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II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

Omelia (05-12-2021)
padre Gian Franco Scarpitta

Liberazione e rinnovamento

Baruc, profeta minore ritenuto segretario di Geremia, similmente a Isaia e ad altri latori della parola di Dio, annuncia una liberazione politica: la liberazione dall'esilio e il ritorno in patria. I messaggeri divini sono portatori di speranza e invitano alla fiducia e all'attesa paziente e prolungata perché annunciano la fine di uno stato a cui si è costretti e il subentro di un altro regime migliore all'insegna della pace e della gioia. L'attesa degli esuli e dei dispersi dev'essere accompagnata dalla contentezza interiore che suscita la fede nel Dio venturo, che assieme alla liberazione verrà ad istaurare la pace e la giustizia. Non si tratta solamente di una liberazione politica, ma soprattutto di un rinnovamento interiore che avrà la sua incidenza nella vita di tutti, i cui risvolti si vedranno in senso sociale.
Uno stato di serenità universale e di valori che scaturiscono dall'uomo rinnovato dalla liberazione, che è prefigurativo, già 700 anni prima, della salvezza più universale, radicale e profonda che verrà ad apportare l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo: la sua venuta nella carne e soprattutto la sua immolazione di croce ci riscatteranno dal peccato, apporteranno la novità della liberazione dell'uomo dal malessere più radicale e pernicioso di cui è afflitto, appunto la lontananza da Dio con la rovina di se stesso e la sua dispersione nel rapporto con gli altri, appunto il peccato. E' questo infatti il malessere che rende schiavi e priva della libertà per mezzo di libertà illusorie e passeggere; il peccato riduce l'uomo in schiavitù ed è all'origine di ogni schiavitù, poiché sottomette l'uomo a tutto ciò di cui l'uomo potrebbe essere dominatore e padrone. L'ostilità umana nei confronti di Dio coincide con l'asservimento alla materia e procura autolesionismo personale nel procacciamento di banalità e futilità ritenute come fine ultimo; anzi, proprio il peccato porta a identificare come fine ciò che invece è un mezzo.
"Ma ecco, venne quell'Unico che era senza peccato per eliminare tutti i peccati", dice S. Agostino. Ciò soprattutto nella nostra società perbenistica e opulenta, che ritiene di poter bastare a se stessa, di poter prescindere da ogni riferimento etico e da qualsiasi rapporto con il sacro e con il trascendente, nella quale ciò che è peccaminoso è addirittura concepito come valore, mentre edonismo e ateismo sembrano essere le mode del nostro secolo. La celebrazione dell'Avvento è un appello che Gesù Cristo è sempre al centro della nostra storia e che per quanto il mondo proceda in molteplici direzioni erronee, per quanto ci si sia smarriti nella molteplicità delle favole e delle illusioni e perfino le religioni (purtroppo) sono state motivo di discordia e di divisione fra i popoli, il suo messaggio perdura così come si abbattono tutti le barriere di illusione con le quali siamo soliti proteggerci. Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre (Eb 13,8) e ogni altra alternativa a lui è un artefatto atto a confonderci e a disperderci.
La centralità di Cristo come fautore della vittoria sul peccato è preconizzata dall'annuncio di Giovanni il Battista che introduce il Verbo Incarnato elevandone la portata a tutti gli uomini del suo tempo, attraverso una parola convincente e uno stile di vita austero eppure maestoso. Il Battista annuncia l'arrivo del Messia in un determinato contesto di tempo (forse il 27 - 28 d.C, visto che si parla di Tiberio, succeduto ad Augusto 12 o 13 anni prima) ma predica e amministra un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, realizzando per l'appunto come l'amara realtà distruttiva dell'uomo sia appunto il peccato e l'abbandono da Dio. Vuole che ci si convinca del peccato, che ci si converta comprendendo la precarietà e la miseria morale a cui il peccato ci sottomette. Il Battista dischiude l'ingresso alla novità che instaurerà Gesù vero Dio e vero Uomo. Il suo messaggio non è limitativo a uno spazio di tempo circoscritto, ma si estende all'intera storia dell'uomo e avrà il suo riverbero fin quando questa non giungerà al suo epilogo.
Se Baruc e Isaia annunciavano una liberazione imminente da occupazioni politiche, Giovanni annuncia una liberazione molto più vasta, che ha come obiettivo il cuore dell'uomo; accanto ad essa è indispensabile motivarsi a realizzare un rinnovamento di noi stessi, una conversione del cuore che conduca alla trasformazione della persona intera. Liberazione operata da Dio in Gesù Cristo; rinnovamento adoperato sempre da Dio, ma non senza una radicale opera di corrispondenza dell'uomo attraverso una radicale conversione. Convertirsi vuol dire in fin dei conti convincersi del proprio malessere e porvi rimedio nella fede e nella confidenza nell'unico in grado di raggiungerci e di salvarci fino in fondo.

 

fonte : www.lachiesa.it

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

Omelia (12-12-2021)
padre Gian Franco Scarpitta

Il preludio della gioia e del Natale

Questa Domenica di Avvento viene identificata come quella della gioia, che, assieme alla preghiera, alla meditazione e alle necessarie opere di rinuncia per elevare lo spirito, caratterizza questo periodo che ci separa dalla celebrazione del Natale. In avvento non occorre cioè intensificare l'orazione, accrescere l'interiorizzazione, mortificarci e - secondo il monito del Battista - cambiare radicalmente mente e cuore per farla finita con il peccato e familiarizzare con Dio; occorre fare tutto questo nell'ottica della gioia e della serenità. E' indispensabile vivere il tempo di grazia che ci è concesso non come un tempo da trascorrere il più rapidamente possibile per arrivare al Natale, ma come luogo in cui si viva già adesso la caparra del Natale e la sua anticipazione. Quindi dev'essere un periodo di letizia e di gioia, nella consapevolezza che il Signore verrà presto a liberarci.
Così si esprime Sofonia in questo breve poema che forma la Prima Lettura di oggi, che si rivolge a Gerusalemme, città che attende la fine della prigionia e il rientro dei primi esuli da Babilonia: la liberazione è garantita, i verificherà certamente, sarà risolutiva dei problemi e delle difficoltà degli Israeliti e determinerà la festa perenne per tutti. Quale liberazione non si tramuta, nel corso della storia, in una ricorrenza di commemorazione di festa? Il 14 Luglio è festa per la Francia per la memoria della presa della Bastiglia; il 4 Luglio per gli Stati Uniti che celebrano la data della loro indipendenza; il 25 Aprile è la nostra festa nazionale in memoria della liberazione dopo la guerra partigiana.... Ogni occasione di liberazione determina una data di festa e così anche per il popolo di Gerusalemme sottomesso per anni alla schiavitù.
Ma la liberazione che Dio vuole apportare alla radicale schiavitù dell'uomo non può che suscitare una festa perenne di essa bisogna godere con anticipo. L'attesa del Signore che viene, già essa, deve rallegrarci, colmarci di gioia e di serenità. La conversione, anche se accompagnata dal sacrificio della rinuncia a noi stessi, dall'impegno sopra ricordato dell'esercizio dello spirito, dalla lotta continua contro il peccato e tutto ciò che è di ostacolo al nostro progresso, non può non essere caratterizzata dalla gioia e dal senso interiore di festa, che prelude la festa solenne della venuta del Signore.
Giovanni Battista qualifica questa gioia, attraverso quelle che sono le risultanze della conversione, le evidenze del rinnovamento operato di noi stessi. Si rivolge a pubblicani, categoria di persone ben nota per affari truffaldini e manovre di guadagno interessate e li invita a desistere dalle loro consuetudini disoneste. Esorta anche i soldati, evidentemente propensi a trarre benefici dalla loro posizione, invita tutti alla condivisione, alla generosità e alla concordia. Mentre va predicando nel deserto amministrando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, adesso che le folle lo interrogano su cosa si debba fare egli risponde che è indispensabile esercitare la condivisione, la carità, la solidarietà, dividendo quello che si ha a disposizione con coloro che hanno bisogno. Occorre fuggire la menzogna e la falsità e vivere l'onestà e la rettitudine, ricercare sempre la giustizia e mettere da parte la tendenza a imbrogliare e a prevaricare sugli altri, specialmente sui deboli.
Se la conversione non conduce alla carità sincera, concreta e disinteressata non è vera conversione, ma esibizionismo, oppure ostentazione inane di se stessi. La mutazione radicale del cuore e il cambiamento di mentalità secondo Dio non può che apportare i frutti dello stesso Signore, cioè l'amore, la giustizia, la bontà e quanto ad esse è correlato. Del resto, come potremo celebrare il Natale in piena coscienza se non avremo usato un minimo di attenzione verso il prossimo, specialmente quello povero e indigente? Come possiamo vivere la gioia del Natale in famiglia quando abbiamo omesso qualsiasi tentativo per sanare eventuali discordi o gelosie fra parenti o amici?
Proprio la carità e l'amore, che scaturiscono da una seria conversione per una fede fondata e incrollabile, sono il contrassegno della gioia e della letizia. Come dice la Scrittura: "Il Signore ama chi dona con gioia" (2Cor 9,7) e nel dare vi è più soddisfazione che non nel ricevere. La trasparenza e la schiettezza delle opere di bene sono davvero qualificanti di una vera conversione e di una vera fede perché sono la fede stessa in atto che ci rende contenti e appagati.
Quando, tanti anni or sono, smisi di fumare, ricordo che, una volta liberato dal fardello della cocaina, mi sentii fisicamente come svuotato di pesanti zavorre che mi avevano occluso; ero leggero, più ottimista e disinvolto e mi sentivo libero di agire e di realizzare molto più di quando ero schiavo del tabacco, poiché questo spesso occludeva anche la volontà e l'iniziativa e tale liberazione unita all'incremento della voglia di fare mi infondeva molta più soddisfazione e contentezza di prima. Penso che allo stesso modo saremmo tutti realizzati e soddisfatti quando finalmente saremo liberi dei gravami occlusivi del peccato e di tutti i veleni ad esso correlati; quando avremo superato gli ostacoli del nostro falso orgoglio, della presunzione, della vanità per mezzo di un serio itinerario di conversione sincera, reale ed effettiva e allora ci sentiremo liberi di librarci verso gli altri per mezzo della carità autentica apportatrice di gioia.

 

Fonte : www.lachiesa.it

 

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO C)

 

Omelia (19-12-2021)
don Luca Garbinetto
La danza delle mamme

Nel silenzio e nella delicata discrezione dell'Avvento, tempo in cui tutta la creazione è invitata a essere sobria nei rumori e nei movimenti, l'incontro tra due mamme incinta irrompe come un frastuono gioioso e spezza il ritmo dell'attesa.


La corsa frettolosa di Maria ha il gusto della risurrezione anticipata.

L'esclamazione ?a gran voce' di Elisabetta è l'annuncio dell'evento già avvenuto, ma ancora aspettato. D'altro canto, solo chi porta in grembo il mistero ha diritto di proclamarlo al mondo. Solo chi si è resa campo da seminare e custodisce il germe nascosto ma presente può precedere le folle nell'esultanza della raccolta dei frutti.

Maria ed Elisabetta, festose nel turbamento di due gravidanze oltre ogni speranza, rompono gli schemi dell'ordine, nel traboccare dell'ospitalità, per non permetterci di considerare l'avvenimento una semplice questione da indagini cliniche. Una fanciulla vergine e una anziana sterile possono soltanto sconvolgere i calcoli di chi della vita ne fa un oggetto di controllo e di gestione. A noi, che vogliamo correre con loro sulla strada da Nazareth ad Aim Karim, e lasciarci coinvolgere nella fantasia creativa delle mamme, le due donne svelano la meraviglia della vita che ci oltrepassa e sorprende.


È la vita divina divenuta carne nel corpo di donna.

Solo chi si è aperta veramente alla vita può farsi ?fontana vivace' dei rivoli giocosi e gioiosi della vita condivisa, e mettere su una festa ordinaria ma incontenibile. Sembra che danzino, Maria ed Elisabetta, nella fretta, nello stupore, nell'abbraccio! Sembra che sia risorta nelle loro pance gonfie di futuro la danza lontana del re Davide: la nuova arca di salvezza che è Maria fa muovere le gambe e battere il cuore dell'Antico popolo raccolto nel seno di Elisabetta e nella profezia di Giovanni! Sembra che sia finalmente esplosa l'esultanza degli invitati a nozze, perché è arrivato lo Sposo, fatto bambino per poter essere introdotto dalla Madre Sposa nella sala del banchetto!


Questa è una giornata di placida e intima gioia.

La storia si unifica definitivamente, grazie al ?sì' di due figlie di Israele. E la freschezza del grido dell'anziana riflette la beatitudine sorridente dell'incoscienza della fanciulla, tanto saggia da abbandonare la propria esistenza nelle mani dell'Onnipotente. Anche i bambini si lasciano coinvolgere nel sussulto della danza.

E noi ci sentiamo invitati, coinvolti, quasi travolti da un mistero che restituisce verità alla nostra storia quotidiana. Perché noi non siamo fatti per la morte e la disperazione. L'ultima parola è quella del Signore: è un ?sì' totale e definitivo alla vita, soprattutto quando essa sembra impossibile, rovinata, perduta.


Beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto'.

Beati noi, se non abbiamo fatto resistenza al passo di danza. Beati noi, se non abbiamo tappato le orecchie all'annuncio. Beati noi, se abbiamo corso in fretta lungo la via di Ain Karim.

E se la gioia è ancora muta nel nostro cuore, ancora c'è tempo: gli occhi profondi di Maria, scuri nella carnagione abbronzata dal sole, guardano luminosi i nostri occhi ansiosi di risposte. Il suo saluto tocca anche le nostre orecchie, e lei si fa tabernacolo della Parola fatta carne per noi: ?Benedetto sei tu, figlio amatissimo del Padre!'.

fonte : www.lachiesa.it

 

Commento alla Domenica di Pasqua

Omelia (12-04-2020) (Omelia dal sito Omelie.org)
 

Dopo il dolore e lo sgomento del Venerdì Santo; dopo il silenzio e l'immobilità del giorno seguente - imposta anche dalla Legge per il giorno del Sabato - ecco che una donna si mette in movimento verso il sepolcro e, al suo annuncio, due uomini corrono verso la stessa direzione.
La Risurrezione di Cristo ci mette in movimento, e lo fa così come siamo: non permettiamo che i sentimenti a volte di inadeguatezza, la vergogna per i peccati commessi, c'impediscano di riprendere la direzione giusta e di correre incontro al Risorto.
No! Il Signore risorge proprio lì dentro i sepolcri della nostra umana caducità: è lì che passa beneficando e risanando tutti noi in potere delle tenebre a causa dei nostri peccati (cf I Lettura).

Guardiamo al Capo degli Apostoli Pietro: chissà quale dolore lo avrà afflitto dopo aver rinnegato il Maestro? Quale tormento lo avrà abitato nei giorni appena trascorsi? Il tutto condito probabilmente da un po' di delusione di fronte al suo Signore crocifisso: Lui, “il Cristo - il Figlio di Dio per il quale aveva lasciato tutto”, muore per mano d'uomo sul più ignobile dei patiboli.

Eppure Pietro all'alba di quel primo giorno della settimana corre. Sì: corre! Lentamente: abitato da questi suoi turbamenti interiori. Ma non indugia di fronte ad essi: un Amore più grande, sperimentato negli ultimi tre anni vissuti accanto al Messia, lo spinge; e arriva al sepolcro, ed entra.

Così Giovanni: anche lui corre; è più veloce rispetto al maturo Pietro: forse per l'età giovanile, la sua purezza, il suo essere “discepolo amato” e ora, dopo la morte di Gesù, “figlio” di Maria; ma anche lui corre, proprio come il suo compagno - come ogni uomo, verso il sepolcro della propria condizione umana, per incontrare finalmente la luce del Risorto, quella che illumina ogni uomo.

Ma veniamo al nostro oggi…
Quest'anno la nostra è una Pasqua “diversa” (o forse la più vera!): a causa del coronavirus siamo tutti costretti all’immobilità, a fare in qualche modo amicizia con ciò che sfuggivamo, che ha il volto del nostro prossimo e spesso proprio il nostro.

Carissimi, è una grazia questo tempo, e sarebbe da stolti sprecarla!
Quei vuoti dentro di noi che abbiamo riempito di tutto pur di non sentire l'eco della nostra limitatezza, della nostra povertà e fragilità di uomini, ora non possiamo più sfuggirli.

In un momento in cui tutto sembra fermo eccetto un virus mortale, in cui il mondo è immerso in un grande e vero Sabato Santo, qualche Domanda dovremmo farcela.

La nostra vita non sarà più la stessa di prima, poiché questo nemico invisibile che ha cambiato le nostre abitudini, stravolto la nostra vita sociale non può lasciarci indifferenti. Quel silenzio che stiamo sperimentando sta dicendo qualcosa di importante per la nostra vita da oggi in avanti; e ci invita a sostare davanti allo specchio della nostra condizione di figli di Dio.
La domanda è: Abbiamo vissuto fino ad ora conformi a questa immagine?
Si? Bene. No? Oggi Cristo viene a ridarci questa possibilità e dignità.

Per debellare il virus ci è stato chiesto un passo indietro dalla nostra libertà: “stare a casa!” (Che è diventato ormai uno slogan).
Quando torneremo ad essere liberi, a correre: quale sarà la nostra direzione?
Ecco allora che i passi di Maria di Magdala, di Pietro e di Giovanni sono i passi della nostra libertà verso il Signore risorto nei sepolcri della nostra vita, che questo tempo ci rivela come luoghi di grazia da cui poter risorgere a vita nuova con Lui.

Nell’Ottava incontreremo altri uomini testimoni della resurrezione, ognuno con la sua esperienza personale del Signore risorto: i discepoli di Emmaus ad esempio.
Anche loro sono in cammino quando incontrano il Risorto che subito non riconoscono; ma purtroppo - tristi, delusi e ripiegati su se stessi fino alla disperazione - stanno andando nella direzione opposta al “sepolcro della Risurrezione”. Essi si stanno infatti allontanando da Gerusalemme: luogo della manifestazione del Signore Risorto e grembo della Chiesa.

Il Signore è Risorto: questa è la Verità - l’Annuncio!
Ma sta a noi scegliere da quale parte andare: affacciamoci con coraggio sul nostro “sepolcro” e poi entriamoci, magari aiutati da qualche uomo o donna di Dio.
I due di Emmaus hanno avuto come guida Lui, il Risorto, il quale li ha ascoltati, li ha accompagnati e così condotti con l’insegnamento a riconoscere la verità, rivelando loro, nel Gesto, la Luce che ha vinto la loro cecità.

Come Maria di Magdala, Pietro e Giovanni, anche loro a questo punto videro e cedettero: ognuno con la propria esperienza del Risorto. Ma la meta è la stessa: la nostra libertà di figli amati di Dio.
Ecco l’Annuncio: l’amore del Padre rivelato in Cristo Gesù per mezzo del suo Spirito non ci abbandona!
Anche se noi figli prodighi ci allontaniamo dalla verità, lui ci raggiunge sempre per riprenderci, come ha fatto con questi due viandanti; e lo fa fino alla fine, poiché chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome (I Lettura). Dire “Sì” però tocca sempre e solo a noi.

Coraggio, carissimi, Oggi è Pasqua: celebriamo la festa con azzimi di sincerità e di verità (II Lettura).
Non rimandiamo a domani la festa per la nostra Salvezza: Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa (Sequenza) nella nostra vita, nella nostra Storia, oggi più che mai! Alleluia!

Commento alle domenica delle Palme Anno A

Omelia (05-04-2020) dal sito laChiesa.it
don Roberto Seregni
Un re crocifisso

Carissimi amici,
dopo una quaresima davvero indimenticabile, siamo arrivati alla domenica delle Palme. Quest'anno non sventoleremo rami di ulivo, ma le nostre paure e le nostre solitudini; non faremo processioni verso le nostre chiese, ma santificheremo con pazienza e amore i corridoi e le stanze delle nostre case; non potremo riunirci come comunità, ma potremo trasformare le nostre case in chiese domestiche in ascolto della Parola.
Quest'anno il Signore ci chiama a una profonda conversione per vivere questa Settimana Santa ?rivestiti di Cristo? (Rm 13,14) in comunione con tutti quelli che stanno lottando, soffrendo e sperando.

Vorrei fermare la vostra attenzione sull'iscrizione posta sulla Croce di Gesù:?Costui è Gesù, il re dei Giudei?. È vero: Gesù è re, ma è un re completamente diverso dalle attese dei suoi discepoli. Un re che sorprende. Un re che dobbiamo ancora imparare a conoscere, a amare, a contemplare.
É un re che entra a Gerusalemme non con un cocchio regale, ma con un asinello dato in prestito.
È un re che tra il tradimento di Giuda e l'annuncio del rinnegamento di Pietro, dona tutto se stesso nel pane spezzato e nel calice della nuova alleanza.
É un re che si spoglia delle sue vesti e tra gli sguardi sbigottiti dei presenti si mette in ginocchio e inizia a lavare i piedoni dei dodici discepoli.
É un re fragile e indifeso come ogni uomo.
É un re solo, abbandonato dai suoi amici.
É un re senza trono e senza scettro, nudo e irriconoscibile, appeso ad una croce.
É un re che ha bisogno di un cartello per essere riconosciuto.
È un re che muore nella piú completa solitudine, come sono morti tutti gli infettati del coronavirus.

Questo è senza dubbio uno dei tratti piú misteriosi e stupendi della Croce: Gesù condivide l'abbandono, la solitudine, la povertà e la morte con tutti i crocifissi della storia. Gesù non ci salva dalla morte, ma nella morte, ci salva condividendo radicalmente la nostra povertà e fragilità. Questa è la grandezza dell'amore di Gesù. La sua debolezza è il segno piú luminoso della potenza del suo amore.

Un abbraccio
don Roberto

 

Prima Domenica d'Avvento

Omelia (29-11-2020)
don Lucio D'Abbraccio
Vieni, Signore Gesù! Maranà tha!

Inizia oggi, con la prima domenica di Avvento, il nuovo anno liturgico. La parola «Avvento» significa «venuta». Il tempo di Avvento, dunque, è tempo di attesa di qualcuno che deve venire. Ma chi deve venire? Chi, noi cristiani, dobbiamo attendere?

Le letture che abbiamo ascoltato, non proprio facili da intendere, ci aiutano a dare una risposta alla nostra domanda.

Partiamo dal Vangelo. Esso ci propone un brano di un discorso di Gesù, chiamato discorso escatologico, cioè discorso che riguarda gli ultimi avvenimenti, le ultime cose che accadranno e che stanno già accadendo. È da sottolineare che il Vangelo non fornisce notizie di curiosità, non annuncia scadenze. Infatti, davanti a Dio, il futuro si conquista col presente e si capisce partendo dal presente.

Cerchiamo di capire. Gesù si trovava a Gerusalemme e ha davanti a sé la fine imminente di questa città. È da notare che Gerusalemme è la città che ha decretato la crocifissione di Gesù. Il Maestro Divino si recava quasi tutti i giorni al Tempio. Quel Tempio che i suoi concittadini erano finalmente riusciti a costruire. Era bello e imponente. Rivestito di marmi. Gli ebrei ne erano fieri! E quel giorno un discepolo lo fece notare a Gesù dicendo: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni! Gesù gli rispose: ?Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta?» (cf Mc 13,1-2). Questa risposta sicuramente sarà stata una doccia fredda! Infatti i discepoli incuriositi chiedono al Signore: «quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?» (cf Mc 13,4). Essi volevano una data precisa. Ma Gesù li deluse in questo particolare, e passò a parlare delle vicende della fine dei tempi. E raccontò loro la parabola che abbiamo ascoltato.

È la storia di un uomo che prima di partire e lasciare la propria casa ha «dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare». Gesù, inoltre, aggiunge: «Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». Ebbene, questa affermazione del Signore sta ad indicare che noi non sappiamo come e quando si compirà la vicenda umana dell'universo. Non sappiamo neppure quando e come si compirà la nostra piccola vicenda personale. Chi di noi sa a che ora arriverà sorella morte? Alla sera? A mezzanotte? Al canto del gallo? Al mattino? Nessuno di noi lo sa. Sappiamo solo che essa arriverà e giungerà all'improvviso! Per questo Gesù ci invita a vigilare affinché non ci trovi addormentati.

Purtroppo noi cristiani siamo addormentati! Infatti vi sono alcuni che si lasciano assorbire dalla fatica di procurarsi i beni materiali; altri che induriscono il cuore e ciò li porta all'egoismo, all'odio; altri ancora che tirano a campare e vivono, giorno dopo giorno, come capita.

Dunque quando il Signore arriverà troverà - ahimè - molti «addormentati».

Abbiamo ricevuto dal Signore un grande dono: il tempo. E il Signore si aspetta che lo si occupi bene. Santa Caterina da Siena diceva ai suoi contemporanei: «Correte! Correte! Il tempo è breve!». Ciò significa che i cristiani non devono perdere tempo ma devono essere sempre attenti e vigilanti ed essere «irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo» (II lettura).

Però noi sappiamo di essere peccatori e, in quanto tali, non dobbiamo scoraggiarci e arrenderci quando cadiamo, perché Dio, che è Padre e redentore, vuole la nostra salvezza.

Nella prima lettura, infatti, il profeta Isaia - vissuto sei secoli prima di Cristo - nella sua stupenda invocazione, ci ricorda che siamo peccatori e, pertanto, mette sulle nostre labbra le parole adatte per rivolgerci a Dio: «Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi [...] Se tu squarciassi i cieli e scendessi!».

I cieli si sono squarciati, il Signore è disceso, si è fatto uno di noi, ci ha salvato. Noi lo attendiamo continuamente. Noi attendiamo il Signore Gesù, Agnello innocente, che prende su di sé le nostre colpe per lavarle nel suo sangue. E allora, con la chiesa, anche noi diciamo: «Vieni, Signore Gesù! Maranà tha!» (cf Ap 22,17.20; 1Cor 16,22).

 

Prima Domenica d'Avvento (C)

Omelia (28-11-2021)
padre Gian Franco Scarpitta

Fino a Natale e per tutta la vita

Con questa settimana inizia un nuovo percorso liturgico, che prevede come prima tappa un periodo di predisposizione e di attesa, preparazione interiore nel contrassegno della festa e della gioia. Stiamo parlando del tempo di Avvento, che la Chiesa ha introdotto inizialmente per sconfessare
l'idea pagana di"avvento" (cioè venuta, arrivo) di un imperatore o di una divinità a cui gli uomini dovevano rendere culto. L'Avvento cristiano si sostituisce nei primi secoli alle aspettative del paganesimo: Colui che "viene" e che noi attendiamo non è un personaggio nobile e altolocato, ma Dio stesso che vuole entrare nella storia per assumerla fino in fondo. Il vero veniente che aspettiamo è Dio, che vuole assumere l'umanità fin dalla prima infanzia e rendersi così Bambino per essere in tutto e per tutto uno di noi. Il tempo di Avvento è allora periodo di attesa, predisposizione al Natale del Figlio di Dio che viene nella carne, preparazione alla festa indicibile del Tutto che entra nel frammento (von Balthasar).
Le quattro settimane che ci si profilano ci invitano a non lasciare che il giorno di Natale arrivi e passi quasi inosservato o si trascorra solamente all'insegna dello sfarzo dei regali, della lussuria e della smodatezza dei consumi; Natale non deve incombere nella nostra vita quasi come una Festa senza festeggiato, ma la sua celebrazione va predisposta nella consapevolezza che colui di cui celebriamo la nascita è Colui che viene a trovarci nella singolare liturgia del 25 Dicembre, perché è venuto nella storia oltre duemila anni or sono. E' venuto fra di noi dimorando esile e indifeso in una scomoda abitazione di Betlemme, sottomesso a precari genitori in una dimensione epocale del tutto difficile, sebbene contrassegnata dalla pace di Ottaviano Augusto.
Prepararsi al Natale vuol dire quindi rievocare un evento che tanto ci coinvolge come quello di Betlemme e attenderne la celebrazione nella consapevolezza che essa stessa ce lo riattualizzerà, apportandoci di esso tutti i vantaggi salvifici.
Prepararci a celebrare il Natale non rappresenta infatti una banalità o un processo di secondaria importanza: la nascita di Gesù nella carne va predisposta nell'animo nella considerazione costante che, mentre altri uomini cercano Dio come a tentoni, Dio stesso si rivela al mondo nella sua grandezza e ineffabilità e Colui che noi non conosciamo ci viene semplicemente annunciato (At 17, 16 - 21), perché possiamo accogliere la verità con fede e in forza di questo mistero che ci viene svelato possiamo farne un criterio di vita.
L'Avvento è aspettativa di spiritualità, di accoglienza del dono che Dio ci ha fatto di se stesso e di rinnovato impegno di elevazione dell'animo. E' un rinnovo costante della nostra professione di fede, un innalzamento di noi stessi i cui ausili irrinunciabili sono la preghiera, la meditazione, la riflessione della Parola di Dio, perché da queste risorse possiamo incentivare l'adesione al mistero di Dio che si fa uomo affinché noi viviamo da uomini divinizzati. E' evidente che la fede è a sua volta incentivo a che noi riscontriamo Dio che viene nella forma di Fanciullo abbandonato in coloro che noi vediamo abbandonati e oppressi, cioè nei poveri, negli umili e negli indifesi e di conseguenza preghiera e meditazione non possono non sfociare in concrete opere di carità e di accoglienza. Se queste dovessero venir meno, ogni costruzione spirituale che abbiamo innalzato evidentemente crollerà e vano sarà stato qualsiasi sforzo a vantaggio dello spirito.
Le quattro settimane liturgiche che stiamo per trascorrere tuttavia non si limitano tuttavia al solo periodo di attesa di una data, sia pure esaltante, del 25 Dicembre. Esse ci rammentano infatti che tutta la vita è un'attesa continua di Dio che viene nella forma totalizzante del nostro vissuto; come l'Oggi che interessa da vicino la nostra vita; il Passato del quale si fa memoria istruttiva e il Futuro verso il quale occorre incamminarci con fiducia e che intanto va costruito mattone dopo mattone nell'attualità. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre (Eb 13, 8), non soltanto nel senso che egli è l'immutabile e l'onnipresente ma anche nel significato più vasto che, appunto in quanto caratterizzante la nostra vita per intero, è il nostro passato, il nostro oggi e il nostro avvenire. Di conseguenza Gesù è venuto, viene oggi e verrà domani e in linea di massima lo si attende in tutti i momenti e sotto qualsiasi aspettativa. Il suo venire fra di noi e il suo stare in mezzo a noi è qualificante, perché ci da' la prospettiva del senso, del fondamento e della finalità di ogni realtà circoscritta; la memoria del passato, anche con la sua negativa e con i suoi errori, si concilia con la creazione quotidiana del presente e da questo, passo dopo passo, con la costruzione dell'avvenire mentre la fede ci dice che Cristo è anch'egli il nostro Avvenire. Lo attendiamo infatti glorioso alla fine dell'eone storico presente.
Il monito di Gesù ad evitare dilapidazioni di tempo e di risorse in beni, in affanni inutili e vane dispersioni è orientativo al futuro, quando nel momento che non ci si aspetta Gesù tornerà nella gloria; esso tuttavia va concepito come valido in qualsiasi momento: se ogni occasione è propizia per andare incontro al Signore che viene, incombe pure in ogni istante la minaccia di poter mancare a questo incontro o che possiamo trasformarlo in un'occasione di deperimento o di condanna che noi stessi ci saremo cercati. Questo avviene quando si preferisce ostinatamente la via dell'errore alla giustizia di Dio quale proposta dal profeta Geremia (I Lettura), quando deliberatamente si sceglie la schiavitù alla libertà garantita dalla legge che Dio ha scolpito nei nostri cuori; quando il peccato ostinatamente interessa la nostra vita in luogo della libertà stessa dei Figli di Dio. il profeta annuncia tempi gloriosi nei quali trionferà la giustizia, periodi indefiniti di pace e di benessere, metaforicamente luoghi di gioia che conseguono alla speranza e tale è l'obiettivo dell'Avvento nella nostra vita; preferire tuttavia le vane sicurezze e le comodità apparenti del peccato al primato della comunione con Dio equivale a perdere ogni occasione propizia e a lesionare inesorabilmente noi stessi. Il peccato è rovina perché produce disfatta.
L'Avvento è appunto l'attesa contrassegnata dalla nostra sconfitta del peccato, perché l'arrivo del Signore possa essere per noi risolutivo di gioia e di letizia, come un vero e proprio spazio interattivo di confidenza. Sia a Natale sia nel resto della vita.

 

Fonte : www.lachiesa.it

 

Quarta Domenica d'Avvento

Omelia (20-12-2020)
don Lucio D'Abbraccio
Maria, porta del vangelo

Duemila anni fa a Betlemme di Giudea è nato il Messia promesso da Dio. Egli fu atteso per quasi due millenni da un popolo prodigiosamente guidato dall'alto. Su questo Messia convergono tutte le testimonianze delle Scritture e, a questo Messia, Dio ha appoggiato tutta la storia umana. Il nome del Messia è Gesù. Egli, che per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel grembo della Vergine Maria, facendosi uomo, si è presentato come Figlio di Dio ed ha chiesto di credere alla sua parola in forza delle opere che egli compiva. E noi, in quanto cristiani, crediamo in lui, perché senza di lui tutto è assurdo e opaco.

In questa ultima domenica di Avvento vogliamo definire gli atteggiamenti giusti per poter ripensare il suo Natale. E non possiamo trovare strada migliore di quella di Maria: perché è la strada, che Dio stesso ha scelto per venire tra noi. Maria di Nazareth, infatti, è la creatura ideale davanti a Dio. Ella attende nel silenzio di Nazareth: Maria è una donna raccolta, attenta a leggere la vita in profondità, serena, aperta al mistero. E noi siamo attenti a leggere la vita in profondità? Siamo aperti al mistero? Oggi chi rivive il raccoglimento di Nazareth? Chi sa crearsi spazi di deserto per stare con Dio? Chi possiede un cuore in pace, serenamente aggrappato alla sicurezza della bontà di Dio? Chi è attento ai segni della volontà di Dio negli avvenimenti di ogni giorno?

Tra la prima lettura e il vangelo c'è un salto di mille anni. La prima lettura ci presenta Natan che parla a Davide in nome di Dio e dice: «La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre». Israele lesse questa profezia in senso messianico e maturò la certezza che da Davide sarebbe nato il Messia.

Maria conosceva questa Scrittura. Infatti bastarono pochi riferimenti dell'angelo per farle capire tutto ciò che stava accadendo.

Sì, Maria davvero conosceva le Scritture! Chi di noi oggi ha tempo per leggere le Scritture? Quale cristiano oggi legge assiduamente le Scritture lasciandosi formare dalla Sapienza che viene da Dio? Quale famiglia ha l'abitudine di pregare col vangelo e sente suo primo dovere l'impegno di guidare i figli alla conoscenza delle Scritture? Oh, quanto sarebbe più limpida e gioiosa la vita della famiglia se dessimo meno tempo alla televisione, al cellulare e più tempo alle Scritture!

Un altro motivo di riflessione: Maria non è un'ingenua, non è una sprovveduta: neppure davanti a Dio! Ella chiede all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Questa domanda non nasce dal dubbio, né dalla volontà di vedere tutto chiaro: nasce soltanto dal desiderio di capire la volontà di Dio per seguirla. Maria è stupenda anche in questo: è modello per noi. Quante volte noi siamo pigri nella fede, lasciamo discorsi incompiuti con Dio, facciamo un passo avanti e due indietro!

Quante volte il dubbio appanna la strada della fede e ci impedisce di sentire la pace nella volontà di Dio! Quante volte seguiamo la volontà di Dio finché coincide con la nostra e quante volte chiamiamo volontà di Dio ciò che ci fa comodo! Dobbiamo fare verità dentro di noi: nella radice dei nostri comportamenti.

Maria è infine consapevole della sua piccolezza: non per falsa umiltà, ma perché Ella ha coscienza lucida dell'assoluta incapacità umana dinanzi alla salvezza. Maria sa che solo Dio può dare la gioia: per un dono libero, gratuito, mai meritato da nessuno.

L'uomo può soltanto mettersi in condizione di ricevere il dono: ma la salvezza resta sempre un dono, un regalo. Per questo all'angelo risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». È in questo preciso istante che lo Spirito di Dio si poserà su Maria in modo tale che Ella potrà dare carne e sangue a un figlio non nato da volontà umana, a una creatura che è «opera di Dio», è Figlio di Dio!

Ebbene sì, Dio in Gesù sceglie di diventare l'Emmanuele, il Dio-con noi (cf Is 7,14; Mt 1.22-23). «L'eterno si fa mortale, il celeste si fa terrestre, l'invisibile si fa visibile, il divino si fa umano, e tutto questo attraverso una donna credente, in attesa di Dio» (Ippolito di Roma).

Ed infine confrontiamo l'atteggiamento di Maria con l'orgoglio di oggi. Quanta presunzione c'è oggi! Quanta sicurezza! Quanta autosufficienza! Oggi gli uomini sono arrivati a rinnegare Dio oppure a dichiararlo inutile e superfluo. Maria, invece, è come un fiore aperto al sole: sa che senza luce non può vivere ed allora implora umilmente la Luce, grata sempre per essere illuminata.

Presto è Natale: ritroviamo il silenzio, preghiamo con la Scrittura, riconosciamoci mendicanti di una gioia che solo Dio può dare. In questi atteggiamenti il Natale ci sboccerà nel cuore come dono gratuito di Dio e faremo esperienza della stessa gioia che provò Maria nel giorno meraviglioso dell'Annunciazione.

Inchiniamoci, come ha fatto l'angelo, davanti a Maria affinché Ella, che è la porta del vangelo, ci aiuti ad accogliere la parola del Figlio suo che oggi è stato concepito nel suo grembo.

 

 

Seconda Domenica d'Avvento

Omelia (06-12-2020)
don Lucio D'Abbraccio
Convertiamoci e andiamo in chiesa per Gesù Cristo!

«Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio». Marco inizia così il suo racconto per ricordarci che la buona notizia è Cristo: Lui deve essere al centro di tutto, perché Lui solo è il motivo dell'essere cristiani.

Queste parole di Marco ci stimolano ad una verifica del nostro essere cristiani. Domenica scorsa la liturgia della parola ci invitava alla vigilanza, oggi, invece, chiede a noi cristiani la conversione, il ritorno a Dio, un cambiamento di mentalità e di vita capace di mostrare la differenza del cristiano rispetto a quanti non hanno il dono della fede.

Ma come dobbiamo accostarci a Dio?

L'evangelista presenta Giovanni Battista che, con le parole del profeta Isaia: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», ferisce il cuore di chi lo ascolta, aprendolo al grande dono della conversione che libera. Giovanni, dunque, si manifesta come inviato da Dio e, fattosi «voce» grida e chiede con risolutezza l'impegno personale di fronte al Signore, annuncia il Veniente, il Signore che immergerà i credenti non in acqua soltanto - come egli fa -, ma nello Spirito Santo: «Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Ritornando alle parole «Preparate la via» ci domandiamo: perché dobbiamo preparare la via? Perché l'incontro con Dio esige un atteggiamento preciso, un orientamento preciso, una direzione di marcia. Ricordiamoci bene che se dentro di noi non c'è un'attesa di Dio; se dentro di noi non c'è la coscienza umile della nostra insufficienza e fragilità, noi non troveremo mai Dio. Solo l'umile arriva a Dio.

Per incontrare Dio, dunque, è necessario cambiare tante strade: «raddrizzate i suoi sentieri»; è necessario uscire da determinate situazioni, ma soprattutto è necessario cambiare il modo di pensare e di valutare.

Ebbene, conversione non significa soltanto smettere di peccare, ma qualcosa di più: significa cambiare dal di dentro la vita dell'uomo; significa «smontare» le idolatrie della vita: salute, successo, denaro...; significa restituire a Dio il primato, il valore che Dio ha.

Il Battista, annota l'evangelista, «era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico». Giovanni è nella condizione ideale per l'incontro con Dio: ha dato un taglio a vanità, orpelli, illusioni; egli è un uomo libero, povero e vive e predica come un profeta. Per questo egli può predicare, può gridare, può rimproverare. E la gente - annota Marco - va dalla città verso il deserto per ascoltare il nuovo Elia severo, ma che dice la verità. Gerusalemme improvvisamente si vergogna di se stessa e va a cercare nel deserto un messaggio di liberazione: il deserto, infatti, è la condizione spirituale ideale per decifrare il mistero della vita.

E cosa dice il Precursore nel deserto? «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali». Questa affermazione significa che Giovanni non vuole legare la gente a se stesso: quanto è bello questo atteggiamento e quanto è importante! Noi purtroppo cerchiamo di legare la gente a noi stessi. Oggi i fedeli corrono dal prete che ispira simpatia, che parla bene, che crea sempre cose nuove, che celebra belle messe (come se le parole della messa fossero diverse da una chiesa all'altra)... Tutto ciò, umanamente parlando, potrebbe andare anche bene. Però noi, dobbiamo renderci conto che in chiesa si va per Gesù Cristo e non per il prete e per le novità!

Giovanni ha quasi paura che la gente faccia di lui il motivo della fede, che si leghi a lui, e allora l'avvertimento che egli dà è chiaro: «dopo di me viene un altro!».

Attirare la gente in chiesa, dunque, non significa attirarla a noi ma condurla a Cristo che è la nostra unica salvezza. Quindi più la chiesa si fa severa con se stessa e umile davanti a Dio e più riesce ad essere luogo dell'incontro tra l'uomo e Dio: quando c'è fede in Dio, basta tanto poco per fare del bene; ma quando non c'è fede anche l'apostolato più raffinato è uno sforzo ridicolo, perché non conduce a Cristo.

A tal proposito mi sembra opportuno ricordare un'espressione di santa Madre Teresa di Calcutta: «Noi dobbiamo essere come il vetro: il vetro più è vetro e meno si vede. Così dobbiamo essere noi: dobbiamo essere umili per lasciar vedere Gesù in noi».

 

Terza Domenica d'Avvento

Omelia (13-12-2020)
don Lucio D'Abbraccio
Giovanni ci insegna l'umiltà

Le letture di questa domenica sono attraversate dal tema della speranza e della consolazione. Ma per noi che siamo credenti cosa significa speranza? Che cosa dice la Bibbia riguardo alla speranza?

A questa nostra domanda risponde il profeta Isaia: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» (I lettura). Che cosa vuole dire il profeta? Vuole dire che la vera gioia è Dio, perché solo Lui è infinito e il cuore umano è sintonizzato sull'infinito: per questo motivo nessuna cosa o esperienza mondana ci soddisfa pienamente. Ne segue, dunque, che nessuna felicità è duratura se non poggia su Dio; e nessun dolore è insopportabile quando Dio è al centro della vita. Dio, infatti, non è colui che chiede, ma colui che dà.

Bisogna allora capire che il comandamento biblico: «Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (cf Dt 6,5), non è un comandamento a favore di Dio, ma a favore dell'uomo: non è un comandamento che «chiede», ma è un comandamento che «dona». Infatti l'uomo è chiamato ad amare Dio con tutto il cuore, perché solo così sarà libero, felice, aperto al dono della vita. L'inquietudine, la smania, l'insaziabilità, la tristezza... sono «assenza di Dio» e si curano soltanto accogliendo Dio.

Nella seconda lettura l'apostolo Paolo riprende il tema della speranza e lo sviluppa fino a farlo diventare letizia, pace, gioia nel riconoscere il bene degli altri, attesa fiduciosa del ritorno del Signore. Ma perché san Paolo parla di speranza? Perché egli è l'uomo che ha trovato il contenuto della speranza: «egli ha trovato Cristo» e Cristo è la nostra unica «gioia», «speranza» e «salvezza».

Sarà lui a scrivere: «Ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo» (cf Fil 1,23); e ancora: «Da quando ho conosciuto Cristo, il resto è diventato come spazzatura per me» (cf Fil 3,8).

Ebbene, l'apostolo delle genti ci porta a rivedere la nostra posizione davanti alla buona notizia, che è Cristo. E allora domandiamoci: fino a che punto Cristo è la nostra speranza? Fino a che punto noi aspettiamo il Signore? Fino a che punto noi amiamo Dio? Fino a che punto siamo disposti ad aprire la porta del nostro cuore al Signore che bussa?

A queste nostre domande ci viene in aiuto il vangelo. Infatti attraverso la vicenda di Giovanni il Battista, il vangelo ci dice qual è l'atteggiamento che permette di sentire Dio e di riconoscerlo in Cristo.

Giovanni è un uomo mandato da Dio per dare testimonianza a Cristo: esattamente come ciascuno di noi. Giovanni, annota l'evangelista, viene interrogato: «Tu, chi sei?». La vita di ciascuno, infatti, fa nascere interrogativi negli altri. Ma attenti bene: quali sono gli interrogativi che noi suscitiamo con i nostri comportamenti? Che cosa avvertono gli altri di noi? Che cosa percepiscono le persone ascoltando i nostri discorsi e osservando le nostre scelte?

Il Battista risponde: «Io non sono il Cristo»! In questa risposta c'è tutta la grandezza dell'uomo: Giovanni è consapevole di essere un mendicante raggiunto dalla speranza, ma egli non usa la speranza per inorgoglirsi. Giovanni vede la luce, la indica agli altri: «Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce». Lui «uomo mandato da Dio, venuto come testimone per dare testimonianza alla luce», resta umile per non perdere la luce. Il Battezzatore è forte nella fede, ma nello stesso tempo è umile: egli è forte quando parla di Dio, ma è umile quando parla di se stesso; inoltre egli - «voce di uno che grida nel deserto» - non è geloso della vera «luce» ma è felice di gridare che «colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Facciamo un esame di coscienza e chiediamoci se anche noi siamo felici per il successo dei nostri fratelli o siamo gelosi e invidiosi!

Giovanni, dunque, ci insegna che soltanto l'umile riesce ad accettare Dio nella propria vita e soltanto l'umile riesce a parlare di Cristo senza appannarlo con il proprio orgoglio. Purtroppo la sterilità e l'inefficacia di tanto apostolato nasce dal fatto che noi cerchiamo di condurre le persone a noi e non a Cristo!

Cerchiamo di imitare il Battista il quale, come afferma sant'Agostino: «comprese di non essere altro che una lucerna e temette che potesse essere spenta dal vento della superbia. Per tale motivo si sforzò, chiedendo aiuto all'Onnipotente, di essere e di rimanere umile».