I genitori e la vocazione

(documento prelevato da www.qumran2.net)

 

Quando il proprio figlio apre il progetto di Dio in famiglia

Nella nostra riflessione di pastorale vocazionale un tema importante è quello che tocca l’ambiente famigliare di chi, sentendo l’invito di Cristo, comunica a casa il proprio progetto di rispondere a questa sequela cominciando il cammino del seminario o del convento. Non sempre questo passo, che io definisco "agrodolce", è capito e condiviso e anche se il dono della chiamata "ce lo potevamo aspettare", spesso queste "sorprese" prendono in contropiede anche quei genitori che apertamente vivono una vita cristiana convinta e autentica.

"Mamma, papá vi devo parlare..." sono parole che, pronunciate con un certo tono, rabbrividiscono, mettono un po’ d’ansia e fanno tremare i polsi. Momenti di comunicazione importante per figli e figlie che aprono il proprio cuore ed i propri progetti alle persone a cui vogliono bene...: "ho deciso di entrare in convento".

A settembre, dicevo, comincia per alcuni giovani l’esperienza importante del proprio ingresso alla vita sacerdotale o religiosa. È l’epilogo di un cammino di discernimento, di molte grazie ed anche di non poca lotta, la cui prima tappa è rappresentata da un cambiamento di vita importante e radicale. Nel cuore del chiamato ed in quello di genitori, parenti ed amici ci sono vari sentimenti a volte molto controversi.

Come direttore spirituale nell’accompagnare un giovane in seminario mi sono trovato di fronte a diverse situazioni famigliari circa il rispetto della decisione del proprio figlio o figlia. Una tipologia che tocca fondamentalmente due realtà: da una piena accettazione e condivisione ad un forte rifiuto. Lo spettro cromatico tra questi due punti è molto fitto e vario con diverse intesità di colore.

 

La chiamata capita e condivisa pienamente

Da tempo ormai ci si stava preparando a questo passo importante di maturità vocazionale. Mamma e papà hanno accompagnato pienamente il proprio figlio in questo cammino solare di forte felicità che ci rende fieri di aver ricevuto nel seno della famiglia un dono così speciale da parte di Dio. Una famiglia in cui la presenza di Cristo ha sempre scandito passi quotidiani e strardinari della vita, in cui si è pregato insieme, si è partecipato insieme alla Santa Messa domenicale, alla recita del Santo Rosario, ecc... Nelle nostre comunità cristiane sono presenti molti esempi come questi anzi, la vocazione è proprio il frutto maturo di una vita cristiana autentica e genuina. Per queste famiglie la chiamata da parte di Dio del proprio figlio o della propria figlia è il compiersi della Sua promessa di accompagnarci ogni giorno nel nostro percorso terreno. Molte mamme si sentono sanamente orgogliose di avere tra i propri figli un consacato a Dio e dedito al servizio del prossimo. "Grazie Signore" per questa predilezione che benedice la nostra casa e la nostra vita.

In questi casi, seppur con difficoltà, questo accompagnamento vocazionale si fa spedito e facile, c’è una visione soprannaturale e le cose di Dio si "capiscono" in modo sereno.

La chiamata a sorpresa... condivisa ma difficile da capire

Spesso tra le mail che ricevo nel sito www.vocazione.org i giovani che vengono chiamati hanno fatto un percorso più privato ed intimo. Nella vita quotidiana in seno alla famiglia non c’è stata una "rivelazione" chiara. Il cammino percorso è stato reso visibile forse come la punta di un iceberg, ogni tanto si è visto qualche indizio che però non ha destato troppi "sospetti". I giovani in questione hanno maturato a poco a poco questa chiamata che si è compiuta tracciando un filo rosso non sempre chiaro neppure per loro. È questo il caso in cui apparentemente nessuno sapeva nulla e la famiglia si sente presa completamente in contropiede. Questo anche perché forse in casa non si è mai parlato di "certe cose", alle volte perché i figli non sanno se verranno capiti o "stoppati" in questa scelta. Insomma non c’è una piena sintonia, per lo meno alcuni pensano erroneamente così, e non si sente da subito il bisogno di dire qualcosa ai propri genitori.

Il cammino vocazionale prosegue, i genitori intravedono qualcosa ma quando dopo un corso di esercizi o un corso di discernimento la famosa frase "vi devo parlare" viene proferita... apriti cielo! Come un bel temporalone o un lampo a ciel sereno la serenità della casa viene scossa da questa piccola bufera.

Ad una prima risposta di perplessità della famiglia e, forse, di ostacolo di fronte al sorriso del proprio figlio o figlia e alla spiegazione di come sono andate le cose a poco a poco il sereno ritorna. Mamma e papà conoscono bene il proprio figliolo e sanno che non è un ennesimo capriccio quello che sta volendo e quindi, anche se all’inizio soltanto umanamento, si fidono e "contento lui"... lasciano fare.

La chiamata non capita e ostacolata

Purtroppo, sempre più spesso, c’è anche questo tipo di risposta in alcune famiglie di fronte alla vocazione dei propri figli. Stizza, chiusura, ribellione... molti genitori si chiudono nel silenzio e nel "muso duro" della rabbia di fronte al sorriso del proprio figlio o figlia che si spegne violentemente. In questi casi, purtroppo, nascono tutta una serie di incomprensioni e di chiusure. Si rinfaccia di non voler bene alla propria famiglia, di voler far soffrire i propri genitori, di essere impazziti, di essere stati plagiati, di non rendersi conto dei tanti sforzi fatti affinché si potesse avere una buona istruzione, un buon lavoro, di... insomma da questo momento le giornate si tingono di toni grigi e neri. È una ferita che si apre e alle volte una vera e propria lacerazione. Da un lato i genitori vanno in cristi e dall’altra i figli vanno in confusione. Il povero direttore spirituale si ritrova a dover "difendere" i diritti del Signore e spesso tutto questo non viene ne capito ne voluto assolutamente capire. Un turbine che travolge tutto e sradica ogni "pianta" lasciando alle spalle un terreno sconquassato e non più fertile. A farne le spese è il progetto che il Signore aveva seminato nel cuore di ogni chiamato.

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Potremmo continuare ancora questa nostra riflessione e tracciare ancora altre tipologie ed esempi di ciò che può nascere quando un figlio apre in famiglia il progetto vocazionale che il Signore ha affidato ed è stato percorso. Potremmo sottolinerare ed additare, con ragione, come in un periodo di scristianizzazione come il nostro sia difficile accompagnare, far maturare e capire "umanamente" le cose di Dio. Insomma, ci troviamo di fronte ad un cammino difficile e per certi versi complesso. In questi quindi anni di pastorale vocazionale l’esperienza fatta ha toccato veramente un po’ tutti questi punti e le sorprese sono state molte. È proprio vero che la realtà va molto più in la di quanto l’immaginazione possa pensare a tavolino.

Comunque sia mi permetto di lasciare alcuni spunti di riflessione. Non credo siano le risposte puntuali e perfette per "risolvere" le varie problematiche che toccano la vocazione. Sono però considerazioni nate "sulla strada" e che mi hanno aiutato nei momenti più difficili di questa realtà legata alla vocazione. Come direttori spirituali siamo strumenti che il Signore usa per il cammino che Lui sa migliore per chi stiamo aiutando e quindi:

· Accompagnando spiritualmente un giovane a motivo di una chiamata, di una vocazione sacerdotale o di una consacrazione, così come lo si aiuta ad approfondire e a maturare la chiamata bisogna anche cominciare a conoscere il tipo di "sensibilità spirituale" che vive la famiglia. Conoscerla bene e creare un ambiente di fiducia e di rispetto che poi sarà utile per il possibile ingresso in seminario del proprio figlio.

· I genitori, soprattutto quelli che non vivono una fede profonda, si fermano spesso ad un livello umano della vocazione. Come se fosse un lavoro da scegliere in cui bisogna stare attenti al tipo di contratto che il proprio figlio dovrebbe sottoscrivere. Da qui una serie direi "infinita" di ma, peró, insomma, non credo, perché... ai quali si può e si deve dare una risposta adeguata ma che alla fine deve arrivare ad una visione soprannaturale di questa scelta.

· Forse è questo il punto centrale di tutta la riflessione: la chiamata non si può "capire", o meglio, non è una cosa da capire soltanto intellettualmente ma si deve vedere con gli occhi della fede. Fede che non è irrazionale ma soprarazionale. Insomma il fatto che tuo figlio non continui in questo momento, per esempio, gli studi universitari non è perché vuole scappare dalle proprie responsabilità ma forse, unicamente, perché il Signore per lui ha pensato non a un pezzo di carta che lo abilita per il mondo del lavoro ma una missione concreta e profonda per poter amare come il Signore ama.

· C’è quindi una dimensione da recuperare ed è quella di vedere le cose con gli occhi di Dio. Quando non si crede si cercano ragioni, e queste devono essere quelle che pensiamo noi.

· Il direttore spirituale è lo strumento che il Signore usa affinché la luce di Dio illumini ció che a volte gli uomini non riescono a vedere. Ad ogni affermazione vocazionale c’è un ostacolo che "razionalmente" i genitori possono mettere. Un bastone tra le ruote che deve essere rimosso.

· La vocazione non è soltanto un dono per chi la riceve ma è sempre anche un grande segno per tutte le persone che vivono accanto ad ogni chiamato. È una grazia che cambia la vita di una persona e di tutte quelle che sono accanto a lui. È una luce che fa spesso riconsiderare il valore della vita a chi, magari, era ormai troppo abituato a vedere la vita dai tetti delle case verso il basso e non verso il cielo.

· In questa realtà consiglierei di non arrivare mai ad uno strappo del chiamato con la propria famiglia. Ci può essere una sofferenza, ci può essere un periodo di chiusura e di ostacolo ma il giovane non deve "scappare di casa scendendo dalla finestra della propria stanza con le lenzuola". Alla larga l’essere scappato di casa lasciando tutto e tutti può essere controproducente. Per questo motivo chiedo sempre ai genitori di, perlomeno, rispettare e dare una opportunità alla decisione del proprio figlio.

 

Mi rendo conto che con queste brevi parole abbiamo soltanto toccato uno dei tanti aspetti che il tema della vocazione ci propone. I paletti messi delimitano un ambito di riflessione e gli spunti menzionati ci aprono ad un approfondimento personale di questa realtà.

Il Signore non fa mai le cose a metà e, spesso, dopo il temporale torna il sereno.

 

Benvenuto

Benedizione a Frate Leone

Il Signore ti benedica e ti custodisca.

Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.

Volga a te il suo sguardo e ti dia pace.

Il Signore ti dia la sua grande benedizione.