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II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Omelia (04-12-2022)
padre Gian Franco Scarpitta

Conversione e vita da redenti

Giovanni Battista, nel deserto di Giuda, invita tutti a predisporre lo spirito alla venuta del Messia, a emendare la nostra condotta per intensificare la preparazione interiore all'incontro con il Venturo Signore e a realizzare in noi stessi la conversione "per il perdono dei peccati" che conduca a una condotta giusta ed equilibrata. Nella versione di Luca del medesimo testo, Giovanni aggiunge a questi moniti una rassicurazione: "Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio"(Lc 3, 6).
Questo regime di salvezza viene descritto dal profeta Isaia al cap. 11 (I Lettura) attraverso un insieme di immagini allusive e fascinose nelle quali gli opposti si armonizzano: la pantera si sdraia accanto al capretto, il bambino tocca il covo dei serpenti... Un linguaggio che sottende a una realtà di pacificazione generale, che sarà apportata dal messianismo venturo. Quando verrà il Salvatore atteso, tutti gli uomini saranno redenti e nel mondo regnerà la pace e la giustizia. Tutti avranno familiarità con Dio e il Messia sarà loro unico riferimento. Il Nuovo mondo apportato dal Messia è un sistema di cose meraviglioso, pacifico e ordinato. Non si fonderà più sull'interesse personale e sull'avidità; debellerà arrivismo, presunzione, caparbietà che ingenerano odio e violenza e la conoscenza di Dio istituirà un ordine di cose nel quale il sospetto e l'indifferenza lasceranno il posto alla concordia e all'altruismo generoso. La pace è infatti una condizione di stabilità e di benessere universale che solo la reciproca intesa e la premura gli uni verso gli altri possono garantire. Gli Ebrei di fatto aspettavano l'arrivo di un Messia "Re di pace", che avrebbe apportato pace e felicità su tutta la terra sconfiggendo definitivamente i nemici d'Israele: "Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare, dal fiume fino ai confini della terra."(Zc 9, 10 - 12). Ci si aspettava una sorta di liberatore probabilmente politico o militare che avrebbe risollevato le sorti d'Israele e imponendosi avrebbe restaurato l'ordine sociale e universale.
Ma il vero Messia è quello preannunciato dal profeta Isaia come "Agnello condotto al macello",(Is 52 - 53) il trafitto al quale tutti guarderanno e il cui sangue ci riscatterà dai nostri peccati. Sarà l'Emmanuele, il Dio con noi che nascerà, esile e indifeso, da una vergine che lo metterà al mondo in una spelonca aspra e scomoda. Il Messia sarà povero fra i poveri per arricchirci con la sua stessa povertà; sarà umile e dimesso per esaltarci con la sua semplicità; sarà perseguitato e oppresso per conferirci la dignità vera. E soprattutto sarà trattato da peccatore per riscattarci dai nostri peccati (Cfr. 2Cor 5, 21) espiando l'iniquità e la cattiveria di noi tutti (Is 53, 6).
La venuta di questo Messia universale, molto più di quello che Israele si attendeva, comporta un rinnovamento interiore, un radicale cambiamento che nessun giustiziere o legiferatore potrà mai apportare, una radicale trasformazione della persona che alla radice del mutamento definitivo del mondo intero. Gesù Bambino porterà di fatto la pace, la gioia, l'armonia e la concordia, ma si tratterà di un Regno di giustizia e di concordia universale che scaturirà dal cuore di ogni uomo, che comporterà radicale e decisa conversione.
Il profeta Isaia a sua volta diceva (Is 40, 3 - 4): "Nel deserto, preparate la strada del Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata." Giovanni dice di se stesso: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" e con la sua persona sciatta, precaria e limitata e con le sue parole, nel deserto geografico, invita tutti a emanciparsi dal deserto dell'inquietitudine demoralizzante di cui siamo prigionieri affinché la presenza del Salvatore Gesù Risorto possa fare di noi dei redenti in grado di conoscere Dio Padre nello Spirito Santo per essere in grado di apportare pace e giustizia in tutto il mondo. La conversione ha Dio stesso come primo protagonista, in quanto è Lui a offrire tutte le condizioni e le possibilità per avviare una trasformazione congeniale di noi stessi; Dio anzi ci sollecita e ci sprona al cambiamento, orientandoci verso la soluzione della redenzione personale perché tutti i problemi, le difficoltà, le aspettative possano giungere a un epilogo adeguato. Giovanni ce ne da la certezza con il suo invito insistente a voler accogliere con fiducia codesto appello divino. Chi si converte comprende l'invito del Signore a vita nuova, lo assimila e vi aderisce attraverso una radicale trasformazione di sé la cui espressione è la parola "metanoia", cioè cambiamento di aspettativa, di vedute, di concezioni personali che si orientino secondo Dio. La conseguenza di tutto ciò è data dall'evidenza dei fatti, cioè dalla concretezza di opere concrete che ne manifestano la realizzazione.
Noi ci accorgiamo che il mondo ancora attende l'evidenza di queste persone redente che possano apportare un "di più", un "nuovo" alla convivenza umana nel mondo. L'uomo sembra rifiutare di voler incontrare Dio, oppure si mostra propenso ad incontrarlo secondo preferenze e modalità propriamente sue, ovvero nell'idolatria o nell'alienazione. Il risveglio della spiritualità e la corsa ai luoghi di preghiera non deve trarre in inganno, poiché riguarda una ricerca di Dio inadeguatamente orientata, allusiva a una fuga o a una forma di compromesso. Soprattutto con il progredire della tecnologia e della robotica con la quale prossimamente potremmo anche essere sostituiti da macchine umanoidi nell'adempimento di mansioni e professioni, crescerà sempre più la sicumera procurata dagli artefatti della scienza, che ha già manifestato la propria volontà di prescindere da Dio e anche il concetto stesso di umanità rischia di essere manomesso nel vortice dei continui ritrovati della tecnica.
In un commendo al brano di Isaia di cui alla Lettura di oggi, Ratzinger sottolinea che: "la vera tentazione del cristiano, che noi oggi sperimentiamo, non consiste tanto nella questione teoretica circa l'esistenza di Dio, o nella questione se Cristo sia simultaneamente Dio e uomo. Quel che oggi propriamente ci assilla e costituisce per noi una tentazione è l'inefficacia del cristianesimo: dopo duemila anni di storia cristiana non vediamo nulla che sia una nuova realtà nel mondo, bensì vediamo che il mondo continua ad essere invischiato nelle stesse cose spaventose... l'impotenza della realtà cristiana nei confronti di tutte le altre potenze che ci modellano e ci sollecitano."
L'inefficacia cristiana che si evince nella mancata testimonianza di conversione e di vita redenta, un deserto di aridità spirituale che riguarda appunto noi credenti per primi, nel quale il monito di Giovanni Battista ha il suo continuo riverbero che non può essere da noi disatteso: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.

 

Fonte : www.lachiesta.it

 

 

III DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Omelia (11-12-2022)
don Michele Cerutti

Questa notte non è più notte davanti a te, il buio come luce risplende

Se rileggiamo la nostra vita inevitabilmente abbiamo attraversato momenti che ci hanno portato a gioire perché abbiamo toccato con mano la grandezza di Dio e momenti invece difficili in cui siamo stati attraversati da quella inevitabile tristezza perché quel Dio che abbiamo sentito vicino si percepisce distante.

Alla luce del brano evangelico cerco di sottoporre al caleidoscopio la mia esistenza e chiedo la grazia di poter aiutare altri a leggere la propria.

Non vi nascondo che i momenti di dubbio li ho attraversati, li attraverso e li attraverserò.
Il Battista lo aveva annunciato il Cristo e invitava le folle a prepararsi all'arrivo del Messia e non solo lo aveva indicato come l'Agnello che toglie i peccati del mondo e lo aveva battezzato nel fiume Giordano, dove è testimone della teofania in cui il Padre irrompe e indica in Gesù il figlio prediletto.

Luca ci dice che già nel grembo di Elisabetta, nella cornice della Visitazione, Giovanni aveva esultato.

Tutto faceva pensare che fosse a posto per il Precursore. Poi il diavolo entra nella vita a rovinare i piani e quella volpe di Erode fa arrestare Giovanni perché è stanco di sentire una predicazione che lo scredita davanti al fratello e mette in crisi la sua coscienza perché come ci dice il Vangelo quel Re aveva una relazione con la moglie di Filippo.

Nel Macheronte, la fortezza dove il Battista è rinchiuso, inizia per il Precursore il tempo della notte.

"Sei tu quello che deve venire? O dobbiamo aspettarne un altro?".

Non è un caso isolato nel Vangelo. Sappiamo tutti come nel giorno di Pasqua due discepoli sconvolti di quello che hanno visto a Gerusalemme durante la passione e sorpresi del discorso delle donne che hanno trovato la tomba vuota lasciano la città per dirigersi con sguardo basso verso un villaggio sconosciuto.

Come dissipare le ombre che attraversano la nostra vita?

Il Vangelo ci offre la chiave invitandoci a non fuggire, ma farci aiutare a ritrovare la luce.
Il Battista chiede aiuto a quei discepoli che prima erano stati con lui e poi avevano su suo suggerimento seguito Gesù e li invia a domandare: "Sei tu quello che deve venire? O dobbiamo aspettarne un altro?".

Solo all'interno di una relazione comunitaria che ci supporta nel dialogo con Gesù troviamo le risposte ai nostri interrogativi.

Se ci tendiamo a chiudere cerchiamo le risposte che ci conducono a un vicolo cieco e ci impediscono di vedere la luce.

La forza del Battista in questo brano esce fuori e si dimostra ancora una volta uomo di fede.

Perché avere fede non vuol dire non essere attraversati dal dubbio, ma cercare risposte nel momento di difficoltà cercando quell'aiuto dei fratelli per condurci di nuovo a Lui.

Quante volte girando nelle camere dei malati le domande di senso affiorano con la preoccupazione che l'interrogarsi sia perdere la fede e quindi peccare.

Il peccato affiora solo se quel dubbio non lo facciamo emergere e lo teniamo stretto e non lo condividiamo con coloro che camminano con noi.

Perché il diavolo vuole questo impedirci di parlare tra noi credenti di questione di fede e ci chiude per disaffezionarsi a Dio.

I discepoli di Emmaus sono sconvolti lasciano Gerusalemme, ma si confidano a quel tale che si è fatto vicino e che non avevano riconosciuto essere Gesù se non dopo averlo visto spezzare il pane.

Tutti esempi per dirci che il Signore non gode nel vederci in mezzo alle notti della nostra vita, queste fanno parte della nostra realtà di creature, ma ci offre i mezzi per rischiarare le tenebre e tra questi la fraternità, ovvero l'aprirsi in una corretta confidenza gli uni con gli altri.

Ci conforta sapere che queste notti hanno caratterizzato la vita dei Santi come il Battista, ma se passiamo in rassegna quelli conosciuti, molti, più di quanto possiamo pensare, hanno attraversato il dubbio.

Madre Teresa di Calcutta sente una solitudine impressionante, che sembra far vacillare persino la sua fede: "Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? [...]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov'è la mia fede? Persino nel più profondo non c'è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio". Ma non è il dubbio che la assalta, ma la desolazione della sua anima, simile al grido di Gesù sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

A me impressiona profondamente pensare che una donna che si dedicò completamente ai più poveri fra i poveri, che sembrava riconoscere Gesù in tutto quello che faceva, che comunicava Dio potesse vivere in un'oscurità e una desolazione così profonde. Questo è il segreto della sua santità ancor più delle tante opere perché è tutto questo che la rende più straordinaria per il fatto che è capace di vivere tutto ciò per quasi 50 anni, apparentemente nascondendolo agli altri, ma invece cercando nel volto degli altri la risposta ai suoi interrogativi, mai chiudendosi, ma aumentando il suo impegno e questo è un modo aiutando i poveri di farsi aiutare, perché comprende che in loro il volto di Cristo si rende vivo. I fratelli sono stati per lei la via per illuminare il suo buio.

"Lei sorride sempre, le suore dicono di me alla gente. Pensano che la parte più intima di me sia piena di fede, di fiducia, d'amore... Se giungessero a sapere che il mio essere gioiosa non è altro che un manto con cui copro il mio vuoto e la mia miseria!". E in un'altra occasione dirà: "Il sorriso è una maschera, o uno strato che copre tutto".

In un suo scritto arriverà a Dio: "Ho iniziato ad amare la mia oscurità, perché adesso credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, dell'oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla Terra".

L' ammirazione per la fede e per le opere di questa minuta religiosa, per questa santa che non sente, ma sa del profondo Amore di Dio, ed agisce come se lo sentisse, amando con tutto il suo cuore e facendo il bene dovunque passa, senza pensare neanche per un momento a sé stessa, dovrebbe crescere sempre di più.

Non si è isolata ha cercato nei poveri e nelle consorelle e in tutti coloro che l'aiutavano di scoprire il Dio con noi e ora l'ha ritrovato nell'eternità.

Non dobbiamo avere paura della notte, ma cerchiamo sempre di aprirci proprio in quei momenti per trovare con i fratelli la strada.

 

Fonte : www.lachiesa.it

 

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)

Omelia (18-12-2022)
Missionari della Via
Commento su Matteo 1,18-24

Matteo, in questo suo Vangelo, ci mostra la reazione di Giuseppe, alla gravidanza di Maria sua promessa sposa. Giuseppe, cerca una soluzione giusta per risolvere questo grande problema che gli si pone davanti; e lo fa in silenzio. Non una parola proferita da Giuseppe, tutto nel suo cuore, nessuna confidenza ad altri, nessuna lamentela. Solo un grande silenzio, niente chiasso, niente gesti inconsulti, ma un silenzio che lascia il posto alla Parola di Dio: un silenzio sostanziale. La figura di Giuseppe, uomo avvolto nel silenzio, ispira anche a noi quel silenzio che dà tanta pace all'anima. Oggi vogliamo dunque mettere in risalto il silenzio di Giuseppe, che non deriva dalla distrazione o da un pensiero assente perché rivolto ad altre cose, ma un silenzio che nasce dalla contemplazione che è condizione che rende possibile la cura della propria interiorità che si apre a quella vita soprannaturale che ognuno di noi possiede! Grazie al suo silenzio e alla sua rettitudine Giuseppe poté così udire la voce dell'angelo. Lui era chiamato, insieme a Maria, a formare quella famiglia chiamata ad accogliere e a far crescere il Figlio di Dio, dono per tutta l'umanità. «Così Giuseppe prende con sé la madre e il bambino, preferisce l'amore per Maria, e per Dio, al suo amor proprio. La sua grandezza è amare qualcuno più di se stesso, il primato dell'amore. Per amore di Maria, scava spazio nel suo cuore e accoglie quel bambino non suo. E diventa vero padre di Gesù, anche se non è il genitore. Generare un figlio è facile, ma essergli padre e madre, amarlo, farlo crescere, farlo felice, insegnargli il mestiere di uomo, è tutta un'altra avventura. Padri e madri si diventa nel corso di tutta la vita» (Ermes Ronchi).


Il silenzio di Giuseppe diventa dunque anche fortezza di un uomo che non si abbatte di fronte alle difficoltà della vita, ma che si apre a qualcosa di più grande di lui, qualcosa di non preventivato! Chiediamo a Giuseppe la grazia del silenzio, di saperci ritagliare, durante la giornata, momenti di un silenzio contemplativo, che è condizione necessaria per accogliere la Parola che salva, Parola che vuol diventare carne anche in noi. Il passaggio naturale al silenzio, condizione indispensabile per ascoltare la voce di Dio, è l'obbedienza alla Parola. «Infatti obbedire viene dal latino, e significa ascoltare, sentire l'altro. Obbedire a Dio è ascoltare Dio, avere il cuore aperto per andare sulla strada che Dio ci indica. L'obbedienza a Dio è ascoltare Dio» (Papa Francesco). E questo è ciò che fa Giuseppe: obbedisce alla Parola di Dio ascoltata in sogno: «Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Parola dunque ascoltata e praticata per essere quell'uomo saggio che costruisce la sua casa sulla roccia (cfr Mt 7,24- 27). Nessuna parola proferisce Giuseppe, nessuna obiezione, ma obbedienza totale al Signore. Come per Maria, l'invito è quello di non temere; non temere qualcosa che lo trascende, qualcosa di inimmaginabile. In fondo è sempre così: quando entra il Signore nella nostra vita, è sicuramente qualcosa che ci turba perché è oltre i nostri progetti mondani, è il divino che entra nella nostra piccola vita, è Dio che ci chiama a compiere qualcosa di più grande, di molto più grande dei nostri progetti per quanto buoni siano. Dio, infatti, non viene per togliere, ma per donare. Quanto è importante per tutti, in particolare per tanti giovani, comprendere ciò; giovani che non fanno silenzio, giovani che non riflettono, che non si interrogano, che si chiudono a priori al progetto di Dio, che non obbediscono ad una Parola che Dio gli mette nel cuore, e tutto ciò per paura, paura che Dio gli tolga qualcosa, paura di non poter esaudire i loro desideri. Oh, se comprendessimo veramente che Dio non viene per togliere ma per donare, e se per un attimo turba la nostra gioia è per donarne una più grande! Chiediamo tutti quanti la grazia di fidarci un po' più di Dio e meno di noi!

Fonte: www.qumran2.net

 

 

Commento alla Domenica delle Palme Anno A

Omelia
padre Gian Franco Scarpitta

Il Regno è della croce

Più che meritato il plauso della gente verso Gesù, man mano che percorre le strade di Gerusalemme dopo avervi fatto ingresso trionfale. Il suo incedere ricalca quello dei monarchi che percorrevano le principali strade cavalcando un asino o una mula (Ratzinger) e che lui sia il vero re dei Giudei lo ha dimostrato in precedenza per mezzo di insegnamenti e fatti accreditati come miracolosi e unici. La parola proferita dal monte intorno alle Beatitudini, le parabole, i paradigmi e gli insegnamenti di sapienza, accompagnati dalle opere che ne esaltavano il significato, hanno sempre fatto pedagogia della sua vera identità regale. Egli è davvero il Figlio di Dio e il re dei Giudei, imperatore dell'universo e come tale merita di essere accolto.
Ciò nonostante, essere re in Gesù non si evince da fatti sensazionalistici di esaltazione, ma dal suo instancabile servizio umile e disinteressato verso il prossimo, dalle sue opere di misericordia e dalla compassione rivolta verso il misero e il derelitto. Ma sarà soprattutto la croce ad esaltare quella regalità ineffabile confusa da certuni con la debolezza e l'impassibilità. Il luogo nel quale volentieri si sottomette alla crudeltà accettata risolutamente, per rivelare la verità nell'amore (Bultmann) e nella quale per l'appunto da' la dimostrazione estrema che regnare equivale a servire e ad amare.
Durante il percorso verso il Calvario, Gesù non ha solo recato la sua croce sulle spalle, ma anche la croce "per sé", quella cioè scelta deliberatamente e senza condizioni perché quello è sarà l'unico mezzo per espiare i peccati degli uomini e per guadagnare a tutti la salvezza; non si comporta come un condannato a morte rassegnato, ma come chi non ha voluto sottrarsi al sacrificio, ben consapevole che pur costandogli questo era necessario. Lo dice San Tommaso d'Aquino, il quale aggiunge che Gesù "portò la croce come un re il suo scettro, come segno della sua gloria, della sua sovranità universale su tutti.
Un regno quello di Gesù che si allontana dagli attributi di questo mondo, che non si conforma al potere e al dominio con cui si impostano parecchi regimi di questa terra e soprattutto che non è interessato e ambizioso. E' un regno che si identifica innanzitutto con l'umiltà, con l'asservimento che sono indispensabili ad affrontare qualsiasi prova e qualsiasi sacrificio. E qualsiasi sacrificio è indispensabile perché si realizzi l'amore. Nella croce c'è tutta l'umiltà di Dio che dona se stesso nel suo Figlio Gesù Cristo e questa comporta l'amore supremo per tutti. Amore che valica le aspettative di coloro che vorrebbero che Gesù scendesse dalla croce, che pretenderebbero un'affermazione dirompente e categorica del dominio del Signore; vorrebbero che egli si imponesse anziché subire.
Quando Gesù sarà morto, i discepoli, che ancora non avevano capito la profondità del mistero di Gesù Messia, crederanno a una sua sconfitta: Gesù è morto, la sua missione è fallita. Sarà grazie allo Spirito Santo che successivamente comprenderanno che la vera vittoria e il vero dominio sono quello del passaggio dalla morte alla resurrezione, nel quale tutti siamo avvinti e coinvolti. Nella morte otteniamo la salvezza, il riscatto dei peccati; con la resurrezione avremo la vita per sempre.
In forza di questo amore umile e disinteressato è necessario restare appeso alla croce perché solo così l'uomo può essere salvato. E avere la vita e la verità.
Nella croce c'è tutta la regalità, che non è altro che la manifestazione stessa dell'amore libero, supremo e incondizionato.
Le palme intrecciate e decorate che ostentiamo oggi all'aspersione dell'acqua benedetta ci rammentano l'esaltazione che dobbiamo a Gesù come Signore, effettivamente vero re e Signore. I ramoscelli di ulivo che affiniamo ad essi ci evincono che questo suo regnare ha comportato fatica, dolore, smarrimento e anche solitudine nell'orto degli ulivi, dove la preghiera faceva a pugni con la paura: "Allontana da me questo calice. Però sia fatta la tua, non la mia volontà"(Lc 22, 42).
In quest'ultima espressione vi è una duplice volontà: quella umana e quella divina. La prima affronta lo spavento della sofferenza e della morte, senza tuttavia soccombere ad esso, ma trovando nella fede la soluzione al problema: sia fatta la tua volontà anche se io come uomo preferirei diversamente. La volontà divina è quella che coincide con il volere salvifico del Padre e che sin dall'eternità Gesù (quale Verbo eterno) con il Padre ha sempre condiviso e ribadisce tuttora: mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e terminare la sua opera (Gv 4, 34), cioè realizzare il suo piano di salvezza eterna. Si tratta di due volontà che in altre situazioni contrasterebbero, ma che adesso sono in perfetta simbiosi.

 

Fonte : www.lachiesa.it

Commento alla Prima Domenica di Quaresima Anno A

Omelia 
don Lucio D'Abbraccio

Rinunciamo a Satana e a tutte le sue opere e seduzioni!

Il Vangelo della prima domenica di Quaresima presenta ogni anno l'episodio delle tentazioni di Gesù, quando lo Spirito Santo, sceso su di Lui dopo il battesimo nel Giordano, lo spinse ad affrontare apertamente Satana nel deserto, per quaranta giorni, prima di iniziare la sua missione pubblica: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo».
Il tentatore cerca di distogliere Gesù dal progetto del Padre, ossia dalla via del sacrificio, dell'amore che offre se stesso in espiazione, per fargli prendere una strada facile, di successo e di potenza. Il duello tra Gesù e Satana avviene a colpi di citazioni della Sacra Scrittura: «Sta scritto...». Il diavolo, infatti, per distogliere Gesù dalla via della croce, gli fa presenti le false speranze messianiche: il benessere economico, indicato dalla possibilità di trasformare le pietre in pane; lo stile spettacolare e miracolistico, con l'idea di buttarsi giù dal punto più alto del tempio di Gerusalemme e farsi salvare dagli angeli; e infine la scorciatoia del potere e del dominio, in cambio di un atto di adorazione a Satana. Sono i tre gruppi di tentazioni: anche noi li conosciamo bene!
Gesù respinge decisamente tutte queste tentazioni e ribadisce la ferma volontà di seguire la via stabilita dal Padre, senza alcun compromesso col peccato e con la logica del mondo. Notate bene come risponde Gesù. Lui non dialoga con Satana, come aveva fatto Eva nel paradiso terrestre. Gesù sa bene che con Satana non si può dialogare, perché è tanto astuto. Per questo Gesù, invece di dialogare come aveva fatto Eva, sceglie di rifugiarsi nella Parola di Dio e risponde con la forza di questa Parola. Ricordiamoci di questo: nel momento della tentazione, delle nostre tentazioni, niente argomenti con Satana, ma sempre difesi dalla Parola di Dio! E questo ci salverà. Nelle sue risposte a Satana, il Signore, usando la Parola di Dio, ci ricorda anzitutto che «non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»; e questo ci dà forza, ci sostiene nella lotta contro la mentalità mondana che abbassa l'uomo al livello dei bisogni primari, facendogli perdere la fame di ciò che è vero, buono e bello, la fame di Dio e del suo amore. Ricorda inoltre che «sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"», perché la strada della fede passa anche attraverso il buio, il dubbio, e si nutre di pazienza e di attesa perseverante. Gesù ricorda infine che «sta scritto: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"»; ossia, dobbiamo disfarci degli idoli, delle cose vane, e costruire la nostra vita sull'essenziale.
Queste parole di Gesù troveranno poi riscontro concreto nelle sue azioni. La sua assoluta fedeltà al disegno d'amore del Padre lo condurrà dopo circa tre anni alla resa dei conti finale con il «principe di questo mondo» (cf Gv 16,11), nell'ora della passione e della croce, e lì Gesù riporterà la sua vittoria definitiva, la vittoria dell'amore!
Il tempo della Quaresima è occasione propizia per tutti noi per compiere un cammino di conversione, confrontandoci sinceramente con questa pagina del Vangelo. Rinnoviamo le promesse del nostro Battesimo: rinunciamo a Satana e a tutte le sue opere e seduzioni - perché lui è un seduttore -, per camminare sui sentieri di Dio e «giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito» (Orazione colletta della I Dom. di Quaresima Anno A). Amen!

 

Fonte : www.lachiesa.it

Commento alla Quarta Domenica di Quaresima Anno A

Omelia 
padre Antonio Rungi

Dal pozzo di Giacobbe alla piscina di Siloe: la samaritana e il cieco nato

In questa quarta domenica di Quaresima, definita della letizia, l'ampio brano del vangelo di Giovanni ci porta con Gesù a Gerusalemme, dove il Maestro e Messia guarisce dalla cecità fisica e spirituale un cieco nato. Tanti gli elementi biblici e dottrinali che sono rinchiusi in questo testo, ben sapendo che il quarto vangelo è quello teologico e di approfondimento della persona di Cristo quale Figlio di Dio, Salvatore del mondo e Redentore di tutta l'umanità.

Il brano inizia con la precisazione di Gesù che deve fare ai discepoli che di fronte a un uomo cieco dalla nascita lo interrogarono sulle conseguenze del peccato dei genitori o dello stesso cieco che ha inciso sulla vista. Si evidenzia subito la falsa concezione allora vigente presso la gente del rapporto tra malattia fisica e peccato. Gesù sfata subito questa affermazione dicendo che la malattia non è conseguenza del peccato. Il dolore è occasione per la manifestazione della potenza di Dio, in questa specifica circostanza come sempre, e non una punizione. La presenza di Cristo nella storia dell'umanità è motivo di luce, speranza e carità. Fin quando si è in pieno giorno e nella luce bisogna operare facendo il bene. Questa luce è Gesù stesso e lo fa afferma dicendo che finché egli è nel mondo, Lui ne è la luce.

Dopo aver posta la premessa passa direttamente alla guarigione del cieco, adottando una procedura particolare: emette la saliva dalla bocca e impasta la polvere, facendo del fango. Chiaro riferimento alla creazione dell'uomo, di cui ci parla la Genesi. Una volta ottenuto l'impasto, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: di andare a lavarsi nella piscina di Sìloe. Cosa che il cieco, avendo piena fiducia nel Signore, fa subito. Dopo di ciò tornò da Gesù che ci vedeva perfettamente. Il miracolo è compiuto. Chiaramente per quanti non credevano misero in dubbio il miracolo e la stessa cecità dell'uomo. Tanti dubbi nei farisei pur di non ammettere la verità della guarigione operata dal Signore. Una volta convinti di ciò che era successo, si passa a chiedere in che modo questo miracolo era avvenuto. Il cieco spiega con dovizia di particolari come aveva iniziato a vedere.

Consolidata l'idea di un miracolo operato da Gesù, si passa a processalo per il fatto che aveva agito di sabato, durante il quale era proibito fare qualsiasi cosa, ma abbeverare gli animali sì. Motivo per i farisei per condannare Gesù, in quanto un peccatore non può compiere segni del genere. Quindi ritenevano Gesù un uomo qualsiasi e non certamente per quello che il miracolo esprimeva in modo evidente: il Messia. Il successivo passo compiuto dai farisei per mettere in dubbio la divinità di Cristo è di fare un interrogatorio al neo vedente. Il cieco guarito afferma che Gesù è un profeta! E come tale nelle piene facoltà di operare fatti straordinari come guarirlo dalla cecità. La sua è una professione di fede semplice e limpida, avendo sperimentato il dono ricevuto che non fu soltanto la vista che recupera per la prima volta, ma anche la luce della fede che gli faceva vedere in Gesù il Profeta. Non bastò neanche questa affermazione, in quanto i Giudei non credettero che fosse stato cieco e che non avesse avuto la vista. E allora pensarono di chiedere direttamente ai suoi genitori, i quali confermarono che era loro figlio e che era cieco dalla nascita, aggiungendo che non sapevano come era avvenuto il prodigio. Questo atteggiamento prudenziale da parte dei genitori era dettato dal fatto che essi avevano paura dei Giudei, in quanto costoro avevano già stabilito che, se uno avesse riconosciuto Gesù come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Chi ci tiene alla fede la difende in tutti i modi. Di nuovo interrogano l'ex-cieco, chiedendo a lui di dire la verità. Il cieco confermò la sua totale guarigione istantanea e iniziò a difendere apertamente Gesù. Alla fine confermando la loro idea che sia lui che Gesù erano peccatori, lo cacciarono fuori dalla sinagoga.

Gesù appena seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo incontrò gli pose queste domande, per verificare il grado di fede suscitato in lui il miracolo ricevuto: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Lui rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». A questo punto la professione di fede è totale e convincente. Il cieco guarito disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui". E' l'atto di ringraziamento e di gratitudine al Signore per il dono ricevuto.

Al che Gesù coglie l'occasione per dire a tutti i presenti queste toccanti parole che riguardano tutti ed attengono al discorso della fede e della redenzione: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano presenti subito replicarono: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane». In poche parole la loro presunta rettitudine, onestà e santità viene azzerata con poche ma precise parole dette da Gesù ai farisei del suo tempo e che hanno un valore per tutti i presunti santi e giusti di questo nostro mondo. Più pensiamo di vedere con la nostra fede e più siamo accecati nella nostra presunzione e nel nostro orgoglio. Ripartire dall'umiltà della fede e lasciarsi guidare nella vita perché Cristo illumini la nostra intera esistenza e non solo un attimo o un momento di essa. Affidiamo questa voltà di rinnovamento a San Giuseppe, sposo castissimo di Maria e padre putativo di Gesù che celebreremo domani 20 marzo 2023.

 

Fonte : www.lachiesa.it

Commento alla Quinta Domenica di Quaresima Anno A

Omelia
fr. Massimo Rossi

Commento su Giovanni 11,1-45

Il tempo di quaresima sta per compiersi; domenica prossima, domenica delle Palme, ascolteremo il
lungo racconto della passione di Gesù, secondo la versione di Matteo, e daremo solenne avvio alla
settimana santa. Auguro a tutti di poter celebrare le liturgie del Triduo Pasquale, per giungere
?caricati' alla veglia del sabato santo con il cuore pieno e la coscienza leggera...
La profezia di Ezechiele - "Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o
popolo mio. (...) Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete..."
 - profuma già di risurrezione, e ci
introduce al racconto dell'ultimo miracolo di Gesù, secondo la redazione di Giovanni: la
risurrezione di Lazzaro.
La vicenda è riportata solo dal quarto evangelista: intorno alla malattia e alla morte di Lazzaro si
sviluppano due dialoghi: il primo fra Gesù e i discepoli, il secondo fra Gesù e le sorelle del morto,
Marta e Maria. Il primo scaturisce dal comportamento del Signore quantomeno strano: il Maestro
ama l'amico morto e tuttavia non corre a guarirlo prima che muoia. Il secondo dialogo prende le
mosse dalla fede di Marta e Maria, una fede adulta, capace di superare lo sconcerto che nasce
dall'apparente insensibilità di Gesù, ma che tuttavia manca ancora di un aspetto importante per
potersi dire (fede) cristiana.
L'episodio raccontato al capitolo 11 svolge un ruolo centrale nel quarto Vangelo, e fa da spartiacque
tra la prima parte - la vita pubblica di Gesù - e la seconda - la cena di addio e la passione -. La
risurrezione di Lazzaro prefigura la risurrezione di Cristo;
 il prodigio di Betania, che avrà
un'eco straordinaria in tutta la Giudea, farà precipitare la vicenda di Gesù, convincendo le autorità
che è necessario mettere a morte il Nazareno e i suoi testimoni - Lazzaro compreso -.
Parlando con i Dodici, il Maestro di Nazareth dichiara che la malattia dell'amico non è per la morte,
ma perché si manifesti la vittoria di Dio sulla morte. Richiamando Lazzaro in vita, Gesù
manifesta nuovamente la sua gloria, una gloria che non è fine a se stessa, come poteva sembrare
la trasfigurazione sul Tabor, ma è in funzione della nostra salvezza.

Gli Apostoli non comprendono.
Il tema dell'incomprensione è centrale anche nel quarto Vangelo. Sembra che lo scrittore ispirato
lo faccia apposta ad alimentare nel lettore dubbi e perplessità: se Gesù amava così tanto Lazzaro,
perché lo lascia morire, e soltanto dopo scende a Betania, sfidando i capi del popolo che già
avevano tentato di ucciderlo? 
Questa domanda, non è solo dei Dodici, non è solo delle due
sorelle; è la domanda dei parenti e amici della famiglia di Lazzaro che avevano vistoo il Signore
piangere davanti al sepolcro dell'amico: "Ha aperto gli occhi ai ciechi; non poteva anche fare in
modo che costui non morisse?".

Con il suo comportamento in apparenza contraddittorio, Gesù vuole tuttavia insegnarci che la
morte non è la prova che il Cielo ci ha abbandonati, 
ma rientra in un disegno di salvezza e di
amore. Quello di Dio è un amore che va al di là del singolo uomo - Lazzaro -, e punta alla
salvezza di tutti.

Il racconto è pervaso da un'atmosfera di dolore e di paura, dolore e paura di fronte alla morte.
Due sentimenti che il Signore conosceva bene e che avrebbe sperimentato in tono drammaticamente
singolare pochi giorni dopo, nell'orto degli ulivi.
Tuttavia, nel presente caso (Gesù) non resta prigioniero della paura e del dolore.
Il Figlio di Dio comprende il significato della propria morte, di quella di Lazzaro e anche della
nostra: è un segno di redenzione e di risurrezione; per questo chiama la morte dell'amico
"sonno".

"Tuo fratello risorgerà!", dichiara Gesù a Marta: e questa confessa la fede nella risurrezione dei
morti, quella dell'ultimo giorno... Ma il Signore, con delicatezza, la corregge, rivelandole ciò che
ancora le manca per dirsi veramente cristiana: la risurrezione passa attraverso la persona di
Gesù 
"Io sono la risurrezione e la vita!" -;
La risurrezione è una realtà presente, non soltanto una promessa futura.
Nella fede, è possibile risorgere già ora! Da quando il Figlio è venuto nel mondo,
la Vita di Dio non è più al di fuori nella nostra realtà,.

Si tratta di credere che, nonostante le apparenze, l'unica verità è la vittoria di Cristo sulla
morte, cioè sulle nostre debolezze, sulla nostra incapacità di amare, sui nostri peccati.

Gesù non dice soltanto "io sono la vita", ma anche "(io sono) la risurrezione!": vi è in questo
l'idea del passaggio, del mutamento radicale; (l'idea) di una conversione espressa in termini radicali
e precisi: dall'impotenza assoluta secondo la carne, alla fede certa nella vittoria sulla morte.
La vita non è annientata dalla morte, anzi, (la vita) si serve addirittura della morte per
rinascere più forte - immortale -.

Concludo richiamando un ultimo fatto importante: Gesù attira l'attenzione sul Padre che ha
ascoltato la sua preghiera, che sempre lo ascolta. Tutto si svolge in un clima di intensa e profonda
preghiera: la salvezza è sempre un dono celeste; ecco la lezione!

 

Fonte : www.lachiesa.it

Commento alla Seconda Domenica di Quaresima Anno A

Omelia 
don Lucio D'Abbraccio

Impariamo a salire e a scendere!

Il Vangelo di questa II domenica di Quaresima ci presenta l'evento della Trasfigurazione. È la seconda tappa del cammino quaresimale: la prima, le tentazioni nel deserto, domenica scorsa; la seconda: la Trasfigurazione. Gesù, abbiamo ascoltato, «prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte, su un alto monte». La montagna nella Bibbia rappresenta il luogo della vicinanza con Dio e dell'incontro intimo con Lui; il luogo della preghiera, dove stare alla presenza del Signore. Lassù sul monte, avvenne un singolare fenomeno: il volto di Gesù «brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». In tal modo il Signore fece risplendere nella sua stessa persona quella gloria divina che si poteva cogliere con la fede nella sua predicazione e nei suoi gesti miracolosi. Gesù, dunque, si mostra ai tre discepoli trasfigurato, luminoso, bellissimo; e poi appaiono Mosè ed Elia, «che conversavano con lui». Di cosa conversavano? Dell'esodo che lo attendeva a Gerusalemme, cioè della sua Pasqua. Il suo volto, continua l'autore sacro, era così splendente e le sue vesti così candide, che Pietro ne rimane folgorato, tanto che vorrebbe rimanere lì, quasi fermare quel momento: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Pietro stava ancora parlando «quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: "Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo"». Questa parola è importante! Dio Padre dice anche a noi ciò che ha detto a questi apostoli: «Ascoltate Gesù, perché è il mio Figlio prediletto». In questa settimana meditiamo su questa parola: «Ascoltatelo!». Sì. Dobbiamo ascoltare Gesù! Per entrare nella vita eterna bisogna ascoltare Gesù, seguirlo sulla via della croce, portando nel cuore come Lui la speranza della risurrezione.
È molto importante questo invito del Padre. Noi, discepoli di Gesù, siamo chiamati ad essere persone che ascoltano la sua voce e prendono sul serio le sue parole. Per ascoltare Gesù, bisogna essere vicino a Lui, seguirlo, come facevano le folle del Vangelo che lo rincorrevano per le strade della Palestina. Gesù non aveva una cattedra o un pulpito fissi, ma era un maestro itinerante, che proponeva i suoi insegnamenti, che erano gli insegnamenti che gli aveva dato il Padre, lungo le strade, percorrendo tragitti non sempre prevedibili e a volte poco agevoli. Ma dobbiamo ascoltare Gesù anche nella sua Parola scritta, ossia nel Vangelo. Sorge una domanda: noi leggiamo tutti i giorni un passo del Vangelo? Leggiamo quotidiani, riviste culturali, scientifiche, di gossip, ma il Vangelo lo leggiamo? Sarebbe bello se ognuno di noi, ogni giorno, leggesse una paginetta del Vangelo. È attraverso la sua Parola che il Signore Gesù ci parla!
Ebbene, da questo episodio della Trasfigurazione vorrei cogliere due elementi significativi, che sintetizzo in due parole: «salita» e «discesa». Oggi viviamo in un mondo frenetico, in una società chiassosa. Corriamo sempre! Non abbiamo mai tempo! Gesù, abbiamo ascoltato, prende in disparte tre dei suoi apostoli. Anche noi abbiamo bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna in uno spazio di silenzio, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore. Questa voce noi la possiamo percepire nella preghiera. Ma non possiamo rimanere isolati per sempre! L'incontro con Dio nella preghiera ci spinge nuovamente a «scendere dalla montagna» e ritornare in basso, nella pianura, dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, povertà materiale e spirituale. A questi nostri fratelli che sono in difficoltà, siamo chiamati a portare i frutti dell'esperienza che abbiamo fatto con Dio, condividendo la grazia ricevuta. Quando noi ascoltiamo la Parola di Gesù, quella Parola deve penetrare nel nostro cuore e quella Parola deve crescere. E sapete come cresce? Annunciandola agli altri! La Parola di Cristo in noi cresce quando noi la proclamiamo, quando noi la mettiamo in pratica. Essere veri cristiani e vivere la vita cristiana significa mettere in pratica ciò che Gesù ha detto! Significa fare la volontà di Dio come l'ha fatta Gesù, la Madonna, i santi!
La Vergine Santa ci aiuti affinché possiamo proseguire con fede e generosità questo itinerario della Quaresima, nel «salire» sempre di più con la preghiera per ascoltare Gesù e a «scendere» con la carità fraterna, annunciando Gesù. Amen!

 

Fonte : www.lachiesa.it

Commento alla Terza Domenica di Quaresima Anno A

Omelia
padre Gian Franco Scarpitta

Lo sposo e l'acqua viva

Cristo è lo sposo della Chiesa e ha dato se stesso per lei (Ef 5, 25 - 27), ma la Chiesa non si restringe al solo gruppo dei credenti: si estende a tutti gli uomini che sono invitati a farne parte e che in ogni caso non mancano di usufruire dell'amore di Dio e della fratellanza universale di Gesù. In lui tutte le distanze sono ravvicinate e tutti i popoli sono uno (Gal 3, 29) e la salvezza, nella comunione con lui, è indirizzata a tutti gli uomini. In Gesù c'è un rinnovato procedimento di raggiungere Dio, perché egli stesso comunica Dio all'uomo identificandolo come Padre di misericordia e nello Spirito Santo, per mezzo di lui, siamo invitati ad aderire a questo amore paterno. Tutti, senza distinzioni. L'amore di Dio è universale e gratuito, la sia misericordia supera le divisioni e le discordie che gli uomini si sono creati e la volontà di Dio di realizzare in suo Figlio Gesù la comunione di tutti i popoli attesta che lo stesso Gesù è lo sposo dell'umanità intera, poiché la Chiesa è protratta verso tutti.
Eccoci al senso della liturgia odierna, che ci induce a considerare (giustamente) immediatamente Gesù come fonte di acqua viva, ma che non possono esimerci da considerare innanzitutto il matrimonio e il "pozzo".
Nella Bibbia i pozzi non sono solamente luoghi in cui le persone di paese attingono acqua per se stesse, per le proprie famiglie e per il loro bestiame; sono anche luogo in cui ci si incontra e dove avvengono le conoscenze fra uomo e donna che conducono al fidanzamento e al matrimonio. Mosè presso un pozzo incontra Zippora, che diventerà sua moglie; il servo di Abramo individua in Rebecca una moglie per il figlio Isacco e Giacobbe incontra Rachele mentre questa sta conducendo le pecore al pozzo. Non c'è da stupirci quindi che Gesù, proprio al pozzo della città di Sicar che Giacobbe aveva dato in dono a Giuseppe, come Messia e Salvatore, prende come sposa una terra che altri hanno sempre ripudiato e deprezzato: la terra di Samaria.
Il dialogo con questa donna si conclude infatti con la conversione dei Samaritani, che aderiscono a Gesù non più per la testimonianza della conversatrice amica di Gesù, ma per il fatto che essi stessi fanno esperienza di lui, entrano in sintonia e realizzano un incontro.
Tutto comincia quando Gesù, stremato dalla fatica e assetato avvicina questa donna che si era recata al pozza ad attingere acqua e le dice: "Dammi da bere", superando lo stupore e l'imbarazzo di costei, che si meraviglia che lui chieda da bere a una persona samaritana, per di più di sesso femminile. Cosa inaudita per i suoi contemporanei, abituati a prendere le distanze dai Samaritani, con i quali sorgevano divergenze, liti, scontri e fazioni. La Samaria era considerata territorio impuro, abietto e detestabile da Giudei, perché avvezza alla venerazione di false divinità. Anche a costo di allungare il suo viaggio di centinaia di chilometri, un Giudeo diretto in Galilea evitava di percorrere la Samaria e prendeva la via del mare.
L'evangelista Giovanni invece dice che Gesù "doveva" percorrere la Samaria per il proposito del suo viaggio; non doveva quindi nutrire avversità, pregiudizi, rimostranze, ma considerare regolare e conforme trattare i Samaritani come tutti gli altri. E infatti non lesina a parlare a questa donna con estrema confidenza, apertura, attenzione, quasi preferendo la sua compagnia a quella dei discepoli che subentrano in un secondo momento. Con la samaritana Gesù usa un atteggiamento empatico e di estrema amorevolezza, senza puntare il dito su nulla e penetrando nella profondità del suo cuore: "Hai detto bene, non hai marito". Gesù infatti sa cosa alberga nell'uomo (Gv 2, 25) e conosce ciascuno nella sua realtà più profonda. Sa quali sono i nostri pensieri, le nostre apprensioni e i nostri desideri. Penetra nell'intimità di ciascuno di noi e ci conosce fino in fondo. Essere conosciuti e scrutati fino in fondo dopotutto comporta sentirsi apprezzati, accettati e stimati e questo reca sollievo e incoraggiamento perché rivela che non siamo estranei a chi ci scruta fino in fondo per comprenderci e conoscere al meglio i nostri problemi e le nostre difficoltà. Solo Dio è capace di esplorare il nostro animo e solo in Gesù nostro fratello può farlo nella forma migliore perché ci sentiamo amati e valorizzati. Secondo un paradigma con la vita religiosa, potremmo dire che in Gesù, Dio entra nella nostra clausura senza violarla. Come nel caso di questa donna, la cui intimità viene svelata senza meraviglia, conosce benissimo la sete inconsapevole di cui noi soffriamo e vi provvede risolutamente e contemporaneamente ella si sente motivata e spronata ad uscire da se stessa per instaurare amichevole relazione con Colui che comincia a riconoscere come il Messia.
Proponendosi alla Samaritana che cosa offre? L'acqua viva di cui lui stesso è la sorgente, quella che appaga il desiderio di ogni uomo. Mosè aveva soddisfatto la sete degli Israeliti quando questi protestavano contro di lui per mancanza di acqua durante la peregrinazione nel deserto: aveva fatto sgorgare acqua battendo su una roccia come Dio gli aveva comandato (Nm 20, 6 - 11; Es 17, 1 - 3) e dissetandosi il popolo d'Israele cessò le sue geremiadi contro il Signore; Gesù nel presentare la sorgente di acqua che in lui risiede promette lo Spirito Santo che come acqua appagherà la nostra sete universale: "Chi ha sete venga a me e beva"(Gv 7, 37) e in questo dissetarci e ristorarci realizza con noi una relazione da "sposo" affascinato di un'umanità precaria e malata, le cui sorti vuole risollevare in senso globale, cioè verso tutti e senza distinzioni. Di più: Gesù afferma che "Chi crede in me, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno"(Gv 7, 38), il che vuol dire che riponendo in lui fiducia e speranza saremo in grado di procurarci da noi stessi il prezioso liquido per la vita. Purché siamo propensi a riconoscere in lui la fonte, la sorgente da cui ogni possibilità di dissetarsi può scaturire.
Questo sposalizio festeggiato con acqua viva e dissetante ci motiva ancor di più a cercare Dio e ad andargli incontro, ben considerato che il primo a cercarci è stato proprio lui. Come l'acqua dona forza e vigore per riprendere la corsa, così Gesù sorgente di acqua viva ci incoraggia a proseguire il percorso di conversione facendocene provare la consistenza e la bellezza, sebbene esso sia costellato da difficoltà.

Fonte : www.lachiesa.it

Commento alle domenica delle Palme Anno A

Omelia (05-04-2020) dal sito laChiesa.it
don Roberto Seregni
Un re crocifisso

Carissimi amici,
dopo una quaresima davvero indimenticabile, siamo arrivati alla domenica delle Palme. Quest'anno non sventoleremo rami di ulivo, ma le nostre paure e le nostre solitudini; non faremo processioni verso le nostre chiese, ma santificheremo con pazienza e amore i corridoi e le stanze delle nostre case; non potremo riunirci come comunità, ma potremo trasformare le nostre case in chiese domestiche in ascolto della Parola.
Quest'anno il Signore ci chiama a una profonda conversione per vivere questa Settimana Santa ?rivestiti di Cristo? (Rm 13,14) in comunione con tutti quelli che stanno lottando, soffrendo e sperando.

Vorrei fermare la vostra attenzione sull'iscrizione posta sulla Croce di Gesù:?Costui è Gesù, il re dei Giudei?. È vero: Gesù è re, ma è un re completamente diverso dalle attese dei suoi discepoli. Un re che sorprende. Un re che dobbiamo ancora imparare a conoscere, a amare, a contemplare.
É un re che entra a Gerusalemme non con un cocchio regale, ma con un asinello dato in prestito.
È un re che tra il tradimento di Giuda e l'annuncio del rinnegamento di Pietro, dona tutto se stesso nel pane spezzato e nel calice della nuova alleanza.
É un re che si spoglia delle sue vesti e tra gli sguardi sbigottiti dei presenti si mette in ginocchio e inizia a lavare i piedoni dei dodici discepoli.
É un re fragile e indifeso come ogni uomo.
É un re solo, abbandonato dai suoi amici.
É un re senza trono e senza scettro, nudo e irriconoscibile, appeso ad una croce.
É un re che ha bisogno di un cartello per essere riconosciuto.
È un re che muore nella piú completa solitudine, come sono morti tutti gli infettati del coronavirus.

Questo è senza dubbio uno dei tratti piú misteriosi e stupendi della Croce: Gesù condivide l'abbandono, la solitudine, la povertà e la morte con tutti i crocifissi della storia. Gesù non ci salva dalla morte, ma nella morte, ci salva condividendo radicalmente la nostra povertà e fragilità. Questa è la grandezza dell'amore di Gesù. La sua debolezza è il segno piú luminoso della potenza del suo amore.

Un abbraccio
don Roberto