di una relazione comunitaria che ci supporta nel dialogo con Gesù troviamo le risposte ai nostri interrogativi.

Se ci tendiamo a chiudere cerchiamo le risposte che ci conducono a un vicolo cieco e ci impediscono di vedere la luce.

La forza del Battista in questo brano esce fuori e si dimostra ancora una volta uomo di fede.

Perché avere fede non vuol dire non essere attraversati dal dubbio, ma cercare risposte nel momento di difficoltà cercando quell'aiuto dei fratelli per condurci di nuovo a Lui.

Quante volte girando nelle camere dei malati le domande di senso affiorano con la preoccupazione che l'interrogarsi sia perdere la fede e quindi peccare.

Il peccato affiora solo se quel dubbio non lo facciamo emergere e lo teniamo stretto e non lo condividiamo con coloro che camminano con noi.

Perché il diavolo vuole questo impedirci di parlare tra noi credenti di questione di fede e ci chiude per disaffezionarsi a Dio.

I discepoli di Emmaus sono sconvolti lasciano Gerusalemme, ma si confidano a quel tale che si è fatto vicino e che non avevano riconosciuto essere Gesù se non dopo averlo visto spezzare il pane.

Tutti esempi per dirci che il Signore non gode nel vederci in mezzo alle notti della nostra vita, queste fanno parte della nostra realtà di creature, ma ci offre i mezzi per rischiarare le tenebre e tra questi la fraternità, ovvero l'aprirsi in una corretta confidenza gli uni con gli altri.

Ci conforta sapere che queste notti hanno caratterizzato la vita dei Santi come il Battista, ma se passiamo in rassegna quelli conosciuti, molti, più di quanto possiamo pensare, hanno attraversato il dubbio.

Madre Teresa di Calcutta sente una solitudine impressionante, che sembra far vacillare persino la sua fede: "Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? [...]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov'è la mia fede? Persino nel più profondo non c'è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio". Ma non è il dubbio che la assalta, ma la desolazione della sua anima, simile al grido di Gesù sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

A me impressiona profondamente pensare che una donna che si dedicò completamente ai più poveri fra i poveri, che sembrava riconoscere Gesù in tutto quello che faceva, che comunicava Dio potesse vivere in un'oscurità e una desolazione così profonde. Questo è il segreto della sua santità ancor più delle tante opere perché è tutto questo che la rende più straordinaria per il fatto che è capace di vivere tutto ciò per quasi 50 anni, apparentemente nascondendolo agli altri, ma invece cercando nel volto degli altri la risposta ai suoi interrogativi, mai chiudendosi, ma aumentando il suo impegno e questo è un modo aiutando i poveri di farsi aiutare, perché comprende che in loro il volto di Cristo si rende vivo. I fratelli sono stati per lei la via per illuminare il suo buio.

"Lei sorride sempre, le suore dicono di me alla gente. Pensano che la parte più intima di me sia piena di fede, di fiducia, d'amore... Se giungessero a sapere che il mio essere gioiosa non è altro che un manto con cui copro il mio vuoto e la mia miseria!". E in un'altra occasione dirà: "Il sorriso è una maschera, o uno strato che copre tutto".

In un suo scritto arriverà a Dio: "Ho iniziato ad amare la mia oscurità, perché adesso credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, dell'oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla Terra".

L' ammirazione per la fede e per le opere di questa minuta religiosa, per questa santa che non sente, ma sa del profondo Amore di Dio, ed agisce come se lo sentisse, amando con tutto il suo cuore e facendo il bene dovunque passa, senza pensare neanche per un momento a sé stessa, dovrebbe crescere sempre di più.

Non si è isolata ha cercato nei poveri e nelle consorelle e in tutti coloro che l'aiutavano di scoprire il Dio con noi e ora l'ha ritrovato nell'eternità.

Non dobbiamo avere paura della notte, ma cerchiamo sempre di aprirci proprio in quei momenti per trovare con i fratelli la strada.

 

Fonte : www.lachiesa.it

 

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

Omelia (12-12-2021)
padre Gian Franco Scarpitta

Il preludio della gioia e del Natale

Questa Domenica di Avvento viene identificata come quella della gioia, che, assieme alla preghiera, alla meditazione e alle necessarie opere di rinuncia per elevare lo spirito, caratterizza questo periodo che ci separa dalla celebrazione del Natale. In avvento non occorre cioè intensificare l'orazione, accrescere l'interiorizzazione, mortificarci e - secondo il monito del Battista - cambiare radicalmente mente e cuore per farla finita con il peccato e familiarizzare con Dio; occorre fare tutto questo nell'ottica della gioia e della serenità. E' indispensabile vivere il tempo di grazia che ci è concesso non come un tempo da trascorrere il più rapidamente possibile per arrivare al Natale, ma come luogo in cui si viva già adesso la caparra del Natale e la sua anticipazione. Quindi dev'essere un periodo di letizia e di gioia, nella consapevolezza che il Signore verrà presto a liberarci.
Così si esprime Sofonia in questo breve poema che forma la Prima Lettura di oggi, che si rivolge a Gerusalemme, città che attende la fine della prigionia e il rientro dei primi esuli da Babilonia: la liberazione è garantita, i verificherà certamente, sarà risolutiva dei problemi e delle difficoltà degli Israeliti e determinerà la festa perenne per tutti. Quale liberazione non si tramuta, nel corso della storia, in una ricorrenza di commemorazione di festa? Il 14 Luglio è festa per la Francia per la memoria della presa della Bastiglia; il 4 Luglio per gli Stati Uniti che celebrano la data della loro indipendenza; il 25 Aprile è la nostra festa nazionale in memoria della liberazione dopo la guerra partigiana.... Ogni occasione di liberazione determina una data di festa e così anche per il popolo di Gerusalemme sottomesso per anni alla schiavitù.
Ma la liberazione che Dio vuole apportare alla radicale schiavitù dell'uomo non può che suscitare una festa perenne di essa bisogna godere con anticipo. L'attesa del Signore che viene, già essa, deve rallegrarci, colmarci di gioia e di serenità. La conversione, anche se accompagnata dal sacrificio della rinuncia a noi stessi, dall'impegno sopra ricordato dell'esercizio dello spirito, dalla lotta continua contro il peccato e tutto ciò che è di ostacolo al nostro progresso, non può non essere caratterizzata dalla gioia e dal senso interiore di festa, che prelude la festa solenne della venuta del Signore.
Giovanni Battista qualifica questa gioia, attraverso quelle che sono le risultanze della conversione, le evidenze del rinnovamento operato di noi stessi. Si rivolge a pubblicani, categoria di persone ben nota per affari truffaldini e manovre di guadagno interessate e li invita a desistere dalle loro consuetudini disoneste. Esorta anche i soldati, evidentemente propensi a trarre benefici dalla loro posizione, invita tutti alla condivisione, alla generosità e alla concordia. Mentre va predicando nel deserto amministrando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, adesso che le folle lo interrogano su cosa si debba fare egli risponde che è indispensabile esercitare la condivisione, la carità, la solidarietà, dividendo quello che si ha a disposizione con coloro che hanno bisogno. Occorre fuggire la menzogna e la falsità e vivere l'onestà e la rettitudine, ricercare sempre la giustizia e mettere da parte la tendenza a imbrogliare e a prevaricare sugli altri, specialmente sui deboli.
Se la conversione non conduce alla carità sincera, concreta e disinteressata non è vera conversione, ma esibizionismo, oppure ostentazione inane di se stessi. La mutazione radicale del cuore e il cambiamento di mentalità secondo Dio non può che apportare i frutti dello stesso Signore, cioè l'amore, la giustizia, la bontà e quanto ad esse è correlato. Del resto, come potremo celebrare il Natale in piena coscienza se non avremo usato un minimo di attenzione verso il prossimo, specialmente quello povero e indigente? Come possiamo vivere la gioia del Natale in famiglia quando abbiamo omesso qualsiasi tentativo per sanare eventuali discordi o gelosie fra parenti o amici?
Proprio la carità e l'amore, che scaturiscono da una seria conversione per una fede fondata e incrollabile, sono il contrassegno della gioia e della letizia. Come dice la Scrittura: "Il Signore ama chi dona con gioia" (2Cor 9,7) e nel dare vi è più soddisfazione che non nel ricevere. La trasparenza e la schiettezza delle opere di bene sono davvero qualificanti di una vera conversione e di una vera fede perché sono la fede stessa in atto che ci rende contenti e appagati.
Quando, tanti anni or sono, smisi di fumare, ricordo che, una volta liberato dal fardello della cocaina, mi sentii fisicamente come svuotato di pesanti zavorre che mi avevano occluso; ero leggero, più ottimista e disinvolto e mi sentivo libero di agire e di realizzare molto più di quando ero schiavo del tabacco, poiché questo spesso occludeva anche la volontà e l'iniziativa e tale liberazione unita all'incremento della voglia di fare mi infondeva molta più soddisfazione e contentezza di prima. Penso che allo stesso modo saremmo tutti realizzati e soddisfatti quando finalmente saremo liberi dei gravami occlusivi del peccato e di tutti i veleni ad esso correlati; quando avremo superato gli ostacoli del nostro falso orgoglio, della presunzione, della vanità per mezzo di un serio itinerario di conversione sincera, reale ed effettiva e allora ci sentiremo liberi di librarci verso gli altri per mezzo della carità autentica apportatrice di gioia.

 

Fonte : www.lachiesa.it

 

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Omelia (18-12-2022)
Missionari della Via
Commento su Matteo 1,18-24

Matteo, in questo suo Vangelo, ci mostra la reazione di Giuseppe, alla gravidanza di Maria sua promessa sposa. Giuseppe, cerca una soluzione giusta per risolvere questo grande problema che gli si pone davanti; e lo fa in silenzio. Non una parola proferita da Giuseppe, tutto nel suo cuore, nessuna confidenza ad altri, nessuna lamentela. Solo un grande silenzio, niente chiasso, niente gesti inconsulti, ma un silenzio che lascia il posto alla Parola di Dio: un silenzio sostanziale. La figura di Giuseppe, uomo avvolto nel silenzio, ispira anche a noi quel silenzio che dà tanta pace all'anima. Oggi vogliamo dunque mettere in risalto il silenzio di Giuseppe, che non deriva dalla distrazione o da un pensiero assente perché rivolto ad altre cose, ma un silenzio che nasce dalla contemplazione che è condizione che rende possibile la cura della propria interiorità che si apre a quella vita soprannaturale che ognuno di noi possiede! Grazie al suo silenzio e alla sua rettitudine Giuseppe poté così udire la voce dell'angelo. Lui era chiamato, insieme a Maria, a formare quella famiglia chiamata ad accogliere e a far crescere il Figlio di Dio, dono per tutta l'umanità. «Così Giuseppe prende con sé la madre e il bambino, preferisce l'amore per Maria, e per Dio, al suo amor proprio. La sua grandezza è amare qualcuno più di se stesso, il primato dell'amore. Per amore di Maria, scava spazio nel suo cuore e accoglie quel bambino non suo. E diventa vero padre di Gesù, anche se non è il genitore. Generare un figlio è facile, ma essergli padre e madre, amarlo, farlo crescere, farlo felice, insegnargli il mestiere di uomo, è tutta un'altra avventura. Padri e madri si diventa nel corso di tutta la vita» (Ermes Ronchi).


Il silenzio di Giuseppe diventa dunque anche fortezza di un uomo che non si abbatte di fronte alle difficoltà della vita, ma che si apre a qualcosa di più grande di lui, qualcosa di non preventivato! Chiediamo a Giuseppe la grazia del silenzio, di saperci ritagliare, durante la giornata, momenti di un silenzio contemplativo, che è condizione necessaria per accogliere la Parola che salva, Parola che vuol diventare carne anche in noi. Il passaggio naturale al silenzio, condizione indispensabile per ascoltare la voce di Dio, è l'obbedienza alla Parola. «Infatti obbedire viene dal latino, e significa ascoltare, sentire l'altro. Obbedire a Dio è ascoltare Dio, avere il cuore aperto per andare sulla strada che Dio ci indica. L'obbedienza a Dio è ascoltare Dio» (Papa Francesco). E questo è ciò che fa Giuseppe: obbedisce alla Parola di Dio ascoltata in sogno: «Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Parola dunque ascoltata e praticata per essere quell'uomo saggio che costruisce la sua casa sulla roccia (cfr Mt 7,24- 27). Nessuna parola proferisce Giuseppe, nessuna obiezione, ma obbedienza totale al Signore. Come per Maria, l'invito è quello di non temere; non temere qualcosa che lo trascende, qualcosa di inimmaginabile. In fondo è sempre così: quando entra il Signore nella nostra vita, è sicuramente qualcosa che ci turba perché è oltre i nostri progetti mondani, è il divino che entra nella nostra piccola vita, è Dio che ci chiama a compiere qualcosa di più grande, di molto più grande dei nostri progetti per quanto buoni siano. Dio, infatti, non viene per togliere, ma per donare. Quanto è importante per tutti, in particolare per tanti giovani, comprendere ciò; giovani che non fanno silenzio, giovani che non riflettono, che non si interrogano, che si chiudono a priori al progetto di Dio, che non obbediscono ad una Parola che Dio gli mette nel cuore, e tutto ciò per paura, paura che Dio gli tolga qualcosa, paura di non poter esaudire i loro desideri. Oh, se comprendessimo veramente che Dio non viene per togliere ma per donare, e se per un attimo turba la nostra gioia è per donarne una più grande! Chiediamo tutti quanti la grazia di fidarci un po' più di Dio e meno di noi!

Fonte: www.qumran2.net

 

 

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

 

Omelia (19-12-2021)
don Luca Garbinetto
La danza delle mamme

Nel silenzio e nella delicata discrezione dell'Avvento, tempo in cui tutta la creazione è invitata a essere sobria nei rumori e nei movimenti, l'incontro tra due mamme incinta irrompe come un frastuono gioioso e spezza il ritmo dell'attesa.


La corsa frettolosa di Maria ha il gusto della risurrezione anticipata.

L'esclamazione ?a gran voce' di Elisabetta è l'annuncio dell'evento già avvenuto, ma ancora aspettato. D'altro canto, solo chi porta in grembo il mistero ha diritto di proclamarlo al mondo. Solo chi si è resa campo da seminare e custodisce il germe nascosto ma presente può precedere le folle nell'esultanza della raccolta dei frutti.

Maria ed Elisabetta, festose nel turbamento di due gravidanze oltre ogni speranza, rompono gli schemi dell'ordine, nel traboccare dell'ospitalità, per non permetterci di considerare l'avvenimento una semplice questione da indagini cliniche. Una fanciulla vergine e una anziana sterile possono soltanto sconvolgere i calcoli di chi della vita ne fa un oggetto di controllo e di gestione. A noi, che vogliamo correre con loro sulla strada da Nazareth ad Aim Karim, e lasciarci coinvolgere nella fantasia creativa delle mamme, le due donne svelano la meraviglia della vita che ci oltrepassa e sorprende.


È la vita divina divenuta carne nel corpo di donna.

Solo chi si è aperta veramente alla vita può farsi ?fontana vivace' dei rivoli giocosi e gioiosi della vita condivisa, e mettere su una festa ordinaria ma incontenibile. Sembra che danzino, Maria ed Elisabetta, nella fretta, nello stupore, nell'abbraccio! Sembra che sia risorta nelle loro pance gonfie di futuro la danza lontana del re Davide: la nuova arca di salvezza che è Maria fa muovere le gambe e battere il cuore dell'Antico popolo raccolto nel seno di Elisabetta e nella profezia di Giovanni! Sembra che sia finalmente esplosa l'esultanza degli invitati a nozze, perché è arrivato lo Sposo, fatto bambino per poter essere introdotto dalla Madre Sposa nella sala del banchetto!


Questa è una giornata di placida e intima gioia.

La storia si unifica definitivamente, grazie al ?sì' di due figlie di Israele. E la freschezza del grido dell'anziana riflette la beatitudine sorridente dell'incoscienza della fanciulla, tanto saggia da abbandonare la propria esistenza nelle mani dell'Onnipotente. Anche i bambini si lasciano coinvolgere nel sussulto della danza.

E noi ci sentiamo invitati, coinvolti, quasi travolti da un mistero che restituisce verità alla nostra storia quotidiana. Perché noi non siamo fatti per la morte e la disperazione. L'ultima parola è quella del Signore: è un ?sì' totale e definitivo alla vita, soprattutto quando essa sembra impossibile, rovinata, perduta.


Beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto'.

Beati noi, se non abbiamo fatto resistenza al passo di danza. Beati noi, se non abbiamo tappato le orecchie all'annuncio. Beati noi, se abbiamo corso in fretta lungo la via di Ain Karim.

E se la gioia è ancora muta nel nostro cuore, ancora c'è tempo: gli occhi profondi di Maria, scuri nella carnagione abbronzata dal sole, guardano luminosi i nostri occhi ansiosi di risposte. Il suo saluto tocca anche le nostre orecchie, e lei si fa tabernacolo della Parola fatta carne per noi: ?Benedetto sei tu, figlio amatissimo del Padre!'.

fonte : www.lachiesa.it

 

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B)

Omelia (13-12-2020)
don Lucio D'Abbraccio
Giovanni ci insegna l'umiltà

Le letture di questa domenica sono attraversate dal tema della speranza e della consolazione. Ma per noi che siamo credenti cosa significa speranza? Che cosa dice la Bibbia riguardo alla speranza?

A questa nostra domanda risponde il profeta Isaia: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» (I lettura). Che cosa vuole dire il profeta? Vuole dire che la vera gioia è Dio, perché solo Lui è infinito e il cuore umano è sintonizzato sull'infinito: per questo motivo nessuna cosa o esperienza mondana ci soddisfa pienamente. Ne segue, dunque, che nessuna felicità è duratura se non poggia su Dio; e nessun dolore è insopportabile quando Dio è al centro della vita. Dio, infatti, non è colui che chiede, ma colui che dà.

Bisogna allora capire che il comandamento biblico: «Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (cf Dt 6,5), non è un comandamento a favore di Dio, ma a favore dell'uomo: non è un comandamento che «chiede», ma è un comandamento che «dona». Infatti l'uomo è chiamato ad amare Dio con tutto il cuore, perché solo così sarà libero, felice, aperto al dono della vita. L'inquietudine, la smania, l'insaziabilità, la tristezza... sono «assenza di Dio» e si curano soltanto accogliendo Dio.

Nella seconda lettura l'apostolo Paolo riprende il tema della speranza e lo sviluppa fino a farlo diventare letizia, pace, gioia nel riconoscere il bene degli altri, attesa fiduciosa del ritorno del Signore. Ma perché san Paolo parla di speranza? Perché egli è l'uomo che ha trovato il contenuto della speranza: «egli ha trovato Cristo» e Cristo è la nostra unica «gioia», «speranza» e «salvezza».

Sarà lui a scrivere: «Ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo» (cf Fil 1,23); e ancora: «Da quando ho conosciuto Cristo, il resto è diventato come spazzatura per me» (cf Fil 3,8).

Ebbene, l'apostolo delle genti ci porta a rivedere la nostra posizione davanti alla buona notizia, che è Cristo. E allora domandiamoci: fino a che punto Cristo è la nostra speranza? Fino a che punto noi aspettiamo il Signore? Fino a che punto noi amiamo Dio? Fino a che punto siamo disposti ad aprire la porta del nostro cuore al Signore che bussa?

A queste nostre domande ci viene in aiuto il vangelo. Infatti attraverso la vicenda di Giovanni il Battista, il vangelo ci dice qual è l'atteggiamento che permette di sentire Dio e di riconoscerlo in Cristo.

Giovanni è un uomo mandato da Dio per dare testimonianza a Cristo: esattamente come ciascuno di noi. Giovanni, annota l'evangelista, viene interrogato: «Tu, chi sei?». La vita di ciascuno, infatti, fa nascere interrogativi negli altri. Ma attenti bene: quali sono gli interrogativi che noi suscitiamo con i nostri comportamenti? Che cosa avvertono gli altri di noi? Che cosa percepiscono le persone ascoltando i nostri discorsi e osservando le nostre scelte?

Il Battista risponde: «Io non sono il Cristo»! In questa risposta c'è tutta la grandezza dell'uomo: Giovanni è consapevole di essere un mendicante raggiunto dalla speranza, ma egli non usa la speranza per inorgoglirsi. Giovanni vede la luce, la indica agli altri: «Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce». Lui «uomo mandato da Dio, venuto come testimone per dare testimonianza alla luce», resta umile per non perdere la luce. Il Battezzatore è forte nella fede, ma nello stesso tempo è umile: egli è forte quando parla di Dio, ma è umile quando parla di se stesso; inoltre egli - «voce di uno che grida nel deserto» - non è geloso della vera «luce» ma è felice di gridare che «colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Facciamo un esame di coscienza e chiediamoci se anche noi siamo felici per il successo dei nostri fratelli o siamo gelosi e invidiosi!

Giovanni, dunque, ci insegna che soltanto l'umile riesce ad accettare Dio nella propria vita e soltanto l'umile riesce a parlare di Cristo senza appannarlo con il proprio orgoglio. Purtroppo la sterilità e l'inefficacia di tanto apostolato nasce dal fatto che noi cerchiamo di condurre le persone a noi e non a Cristo!

Cerchiamo di imitare il Battista il quale, come afferma sant'Agostino: «comprese di non essere altro che una lucerna e temette che potesse essere spenta dal vento della superbia. Per tale motivo si sforzò, chiedendo aiuto all'Onnipotente, di essere e di rimanere umile».

 

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B)

Omelia (20-12-2020)
don Lucio D'Abbraccio
Maria, porta del vangelo

Duemila anni fa a Betlemme di Giudea è nato il Messia promesso da Dio. Egli fu atteso per quasi due millenni da un popolo prodigiosamente guidato dall'alto. Su questo Messia convergono tutte le testimonianze delle Scritture e, a questo Messia, Dio ha appoggiato tutta la storia umana. Il nome del Messia è Gesù. Egli, che per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel grembo della Vergine Maria, facendosi uomo, si è presentato come Figlio di Dio ed ha chiesto di credere alla sua parola in forza delle opere che egli compiva. E noi, in quanto cristiani, crediamo in lui, perché senza di lui tutto è assurdo e opaco.

In questa ultima domenica di Avvento vogliamo definire gli atteggiamenti giusti per poter ripensare il suo Natale. E non possiamo trovare strada migliore di quella di Maria: perché è la strada, che Dio stesso ha scelto per venire tra noi. Maria di Nazareth, infatti, è la creatura ideale davanti a Dio. Ella attende nel silenzio di Nazareth: Maria è una donna raccolta, attenta a leggere la vita in profondità, serena, aperta al mistero. E noi siamo attenti a leggere la vita in profondità? Siamo aperti al mistero? Oggi chi rivive il raccoglimento di Nazareth? Chi sa crearsi spazi di deserto per stare con Dio? Chi possiede un cuore in pace, serenamente aggrappato alla sicurezza della bontà di Dio? Chi è attento ai segni della volontà di Dio negli avvenimenti di ogni giorno?

Tra la prima lettura e il vangelo c'è un salto di mille anni. La prima lettura ci presenta Natan che parla a Davide in nome di Dio e dice: «La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre». Israele lesse questa profezia in senso messianico e maturò la certezza che da Davide sarebbe nato il Messia.

Maria conosceva questa Scrittura. Infatti bastarono pochi riferimenti dell'angelo per farle capire tutto ciò che stava accadendo.

Sì, Maria davvero conosceva le Scritture! Chi di noi oggi ha tempo per leggere le Scritture? Quale cristiano oggi legge assiduamente le Scritture lasciandosi formare dalla Sapienza che viene da Dio? Quale famiglia ha l'abitudine di pregare col vangelo e sente suo primo dovere l'impegno di guidare i figli alla conoscenza delle Scritture? Oh, quanto sarebbe più limpida e gioiosa la vita della famiglia se dessimo meno tempo alla televisione, al cellulare e più tempo alle Scritture!

Un altro motivo di riflessione: Maria non è un'ingenua, non è una sprovveduta: neppure davanti a Dio! Ella chiede all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Questa domanda non nasce dal dubbio, né dalla volontà di vedere tutto chiaro: nasce soltanto dal desiderio di capire la volontà di Dio per seguirla. Maria è stupenda anche in questo: è modello per noi. Quante volte noi siamo pigri nella fede, lasciamo discorsi incompiuti con Dio, facciamo un passo avanti e due indietro!

Quante volte il dubbio appanna la strada della fede e ci impedisce di sentire la pace nella volontà di Dio! Quante volte seguiamo la volontà di Dio finché coincide con la nostra e quante volte chiamiamo volontà di Dio ciò che ci fa comodo! Dobbiamo fare verità dentro di noi: nella radice dei nostri comportamenti.

Maria è infine consapevole della sua piccolezza: non per falsa umiltà, ma perché Ella ha coscienza lucida dell'assoluta incapacità umana dinanzi alla salvezza. Maria sa che solo Dio può dare la gioia: per un dono libero, gratuito, mai meritato da nessuno.

L'uomo può soltanto mettersi in condizione di ricevere il dono: ma la salvezza resta sempre un dono, un regalo. Per questo all'angelo risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». È in questo preciso istante che lo Spirito di Dio si poserà su Maria in modo tale che Ella potrà dare carne e sangue a un figlio non nato da volontà umana, a una creatura che è «opera di Dio», è Figlio di Dio!

Ebbene sì, Dio in Gesù sceglie di diventare l'Emmanuele, il Dio-con noi (cf Is 7,14; Mt 1.22-23). «L'eterno si fa mortale, il celeste si fa terrestre, l'invisibile si fa visibile, il divino si fa umano, e tutto questo attraverso una donna credente, in attesa di Dio» (Ippolito di Roma).

Ed infine confrontiamo l'atteggiamento di Maria con l'orgoglio di oggi. Quanta presunzione c'è oggi! Quanta sicurezza! Quanta autosufficienza! Oggi gli uomini sono arrivati a rinnegare Dio oppure a dichiararlo inutile e superfluo. Maria, invece, è come un fiore aperto al sole: sa che senza luce non può vivere ed allora implora umilmente la Luce, grata sempre per essere illuminata.

Presto è Natale: ritroviamo il silenzio, preghiamo con la Scrittura, riconosciamoci mendicanti di una gioia che solo Dio può dare. In questi atteggiamenti il Natale ci sboccerà nel cuore come dono gratuito di Dio e faremo esperienza della stessa gioia che provò Maria nel giorno meraviglioso dell'Annunciazione.

Inchiniamoci, come ha fatto l'angelo, davanti a Maria affinché Ella, che è la porta del vangelo, ci aiuti ad accogliere la parola del Figlio suo che oggi è stato concepito nel suo grembo.

 

 

Prima Domenica d'Avvento (C)

Omelia (28-11-2021)
padre Gian Franco Scarpitta

Fino a Natale e per tutta la vita

Con questa settimana inizia un nuovo percorso liturgico, che prevede come prima tappa un periodo di predisposizione e di attesa, preparazione interiore nel contrassegno della festa e della gioia. Stiamo parlando del tempo di Avvento, che la Chiesa ha introdotto inizialmente per sconfessare
l'idea pagana di"avvento" (cioè venuta, arrivo) di un imperatore o di una divinità a cui gli uomini dovevano rendere culto. L'Avvento cristiano si sostituisce nei primi secoli alle aspettative del paganesimo: Colui che "viene" e che noi attendiamo non è un personaggio nobile e altolocato, ma Dio stesso che vuole entrare nella storia per assumerla fino in fondo. Il vero veniente che aspettiamo è Dio, che vuole assumere l'umanità fin dalla prima infanzia e rendersi così Bambino per essere in tutto e per tutto uno di noi. Il tempo di Avvento è allora periodo di attesa, predisposizione al Natale del Figlio di Dio che viene nella carne, preparazione alla festa indicibile del Tutto che entra nel frammento (von Balthasar).
Le quattro settimane che ci si profilano ci invitano a non lasciare che il giorno di Natale arrivi e passi quasi inosservato o si trascorra solamente all'insegna dello sfarzo dei regali, della lussuria e della smodatezza dei consumi; Natale non deve incombere nella nostra vita quasi come una Festa senza festeggiato, ma la sua celebrazione va predisposta nella consapevolezza che colui di cui celebriamo la nascita è Colui che viene a trovarci nella singolare liturgia del 25 Dicembre, perché è venuto nella storia oltre duemila anni or sono. E' venuto fra di noi dimorando esile e indifeso in una scomoda abitazione di Betlemme, sottomesso a precari genitori in una dimensione epocale del tutto difficile, sebbene contrassegnata dalla pace di Ottaviano Augusto.
Prepararsi al Natale vuol dire quindi rievocare un evento che tanto ci coinvolge come quello di Betlemme e attenderne la celebrazione nella consapevolezza che essa stessa ce lo riattualizzerà, apportandoci di esso tutti i vantaggi salvifici.
Prepararci a celebrare il Natale non rappresenta infatti una banalità o un processo di secondaria importanza: la nascita di Gesù nella carne va predisposta nell'animo nella considerazione costante che, mentre altri uomini cercano Dio come a tentoni, Dio stesso si rivela al mondo nella sua grandezza e ineffabilità e Colui che noi non conosciamo ci viene semplicemente annunciato (At 17, 16 - 21), perché possiamo accogliere la verità con fede e in forza di questo mistero che ci viene svelato possiamo farne un criterio di vita.
L'Avvento è aspettativa di spiritualità, di accoglienza del dono che Dio ci ha fatto di se stesso e di rinnovato impegno di elevazione dell'animo. E' un rinnovo costante della nostra professione di fede, un innalzamento di noi stessi i cui ausili irrinunciabili sono la preghiera, la meditazione, la riflessione della Parola di Dio, perché da queste risorse possiamo incentivare l'adesione al mistero di Dio che si fa uomo affinché noi viviamo da uomini divinizzati. E' evidente che la fede è a sua volta incentivo a che noi riscontriamo Dio che viene nella forma di Fanciullo abbandonato in coloro che noi vediamo abbandonati e oppressi, cioè nei poveri, negli umili e negli indifesi e di conseguenza preghiera e meditazione non possono non sfociare in concrete opere di carità e di accoglienza. Se queste dovessero venir meno, ogni costruzione spirituale che abbiamo innalzato evidentemente crollerà e vano sarà stato qualsiasi sforzo a vantaggio dello spirito.
Le quattro settimane liturgiche che stiamo per trascorrere tuttavia non si limitano tuttavia al solo periodo di attesa di una data, sia pure esaltante, del 25 Dicembre. Esse ci rammentano infatti che tutta la vita è un'attesa continua di Dio che viene nella forma totalizzante del nostro vissuto; come l'Oggi che interessa da vicino la nostra vita; il Passato del quale si fa memoria istruttiva e il Futuro verso il quale occorre incamminarci con fiducia e che intanto va costruito mattone dopo mattone nell'attualità. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre (Eb 13, 8), non soltanto nel senso che egli è l'immutabile e l'onnipresente ma anche nel significato più vasto che, appunto in quanto caratterizzante la nostra vita per intero, è il nostro passato, il nostro oggi e il nostro avvenire. Di conseguenza Gesù è venuto, viene oggi e verrà domani e in linea di massima lo si attende in tutti i momenti e sotto qualsiasi aspettativa. Il suo venire fra di noi e il suo stare in mezzo a noi è qualificante, perché ci da' la prospettiva del senso, del fondamento e della finalità di ogni realtà circoscritta; la memoria del passato, anche con la sua negativa e con i suoi errori, si concilia con la creazione quotidiana del presente e da questo, passo dopo passo, con la costruzione dell'avvenire mentre la fede ci dice che Cristo è anch'egli il nostro Avvenire. Lo attendiamo infatti glorioso alla fine dell'eone storico presente.
Il monito di Gesù ad evitare dilapidazioni di tempo e di risorse in beni, in affanni inutili e vane dispersioni è orientativo al futuro, quando nel momento che non ci si aspetta Gesù tornerà nella gloria; esso tuttavia va concepito come valido in qualsiasi momento: se ogni occasione è propizia per andare incontro al Signore che viene, incombe pure in ogni istante la minaccia di poter mancare a questo incontro o che possiamo trasformarlo in un'occasione di deperimento o di condanna che noi stessi ci saremo cercati. Questo avviene quando si preferisce ostinatamente la via dell'errore alla giustizia di Dio quale proposta dal profeta Geremia (I Lettura), quando deliberatamente si sceglie la schiavitù alla libertà garantita dalla legge che Dio ha scolpito nei nostri cuori; quando il peccato ostinatamente interessa la nostra vita in luogo della libertà stessa dei Figli di Dio. il profeta annuncia tempi gloriosi nei quali trionferà la giustizia, periodi indefiniti di pace e di benessere, metaforicamente luoghi di gioia che conseguono alla speranza e tale è l'obiettivo dell'Avvento nella nostra vita; preferire tuttavia le vane sicurezze e le comodità apparenti del peccato al primato della comunione con Dio equivale a perdere ogni occasione propizia e a lesionare inesorabilmente noi stessi. Il peccato è rovina perché produce disfatta.
L'Avvento è appunto l'attesa contrassegnata dalla nostra sconfitta del peccato, perché l'arrivo del Signore possa essere per noi risolutivo di gioia e di letizia, come un vero e proprio spazio interattivo di confidenza. Sia a Natale sia nel resto della vita.

 

Fonte : www.lachiesa.it

 

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B)

Omelia (29-11-2020)
don Lucio D'Abbraccio
Vieni, Signore Gesù! Maranà tha!

Inizia oggi, con la prima domenica di Avvento, il nuovo anno liturgico. La parola «Avvento» significa «venuta». Il tempo di Avvento, dunque, è tempo di attesa di qualcuno che deve venire. Ma chi deve venire? Chi, noi cristiani, dobbiamo attendere?

Le letture che abbiamo ascoltato, non proprio facili da intendere, ci aiutano a dare una risposta alla nostra domanda.

Partiamo dal Vangelo. Esso ci propone un brano di un discorso di Gesù, chiamato discorso escatologico, cioè discorso che riguarda gli ultimi avvenimenti, le ultime cose che accadranno e che stanno già accadendo. È da sottolineare che il Vangelo non fornisce notizie di curiosità, non annuncia scadenze. Infatti, davanti a Dio, il futuro si conquista col presente e si capisce partendo dal presente.

Cerchiamo di capire. Gesù si trovava a Gerusalemme e ha davanti a sé la fine imminente di questa città. È da notare che Gerusalemme è la città che ha decretato la crocifissione di Gesù. Il Maestro Divino si recava quasi tutti i giorni al Tempio. Quel Tempio che i suoi concittadini erano finalmente riusciti a costruire. Era bello e imponente. Rivestito di marmi. Gli ebrei ne erano fieri! E quel giorno un discepolo lo fece notare a Gesù dicendo: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni! Gesù gli rispose: ?Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta?» (cf Mc 13,1-2). Questa risposta sicuramente sarà stata una doccia fredda! Infatti i discepoli incuriositi chiedono al Signore: «quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?» (cf Mc 13,4). Essi volevano una data precisa. Ma Gesù li deluse in questo particolare, e passò a parlare delle vicende della fine dei tempi. E raccontò loro la parabola che abbiamo ascoltato.

È la storia di un uomo che prima di partire e lasciare la propria casa ha «dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare». Gesù, inoltre, aggiunge: «Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». Ebbene, questa affermazione del Signore sta ad indicare che noi non sappiamo come e quando si compirà la vicenda umana dell'universo. Non sappiamo neppure quando e come si compirà la nostra piccola vicenda personale. Chi di noi sa a che ora arriverà sorella morte? Alla sera? A mezzanotte? Al canto del gallo? Al mattino? Nessuno di noi lo sa. Sappiamo solo che essa arriverà e giungerà all'improvviso! Per questo Gesù ci invita a vigilare affinché non ci trovi addormentati.

Purtroppo noi cristiani siamo addormentati! Infatti vi sono alcuni che si lasciano assorbire dalla fatica di procurarsi i beni materiali; altri che induriscono il cuore e ciò li porta all'egoismo, all'odio; altri ancora che tirano a campare e vivono, giorno dopo giorno, come capita.

Dunque quando il Signore arriverà troverà - ahimè - molti «addormentati».

Abbiamo ricevuto dal Signore un grande dono: il tempo. E il Signore si aspetta che lo si occupi bene. Santa Caterina da Siena diceva ai suoi contemporanei: «Correte! Correte! Il tempo è breve!». Ciò significa che i cristiani non devono perdere tempo ma devono essere sempre attenti e vigilanti ed essere «irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo» (II lettura).

Però noi sappiamo di essere peccatori e, in quanto tali, non dobbiamo scoraggiarci e arrenderci quando cadiamo, perché Dio, che è Padre e redentore, vuole la nostra salvezza.

Nella prima lettura, infatti, il profeta Isaia - vissuto sei secoli prima di Cristo - nella sua stupenda invocazione, ci ricorda che siamo peccatori e, pertanto, mette sulle nostre labbra le parole adatte per rivolgerci a Dio: «Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi [...] Se tu squarciassi i cieli e scendessi!».

I cieli si sono squarciati, il Signore è disceso, si è fatto uno di noi, ci ha salvato. Noi lo attendiamo continuamente. Noi attendiamo il Signore Gesù, Agnello innocente, che prende su di sé le nostre colpe per lavarle nel suo sangue. E allora, con la chiesa, anche noi diciamo: «Vieni, Signore Gesù! Maranà tha!» (cf Ap 22,17.20; 1Cor 16,22).

 

Seconda Domenica d'Avvento

Omelia (06-12-2020)
don Lucio D'Abbraccio
Convertiamoci e andiamo in chiesa per Gesù Cristo!

«Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio». Marco inizia così il suo racconto per ricordarci che la buona notizia è Cristo: Lui deve essere al centro di tutto, perché Lui solo è il motivo dell'essere cristiani.

Queste parole di Marco ci stimolano ad una verifica del nostro essere cristiani. Domenica scorsa la liturgia della parola ci invitava alla vigilanza, oggi, invece, chiede a noi cristiani la conversione, il ritorno a Dio, un cambiamento di mentalità e di vita capace di mostrare la differenza del cristiano rispetto a quanti non hanno il dono della fede.

Ma come dobbiamo accostarci a Dio?

L'evangelista presenta Giovanni Battista che, con le parole del profeta Isaia: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», ferisce il cuore di chi lo ascolta, aprendolo al grande dono della conversione che libera. Giovanni, dunque, si manifesta come inviato da Dio e, fattosi «voce» grida e chiede con risolutezza l'impegno personale di fronte al Signore, annuncia il Veniente, il Signore che immergerà i credenti non in acqua soltanto - come egli fa -, ma nello Spirito Santo: «Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Ritornando alle parole «Preparate la via» ci domandiamo: perché dobbiamo preparare la via? Perché l'incontro con Dio esige un atteggiamento preciso, un orientamento preciso, una direzione di marcia. Ricordiamoci bene che se dentro di noi non c'è un'attesa di Dio; se dentro di noi non c'è la coscienza umile della nostra insufficienza e fragilità, noi non troveremo mai Dio. Solo l'umile arriva a Dio.

Per incontrare Dio, dunque, è necessario cambiare tante strade: «raddrizzate i suoi sentieri»; è necessario uscire da determinate situazioni, ma soprattutto è necessario cambiare il modo di pensare e di valutare.

Ebbene, conversione non significa soltanto smettere di peccare, ma qualcosa di più: significa cambiare dal di dentro la vita dell'uomo; significa «smontare» le idolatrie della vita: salute, successo, denaro...; significa restituire a Dio il primato, il valore che Dio ha.

Il Battista, annota l'evangelista, «era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico». Giovanni è nella condizione ideale per l'incontro con Dio: ha dato un taglio a vanità, orpelli, illusioni; egli è un uomo libero, povero e vive e predica come un profeta. Per questo egli può predicare, può gridare, può rimproverare. E la gente - annota Marco - va dalla città verso il deserto per ascoltare il nuovo Elia severo, ma che dice la verità. Gerusalemme improvvisamente si vergogna di se stessa e va a cercare nel deserto un messaggio di liberazione: il deserto, infatti, è la condizione spirituale ideale per decifrare il mistero della vita.

E cosa dice il Precursore nel deserto? «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali». Questa affermazione significa che Giovanni non vuole legare la gente a se stesso: quanto è bello questo atteggiamento e quanto è importante! Noi purtroppo cerchiamo di legare la gente a noi stessi. Oggi i fedeli corrono dal prete che ispira simpatia, che parla bene, che crea sempre cose nuove, che celebra belle messe (come se le parole della messa fossero diverse da una chiesa all'altra)... Tutto ciò, umanamente parlando, potrebbe andare anche bene. Però noi, dobbiamo renderci conto che in chiesa si va per Gesù Cristo e non per il prete e per le novità!

Giovanni ha quasi paura che la gente faccia di lui il motivo della fede, che si leghi a lui, e allora l'avvertimento che egli dà è chiaro: «dopo di me viene un altro!».

Attirare la gente in chiesa, dunque, non significa attirarla a noi ma condurla a Cristo che è la nostra unica salvezza. Quindi più la chiesa si fa severa con se stessa e umile davanti a Dio e più riesce ad essere luogo dell'incontro tra l'uomo e Dio: quando c'è fede in Dio, basta tanto poco per fare del bene; ma quando non c'è fede anche l'apostolato più raffinato è uno sforzo ridicolo, perché non conduce a Cristo.

A tal proposito mi sembra opportuno ricordare un'espressione di santa Madre Teresa di Calcutta: «Noi dobbiamo essere come il vetro: il vetro più è vetro e meno si vede. Così dobbiamo essere noi: dobbiamo essere umili per lasciar vedere Gesù in noi».