II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)

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Omelia (19-04-2020)
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COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura di don Marco Simeone

Dopo secoli di predicazione sull'incredulità di san Tommaso, difficilmente potrei riuscire a riabilitarlo in quel suo discorso sulle piaghe; eppure Tommaso è tutto tranne che un incredulo! Forse bisogna partire esattamente da qui, per capire questa domenica in cui sono accadute tante cose.
Gesù appare in mezzo (il vangelo usa sempre questa espressione) ai dodici (è interessante che qui al massimo sono undici perché Giuda si era già tolto di mezzo, ma il gruppo in quanto comunità rimane, questo vuol dire essere chiesa e ragionare da chiesa: ciò che mi definisce è come Dio mi vede, né consensi né modelli funzionali) e pronuncia queste parole: "Pace a voi!"
I dieci lì presenti avevano tutti fallito la prova: tutti avevano lasciato solo il maestro. Pietro che aveva detto di essere pronto a morire con Lui l'aveva rinnegato davanti alla serva, gli altri erano fuggiti più o meno lontano. Giovanni fa eccezione perché era conosciuto dal sommo sacerdote e godeva di una qualche facilitazione, ma comunque nessun tentativo di liberarlo e nemmeno di morire con Lui... begli amici potremmo dire! Chissà io cosa gli avrei detto!
Chissà che paura avranno avuto. Ma Gesù, per fortuna, non è come noi e nemmeno come lo vorremmo! Ogni volta che invochiamo una salutare punizione sui peccatori, su quelli che fanno il male, o semplicemente su chi non ci garba, dovremmo ricordarci bene le parole di Gesù: ?Pace a voi!?, parole semplici e dirette.
Il Signore non continua a contestare in eterno la colpa, dice la Scrittura, è lo Spirito che convince il mondo circa il peccato e, una volta che ci è chiaro come il sole, allora c'è tutto lo spazio per la rivelazione del volto di Dio, proprio come a Mosè sul monte -dopo l'infedeltà del vitello d'oro- dove Egli rivela il suo nome: colui che è misericordioso e pietoso, che punisce la colpa fino alla quarta generazione e che ama fino alla millesima generazione. La rivelazione sul Sinai è solo l'inizio, qui c'è il compimento: davanti alla morte e a tutto il male del mondo che Gesù si era caricato su quella croce, Lui vince e ci consegna la pace. Proprio così: come li vede gli fa il dono della pace, quella Sua. Nell'ultima cena gli aveva promesso la Sua pace che non ha niente a che fare con quella del mondo: questo è il momento in cui ne fa il dono eterno. Basterebbe questo.
Ma è solo l'inizio, Egli rinnova la vocazione e la missione: proprio come il Padre mi conosce e mi ama e mi ha consegnato la missione di salvare il mondo, ora io consegno questo a voi, perché io vedo voi come il Padre vede me, con lo stesso amore e la stessa fiducia.
È un'enormità! E pensate che questa frase è stata detta anche a voi, in quelle parole di Gesù di duemila anni fa ci siete anche voi ed io ma, a scanso di equivoci, ci vengono ripetute nei grandi momenti (Battesimo, Cresima Matrimonio o Ordine Sacro) e nella quotidianità (ad esempio nella messa), nei momenti speciali in cui Gesù ci ha toccato il cuore facendoci provare un pochino di quella pace.
Certo, dietro l'angolo sta subito pronta la scusa: ma io come faccio, sono debole, non sono in grado... e queste "speciali" litanie che conosciamo bene, potrebbero continuare all'infinito; e allora segue il terzo colpo di scena: Io vi invio lo Spirito Santo!
Questo dono vi trasforma in strumento della misericordia di Dio, potrete perdonare i peccati (cosa che solo Dio può fare) perché avete sperimentato cosa è la misericordia, ed io vi dono di condividere il mio cuore (in fondo questa è la confessione: essere guardati con amore dal Signore che ripara i danni che il male ha fatto in noi anche con la nostra, purtroppo, partecipazione). Una volta che si è toccato con mano la nostra pochezza e aver visto che l'amore onnipotente del Signore è capace di accogliere tutto questo e di guarirlo, solo allora la misericordia non è un'ideale teorico (quando si usa la frase che "dovrebbe essere così..."), ma una realtà che produce un frutto che rimane. La prima lettura raccontava che questa novità di vita arrivava a scardinare anche le roccaforti più dure: ad esempio i soldi, infatti li mettevano in comune perché non c'era più l'assillo dell'accumulo per un futuro, ma la gioia di condividere con i fratelli un'esperienza molto più grande che faceva semplicemente sparire le certezze di prima.
Tutto meraviglioso... ma Tommaso?
Secondo me il dubbio di Tommaso non è sulla realtà della resurrezione perché troppo difficile da credere, perché è letteralmente in-credibile. Secondo me la sofferenza di Tommaso sta nel dubitare dei suoi compagni: ?Per voi è stato così terribile vedere la passione di Gesù che adesso volete cancellare quel dolore e nascondere tutto non più sotto il tappeto, ma nella luce della resurrezione? Se Gesù è risorto, come spero, la prova, il dna di Gesù, sta nei segni della sua passione, se è vero ha i segni dei chiodi!?
Io penso che questa sia la radice del dubbio di Tommaso: la via di Gesù non è stato un incidente, un errore di calcolo, è andato in croce perché ci voleva andare, era la sua missione, si poteva allontanare da essa chissà quante volte, si sarebbe potuto difendere, avrebbe potuto fare uno di quei meravigliosi discorsi e sbugiardare il sommo sacerdote, e invece no. Gesù l'aveva detto -almeno 3 volte come riportano i vangeli- e loro non avevano voluto ascoltare, tutto era poi realmente tutto accaduto. Da questo consegue che il Gesù che vorrei, quello che la fantasia immagina, una sorta di incrocio tra Mannie aggiustatutto e un rassicurante peluche, mai e poi mai parlerebbe di croce; quello vero -direi che è anche l'unico che realmente esiste- è quello che è andato in croce e lì ha dato la sua vita per me, quello che dall'alto della croce ha consegnato al Padre il suo spirito.
Gesù o lo capiamo dalla croce o non lo capiamo affatto, ne è prova il travaglio che tutti stiamo vivendo in questi giorni di Pandemia: quanti sono arrabbiati con Dio o gli sembra che cadano tutte le certezze. Tutto questo porta la firma di Gesù: è venuto a dare compimento alla Legge e a fare nuove tutte le cose, non a dare pacche sulle spalle e sorrisi qua e là. La croce è il luogo dove si è manifestato fino in fondo l'amore che Gesù (e tutta la Trinità) ha per noi: tu mi metti in croce ed io non smetto di amarti, tu mi uccidi ma il mio amore è più forte della morte.
Allora il dubbio di Tommaso è verso i suoi compagni e non verso Gesù, è sincero, non penso proprio che l'abbia sparata grossa. La domenica dopo Gesù sta lì per lui: ?guarda e stendi la mano, queste sono le piaghe?. Il vangelo non ci dice che tocchi le piaghe, gli è sufficiente (direi a ragione) vedere Gesù e vedere le piaghe, e lì fa la professione di fede: tu sei il mio Signore (solo a te do retta, per capirci) e sei il mio Dio (sei l'origine della mia vita e il fine della mia vita)!
Il Risorto ci fa capire la passione e la passione ci aiuta a capire il Risorto, se manca una non c'è più nemmeno l'altro.
A partire da questo guardiamo la nostra vita, l'emergenza del virus, i problemi economici, ma anche le cose belle, gli affetti, la vita che ci è stata data. Ogni nostra croce è spiegata dalla croce di Gesù e, allo stesso tempo, esperienza di resurrezione. Solo esperienze di questa portata trasformano il cuore e fanno fare scelte grandi, solo così si spiega l'entusiasmo e la forza profetica delle prime comunità.
La domanda di Tommaso arriva fino a noi: il Gesù in cui credi è quello che è passato per la croce? Per noi pastori: il Gesù che annunciamo è quello che è passato per la croce e ne porta i segni gloriosi per l'eternità?
La risposta di Gesù a Tommaso ci dice che ogni dubbio sincero qui trova cittadinanza..

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