SULLA CURA DOVUTA AI MORTI

 

Domanda di Paolino: Quale utilità per uno l’essere sepolto presso la Memoria

di un santo?

 

1. 1. È tanto tempo, o venerando coepiscopo Paolino, che alla tua santità sono in debito di una risposta, da quando mi mandasti quel tuo scritto tramite i messi della nostra religiosissima figlia Flora, e mi chiedevi quale giovamento poteva esserci per uno dal fatto che il suo corpo, dopo la morte, venisse sepolto presso la Memoria di un santo. Era quello che aveva chiesto a te la summenzionata vedova in merito al suo figliolo che era morto in coteste parti e alla quale avevi risposto consolandola e raccontandole della salma del giovane fedele Cinegio, per il quale l’affetto religioso della madre aveva disposto che tutto fosse fatto il meglio possibile, e che venisse tumulato nella basilica del beatissimo confessore Felice. Così hai colto l’occasione che, con gli stessi latori della tua lettera, hai scritto anche a me per coinvolgermi nella medesima questione, chiedendomi che cosa ne pensi io e, da parte tua, manifestando che cosa ne pensi tu. Tu dichiari che non ti sembrano inutili i sentimenti di questi animi religiosi e fedeli che hanno a cuore queste cose per i loro cari. E aggiungi che non può essere senza significato l’antica usanza della Chiesa universale di pregare per i defunti; e che da questa usanza si può dedurre anche che è utile all’uomo, dopo la morte, se la premura affettuosa dei suoi cari nell’inumarne il corpo gli assegna anche un posto che esprima già di per sé il desiderio della protezione dei santi.

 

Nel comportamento in questa vita si determina ciò che gioverà per l’altra.

 

1. 2. Però, stando così le cose, tu dici di non capir bene se a questa opinione non contraddica quanto afferma l’Apostolo: Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute mentre era nel corpo, sia in bene sia in

male 1. È chiaro che questo detto dell’Apostolo ammonisce che è prima della morte che si deve provvedere a ciò che può essere utile dopo. La questione si risolve così che, vivendo bene quando si vive nel corpo, si raggiunge la possibilità che le suddette cose siano di giovamento quando si sarà morti; e perciò, secondo quello che essi fecero per mezzo del corpo, potranno esser loro di giovamento le cose che devotamente si faranno per loro dopo il tempo del corpo. Quindi ci sono di quelli a cui queste cose non porteranno alcun vantaggio: o che si facciano per coloro che hanno meritato tanto male da non esser degni di avere nessun aiuto, o che si facciano per coloro che hanno meritato tanto bene da non aver bisogno di nessun aiuto. Quindi il modo con cui ciascuno è vissuto mentre era nel corpo fa sì che giovi o non giovi quanto religiosamente si fa per lui quando non sarà più nel corpo. Il merito per cui queste cose potranno giovare, se non si è acquistato in questa vita, invano lo si cercherà dopo questa vita. Ecco perché la Chiesa, o anche il

devoto affetto dei propri cari, fa tutto quel che può di bene per i defunti; però ciascuno riceverà la ricompensa delle opere compiute mentre era nel corpo sia in bene che in male, perché il Signore renderà a ciascuno secondo le sue opere. Perché dunque quel che si fa per uno gli possa giovare dopo la vita del corpo dipende da quanto egli ha meritato quando viveva nel corpo.

 

La Chiesa ha l’antica usanza di pregare per i defunti all’interno della Messa.

 

1. 3. Per quello che mi hai domandato potrebbe bastare questa mia risposta, per quanto breve, Ma prestami ancora un po’ di attenzione su alcuni problemi che ne derivano e a cui mi par giusto di dare una risposta. Nei libri dei Maccabei si legge che venne offerto un sacrificio per i defunti 2. Ma anche se in nessun luogo delle antiche Scritture si leggesse qualcosa di simile, non poca cosa sarebbe l’autorità della Chiesa universale che si manifesta in questa usanza quando, tra le preghiere che dal sacerdote vengono innalzate al Signore nostro Dio davanti al suo altare, c’è un posto preminente la preghiera per i defunti.

 

Per i cristiani lo scempio dei corpi e la non sepoltura non ha arrecato nessun vero danno.

 

2. 3. Però con particolare attenzione vediamo di approfondire se all’anima di un defunto arrechi qualche sollievo il luogo della sepoltura del suo corpo. E prima di tutto chiediamoci se alle anime degli uomini dopo questa vita possa esser motivo di sofferenza, o comunque di maggiore sofferenza, il fatto che i loro corpi non siano stati sepolti: e questo non secondo le idee che per un verso o per l’altro vanno in giro tra la gente, ma secondo i sacri testi della nostra religione. Non si può prestar fede infatti a quanto si legge in [Virgilio] Marone che a coloro che non sono stati sepolti non è concesso di percorrere e attraversare il fiume infernale, appunto perché né è dato traghettarli tra gli orridi dirupi e il fragore dei flutti prima che riposino le loro ossa nei sepolcri

 

3. Chi potrà indurre il cuore di un cristiano a credere a queste stravaganti fantasticherie poetiche, quando il Signore Gesù, perché i Cristiani affrontassero senza paura la morte tra le mani dei loro nemici, che solo sui loro corpi potevano infierire, assicura che neanche un capello del loro capo sarebbe andato perduto e li esorta a non aver paura di quelli che possono, sì, uccidere il corpo, ma dopo non possono fare più nulla ? Io nel primo libro della Città di Dio ho detto abbastanza, mi pare, per rompere i denti a coloro che, nel tentativo di addebitare ai tempi cristiani le atrocità compiute dai barbari, e particolarmente quelle che di recente ha subito la stessa città di Roma, anche questo portano per argomento che in quel frangente neanche dei suoi è venuto in aiuto Cristo. E avendo loro risposto che egli aveva raccolto le anime dei fedeli come ricompensa della loro fede, essi hanno ritorto l’insulto riferendolo ai cadaveri rimasti insepolti. Ecco il testo intero con cui ho spiegato tutto l’argomento della sepoltura.

 

Tuttavia il rispetto dei cadaveri, che per i vivi è un conforto, è anche un atto di pietà per i defunti.

 

2. 4. "Però", dico, "in una strage così immane non si poté dare sepoltura neanche ai cadaveri. Ma una fede autentica non ha paura di questo, fondata com’è sul presupposto che neanche le bestie che li hanno divorati potranno impedire che risorgano quei corpi, dei quali non andrà perduto neanche un capello della testa 6. Se quello che i nemici hanno voluto fare sul corpo degli uccisi avesse potuto pregiudicare anche alla loro vita futura, mai la Verità stessa avrebbe affermato: Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, ma poi non hanno il potere di uccidere l’anima 7. A meno che non si sia talmente sciocchi da sostenere che quelli che uccidono il corpo non si debbono temere prima di morire che appunto l’uccidano, ma si debbano temere che, dopo la morte, non lo lascino seppellire. Se tanto male potessero fare ancora a dei cadaveri, sarebbe falso quello che dichiara Cristo: Quelli che uccidono il corpo, ma poi non possono fare più nulla 8. Ma Dio ci guardi dal pensare che possa esser falso quello che afferma la Verità stessa. È detto,

sì, che qualcosa possono fare nel momento che uccidono, perché nel corpo che viene ucciso c’è ancora sensibilità; ma dopo non possono fare più nulla, perché nel corpo ucciso ogni sensibilità è spenta. È vero, molti corpi dei Cristiani la terra non li ha accolti in sé; però nessuno poté mai buttar fuori uno di loro o dal cielo o dalla terra che tutta riempie con la sua presenza Colui che sa come risuscitare quello che ha creato. Certo, vien detto nel salmo: Hanno abbandonato i cadaveri dei tuoi servi in pasto agli uccelli del cielo, le carni dei tuoi fedeli agli animali selvaggi; hanno

versato il loro sangue come acqua intorno a Gerusalemme; e non c’era chi li seppellisse 9. Questo però più per mettere in risalto la ferocia di coloro che fecero queste cose, che la sofferenza di coloro che le subirono. Per quanto infatti agli occhi degli uomini queste cose appaiano orrende, agli occhi di Dio la morte dei suoi santi è preziosa 10. E allora tutte quelle cose, la solennità del funerale, la nobiltà della sepoltura, la grandiosità delle esequie sono più un sollievo per quelli che restano che un vantaggio per quelli che vanno. Se una sepoltura grandiosa a un empio arrecasse

qualche vantaggio, a un pio sarebbe di svantaggio una modesta, o addirittura inesistente. Però se a quel ricco che vestiva di porpora la gran turba dei famigli allestì un funerale splendido agli occhi degli uomini, molto più splendido agli occhi di Dio ne fu allestito uno a quel povero pieno di

piaghe dal servizio degli Angeli, i quali non lo issarono su un mausoleo di marmo, ma lo innalzarono fino al seno di Abramo 11. Su queste cose ci ridono quelli contro i quali ci siamo presi l’impegno della difesa della città di Dio. Ma anche i loro filosofi non hanno dato troppa importanza alle solennità della sepoltura; e più volte interi eserciti, nell’affrontare la morte per la loro patria terrena, non si son dati il minimo pensiero di come sarebbero andati a finire e quali bestie se li sarebbero mangiati: e i loro poeti li poterono giustamente esaltare con questo elogio:

Dal cielo è coperto chi non ha la sua urna 12. Tanto meno costoro dovrebbero prendersela contro i Cristiani a motivo dei corpi non sepolti, quando ad essi è promesso che la carne e tutte le membra si riformeranno non solo dalla terra, ma anche dalla più intima struttura degli altri elementi in cui i cadaveri decomposti si sono agglutinati, e in un solo attimo 13 saranno ricostituiti e risuscitati" 14. Ragioni per cui merita lode la cura dei morti.

 

3. 5. "Questo non vuol dire che i corpi dei defunti si debbano buttar là o trascurare, specialmente quelli dei giusti e dei fedeli, di cui, come di strumenti o di vasi, si è santamente servito lo spirito per compiere tante opere buone. Se un vestito o un anello o qualunque altro oggetto di questo genere, che era appartenuto al proprio padre, tanto più è caro ai figli quanto maggiore è l’affetto verso i genitori, in nessun modo si può trascurare il corpo, che noi portiamo con un legame ben più stretto e profondo di qualunque altro indumento. Perché esso non è un ornamento o un sostegno che adopriamo come esterno a noi, ma appartiene alla natura stessa dell’uomo. Ecco perché anche per i giusti dell’antichità furono curati i funerali, e celebrate le esequie, e provvedute le sepolture con la dovuta pietà. Anzi essi stessi, mentre erano ancora in vita, diedero ai loro figli disposizioni per la sepoltura o anche per il trasferimento delle loro ossa 15. E Tobia, per testimonianza dell’Angelo, viene elogiato per i meriti acquisiti davanti a Dio per aver seppellito i morti 16. E il Signore stesso, che pur doveva risorgere il terzo giorno, elogia, e consegna agli elogi dei futuri il bel gesto di quella pia donna che versò il suo unguento prezioso

sulle sue membra e lo fece come anticipazione della sua sepoltura 17. E ancora nel Vangelo vengono ricordati ed elogiati coloro che, calato il corpo dalla croce, provvidero ad avvolgerlo e a seppellirlo con diligenza e venerazione 18. Ora queste autorevoli testimonianze non è che vogliano far pensare che nei cadaveri ci possa essere una qualche sensibilità, ma vogliono significare che la Provvidenza di Dio, che gradisce anche questi doveri di pietà, si prende cura anche dei corpi dei defunti per confermare la fede nella risurrezione. Inoltre da queste cose un’altra salutare lezione si impara: quanto grande cioè possa essere la ricompensa per le elemosine che facciamo a coloro che sono ancor vivi ed hanno sensibilità, se davanti a Dio non si perdono neanche quei servizi e quelle premure che si fanno alle membra esanimi degli uomini. E ci sarebbero altre cose che i santi Patriarchi intesero dire con spirito profetico nel dar disposizioni sulla sepoltura o sul trasferimento dei loro corpi 19; ma non è questo il luogo per trattarne. Qui è sufficiente quanto abbiamo già detto. Ad ogni modo come la mancanza di ciò che è necessario alla vita, come il vitto o il vestito, per quanto dolorosa, tuttavia non incrina nei buoni la virtù della tolleranza e della sopportazione e non sradica dall’animo la pietà, ma anzi la rende più ricca a motivo dell’esercizio; così e a maggior ragione la mancanza di ciò che si è soliti fare nel curare i funerali e nel tumulare le salme dei defunti non potrà esser di danno per coloro che ormai hanno raggiunto la pace nelle dimore invisibili dei buoni. Perciò quando queste onoranze non vennero fatte per i cadaveri dei Cristiani nella strage della grande Roma o degli altri paesi, questo non fu né colpa dei vivi, perché si trovarono nell’impossibilità di farle, né pena dei morti, perché erano nell’ impossibilità di sentirle" 20. Questo è quel che io penso sull’argomento della sepoltura e le sue motivazioni. E io l’ho qui riportato dall’altro mio libro, perché mi era più facile ricopiarlo che trattar di nuovo la medesima cosa in una maniera diversa.

 

Essere sepolti presso un santo non giova di per se stesso, ma in quanto è un ricordo costante per tenere l’anima del defunto sotto la sua protezione. 4. 6. Se questo è vero, allora anche il desiderio di seppellire i corpi presso le Memorie dei santi fa parte di un legame umano molto bello nei riguardi della tumulazione dei propri cari: perché se il seppellirli è già un atto di religione, non può non contar niente il premurarsi dove saranno seppelliti. Ma siccome è la consolazione dei superstiti a ricercare queste cose in cui si esprime l’affetto del cuore verso i propri cari, non vedo

quale utilità ci possa essere per i morti, all’infuori di questo che, mentre i vivi ripensano dove sono stati tumulati quegli amati corpi, li raccomandano nella preghiera a quei santi a cui li hanno affidati come patroni, perché li aiutino davanti a Dio. Certo, questo lo possono fare anche se non li hanno potuti seppellire in quei posti. Ecco allora perché quegli edifici funebri che si fanno particolarmente notare vengono chiamati Memorie o Monumenti appunto perché, ridestando la memoria e ammonendo, risuscitano il ricordo di coloro che la morte ha sottratto agli occhi dei vivi perché l’oblio non li cancelli anche dal cuore. La parola stessa Memoria lo indica chiaramente, e anche Monumento, perché ammonisce, muove la mente. Ecco perché i Greci dicono quello che noi chiamiamo Memoria o Monumento, perché nella loro lingua la facoltà del ricordare si dice . Quando perciò il pensiero ritorna a quel luogo dove è sepolto il corpo di una persona molto cara e viene in mente che quel luogo è venerabile anche per il nome di un martire, l’affetto di colui che sta a ricordare e pregare raccomanda quasi naturalmente a quel martire quell’anima diletta. E questo affetto di persone molto legate verso i loro defunti è senza dubbio di aiuto a coloro che, quando vivevano nel corpo, si meritarono che queste cose gli potessero giovare una volta usciti dal corpo. Se tuttavia per qualunque ragione i corpi non si son potuti seppellire affatto, oppure non si son potuti seppellire nei luoghi predetti, mai si debbono trascurare le suppliche per le anime dei defunti. Cosa che la Chiesa, in una comune commemorazione, ha fatto da sempre per tutti coloro che sono morti nella comunione cristiana e cattolica, anche senza dirne i nomi; e così anche per coloro che non hanno più genitori, o figli, o comunque parenti, o amici che ci pensino, queste cose sono loro apprestate dall’unica pia madre comune. Se invece non ci fossero queste suppliche che con retta fede e pia devozione si fanno per i defunti, io penso che per le loro anime a nulla gioverebbe che le loro salme siano state tumulate anche nei luoghi più santi.

 

Inoltre il luogo della sepoltura può stimolare un maggiore affetto e devozione nella preghiera.

 

5. 7. Venendo dunque a quella madre cristiana che ha desiderato che il corpo di suo figlio, cristiano anche lui, venisse tumulato nella basilica del martire, se essa lo ha fatto nella fede che l’anima di lui potesse essere aiutata dai meriti del martire, questa fede è già in qualche modo preghiera, e questo gli fu di giovamento, se di giovamento era capace. Inoltre quel ritornare sempre col pensiero a quel sepolcro e quel raccomandare sempre più accoratamente il figlio alle preghiere del martire aiuta l’anima del defunto non tanto per la vicinanza materiale del corpo morto, quanto per l’affetto materno che si ravviva al pensiero del luogo. Infatti colui che viene raccomandato e colui al quale viene raccomandato tornano insieme, e non senza frutto, al devoto ricordo di lei mentre prega. È come quando uno si mette a pregare, che dispone le membra del suo corpo nel modo pù conveniente alla preghiera; e così piega le ginocchia, protende le mani, si prosterna per terra, e tanti altri modi che tutti possono vedere. Ma il suo anelito invisibile e la tensione del cuore sono noti solo a Dio, il quale non ha bisogno di queste esteriorità per conoscere l’animo dell’uomo. Quegli atteggiamenti servono all’uomo per stimolarsi a pregare e a gemere con maggiore umiltà e maggiore fervore. Certo, questi atteggiamenti del corpo non hanno senso se non si prendono dietro l’impulso dell’animo, ma poi, una volta presi esteriormente e visibilmente, ne trae in qualche modo vantaggio quello invisibile e interiore che li aveva determinati; sicché l’affetto del cuore che li aveva fatti assumere dopo cresce perché sono stati assunti. Però se uno trova difficoltà, o addirittura impossibilità, e non è in grado di assumere questi atteggiamenti con le sue membra, non per questo non prega in lui l’uomo interiore e non si prosterna davanti agli occhi di Dio umiliandosi nel più segreto della sua anima. Allo stesso modo quella donna che si è tanto premurata di dove tumulare la salma del suo defunto per meglio supplicare per la sua anima, una volta realizzato il desiderio di quel luogo santo e tumulatavi la salma, è lo stesso luogo santo che le rinnova e le fa crescere quell’affetto che aveva mosso tutto. Ma se anche non fosse riuscita a inumare quel caro corpo dove il suo spirito religioso si era riproposto, in nessun modo deve smettere le necessarie suppliche per raccomandarlo al Signore. Perché dovunque la carne del defunto sia sepolta o non sepolta, è per lo spirito che va ricercata la pace. È esso che, andandosene, si è portato via la capacità di sentire, che è quello che a uno interessa sia per quanto riguarda il bene che il male. Lo spirito non si aspetta di essere aiutato da quella carne a cui esso dava la vita: vita che le tolse quando se ne andò e che le ridarà quando vi rientrerà; perché non la carne allo spirito, ma è lo spirito che appresta alla carne persino il merito per la stessa risurrezione, se cioè si tornerà a vivere per la pena oppure per la gloria.

 

I martiri di Lione testimoni del superamento di ogni affetto verso la materialità del corpo a favore di una fede suprema e splendida.

6. 8. Nella Storia Ecclesiastica, scritta in greco da Eusebio e tradotta in latino da Rufino, si legge che in Gallia alcuni corpi di martiri furono dati in pasto ai cani, e che gli avanzi dei cani insieme alle ossa di quei morti tutto fu dato al fuoco fino alla totale distruzione, e che poi le ceneri furono sparse nel fiume Rodano, perché nulla restasse che ne richiamasse la memoria 21. Se Dio ha permesso una cosa di questo genere, bisogna pensare che per nessun altro motivo l’ha fatto se non perché imparino i cristiani che, per essere fedeli a Cristo, se debbono non tener conto di questa vita, tanto minor conto debbono avere della sepoltura. Perché se uno scempio perpetrato con sì orrenda ferocia su quei corpi dei martiri avesse potuto portare anche il minimo danno alle loro anime, sì che queste, pur dopo una vittoria così grande, avessero conseguito una pace meno completa, Dio non l’ avrebbe potuto permettere. Il fatto stesso dunque è una dimostrazione che

quelle parole: Non temete coloro che uccidono il corpo, ma dopo non possono fare più nulla 22 il Signore non le ha dette nel senso che non avrebbe permesso che si facesse qualche cosa contro i corpi dei suoi morti, ma nel senso che, qualunque cosa venisse consentito di fare contro di loro, nulla avrebbero fatto con cui sarebbe diminuita la cristiana felicità dei defunti, nulla che avesse potuto far soffrire la loro sensibilità di vivi al di là della morte, nulla a danno perfino dei corpi che gli impedisse di arrivare integri alla loro risurrezione. Ma la pietà dell’uomo verso il proprio corpo è una legge di natura. Esempio del profeta e dell’uomo di Dio al tempo del re Geroboamo.

7. 9. E tuttavia per quel sentimento naturale del cuore umano per cui nessuno mai ha avuto in odio la propria carne 23, se uno potesse sapere che dopo la morte al suo corpo dovesse mancare qualcosa di ciò che richiede la solennità della sepoltura in uso tra la propria gente e nella propria

patria, se ne addolorerebbe in quanto uomo; e così una cosa che dopo la morte non gli interesserà più per il corpo, prima della morte gli fa paura. Anche nei Libri dei Re troviamo che il Signore, per bocca di un suo profeta, minacciò un uomo di Dio che non aveva obbedito alla sua parola, e gli annunciò che il suo cadavere non sarebbe stato tumulato nel sepolcro dei suoi padri. Ecco come si esprime la Scrittura: Così dice il Signore: Poiché ti sei ribellato all’ordine del Signore, non hai ascoltato il comando che ti ha dato il Signore tuo Dio, sei tornato indietro, hai mangiato e bevuto in questo luogo, sebbene ti fosse stato prescritto di non mangiarvi e bervi nulla, il tuo cadavere non entrerà nel sepolcro dei tuoi padri 24. Se la portata di questa pena la pensiamo alla luce del Vangelo che ci insegna che, una volta ucciso il corpo, non c’è più da temere che possano soffrire delle membra senza vita, non è neanche il caso di chiamarla pena. Ma se consideriamo quell’affezione innata che ognuno ha verso la propria carne, è naturale che quegli, ancor vivo, si sia spaventato e rattristato per una cosa che da morto non avrebbe neanche sentito. E proprio in questo consisteva la pena, che l’anima si rattristasse per quello che sarebbe successo al suo corpo, anche se, quando sarebbe successo, non avrebbe sentito alcun dolore. E infatti il Signore non volle punire oltre questo suo servo che non per sua malizia aveva rifiutato di adempiere il comando del suo Signore ma, ingannato dalla falsità di un altro, credette di obbedire, ma in realtà non obbedì. Tanto meno si può pensare che egli venisse ucciso dal morso della belva perché la sua anima venisse gettata nel supplizio dell’inferno, quando addirittura il leone stesso che aveva ucciso quel corpo se ne pose poi a guardia, lasciando anche indisturbato il giumento che lo aveva portato fin lì e che, insieme a quella belva spaventosa, rimase lì con intrepido coraggio al funerale del suo padrone. Con questo mirabile segno appare chiaro che quell’uomo di Dio fu tormentato temporaneamente fino alla morte per non essere castigato dopo la morte. Su questo argomento l’ Apostolo, avendo ricordato le sofferenze e anche la morte di molti, dovute a delle trasgressioni, afferma. Se noi ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati dal Signore. Quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo corretti per non essere castigati insieme con questo mondo 25. Quanto poi a colui che lo aveva ingannato, egli seppellì molto onoratamente quell’uomo di Dio nel suo proprio sepolcro, e diede disposizione di essere sepolto anche lui accanto alle ossa di quello. Sperava in questo modo che si avesse compassione anche delle sue ossa quando fosse arrivato il tempo in cui, secondo la profezia di quell’uomo di Dio, Giosia, re di Giuda, avrebbe dissotterrato in quella regione le ossa di molti morti e con quelle ossa avrebbe profanato gli altari sacrileghi che vi erano stati consacrati agli idoli. E di fatto Giosia risparmiò quel sepolcro dove giaceva l’uomo di Dio che più di trecento anni prima aveva predetto queste cose e in grazia di lui non fu violata neanche la sepoltura di quell’ altro che lo aveva ingannato 26. E così per quell’affetto per cui nessuno mai ha avuto in odio la propria carne 27, provvide al suo cadavere lui che con la menzogna ne aveva ucciso l’anima. E sempre per quella legge naturale per cui ognuno è portato ad amare la propria carne, l’uno subì la pena di sapere che non sarebbe stato tumulato nel sepolcro dei suoi padri, l’altro la preoccupazione di provvedere che non si infierisse contro le sue ossa facendosi seppellire accanto a quello di cui nessuno avrebbe violato il sepolcro. Forza dei martiri e tristezza dei fratelli nel non poter curare i loro corpi martoriati.

8. 10. Questo affetto i martiri di Cristo che combatterono per la verità lo vinsero. E la cosa non stupisce: se non si era riusciti a piegarli con quei supplizi che mentre erano vivi sentivano, e come! in che modo ci si poteva riuscire con cose che, una volta morti, non avrebbero sentito più? Certo, Dio avrebbe potuto, lui che non permise al leone di straziare ulteriormente il corpo di quell’uomo di Dio che aveva ucciso, e anzi da uccisore lo aveva fatto diventare custode, avrebbe potuto, dico, tener lontani dai cadaveri dei suoi fedeli i cani ai quali erano stati gettati. Avrebbe potuto anche con infiniti modi impedire l’efferatezza di quegli uomini perché non arrivassero a bruciare i cadaveri e a disperderne le ceneri. Ma anche questa testimonianza bisognava che ci fosse nella molteplice varietà delle prove, affinché la forza della confessione, che non si piegava di fronte all’immane violenza della persecuzione contro l’integrità del corpo, non mostrasse incertezze neanche di fronte alla mancanza di una onorevole sepoltura; e infine perché la fede nella risurrezione non venisse scalfita neanche di fronte allo sfacelo del corpo. Era perciò necessario che Dio permettesse queste cose affinché, nonostante tali orribili crudeltà, i martiri, così ardimentosi nel confessare Cristo, fossero testimoni anche di quest’altra verità, che cioè coloro che li avevano uccisi nel corpo dopo non avevano più il potere di fargli altro male. Perché qualunque cosa avessero fatto a dei corpi ormai morti, in realtà non facevano più niente in quanto in una carne ormai priva di vita non poteva sentir nulla chi ne era già uscito, e nulla poteva perdere colui che li aveva creati. Però mentre sulle carni di quegli uccisi venivano perpetrate queste sevizie che i martiri avevano affrontato senza paura e con grande fortezza, tra i fratelli si faceva un lutto grandissimo, perché non era loro data nessuna possibilità di prestare le

dovute onoranze funebri e neanche, come afferma la medesima Storia di poter trafugare qualcosa alla sorveglianza dei loro crudeli custodi. In tal modo mentre coloro che erano stati uccisi non provavano più nessun dolore per quanto le loro membra fossero scarnificate, le ossa incenerite, le ceneri disperse, questi, che nulla di loro erano riusciti a seppellire, li crucciava una grande tristezza: in un certo senso questi sentivano per quelli che ormai non sentivano più e, mentre per quelli era finito il patire, per questi continuava il doloroso compatire.

 

Nella Scrittura è lodata la pietà verso i defunti come opera di misericordia. È a motivo di questo doloroso compatire, come l’ho chiamato, che vengono lodati e benedetti dal re Davide coloro che ebbero la pietà di seppellire le povere ossa di Saul e di Gionata 29. Ma se questi nulla ormai più sentivano, che pietà poteva essere? Forse che dovremmo riportarci a quella fantasticheria che coloro che sono ancora insepolti non possono attraversare il fiume infernale 30? Ma lungi questo dalla fede cristiana. Altrimenti molto ingiustamente si sarebbe agito con una sì grande moltitudine di martiri i cui corpi non fu possibile seppellire; e poi la Verità avrebbe affermato il falso nel dire: Non abbiate paura di quelli che possono uccidere il corpo, ma dopo non possono fare più nulla 31 se quei carnefici gli potettero fare tanto male da impedir loro di raggiungere la

patria desiderata. Ma questo è indubitatamente falso: nessun danno per i fedeli se ai loro corpi viene negata la sepoltura, e nessun vantaggio se essa viene data a chi non è fedele. Quelli che seppellirono Saul e suo figlio vengono lodati per l’opera di misericordia e benedetti dal pio Re, perché è un sentimento buono l’affliggersi per i maltrattamenti fatti ai cadaveri altrui e, per quell’affetto per cui nessuno mai ha avuto in odio la propria carne 32, nessuno vorrebbe che dopo la morte venisse trattato così il proprio corpo. E quello che si vorrebbe fatto a sé quando non si sentirà più si ha cura, mentre ancora si sente, di farlo a chi ormai non sente più. Ipotesi su certe apparizioni di morti che rivelavano in sogno dove giaceva insepolto il loro corpo. Si sente dire di certe apparizioni che sembrano fatte apposta per porre interrogativi in questa discussione e che non possiamo trascurare. Si racconta di diversi morti che, o in sogno o in qualche altro modo, apparvero a persone vive che ignoravano assolutamente dove i loro corpi giacevano insepolti. Essi, rivelando il luogo, li pregarono che fosse data loro la sepoltura che ancora non avevano avuto. Se dicessimo che queste sono fandonie, potremmo apparire impudenti nei riguardi di alcuni scritti di fedeli cristiani e della serietà di coloro che attestano che queste cose son loro capitate davvero. Ma la risposta più giusta è che, se sembra che i morti in sogno dicano, o indichino, o chiedano qualche cosa, ciò non vuol dire affatto che essi intervengono di persona in queste cose. Capita che anche delle persone vive appaiono spesso a persone anch’esse vive che stanno dormendo, ma che non sanno che stanno loro apparendo, e solo da quelle vengono poi a sapere che le hanno sognate, e si fanno anche raccontare quello che nel sogno hanno fatto o detto. Potrebbe succedere che uno veda me in sogno e che io gli indichi qualcosa che è successo o che gli preannunci qualcosa che dovrà succedere, ma che di tutto questo, nel momento in cui egli mi vede in sogno, io sia completamente all’oscuro e non mi curi affatto, non solo di ciò che sta sognando, ma neanche se egli sta sveglio mentre io dormo, o se egli dorme mentre io sto sveglio, o se nel medesimo tempo stiamo insieme svegli oppure dormiamo tutti e due. Ma allora che c’è di strano se anche i morti, senza che essi ne sappiano niente e senza che sentano niente, tuttavia sono visti in sogno dai vivi e gli dicono delle cose che, quando questi si svegliano, si accorgono che sono vere? Io sarei propenso a credere che questo può succedere piuttosto per un intervento degli Angeli, permesso oppure voluto dall’alto; così può sembrare che i morti dicano in sogno qualcosa sul seppellimento dei loro corpi, ma senza che coloro a cui appartengono quei corpi ne sappiano assolutamente nulla. Son cose che avvengono talvolta con grande utilità, o perché arrecano un po’ di conforto ai vivi a cui appartengono quei morti che gli sono apparsi in sogno, oppure perché sono avvertimenti per la gente, affinché coltivi quel pio senso di umanità della sepoltura, la quale, anche se ai defunti non arreca alcun vantaggio, tuttavia il trascurarla sarebbe un’ingiustificabile mancanza di religiosità. Talvolta però delle false visioni trascinano gli uomini in grandi errori; e gli sta bene, perché se lo meritano. Come se uno vedesse in sogno quello che, per fantasia poetica, si narra abbia visto Enea nell’inferno: come cioè gli fosse apparsa l’ombra di uno non ancora sepolto e gli avesse detto più o meno quello che avrebbe detto allora Palinuro; e poi svegliatosi, ne trovasse il corpo proprio dove in sogno gli era stato detto che giaceva inumato e gli era stato raccomandato e supplicato perché lo seppellisse; e constatando che tutto era vero, si facesse anche la convinzione che i morti vengono sepolti proprio perché le loro anime possano raggiungere il loro destino, dal quale ha sognato che una legge infernale esclude le anime dei non sepolti. Ebbene, se uno si facesse una convinzione di questo genere, non andrebbe del tutto fuori della strada della verità?

Due casi di apparizioni in sogno, in uno dei quali vi è preso di mezzo lo stesso Agostino. È per la sua irragionevolezza che l’uomo si comporta così: se uno sogna di vedere un morto, è convinto che ne vede l’anima: se invece, nelle medesime condizioni, si sogna un vivo, non dubita che non gli è apparsa né l ’anima né il corpo, ma solo un’immagine di lui. Come se non fosse possibile che anche i morti, senza che ne sappiano niente, appaiano ai vivi mentre dormono, ma non le anime, bensì una loro immagine. Quando ero a Milano mi fu dato per certo che a un tale fu richiesto di saldare un debito, attestato dalla cauzione di suo padre defunto, il quale però, all’insaputa del figlio, lo aveva saldato. Quell’uomo ne ebbe un grandissimo dispiacere e si stupiva che il padre, morendo, non gli avesse parlato di questo debito, tanto più che aveva fatto anche testamento. Mentre era così in ansia, gli apparve in sogno suo padre che gli indicò il posto dove era custodita la ricevuta con cui quella cauzione risultava estinta. Trovato e mostrato questo documento, il giovane non solo poté respingere la calunnia di quel falso debito, ma anche ricuperare l’autografo di suo padre che questi non aveva ritirato quando aveva consegnato il denaro. Certo, questo potrebbe far pensare che l’ anima di quell’uomo si fosse presa cura del figlio e gli fosse apparsa in sogno per tirarlo fuori da un impaccio così increscioso, illuminandolo su una cosa che gli era del tutto ignota. Ma più o meno nello stesso tempo in cui sentii parlare di questa cosa, stando io sempre a Milano, successe che a Cartagine il retore Eulogio, che era stato mio discepolo nella stessa materia, come egli stesso mi raccontò dopo che io fui tornato in Africa, mentre veniva spiegando ai suoi discepoli i libri della Retorica di Cicerone, gli capitò che, nel preparare una lezione che doveva fare il giorno dopo, si trovò di fronte a un passo oscuro. Non essendo riuscito a

capirlo bene, il suo sonno fu molto agitato; e in sogno quella notte io gli spiegai quel che non era riuscito a capire. Ma non ero io, bensì la mia immagine, e io non ne sapevo niente, ed ero tanto lontano di là dal mare, e chissà che cosa stavo facendo o sognando, per nulla preoccupato delle sue preoccupazioni. Come queste cose possano accadere io non lo so. Ma qualunque sia il modo in cui avvengono, perché non pensare che avvengono nel medesimo modo, sia che si sogni un morto sia che si sogni un vivo? Che cioè tutti e due sono completamente all’oscuro e non hanno consapevolezza di chi, di dove e di quando uno si sogna le loro immagini? Visioni di nevrotici o di menti malate.

 

Ai sogni si possono paragonare quelle visioni che hanno certe persone, sveglie certamente, ma che hanno i sensi sconvolti, come succede ai frenetici o a coloro che in ogni modo non hanno la testa a posto. Anche questi parlano dentro di se stessi come se parlassero con persone veramente presenti, sia che queste siano presenti o che siano assenti, che siano vive oppure morte, e di cui vedono soltanto le immagini. Però come quelli che sono ancora vivi non sanno affatto di essere veduti o di stare a parlare con costoro (e realmente né sono presenti né parlano con loro, ma semplicemente quegli uomini dai sensi scossi subiscono tali visioni immaginarie), allo stesso modo quelli che se ne sono andati già da questo mondo sono visti come presenti da questi uomini così malati, ma in realtà sono assenti e non sanno affatto che qualcuno li vede così fantasiosamente.

 

Visione del curiale Curma.

 

A questo si potrebbe ricondurre il caso di certe persone che perdono ogni sensibilità materiale in una maniera più profonda dello stesso dormire e vengono prese in visioni di questo genere. Anche ad esse appaiono immagini di persone vive e di persone morte; ma poi, quando riprendono i sensi, qualunque morto dicano di aver visto, la gente crede che veramente sia stata con il morto; e chi li sta a sentire non pensa che queste persone affermano di aver visto nella stessa maniera anche immagini di gente viva che non era lì e non ne sapeva niente. Un tale che si chiamava Curma, del municipio Tullio, vicino a Ippona, (era un povero curiale, arrivato a fatica alla carica di duumviro, di quel luogo, un sempliciotto della campagna) si ammalò, perdette i sensi, e per alcuni giorni se ne stette supino come se fosse morto. Solo un filo di fiato che, accostando la mano davanti alle narici, si riusciva in qualche modo a sentire ed era l’unico segno appena percettibile che egli era ancora vivo, non consentiva che lo si seppellisse come morto. Gli arti completamente immobili, non mandava giù il minimo alimento; nessun movimento con gli occhi, nessuna reazione del corpo, per quanto lo si stimolasse. Ma egli vedeva tante cose come in sogno, cose che, quando finalmente dopo molti giorni si risvegliò, poté raccontare di aver visto. E prima di tutto, non appena ebbe aperto gli occhi: "Qualcuno", disse, "vada subito a casa di Curma, il fabbro-ferraio, a vedere che cosa vi sta succedendo". Si andò e si constatò che questi era morto in quello stesso istante in cui l’altro aveva ripreso i sensi ed era come risuscitato da morte. E così con grande stupore dei presenti raccontò che all’altro era stato comandato di presentarsi quando lui fu rilasciato e che, in quel luogo dal quale ora tornava indietro, aveva sentito chiaramente che non il Curma curiale, ma il Curma fabbro-ferraio doveva esser condotto in quel luogo di morti. E in quelle visioni che aveva come in sogno tra quei defunti che vedeva trattati in modo diverso a seconda dei diversi meriti, egli riconobbe anche alcuni che sapeva che erano ancora vivi. E io forse ci avrei creduto davvero se in quella specie di sogni non avesse visto anche alcuni che sono vivi ancora adesso, cioè alcuni chierici della sua regione dal cui vescovo del luogo sentì che sarebbe stato battezzato da me a Ippona, cosa che poi affermava essere avvenuta. Perché in quelle visioni, in cui dopo vide dei morti, aveva visto un vescovo, dei chierici e anche me, gente cioè che non era ancora morta. E allora perché non credere che abbia visto quei morti

come ha visto noi, cioè assenti e del tutto ignari gli uni e gli altri, e quindi che abbia visto non proprio loro, ma delle immagini sia di loro come anche dei luoghi? Infatti aveva visto anche il podere dove si trovava quel vescovo con i suoi chierici, e anche Ippona dove io l’avevo, come lui

diceva, battezzato; nei quali luoghi, quando egli credeva di esserci, certamente non c’era. Difatti non sapeva che cosa stava succedendo in quei luoghi in quel tempo, e senza dubbio l’avrebbe saputo se veramente si fosse trovato lì. Si tratta dunque di visioni dove le cose non si presentano nella loro realtà oggettiva, ma vengono come adombrate attraverso certe loro somiglianze. E in fine, dopo tutte queste visioni, raccontò che anche in paradiso era stato fatto entrare e, sul punto di essere rilasciato per ritornare tra i suoi, sentì una voce che gli diceva: "Va’, fatti battezzare, se vuoi essere in questo luogo di beati". E, ammonito che si facesse battezzare da me, egli rispose che già era stato fatto. Ma di nuovo quegli che gli parlava replicò: "Va’, fatti battezzare sul serio, perché quello che hai visto era solo una visione". Dopo tutte queste cose egli guarì e venne a Ippona. La Pasqua era ormai vicina. Egli diede il nome tra gli altri Competenti, a noi come tanti altri personalmente sconosciuto. E non pensò di raccontare di quella visione né a me né a qualcun altro dei nostri. Ricevette il battesimo, poi, passati i giorni santi, se ne tornò a casa sua. Due anni dopo, o anche più, io venni a sapere di tutte queste cose prima da un mio amico, che era anche amico suo, a tavola con me e si parlava di questi argomenti. Io poi insistetti e feci in modo che queste cose me le raccontasse lui stesso di persona. Erano presenti alcuni suoi onesti concittadini che attestavano sia della sua strana malattia in cui era rimasto come morto per parecchi giorni, sia di quell’altro Curma fabbro-ferraio di cui ho riferito sopra, come pure di tutte le altre circostanze che, mentre egli raccontava, quelli ricordavano e confermavano che anche allora lo avevano sentito raccontare allo stesso modo. E allora, se egli ha potuto vedere il suo battesimo, e me, e Ippona, e la Basilica, e il Battistero non nella loro realtà fisica ma attraverso certe loro immagini, come anche alcune altre persone vive senza che questi vivi ne sapessero niente.

 

Perché non ha potuto allo stesso modo vedere dei morti senza che questi morti ne sapessero niente? Le anime dei morti non conoscono quel che succede nel regno dei vivi. E perché non pensare che questi potrebbero essere interventi angelici, che avvengono per una disposizione della divina Provvidenza, che sa ben servirsi tanto dei buoni che dei cattivi secondo l’imperscrutabile sublimità dei suoi giudizi, sia che con queste cose le menti umane vengano illuminate oppure oscurate, sia che vengano consolate o anche intimorite, a seconda che a ciascuno debba essere usata misericordia oppure irrogata la pena da colui di cui non senza significato la Chiesa esalta la misericordia e il giudizio? Ognuno prenda come vuole quello che sto per dire. Se le anime dei morti si occupassero dei fatti dei vivi, e se, quando le vediamo nei sogni, fossero proprio esse a parlarci, per tacere di altre cose, la mia santa madre neanche una notte mi lascerebbe, lei che per terra e per mare mi è venuta sempre dietro per vivere con me. E come può una vita più felice averla resa crudele a tal punto che, quando il mio cuore è angustiato per qualche cosa, essa non corre a consolare il figlio addolorato che ha tanto amato e che mai ha accettato di vederlo mesto? Sì, è certamente vero quello che afferma il sacro salmo: Mio padre e mia madre mi hanno lasciato, ma il Signore mi ha raccolto 36. Se dunque i nostri genitori ci hanno lasciato, come potranno occuparsi delle nostre preoccupazioni e delle nostre cose? Ma se non se ne occupano i nostri genitori, quali altri morti possono sapere che cosa facciamo e che cosa stiamo soffrendo? Il profeta Isaia dice: Tu sei il padre nostro, perché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. Se patriarchi così grandi non poterono sapere che cosa avveniva di quel popolo che pure era nato dal loro seme, popolo che era stato loro promesso come continuazione della loro stirpe perché avevano creduto in Dio, come fanno i morti a farsi presenti nel conoscere e nell’ aiutare i vivi nelle loro cose e nelle loro azioni? E come possiamo dire che

sono nella pace, se essi, per quanto siano morti prima che succedessero le disgrazie capitate dopo la loro morte, tuttavia anche da morti sono toccati da quelle sventure che capitano nella vita degli uomini? O siamo noi a sbagliarci nel pensare così e li crediamo nella pace, mentre invece stanno

lì a soffrire per la inquieta vita dei vivi? Ma allora come si spiegherebbe che Dio abbia promesso al piissimo re Giosia come una grande grazia che sarebbe morto prima per non vedere i mali che egli minacciava di mandare su quel luogo e su quel popolo? Ecco le parole che disse Dio: Questo dice il Signore Dio di Israele: Quanto alle parole che hai udito... e ti sei commosso davanti a me mentre ascoltavi le mie parole riguardo a questo luogo e a quelli che vi abitano, che cioè diverranno una desolazione e una maledizione; poiché tu ti sei stracciato le vesti e hai pianto da vanti a me; ecco, anche io ho ascoltato, dice il Signore degli eserciti: per te io ti riunirò ai tuoi padri; tu sarai sepolto in pace e i tuoi occhi non vedranno tutte le sventure che io farò cadere su questo luogo e su coloro che vi abitano. Egli, spaventato dalle minacce di Dio, aveva pianto e si era stracciato le vesti. Però il pensiero che sarebbe morto prima lo mise al sicuro da tutte quelle disgrazie che stavano per sopraggiungere, certo che avrebbe riposato in pace e non avrebbe visto tutte quelle sventure. Le anime dei defunti perciò sono in uno stato in cui non si vede quel che si fa o succede tra gli uomini in questa vita. Come possono quindi vedere i loro sepolcri o se i loro corpi giacciano insepolti oppure tumulati? Come potrebbero esser partecipi delle miserie dei vivi, quando loro stessi avessero il loro soffrire, se così hanno meritato, oppure, come fu promesso a questo Giosia, riposano in una pace in cui nessun male hanno da sopportare né patendo né compatendo, affrancati ormai da tutti i mali che, o patendo o compatendo, gli toccava di soffrire quando ancora vivevano quaggiù? Obiezione dalla parabola del ricco epulone. Qualcuno però potrebbe obiettare: Se i morti non si occupano affatto dei vivi, come mai quel ricco che era tormentato nell’inferno scongiurava il padre Abramo che mandasse Lazzaro ai suoi cinque fratelli, i quali non erano ancora morti, e facesse il possibile che non venissero anche loro in quel

luogo di tormenti? Ma il fatto che il ricco si espresse in questo modo non dimostra che egli sapesse che cosa stessero facendo o che cosa stessero soffrendo i suoi fratelli in quel momento. Egli si poté occupare di persone vive anche se era del tutto all’oscuro di quel che stavano facendo, allo stesso modo che anche noi ci occupiamo dei morti anche se non sappiamo che cosa stanno facendo. Se non ci occupassimo affatto dei morti, certamente non staremmo a pregare Dio per loro. E del resto Abramo non mandò Lazzaro, ma rispose che quaggiù essi avevano Mosè e i Profeti e che dovevano ascoltar loro per evitare di incorrere in quei tormenti. Ma, si dirà ancora, come mai questo padre Abramo ignorava che cosa si faceva in questo mondo, se sapeva che c’erano Mosè e i Profeti, cioè i loro libri, e che obbedendo a questi gli uomini potevano evitare i tormenti dell’inferno? E dove aveva saputo che quel ricco era vissuto in mezzo alle delizie e il povero Lazzaro in mezzo alle fatiche e alle sofferenze? Perché anche questo gli fece notare: Figlio, ricordati che tu hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro invece i suoi mali. Quindi queste cose, che non si erano verificate tra i morti ma tra i vivi, egli le sapeva. Però egli le poté venire a conoscere su indicazione di Lazzaro, non mentre si verificavano tra i vivi, ma dopo che questi erano morti. E così resta valido quanto afferma il Profeta: Abramo non ci riconosce.

 

Ciò che i morti sanno riguardo ai vivi possono averlo appreso o da persone morte dopo di loro, o da Angeli o dallo Spirito di Dio. E allora bisogna convenire che i morti non sanno quel che succede nel momento in cui succede, ma che poi ne possono venire a conoscenza tramite coloro che, morendo, sono passati da qui a loro; e poi non qualunque cosa, ma solo ciò che a questi è consentito indicare, quindi anche di ricordare e, a quelli cui viene indicato sia opportuno sapere. Anche dagli Angeli, che sono presenti alle cose che avvengono quaggiù, i morti possono venire a sapere quanto Colui a cui tutto è soggetto, giudica che ciascuno debba sapere. Infatti se gli Angeli non avessero la possibilità di esser presenti nei luoghi dove si trovano sia i vivi che i morti, il Signore Gesù non avrebbe detto: Successe che il povero morì e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo 41. Se essi portarono da qui a lassù quel poveretto come Dio volle, vuol dire che essi poterono trovarsi sia qui che lassù. Inoltre anche le stesse anime dei defunti possono venire a conoscenza, per rivelazione dello Spirito di Dio, di alcune cose che avvengono quaggiù e che è necessario che esse conoscano, e questo non solo nei riguardi di cose passate o presenti, ma anche future. Come non tutti gli uomini, ma solo i Profeti, mentre vivevano in questo mondo, conoscevano certe cose, e neanche essi conoscevano tutto, ma solo quello che la Provvidenza di Dio considerava di dover loro rivelare. Ed è la Scrittura stessa ad attestare che alcuni morti furono mandati dai vivi, come al contrario Paolo, ancora vivo, era stato rapito fino in paradiso. Così il profeta Samuele, già morto, al re Saul, che era ancora vivo, predisse quello che gli stava per capitare;anche se alcuni pensano che, con quelle arti magiche, non poteva esser lui, Samuele, ad essere evocato ma semmai, nelle sembianze del profeta, un qualche spirito cattivo, all’altezza della malvagità di quelle arti. Però il libro dell’Ecclesiastico, che si dice scritto da Gesù figlio di Sirach, ma che per certe somiglianze di espressioni viene attribuito a Salomone, tessendo le lodi dei Patriarchi, afferma che Samuele anche da morto continuò a profetare. Ché se a questo libro non si vuole prestar fede a motivo del canone degli Ebrei (perché nel loro canone non figura), che cosa diremo di Mosè che con certezza nel Deuteronomio viene dato come morto e nel Vangelo insieme ad Elia (che però morto non è) si legge che è apparso a persone viventi ?

 

Così se i martiri intervengono talora nelle cose dei vivi, non è per un loro potere connaturale, ma per un miracolo della potenza di Dio. Con questo esempio si può risolvere la questione di come i martiri, attraverso i tanti benefici che vengono concessi a chi li prega, fanno vedere che si interessano alle cose degli uomini, anche se i morti non sanno quel che succede tra i vivi. Anche noi siamo venuti a conoscenza non da dicerie stravaganti ma da testimoni sicuri che, quando Nola era assediata dai Barbari, il confessore Felice, di cui ami così devotamente la vicinanza, si è fatto sentire non solo concedendo tanti benefici, ma anche apparendo in sembianze umane. Sono cose che manifestano chiaramente un intervento divino, ben diverso da come normalmente si comporta l’ordine naturale disposto per i singoli generi delle creature. Se l’acqua, al comando del Signore, si è cambiata repentinamente in vino 47, noi non possiamo non distinguere quello che è l’acqua nell’ordine naturale delle cose e questo caso raro, anzi unico dell’intervento divino. Né perché Lazzaro è risuscitato 48, ogni morto può risuscitare quando vuole o uno che è spirato può essere rianimato da un vivente allo stesso modo che uno che dorme può essere risvegliato da uno che sta sveglio. Un conto sono i limiti delle cose umane, un conto i segni della potenza di Dio; un conto ciò che avviene per legge naturale, un conto ciò che avviene come miracolo di Dio, anche se Dio è sempre presente nella natura perché essa continui ad essere e non manchi neanche dei segni di Dio. E così per il fatto che dei martiri si son fatti presenti per guarire o per aiutare qualcuno non si deve pensare che qualsiasi defunto si possa interessare delle cose dei vivi. Semmai è più giusto pensare che per potenza divina i martiri intervengono nelle cose degli uomini proprio perché i defunti, nella loro condizione naturale, non possono intervenire nelle cose dei vivi.

 

In qual modo i martiri sembrano intervenire in favore di chi li invoca, Agostino confessa di non saper. Però se diamo per certo che sono proprio i martiri a venire in aiuto a coloro che aiutano, qui c’è una questione che supera le possibilità della mia intelligenza. Sono essi, i martiri stessi, a presentarsi nel medesimo tempo e nei luoghi più disparati e tanto lontani tra loro, nei pressi delle

loro Memorie oppure, indipendentemente da queste, in tutti quei luoghi dove si sente dire che appaiono? Oppure essi se ne stanno nella pace del posto che conviene ai loro meriti, distaccati da ogni preoccupazione per i mortali, anche se intenti a pregare in modo generale per i bisogni di chi li supplica (come del resto anche noi preghiamo per i morti senza essere presenti ad essi e senza sapere dove stanno e che cosa fanno); ma è lo stesso Dio onnipotente, presente dovunque, non mescolato con noi né separato da noi, il quale esaudisce quelle preghiere dei martiri e fa arrivare questi aiuti agli uomini ai quali giudica opportuno mandarli tra le miserie di questa vita e si serve per questo del ministero degli Angeli che si trovano dappertutto? In tal modo con la sua potenza e bontà mirabili e ineffabili egli esalta i meriti dei suoi martiri dove vuole, quando vuole, come vuole; e questo soprattutto tramite le loro Memorie, perché conosce che è un bene per noi, per edificare la fede di Cristo che essi hanno confessato a prezzo della vita. Però questa cosa è troppo alta perché io la possa capire e troppo astrusa perché io la possa districare. Perciò non posso pronunziarmi quale delle due possibilità sia la giusta (o che magari siano giuste tutte e due), che cioè a volte queste cose si verifichino con la presenza stessa dei martiri e a volte con la mediazione degli Angeli che si presentano con le sembianze dei martiri. Mi piacerebbe informarmi presso chi le può sapere. Non è possibile che non le sappia nessuno: non però presso chi presume di saperle e non le sa. Perché questi sono doni di Dio che a uno elargisce una cosa, a un altro un’altra, come afferma l’Apostolo che dice che a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per l’utilità di tutti: A uno, dice, viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza, a un altro invece per mezzo dello stesso Spirito il linguaggio della scienza, a uno la fede

per mezzo dello stesso Spirito, a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito, a uno il potere dei miracoli, a un altro il dono della profezia, a un altro il dono del discernimento degli spiriti, a un altro la varietà delle lingue, a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e medesimo Spirito che le opera distribuendole a ciascuno come vuole. Ora tra tutti questi doni spirituali che ha elencato l’Apostolo colui al quale è dato il discernimento degli spiriti è quello che sa queste cose come bisogna saperle. Su questo gli piacerebbe poter interrogare il monaco Giovanni, che passa per uno che ha il dono della profezia.

 

Uno di questi dovrebbe essere stato quel Giovanni monaco che l’ imperatore Teodosio il Grande consultò sull’esito della guerra civile; perché egli aveva anche il dono della profezia. Io infatti non dubito che dei suddetti doni non ne viene dato solo uno a ciascuno, ma che uno ne può avere anche diversi. Questo Giovanni, dunque, siccome una donna molto religiosa desiderava insistentemente di vederlo e a questo scopo faceva molte pressioni tramite suo marito, e d’altra parte Giovanni non voleva, perché mai aveva permesso una cosa simile a delle donne: "Va’", gli disse, "di’ a tua moglie che mi vedrà questa notte, ma in sogno". E avvenne proprio così; e le fece molte raccomandazioni su come si deve comportare una fedele sposata. Svegliatasi, essa raccontò a suo marito di aver visto l’uomo di Dio tale quale egli lo conosceva e tutto quello che le aveva detto. A me questo l’ha raccontato una persona seria, di alto rango, degnissima di essere creduta, la quale proprio da loro aveva saputo le cose. Io però, se quel santo monaco l’avessi visto di persona, siccome, si dice che si lasciava interrogare con tanta pazienza e con altrettanta sapienza rispondeva, gli avrei chiesto, riguardo alla nostra questione, se proprio lui, personalmente, fosse venuto nel sogno a quella donna (cioè il suo spirito nelle sembianze del suo corpo, come succede quando uno sogna se stesso nelle sembianze del proprio corpo), oppure se, intento ad altre cose o magari dormendo, immerso in altri sogni, la visione di quella donna nel suo sogno si fosse formata per l’intervento di un angelo oppure in qualche altro modo. E se fu per rivelazione dello Spirito di profezia che egli previde e promise quello che sarebbe successo. Perché se di persona le si fece presente in sogno, questo poté avvenire per una grazia speciale e non per un fatto naturale, per un intervento di Dio e non per possibilità umane. Se invece la donna lo sognò mentre egli stava facendo tutt’altra cosa o dormiva ed era occupato in altri sogni, allora è successo qualcosa di simile a quel che si legge negli Atti degli Apostoli, dove il Signore Gesù parla di Saulo con Anania e gli dice che Saulo ha visto Anania che veniva da lui, mentre Anania non ne sapeva niente. Ma qualunque cosa mi avesse risposto quell’uomo di Dio sull’argomento, io anche riguardo ai martiri avrei insistito per chiedere se sono proprio loro a presentarsi nella figura che vogliono a chi li sogna o comunque li vede (e soprattutto quando ci sono di mezzo dei demoni costretti a confessare di essere da essi straziati negli uomini e li supplicano di essere lasciati in pace), oppure son cose che avvengono per disposizione di Dio che si serve di potenze angeliche per onorare e glorificare i suoi santi ad utilità degli uomini, mentre invece essi, ormai fissi nella suprema pace, nella contemplazione di ben altre visioni, sono lontani da noi, anche se pregano per noi. A Milano presso i santi martiri Protasio e Gervasio i demoni erano costretti a lodare il vescovo Ambrogio, ancor vivo, dicendone espressamente il nome nel modo come dicevano quello di altri morti, e lo scongiuravano che non li tormentasse; e intanto lui chissà cosa faceva e certamente era all’oscuro di queste cose. In conclusione, se queste cose avvengano a volte con la presenza dei martiri e a volte con quella degli Angeli; se sia possibile per noi distinguere questi due casi e in base a quali segni; oppure se non sia possibile sentirli e giudicarli se non da chi possiede quel dono per mezzo dello Spirito di Dio che distribuisce a ciascuno come egli vuole; questi argomenti avrebbe trattato con me quel Giovanni per lungo e per largo, ne son sicuro: e così alla sua scuola o avrei imparato e riconosciuto come vere e certe le cose che diceva, oppure avrei creduto cose che non sapevo per il fatto che me le diceva lui che le sapeva. Oppure se, prendendo dalla Sacra Scrittura, mi avesse risposto dicendo: Non cercare le cose troppo difficili per te, non indagare le cose per te tropo grandi, ma le cose che ti ha comandato il Signore quelle considera sempre 51, anche questo lo avrei accolto con gratitudine. Perché non sarebbe piccolo frutto se, di tante cose oscure e incerte che non riusciamo a capire, ci diventa chiaro e certo che non è bene indagare; e di tante cose che uno vorrebbe imparare pensando quanto gli sarebbe utile saperle, impari almeno che non è un danno ignorarle.

 

Epilogo: Per aiutare i defunti nulla c’è di meglio che le Messe, le preghiere e le elemosine. Senza trascurare anche le onoranze funebri. In conclusione non pensiamo di poter essere di aiuto ai morti che ci stanno a cuore, se non suffragandoli devotamente con i sacrifici delle Messe, delle preghiere e delle elemosine, anche se non giovano a tutti coloro per i quali si fanno, ma solo a quelli che durante la vita si son meritati che gli giovassero. Però siccome non possiamo sapere quali siano costoro, bisogna che siano fatti per tutti i battezzati, perché non sia trascurato nessuno di coloro a cui questi aiuti possono e debbono arrivare. Perché è meglio che sovrabbondino a quelli a cui non fanno né male né bene, anziché manchino a quelli a cui farebbero bene. Certo queste cose uno le fa con maggiore diligenza per i suoi cari, meritando che poi si faccia così anche per lui. Riguardo poi alle onoranze del corpo qualunque cosa si faccia, non porta un vantaggio alla sua salvezza, ma è un dovere di umanità per quell’affetto naturale per cui nessuno mai ha avuto in odio la propria carne. Perciò bisogna che ognuno quanto meglio può si prenda cura della carne del prossimo quando ormai quello che la portava non c’è più. E se

questo lo fanno coloro che non credono alla risurrezione della carne, quanto più debbono farlo coloro che ci credono, cosicché questo religioso dovere, compiuto per un corpo già morto ma che risusciterà e che rimarrà vivo in eterno, sia anch’esso in qualche modo una testimonianza di questa fede. Che poi uno venga sepolto presso i sepolcri dei martiri, a me pare che al defunto porti questo solo vantaggio che, raccomandandolo così al patrocinio dei martiri, aumenti anche il desiderio che si preghi per lui.

 

Saluti e convenevoli.

Ai quesiti che hai creduto sottopormi questa è la mia risposta, come ho potuto dartela. Se essa è più prolissa di quanto occorreva, mi scuserai: ciò è dovuto alla gioia che avevo di parlare più a lungo con te. Ti chiedo di farmi sapere con un tuo scritto come la tua venerabile carità abbia accolto questo libro, che certamente ti renderà ancor più gradito colui che te lo porterà, cioè il nostro fratello e compresbitero Candidiano che, conosciuto attraverso la tua lettera, ho accolto con tutto il cuore e ora mi dispiace farlo partire. La sua presenza nella carità di Cristo è stata per

noi di grande gioia e, bisogna che te lo dica, anche per le sue insistenze ti ho accontentato. Perché il mio spirito è pressato da tante occupazioni che, se le sue continue sollecitazioni non me le avessero fatte dimenticare, di certo alla tua domanda la risposta non sarebbe arrivata.

 

Benvenuto

Benedizione a Frate Leone

Il Signore ti benedica e ti custodisca.

Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.

Volga a te il suo sguardo e ti dia pace.

Il Signore ti dia la sua grande benedizione.