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Verso le vette della Santità Sacerdotale

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Mons. Agostino Gonon

Vescovo di Moulins

Verso le vette della Santità Sacerdotale

Volume Quarto

LE GEMME DELLA CORONA SACERDOTALE

(RITIRI)

 

 

Traduzione dal francese Seconda Edizione riveduta e migliorala da un Direttore Spirituale di Seminario

Edizione S. T. E. M.

LIBRERIA EDITRICE ARCIVESCOVILE G. D AVERIO MILANO - Via Lupetta 12

 

 

PREFAZIONE DELL'AUTORE

Dopo le prime tre serie di « Ritiri mensili » :

I) Il Sacerdote e i suoi grandi doveri -

II) Il Sacerdote nella sua atmosfera soprannaturale –

III) Il Sacerdote alla scuola del Maestro Divino, ecco la quarta: Le gemme della corona sacerdotale. Si completa così un lavoro nel quale abbiamo trasfuso tutto il nostro cuore, perché intrapreso per «gli Amici del Maestro». Vogliano essi trovare in queste ultime pagine, come già nelle prime, la prova del nostro vivo desiderio d'aiutarli a conoscere meglio, a volere più fortemente.

Quanto più addentro abbiamo potuto penetrare nelle anime sacerdotali, tanto più si è intensificato il nostro sincero e affettuoso rispetto per esse. Quali virtù, quante bellezze inorali abbiamo scoperte in coloro che ci è pur dolce chiamare, edificati e commossi: « Venerati e cari Confratelli». E più grande è la nostra ammirazione perché meglio ci son note le condizioni a volte tanto penose della loro esistenza solitaria, priva di consolazione e d'incoraggiamento.

Come comprendiamo bene il bisogno che hanno ì sacerdoti di accostarsi a Dio sempre più, di appoggiarsi a Lui!

Il Ritiro mensile può aiutarli in questo e per noi è vera gioia poterne facilitare la pratica con questo quarto e ultimo volume.

Supplichiamo la Vergine Immacolata di benedire te nostre intenzioni, e per sua mediazione imploriamo dal Cuore Sacratissimo di Gesù le migliori effusioni delle sue grazie sui nostri degnissimi e amatissimi lettori.

Agostino

Vescovo di Moulins.

LE GEMME DELLA CORONA SACERDOTALE

RITIRO DEL MESE DI GENNAIO

IL SACERDOTE E LA VIRTÙ' DI RELIGIONE

« Il grande disegno di Dio nella vocazione al sacerdozio è di avere delle persone, che, sciolte da ogni legame, si dedichino unicamente e attendano continuamente all'esercizio del suo culto religioso. Siccome egli è infinitamente santo e perfetto in se stesso e infinitamente buono e liberale verso le sue creature, cosi merita di essere onorato per la sua grandezza e lodato, ringraziato per tutti i suoi benefici. E poiché il suo essere è eterno e le sue perfezioni sono immutabili, come ininterrotti sono i suoi benefìzi, così egli vuole essere glorificato senza posa e continuamente lodato da coloro che, ad ogni istante, sono arricchiti delle sue grazie.

« Nel cielo ha creato gli angeli che lo adorano, lo lodano, continuamente, e gli rendono il culto dovuto alla sua divina maestà.

« Ma il nostro Dio, che desidera sulla terra un culto simile a quello del cielo, e che vuol essere sempre onorato e per le sue adorabili grandezze e per i benefici che spande ognora sulle sue creature, vedendo che la maggior parte degli uomini non avrebbero voluto soddisfarlo o ne sarebbero stati distolti dalle necessità della vita, scelse, a farne le veci, i sacerdoti, perché in nome di tutti gli tributassero l'ossequio di un perpetuo culto di religione.

« Il sacerdote è come un sacramento di Gesù Cristo, religioso di Dio suo Padre; infatti Gesù sotto le apparenze del sacerdote continua a onorare perfettamente il Padre. Il sacerdote è dunque il supplemento del Cristo, nel quale Egli completa ciò che manca al suo culto religioso, come completava in S. Paolo ciò che mancava alle sue sofferenze. Il sacerdote è un mediatore fra Dio e gli uomini, che rende a Dio i doveri della sua Chiesa, e a questa distribuisce i doni di Dio. In una parola il sacerdote è come un sommario e una sintesi di tutta la religione » 1)

Belli e gravi pensieri di un gran servo di Dio che aveva meditato profondamente sul sacerdozio. Non sono essi il commento della parola dell'Apostolo, così completo nella sua . concisione? omnis pontifex ex hominibus as-sumptus, pro hominibus constituitur, in his quae sunt ad Deum (Hebr. 5, 1). Non son l'eco della dichiarazione solenne fatta da Gesù alla Samaritana? Venit hora, et nunc est, quando veri adoratores adombunt Patrem in spirita et ventate. Nam et Pater tales quaerit qui adorent eum (Joan. 4, 23).

Ci troviamo di fronte a un dovere importante, essenziale. Il Padre cerca veri adoratori e deve trovarli nei suoi sacerdoti, continuatori del solo vero Sacerdote, del solo vero Adoratore e Mediatore. Eppure questo dovere non è il meglio compreso né il più fedelmente osservato. Per riuscire ad osservarlo come si conviene, ravviviamo le nostre convinzioni e perciò meditiamo: 1° il fondamento; la pratica della virtù di religione.

1) Olier; Trattalo degli Ordini Sacri, 1» parte, cap VII.

 

1. - IL FONDAMENTO

S. Tommaso (1) con Cicerone e S. Agostino, trova nel termine religione una triplice etimologia, quindi un triplice significato, a) Deriva da relegere; l'uomo riflette a ciò che è in se stesso, a chi è Dio, e volge le sue potenze verso l'Autore del suo essere: In omnibus viis tuis cogita illum (Prov., 3, 6). b) Deriva da religere; l'uomo, allontanato da Dio per la sua primitiva disobbedienza, decide di ritornare a Lui, elegge di servire Luì, invece di servire le proprie passioni, c) Deriva inoltre da religare; l'uomo orientato verso Dio per via d'intelligenza, s'unisce a Lui con tutta l'attività dell'anima sua.

Non escludiamo, un significato a vantaggio dell'altro ; si collegano e si completano a vicenda. Punto di partenza è la luce su ciò che è Dio, su ciò che siamo noi. Nostro Signore lo disse a S. Caterina da Siena: «Io sono Colui che è, e tu colei che non è! » Ne consegue che tutto ciò che siamo, tutto quanto abbiamo dev'essere riferito a Dio. Ecco il compito della religione la quale, dice ancora S. Tommaso, « è una virtù in forza della quale gli uomini rendono a Dio il culto e il rispettò a Lui dovuti ». Dìo è: due parole dal significato immenso: Ego sum qui sum (Exod. 3, 14). Egli è l'Essere per Se stesso, l'aseità è la sua essenza. Egli basta a Se stesso e non riceve da nessuno. Quando per mezzo di Mosè trasmette gli ordini al suo popolo, sanziona ogni precetto con questa solenne affermazione: Ego Dominus Deus vester. Ego Dominus '(Lev. 19, 2-12). Egli solo è vita, solo è forza, solo è potenza, solo è tutto, l'Infinito, l'Assoluto: Scito ergo hodie, et cogitato in corde tuo quod Dominus ipse sit Deus, in coelo sursum et in terra deorsum, et non sit alius (Deut. 4, 39).

Ne viene di conseguenza che le creature son nulla dinanzi a Lui: Ecce mensurabiles posui-sti dies meos, et substantia mea tanquam ni-hilum ante te. Verumtamen universa vanitas, omnis homo vivens (Ps. 38, 6). Nulla esiste senza di Lui, nulla esiste se non per Lui.

Su tutto ha dominio essenziale: è proprio della natura stessa della creatura il derivare da Dio, quindi l'appartenergli.

Su tutto ha dominio universale: non v'è atomo che non sia sua creatura, e che sfugga al suo dominio.

Su tutto ha dominio assoluto: nulla, nessuno può cosa alcuna contro di Lui; Lucifero l'apprese a sue spese: Quis ut Deus? Adamo lo sperimentò dolorosamente; l'empio che lo provoca e lo bestemmia, non vincerà; Dio può sembrare sordo, muto, inerte sotto i colpì del l'oltraggio: che gli importa il tempo? Per vendicarsi dispone dell'eternità!

Dio solo, l'essere, primo principio degli esseri, è pure necessariamente loro ultimo fine. Infatti, l'operaio intelligente per fare un'opera degna di sé, deve volerla adeguata ai mezzi d'azione di cui dispone. L'Infinito dispone di mezzi infiniti; il fine del suo atto, perché sia degno di Lui, deve essere infinito, e non v'è, né può esservi che un solo infinito.

Dio è tutto, Dio ha diritto a tutto. Quale posto occupa nel mondo?

Gli esseri privi di ragione seguono necessariamente l'orbita tracciata dalla Provvidenza: Coeli enarrant gloriavi Dei, et opera manuum ejus annuntiat flrmamentum (Ps. 18, 1). Ma l'uomo intelligente e libero da a Dio quanto gli deve? Re dell'universo, mente e cuore del mondo, volge a Dio e a Lui solo i suoi pensieri e i suoi affetti? Ohimè! Prima dell'Incarnazione tutto fu Dio per l'umanità, eccetto Dio stesso; si vide perfino il popolo eletto prostrato . dinanzi al vitello d'oro, e S. Paolo, prima Che fosse an"nunziato il grande mistero ai supersti-tiosiores Ateniesi, ebbe la dolorosa sorpresa di vedere nella loro città un altare dedicato al-i'Ignoto Deo '(Act, 17, 22).

Venne Gesù, erede di tutte le nazioni, e tributò al Padre suo l'omaggio stupendo della sua soggezione santa, del suo pensiero fedele, del suo amore totale. Ascoltiamolo rivelarci come in Lui vive il Padre, come Egli è tutto per il Padre: Non sum solus, Quia Poter mecum est (Joan. 16, 32). Pater meus usque modo opera-tur et ego operar (id. 5, 17). Quae placita sunt ei faeio semper (id. 8, 29). Pater in me manens ìpse facit opera (id. 16, 10).

E' Sacerdote perché è Mediatore, e la sua mediazione consiste essenzialmente in questo che Egli tributa al Padre e alla gloria sua, quello di cui lo priva la deficienza umana causata dal peccato: Aversio a Deo, conversici ad creaturas. E' mediatore di religione con il dono di tutto Se stesso, dono di cui il suo sacrificio non è che il compimento perfetto, perché lo fa assoluto come lo reclama l'assoluto del Padre: Ut. offerat dona et sacrificio pro peccatis (Hebr. 5, 1).

Non dimentichiamo che siamo sacerdoti in Lui; meglio, Egli stesso è Sacerdote in noi, solo e unico Sacerdote in tutti ì sacerdoti, che sono perciò, in virtù della loro consacrazione essenzialmente mediatori di religione,

Ci siamo chièsto più sopra quale posto occupa Dìo nel mondo. L'interrogazione diviene più grave ancora quando la rivolgiamo a noi stessi: quale posto occupa Dio nella nostra vita? E non possiamo non rivolgerla a noi, che dobbiamo essère guida dei nostri fratelli per condurli a, Dio; Forma facti gregis ex animo (1 Petr. 5, 3). Quale è la direttiva abituale dei nostri pensieri, dei nostri giudizi, delle nostre intenzioni, del nostri affetti? Risponda la coscienza; essa non ha diritto dì sottrarsi all'interrogazione. Aiutiamola piuttosto ad essere leale continuando la nostra, meditazione.

2. - LA PRATICA

Religioso di Dio secondo la parola dello Spirito Santo: Erunt sacerdotes mthi religione perpetua (Exod, 19, 9), il sacerdote, secondo la

definizione sopra citata, deve tributare a Dio per sè e per i fratelli, il culto e il rispetto che gli sono dovuti. Compie così quattro funzioni: adora, ringrazia, impetra grazie, domanda perdono.

a) Dio è, noi non siamo. La religione è l'adorazione che si abbassa fino ad annientarsi; è il riconoscimento di quanto v'è in Dio d'ineffàbile Infinità, di assoluta Pienezza, d'essenziale Autorità; è la vista abituale di tanta Grandezza, Maestà, Sapienza, Verità, Santità.

L'uomo è troppo incline a ripiegarsi su se stesso e non guarda Dio; è troppo limitato è non comprende Dio.

L'Uomo-Dio non ha mai perduto di vista il Padre, l'ha compreso quant'è comprensibile: Deum nemó vidit unquam, Unigenitus Fttius qui est in sinu Patris ipse enarravit (Joan. 1, 18). Quindi Egli fu un perfetto adoratore; In his quae Patris mei sunt oportet me èsse. '(Lue. 2, 49).

Così deve sforzarsi di essere il sacerdote, homo Dei. Sempre guarderà Dio con la contemplazione, lo studierà: con la meditazióne; la sua orazione, il suo breviario saranno le due correnti mistiche Che faranno prostrare l'anima sua adorante. Ad ogni aurora .dirà: Deus, Deus meus, ad te de luce vigilò (Ps. 62, 1), e nella quiete del crepuscolo: Elevatio manuum mearum sacriftdum vespertinum (Ps. 140, 2).

La sua vita dev'essere seria, intensa, riflessiva. Ma quanti sacerdoti sonò lungi dal presentare tale .fisionomia, perché disorientati, dissipati, superficiali!

b) Dio è, noi non siamo; Egli tutto ci dona. La religione è dunque il ringraziamento che sale verso la Perfezione sostanziale, necessaria, che è Dio stesso, la Bontà eterna, sempre viva, sempre diffusiva di sé.

L'uomo è troppo egoista per non essere ingrato; il mondo è freddo verso Colui che lo ricolma dei suoi beni.

Sulla terra Gesù fu la laus perennis come lo è il verbo nel seno dell'adorabile Trinità. . Il Vangelo ad ogni pagina dice di Lui: gratias agens (Mat. 15, 36) — cum gratias egis-set... (id. 6, 11). Ed Egli stesso in alcune circostanze manifesta così il moto istintivo del suo Cuore: Pater, gratias Ubi ago, quod...

E così farà pure l'homo Dei; in questo gli è guida il suo breviario, recitando il quale invita la creazione a cantare l'inno del solenne ringraziamento: Benedicite, omnia opera Domini, Domino! (Dan. 3, 57). Nella Messa invita i fedeli a unirsi concordi: Gratias agamus Domino Deo nostro, e per essere sicuro che l'armonia salirà gradita all'orecchio del Padre, fa propria quella dell'eterno Cantore: Per ipsum, et cum ipso, est tibi Deo omnipotenti, in uni-tate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria.

c) Dio è, noi non siamo; abbiamo bisogno di tutto. La Religione è impetrazione di grazie, è la supplica dì chi si riconosce povero e indegno, ma che spera, filiale e perseverante, di ricevere i doni della Provvidenza e le effusioni dello Spirito Santo.

L'uomo orgoglioso non sì cura d'invocare l'aiuto di Dio; se, umile o infelice, vi pensa, non può farlo in modo efficace, incapace com'è di obbedire all'Apostolo: Volo ego viros orare inomni loco, levantes puras manus, sine ira et disceptatione (1 Tim. 2, 8); le sue mani non sono pure!

Che preghiera efficace quella del Salvatore! Qui in diebus carnis suae, preces supplicatio-nesgue ad eum, qui possit illum salvum tacere a morte, cum clamore valido et lacrymis, offe-rens, exauditus est prò sua reverantia... factus est omnibus obtemperantibus sibi, causa salu-tis aeternae (Hebr. 5, 7-9).

Il sacerdote quando sale all'altare porta con sè i voti dei fedeli. Egli è colui che ufficialmente multum orai prò populo, et universa sancta civitate (2 Mac. 15, 14). La sua religione l'obbliga a una vita immacolata, affine di propiziare il Cuore di Dio: Quis ascendet in mon-tem Domini... innocens manibus et mundo corde! l(Ps. 23, 3).

d) Dio è, noi non siamo e abbiamo peccato. La religione che implora grazia, è la supplica di un perdono sempre pronto a concedersi al pentimento sincero: Quia apud te propi-tiatio est, et propter legem tuam sustinui te, Domine (Ps. 129, 4). L'uomo è incapace d'ottenere perdono: dovrebbe essere capace dell'infinito. Venne l'Uomo-Dio, Agnus qui tollit peccatum mundi (Joan, 1, 29), e nello spargimento del suo Sangue, justitia et pax osculatae sunt (Ps. 84, 11); il bacio della riconciliazione discese dal cielo a irradiare la fronte del peccatore di luci piene di speranza.

L'homo-Dei versa ogni mattina quel Sangue sul Calvario dell'altare, le sue mani ne sono , imporporate ed egli le innalza verso il cielo: Inter vestibulum et altare plorabunt sacerdoti

tes ministri Domini et dicent: parce Domine! (Ioel. 2, 17). Ne consegue per lui l'obbligo di identificarsi colla Vittima, perché nell'unico sacerdozio di Cristo, di cui egli è investito, sacerdote e ostia sono una cosa sola. L'ultima caratteristica del suo programma di religioso di Dio è l'« immolor supra sacriftcium » di S. Paolo (Phil. 2, 17).

— La religione è dunque una virtù sovreminentemente sacerdotale; dobbiamo quindi comprendere e scolpire nell'animo nostro la solenne raccomandazione del Concilio di Trento 1) : Sic decet omnino Clericos in sortem Domini vocatos, vitam moresque suos omnes com-ponere, ut habitu, gestu, ìncessu, sermone alii-sque omnibus rebus nihil nisi grave, modera-tum ac religione plenum praeseferant, levia etiam delieta, quae in ipsis maxima essent, ef-fugiant, ut eorum actiones cunctis afferant ve-nerationem.

Esame sullo spirito di religione

O Gesù, adoro l'anima vostra santissima che pienamente e con tutta perfezione soddisfa i doveri che le creature intelligenti hanno verso Dio. Quando voi, Religioso del Padre vostro a Lui tributate l'adorazione in ispirito e verità, ch'Egli esige per la sua gloria ad extra, « tales quaerit », mi associate mediante il' sacerdozio a tale funzione, ch'io devo compiere in ispirito di giustizia e di riparazione. Tanto onore esige da me una disposizione interna senza la quale

la mia vita non sarebbe leale ; una disposizione esterna senza la quale la prima non sarebbe visibile, nè avrebbe vita.

1. - RELIGIONE INTERNA

Dice S. Agostino: Religet nos Religio uni _ omnipotenti Deo2). Quest'unione può e deve ottenersi con il cuore. Dio non ama la finzione: Populus hic labiis me honorat, cor autern eorum longe est a me (Mat. 15, 8). Vivo alla presenza di Dio quant'è possibile? Providebam Dominum in conspectu meo semper (Ps. 15, 8). — Sono fedele alla meditazione quotidiana, considerandola come un esercizio indispensabile per l'anima mia? — Sono fedele. a tutte le mie pratiche di pietà ritenendole quasi' un prolungamento della meditazione, che ne deve essere il principio informatore? — Curo la preparazione intima raccomandata dallo Spirito Santo: Ante orationem pruepara animam tuam (Eccli. 18, 23)? Senza preparazione le mie pratiche mi farebbero somigliare a Vaes sonans o al eymbalum tinniens di cui parla S. Paolo (1 Cor. 13, 1). Prima di ogni preghiera, prima della S. Messa, prima del breviario, prima d'amministrare un sacramento o di compiere qualsiasi funzione liturgica, prima d'entrare in chiesa o di fare un semplice segno di croce... ho premura di raccogliermi? Ambula coram me et esto perfectus (Gen. 17, 1). Ripeto spesso: «Mettiamoci alla presenza di Dio!»; lo faccio veramente? E l'altra ancor più solenne: Domine in unione illius divinae intentionis qua Ipse in terris laudes Deo persolvit, has Ubi horas persolvo? O mio Dio, omnes viae meae in conspectu tuo (Ps. 118, 158). Devo essere come Mosè: Invisibilem tamguam videns sustinuit (Hebr. 11, 27).

2. - RELIGIONE ESTERNA

Tutti siamo obbligati al culto esterno; per tutti l'Apostolo scrive: Glorificate et portate Deum in corpore vestro (1 Cor. 6, 20), il sacerdote più di ogni altro. Per il fatto che egli è sacerdote nel corpo e nello spirito, è ostia in tutta la persona: Obsecro itaque vos, fratres, per misericordiam Dei ut exibeatis corpora ve-stra hostiam viventem, sanctam, Deo placen-tem (Rom. 12, 1). La mia religione esterna deve esplicarsi in chiesa e fuori di chiesa.

a) In chiesa. — Il mio contegno, il mio tratto, la mia compostezza sono di edificazione ai fedeli? Modestia vestra nota sit omnibus ho-mtnibus; Dominus enim prope est (Phil. 4, 6). E' facile prendere troppa familiarità col luogo santo: Quam terribilis est locus iste! non est hic aliud nisi domus Dei et porta coeli '(Gen. 28, 17); eppure vi si parla senza motivo, ci si comporta come in casa propria!... — Vigilo sui miei sguardi? Si può destare sorpresa e per-sino scandalo se non si vive nell'assemblea cristiana in modo da meritare l'elogio che S. Gi-rolamo fa di S. Giovanni Battista: Oculis desi-derantibus Christum, nihil aliud dignabatur aspieere 1). I miei gesti portano l'impronta della dignità? Non si devono prendere pose solenni; ma certe genuflessioni stroncate, certi segni di croce che non lo sono, una certa precipitazione disinvolta sanno di oltraggio all'onore dovuto a Dio e non edificano certo i fedeli! — La mia pronunzia è integra, rispettoso il mio tono di voce? Si deve bensì evitare qualsiasi affettazione, leziosaggine; ma anche vigilare per non omettere alcuna formula (si può arrivare a pronunciare malamente ciò che è essenziale; questo non è un disordine frequente, ma quanto grave!) — Sto attento per non divenire un fonografo intelligente, o meglio per nulla intelligente? Osservo scrupolosamente riti e rubriche? Tutto è stato saggiamente ordinato; considerare alla leggera le prescrizioni del cerimoniale o dell'Orcio espone al pericolo di cadere nell'arbitrario o nel ridicolo; indizio di poco spirito di fede: Maledictus Qui facit opus Domini fraudolenta (Ierem. 48, 10).

b) Fuori di chiesa. — Devo ricordare che sono prete da per tutto. Trattando colle persone di condizione inferiore, col pretesto d'essere semplice, cado troppo in basso? Vi sono certe maniere, certi atteggiamenti trasandati, certe libertà dì linguaggio sconvenienti ad un prete. — Con le persone di condizione elevata, sotto pretesto di urbanità, tengo un contegno, un parlare che disdice ad un uomo di chiesa e mi attira le beffe malcelate, anzi che la stima di coloro cui pretendo garbare? — Tanto le persone del popolo che le aristocratiche quando scorgono un prete, vogliono vederlo vero prete, e non un uomo più goffo che elegante, Prete solo nell'abito! — Il mio vestire è sempre corretto? Sono veramente da per tutto homo Dei?

— O Gesù, adorabile modello dei vostri sacerdoti, aiutatemi a conoscere quanto in me devo modificare e aiutatemi nella riforma. Con tutto l'animo vi prego di aiutarmi a compiere il vostro desiderio: Videant opera vestra bona et gloriftcent Patrem vestrum qui in caelìs est (Mat. 5,. 16).

Preparazione alla morte

IL « DIES IRAE » DEL SACERDOTE Sorpresa dell'anima

Dies trae, dies Eia Solvet saeclum in favilla... Teste David cum Sybilla.

Dio mio, mi vado incamminando verso la morte e non è possibile evitarla. Il peso del mio essere mi trascina al suo incontro con la vertiginosa rapidità del tempo. Ogni giorno più mi ci avvicino; tutto me lo dice: la rivelazione e la ragione, la storia e l'esperienza: teste David cum Sybilla; e ci pensò poco, non ci rifletto che alla sfuggita,... mi stanco ed ho paura : ne distolgo l'attenzione subito distratta dai molteplici oggetti che la seducono, dalle contingenze che l'assorbono.

Ma questo non è sapienza!

Non devo aspettare l'ora in cui ridurrete in cenere il mondo intero: Solvet saeclum in favilla! V'è un'ora, prossima ormai, in cui io sarò, ridotto in cenere: Pulvis es et in pulverem reverteris! (Gen. 3,19). — Putredini dixi: poter meus es, mater mea, et soror mea, vermi-bus! (Iob. 17, 14).

Non sarà terribile (dies irae, dies illa!) il dissolvimento del mio essere? Tutto mi sfugge: persone e cose spariranno dal mio sguardo ottenebrato; sentirò che tutto mi vien tolto, che io stesso sono strappato a tutto... Che cosa mi sta a cuore?... Le mie sostanze, le mie idee? Le mie sostanze passeranno nelle mani di chi non le avrei mai volute; si spartiranno i miei libri, si brucieranno i miei scritti o saranno derisi; le mie iniziative verranno abbandonate, criticate; le mie idee vittoriosamente combattute! — Chi mi sta a cuore?... Coloro che amo molto, mi dimenticheranno; ameranno il mio successore forse più di me ... oblivioni, datus sum tanquam mortuus a corde (Ps. 30, 12) e su me si stenderà il silenzio del nulla.

Lo sfacelo del mio essere! Le mie energie saran vinte dall'impotenza; sentirò rallentarsi il ritmo del mio cuore, il respiro diventare affannoso; un'angoscia, un'agonia dolorosa, uno spasimo, un ultimo respiro orribilmente straziante... e sarò abbattuto; finito tutto! La morte inizierà l'orrido e rapido suo lavorìo... i parenti avranno fretta di sbarazzarsi della mia spoglia mortale... jam foetet!

Però tutto questo costituisce solamente la scena visibile; quella invisibile sarà ben più tremenda; sarà davvero spaventosa.

Quantus tremar est futurus, Quando Judex est venturus. Cuncta stricte discùssurus.

E' vero il mio ultimo respiro mi getterà ai piedi del Tribunale di Dio. Vi penso? Comparirò al cospetto di Dio!

Quando devo, quando ho dovuto presentarmi ad un personaggio che m'invita o cui ho chiesto udienza, il mio cuore batte concitato, più forte; non sono timido, e mio malgrado resto intimidito; studio le frasi, peso le parole e m'accade di dir male o di non dire quanto vorrei.

Che sarà quando Judex est ventums? Sul Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni rimasero abbagliati e atterriti: Ceciderunt in faciem suam, et timuerunt valde (Mat. 17, 6). Nell'Orto degli Olivi i satelliti del traditore abierunt retrorsum, et ceciderunt in terram (Ioan. 18, 6). Al sepolcro prae timore exterriti sunt custodes et facti sunt velut mortui!... (Mat. 28. 4). Io davanti a Lui improvvisamente! quan-tus tremor est futurus! Mi sento molto sicuro quando si scatena l'uragano, quando minaccia un pericolo imminente? Perchè mi distraggo da queste terribili realtà? Non dovrei invece penetrarmene lo spirito? La scossa della comparsa sarebbe molto attenuata e, certo, le disposizioni dell'anima mia migliorebbero assai perchè, infine, non comparirò dinanzi a Lui per restarvi immobile per lo stupore, muto per lo spavento.

Verrà il Giudice, cuncta stride discussurus. a discutere con me. a scrutare, perquisire ogni più intimo recesso della mia coscienza, a destarmi bruscamente da colpevole torpore, a scuotermi energicamente dal letargo, di cui si tien paga la mia indolenza, a portare luce in quel recondito in cui la mia malafede accumula dense nebbie!... Dio in discussione con me sacerdote, che devo difendere i suoi diritti presso gli altri, che ho ricevuto per ciò grazie

insigni, che sono stato consacrato filius lucis! O mio Dio, che sarà di me?

Dies irae, dies illa! Un solo giorno veramente importante mi aspetta ormai: l'ultimo di mia, vita. E siccome nescitis diem neque horam, quel giorno potrebbe essere oggi stesso, domani! Per non essere colto alla sprovvista, debbo pensarci sempre: Annos aeternos in mente habui (Ps. 76, 5). Signore, concedetemi la grazia d'essere quel beatus ille servus quem, cum venerit Dominus eius, invenerit vigilantem (Mat. 26, 25).

RITIRO DEL MESE DI FEBBRAIO

IL SACERDOTE E LA FEDE

Uno dei rimproveri più frequenti che Gesù soleva fare a quelli che lo avvicinavano era motivato dalla mancanza di fede. A tutti i suoi Apostoli troppo umanamente preoccupati del domani, o troppo spauriti dalla tempesta dice: Quid timidi estis modicae fidei? (Mat. 8, 26); Quid cogitatis inter vos, modicae fidei? (id. 16, 8). A S. Pietro che cammina sulle acque ed è colto da improvviso spavento per l'imperversare del vento: Modicae fidei, quare dubitasti? (id. 14, 31). Ai discepoli di Emmaus mesti, perchè dimentichi di una parola, che avrebbe dovuto essere tutta luce per essi: Re-gnuvn meum non est de hoc mundo (Ioan. 18, 36) dice mestamente: O stulti et tardi corde ad credendum! (Lue. 24, 25). A Tommaso che Per credere esige una prova tangibile: Quia vidisti me, Thomas, credidisti; beati qui nonviderunt et credìderunt ! (Ioan. 20, 29).

Si rallegra al contrario con quelli che credono e attribuisce ogni potere alla docilità del loro spirito: Fides tua te salvum fecit (Mat. 9, 22) dice al cieco dopo averlo guarito e così Pure all'ammalata che gli ha toccato l'orlo della veste. e alla Cananea: O mulier, magna est fides tua: fiat tibi sicut vis (id. 15, 28) E finalmente da la certezza assoluta: Si habueritis fidem sicut granum sinapis... nihil impossibile erit vobìs (id. 17, 19). — Omnia possibilla sunt credenti (Marc. 9, 22). E si potrebbero moltiplicare le citazioni.

Si tratta dunque di una virtù che deve starci a cuore in modo particolare. Per noi sacerdoti è stata l'oggetto di una speciale preghiera di Nostro Signore: Rogavi pro te ut non deficiat fides tua, et tu aliquando conversus, confirma fratres tuos (Luc. 22, 32). Meditiamola e convinciamoci seriamente che: 1° dobbiamo avere fede, dobbiamo vivere di fede.

1. - DOBBIAMO AVER FEDE

Ne abbiamo la prova nelle pagine evangeliche sopra ricordate. Ma non è inutile approfondirle.

Il sacerdote, continuatore del Cristo, è o dev'essere perfetto religioso dì Dio come il Cristo. Ora S. Tommaso scrive3): Relìgio habet duplices actus: quosdam quidem proprios et immediatos... sicut sacrificare, adorare...: alios autem actus habet, quos producit mediantibus virtutibus, quibus imperat. Fra queste virtù tiene il primo posto la fede.

Senza dubbio la fede, virtù teologale, precede la religione; l'epistola agli Ebrei lo fa notare: Credere enim oportet accedentem ad Deum, quia est (Hebr. 11, 6). Si crede in Dio prima di rendergli omaggio, ma gli si rende omaggio credendo in Lui, e l'atto più bello e nello stesso tempo più fecondo della nostra religione è l'atto di fede; con quest'atto pratichiamo profondamente l'adorazione in spiritu et ventate, voluta dal Padre.

Nell'atto di fede la ragione crede fermamente senza vedere, come e più ancora che se vedesse; essa s'immola così e onora la veracità di Dio, motivo del suo sacrifìcio, insieme agli altri attributi divini, oggetto della fede.

La fede è la nota distintiva del cristiano: Justus meus ex fide vivit (Hebr. 10, 38), il quale è perciò chiamato con il bel nome di fedele. E dev'esserlo in modo sovreminente il sacerdote, cui S. Paolo scrive: Exemplum esto fidelium, in fide (Tim. 4, 12). — Tu autem, homo Dei, sectare... fidem (id. 6, 11).

S. Agostino asserisce che «la fede ci ha ordinati chierici e consacrati sacerdoti »4). Ecco dunque perché aspicientes in auctorem fidei, et consummatorem Jesum (Hebr. 12, 2), dobbiamo poter dire coll'Apostolo che possediamo la fede: fidem servavi. Dobbiamo averla profonda, luminosa.

a) Profonda. — Il sacerdote è il depositario, il custode della fede: Labia sacerdotis custodient scientiam et legem requirentex ore ejus (Malac. 2, 17). Deve quindi possederla più di tutti, egli che a tutti dev'essere maestro: Forma facti gregis ex animo '(Petr. 5. 3). L'adesione del suo intelletto dev'essere più fermarle sue cognizioni dogmatiche più solide, più estese. L'adesione più ferma dell'intelletto esige una corrispondenza generosa dell'anima alla grazia della fede; essa è una grazia, non lo si dimentichi, la prima delle grazie, punto di partenza, sorgente di tutte le altre. S. Tommaso dice: Homo participat cognitionem divinarti per virtutem fidei 5). E' una specie d'influsso divino operante una vera deificazione della nostra intelligenza, che vede le verità rivelate nella luce stessa in cui le vede Dìo :Fides est habitus mentis, quo inchoatur vita aeterna in nobis.

E' oscura nel suo oggetto che è il mistero; è chiara nel suo motivo, che è la veridicità di Dio. Essa comunica all'anima una certezza che supera l'evidenza stessa dell'ordine naturale. L'atto di fede è essenzialmente, intrinsecamente sopranaturale, è esclusivamente opera della grazia di Dio.

Che richiede la corrispondenza a tanta grazia? S. Paolo traccia un vasto programma in due parole: Habentes, mysterium fldei in conscientia pura (1 Tim. 3, 9).

E anzitutto, prendendo tali parole ut sonant, è necessario aver l'anima molto pura. Quando caro concupisca adversus spiritum (Galat. 5, 17), attenti! Se le nubi si accavallano, l'atmosfera s'oscura; se le nebbie s'infittiscono dinanzi allo sguardo, non si vede più chiaro.

Ma se è necessaria la purità del cuore molto più lo è la purézza della mente. Essa è una vigile custode di ciò che potrebbe attenuare quanto S. Ilario di Poitiers chiama casta verginità della verità 6). L'Apostolo mette in guardia contro tale insidia: Profanas vocum novi-tates devita (Tim. 6, 20). L'umiltà, la semplicità, la rettitudine del giudizio son riparo a tanto pericolo. Queste disposizioni intime non sono retaggio degli stolti, più curiosi che eruditi, più saccenti che sapienti; esse mantengono lequilibrio nell'intelligenza e sono indizio di vero valore intellettuale.

Questa duplice purezza di mente e di cuore è frutto della preghiera, la quale rende la fede veramente profonda.

E' una grazia che bisogna implorare; è una specie di visione di Dio, a cui bisogna accostarsi; appello dell'anima, prostrazione dell'anima, che ogni sacerdote deve coltivare con premura. Se non diciamo: Domine, fac ut videam.Adjuva incredulitatem meam Adauge nobis fidem non perderemo forse la fede; ma che fede avremo?

Si badi: se dissipati, irriflessivi, andiamo innanzi in forza di un impulso lontanamente ricevuto, corriamo rischio di divenire formalisti e ci premuniamo male dalle infiltrazioni naturalistiche, le quali ci impediscono d'essere veri preti, ossia uomini superiori agli altri uomini deificati: Tu autem, homo Dei (1 Tim. 4, 12).

b) Luminosa. —Il prete non è un custode della fede, avaro del suo tesoro; tutt'altro! Ne dev'essere prodigo anzi, come le anime lo esigono: Legem requirent ex ore ejus (Malac. 2, 7); egli è stato inviato per questo: Evangeli-zare pauperibus misit me. Quindi il Maestro ci dice: Praedicate evangelium omni creaturae... qui crediderìt et baptizatus fuerit, salvus erit (Marc. 16, 15). A tal fine ci vuole luce: Vos estis lux mundi (Mat. 5, 14), — ut fili lucis sitis (Ioan. 12, 36).

E i suoi consigli sono essenzialmente pratici positivi. Quando dice che «la nostra luce deve risplendere dinanzi agli uomini», aggiunge: « affinchè vedano le vostre opere buone ». Fede luminosa, fede irradiante: non è espressione vaga questa; si tratta delle opere buone!

Predichiamo e predichiamo con l'esempio: Verbo movent, exempla trahunt. Quanti ci vedono anche senza essere psicologi accorti, sanno distinguere fra prete e prete. Chi non ha sentito mai questa frase: « Oh, quello sì ci crede! ».

Come se non ogni prete credesse!... Vè dunque un modo speciale dì dimostrare la nostra fede? Sì; mostriamo di crederci. S. Giovanni-Maria Vianney diceva soltanto queste parole: «Oh! figliuoli miei, amiamo tanto il buon Dio! » e tutti gli astanti ne erano commossi. Sì; v'è una particolare fisonomia creata dal contegno, dai modi, dalle parole, dai costumi che distingue l'uomo di fede. Guai! se qualcuno vedendoci dovesse esclamare: Quello fa il suo mestiere!

Predichiamo, e predichiamo con la parola. La predicazione è un dovere essenziale del prete: Oportet sacerdotem... praedieare. Ma del nostro insegnamento si deve poter dire: Verbum ipsius. quasi facula ardebat (Eccli. 48, 1). Accade talvolta di ascoltare delle prediche, che, pur essendo splendide nella forma, lasciano gli uditori freddi; se ne odono altre spoglie d'ogni artifizio, ma che penetrano nelle intelligenze come raggio di sole in andito oscuro e avvolgono i cuori quasi del caldo effluvio d'un focolare ardente. Nemo dat quod non habet; solo gli oratori che sono lucerna ardens et lucens (Ioan. 5,35). posseggono davvero la fede.

2. - DOBBIAMO VIVERE DI FEDE

Dobbiamo dunque possedere la fede, ma non come un germe sterile o un principio inoperoso; la fede è essenzialmente vita, in fide Divo Filii Dei (Galat. 2, 20), ossia un'attività, un elemento di progresso e di sviluppo. Diamole solide basi, viviamone lo spirito, lasciamola svolgere nel suo pieno rigoglio.

a) Abbiamo ricordato sopra che siamo de-positari della fede; S. Paolo ci dice: depositum custodi. Scrive ai Romani: Fides ex auditu; auditus autem per verbum Christi (Rom. 10, 17). La grazia della fede non fa miracoli in favore dell'inerzia intellettule, e neppure ci conferisce il dono dell'ispirazione. Essa esige studio e studio orante.

Ex auditu: l'oggetto della fede, il dogma cattolico, i motivi di credibilità formano un complesso di dottrina che dobbiamo assiduamente, profondamente studiare: Scrutamini scriptu-ras, quìa vos putatis in ipsis vitam aeternam habere; et ìllae sunt quae testimonium perhi-bent de me (Ioan. 5, 39). Suggestiva questa osservazione del buon Maestro! Ogni sacerdote è vraedicator et apostolus, doctor gentium in fide et ventate (1 Tim. 2, 7); dottore per essere predicatore.

Lo studio della teologia è per noi rigorosamente obbligatorio. Ricordi vaghi delle lezioni di Seminario, incerte e generiche nozioni teologiche, non sono fondamento saldo abbastariza per la fede del praedicator in fide et ventate! Per fare opera solida è necessario vigore, e posseggono vigore soltanto coloro che corroborano la mente con sostanzioso alimento.

La fede anemica è una rovina e non rara; ma non incoglie lo studioso!

Auditus per verbum Dei. V'è differenza fra studio e studio. Un curioso non è un sapiente ; ragionatore non vuoi sempre dire ragionevole. Lo studio richiesto dalla fede dev'essere orante: Abscondisti haec sapientibus et prudenti-bus, et revelasti ea parvulis (Mat 11, 25).

Si tratta insomma' di vedere, di conoscere ■ Dìo quanto lo consente la nostra natura; Egli habitat lucem inaccessibilem. Che siamo dinanzi a Luì? Ignoranti e limitati, non abbiamo che a prostrarci nel sentimento della nostra impotenza ed innalzare umilmente il grido supplichevole: Da mihi intellectum et scru-tabor legem tuam (Ps. 11, 34).

Andiamo alla Luce con umiltà: Deus super-bis resista, humilibus autem dat gratìam. Sappiamo già che è dovere questo, per noi, ma la diffidenza di noi non deve togliere la fiducia in Dio. Egli ci vuole illuminare; ne è prova il suo Verbo incarnato. Seminatore di luce, lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum (Ioan., 1, 9), istruisce chi lo ascolta, e gli comunica, come a Maria, melio-rem partem quae non auferetur (Luc. 10, 42) b) Ci sforzeremo dunque di non perdere mai di vista la visione del Maestro.S. Tommaso ha detto che si partecipa alla conoscenza divina mediante la fede. E' quasi un inizio allo stato dei Beati: In lumine tuo videbimus lumen (Ps. 35, 9). La grazia e la gloria appartengono allo stesso ordine; la grazia non è che un principio della gloria in noi. E' necessario creare in noi l'abitudine di tale visione iniziale della gloria, mediante lo spirito di fede.

Ricordiamo una distinzione classica. Vi sono ire luci nel mondo: la luce che illumina la materia e colpisce gli occhi del corpo; la luce che illumina le verità speculative e colpisce lo sguardo della mente ; la luce che fa vedere tutto nello splendore di Dio ed è percepita solo dall'anima. Le due prime sono naturali, la terza è soprannaturale e costituisce propriamente lo spirito di fede. La ragione vede le cose in se stesse; lo spirito di fede le vede in Dio; Egli dev'essere la nostra guida.

Il prete è certamente l'uomo segnato dall'impronta della luce divina: Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine (Ps. 4, 6). La sua formazione sacerdotale gli ha conferito illumi-natos oculos cordis. In virtù della sua consacrazione appartiene alla schiera- di coloro che possono dire: Ipse illuxit in cordibus nostris, ad illumìnationem scientiae claritatis Dei, in facie Cliristi Jesu (2 Cor., 4, 6). Oh, sia dunque fedele il sacerdote nel considerare, valutare tutto nel-\ luce della fede, luce di Dio!

Nos autem sensum Christi habemus (1 Cor. 2, 16). Per chi è dotato di questo senso, v'è un insieme di principi che trascendono la ragione ' formano la sua atmosfera intellettuale, dirigono istintivamente i suoi giudizi e diventano tuo modo abituale di vedere. La Chiesa, le anime... il mondo, il male... gli avvenimenti, il , tempo... tutto ha per lui una sfumatura speciale, un valore che l'animalis homo non percepisce.

 

 

Animalis homo! Questo severo qualificativo usato dall'Apostolo, non lo si può forse applicare a certi preti che non hanno saputo preservarsi dall'influenza della società, dell'ambiente? Il mondo in cui viviamo è molto volgare, tutto naturalismo e materialismo: Non percipit ea quae sunt spiritus Dei, stultitia enim est illi, et non potest intelligere (1 Cor. 2. 14). Senza una reazione costante ed energica è facile subirne linflusso. Quale danno se 11 lievito non fa fermentare tutta la massa! Ne rimarrà soffocato.

c) S'impone dunque perentoriamente l'obbligo di tradurre in atti positivi i principi dello spirito di fedo, di trarre conclusioni logiche dalle luminose premesse.

Corde creditur ad justitiam, ore autem con-fessio fit ad salutem (Rom. 10, 10): è la pratica della fede che deve formare la nostra preoccupazione. Questa sola ci salva: Fides sine operi-bus mortila est (Iacob., 2, 20). Non divengono inetti i congegni inoperosi?

Ora, il sistema del meno possibile, il sistema paralizzante degli utilitaristi, sembra ispiri qualche volta l'esercizio della virtù. La parte più sublime del Vangelo appare un ideale bello per la contemplazione, ma non per la pratica, e le sante follie dei consigli sono arrestate dai calcoli dei precetti.

Il sacerdote, uomo votato alla perfezione, non ponga una separazione netta fra quanto intravede lo spirito e gli atti della volontà. La fede gli dice che le otto beatitudini furono predicate dal Maestro divino ai suoi antenati nel sacerdozio; ch'essi ricevettero in consegna i consigli evangelici quale retaggio di famiglia.

Se ha fede il sacerdote, se vuoi vivere la sua fede, coltivi lo spirito di povertà, di distacco; coltivi l'umiltà, la rinunzia; viva di sacrificio, d'immolazione; sia delicato di coscienza e tema anche le più piccole trascuratezze; mai non ponga limiti al dono di sè all'Amore Infinito che lo tormenta.

— Oh, bella, grande la virtù della fede! Sia 1' oggetto del nostro zelo; ispiri le nostre ardenti preghiere! Chiediamola con S. Paolo; essa formerà in noi e per mezzo nostro nelle anime, Cristo Redentore, meraviglia delle meraviglie! Flecto genua mea ad Patrem Domini nostri Jesu Christi... ut det vobis secundum di-vitias gratiae suae, virtute corroborari per spi-ritum ejus in interiorem hominem; Christum

HABITARE PER FIDEM IN CORDIBUS VESTRIS, in caritate radicati et fundati (Ephes., 3, 14 seg.)

Esame Sull'applicazione Intellettuale

Vi adoro. Signore Gesù, mentre pronunziate queste parole: Vos vocatis me Magister et Domine, et bene dicitis; sum etenim... (Ioan., 13. 13). Siamo dunque discepoli, alunni; per conseguenza dobbiamo studiare. Cosi intende S. Paolo, sacerdote perfetto, che afferma di sapere Jesum Christum, e perciò si dichiara pronto a sacrificare tutto: Existimo omnia detrimentum esse, propter eminentem scientiam Jesu Christi (Phil. 3, 8). Eccoci in presenza di un grave dovere: l'applicazione intellettuale. Sono convinto della sua necessità? Le mie convinzioni m'inducono all'attuazione pratica? Su questi punti ho bisogno di esaminarmi seriamente.

 

 

1. - NECESSITA' DELL'APPLICAZIONE INTELLETTUALE

Il lavoro in genere s' impone all'uomo per diritto divino.

Creati ad immagine di Dio, atto purissimo, siamo esseri attivi; dobbiamo quindi essere operosi. Adamo nel Paradiso terrestre aveva ricevuto l'ordine di lavorare, ut operaretur; quando ne fu scacciato intese la legge: In sudore vultus tui vesceris pane (Gen. 3, 19). Lozio non è permesso a nessuno. Io sono laborioso? — Non vi sono preti davvero indolenti? Levata a tarda ora, ministero assai limitato, nulla li stimola; perdono il tempo in visite pericolose, vanno gironzolando, fantasticando; che scandalo! — Temo l'ozio? Multam mali-tiam docuit otiositas (Eccli. 33, 29). E' davvero temibile al punto che da alcuni si afferma che val meglio far dei nonnulla piuttosto che nulla.

Comprendo che il lavoro a cui è tenuto il prete è lavoro intellettuale? Come principio anzitutto: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo quod proceda de ore Dei 7) '(Mat., 4, 4). Il pane veramente sostanziale che dà la vita è quello che comunica la vita eterna, la quale sfida la morte. Ora, haec est vita aeterna ut cognoscant Te solum Deum verum et quem misisti Jesum Christum (Ioan. 17, 3). Conoscere Dio e il suo Cristo suppone studio profondo e molto arduo. — In pratica, poi: a) Se non studio dimenticherò inevitabilmente quanto appresi in Seminario. E, per essere sincero, quando uscii da quel luogo benedetto che cosa sapevo? Ahimè! nulla, se non ero cosciente della mia ignoranza. — Sarei mai uno di quei preti che non hanno più aperto libro di teologia se non per preparare la soluzione dei casi? Infelici! Troppo spesso la loro presunzione è proporzionata al vuoto del loro spirito e li ac-cieca. Deridono quelli che studiano con una stoltezza di cui non avvertono nemmeno il ridicolo. Sentenziano reciso nelle discussioni con l'assolutismo degli stolti, per i quali non è facile astenersi dalle parole dure e insolenti. E' negli edifìci vuoti che la risonanza è più sonora. — b) Se non studio non potrò riuscire buon catechista. Comprendo la mia responsabilità in proposito? I miei ragazzi per tutto alimento sopranaturale, per seme di vita cristiana ed eterna avranno appunto quanto io avrò loro distribuito negli anni di catechismo, anni ridotti a poche ore: Pannili petierunt pa-nem et non erat qui frangerei eh (Thren. 4, 4). — Sarò un predicatore inetto. Concludo veramente qualche cosa in pulpito? Si acquista una certa facilità di eloquio, s'impiega tutto il quarto d'ora destinato alla predicazione in frasi vuote, in parole senza dottrina. — Sarò direttore incapace. Confido nella mia pretesa psicologia sperimentale, nel mio buon senso quando si tratta dell'ars artium che preoccupa tanto confratelli più dotti e più intelligenti di me? Non temo la sentenza del Maestro: Cae-cus autem si caeco ducatum praestat, ambo in foveam eadunt (Mat. 15, 14). — Se ci rifletto, comprendo che senza applicazione allo studio, non posso rimanere tranquillo in coscienza.

2. - PRATICA

Devo eliminare gli ostacoli e disciplinare il mio studio.

1. Ostacoli; Non mi sono creata un'obbiezio-ne insolubile: a) delle mie occupazioni materiali, b) del mio ministero sovraccarico, c) della mancanza di uno scopo determinato, d) della mancanza di mezzi? — a) Devo stare attento a ordinare bene la mia vita; ma non sono né giardiniere, né cuoco. — b) Il mio ministero ben regolato deve lasciarmi tempo per pregare e studiare; altrimenti la mia non è più attività sacerdotale ma agitazione febbrile. — c) Istruire le anime, si trattasse pur solo di tre vecchie o di tre fanciulli, non è scopo spregevole e certo è difficile a raggiungersi; esige dunque applicazione. — Poi. conosco abbastanza il mio Dio? Il grado di gloria è proporzionato al grado di conoscenza. — d) Non ne ho 11 gusto!... Ut faber fabricando. — Son poco intelligente... labor improbus omnia vincit. — Mi mancano libri.. Si troverà chi li presta !

2. Disciplina: Ho un tempo determinato per lo studio? In una vita sovraccarica d'occupazioni, questo può essere difficile, ma non impossibile. — Seguo un ordine nelle materie dì studio? Svolazzare un po' su tutto dissipa lo spirito e lo lascia vuoto; l'Inclinazione personale interviene opportunamente In proposito per approfondire qualche argomento. — Faccio convergere verso le scienze sacre le mie migliori energie, tutto il mio tempo? E' deplorevole che vi siano preti, letterati distinti, matematici eruditi, ma ignari della Sacra Scrittura e della teologia.

— Signore e Maestro, vi supplico di fare di me un Vostro vero, fervente, attivo discepolo. Aprite la mia mente, elevate 11 mio cuore, a fin che lo giunga cum omnibus sanctts... scìre etiam supereminentem scietitiae caritatem Chrtstt (Ephes,. 3. 19).

Preparazione alla morte

«IL DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Torpore e risveglio.

Tuba mirum spargens sonum Per sepulcra regionum, Coget omnes ante thronum.

O Gesù, quando parlate della morte insistete sulla subitaneità del colpo con cui essa ci abbatterà; Qua hora non putatis ftlius homi-nis veniet (Luc. 12, 49). Vi penso?

Voi non date avvertimenti inutili; non esagerate le minacce, non caricate le tinte di un quadro spaventoso; nulla d'esagerato nel Vostro Insegnamento... Eppure mi dite di paventare la morte... La temo davvero?

Per premunirmi contro quella terribile sorpresa, non mi raccomandate di prepararmi, non parlate al futuro, non mi lasciate credere d'aver tempo poi... No, il vostro verbo è imperativo, lordine assoluto, la sua attuazione deve essere immediata: Estote parati! Di fatto, hic et nunc, sono pronto?

Posso Invero morire fra breve e anche in questo momento. Posso essere vittima di accidente Imprevedibile o imprevisto. Conosco forse il mistero di morte racchiuso in me stesso?

Me felice se saprò reagire al torpore che mi invade, se, per destarmi, non aspetto in una pericolosa indolenza, lo stridente grido della tromba del supremo giudizio! Tuba mirum spargenti sonum: prima che la si oda, vi sono note di preludio che devono farmi tendere l'orecchio: la coscienza... una grave malattia... la morte di un parente... Si vocem Domini audieritis, nolite obdurare corda veslm (Ps.. 94, 8).

Signore, forse durante il mio ultimo ritiro mi rivolgeste l'ultimo richiamo e oggi lo ripetete: Hora est jam nos de somno surgere, proprior est nostra salus quam cum credidimus (Rom. 13. 11). Me infelice se il mio cuore impigliato in abitudini pericolose, se la mia coscienza obnubilata da una casistica di cattiva lega, facessero somigliare l'anima mia a un freddo sepolcro insensibile: ver sepulcra regio-num. Mi chiamate, o Signore, non mi chiamerete sempre invano: stanco colpirete infine...

Coget ovvnes ante thronum: non sono io il più forte. Faccio il bravo, lo spavaldo... ma Voi vincerete ed io cadrò vinto.

Mors stupebit et natura Cum resurget creatura Judicanti responsura.

Il risveglio sarà terribile per 11 prete che non comprese ciò che ogni giorno ripeteva a Compieta: vigilate et orate. Sarà terribile anche per chi avrà compreso e obbedito. Polche, dopo tutto, la morte non è piuttosto vita, e la vita non è invece morte? No, la vita terrena non è vera vita. Questa comincerà col mio ultimo respiro, ma quale scossa! La morte ne fremerà, la natura ne sarà stupefatta. O Gesù, quando moriste sulla Croce, si aprirono i sepolcri, tremò la terra... Ben presto morrò, la terra scomparirà sotto i miei passi, si scaverà la fossa che dovrà ricevere il mio cadavere; io stesso ne sarò stupefatto! Mors stupebit et natura.

Non avrò allora bisogno del corpo per vivere; la mia natura sarà divisa, entrerò in un mondo nuovo, il mondo dell'eternità: Cum resurget creatura! Terribile incognita!

E non vi entrerò già come un curioso interessato, abbagliato: Judicanti responsura. E' giunta l'ora: sono chiamato al mio posto, che ignoravo, alla grande udienza. Confessandomi, dovetti giudicarmi... confessando altri dovetti giudicarli. E nell'uno e nell'altro giudizio quante tenebre, quante inesattezze, quante esitazioni! Ora basta. Tutto è messo in chiaro. A Voi devo rispondere. Verità eterna! Judicanti responsura. Che ne sarà, mio Dio? Si iniqui-tates observaveris, Domine, Domine quis susti-nebit? (Ps. 129. 2). Purtroppo! Iniquitatem meam ego cognosco et peccatum meum contra me est semper (Ps. 50, 4)!

— Signore, voglio essere vigilante, voglio pregare: Amplius lava me ab iniquitate mea. et a peccato meo munda me (Ps. 50, 3). Cosi, se pur non mi sentirò sicuro dell'ora, terribile anche per i santi, l'aspetterò almeno con una pace relativa, che mi permetterà di dominarmi abbastanza per presentarvi, quando mi chiamerete, ciò che vi è più gradito: fiducia e amore!

RITIRO DEL MESE DI MARZO

IL SACERDOTE E LA SPERANZA

La fede ci introduce nella speranza: Fides sperandarum substantia renivi (Hebr. 11, 1). L'Apostolo, che scrive queste parole, c'invita a vivere di ferma speranza: Fortissimum solatium habeamus, qui confugimus ad tenendovi propositam spera: quarti sicut anchoram ha-bemus animae tutam ac firmavi, et incedentem usque ad interiora velaminis: ubi prae-cursar pro nobis introivit Jesus, secundum or-dinem Melchisedech Pontifex factus in aeter-num (Hebr., 6, 18 seq.).

Se osserviamo l'abituale indirizzo dei nostri pensieri, se studiamo attentamente 1 moti Istintivi del nostro cuore, constateremo che i pensieri si elevano a stento, che il cuore più che dilatarsi si restringe. Causa di ciò si è che la speranza non forma abbastanza l'oggetto delle nostre meditazioni, non ispira che debolmente i nostri sentimenti. Recitiamo, è vero, la formula, ma non ne facciamo atti frequenti: questi illuminerebbero la nostra vita, la renderebbero soave, riuscirebbero a sublimarla rendendola, secondo la bella espressione di San Lorenzo Giustiniani, quasi « la perpetua vigilia dell'eterna solennità» 8).Meditiamo dunque sul bisogno che abbiamo di vivere di speranza e che possiamo e dobbiamo praticare questa virtù.

1. - ABBIAMO BISOGNO DI VIVERE DI SPERANZA

Non si può leggere senza turbarsi la celebre sentenza di S. Giovanni Crisostomo: Non alio modo loquor, quarti ut affectus sum. Non mul-tos puto sacerdotes salvos fieri, sed longe plu-res perire, non alia de causa, quam quod res magnum postulet animimi 9). E nel grande Vescovo essa non è frutto di impressione passeggera, ma piuttosto un vero assillo, perché scrive ancora: Omnium quos regis. mulierum et virorum et piterorum. a te reddenda est ratto: tanto igni caput tuum subiicis. Miror an fieri possit ut aliquis ex rectoribus sit sal-vus 10).

L'affermazione del libro della Sapienza (6, 6): ludicium durissimum his Qui praestint e l'affermazione stessa di Gesù: Cui multum da-tum est, multum quaeretur ab eo (Luc. 12, 48) non ci permettono di tacciare di esagerato quel testo cosi tremendo del santo Dottore.

E poi, se riflettiamo all'eccellenza della nostra vocazione, alla santità dei nostri ministeri, alla nostra schiacciante responsabilità, non riusciremo a tranquillizzarci, pensando specialmente alla nostra fragilità, causa di tante miserie e di tante cadute.

Quando il bambino spensierato e allegro attende al gioco, non pensa alla mamma. Ma tosto che si presenta il pericolo oh, con quale ansia a lei stende le braccia! La nostra vita è esposta inevitabilmente a molti pericoli. Per viverla nella sua pienezza, occorre una certa sicurezza, la quale può esserci infusa solo dalla speranza. Per agire con amore è necessario non credersi inesorabilmente votato all'odio. Noi abbiamo un bisogno immenso di confidenza per la nostra tranquillità e per la santificazione nostra e delle anime. Siamo sacerdoti per il solo scopo di popolare di eletti il cielo. Ora il nostro ministero si compie essenzialmente colla preghiera e col sacrifizio: Ex ho-minibus assumptus pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum, ut offerat dona et sacrificia pro peccatis (Hebr., 5, 1). Il nostro apostolato continua l'opera della grande mediazione del Cristo. Ma Gesù quando pregava diceva al Padre: Ego autem sciebam quia sem-per me audis (Ioan. 11, 42); quando si disponeva a bere il calice della Passione, ne aspettava la ricompensa con splendida certezza: Clarifica Fìlium tuum ut Filius tuus clarificet Te (Ioan., 17, I)

E noi saremo ostia di impetrazione e di immolazione se avremo la fiducia di rivolgerci non tanto all'inflessibile giustizia, quanto alla misericordiosa bontà di Dio. S. Paolo ci esorta in questo senso: Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiae (Hebr., 4., 16). Come lui, sappiamo in Chi confidiamo: Scio cui credidi. Il nostro primo passo verso il sacerdozio compiuto coll'ingresso nel chiericato fu contraddistinte da ben forte impulso all'abbandono di noi stessi in Dio, fondato sulla fede nell'im-menso dono di Dio a noi : Dominus pars haere-ditatis meae et calicis mei (Ps. 15, 5). Comprendiamo allora che nulla dovevamo conservare della nostra personalità, nulla rifiutare a Dio. Che cos'è che ci fa apostoli, se non il dono totale di noi stessi, che ci rende strumenti docili nelle mani del Signore? Nello stesso tempo però, facemmo affidamento su di una restituzione splendida: Tu es qui restitues haeredi-tatem meam mihi (Ps. 15, 5>! E prevedendo questa restituzione mediante il nostro sacerdozio, esclamavamo: Funes ceciderunt mihi in praeclaris (Ps. 16, 6).

Divenuti sacerdoti, ci dobbiamo sacrificare per le anime, 11 che forma l'essenziale del nostro lavoro divino, ma potremo riuscirvi nella misura della nostra speranza; virtù questa che ha bisogno d'estendersi all'infinito, perché il sacrificio richiesto dev'essere assoluto: Ego autem libentissime impendam, et superimpen-dar ipse pro animabus (2 Cor., 12, 15).

E poi non ci basta versare il prezzo del riscatto delle anime in unione a Cristo; è necessario le solleviamo verso le vette. Per adoperarsi a ottenere il cielo, è assolutamente necessario desiderarlo. Ma, purtroppo, chi lo desidera?

Il fascino delle vanità seduce più che mai gli spiriti; più che mai il vitello d'oro è la divinità cui il mondo s'inchina; più che mai le vili passioni tengono schiave le più nobili facoltà degli esseri forniti d'intelligenza.

L'apostolo che lancerà ai fratelli un animoso ed efficace « Sursum corda », non sarà certo di coloro che spem non habent! Non attenuerà le esigenze della morale cristiana, nè l'austerità della predicazione necessaria della croce; ma perchè egli è corde tamen flxiis in coelo, con autorità-convinta e quindi convincente, dirà a quanti annunzia il Vangelo: Spe gaudentes, in tribulatione patientes (Rom., 12, 12).

S. Paolo dava questo tono incoraggiante alla sua predicazione: Deus autem spei repleat vos omni gaudio et pace in credendo, ut abundetis in spe, et virtute Spiritus Sancii (Rom. 15. 13). E dopo simile voto accesissimo, con quanta commovente persuasione scrive: Certus sum autem, fratres mei, et ego ipse de vobis, quo-niam et ipsi pieni estis dilectione, repleti omni scientia (Rom. 15, 14)...

Abbiamo dunque bisogno di speranza e per noi e per gli altri. Il prete che non vive la preghiera liturgica: Ibi fixa sint corda, ubi vera sunt gaudio. 1), sarà inevitabilmente un timido, uno scoraggiato. Se ha paura di Dio. sarà in pericolo di fuggirlo; privo d'ideale, si lascierà sopraffare da preoccupazioni meschine: privo rii slancio, si lascerà dominare da tutti e da tutto. Il minor male che ne potrà risultare sarà ch'egli rimanga inerte su di una via in cui dovrebbe correre e non solo camminare; meglio, dovrebbe volare come dice l'autore della Imitazione ed ecco, invece, che si seppellisce. Che sventura!

Il buon prete è come tutti gli altri esposto molti pericoli, ma sa evitarli; soffre tribo-lazioni infinite, ma ne trionfa; s'imbatte in ostacoli, ma li supera, li domina. La sua pa-rola d'ordine è: Spe enim salvi facti sumus(Rom., 8, 24).

2. - POSSIAMO. DOBBIAMO VIVERE DI SPERANZA

La speranza, virtù teologica, ci fa aspettare Dio stesso. che conosceremo nella luce della sua conoscenza, facie ad faciem, che ameremo nel suo proprio amore nella vita eterna.

Ma questo fine, per essere raggiunto, suppone mezzi, i quali pure formeranno l'oggetto della virtù.

V'è sempre proporzione fra mezzi e fine. Per andare a Dio è necessario l'aiuto di Dio, in altri termini, la grazia; e questo aiuto è certo.

La nostra speranza si fonda sulla parola stessa di Die, il quale, rivelandoci i suoi disegni, ci manifesta pure la sua efficace volontà di chiamarci alla beatitudine superna. Inutile insistere su questo punto; è insegnamento della fede, fondamento della nostra speranza: Universa propter sernetipsum operatus est Domi-nus (Prov. 16, 4), l'essere intelligente, si potrebbe dire, ancor più degli altri, perché creato per Dio. come può dimostrare, e dimostra la stessa ragione, è destinato alla beatitudine infinita.

Ora di tale suo volere di beatificarci. Dio ci ha dato un pegno, e questo pegno è Nostro Signore Gesù Cristo, princìpio dell'ordine sopranaturale, causa efficiente, causa meritoria, causa esemplare, causa finale della grazia. E' dato a noi Colui che vede e possiede il Padre, che ne gode con eterna sazietà. E' nostro e vuole condurci al Padre, darci al Padre. Adorabile realtà, e sublime mistero! Quante volte abbiamo letto, senza comprenderle, le parole rivelate che affermano tale certezza! Parvulus natus est nobis, et Filius datus est nóbis (Isaia 9, 6). — Sic Deus dìlexit mundum, ut Filium suum unigenitum darei (Ioan., 3, 16). Destinati a possedere Dio in eterno, lo possediamo fin d'ora nel tempo!

Egli si è dato a noi per associarci alla sua vita: Veni ut vitam habeant '(Ioan., 10, 10). — Ego sum vita (id. 14, 6) per applicarci ì suoi meriti: Per quem maxima et pretiosa nobis promìssa donavit, ut per haec efficiamini divi-nae consortes naturae (2 Petr. 1, 4); ecco il centro preciso e stupendo dei mistero! S. Paolo ne parla con mirabile certezza, tutto riassumendo in questa frase concisa diretta ai Corinti: Et sicut in Adam omnes moriuntur, ita et in Christo omnes vivificabuntur (1 Cor. 15, 22).

Come eravamo in Adamo per la nostra rovina, così siamo in Cristo per la nostra salvezza e ciò senza interruzione, poiché Egli compì l'opera sua con tutta la sua vita, con tutti i suoi misteri. Eravamo in Lui quando si incarnava, quando nasceva, quando lavorava, soffriva, moriva, risuscitava, ascendeva al Cielo. Ecco tutta la teologia dell'Apostolo, sotto la penna del quale sovrabbondano i testi: Mortui rumus cum Christo... (Rom., 6, 2), consepulti sumus cum ilio... (id., 6. 4). Convivificavit nos in Christo, et conresuscitavit, et consedere fedi m coelestibus in Christo Jesu (Ephes., 2, 5).Che si potrebbe desiderare di più forte e di più soave insieme per infondere ferma speranza? Noi leggiamo ancora nella lettera agli Efesini: Dio ha fatto tutto ciò, ut stenderet in saeculis ervenientibus abundantes divitias gratiae mune in bonitate super nos in Christo Jesu.

Gratia enim estis salvati per fidem; et hoc non

ex nobis, Dei enim donum est (Ephes., 2, 7) Si stenta a lasciare questo capitolo. Ma no, non lasciamolo; leggiamo ancora, leggiamo sempre, meditiamo tale dottrina e viviamone; con essa dilatiamo i nostri cuori, ravviviamo le nostre anime.

Le hanno gustate i Padri che le predicavano ampiamente. Ecco S. Leone a proposito dell'Incarnazione: Verbum caro factum est, et habitavit in nobis. In nobis utique, quos sibi Verbi divinitas coaptavit, cujus caro de utero virginis sumpta nos sumus 11). E a proposito della Natività, ricordando l'insieme della dottrina: Sicut cum Christo in Passione crucifixi in Resurrectione resuscitati, in Ascensione ad dexteram Patris collocati, ita cum ipso sumus in hac Nativitate congeniti 12).

Ecco Tertulllano a proposito della Risurrezione: Quemadmodum enim nobis arrhabonem. Spiritus reliquit, ita et a nobis arrhabonem carnis accepit, et vexìt in coelum, pignus to-tius summae illuc quandoque redigendae. Se-euri estote, caro et sanguis, usurpastis et coelum et regnum Dei in Christo 13).

Ecco in fine S. Ambrogio parlando dell'Ascensione: Debuit tamen novo victori novum iter parari; semper enim victor tanquam maìor praecelsior est: sed quia aeternae sunt iustitiae portae, eaedemque novi et veteris testamenti, quibus coelum aperitur, non mutan-tur utique sed elevantur: quia non unus homo, sed totus in omnium Redemptare mundus in-trabat 14).

Non insistiamo più oltre, ma riflettiamo che la parola di S. Paolo: Nostra autem conversano in coelis est (Philip., 3, 20) non è una semplice promessa, ma una realtà. La nostra vita, mihi vivere Christus est (id. 1, 21), è in Cielo. Quando Gesù vi sali glorioso volle collocare anche noi lassù insieme alla sua adorabile umanità: Vado ad Patrem vieum et Patrem vestrum... parare vobis locum! (Ioan. 16, 38)... Ecco il grande motivo della nostra speranza; motivo ancor più forte per noi sacerdoti se pensiamo che Gesù è nostro più che d'ogni altro.

— Viviamo in alto, molto in alto! Viviamo fidenti anche se il nostro passato ci apparisse « degno di odio », anche se ci sentissimo ricoperti di peccati. Qualche cosa di noi stessi ha già preso posto in Cielo. Il mistero della nostra glorificazione ha bisogno di essere completato, ma in realtà è già cominciato. Questo basta per farci tendere la nostra volontà in uno sforzo generoso che ci permetterà di gustare, umili ma con pace, le ispirate parole che le nostre labbra pronunciano troppo spesso macchinalmente: Pars mea Dominus; propterea expec-tabo eum (Thren. 3, 24). — Qui confidimi in Domino, sicut mons Sion; non commovebitur in aeternum qui habitat in Jerusalem (Ps. 124, : — In te Domine speravi, non confundar in cesternum (Ps. 30, 1).

E a quest'ultima filiale protesta dell'animo nostro, Dio risponderà: Saeerdotes ejus induam

ìt et sancii ejus exultatione exultabunt Ps 12. 17).

Esame su lo scoraggiamento

Vi adoro, Gesù, che mai vi stancate d'incoraggiare le anime! Quando scorgete esseri sofferenti nel fisico o nel morale, non avete che una frase per consolarli: Confide, fili (Mat., 9, 2). — Ego sum, nolite timere (Luc. 24, 16). Avete raccomandato di non spegnere il lucignolo ancora fumante, di non spezzare la canna fessa, e Voi per primo, praticate questa morale col vostro sacerdote, figlio del vostro amore, più ancora che con altri.

E' dunque un dovere, sia per me come per il mio ministero, vivere di confidenza; ne ho veramente bisogno. Voglio guardarmi dallo scoraggiamento, preservandomi dalle sue cause, opponendo costante reazione alle sue tristi conseguenze.

1. - CAUSE DELLO SCORAGGIAMENTO

Mi sento prendere dallo scoraggiamento se dimentico chi siete Voi, mio Dio, e chi sono io. a) Penso che Voi siete l'Amore Infinito, che solo brama manifestarsi? Che danno per me non leggere con la fede che richiedono queste parole di S. Giovanni: Sic enim Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret! (Ioan., 3, 16); parole dalle quali S. Paolo trae la conseguenza: Qui etiam proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tra-didit illuni: quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom., 8, 32). — Rifletto che questo omnia è luce e forza, monito e conforto? — Considero ogni cosa alla luce che proietta la grande verità che Voi solo guidate gli eventi e, infinitamente amoroso e saggio, li disponete per la migliore riuscita del miei più sacri interessi? — Accendo di nuovo fervore il cuor mio confessandovi Colui che è solo bontà 15) e lo è sopratutto per me suo sacerdote, per me cui si applica l'ispirata parola: Praevenisti eum in benedictionibus dulcedinis? (Ps. 20, 3). — Non merito invece il vostro rimprovero, Gesù: Quid timidi estis, modicae fldei? Mat., 8, 26).

b) Penso che cosa sono? — Nelle tentazioni mi contristo perchè dimentico la parola del Genesi: Sensus enim et cogitatio fiumani cor-dis in malum prona sunt ab adolescentia sua (Gen. 8, 21). Mi affliggo delle mie colpe, per orgoglio ferito, perché dimentico la vostra parola, o Maestro: sine me nihil potestis lacere (Ioan., 15, 5), e quindi, incauto o temerario, non seguo il vostro invito: Monete in dilectio-ne mea (id. 15, 9). — Perché non penso che i miei peccati passati hanno accentuato la mia debolezza e mi obbligano a diffidare ancor più di me, a confidare ancor più in Voi, Signore? S. Agostino dice che Dio ci ha rimesso tutti i peccati nei quali la sua grazia ci ha impedito di cadere!

Voglio far mia la preghiera di questo Santo: Noverim Te, noverivi me!

2. - GLI EFFETTI DELLO SCORAGGIAMENTO

a) La tristezza è il primo effetto dello scoraggiamento. Ho opposto una reazione vigorosa a tale tendenza? E' rovinosa perché indebolisce la volontà e la rende infedele, diminuisce il gusto delle cose sante e prepara le vittorie del senso: Sicut tinea vestimento, et vermis Ugno, ita tristitia viri nocet cordi (Prov. 25, 20). Nulla è più nocivo della tristezza, indizio di natura tarda e fiacca.

b) I1 languore dello spirito è pure conseguenza della tristezza. Me ne premunisco energicamente? In presenza dello sforzo non ho mai detto: a che vale? Non ho forse trascurato tutto, non vigilando più sull'anima mia, non curandomi più della regolarità? Oh, allora, scivolo nella tiepidezza e forse sul mio capo sovrasta la terribile minaccia: Incipiam te evomere ex ore meo! (Apoc. 3, 16).

c) Il proposito deliberato di una vita me-diocre è fatale conseguenza dell'abbattimento. Lo temo? Non mi son mai accontentato di una certa correttezza esteriore, deciso di non più migliorarmi interiormente e sinceramente? Qui spernit modica paulatim decidet! (Eccl. 19, 1). Ah, forse non rifletto abbastanza a queste parole! Da una vita mediocre a una vita colpevole non v'è che un passo e lo si valica quasi senz'avvedersene.

— O mio Dio, a Voi mi rivolgo supplichevole: sostenetemi, sollevatemi. Voglio preservarmi dallo scoraggiamento e per grazia vostra, nella quale confido, voglio procedere ilare e forte nel sentiero di una vita santa e operosa: Spiritu ferventes, Domino servientes, spe gaudentes (Rom., 12, 11).

 

Preparazione alla morte

IL « DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Illuminazione della coscienza. Liber scriptus proferetur In quo totum continetur Unde mundus judicetur.

Morirò, mio Dio, in un giorno più vicino di quanto m'immagino e che mi riserva avvenimenti gravissimi. Dopo tutto, morire per me non equivale a cessare d'esistere. Vivrò anzi di vita più intensa, d'una vita nuova indefettibile... Quale? Ecco il grande problema che la scena terribile, evocata da questa strofa, risolverà.

Che libro mi sarà dunque aperto?

La mia vita stessa!

I vostri decreti, o Signore, sono immutabili! Ciò che avete stabilito una volta, non si modifica. Avete stabilito un modo d'accusa al vostro tribunale ; questo modo è identico da per tutto, sarà sempre lo stesso.

Tribunale vostro qua giù è il confessionale. Io vi sono l'unico accusatore di me stesso; inginocchiato al piedi del vostro rappresentante, espongo le mie miserie, sfoglio le pagine della mia vita con una sincerità che ho l'imperioso dovere di rendere perfetta.

In punto di morte, alla viva luce dell'eternità, luce che scruterà ogni più riposto segreto della mia coscienza, l'intera mia vita si svolgerà a gli sguardi vostri, a gli sguardi miei: Liber scriptus proferetur. Tutto è stato scritto nella vostra memoria eterna; tutto avete visto, tutto inteso, tutto ricordate senza tema d'oblio: in quo totum continetur.

Ed ecco appunto il documento su cui si deciderà la mia nuova forma di vita, ecco quanto determinerà il suo carattere definitivo: Un-de mundus judicetur. La mia intera esistenza , sarà la mia accusa!

Vi penso quando mi preparo alla confessione, quando mi confesso? O sono invece negligente nell'esaminarmi, o mi esamino sommariamente? Nulla sfugge al vostro sguardo, o Dio che scrutate reni e cuore, e il giorno si avanza rapido in cui, volere o no, tutto sarà manifesto anche a me. Poiché:

Judex ergo cmn sedebit Quidquid latet apparebit Nil inultum remanebit.

La mia coscienza è la vostra voce, o mio Dio! Trovandola troppo spesso importuna, la ascolto mal volontieri, le obbedisco con rammarico, resisto... Poi altre volte discuto con essa..., le impongo silenzio, sorvolo le sue esigenze, dissimulo!

Insensato! Quo ibo a spiritu tuo et ano a facie tua fugiam? (Ps. 138, 6). Non posso sot-trarmi a Voi, e ciò non ostante io vi fuggo: ma verrà il giorno in cui v'imporrete ed avrete il sopravvento: Judex ergo cum sedebit!

I peccati occulti accusati male, si faranno palesi, la falsa buona fede verrà smascherata, saranno dissipati i pretesti; nulla avrò da ag-giungere, tutto sarà in piena luce: il pro e il contro, il bene e il male, le circostanze attenuanti e le aggravanti: quidquid latet apparebit.

Oh, quanto appariranno lontani, fatui, pericolosi i giudizi del mondo, come mi appariranno disastrose le illusioni del senso e dell'orgoglio: nil inultum remanebit!

— O Gesù, vi prego, rendetemi veritiero, leale. Ecco l'unica garanzia possibile contro la morte e le sue sorprese. Non Voi avete detto: Cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos? (Ioan., 8. 32).

Essere leali con sè stesso è difficile; è tuttavia possibile ed è necessario per essere leale con Dio, del quale sta scritto: Omnia nuda et aperta sunt oculis ejus (Hebr. 4, 13).

La morte s'avanza ogni giorno e ogni giorno può colpirmi. Ch'io sia dunque sincero, retto. coscienzioso ogni giorno più. Quando scende la sera sembra che il fulgido raggio del sole si ripieghi nell'astro dolcemente... O mio Dio, quando giungerà per me l'ultima sera concedetemi di abbandonarmi in Voi dolcemente, o Verità eterna!

RITIRO DEL MESE DI APRILE

IL SACERDOTE E LA CARITÀ

Scrive S. Paolo al Corinti: Nunc autem ma-nent fldes, sves, charitas, tria haec: mator autem horum est charitas (I, 13, 13).

Lo stesso Apostolo in una commovente preghiera che può essere applicata in modo particolare ai sacerdoti, implora da Dio per i cristiani di Efeso il passaggio dalla fede a un'ardente carità: Ut det vobis secundum divitias gloriae suae... Christum habitare per fidem in cordibus vestris: in charitate radicati et fun-dati, ... scire etiam supereminentem scientìae charitatem Christi, ut impleamini in omnem plenitudinem Dei (Eph., 3, 16-19).

E' facile stabilire il primato della carità ricordando che Gesù ce la presenta come oggetto del primo e massimo comandamento, che compendia tutta la legge e i profeti; poi riflettendo ch'essa innalza l'uomo a Dio. non perché ne tragga vantaggio, ma affinché riposi in Lui Senza dubbio la carità ci unisce a Dio infinitamente buono e infinitamente amabile, ma per spronarci ad amarlo per Se stesso se-condo la bella espressione di S. Bernardo: « Il

motivo d'amare Dio è Dio stesso, la misura di amarlo è d'amarlo senza misura» 16).

L'argomentazione di S. Tommaso in proposito è d'una chiarezza precisa: Semper id quod est per se, majus est eo quod est per aliud. Fides autem. et spes attingunt quidem Deum secundum quod ex ipso provenit nobis vel co-gnitio veri vel adeptio boni; sed charitas at-tingit ipsum Deum, ut in ipso sistat, non ut ex eo aliquid nobis proveniat; et ideo charitas est excellentior fide et spe, et per consequens omnibus aliis virtutibus 17).

E' facile inoltre comprendere che più di ogni altro il sacerdote deve essere eminente in carità. Anzitutto perchè il suo ministero ha per fine diretto e ultimo di crearla, di difenderla, di ripararla, di dilatarla nelle anime: Dii effecti deos efficientes. I santi si formano solo colla carità, vinculum perfectionis (Colos., 3, 14) ; ora, nemo dat quod non habet. Il" prete che non possiede « una misura colma, pigiata e sovrabbondante » di carità, non riuscirà mai a comunicarne alle anime una scintilla abbastanza ardente. E' vero che egli dispone dell'efficacia ex opere operato dei sacramenti che amministra; ma questa amministrazione as-sorbe la minor parte dell'attività del suo apostolato. E poi, perchè i sacramenti producano effettivamente la grazia nelle anime, è necessario che queste apportino nel riceverli disposizioni speciali, dipendenti in gran parte dall'efficacia dello zelo sacerdotale. Se non si può volere per un'altra anima, si può tuttavia aiutarla a volere, e soltanto la carità comunica tale efficacia all'apostolo.

Inoltre, il prete dev'essere eminente in carità perchè, più di ogni altro, è oggetto delle divine predilezioni le quali, secondo S. Giovanni, sono il grande argomento dell'amore. Non si rileggono mai abbastanza queste parole: Deus caritas est. In hoc apparuit caritas Dei in nobis, quoniam Filium suum unigeni-tum mìsit Deus in mundum, ut vivamus per eum. In hoc est caritas, non quasi nos dilexe-rimus Deum, sed quoniam ipse prior dilexit. nos (1 Ioan., 4, 9). Quindi 1 amore antecedente di Dio, quest'amore provato con il dono del suo Figlio, ci da il grande motivo della carità. E fino a qual punto questo motivo s'imponga al sacerdote, ne avremo un'idea mettendo in luce i rapporti di reale e adorabile amicizia che l'uniscono a Gesù. La libera elezione, l'intimità della vita, la comunanza dei beni sono le note della vera amicizia; vediamo come si realizzano fra il sacerdote e Gesù Cristo.

1. LIBERA ELEZIONE

Non è inutile rilevare subito che la carità è anzitutto un'amicizia particolare tra l'uomo e Dio.

Comunemente si da una definizione incompleta dell'amore, dicendo che consiste nella volontà di fare del bene a qualcuno. Questo è benevolenza, e un sentimento di bontà basta a spiegarlo, benché possa essere e generalmente sia un effetto dell'amore. Ma l'amore va più oltre e sospinge l'anima all'intera donazione di sé, all'immolazione per l'amato: Ut animam suam ponat quis prò amicis suis (Ioan. 15, 13). E quando tale sentimento profondo è reciproco si ha l'amicizia. Ascoltiamo S. Tommaso: Nec be?ievolentia sufficit ad ra-tionem amicitìae, sed reguiritur qtiaedam mutua amatio, quia arnicus est amico amicus. Talis autem mutua benevolentia fundatur super alìqua communicatione 18).

Ora, mediante la carità, andiamo a Dio che ci vuoi comunicare la sua beatitudine, La sua vita intima, e andiamo a Lui colloblazione di noi stessi ex toto corde, ex tota mente, ex totis viribus. V'è dunque un mutuo scambio che costituisce l'amicizia reale.

Però bisogna rilevare una nota speciale, che, per la sua intensità più o meno vibrata, caratterizza, accentuandolo, il sentimento di cui trattiamo: questa nota è la libertà.

Vi sono affetti imposti quale sacro dovere e non saranno mai qualificati di amicizia, benché suppongano il dono reciproco; per esempio, l'affetto filiale. Non si scelgono i propri genitori. Quindi, per quanto vivo possa essere l'impulso del cuore che ad essi ci porta, non ha a che fare con-l'impulso che ci guida all'amico di nostra elezione. In un senso veris-simo e splendido, tutte le anime create da Dio nella sua indipendenza inalienabile, sono scelte da Lui: Elegit nos in ipso ante mundi con-stitutionem (Ephes., 1, 4). A loro volta esse son libere di andare a Lui o di dannarsi. Ma l'elezione divina del sacerdote è un elezione tutta particolare, che supera ogni altra in delicatezza, in elevatezza, perché 1 beni che l'amicizia di Dio vuole comunicare al suo ministro sorpassano infinitamente i beni ch'Egli destina al semplici cristiani, fossero anche santi; Io vedremo più innanzi.

Aspirare al sacerdozio vuoi dire aspirare ad una dignità regale, a funzioni sante: Vos autem genus electum, regale sacerdotium gens sancta, populus acquisitionis, ut virtutes an-nuntietis ejus qui de tenebris vos vocavit in admirabile lumen suum (1 Petr. 2, 9). Ora, non si ascende ad un trono che per eredità o per elezione; diversamente, sarebbe usurparlo. L'Apostolo non eccettua da questa condizione neppure Gesù Cristo nella sua elevazione al supremo Sacerdozio: Nec quisquam sumit sibi honorem, sed qui vocatur a Deo, tanquam Aaron. Sic et Christus non seme-tipsum clariflcavit ut ponti/ex fieret; sed qui locutus est ad eum: Filius meus es tu, ego hodie genut te. Quemadmodum et in alio loco dicit: Tu es sacerdos in aeternum (Hebr. 5, 4 seq.).

Con quanta soavità penseremo dunque a queste parole che Gesù rivolge a ciascuno di noi: Non vos me elegistis, sed ego elegi vos, et posui vos ut eatis et fructum afferatis (Ioan. 15, 16). Quel nostro fratello, quel nostro amico d'infanzia non hanno ricevuto tanto privilegio. A noi, non ad essi, si applica ancora il testo: Praevenisti eum in benedictio-nibus dulcedinis, posuisti in capite ejus coro-nam de lapide pretioso (Ps. 20, 3). Eravamo nel Cuore dell'Unico Sacerdote, quando con una scelta ufficiale, creava il collegio aposto-lico: Elegit duodecim quos et apostolos nomili

navit (Luc. 6, 13). Non lo fece freddamente, ma in queste elezioni pose quanto in Lui vi poteva essere di meglio, tutte le sue tenerezze anticipate.

Questa grazia preesistente della nostra vocazione ci fu rivelata progressivamente nelle diverse tappe della nostra vita: prima Comunione forse, entrata nel Seminarlo Minore, poi nel Seminario Maggiore, ascensione ai vari gradi che precedono il sacerdozio; ed ogni manifestazione era accompagnata da una luce più viva alla nostra intelligenza, da un più caldo influsso sul nostro cuore, da più valido aiuto alla nostra volontà: Elegit eum et prae-ligit eum. Siamo stati scelti, separati dalla massa dei fedeli: Vos elegit Dominus ut stette coram eo (2 Par. 9, 11).

2. - INTIMITÀ'

L'amicizia produce l'intimità e ne vive. Induce naturalmente a confidenze reciproche; crea la fusione del pensieri, l'unione dei sentimenti. Non è stata definita: Idem velie, ideiti nolle? Di due cuori ne fa uno solo. Ricordiamo in quale modo espressivo 11 libro dei Re parla dell'amicizia che univa il figlio di Saul a colui che era invidiato dal padre suo: Anima Jonathae conglutinata est animae David (1 Reg. 18, 7). L'amico mio è un altro me stesso; nulla di più profondo, di più unico, di più vero dell'intimità che ci unisce. Egli legge in me, io leggo in lui come in libro aperto; le sue preoccupazioni son mie, quelle che agitano il mio spirito assillano il suo: Omnia meo. tua sunt et tua mea sunt. Perciò l'espressione sacerdos alter Christus è giusta e bella. Fra Lui e noi Intimità perfetta!

Certo, a tutti Gesù comunica 1 suoi pensieri, ma a nessuno come a noi: Ecce nunc palarti loqueris et proverbium nullum dicis (Ioan. 16,. 23). Non abbiamo che a confrontare il sermone del monte rivolto alla folla, con il discorso dell'ultima Cena destinato ai novelli sacerdoti, che rappresentavano i sacerdoti di tutti i secoli. Nel sermone sono le grandi linee della vita cristiana; nell ultimo discorso le delicate sfumature della perfezione.

I suoi pensieri li conosciamo da fonti ben più ampie che il semplice insegnamento del catechismo, il quale fornisce agli altri l'istruzione religiosa. La nostra educazione del Seminario, i nostri studi di teologia e di S. Scrittura, ci hanno introdotti in una atmosfera intellettuale trascendente l'umano, e nella sua splendida serenità contempliamo, ascoltiamo il Verbo: Vos autem dixi amicos, quia omnia quaecumque audivi a Patre meo, nota feci vobis (Ioan. 15, 15).

I suoi pensieri, tutti assorti nella preoccupazione della gloria del Padre e della salvezza delle anime, sono il principio informativo della nostra vita, il centro della nostra attività. Di che si deve occupare il prete se non della gloria di Dio e della salvezza delle anime?

La nostra intimità con Lui crea la familia-r.tà. Lo insinuava già il Profeta in modo posi-tivo: Homo unanimis... qui dulces mecum ca-9èebas cibos, in domo Dei ambulavimus eum consensumsu (Ps. 54, 14). E S. Paolo lo afferma esplicitamente: Non estis hospites et advenae... sed domestici Dei! (Ephes. 2, 19). E il buon Maestro vuole sia così per tutta l'eternità: Ecce ego vobiscum sum usque ad con-summationem saeculi (Mat. 28, 20). — Volo ut ubi sum ego, et illi sint mecum! (Ioan. 17, 24).

3. . COMUNANZA DI BENI.

L'amicizia esige che tutto sia messo in comune, poichè la sua grande forza sta nel formare l'unità. I voti riferiti in proposito dal diciassettesimo capitolo di S. Giovanni, sono ineffabilmente belli. Sembra infatti che Nostro Signore dica tutto quando supplica il Padre di darci il suo tesoro infinito, l'amore con cui lo ama: Dilectio qua dilexisti me in ipsis sit et ego in ipsis (Ioan. 17, 26). Due frasi illuminano questo punto di luce profonda; sembrano i due termini di un equazione: Sicut dilexit me Pater et ego dilexi vos (Ioan. 15, 9). — Sicut misit me Pater, et ego mitto vos (id. 20, 21).

Perché il Padre ama il Figlio, gli ha dato tutto: Omnla dedit ei Pater in manus (id. 13, 3). Perché Gesù ci ama, ci ha dato tutto: il suo potere illuminatore, vos estis lux mundi (Mat. 5, 14); il suo potere purificatore, quorum remiseritis peccata, remittuntur eis (Ioan. 20, 23); il suo potere sacrificatore, hoc tacite in meam commemorationem (Lue. 20, 19); 11 suo proprio gaudio, ut gaudium meum in vobis sit (Ioan. 15, 11); e tutto questo per sempre. tu es sacerdos in aeternum (Hebr. 7, 21); in quell'eternità in cui avremo un posto distinto: Ego dispono vobis sicut disposuit mihi Pater meus regnum, ut edatis et bibatis super men~ sam. meam in regno meo, et sedeatis super thronos! (Lue. 27, 29).

E tale comunanza di beni con il divino Maestro ha ancora un altro oggetto: Si mundus vos odit, scitote quia me vriorem vobis odio habuit (Ioan. 15, 18). Abbiamo sofferenze, subiamo persecuzioni a motivo del nostro sacerdozio; ma persecuzioni e sofferenze non sono nostre, sono sue. A Lui mira l'insulto che ci offende. Lui vuoi colpire la persecuzione che ci travolge. Quale gioia per noi partecipare all'opera sua redentrice, espiatrice! Dobbiamo nutrire una immensa fiducia nel sentirci identificati a Lui! E' per noi la grave parola: Nolite tangere Christos meos (1 Par. 16, 22); qui tetigerit vos, tangit pupillam oculi mei (Zach. 2, 8).

Conveniamone: nessuno è amato come il prete; nessuno quindi come Lui ha il dovere di progredire nella carità. Non era questa la delicata preoccupazione del Salvatore quando diceva ai suoi, quindi a noi, con tenerezza commovente: Manete in dilectione mea? Ioan. 15, 9). Egli è davvero amico e ci vuole veramente suoi amici; siamolo dunque e guardiamoci bene dal meritare quel suo rimprovero: Habeo adversum te quod charitatem team primam reliquisti! (Apoc. 2. 4).

Concludiamo con un pensiero di S. Girolamo 19 ) : « I chierici che servono la Chiesa di Cristo procurino anzitutto di comprendere bene il significato del loro nome, e trovatane la definizione, si sforzino di viverla. Perchè se la parola greca cleros si traduce porzione, i chierici sono evidentemente chiamati così, sia perchè sono essi stessi la porzione del Signore, sia perchè il Signore è loro retaggio. Il chierico dunque che è l'eredità del Signore o che ha il Signore per sua eredità, deve vivere in modo da possedere Dio e da essere da Dio posseduto. Chi possiede il Signore e può dire con il Profeta: Pars mea Dominus non può aver nulla di più caro che Dio. perché, se nei suoi affetti concede il primo posto a qualche cosa che non è Dio, il Signore non potrà essere davvero porzione della sua eredità ».

Lo sentiamo che non possiamo avere un programma di vita diverso da quello tracciato dall'Apostolo in una delle sue pagine più belle: Exhibeamus nosmetipsos sicut Dei mini-stros... in cariiate non flcta! (2 Cor. 6, 4). Amiamo dunque, amiamo sempre più, sempre meglio, ma amiamo davvero: Non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate (Ioan. 3, 18). E chi non sa che amare cosi vuol dire sublimarsi nella totale immolazione, come già il divino Maestro, fino al consum-matum est?

ESAME SULL'AMOR DI DIO

Vi adoro, buon Maestro, mentre rinnovate il precetto che compendia la Legge e i Profeti: Dilìges! La vostra vita umana ne fu la pratica perfetta, poiché del vostro amore per il Padre avete dato la prova che non ammette confronto: la morte.

Devo sopratutto votarmi alla pratica di questo grave precetto. L'Atto di carità me ne indica il programma; lo voglio considerare alla luce del vostro Spirito d'amore.

I. - Mio Dio, vi amo con tutto il cuore. — Ecco l'assolutismo dell'amore di Dio che impegna tutto l'essere umano.

Amo Dio con volontà convinta e sincera? Ho mai confuso le emozioni della sensibilità, le impressioni del fervore con l'amore di Dio? Sono persuaso che l'amore, dono di sé, richiede sacrificio? Misuro la mia fedeltà a Dio dal grado della rinunzia a me stesso? Ho immolato la mente con la vita di fede, il cuore con il distacco da ogni cosa, la volontà con generosa obbedienza, il corpo con la mortificazione? Mi guardo dalle illusioni che tollerano riserve nell'amore, per sacrificare invece all'orgoglio o al senso?

II. - Sopra ogni cosa. — Ecco l'esclusività dell'amore di Dio che vuol essere amato solo; è geloso della sua gloria.

Ho forse lasciato nel mio cuore libero adito ad ogni sorta d'affetti sensibili, naturali e perfino sensuali? Mi turba mai la preoccupazione immoderata per coloro che il dovere m'impone d'amare, come i parenti e i benefattori? Per causa loro, ho forse compiuto qualche volta meno bene i miei doveri individuali o pastorali? Coltivo amicizie, e sopra tutto amicizie femminili che mi espongono al pericolo di peccare e destano ammirazione e scandalo? In proposito, sotto pretesto d'indipendenza ho mai sfidato stoltamente l'opinione pubblica? Oso imporre sistematicamente silenzio alla coscienza quando mi rimorde su questo punto delicato? Le mie relazioni hanno tutte un motivo divino?

Sono generoso con Dio nella prova come nella gioia, nell'umiliazione come nel trionfo? Sono regolare e fedele nelle ore di aridità spirituale, non sottraendo nulla alle mie pratiche di pietà? Non mi sono stancato mai nelle tentazioni, scoraggiato nelle avversità, rinunciando a continuare il lavoro intrapreso? In una parola, cerco di vedere Dio in tutto?

III. - Perchè siete infinitamente buono. — I motivi che l'ispirano specificano l'amore di Dio. L'amore iniziale è l'amore di speranza.

Ho amato Dio con fiducia? Ho compreso che non si può vivere senza speranza, che, pretendere d'andare a Dio senza nulla aspettare da Lui, è stolto orgoglio? Ho invece sollevato la mia volontà sopra se stessa nel pensiero dei beni eterni? Nonostante le mie colpe non ho mai dubitato della misericordia divina? Non ostante le prove, per quanto aspre, ho sempre creduto fermamente alla bontà di Dio per me? Nell'ora del pericolo ricorro istintivamente alla paternità di Dio.

IV. - Infinitamente amabile. — All'amore di speranza segue l'amore di compiacenza, che aderisce a Dio a motivo delle sue perfezioni.

Mi applico alla contemplazione delle perfezioni di Dio con la meditazione, con la lettura degli scritti dei Santi; nelle creature vedo il riflesso della bellezza, della bontà del Creatore? Mi guardo dalle volgarità e banalità che restringono l'orizzonte, per mantenermi in un'atmosfera ideale, pura, santa, compiacendomi di tutto quanto mi parla di Dio e mi accosta a Lui? Ho fatto sempre i sacrifici necessari per non omettere le mie pratiche di pietà, che mi fanno vivere nel soprannaturale?

V. - Amo il mio prossimo come me stesso per amor vostro. — Dopo l'amore di compiacenza, l'amore di benevolenza che vuole il bene dei-ramato; il bene di Dio è la sua gloria nella salvezza delle anime.

Sono cosciente dell'obbligo di carità che m'incombe riguardo al prossimo? Evito solerte quanto potrebbe offendere chicchessia, ciò che sarebbe grave, specialmente per un prete? I peccati che si commettono con la lingua sono molti e pericolosi; facilmente intaccano la giustizia e possono compromettere il nostro ministero privandolo della fiducia dei fedeli, irritando le persone offese dal nostro parlare inconsiderato e malevolo. Vigilo sui miei giudizi da cui procedono le parole, studiandomi di pensar bene di tutti?

Ho vero zelo per la felicità eterna delle anime che mi sono affidate, dedicando tutte le mie energie all'apostolato, alla mortificazione, alla preghiera, non rassegnandomi mai ad una quiete stazionarla, che in nessun modo può essere scusato?

— Signore, faccio mia la supplica di S. Margherita-Maria e vi prego con tutto l'animo: « O Cuore ardente e vivente d'amore, o santuario della divinità, tempio della Maestà sovrana, altare della divina carità! Cuore acceso d'amore per Dio e per me, io vi adoro, vi amo, mi struggo d'amore e venerazione alla vostra presenza! Mi unisco alle vostre sante disposizioni; voglio ardere delle vostre fiamme e vivere della vostra vita! » 20).

Preparazione alla morte

Il « DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Severità riservata al sacerdote.

Quid sum miser tunc dicturus Quem patronum rogaturus Cum vix justus sit securus!

Ogni giorno, o mio Dio, m'avanzo verso l'eternità; ogni sera mi fa pensare alla morte. Oh! le ombre di quell'ultima sera calano ogni giorno più e porranno fine ad ogni cosa per me, e saranno preludio, lo spero, di quell'aurora che non conosce tramonto... potrebbero tuttavia essere precorritrici di una notte senza aurora... Sarebbe da insensato perdere di vista questo avvenimento; prudenza e ragione m'invitano a ricordarlo spesso, se non riesco a pensarlo sempre.

Ma fra il preludio e la realtà definitiva dovrò fare la grande comparsa al vostro tribunale... E quanto là mi attende sarà spaventoso! Perchè non affrontare fin d'ora e con la ragione e con la fede quanto sarà oggetto di terrore in quel momento? Non si tratta nè di commuovere, nè di calmare la sensibilità, ma di vedere, di conoscere con chiarezza. Ora. ho letto e riletto queste parole terrificanti della Sapienza: Horrende et cito apparebit vobis, Quoniam judidum durissimum his qui prae-sunt fiet. Exiguo eonceditur misericordia; potentes autem potenter tormenta patientur. Non enim subtrahet personam cujusquam Deus, nec verebitur magnitudinem cujusquam, quoniam pusillum et magnum ipse fecit, et ae-qualiter cura est UH de omnibus. Fortiorìbus autem fortior instat cruciatio (Sap. 6, 6 seg.).

Non v'è dubbio: a me è riservato il più tremendo giudizio. Io, sacerdote, ho ricevuto l'ordine di praeesse. Io, sacerdote, ho ricevuto un potere che sovrasta ogni umano potere: Sicut misit me Pater, et ego mitto vos... (Ioan. 20, 21). Data est mihi omnis potestas in caelo et in terra, euntes ergo (Mat. 28, 18). Io, sacerdote per divina elezione, sono stato fatto grande tra i miei fratelli: Tu autem homo Dei. Sacerdos alter Christus. Io, sacerdote, sono stato fatto più forte perché, come sacerdote, godo del beneficio della promessa: Ecce ego vobiscum sum (Mat. 28, 20). A me dunque s'applicano le parole: qui praesunt potentes magnum fortioribus!

Gesù, Voi stesso mi spiegate il motivo di tanto severo giudizio: Cui multum est datum, multum quaeretur ab eo et cui commendave-runt multum, plus petent ab eo (Luc. 12. 48). Sono stato favorito di troppi privilegi e come si potrebbe non chiedermi molto? Il Signore esigerà conto rigoroso dei talenti affidati alla mia gestione. Ah. come mi sentirò piccino di fronte alla sua potenza, meschino dinanzi alle sue proteste, vile di fronte a tante sue liberalità, ottenebrato allo sfolgorio della sua vivida luce, freddo accanto alla sua carità infinita!... Come mi riconoscerò allora colpevole, troppo miserabile!

Quid sum miser, tunc dicturus?

Allora cercherò un difensore, ma dove trovarlo?

Quem patronem rogaturus?

Non chiamerò il demonio, compllce dei miei peccati, per accusarlo; sogghignerebbe maligno... Avevo a mia disposizione tutti i mezzi per vincerlo in me e negli altri.

Non invocherò il mio buon Angelo Custode, nè i miei santi Patroni; mi rimproverebbero di non essermi valso del loro aiuto, d'aver resa inutile la loro azione con la mia indolenza.

Non invocherò la Vergine Santissima; oh! Maria compiangerebbe la sorte di un misero che non seppe far tesoro della protezione di tanta Madre.

O Gesù, non invocherò Voi! Mi siete avvocato presso il Padre per ottenermi il perdono di tante colpe; ma lo siete finchè sono in vita; dopo lascerete tale ufficio per assumere quello di giudice: Omne judicium dedit Filio! (Ioan. 10, 25).

Potrò forse far appello alle mie opere e dirvi: Testimonium perhibent de me? (Ioan. 10. 25). Oh, quanto naturalismo vi si è infiltrato e quante ne ho tralasciate che pur erano obbligatorie! — Potrò ricorrere alle anime da me rigenerate alla grazia? Esse mi rimprovereranno di averle trascurate, di averle defraudate di quanto erano in diritto di aspettarsi da me! Poi... quelle cui avrò dato scandalo!! esse deporranno contro di me!... — Potrò almeno ricorrere alle Messe celebrate in si gran numero, ai Sacramenti amministrati? Ahi! E le une e gli altri aumenteranno forse il mio debito, renderanno ancor più pesante il mio fardello!

Mio Dio, che sarà di me? All'avvicinarsi della morte tremavano i Santi, fremette il Sommo Sacerdote, l'unico Sacerdote, il Santo del Santi...!

Cum vix justus sit securus!

— Non voglio sfuggire questo problema, per quanto angoscioso e terribile. Mi è inesorabilmente proposto, bisogna pur risolverlo! Perché non arrendermi al timore che m'ispira? lni-tium sapientiae timor Domini (Ps. 110, 9). Temere è sapienza.

Voglio essere lealmente fedele, generoso cosi, da sommergere ogni terrore in una filiale confidenza, consentita dai miei sacrifici, dalla mia umiltà. Mio Dio, concedetemene la grazia!

RITIRO DEL MESE DI MAGGIO

IL SACERDOTE E LA PRUDENZA

Ben a ragione si applicano al sacerdote le parole di S. Paolo: Ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur (Hebr. 5, 1). La prima parola può suggerire riflessioni un po speciali, ma utilissime. Ex hominibus: per fare un prete è necessario un uomo, e siccome il prete è un essere superiore, occorre che in lui l'uomo sia perfetto il più possibile.

Ma la perfezione puramente umana esige un insieme equilibrato ed equilibrante di virtù, delle quali forse non si tiene conto abbastanza: sono le virtù naturali.

Tornerà più facile e attraente il coltivarle, innalzandole all'ordine sopranaturale nel loro principio, nel loro motivo, nel loro fine. Se, invece della ragione, si considera quale principio Dio; se invece d'agire per motivo d'interesse, sia pure delicato e nobile, si segue l'impulso della fede; se, invece di proporsi la soddisfazione di un istinto anche nobile, si mira alla gloria di Dio e alla propria salvezza le azioni si trasfigurano e si praticano le virtù morali cristiane, le quali tendono direttamente a regolare i costumi o la condotta secondo le massime del Vangelo.

Prima fra queste, è la grande virtù di religione, che noi abbiamo meditata in primo luogo perchè essa è come la linfa vitale di tutte le altre virtù. Vengono poi le quattro virtù cardinali, cardine cioè, sostegno della vita cristiana, e prima fra tutte la prudenza.

Il primo libro dei Maccabei fa un'osservazione suggestiva: In die illa ceciderunt sacer-dotes in bello, dum volunt fortiter lacere, dum sine consilio exeunt in praelium (1 Mac. 5, 67).

Chi saprebbe dire quante volte la mancanza di prudenza ha reso vano il buon volere, sterile lo sforzo generoso, compromesso situazioni ottime?

La prudenza invece supplisce a molte deficienze e vai certo meglio dell'abilità, perchè l'abilità non è sempre compagna della rettitudine, qualità rara e pur sola capace d'attirare le divine compiacenze e il favore degli uomini. Dio infatti benedice la verità: veritas liberabit vos; gli uomini diffidano dell'abilità e facilmente la prendono per astuzia.

Noi comprendiamo facilmente perché il Maestro ci raccomanda in modo speciale la prudenza: Estote ergo prudentes sicut serpen-tes (Mat. 10, 15). Ed è cosa, tanto più degna di rilievo, in quanto non sono molte le virtù che Egli ci ha raccomandate come a noi proprie in modo particolare ; il sacerdote che deve formare i suoi fratelli non è forse tenuto alla pratica di tutte le virtù?

I Proverbi dicono che la prudenza è la sapienza dell'uomo, meglio, la scienza dei santi: Sapientia autem est viro prudentia et sdentia sanctorum prudentia (Prov. 10, 23).

Meditiamo dunque sulla prudenza, considerando cos'è, che cosa esige, che cosa fa evitare.

I. - CHE COSE?

S. Agostino la definisce: Prudentia est co-gnitio rerum appetendarum et fugiendarum 21). L'uomo prudente è lungimirante, è previdente. Fondandosi sulla conoscenza del passato e del presente, trae conseguenze pratiche per l'avvenire.

Di solito, nei testi classici di morale si dice che la prudenza è un'abitudine dell'intelletto che in ogni circostanza dirige le azioni umane conformemente alla retta ragione. E' come il nostro consiglio intcriore basato sull'insieme delle conoscenze pratiche e speculative concernenti la direzione della condotta; comprende cosi la fede e la teologia.

Se la virtù, secondo S. Tommaso 22) è ciò che rende buono chi la pratica e buone le opere sue, concludiamo che la prudenza è una virtù, e virtù che esercita una certa direttiva sulle altre, determinandone le condizioni d'esercizio: Oportet sapere, sed sapere ad sobrieta-tem (Rom. 13, 3); bisogna essere savio, saviamente; l'ottimo può essere nemico del bene.

La prudenza è dunque una virtù e questo è Incoraggiante per noi, perché la virtù può sempre acquistarsi naturalmente, può sempre essere infusa sopranaturalmente. Quindi chi vuole può riuscire ad essere prudente.

Dal punto di vista naturale la prudenza s'acquista con l'esperienza, i cui dati vengono

coordinati dall'intelligenza; questo permette di determinare 1 mezzi più atti al conseguimento del debito fine. Suppone riflessione, attenzione, osservazione, ma in una misura di cui ciascuno può essere fornito.

Dal punto di vista sopranaturale il possesso della grazia santificante assicura il possesso della prudenza. « Le virtù sono connesse necessariamente, dice S. Tommaso, in modo che chi ne ha una, possiede pure tutte le altre. Ora, chi ha la grazia, ha la carità; e di conseguenza possiede tutte le virtù di cui la carità è principio e radice; quindi siccome la prudenza è una virtù, è necessario la possegga » 23). Dunque, chi è puro e prega è certo di ottenere questo abito prezioso. Ricordiamo la risposta data da Dio alla domanda di Salomone: Dedit quoque sapientiam Salomon, et prudentiam multam nimis (2 Reg. 4, 29).

Perciò quando si dice dì alcuno che manca di giudizio, non se ne dovrebbe dedurre, come si fa di solito, una disposizione psicologica difettosa irreparabilmente, una specie di difformità congenita. Tale conclusione, spesso giustificata da un insieme di fatti troppo numerosi, in ultima analisi è una condanna. Chi la merita non ha fatto nè lo sforzo naturale, nè lo sforzo sopranaturale consigliati dalla ragione pratica e dalla fede: Acquire prudentiam, quia pretiosior est argento (Prov. 16, 16). Non possiamo arricchire l'anima nostra di facoltà che il Creatore non le volle infondere; non si può essere intelligenti o artisti a piacimento. Ma si può sempre, quando si vuole, educare il proprio giudizio, divenire prudenti; basta perciò la riflessione, lo sforzo, la preghiera.

La preghiera in modo particolare otterrà la prudenza perfetta, perché si sa che vi sono varie sorta di prudenza.

S. Paolo parla della prudentia carnis (Rom. 8, 6). Uomo prudente è colui che dispone dei mezzi convenienti al fine che vuol conseguire. Chi si propone un fine malvagio e mette in opera quanto è necessario per raggiungerlo, merita, per analogia, il qualificativo di prudente, ma di prudenza malvagia. Non possiamo supporre, anche solo per ipotesi, che un prete faccia mai uso di tale prudenza. A me-no che momentaneamente, quod Deus avertati non sia accecato da una tentazione violenta o da una crisi morale, da cui l'umiltà e l'orazione assidua l'avrebbero certamente preservato.

Vi è inoltre una prudenza che, pur non essendo cattiva, non è però buona. Cè chi dice: il fine giustifica i mezzi; ma li caratterizza pure. Perseguire con buon esito un bene, che non è il fine generale della vita umana, ma un fine particolare, non è cosa cattiva; non è nemmeno cosa buona, perché per operare rettamente, occorre subordinare tutto al grande unico fine di ogni essere.

Si comprende ora meglio la prudenza perfetta, quella cioè che consiglia, giudica, ordina tutto a Dio, fine supremo di ogni attività: Universa propter semetipsum operatus est Dominus (Prov. 6, 4). Essa non si riscontra né nel peccatore, né nelle persone volgari, ma sempre ne1 prete sopranaturale, nel prete santo: Providebam Dominum in conspectu meo semper. (Ps. 15,-8); ambula coram me et esto pef' fectus (Gen. 17, 1).

Non è allora difficile intuire la relazione che esiste fra la prudenza vera di cui abbiamo bisogno, e il dono del consiglio infuso in noi dalla grazia del Battesimo, accresciuto dal Sacramento della Cresima e da quello dell'Ordine Sacro.

Il consiglio è un dono dello Spirito Santo, grazie al quale la creatura ragionevole è portata dalla bontà divina a discernere retta-mente ogni azione da compiere. Perciò S. Tom-maso ragiona cosi: Domum constiti est circa ea quae sunt agenda propter finem. Sed circa haec est etiam prudentia. Ergo sibi invicem correspondent 24). E' questa una nuova conferma che noi sacerdoti possediamo, in potenza, quest'importante virtù della prudenza, noi, altri Cristo, che sopratutto nei giorni benedetti del nostro diaconato e del nostro sacerdozio potevamo far nostra la parola d'Isaia: Requie-scet super eum Spiritus consilii et fortitudinis (Isai. 11. 2).

2. - CHE COSA ESIGE

Ogni virtù suppone un insieme di disposizioni molteplici, perchè vi è tanta complessità nell'anima nostra in cui le diverse potenze sono solidali.

L'analisi ci fa discernere otto elementi costitutivi della prudenza: la memoria, la ragione, l'intelletto, la docilità e la vivacità della mente, che l'aiutano a vedere; poi la previdenza, la circospezione e la precauzione, che l'aiutano a concludere.

Il prudente si basa anzitutto sull'esperienza della propria vita, ma perché tale esperienza gii sia utile, ha bisogno di ricordare, quindi la necessità della memoria. Questa gli ricorderebbe invano i fatti istruttivi, s'egli non ne comprendesse l'insegnamento che in sé racchiudono; perciò dovrà riflettere, intus legere; donde la necessità dell'intelletto. Il disattento, 11 dissipato non sarà mai prudente; e disgraziatamente vi sono uomini che restano fanciulli tutta la vita; puniti delle loro sciocchez-ze, le rinnovano senza fine. Son da compiangere e da temere; mancava loro qualche cosa per diventar preti.

Il prudente si fonda inoltre sui diversi insegnamenti che può ricevere, sulle scienze varie che può acquistare con lo studio: per apprendere occorre docilità, per studiare vivacità d' intelligenza.

La teologia morale, la dottrina dei maestri di spirito, gli scritti dei santi sono preziosa sorgente d'istruzione. Il prete non può trascurarla; ha il sacro dovere d'attingervi fino a penetrarsene tutta l'anima. E chi non lo potrà fare? Fit faber fabricando. Sarebbe da deplorarsi che colui di cui è scritto: labia sacerdotis custodient scienlium et legem requirent ex ore ejus (Malac. 2, 7), non cercasse nei sublimi principi dell'ascetica e della mistica le direttive della sua vita, e della vita delle anime che gli sono affidate.

Egli deve piegarsi a questo dovere per non essere di coloro che dicunt et non faciunt, portando nel suo spirito incurante il motivo della propria condanna.

L'opinione, che spesso è stolta, ingiusta, qualche volta è un censore che è bene ascoltare e cui bisogna sottomettersi; Curam habe de bono nomine (Eccli. 41, 15). Nemini dantes ullam offensionem ut non vituperetur ministe-rium nostrum (2 Cor. 6, 3).

Si critica quel prete a motivo di certe relazioni, di certe visite... dell'assiduità di certe persone alla porta della canonica o nella sagrestia. Egli sa e continua, perchè dice di non voler cedere di fronte alle dicerie: le lingue sono malefiche e mosse dall' invidia; non riconosce alle persone pie, ai suoi parrocchiani il diritto di vigilare le sue azioni, di dettargli norme di condotta. Ha la coscienza... è innocente...

Innocente?... No, perchè da motivo di sorpresa e di scandalo, perchè da adito a supposizioni tutt'altro che piacevoli... a maldicenze! Sfidare non è indizio di forza, ma di caparbietà e di fatuo orgoglio. Temere lo scandalo, anche dei pusilli, è indizio di umiltà, di delicatezza, attira le compiacenze del cielo, è sentimento degno di un vero prete.

Il prudente, infine, ricco dei dati della scienza e dell'esperienza, se ne vale per formare i suoi giudizi e acquistare le cognizioni pratiche, che il perpetuo succedersi degli avvenimenti lo mette nella necessità di rinnovare continuamente; ed ecco il compito della ragione. Questa è la regina; dirige con sicurezza, regolarità e precisione e possiede allo scopo la documentazione necessaria; avrà degli ausiliari indispensabili nella previdenza per condurre ogni cosa a buon termine; nella circospezione che le farà vagliare, esaminare le questioni sotto ogni aspetto; nella precauzione che le farà evitare o rimuovere gli ostacoli saggiamente.

A questi elementi costitutivi della prudenza, si aggiungano le virtù ausiliari, che si riferiscono ad atti secondari e non hanno perciò tutta la forza della virtù principale; le sono tuttavia di tale aiuto che essa non potrebbe farne senza. Si tratta, secondo S. Tommaso, della sagacia che si riferisce al consiglio; del discernimento che consiste nel giudicare quanto è sottoposto a regole generali; e del giudizio che sentenzia nei casi, in cui è necessario qualche volta fare eccezione alla norma comune.

Quest'analisi psicologica potrebbe sembrare inutile. No, essa deve aiutare le nostre meditazioni, favorire le nostre ricerche aiutandoci a scoprire i lati deboli dell'anima nostra.

Può sembrare complicata la sintesi però è semplicissima e una parola la riassume: riflettere. E' la parola stessa dello Spirito Santo: attendite ut sciatis prudentiam (Prov. 4, 1).

3. - CHE COSA FA EVITARE

Ogni virtù teme il contrario; perciò la prudenza si guarda dall'imprudenza, poi da un difetto che ne deriva, pur avendo caratteristiche proprie: la negligenza.

a) L'imprudenza agisce in modo opposto ai suggerimenti della sana ragione e della fede. In sè è dunque un peccato più o meno grava secondo l' importanza dei suggerimenti

trascurati. L'imprudente che non reagisce contro le sue inclinazioni istintive e si espone così fatalmente all'offesa di Dio, non può credersi in buono stato di coscienza: Thesaurus deside-rabilis, et oleum in habitaculo insti, et impru-dens homo dissipabit illud (Prov., 21, 20).

Tre difetti sono causa dell'imprudenza: la precipitazione, l'inconsiderazione, l'incostanza. La precipitazione non prende tempo per consultare gli elementi della prudenza. Spinge ad operare secondo l'impeto della volontà o della passione. L'inconsiderazione può fare tale consulta, ma, sia che v' insista in modo insuf-ficente, sia per disdegno o negligenza, passa sopra quanto le viene suggerito. Da ciò deriva appunto il difetto di rettitudine nel giudizio. L'incostanza, per passione o per debolezza, rinuncia a quanto aveva già voluto come bene, come buono, contraddicendo alla ragione.

E' facile comprendere la necessità di combattere attentamente e generosamente simili dannose tendenze, che S. Tommaso con l'abituale sua penetrazione attribuisce alla lussuria. Fondandosi su Arlstotele dimostra che la dilettazione, quella sopratutto consistente nei piaceri carnali, perverte il giudizio della prudenza, perché assorbe l'anima interamente, immergendola nei godimenti del senso 25).

b) La negligenza consiste nel trascurare la premura necessaria.

Non fare quanto si deve è male. Il negligente, nec eligens, per rilassatezza di volontà o per disprezzo del dovere, non si cura di nulla, non sceglie quanto conviene.

E' facile comprendere come egli non può essere prudente e può rendersi invece molto colpevole se con la sua condotta compromette il compimento di un dovere importante.

— Ognuno di questi punti dev'essere argomento di seria riflessione. Incominciando questa meditazione abbiamo notato che la perfezione umana richiede equilibrio. E' la prudenza, che ha appunto il compito di armonizzare la nostra vita morale. A causa del peccato originale pochi individui, se pur si trovano, sono perfettamente equilibrati. In tutti si riscontrano disposizioni che facilmente portano all'esagerazione. Cantare a tono e a tempo esige esercizio e perseverante attenzione. Adoperiamoci dunque a tenere il nostro animo bene allenato, perchè è assolutamente necessario modulare la nostra vita morale sul tono e sul ritmo divino. Docili ad attuare tutto 11 significato dell'invito dello Spirito Santo: inclina cor tuum ad cognoscendam pruden-tiam (Prov. 2, 2), nutriamo la dolce fiducia che Dio ci benedirà e il nostro buon Angelo secondando i nostri sforzi potrà dire di noi: Beatus homo qui affluii prudentia (Prov. 3,13).

Esame sul dominio di sè

Vi adoro, Gesù, nell'atto di raccomandarmi il dominio di me stesso: In patientia vestra oossidebitis animas vestras (Luc. 21, 19). Secondo S. Giacomo è questo un principio di perfezione: Patientia autem opus perfectutn hebet (Iacob., 1, 4). L'uomo padrone di se stesso, possiede un'incontestabile superiorità su chi vive in balia dell'emozione e dell'impressione. Egli usa liberamente delle sue facoltà, delle sue potenze e con tutto il profitto possibile. Sa che il temperamento ha molta influenza in questo, ma sa pure che lo sforzo della volontà supplisce a tutto. E lo deve supplire nel prete, uomo votato alla perfezione e che ha bisogno di mantenersi superiore a tutti: Oportet sacerdotem praeesse; superiore in virtù, in fortezza, in potere influente. Importa dunque assai ch'io sappia dominare me stesso e che rifletta sui mezzi per ottenere tale domìnio.

1. - SO DOMINARE ME STESSO?

Chi è padrone di sè non ignora ciò che deve volere e come deve volerlo; vuole ciò che deve, come lo deve. Sono abituato a riflettere prima di parlare o di agire? O, invece, impulsivo, facile all' emozione, o sensibile, impressionabile, seguo il primo impeto senza calcolare l'importanza di quanto faccio o dico? Quante volte forse ho avuto motivo di pentirmi di una parola troppo viva, di un modo di procedere compromettente, di un atto disastroso nelle sue conseguenze. Vi sono pagine che non si riuscirà mai a strappare dal libro, in cui non si vorrebbero scritte per tutto l'oro del mondo. Bisognava non scriverle! Si mancò di gravità, di ponderazione, di serietà, e le conseguenze furono irreparabili.

Sarei forse soggetto a frequenti alterazioni d'umore, allegro al mattino, triste la sera, senza quasi saperne il motivo? Faccio subire a quanti m'avvicinano le bizzarrie del mio carattere indisciplinato?

Sono variabile nei giudizi e negli apprezzamenti, dicendo successivamente bene e male dello stesso fatto, con una rapidità che non lascia tempo di formulare un apprezzamento sicuro?

Forse devo rimproverarmi d'incostanza nel mio modo di fare, di volubilità dì animo, perchè seguo senza riflettere i capricci della fantasia, cui non so porre alcun freno?

Sono irascibile, adirandomi per inezie, gridando, tempestando per la minima contrarietà?

Nelle discussioni alzo troppo la voce, perché non la so contenere in quel tono moderato che è sempre segno di fortezza, se pure non è contrassegno della verità di un'opinione?

Non ho mai sentito dire di me che manco di tatto, d opportunità, di moderazione?

Ah, mio Dio, è davvero gran debolezza, grave disgrazia non saper dominare se stessi!

2. COME DOMINARMI

Buon Maestro, avete detto che il mezzo per dominarmi è la pazienza. Se il vostro Apostolo insegna che la pazienza corona l'opera della perfezione, vuoi dire che tale virtù ne suppone molte altre le quali, in maggioranza, derivano dalla mortificazione.

So mortificare il mio amor proprio senza badare alle suscettibilità, alle gelosie e ambizioni? Mortifico il mio cuore diffidando sempre delle simpatie o antipatie istintive, che orpellando perfidamente le pretese di vile e pericolosa passione? Come mortifico la volontà nei suoi primi moti, nei suoi desideri troppo ardenti, nelle sue impazienze? So mortificare la fantasia, allontanando i ricordi troppo impressionanti, restringendo energicamente il campo dell'immaginazione, sforzandomi di pensare più al presente che all'avvenire? Mortifico la mia attività con fare ogni cosa a tempo debito, e la smania di finire prima ancora d'aver cominciato?

Trascurare uno di questi punti equivarrebbe a rendere impossibile il dominio su me stesso, e vano tutto il mio ministero pastorale. Potrà governare altri e guidarli chi non sa dominare se stesso? Si vedono preti di valore, riuscire sgraditi, insopportabili ai loro parrocchiani, i quali segretamente — o palesemente — sospirano la loro partenza. Perchè? Vittime del loro carattere di cui non hanno saputo valersi per la virtù, si sono alienati la maggioranza dei fedeli, mentre con un po' di discrezione e di tatto sarebbero riusciti a farsi docilmente seguire da una bella, generosa e affettuosa famiglia spirituale.

E per riassumere tutto in breve, sono convinto che l'umiltà è la disposizione più intelligente, la migliore abilità per il vero apostolo? Comprendo il profondo significato del novissimi vrimi del Vangelo? Lo stolto non è mai umile. 1 ignorante non è mai silenzioso, il debole non è mai moderato; soltanto chi è umile, chi è silenzioso, chi è moderato sa possedere se stesso, è saggio davvero.

— Signore, vi supplico di concedermi la grazia preziosa di comprendere bene la lezione del vostro Cuore: Discite a me quia mitis sum et humttis corde, et invenietis reauiem anima-bus vestris (Mat. 11, 29). Seguendo questa luci troverò il segreto della vittoria su me stesso. Me beato se, innalzandomi sulle rovine del mio egoismo e delle sue tendenze immortificate. potrò dire con S. Paolo: Cum infirmor, tunc potens sum (2 Cor, 12, 10).

Preparazione alla morte,

IL «DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Scienza del giudice inesorabile.

Rex trementine majestatis Qui salvandos salvas gratis Salva me, fons pietatis.

Signore Gesù, Voi vi siete affermato Giudice sovrano: Omne judicium dedit Filio (Ioan. 5. 22). Il vostro insegnamento evangelico può darmi un'idea del come compirete questo vostro ufficio. Devo preoccuparmene, perché ogni giorno m'avvicina a quello in cui morrò, in cui sarò giudicato da Voi.

Ricordo la parabola del padrone che chiede conto dei talenti consegnati e ho presenti queste frasi: Iota unum aut unus apex non prae-teribit a lege donec omnia flant (Mat. 5, 18). Al Padrone spetta la sentenza finale: Non exies inde donec reddas novissimum. quadran-tem... (Id. 5, 26); tutto sarà investigato con somma precisione, con estremo rigore.

Forse ho dissipato i vostri doni valendomi della mia influenza, della mia posizione a profitto dell'amor proprio! il prete che fonda il suo zelo su motivi naturali, il prete che attira a sè le creature invece di elevarle a Dio, che, in una parola, è più uomo che prete, somiglia all'economo infedele; in un senso rovinoso si è fatto amicos de mammona iniquitatis (Luc. 16. 9). Voi dissiperete ogni illusione dicendogli con indiscutibile autorità: Nomen habes quod vivas et rnortuus es! (Apoc, 3, 1).

Terribile il destarsi di una coscienza addormentata o spenta da una mala fede, che il soffio dell'eterna verità farà improvvisamente cadere.

Forse ho sotterrato i miei talenti, il mio talento per mancanza di fede o di coraggio! Il prete che constatando l'esito meschino dei suoi sforzi, non reagisce contro 1 impressione di stanchezza, e s'arresta sfiduciato; che scusa la propria ignavia col pretesto che non v'è nulla da fare, ripete a Voi, o Signore: Homo austerus es! E Voi dissiperete la sua menzogna, mostrandogli le anime perdute causa la sua mancanza di zelo e facendogli capire che colla gretta sua preoccupazione di non Incomodarsi, ha defraudato la vostra gloria. Criticava i confratelli tacciandoli di imprudenti, di esaltati, allegando i loro insuccessi per nulla tentare. Ed eccolo al termine della sua comoda esistenza... quieta non movere!

Ah, quale scossa nel comparire dinanzi a Voi che avete detto: Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur! (Luc. 12, 49).

Forse ho posto in non cale certe prescrizioni disciplinari, certe leggi liturgiche e rituali! — Il prete che, sotto pretesto di semplicità, manca di decoro; che, sotto pretesto di larghezza di vedute, non tiene conto delle disposizioni canoniche, arriva insensibilmente sull'orlo dell'abisso, e si espone a contrarre l'abitudine di modi che lo rendono colpevole di mancanza di rispetto per le anime, cui è di scandalo, perchè nulla ha di ecclesiastico nel suo contegno, e insieme contrae l'abitudine di irriverenza verso di Voi, o Maestro divino, trattandovi, nelle sue funzioni sante, con una disinvoltura che rasenta il disprezzo.

Che cosa penserà nello scorgere il Deus ma-gnus, et potens, et terribilis? (Deut. 10, 17). — Tu terribilis es, et quis resistei Ubi? (Ps. 75, 7).

E forse ancora ho accumulato gli arretrati di coscienza andando di compromesso in compromesso, sotto 11 manto di una casistica rovinosa. Il prete sordo agli avvertimenti intimi del senso morale, che possiede delicatissimo, e ch'egli perverte sotto pretesto di non voler essere scrupoloso; sordo alle lezioni degli avvenimenti, di cui si ride, sotto pretesto di non voler essere schiavo dell opinione, che egli sfida da stolto orgoglioso, profana il vostro Spirito, o Signore: Si vocem Domini audieritis, nolite obdurare corda vestra! (Ps. 94, 8). — Vox povuli de civitate, vox Domini reddentis retributionem! (Isai., 66, 6).

Dove fuggire dinanzi alla luce improvvisa che illuminerà gli arcani dell'anima sua sleale? Scrutabor Jerusalem in lucernis, et visi*a-bo!... (Soph. 1, 12).

— O Signore, Voi siete davvero Rex. tremen-dae majestatis. E chi potrà comparire davanti a Voi di cui è scritto: In angelis suis reperii pravitatem? (Iob., 4, 18). Se salvate un'anima non è già a motivo dei suoi meriti, ma a causa dei vostri doni: Qui salvandos salvas gratti!

Che sarà di me, dove andrò a finire? I miei giorni sono contati... scende la sera...

Non potendo fare affidamento su me stesso, posso però rammentare che come prete sono carico, sovraccarico dei vostri doni. Perciò voglio sperare ancora il dono supremo della salvezza e vi supplico di riguardare i doni vostri, non già l'uso che ne ho fatto.

La confidenza è amore, e l'amore è salvezza. Voglio dunque confidare: Salva me, fons pietatis.

RITIRO DEL MESE DI GIUGNO

IL SACERDOTE E LA GIUSTIZIA

La S. Scrittura magnifica poche virtù quanto la giustizia, ne parla con frequenza e la esalta in maniera notevole. Si può dedurre a piori che questa è la più grande delle virtù morali. Così pensava già Aristotele: Justitia est omnis virtus '); questa meditazione ce ne convincerà indubbiamente.

Diamo una rapida scorsa alle pagine dei libri santi; esse esaltano anzitutto la bellezza della giustizia: Iustitia tua sicut montes Dei! (Ps., 35, 6). — Justitia et judiciuvi correctio sedis tuae! (Ps. 96, 2). — Mecum sunt... gloria, opes superbae et iustitia (Prov., 8, 18).

Poi ne rivelano la celeste origine: Veritas de terra orta est et justitia de coelo prospe-xit (Ps. 84, 12); la sua identità con quanto è bello e buono: Misericordia et veritas obviave-runt sibi; justitia et pax osculatae sunt (Ps., 84, 11); la sua efficacia purificatrice : justitia liberabit a morte, justitia rectorum liberabit eos (Prov., 11, 6); il suo potere santiflcatore: iustitia simplicis diriget viam ejus (Prov., 11,5) — justitia elevai gentes; le sue affinità con la beatitudine suprema: justitia enim perpetua est et immortalis (Sap., 1, 15) — justitia mea in generationes generationum (Isai. 31, 9).

Perciò chi la possiede è ricco: Iustus ut palma florebìt, sicut cedrus Libani multiplicabi-tur (Ps. 91, 13); può ripromettersi ogni contento: laetabitur justus in Domino (Ps., 13, 10); è sicuro della sua eterna salvezza: justus in aeternum non commovebitur (Prov., 10, 30) ; lascerà sul suo passaggio una scìa luminosa: in memoria aeterna erit justus (Ps. Ili, 6).

Il Vangelo fa di S. Giuseppe e del santo vecchio Simeone il più bel panegirico in una sola parola; del primo afferma: Joseph, vir ejus, cum esset justus (Mat., 1, 19); e del secondo: et homo iste justus et timoratus (Lue, 2, 25). S. Paolo trova in questa parola il programma riassuntivo di tutta la santità: Non est enim regnum Dei esca et potus, sed justitia, et pax, et gaudium in Spiritu Sanato (Rotn., 14 17). Meditiamo dunque: 1) che cos'è la giustizia; 2) qual'è il suo oggetto.

1. - CHE COS'È'?

Scrive S. Tommaso: Se si volesse dare della giustizia una definizione classica, si dovrebbe dire che è: Habitus secundum ouem aliquis constanti et perpetua voluntate jus suum uni-cuique tribuit 25). E' dunque la giustizia che inserisce nelle nostre azioni l'elemento necessario senza il quale sarebbe vano pretendere che fossero buone, perché esso fa attuare ciò che dev'essere. L'intendevano così anche i pagani. Cicerone, infatti, scrive queste parole significative: Iustitia, in qua virtutis est splen-dor maximus, ex qua viri boni nominantur 26). Ragione e fede si accordano su Questo punto, quindi sarà facile alla fede piegare la ragione davanti al Decalogo come dinanzi alla magna carta della giustizia. I dieci Comandamenti sono invero la codificazione perfetta dei nostri doveri adeguati ai diritti di Dio, del prossimo, della nostra personalità.

E' giustizia tributare all'Autore d'ogni cosa l'adorazione, l'amore perfetto e il culto che ne deriva; è giustizia rispettare i fratelli nostri astenendoci da qualsiasi attentato all'anima, al corpo e ai beni loro; è giustizia aver cura della dignità umana conservandoci veritieri e casti. Ancora una volta comprendiamo che giustizia e santità sono sinonimi: Nostro Signore ci aiuta a tanto, poichè stabilisce una equazione tra il quid fadendo vitam aeternam possidebo (Luc, 10, 25), la santità consumata, e il serva mandata, la pratica della piena giustizia.

Sì, diciamo piena giustizia, vera giustizia, perchè ne esiste la contraffazione, contro la quale il Divino Maestro ci premunisce: Nisi abundaverit justitia vestra plusquam scriba-rum et phariseorum, non intrabitis in regnum caelorum (Mat. 5, 20). E' proprio cosa tanto semplice essere giusto, meglio, essere onesto? Chi ha vissuto a lungo non oserà affermarlo Quanto lo Spirito Santo dice per bocca del Salmista non è che troppo vero: Omnis homo mendax (Ps., 115, 2); ma per essere giusto è necessario uno sforzo che troppe volontà paventano e sfuggono per l'energia e la costanza che richiede 1).

Quale incoraggiamento dunque per noi a riflettere che si tratta di una virtù, naturale senza dubbio, ma ancor più sopranaturale, ossia che, allo sforzo richiesto per acquistarla, corrispondono aiuti divini infusi nell'anima orante, nell'anima pura, nell'anima in cui la grazia conferita dai Sacramenti è conservata con ogni possibile diligenza, come un intenso focolare di vita. Ricordiamo inoltre che alla pratica obbligatoria di ogni virtù è connesso un dono dello Spirito Santo, divino istinto che rende capaci di seguire la via che invita a percorrere. Nel caso nostro è il dono della Pietà: Pietas ad omnia utilis est, promissionem ha-bens vitae quae nunc est et futurae (1 Tim., 4, 8). La pietà rivolge il nostro cuore verso Dio nostro Padre: Accepistis Spiritum adoptionis in quo clamamus: Abba, Poter (Rom., 8, 15); lo inclina verso gli uomini per amore di Dio come verso i membri di una famiglia in vista del loro Capo; lo sprona ad attuare in noi quanto piace a Dio. Ecco in qual modo il dono della pietà facilita l'esercizio della virtù della giustizia.

Nulla varrà dunque a indebolire la nostra speranza di acquistare tale virtù, perchè ci

') Un parroco di valore che, data la sua situazione, aveva potuto osservare e ritenere molto, diceva ad un sacerdote che gli partecipava la sua nomina a Rettore del Seminario Maggiore: «Mi congratulo! Ma permettetemi un consiglio : adoperatevi, adoperatevi a formare uomini onesti I » Ironia, pessimismo, scetticismo, esagerazione??? — Si legga in proposito: « Honnéte avant toni » di M. J. Ribet.

sarà sempre possibile, facile anzi, piegare la nostra buona volontà sotto l'influsso dei sussidi della grazia e della mozione del dono.

D'altra parte ci terremo in guardia con vigilanza indefessa contro quanto sa d'ingiustizia; una breve analisi farà vedere la soverchia facilità, quindi la frequenza dell'ingiustizia.

Si distinguono due specie di giustizia: la giustizia- distributiva e la giustizia commutativa.

Ogni individuo è, nella società, parte di un gran tutto; da ciò derivano relazioni speciali fra il tutto e le parti, ossia la comunità e ogni suo membro, relazioni regolate dalla giustizia distributiva che fa attribuire, distribuire con le debite proporzioni i beni comuni; poi relazioni tra parte e parte, tra individuo e individuo, rette dalla giustizia commutativa, la quale vigila sull'equità degli scambi reciproci.

Sì pecca contro la giustizia distributiva con l'accettazione delle persone. S. Paolo scrive: Vester Dominus est in coelis, et personqrum acceptio non est apud eum (Ephes., 6, 9). Perciò S. Giacomo da preziosi consigli pratici nel secondo capitolo della sua Lettera cattolica. Fratres mei, nolite in personarum acceptione habere fldem Domini nostri Jesu Christì glo-riae (Iacob., 2, 1).

Forse non è cosa molto rara che un prete debba rimproverarsi qualche cosa in proposito. L'espressione comune: aver delle preferenze, cela talvolta abitudini molto riprensibili. Perche un parroco, per esempio, è pieno di attenzioni per quelle tali famiglie, mentre non ne ha per tutte le altre? E' difficile non subire la influenza delle ricchezze, della liberalità, delle compiacenze che non si sospettano interessate.

Perché quel confessore adopera due pesi e due misure in confessionale? Perchè quel direttore è sempre tutto fretta quando ascolta quelle penitenti, mentre accorda ad altre tutto il tempo desiderato? E' cosa alquanto delicata mettere in evidenza i motivi per cui si applicano con larga, o anche soverchia indulgenza le regole della morale con un'anima, mentre con altre si restringono con un rigore che non transige, col pericolo di farle cadere nello sco-raggiamento. Più delicato ancora confessare per quali motivi certe categorie di persone sorridenti, attraenti, sono accolte sempre con una bontà premurosa che non si smentisce mai, mentre altre più gravi, più riservate, forse anche sgradite, perché semplici o scrupolose o sgraziate, sono accolte quasi con freddezza, se pure non devono subire i rabbuffi e gli urti di un'impazienza che, con simile gente, non sa contenersi mai... Perchè alle lezioni di catechismo quel fanciullo gode di ogni favore fino a rendere i compagni gelosi, scontenti?

Non sorvoliamo alla leggera su punti tanto importanti. Nulla offende, ferisce così profondamente e spesso irreparabilmente un'anima semplice, un'anima retta, un'anima giova-netta, quanto un modo di agire ingiusto. L'imparzialità è più rara dì quanto si pensi anche presso uomini forti e anche virtuosi, sia perchè non si vigila, sia perché non si mortifica la sensibilità che offusca il giudizio e ostacola il retto esercìzio della volontà. Quindi il prete deve studiarsi ad ogni costo di mantenere quell'indipendenza di apprezzamento e di azione, che assicura la rettitudine delle sue vie:Iustitia ante eum ambulabit et ponet in via gressus suos (Ps., 84, 14). Possa egli sempre ispirarsi nella pratica a queste parole.

Si pecca contro la giustizia commutativa con tutto ciò che, poco o tanto, in pensieri, in sentimenti, in parole o in atti, lede il quinto, il settimo e l'ottavo comandamento; insomma, con tutto ciò offende la carità.

Sembra strano che un prete debba fare l'esame di coscienza su questi tre comandamenti. Eppure...

Non avremo forse mai ferito il prossimo nelle sue membra; ma non lo abbiamo mai ferito nell'anima? Senza parlare del cattivo esempio, dello scandalo, disgraziatamente troppo possibile, riflettiamo che sì manca di giustizia quando alla fiducia delle anime non sì risponde con quello zelo che non conosce riposo; che non adempiamo il nostro dovere se non ci adoperiamo indefessi a far del bene e farne quant'è possibile: dii effecti deos efficientes, secondo l'espressione di S. Gregorio Nisseno, dal significato immenso.

Non avremo rubato; ma nel regolare i conti di fabbriceria, nel disporre delle offerte e delle elemosine delle Messe, è forse impossibile non essere di una esattezza matematica? Il popolo è esigentissimo nei riguardi del suo parroco quando è in gioco il danaro; spesso non comprende o fraintende le richieste dì offerte per la chiesa e per il culto, anche se ragionevoli e giustificate. Tuttavia si deve proprio pensare che l'epiteto di uomo venale, all'indirizzo di qualche prete sia sempre immeritato? Ma, quando non è immeritato, oh, che disgrazia! Fa orrore la calunnia, vera bassezza e viltà;

fa orrore la maldicenza grave, più dannosa del furto. Ma, quale sforzo è necessario per attribuire sempre al prossimo buone intenzioni, per trattenere la lingua facile a trascorrere nella critica, per evitare che la nostra lingua mordace lanci frizzi pungenti! Ispiriamoci al Verbo divino e gustiamo quam dulcia faucibus vieis eloquio, tua, super mei ori meo (Ps., 118, 103), lo effonderemo poi per piacere a Dio, per l'edificazione delle anime: et erunt ut compla-ceant eloquio oris mei (Ps., 18, 14).

2. - OGGETTO DELLA GIUSTIZIA

Riassumendo, la giustizia, ben compresa, ci fa compiere ogni bene, e ci fa evitare ogni male. E' dunque integrata da ogni atto buono. Tuttavia certe virtù si possono considerare quali sue filiali, perchè hanno con essa intime affinità e ricevono la loro speciale denominazione secondo le persone verso le quali si esercita. Verso Dio si esercita con la religione; verso i genitori, con la pietà filiale; verso i superiori, con il rispetto; verso i benefattori, con la riconoscenza; verso tutti, con la verità.

Soffermiamoci un istante su ogni punto.

a) Religione. — Il pensiero dominante del sacerdote dev'essere il culto di Dio, interno ed esterno, poichè egli non può avere altro programma morale che la parola dei Proverbi: In omnibus viis tuis cogita illum (Prov., 3, 6). Come Cristo, egli è il grande religioso di Dio; perciò è obbligato per giustizia all'esercizio delle virtù che portano alla perfezione, alla pratica della vita interiore. La trascuratezza volontaria nella sua disciplina spirituale, porta uno squilibrio che la sua intelligenza non può scusare, cui la volontà non deve mai aderire. Ritorniamo continuamente a questo punto dello spirito di religione che deve permeare le anime nostre sempre più.

b) Pietà filiale. — Un prete che non amasse i genitori, che li lasciasse soffrire senza confortarli secondo la sua possibilità, che si vergognasse dell'umile loro condizione sociale, presenterebbe un caso molto strano; ma tutto è possibile ! — Principi della Chiesa edificarono profondamente per la venerazione con cui vollero sempre onorare la madre loro, semplice operaia! Qui honomt patrem suurn vita vivet longiore (Eccli., 3, 7).

Cosa ben più frequente è l'ostacolo che proviene in molti modi al ministero parrocchiale, dalla coabitazione dei parenti in canonica: Qui amat patrem aut matrem plus quam me, non est me dignus (Mat., 10, 37). L'argomento è delicato; ma è assai preferibile che l'apostolo, uomo di Dio e delle anime, sia... secundum or-dinem Melchisedech, sine patre, sine maire, sine genealogia! (Hebr., 7, 17).

e) Rispetto. — Ogni uomo ha due specie di superiori: quelli imposti dall'ordine gerarchico, e quelli che si impongono per la loro superiorità intellettuale o morale. Verso gli uni e verso gli altri, la giustizia esige l'omaggio dì un rispetto cordiale cui contrasta lo spirito d'insubordinazione, la tendenza alla critica, l'ambizione, l'orgoglio o la gelosìa; difetti volgari, inerenti alla povera nostra natura contro i quali bisogna stare in guardia. Il prete giusto li combatte lealmente e senza tregua. Sempre ossequiente agli ordini del Vescovo, non ne dì-scute mai le decisioni. Contento di quanto ha. non guarda di mal occhio le doti altrui; suo studio è trarre dal talento a lui affidato il massimo frutto. Gode delle buone qualità dei confratelli, si compiace della gloria maggiore che possono procurare a Dio e compensarlo così delle deficienze di quanti sono meno dotati.

d) Riconoscenza. — Sembra strano, ma non è men vero che, troppo spesso, il sentimento della riconoscenza riesce quasi un gravame sul cuore. Nel detto beatius est magis dare quam accipere (Act., 20-35), c'è forse una filosofia dolorosa. Non è il caso d'insistere. Si rifletta soltanto che il sacerdote è debitore a molte anime. Quante con la preghiera, con il sacrificio nascosto hanno contribuito efficacemente a procurargli il dono della vocazione, a far fiorire in lui tanta grazia! Quante prodigano il loro tempo, le loro risorse a vantaggio del suo ministero! E quante gli procurano il beneficio della croce! S. Margherita-Maria non onorava quali benefattrici coloro che la facevano soffrire? Il gratias agamus che ogni mattina eleviamo al cielo vada dunque, per giustizia, al Signore nostro Dio e da Lui si diffonda su quanti sono elargitori delle sue benedizioni!

e) Verità. — Abbiamo detto che la giustizia fa operare il bene; ora il bene è l'essere, l'essere è il vero: veruni est ens. Il male procede dalla menzogna satanica e ogni male è una specie di menzogna; la giustizia impone di dire la verità. Ingannare volontariamente, direttamente il prossimo vuol dire rifiutargli quanto strettamente gli è dovuto. Il mondo è mentitore, è un commediante sfrontato; il Profeta predice qual sorte l'attende: Erubue-runt omnes, simul abierunt in confusionem fabricatores errorum (Isai., 45, 16). Se v'è qualcuno che deve essere l'uomo della verità, questi è proprio il sacerdote, che ha la missione di comunicare la vita a questo mondo perverso: Cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos (Ioan., 8, 32). Preghiamo spesso il Signore: Emitte lucem tuam et veritatem tuam; ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem san-ctum tuum et in tabernacula tua (Ps., 42, 3), al monte della santità, al tabernacolo della carità eterna.

— Dieci giusti avrebbero salvato le abominevoli città di Sodoma e Gomorra. E chi salverà l'umanità se non il sacerdozio? A condizione però, che della dignità sacerdotale siano rivestiti soltanto uomini giusti... perchè solamente questi seminano la vita: lusti autem, quasi virens folium germinabunt (Prov. 11, 18); invocano Dio in loro aiuto ed Egli accorre: clama-verunt justi et Dominus exaudivit eos (Ps. 33, 18); alle loro opere: Sunt justi atque sapientes et opera eorum in manu Dei (Eccl., 9, 1); ed essi divengono conquistatori d'anime: lusti autem haereditabunt terram (Ps., 36, 29); e nell'ora suprema, Fulgebunt justi et tanquam scintillae in arundineto discurrent (Sap., 3, 7).

Esame sulla rettitudine dell'animo

Vi adoro Gesù e vi ascolto mentre vi proclamate Vita e Verità, poiché la verità è vita, e nell'atto d'invitare specialmente i vostri sacerdoti ad attingere a questa verità-vita: Qui sequitur me habebit lumen vitae (Ioan., 8, 12). In virtù della mìa vocazione devo seguirvi: se-quere me; quindi secondo il vostro desiderio debbo essere tutto luce e verità: ut filli lucis sitis (ìd., 12, 36). Non eravate preoccupato di questa disposizione dell'anima sacerdotale quando, nella sera della prima ordinazione, pregiavate il Padre: Sanctifica eos in veritate? (id., 17, 17). Ciò mi fa comprendere la somma importanza di tale disposizione: può anche significare che essa non è frequente. Signore voglio l'anima mia retta, la voglio leale con Voi, con me, con il prossimo.

1. - LEALE CON DIO

La sincerità con Dio richiede:

a) Dignitosa coscienza. — E' pura la mia coscienza? Sì, se nella conoscenza e nella confessione delle mie colpe, nel pentimento che le cancella, è di una lealtà assoluta. — E' buona? Sì, se esclude quella casistica di mala fede, la quale tenta invano di persuadere che un atto colpevole non lo è, o lo è solo leggermente. — E' aperta? Sì, se docilmente generosa si presta alle illustrazioni della grazia. — E' delicata? Sì, se la mìnima colpa, la minima imperfezione la turba e la contrista.

b) Purezza d'intenzione. — Siete Voi, mio Dio, l'oggetto dei miei sospiri, la meta dei miei desideri? Siete Voi l'unico ispiratore dei miei progetti, la luce dei mìei giudizi? La mia volontà tende direttamente a Voi, senza deviare nè a destra nè a sinistra? — Sono persuaso che nulla posso nascondere a Voi : Omnia nuda et aperta sunt oculis ejus (Hebr., 4, 13), che nulla posso sottrarvi? Gloriam meam alteri non dabo '(Isai., 42, 8); e che in ultimo vincerete Voi: Quo ibo a Spiritu tuo et quo a facie tua fugiam... tu illic es? (Ps., 138, 6).

2. - LEALE CON ME STESSO

a) Umiltà. — Mi guardo dall'orgoglio della mente, che impedisce di veder chiaro nel proprio interno? Arrogantia tua decepit te, et superbia cordis tui! (Ierem., 49, 16). L'abitudine dì curare più l'esterno che l'interno non mi illude forse, accecandomi sulla bassezza di quel progetto, sul pericolo di certi sentimenti, sulla colpevolezza di certe inclinazioni? Il mio spirito sarebbe forse simile a quello del fariseo, facile ad esaltarsi per certe pretese qualità? Sarei mai un sepolcro imbiancato? Una meschina preoccupazione egoistica non mi rende sordo alla voce dell'Angelo buono, che già mi sussurra: Nomen habes quod vivas et mortuus es? (Apoc, 3, 1). E la mia stoltezza non mi spinge mai a voler apparire quale non sono?

b) Mortificazione. — Scuso le mie piccole sensualità, nascondendole agli sguardi altrui con tutta la possibile cura, perché sono in contrasto stridente con le mie parole, con i principi che enuncio, e secondo i quali ostento di vivere? — Mi permetto certe affezioni disordinate, che macchiano il candore verginale del mio suddiaconato e profanano i miei più sacri giuramenti? — Nutro forse, quasi senza rimorso, certe antipatie senza accorgermi dell'ironia della mia preghiera: Sicut et nos dimittimus? — Posso veramente dire di non lesinare lo sforzo per il conseguimento della mia santificazione, e per l'esercizio dello zelo, come richiede il vero spirito sacerdotale? — Oh, quanto è facile mancare di lealtà con se stessi!

3. - LEALE CON IL PROSSIMO

a) Nelle parole. — Mi astengo assolutamente, rigorosamente da ogni specie di menzogna? Alcuni mentiscono sènza quasi avve-dersene. Chi li avvicina se ne accorge e li ha in dispregio. E' facile contrarre l'abitudine della menzogna, sopratutto quando si ha tendenza all'iperbole... Si finisce per suggestionarsi, si cade nella mitomania. — Non ostento mai con insistenza sentimenti che non ho, per piacere a coloro che m'ascoltano? E non è questa ipocrisia? — Non mi valgo di restrizioni mentali che rasentano l'inganno?

b) Negli atti. — II mio comportamento è proprio sempre l'espressione del mio sentire, o cado nella simulazione? Col pretesto di usare diplomazia, offendo mica l'onestà? — Certi modi di procedere che io ritengo frutto di abilità, non sono invece sleali? — Affetto una mentita apparenza anche in chiesa? — Sono convinto che alle mie azioni come alle mie parole, pur salvando sempre la carità, deve potersi applicare la parola del Signore: Sit autem sermo vester: est, est, non, non? (Mat. 5, 37).

— Buon Maestro, ve ne scongiuro, fatemi leale; fate che l'anima mia sia retta in tutto e per tutto, che sia tutta aperta al sole della vostra verità. Volete servirvene come di tramite per giungere alle anime dei miei fratelli; il Precursore dice a me, come a tutti ì sacerdoti: Parate viam Domini, rectas facite semi-tas ejus (Mat., 3, 3). Preparate Voi stesso, Signore, raddrizzate Voi stesso; io voglio prestarmi alla vostra azione generatrice di verità, voglio essere leale, salvarmi: Veritas liberabit vos (Ioan., 8, 32).

Preparazione alla morte

IL « DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Motivi di speranza e di pace.

Recordare, Jesu pie Quod sum causa tuae viae Ne me perdas illa die.

Se penso all'incognita del mio ultimo giorno, come non sentirmi pervaso da spavento? I Santi di tutti i tempi hanno temuto l'estrema ora... Però bisogna pensarvi per non essere colto alla sprovvista.

Non v'è dunque spiraglio di luce che valga a confortare il mio sguardo! Ignoro l'ora e le circostanze della mia morte, e questo mi fa paura. Ma anche il pensiero che la morte è certa ed unica mi dà timore. Eppure tutto dipende da Voi, o Gesù! Padrone dei miei giorni ne fissate il numero con un decreto misericordioso, Padrone della mia sorte eterna, me la preparate con misericordiosa bontà. Avete detto che chi crede in Voi vivrà quando pure fosse morto. Non è la fede che ci salva, la fede nell'amore dì cui parla S. Giovanni? Cedidimus cantati! (1 Ioan., 4, 16). Voglio appoggiarmi sulla fede; essa facilita la vigilanza che tanto mi raccomandate e che rende beati: Beatus Me servus quem, cum venerit Dominus ejus, invenerit vigiiantem (Mat., 24, 26). Andare alla morte, vuoi dunque dire venire incontro a Voi, o Gesù, che siete l'infinita bontà. Pensate dunque Voi stesso alla mia morte ; io credo in Voi :

Recordare, Jesu pie.Quod sum causa tuae viae.

Per me vi siete incarnato: Propter nos homines et propter nastravi salutem descendit de coelis, et incarnatus est! Impossibile rammentare senza sentirsi vivamente commosso le circostanze della vostra vita dalla culla al Calvario; tutto fu croce e martirio. Oh, quanto avete amato coloro pei quali avete sofferto! Lo so, perchè Voi stesso l'avete affermato: Pro eis sanctifico meipsum (Ioan., 17, 19). Per me, Na-zareth con la sua povertà, la sua esistenza oscura, con il suo penoso lavoro. Per me gli anni dell'apostolato con le sue fatiche, le sue contradizioni, le persecuzioni e le apparenti sconfìtte. Per me la vostra Passione atrocemente dolorosa, il Gethsemani, il Golgotha... Dilexit me et tradidit semetivsum pro me (Galat., 2, 20). Per me ancora, il continuarsi di tanti misteri d'infinita carità nell'Eucaristia, di cui sono ministro. La mia chiesa non è per me come Bethlemme e Gerusalemme?

Per me, ma a motivo del Padre vostro. Lui avete voluto glorificare cercando le anime nel vostro pellegrinaggio terreno; Lui volete glorificare cercando le anime nella vostra permanenza nel Tabernacolo. Oh, Maestro, ricordatelo!

Tutto questo accresce i miei obblighi. Amato fino a tal punto, non amerò fino all'estremo? Ma tutto questo è pur fonte di pace; amato cotanto posso affidarmi ad una misericordia sempre pronta ad esercitarsi. Ed io la imploro prostrato ai vostri piedi, mio dolce Salvatore!

Ne me perdas ttla die. Pur ricordando le mie miserie, le mie colpe gravi, insisterò, Gesù, insisto fin d'ora. Mi allenerò così ad uno sforzo più energico.

Vi siete stancato nell'inseguire la pecorella smarrita: Fatigatus ex ìtinere sedebat sic su-pra fontem (Ioan., 4, 6). La Samaritana era pur un'anima molto sviata; eppure le usate misericordia, l'illuminate sul grande mistero dell'adorazione in ispirito e verità. Pietro e gli altri Apostoli furono anch'essi molto colpevoli; eppure li rassicurate, li perdonate, li colmate di favori; essi non hanno imitato Giuda, essi hanno confidato.

Quante volte m'avete inseguito, quante volte m'avete perdonato, incoraggiato, animato. Quante grazie nella mia vita! L'ora e il genere di mia morte saranno l'ultima delle grazie che mi concederete nel tempo che mi rimane ancora di vita.

Per la gloria del Padre, per la gloria dell'opera vostra, per la gloria del vostro amore non permettete, o Gesù, che tante grazie vadano perdute!

Quaerens me sedisti lassus, Redemisti crucem passus, Tantus labor non sit cassus!

— Neppur io voglio perduto tanto tesoro e propongo fermamente di corrispondere alle vostre divine prevenienze.

Si muore come si è vissuto. Se impiego la mia vita a tendere l'orecchio alla vostra voce, ad aprire il cuore per ricevervi, nell'ora suprema udirò con sommo gaudio il vostro invito, e il vostro Cuore stesso mi accoglierà: In pace, in idipsum dormiam et requiescam! (Ps., 4, 9).

RITIRO DEL MESE DI LUGLIO

IL SACERDOTE E LA FORTEZZA

Alla fine della sua dimora visibile su questa terra, Gesù rivolse ai suoi Apostoli le ultime raccomandazioni, aprì le loro menti, dice S. Luca, perchè avessero chiara l'intelligenza della S. Scrittura e se ne facessero gli strenui difensori. Ma, prima che si separassero per la loro missione s'imponeva una precauzione necessaria; perciò disse loro: Vos autem sedete in civitate, quadusque induami-ni virtute ex alto (Luc. 24, 49). Volle dunque rivestirli di fortezza. Era un bisogno della sollecitudine del suo Cuore, che, sapendo tutto, non aveva potuto nascondere loro quanto li attendeva: Ecce ego mitto vos sicut agnos inter lupos (Luc. 10, 3). — Si me persecuti sunt et vos persequentur (loan. 15, 20). Aveva perciò moltiplicati i consigli sullo stesso argomento: Nolite timer e eos qui occidunt corpus (Luc. 10, 28). — Confluite ego vici viun-dum (Ioan. 16, 33). — Non turbetur cor ve-strum neque formidet (id. 14, 27). — Qui per-severaverit usque in flnetn Me salvus erit (Mat. 10, 22).

Appare dunque chiara la sua volontà che i sacerdoti siano dei forti. Ne hanno immenso bisogno per sè e per il gregge loro affidato.

Ogni anima umana deve vivere di sforzo; il contendite intrare per angustam portam (Luc. 13, 24) è assoluto; ma quanto è più alta la meta cui si deve tendere, più lo sforzo dev'essere vigoroso, più gagliarda l'energia. Ora, chi deve elevarsi a perfezione più grande di quella cui deve tendere l'uomo di Dio, colui che dev'essere excelsior coelis factus? (Hebr. 7, 26). Gli è dunque necessaria una fortezza superiore.

Di più egli deve trascinare gli altri nella corsa santa, incoraggiarli, portarli qualche volta; poi deve difenderli e difendere se stesso mentre lavora per loro; poichè s'egli è angelo di luce, vi è un angelo delle tenebre che non disarma mai; s'egli è pastore, v'è un lupo rapace che s'aggira instancabile. L'esperienza gli grida in modo impeiativo con S. Pietro: Cui resistite, fortes in fide! (1 Petr. 5, 9).

Esaminiamo tutto lo svolgimento della nostra vita morale e della nostra vita apostolica, e riscontreremo che sempre la lotta è necessaria. Nulla si conclude senza sforzo, eccetto il male; in noi e per le anime il bene esige un'incessante attività instancabile. Si guadagna un tratto di terreno a stento, e subito convien difendere la posizione; e se si perde cento volte, cento, volte la si deve riconquistare. Oh, quanto ha bisogno di fortezza l'homo Dei! Lo Spirito Santo parla certo del prete, ne dipinge i lineamenti quando scrive: Vir sapiens fortis est; et vir doctus ro-bustus et validus (Prov. 24, 5). Gli eletti al sacerdozio sono inclyti Israel, quindi devono essere aquìlis velociores, leonibus fortiores (2 Reg. 1, 23).

Meditiamo sulla virtù della fortezza; formiamoci chiaro concetto di ciò che è, di ciò che produce.

1. - CHE COS'È'?

In senso generale, la fortezza, fortitudo da firmitas, essendo la fermezza dell'anima, è condizione d'ogni virtù, poiché la virtù è essenzialmente una energia, una qualità permanente. Essa spinge la fermezza al suo limite estremo, e ci comunica un vigore invincibile quanto lo può consentire la nostra nativa debolezza; ecco ciò che la specifica e ne fa una virtù speciale. Fortitudo se habet in omnibus adversis tolerandis 29) scrive S. Tom-maso. La si può definire: Una virtù che regola i moti dell'anima riguardo a quanto incute timore, sopratutto quando si tratta di affrontare o di respingere il pericolo di morte.

Poichè è una regola, un moderatore che stabilisce l'equilibrio e mantiene il giusto mezzo si sottomette al controllo della ragione. La virtù rende l'uomo buono, e bonum hominis est secundum rationem esse30). Ora, quante difficoltà contrastano questo bene! Per superarle è necessaria la virtù della fortezza.

Siccome dipende dalla ragione, essa rafferma l'anima timorosa e modera l'anima audace a norma di giusta misura.

Il ministero attuale del sacerdote è difficile— e quando non lo fu? — Se alcuno riesce a formarsi un'esistenza comoda, questo non vuol dire che il ministero sia facile. Ma passiamo oltre, non intentiamo un processo! E' certo che lo spirito d'irreligione e di paganesimo che pervade la società contemporanea, oppone innumerevoli ostacoli al nostro compito. E' necessario mettersi a contatto con le anime, intraprendere opere svariate, dimenticando i propri comodi. Del resto, è questo appunto il metodo indicato dal divino Maestro. L'apostolo è un inviato, non è destinato a vegetare; a lui fu detto: Posui vos ut eatis (Ioan. 15, 16). — Euntes, docete. Ite ad oves (Mat. 10, 6). — Ite ad exitus viarum et vacate ad nuptias (Mat. 22, 9). E' chiaro; e il prete che vive una vita tranquilla, più o meno beata, non ha compreso o non ha voluto comprendere...

Non condanniamolo. E timido, non osa, paventa nel dover prendere una decisione; cento e cento volte si domanda invano che cosa e come deve fare, che cosa e come deve dire; e tutta la vita forse, aspetta...

Ma non aspetta lo scandaloso, non aspetta l'emissario delle sette, non si da riposo il giornale pornografico... Disgraziata la parrocchia affidata a un pastore del genere di coloro di cui è detto: Ipsi autem non erant de semine virorum illorum ver quos salus facta est in Israeli (1 Mac. 56, 2).

Ma se il prete prega, se ha fede nell'assistenza di Colui che ha promesso ai suoi sacerdoti: Cum autem inducent vos ad magistratus, nolite solliciti esse qualiter aut quid respon-deatis, aut quid dìcatis. Spiritus enim sanctus docebit vos in ipsa hora, quod oporteat vos dicere '(Luc. 12, 11). — Non praemeditari que-madmodum respondeatis. Ego enim dabo vo-bis os et sapientiam cui non poterunt resistere et contradicere omnes adversarii vestri (id. 21, 14); se inoltre si sottomette docilmente all'influenza della grazia, allora a motivo della sua preghiera, della sua fede, della sua docilità, riceve larga effusione di fortezza. Non è più timido; osa, decide, parla, va; e passa in un'altra schiera: Per fidem vicerunt regna, operati sunt justitiam, fortes facti sunt in bello, perchè ha bandito il timore! (Hebr. 11, 33).

Ma non sempre il timore confina con la codardia, mentre l'audacia può trascendere in temerità. Non confondiamo il coraggio, l'eroismo con l'imprudenza. Il Maestro che, paragonandoci ad agnelli fra i lupi, elmpegna a non essere pusillanimi, aggiunge saggiamen-te: Estote simplices sicut columbae, sed pru-dentes sicut serpentes (Mat. 10, 16).

Aiutata sempre dalla ragione, la fortezza porrà freno al parlare ardito, all'attività febbrili dì un certo zelo: Mala auibus homo resistere non potest, et ex auorum sustinentia ni-hil boni provenìt Uomini, ratio dictat esse fugienda 31).

La mancanza d'attività apostolica può essere affare di temperamento, come lo può essere l'esuberanza di attività nell'uso di certi mezzi esteriori. In ambo i casi, la fortezza aiuta a dominare il temperamento, a correggerlo, e permette di valersene con reale vantaggio. Chi non sa che qualche volta è più da forte tacere che parlare, frenare l'attività che continuare nell'azione, rinunziare ad un progetto, anzichè intraprenderne l'esecuzione?

Si può dire che la fortezza impedisce di temere solamente e fa temere saggiamente; sviluppa tutte le energie dell'anima e le facilita il dono di sé fino all'estremo.

Questa virtù è latente in noi fino dal nostro battesimo, se siamo in istato di grazia, e ha strette analogie col dono dello Spirito Santo che porta lo stesso nome: il dono della fortezza.

Persuadiamoci bene di questo fatto cosi consolante. I doni dello Spirito Santo sono il tesoro nascosto, ma reale e prezioso, che qgni cristiano può e deve far fruttare; sono il talento inestimabile che portiamo in noi: guai a chi lo sotterra!

Chi dunque resta tutta la vita esitante e pauroso merita riprensione, perché non ha saputo valersi del dono della fortezza. Seguiamo fidenti l'invito dell'Apostolo: State in fide, viri-liter agite et confortamini (1, Cor. 16, 13).

2. - CHE COSA PRODUCE

La nostra attività morale è caratterizzata da due forze: azione e reazione. In noi, attorno a noi, vi sono opposizioni da vincere, contraddizioni da superare. Non vi si riuscirà mai definitivamente perché militici est vita homi-nis super terram (Iob. 7, 1); è quindi necessario rassegnarsi alla fatica che ne risulta. Chiederemo dunque alla virtù della fortezza un doppio sussidio: l'uno per affrontare, l'altro per sopportare. Per affrontare si richiede fiducia; per sopportare ci vuole pazienza e perseveranza. Sono queste le principali figlie della fortezza, quelle almeno di cui il prete ha maggior bisogno durante la sua vita 32).

a) Alcuni nulla temono: si direbbe che a ciò li aiuta la Provvidenza, la quale consente che giustifichino il detto: Audaces fortuna ju-vat. Nell'insieme però, più presuntuosi che capaci sono lavoratori molesti e compromettenti.

Il difetto contrario è forse altrettanto frequente, ma ancor più rovinoso, poiché, dopo tutto, è meglio tentare qualcosa, anche a rischio di mancare del debito tatto, che nulla tentare affatto. V'è chi asserisce che soltanto chi fa nulla non erra. Scusate, non è già grave errore il non far nulla?

E' dunque necessario un certo grado dì fiducia per l'azione, ossia una specie di sicurezza di ottenere una buona riuscita, sicurezza che è un'energia necessaria all'attività; perché, infine, chi nulla spera, nulla intraprende, e il mezzo migliore per produrre lo sforzo è di crederlo necessario al buon esito finale.

Diciamo sperare qualcosa, credere alla vittoria; queste due parole definiscono etimologicamente la fiducia che è fatta di fede e di speranza. La fiducia — fiducia, da fides — prodotta in noi dalla virtù della fortezza, ci fa avere fede nel raggiungimento del fine santo del nostro sacerdozio, ci fa sperare nell'aiuto di Dio; ma fede e speranza troppo spesso ci fanno difetto.

Non abbiamo abbastanza fiducia nella nostra grazia, nel nostro carattere sacro. Il divino Maestro avrà dunque detto invano: Sicut misit me Pater, et ego mitto vos? (Ioan. 20, 21). Invano avrà soggiunto: Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus? (Mat. 28, 20). La forza d'apostolato deposta in noi dall'Ordinazione, non è un mito, ma una realtà; crediamoci, facciamone il nostro sostegno, sappiamo valercene. Come noi camminiamo perchè istintivamente siamo sicuri di avere le gambe, parliamo perchè abbiamo la lingua; così dobbiamo compiere opere divine, perché abbiamo in noi un deposito inesauribile di divino: Omnia quae-cumque audivi a Patre meo nota feci vobis (Ipan. 15, 15); la pienezza del poteri di Cristo forma la pienezza dei poteri del suo sacerdote.

La presenza di Cristo in noi, no, non è un mito, ma una realtà! Cristo parla con le nostre labbra, benedice con le nostre mani: Si Deus pro nobis, quis cantra nos (Rom. 8, 31). I fautori del male non esitano, e il loro sovrano, padre della menzogna, è un angelo vinto per tutta l'eternità. Il nostro Re non potè rimanere chiuso nella tomba. Per non aver saputo trar profitto della lezione dei Giudei deicidi, quanti persecutori nel corso dei secoli hanno tentato di rinchiuderlo e sempre invano. Egli è sempre vincitore. E noi, sicuri d'essere con Lui, di. possederlo in noi, d'averlo in nostro aiuto, esitiamo?

Quid timidi estis, modicae fidei? (Mat. 8, 26). Fiducia dunque e fortezza! Potessimo affermare con S. Paolo: Bonum certamen certavi, fldem servavi (2 Tim. 4, 7): perché ebbi fiducia, lavorai intrepido, coraggioso; dunque reposita est mihi corona justitiae! (2 Tim. 4, 8).

b) La lotta sostenuta con valore non attu-tisce i colpi, che non può scansare colui che entra nella mischia.

Il prete, che è un buon operaio, riceverà il suggello della divina autenticità : Foris pu-gnae, intus timores! (2 Cor. 7, 5). Così fu trattato il Divin Maestro: Non est discipulus super magistrum (Mat. 10, 24). In certi incontri dovrà anche ripetere con Lui: Si inimicus male-dixisset mihi, sustinuissem utique, sed homo pacìs meae (Ps. 54, 13). Qual'è l'uomo attivo, generoso, l'uomo di valore, acceso di zelo che non risenta il morso dell'invidia?

Egli se l'aspettava, perché prevenuto; ha lottato contro i venti e le onde... Ma chi può impedirgli d'essere sempre uomo, di possederne la sensibilità, di trovarsi qualche sera talmente solo, da cedere quasi sotto l'incubo d'immane tristezza? Conosce il Getsemani, conosce il Calvario e geme: Transeat a me calix iste!... ut quid dereliquisti me! (id. 27, 46).

Poi si rialza. La virtù della fortezza gli ha infuso una forza preziosa per risorgere rinvigorito. Ne parla S. Agostino: patientia hominis ea perhibetur qua aequo animo mala tolera-ramus, ne animo iniquo bona deseramus, per quae ad meliora perveniamus 33). Vive per Dio, vive di Dio e nella sua carità, e ne trae un beneficio prezioso: caritas patiens est, quella bella pazienza imperturbabile che lo fa partecipe della calma stupenda della Provvidenza medesima: Per patièntiam curramus ad pro-positum nobis certamen (Hebr. 12, 1).

e) Ma rialzarsi con pazienza, non è cosa di una volta sola; s'impone invece con tanta frequenza che sembra dover continuare sempre; ed è così. Per questo un'ultima virtù contraddistingue i forti: la perseveranza della quale S. Tommaso scrive: In hoc consista quod aliquis non recedit a bono propter diu-turnam tolerantiam difficilium et laborio-sorum 34). E' una disposizione energica che combatte la mollezza, scuote il torpore, non tollera l'abbattimento; ma non si confonde con l'ostinazione, propria degli spìriti gretti, caparbi, fatui e orgogliosi sotto l'apparenza d'umiltà. Ciò che paralizza troppo spesso il buon volere è l'incostanza. Per natura siamo mutabili; l'istintivo sentimento d'essere limitati, perché finiti, ci rende smaniosi dì vedere il buon esito. Appena tentato un metodo d'azione, se non riesce immediatamente, tosto mutiamo tattica. Dimentichiamo che nulla assicura la solidità di un edificio quanto la prova del tempo. Non estirpiamo come infruttuoso un germe cui non si è lasciato il tempo di mettere le radici: Labor omnia vincit improbus. Quante volte Nostro Signore rinnova il consiglio di perseverare! Oh, ricordassimo sempre le sue parole: Qui perseveraver it usque in finem, salvus erit! (Mat. 10, 22). Dove sì arresta questo usque in finem? Solo alla morte quando l'apostolo, fortunato o no, ma sempre forte, può-dire: Con summatum est! Ho fatto quanto ho potuto e fino all'estremo.

- O mio Dio, S. Paolo scrive: Infirma mun-di elegit Deus, ut confundat fortia (1 Cor. 1, 27), e preoccupato da questo stesso pensiero soggiunge: Cum inflrmor tunc potens sum (2 Cor. 12, 10). Siamo ben più deboli dell'Apostolo, noi, e il mondo che dobbiamo confondere" oggi è formidabile come già il suo, perché il demonio che lo signoreggia non invecchia. Rendeteci forti! Ognuno di noi possa attingere forza da questo pensiero: Deus, scu-tum meum et cornu salutis meae (2 Reg. 22, 3) ; l'esito delle sue fatiche gli farà soggiungere: Tanquam prodigium factus sum multis, et tu adjutor fortis (Ps. 70, 7).

Esame sulla magnanimità

Vi adoro, mio Dio, mentre vi contemplo chiedere alle vostre creature intelligenti il servizio e l'amore di un cuore grande: Diliges Dominum Deum tuum ex tota corde (Mat. 22. 37). — Servite Domino in omni corde vestro (1 Reg. 12, 20).

I Giudei di Gerusalemme volevano risvegliare questa magnanimità nei loro fratelli di Egitto, quando scrivevano loro: Benefaciat vo-bis Deus... det vobis cor omnibus, ut colatis eum, et faciatis ejus voluntatem, corde magno, et animo volenti (2 Mac. 1, 2-3).

Devo sforzarmi anch'io per formarmi un cuore grande, nobile, magnanimo per Voi e per le anime. Il grande soffio dell'amore che porta la vita, che è vita, non può circolare in un cuore meschino. Il sacerdote gretto è necessariamente povero di virtù, e ha un'influenza ristretta. Ora, secondo S. Tommaso, la magnanimità ha quattro nemici che bisogna sgominare: la presunzione, l'ambizione, la vanagloria, che peccano per eccesso, e la pusillanimità che pecca per difetto35).

I. La presunzione. — Lo Spirito Santo la qualifica severamente: O praesumptio nequis-sima, unde creata es? (Eccli. 37, 3). Ho compreso la lezione della Provvidenza che in tutta l'attività della creazione, in ogni avvenimento. manifesta un'armoniosa rispondenza fra i mezzi e il fine? Ho messo mano ad imprese per le quali mi mancava la capacità? Se sì, fu per irriflessione, o per orgoglio, il che è male; o per temerità, il che sarebbe tentare Dio; in ogni ipotesi era indizio di un'anima difettosa. — Riguardo alla mia vita interioré, non forse mi son creduto capace di salire in alto senza lunghi e laboriosi sforzi, di raggiungere un grado superiore di virtù o di orazione? Lo studio degli autori mistici intrapreso senza discernimento, può far sognare certi spiriti più profondi nella sensibilità che nella dottrina teologica. — Riguardo alla mia vita apostolica mi son creduto atto a qualsiasi ministero, accettando predicazioni che richiedevano scienza e talenti di cui sono sprovvisto; incaricandomi della direzione di certe coscienze che esigono una pietà personale e un'esperienza che mi mancano affatto? Ovvero, ho intrapreso opere incompatibili con le mie limitate capacità?

Si può, si deve tendere a grandi cose, ma non a quante eccede le facoltà di cui si dispone; nei primo caso si rivela un gran cuore; nel secondo, la presunzione.

II. L'ambizione. — Sorella della presunzione, è contraria alla vera nobiltà dell'animo, frutto della carità: Caritas non est ambitiosa, non quaerit quae sua sunt (1 Cor. 13, 5). Non ho mai ricercato gli onori smodatamente? E perciò, non tento mai di farmi credere ciò che non sono quanto a scienza, talenti, famiglia, relazioni?... Non ho mai agito per vile interesse? Non ho mai fatto complimenti servili e menzogneri a quelli che potevano giovarmi? L'ambizioso corre rischio «li valersi delle astuzie più segrete e finisce per compromettere cinicamente la propria coscienza. Il magnanimo si conserva retto; desidera ciò che è grande, sì, ma per Dio; la sua parola d'ordine lo preserva dal vizio dell ambizione che, d'altronde, si manifesta subito nel prete che ne è intaccato, privandolo della stima del popolo, dell'affetto e della confidenza dei confratelli: Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriavi (Ps. 113, 9).

III. La vanagloria. — Figlia o serva dei due primi difetti, questa interpreta slealmente, astutamente il monito: Curam habe de bono nomine (Eccli. 41, 15); e l'altro: Luceat lux vestra coram hominibus (Matt. 5, 16). Sarei pur io affetto da tanto male? —- Sotto le sue spoglie non. son forse millantatore vano, pieno di iattanza? — Mi metto innanzi cercando sempre il primo posto, prevalendomi stoltamente fra i confratelli delle dignità canoniche - o canonicali - di cui posso essere insignito, ma che non sono necessariamente il sigillo del vero merito né della vera intelligenza? — Nelle discussioni son troppo reciso, ostinato?

Nelle conversazioni mi mostro borioso amante delle novità, al corrente di tutto? — Nel mio contegno v'è affettazione, nelle mie relazioni una tinta di mondanità chey non ammirazione mi attira, ma motteggi anche da parte di coloro cui pretendo garbare, avvilendo così il mio sacerdozio? — Il magnanimo si attiene al programma tracciato dall'autore dell'Imitazione: Ama nesciri et pro nihilo reputari.

IV. La pusillanimità. — Se i tre difetti menzionati fanno oltrepassare il giusto limite. questo ne fa rimanere indietro. Non ho mai dubitato di me, in modo da dubitare piuttosto di Dio? — Sotto pretesto di vita intcriore, trascuro i doveri della vita apostolica? Sotto colore d'umiltà silenziosa, permetto si dica male della religione in mia presenza, si ledano i diritti di Dio, senza ch'io ne assuma la difesa? Sotto parvenza di carità prudente, non ho mai taciuto la verità, in tutto o in parte, anche dal pulpito? Oso dire francamente il non licet nel confessionale? Ah! tutto il bene che avrebbe dovuto fare e non avrà fatto, tutto il male che avrebbe dovuto impedire e non avrà impedito, peseranno fino a soffocarla sull'anima del sacerdote al cospetto di Dio!

— Signore, datemi un cuore largo, concedetemi un'anima grande. Mi sottometterò alla vostra azione generosamente, coltivando l'umiltà, la rettitudine, la semplicità, la generosità, in una parola quel complesso di virtù che mi renderanno docile all'invito dell'apostolo: Dilatamini et vos (2 Cor. 6, 15).

Preparazione alla morte

IL «DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Purificazione e perdono anticipati. Juste Judex ultionis Donum fac remissionis Ante diem rationis.

Vi adoro, o Gesù, Giudice sovrano dei vivi e dei morti. Ogni ora della mia esistenza mi avvicina a quella in cui comparirò dinanzi a Voi. In quel momento cesserà il vostro compito di avvocato in favore di chi ha peccato; Voi lo adempite solo mentre sono in vìa; dopo mi sarete juste Judex ultionis.

Giudice! lo siete per diritto conferitovi dal Padre: Omne judicium dedit Filio (Ioan. 5, 22), e poi per diritto acquisito con l'effusione del vostro Sangue prezioso, prezzo del nostro riscatto.

Giusto! Siete la perfezione infinita, la luce senz'ombra, la scienza assoluta; la vostra sentenza sarà un raggio del vostro infallibile e indefettibile splendore, una conclusione necessaria della vostra scienza eterna.

Vendicatore! Ahi! dovrete esserlo perché non v'è pur un'anima che non sia stata più o meno lontana da Dio o contro di Lui: In multis offendimus omnes (Jacob. 3 ,2). E' Voi siete e sarete sempre vindice della sua gloria ad extra, perciò dovete vendicare i suoi diritti conculcati, punire il colpevole e ristabilire l'ordine.

Ma quale sventura, quale spavento se, per me, quest'ordine non sarà stato ristabilito prima del giorno della irrevocabile sentenza! Ve ne supplico, mentre il vostro intervento può essere per me difesa e non accusa; il Padre vostro non vi ha confidato solo la sua giustizia: Omnia dedit et in manus (Ioan. 13 3); siete arbitro del suo perdono, della sua misericordia; oh, rendetemela propizia, accordatemi la remissione delle mie colpe troppo numerose e troppo gravi! Donum fac remis-sionis.

Per grazia vostra io posso purificarmi prima, espiare, riparare, e ottenere così il perdono, senza il quale non potrei vivere tranquillo, non potrei essere in pace, ante diem rationis. Ah Signore, concedetemi di saldare il mio debito prima della definitiva scadenza; ch'io lo paghi con moneta di penitenza e d'amore! Aspetto tanta grazia dal Vostro Cuore divino e so ch'Egli si arrenderà facilmente alla mia preghiera, se vedrà nel mio disposizioni d'umile pentimento, di dolorosa confusione: Cor contritum et humiliatum non despicies! (Ps. 50, 18). Ascoltatemi, rivolgetemi il vostro sguardo: sono sincero!

lngemisco tamquam reus, Culpa rubet vultus meus, Supplicanti parce, Deus!

Si, gemo Signore, non posso che piangere perchè sono colpevole... Felice chi ha scritto solo pagine senza macchia in quel libro misterioso, che la sua vita stessa scrive ad ogni istante: Liber scrivtus... Lo Spirito Santo l'ha detto: Beatus vir qui inventus est sine macula! (Eccli. 31, 8). Ma quegli che non può vantare sì bella sorte, come può alzare lo sguardo al Cielo serenamente, anche se perdonato, anche se assolto? Davide non riuscì mai ad allontanare il ricordo della sua colpa: Peccatum meum contra me est semper (Ps. 50, 4). O mio Dio, perchè vi amo, perché voglio amarvi, sento tutte le ore, trascorse senza amarvi, appesantirsi sul mio cuore e strapparne un profondo gemito di dolore: ingemisco tamquam reus!

Quando voglio accostarmi a Voi, splendore fulgidissimo, come si rinnova il ricordo d'aver più o meno macchiata la stola dell'innocenza! Il vostro Sangue, o Gesù, l'ha lavata le mille volte! Ma chi mi assicura non porti ancora le traccie di qualche macchia a me invisibile? E quando penso alle brutture, alle bassezze, alle abbominazioni per cui forse ho avuto uno sguardo di compiacenza, il rossore mi copro la fronte: Culpa rubet vultus meus.,.

Ah, se mi considero' bene, quanti motivi di umiliazione! Ma accetto l'umiliazione perchè voglio essere umile per godere dei vostri favori: humilibus dat gratiam.

Il figliuol prodigo non ebbe neppur il tempo di gettarsi ai piedi del padre suo, di formulare l'accusa e la preghiera con cui si era proposte di esprimere la sua confusione e la sua miseria; il perdono paterno lo prevenne e la sua fronte tosto vibrò al dolce effluvio del bacie di pace.

Gesù mio, Voi stesso avete consolato la mia anima con questa parabola.

Surgam et ibo... Fin d'ora, perché non mi sorprenda improvvisa la fine, mi getto ai vostri piedi e confesso: Peccavi in coelum et co-ram te!... (Lue. 15, 18). Rivolgete a me lo stesso sguardo pietoso cun cui il padre del prodigo rimirò il figlio suo. Ve ne scongiuro oggi, ve ne supplicherò domani, sempre, sino all'ultimo respiro: Supplicanti parce, Deus!

RITIRO DEL MESE DI AGOSTO

IL SACERDOTE E LA TEMPERANZA

Le virtù morali stabilendo l'equilibrio nell'anima, la mettono in grado di sviluppare la sua vita in tutta la sua pienezza e fecondità. Come già le tre prime, cosi quest'ultima virtù cardinale tende a tale scopo, ma in modo più speciale, consistente nel neutralizzare l'opposizione, nell'impedire l'effetto delle forze contrarie. La temperanza domina le passioni più perfide, perchè più aderenti al senso, e le disciplina vigorosamente. La S. Scrittura la tiene perciò in particolare stima. E' compagna della scienza: Qui diligit disciplinam, diligit scientiam (Prov. 12, 1); apporta sapienza; Audite disciplinam et estote sapientes (Ps. 8, 33) ; genera vita: Via vitae custodienti disciplinam (Prov. 10, 17); la si può identificare, in un certo senso, con la vita stessa: Tene disciplinam, custodi illam, ipsa est vita tua (Prov. 4, 13). Il suo nome di temperanza è tutto un programma. Non dice forse giusto mezzo, esatta misura, padronanza di sé, fortezza? Si tratta quindi di una virtù ricca e preziosa. Vediamo l°: che cos'è; 2°: che cosa produce.

1. - CHE COS'È' LA TEMPERANZA

Classicamente la si definisce: Virtus mode-rans appetitimi circa dilectiones tactus. S. Tommaso più esplicito dice: Nomen temperan-tiae signiflcat quamdam temperiem, id est mo-derationem quam ratto ponit in humanìs ope-ratiofiìbus et passionibus; guod est commune, in omni virtute morali 36). E' dunque, secondo Bossuet, « la virtù che insegna ad essere moderati in tutto»; diciamo semplicemente, ad essere ragionevoli. Infatti, un atto non conforme a ragione non è buono; ma la ragione esige ponderazione, moderazione, quindi temperanza.

Chateaubriand potè scrivere : « Le passioni, figlie del cielo, generano il genio». Disgraziatamente però in conseguenza della colpa originale, le figlie del cielo furono asservite dall'inferno, e se, dopo la Redenzione, possono essere reintegrate in un'atmosfera di bellezza, permangono tuttavia forze perfide anche in coloro, nelle cui vene fu inoculato il Sangue di Cristo mediante i Sacramenti. Potranno essere ancora ispiratrici del genio, ma spesso del genio malefico, ed eserciteranno una trista influenza, e s'adopreranno a detronizzare l'anima, regina del composto umano, a scoronarla, a rapirle il suo scettro per rimetterlo in balìa dei sensi: Caro concupisca adversus spiritum (Gal. 5, 17). Quindi è dovere imperioso frenarle, vincerle per farle rinsavire. Non si trasformano però in agenti preziosi della volontà, se non ne divengono schiave; ma solo la temperanza impone loro il giogo.

Essa desta dunque subito l'idea di lotta, di fatica, di sforzo. Non è, come vorrebbero alcuni, « la virtù fiacca degli spiriti mediocri, delle intelligenze limitate, delle timide volontà ». Il temperante è un combattivo. « Mantenersi ad uguale distanza fra due passioni estreme, fra l'orgoglio e la bassezza, tra la ribellione e il servilismo, fra la sensualità e l'aridità del cuore, fra la temerità e la codardia, tra l'avarizia e la prodigalità »37) questo non è proprio né del vile né dello stolto.

Neppure la si potrà confondere con quel liberalismo perverso che, pretesto della neutralità, ammette ogni errore, assolve ogni scandalo, e s'asside con uguale indifferenza alla mensa del Signore e al festino di Satana. Per il temperante memore della parola del divino Maestro: Qui non est mecum cantra me est (Mat. 12, 30), la verità è intransigente, la morale infrangibile.

Non la si confonda neppure con l'insensibilità di certi esseri atoni o apati. La mancanza di sensibilità, sia difetto naturale o conseguenza d'abusi, non è terreno propizio alla fioritura della virtù ; non ci si impegna in combattimento che su un campo di battaglia, -e il combattimento richiede virtù energica.

Se in generale ogni passione è terreno propizio per le lotte della temperanza, v'è tuttavia un campo d'azione propriamente suo: quello dei diletti sensibili.

Tali diletti sono per noi un costante pericolo; gravano tirannicamente su tutti ed esercitano la loro seduzione anche sulle anime più forti. Qual'è il prete che un giorno o l'altro di sua vita non abbia dovuto far suo il lamento dell'Apostolo: Angelus satanae qui me cola-phìzet? (2 Cor. 12, 7).

Sì possono distinguere tre cause di questo fenomeno. Anzitutto i piaceri dei sensi sono più accessibili che quelli dello spirito, i quali esigono spesso tutto un lavorio preparatorio di adattamento e di astrazione. Poi, le gioie sensibili non interessano soltanto la parte superiore dello spirito, come le gioie intellettuali, ma agitano tutti gli elementi della nostra sostanza dall'immaginazione che assorbono, ai nervi che fanno vibrare. Infine, dopo il peccato di Adamo, che ha distolto gli sguardi da Dio per fissarli in basso, la concupiscenza della carne regna sul mondo, è un fuoco che serpeggia nel nostro sangue, è un amore dei vili diletti che non conosce legge e abbatte ogni diga, quando non sì sa regolare la bru -talità del suo flusso e riflusso. ■ In quest'ordine di cose, dominano sopratutto due vizi: la gola e l'impurità. Siccome non v'è n'è alcuno più radicalmente e assolutamente incompatibile con l'anima sacerdotale, concludiamo che nessuna virtù dev'essere nostra quanto la temperanza, che reprime vittoriosamente sì ignobili vizi.

Il sacerdote è di Cristo, e qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et con-cupiscentiis (Gai. 5, 24), mediante la temperanza. Il sacerdote è l'uomo delle più alte vette, super montem excelsum ascende, tu, qui evangelizas Sion (Isai. 40, 9); forte della tem peranza, deve svincolarsi da qualsiasi laccio che lo possa avvincere al suolo. Il sacerdote fa parte di coloro di cui è scritto: Pulchritu dinis studium habentes, perché è scritto pure: Quam pulchri super montes pea s annun-tiantìs pacem '(Isai, 52, 27); sarà l'uomo della bellezza vera mediante la temperanza e realizzerà così la parte del suo programma che lo obbliga a essere excelsior coelis factus.

Ascoltiamo il Dottore Angelico: Qua?nvis puìchritudo conveniat cuilibet virtuti, excel-lenter tamen aitribuitur temperantiae 38). E le tre ragioni che adduce sono convincenti.

La prima condizione della bellezza è la proporzione: Pulchra dicuntur quae visa pia cent39). Ove non è armonia di proporzioni noiz può essere bellezza vera. Ora, la temperanza che modera, che mette ogni cosa al suo posto, stabilisce armonia in tutto. La natura è bella perchè in tutto vi è ordine, equilibrio; così nell'anima temperante.

La seconda condizione della bellezza è l'integrità: Quae diminuta sunt, hoc ipso turpia sunt 40). Quest'integrità consiste nell'universalità della proporzione. L'anima giusta nei suoi pensieri, ma smodata nei suoi affetti, non è bella ; lo diverrà con la temperanza che esten de su ogni facoltà la sua influenza modera -trice.

La terza condizione della bellezza è lo splen -dorè: Honestas est quaedam spiritualìs yul- * chritudo... Ad temperantiam specialiter honestas pertinere vidztur, quae id quod est homini turpissimum et indecentissimum repellit 41). L'anima, spirito creato ad immagine dell'eterna Bellezza, è raggiante di luce quan do è pura: Homo cum in honore esset... (Ps. 48, 12). La temperanza facendole evitare tutto ciò che è obbrobrioso, la preserva da ogni macchia contaminante e la conserva nella sua spirituale bellezza.

Non occorre insistere; la temperanza è una virtù per noi indispensabile. La chiederemo dunque a Dio con insistenza: Bonitatem et di-sciplinam et scientiam doce me (Ps. 118, 66); poi, generosi, ci applicheremo all'acquisto delle virtù morali che le fanno corona.

2. - QUALI VIRTÙ' PRODUCE LA TEMPERANZA

Anche senza approfondire l'analisi, è facile ammettere che la temperanza deve anzi -tutto frenare la volontà scossa dall'impeto delle passioni; reprimerla nei suoi moti in-' composti verso quanto le passioni desiderano, al punto da farle superare ogni ostacolo; calmarla quando, insoddisfatta o contrariata, sarebbe disposta ad abbattere l'opposizione con violenza. Donde tre forme di temperanza: la continenza, l'umiltà, la dolcezza.

a) La continenza. — Il peccato non è che orgoglio e il P. Lacordaire ha detto molto giustamente che l'uomo pecca per adorazione di • sé. Ma anzitutto si adora nei sensi ; la concu -piscenza della carne è la passione di cui più brutalmente subisce l'insidia; sono suoi agenti la golosità e la lussuria. E' troppo evidente e non c'è bisogno di insistere nè si esita a con-

vincersi che In un'anima temperante, la mor tiflcazione della gola, la sobrietà, la castità, e inoltre, per il prete, la verginità, devono essere virtù coltivate assiduamente, amorosamente.

1° La golosità, uso immoderato degli alimenti necessari alla vita, è un difetto un po' comune. La Provvidenza infonde un certo diletto nell'azione del mangiare e del bere, affinchè l'uomo con più facilità prenda quanto è necessario al suo sostentamento. L'uso è ordine, l'abuso è disordine. La volontà fiacca oltrepassa facilmente i limiti del necessario o dell'utile. Si hanno ragioni, si trovano pretesti, si finisce per trasmodare e — cosa inverosimile in un prete — ci si preoccupa della mensa. S. Tommaso ci dispensa da una sgradevole descrizione: Quantum ad ipsum cibum... quae-rit aliquis cìbos lautos, id est pretiosos; quan-tum ad qualitatem, quaerit cibos nimis accurate praeparatos, id est studiose; quantum ad quantitatem, excedit nimis in edendo... vel, praevenit debitum tempus comedendi, quod est prae provere; vel non servat modum debitum' in edendo, auod est ardenter 42). E poco dopo parla de ebrietate!

Sarebbe mai utile ricordare anche a chi è fatto per le altezze la raccomandazione di S. Paolo: Sicut in die honeste ambulemus, non in comessationibus et ebrietatibus? (Rom. 13, 13).

Crediamo di no! A tutti nondimeno è utile la pratica della mortificazione e della sobrietà. Quanto è contrario a queste virtù offusca l'intelletto, aggrava il cuore, abbrutisce i sensi, istilla nell'anima elementi deleteri, finisce per scandalizzare i fedeli. Una mensa frugale cui ci si asside per brevi momenti, è la mensa dell'uomo attivo, intelligente, interiore; è la mensa dell'apostolo modello, predicatore tacito, ma vivente, di una penitenza che lo fa potente sul cuore di Dio e conquistatore di anime: semper mortificationem Jesu in corpore nostro cir-cumferentes, ut et vita Jesu manifestetur in corporibus nostris (2 Cor. 4, 10).

2° Quando si è letto nel Genesi: Omnis guip-pe caro corruperat viam suam (Gen. 6, 12), è. facile spiegarsi, pur rimanendone spaventati, la forza, l'universalità del vizio impuro, dal quale provengono, dice il Dottore Angelico. caecitas mentis, inconsideratio, praecipitatio, inconstantia, amor sui, odium Dei, affectus pre-sentis saeeuli et horror futuri 43). Tale enumerazione è più che sufficiente per dimostrare che fra tanto male e l'anima del prete chaos ma-gnum flrmatum est. Almeno, dev'essere così ad ogni costo, fosse pure a costo della vita!

Con la castità — castigare — castigando la sua concupiscenza, l'uomo di Dio conserva lo Spirito di Dio: Fructus autem Spiritus est charitas, gaudium... modestia, continentia, ca-stitas! (Gai. 5, 22). Con la verginità, rinunciando per sempre ad ogni vile piacere, conserva lo spirito in Dio: Virgo cogitai guae Domini sitnt, ut sit sancta corpore et spìritu (1 Cor. 7, 34). Ed è questo un benefìcio prezioso di tal forma di temperanza; la forza segreta ma immensa del vero prete è riposta nella perfetta purità, che lo rende Angelo; egli porta Dio in se stesso, come in una pisside d'oro, esala il profumo di Dio, vibra quasi un raggio di sole su tutto quanto lo avvicina senza toccarlo: Noli me tangere!... Mai!... perché Dio ci tocchi: Spiritus Domini super me (Mat. 8, 17).

b) L'umiltà. — L'orgoglio dello spirito, pur essendo meno percettibile dell'orgoglio della carne, non è meno universale. Tutti ne siamo infetti, coscienti o no, tutti ne siamo servi. Superbia - superbire - super ire, vuoi farci dominare tutto; peccato dell'angelo e peccato dell'uomo, è causa di ogni caduta: Initium omnis peccati superbia (Eccli. 10, 15).Spaven-tosa quindi in tutti, lo è in modo speciale nel prete, naturale nemico del peccato, artefice di virtù, altro Cristo per la sua ordinazione.

Ora, del Cristo vincitore del male, santo di Dio, sta scritto: Humiliavit semetipsum (Phil. 2, 8). L'umiltà, humum ire, è dunque una virtù eminentemente sacerdotale. Il divino Maestro l'ha abbastanza predicata con la parola e con l'esempio: Qui se exaltat humiliabitur (Luc. 14, 11). S. Paolo ricorda in modo impressionante questo duplice insegnamento e ne trae la morale pratica: In humilitate supe-riores sibi invicem arbitrantes (Phil. 2, 3). Ma, si può affermare che tale virtù sia all'ordine del giorno e ci preoccupi sinceramente?

Oh, votiamoci generosamente alla pratica dell'umiltà, incoraggiati dalla promessa del sorriso di Dio a ricompensa del nostro sforzo: humilibus dat gratiam! (Iacob. 4, 6).

e) La dolcezza. — L'ira, vizio capitale da non confondersi con l'emozione, con l'indigna-

zione santa di cui parlano i Salmi: Irascimmi et nolite peccare (Ps. 4, 5), è ordinariamente inseparabile dall'orgoglio. E' l'incontinenza dì una passione violenta che in modo brutale atterra quanto la urta.

Chi può dire quanto sarebbe riprensibile, di auanto malesempio sarebbe in un prete? Dobbiamo ben guardarci contro tutto ciò che potrebbe fomentarla, perchè per un uomo preso nel groviglio di tante occupazioni e preoccupazioni, possono essere molti i motivi d'impa zienza, molteplici le cause di malumore per chi deve trattare con tanta gente.

Sorvegliamo, moderiamo noi stessi; cedere all'impeto. della passione sarebbe tattica insana. Beati mites, quoniam ipsi possidebunt ter-ram (Mat. 5, 4). La vittoria definitiva arride ai mansueti. Il nostro divino Ideale che è venuto pieno di mansuetudine, che ha proclamato la mitezza e l'umiltà del suo cuore, ch~ ha raccomandato di non spegnere il lucignolo ancora fumante, di non spezzare la canna fessa, non ha vera azione che in un'anima armo -nizzata colla sua. Inchiniamoci docilissimi ai consiglio del Savio: Fili, in mansuetudine serva animavi tuam (Eccli. 10, 31). Tutto questo esigerà una fortezza non comune, la fortezza richiesta per vincere noi stessi. E quale vittoria può essere più bella?

— Siamo temperanti. Quante cose, e come belle in questa sola parola! In un'età in cui tutto manca d'equilibrio, in cui gli audaci si contano a legioni, diventa dovere imperioso che quanti hanno missione di guidare altri, posseggano moderazione, giustizia, ragiono. Senza queste basi non si pretenda edificare un

solido edifizio. li sopranaturale suppone lì naturale. Operiamo divinamente, ma, perciò, cominciamo ad operare, con la grazia di Dio, umanamente in perfetta e pura bellezza. E sarà così se arriveremo a possedere la virtù che abbiamo meditata.

Noi siamo direttori; e direttore significa moderatore. E come può essere moderatore chi non è moderato? Rivolgiamo spesso questa preghiera a Dio: Da mihi sedium tuarum as~ sistricem sapientiam (Sap. 9, 4). Egli ci ascolterà perché vuole il bene nostro e per mezzo nostro, il bene delle anime.

Esame sulla discrezione

Vi adoro, mio Dio, nel silenzio della vostra eternità che sembra avvolgere tutto quanto deriva da Voi, tutto ciò che è Voi. L'Ostia con sacrata che vi cela al mio sguardo è silenziosa; silenziose sono le manifestazioni intime della vostra grazia; silenziosa l'azione del vostro Spirito nell'anima mia che non sa percepire i « gemiti inenarrabili» di cui parla S. Paolo; silenziosa la vostra attività universale... non in commotione Dominus (3 Reg. 19, 11).

Saper tacere è grande sapienza: Verba sa-pientium audiuntur in silentio (Ecclì. 9, 17), nel silenzio di parole e nel silenzio di azione.

Virtù preziosa per un prete è certamente la discrezione. E' una forma delicata o un frutto prezioso della temperanza che io devo desiderare con ardore. Voglio formarla in me e per riuscirvi con più viva luce, quindi con maggiore sicurezza, voglio investigare che cosà mi manca per essere discreto, dopo essermi convinto della necessità di esserlo.

I. Necessità della discrezione. - La discrezione può definirsi: giudizioso riserbo di parole e di azioni. Sono convinto che le più splendide qualità degenerano in difetto quando eccedono? «Chi non sa limitarsi, non seppe mai scrivere». Si potrebbe aggiungere: «Chi non sa tacere, non seppe mai parlare; chi non sa riposare non seppe mai lavorare ». — Rifletto che a una viva intelligenza, a uno spirito ben dotato è da preferirsi un giudizio retto, una volontà equilibrata? — Sono quindi convinto di dover anzitutto applicarmi all'educazione del mio giudizio? E' sempre possibile se, con la riflessione, mi rendo conto degli ammaestramenti dell'esperienza, e se, umile, seguo docilmente le direttive che possono darmi. Si può nascere senza le facoltà intellettuali sufficienti per diventare colto ed erudito; dipende però dalla nostra libertà riflettere ed essere umili. — Nelle mie intime decisioni mi attengo a questi aforismi che posso riguardare come assiomi: spesso l'ottimo è nemico del bene; — il timore di un male ne genera uno peggiore? — Nelle dispute di scuola, adotto opinioni moderate, diffidando sempre delle opinioni estreme, assolute, intransigenti? Sono persuaso che, salvo per i principi essenziali del dogma e della morale, possono esservi sfumature molteplici di apprezzamento, per il fatto che si considerano le cose sotto differenti punti di vista e che è quindi da savio il non mai sentenziare senza appello? — Specialmente nel dirigere le coscienze ho l'intima convinzione che la prudenza è fonte di sicurezza, che le vie battute non riservano alcuna sorpresa, che saper aspettare è grande sapienza? In merito a certi argomenti, come vocazione, penitenze di supererogazione, ecc. procuro d'essere discreto quant'è possibile?

II. Pratica della discrezione. - a) Nelle parole. — E' un punto di particolare gravità per un prete che deve più d'ogni altro ricordare. Et quod in aurem locuti estis in cubiculis, praedicabitur in tectis (Luc. 12, 3); perfino 1 muri stanno in ascolto; si amplifica, si travisa tutto. Quanto di vero o di falso si attribuisce a un sacerdote è di molta importanza: a de-tractione parcite linguae. (Sap. 1, 11). - Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir (Iacob. 3, 2). Ho l'abitudine di vigilare sulle mie parole, di riflettere prima di dire qualche cosa o di fare un'osservazione? Mi astengo da ogni apprezzamento sulle persone? Il prete nulla dica di nessuno, nè in bene nè in male, eccetto quando si trattasse di difendere un innocente accusato in sua presenza. — Con i miei familiari sopratutto, con i miei genitori stessi, ho conservato silenzio assoluto riguardo a tutto ciò che concerne il mio ministero? — Sono scrupoloso per non lasciar trasparire nulla d'una confidenza ricevuta, d'un segreto confidatomi? Sopratutto, lo sono riguardo al sigillo sacramentale? Le ultime prescrizioni canoniche in proposito sono rigorosissime 44). Ho cura di non mai citare un fatto concreto conosciuto in confessione anche se non v'è pericolo di divulgazione nè diretto né indiretto? Si esagera raramente nel tacere, si esagera spesso nel parlare. Il primo difetto è riparabile, il secondo quasi mai!

b) Nelle azioni. — Nel lavoro del ministero ho usato con moderazione del mio tempo, delle mie forze? — Nelle opere di zelo ho intrapreso qualcosa di straordinario, abusando della dedizione generosa di chi si offre ad aiutarmi, ho esagerato in un senso o nell'altro in ciò che è esterno? — Nel ministero ho imposto alle anime onera gravia et impor-tabilia? Non devo rimproverarmi visite troppo frequenti, intempestive? Non ho moltipli -cato senza moderazione. le pratiche devote, le funzioni straordinarie? — Nelle mie ricreazioni son riserbato, modesto? Vir autem sapiens vix tacite ridebit (Eccli. 27. 23).

— Signore, Voi che tutto disponete fortiter et suaviter... in mensura et numero, et pon-dere (Sap. 11, 21), concedetemi la grazia di parlare, di agire sempre a tempo e modo.

Mi avete fatto vostro sacerdote, m'avete af fidato gli interessi della vostra gloria; non permettete ch'io la comprometta per mancali za di discrezione. Con tutto il cuore vi rivolge la preghiera di S. Tommaso: Concede miseri-cors Deus, quae Ubi placita sunt ardenter con-cupiscere, prudenter investigare, veraciter agnoscere, perfecte adimplere, ad laudem et gloriavi nominis lui. Amen.

 

Preparazione alla morte

IL «DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Confidenza fondata sul metodo del Giudice

Qui Mariam absolvisti Et latronem exaudìsti . Miài quoque spem dedisti.

Viene la morte, o mio Dio! Ogni giorno più si avanza... e io lo dimentico! Il condannato alla pena capitale può mai distogliere il pensiero da quel sinistro momento? E' difficile! Ad ogni modo egli tutto predispone per essere pronto quando lo si avvertirà che l'ora fatale è per lui arrivata.

Sarò avvertito? E' poco probabile! Anzitutto posso morire improvvisamente. E se anche sarò avvisato, crederò io a chi mi userà tanta carità? Non posso esserne certo; l'esperienza m'insegna che nessuno più del morente conserva, in apparenza almeno, un'illusione più profonda, un desiderio più acceso di vita, proprio nel momento in cui questa vien meno.

Eppure conosco la solenne gravita di quest'ultimo atto della mia esistenza che mi getterà ai vostri piedi giovane, ardente, forte del la giovinezza dell'eternità. Nessuna illusione allora, ma la piena luce; nessun desiderio, ma la realtà definitiva determinata appunto dalla luce.

Che sarà di me? Ho un bel nascondermi a me stesso... il ricordo di quel periodo della mia vita, di quello stato dell'anima mia, si rinnova incessantemente e non posso negare la verità: Est, est; non, non! Un peccato è un peccato! E tutti quelli che ho commesso sì precipiteranno su di me per trascinarmi nell’ abisso.

Voi stesso, mio Gesù, me li ricorderete e vi troverete il motivo della mia condanna.

Vi supplico, Maestro adorato, vogliate piuttosto vedervi l'argomento della mia giustificazione. Non ha scritto S. Francesco di Sales: « Dio vuole che la miseria nostra sia il trono della sua misericordia; le nostre impotenze, sede della sua onnipotenza? » Voglio dunque dirvi allora quello che vi dico in questo momento, voglio vincervi con le armi che Voi stesso mi ponete tra mano.

Qui Mariam absolvisti! Essa aveva moltu peccato: ce lo dite Voi stesso quando affermate che remittuntur ei peccata multa (Lue. 7, 47) ; si sarebbe potuto dubitare di tanto perdono, poiché l'Evangelista, così discreto, dice di lei: Erat in civitate peccatrix!... (Lue. 7, 37).

L'anima mia fu mai così nera? Oh, misericordia del mio Dio! M'avete prevenuto, seguito, custodito, preservato con tanto amore... in aeternum cantabo! Ma quando anche fossi colpevole come Maddalena? Avete perdonato a lei, non perdonerete anche a me, Signore?

Lo so; Voi dite di lei: multum dilexit! E che può impedirmi di farlo? Ella spezzò il suo vaso d'alabastro; io posso spezzare l'anima mia con la contrizione e l'umiltà. 'Ella versò il suo nardo prezioso sul vostro capo sacratissimo ; io posso spargere sul vostro corpo mistico il profumo delle mie buone opere, che renderò soprannaturali, generose, abbondanti sempre più. Ella bagnò di lacrime i vostri piedi benedetti, io posso essere di coloro che seminunt in lacrymis.

Quando non avessi più che un'ora sola di vita, posso impiegarla a prepararmi così alla morte, o piuttosto a preservarmi dalla morte. Signore, eccomi all'opera... Miài quoque spem dedisti!

— Et latronem exaudisti! Questi vi aveva insultato, schernito, bestemmiato, ed era un assassino. Fa una breve preghiera e, senza più, s'ode rispondere: Hodie mecum eris in paradiso! (Luc. 23, 43).

Oh, l'anima mia non fu mai tanto colpevole, le mie labbra non furono mai cosi contaminate! Ma quand'anche fossi colpevole come il buon ladrone... Avete perdonato a lui, Signore, non perdonerete anche a me?

Certo egli ebbe un'illustrazione di fede improvvisa e vivissima; la vista dei vostri dolori lo compunse, e dal suo cuore si sprigionò il grido d'amore che valse a giustificarlo. Ma, Signore, non furono questi doni vostri, non fu opera del vostro amore quella luce, quella conoscenza, quella carità? Imploro con istanza uguale effusione di grazie. Se sono inter sceleratos reputdtus, sono pure il vostro sacerdote, alter Christus. Pietà di Voi in me; salvatemi.

Sarà questa la mia preghiera quotidiana; il mio cuore ci si deve abituare e l'ultimo suo palpito vi dirà: Memento mei!... Voi mi risponderete: Mecum eris!... Voi l'avete promesso... illic et minister meus erit (Ioan. 12, 26).

Gesù, sono vostro ministro... Mihi quoque spem dedisti!

RITIRO DEL MESE DI SETTEMBRE

IL SACERDOTE E LA TONSURA

S. Paolo raccomanda a Timoteo di ravvivare la grazia della sua Ordinazione. All'Apostolo questa raccomandazione doveva sembrare di un'importanza grandissima perché la ripete due volte. Anzitutto concentra l'attenzione del suo discepolo sulla presenza e permanenza in lui di questa grazia: Noli negligere gratiam quae in te est, quae data est Ubi per prophe-tiam, cum impositione manuum presbyterii '(1 Tim. 4, 12). Poi lo invita a farla rivivere: Admoneo te ut ressuscites gratiam Dei, quae est in te per inwositionem manuum mearum (2 Tim. 1, è).

E' veramente una realtà ammirabile la grazia del nostro sacerdozio, una specie di capitale ingente che ci procura inestimabili vantaggi, ma richiede di essere sfruttato. La nostra negligenza su questo punto è causa in gran parte dell'indebolimento delle nostre sante energie.

Ricordiamo infatti che ogni sacramento, oltre la grazia abituale, infonde nell'anima una grazia caratteristica la quale, secondo l'opinione più comune, non è realmente distinta dalla prima, ma la rende effettivamente più vigorosa e conferisce all'anima stessa un diritto speciale a grazie attuali, che l'aiuteranno a vivere secondo gli obblighi e lo spirito del sacramento ricevuto.

Di questi aiuti soprannaturali noi possiamo avvalerci nella misura della conoscenza che ne abbiamo e nella carità che ci piega docili, generosi, alla loro influenza santificatrice. Pur possedendo un tesoro si è poveri quando sì dimentica, o non si sa valersene.

Importa assai che noi non ci arricchiamo continuamente sfruttando la nostra grazia sacerdotale; non ve n'è altra più ricca, perché nessun Sacramento impone doveri più gravi; nessuno esige uno spirito più elevato di quello che è richiesto dall'Ordine sacro.

Questo gran sacramento è una vetta luminosa; vi siamo giunti con la progressiva ascesa dei diversi gradi, a ciascuno dei quali era annessa una virtù propria. In tutti questi gradi il buon prete è eminente.

Ci tornerà molto utile considerare di nuovo uno ad uno questi gradi per comprenderli sempre più e sempre meglio e invocarne con ardenti voti l'attuazione perfetta nella nostra vita morale.

Incominciamo dalla Tonsura. Non è un sacramento ma un sacramentale molto solenne; esso depone nell'anima come una potente calamità che attira le grazie destinate a formare il chierico a quello spirito che lo renderà idoneo al sacerdozio. « Gli antichi consideravano sacre le sorgenti dei fiumi; la Tonsura è come la sorgente delle grazie sacerdotali» 45).

Quale dev'essere lo spirito del Tonsurato e che cosa esige? Due parole compendiano tutto: morte e vita.

1. - MORTE

Quando per la prima volta partecipammo alia sublime cerimonia dell'ordinazione, prostrati ai piedi del Pontefice consacrante, lo udimmo esclamare, dopo l'invocazione dell'aiuto di Dio: Oremus, fratres carissimi, Do-minum nostrum Jesum Christum pro his fa-mulis suis, qui ad deponendum comas capi-tum suorum pro ejus amore festinant, ut do-net eis Spiritum sanctum, qui habitum reli-giosis in eis in perpetuum conservet, et a mun-di impedimento ac saeculari desiderio corda eorum defendat46). Il Maestro divino dice: non potete servire Dio e il mondo. Ora, il sacerdote è il servo di Dio per eccellenza; perciò non deve più essere del mondo.

Per fare i vasi sacri destinati al S. Sacrificio della Messa, si adoperano metalli preziosi e dopo che sono stati consacrati non si possono adoperare per uso profano. Così l'uomo da trasformarsi in altro Cristo deve anzitutto divenire un essere nobile; deve quindi rendersi immune da quanto potrebbe fare di lui un essere volgare. Occorre perciò che si separi dal mondo, che non si lasci attirare dall'esca del guadagno, dall'ambizione e da qualsiasi bassa passione; che si rivesta delio spirito ecclesiastico, che è lo spìrito di Gesù: Si quis Spiritum Christi non habet, hic non c'impone! Lo spirito caratteristico del chierico fa giudicare ciò che gli uomini apprezzano come ne giudicava S. Paolo: Quae mihi fuerunt lucra, haec arbitratus sum propter Christum detrimento (Phil. 3, 7).

E' necessaria quindi una seconda immolazione figurata nel taglio dei capelli: l'immolazione di noi stessi.

In vero noi non amiamo le creature per se stesse, ma in ordine a noi, e vogliamo trovare noi, amare noi in esse. Nostro Signore ha posto la rinuncia personale quale condizione assolutamente necessaria per seguirlo: Abneget semetipsum (Mat. 16, 24). Ascoltiamo ancora l'Olier: « Tale cerimonia si fa dopo che il Chierico è stato rivestito della talare perchè è necessario che una persona prima di padroneggiare assolutamente se stessa, prima, di dominare perfettamente le sue passioni, sia crocifissa, morta e sepolta». Ma s'intende che il Chierico deve dominare le sue passioni. « Gli si traccia sul capo una corona, dice lo stesso pio autore, per significare il dominio che egli deve avere sópra se stesso e come egli diventi padrone di quelle passioni che lo rendevano miserevolmente schiavo e che non devono or,a più servire che alle sue vittorie e a dare maggior risalto alla gloria dei suoi trionfi» 47).

Questa duplice immolazione delle creature e di se stesso richiede un principio ispiratore. Sul campo di battaglia, dove gli assalti saranno frequenti, brillerà una luce. Noi scorgemmo l'astro da cui emana e sempre emanerà questa luce: il Signore; perciò dicemmo: Domi-nus pars haereditatis meae et calicis mei...

Dal momento in cui si lascia tutto, ci si assicura il possesso di Dio; quindi deve cessare ogni esitazione, come dev'essere sopressa ogni riserva nel dono di sé, che dovrà essere completo, assoluto, per essere giusto.

Beato il sacerdote che ha compreso l'espres • sione di S. Paolino: Nihii habemus nisi Christum; et vide si nihil habemus qui omnia ha-bentem habemus 48). Questi ha conservato lo spirito della tonsura ed è veramente prete; mentre non lo è, non lo può essere chi, foggiandosi una vita borghese, procurandosi tutti i comodi di un'esistenza mondana si fa disertore dell'esercito degli apostoli veri, i quali mettono in pratica la raccomandazione del Maestro: Nihil tuleritis in via... (Luc. 9, 3).

Consideriamo bene le cose. Svaluteremmo il nostro sacerdozio se, mancanti di fede nella promessa del centuple lasciassimo assopire il fervore del nostro primo passo verso il Santuario, fervore che, al taglio simbolico dei capelli, strappò all'anima nostra il grido generoso: Ecce nos reliquimus omnia (Mat., 19, 27).

Nonostante le riprese della natura, a dispetto dell'influenza dell'ambiente, viviamo coraggiosi il monito di S. Paolo, che per noi è assolutamente obbligatorio: Mortui estis, et vita vestra est abscondita cum Christo in Beo (Coloss. 3, 3).

2. - VITA

Abbiamo consentito a morire; il nostro capo si è piegato quasi a ricevere il colpo sacrificatore; ed ecco, erompe un canto giulivo, celestiale espressione delle meravigliose promesse di vita divina, in cambio della nostra vita umana: Hi, accipient benedictionem a Domino. E il Vescovo ci rivestì della cotta: Induat te Dominus novum hominem.

Lasciamo la parola all'Olìer:

« Quest'indumento è emblema della grande purezza, della eminente santità di vita che deve professare chi ha ricevuto la tonsura. Significa il candore, l'innocenza che deve trasparire da lui, il candore della cotta deve rendergli quasi sensibile il suo proposito di santità e di perfezione, e rimettergli costantemente dinanzi allo sguardo gli obblighi contratti.

« II Chierico così rivestito, ricorda che è entrato nella vita nuova, nella vita della risurrezione, nella vita divina di cui gli angeli e i santi in Gesù Cristo vivono nel Cielo per la gloria di Dio; questa vita divina è quella del Figlio di Dio risuscitato, nella quale il Chierico deve entrare immergendosi nell'interno di Gesù Cristo medesimo e nelle sue disposizioni, ossia nella sua religione, nelle sue lodi, nel suo amore, in una parola nello spirito del divin Salvatore glorioso e glorificante il Padre suo. Di modo che, come nel cielo l'occupazione dei Figlio di Dio e quella di tutti gli angeli e beati in Gesù Cristo, è d'essere immersi in Dio per sempre, di contemplarlo senza interruzione, di lodarlo, di adorarlo e dì amarlo incessantemente nella loro innocenza e nella loro santità, così i Chierici, nella Chiesa, devono essere intenti a un tributo di lode, di amore, di esultanza perenne a Dio » 49).

Ecco spiegata la vita, frutto della morte mistica, che deve animare il Tonsurato; tale vita è una grande grazia del Signore, è la vita di Gesù medesimo: Vivo jam non ego, vi-vit vero in me Christus (Galat., 2, 20).

La vita è la sorgente interiore degli atti. Nell'anima di Cristo, anima al servizio di una Persona divina, questa sorgente era lo Spirito di Dio: Spiritus Domini super me... misit me (Luc, 4, 18). — Agebatur a Spiritu (id., 4, 1). Per il cristiano la sorgente è l'anima stessa del Cristo, sulla quale è innestato come il ramo sul ceppo. Il Chierico è un cristiano perfetto: s'è svincolato da tutto e da tutti per lasciarsi assorbire da Cristo: Ego in vobis et vos in me.

La linfa circola liberamente dal tronco ai rami, e tronco e rami integrandosi a vicenda, costituiscono l'albero unico e completo.

Il Tonsurato con il distacco assoluto, permette alla linfa divina dì passare dall'anima di Gesù all'anima sua; e noi sappiamo che questa linfa è lo Spirito di Gesù: Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, hi sunt filli Dei (Rom., 8, 14). Egli forma ormai una cosa sola col vero Figlio di Dio, integra il suo essere morale: Vos autem estis corpus Christi et membra de membro (1 Cor., 12, 27); un unico soffio li avviva.

Come quaggiù durante la sua vita mortale Gesù aveva una sola occupazione, la gloria del Padre suo; come nel cielo con i suoi angeli e beati non avrà mai che una sola occupazione, la gleria del Padre; così il Tonsurato docile alla grazia della sua consacrazione, attua ogni giorno più e meglio il vivere summe Deo.

Lo dovrebbe già fare quale semplice cristiano perchè, morire a se stesso per vivere a Cristo, è il compendio di tutta la perfezione cristiana. Ma, da semplice cristiano, non porterebbe il segno esterno di questo obbligo; mentre da Chierico, porta nel suo abito il suggello autentico ch'egli è interiormente rivestito dell'uomo nuovo: « La vestizione del chierico è una specie di professione » 50).

Sia dunque leale con se stesso, e, nonostante le difficoltà, sia davvero e per sempre morto al mondo, non viva più che per Dio: Quod enim mortuus est peccato, mortuus est semel; quod autem vivit, vivit Deo (Rom., 6, 10). -

Programma così sublime non lo si attua senza difficoltà, né senza sforzo incessantemente rinnovato. Ma sul nuovo milite di Cristo si libra sempre, presagio di benedizione perenne, l'efficacia della preghiera del Pontefice che accolse il suo Dominus pars e che in quel momento disse a Die: Omnipotens sempiterne Deus, propinare peccatis nostris... ut sicut si-militudinem coronae tuae eos gestare facimus in capitibus, sic tua virtute haereditatem sub-sequi mereantur aeternam in cordìbus.

— Rinnoviamoci nelle disposizioni della nostra tonsura, ossequenti dal profondo del cuore al monito del Vescovo: Habitu honesto. bonisgue moribus atque operibus. Deo piacere studeatis. Esperimenteremo senza dubbio quanto cantammo già con giovanile entusiasmo: Funes ceciderunt mihi in praeclaris! Siamo della Chiesa, siamo di Cristo: non si è mai così felici come quando si è quali si deve essere.

Esame sullo spirito ecclesiastico

Vi adoro, Maestro divino, in preghiera per noi, mentre state supplicando il vostro Padre celeste: Non rogo ut tollas eos de mundo, sed ut serves eos a maio... de mundo non sunt (Ioan., 17, 15). Il mio abito mi separa dal mondo, ma più ancora me ne deve separare il mio spirito.

Lo spirito è un insieme di principi, che informano le disposizioni intime e determinano la fisionomia caratteristica di un'anima.

Vae mundo a scandalis. Lo spirito mondano è maledetto; benedetto invece lo spirito ecclesiastico: Qui adhaeret Domino unus spiritus est (Isai., 56, 6). E' di somma importanza ch'io sia animato dallo spirito del mio stato santo. Ne ricevetti la grazia iniziale il giorno della mia tonsura. Lo spirito del chierico è come il fondamento e l'involucro dello spirito proprio a ciascuno degli Ordini che mi furono conferiti successivamente. Se lo avessi lasciato affievolire o disperdersi, come potrebbe essere garantita la solidità dello splendido edificio del mio sacerdozio? Si conserva la pietra preziosa in solido scrigno e la si preserva così da ciò che potrebbe offuscarla, infrangerla.

Posseggo io lo spirito ecclesiastico? Interrogazione grave, alla quale potrò rispondere esa -minando il mio modo di pensare e il mìo modo d'agire.

1. MODO DI PENSARE

Conservo la mia mente delicatamente e generosamente docile a tutti gli insegnamenti della Chiesa, si tratti di fede, di morale o di

 

 

disciplina? — Per non essere integrista, estremista non ho forse degenerato in quel liberalismo malsano che sbocca nel libero esame, nel soggettivismo, nel modernismo? Il pendio è sdrucciolo; l'orgoglio o semplicemente un intellettualismo affettato vi fanno scivolare facilmente. — Sotto pretesto che l'intransigenza è indizio di grettezza, che ispira metodi capaci di scoraggiare le anime deboli, mentre dovrebbero essere attirate con una certa larghezza di vedute, con una bonarietà conciliativa, non ho forse consentito all'insinuarsi del lassismo, della rilassatezza, della negligenza nei miei costumi? Viviamo in un'atmosfera pesante; attorno a noi tutto è corsa ai piaceri, soppressione dello sforzo; come non rimanere intossicato da quest'aria pestifera, quando non se ne diffida? — La lettera uccide, lo spirito vivifica: fondato su questo assioma, tratto forse con un'indipendenza che rasenta lo sprezzo, le prescrizioni canoniche, rituali o liturgiche? Si sa di certi preti che non si preoccupano delle rubriche, quasi fossero lettera morta. Non s'avvedono che oltre la mancanza di rispetto di cui sono più o meno gravemente colpevoli nelle funzioni del culto, cadono nel grottesco o nel ridicolo; destano scandalo nei fedeli e sorpresa negli altri.

I mondani discutono il dogma con orgoglio, trattano della morale evangelica con leggerezza, disprezzano le nostre pie cerimonie: Caeci sunt et duces caecorum (Mat. 15, 14). Quale disgrazia se un ecclesiastico viene a patti con gente simile per il fallace pretesto di rendersi popolare. Il fermento deve sollevare la massa: c'è pericolo invece che la massa soffochi il fermento.

2. - MODO D'AGIRE

II prete mondano non è una chimera. E' vero che nessuno riveste tutte le caratteristiche della mondanità, ma bisogna ben guardarsi da tutte, perché ognuna offusca la radiosa bellezza dell'uomo di Dio excelsior caelis factus.

Il prete mondano lo è nel vestire che risente la ricercatezza, la singolarità, la civetteria. Essere trascurato e sudicio, è male: ma è male ben più grave essere vestito e profumato come un fatuo o uno sciocco. — Lo è nell'abitazione: la sua camera è un gabinetto d'eleganza, il suo salotto un museo; il suo studio non presenta alcun indizio di lavoro intellettuale; i libri '(fra i quali non si trova né la Somma né una Concordanza, ma la Bibbia forse addossata a romanzi d'attualità), son tutti ben rilegati, disposti con fine arte, per comparsa; sulla scrivania, mobile di pregio, carta asciugante in cornice d'argento antico, penna d'oro che... inchiostro non macchia!... — Ma lo trovi di rado in questo studio leggiadro, eccetto alle dieci di sera per cominciare la recita di Prima mollemente adagiato sopra una soffice poltrona. — II prete mondano lo è a mensa: sala da pranzo ultima moda, servizio artistico, cristalli finissimi, tovaglia e tovaglioli ricamati fastosamente... Fa spesso inviti anche a laici, a signori e signore che si meravigliano del lus so' e si scandalizzano della lauta mensa... Egli pretende d'essere all'altezza!... Di che cosa?... Della Croce? — E' mondano nelle sue relazioni: è assiduo nel frequentare i salotti ove più di un buffone si diverte alle sue spalle ove compromette la sua dignità, se non la sua riputazione e la sua virtù, ove perde il tempo che dovrebbe consacrare alle anime dei semplici, dei lavoratori... Accetta spesso inviti a pranzo, dove si rivela esperto dell'arte culinaria e buongustaio, dando malesempio ai domestici e lasciando negli ospiti una meschina idea del prete: semper mortificationem Jesu in corpore nostro circumferentes (2 Cor., 4, 10). — E' mondano negli svaghi: viaggia per diporto, in compagnie allegre e graziose... Suona il piano a quattro mani! partecipa a gare sportive, al gioco del calcio... Chiedetegliene il motivo. Vi dirà che il suo è un metodo d'apostolato. — S'informi di ciò che ne pensano i poveri, le persone serie della sua parrocchia, coloro che lo hanno commensale negli alberghi di villeggiatura, e... saprà com'è apprezzato questo suo genere di apostolato!

— O Signore, custoditemi nella semplicicà del vero apostolo; mi sembra che, se me ne dipartissi, Voi rinnovereste la scena del Tempio e mi caccereste a colpi di fune dalla Casa della vostra grazia!... Rogo ut serves eos a ma-lo! (Ioan., 17, 15).

Agli antipodi del prete mondano, il prete volgare... Anch'esso purtroppo non è una semplice chimera.

La sua foggia di vestire!... Dimentica spesso la talare; quella che indossa abitualmente è stata immersa in tutti i colori dell'iride! — La sua abitazione!... il disordine non è certo effetto di arte, la pulizia non è eccessiva! — La sua mensa!... Non conosce che quella della cucina; suoi commensali, oltre la perpetua, sono ordinariamente il cane e il gatto!... Vi si beve spesso con persone di qualsiasi specie; i carrettieri dei dintorni lo sanno e lo sanno altri cui è noto il sentiero della canonica e non quello della chiesa! — Le sue relazioni!... Lo vedono qualche volta all'osteria... Nelle vie del villaggio parla a voce alta e non sempre castigata; il suo scherzare è facile, non sempre molto fine nè distinto!... E' un buon tipo » dicono alcuni. «Non è un prete! » dicono altri!... — Chiedetelo a lui: Vi dirà che tutto questo è un mezzo per accostare il popolo! — Dimentica che la soverchia familiarità genera di • sprezzo, crede che per essere popolare sia necessario essere volgare!

— O Signore, conservatemi nelle serene altezze ove deve abitare costantemente colui che è raggio di cielo sulla terra. Rendetemi vero e degno ministro della religione, madre dei santi. Preservatemi da ogni deviazione; rinnovate in me lo spirito ecclesiastico che imprime nella mia persona un'impronta di dignità grave e dolce. Il mio contegno esterno deve dire a tutti: Imitatores mei estote, sicut et ego Christi (l»Cor., 4, 16).

Preparazione alla morte

IL «DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Appello alla bontà di Gesù.

Preces meae non sunt dignae Sed tu bonus fac benigne Ne perenni cremer igne.

Alla vigilia della vostra morte, o Gesù, rivolgeste agli Apostoli questa raccomandazione: Vigilate et orate (Mat., 26, 41), premunendoli così contro il pericolo della tentazione; e aggiungeste: Spiritus quìdem promptus est, care autem infirma...

Alla vigilia della morte!... Forse ci sono già! Verrà un giorno in cui ci sarò senza saperlo; chi mi dirà che è giunto quel giorno? Nessuno. E tuttavia sarà di una gravita somma, molestato da tentazioni delicatissime, per il fatto che l'anima mia dovrà subire gli ultimi assalti del nemico; quanto mi saranno allora necessarie vigilanza e preghiera!

Ma preghiera non è già vigilanza? Per preservarmi dalle illusioni dello spirito e dalla debolezza della carne, voglio fin d'ora e in ogni giorno della mia vita, ripensando alla mia ora estrema, dirvi ciò che mi auguro di potervi dire in quel punto. Poiché sono e voglio essere sincero nella mia supplica, accettate, Gesù mio, che l'impotenza stessa della mia agonia Ve la esprima silenziosamente.

Preces meae non sunt dignae. Dio mio, Voi avete pietà degli umili: Cor contritum et humiliatum non despicies (Ps., 50, 18). Dovrei durar fatica ad esserlo riflettendo che sono un nulla e un nulla peccatore?

La preghiera vien formulata dalle labbra, ma è un grido del cuore è getta l'anima ai piedi del vostro trono.

Che labbra sono le mie? Non debbo ripetere col Profeta e con più ragione: Vir pollutus la-biis ego sum? (Isai., 6, 5). Ne avete raccolto soltanto parole di adorazione, di carità?

Che cuore è il mio? In certe ore nefaste, un vento infernale vi ha insinuato la polvere che mi ha reso simile a quell'uomo di cui Ezechiele dice: et posuerit idola sua in corde suo (Ezech. 14, 7); se pur non mi ha fatto somigliare a quell'altro qui posuerit immunditias in corde suo! (Ezech., 14, 4). Alla luce folgorante della eternità, non s'attenua la bruttezza del peccato, anzi meglio appare la sua abbomina-zione!

Che anima è la mia? Non forse vi ho ingannato privandovi della glorificazione che ne attendevate, non offrendovi in cambio che steri-litatem animae meae?

Ecco, il salmista mi dice: Quis ascendet in montem Domini, aut quis stabit in loco sancto ejus? Innocens manibus et mundo corde (Ps., 23, 3). S. Paolo insiste: Levantes puras manus sine ira et disceptatione (1 Tim.. 2, 8). L'anima mia è gravata da miserie, le mie mani portano tracce oscure.

No, non merito d'essere ascoltato: Non sum dignus vocari filius tuus (Luc, 15, 19). La mia preghiera è un mormorio che vi annoia, invece d'intenerirvi. Nulla posso, mio Signore, ma Voi tutto potete.

Sed tu bonus fac benigne. Signore, Voi siete buono: Confitemini Domino quoniam bonus (Ps., 105, 1); siete bontà per essenza. Con chi eserciterete la vostra bontà se non verso colui che ne ha maggior bisogno? E chi ne ha più bisogno del povero, del miserabile?

Guardatemi, ve ne scongiuro: Ne in furore tuo arguas me. Non irritatevi contro di me. Come Giobbe vi dirò: Contra folium quod vento rapitur, ostendis potentiam tuam (Job., 13, 25). Sono stato debole, infelice... ma sono stato malvagio come coloro di cui avete detto: Malos male perdei? (Mat., 21, 41).

Mi avete amato molto, troppo, nimiam cari-tatem, ed io non ho avuto cuore; ma imploro il vostro amore longanimis et multum misericors (Ps., 102, 8). Pietà di me, siatemi benigno: sono il vostro sacerdote che a Voi ritorna. Ne repellas in flnem (Ps., 43, 22). Consacrato nel vostro amore, oso scongiurarvi: pietà del vostro amore!

Ne perenni cremer igne. V'è un inferno, lo so; e più si cade dall'alto, più si precipita profondo... Rabbrividisco di spavento al solo pensiero dell'inferno del sacerdote: Horren-dum est incidere in manus Dei viventis! (Hebr., 10, 31). Angelo decaduto, re scoronato, che diverrà il prete fra le torture di quelle fiamme, alimentate dell'amore trasformato in odio?

— O Gesù, poichè durante tutta la mia vita mi sarò prostrato ai vostri piedi, umile e con -fidente, fate che nell'ultima ora si verifichi in forma nuova la visione di cui parla l'apostolo: Benignitas et humanitas apparuit Salvatoris (Tit., 3, 4). Voglio contemplare ogni giorno la vostra misericordia per goderne eternamente!

RITIRO DEL MESE DI OTTOBRE

IL SACERDOTE E GLI ORDINI MINORI

« Tra Dio e noi v'è tutto un sistema sacro e divino in cui l'ordine, la scienza e l'energia che sono eminentemente in Dio, prendono, per volontà sua, una esistenza e una consistenza create a fine di propagare regolarmente e soavemente in tutto luniverso quel moto luminoso, santificante e beatificante che, sotto l'azione dell'amore, parte in eterno dal seno del Padre per ricondurvi e stabilirvi per sempre le creature pacificate, illuminate, divenute perfette ».

Queste magnifiche parole di S. Dionigi 51) diffondono una luce meravigliosa nel pensiero ammirativo di chiunque si raccoglie e sosta in meditazione davanti alle molteplici creazioni fra le quali viviamo. Nell'opera di Dio tutto è armonioso e bello; la deformità e il disordine provengono dalle volontà create che s'allonta -nano dalla sua, detta da S. Tommaso « la ragione ultima della bellezza delle creature ».

In questo .« sistema sacro » il sacerdozio occupa la sommità; esso parte in modo sovraeminente dal seno del Padre per ricondurvi « estabilirvi per sempre le creature pacificate, illuminate, divenute perfette ». Il sacerdozio deve dunque eccellere sopra tutto in bellezza e armonia come esprime il nome del Sacramento che lo conferisce: l'Ordine. Questa sola parola è una rivelazione. Solo mediante il sacerdozio fu ristabilito l'ordine essenziale fra il Creatore e la creatura; solo mediante il sacerdozio l'ordine si stabilisce e si conserva nella società, la quale ricade nello stato di barbarie quando si sopprime l’influenza del sacerdote; finalmente esiste un ordine perfetto nelle funzioni, molteplici del sacerdozio, una gerarchla che fa spontaneamente pensare a. quella degli spiriti celesti.

Infatti come vi sono nove cori di angeli, così dal Tonsurato che viene introdotto nella sacra milizia, al Vescovo che ha la pienezza dei poteri, vi sono nove gradi di partecipazione più o meno intima alla misteriosa dignità dell'eterno sacerdote: la Tonsura, l'Ostiariato, il Lettorato, l'Esorcistato, l'Accolitato, il Suddia-conato, il Diaconato, il Presbiterato, l'Episcopato. Questi gradi ricevono comunemente il nome di Ordini: maggiori i tre che precedono l'Episcopato; minori i quattro che seguono la Tonsura. Fermiamo la nostra riflessione su questi ultimi prima nel loro insieme, poi su ciascuno in particolare.

1. - GLI ORDINI MINORI IN GENERALE

Se è di fede che i tre ultimi Ordini, Episcopato, Presbiterato e Diaconato sono di istituzione divina, la questione non è altrettanto

certa riguardo agli Ordini minori 52). Non sarà inutile dilucidarla perché, ammessa l'istituzione divina di questi Ordini minori, si deve ammettere per conseguenza la loro qualità di Sacramento. E se sono Sacramento hanno deposto in noi una grazia preziosa che possiamo far rivivere, un germe latente che può essere fecondato.

Benchè secondo Benedetto XIV sia difficile risolvere la questione, benché i teologi moderni in maggioranza propendano per l'origine puramente ecclesiastica di questi Ordini; siccome la nostra pietà può trame giovamento, ci è lecito adottare l'opinione contraria, fondandoci sul Concilio di Trento che riconosce la grandissima antichità di tali Ordini: Ab ipso Ecclesiae initio, sequentium Ordinum nomina atgue uniuscujusgue eorum propria mi-nisteria, subdiaconi scilicet, acolythi, exorci-stae, lectores et ostiarii, in usu fuisse, cogno-scuntur. '(Sess., XXIII, can. 2). .

Scrive in proposito il dotto Tommassino: « Non si può stabilire con certezza il tempo dell'istituzione di tali Ordini. Con tutta probabilità si possono ritenere quali suddivisioni del Diaconato, e furono introdotti successivamente secondo i nuovi bisogni della Chiesa; quindi si può dire, in senso verissimo, che tutti gli Ordini sono d'istituzione divina nella Toro origine, ossia nel Diaconato di cui sono come i ruscelli e l'emanazione; poichè conferendo il Diaconato la pienezza di ministero,

 

gli ordini minori ne sono la partecipazione » 53). S. Tommaso è altrettanto esplicito: In primitiva Ecclesia, propter paucitatem ministrorum, omnia inferiora ministeria diaconis committe-bantur... Nihilominus erant omnes praedictae potestates, sed implicite, in una diaconi pote-state. Sed postea ampliatus est cultus divinus; et Ecclesia quod implicite habebat in uno ordine, explicite tradidit in diversis 54). — E nello stesso articolo (ad 1): Sub hoc (diaconatu) omnes inferiores ordines comprehenduntur. Sed ordines habent quod sint « sacramentum » ex relatione ad maximum sacramentorum: et ideo secundum hoc debet numerus ordinum accipi.

Il Concilio di Firenze dopo aver affermato che il sesto Sacramento è l'Ordine, enumera i diversi Ordini maggiori e minori ai quali sembra si estenda per conseguenza la qualità di sacramento.

Senza più discutere, ammettiamo la grandissima probabilità della natura sacramentale dei nostri Ordini minori, quindi una possibile reviviscenza della loro virtù, reviviscenza tanto utile, se si riflette ai poteri che detti Ordini ci hanno conferito.

Il grande potere sacerdotale si esercita sul corpo reale e sul corpo mistico di Cristo; sul corpo mistico per renderlo atto a identificarsi al corpo reale.

Nella Chiesa primitiva, prima della Comunione, il Diacono gridava dall'ambone: Sancta sanctis! Ora, vi sono tre categorie di indegni:

I primi, gli infedeli e gli scomunicati, non possono essere ammessi nella Chiesa per la partecipazione al S. Sacrificio: l’Ostiario deve allontanarli.

I secondi sono i penitenti e i Catecumeni; gli uni ignorano la verità, gli altri l'hanno alterata colpevolmente; al Lettore è commesso l'istruirli.

I terzi sono tormentati dalle vessazioni del demonio; in tali condizioni non possono partecipare alla sacra Mensa: l'Esorcista li deve liberare.

Appaiono così le relazioni remote dei primi tre Ordini con l'Eucaristia e si comprede che «la loro minorità è solo in relazione agli Ordini maggiori, perché in confronto di tutte le dignità umane, sono di una superiorità incontestabile per la loro eccellenza e grandezza 56).

Il quarto Ordine è più elevato ancora perchè avvicinando all'altare, avvicina al Corpo reale di Cristo. L'Accolito serve il Suddiacono che sta a sinistra del Sacerdote per pregare, alla destra del Diacono per aiutarlo.

Anticamente non era raro il caso di Chierici che rimanevano a lungo, anche fino alla morte, in qualcuno di questi Ordini. Oggi questi non sono più che un tirocinio, una preparazione regolare e progressiva al Presbiterato. Le loro funzioni, eccetto nei Monasteri, nelle Cattedrali e nei Seminari, non sono più esercitate da ministri per ufficio loro proprio. Incombe al sacerdote l'obbligo, di compierle in virtù delle precedenti sue ordinazioni.

L'insignito degli Ordini minori, preparando le anime ad avvicinarsi a Cristo, a nutrirci della SS. Eucarista, è quasi un precursore. Ad esempio di S. Giovanni Battista grida in ogni suo ministero: Parate viam Domini, rectas tacite, semitas ejns (Mat., 3, 3). Non dovrà dunque, come quel grande solitario, vivere di preghiera ed austerità, essere lucerna ardens et lucens? Il Battista predicava nel deserto, e il deserto vedeva accorrere le folle; noi predichiamo nelle nostre chiese quasi deserte; __ perchè non vediamo accorrervi le folle? Forse * v'è mancanza dello spirito dei nostri Ordini minori: In spiritu et virtute Elìae (Luc, 1, 17). Esaminiamo più da vicino.

2. - DEGLI ORDINI MINORI IN PARTICOLARE

Non basta dire che gli Ordini minori ci innalzano alla dignità di precursori; essi ci fanno salire molto più in alto e accentuano l'obbligo di condurre vita santa. Considerati come smembramento del ministero dei Diaconi, si. riconnettano al ministero sacerdotale, che è del Cristo. Perciò chi ha ricevuto gli Ordini minori deve vedere nel buon Maestro il suo esemplare.

In alcuni Sacramentari antichi si trova una ingegnosa applicazione al N. S. Gesù Cristo delle funzioni proprie di ciascun Ordine sacro. Pietro Lombardo compendia questa tradizione ; leggiamo quanto si riferisce all'argomento della nostra meditazione 57). persona suscepit, quando, flagello de funiculis facto, vendentes et ementes eiecit de tempio.

De Lectoribus: Hoc officium implevit Chri-stus cum, in -medio seniorum, librum Isaiae aperiens, distincte ad intelligendum legit: . Spiritus Domini super me, ptc.

De Exorcistis: Hoc etiam officio usus est Christus, cum daemoniacos multos sanavit.

De Acolythis: Hoc officium Dominus se ha-oere testatur dicens: Ego sum lux mundi, qui sequitur me non ambulai in tenebris.

Se poi riflettiamo ai poteri conferiti, alla grazia chiesta dal Vescovo nell'atto della nostra ordinazione, la visione di Gesù si fa an-cor più luminosa.

a) Agli Ostiari il Pontefice dice: Ostiarium oportet percutere cymbalum et campanam, aperire ecclesiam et saexarium, et librum aperire et qui praedicat. Per essi chiede: Ut sit eis fldelissima cura in domo Dei... ut inter electos tuos (Domine) partem tuae mereantur habere mercedis.

Abbiamo dunque ricevuto la missione di an-nunziatori del Cristo, come i Profeti, come gli Apostoli: In omnem terram exivit sonus eo-rum (Ps., 18, 4). Ma Egli annunzia se stesso per mezzo nostro: Pro Christo legatione fun-gimur (2 Cor., 5, 29). Ci furono consegnate le chiavi per aprire la Chiesa; ma Cristo è la chiave: Haec dicit Sanctus et verus qui habet clavem David: qui aperit et nema claudit, claudit et nemo aperit (Apoc, 3, 7). Quindi, se saremo diligenti nel custodire la casa di Dio, parteciperemo alla sua ricompensa fra gli eletti: mercedis tuae.

Lo spirito dell'ostiario è dunque lo spirito di Gesù. Si noti ch'egli ha lo stesso simbolo dei supremo pontificato: le chiavi!

b) Ai Lettori il Vescovo dice: Lectorem oportet legere ea quae praedicat, et lectiones cantare, et benedicere panem, et omnes fructus novos. Per essi impetra: Ut assiduitate iectionum instructi sint, atque ordinati, et agenda dicant, et dieta opere impleant.

Il libro sacro è tra le nostre mani; ma, questo libro è Lui, perché Egli è la Verità, è il pensiero di Dio, è la Parola: Verbum. Leggiamo dunque Lui, lo insegnamo e tanta missione ci obbliga a vita santissima: dieta opere impleant. Non è questo un commento del Sancti estote quoniam ego sanctus sum? (Lev., 11, 44). Lui, noi insegnamo, ossia, Egli medesimo predica se stesso per mezzo nostro: tanquam Deo exortante per nos (2 Cor., 5, 20).

Noi esercitiamo i nostri poteri di Lettori benedicendo il pane e i nuovi frutti. Benedire significa apporre il suggello di Dio. La benedizione universale è l'Incarnazione del Figlio di Dio, che ha riparato la maledizione del peccato e impresso nuovamente il sigillo divino sulla creazione. Ora il sigillo è Cristo; Lui benedice, Lui è la benedizione stessa.

Lo spirito del Lettore è dunque lo spirito di Gesù.

e) Agli Esorcisti il Consacrante dice: Exorcistam oportet abijeere daemones et dicere populo, ut qui non communicat, det locum: et aquam in ministerio fundere. Per essi prega: Ut potestatem et imperìum habeant spiritus immundos coercendi: ut probabiles sint medici Ecclesiae... virtute coelestì confirmati.

Per vincere il demonio si richiede una potenza formidabile. Nessuna creatura umana può pretendere di riuscire a tanto, neppure una creatura angelica; S. Michele non osò entrare in lotta direttamente con Lucifero. Cum Michaél archangelus cum diabolo disputans altercaretur de Moysi corpore, non est ausus nidìcium inferre blasphemiae, sed dixit: Im-peret Ubi Dominus (Ep. Ind., 9). Ora S. Alfonso de' Liguori dice che i dottori affermano comunemente che gli esorcismi hanno una virtù infallibile e operano ex opere operato 58). Non dunque l'Esorcista compie la sua funzione in nome proprio, ma in nome di Colui dinanzi al quale il Vangelo ci mostra gli spiriti maligni vinti e tremebondi; di Colui davanti al quale Satana non poteva trattenersi dal proclamare: Scio te quis sis, Sanctus Dei! (Mare, 1, 24).

Il Santo di Dio reclama perciò da coloro di cui si serve, una comunione perfetta alle sue proprie disposizioni: Hoc genus in nulla potest exire, nisi in oràtione et jejunio (Marc, 9, 28). Gesù umile schiaccia lo spirito orgoglioso; Gesù austero incatena lo spirito impuro; Gesù unito al Padre con la sua orazione soggioga lo spirito infernale.

Lo spirito dell'Esorcista è dunque lo spirito di Gesù.

d) Agli Accoliti si dice che devono: Cero-ferarium ferre, luminaria ecclesiae accendere, vinum et aquam ad eucharistiam ministrare. E per essi il Signore ascolta la supplica: Accende mentes eorum et corda ad amorem gratiae tuae, ut illuminati vultu splendoris tui fldeliter Ubi in sancta Ecclesia deserviant.

Spetta a noi accendere i ceri e le lampade del santuario. Ora, noi sappiamo che Deus lux est et tenebrae in eo non sunt ullae '(1 Ioan., 1,5), e che ha mandato il figlio suo: illuminare omnem hominem venientem in hunc mundum (id., 1, 9). Questo Figlio potè dire: Quamdiu sum in mundo, lux sum mundi (id., 9, 5). E' dunque il grande Accolito del Padre suo, che ne diffonde ovunque la luce con le opere e con le parole.

Accendere i ceri della chiesa simboleggia diffondere l'eterna luce trasmessa agli uomini, vuoi dire riflettere Gesù con essere illuminati vultu splendoris tui... Oh! il bell'ideale, che deve trasformarsi in realtà se- non vogliamo tradire il nostro dovere!

Prepariamo nelle ampolle l'acqua e il vino destinati al S. Sacrifìcio, ossia la materia che sarà trasformata nel Sangue del divin Redentore. Allo sguardo della fede è forse una funzione qualsiasi cotesta? Ascoltiamo la raccomandazione del Vescovo agli Ordinandi: Tunc etenim in Dei sacrificio digne vinum suggeretis et aquam, si vos ìpsi Deo sacrificium per ca-stam vitam et bona opera oblati fuerìtis. Queste ultime parole non saranno meditate mai abbastanza e non ci è permesso di attenuarne la forza; esse tracciano la via «he dobbiamo percorrere ad ogni costo.

Lo spirito dell'Accolito è dunque lo spirito di Gesù.

Ora comprendiamo ancor meglio che gli Ordini minori non sono minori che relativamente ai maggiori. In se stessi sono molto elevati e molto belli e racchiudono grazie che non è lecito lasciare inoperose. Beato il sacerdote che sa conservarsi sempre meglio sotto l'influsso dei favori ricevuti negli Ordini minori! Abbiamo ricordato sopra lo spirito che lo deve animare. Ora S. Paolo ha scritto: Si quia Spiritum Christi non habet, hic non est eius (Rom., 8, 9). Quale più spaventosa ipotesi di un sacerdote che non sia di Cristo? Ma quale felicità, quale potenza per chi lo è interamente! Siamo dunque tutti di Cristo risuscitando in noi la grazia ricevuta con 1 Ostiaria-to, il Lettorato, l'Esorcistato e l'Accolitato.

Esame sullo spirito liturgico

Vi adoro, mio Dio, mentre per bocca del Profeta mi svelate quanto sia grave la negligenza nel vostro servìzio: Maledictus qui facit opus Domini fraudulenter (Jerem., 48, 10). Il sacerdozio mi ha fatto vostro ministro; L'Opus Dei è il mio compito, vorrei dire il mio mestiere; ogni altra funzione m'è interdetta non solo perche tutto il mio tempo è o dev'essere assorbito dal mio ministero sacro, ma anche perché è sconveniente che l'homo Dei si lasci sopraffare dallo spirito dell uomo: Non potestis servire Deo et mammonae (Mat., 6, 24).

Ora, vi è uno spirito proprio di ciascuna carriera; e lo spirito proprio del ministero dell'altare è lo spinto liturgico. Chi non ne vive non può compiere il suo dovere come deve e forse già lo sovrasta il maledictus! Se l'argomento è di così alta importanza, devo esaminarmi in proposito e ricordarne la teoria e la pratica.

1. - TEORIA

La liturgia è il culto ufficiale della Chiesa. Sono compreso di questa definizione? Da vero Ecclesiastico sono consapevole del dovere che m'incombe d'istruirmi e di essere sempre bene al corrente di quanto riguarda le mie funzioni? Considero seriamente la liturgia, il cui aspetto teologico è fondamentale, connesso com'è alla virtù di religione? Non l'ho deprezzata considerandone soltanto le forme esteriori? — E anche queste le ho trattate con la gravità dovuta, senza la quale la mia adorazione mancherebbe di nobiltà? Penso alla maestà di Dio nei miei atti sacerdotali? — E non ho mai esagerato assumendo un contegno interlormente forzato, perchè privo dello spirito filiale, ed esternamente affettato, studiato, tutto sussiego, privo di quella semplicità che è segno di vera grandezza? — Illuminato da buoni studi comprendo che la liturgia conduce a Dio pel tramite del Cristo, con la Chiesa, nell'ordine gerarchico? Ci porta a Dio con il S. Sacrificio della Messa; ci pone alla sua presenza per lodarlo e confessarlo con 1' Ufficio Divino e ci offre cosi modo di santificarci coll'adorare Dio. — Ignaro di tali nozioni, ho forse privato e la mia devozione individuale e il mio apostolato di un elemento efficacemente benefico?

2. PRATICA

Il culto consta di due parti: le cerimonie e 11 canto. Il sacerdote che trascura canto e cerimonie, manca di zelo e si priva di un mezzo necessario per l'edificazione e l'insegnamento. Le cerimonie osservate con decoro, i canti ben eseguiti esercitano un potente fascino sui fedeli, i quali riportano invece tutt'altro che buona impressione da una Messa celebrata frettolosamente, da canti stentati o rumorosi, a) Cerimonie. — Anzitutto mi industrio di dare uno sfondo conveniente alle funzioni religiose, provvedendo al decoro e agli addobbi della chiesa? Decoro, anzitutto; vi sono templi del Signore in cui i fedeli si troverebbero troppo a disagio; certe sacrestie somigliano al ripostiglio del cenciaiolo; si trovano vasi sacri, e oggetti di biancheria sudici in modo scandaloso, paramenti a brandelli! — Che pensare di un prete che non bada a queste cose? — Riguardo agli addobbi si devono evitare due eccessi: a) il non far nulla per dare alla chiesa un aspetto di letizia festiva nelle solennità; b) il trasformarla in salone di cattivo gusto evocante l'idea di bazar! Il buon gusto non è una qualità innata, ma si acquista. — In secondo luogo mi studio di compiere ogni cerimonia con perfetto decoro, sono attento all'esatta osservanza delle prescrizioni rituali anche minime, premuroso dell'edificazione dei fedeli, amante della vera bellezza? Che differenza fra prete e prete anche solo nel modo di celebrare la S. Messa! Si dice di uno: E' un angelo all'altare! di un altro: Ma, ha fede costui? — Mi sono adoperato (e non lo si può senza fatica) alla formazione dei chierichetti? Quanto più si fa a tale scopo, più e meglio si riesce ad averli numerosi; in qual-siasi parrocchia si desta l'interesse dei fanciulli (e dei loro genitori) facendoli prendere parte attiva alle sacre iunzioni, purchè alla loro formazione concorrano fede e ordine.

b) Canti. — Mi sta a cuore che il canto sia eseguito bene? ito formato una shola cantorum? Si può sempre farlo coi fanciulli. — Non mi sono scoraggiato a motivo delia mia incompetenza in fatto di musica? Si riesce a far cantar bene anche senza avere il diploma del conservatorio! Volontà e costanza ottengono tempre risultati sorprendenti. — Mi servo degli eserciti di canto come di mezzo per adunare giovani e adulti? — osservo scru-polosamente le prescrizioni del motu proprio di Pio X? Faccio ogni sforzo possibile perchè i fedeli partecipino in massa ai canti comuni? Ci si riesce col tempo, sia pure con fatica; l'idele è di far partecipare tutti i fedeli ai divini uffici.

— O Gesù, il Padre pone in Voi le sue compiacente; voi siete il supremo Cantore della sua gloria, il suo perfetto Adoratore; concedetemi una intima partecipazione all' anima vostra affinchè io pure, veroo et opere, lo lodi e io fiaccia lodare in Voi e per mezzo vostro: Lauduoo nomea Dei cum cantico, et magnifl-caoo eum in laude (ps. 68, 31).

Preparazione alla morte

il «DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Timore e speranza

Mio Gesù, in ispirito precorro i giorni e mi vedo, dopo esalato 1' ultimo respiro, ai vostri piedi nell'attesa ansiosa del grave verdetto, che fisserà la mia sorte eterna. Protendo a Voi le braccia supplichevoli e vi scongiuro con fervore:

Inter oves locum praesta Et ab haedis me sequestra Statuens in parte dextra.

— Nel consacrarmi sacerdote, o Signore, mi avete « inviato come un agnello in mezzo ai lupi» e m'avete mandato alle vostre pecorelle; Ad oves quae perierunt domus Israel (Mat., 15, 24). Ricevendo il sacerdozio, ho risposto alla vostra chiamata; e Voi dite: Oves meae vocem meam audiunt! (Ioan. 10. 27).

Dovendo predicare e conquistarvi le volontà del miei fratelli illuminando le loro intelligenze, vi ho studiato In modo tutto speciale, assai più profondamente della maggioranza degli uomini; e Voi dite ancora: Cognoscunt me meae! (Ioan. 10, 14).

Poi, m'avete fatto pastore; ho custodito le mie pecorelle, le ho difese contro il lupo rapace; dono la vita per esse: Animam suam dat prò ovibus suis! (Ioan. 10. 11).

Signore, dunque sono dell'ovile; inter oves locum praesta!

— Nel consacrarmi sacerdote m'avete segregato dai peccatori: sepregatus a peccatoribus (Hebr. 7. 26). Fedele alla mia missione d'apo-postolo. ho lottato contro di loro: Iniauitatem odio habui et abominatus sum '(Ps. 118, 163). Nonostante le mie mancanze che ho cercato di correggere, che ho voluto espiare, non ho mal patteggiato con esse; malgrado tutto, sono davvero colui che in via peccatorum non stetit (Ps. 1. lì. Ogni giorno vi ho supplicato istantemente di preservarmi dalla loro tiran-nide: Ab homine iniquo et doloso erue me (Ps. 42, 1).

Maestro Divino, sulle soglie dell'eternità et ab haedis me sequestra.

— Nel consacrarmi sacerdote m'avete ammesso alla vostra intimità: Vos antera dixì amicos (Ioan. 15, 15). Data la mia situazione son sempre vissuto accanto a Voi: In atriis domus Domini, in medio tui, Jerusalem (Ps. 115, 8). In ogni ministero sacerdotale, ero identificato a Voi che, per parlare, vi servivate delle mie labbra; operando il miracolo della transustanziazione ho detto corpus meum, ed era il Corpo vostro; perdonando i peccati ho detto Ego te absolvo e Voi avete assolto. Ogni mattina con la Comunione della mia Messa realizzavate in maniera ineffabile le vostre parole: Ego in vobis et vos in me!

Maestro Divino, ammettetemi per sempre a quell'Intimità, alla quale mi avete Iniziato! Statuens in parte dextra.

Confutatis maledictis Flammte acribus addictis Voca me cum beriedictis.

— Se non mi poneste alla vostra destra, sarei dunque annoverato tra 1 maledetti? Quale spavento, quale terrore! Essere maledetto dall'Onnipotente! Udirvi dire, o Dio d'amore, che mi volete male, che mi volete infelice per tutta l'eternità!... Che confusione, quale subisso, per il prete sopratutto, che era destinato a brillare come un astro! Fulgebunt quasi stellae (Dan. 12, 3) e sul quale piomberanno invece indignati tutti gli sguardi! Per gli eletti si rinnoverebbe lo scandalo di Lucifero e il miserabile dannato sarebbe oppresso dal peso schiacciante di onta sempiterna: Confutatis maledictis.

— Il dannato!... Lo sarà perché in opposizione della vostra legge volle godere o nel . corpo, o nello spirito, o nel cuore, o nella volontà. Vi vendicherete torturandolo nelle fiamme inestinguibili dell'inferno terribilmente !

Ah, il furore di quelle fiamme come torturerà colui che, chiamato ad essere con Voi homo unanimis... in domo Dei ambulavimus cum consensu (Ps. 54, 13-14), avrà stroncato brutalmente quel sacro vincolo per non sacrificare all'ideale infinito una vile passione, un ridicolo orgoglio! Flammis acribus addictis.

— O mio Salvatore, non avete detto: Ubi sum ego, et minister meus erit? (Ioan, 12, 26). Forse ho meritato l'inferno! Ma ricordate la vostra parola; non è una promessa? Se tuttora, per impossibile, io camminassi per la via della perdizione, oh, ritraetemene, vi scongiuro: Curavit gentem suam et liberava eam a perditione (Eccli. 50, 4). Chiamandomi al sacerdozio m'avete aperta la via riservata ai vostri privilegiati, m'avete comunicato la facoltà dolcissima di benedire in nome vostro, opor-tet sacerdotem benedicere; potrei dunque non essere benedetto io? Invoco il vostro Cuore Sacratissimo che mi ha prevenuto: Non vos me eligistis, sed ego elegi vos. '(Ioan. 15, 16). Il Sangue che scaturì da quella fonte di misericordia, scese sui peccati miei, prima di scorrere sui peccati altrui: Qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Esso è mio purificatore, mio mallevadore, mio riparatore. Oh, applicatemene, Signore, i meriti infiniti! E poiché, per ministero, io sono qua giù nel numero dei benedetti, che stanno alla vostra destra, fate, in nome di quel Sangue preziosissimo, ch'io lo sia in eterno: Voca me cum benedicite!

RITIRO DEL MESE DI NOVEMBRE

IL SACERDOTE E IL SUDDIACONATO

Quando Gesù invita un'anima all'intima familiarità con Lui sembra la lasci libera; dice infatti: Si guis vult venire posi me (Mat. 16, 24). Ma se l'anima consente, allora Egli pone delle condizioni che debbono essere ponderate seriamente da chi desidera impegnarsi a soddisfarle: Abneget semetipsum, tollat crucem suam et sequatur me.

Quale rischio però non accettare l'invito divino! Lo prova il fatto del giovane del Vangelo. Quando il Divino Maestro lo vide allontanarsi, abiit moerens, erat enim habens mul-tas possessiones, disse con mestizia: Quam difficile qui pecuniam habent, in regnum Dei in-troibunt! (Mare. 10, 23). Eppure aveva detto: Si vis!...

Mistero! Che cos'è dunque cotesta libertà? E' la libertà vera, quella che consiste nel determinarsi al bene, quella di cui si usa, e non si abusa. Sarà mai possibile rifiutare l'amicizia di un grande, senza alienarselo per sempre? E poi, se Gesù nella sua profferta d'amore esprime qualche esigenza, come non pensare ch'Egli stesso si farà nostro aiuto? Tollite jugum meum super vos, jugum enim sua-ve est et onus meum leve (Matt. 11, 29). Dio dona quanto ordina.

Ma in realtà, quando chiama i suoi Apostoli non dice loro: Si vis; ma in tono dì comando Sequere me... venite posi me. Mistero se si vuole; la vocazione, che si rivolge ad una volontà indipendente, le impone l'obbligo Imprescrittibile d'orientare nel vero, di fissare nel bene l'uso della libertà. Ciò non toglie che si possa non obbedire; ma allora, salvo impossibilità fìsiche o morali, si fa male, si può andare perduti.

Ogni sacerdote nel giorno indimenticabile del Suddiaconato fu posto nell'alternativa di avanzarsi verso l'altare o di recedere. Momento gravissimo quello in cui con solenne insistenza, il Vescovo gli disse: Iterum ataue ite-rum considerare débetis attente, quod onus hodie ultro appetitis. Hactenus enim liberi estis... Fece però notare la meravigliosa bellezza di quel passo; si trattava di Deo, cui servire regnare est, perpetuo famulari. E con grande semplicità concluse: Si in sancto proposito perseverare placet, in nomine Domini, huc accedite 59).

E facemmo « il passo ». Erano sacri gli obblighi contratti, le grazie ricevute dovettero essere abbondanti. Facciamole rivivere! oh, ne abbiamo bisogno! Il giogo forse non ci parve sempre soave né il peso leggero. Il ricordo della nostra vita passata, di certe ore sopratutto, può suscitare in noi una penosa confusione...

Non insistiamo di più! .Misericordia Domini quia non sumus consumpti! (Thren. 3, 22). Siamo Suddiaconi per tutta l'eternità; meditiamo ciò che avremmo dovuto essere, ciò che vogliamo essere, ciò che siamo e saremo. Due parole comprendono tutto: Hostìam laudis.

i. - hostìam

La castità si connette colla temperanza; è « un'abitudine » regale per cui l'anima tiene sotto il suo scettro i moti dei sensi, reprìmendoli, moderandoli in conformità della retta ragione, nell'uso dei diletti carnali. E' quindi una virtù elementare e obbligatoria per tutti.

Ma oltre la castità comune, che non fa che equilibrare i godimenti inferiori imponendo loro un limite, ve n'è un'altra assai più bella che porta a ripudiare assolutamente ogni piacere materiale, sia pur legittimo in chi si determina a uno stato benedetto da Dio. come quello del matrimonio. E' la verginità perfetta consigliata da Nostro Signore alle anime capaci di comprenderne l'alto valore, e dalla Chiesa imposta ai suoi sacerdoti.

Ne contraemmo l'obbligo solenne e Irrevocabile nel giorno del Suddiaconato. Sarebbe colpa grave il contravvenirvi in modo positivo' e notevole, sia esternamente o anche.solo internamente; colpa ehe rivestirebbe la malizia del sacrilegio, giacché, secondo 1’opinione comune, vi siamo astretti non solo in forza di una legge ecclesiastica, ma anche per voto. Quae obbligatio non solum ut aliae leges obliisi gat, sed simul per modum voti clericos ad-stringit atque consecrationis 60).

E' un onere: onus hodie ultro appetitis. Per quanto la nostra intelligenza sia illuminata intorno alle bellezze fulgidissime dì questa santa virtù, per quanto vivo sia l'entusiasmo che innalza la nostra volontà al dì sopra di se stessa, non è tuttavia men vero che occorre sempre uno sforzo energico sia per resistere agli assalti, che in certe ore ci muove la passione vìolentemente, angelus satanae qui me colaphizet (2 Cor. 12, 7); sia per mantenere in un'atmosfera di luce indefettibile i sentimenti, esposti sempre ad essere travolti da una fitta nebbia, che non si riesce mai a dissipare in modo definitivo: Habemus autem thesau-rum istum in vasis fictilibus (2 Cor. 4, 7). Perciò l'Apostolo pronuncia chiaramente la parola hostia che rievoca senz'altro l'idea di sacrificio: Ut exhibeatis corpora vestra ho-stiam viventem. (Rom. 12, 1).

E dev'essere così.

Il pio Lantange 61), autore di pagine mistiche sugli Ordni sacri, esamina i significati misteriosi del Suddiaconato, ed ecco il suo pensiero: «Ci rammenta (il Suddiaconato) che Nostro Signore Gesù Cristo durante tutta la vita preparò il suo Corpo e il suo Sangue a .divenire materia del suo sacrificio sulla croce e su l'altare ».

Il Suddiaconato prepara in se stesso il sacerdote che sarà « un Gesù Cristo vivente ». E se nel momento della sua consacrazione sacerdotale verrà identificato a Gesù, sommo e unico Sacerdote, non dovrà prima spontaneamente ritrarre in se le disposizioni di Gesù che si prepara al grande atto sacerdotale, al suo sacrificio?

Con tale atto concreta in pieno la sua mediazione, la quale esige hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam; vale a dire un'immolazione per soddisfare all'espiazione richiesta, una vittima pura, sola capace di cancellare* la maccnia, immonda del peccato.

L'unica mira di Cristo fu dunque di prepararsi ad essere ostia. Il primo atto delia sua esistenza da la direttiva a tutti gii altri. Mei momento dell'Incarnazione dice: Hostiam et oolationem noiuisti, corpus autem aptasti mi-hi; holocautomata prò peccato non Ubi pia-cuerunc; tunc dìxi: ecce venio (Hebr. 10, 5). La sua umanità santa era la materia del suo sacriiicio; dopo di essersela unita ipostatica -mence, la fece crescere, sviluppare in vista della sua immolazione: Baptismo habeo baptiz-zari, et quomodo coarctor usque dum perficia-tur (Lue. 12, 50). E il metodo che adotto fu profondamente significativo. Le rifiutò ogni compiacenza, ogni diletto, così che al termine delia sua vita, intensificando tutte le sue precedenti disposizioni, raggiunse l'annientamen-to di tutto il creato neil estrema misura del possibile; il suo corpo è tutto una piaga, non est in eo sanitas (loan. 1, 6); il suo cuore è nel più completo isolamento, de gentibus non est vir mecum (id. 63, 3); l'anima sua nella desolazione più spaventosa, tristis est anima mea usque ad mortemi (Mat. 26, 38).

Tutto questo è dunque 1'antitesi del peccato aversio a Deo, conversìo ad creaturas, perchè davvero è aversio a creaturis, conversio ad Deum! E, al tempo stesso, questo sacrificio del creato non è il trionfo della purezza consistente nell'esclusione di ogni elemento estraneo? In Gesù Vittima, l'umanità immolata lascia trionfare soltanto la divinità, immune da ogni attacco, nella piena possibilità di comunicare la sua vita senza ostacolo e senza misura: In ipso complacuit omnem plenitudinem inhabitare, et per eum reconciliare omnia (Coloss. 1, 19).

Il suo sacrificio è richiesto dall'adorabile sua purezza, quella purezza che lo consacra Sacerdote, lo investe della potestà sacerdotale, sacra dans, perché fa dominare il divino: Talis enim decebat ut nobis esset Pontifex, sane-tus, innocens, impollutus, segregatus a pecca-toribus, et exceìsior coelis factus (Hebr. 7, 26). Il Suddiaconato plasmò in noi il sacerdote; la grazia e lo spirito del Suddiaconato conservano in noi il sacerdote, perché, obbligandoci alla castità perfetta, ci spoglia dell'umano e ci arricchisce di divino. Nessuna compiacenza è permessa ai nostri sensi: Castigo corpus meum et in servitutem redigo (1 Cor. 9, 27); al nostro cuore è interdetto ogni attacco: Sacerdos Dei summi... sine patre, sine maire, sine genealogia (Hebr. 7, 3). E tutto questo impone rigorosamente distacchi, rinunzie, che in certi periodi della vita sono ancor più costosi e sanguinanti; sempre poi richiedono sforzo costante: Sobrii estote et vigilate! (1 Petr. 5, 8). Costa far trionfare lo spirito sulla carne, costa svestirsi di tutto l'umano per rivestirsi di divino... Ma non si" desista dall'impresa, quand anche occorresse sfidare la morte!... Non siamo stati scelti per aiutare le anime a vincere il male, e a formarle a squisita purezza?

Hostiam! dovevamo esserlo, poiché avvolti nei nostri candidi camici, come in tante sin-doni odoranti di celesti profumi, ci prostrammo sul pavimento per affermare la nostra volontà sincera di ostie perpetue. Pregammo allora con fede commossa: Adhaesit pavimento anima mea; vivifica me secundum verbum tuum! (Ps. 118, 25). Il Maestro ci udì e rispose misteriosamente: Sponsabo te mihi in sem-piternum... (Oss. 2, 19). Ed Egli fu fedele sempre! Ma noi? Tremiamo se la coscienza risponde negativamente... perché Egli aggiungeva: in justitia et judicio.. E tuttavia confortiamoci, poiché continuando riprese: et in misericordia et in miserationibus, et sponsabo le in fide: et scies quia ego Dominus (Oss. 2, 20). Del resto ci serva d'incoraggiamento il pensiero che se ognuno di noi è hostia, lo è laudisi

2. - LAUDIS

Nelle opere dei Padri della Chiesa si trovano pagine ammirabili, ma le più belle son certe quelle consacrate ad esaltare la potenza glori-ficatrice della castità perfetta Nei leggerle si comprende che, se questa virtù ci fa ostie, ci fa ostie di gloria, ostie che, con la loro immolazione, cantano la lode del Signore, che le trasfigura in bellezza ineffabile con il loro sacrificio.

« Chiediamo ai Dottori, esclama Bossuet, la definizione della verginità cristiana. Con voce unanime ci rispondono che è un'imitazione della vita degli angeli, che essa eleva l'uomo al di sopra del corpo con il disprezzo di tutti i suoi diletti, e che sublima la carne così da uguagliarla, in certo modo, alla purezza dei puri spiriti. O grande Agostino, spiega tu, facci comprendere in una sola frase quale stima hai dei vergini... Ed ecco la bella espressione: Habent aliquid jam non carnis in carne. Hanno, dice, nella carne qualche cosa che non è carne e che è proprio dell'angelo, anzichè dell'uomo » 62).

Il concetto del grande oratore riflette il pensiero di Tertulliano: Caro angelificata. E noi comunemente la chiamiamo l'angelica virtù. L'angelo non si unisce con alcuno, ma neppure l'uomo perfettamente casto; l'angelo è unito intimamente a Dio, il sacerdote puro a Gesù Cristo; l'angelo non ha corpo; «l'anima del Suddiacono, dice il pio Olier. è nel corpo come in un vaso vuoto, senza mai toccarne la parete » 63).

Ma andiamo ancora più su dell'angelo; la nostra verginità ci avvicina alla SS. Vergine. Ella è Madre di Dio: ecco il suo primo, il suo gran privilegio; tuttavia è detta più comunemente la SS. Vergine, tanto questo titolo effonde luci fulgidissime e melodiosi accenti.

Saliamo ancora: Incorruptio facit esse pro-ximum Deo (Sap. 6, 20). La Sapienza dice che la nostra castità ci avvicina a Dio stesso, Spirito puro e immateriale per essenza.

Non forse il Profeta contemplava la stirpe sacerdotale quando esclamò: O quam pulchra est casta generatio cum claritate, immortalis est memoria illius quoniam apud Deum nota est et apud homines? (Sap. 4, 1). Non la contemplava pure S. Giovanni in quella falange luminosa « di beati che lavano la loro stola nel Sangue dell'Agnello e lo seguono ovunque perchè vergini »? (Apoc. 22, 14 - 14, 4).

Queste ultime parole suggeriscono altri splendidi motivi della virtù caratteristica del Suddiaconato. Noi seguiamo l'Agnello ovunque vada. Ora esso discende sull'altare ed entra nelle anime.

Maria dovette risplendere di assoluta purezza a motivo della sua predestinazione alla maternità divina. A sua imitazione non è lecito anche a noi dire a quel Gesù che risponde al nostro invito della Consacrazione: Filius meus es tu, ego hodie genuit te? (Ps. 2, 7). E quando è venuto le nostre mani sono il suo trono di gloria, il nostro cuore suo tabernacolo vivente. Ascoltiamolo mentre ci sussurra misteriosamente: Ego sum puritatis amator et dator omnìs sanctitatis. Ego cor purum quaero et ibi est locus requietìonis meae. Para mihi coe-naculum, grande stratum 64).

Oh, felicità immensa appartenere per condizione, per dovere, alla schiera di coloro che Egli predilige! Virgines enim sunti

E non lo generiamo solo all'altare eucaristico, ma ancora sullaltare delle anime, nelle quali lo riponiamo tome in un tabernacolo: perciò a ciascuna di quelle che ci sono affi date possiamo ripetere: Filioli mei, quos ite-rum parturio, donec formetur Christus in vo-bis (Galat. 4, 19).

Ebbene, di queste care anime alcune appartengono alla famiglia degli angeli. Attenti! Una persona volgare non ha diritto di penetrate nel chiuso giardino dello Sposo! Se la mano che tocca i fiori non è immacolata, li sciupa, li contamina, li fa avvizzire.

Altre, molto diverse, sono ricoperte dalla lebbra, corrose dalla corruzione; se una mano affetta da cancrena le tocca, non può che aggravare il loro male e accrescere il proprio Soltanto la purezza può toccare senza pericolo quanto è immondo, solo la castità può conversare senza scandalo con la Samaritana, solo la castità può dire, senza il rimprovero di un segreto rimorso: non licet! Ah sì, soltanto la castità permette d'essere apostoli e apostoli vittoriosi!

Oh, felicità immensa essere per condizione, per dovere, fra i prescelti cui il Maestro ha detto: Ut fructum afferatis, et fructus vester maneat! (Ioan. 15, 16) .

— Su questo punto della nostra vita intima vigiliamo con santa fierezza, siamo rigorosamente intransigenti; un soffio, un'ombra ci deve incutere paura e farci fuggire. Nessun sentimento nel cuore, nessuna soddisfazione ai sensi che .possa suscitare il minimo dubbio;, mai venire a patti. E poi non si possono fissare limiti al progresso obbligatorio della spi rituale bellezza richiesta*nell'uomo'.di Dio. Siamo dunque ostie, siamolo con tutto il cuore; quale felicità, che gloria essere ostie di lode! E lo saremo!

Esame sull’ obbligo dell'Ufficio divino

Vi adoro, Gesù, quale supremo religioso del Padre e cantore della sua gloria. In seno all'adorabile Trinità, o Verbo eterno, siete il meraviglioso cantico che forma l'estasi delle divine Persone: splendor gloriae. Durante i giorni della vostra vita mortale, o Verbo incarnato, avete modulato con tutta la vostra esistenza l'inno d'adorazione e d'amore, interrotto dalla caduta del primo uomo. Il vostro canto allietava i cieli: Filius meus dilectus in quo mihi bene compiacili (Mat. 3, 17). E avete voluto che gli accenti di quell'inno, eco pur esso del vostro cantico eterno, avessero risonanze perenni attraverso il tempo e lo spazio, at-tutendo l'aspro grido della rivolta e dell'odio del peccato, avvolgendo la creazione tutta in un mormorio armonioso e soave all'orecchio del suo divino Autore. Ecco l'Ufficio, ecco il mio breviario che mi sono impegnato sub gravi a recitare quotidianamente, fin dal giorno puro e radioso del mio suddiaconato. Quale stima nutro per tale dovere e come lo adempio?

1. - STIMA DEL DOVERE

Rifletto che recitando il breviario compio una funzione nobilissima? E la Chiesa che prega con le mie labbra, e Voi, Gesù, tributate i vostri omaggi al Padre con il mio cuore: Domine, in unione illius divinae intentionis qua Ipse in terris laudes Deo persolvisti, has Ubi horas persolvo. Questi pensieri creando in me una convinzione profonda, mi faranno evitare il pericolo di considerare l'Ufficio come un'occupazione gravosa che si subisce é si tratta con leggerezza, o con impazienza o con disprezzo. Com'è infelice l'espressione che si cóglie sulle labbra di qualche sacerdote ; « Sbarazzarsi del breviario » ! Penso che la meditazione e la recita del breviario sono il sole dei miei esercizi di pietà, mentre assicurano all'anima mia la necessaria respirazione e l'aiuto a disporsi continuamente alla devota celebrazione della S. Messa e al conveniente ringraziamento? Hymno dicto exierunt (Mat, 26, 30). Riconosco di possedere nel breviario un mezzo eccellente per santificare ogni mia giornata? La sua divisione, septies in die laudem dixi tìbì corrisponde esattamente alle antiche sette divisioni diurne e notturne del tempo, implorando su ognuna di esse grazie e ausilii di celestiali influssi. — So trovarvi un ammirabile e corroborante nutrimento per la mente e per il cuore, gustando i sentimenti ispirati dei salmi, penetrandomi degli splendidi insegnamenti contenuti nelle pagine tolte dalla sacra Scrittura, edificandomi colla narrazione delle vite dei Santi, attingendo direzione morale dagli anni e dagli oremus? I loro autori erano anime eminenti in santità, in dottrina, perfettamente idonee a informare altri ex animo. Il breviario recitato a dovere fornisce soggetti di meditazione, letture della Sacra Scrittura, letture spirituali, lezioni di teologia, e anche di sacra eloquenza nelle omelie dei Padri. — II breviario infine porgerà un sostegno alla disciplina interna e anche esterna della mia vita, se nella recita saprò attenermi ad una saggia distribuzione delle sue parti. —

Non merito in proposito il vostro rimprovero un po' amaro: Si scires donum Del? (Ioan 4. 10).

2. - COMPIMENTO DEL DOVERE

Sono diligente nel recitare l'Ufficio divino tutti i giorni ad ogni costo? E' facile cadere nel lassismo con ammettere motivi, o pretesti, per dispensarsi da un obbligo, che sarebbe peccato mortale trascurare in parte notevole senza grave ragione. — So distribuire le mie occupazioni per recitare abitualmente le dì-verse Ore a tempo debito? E' un abuso intollerabile protrarre a sera quanto si deve recitare al mattino, rimandare al domani quanto conviene recitare la vigìlia. Ed è fatale quest'abuso in un'esistenza che non è sovraccarica se non perché è disordinata, in cui v'è più agitazione che azione. « Serviamo Dio anzitutto! » — Mi do premura di recitare l'Ufficio in luogo adatto, in posizione favorevole alla preghiera? Sì vedono poveri preti borbottare continuamente e in ogni luogo un po' di breviario: per le strade, sui tranvai... mai in chiesa, mai in camera... Eppure: Cum oraveris intra in cubiculum! (Mat. 6, 6). Se ne vedono altri in contegno poco modesto mentre tengono fra mano il libro dell'adorazione e della lode! — Vigilo perché nel mio atteggiamento sia tutta la dignità, la gravita desiderata? Ut diqne: pronuncia intera, calma, punteggiata, intelligibile e intelligente; ordine liturgico perfetto, esatta osservanza delle rubriche, inchini, segni di croce; custodia degli occhi e di tutti i sensi?

— Procuro che alla compostezza della persona non sia mai disgiunta l'attenzione: attente? Questa consiste nel premunire il mio spirito contro le ossessioni della memoria e le divagazioni dell'immaginazione. Mi attengo perciò al senso letterale di quanto leggo, o al significato spirituale ascetico o mistico? O, più semplicemente ancora, mi nutro di pensieri pii? — Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me (Mat. 15, 8). Quale sventura sarebbe meritare tale rimprovero! Maledictus Qui facit opus Domini fraudulen-ter! (Gerem. 48, 10). Per prevenire tanto rimprovero e tanta maledizione mi preoccupo di recitare il breviario devote? Prima di Mattutino dico devotamente la preghiera Aperi... e la formula: Domine, in unione illius divinae intentionis nel cominciare ogni altra ora dell'Ufficio? Ma, sopratutto, faccio un solenne segno di croce accompagnato da un atto sincero di fede nella presenza di Dio? — Finito l'Ufficio recito la bella preghiera Sacrosanctae... con sentimenti di vera compunzione?

— Maestro, comprendo che una trascurata recita del breviario nuoce alla vostra gloria e mi priva di benefici considerevoli. Mi umilio per le mie negligenze e manoanze trascorse. Con la grazia vostra voglio far meglio in avvenire, voglio seguire il vostro consiglio relativo alla preghiera... in nomine meo!... Intimamente unito a Voi cuore a cuore reciterò il divino Ufficio e anche in questo e per mezzo vostro sarò hostia Ipudis.

Preparazione alla morte

Il «DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Abbandono a Gesù

Mio Dio! il lavoro quotidiano mi assorbe interamente, il ministero occupa, preoccupa tutte le mie facoltà; stanco tìsicamente, abbattuto moralmente, ho appena le forze e il tempo di pensare a me stesso. Giungo ogni giorno a sera senza aver fatto quanto avrei voluto, e forse neppure quanto avrei dovuto... E m'avanzo così verso la grande sera. Non vi sono già? non mi capiterà improvvisa, in un attimo, avvolgendo d'un tratto tutto nelle tenebre? Nessuno me ne avverità perché, Signore, Voi avete detto che nessuno può dirlo: Ne-scitis diem neque horam (Mat. 25, 13); anzi ch'io ne sarò sorpreso: Qua hora non putatis Filius hominis veniet (Lue. 12, 40).

Davanti a sì terribile incertezza ricordo la vostra parola, che è luce e raggio di speranza... Filius hominis veniet! Voi verrete o Maestro, Rabbonì, Voi che al dire di S. Giovanni mi siete avvocato se pecco! Voglio dunque abbandonarmi alla confidenza, contare sulla vostra misericordia, credere al vostro amore per i sacerdoti: vos dixi amicos, e fin d'ora vi rivolgo per quella sera misteriosa, la prece liturgica:

Oro supplex et acclinis

Cor contritum quasi cinis

Gere curam mei finis.

Mi prostro, Signore, umile e supplichevole! Durante il vostro pellegrinaggio terreno vi ho contemplato trattare con benevolenza quanti si presentavano a Voi in tale atteggiamento. Poi con il mio sacerdozio, vi ho misteriosa mente aiutato a usare la vostra benevolenza quale trasmettitore ufficiale delle vostre grazie, apportatore della vostra luce, dispensatore del vostro perdono. Non tratterete dunque be-nevolmente anche me?

Si spezza il mio cuore sotto la forza del pentimento, pare si dissolva fino a ridursi in cenere! Avete detto di non saper respingere uh cuore contrito e umiliato. Oh, buon Maestro, in nome vostro ho accolto con bontà i peccatori pentiti; nel vederli confusi ai miei piedi, ho detto loro: Ego te absolvo! Voi avete detto ancora: In mensura Qua mensi fueritis remetietur vobis! (Mat.-7, 2). M'è dolce pensarlo in questo momento! M'assolverete dunque misericordioso!

A Voi affido la mia ora estrema! Mi sono adoperato per confortarla a tante anime, a gloria vostra! Perché non vi dirò: Clarifica ficonsumatavi quod dedisti mihi, manifestavi nomen tuum hominibus? (Ioan. 17, 1).

Lacrymosa dies illa Qua resurget ex favilla!

Sarà tutto gemito e dolore il giorno in cui risorgeranno dalla polvere quei che non furono vostri amici. Ricordate, o Gesù, ch'io sono l'amico da Voi prescelto! Purificatemi ora di tutto il mio passato. In avvenire preservatemi dall'ombra stessa della colpa e fate che, nel momento dell'ultima chiamata risuoni all'anima mia la parola dell'Apostolo meditata e predicata da me le mille volte: Surget in gloria! (1 Cor. 15, 43). In quell'ora di pianto, mi conceda la vostra bontà di sperimentare la parola del prediletto fra i vostri primi sacerdoti: Neque luctus, negue clamor, neque dolor erit ultra! (Apoc. 21, 4).

Judicandus homo reus! Huic, ergo, parce Deus!

Misero colui che allora subirà il giusto giudizio dell'eterne vendette! Perdono, Signore, perdono per lui se ancor v'è tempo. E' proprio de) mio sacerdozio gridare parce! per il colpevole.

Ma se imploro per altri la vostra pietà, voi non vorrete privarne me stesso. Mi giustificherete anticipatamente, o Signore, e non consentirete sia giudicato, o piuttosto condannato l'uomo da Voi annoverato fra coloro dei quali avete predetto che sederanno super sedes, ju-dìcantes duodecim tribus Israeli (Mat. 19, 28).

— Sacro Cuore di Gesù, confido in Voi! Conosco il mio nulla, la mia miseria... ma quante volte ho ripetuto: De stercore erigens pau-perem, ut collocet eum cum principibus po-puli sui! (Ps. 112, 6). Collocato quaggiù fra i principi del vostro popolo, lo sarò in eterno per bontà vostra anche lassù. Amen.

RITIRO DEL MESE DI DICEMBRE

IL SACERDOTE E IL DIACONATO

Considerate ergo, Fratres, viros vobis boni testimonii septem, plenos Spiritu Sancto et sapientia. (Act. 6, 3). Ecco le parole che iniziano la prima ordinazione dei Diaconi, narrata dagli Atti degli Apostoli. Esse rivelano la importanza del passo che stava per compiere la Chiesa nascente; richiamano l'attenzione sul valore del nuovo Ordine che si voleva istituire, per il fatto che ammettevano soltanto uomini meravigliosamente favoriti di buona testimonianza, di pienezza di Spirito Santo, di abbondante Sapienza. Solo un dono regale può giustificare simili esigenze e il Diaconato è davvero tale: Diaconus quasi propinquus ordini sacerdotali aliquid varticipat de ejus officio 65). Quest'affermazione di S. Tommaso ci mostra nel Diacono qualche cosa del sacerdote, ci si avvicina alla vetta luminosa. Non ancora il sacerdozio, ma una parte notevole del suo ministero viene conferita agli eletti.

Quasi eco di quel preludio antico, la cerimonia del nostro Diaconato incominciò con un rito fino allora inusitato per noi, e che dovette

incuterci sacro timore, se l'animo nostro era compreso, come avrebbe dovuto esserlo, del sentimento del nostro nulla, della cognizione della nostra miseria. Ricordiamo!

L'Arcidiacono, nel presentarci al Pontefice consacrante lo pregò di ordinarci.

Gli fu risposto: — Scis illos dignos esse?

Egli riprese: — Quantum humana fragilitas nosse sinit, et scio, et testificor, ipsos dignos esse ad hujus onus offici.

E non paventammo, benché il Vescovo, continuando l'inchiesta, lanciasse agli astanti l'intimazione: Si quis habet aliquid contra illos... exeat et dicat.

Nessuno si mosse, neppure la nostra coscienza, dominata com'era dalla fede nell'Amore che ci aveva chiamati: Non vos me elegistis. sed ego elegi vos! (Ioan. 15. 16). Ma.allora dovette avvivarsi in noi il bisogno di essere grandi, di nobili sensi, per ricevere degnamente la grazia preziosissima che stava per esserci conferita; si dovette raffermare in noi la volontà d'adottare un metodo di vita che favorisse tutta la possibile fecondità.

Siccome non v'è dubbio riguardo alla natura sacramentale del Diaconato 66) perché fu l'inizio del Sacramento dell'Ordine sacro, così è certo che esso ha infuso nelle nostre anime una grazia abbondante, concessa per tutta la vita in una volta sola, con possibilità d'essere accresciuta in seguito con gli atti che ne dovevano promanare; una grazia permanente, che ci comunicava il diritto assoluto a grazie attuali, le quali dovevano aiutarci a compiere con frutto le funzioni proprie del Diacono.

Facciamo rivivere tanta grazia riconoscendone ancor meglio l'alto valore alla luce della fede. Meditiamo quindi la dignità e gli uffici del Diacono.

1. - DIGNITÀ

Nell'istruzione e nel prefazio con cui incomincia il rito solenne del conferimento del Diaconato, quest'Ordine è assimilato al Levi-tico e additato come un privilegio singolare; Adeo ut grandi quodam privilegio haereditatis, et tribus Domini esse mereretur et dici. I Leviti erano separati dal popolo di Dio, resi superiori ai loro fratelli con prerogative immense.

I misteriosi disegni della Provvidenza distinguono in tal modo quanti essa destina a una più larga partecipazione all'opera della santificazione delle anime, ai benefici che irradiano dei due grandi misteri dell'Incarnazione e della Redenzione, ossia all'opera di Cristo.

Bisognava anzitutto venisse il Cristo adorabile, Verbum caro factum est et habitavit in no-* bis, (Ioan. 1, 14,) e poi si perpetuasse nel tempo e nello spazio fino alla fine dei secoli. Nell uno e nell'altro mistero il concorso della SS. Vergine fu intimo e profondo. Ella compì la sua mirabile funzione di Mater Christi a Bethle-hem, e nel Cenacolo il giorno della Pentecoste, assistendo agli inizi della Chiesa docente, benedicendo lo zelo degli Apostoli, acceso dal soffio rinnovatore dello Spirito Santo. Essa cominciò la sua missione di Madre delle anime: Ecce Mater tua (Ioan. 19, 26).

A questi due ministeri che le conferivano una dignità eccelsa, Ella fu preparata da tutta l'eternità; ma in modo manifesto e più immediato nel tempo con il suo ritiro di preghiera e di meditazione nel Tempio, e con il mistero complesso che in lei si compì il giorno dell'Annunciazione.

Il decreto della sua Concezione immacolata costituì la preparazione eterna; la preparazione nel Tempio si ebbe con lo studio delle sacre Lettere in cui Ella apprese anticipatamente la storia di Colui che doveva poi essere suo Pìglio! Con S. Paolo, ma con più ragione, avrebbe potuto esclamare: Non enim indicavi me. scire aliquid inter vos, nisi Jesum Christum (1 Cor. 2, 2). Ma in che consistette la preparazione nel giorno dell'Annunciazione? L'Angelo ce lo rivela come qualche cosa di meraviglioso: Et reSpondens angelus dixit ei: Spiritus Sanctus superveniet in te, et virtus Altissimi óbumbrabit Ubi. Ideoque et guod na-scetur ex te sanctum vocabitur Filius Dei (Lue. 1, 35-36).

Maria per poter divenire Madre del Figlio di Dio, Gesù, e dei figli di Dio, i cristiani, ricevette nuova effusione dello Spirito Santo, benché già lo possedesse in tutta pienezza nell'anima sua idealmente pura. Il celeste Messaggero infatti non le dice: veniet, ma superveniet insinuando così un accrescimento di grazia incommensurabile.

Quindi fu investita di una forza sovrumana, della virtù stessa dell'Altissimo. Non doveva Ella concorrere ad un'opera infinitamente superiore alla creazione del mondo? Essere collaboratrice di Dio per la generazione del Verbo nella natura umana, è, senza confronto, dignità più grande che non esserlo, come Adamo, per la generazione dell'umanità intera.

Oh, inaccessibile sublimità di misteri che ci presentano Maria in un nembo di luce, più alta che le creature dotate di ragione e delle stesse creature angeliche: Regina angelorum!

Generationem ejus quis enarrabit?... (Isai. 53, 8). Ma queste linee rapidamente abbozzate descrivono la storia della Vergine Santa o la nostra?

Oh, sì, come Lei avemmo la nostra preparazione eterna nel decreto misericordioso che ci contrassegnò del luminoso segno della vocazione: In cariiate perpetua dilexi te, ideo at-traxi te... (Jerem. 31, 3). Electus ex minibus! (Cant. 5, 10).

Come Lei avemmo la preparazione al Tempio x nella nostra vita raccolta fra le mura del Seminario, dove imparammo a conoscere meglio Gesù iniziandoci alle scienze sacre.

Come Lei infine ci deliziammo di quel Natale che fu il giorno del nostro sacerdozio; ma printa, come Lei ancora, esultammo della nostra Annunciazione nel giorno del Diaconato.

Nel giorno del mistico nostro Natale ricevemmo il potere di generare il Figlio dì Dio e i figli di Dio. Dopo d'allora, ogni mattino, proni all'altare su cui lo facciamo discendere con le parole della consacrazione, alle quali Egli 'obbedisce irresistibilmente, non possiamo ripetere a Gesù: Filius meus es tu, ego hodie genui te? (Ps. 2, 7). Ogni giorno, prodigandoci generosi in un apostolato fatto più intenso per nostro volere: Ego autem libentissime impen-da?n: et superimpendar ipse prò animabus vestris (2 Cor. 12, 5), non moltiplichiamo forse il numero di coloro cui possiamo dire con intima gioia e un'immensa gratitudine verso Dio: Per Evangelium ego vos genui? (1 Cor 4, 5).

No, non v'è opera che uguagli la nostra; essa è superiore allo stesso Fiat lux che produsse soltanto cose temporali, mentre noi produciamo cose eterne... et fructus vester ma-neat! (Ioan. 15, 16).

Prima d'essere investiti del potere di consacrare e di santificare, come Maria ricevemmo una sovrabbondanza dello Spirito Santo e della forza che ne è la manifestazione: Accipe Spiritum Sanctum ad robur, ci fu detto dal Vescovo consacrante nel momento in cui imprimeva in noi il carattere sacro del Diaconato. E continuava: Emitte in eos, quaesumus, Domine, Spìritum Sanctum, quo in opus minute-rii tui fideliter exsequendi, septiformis gratiae tuae munere roborentur. Abundet in eis totiius forma virtutis. E' commovente e stupenda la armonia coll annunzio angelico: Spiritus san-ctus superveniet... Virtus Altissimi obumbra-bitl... (Luc. 1, 35). L'Annunciazione prepara il Natale, il Diaconato prepara il Presbiterato: le due aurore preparano meriggi di meravigliosa luminosità.

Oh, la grandezza nostra! Quando lasciammo il Tempio, rivestiti delle nostre bianche dal-matiche, gli angeli potevano leggere sulla nostra fronte: Amictus lumine sicut vestimento (Ps. 103, 2); con un accento suggestivo dovette ripercuotersi l'eco della parola del Maestro: Ut filii lucis sitisi (Ioan. 12, 36).

Lo siamo stati finora? Lo spirito del Diaconato trasporta in alto: Video coelos apertos et Filium hominis stantem a dextris Dei (Act. 7, 55). Viviamo a simili altezze? Noi apparteniamo all'Ordine dei Leviti, alla porzione eletta delle anime, alla famiglia di Stefano presentato dagli Atti plenum fide et Spiritu Sancto, alla stirpe di quel Lorenzo di cui è scritto: Bo-num opus operatus est. Non dimentichiamo che tanta nobiltà ci impone obblighi immensi. Se abbiamo a rimpiangere qualche deviazione dalla via che ci deve far salire sempre più alto, o una diminuzione di luce; per risalire sulle vette e avvivare il focolare di luci inestinguibili, attingiamo vigore nuovo dalla grazia già ricevuta, la quale permane in noi come un capitale inesausto, fino all'eternità.

2. - UFFICI

Diaconum oportet ministrare ad altare, bap-tizare et praedicare 67). Ecco la parte di ministero sacerdotale che ci fu allora commessa. Benchè limitata in. parte nel suo esercizio, ci imponeva nondimeno e subito, virtù eminenti, sulle quali il Vescovo consacrante insisteva. Rileggiamo queste linee così suggestive del Pontificale: Levi quippe interpretatur additus, si-ve assumptus. Et vos, ftlii dilectissimi... estote assumpti a carnaìibus desideriis, a terrenis concupiscentiis, quae militant adversus ani-mam; estote nitidi, mundi, puri, casti, sicut de-cet ministros ,Christi et dispensatores myste-riorum Dei. Leggiamo ancora: Quia comministri et cooperatores estis corporis et sanguinis Domini, estote ab omni illecebra carnis alieni.

Tutto si compendia nella purezza, che nel diacono deve essere illibatissima. Sappiamo poi che questa virtù è progressiva, poichè essa parte bensì dall'esenzione del vizio proibito dal sesto comandamento ed esenzione tale e così delicata, che, in più della castità ordinaria, anche perfetta, esige angelica verginità; ma va ben oltre. La purezza infatti non è soltanto una virtù negativa che esclude il male, ma anche una virtù positiva che produce il bene.

Dio è purezza infinita. Il puro si riveste di Lui progressivamente: Qui sanctus est sancti-ficetur adhuc '(Apoc. 22, 71). Questo deciso progresso verso il bene è richiesto al ministro dell'altare che, secondo l'Apostolo, non solo dev'essere segregatus a peccaioribiis, ma inoltre, excelsior coelis factus (Hebr. 7, 26).

Ecco il magnifico stadio su cui noi diaconi abbiamo fatto qualche passo, invitati a non mai retrocedere, bensì a percorrerlo senza mai fermarci.

a) Mundamini qui fertis vasa Domini (Isai. 52, 11); ci era consentito di elevare al cielo il calice dell'oblazione dopo aver mesco lato al vino le goccie d'acqua, santificata dalla benedizione del sacerdote.

Questa particolarità ci permette di scorgere un'armonia nuova fra il Diacono e la Vergine Santissima.

Il suo sangue verginale fornì gli elementi necessari alla formazione del Sangue di Gesù; una parte di Lei è diventata Gesù. Perciò quanto fu santa Maria!

Il vino del calice offerto dal Diacono, fornisce gli elementi del Sangue di Gesù chiamato dalle parole della Consacrazione: le goccie d'acqua depostevi simboleggiano l'unione della Chiesa con Cristo, ossia le anime ch'Egli unisce a Sé mediante il suo amore rendentore e che integrano il suo essere morale, come parte di Lui stesso: Qui autem adhaeret Domino, unus spiritus est (1 Cor. 6, 17). Ora, il ministro rappresenta il popolo; il Diacono rappresenta quindi coloro che devono divenire una cosa sola con Gesù. Come bisogna essere santi per divenire idonei a tanto ministero!

b) Dopo il ministero dell'imitare, il ministero del Battesimo.

Giovanni il Precursore lo compiva nel deserto, ma nello scorgere Gesù esclama: Quia vidi Spiritum descendentem quasi columbam de coelo, et mansit super eum... hic est qui baptizat in Spiritu Sancto (loan. 1, 32). S. Agostino commentando questo passo così si esprime: «Quegli solo battezza sul quale è discesa la colomba e di cui fu detto: E' colui che battezza nello Spirito Santo. Lui battezza se Pietro battezza; Lui battezza quando Paolo battezza; Lui battezza se Giuda battezza. E tutti coloro che sono battezzati ricevono una grazia che è simile ed eguale in tutto, perché Egli solo battezza» 68).

Anche con questa seconda funzione il Diacono è identificato a Cristo, ed ha un argo mento nuovo e profondo dell'obbligo che lo astringe ad essere santo. Altrimenti come obbedirebbe alla raccomandazione di S. Pietro, che enuncia una legge, la quale non ammette eccezioni? Si quis ministrai, tanquam ex tirtute, quam administrat Deus, ut in omnibus honorificetur Deus per Jesum Christum (1 Petr. 4, 11).

c) Infine il ministero della predicazione. Primo araldo della parola di Dio fu Maria: mundo effudit Jesum! Col suo consenso a divenir Madre del Verbo Incarnato, Ella apporta la « Parola » gradita al Padre, perciò onnipotente sopra di Lui e. deliziosa per le anime, e vincitrice della loro ignoranza, come delle loro viltà: Verbo, mea spiritus et vita sunt (Ioan. 6, 64). La Vergine benedetta non avrebbe potuto essere canale di questa « Parola » se prima non le si fosse sottomessa docile, se non fosse stata santa. Solo quand'ebbe detto: Fiat mihi secundum verbum tuum (Luc. 1, 38), (l'Angelo non era che il tramite del Verbo di Dio), Verbum caro factum.est!... (Ioan. 1, 14). Il Diacono, messaggero del Verbo, sull'esempio di Maria deve essere santo. Invero, bisogna ricordare che la predicazione fa vivere Cristo in noi. Ascoltiamo S. Ambrogio: « V'è una sola parola fra quanti insegnano; uno s'esprime con accenti che sembrano tolti al linguaggio degli Angeli; altri predicano la giustizia o la castità, o la prudenza o la pietà o altra virtù. Ma in questa moltitudine di parole risuona una sola parola: il Verbo di Dio, della pienezza del quale tutti riceviamo, il Verbo, nostro Maestro, nostro solo Maestro, alla scuola del quale tutti siamo condiscepoli; e nel quale tutti siamo ricondotti all'unità. Esteriormente un suono di parole colpisce l'orecchio; nell'interno l'unico Maestro è Cristo» 69).

Tosi perché diaconi, eravamo obbligati a una virtù trascendente a motivo delle funzioni che

tuttavia non potevamo esercitare in pieno. Che iella virtù cui siamo obbligati rigoro ora che i poteri, limitati nel Diacono, liberi nel sacerdote?

In realtà, ah, quale divario fra ciò che dovremmo essere e ciò che siamo!

Nonostante le deficienze dolorose che si possono constatare, ricordiamo che, dal giorno del nostro Diaconato, siamo dello Spirito Santo. Sappiamo per fede ch'Egli è sanctus... et munificans; corroboriamo la nostra fede con la fiducia, e rinnoviamo a Dio la preghiera che ii Vescovo gli porgeva per noi nell'atto di con sacrarci:

Domine sancte, Pater fldei, spei et gratiae, et profectuum remunerator qui in coelestibus et terrenis angelorum ministeriis ubique di-svositis per omnia elementa voluntatis tuac diffundis effectum, hos quoque famulos tuos spirituali dignare illustrare affectu; ut tuis obsequiis expediti, sanctis altaribus tuis ministri puri accrescant. — II Signore ci ascolti ed esaudisca!

Spiritum sanctum ad robur... Siamo forti, e progrediamo continuamente in virtù e santità.

Escane sulla predicazione

Vi adoro, o Gesù, luce delle anime. La vostra vocazione è di dare la vita mediante la luce. Posso avvicinare le vostre due parole come i due termini di un'equazione : Ego veni ut vitam habeant et abundantius halteant(Ioan. 10, 10). Ego sum lux mundi (id. 8, 12). Lo affermate voi stesso aggiungendo: Qui se-quitur me non ambulai in tenebris, sed habebit lumen vitae (id. 8, 12).

La vostra vocazione, o divino Maestro, è pure la mia; lo dite Voi stesso: Sicut misìt me Pater, et ego mitto vos (Ioan. 20, 21). Euntes ergo docete omnes gentes (Mat. 28, 19). Vos estis lux mundi (Mat. 5, 14). La mia grande missione è d'essere maestro del popolo cristiano: Labia sacerdotis custodient scientiam et legem requirent ex ore eius (Malac. 2, 7); la predicazione è mio dovere essenziale, mio obbligo principale nella cura delle anime: 1. Ne sono convinto? 2. Come lo compio?

1. - CONVINZIONE

La convinzione sincera che la predicazione è compito primordiale del mio apostolato, mi farà orientare tutto il mio lavoro verso questo unico scopo. E' proprio cosi? Mi preoccupo invece anzitutto dell'amministrazione dei sacramenti, nel dare forma e vita ad opere svariate, lasciando da parte gli studi necessari ad un vero predicatore? Devo pur sapere che i sacramenti ricevuti senza le debite cognizioni possono essere inefficaci o nocivi: prima di conferirli devo istruire. E' necessario pure ch'io sia convìnto che l'opera principale, scopo di tutte le altre è dare alle anime a me affidate tutta la- dottrina assolutamente indispensabile perché la loro vita cristiana non sia fittizia. — Son persuaso che causa di tanta depravazione morale, della diminuzione di fede, dell'abbandono delle pratiche religiose, è in gran parte l'ignoranza religiosa? — E perché dunque non mi determino a valermi di tutti i mezzi possibili, con solerte costanza, per istruire i miei fedeli, i miei figlioli? Praedica verbum, insta opportune, importune, argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina (2 Tim. 4, 2); questo monito dell Apostolo forma davvero il mio programma? — Assillato dal desiderio di diffondere la luce, ho compreso il dovere di appigliarmi a metodi personali, se l'esperienza mi dimostra inefficace, per l'ambiente in cui vìvo, il metodo ufficiale? — So prodigarmi con uno zelo che non teme ostacoli per la diffusione della buona stampa, di un Bollettino parrocchiale, per tenere, servatis servandis, conferenze extra eeclesiam? — Ah, se scoraggiato dagli ostacoli provenienti dalle difficoltà che provo nel predicare o nell'attirare le mie pecorelle, mi fossi rassegnato al silenzio, la mia coscienza, gravemente compromessa, non mi richiama le sentenze del vostro Spirito, o mio Dio: Vae mihr quia tacui! (Isai. 6, 5): Vae mihi est si non evangelizavero? '(1 Cor., 9, 15).

2. - ATTUAZIONE

a) Predico? — Per rispondere in modo affermativo devo predicare regolarmente ogni domenica. Dispensarsi da questo dovere, senza un serio motivo, può costituire una colpa, la cui gravita è proporzionata alla frequenza. — Predico io stesso? — Una lettura, sia pure ottima, non vale un'istruzione personale per quanto imperfetta possa essere. Lavoriamo, fatichiamo, ma parliamo noi stessi; dobbiamo dare l'anima nostra, non quella di un autore qualsiasi. Sì legge o per indolenza o perché si prova reale difficoltà nel parlare in pubblico. Nel primo caso v'è doppia colpa, e la colpa non attira certo la grazia di Dio. Nel secondo caso la lettura sarà stentata quanto l'eloquio e priva della grazia inerente al sacrificio, grazia preziosa e sempre feconda che apporta il labor improbus ad un'omelia timida, esitante, povera di stile, ma esposta da un'anima sopranaturale e umile.

b) Come vii preparo? — Tanto vale l'opera quanto la preparazione. Supposto ch'io non abbia facilità, se trascuro il serio lavoro di prepa-zione, di riflessione, di preghiera, mi espongo a sgradite sorprese sul pulpito. Se poi ho facilità di eloquio, senza tale sforzo corro pericolo di parlare senza nulla concludere e di riuscire interminabile. — Ordino nel mio pensiero con chiarezza quanto mi propongo di presentare alle intelligenze dei miei uditori? — Mi preoccupo unicamente di dar gloria a Dio, di istruire le anime, mai di mettere in evidenza me stesso? — Senza trascurare la forma, mi studio sopratutto del valore intrinseco morale? Ex abun-dantìa cordis os loquitur!... (Mat. 12, 34). Al vero predicatore della parola di Dio è necessario un cuore puro, un cuore acceso di divina carità; altrimenti sarebbe aes sonans, aut cyrribalum tinniens (1 Còr. 13, 1):

e) Coi?ie predico? — Mi raccolgo in Dio prima di salire il pulpito ravvivando la fede alla luce di queste verità: Pro Christo legatione fungimur... tamquam Deo exhortante per nos? (2 Cor. 5, 20). — Recito prima la preghiera munda cor meum ac labia mea? — Prendo il tono di voce necessario per essere udito da tutti o temo d'affaticarmi? — Evito il tono declamatorio e enfatico? — Mi astengo nei gesti, nel contegno da tutto ciò che sa di affettazione o di teatrale? La vera eloquenza è semplice; conversare familiarmente con dignità e animati da un profondo sentimento di fede, ecco il segreto infallibile per farsi ascoltare e con frutto.

— O Gesù, sommo predicatore della gloria del padre, poiché vi siete degnato di associarmi al vostro ministero con dirmi: Praedìcate Evangelium ovini creaturae (Mare. 16, 15), par-mi vi siate obbligato per il fatto stesso ad assistermi mentre istruisco il popolo cristiano. « Siate dunque nel mio cuore e sulle ftiie labbra, affinchè io annunzi degnamente e fruttuosamente i vostri santi insegnamenti: Verba sancta tua! ». Amen.

Preparazione alla morte

IL « DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Supremo scongiuro

Mi raccolgo, mio Dio, sotto il vostro sguardo. Mi astraggo un momento dalle contingenze che mi circondano e mi assorbono abitualmente. Rifletto alla loro vanità, al loro nulla; esse non sono la realtà! E' realtà quando sussiste e sussiste non ciò che sfida la morte, ma quanto la morte mi apporta.

E che cosa mi apporta? La piena e decisila luce sulla mia vita, sul mio essere; il vaglio dell'assoluta Giustizia che agita al vento dell'eternità tutti i miei pensieri, tutti i miei giudizi, i miei sogni, i miei progetti, i miei calcoli... tutti i miei desideri, i miei odii, tutte le mie velleità, le mie determinazioni, tutti i miei atti...! Che ne sarà delle mie agitazioni, delle mie preoccupazioni in quel momento che non potrò evitare, che non potrò ritardare e che sarà rivelatore della verità integra, intransigente: Scrutabor Jerusalem in lucernis? (Soph. 1, 13). Sì, passerò per quell'ora terribile... E non leggerò davanti a me, in lettere di fuoco, la spaventosa parola: Thécel? appensus es in staterà et inventus es minus habens! (Daniel. 5, 27).

Sul mio cadavere, nella mia Messa funebre, risuonerà la supplica:

Pie Jesu Domine, dona eis requiem,!

La Chiesa, Madre mia, la porrà sulle labbra dei sacerdoti, ai quali si chiederà d'offrire per me il S. Sacrificio. Forse la reciteranno come la recito anch'io, distrattamente... Ah! quale efficacia avrà per la povera anima mia?

Consentite, o Gesù, ve ne scongiuro, che allora quella prece salga a Voi con l'accento di viva fede e fiducia, con cui ve la rivolgo in questo momento; solo così mi sarà benefica!

Pie! Voi siete pietoso e buono: lo crede Signore; me lo prova il modo con cui su questa terra trattaste coloro che soffrivano, e la vostra misericordia per ì peccatori. Impossibile per Voi scorgere una lagrima senza trasformarla in sorriso; impossibile scorgere un'anima caduta, contaminata, ma umiliata, senza stentlere la mano confortatrice e darle la pace.

Voi siete la stessa Pietà divina discesa sulla terra, o Signore: Apparuit benignitas et huma-nitas... (Tit. 3, 4). E siete sempre lo stesso:

Christus heri, et hodie, ipse et in saecula (Hebr. 3, 8). Quando arriverò sulla soglia dell'eternità, vi incontrerò pietoso e buono. Signore, io confido... Pietà di me!

Jesu! Siete Gesù, siete Salvatore. La Scrittura lo ripete le mille volte: Et ipse (Deus) erit salvator meus (Job. 13, 16). Salvator meus, flducialiter agam... (Isai. 12, 2). Natus est vobis hodie, salvator qui est Christus (Lue. 2, 11). Scimus quia hic est vere Salvator mundi! (Joan. 4, 42). Credo Signore! Ma un salvatore salva, strappa al pericolo, alla morte ; esiste per coloro che si perdono. Confido! Salvatemi dal peccato, salvatemi dall'inferno, in nome del vostro Sangue sparso per me... spargo da me su le anime del miei fratelli, sparso da me nel calice di salute... siatemi Gesù!

Domine! Credo che siete sovrano Padrone. Comandate alla vita, comandate alla morte: Tu es, Domine, qui vìtae et mortis habes potè-statem (Sap. 16, 3). Mettete dunque, ve ne scongiuro, la vostra potenza a servizio della vostra misericordia, affinchè questa si eserciti pienamente. Comandate alla morte del peccato, alla morte dellinferno di allontanarsi da me; comandate alla vita della grazia di crescere' sempre più in me, alla vita della gloria di assorbirmi nell'ultima ora.

Signore, confido; Si ambulavero in medio umbrae mortis, non timebo mala: quoniam tu mecum es. (Ps. 22, 4). Son debole, Voi siete forte; mi appoggio a Voi nonostante le mie miserie, meglio, a motivo delle mie miserie. Ogni giorno ripeto: In te Domine speravi, non con-fundar in aeternum; non mi lascerete deluso, Signore.

Dona eis requiem! Siete la mia requie, dolce Gesù. Lo credo perché l'avete detto Voi stesso... ho compreso il significato delle vostre parole: Ego reficiam... invenietis requiem ani-mabus vestris... (Mat. 11, 29). requiescite pusil-hwi (Mare. 6, 31). S. Paolo l'ha compreso così, e nella sua Epistola agli Ebrei ne trae la conclusione: Qui enim ingressus est in requiem èjus, etiam ipse requievit ab operibus suis, sicut a suis D.eus!... Festinemus ergo ingredi in illam. requiem! '(Hebr. 4, 10).

La mia esistenza è un penoso sforzo, la mia vita un'aspra lotta incessante. Oh, quanto ho bisogno di riposo! Ma, da insensato, lo cerco talora ove non è, ove non può essere: nelle creature! Lo cerco quaggiù e mai non lo trovo! Se qualche volta v'è sollievo alle mie pene, se v'è tregua alle mie lotte, lenimento alle mie sofferenze, sprazzo di luce nella mia notte oscura, ah, tutto ciò svanisce in un istante! Ho bisogno, ho sete di quel riposo di cui parla Isaia: Sedebit vopulus meus in requie opulenta! (Isai. 32, 18). Ho bisognò, solo bisogno del riposo di cui è foriera la morte; del riposo che sarà retaggio dell'anima di fede che si fonda sull'umiltà sincera, sulla confidenza, che non ammette ombre. Quel riposo è il riposo eterno. Concedetemelo, Signore, al giungere dell'ora suprema: Scio enim cui credidi!... (2 Tim. 1, 12). Credo, voglio confidare! Dona mihi requiem! Amen!

 

 

 

 

 

1) Sessio XXII, Decr. de Reformatione, c. 1,

2) De vera religione, cap. LV, n. 113»

3) 2» 2», q. LXXX1, art. I ad l.

4) Fides clericos ordinat, saaerdotes consacrat. (Sermo 384, n. 3).

5) 1a 2ae, q. CX art. 4.

6) Melius est mihi mori quam castam veritatis virgi-nitatem corrumpere. (Ad Const. Aug. lib. I).

7) Gli esegeti rigidi vorranno permettere che si prenda questo testo nel senso in cui è tradotto ordinariamente. Non sarebbe tuttavia inopportuno al caso nostro il senno più esatto! « Quegli cui Dio dà in sua parola non ha bisogno di pane per vivere ».

8) Spes osi vigilia quaedam solemnitatis aeternae (De Spe. e. II).

9) In Aet.Apostol. Homil. IlI, n. 1.

10) In Epist. ad Hebr. Homil. XXXIV, I.

11) Serrno XXIX, 7n Nat. Dom., X, 3. 1

12) Sermo XXV. In Nativi!. Dom. VI, 2.

13) De Kexurr. (carnis) c. LI.

14) De fide I, IV e. I, n. 7.

15) Riflessione dì S. Tommaso ancora fanciullo. 53

16) Liber de diligendo Deum, e. I, in princ.

17) 2) 2a 2ae, q. XXIII, a. 6.

18) 2» 2ae, q

19) Epist.LII, ad Nepotianum.

20) Vie et Oeuores, tome-2, pag. 870

21) Lib. De div. quaest. Q. I.XI, n. I.

22) 1» 2««, q. 1,V, a. 3.

23) 2» 2««, q. XLVII, a. 14. 80

24)2a 2ae, q. LII, a. 2.

25) 2a 2ae, q. 53, a. 6.

26). 2a 2ae q LVIII, a. 1.

27). De offici. I. c. VII.

28) Gonon Vol. IV.

29) 2a 2ae q. CXX1II a. 4. ad 1.

30) Ibid, a. 1.

31) 2a 2ae q. CXXV, a.1, ad 3.

32) S. Tommaso enumera come parti integranti della fortezza: la fiducia, la magnanimità con la munificenza, e come parti potenziali, la pazienza e la perseveranza.

33)De Patientia, cap. 2.

34) 2a 2ae. q. CXXXVIII, a. 1.

35) 2a 2ae, q. CXXX-CXXXIII. 124

36) 2a 2ae, q. CXLI, il. 2.

37) P. Janvier, Quaresima del 1921, 1a conf.

38) 2a 2ae, q. CXLI a. 2, ad 3.

39) 1a, q. v., a. 4, ad 1.

40) 1a p. q. XXXIX, a. 8.

41) 2a 2a3, q. CXLV, a. 4.

42) 2a 2&e, q. CXLVIII, a. i.

43) 2a 2ae, q. CLIII, a. 5.

44) Can. 889-890-2369.

45) Godbau: Discorso sugli Ordini Sacri. 150

46) Pontif. Rom. De clerico faciendo. 151

47) Op. cit., P. I, cap. IX.

48)Epist. XI, n. 14; ad Severum.

49)Op. cit., P. I, cap. 8.

50)Giraud, Sacerdote e Ostia, Lib. 3", cap. VI.

11 - Gonon - Voi. IV.

51) De coelesii hierarchia, III, 1. e. 2-

52) Fra questi si comprende anche il Suddiaconato benché, in generale, sia considerato quale maggiore perché implica l'obbligo della castità perpetua e perché deputa a speciali funzioni.

53) Vetus et nova Ecclesìae disciplina; P. I, C. U, A XXX.

54) Suppl. <j. XXVII, a, 2, ad 2.

55)Ì7Q

56) Godeau, Discorsi sugli Ordini sacri

57)De Ostiariis: Hoc offìcium Dominus in sua Sententiarum L. IV, Distinc. XXIV.

58) Communiter autem dicunt D.D., exorcismos habere vim infallibilem expellendi daemones, tamquam ex opere operato ». Theol. Mor. Lib. Ili, n. 193. Append. n. VII.

59) Pont. Rotti. De ordinatione Subdiaconorum.

60) Lehmkuhl, II, 618.

61) De L/Vntange, Instructtont ecclèxiastiqups.

62) Panegirico di S. Giuseppe.

63) Tratt. dei Sacri Ordini, P. 2a, cap. 5.

64) De imit. Chr. 1. IV. e. 12, n. 1.

18 Gonon - Voi IV.

65)S (J. LXXXII, a. 3, ad. 1.

66) « Diaconatum esse sacramentum de fide quidem non est, communis tamen sententia theologorum » (Hurter. HI. Tract. IX, De Ordine).

67) Pontif. Rom. Diacono faciendo.

69) In Psalm. CXVIII Serm.. III. n. 20.

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Verso l'Assoluto

SCARICA IL DOCUMENTO IN FORMATO ZIP Verso L'Assoluto Introduzione É in alto che siamo chiamati a tendere; la cima di un Monte ci aspetta, ma, per arrivarci, quanta salita... Questo è un cammino duro, ma luminoso, la meta è alta, ma raggiungibile, l’Assoluto non è solo un anelito, è un richiamo, è un bisogno, è una Persona. Per un ideale astratto forse non si salirebbe così, ma per Qualcuno sì, basta dir di sì e poi lasciargli tracciare la strada, senza aver paura. Chi ama non ha paura di salire perché sa che avanti ad ogni passo una luce si accende e un nuovo tratto di strada si illumina. Questo ci indica p. Lorenzo presentandoci la dottrina di San Giovanni della Croce in parole sem-plici e pratiche, capaci di infiammarci il cuore e di metterci le ali ai piedi. L'anima ha bisogno di salire... di andare verso l’Assoluto, non tratteniamola perché vuole trovare Colui che, solo, può saziarla. Lasciamo che queste pagine ci parlino, ci tocchino, lasciamo che ci portino a scegliere le vette e sorprendiamoci a stupirci, commossi, di quanto può fare Dio in ognuno di noi, se lo lasciamo fare. dott.ssa Maria Chiara Carulli       Capitolo 1   PROFILO BIOGRAFICO   Prima di entrare nel vivo della dottrina di S. Giovanni della Croce, è necessario presentare un breve profilo biografico, da cui si staglierà più nitida la figura del santo Dottore in ordine a ciò che ha scritto. Giovanni, dunque, nasce in un paesino della Spagna, vicino ad Avila. Dopo una fanciullezza e un'adolescenza vissute nella povertà e provate dalla mancanza prematura del padre, a vent'anni possiede già una maturità d'eccezione. La sofferenza, se ben accettata, fa presto a far crescere una persona e a darle chiarezza di idee e forti convinzioni. Entra al Carmelo. Ha una natura eminentemente contemplativa. Ama la solitudine, ma non è un misantropo. Ama il raccoglimento, ma non è un bigotto. Ama lo studio, ma non è un orgoglioso. Quattro anni all'Università di Salamanca gli fanno capire ancora meglio le esigenze radicali del silenzio, dell'ascesi, della santità che nutre nell'anima. Salamanca, "la principessa delle scienze", è una città universitaria mondana e turbolenta. Ma Giovanni non ne resta vittima. Ha già ricevuto la grande lezione dalla vita. Egli non si adatterà mai a un genere di vita borghese. Dopo gli studi è ordinato sacerdote. Ma il Carmelo del suo tempo non lo soddisfa. Ha bisogno di una vita più rigida, più autentica, più conforme ai suoi ideali di preghiera, di povertà, di contemplazione. Decide per la Certosa. In questo momento critico incontra Teresa di Gesù, la Riformatrice del Carmelo femminile. L'incontro è decisivo per tutt'e due. Si stabilisce un'intesa perfetta: gli stessi ideali, gli stessi progetti di perfezione. Che bisogno c'è di cambiare Ordine se il medesimo può dare l'ambiente adatto ad ogni esigenza di radicalità, solo che si riporti alle sue origini? In sostanza questa è la proposta di Teresa e questo è il disegno già realizzato in parte nei suoi monasteri di monache. Giovanni ne è conquistato. Seguirà questa monaca meravigliosa. Cambierà l'abito nel ruvido saio, cambia il cognome di "S. Mattia" in quello "della Croce". "Gli impulsi dello Spirito Santo non vanno mai lenti", ha scritto S. Ambrogio. Con Giovanni, Teresa dà inizio anche alla Riforma del Carmelo maschile. Fin qui tutto bene. Ma chi decide per Iddio ha finito di condurre una vita liscia. Deve sapere che si mette nei guai. La santità si osteggia; l'anticonformista si guarda con sospetto; chi è chiamato a fare da guida deve essere un testimone. "È necessario che uno muoia, perché gli altri si salvino". E questo Uno è il primo. Nel nostro caso è Giovanni. Su di lui si scatena il furore di Satana nella persona dei suoi antichi confratelli. Calunnie, persecuzioni, carcere. Egli - Giovanni - è il "cospiratore", il "ribelle", il "malfattore", "l'avventuriero malfido", avrebbe detto Croce.. I confratelli credono di fare bene a punire certi tipi; credono che sradicare certe erbe malefiche sia dare gloria a Dio. Giovanni viene sequestrato e passa nove mesi a Toledo in mano di quei confratelli che si fanno un dovere sacrosanto a mettere a posto la testa troppo calda di questo religioso diverso da loro. Teresa dirà: "Meglio lo vedrei in mano ai mori". L'abitazione: un bugigattolo dove passa i giorni e le notti con un tavolaccio dove può tentare di riposare il suo corpo provato. Il vitto: ogni giorno pane e acqua che può essere arricchito con un po’ di pesce guasto. La luce: da un pertugio situato in alto, sulla parete ammuffita filtra appena una luce che non riesce a rischiarare l'angusto abitacolo. Ma non basta. Giovanni deve provare l'umiliazione della sua colpa anche davanti agli altri. Al termine del pasto lo si porta a refettorio, lo si fa inginocchiare nel mezzo dopo avergli ordinato di presentare il dorso nudo e qui ha inizio la flagellazione. È il torrente in piena che investe di ogni sporcizia la pietra rimasta sul greto. Dopo nove mesi Giovanni riesce a fuggire. E' un azzardo forte. Si tratta di calarsi fino a terra dal grande finestrone della sala attigua. Giovanni non ha paura. E' sicuro che la Madonna l'aiuterà. Chi ha fede non può dubitare dell'aiuto del Cielo. Si è preparato, con le coperte tagliate a strisce, una specie di corda intrecciata e legata da una parte al gancio della lanterna e questo lo fisserà al davanzale della finestra. Ha pensato a tutti i particolari; anche a quel metro e mezzo che rimane dopo la fine della corda. E la notte arriva. L'ha fissata lui per la fuga funambolesca. Nel silenzio profondo egli prepara tutto per bene e poi si cala giù. Quando la corda è finita, si butta nel vuoto. Tocca la terra quasi per miracolo. Qualche metro più fuori e sarebbe finito nel Tago. Questo periodo così penoso Giovanni lo descrive nella Notte dei sensi. Passaggio durissimo: solitudine, tentazioni, inquietudini, suggerimenti della natura a ribellarsi a quella assurdità malvagia. Sarebbe stato sufficiente un briciolo di debolezza per cedere, fatalmente. Ma Giovanni, fisicamente fragile, "piccolo di statura", ha la tempra dell'eroe. Per Teresa è il "suo figliolo primogenito", "molto grande agli occhi di Dio", "una gran perla", "un uomo celestiale e divino", "molto santo", "una delle anime più pure che la Chiesa contasse ai suoi giorni". La lunga notte di Toledo - è legittimo pensarlo - è stata per Giovanni una notte tenebrosa, ma anche felicissima, di una felicità sovrumana, avendo celebrato le sue mistiche nozze col Figlio di Dio. Così canta, riferendosi a questo periodo:   "In una notte oscura, con ansie, in amori infiammata, - oh felice ventura! – uscii, né fui notata, stando già la mia casa addormentata".   E si abbandona in uno slancio lirico elevandosi nelle altezze non solo artistiche, ma soprattutto nelle nuove realtà dello spirito:   "Notte che mi hai guidato! o notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l'Amato con l'amata, l'amata nell'Amato trasformata!".   Ora può dare al Carmelo Riformato le ricchezze della sua intelligenza e della sua anima. È maestro dei novizi; è Rettore degli studenti; è confessore e Direttore spirituale delle monache scalze; scrive la sua grande tetralogia formata dalle Opere Salita del Monte Carmelo, Notte Oscura, Cantico Spirituale, Fiamma viva d’Amore. E stende i commenti alle poesie che fanno da canovaccio a tutta l'opera. Scrive altre opere minori. È anche superiore nei diversi conventi, è vicario provinciale... Dappertutto sparge il seme del carisma teresiano. Ma non finisce qui. In un momento di grande trasporto mistico ha chiesto al Signore: "Soffrire ed essere disprezzato per Te". Inizia la seconda Notte, quella più terribile, quella 'orrenda', come lui stesso l'ha chiamata: la Notte dello spirito. Dopo ventidue anni dall'inizio della Riforma, Giovanni della Croce viene messo da parte. Non serve più agli uomini se non a fare da bersaglio per i loro tiri sinistri e cattivi. È l'ultimo. periodo della sua vita. Il Signore lo chiama a sperimentare i segreti profondi della Croce. Si forma un complotto intorno a lui. C'è chi lo manipola, chi lo odia, chi lo rifiuta, chi lo calunnia, chi è deciso a cacciarlo dall'Ordine. Anche il corpo è ormai minato. Giovanni minimizza: "ho alcune febbriciattole...". Ma la realtà è diversa. Ha bisogno di cure. Gli viene data la libertà di scegliere il convento, tra Baeza dove è venerato e amato e Ubeda dove c'è un priore notoriamente a lui ostile. Giovanni sceglie questo. Il sacrificio non può consumarsi a metà. Qui passa tre mesi di martirio nel corpo e nell'anima. Finalmente la notte del 13 dicembre 1591, a mezzanotte, mentre suona la campana per il Mattutino, Giovanni esclama: "Gloria a Dio!", e muore a soli 49 anni: "Immobile, dimenticato, con viso chino sull'Amico in mezzo ai gigli".     Capitolo 2   PAROLE - CHIAVE Chi legge le opere di S. Giovanni della Croce si trova di fronte a certe parole di straordinaria intensità di contenuti che suscitano grande interesse e avvincono talmente che non si può fare a meno di assimilarle e di farne una vita. Sono queste: Nulla - Tutto - Notte - Alba - Luce - Croce - Amore - Contemplazione - Martirio - Fidanzamento - Matrimonio - Morte - Vita - Gloria... A volerle penetrare, si raggiungono profondità insospettate dove l'uomo può muoversi a tutto suo agio, con libertà quasi assoluta, con slanci di esultanza mai, in superficie, provati. Possiamo tentare, fin da adesso, a darne qualche tratto, riservandoci il loro pieno sviluppo man mano che andiamo avanti nel nostro lavoro di esplorazione.   Il Nulla   Una parola pesante di negatività che mette subito in stato di schok. Ma attenzione! Il Nulla di Giovanni non ha niente a che vedere con il nulla di certi sistemi filosofici o di certi movimenti a carattere ascetico. Il Nulla di Giovanni non precipita nell'abisso e nella distruzione della persona. Tutt'altro. Per lui il nulla è sinonimo di liberazione; è un ritrovare se stessi in quello stato di genuinità, di verità, di semplicità da cui ci siamo staccati man mano che, crescendo, abbiamo adottati sistemi già viziati di contraffazione, di menzogna, di complicazione. Il Nulla di Giovanni dunque non può far paura se non a spiriti fiacchi, impastati di materialità e che non hanno nessuna voglia di liberarsene, dimenticando di essere soprattutto spirito piuttosto che materia.   Il Tutto   È il traguardo che attira fortemente gli spiriti che desiderano liberarsi dal limite e dal relativo per afferrare l'Assoluto. Il Tutto è contenuto in questa realtà. Giovanni della Croce fa sentire questa parola a persone che già inizialmente hanno preso delle decisioni che sanno di eroismo. Il traguardo infatti è posto in vetta a una montagna il cui sentiero è ripido, scosceso, impervio. Per salire c'è bisogno di determinazione, di carattere, di audacia, di spericolatezza, ci vada pure di mezzo la vita.   La Notte   Giovanni poeta è incantato dal paesaggio notturno. Giovanni psicologo, teologo, mistico esige una notte senza incantesimi di sorta. La sua notte ascetica è fredda, umida, schiaffeggiata da raffiche di vento. E' una notte che taglia fuori dal resto del mondo: è la notte del Nulla. È da capogiro; man mano che si fa più fonda sparisce anche il comune sistema di vedere, di pensare, di conoscere, di amare... Ma anche questa notte ha funzione di preparazione ad un'Alba e a un giorno di luce.   La Croce   La Croce per Giovanni non è un castigo né una fatalità né una condanna. E' una predestinazione alla gloria. E' un segno che rimanda immediatamente alla realtà, e cioè a Gesù, a Gesù Crocifisso, "sa-pienza e potenza di Dio", passione e attrazione misteriosa di ogni anima capace di amare sino in fondo. La croce insegna a vivere, ad arricchirsi individualmente e socialmente; insegna a crescere, a maturare. Senza la Croce, vista nella luce drammatica e amorosa del Crocifisso, non ci sono persone psicologicamente e spiritualmente complete.   L'Amore   La Croce e l'Amore fanno un binomio inscindibile. Tutt'e due fanno la persona. La croce serve a sublimare l'amore; l'amore serve a rendere divino il dolore. L'amore è fuoco, è pena, è desiderio, è impazienza, è avventura rischiosa e spericolata per le vie che conducono a Dio. Tutto s'incentra nell'Amore: la contemplazione, il martirio, il fidanzamento, il matrimonio, la morte, la vita, la gloria.     Capitolo 3   L'IDEALE   Nel primo libro della Salita del Monte Carmelo si trova l'espressione: "Trasformazione d'amore" (1S. 2,4). Questo è l'altissimo ideale che S. Giovanni della Croce propone all'uomo: arrivare ad essere trasfor-mato in Dio per la forza unitiva dell'amore. Non si tratta di illusione, né di temerarietà, né di allucinazione, né di isterismo. Giovanni della Croce è un mistico autentico e cioè un uomo che è esperto della realtà umana e - per quanto è possibile a creatura - della realtà divina. Egli è uno che ha vissuto, sofferto, lavorato, amato nella maniera più concreta e più forte. E' uno che ha fatto delle esperienze del tipo di quelle fatte dagli apostoli Giovanni e Paolo, uomini, questi, con spiccato senso pratico che hanno affrontato la vita sfidando qualsiasi pericolo e perfino la morte. Ciò che significa amare, Paolo l'ha espresso ai cristiani di Corinto. Non ha coniato definizioni, ma ha detto quel che ha dovuto soffrire per il Signore e per la Chiesa (2Cor. 2,22-27). Giovanni della Croce è su questa linea; e se offre all'uomo l'ideale di essere trasformato in Dio per amore, è perfettamente consapevole di quel che chiede, e sa cosa costa questa trasformazione. E sa pure che solo puntando verso questo traguardo la vita acquista il suo vero significato. Siamo fatti per Iddio. Veniamo da Lui e siamo diretti verso di Lui. Non solo per incontrarlo, ma per conoscerlo, per stabilire con Lui rapporti intimi di amicizia.   È ciò che il Vaticano II ci ricorda: "La ragione più alta della dignità dell'uomo, consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo col Signore"; ad avere un "intimo e vitale legame con Lui" (G.S. 19). Un destino che fa trepidare e insieme esultare. S. Bonaventura l'aveva già espresso con quella formula semplice e così profonda: "itinerarium mentis in Deum": itinerario della mente in Dio. È interessata direttamente la mente come facoltà conoscitiva, ma non è affatto esclusa la volontà. Tutt'altro. E' l'amore che fa conoscere in esperienza di vita, in passione, la persona che si ama. Allora è ovvio che tutto l'essere umano è in cammino ascensionale verso quel desiderio profondo di vedere Dio, di conoscerlo, di amarlo, di unirsi a Lui, quasi a formare una compenetrazione di esseri che, pur restan-do distinti, hanno tutto in comune. La Bibbia è tutta attraversata da questo motivo: educare l'uomo a nutrire il desiderio di raggiungere Dio, di vedere il suo Volto, di stabilire con lui rapporti familiari. Certe immagini espresse specialmente nei salmi hanno la forza di rinnovare i nostri sentimenti e le nostre aspirazioni: "Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio" (Sal. 42,2). "La mia anima ha sete di te; la mia carne languisce per te, in una terra arida, senza acqua" (Sal. 63,2). "Io cerco il tuo Volto, o Dio. Non nascondermi il tuo Volto!" (Sal. 27,8-9). Giovanni della Croce è come ossessionato dal desiderio di unirsi al suo Dio. E vuole che anche le anime da lui dirette abbiano la stessa passione. Teresa, ad esempio, che è la sua figlia spirituale oltre che madre, vivrà di questo desiderio come si vivono le grandi passioni. "Mi sentivo morire - così si esprimerà - dal desiderio di vedere Dio: Egli era la mia vita e compren-devo che non l'avrei potuto possedere altro che con la morte" (Vita 29,8). Non è nostra intenzione aprire qui una discussione circa la conoscenza che il desiderio più o meno intenso può apportare all'anima. Ci limitiamo a riportare le parole di Giovanni circa la situazione psicologica e spirituale dell'anima da lui diretta: "L'anima desidera entrare in questa densità incomprensibile dei giudizi e delle vie divine poiché brama ardentemente di sprofondare nella loro conoscenza essendo questo un diletto inestimabile che trascende ogni senso" (C. 35,7).   Le meravigliose risposte di Dio   Al desiderio delle creature risponde l'accondiscendenza di Dio, il quale si fa presente in diverse maniere a seconda della natura delle stesse e della purezza che in esse trova.   Presenza d'immensità   La Scrittura parla di una presenza generale o d'immensità, con la quale Dio è presente in tutte le creature. "Dove andrò, Signore, per nascondermi al tuo spirito? E dove fuggirò al tuo sguardo? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo agli inferi, anche là tu sei" (Sal. 138,7). S. Paolo nel suo discorso nell'Aeropago dichiara: "Il Dio che ha fatto il mondo, che è Signore del cielo e della terra, non è lontano da ciascuno di noi, perché è in lui che abbiamo la vita, il movimento e l'essere" (At. 17,28). Dio chiama le creature all'esistenza. Questo è un gesto del suo Amore essenzialmente diffusivo. Le creature dunque dicono relazione essenziale a Lui, non avendo in se stesse la ragione di essere. Perciò hanno bisogno di una continua azione conservativa che Dio esercita, non dal di fuori di esse, ma nel loro intimo, penetrandole, possedendole, dando ad esse, secondo la loro propria natura, l'impulso ad esistere, a muoversi, a svilupparsi, ad agire. Senza questa azione tutto ricadrebbe nel nulla. Dobbiamo pure pensare che Dio opera questa continua creazione non con mezzi distinti dal suo Essere. In lui non c'è nessuna distinzione. Anche i suoi attributi non sono che Lui, preso nella sua totalità e semplicità. Già per questa presenza siamo uniti al nostro Dio più che a noi stessi; uniti a Lui col vincolo stret-tissimo e inscindibile di causalità.       Presenza d'inabitazione   La Scrittura ci parla anche di un'altra presenza di Dio che non è però in tutte le creature, ma soltanto nell'anima del giusto. "La Sapienza divina non entrerà in un'anima cattiva; essa non entrerà in un corpo schiavo del peccato" (Sap. 1,4). Dio è Amore; e l'amore, per sua natura, comunica se stesso. Questa comunicazione implica una somiglianza di essere e di agire. Ciò spiega l'elevazione dell'uomo allo stato soprannaturale in cui si realizza, per mezzo della grazia, una rinnovazione della natura, che riceve anche la capacità di partecipare della stessa natura divina con possibilità di operare alla maniera divina. Così la grazia santificante dà il nuovo essere, "la creatura nuova" di cui parla S. Paolo, e le virtù teologali con i doni dello Spirito Santo danno gli elementi operativi. Allora Dio si dona all'uomo, non solo come Creatore e come Causa Prima, ma come Padre, come Amico, come Sposo, come Amore... L'anima amata attira Dio Amore.   La comunione con Dio secondo S. Giovanni della Croce   L'ideale che Giovanni della Croce offre all'uomo si rivela allora non soltanto possibile da raggiungere, ma perfino l'unico a cui l'uomo deve tendere per realizzarsi pienamente sul piano naturale e su quello soprannaturale. E' l'Amore di Dio che fa crescere e compie ogni meraviglia. Giovanni segue la pista della Rivelazione dove trova che l'amore è il solo elemento che può unire l'uomo con Dio. Nella Fiamma leggiamo: "La vita spirituale perfetta consiste nel possesso di Dio per unione d'amore" (F.2,32). Nella Salita si esprime in questi termini: "L'unione e trasformazione dell'anima in Dio non esiste sempre, ma solo quando vi è uguaglianza d'amore... Ciò si verifica quando le due volontà, quella dell'anima e quella di Dio, sono completamente conformi, non essendovi niente nell'una che ripugni all'altra" (2S. 4,2). È essenziale questa conformità della volontà dell'uomo alla volontà di Dio, perché si realizzi l'unione. Iddio si dà maggiormente all'anima più progredita nell'amore (2S. 5,4). Quanto più vivo è l'amore tanto più forte è il desiderio di unirsi al Signore e tanto più deciso è l'im-pegno di compiacerlo in tutto. Le parole di Gesù: "Io faccio sempre ciò che piace al Padre. Il mio cibo è fare la volontà del Padre" dicono chiaramente che la sua unione col Padre era basata sì sulla uguaglianza della natura divina del Verbo di cui usufruiva anche la sua natura umana, ma anche sulla uguaglianza delle sue operazioni con quelle del Padre. Se ha potuto dire: "Io e il Padre siamo una cosa sola..." e: "Chi vede me vede il Padre", è perché il suo Essere e il suo operare manifestavano pienamente l'Essere e l'operare del Padre. Gesù è veramente la Via che ogni anima deve seguire per raggiungere quel grado di unione con Dio che la grazia santificante può consentire. Giovanni della Croce spiega: "L'amore dà all'anima la forza per amare davvero il Signore ed è proprietà di esso che l'amante si voglia unire, uguagliare, rendere simile alla cosa amata..." (2N. 13,9). Ancora Giovanni insiste perché questi princìpi si incidano profondamente nell'anima: "L'amore è l'inclinazione, la forza e la virtù di cui l'anima si serve per andare a Dio, perché per mezzo di esso l'anima si unisce a lui. Perciò quanto più profondamente penetra in Dio e vi si concentra, tanto più sono i gradi di amore da lei posseduti... poiché l'amore più è forte e più unisce" (F. 1,13). Anche l'azione di Dio si fa presente con più o meno forza in proporzione diretta alla forza dell'amore che è nell'anima. Più trova amore e più Egli riversa amore. "A chi ha sarà dato di più" ha detto Gesù. Iddio è sempre pronto a inondare d'amore l'anima, ma è necessario che questa si dilati e acquisti dimensioni vaste e profonde per poter ricevere questa abbondanza di fuoco divino e rimanerne trasformata.     Capitolo 4   L'UNIVERSALITÀ DELLA DOTTRINA DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE   Interessa tutti la dottrina di S. Giovanni della Croce oppure solo un'élite di persone? Non è raro in-contrare persone, anche religiose o consacrate, che alla domanda se conoscono le opere del Dottore mistico carmelitano, rispondano con sfiducia: "Mah, quelle cose così alte non sono fatte per me". E non sanno che proprio 'quelle cose così alte' sono sulla linea della grazia santificante ricevuta nel Battesimo. Sono la piena realtà della presenza di Dio nell' anima in grazia. Sono la realizzazione delle parole della Gaudium et Spes circa la nostra vocazione alla comunione con Dio. Sono l'eco delle parole dell'apostolo Giovanni: "Annunciamo a voi la vita eterna che era presso il Padre e si manifestò a noi: vi annunciamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi abbiate comunione con noi, e la nostra comunione sia col Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo" (lGv. 1,2-3). Dunque la risposta di queste persone, non solo è ingiustificata, ma rivela anche una grande dose di ignoranza su ciò che forma il nucleo essenziale della vita cristiana. Quanti santi mancati per non aver vissuto il loro cristianesimo col motivo di non essere fatti per quelle altezze! C'è da dire che S. Giovanni della Croce dichiara espressamente che la sua dottrina interessa una cerchia molto limitata di persone: i religiosi e le monache del suo Ordine. Ma c'è anche da dire che scorrendo le sue pagine s'incontrano temi di portata decisamente universale. Basta considerare che tutta la sua costruzione ha le sue basi nella Sacra Scrittura. Ciò le dona il carattere di universalità. Certo, non tutte le persone, secondo S. Giovanni, son chiamate a godere e soffrire le realtà arcane della vita mistica. Però tutti son chiamati a disporsi in modo tale da poter ricevere dal Signore le grazie più sublimi. Così è lo stesso Giovanni della Croce che, dopo aver presentato i suoi scritti a poche persone, non può fare a meno di dichiarare: "Qui proponiamo una dottrina sostanziosa e solida che servirà per chiunque..." (S.Prol.). Scrive il commento alle strofe della Fiamma, l'opera più divina, su richiesta di una madre di famiglia, sua penitente, Donna de Penalosa,.. a cui la dedica. A Donna Giovanna de Pedraza scrive una lettera in cui illustra in modo semplice e chiaro la dottrina del Nulla. Tra l'altro le scrive: "L'anima non si attacchi a niente... Iddio avrà cura di essa, poiché non è, né deve essere, di altro padrone...". Ancora: "E' necessario che non ci manchi la Croce, come non mancò al nostro amato sino alla morte di amore..." "Del resto tutto è breve, e tutto si limita ad una alzata di coltello, ed ecco che Isacco resta vivo e con promessa di numerosa discendenza". Bastano questi due accenni per dirci l'apertura dell'insegnamento di Giovanni della Croce. Ma c'è anche un documento della Chiesa che consacra l'universalità degli Scritti del santo Dottore. Pio XI, proclamando Giovanni della Croce Dottore della Chiesa, invita tutti i teologi a rivolgersi a Lui come a uno dei più grandi maestri di vita spirituale, "derivando dalla sua dottrina e dai suoi scritti la limpida purezza di ogni insegnamento spirituale che sia sgorgato dalla fonte del pensiero cristiano e dallo spirito della Chiesa".   Attualità della dottrina di S. Giovanni della Croce   Giovanni della Croce non è facile. Tuttavia suscita un forte interesse specialmente in quelle anime che sono in cerca della Verità, che desiderano l'esperienza di Dio, che sanno dire dei Sì e dei No irrevocabili a costo anche della vita. Prendere contatto con i suoi scritti non significa fare una letteratura amena, giusto per passare un po' di tempo. Tutt'altro. E' invece leggere e assimilare un cammino, una vita; è accettare di essere forte-mente provocati per prendere delle decisioni e fare delle scelte radicali. Giovanni della Croce non indulge in estetismi che accarezzano i sensi e finiscono per ingannare chi legge. Perciò la sua dottrina è libera da ogni cosa superflua. Egli va all'essenziale e così attira le persone che sanno dire e fare. Ecco perché le sue opere fanno registrare un successo editoriale che non accenna affatto a diminuire bensì ad aumentare sempre di più nel tempo. C'è l'ateismo, c'è la scristianizzazione, c'è la smania di fare ogni genere di esperienza; ma tutto provoca un desiderio bruciante di ritornare a casa dove c'è un Padre che aspetta; dove ogni esperienza si placa nelle braccia di questo Padre. S. Giovanni della Croce ha la precisa missione di condurre le anime per la strada che porta diretta-mente a Dio Padre, dove c'è il Figlio e lo Spirito di Amore.     Capitolo 5   IL CAMMINO   Il cammino verso Dio non è facile. Si tratta di salire affrontando le asperità che certamente si incontreranno e di liberarsi da tutta quella specie di zavorre che può impedire il più piccolo passo. S'inizia a salire nel crepuscolo serale, quando le cose non hanno più presa sui nostri sensi e la notte avanza, vanificando tutto ciò che in piena luce poteva essere di necessità assoluta. Mentre si sale, Giovanni fa sentire ripetutamente due motivi: disadorni, incisivi, in forte contrasto: NULLA - TUTTO. C'è chi ha sentito questi due motivi come una "sublime ninna-nanna che addormenterà l'anima nella vita naturale per farla svegliare nella vita divina" (P. Gabriele di S. M. Maddalena, S. Giovanni della Croce Dottore mistico, pag. 49, ed. Libreria Fiorentina). Questo modo di sentire è molto simpatico, dolce, incantevole, ma non è il cammino descritto da S. Giovanni. Egli ha preso dal Vangelo l'ispirazione di questa durissima scalata notturna. E il Vangelo non è davvero il canto di ninne-nanne. Verrà il momento in cui sarà anche il canto nuziale e il canto della trasfigurazione, ma adesso ecco cosa ci fa sentire Giovanni:   "Per giungere a gustare il Tutto, non cercare il gusto in niente. Per giungere al possesso del Tutto, non voler possedere niente. Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente. Per giungere alla conoscenza del Tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente".   È drastico Giovanni, ma non disumano. Attacca e priva, ma non distrugge. È che la natura umana non è più buona alla maniera di Rousseau, come se nessun segno maligno vi avesse inciso ambiguità, disordine, schiavitù. Giovanni della Croce ha un altro concetto dell'uomo, più realistico e più equilibrato. Egli stima l'uomo, ma non fino a farne un angelo o un dio. L'uomo è uscito dalla mente di Dio come un'immagine del Figlio suo per il quale è stato fatto, e per questa sua origine è veramente la creatura che si trova al vertice della creazione. Ma c'è da dire che l'uomo ha subito una paurosa umiliazione, cadendo nell'imbroglio di Satana. E così, nel suo essere e nel suo agire, si è verificato un gravissimo disordine nelle facoltà spirituali, nella sua sfera sensibile e morale. Così, l'intelligenza che dovrebbe portarsi naturalmente verso la verità, si porta più facilmente verso l'errore. La volontà che dovrebbe portarsi naturalmente verso il bene, si porta invece più facilmente verso il male. Le passioni che dovrebbero costituire delle energie operative per regolare gli impulsi più o meno forti di tutto l'organismo sensitivo e spirituale, sono invece esse proprio a determinare squilibri e angosce, drammi e paure. Per tutto questo rovesciamento che il peccato ha provocato, è necessario che l'uomo venga recupe-rato fino a ritrovare l'ordine primordiale, perché possa tendere verso l'unico Bene e l'unica Verità per il quale è stato creato. Ecco perché Giovanni della Croce propone la strada del Nulla e il passaggio nella Notte. Il Nulla è sinonimo di liberazione da ogni presa del male. La Notte è sinonimo di radicale purificazione dei sensi e dello spirito. Giovanni spiega: "Chiamo notte quello stato in cui gli appetiti vengono privati del gusto in tutte le cose" (18. 3). Ancora: "La mortificazione degli appetiti si può dire notte dell'anima, poiché, rinunciando al gusto sensibile in tutte le cose, resta vuota e avvolta dalle tenebre" (ivi). E infine: "Quando questo gusto è spento o, meglio, mortificato, l'anima cessa di trovare il suo nutrimento nel gusto di tutte le cose e così, per ciò che riguarda gli appetiti, essa resta al buio e al vuoto" (ivi). Possiamo fare subito dei rilievi importanti. Il primo è questo: la notte di cui parla Giovanni è uno stato dell'anima. L'uomo è messo a fare una esperienza del tutto nuova; un'esperienza che la natura rifiuta, sentendo ancora forte il fascino di tutto ciò che è sensibile, mentre la grazia fa sentire una totale liberazione. Inoltre Giovanni pone l'accento, non tanto sulle cose in se stesse, quanto sul desiderio che si nutre di esse. Le cose non sono cattive in sé. Il male non è cosmico, ma libero. Appartiene all'uomo. Ed è lui che decide della bontà o della cattiveria delle cose. Il desiderio può essere anche buono, e in effetti lo è quando non travalica i confini dei suoi limiti; quando non travolge l'intelligenza e la volontà, attirandole nel proprio capriccio; quando soprattutto non intacca il primato di Dio. Diversamente va mortificato e, se è il caso, va anche decisamente eliminato. Si capisce allora quanto sia necessario questo passaggio notturno in ripida ascesa. Giovanni della Croce lo dichiara con forza: "Per giungere all'unione con Dio è necessario che l'anima passi per questa notte oscura, la quale consiste nella mortificazione degli appetiti e nella rinunzia al gusto di tutte le cose" (lS. 4,1). Poi sviluppa questa sua dichiarazione prendendo in prestito il principio filosofico: "Due contrari non possono coesistere nel medesimo soggetto". Luce e tenebre, bellezza e bruttezza, sapienza e ignoranza, ricchezza e miseria, gioia e tristezza, bontà e cattiveria, Essere e non essere: una serie di contrasti in durissima lotta tra loro escludono ogni benché minima forma di unione. Dio non conosce contrari nella sua natura. La distinzione delle Persone non dice affatto opposizione e non Gli impedisce di godere di una Unità assoluta. Se l'uomo viene chiamato a godere della sua vita divina, è chiaro che non può portare con sé degli elementi che esprimono urto o contrasto. Giovanni della Croce si dilunga molto a mettere bene in risalto i pregi delle creature paragonabili con quelli di Dio. E fa notare che la differenza è abissale. Così la bellezza creata, per quanto risponda in modo perfetto ai canoni dell'estetica non è, in fondo, che deformità, solo se si mette di fronte a quella di Dio. Ricordiamo la visione della Umanità santissima di Gesù che ebbe S. Teresa. L'impressione che ella ne riportò fu straordinaria. Così scrive la santa: "...dopo aver visto la sublime bellezza del Signore, non trovai più nessuno che al suo confronto mi apparisse così piacevole da occupare ancora la mia mente... da allora in poi tutto quanto vedo mi pare disgustoso in confronto alla trascendente attrattiva che scorgevo nel Signore" (Vita 37,4). E dunque - conclude S. Giovanni della Croce - chi ama la bellezza creata più di quella divina, diventa deforme, perché l'amore crea somiglianza con la persona o con la cosa amata. Così la sapienza del mondo, paragonata a quella di Dio, è solo stoltezza. Perciò chi tiene più a sapere ciò che insegna il mondo o chi tiene più al proprio sapere, è soltanto uno stolto". E così le ricchezze, le gioie, la gloria, le sicurezze umane, tutto dev'essere riveduto, ridimensionato, rettificato in rapporto a Dio, il quale supera tutto in modo infinito. Tutto quello che non porta a Lui è menzogna. Giovanni raccomanda:   "Quando ti fermi su qualche cosa, tralasci di slanciarti verso il Tutto. Per giungere interamente al Tutto, devi totalmente rinnegarti in tutto. E quando tu giunga ad avere il Tutto, devi possederlo senza voler niente; poiché se tu vuoi possedere qualche cosa nel Tutto, non hai il tuo solo tesoro in Dio".   Già da questi primi passi il cammino si presenta sì come rinuncia, come privazione, ma soprattutto come conquista di libertà e di verità.     Capitolo 6   UNA NUOVA LUCE   La notte avanza. I sensi si trovano sempre più privati dei loro oggetti naturali. La luce della ragione non è più sufficiente. Nello stesso tempo piove dall'alto un'altra luce che però, per troppo splendore, acceca la vista e quindi impedisce anch'essa di vedere. Ma questa luce ha il prezioso pregio di dare sicurezza alla persona. Si può benissimo affermare che mentre acceca illumina. Questa luce è la Fede. Nella dottrina di Giovanni della Croce la fede occupa un posto fondamentale. E' il mezzo sicuro che conduce a Dio, il quale, secondo il linguaggio dei mistici, è Luce e Tenebra allo stesso tempo: Egli è "Luce inaccessibile" afferma la Rivelazione, davanti alla quale la ragione non resiste. La fede invece, perché dono soprannaturale, partecipa della stessa luce divina. Ovviamente Giovanni parla di una fede senza fronzoli di devozioni o di sospiri più o meno serafici o di illusioni o di gratificazioni sensibili o spirituali o soprannaturali che siano. Giovanni ha della fede un concetto altissimo che gli viene sia dalla teologia e sia soprattutto da una esperienza personale. Parlando della fede ha queste espressioni: "Dio è la sostanza e il concetto della fede" (C. 1,10); "L'intera sapienza di Dio in generale, cioè il Figlio suo, si comunica all'anima nella fede" (28. 29,6). "Vi è tanto grande somiglianza tra questa virtù e Dio da non esservi altra diversità all'infuori di quella che può intercorrere tra il vedere e il credere in lui" (28. 9,1). La fede per l'uomo, come abbiamo detto, è notte. Notte dello spirito, profonda, spessa, che proibi-sce all'occhio di vedere e all'intelletto di capire. "La fede per l'intelletto è oscura come la notte" dichiara Giovanni (18.2,1). Ancora: "La notte dello spirito, cioè della fede, priva di tutto, sia nell'intelletto che nel senso" (28. 1,3). È una grande 'scala segreta'... L'anima dunque resta all'oscuro completamente, abbandonando ogni lume della natura e della ragione, perché vuole salire per questa divina scala della fede che ascende e penetra fino nella profondità di Dio" (28.1,1). Capiamo senza difficoltà che questo cammino notturno provoca un cambiamento radicale in tutto l'uomo (cf. 281,1). In effetti, si tratta di ritornare spiritualmente all'inizio; a quello stato di giustizia originale, nel quale la libertà era davvero libera; l'intelletto era davvero luce, la volontà era davvero un tutt'uno con la volontà di Dio e tutto il mondo sensibile con le passioni, i desideri, i sentimenti, tutto era davvero in perfetto ordine. In questa via della fede, oscura quanto si vuole, ma anche luminosa, ciò che è creato appare in tutta la sua relatività in rapporto a Dio Assoluto. Giovanni insegna a non fermarsi in niente. Giustamente la fede sposta ogni criterio di valutazione. Ciò che è creato è contingente, limitato, relativo; mentre il Creatore è trascendente, eterno, infinito, assoluto. Ogni conoscenza e ogni manifestazione, sia pure la più alta e più divina, è "troppo poco e troppo diversa da quello che è Dio... in questa vita non si può conoscere come egli è... il più sublime che quaggiù si possa intendere e gustare di Dio dista infinitamente da ciò che Dio è nella sua essenza" (28. 3,3). La nostra teologia è piuttosto negativa anziché positiva. "Veramente tu sei un Dio misterioso, Dio d'Israele". Questa è la verità. E anche quando egli si rivela, rimane nel suo mistero, sicché l'anima che si sente investita dalla luce della fede, precipita nel buio; e più forte è la luce e più nera è l'oscurità. Giovanni insiste molto su questa caratteristica della fede: chi la possiede, potrà compiere anche dei gesti esclusivi di Dio, ma non saprà spiegarli. Potrà avere certezza nel suo intelletto, ma non per un processo dimostrativo alla maniera delle scienze umane. Con questo non si vuole affermare l'irrazionalità della fede. Tutt'altro. La fede non mortifica l'intelletto, ma lo sublima, inserendolo nella luce più alta, non chiude l'anima nell'assurdo, ma la apre alla Verità. Però chi crede deve essere disposto a camminare scartando ogni suggerimento della propria intelligenza, altrimenti rischia di sbandare paurosamente e di finire davvero nell'abisso dell'assurdo. C'è anche da notare che la fede è stima di Dio; e perché lo si stima, si aderisce a lui totalmente, senza alcuna riserva. Perché lo si stima, ci s'innamora di lui. Chi crede ama; e chi ama non chiede ragioni. Vede, capisce amando. Certe illuminazioni circa il mistero di Dio, circa le verità che sono per la salvezza si trovano nelle persone che credono in modo molto semplice, e non tanto con la testa quanto col cuore, senza pretendere, senza ragionare, senza avanzare diritti. "Forse noi non capiamo" mi diceva una mamma che stava vivendo un momento particolarmente difficile per delle ingiustizie inflitte a suo marito e a scapito della famiglia; e aggiungeva subito, con profonda serenità: "Ma Dio sì che capisce. E Lui provvederà". La fede ha una sua sapienza che nessuna scienza possiede. Ha una sua luce che attinge dall'amore. Ha una sua strada che la ragione non arriva a percorrere. Giovanni della Croce scrive che la fede "con grande facilità e universalità conosce e penetra qua-lunque cosa divina o terrena che le si offra". Certo, questa proprietà esige che nell'anima si sia verificato un processo di purificazione "circa tutte le affezioni e conoscenze", esige che in essa si sia fatto il vuoto di tutto ciò che può rendere disagevole il cammino. L'altra caratteristica della fede è la certezza. "Al buio uscii e sicura". È Dio che si prende cura di guidare l'anima (cf. 2N 16,7). Così scrive Giovanni: "Anima devota, quando tu vedrai offuscato il tuo appetito (i tuoi affetti aridi e compressi, e le tue potenze rese incapaci a qualsiasi esercizio interiore) non ti affliggere, reputa ciò, anzi, una buona sorte. Dio infatti, ti ha presa per mano, ti guida come tu fossi cieca attraverso le tenebre, per le quali tu non sai né sapresti mai andare con i tuoi occhi e con le tue gambe, anche se tu camminassi bene" (2N 16,7). Certe espressioni che si trovano nella Bibbia danno il senso di una sicurezza assoluta, grazie a questa presenza di Dio. "Non temere, io sono con te". "Non temere, perché è con te il Signore Dio tuo". "Io sono con te per salvarti". "Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio". Se è lui a condurre, le tenebre, per quanto fitte, non potranno mai impedire di vedere e quindi di camminare.   La sofferenza è garanzia di sicurezza.   È strana questa affermazione di Giovanni della Croce, ma l'esperienza di anime elette gli danno decisamente ragione. Di per sé, la sofferenza, non è per niente sicurezza. Anzi, è il contrario. Chi soffre è debole, insicuro, povero, è in uno stato di precarietà... E tuttavia per tutto questo la sofferenza possiede il segreto di attirare la benevolenza di Dio. Non solo, ma possiede anche la proprietà di mettere l'equilibrio in tutto l'essere dell'uomo. Chi soffre (e si prende questo verbo nell'accezione più ampia) prova per esperienza la verità di se stesso. Per sapere chi è un uomo lo si veda quando soffre o quando ha sofferto. Allora si vedrà una creatura che alza gli occhi al cielo, invocando Dio per avere la forza, la sicurezza, il coraggio... Allora è nella sofferenza che si riacquistano valori che forse nella prosperità e nella piena salute si sono perduti. La parola di Paolo risponde perfettamente a verità: "E' quando sono debole che sono forte". Queste caratteristiche che Giovanni propone fanno della fede una forza che introduce l'anima in un clima di contemplazione o di conoscenza segreta e amorosa, illuminante e di sapore tutto celeste. Se la fede mi fa arrivare a questo punto, certamente esige dei passaggi: sono i passaggi propri della orazione.     Capitolo 7   LA CONTEMPLAZIONE NELLA PREGHIERA E NELLA VITA   Non si danno salti né nella natura né tanto meno nella grazia. Certo, Iddio può a suo piacere elevare un'anima alle altezze della contemplazione in un attimo e senza esigere alcun allenamento ascetico o spirituale che sia. Ma normalmente egli lascia l'anima a lavorare, direi quasi a guadagnarsi, per quanto le risorse glielo permettono, i grandi doni che egli ha deciso di farle. In questo lavoro la preghiera occupa un posto fondamentale. La sua essenza giustifica questo posto. Basta osservare le innumerevoli definizioni che le diverse scuole di spiritualità hanno dato alla pre-ghiera per rendersi subito conto che senza questo elemento non si raggiunge Dio. Spigolando nelle Opere di Giovanni della Croce ci si accorge che egli non punta il suo interesse direttamente sulla preghiera, ma sull'atteggiamento che l'anima deve avere quando prega. Soprattutto a lui sta a cuore che l'uomo lasci tutto ciò che è lontano da Dio, tutto ciò che impedisce la sua unione con Lui. La meditazione, che è il primo grado della preghiera, è intesa in questo senso. "Nella tua orazione - scrive nella 'Salita' - devi comunque mirare solo che la tua coscienza sia pura e la volontà intera con Dio e la mente fissa veramente in Lui... e che tu converta tutta la gioia della volontà nell'invocare e glorificare il Signore, senza far caso a tutte le altre piccole gioie concernenti quanto v'è di esteriore, anzi procurando di rinnegarle" (3S. 40,2). Soltanto quando l'anima può dire: "Sono ormai così nuda, sola, lontana e distaccata da tutte le cose celesti e terrestri e tanto penetrata nel raccoglimento con te che nessuna di esse riesce a conoscere il diletto che godo in te" (cf. C.str. 40,2), solo allora la fede ha talmente purificato l'intelletto che questi, per capire, non ha più bisogno di mediazioni esterne o interne. Si porta verso la Verità con naturalezza come la piccola falena attratta dalla lampada accesa in cui finirà per essere bruciata. L'orazione si cambia, da colloquio a incantesimo, da sofferenza a godimento, da aridità a fuoco di amore: in una parola, in contemplazione.   La meditazione   La meditazione è la preghiera di coloro che decidono di darsi al Signore, dei principianti o dei neoconvertiti. Una preghiera fatta di tante cose belle che riguardano lo spirito. E' un pensare a Dio, alla sua grandezza, alla sua bontà, al suo amore, alla sua santità, e tutto questo con tanto gusto anche sensibile. Anzi, proprio nella meditazione si verificano momenti di gioie, di dolcezze, di trasporti sensibili molto intensi. Andare in chiesa, rimanere molto tempo davanti al Tabernacolo, parlare col Signore, esercitarsi negli atti più umili, nel servizio degli altri, praticare mortificazioni, tutto è facile, gioioso, attraente. Dio in questo periodo colma l'anima di tante consolazioni e allora non c'è sacrificio che non venga abbracciato con vero trasporto. Si è come bambini che hanno bisogno di latte materno, di dolci, di carezze. E Dio è Padre e Madre come nessuna creatura lo può essere. L'anima si attacca a Lui con avidità. Per lei Dio è tutto, così come è la mamma per il bambino. Tutto l'altro finisce per non suscitare più alcun interesse. In fondo, questo è lo scopo preciso che vuole Dio concedendo le sue consolazioni, "affinché - nota Giovanni della Croce - nutrendo l'appetito col sapore delle cose spirituali, si distacchi dal sapore di quelle sensuali e abbandoni tutto ciò che sa di mondo... " (F.B.str. 3,30). Spiega ancora Giovanni: questi mezzi servono ai principianti "per disporsi e abilitarsi alle cose spirituali per via dei sensi, e per sbarazzarsi da tutte le altre forme e immagini basse, temporali, mondane e naturali" (2S. 11,9). Prosegue con ancora più incisività: "Il fine della meditazione e del discorso nelle cose di Dio è ricavare qualche notizia e amore di Dio" (2S. 12,2). Qui Giovanni della Croce fa capire chiaramente che la meditazione non è fine a se stessa, ma è un mezzo, anche se remoto, per l'unione con Dio. Un tratto di strada, il primo, che bisogna provare e vivere. Ci si trova dentro dopo una svolta che è costata molto, ma che il Signore ha abbondantemente ricompensato. Ora però è necessario fare un altro passo. Si starebbe bene qui. Si è trovata la pace, la consolazione che le cose della terra non hanno saputo mai dare. E' un po' quel che ha provato Pietro sul monte della Trasfigurazione. Tanta gioia, fino a chiedere al Maestro: "È bene per noi stare qui. Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè, una per Elia". Ma S. Luca nota: "Non sapeva quello che diceva". No, non capiva che per godere la pienezza di quella gioia, bisognava passare prima su quel duro tratto di strada che portava alla croce. Questo Pietro lo capirà dopo, molto tempo dopo, per una grazia particolare dello stesso Maestro. Così è per l'anima che prova le prime gioie della meditazione. Queste, sì, sono un dono del Maestro, ma non sono Lui. E poi, non si può rimanere sempre allo stato d'infanzia, con dolci e carezze. Si fini-rebbe per essere delle creature mancate sotto ogni punto di vista. Si resterebbe senza forza, senza coraggio. Dio non vuole questo. Anche Gesù cresceva fisicamente, intellettualmente, spiritualmente. A dodici anni già era in grado di vedere la vita non come realtà di carezze, ma come impegno serio, faticoso, per compiere ciò che interessava il Padre. Allora cosa succede a quest'anima? Succede che Dio le toglie man mano tutto ciò che era gustoso al palato, che era gioioso al cuore. È il secondo tratto di strada: si entra nella 'notte del senso'. Da principianti si diventa proficienti. Dalla meditazione si passa ad una prima forma di contemplazione. Così Giovanni della Croce descrive questa nuova situazione in cui si viene a trovare l'anima: "Viene il tempo in cui Dio nella sua bontà vuole portarli innanzi (i principianti), elevandoli a un più alto grado di amore divino e liberarli dal basso esercizio del senso e del discorso, dove finora hanno cercato il Signore in modo imperfetto e limitato... Orbene, quando essi con più gusto e sapore godono negli esercizi spirituali, quando più chiaro risplende, a quanto loro sembra, il sole dei divini favori, allora appunto Iddio ottenebra tutta questa luce e chiude loro la porta e la sorgente delle dolci acque spirituali, che gustavano in Dio tutte le volte e per tutto il tempo che volevano... Il Signore li lascia al buio, tanto che non sanno per dove andare col senso dell'immaginazione... Li lascia in tanta aridità che, non solo non ritraggono succo e piacere dalle cose spirituali e dai devoti esercizi in cui prima provavano gran diletto, ma invece vi trovano disgusto e amarezza" (IN. 8,3). Nota S. Giovanni: questi principianti "restano molto sorpresi della novità della cosa, vedendo che tutto va a rovescio di prima" (ivi). In questa nuova situazione si esige tutto ciò che era da compiere all'inizio dell'impresa, ma senza più dolcezze; soltanto con volontà, con decisione di volere non le consolazioni di Dio, ma soltanto il Dio delle consolazioni. E' il periodo duro in cui l'anima viene messa alla prova. A una prova di fedeltà, di amore vero, che sa fare a meno di certe piccinerie proprie dei bambini. Soprattutto ci vuol far capire che tutto ciò che è sensibile, materiale, non ha niente a che vedere con Lui, purissimo spirito. Bisogna dunque liberarsi dalla sfera del sensibile. Ecco l'aridità provocata dallo stesso Dio. Ecco l'impossibilità a meditare. Ecco questo entrare nel nuovo mondo contemplativo. Purtroppo l'aridità non è sempre il segno dell'amore forte di Dio, ma può essere indizio della nostra stanchezza, della nostra tiepidezza, e, in definitiva, della nostra infedeltà o di altre cause. Giovanni della Croce propone tre segni distintivi che dicono all'anima se l'aridità che prova è vera-mente effetto di una contemplazione iniziale provocata da Dio, oppure se deriva da altre cause più o meno negative. I segni sono i seguenti: 1) difficoltà e impossibilità a meditare; impossibilità di fermare la mente su un qualsiasi soggetto che riguarda Dio. L'immaginazione resta inerte; il gusto della preghiera è scomparso; il sapore dolce si è cambiato in amarezza (cfr. 2S 13,2). Perché questo sia autentico segno di contemplazione purificativa deve essere accompagnato da forte desiderio di cercare il Signore e libero da imperfezioni, mancanze volontarie, comodi, soddisfazioni... 2) Mancanza di piacere e di consolazione nelle cose di Dio e anche nelle altre cose umane. Ma non tiepidezza, non raffreddamento spirituale, non mancanza di volontà, di decisione... 3) Pena e preoccupazione di non fare contento Dio. Fedeltà all'orazione come a un appuntamento con la persona che si ama, nonostante e a dispetto di qualsiasi riluttanza della natura. Questo è un segno particolarmente significativo. Il pensiero di non servire e di non amare più il Signore come prima infonde all'anima tanto desiderio di volerlo amare ad ogni costo e intanto la inclina a starsene sola, quieta, senza voler pensare ad alcuna cosa particolare. Si capisce allora che l'aridità di cui parla Giovanni della Croce non è causata dall'anima, ma da Dio. Egli scrive: "In questa aridità e tenebre del senso si comincia a porgere allo spirito arido e vuoto di succhi sensibili un pane con dura crosta, ed è la contemplazione infusa" (lN. 12,1). Si tratta di una contemplazione iniziale. L'anima avverte solamente la incapacità a meditare e il vuoto di tutto ciò che prima era il suo sollievo. L'azione di Dio è ancora molto tenue e non produce soavità come nell'orazione soprannaturale o infusa. Però c'è da dire che se l'anima non si affanna subito a ritornare alla meditazione (che però le è im-possibile), se si mantiene in pace pensando a Dio, così, con semplicità, senza immagini particolari, ma con frequenti atti di amore "senza sforzo speciale, con attenzione amorosa, semplice e pura, come chi apre gli occhi fermandoli amorosamente sull'oggetto amato" (FB.str. 33), allora man mano lo sguardo contemplativo si fa continuo, abituale. Allora "mettendosi alla presenza di Dio - scrive Giovanni della Croce - si pone in un atto di notizia confusa, amorosa, pacifica e tranquilla, in cui beve sapienza, amore e diletto" (2S.12,2). È un momento delicatissimo questo per l'anima. Segna un nuovo modo di pregare e soprattutto un nuovo modo di essere. Come farà l'anima a mantenersi in questo stato che è certamente al di sopra di ogni attività intellet-tuale? Come farà ad essere certa che la sua preghiera è vera, mentre si vede così impotente a formulare un benché minimo pensiero con le sue proprie forze? È il momento di un'attività inattiva. Non è, per caso, un'illusione? Giovanni della Croce offre delle indicazioni ben precise per tranquillizzare l'anima. Sono tre indica-zioni e tutte e tre convergenti e significative: 1°. Impossibilità di meditare. Non più una preghiera riflessiva e prolungata. Il metodo discorsivo non ha più ragione di essere. Se ancora lo si vuole utilizzare, si cade in una specie di vuoto e di inutilità. 2°. Niente più gusto nelle cose di Dio né in quelle profane. Nella sfera del sensibile non interessa più niente. 3°. Tuttavia, profondo raccoglimento; viva attenzione fatta di amore (cf. Salita, 2,12-15). Ardente desiderio di servire Dio con sempre maggior perfezione (cf. 1N.9-10). La fede s'impregna d'amore; non interessa più soltanto l'intelligenza, ma afferra anche la volontà, tutto l'essere. Dio infonde segretamente, pacificamente, amorosamente, tutto se stesso in quest'anima privilegiata. In questo stato l'anima "deve preoccuparsi unicamente di amare Dio, senza desiderare di sentire e di vedere niente. All'anima che si trova in tale stato Dio si comunica passivamente, come passivamente la luce si comunica agli occhi aperti di chi non fa altra fatica all'infuori di quella di tenerli in questa posizione..." (28. 15,2). E perché questa grande bontà di Dio venga compresa e accettata dall'anima, Giovanni raccomanda: "Avvertenza amorosa, semplice e genuina, come chi apre gli occhi con avvertenza di amore (F3,33). E profondo silenzio... per una così profonda e delicata audizione di Dio" (F 3,34).   La contemplazione nella notte passiva del senso   La purificazione che l'anima deve affrontare in questo tratto notturno è provocata dalla contempla-zione e cioè da questo versamento di amore che illumina la mente e infiamma il cuore ma senza alcun apporto dei sensi esterni ed interni. "L'immaginazione e la fantasia non trovano appoggio in alcuna considerazione, né più in avvenire potranno fermarvi il piede", scrive Giovanni della Croce (lN. 9,6). Ciò significa che viene scartato l'elemento essenziale nella sfera del sensibile. L'anima allora si trova come sospesa senza questo sostegno psicologico. Lo spirito ne risente e più ancora l'attività cono-scitiva. Infatti la contemplazione interessa direttamente la conoscenza. Ora, se una conoscenza di Dio viene procurata all'anima, questa avviene senza più quei meccanismi della logica umana, ma solo per esperienza affettiva. L'amore teologale gioca un ruolo di primo piano in questa conoscenza. È questo amore, infuso da Dio, che fa conoscere la Verità. In questo ruolo viene interessata la fede come sorgente di amore e come principio di esperienza soprannaturale. Spiega Giovanni della Croce: mediante questa fede infiammata d'amore soprannaturale Dio am-maestra e istruisce l'anima in perfezione di amore" (2N.5,1). Contemplazione, fede, amore, notte, sono una sola realtà in questo primo impervio tratto di strada. Contemplazione, come infusione d'amore e istruzione segreta, illuminazioni e tenebre, ansie intense di vedere e precipitazioni nel buio. La preghiera, che non è più meditazione e neppure abituale contem-plazione, va avanti così: con momenti di profonda sofferenza che però ha l'efficacia di irrobustire l'anima e di liberarla dalle esigenze della parte sensitiva, insieme a una capacità nuova di valutazione di sé e di Dio. Scrive Giovanni della Croce: "Il primo e principale vantaggio che l'anima ritrae da questa notte arida e oscura, è questo: il conoscimento di sé e della propria miseria" (lN. 11,2). Non si è più in grado di formulare una preghiera... è finita ogni segreta compiacenza. Ora c'è più verità di se stessi. ...Nella sua stessa sostanza (è l'abbraccio divino, unione permanente secondo la sostanza: cfr. 2S.5,2; C.26,11; 1F.3), e per mezzo delle virtù teologali nelle potenze (unione non permanente). Siamo ancora al di qua della visione, ma la fede è trasparente. Solo un velo finissimo impedisce di vedere svelatamente Iddio (4F. 14). La speranza pone l'anima nella pace, nell'abbandono nelle braccia dell'Amato, in attesa che le si manifesti. L'amore unisce sempre di più; anzi realizza come una fusione dei due amanti; una specie di compenetrazione dei due esseri che, pur restando distinti, agiscono in una sola maniera, quella divina. La preghiera è vita; è un continuo atto di amore, di lode, di gloria. "Un po' di questo amore - scrive Giovanni della Croce - è più prezioso al cospetto del Signore e per l'anima stessa, ed apporta maggior utilità alla Chiesa che non tutte le altre opere unite insieme" (C.29,2). È lo Spirito Santo che prega nell'anima, perché in lei vive ed ama ed agisce la SS.ma Trinità (C. 39,3; F. 78-79). A questo punto non ci rimane che adorare e ringraziare questo nostro immenso Dio che si comunica alla sua creatura, facendole godere fin da questa vita terrena, gran parte della ricchezza della sua divinità. Basta così? No, così non basta. Ci sono ancora la memoria e la volontà che devono subire un processo di purificazione perché Dio entri da Signore nell'uomo.   La Speranza, vuoto e anelito   Scrive Giovanni della Croce: "La speranza vuota e allontana la memoria da ogni possesso di creatura..., la distacca quindi da quanto può possedere e la pone in ciò che spera. Perciò la speranza sola prepara puramente la memoria all'unione con Dio" (2N. 21,11). Già da questa affermazione del santo Dottore si capisce subito il ruolo che gioca la speranza nei riguardi della memoria e, in genere, in tutto il lavoro tanto impervio che ha intrapreso l'anima dal momento che ha deciso di raggiungere l'unione con Dio. C'è da dire che la memoria è utilissima sia all'intelligenza come alla volontà. Offre ad esse un materiale sempre buono ad essere elaborato e sfruttato. Oggi purtroppo la memoria è in disgrazia. Si è levata dalle scuole o si è ridotta a una facoltà di seconda o terza categoria. Senza pensare che l'uomo non può fare a meno di servirsi del passato per vivere e pensare nel presente. Ricordi di cose viste, di persone incontrate, di impressioni provate; gioie e tristezze vissute, tutto può essere ravvivato dalla memoria. Non solo, ma l'azione della memoria interessa anche il presente e si proietta verso il futuro. L'uomo, insomma, è interiormente ricco quando nel suo mondo non va perduto niente. Nella vita spirituale la memoria serve, e come! Serve nella preghiera: come esperienze fatte, come doni ricevuti, come momenti di grazia e momenti di infelicità, come situazioni decisive e di progetti forse non realizzati per tante ragioni negative. Tutto si può presentare al Signore e tutto può essere motivo di gratitudine, di resipiscenza, di lode, di formulazione di nuovi impegni... Però ci può essere un rischio: la memoria può ingolfare talmente l'anima da impedirle di ricordarsi di Dio. Quando accade questo fatto, la memoria va purificata. A questo punto entra in azione la speranza teologale. Giovanni della Croce assegna a questa virtù l'ufficio di mettere ordine, di scartare, di selezionare all'interno della memoria in modo tale che l'anima punti verso Dio direttamente e senza esitazioni o soste. Ricordare è bene, ma solo quando sono portato verso di lui, unico e sommo Bene. La speranza è una virtù del presente, come dono. In questo aspetto viene inserita profondamente nel dinamismo delle altre virtù teologali. La fede presenta alla speranza ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano. La carità fa pregustare fin da questa vita ciò che la speranza possederà domani nella gloria, ma che già vive nella prospettiva di quella gloria. La speranza appartiene sì al tempo che, pene-trato da essa, perde il suo peso, la sua relatività: si apre invece nell'ampiezza infinita di Dio. Allora la memoria non è più ricordo di terra, ma è anche e soprattutto ricordo del cielo. E in questo secondo aspetto è promessa, anzi, certezza di cose che saranno donate in premio da Dio. Si può affermare che la speranza fa vuoto di tutto ciò che è di questa terra. Giovanni lo dichiara apertamente: l'anima "soffre il vuoto e la sospensione di quei naturali appoggi e percezioni, e questo è una sofferenza molto angosciosa come se uno fosse sospeso in aria senza poter respirare" (2N.6-5). Non c'è più il sostegno del passato; si è eliminato o purificato tutto quel mondo psicologico che aggrediva la realtà del presente e la soffocava, compromettendo anche la realtà di Dio. Ma più si fa vuoto e più si fa pienezza.   "Gesù, nostra speranza "   Gesù, incarnandosi, ha aperto i cieli e ci ha reso Dio vicino. In lui, pienezza di grazia, noi riceviamo tutto. Egli è nostro desiderio, nostra speranza, nostro dono, nostra pienezza. A ragione l'anima può parlare a Dio in questi termini:   "Non mi toglierai, Dio mio, quanto una volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero; perciò io mi rallegrerò pensando che tu non tarderai, se io attendo" (Avvisi e sentenze in "Parole di luce e d'amore).   La presenza di Gesù acuisce le esigenze della speranza. E questo è un bene grande per l'anima. Per Lui e in Lui si acquista l'audacia. Non si teme più niente. Tutto ci viene dato di ciò che si desidera. "Chiedete e vi sarà dato". Le incertezze spariscono: Egli è fedele alle sue parole. "Tutto posso in Colui che mi dà forza". La forza qui ha valore di speranza teologale. Anche il passato con i suoi ricordi più o meno belli o più o meno brutti, viene come sommerso. Si acquista la libertà tanto bramata. E soprattutto si capisce quanto Dio è stato grande nella sua bontà. Con la speranza la natura ha finito di insidiare e di uccidere le risorse della grazia. Se Gesù ci ha salvato una volta, ci salva ogni momento. Il peccato di ieri è fonte della riconoscenza di oggi. L'inferno di ieri - se c'è stato - si cambia nel paradiso di oggi. Anzi il paradiso diventa l'anelito costante e intenso di ogni momento. Raggiungere Dio, Sommo Bene, ecco il perché ultimo della vita. Ogni bene umano è diventato arido, appassito, morto e di nessun valore (cfr. 2N. 21,6). In chiave di speranza acquistano grande risonanza le parole di Teresa d'Avila:   "Niente ti turbi Niente ti sgomenti Con la pazienza tutto si ottiene Solo Dio basta".     Capitolo 8   SAPER AMARE È SAPER VOLERE   Purificare l'intelletto per mezzo della fede e la memoria per mezzo della speranza è già un lavoro molto importante per raggiungere l'unione con Dio. Ma questo lavoro, anche se con risultati positivi, non è sufficiente. Anzi, scrive Giovanni della Croce che sarebbe addirittura inutile se non venisse interessata anche la volontà del processo purificativo. L'uomo infatti è essenzialmente volitivo. Per la sua volontà, oltre che per la sua intelligenza, si distingue dagli altri esseri. Prescindendo dalla questione del primato dell'intelligenza sulla volontà e viceversa, che è stata molto dibattuta anche aspramente nei tempi passati, è certo che la volontà è al governo di ogni azione dell'uomo e anche della stessa intelligenza. Si può vivere senza conoscere, ma non si può vivere senza volere. In ogni movimento dell'anima, in ogni nostra attrazione verso i valori universali, quali sono il Bello, il Bene, il Vero, nelle stesse passioni, viene interessata la volontà come la facoltà a cui fa capo tutto il nostro mondo psicologico e spirituale. Perciò ha ragione Giovanni della Croce a dare alla volontà il primato nei rapporti con Dio. È infatti la volontà a decidere il raggiungimento dell'unione con Lui o il fallimento. Si può benissimo affermare che, purificata la volontà, è purificato tutto l'uomo. Nella volontà risiede l'amore. Ed è nella volontà che esso provoca ascensioni straordinarie o abiezioni spaventose. Nella misura in cui si sa amare si sa anche volere. Nella vita l'amore non è piacere, è eroismo. E' una spinta verso il sublime, verso la vera Bellezza, verso la Bontà, verso la Verità: verso Dio, Sommo Bene e Perfezione assoluta. In questa linea ascensionale l'amore seleziona i vari beni, ne fa una scelta in modo tale da indirizzare la volontà con ordine e con criterio e soprattutto educa la volontà a non fermarsi nei beni temporali o spirituali o soprannaturali che siano come fine a se stessi, ma semplicemente come mezzi e come realtà tanto limitate che non potranno mai soddisfare appieno le profonde esigenze dell'uomo. . Sant'Agostino ha fermato questa verità in quella famosa espressione: "Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te, Signore". La purificazione della volontà che l'amore è chiamato a operare, consiste nel liberarla dall'attac-camento disordinato a questi beni. Scrive Giovanni della Croce: "Sappiamo che l'amore e gli attaccamenti agli appetiti e la ricerca del gusto in tutte le cose infiamma la volontà, la quale si sente spinta a goderne..., la sensibilità è spinta e portata verso le cose che cadono sotto i sensi con tanta forza dell'appetito che l'anima, se non è infiammata da ansie più intense verso le cose dello spirito, non potrà mai spezzare il giogo della natura" (1S.14,2). È necessario che l'amore verso Dio sia più forte di quello verso le cose create. Deve essere totale, senza riserve né cedimenti. Le mezze misure non dicono niente di buono. Un principio di filosofia è posto da Giovanni come base di criterio la distanza abissale che esiste tra Dio e l'uomo: "Due contrari non possono essere contenuti nel medesimo soggetto. L'affetto per Dio e quello per le creature sono contrari e quindi nella stessa volontà" (cfr. 1S.6,1). Diciamo contrari nel senso che tra le creature e Dio c'è un'infinita differenza. Dio è inaccessibile, assoluto, trascendente, santo; al di fuori di ogni cosa creata e perciò al di fuori di ogni limite. Dio è Colui che è. La creatura invece non ha neppure la ragione di essere in se stessa. Se esiste, è soltanto perché dice relazione a Dio, dal quale attinge l'essere, il movimento, la vita. Per se stessa dunque, non è. In forza di questa realtà Giovanni della Croce può concludere: "Come l'essere non può stare col non essere, così l'anima che si trova in tale stato non può unirsi affatto con l'infinito essere di Dio" (1s. 4,4). L'amore ha forza di unire e di rendere simili coloro che si amano. Così la volontà dell'uomo che si trova sotto l'azione purificatrice dell'amore teologale, man mano perde il gusto delle cose create e finisce per non attaccarsi più ad esse e per orientare tutto il suo affetto in Dio. Si verifica un processo di spiritualizzazione in tutta la gamma dell'agire umano. Si fanno vive certe novità che cambiano radicalmente l'uomo. Novità nel pensare, nel volere, nell'amare, novità nei sentimenti. Le idee, i criteri, le norme del Vangelo vengono fatte proprie. L'atteggiamento di Gesù nei riguardi del Padre, delle creature, delle cose diventa l'atteggiamento proprio. A questo punto Giovanni della Croce offre un quadro molto ricco dei diversi beni verso i quali la volontà può essere attirata con affetto più o meno disordinato e che quindi deve usare molto equilibrio e prudenza. Due principi devono essere sempre presenti: "L'anima non cessi di collocare la forza della sua gioia nel Signore" (3S. 17,2). "La volontà non deve gioire se non di ciò che è amore e gloria di Dio"(ivi). Ecco la serie di beni: - Beni temporali (cc. 18-20) : ricchezze, condizione sociale agiata, cariche, titoli, parenti... - Beni naturali (cc. 21-23) : bellezza, grazia, ... doti del corpo, dello spirito... - Beni sensuali (cc. 24-26) : tutto ciò che fa presa sui sensi.   Beni temporali   In fondo tutti questi beni nascondono l'insidia di imprigionare l'uomo dentro sicurezze umane, e di dargli l'illusione di grandezza, di avere una spiccata personalità, di essere arrivato nella scala sociale. Invece la realtà è un'altra. Ci possono essere tutti questi beni, ma sono veramente tali, quando trovano un cuore distaccato, libero; quando l'uomo se ne serve con modestia, con gratitudine, con molta onestà e possibilmente anche a beneficio degli altri. Giovanni della Croce offre, a riguardo, delle norme pratiche e liberanti. Eccone alcune: Rallegrarsi delle ricchezze solo se "vengono spese e impiegate nel servizio del Signore", a beneficio dei poveri o per la famiglia. Chi possiede con spirito idolatrico, non possiede; è invece posseduto (cfr. 18,3; 20,3). Si "consegue maggiore gioia e diletto nelle creature spogliandosi di esse"(20,2).   Beni naturali   Essi esercitano molta forza e attrattiva nella sfera della affettività. Scrive Giovanni della Croce: "Le grazie e i doni naturali sono talmente provocanti sia per chi ne è dotato, sia per chi li guarda, che difficilmente vi sarà chi in essi non troverà qualche piccolo laccio o legame del cuore" (21,1). È male dunque avere questi beni? Sarebbe male se nella provocazione che esercitano, la volontà restasse irretita. Se invece la volontà resta libera, rimangono autentici beni dati dal Creatore.   Beni sensuali   Lo stesso principio vale per i beni che derivano dall' esercizio dei sensi. Tutto il mondo sensibile dovrebbe essere orientato alla contemplazione divina, scrive Giovanni della Croce; ma questo avverrà solo quando l'anima si è talmente spiritualizzata da servirsi degli oggetti sensibili per portarsi spontaneamente a Dio (24,4; 26,6). L'altra serie di beni riguarda più direttamente la sfera spirituale. Sono:   Beni morali (cc. 27-29):   Virtù, opere buone, penitenze, preghiere... Anche in questi beni ci può essere il difetto e molto più subdolo in quanto è ammantato di bontà. Giovanni della Croce offre una norma ben precisa che la volontà dovrà seguire per non cadere nel male, proprio mentre sta compiendo il bene: "il valore - afferma il S. Dottore - non sta tanto nella quantità, o nella qualità, ma nell'amore di Dio con cui le opere spirituali vengono compiute. E' l'amore che dà la qualificazione alle opere. E dunque, più è puro l'amore, più è libero dai gusti che possono derivare dagli esercizi di pietà o dalle opere buone e più la volontà viene orientata verso l'onore e la gloria di Dio.   Beni soprannaturali (cc. 30-32)   Questi beni comprendono tutte le grazie gratis date, che trascendono le facoltà e le virtù naturali. S. Paolo ce ne offre una serie molto ricca: fede, grazia delle guarigioni, potere dei miracoli, profezie, conoscenza e discernimento degli spiriti, dono delle lingue... (lCor. 12,9-10). Circa questi beni Giovanni della Croce segue la stessa linea di sempre, come la seguirà anche circa i beni puramente spirituali. Intanto, al di sopra di tutti questi doni, vi è la Carità, ci ricorda S. Paolo. Questi doni vengono dati sempre a beneficio degli altri e in funzione salvifica. Sarebbe proprio strano gloriarsene e usarne come beni propri. Oppure sarebbe altrettanto strano cadere nelle astuzie di Satana, il quale gioca molto bene con queste persone se non hanno umiltà, distacco, riservatezza... Ho conosciuto delle persone che mostravano con soddisfazione la mano destra a cui - secondo loro - era legata un'efficacia taumaturgica. Una forma di pseudomisticismo è come radicata nell'animo di certe pie donne che, soltanto perché provano un po' di gioia nella preghiera o perché sentono il gusto di fare qualche opera buona, si reputano subito persone privilegiate e magari si fanno baciare la mano o si fanno fare altri servizi in casa o altrove. Secondo S. Giovanni della Croce bisogna ricordare che Dio non è tanto propenso a compiere opere meravigliose e spettacolari, e che se le compie, è sempre a beneficio della fede. A Lui piace operare nella semplicità, nel servizio, specialmente se l'anima non è abbastanza preparata e non è abbastanza pura. E' sempre valida la norma di Gesù: "Beati coloro che, pur non vedendo, crederanno" (Gv.20,29).   Beni spirituali (cc. 33-45).   Rientra in questa categoria tutto ciò che, almeno dalla struttura e dall'intenzione, si presume che serva ad onorare Dio. Pensiamo alle immagini sacre, a luoghi di culto, agli oggetti sacri, ecc... Anche in questi beni si possono verificare vere e proprie storture e vere profanazioni. Giovanni della Croce parla di certi "ornamenti di bambole", riferendosi a immagini che dovrebbero essere sacre e perciò col solo scopo di ispirare devozione; o di certi "salottini privati", riferendosi a oratori o a cappelle private addobbate talmente da far dimenticare completamente della sacralità del luogo; o di certe "orazioni cerimoniose", riferendosi a celebrazioni liturgiche che sanno più di clima di teatro, anziché di liturgia. Possiamo fare qualche riferimento più vicino a noi. Conosco una suora che ogni sera si porta a letto una statuina di Gesù Bambino, convinta che così dorme vicino a Gesù vero. Non parliamo poi di certe devozioni e processioni popolari. Vere degenerazioni, autentiche forme di superstizione. Per tutte queste pseudodevozioni vale l'avviso di Giovanni della Croce: "La persona profondamente devota ripone principalmente la sua devozione nell'invisibile, ha bisogno di poche immagini, usa poco di esse o si serve di quelle che sono più conformi al divino che all'umano" (38. 35,5). "L'anima buona deve sempre sospettare di più nel bene che nel male"(38. 37,1).     Capitolo 9   INTERVENTO DI DIO   Tutto il lavoro dell'anima non può dare risultati definitivi. L'amore che l'ha spinta a salire esige molto di più, esige tutto. Bisogna (prima di tutto) che il mondo sensibile subisca una trasformazione radicale. Ciò che è senso deve perdere completamente, in ciò che è il suo dinamismo, le sue esigenze, i suoi appagamenti, per far posto allo spirito. Se non avviene questo passaggio, il cammino verso Dio si arresta; l'uomo accusa stanchezza e quindi incapacità a proseguire; anzi, trovandosi in questa situazione, torna indietro; torna a vivere nel suo mondo, nella sua comune bontà. È un ripiegamento che può segnare fatalmente il fallimento della santità e della gloria a cui si era destinati. Invece, se l'uomo è deciso a proseguire, allora interviene Dio a prendere l'iniziativa. E' un momento particolarmente decisivo questo. Se agisce Dio, per quanto dura può essere la sua azione, è però garanzia certa di successo. Grandi passi l'uomo l'ha già fatti, ma bisogna pur riconoscere che gli sono rimasti molti difetti, sia nella sfera sensibile che in quella spirituale. Difetti dovuti al limite creaturale, al segno del male non del tutto rimarginato, al contesto umano in cui vive. C'è anche da dire che Dio l'ha trattato fino adesso come la mamma tratta il suo bambino: dolcezze, baci, abbracci, gusto in tutto: nella preghiera, nei piccoli e grandi sacrifici, nelle difficoltà. Adesso le cose cambiano totalmente. Sì, le cose cambiano, in meglio. Iddio ha troppo cara quest'anima. La vuole tutta per sé. Allora che cosa succede? Prima si era arrivati a credere che Dio fosse un Dio dolce al palato e al cuore, un Dio mischiato nel sensibile o addirittura nella meschinità umana, un Dio soltanto dei bambini che tutto vogliono a pro-prio capriccio e che sono calmi solo nel momento in cui stanno succhiando il latte dal seno materno. Ma così non poteva durare. Il nostro Dio è tutt'altro. Anche il contatto con Lui prima era tanto bello. Stare in Chiesa per ore ed ore era poco più che qualche attimo. Si parlava con Lui e lo si sentiva tanto vicino, tanto presente. Si aveva l'impressione che non fosse più il Dio della Fede. Il cuore palpitava a ritmo accelerato, gli occhi lacrimavano per troppa commozione. Anche la virtù, il dovere, niente costava. E se costava, si accettava ugualmente con entusiasmo, con generosità, con gioia indicibile. A un certo punto ecco il fenomeno strano: proprio nel clima di fervore, di slancio, di grandi desi-deri, di amore ardente, il sole della consolazione si eclissa: scende la notte, e con la notte, ecco il freddo nell'anima, la paura di rimanere soli, di camminare su una strada sbagliata. La preghiera non viene più. Il fervore si è inaridito. I grandi desideri non hanno più senso. È intervenuta l'azione di Dio: soave, delicata, spirituale, segreta e l'anima, ancora impastata di gros-solanità, non è capace di avvertirla. Ha solo l'impressione di essere precipitata in un abisso. E in verità, Dio sta scavando in lei una specie di abisso, ma per svuotarla di ogni imperfezione e quindi per colmarla di quella invasione di fuoco che è appunto la contemplazione. È una cosa grande questo versamento di amore da cui scaturisce una capacità del tutto nuova di uno "sguardo semplice" sulla verità, senza più bisogno della meditazione dell'intelletto. Possiamo parlare di uno sguardo intuitivo sotto l'energia illuminante dell'amore. Conoscenza sì, ma conoscenza affettiva, di esperienza, "di contatto". Conoscenza profonda soltanto teologale della verità che la Rivelazione e la Chiesa ci propongono. La fede qui è penetrata nella teologia mistica e ha reso vivo, personale, tutto il corredo delle verità e dello stesso Dio. Niente più idee distinte né formule del sapere umano. Ora è Iddio che illumina e innamora. La luce sarà ancora tenebrosa per troppa presenza di umano che esiste nell'anima; l'amore sarà arido pur nella sua azione avvampante. Ma l'essenziale è sapere che ora è Dio il protagonista dell'opera grande che si sta svolgendo nell'anima. C'è anche da dire che l'esperienza dell'azione di Dio non è, per il momento, sempre vissuta in maniera uguale. Si verifica un alternarsi di periodi nei quali l'anima è come bruciata, e allora si sente pura, libera, traboccante di amore; luminosa di idee immediate, che le fanno raggiungere la verità soavemente e pacificamente. In altri periodi invece si ritrova sola a dover faticare per provare un po' di calore e un po' di luce. Sono momenti questi, di vuoto, di deserto, di passività, in cui tutto si riceve di "spirituale e di estremamente delicato". San Giovanni della Croce si preoccupa perché l'anima non si scoraggi e non sciupi questo grande momento che sta vivendo. Alcune sue norme in merito sono particolarmente significative e illuminanti: "In questo stato - così il S. Dottore - le potenze riposano e non agiscono in modo attivo, ma passivo, sottostando all'azione di Dio. Se qualche volta operano, ciò non avviene con intensità o con un ragiona-mento prolungato, ma con soavità di amore, mosse più dall'alto che dalla abilità dell'anima"(2S.12,8). Agire ricevendo, non agire producendo. Questa formula è particolarmente importante ed esprime molto bene il pensiero di Giovanni della Croce, il quale mette fortemente in rilievo l'agire passivo dell'anima che non è imitazione o quietismo, ma al contrario, è una disposizione attenta e recettiva dell'operazione di Dio. Ancora: l'anima deve preoccuparsi unicamente di amare il Signore senza desiderare di sentire e di vedere niente. La luce le si comunica ed ella resti con gli occhi aperti: questa è l'unica sua fatica (cf.2S. 15,2). E perciò non deve fare come l'ape che si posa su ogni fiore in cerca di nettare per il suo miele. Il miele delle notizie amorose le viene donato gratuitamente dal suo Dio. Questa, in definitiva, è la contemplazione. Una trasformazione di tutto con l'occhio interiore che fissa stupito le meraviglie di Dio, senza capire, ma solo gustando. Contemplazione quindi è incantesimo di fronte alla presenza di un Altro, il quale è Bellezza, Amore, Godimento, Tutto.   La notte passiva del senso   Il bambino, man mano che cresce, viene privato delle attenzioni, delle carezze, dei baci... Se nel primo tempo tutto questo poteva essere necessario, seguitare su questa linea, sarebbe un viziarlo, un impedirgli di crescere psicologicamente e armonicamente. Dio ugualmente non può lasciare le anime sempre col biberon spirituale in mano. Egli invece le vuole capaci di liberarsi da tutti gli infantilismi; leva loro la zolletta di zucchero che sostiene il loro affetto per Lui. Da questa brusca privazione si fanno vivi tanti di quei difetti che erano assopiti, come tanti piccoli serpenti, in fondo all'anima. Giovanni della Croce li indica con abilità psicologica e offre anche il modo per liberarsene. Come pista sceglie i sette vizi capitali.   Il primo vizio: la superbia. Il tanto fervore e il tanto zelo di questi principianti può offrire un terreno molto fertile di orgoglio spirituale che man mano si manifesta nella soddisfazione di se stessi e delle proprie virtù, nella smania di parlare sempre, a proposito e a sproposito, di cose spirituali, magari con un segreto desiderio di essere in cattedra, invece di imparare a tacere e a desiderare di essere gli ultimi. C'è in essi - nota Giovanni della Croce - una grande dose di fariseismo. L'orgoglio si ramifica; diventa invidia, gelosia, presunzione, inquietudine, avarizia... Si lascia il confessore che non approva e si va in cerca di uno più accomodante. Si tacciono i peccati più o meno gravi per non perdere la stima. Qui il demonio lavora molto agevolmente. "Si trovano pochi di questi principianti - afferma Giovanni della Croce - che al tempo del fervore non cadono in cose di questo genere"(lN. 2,6). C'è bisogno di tanto spirito di Dio, che è spirito di umiltà, di riservatezza, di consapevolezza dei propri limiti e dei propri difetti, di diffidenza di sé e di stima degli altri.   Solo con questo atteggiamento si può essere preparati a ricevere l'azione purificatrice del Signore.   Secondo vizio: l'avarizia. Le note caratteristiche di questi principianti stranamente si manifestano in forme di scontentezza, di insoddisfazione dei doni che offre loro il Signore, di insaziabile desiderio di chiedere consigli, di attaccamento a immagini sacre, a rosari, a reliquie, a libri di devozione. Queste forme, mentre danno l'illusione di essere delle persone spirituali, in verità uccidono la vera devozione che è culto a Dio "in spirito e verità". Certamente a Dio non piacciono tutte queste devozioni: "Non chi dice: Signore, Signore...", ha avvertito Gesù, "ma chi fa la volontà del Padre entrerà nel Regno".   Terzo vizio: la lussuria. Giovanni della Croce parla di una "lussuria spirituale", non perché ci sia un tale vizio nell'anima, ma perché si dà il caso che proprio dagli esercizi devoti si sprigionino nella parte sensibile delle forti sensazioni che turbano l'anima al punto da farle credere di peccare, mentre sta pregando o sta in profondo raccoglimento. Questo fenomeno può accadere anche quando si ricevono i sacramenti, quando si baciano le immagini della Madonna o di Gesù, quando si sta parlando di cose sante con qualche persona religiosa... Giovanni della Croce ne dà la spiegazione. Intanto qui si parla di sensazioni del tutto involontarie, perché altrimenti ci sarebbe il peccato. Queste sensazioni possono dipendere dal piacere che la natura prova nelle cose spirituali. Se lo spirito gode, anche il corpo è chiamato a godere, ovviamente secondo la sua natura. Più è forte la gioia che prova lo spirito e più si possono provare sensazioni sensuali. Sarà sempre così? No, non sarà sempre così. Ci si trova ancora agli inizi, e la sensibilità è imperfetta, e perciò riceve i diletti di Dio in modo imperfetto. Dopo la purificazione passiva della notte oscura, queste imperfezioni spariranno e allora si riceverà tutto in modo spirituale. Questi richiami forti al piacere sensuale possono essere provocati anche dall'azione del demonio, il quale entra nel dinamismo della nostra sensibilità e mette tutto in subbuglio, presentando all'immagi-nazione le figure più turpi unite alle cose spirituali e alle persone dalle quali si riceve aiuto. Atteggiamento dell'anima: - non dare importanza; - offrire al Signore questa sofferenza; - aspettare con pazienza la liberazione. Un marcato incentivo può essere dato anche dalla ipersensibilità e fragilità delle persone, le quali si turbano ad ogni minima alterazione e così si trovano come ingolfate nel piacere con grande loro confusione e ripugnanza.   Quarto vizio: l'ira. Un fenomeno, questo vizio, che si presenta a coloro che vengono privati del gusto provato già nelle cose spirituali. Rimangono "come rimane il bambino quando viene staccato dal petto materno in cui stava gustando il latte a suo piacere": disgustati, svogliati, irrequieti... Ma c'è di più: questa ira spirituale genera altre imperfezioni che possono intaccare anche la carità: "zelo inquieto" contro le mancanze degli altri, monopolio della virtù, con diritto di censurare, condan-nare l'operato meno retto degli altri; impazienza orgogliosa di non essere subito santi...   Rimedi: pazienza, comprensione, misericordia, consapevolezza delle proprie carenze.   Quinto vizio: la gola. Scrive Giovanni della Croce: "è difficile trovare uno di questi principianti il quale... non cada in qualcuna delle molte imperfezioni... circa questo vizio a causa del gusto che provano...". È facile cercare "più il sapore che la purezza e la saggezza dello spirito". Anzi, proprio per il gusto che si prova, scrive ancora Giovanni, alcuni "si ammazzano con le peni-tenze, altri si debilitano con digiuni" e questo di propria volontà, senza alcun permesso né del confessore né del padre spirituale né del superiore, sfuggendo anzi il loro parere contrario. E di questo passo si finisce per perdere la testa. Allora, o si entra in una clinica psichiatrica o si cade vittime di uno pseudomisticismo veramente preoccupante, in cui anche allo osservatore meno esperto non è difficile discernere una forma patologica delle più acute. In questi casi Giovanni della Croce è molto duro: "Costoro sono i più imperfetti, gente senza criterio che pospongono la sottomissione e l'obbedienza, la quale è penitenza della ragione e del giudizio, e quindi è il sacrificio più accetto e gustoso del Signore, alla penitenza corporale la quale, se non è accompagnata dall'altra, non è altro che una penitenza da bestie". Non avremo mai immaginato espressioni così aspre e drastiche sulla penna di Giovanni della Croce. Ma questo sta a significare l'equilibrio di chi agisce, pensa e ama sotto l'impulso dello Spirito di Dio. Specialmente dunque per questi principianti è necessaria la notte purificativa.   Sesto e settimo vizio: l'invidia e l'accidia. Anche di questi due vizi i principianti hanno diverse imperfezioni. Chi è invidioso prova un certo dispiacere a vedere gli altri più virtuosi. Mi confidava una suora: "Mi dà tanto fastidio quella consorella; a momenti mi provoca un nervoso da non potersi sopportare, per che cosa poi? Perché la vedo come "angelica", fuori della materialità, fuori del mondo, sempre in equilibrio, sempre col sorriso... Eppure la stimo, la venero, le chiedo consigli... Ma non posso fare a meno di guardarla con una certa invidia, vedendola così distante da me, e così troppo in alto". L'accidia provoca noia nelle cose spirituali proprio per il fatto che in questo mondo spirituale non c'è più posto per soddisfazioni sensibili. Viene voglia di piantare tutto ciò che riguarda lo spirito. Il quadro non è davvero lieto. È chiaro che solo l'intervento di Dio può cambiare l'uomo, sia esso il più umiliato peccatore sia che abbia bisogno di essere liberato da grossolanità e da difetti troppo abbarbicati alla natura. Urge perciò il passaggio nella notte dei sensi.     Capitolo 10   LA NOTTE "ORRENDA"   La notte del senso è "amara e terribile; la seconda, quella dello spirito, non ha confronti perché è semplicemente orrenda e spaventevole". Si entra in questa notte subendo tutto il peso dell'immenso e santo Dio, il quale attira a Sé la creatura con amore che, prima di essere glorioso, è tormento, riprovazione, terrore, folgorazione, distruzione. Qui la contemplazione esercita un ruolo principale. Con essa Dio "purga l'anima dalle sue ignoranze e imperfezioni abituali, naturali e spirituali..., mediante essa Dio ammaestra e istruisce l'anima in perfezione di amore, senza che ella faccia niente e capisca come ciò avvenga"(2N. 5,1). Una "sapienza amorosa", un "linguaggio misterioso" con cui Dio parla all'anima, una luce che fa precipitare nelle tenebre per troppo splendore... per troppo contrasto, per troppa violenza, per troppa santità. Si provoca come un urto tra due esseri - Dio e la creatura - per sé infinitamente distanti. Le stesse immagini potenti che usa Giovanni accusano l'inadeguatezza di espressione in confronto alla realtà. È legittimo chiedersi: a che cosa è servito tutto il lavoro precedente per liberarsi dall'egemonia dei sensi? A che cosa è servito lo stesso lavoro di Dio teso a svincolare lo spirito umano dalla aggressione del mondo sensibile? È servito, eccome! Il lavoro precedente è stato come una preparazione che ha portato l'uomo quasi a confrontarsi con Dio, non in una ostilità reciproca, ma in una gara altamente impegnativa di uguagliarsi per impeto d'amore. Il significato e il contenuto della notte passiva dello spirito sono in questa dura tensione. Dio ha diritto di possedere tutto l'uomo: corpo e spirito. E perché egli è Amore, utilizza questo suo Amore che è il suo Spirito, per penetrare nelle profondità dell'essere umano e vivere e agire in esso e con esso. È in questo contatto che si verifica l'urto dei due contrari. Giovanni della Croce ha una pagina grandiosa nella Fiamma in merito a questa realtà: "Di tal genere suole essere la grande sofferenza nella sostanza, e nelle potenze dell'anima, con angustia e strettezze grandi, lottando in un unico soggetto, l'uno contro l'altro, due contrari. E' Dio, sintesi di tutte le perfezioni, che lotta contro tutte le abitudini imperfette dell'anima assuefacendola alla fiamma, affinché, liberata con amore soave, pacifico e glorioso, come fa il fuoco quando è penetrato nel legno" (F.str. 1,19). Giovanni sa cosa significa vivere in questo stato. L'ha chiamato: notte dello spirito, fede oscura, contemplazione oscura, luce tenebrosa. E' la notte paurosa che fa gridare le parole del Crocifisso: "Mio Dio, perché mi hai abbandonato?". "Espressione di dolore immenso", Giovanni sa dire di questo stato: "Spesso il tormento è così grande che all'anima sembra che l'inferno le si spalanchi e che la sua perdizione sia irreversibile. Queste anime sono quelle che discendono nell'inferno ancora da vive" (2N. 6,6). Ancora: "L'anima patisce nella sua impotenza e nel suo tormento una morte infinita..., immagine vivente della perdita dell'Infinito" (F.str. 111,22). Vengono alla mente figure bibliche come Giobbe, Geremia, Giona: uomini che sperimentarono momenti terribili sentendo Dio divenuto loro 'nemico'. "La tua ira si è posata su di me, e hai fatto affluire su di me tutte le onde del tuo furore...". La situazione è nel sentirsi derubati di Dio, da Lui puniti e rigettati..., e questo per sempre" (2N. 6,2-3; cf.2N. 7,4). "L'anima sente che questa distruzione si verifica nell'interno della sua sostanza" (2N. 6,6). "La sua speranza in Dio è sparita" (2N. 7,2-3). "L'anima si deve vedere e sentire lontana, derubata, denudata di ogni bene ed estraniata. A tal punto essa si deve vedere lontana da qualsiasi bene, da sentire che ogni bene è irraggiungibile e che ogni felicità è perduta" (2N.9,9; cfr. 2N10,8). La preghiera le è diventata impossibile; è impossibile che Dio l'ascolti (2N. 8,1). Giovanni consiglia: "Bisogna avere molta pietà per quest'anima" (2N. 7,3), fino a tal punto visitata dal fuoco divino (2N. 6,5), giacché ciò che le succede le è totalmente incomprensibile (F.str. 1,22). È l'amore che provoca tutto questo. "Darsi all'amore vuol dire darsi a tutte le angosce" ha scritto santa Teresa del Bambin Gesù. È la spiegazione di tutto ciò che accade di orrore e di drammatico nelle profondità della notte dello spirito. A questo punto possiamo chiederci: questa anima così presa dal desiderio di amare il Signore e di unirsi a Lui può essere davvero abbandonata dentro bolge infernali per sempre? Può rimanere chiusa per sempre dentro una prigione senza potersi più muovere né chiedere un qualsiasi aiuto per uscire? (Cf.2N. 7,3). Per rispondere in modo esauriente a queste domande è necessario rifarsi a ciò che il Dio della Bibbia (e del Vangelo specialmente) rappresenta per la creatura. Ora sappiamo da tutta la Rivelazione e in particolare dalla Rivelazione di Gesù che Dio è somma bontà e non è un carnefice. E se ci fanno rimanere perplesse certe espressioni come queste: "Colui che io amo lo castigo"; oppure: "Chi decide di amare il Signore, si prepari alla prova"; o ancora certi suoi gesti che fanno tremare, dobbiamo però credere che Dio rimane sempre la perfezione assoluta e che quindi non può volere che il bene e la perfezione assoluta per la sua creatura. Purtroppo il peccato ha provocato in essa profonde carenze e bruttezze che esigono una azione forte e dura per essere eliminate e così essere riportata alla prima integrità e alla prima bellezza, per essere degna di Lui. Da qui la giustificazione di una purificazione, di una umiliazione, di un fuoco che brucia, di una notte paurosa, di un nulla e di un vuoto che provoca, vertigini in tutto l'essere. Iddio fa pensare la sua gloria e la sua santità. L'anima resta come accecata da una luce bianchissima e paralizzata in tutte le sue facoltà. Questa luce mette a nudo tutte le impurità in forte contrasto con la purezza di Dio. E questo peso schiaccia l'anima ponendola in uno stato di oppressione, di soffocamento, senza che alcuno le possa dare aiuto. Si desidera la morte; ma la morte non viene; anzi, la morte viene ma a distruggere lo spirito. È il mistero del deserto. Oscurità, ambiguità, insidie, solitudine, presenza 'conturbante' di Satana... Anche nelle persone particolarmente dotate dal punto di vista psicologico si possono verificare fenomeni strani di magia, di allucinazioni spirituali. E' il momento in cui il demonio sferra i suoi colpi più forti. Non può raggiungere l'intimo dell'anima e allora crea scompiglio e tempesta nella zona del sensibile. A volte appare anche, e spaventa. Tutte queste sofferenze dello spirito influiscono fortemente sul fisico. Specie poi se il Signore travolge l'anima in certi fenomeni mistici, quali: visioni, rapimenti, levitazione, comunicazioni... La parte sensitiva resta letteralmente sconquassata. La testimonianza è di santa Teresa oltre che di Giovanni della Croce. Per Teresa grazie mistiche e malattie vanno insieme. Di se stessa confessa che in quarant'anni non ha avuto giorno senza dolori e senza soffrire mancanza di salute e altri travagli molto gravi. Giovanni della Croce spiega questa specie di crollo che si verifica nel fisico. Prima di tutto c'è da precisare che qui ci si trova in anime non ancora perfette, e perciò con la parte sensitiva non ancora abbastanza spiritualizzata. Solo quando l'anima avrà raggiunto quel grado di perfezione da poter adattare il senso allo spirito, non soffrirà più né sgomento né debolezze né slogamenti di membra, secondo la testimonianza di Teresa (6M.c.XI), né languori di stomaco né affaticamenti; ma si godrà la libertà dello spirito, senza che il senso si oscuri e venga meno (cf.2N.1...). Un quadro riassuntivo di questo stato potrebbe essere rappresentato in poche ed essenziali linee: 1) Ciò che viene comunicato di spirituale nello spirito ha una ripercussione più o meno forte nella parte sensitiva. 2) Più la comunicazione è violenta e più l'urto si fa sentire a causa dell'impurità che ancora esiste nell'anima. 3) Rapimenti ed estasi sono forme di debolezza. Man mano che l'anima si purifica, queste spariscono (cf.S. Teresa V.5, pago 26 e sg.). 4) In questo stato di purificazione radicale anche il carattere può subire alterazioni e possono emergere certe tendenze a livello patologico, che altrimenti sarebbero rimaste sempre assopite nell'in-conscio. Gli aiuti possono darli la medicina con dei farmaci atti a fortificare il fisico e l'azione spirituale del sacerdote, improntata a pazienza, a coraggio, a speranza. Ma non bastano queste sofferenze. Se la santità spesso viene osteggiata, qui lo è ancora di più. La persona che sta camminando verso il Signore in modo ormai tanto palese viene fatta bersaglio di critiche, di mormorazioni, di calunnie, di persecuzioni non solo da parte dei cattivi, ma anche dei buoni, e perfino da parte degli amici che si allontanano e diventano nemici. Il demonio s'infiltra a tutto suo agio in questo lavoro di demolizione. Spesso si rende necessario l'intervento dell'esorcista per fiaccarlo e sconfiggerlo completamente. Giovanni della Croce raccomanda: "Merita tutta la nostra compassione l'anima confinata da Dio in questa tempesta e orrenda notte" (2N. 7). Se è vero - come abbiamo ricordato, riferendo le parole di S. Teresa di Gesù Bambino, "Darsi all'amore vuol dire darsi a tutte le angosce" - è però anche vero che darsi all'amore vuol dire darsi alle più intense beatitudini. Lo stesso Giovanni della Croce, verso gli ultimi tratti della notte, vede l'anima come in preda ad una gioia sovrumana che l'amore le dona. E' un amore ancora purificativo, ma che finalmente prelude a una dilatazione di libertà e di godimento ineffabili, è un amore che rende l'anima sicura anche in certe forme di contraddizioni che rasentano la follia, o in certe altezze vertiginose del più autentico misti-cismo.     Capitolo 11   L'AMATO E LA SPOSA   "...Né luce o guida avea fuori di quella che nel cor mi ardea"   L'amore è la grande realtà che ci avvince, è una realtà che Giovanni con abilità e con sicurezza, sviluppa in disegni sempre più perfetti e più ampi, sempre più profondi e più intensi, in una sinfonia che conduce l'anima ad un accordo grandioso e unico con la Persona amata. Certo, si è dovuto attraversare tutto un cammino di oscurità e di travagli. Ma è proprio in questo cammino che l'amore si è fatto sempre più puro e più vero. Nel secondo libro della Notte troviamo una sintesi potente della purificazione che l'anima ha dovuto subire. E' il fuoco che afferra il legno per trasformarlo in sé con un processo di penetrazione dolorosissima. Possiamo osservare i diversi passaggi: prima presa, liberazione dagli umori e dalla diversa sporcizia, disseccamento, cambiamenti di colore, che passa dal verde rigido al nero, al brutto, all'orrido. Perde quasi la sua natura. Ma ancora una più forte vampata e il legno cede: diventa fuoco esso stesso. L'amore ha fatto della creatura un solo essere con Dio, pur rimanendo distinta da Lui per natura. Sono i diversi stati che l'anima ha dovuto vivere per raggiungere questa meravigliosa trasformazione. "Per la segreta scala, trasformata..." I sintomi di questa trasformazione ci vengono offerti da Giovanni che opera nell'anima una diagnosi a carattere psicologico e spirituale delle più interessanti: Primo sintomo: malattia d'amore. Di amore ci si ammala e si muore. Se questo può accadere tra le creature, possiamo immaginare cosa può accadere tra Dio-Amore e la creatura che lo ama. Malata per troppo fuoco. Tutto ciò che prima poteva avere un certo interesse, o un certo richiamo, adesso è tutto incendiato e vanificato. Tutto è vanità fuori di questo amore che si sente per il Signore. Si ha un solo desiderio: che questo amore aumenti, altrimenti si rischia di morire (cfr, 2N. 13,8).   Secondo sintomo: Attrazione fortissima verso l'Amato. L'amore non è ancora glorioso. E' ricerca, assillo, smania. Non c'è più riposo. "Mi alzerò - sono le parole della sposa del Cantico - e andrò in cerca di Colui che l'anima mia ama" (Cant. 3,2). Lo si cerca dappertutto: nelle cose, fra le persone, nelle occupazioni della giornata. S'incontrano di queste persone che con molta naturalezza pensano a Gesù, parlano di Lui con passione, con gioia, sia che si trovino in salute e sia che il male le stia distruggendo. Anzi, il male, sotto qualsiasi forma si presenti, è un regalo dell'Amato. P. Pio a un confratello che per alleviargli i dolori lo pregava che chiedesse a Gesù che gliene desse un po' a lui, rispondeva: "No, questo mai. I miei dolori sono i gioielli dello Sposo". Terzo sintomo: Forte stimolo a intraprendere - grandi opere. L'amore non è una parola vuota e neppure un semplice sentimento. L'amore umano può anche ridursi solo a questo, alterando la sua natura. L'amore vero è eminentemente operativo. Se poi l'amore è di Dio, allora s'identifica col suo Essere. Dio è Amore. Se non fosse amore, non esisterebbe, non essendo né comunione né Trinità. Succede così anche all'anima. E' diventata amore. L'anima che viene incendiata da questo amore divino non può stare con le braccia conserte a godersi di questo tesoro. Deve operare come Dio opera. Si è pronti a fare tutto per il Signore; a dare perfino la vita. E intanto, nell'animo, si è convinti di fare poco o niente. Quarto sintomo: Accettazione gioiosa della sofferenza. "Il mio giogo è soave e il mio carico leggero", ha detto Gesù. E qui si fa questa bellissima esperienza. Niente è pesante,niente è gravoso. E' un andare dietro al Signore, verso Gerusalemme, a morire con Lui e per Lui. E' il momento di donare più che di chiedere. Si capisce quanto si è ricevuto e si vuole ringraziare a dovere. "Ponimi come sigillo sul tuo cuore, come segno sul tuo braccio, poiché forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la gelosia: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore" (Cant. 8,6). Sono espressioni di un'anima davvero incendiata dall'amore immenso di Dio. Dolcezze incontenibi-li. Si sperimenta quanto è buono il Signore! Quinto sintomo: Impazienza irrefrenabile di unirsi a Dio. L'amore spinge fortemente verso l'unione, verso una compenetrazione di esseri. Ogni attesa, come ogni ritardo, sono motivo di profonda sofferenza. Realizzare questa unione o morire. Sesto sintomo: speranza trionfale. Fede trasparente. Si è vicini al possesso. L'Amato s'indovina presente. Sono sguardi che s'intrecciano, che si penetrano. Intesa perfetta tra Dio e l'anima. La contemplazione, questa "scienza d'amore", questa "nozione amorosa", questo "tu per tu col Signore" è una realtà beata. Settimo sintomo: Audacia. "La carità tutto crede, tutto spera, tutto s'ottiene". E' sparito ogni sistema di frenaggio che la ragione o la natura avevano costruito. Ora l'anima chiede tutto al Signore ed è certa di ottenere. Ottavo sintomo: Adesione e abbraccio. È l'anticipo dell'unione perfetta. "Trovai colui che l'anima mia e il mio cuore amano, lo abbracciai e non lo lascerò" (Cant. 3,4). L'unione però non è stabile e continua. Si è ancora al di qua della gloria e della visione beatificata. Questo dono mistico è proprio dell'anima che ha attraversato le radicali purificazioni, che è stata favorita di grazie contemplative inesprimibili. Nono sintomo: Amore celeste. Decimo sintomo: Assimilazione totale con Dio. Ci troviamo nella beatitudine dei puri di cuore. Un passo della Notte tenta di dire qualche cosa circa questa esperienza. "Ciò non significa altro - scrive Giovanni della Croce - che illuminare l'intelletto con la luce sopran-naturale, di modo che questo diventi qualcosa di divino. Similmente Dio informa la volontà di amore soprannaturale di maniera che questa non sia meno che divina, amando come ama il Signore, perché diventata un'unica cosa con la volontà e l'amore di Dio. Lo stesso accade alla memoria, alle affezioni e agli appetiti che vengono tutti mutati e diretti divinamente secondo Dio. In tal modo questa anima sarà un'anima celestiale, più divina che umana" (2N. 13,11). La trasformazione in amore è un fatto compiuto. Ed ora che succede a questa creatura più celeste che terrena? Vengono alla mente le parole di Gesù: "Ora mi vedete, tra poco non mi vedrete e ancora un poco e mi rivedrete". Una realtà divino-umana che travolge il tempo in questo apparire e scomparire e di nuovo comparire del Figlio di Dio e che fa del tempo già uno spazio di eternità. Siamo in pieno clima del Cantico spirituale, un clima fatto di intensi desideri, di amore, di fede, di canti, di feste. Uno dei grandi desideri che domina l'anima è di vedere il Figlio di Dio così come lo vedono e lo possiedono i beati in Cielo. E' un desiderio estremamente audace, ma ormai l'anima può chiedere qualsiasi cosa, dal momento che il suo amore ha acquistato un potere straordinario sul cuore dello Sposo. L'amore ora può tutto, anche fare accorciare il tempo della vita presente. Così l'anima gli chiede di manifestarsi oppure di rapirla. Il Signore sembra scherzare con lei. Prima le infonde un desiderio vivissimo di essere veduto, anzi, a momenti le si fa anche presente e poi subito si nasconde, lasciandola in un incendio di "ansioso tormento" di rivederlo. A momenti le infligge delle ferite d'amore "molto gustose e desiderabili ", e poi di nuovo la lascia soltanto nel desiderio. L'anima allora "vorrebbe morire mille volte sotto i colpi di queste ferite (o di questi tocchi)..." (cfr. Str.1Cant.B). Questi scherzi sublimi del Figlio di Dio provocano nell'anima ormai tutta sua delle ferite profonde, dolorose e dolcissime insieme. Quando avverrà la guarigione? Solo quando potrà saziarsi della presenza eterna dell'Amato. Ma l'Amato sa quando dovrà portarla con Sé e manifestarsi nello splendore della sua Divinità. Per il momento l'anima vive come in una continua tensione tra la morte e la vita, sorretta soltanto dalla speranza e dal desiderio sempre più ardente di unirsi col suo Amato Signore. L'esperienza è la stessa che ha vissuto San Paolo: "Non sono più io che vivo, Cristo vive in me". La vita temporale ormai conta solo come pedana di lancio. L'anima... serve per tentare, in ogni istante, il decollo.   L'amore non è soltanto desiderio e speranza, ma è azione   Dopo essersi sfogata con espressioni accorate come queste:   "Dove ti nascondesti, in gemiti lasciandomi, o Diletto? Come il cervo fuggisti, dopo avermi ferito; ti uscii dietro gridando: eri sparito" (Cant:B str.l),   l'anima decide di cercarlo ancora, senza gemere, senza la sola preghiera, senza aspettare che la manna delle consolazioni scenda dal Cielo, ma muovendosi, cercandolo con le buone opere e l'esercizio delle virtù, e non curandosi di gusti né di consolazioni.   "In cerca del mio amore andrò per questi monti e queste rive, non coglierò mai fiore, non temerò le fiere, supererò i forti e le frontiere" (str.3).   È un programma preciso che rimanda in qualche maniera a tutto il cammino della 'Salita' e della 'Notte'. Solo che qui l'anima cammina con libertà e con coraggio; con forte determinazione di non fermarsi mai più in nessuna cosa che le può offrire il mondo e neppure in ciò che le può offrire il suo Sposo divino, di dolcezze intime. Solo Lui e basta. Questo sì che può chiedere con tutta forza:   "Scopri la tua presenza, mi uccida la tua vista e la tua bellezza, sai che la sofferenza di amore non si cura se non con la presenza e la figura" (str.2).   Quale presenza? Quella comune a tutti gli esseri? Quella di grazia? Quella sacramentale? Quella sociale? Quella magisteriale? Tutte queste presenze sono bellissime ed altissime, ma non soddisfano l'anima che ha ricevuto il dono dell'intelletto e una fede trasparente. Ella già gode dei riflessi molto vivi dell'Amato e perciò spinge la sua richiesta oltre ogni barriera o tela che sia. A questo punto l'anima esplode in un canto alla fede e alle sue espressioni dogmatiche:   "O fonte cristallina, se in questi tuoi sembianti inargentati, formassi all'improvviso gli occhi desiati, che tengo nel mio interno disegnati!".   La fede è luce, anche se teologicamente oscura, ed è la sola che può donare all'anima la figura dello Sposo divino. Oscura e, nello stesso tempo cristallina, chiara, che non contiene nessuna macchia di errori e perciò soltanto alla fede l'anima si può affidare senza paura di essere ingannata. C'è da dire però che la fede dona all'anima come un abbozzo leggermente disegnato della figura dello Sposo; un abbozzo preziosissimo, se vogliamo, ma sempre qualche cosa che ancora non soddisfa pienamente. E' una grande grazia questa: saper vedere come in filigrana il volto dello Sposo. E' una grazia che si riceve in genere nell'orazione. Allora nell'anima si forma un altro disegno che interessa fortemente la volontà e quindi fatto dall'amore. Anche questo è appena accennato, ma l'anima ne gode immensamente e intanto desidera che lo Sposo si manifesti svelatamente in tutta la sua perfezione e bellezza. Possiamo dire che Dio è stato come imprigionato dall'anima e che questa sia penetrata a sua volta, in Lui. Giovanni della Croce si esprime in questi termini, parlando di questo stato in cui l'anima si trova: "Quando si verifica l'unione d'amore, il volto dell'Amato s'incide così profondamente nell'anima, che si può affermare con tutta verità: L'Amato vive nell'amante e l'amante vive nell'amato. Nella trasfor-mazione, l'amore opera una tale somiglianza che ciascuno - si può dire - è divenuto l'altro, e tutt'e due non sono che un solo essere. La causa è che nell'unione e trasformazione d'amore l'uno si dona all' altro e ciascuno dei due si libera, si dona, si cambia per l'altro, e l'uno è l'altro e tutt'e due sono uno solo per trasformazione d'amore". In effetti qualche cosa di meraviglioso è accaduto. Gli intensi desideri di vedere il Signore nella sua divinità sono stati già abbondantemente appagati, tanto che l'anima ne sente come timore grande. La parte sensibile cede ed ecco i rapimenti e le estasi. Tali effetti producono certe visite dello Sposo. In fondo, i desideri dell'anima erano orientati proprio verso queste realtà vertiginose: essere rapita, essere uccisa... Ora che tutto questo si realizza, ella prova tanto timore. Arriva a dire al Signore che si allontani, e tuttavia nel più profondo di sé non vuole perdere assolutamente neppure una di queste visite. Se la carne ne soffre perché debole, che gliele faccia provare soltanto nello spirito, fuori della carne. Volentieri volerebbe via dal corpo, ma non è ancora tempo di tanta sublimità di conoscenza e di amore. Questo stato di unione d'amore i mistici lo chiamano Fidanzamento spirituale. Ora tutto cambia nell'anima. Finiscono le ansie, i lamenti, i gemiti. Ora l'amore è libero, gioioso. Il Figlio di Dio attira a Sé la sua creatura che ha dato prova di amarlo veramente e l'adorna di "grandi beni, abbellendola di grandezza e di maestà, corredandola di doni e di virtù e rivestendola di conoscenza e di amore divino" (Cant.B, pg.575). "L'anima - afferma Giovanni della Croce - incomincia a vivere in uno stato di pace, di diletto e di soavità amorosa... si vive nella comunicazione e nell'esercizio dell'amore dolce e pacifico con l'Amato". Anche la lirica diventa canto di gioia sovrumana. L'anima rivestita di tanti doni, non sa fare altro che lodare, glorificare, l'Amato suo Signore. La natura le serve per trovare in essa le immagini e i motivi che riflettono in qualche maniera le ricchezze meravigliose dell'Amato:   "L'Amato è le montagne, le valli solitarie e ricche d'ombra, le isole remote, le acque rumorose, il sibilo delle aure amorose; E' come notte calma molto vicina al sorger dell'aurora, musica silenziosa, solitudin sonora, è cena che ristora e che innamora".   Tutto è bello, tutto è grande, tutto è glorioso, tutto è dolce, tutto è magnifico, tutto è santo: Tutto è l'Amato. E tutto si cambia in lei in gustosa contemplazione, in conoscenza sublime, in rivelazione di segreti divini che prima non poteva neppure immaginare che ci fossero. Dai sensi estremi tutto viene ricevuto e tutto viene trasfigurato e va a raggiungere i sensi spirituali fino a investire l'intimo centro dell'anima. Giovanni parla di "tocchi", di "sonno", di "riposo", di "quiete", di "un'abissale e oscura intelligenza divina"... Si rende conto di trovarsi già in una sfera d'ineffabilità. Coglie un po' dappertutto ciò che gli può servire per una descrizione meno indegna di questo stato che l'anima sta vivendo. Ora introduce l'immagine del 'passero solitario'. Un'immagine che sfruttata analizzando le diverse proprietà di questo uccello e accostandole a quelle che l'anima manifesta in questo stato così nuovo. Le proprietà dunque del passero solitario sono queste:   a) ama starsene in luoghi elevati; b) tiene il becco verso il vento; c) ama la solitudine; d) canta soavemente; e) non ha un colore ben definito.   Caratteristiche che, trasportate nella sfera spirituale, possono essere appropriate benissimo all'anima posta da Dio in questo stato d'incantesimo dolcissimo. Così l'anima non ama più la pianura di una vita mediocre o di cognizioni comuni. Per lei ormai ci sono le vette di una vita eroica e di contemplazione celeste. Il soffio dello Spirito Santo attira la sua attenzione. E' lui infatti la sua bussola, il suo stesso respiro. Ella vive perché lo Spirito di Dio è in lei come principio vitale. Se lo Spirito Santo è essenzialmente Amore, ella vive di questo Amore. Il clima è il silenzio, la solitudine. Non può essere altrimenti. Il suo Amato è il "Verbum silens", la Parola silenziosa. Ella stessa lo chiama: "musica silenziosa"; e anche: "solitudine sonora". Una miste-riosa armonia ella ode nel profondo del suo essere che le giunge dalla grandiosa sinfonia del Creato, ma che in lei si unifica in unità semplicissima e soavissima di Sapienza divina. Anche il canto che l'anima eleva al Signore è tanto diverso. E' canto di amore che si esprime in adorazione, in lode, in rendimento di grazie. L'anima prega lo Spirito dello Sposo, perché entri in lei e "susciti gli amori" e "spiri", infiammandola e risvegliando tutte le virtù e perfezioni in modo tale che si diffonda il lei e intorno a lei "una mirabile fragranza e soavità", così che "l'Amato si pasca in mezzo ai fiori". Non sempre l'azione dello Spirito è così forte da aprire tutti i fiori di virtù che sono nell'anima, ma quando questo accade, "all'anima pare di essere rivestita di diletti e immersa in una gloria inestinguibile". Un'esperienza questa che non rimane nelle profondità dell'anima, ma diventa come un alone di profumi che si effonde intorno a lei, e quelli che l'accostano ne rimangono vivamente impressionati. Da lei "traspare una certa non so quale grandezza e dignità che genera negli altri venerazione e rispetto a causa dell'effetto soprannaturale che si diffonde in lei dalla vicinanza e dalla familiare comunicazione con Dio. Spesso s'incontrano di queste anime sante e allora si ha l'impressione di incontrare Dio.   Matrimonio spirituale   È il traguardo che ora l'anima desidera ardentemente. Unirsi col suo Sposo per sempre, in modo inscindibile. Giovanni della Croce definisce il matrimonio spirituale: "Una trasformazione completa nell'Amato nella quale le due parti si donano l'una all'altra in totale possesso in forza dell'unione d'amore consu-mata nella misura possibile in questa vita"(Cant.A str.27). mentre nel fidanzamento c'erano solo incontri. Si tratta di 'trasformazione' dell'anima nel Figlio di Dio, suo Sposo, o come, si esprime Giovanni, "l'anima è diventata Dio per partecipazione", per quanto è possibile in terra". Ancora, con più arditezza: "i due sono uno" e, per meglio spiegarsi, introduce un paragone che fa capire, almeno a livello intellettuale quel che accade in questo stato raggiunto dall'anima. "Accade all'anima come accade alla luce di una stella o di una candela quando si congiungono e si uniscono a quella del sole; è questo che risplende assorbendo in sé ogni altra luce"(Cant.A str. 27). Nella Fiamma troviamo ancora una bellissima descrizione: "In quest'anima (trasformata) dove non c'è alcun altro appetito né alcun'altra immagine o forma di cosa creata, Dio dimora in maniera segretissima, abbracciandola tanto più intimamente e strettamente, quanto più ella è pura e lontana da ogni creatura che non è Dio" (F.4, str. 4,14). Lo Sposo è come addormentato nel centro dell'anima ed ella sente e gode il suo abbraccio divino, come immersa in una infinita beatitudine. Ma appena Egli si sveglia ella sente l'aspirazione misteriosa dello Spirito dello Sposo, ed è come sentirsi assorbita profondamente in Lui e infiammata di amore. Giustamente può affermare:   "Nel tuo spirar gustoso, di bene e gloria pieno, come teneramente mi innamori!"(F.A, str. 4).   Lo Sposo fa sì che l'anima viva la sua stessa vita divina, affettivamente ed effettivamente. Cioè Dio vive in lei in modo sublime, non solo amandola e impregnandola di amore, ma anche spingendola all'azione, imprimendole degli "impulsi" operativi che sono delle attualizzazioni dello Spirito Santo. Ed ecco che l'abbraccio corrisponde - come spiega P. Gabriele di S. M. M. - alla pienezza dell'attività dei doni nell'anima. Profondissimo raccoglimento in Dio.   "Se da oggi nel prato non sarò più né vista né trovata, dite che son smarrita, che, essendo innamorata, mi son persa volendo e ho guardato" (Str. 29).   A ragione può dire di essersi perduta al mondo e a se stessa per il suo Amato. Questo non significa alienarsi o bruciare ogni sentimento di solidarietà verso i fratelli che certe grazie non hanno ricevuto e forse non riceveranno mai. E neppure è un modo, anche se sublime, di godersi di questi favori senza pensare alla Chiesa dei santi e dei peccatori. No. Dio non educa a nessuna forma di egoismo, Egli che è Amore essenzialmente dono, che è Comunione di ogni bene, Egli che, per troppo amore, non ha avuto paura di darci, come Dono, perfino il proprio Figlio. E Gesù, entrando nella nostra povera storia umana, non è restato in casa a godersi la sua divinità o a vivere soltanto nell'intimità col Padre e col suo Spirito. Tutt'altro. E' venuto per salvarci dal peccato e per ridarci la dignità di figli di Dio. Non si da redenzione a distanza. Questo è stato possibile per il suo essere Dio e per aver messo a servizio delle creature la sua divinità e la sua umanità. Ora se un'anima, dopo un cammino di durissime purificazioni, raggiunge contatti diretti con Lui fino a partecipare della sua stessa divinità, quest'anima parteciperà anche della sua redenzione, a prezzo anche della propria vita. Così come Gesù, suo Sposo, ha accettato la morte di croce per tutti i peccatori. Da qui nasce la fecondità di una vita tutta di Dio: da un amore purissimo per Lui e in Lui. Giovanni non teme di affermare: "è più prezioso al cospetto del Signore e dell'anima, e di maggior profitto per la Chiesa, un briciolo di puro amore che tutte le altre opere insieme, quantunque sembri che l'anima non faccia niente" (Cant B, str. 28). L'anima ha voluto vivere nel 'deserto' col suo Diletto Signore, lontano da tutte le creature. Ma proprio per questa scelta egli è restato come ferito d'amore per lei. La colma così di grazie soprannaturali, direttamente, senza alcuna mediazione. Le fa compagnia, la attira, la assorbe in sé, le parla silenziosamente, svelandole i segreti della sua vita divina. Ormai all'anima non resta altro desiderio che godere il suo Sposo perfettamente nella vita eterna (cf. Canto B, str. 35).   "Godiam l'un l'altro, Amato, in tua beltà a contemplarci andiamo sul monte e la collina, dove acqua pura sgorga; dove è più folto dentro penetriamo" (str. 36).   Godimento reciproco, contemplazione reciproca delle proprie bellezze, altitudini e profondità vertiginose di conoscenza del Verbo sotto l'azione dei Doni dello Spirito Santo. È meraviglioso ciò che l'anima sa dire: che "io sia trasformata nella tua bellezza tanto che, divenuta simile a te, anzi possedendo la tua stessa beltà, ci vediamo tutt'e due in essa... guardandoci l'un l'altro, ciascuno di noi veda nell'altro la propria bellezza giacché, essendo io già nella tua beltà, quella dell'uno e dell'altro è tua soltanto. Così io vedrò te nella tua bellezza e tu me nella tua bellezza, e tu ti vedrai in me nella tua bellezza ed io mi vedrò in te nella tua bellezza. Che io sembri te nella tua bellezza e tu sembri me nella tua bellezza e tu sarai me nella tua bellezza poiché la tua stessa bellezza sarà la mia" (str. 36,5). Questo è il sublime linguaggio di chi ha raggiunto l'unione trasformante con Dio. Giovanni della Croce, per raccontarci di questa avventura d'amore, in particolare dell'unione operata dallo stesso amore, si è servito di un linguaggio simbolico; ha colto, per così dire, tutte le bellezze del creato: dai piccoli animali, come l'ape, ai fiori, agli aromi, alle gioie purissime della creatura umana, al linguaggio nuziale... Così parla di ebbrezze spirituali che si verificano nel centro dell’anima (Cant. 25,8). Di un amore ricco di aromi, di bevande inebrianti (Cant. 25,2). Vede l'anima bere avidamente in Dio sapienza, con notizie inebrianti della divinità (Cant. 26,5). Vede le facoltà spirituali bere con sovrabbondanza luce e amore, oblio e felicità nel paradiso ormai ritrovato. Contempla tutto ciò che la natura gli offre e lo trasfigura con la poesia, ma soprattutto con la sensi-bilità del mistico innamorato lui stesso di Dio. Basta rifarsi alle due strofe 26 e 27 del Cantico per accorgersi subito dell'accento autobiografico di cui sono permeate.   "Nell'intima cantina io bevvi dell'Amato, quindi uscita alla pianura bella tutto dimenticai, anche il gregge smarrii, prima seguito".   L'anima parla della più intima unione d'amore, che è il matrimonio spirituale, tutta trasformata in Dio, quasi lo beve con la sua natura e con le sue potenze spirituali. Ma si è nella sfera dell'ineffabile. Lo stesso Giovanni afferma: "E' del tutto impossibile dire ciò che Dio comunica all'anima in questa intima unione. Non se ne può dire niente, come niente si può dire che corrisponda pienamente a ciò che Dio è in sé, poiché è lui stesso che si dà all'anima con ammirabile gloria di trasformazione di lei in Lui. Essi sono due persone in una sola, sebbene non essenzialmente e perfettamente come nell'altra vita, come un 'unica cosa sono il cristallo e il raggio di sole, il carbone e il fuoco, la luce delle stelle e quella del sole" (Cant B, str. 26,4).   "io bevvi dell'Amato" Come un'immersione nell'oceano della divinità. ..."l'intelletto beve sapienza e scienza,... la volontà beve amore soavissimo,... la memoria beve gioia e diletto nel ricordo e nel sentimento di gloria..." 5)IV!, . È il trionfo dell'amore. L'anima è diventata amore così come Dio è Amore. I sentimenti, i pensieri, i desideri, le azioni, tutto è amore. È grande festa. Uno stato eccezionalmente felice (str. 20,16). Preludio di eternità. Il regno di Dio è pace e gioia nello Spirito Santo. Ancora un altro fatto straordinario: Dio si è fatto imprigionare dall' anima, dalla sua bellezza, dal suo amore, dalla sua fede... Ormai il Padre, vedendo questa creatura fortunata, non vede che il Figlio, e in lei si compiace come si compiace nel Figlio. Adesso l'anima può cantare con tutta verità:   "Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto L'Amato nell'Amato trasformata!   Sul mio petto fiorito, che intatto per lui solo avea serbato, Ei posò addormentato, mentre io lo vezzeggiava e la chioma dei cedri il ventilava.   "Giacqui e mi obliai, il volto sul Diletto reclinato; tutto cessò, e posai, ogni pensier lasciato in mezzo ai gigli perdersi obliato"   Fiamma viva d'amore   L'anima vive ormai trasformata in Dio. E su questa terra non c'è stato più sublime che si possa vivere. Tuttavia - nota Giovanni della Croce - con il tempo e l'esercizio può benissimo diventare più sublime e più approfondito nell'amore. Gli accade come al legno il quale, sebbene compenetrato dal fuoco da cui è stato trasformato e unito a sé, quanto più arde, tanto più diventa infiammato e incande-scente fino a generare scintille e fiamme" (F. Prolo- go,3). Anche nella Salita e nella Notte c'era questa fiamma d'amore, ma era motivo di immensa soffe-renza, non trovando nell'anima che imperfezioni e abitudini contrarie alla perfezione di Dio. Era una Fiamma purificatrice che, ad ogni ostacolo, doveva affondare con forza fino a raggiungere il centro dell'anima stessa. Dio si trovava di fronte a un groviglio di realtà del tutto disdicevoli alla sua santità. Doveva per forza bruciare, divorare, per farsi largo e penetrare nell'anima. Era un vero martirio causato dall'Amore. Ma ora è tutto diverso. L'anima è tutta pura, tutta dilatata, tutta degna di Dio. Anzi, è lo stesso Dio, sebbene per partecipazione. Il miracolo dell'amore è stato ormai compiuto. Si è fatta unità tra Dio e l'anima. Adesso c'è anche la sofferenza: il fuoco brucia, ma è una sofferenza dolcissima, deliziosa, soave. Leggiamo la seconda strofa di Fiamma e ci rendiamo subito conto di che sofferenza si tratti:   "O cauterio soave! O deliziosa piaga! O blanda mano! O tocco delicato, che sa di vita eterna, e ogni debito paga! Morte in vita, uccidendo, hai tu cambiato!".   Ci si trova di fronte a contraddizioni che solo l'amore può combinare. Giovanni della Croce può darci una spiegazione senza però poterci dire quel che si prova nell'intimo dell' anima. Sono cose segrete che solo Dio e l'anima sanno. Così scrive Giovanni: "Quando l'anima è infuocata di amore di Dio... le può accadere di sentirsi assalita interiormente da un serafino... Egli la brucia in modo sublime e nello stesso tempo la trafigge con il suo dardo. Così, quando l'anima è ferita da questo dardo infuocato, sente una piaga di delizie inesprimibili. Talvolta Dio permette che qualche effetto di questo favore appaia sul corpo nella stessa maniera di quanto avviene nell'anima. La ferita e la piaga si manifestano allora esteriormente... Dio non concede ordinariamente alcun favore al corpo senza averlo accordato prima e soprattutto all'anima". Santa Teresa può raccontarci in merito la sua esperienza: "Nel più profondo del cuore ho sentito un colpo improvviso: il dardo era divino, perché ha operato grandi meraviglie; da quel colpo fui ferita e pur essendo ferita mortale, e pur causandomi un dolore senza pari, è una morte che dà la vita". Di fronte a certe esperienze non si può fare altro che adorare l'immensità di Dio che si riversa nella piccola anima della creatura umana e fa di essa il paradiso dove Egli trova le sue delizie, dove si riposa e si sveglia, dove comunica le sue azioni più intime e dove opera gli ultimi ritocchi prima che l'anima entri nella vita eterna.   Effetti meravigliosi.   Ne possiamo enumerare diversi: 1) Dio viene amato perché è Dio, e quindi per le sue perfezioni e per la sua Gloria. 2) L'amore della creatura s'identifica con l'amore di Dio. 3) Fruitiva e gaudiosa partecipazione delle operazioni della Trinità. (Cant. 39-40). 4) L'anima non ha più paura del dolore. Anzi, sovrabbonda di gioia in ogni tribolazione. 5) È il trionfo del dono della fortezza (Cant. 22,7). 6) È l'esperienza più viva di essere figli di Dio. Teresa ne offre altri nelle 7 Mansioni: 1) oblio perfetto di sé 2) desiderio grande di soffrire 3) ansia di servire Dio 4) vivere di Dio col cuore trasformato 5) esperienza di un distacco totale 6) assenza di aridità 7) quiete profonda.     Capitolo 12   GESÙ CRISTO   Non si può pensare assolutamente che Giovanni della Croce, avendo accettato la missione ardua di condurre le anime all'unione con Dio, non abbia messo al centro della sua dottrina la persona di Gesù Cristo, Dio-Uomo. Già San Paolo, nella sua grandiosa visione dell'universo, vede Gesù al centro, come punto di convergenza di tutti gli esseri, dal quale essi prendono esistenza, movimento e vita. Se non ci fosse questo punto focale, tutto sarebbe destinato alla confusione e dispersione più spaventose. Sempre per San Paolo tutto tende irresistibilmente a fare unità con Cristo Gesù. E' stato questo, fin dall'eternità, il disegno del Padre: "ricondurre ad un unico capo, Cristo, tutte le cose: quelle del cielo come quelle della terra"(Ef. 1,9-10). Anche la Lumen Gentium fa eco alle parole di Paolo: "Egli va innanzi a tutti, e tutte le cose sussistono in lui... Con la grandezza della sua potenza domina sulle cose celesti e terrestri, e con la sovreminente perfezione e operazione sua riempie di ricchezze tutto il suo corpo glorioso" (LG. 7). Come Gesù è al centro di tutto e di tutti, così, e in modo più intimo e misterioso, è al centro della Trinità. Attira la compiacenza del Padre. In Lui e per Lui il Padre crea il mondo, lasciando in ogni essere i riflessi delle bellezze del Figlio. All'anima che va chiedendo alle creature, come impazzita di amore, se mai avessero visto il suo Amato, esse rispondono:   "Mille grazie spargendo passò per questi boschi con snellezza, e, mentre li guardava, solo con il suo sguardo adorni li lasciò d'ogni bellezza" (C. Str. 5).   Gesù attira l'Amore del suo Spirito, con il quale forma unità di essere e di azione, e con il quale penetra tutto il Creato. Gesù è anche il centro della Chiesa; ne è il Capo. In essa egli forma un misterioso organismo di grazia. Una unità mistica come è reale l'unità tra la vite e i tralci, secondo la significativa immagine usata dallo stesso Gesù. Quasi una misteriosa identificazione della vita di Gesù nella vita dell'uomo. Se dunque una unione dell'uomo con Dio è possibile, lo è soltanto in forza della presenza di Gesù. Giovanni è un appassionato di Lui. Quando ne scrive, è l'amore a suggerirgli i sentimenti, le immagini, il linguaggio poetico, le esperienze segrete e beatificanti. Ne parla e ne scrive non tanto come teologo puro, quantunque i misteri che lo riguardano gli stiano tutti sempre presenti, ma piuttosto come mistico. Come colui cioè che ha sperimentato, di Gesù, un amore drammatico e crocifisso e un amore estatico e nuziale. E così, guidando l'anima verso l'unione con Dio, non può non indicarle Gesù come l'unica persona da seguire, da ascoltare, da amare.   Gesù nella Salita   Nel primo libro della Salita Giovanni della Croce presenta Gesù come Modello. Questa funzione di Gesù è essenziale. Già in tutti i settori si ha bisogno di modelli o di esempi. L'uomo è imitativo per natura. Per realizzare, deve prima vedere, studiare, confrontare. Per intraprendere un viaggio è necessario che abbia la strada aperta. Il progresso, che rivela la sua intelligenza, non è altro che uno sviluppo di prestazioni già realizzate da altri. Nelle vie di Dio nessuno può mettersi in cammino da solo, in senso assoluto. Gesù l'ha detto chiaramente: "Senza di me non potrete fare niente", neppure un piccolo passo, neppure un primo movimento, niente. Bisogna osservare Lui. Allora ecco la parola d'ordine: Imitare. Un verbo che può dare l'impressione di passività, ma che, invece, impegna tutto l'uomo, dalle sue facoltà spirituali a tutte le sue capacità operative. Quando Giovanni della Croce afferma che "Gesù è nostro modello" (2S. 7,9), non vuole suggerire un atteggiamento passivo. Tutt'altro. Subito mette in chiaro ciò che significa imitazione: "In primo luogo, l'anima abbia un costante desiderio di imitare Cristo in ogni sua azione, conformandosi ai suoi esempi..."(1S. 13,3-4). Prima di tutto si nutra un vero desiderio, non una velleità o qualcosa del genere. Ma un desiderio che è, in definitiva, un atto ben preciso di volontà. Uno di quei desideri profondi che smuovono l'intero essere e lo spingono in avanti, lo infiammano, gli infondono temerarietà, ardimento a tutta prova. Ma questo desiderio non basta. Imitare Gesù è lavorare, perché man mano i suoi sentimenti, i suoi progetti, gli stessi suoi grandi desideri entrino in noi. Questo significa "conformarsi ai suoi esempi". Un lavoro arduo, anzi, un lavoro impossibile alle povere risorse umane. Gesù è l'uomo perfetto in quanto gode della perfezione assoluta del Verbo di Dio a cui è unito personalmente. Un lavoro che ci porta all'infinito, e quando avremo fatta tanta strada, ci si accorgerà di essere ancora all'inizio. E tuttavia a nessuno è dato il diritto di desistere dall'impresa. Gesù sta lì a dirci: "Imparate da me...". E le sue parole sono ricche di efficacia se trovano in noi serietà di desideri e determinazione a volerlo imitare. Giovanni della Croce sa benissimo che la creatura può scoraggiarsi, perciò insiste: "Ella rinunzi a qualunque piacere sensibile che non sia puramente a onore e gloria di Dio e che rimanga vuota di ciò, per amore di Gesù Cristo il quale, in questa vita, non ebbe e non volle altro piacere che quello di fare la volontà del Padre..." (ivi). Un consiglio molto pratico, come è pratico tutto il Vangelo. E perciò non serve tanta intelligenza, ma piuttosto tanto amore. Non un amore platonico o estetico o adolescenziale. Giovanni della Croce sa cosa significa amare. Si tratta di cambiare tutto ciò che stride di fronte alla santità di Colui che si vuole amare. Ma l'amore vero sa fare di questi miracoli. Giovanni scrive alla M. Anna di Gesù, sua figlia spirituale: "Questa vita, se non si impegna ad imitare Cristo, non vale nulla" (L. XV). E ancora: "Non prendere mai come modello per il tuo agire un uomo qualunque, per santo che sia, perché il demonio ti metterà davanti le sue imperfezioni; ma imita Cristo, sommamente perfetto e sommamente santo, e così non sbaglierai mai" (L. XV). L'insistenza di Giovanni punta direttamente su Gesù Crocifisso. "Quando le si presentasse qualche dispiacere o disgusto, si ricordi di Cristo Crocifisso e taccia" (L. XVIII).   "Se desidera giungere a possedere Cristo, non lo cerchi mai senza la Croce" (L. XXII). "Sii amica delle sofferenze per Gesù". "Gesù Crocifisso ti basti; lavora e riposa con lui". "Se sarai crocifissa esternamente e interiormente con Lui, vivrai in questa vita con sazietà e soddi-sfazione dell'anima tua" (Avvisi). Un'insistenza quasi ossessiva. D'altra parte, se l'anima non si pone al centro abbracciata alla Croce e al suo Crocifisso, si tirerà fuori da ogni stilla di sangue e da ogni purificazione e da ogni gloria, se pur drammatica. La Croce è Gesù. E Gesù non ha illuso né deluso mai nessuno. Ha detto con chiarezza il suo amore con tutte le esigenze ivi contenute. Ha detto che chi ama è anche disposto a dare la propria vita per la persona amata. A chi lo vuol seguire ha fatto discorsi strani alla mente dell'uomo: ha parlato di strada stretta, di croce da addossarsi, di un battesimo di sangue da ricevere... Insomma, Gesù non ha avuto paura di dire: "Chi vuol seguirmi prenda la sua croce e mi segua". È duro Gesù, specialmente in questo tratto della Salita e ancora di più nella Notte. Ma per Giovanni non esistono altri atteggiamenti validi. Gesù Crocifisso è "sapienza e potenza di Dio", è passione e attrazione misteriosa di ogni anima eletta, è segno di predestinazione, è l'amore che sa donarsi in quelle atrocità, in quel fallimento totale, fino a poter dire: "Tutto è consumato". Giovanni della Croce conosce così il Figlio di Dio, e così vuole che l'anima lo conosca, mentre sale a picco verso la vetta della gloria. A questo punto ci fa bene ascoltare alcune parole di sollievo: "O anime che desiderate camminare sicure e consolate! Se voi sapeste quanto è necessario che soffriate per giungere a tanto, e come senza il patire potreste piuttosto tornare indietro invece di raggiungere lo scopo, non cerchereste consolazioni in alcun modo né da parte di Dio né dalle creature. Che anzi sopportereste la Croce e, abbracciate ad essa, desiderereste bere fiele e aceto puro, considerando ciò una grande fortuna, perché vedreste che morendo così al mondo e a voi stessi, vivreste in Dio con gioia di spirito" (FA str2, 24).   Gesù nella notte   A Giovanni mistico non può sfuggire la Notte della Passione e l'agonia della Croce di Gesù. E se Egli è modello e Guida nella Salita, tanto più lo è nella Notte. Nessuno ha vissuto come Gesù la notte dello spirito. Basta pensare ai tre momenti più atroci: nell'urto col peccato degli uomini; nel terrore dei patimenti fisici, morali e spirituali, nell'abisso dell'annientamento della Croce. Scrive Giovanni della Croce: "In primo luogo è certo che Gesù morì spiritualmente in vita e natu-ralmente in morte, a tutto ciò che cade sotto il dominio dei sensi... In secondo luogo è evidente come, al momento della morte, Egli fosse annichilito anche nell'anima... essendo stato lasciato dal Padre... in un'intima aridità... Quello fu l'abbandono più desolante che avesse sperimentato e proprio mentre ne era oppresso, Egli compì l'opera più meravigliosa di quante ne avesse compiute in cielo e in terra, opera che consiste nell'aver riconciliato e unito a Dio, per grazia, il genere umano. Ciò avvenne nel momento in cui N. Signore raggiunse il massimo annichilimento in ogni campo... Il Signore ha compiuto ciò perché la persona spirituale, per unirsi a Dio, intenda il mistero della porta e della vita di Cristo" (2S. 11). Ora l'esempio di Gesù non è soltanto nella linea della esemplarità, ma è soprattutto nella linea della efficacia. Chi lo guarda con gli occhi dell'amore, è portato a seguirlo, perché si sente attratto irresisti-bilmente. Chi lo guarda prova la sensazione che tutto si illumini, che tutto diventi facile, che niente faccia paura, neppure la forza del male più orribile. Se Giovanni della Croce offre come modello ed esempio il Signore, è perché sa benissimo che soltanto Egli è capace, con la parola e con la vita, di portare l'anima fino al più alto grado di unione con Dio, dato col matrimonio spirituale. Modello è uguale a Via. Gesù ha detto: "Nessuno va al Padre se non per mezzo di me". E questo in senso assoluto. Fuori di questa Via, si sbanda o si torna indietro.   Gesù nel Cantico   Ma il Gesù di Giovanni della Croce non può essere soltanto un Gesù Crocifisso. E' assurdo pensare alla Croce come l'ultima parola e come ultimo gesto della missione, della vita e del mistero di Gesù. Se la Croce ha chiuso la sua vita terrena, la resurrezione la riapre in una dimensione più libera, gloriosa, eterna che gli consente di essere presente nella Chiesa e di vivere misticamente in ogni anima che lo ama. È la dimensione mistica che Giovanni della Croce fa seguire a quella ascetica e che rappresenta lo scopo rimario di tutto il cristianesimo. In questa dimensione Gesù non è soltanto l'Uomo storico, ma è il Dio del mistero che si rivela all'anima innamorata di Lui, e le partecipa gran parte dei suoi splendori divini. Si tratta di stabilire una comunione intima con Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria. San Paolo parla di assimilazione dell'uomo con Cristo Gesù, di una unione, certo non fisica, ma neppure - come spiega la Mistici Corporis - soltanto morale, né effettiva, né giuridica. Stiamo di fronte a un miracolo della grazia, di quel "germe divino" di cui parla l'apostolo Giovanni, che è stato inoculato nel centro della nostra anima attraverso il Battesimo. Più questo germe si sviluppa e più il battezzato si trova ad essere e a vivere in Gesù. In questa unione viene interessata tutta la Trinità. Il Padre donando il Figlio; il Figlio donando se stesso, lo Spirito Santo, unendo l'anima al Padre e al Figlio con l'aspirazione all'amore. In questo poema d'amore che è il Cantico spirituale, Giovanni della Croce vede il Padre donare al Figlio una sposa che lo ami e che per sua grazia sia degna di stare in loro compagnia. (Cfr. Rm. 3). Vede il Figlio donare il suo splendore a questa sposa fortunata e che, appoggiata sul braccio di questo Sposo straordinario, canta, in un diletto eterno, l'eccellenza del Padre (ivi). Vede il Figlio prendere un corpo per farsi simile alla sposa e perché lei - per esigenza di amore - si faccia simile a Lui. È ciò che è avvenuto nel mistero dell'Incarnazione. Vede ancora il Figlio andare in cerca della sposa e addossarsi le sue pene e i suoi travagli e immolarsi per lei e toglierla dall'abisso del male e condurla, tutta purificata e fatta regina, al Padre. È ciò che è avvenuto nella Redenzione. Ancora di più: Giovanni vede lo Sposo come sorgente che emana e scorre; come fonte da cui si dissetano cielo e terra, come fonte luminosa che nessuno può offuscare, come ruscello che nasce dalla fonte nascosta e pur accessibile ad ognuno che brama dissetarsi, essendo con noi nel mistero dell'Eucarestia. Si rimane estasiati nel leggere queste liriche intense. Ma soprattutto c'è da chiedere al Signore che si degni di accendere anche nella nostra anima quella brama ardente di conoscerlo e di unirci a Lui.   Gesù, Amore nascosto e presente   Gli inizi di questo poema sono caratterizzati da forti gemiti dell'anima che brama unirsi per sempre al suo Amato Sposo divino. Ma ancora c'è un fatto che non si capisce: questo Sposo tanto desiderato, si tiene nascosto. La vetta, dove brillano a tutto campo le parole di gloria: "Qui regnano solo l'onore e la gloria di Dio", è stata raggiunta. Le notti paurose sono state superate. Il Sole si è levato sull'universo dell'anima. E tuttavia questo Dio-Amore è ancora nascosto.   L'anima chiede appassionatamente:   "Dove ti nascondesti, me in gemiti lasciando, o mio Diletto? Come il cervo fuggisti, dopo avermi ferito; ti uscii dietro: eri sparito" (str. 1).   Non è un gioco questo. Dio è nascosto alla creatura, perché è Dio. Giovanni aggiunge: "Dio è al di sopra di ogni più grande comunicazione e delle più alte e sublimi notizie che l'anima possa ricevere da Lui. Misterioso anche quando si manifesta. E tuttavia l'anima non desiste dal chiedere al suo Amato dove si sia nascosto. Giovanni della Croce spiega l'atteggiamento: l'anima "essendo stata ferita dall'amor suo (dell'Amato), per mezzo del quale è uscita da tutte le cose create e da se stessa, deve ancora soffrire l'assenza dell'Amato" (C. 1,2). In effetti, in certi momenti paradisiaci lo Sposo le ha dato qualche saggio della sua bellezza divina. Questa esperienza le ha acuito la brama di rivederlo, di immergersi di nuovo e saziarsi nel suo splendore. Ansie d'amore, ferite che bruciano non troveranno il loro appagamento e la loro perfetta guarigione che nel matrimonio spirituale. Intanto l'anima chiede una risposta. Non può più stare con la sola fede. Qui desidera qualche cosa di più che il dato rivelato: vuole sentire, godere, soffrire, vivere Dio. L'amore è diventato audace. Spinge al di là, non ha più bisogno di mediazioni; suggerisce certe espressioni che rasentano l'audacia del più vertiginoso misticismo: "Scopri la tua presenza/ mi uccida la tua vista e tua bellezza". "Rompi la tela a questo dolce incontro". Se una risposta è necessario averla, Giovanni stesso gliela offre: "O anima bellissima fra tutte le creature, che desideri tanto conoscere il luogo dove si trova il tuo Diletto, per trovarlo ed unirti con Lui! Ormai ti è stato detto che tu stessa sei il luogo in cui Egli dimora e il nascondiglio dove si cela... Tu puoi grandemente rallegrarti sapendo che tutto il tuo bene e l'intera tua speranza è così vicina a te da abitare dentro di te o, per meglio dire, che tu non puoi stare senza di Lui...". Parole più luminose di queste non si trovano che nella Rivelazione! Questa è la risposta. Psicologicamente e spiritualmente dovrebbe essere sufficiente. Ma non lo è. Dio è troppo grande per l'anima che è troppo piccola. Il suo amore è immenso fuoco e proprio nel momento in cui realizza l'unione, provoca spasimi di immensa sofferenza e di immensa beatitudine. E così accade che Lo si cerca anche quando Lo si è trovato. Un oceano che l'anima non potrà mai abbracciare né ricevere: un martirio! E però è anche un dolcissimo naufragare in queste onde divine. Martirio d'amore: sofferenza per questo Dio nascosto, gioia per questo Dio presente. Il cuore che si dilata nel momento in cui viene come toccato dalla mano divina (ferite, piaghe d'amore, comunicazioni altissime...) e che subito si restringe quando questa mano si ritira e questa presenza svanisce. Anche" se questo rimanere sola non provoca paura, dà però all'anima il senso del vuoto, di anelito infinitamente penoso. In verità, se nella Notte tutto era continuo inseguire la luce, nel Cantico tutto è un continuo inseguire l'Amore.   Gesù Fidanzato meraviglioso   Dopo le ansie e i gemiti, ecco finalmente un nuovo stato: il fidanzamento spirituale tra il Figlio di Dio e l'anima innamorata. Uno stato caratterizzato da pace profonda, da soavità amorosa, da ricchezze di grandi beni che vanno dalle virtù alla conoscenza più vasta dei segreti divini. Non solo, ma Dio abbellisce questa anima di gloria, di maestà, di potenza, di regalità. Giovanni della Croce non teme di rivolgersi all'anima mutuando le parole di Ezechiele: "Sei diventata bellissima, arrivasti ad essere regina e il tuo nome, per la tua bellezza, si divulgò tra le genti" (C. 23,6). È festa di suoni, di luci, di canti, di voci estremamente spirituali; questo Fidanzato divino sta veramente preparando l'anima fortunata ad essere degna sua sposa. Che cosa avviene in questo stato? Giovanni della Croce e Teresa di Gesù che pur ci hanno lasciato pagine insuperate di questo stato e poi del matrimonio spirituale, si dicono decisamente incapaci di esprimere che cosa avviene all'anima per opera del suo Amato Signore. Ma la Chiesa, "colonna di verità", non teme di seguire questi due santi nelle vie in cui l'anima si è avventurata fino a subire e godere delle "prese" straordinarie di Dio. Anzi, li ha posti come guide sicure a tutte le anime che decidono di raggiungere tutte le altezze più vertiginose della fede e dell'amore. Allora, seguire Giovanni della Croce e Teresa di Gesù è come entrare nella sfera del mistero, dove Dio opera a tutto suo agio. Giovanni della Croce è più reticente di Teresa a descrivere certe cose meravigliose che il Signore sa fare nella sua creatura. Anzi, egli rimanda agli scritti di Teresa perché lei le sa trattare meglio di lui (cf. Str. 13,7). Egli scrive: "L'anima ha tanto desiderato vedere gli occhi bellissimi dell'Amato; ebbene, ora è accontentata. Egli le manifesta alcuni raggi della sua grandezza e divinità. Allora succede quel che lei non avrebbe mai pensato: viene rapita fuori dai sensi. La luce è troppo forte, la comunicazione troppo alta, la bellezza troppo straordinaria. I sensi non possono sostenere tutto questo. Scrive Teresa: "Se l'anima conservasse l'uso dei sensi credo che nel vedersi vicina a così grande Maestà non le sarebbe possibile rimanere in vita" (V. cp. 20). Ancora: "... Durante questi rapimenti sembra che l'anima non sia più nel corpo, tanto che questo va perdendo sensibilmente il suo calore naturale e a poco a poco si raffredda, sebbene con indicibile gioia e ..." (V. cp. 20). Giovanni spiega: "...tanta è la miseria della nostra natura in questa terra, che proprio quello che all'anima dà più vita ed è sì ardentemente bramato da lei (cioè la comunicazione e il conoscimento del suo Diletto), allorché le viene concesso, non lo può ricevere senza che quasi le costi la vita... E la causa è che simili favori non si possono ricevere molto nella carne, essendo lo spirito umano elevato a comunicare con lo spirito divino... Per comprendere meglio che volo sia questo, è da considerarsi che in quella visita del Diletto, lo spirito umano, essendo rapito con gran forza a comunicare con lo Spirito divino, destituisce di forze il corpo, e cessa di sentire e di avere in esso le operazioni, perché le ha in Dio" (CB. Str. 13,4). "In questo rapimento - scrive ancora Teresa - l'anima si crede trasportata in una regione molto diversa dalla nostra, dove in una luce che non ha paragone con la nostra, le vengono mostrate cose così grandi che altrimenti non potrebbe immaginare neppure lavorandovi per tutta la vita" (6M. 5,7). Le "cose grandi" - dichiara Teresa - sono visioni immaginarie, intellettuali, locuzioni". La prima volta che lei fu elevata al rapimento, sentì dirsi da N. Signore: "Non voglio più che conversi con gli uomini, ma soltanto con gli Angeli" (V. 24,5). In questo stato di fidanzamento spirituale l'anima riceve anche altri doni molto preziosi. Con questi ella è ormai pronta per l'unione perfetta del Matrimonio spirituale. Quali sono questi doni? Giovanni della Croce parla di "ricchezze e gioielli incomparabili" (CB. str. 22,3). Teresa parla di "gioie che lo Sposo comincia a regalare alla sposa" (6M. 5,11).   In particolare:   1) Il Dono immenso dello stesso Sposo divino con visite sempre più frequenti. Un dono questo che contiene tutti gli altri doni: virtù, conoscenza intima dell'Amato, grandezza, maestà, bellezza... "Fiorito è il nostro letto", così l'anima si esprime fuori di sé dalla gioia. Il letto fiorito - spiega Giovanni - è lo Sposo, il Figlio di Dio. Ormai lei è unita e appoggiata a Lui come sposa, ricevendo il cuore e l'amore dell'Amato, "cioè la sapienza e i segreti, le grazie, le virtù e i doni divini" (CB. str. 24,3). Con ragione l'anima può pregare il Padre dello Sposo: "Non mi toglierai Dio mio, quanto una volta mi hai dato nel tuo unico Figlio Gesù Cristo, nel quale mi hai concesso tutto ciò che io desidero". E poi eccola abbandonarsi a espressioni di altissimo lirismo: "Miei sono i cieli e mia è la terra, miei sono gli uomini; i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me" (AS 25-26).   2) Promesse e dichiarazione di fedeltà Ormai l'anima appartiene totalmente allo Sposo. E' ciò che dichiara con forza: "L'anima mia si è data, tutti i miei beni sono a suo servizio; non ho più altra cura, ché solo nell'amore è il mio esercizio" (CB str. 28). Anche lo Sposo promette all'anima che ormai l'unione perfetta è imminente. I sensi di questa promessa sono evidenti: a) il sentirsi tutta dello Sposo, b) il sentirsi difesa da tutte le forze del male, c) la conoscenza sperimentale della grandezza di Dio, d) l'umiltà e conoscenza di se stessa, e) il disprezzo di tutte le cose che non aiutano a servire questo grande Signore, f) il dominio sulle cose e piena libertà, g) la sensibilità penetrata di luce soprannaturale, h) i grandi desideri diventano subito grandi realizzazioni in onore e per la gloria dell'Amato, i) il raccoglimento, silenzio, solitudine.   "Se da oggi nel prato non sarò più vista né trovata, dite che son smarrita, che, essendo innamorata, mi son perduta..." (str. 29).   E poi ancora tormento e delizia e favori mistici di grande utilità per l'anima sognano la fine del fidanzamento spirituale.   Gesù, Verbo di Dio, Sposo glorioso   Il lungo cammino della vita spirituale finalmente ha il suo approdo: l'anima si unisce al suo Amato Signore per mezzo della grazia del matrimonio spirituale. Scrive Giovanni: "In questa condizione di vita così perfetta l'anima internamente ed esternamente è come se fosse sempre in festa ed emette dalle sue labbra una squillante voce di giubilo divino, come un cantico sempre nuovo, permeato di letizia e di amore per la consapevolezza del suo alto stato". In verità, ormai l'anima si muove in una "teosfera ", in una sfera divina, si riposa a suo piacere, il capo reclinato sulle dolci braccia dell'Amato. Riceve da Lui "grandi e numerose comunicazioni, molte visive, doni e gioielli". Ormai ella è sua sposa per sempre. E divide con Lui la bellezza, la maestà, la potenza, l'amore, tutto. Anche lo Sposo è conquistato da lei, la sposa canta: "Il Diletto è per me e io per Lui" (Ct. 2,16). Gesù inaugura il matrimonio spirituale con l'anima fortunata o manifestandosi o parlandole, o con qualche altro favore straordinario. Teresa ci racconta come Gesù ha inaugurato il matrimonio spirituale con lei. "Mi si rappresentò nel più intimo dell'anima per via di visione immaginaria, e, come già altre volte, mi porse la destra e mi disse: Guarda questo chiodo: è segno che da oggi in poi tu sarai mia sposa. Finora questa grazia non l'avevi meritata; ma d'ora innanzi tu avrai cura del mio onore non solo perché io sono il tuo Dio, il tuo Re e il tuo Creatore, ma perché tu sei la mia vera sposa. Il mio onore è tuo, e il tuo è mio" (Rel. 35). La stessa Teresa ci fa sapere che "la prima volta che accorda questo favore all'anima, il Signore si compiace di mostrarsi in essa nella sua Umanità sacratissima, mediante una visione immaginaria affinché ella lo conosca e comprenda il gran dono che sta per farle. Forse - aggiunge Teresa - ad altre persone si mostrerà in altra forma" (1M. 2,1). Certo, le risorse di Gesù Sposo sono infinite. Basta pensare a Caterina da Siena, a Maria Maddalena De' Pazzi, a Margherita M. Alacoque ... Di Caterina da Siena leggiamo: "Un giorno si trovava nella cappella della Chiesa dei Domenicani di Siena... Svegliatasi dall'estasi, si alzò per tornare a casa. Una luce dal cielo ad un tratto l'avvolse, e nella luce le apparve il Signore, che teneva nelle sue mani un cuore umano, vermiglio e splendente... Il Signore le si avvicinò, aprì nuovamente il petto di lei dalla parte sinistra e, introducendovi lo stesso cuore che teneva nelle mani, disse: "Carissima figliola, come l'altro giorno presi il tuo cuore, ecco che ora ti do il mio, col quale sempre vivrai"... Ciò detto, egli rinchiuse l'apertura che aveva fatto nel costato di lei e in segno del miracolo, rimase in quel punto della carne una cicatrice...". Di questi prodigi sa fare lo Sposo Gesù, Verbo di Dio, con le creature che riescono ad amarlo come sa amare Lui. Ora che l'unione è perfetta, la vita eterna è iniziata, non tanto per fede o per grazia, quanto per una esperienza altissima di Dio fatta di amore. Giovanni della Croce, con la temerarietà che solo la sapienza divina può suggerire, tenta di descrivere una delle esperienze più misteriose che l'anima sposa sta per fare dello Sposo: lo svegliarsi di Cristo nel centro del cuore e dell'anima di questa creatura bellissima. Le parole vengono messe sulla bocca della stessa creatura: "O Verbo e Sposo, quanto dolce e amoroso è il tuo risveglio nel centro della mia anima, cioè nella sua pura e intima sostanza, in cui come Signore dimori, non solo come in casa tua o nel tuo stesso letto, ma anche come sul mio stesso seno, intimamente e strettamente uniti! E con il respiro che emetti in questo tuo risveglio delizioso e pieno di beni e di gloria, con quanta delicatezza mi innamori e mi affezioni a te!..." (str. 4,3). Nota Giovanni che l'anima percepisce davvero il respiro dello Sposo, ... e che questo respiro e movimento "è di tanta grandezza, potenza gloria e soavità, da sembrare a lei che tutti i balsami, tutte le spezie odorifere e tutti i fiori del mondo vengano scossi per spargere la loro fragranza. Le pare inoltre che tutti i regni e i domini della terra, e tutte le virtù e i poteri del cielo si muovano; le sembra infine che tutte le virtù, le sostanze, le perfezioni e le grazie di ogni cosa creata risplendano e facciano insieme lo stesso movimento.   "Quanto dolce e amoroso ti svegli sul mio seno, dove solo e in segreto tu dimori! Nel tuo spirar gustoso, di bene e gloria pieno, come teneramente mi innamori!" (str. 4).   Si va di meraviglia in meraviglia. Se il Figlio di Dio si desta nel grembo della creatura, anche tutta la creazione si desta a nuove albe. Tutto si muove alla stessa maniera di come si muove il Verbo divino. E allora come si rivela Dio, così si rivelano tutte le cose. L'anima non vede più Dio attraverso le creature, ma le creature attraverso Dio. È l'Uno che rivela il tutto. E' la sorgente che fa splendere in se stessa tutti i colori, tutte le perfezioni delle creature. Si verifica in maniera sperimentale ciò che ha detto S. Paolo: "In Dio tutto esiste, vive e si muove". Allora la rivelazione non viene più dall'effetto alla causa, ma dalla Causa all'effetto. Questo fatto è talmente nuovo, talmente al di là di ogni procedimento dell'intendere umano, che l'anima rimane come incantata nel contemplare che tutto si muove in Dio, mentre Dio si muove in se stesso. In effetti, la Scrittura afferma che Dio tutto muove con soavità e forza. Queste parole ispirate divengono realtà sperimentale nell'anima che ha raggiunto questo stato di grazia. Ma Giovanni si affretta a precisare: "È del tutto impossibile dire quanto l'anima conosca e senta l'eccellenza di Dio in questo risveglio, poiché, essendo essa comunicazione dell'eccellenza divina nella sostanza dell' anima, che è il seno di cui ella qui parla, risuona in esso con potenza infinita la voce di una moltitudine di perfezioni di migliaia e migliaia di virtù che non si potranno mai enumerare. L'anima ben radicata in esse ne resta terribilmente e fermamente 'ordinata come un esercito schierato in battaglia' (Cant. 6,3) e viene resa soave e graziosa da tutte le soavità e grazie delle creature" (F. str. 4,10). Davanti a questa gloria e bellezza di Dio che, svegliandosi nell'anima sveglia tutto l'universo e lo ricolma della sua stessa gloria e bellezza, ci sarebbe da venire meno. Chi può resistere a tanto splendore? La creatura, per quanto perfetta e forte, rimane sempre con la sua debolezza creaturale. Vengono in mente le figure bibliche, come Isaia, Daniele, che di fronte alla gloria del Signore cadono a terra spaventati; così l'apostolo Giovanni nella sua visione profetica, nel vedere e nel sentire Gesù non regge e cade a terra. Spesso nel Libro sacro si trovano espressioni come queste: "Non temere! Non temere: sono il tuo Dio! Non temere: hai trovato grazia presso Dio!..." Il Signore non vuole assolutamente far paura a nessuno e tanto meno alla creatura che vive nel suo amore. Anzi a questa "si mostra dolce e amoroso... corroborandone la debolezza della natura e mostrando allo spirito la sua maestà con dolcezza e amore". No, l'anima non ha più niente da temere. Gesù è il suo Sposo, il suo Amico, il suo Fratello. Ormai ella è colma della gloria della Trinità, partecipa dell'Amore dello Spirito Santo, è immersa nelle profondità divine. Ancora, con tutta verità è colma di gioia straordinaria, ella può cantare:   "Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l'Amato con l'amata, l'amata nell'Amato trasformata!".     Capitolo 13   LA TRINITÀ   Da Gesù alla Trinità non c'è da fare tanta strada. Gesù stesso introduce l'anima nel Padre per mezzo del suo Santo Spirito. Da Gesù alla Trinità il passaggio è immediato. "Chi vede me vede il Padre". "Io e il Padre siamo una cosa sola". "Io sono nel Padre e il Padre è in me". Queste espressioni di Gesù sono altamente rivelatrici. Chi possiede Gesù possiede anche il Padre e insieme possiede il loro Spirito. In questo stato di unione perfetta, in cui l'anima si vede trasformata in amore nel suo Sposo divino, non c'è più per lei nessun movimento umano. Anzi, "questa fiamma d'amore è lo Spirito del suo Sposo, cioè lo Spirito Santo... Tale è l'azione dello Spirito Santo nell'anima trasformata in amore... e la volontà dell'anima, unita con quella fiamma, con la quale si è fatta amore, ama in modo sublime" (F. 1,3).   Qui lo Spirito Santo agisce con libertà assoluta.   "Dell'aurora lo spirare, del soave usignolo il dolce canto, il bosco e la sua grazia nella notte serena, con fiamma che consuma e non dà pena" (CB. str. 29).   Giovanni scopre relazioni intime tra l'anima e Dio: - lo spirare dello Spirito Santo da Dio a lei e da lei a Dio - il canto giubilante che risponde a Dio, suo Sposo, che la chiama soavemente a lodarlo, quasi che Egli avesse bisogno della lode di quest'anima diventata pura e santa - la conoscenza dello Sposo come Creatore di tutta la bellezza del creato - la contemplazione purissima dello Sposo, sebbene ancora al di qua della visione. Con questi doni l'anima si purifica ancora, si trasforma in fuoco d'amore, si sublima, si divinizza, è Dio per partecipazione. E' lo Spirito Santo che investe l'anima e la rende capace di godere, fin da questa terra, il mistero più profondo della nostra fede: il mistero della SS. Trinità. Non basta. Le Tre divine Persone si fanno conoscere dall'anima. Ecco cosa ci confida s. Teresa: "Una volta introdotta in questa Mansione (sta parlando della settima mansione dove avviene il Matrimonio spirituale), le si scoprono in visione intellettuale le Tre Persone della Santissima Trinità, come in una rappresentazione della verità, in mezzo a un incendio, simile a una nube risplendentissima che viene al suo spirito. Le Tre Persone si vedono distintamente, e l'anima, per una nozione mirabile di cui viene favorita, conosce con certezza assoluta che tutte e tre sono una sola potenza, una sola sapienza, un solo Dio. Ciò che crediamo per fede, ella lo conosce quasi per vista, benché non con gli occhi del corpo né con quelli dell'anima, non essendo visione immaginaria. Qui le Tre Persone si comunicano con lei, le parlano e le fanno intendere le parole che il Signore disse nel Vangelo che egli, col Padre e con lo Spirito Santo, andrà ad abitare nell'anima che lo ama e osserva i suoi comandamenti" (1M. 1,5-6). Nube penetrata di luce e fuoco sono le immagini che Teresa usa per dirci qualche cosa di ciò che lei ha visto e sentito, contemplando le Tre Persone divine. Anche Giovanni della Croce si serve delle stesse immagini. Nella terza strofa di Fiamma parla di "Lampade di fuoco", di "vivo splendore":   "O lampade di fuoco, nel cui vivo splendore gli atri profondi dell'umano senso, che era oscuro e cieco, con mirabil valore allor Diletto dan luce e calore!" (FB. Str. 3).   La difficoltà del linguaggio è palese. Ma come si fa ad esprimere Dio se ci sovrasta infinitamente, se è inaccessibile ad ogni umana intelligenza? Solo al pronunciare la parola di Dio, la nostra mente si perde. Per dire qualche cosa facciamo uso delle immagini che abbiamo nella natura e con un trapasso dal materiale allo spirituale le adattiamo alla natura di Dio, purissimo spirito. Giovanni parla di lampade infuocate e vuole dire gli attributi, le virtù, le grandezze di Dio. È importante pensare che la distinzione di tutte queste realtà non toglie nulla all'unità assoluta dell'Essere. Anzi, ogni virtù, ogni attributo, ogni grandezza è Dio. La distinzione è semplicità, e semplicità è unità. Ecco perché ognuna di queste grandezze o virtù o attributi è fuoco e luce. L'anima, in questa unione altissima del matrimonio spirituale, riceve tutto questo da Dio, perché riceve Dio, e lo riceve come un cristallo tersissimo riceve la luce. E cioè, rimandano i raggi alla Sorgente da cui le vengono. La spiegazione di questo meraviglioso scambio di luci è data dallo stesso Giovanni. Così egli scrive: "L'anima riceve la notizia di questi attributi in un unico atto di unione, lo stesso Dio è per lei molte lampade insieme che distintamente le danno luce e calore, poiché ella ha una notizia distinta di ciascuna e ne è infiammata d'amore. E così l'anima ama particolarmente infiammata da ciascuna e da tutte insieme, poiché tutti questi attributi sono un unico essere... Perciò in un solo atto di cognizione di queste lampade l'anima ama per mezzo di ciascuna e di tutte insieme...". E porta degli esempi pratici per dare più chiarezza: "Lo splendore che emana dalla lampada dell'essere di Dio in quanto onnipotente, dà all'anima luce e calore di amore di Dio in quanto onnipotente e quindi Egli è per lei una lampada di onnipotenza e le dà luce e ogni notizia secondo questo attributo...". E così per tutti gli altri attributi. Comunicazione o manifestazione più profonda di Dio in questa vita non può esistere. "Tutto ciò che si può dire in questo senso - conclude Giovanni della Croce - è sempre inferiore alla realtà, poiché la trasformazione dell'anima è ineffabile. Tutto si racchiude in poche parole: l'anima è diventata Dio per partecipazione di Dio e dei suoi attributi". Conseguenza ammirabile: "Se Dio si dona all'anima, anche lei dona a Dio lo stesso Dio in Dio... gli dona lo Spirito Santo, affinché Egli ami se stesso quanto merita. In ciò trova un inestimabile diletto, perché si accorge di dare al Signore una cosa propria che corrisponde all'infinito essere di Lui... Nell'altra vita ciò avviene per mezzo del lume di gloria, in questa mediante la fede illuminata" (FB. str. 3,79). A questo punto non si può dire nient'altro, ma solo adorare, glorificare, ringraziare questo Grande Dio che trova le sue delizie partecipando alle creature il suo Essere e le sue perfezioni. "O anime create per queste altezze e ad esse chiamate, che cosa fate?"     San Giovanni della Croce nasce ad Avila, in Spagna, nel 1542. Vive una fanciullezza e un'adolescenza in povertà, provato dalla prematura mancanza del padre. A vent'anni possiede una maturità d'eccezione. Entra al Carmelo nel 1563, animato da una natura eminentemente contemplativa. Gli studi universitari condotti a Salamanca gli fanno comprendere ancora meglio le esigenze radicali del silenzio, dell'ascesi, della santità che nutre nell'anima. Viene ordinato sacerdote. Conosce Teresa di Gesù, riformatrice del Carmelo femminile. Con lei stabilisce un'intesa perfetta, alimentando lo stesso ideale di perfezione. Con Teresa d'Avila, Giovanni da inizio alla riforma del Carmelo maschile. Su di lui si abbattono le ire dei confratelli: calunnie, persecuzioni, carcere, (1577). Dopo nove mesi, Giovanni riesce a fuggire da Toledo e si reca in Andalusia. Fonda il primo convento dei Carmelitani scalzi a Duruelo, ma ce ancora chi lo manipola, lo odia, lo rifiuta. Muore a Ubeda, il 13 dicembre 1591, a soli 49 anni. Per Santa Teresa d’Avila è "molto grande agli occhi di Dio", "una gran perla", "un uomo celestiale e divino", e "molto santo". Viene infatti beatificato nel 1675, canonizzato nel 1726, dichiarato Dottore della Chiesa nel 1926.   "Chi ama non ha paura di salire perché sa che ad ogni passo una luce si accende e un nuovo tratto di strada si illumina. È ciò che ci propone Padre Lorenzo presentando la dottrina di San Giovanni della Croce con parole semplici e pratiche, capaci di infiammarci il cuore e di metterci le ali ai piedi".   Maria Chiara Carulli
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L'Unione con Dio

Scarica il documento in formato zip S. ALBERTO MAGNO (1193-1280) vescovo dell’Ordine dei Predicatori, maestro di San Tommaso d’Aquino, Dottore della Chiesa   L'UNIONE CON DIO IMPRIMATUR Tusculi die 26 augusti 1961 + Blasius Budelacci, Ep. Nissen. INDICE Prefazione CAP . I. La massima perfezione spirituale è possibile all'uomo mediante il distacco della intelligenza e della volontà da tutte le cose Perché l'autore scrive questo opuscolo - L'unione con Dio quale s'impone a tutti gli uomini - L'unione con Dio quale si impone ai religiosi - Condizioni dell'unione perfetta con Dio CAP . II. Si può disprezzare tutte le cose terrene per tendere all'unione intima con Dio Per raggiungere l'unione perfetta con Dio, bisogna disprezzare i beni terrestri - Raccogliersi in se stessi e attaccarsi a Cristo - Bisogna anche abbandonarsi alla Divina Provvidenza - Bisogna infine cercare di esplorare il tesoro celeste CAP . III. La legge della perfezione dell'uomo in questa vita L'unione con Dio è proporzionata al distacco dalle cose terrestri - In che consiste la più alta perfezione in questo mondo - L'immagine di Dio deve essere impressa negli atti dell'uomo CAP . IV. L'uomo deve operare secondo la sua intelligenza e non secondo i sensi Bisogna purificare l'anima dalle illusioni e preoccupazioni terrene - Non si arriva a Dio per mezzo dei sensi - Il demonio ci tenta per mezzo dei sensi per impedire la nostra unione con Dio - Le preoccupazioni terrestri, anche se oneste possono essere di ostacolo alla nostra unione con Dio - Risultati del distacco dalle cose terrene - Non bisogna impressionarsi di nulla CAP . V. Dobbiamo ricercare la purezza di cuore più di ogni altra cosa Si trova la purezza del cuore riunendo le proprie affezioni in Dio - Bisogna, quanto più è possibile, liberarsi dalle preoccupazioni inutili - Importanza della purezza di cuore - Effetti della purezza di cuore - Non bisogna trascurare nulla per uscire da se stessi - L'unione di intelligenza e d'amore con Dio è la suprema perfezione sulla terra - La felicità dell'unione con Dio CAP . VI. L'uomo che vuole acquistare la vera pietà deve purificare la propria intelligenza e i propri affetti Il distacco interiore fa gustare le cose del cielo - Suscita nell'anima il disinteresse per le miserie personali - Divinizza l'uomo - Rende l'anima veramente umile - La libertà interiore è necessaria per elevarsi a Dio CAP . VII. Come praticare il raccoglimento del cuore E' necessario entrare in se stessi per elevarsi a Dio - Bisogna vincere gli ostacoli che impediscono di entrare in se stessi - L'anima purificata si eleva spontaneamente - Dio non è percepito dai sensi, ma piuttosto nell'esperienza intima - Questa esperienza delle cose divine è una pregustazione di cielo - L'ascensione dell'anima verso Dio - Il nostro cuore e la nostra anima possono farsi un'abitudine del bene supremo CAP . VIII. In tutte le cose l'uomo deve affidarsi a Dio Il distacco dalle cose terrene riconduce l'uomo alla vera perfezione - Il paradiso in terra - L'anima si unisce a Dio nonostante le tentazioni e le prove - L'anima distaccata dal mondo riceve senza turbarsi ciò che la Provvidenza le manda - Non occorrono intermediari tra Dio e l'anima - Questa dottrina s'impone soprattutto ai religiosi CAP . IX. La contemplazione in Dio deve essere preferita a tutti gli altri esercizi Il nulla originale della creatura deve farci tendere a Dio - Le perfezioni del Creatore devono attirarci - Esiste una contemplazione - Differenza fra la contemplazione dei santi e quella dei filosofi - Più l'anima è pura e più ha la capacità di contemplazione - Si conosce Dio soprattutto per via di negazione - Il vero bene è Dio solo CAP . X. Non bisogna preoccuparsi di possedere la devozione sensibile, ma di restare uniti a Dio con la volontà La devozione vera consiste essenzialmente nell'unione della volontà con Dio - Bisogna comportarsi verso il nostro corpo come se ne fossimo già usciti - La spogliazione di se stesso infonde una invitta costanza - L'anima purificata considera la sua persona esteriore come se non le appartenesse - L'unione con Dio dà la gioia CAP . XI. Dobbiamo resistere alle tentazioni e sopportare le prove Il servizio di Dio non esclude la tentazione - Come resistervi - Durante le tentazioni non bisogna allontanarsi dalla presenza di N. Signore - L'unione a Dio si compie con la buona volontà - La tentazione fortifica la virtù CAP . XII. Efficacia dell'amore di Dio Importanza dell'amore di Dio - L'amore conduce a Dio - L'amore crea l'unione fra l'amante e l'amato ­ Soltanto l'amore di Gesù Cristo può distoglierei da ciò che non è Lui CAP . XIII . Doti ed efficacia della preghiera. E' necessario conservare il cuore nel raccoglimento interiore La carità e le altre grazie si ottengono per mezzo della preghiera - L'umiltà e la confidenza in Dio rendono la preghiera efficace - Il distacco da sé e il desiderio di Dio rendono possibile la preghiera - Si deve desiderare di possedere quaggiù una idea della beatitudine eterna - Il religioso deve elevare sempre la sua anima a Dio, cioè pregare sempre - La contemplazione può diventare facile CAP . XIV. Nei giudizi si deve cercare la testimonianza della propria coscienza. Per giungere alla perfezione bisogna esaminare spesso la propria coscienza - La testimonianza della coscienza corregge il giudizio degli uomini - Non bisogna mendicare la ricompensa dagli uomini - Conseguenze della fedeltà nell'ascoltare la propria coscienza - Bisogna guardarsi dal preferire le apparenze alla santità vera - Non temiamo il disprezzo degli uomini e disdegniamo le loro lodi CAP . XV. Come si può arrivare al disprezzo di se stessi. Utilità di questo disprezzo Bisogna arrivare a considerare noi stessi degni di disprezzo - I nostri peccati ci rendono degni di disprezzo - Come elevare l'anima a Dio - La nostra consolazione quaggiù deve consistere nel deplorare le offese fatte a Dio - Non è questa l'ora di gioire, ma di piangere - E' sulla giusta via colui che è indifferente al disprezzo e alla stima del mondo CAP . XVI. La Provvidenza divina si estende a tutte le cose Bisogna rimettersi completamente alla Provvidenza di Dio - Tutte le cose dipendono da Dio nel loro essere e nella loro attività - Tutto dipende da Dio per l'ordine e l'armonia - La Provvidenza si estende anche ai pensieri dell'uomo - La bontà di Dio si estende a tutti gli esseri - Bisogna confidare in Dio - La confidenza in Dio deve essere ardente e assoluta - Dio perdona i peccati - I nostri peccati ostacolano la misericordia di Dio - Niente può eludere i divini consigli ­ Tutto è utile agli eletti - Dio trae dal male il bene - Il peccato stesso fa risplendere la bontà di Dio Pio esercizio quotidiano per mantenersi continuamente alla presenza attuale di Dio Vantaggi del raccoglimento - Bisogna scegliere una determinata ora per unire particolarmente l'anima a Dio - Per compiere l'esercizio di unione con Dio bisogna pentirsi dei propri peccati - Proporsi di evitare il peccato - Meditare la vita del Salvatore ­ Umiliarsi profondamente - Chiedere a Dio la sua grazia - Bisogna anche pregare per il prossimo - Bisogna pregare per le anime del Purgatorio - Dobbiamo glorificare Dio con una immensa carità Lo stesso esercizio ridotto in forma di preghiera L'uomo si riconosce peccatore - L'uomo domanda la grazia e il perdono - Egli si propone di essere più fedele in avvenire - Il peccatore benedice e glorifica Gesù Cristo per le sue infinite misericordie - Il peccatore chiede a Gesù Cristo la grazia di amarlo ­ Buoni proponimenti del peccatore ­ Il peccatore domanda le virtù cristiane - Egli desidera di essere trasformato in Cristo - Preghiera alla Vergine Maria e ai Santi - Preghiera per tutti gli uomini - Preghiera alla Trinità - L'uomo chiede a Dio di immergerlo in lui   ***   Presentazione I Padri, i Dottori, gli Scrittori della Chiesa sono Maestri nella fede, sono Apostoli nella stampa, sono interpreti fedeli nella rivelazione. Divulgare gli scritti e il pensiero dei Padri, dei Dottori, degli Scrittori ecclesiastici è cosa sapiente, è via sicura, è opera meritoria innanzi a Dio e agli uomini. Essi sono, infatti, quelli che hanno scritto bene di Dio, del suo Cristo e della Chiesa. Per il valore intrinseco i loro libri hanno resistito all'opera distruggitrice del tempo, ed hanno pur oggi una freschezza, una modernità, un'efficacia molte volte sorprendenti. Infatti questi profondi pensatori, uomini da Dio illuminati, hanno trattato argomenti universali e che si riferiscono a tutti i tempi, per lo più, e quando anche hanno trattato questioni particolari, si elevano a ragioni, asseriscono principi, adoperano modi che trascendono il loro tempo. I Padri e i Dottori della Chiesa sono campioni nell'apologia, modelli d'oratoria, difensori del dogma e della morale, interpreti della rivelazione, maestri di spiritualità, sicuri esegeti, i più alti mistici, fonti della storia della Chiesa. Il candore della fede, l'attaccamento alla Chiesa, la chiarezza del pensiero, lo stile limpido e puro, sono doti che li fanno amare, comprendere, seguire. Alcuni servono meglio per le scuole, altri per la gioventù, molti per la pietà, tutti per gli studiosi, i colti, il Clero. La nobilissima schiera dei Dottori della Chiesa canonizzati protegga i Divulgatori e i Lettori! Nei Padri e nei Dottori della Chiesa si conoscerà Gesù Cristo, Via-Verità-Vita. Beato G. Alberione   PREFAZIONE Alberto Magno nacque nel 1193 a Lauingen in Svevia (Germania) dall'antica famiglia dei conti di Bolstaed. Studiò a Padova e a Parigi. In questa metropoli sentì predicare Giordano di Sassonia, il grande affascinatore degli studenti, soprannominato la "Sirena delle Università"; ne fu attratto, come tanti altri, ed entrò nell'Ordine dei Predicatori nel 1221, l'anno stesso della morte di san Domenico. Fece gli studi teologici a Parigi, che allora era detta "Luce del mondo" come oggi è chiamata "Ville-Lumière". Fu brillante allievo e ben presto illustre professore. Insegnò successivamente a Hildesheinc, a Friburg in Brisgovia, a Ratisbona, ad Augusta, a Parigi, a Colonia, ecc. Molti accorrevano in folla dai punti più lontani d'Europa per assistere alle sue lezioni, ove la scienza e la santità brillavano di eguale splendore. Il suo più famoso e degno discepolo fu Tommaso d'Aquino. Alberto Magno cristianizzò la filosofia di Aristotele, conobbe e spiegò tutte le scienze del suo tempo e meritò d'essere soprannominato "Dottore ammirabile". Fece ogni sforzo per armonizzare la fede e la ragione, e riuscì a conciliarle scientificamente. Le sue numerosissime opere sono gloria e forza della Chiesa. Eletto vescovo, suo malgrado, per tre anni dovette governare la diocesi di Ratisbona; predicò in tutta la Germania, fino al Reno e alle frontiere dell'Ungheria; tuttavia non interruppe i suoi studi scientifici, ben sapendo che il predicatore non deve sopprimere né sminuire il dottore, il che può accadere purtroppo se non si esercita una vigilanza costante. Dopo molte insistenze, il Papa Urbano IV lo esonerò dall'ufficio pastorale, ed egli fu ben lieto di poter ritornare al suo Convento di Colonia. Qui spese il resto della sua vita nella preghiera, nella direzione spirituale e nel comporre opere scientifiche ed ascetiche. Morì a Colonia il 25 novembre 1280 all'età di 87 anni e fu sepolto nella chiesa del suo Ordine. Sulla sua tomba fu incisa questa lode: "La Fenice dei dottori che non ebbe l'eguale, il principe dei filosofi, il portavoce delle parole sante, Alberto riposa qui. Egli è illustre, più di ogni altro nel mondo sapiente". "Tre anni prima della sua morte - disse il suo confratello Tolomeo da Lucca - la memoria cominciò a fargli difetto (e ciò sia di conforto a coloro che soffrono della stessa infermità senza avere primeggiato come lui fra i sapienti); ma il fervore della sua devozione verso Dio non venne meno, e mai omise nulla di ciò che prescrivevano le regole del suo Ordine". L'opuscolo, del quale pubblichiamo la traduzione e che egli compose verso la fine della sua vita, ne è una prova di penetrante eloquenza. Lo si direbbe il codice di quella mistica sublime che fiorì specialmente nei monasteri sulle rive del Reno e fu rappresentata in seguito da dottori illustri. Più tardi, nel XVI secolo, si è sostituito al misticismo l'ascetismo come in morale alla scienza dell'etica cristiana fu sostituita la casistica. Si sarebbe dovuto conservare all'una e all'altra dottrina lo stesso onore, sebbene la mistica debba in un certo senso tenere il primo posto. Questo libricino è piuttosto mistico e potrebbe essere considerato come la Metafisica della Imitazione. Leggendolo attentamente ci si sente sollevati verso altezze sovrumane, dove non arriveranno mai se non le aquile; altezze verso le quali nondimeno è sempre bene aspirare.   CAPITOLO I LA MASSIMA PERFEZIONE SPIRITUALE E' POSSIBILE ALL'UOMO MEDIANTE IL DISTACCO DELLA INTELLIGENZA E DELLA VOLONTA' DA TUTTE LE COSE   Perché l'autore scrive questo opuscolo Ho pensato di scrivere un'ultima parola (per quanto mi è possibile nei languori di questo esilio e pellegrinaggio) sul distacco completo da tutte le cose; e sull'unione libera, sicura, assoluta e totale con Dio. Il fine della perfezione cristiana, infatti, non è altro che la carità che a Dio ci unisce (1).   L'unione con Dio quale s'impone a tutti gli uomini L'uomo che vuol giungere a salvezza è obbligato a questa unione di carità, e deve per conseguenza praticare i divini precetti e conformarsi alla divina volontà. Tale vita escluderà tutto ciò che ripugna all'essenza della virtù della carità, cioè il peccato mortale. L'unione con Dio quale si impone ai religiosi Ma i religiosi si sono votati inoltre alla perfezione evangelica e alle opere di supererogazione e di consiglio, per arrivare più facilmente al loro fine ultimo che è Dio (2). Per cui essi evitano ciò che potrebbe impedire l'atto e il fervore della carità e ostacolare il loro slancio verso Dio. Essi hanno rinunciato a tutti i beni del corpo e dell'ingegno e non osservano che il voto della loro professione religiosa (3). Condizioni dell'unione perfetta con Dio Dio è spirito, e coloro che l'adorano devono adorarlo "in spirito e verità" (4), devono cioè adorarlo con una conoscenza e un amore, una intelligenza e una volontà spogli da ogni illusione terrena. Infatti il Vangelo dice: "Quando adorate, entrate nella vostra casa" ossia nell'intimo del vostro cuore e "dopo aver chiusa la porta" dei vostri sensi, con cuore puro, con coscienza senza rimproveri e con fede senza finzione "pregate il Padre in spirito e verità, nel segreto della vostra anima" (5). L'uomo saprà realizzare questo ideale quando sarà disinteressato e spogliato di tutto, quando sarà interamente raccolto in se stesso, quando avrà messo da parte e dimenticato l'universo intero per mantenersi nel silenzio in presenza di Gesù Cristo, mentre la sua anima purificata eleverà con sicurezza e confidenza i suoi desideri a Dio, e con tutto lo slancio del suo cuore e del suo amore si dilaterà, s'inabisserà, s'infiammerà, si immedesimerà in lui, fino nel più intimo del suo essere, con una sincerità e una pienezza senza limiti.   CAPITOLO II SI PUò DISPREZZARE TUTTE LE COSE TERRENE PER TENDERE ALL'UNIONE INTIMA CON DIO Per raggiungere l'unione perfetta con Dio, bisogna disprezzare i beni terrestri Ma l'uomo che intende raggiungere realmente tale stato di perfezione ed entrarvi, deve assolutamente chiudere occhi e sensi; non preoccuparsi, non turbarsi, non inquietarsi, non curarsi per nulla delle creature.   Raccogliersi in se stessi e attaccarsi a Cristo Bisogna ch'egli rinunzi completamente a tutte le cose di questo mondo come inutili, nocive, funeste (6); che si raccolga in se stesso, e la sua anima non abbia altro pensiero che per il Cristo doloroso. Egli dovrà fare ogni sforzo e serbare tutta la sua perseveranza per arrivare a lui per mezzo di lui: cioè a Dio per mezzo dell'Uomo­Dio, all'intimo della sua divinità per mezzo delle piaghe della sua umanità. Bisogna anche abbandonarsi alla Divina provvidenza Egli dovrà infine con tutta semplicità e confidenza abbandonare senza restrizione ogni cosa alla infinita provvidenza di Dio, secondo le parole di S. Pietro: "Deponete in Lui tutte le vostre angustie, perché Egli si prende cura di voi" (7). E altrove è detto "Non inquietatevi di nulla" (8); "Affida al Signore le tue cure: ed egli sarà il tuo tutore" (9); "Mi fan lieto, o Signore, le opere tue" (10); "Sempre io tengo il Signore innanzi a me" (11); "Incontrai l'amato del mio cuore" (12) e "mi venne ogni bene insieme" (13) con lui. Bisogna infine cercare di esplorare il tesoro celeste Ecco il tesoro celeste e nascosto, la pietra preziosa che si deve preferire a tutto, e cercare con umile fiducia e con sforzo costante, nella tranquillità del silenzio, con la massima energia dell'anima, dovesse pur costarci la perdita del benessere corporale, della lode, dell'onore. Se così non fosse, per qual motivo ci faremmo religiosi? "Che gioverebbe a un uomo guadagnare tutto il mondo se perdesse l'anima sua?" (14). Che importa lo stato, la santità della professione, l'abito dei perfetti, la testa tosata, tutto l'esteriore di una vita separata dal mondo, se poi manca lo spirito d'umiltà e di verità dove soltanto abita il Cristo per mezzo della fede e della carità? Dice S. Luca: "Il regno di Dio è dentro di voi" (15) ed è appunto il Cristo.     CAPITOLO III LA LEGGE DELLA PERFEZIONE DELL' UOMO IN QUESTA VITA L'unione con Dio è proporzionata al distacco dalle cose terrestri Più lo spirito è assorbito dal pensiero e dalle cure delle cose di questo mondo, più perde l'intimità della sua devozione e s'allontana dalle cose celesti. Al contrario, più si darà premura di allontanare le sue facoltà dal ricordo, dall'amore, dal pensiero delle cose inferiori per fissarle nelle cose superiori, più sarà perfetta la sua devozione, e più diventerà pura la sua contemplazione. E' impossibile che l'anima possa applicarsi, perfettamente a due oggetti nello stesso tempo, quando essi sono dissimili come il giorno e la notte (16). Chi vive unito a Dio abita nella luce, chi si attacca al mondo vive nelle tenebre. In che consiste la più alta perfezione in questo mondo La più alta perfezione dell'uomo in questa vita consisterà dunque nel raggiungere una tale intimità con Dio, da procurare che tutte le facoltà e potenze dell'anima rimangano raccolte in lui e formino come un medesimo spirito con lui (17) e l'anima non ricordi che Dio, non senta e non comprenda che Dio, che tutti i suoi affetti, uniti nella gioia dell'amore, non trovino riposo che nel possesso del Creatore. L'immagine di Dio, impressa nell'anima, è infatti costituita dalla ragione, della memoria e dalla volontà; ma fino a quando queste facoltà non portano l'impronta perfetta di Dio, non gli rassomigliano come nei giorni della prima creazione dell'uomo (18).   L'immagine di Dio deve essere impressa negli atti dell'uomo La forma dell'anima è Dio, che deve imprimersi in essa come il sigillo sulla cera, come la marca sul proprio oggetto (19). E ciò si realizza pienamente soltanto quando la ragione è completamente illuminata dalla conoscenza di Dio, verità suprema, e la volontà è interamente incatenata all'amore dell'eccelso bene, e quando la memoria è pienamente assorta nella contemplazione e nel godimento della felicità eterna e nel soave, dolce riposo di tale felicità. E siccome la gloria dei Beati in cielo, non è altro che il possesso di questo stato, è chiaro che l'iniziato possesso del medesimo, costituirà la perfezione dell'uomo nella vita presente.   CAPITOLO IV L'UOMO DEVE OPERARE SECONDO LA SUA INTELLIGENZA E NON SECONDO I SENSI Bisogna purificare l'anima dalle illusioni e preoccupazioni terrene Beato colui che allontana da sé assiduamente le illusioni e le immaginazioni, e che orienta ed eleva la sua anima verso Dio. Fortunato colui che riesce ad obliare le apparenze e opera interiormente, dirigendo con purezza e semplicità la propria intelligenza e volontà verso il purissimo Dio! Sforzatevi di allontanare dalla vostra anima le illusioni, le apparenze, le immaginazioni, insomma tutto ciò che non è Dio (20). E' necessario che tutto ciò che voi fate per Iddio derivi da una intelligenza, da una affezione, da una volontà egualmente purificate. In poche parole, fine di tutte le vostre azioni deve essere di tendere verso Dio e di trovare in lui il riposo intimo, per mezzo di una intelligenza perfettamente pura e di una volontà completamente a lui consacrata, esente da rappresentazioni e preoccupazioni umane. Non si arriva a Dio per mezzo dei sensi Non con gli organi materiali né coi sensi esterni si arriva a Dio, ma con ciò che caratterizza l'essere umano, vale a dire con l'intelligenza e la volontà (21). Per conseguenza fino a che l'uomo s'indugia e si diverte in cose che interessano l'immaginazione e i sensi, è evidente che non ha ancora superato gli istinti e i limiti di ciò che vi è di animale in lui, di ciò che egli ha in comune coi bruti. L'animale irragionevole non comprende, e non è impressionato che nella immaginazione e nei sensi, perché non ha facoltà più nobili. Ben altrimenti accade all'uomo, dotato di intelligenza, di volontà, di libero arbitrio, e creato ad immagine e somiglianza di Dio. Soltanto dunque per mezzo di queste facoltà, senza altri intermediari, egli deve tendere a lui e fissarsi in lui (22). Il demonio ci tenta per mezzo dei sensi per impedire la nostra unione con Dio Il demonio fa tutto il possibile per impedire questo santo esercizio. Egli vede in esso un principio, un dolce preludio di vita eterna e ne è invidioso; si sforza dunque, con una tentazione o con l'altra, di allontanare l'anima da Dio. Eccita le passioni, provoca agitazioni inutili, preoccupazioni. indiscrete, turbamenti, conversazioni sregolate, irragionevoli curiosità. Seduce per mezzo della lettura di libri vani, di relazioni pericolose, con l'agitazione e con le novità; ricorre alle dure prove, alle avversità, ecc. Le preoccupazioni terrestri, anche se oneste possono essere di ostacolo alla nostra unione con Dio Può anche darsi che tutte queste cose non siano talvolta che colpe leggere, o non siano neppure colpe; è nondimeno fuori di dubbio che rappresentino sempre un grande ostacolo all'opera di unione con Dio. Dobbiamo dunque concludere che quand'anche tutto ciò sembrasse utile o, se si vuole, necessario, conviene 1iberarne i sensi, come di un male, si tratti di grandi o di piccole cose. Ciò che in qualsiasi modo si è udito o fatto, o detto, non deve lasciare in noi alcuna preoccupazione, o effervescenza dell'immaginazione. Né prima, né dopo, né durante, dobbiamo attaccarvi i sensi interni o esterni al punto da esserne turbati. Risultati del distacco dalle cose terrene Quando le rappresentazioni sensibili non agitano più la memoria né lo spirito, allora l'uomo non è più disturbato nelle sue preghiere, nelle meditazioni, nella recita del divino ufficio, in nessuno insomma dei suoi esercizi spirituali. Non vi saranno più in lui quei ricordi del passato che generano le distrazioni. Voi potrete allora, senza difficoltà e con sicurezza, nel silenzio e nella pace, affidare voi stessi e quanto vi appartiene all'infallibile e salda Provvidenza. Iddio allora combatterà per voi, vi darà una libertà e delle consolazioni migliori, più nobili, più dolci di quelle che avreste goduto abbandonandovi giorno e notte alle corse folli della immaginazione, alle vane agitazioni lusinghiere della vostra anima, che sarebbe stata sacrificata, senza ragione, col vostro corpo, il vostro tempo, le vostre forze (23). Non bisogna impressionarsi di nulla Bisogna dunque che ogni avvenimento, qualunque ne sia l'origine, sia accettato in silenzio, nella pace e tranquillità dello spirito. Essi ci vengono sempre dalla mano patema della Provvidenza. Allontaniamo dunque con molta cura le preoccupazioni materiali, per quanto ce lo permette la nostra professione. Purifichiamo pensieri ed affetti, per fissarci in Colui al quale ci siamo votati così frequentemente e così totalmente. Non vi siano più intermediari fra lui e la nostra anima. Allora soltanto noi potremo senza indugi e inciampi, passare direttamente dalle piaghe dell'umanità di Gesù Cristo alla luce della sua divinità.   CAPITOLO V DOBBIAMO RICERCARE LA PUREZZA DI CUORE PIÙ D'OGNI ALTRA COSA Si trova la purezza del cuore riunendo le proprie affezioni in Dio Voi dunque che desiderate percorrere il sentiero più breve e più sicuro per arrivare un giorno alla patria celeste, alla grazia, alla gloria eterna, mettete ogni vostra cura a mantenere il cuore in una inviolabile purezza, l'anima in libertà, i sensi nella quiete. Raccogliete tutte le affezioni del vostro cuore per gettarle in seno a Dio. Bisogna, quanto più è possibile, liberarsi dalle preoccupazioni inutili Staccatevi, per quanto è possibile, dalle vostre conoscenze e da tutto ciò che potrebbe ostacolare i vostri propositi. Cercate ardentemente e continuamente il luogo, il tempo, il modo di godere la pace e la contemplazione. Non amate nulla più del segreto della solitudine, evitate i discorsi mondani sempre pronti ad ostacolarvi, fuggite le turbolenze di un mondo incessantemente agitato e rumoroso (24). Sforzatevi costantemente di purificare, di illuminare e pacificare il vostro cuore, chiudete le porte dei sensi carnali, per raccogliervi abitualmente in voi stessi, e fate in modo che il vostro cuore resti chiuso, per quanto è possibile, a tutto ciò che può venirvi dalla terra. Importanza della purezza di cuore Fra tutti gli esercizi spirituali la purezza del cuore tiene il primo posto. Essa è il fine e la ricompensa di tutto il lavoro spirituale e non appartiene che a colui il quale vive veramente secondo lo spirito e da buon religioso. Mettete dunque ogni vostra cura, ogni vostra capacità e ogni energia per liberare il vostro cuore, i vostri sensi e le vostre affezioni da tutto ciò che potrebbe ostacolarne la libertà, incatenarvi e rendervi schiavi. Combattete costantemente per riunire tutte le affezioni disordinate del vostro cuore nell'amore della sola e pura verità e del bene supremo. Effetti della purezza di cuore L'anima vostra allora potrà ancorarsi tenacemente in Dio e nelle cose divine, voi sdegnerete le frivolezze della terra e il vostro cuore si verrà trasformando, fino nella più intima fibra, in Nostro Signore Gesù. Quando avrete incominciato a spogliarvi e a liberarvi di ciò che è terrestre, a semplificare e tranquillizzare con fiducia il cuore e lo spirito in Dio, per bere ed assaporare con tutte le vostre potenze i flutti dei favori divini, e a fissare la vostra volontà ed intelligenza in Dio, allora non vi sarà più necessario ricorrere agli insegnamenti della divina Scrittura per apprendervi l'amor di Dio e del prossimo: lo Spirito Santo vi istruirà e dirigerà (25). Non bisogna trascurare nulla per uscire da se stessi Non risparmiate dunque nessuno sforzo, nessuna fatica, nessuno slancio, per purificare il vostro cuore, per fissarvi immobili e tranquilli in Dio, come se fosse già spuntato per voi il giorno dell'eternità che è il giorno di Dio. Per amore di Gesù plasmate in voi stessi un'anima pura, una coscienza serena e una fede sincera, e di fronte a tutte le prove, a tutti gli eventi, confidate in Dio senza restrizione, non curandovi d'altro che di obbedire assolutamente alla sua volontà e ai suoi desideri. Per arrivare a questo, dovete rientrare frequentemente in voi stessi e rimanervi il più possibile, onde effettuare in voi il distacco da ogni cosa terrena. Serbate la vostra anima nella purezza e nella calma; preservate la vostra intelligenza dalla polvere di quaggiù, proteggete la libertà della vostra volontà, attaccatevi con ardente amore al bene supremo, tenete la vostra memoria al disopra delle cose di questo mondo, per fissarla nel bene essenziale e increato. L'unione di intelligenza e d'amore con Dio è la suprema perfezione sulla terra La vostra anima con tutte le sue facoltà e potenze sia raccolta in Dio in modo da formare con lui un solo spirito. In questo consiste tutta la perfezione possibile all'uomo sulla terra. Tale unione d'intelligenza e d'amore per cui l'uomo si conforma in tutto alla volontà eterna e suprema, ci permette di diventare, per grazia, ciò che Dio è per natura (26). Non dimentichiamolo: nello stesso istante in cui l'uomo, con l'aiuto di Dio riesce a vincere la sua volontà, vale a dire, riesce ad allontanare da sé ogni amore, ogni preoccupazione disordinata, per lanciarsi decisamente, con tutte le sue miserie, nel seno di Dio, diventa immediatamente così gradito a Dio che ne riceve il dono della grazia. La grazia poi gli comunica la carità e l'amore; la carità mette termine a tutte le esitazioni, a tutti i timori, ed egli confida soltanto in Dio. E' dunque ben vero che la più grande felicità consiste nel porre tutta la nostra fiducia in Colui che non può mancarci. Fino a quando resterete in voi stessi, sarete vacillanti e instabili. Gettatevi con confidenza sul cuore di Dio, egli vi riceverà, vi guarirà, vi salverà (27). La felicità dell'unione con Dio Se saprete riflettere frequentemente su queste verità, troverete in esse più felicità e gioia per la vita che non in tutte le ricchezze, in tutti gli onori, in tutte le delizie; non solo, ma persino più che in tutta la sapienza e la scienza di questo mondo menzognero e ripieno di corruzione, anche se possedeste tali beni in copia maggiore di quanta ne ebbero coloro che vi hanno preceduti.   CAPITOLO VI L'UOMO CHE VUOLE ACQUISTARE LA VERA PIETA' DEVE PURIFICARE LA PROPRIA INTELLIGENZA E I PROPRI AFFETTI Il distacco interiore fa gustare le cose del cielo E' fuor di dubbio che più voi sarete liberi dalle occupazioni e dai ricordi esteriori e mondani, più la vostra anima riacquisterà forza e capacità per gustare le cose del cielo. Imparate perciò a staccarvi dalle cose terrene. Dio ama molto tale rinuncia. Le sue delizie sono di stare coi figlioli degli uomini (28) cioè con coloro che dopo avere allontanato le distrazioni e le passioni, sanno, con cuore puro e retto, tendere, donarsi e attaccarsi a lui. Se la memoria, l'immaginazione, i pensieri strisciano spesso a terra, accadrà necessariamente che gli avvenimenti nuovi, i ricordi del passato e molte altre cose, inevitabilmente vi preoccuperanno e distrarranno. Lo Spirito Santo è assente da questi pensieri che mancano di saggezza. Il vero amico di Gesù Cristo deve dunque essere talmente unito con la propria intelligenza e buona volontà alla volontà e alla bontà divina, da togliere alle passioni ogni appiglio su lui e da evitare di indagare se è schernito, amato o considerato come persona da poco. La buona volontà può arrivare a tutto, può dominare ogni cosa. Suscita nell'anima il disinteresse per le miserie personali Se la volontà è buona e pienamente conforme e unita alla volontà di Dio, come consiglia l'intelligenza, poco importa che la carne, i sensi, l'uomo esteriore, siano inclini al male e fiacchi per il bene, oppure che l'uomo interiore si trovi senza amore per le cose spirituali (29). Importa soltanto che per la fede e la buona volontà l'uomo resti unito a Dio con tutta l'anima. Egli vi riuscirà, se riconoscerà la propria imperfezione e il proprio nulla; se comprenderà che il proprio bene non si trova che nel suo Creatore; se abbandona a Lui se stesso con tutte le sue potenze, le sue forze e le creature tutte, per nascondersi interamente in seno a lui con pieno slancio, per dirigere ogni sua azione verso Dio, senza cercare nulla all'infuori di Dio; se riconosce d'aver trovato in lui tutto il bene e tutta la felicità della perfezione. Divinizza l'uomo L'uomo allora, giunto a questo stato di perfezione, sarà, in certo qual modo, trasformato in Dio; non potrà più pensare, amare, comprendere, ricordare che Dio o le cose di Dio; non vedrà più se stesso e le altre creature se non in Dio; non avrà altro amore che per Iddio; le creature e se stesso si presenteranno alla sua memoria solo più nella luce di Dio.   Rende l'anima veramente umile Simile conoscenza della verità, rende sempre l'anima umile, severa verso se stessa e non verso gli altri; mentre la saggezza mondana rende l'anima superba, frivola, piena d'orgoglio e d'alterigia. La libertà interiore è necessaria per elevarsi a Dio E' dunque necessario considerare come dottrina fondamentale e veramente spirituale quella che ci mostra quanto sia chimerico aspirare di giungere alla conoscenza, al servizio, alla familiarità con Dio e al suo pieno possesso, se non si è prima distaccato il proprio cuore dalle affezioni terrene, non solamente dalle persone, ma da ogni altra creatura o cosa; se non si riesce a tendere verso il Creatore con tutto il cuore, liberamente, senza secondi fini, senza timori né esitazioni, con fiducia illimitata nella sua universale provvidenza (30).   CAPITOLO VII COME PRATICARE IL RACCOGLIMENTO DEL CUORE E' necessario entrare in se stessi per elevarsi a Dio Nel libro "De spiritu et anima", al cap. XXI (31) è detto che salire verso Dio significa rientrare in se stessi. Infatti colui che rientra nel suo intimo e studia se stesso per superarsi, si eleva veramente verso Dio. Dobbiamo dunque liberare e proteggere il nostro cuore dalle distrazioni del mondo, ricondurlo alle gioie intime, per fissarlo infine nella luce della contemplazione divina. Vita e riposo del nostro cuore è dimorare in Dio, sostenuti dall'amore e dolcemente vivificati dalla divina consolazione. Bisogna vincere gli ostacoli che impediscono di entrare in sé stessi Ma molti ostacoli ci impediscono di sperimentarlo, e con le sole nostre forze non potremo mai arrivarvi. L'anima distratta da tante preoccupazioni, non è aiutata dalla memoria a rientrare in se stessa, perché le ombre di tante cose la rendono cieca; non è aiutata dall'intelligenza, a causa delle passioni che la seducono; né si ripiega su se stessa neppure per il desiderio di gioie interiori e di delizie spirituali. Essa è talmente immersa nelle cose sensibili e passeggere, che non può ritornare a sé come verso la immagine di Dio. L'anima purificata si eleva spontaneamente E' dunque indispensabile che, guidata dal rispetto e dalla confidenza dell'umiltà, l'anima si elevi al disopra di se stessa e di ogni creatura, con l'abbandono di tutte le cose, e possa dire intimamente: Colui che io cerco, amo e desidero fra tutti, più di tutti, al disopra di tutto, non appare ai sensi né all'intelligenza: egli oltrepassa gli uni e l'altra. Dio non è percepito dai sensi, ma piuttosto nell'esperienza intima Dio non è visibile ai sensi, ma deve essere l'oggetto di tutti i nostri desideri. Egli non ha corpo, ma è infinitamente amabile così da attirarsi gli affetti dell'anima; è incomparabile, ma seduce soltanto i cuori puri. E' soprattutto amabile e dolce. La sua bontà è la sua perfezione sono infinite. Allora l'anima entra nelle tenebre dello spirito; si eleva maggiormente e penetra più profondamente in se stessa (32). Questo modo di salire fino alla misteriosa visione della SS. Trinità nell'Unità, dell'Unità nella Trinità, per mezzo di Nostro Signor Gesù Cristo, è più ardente nell'anima a misura che la forza d'ascensione le è più intima; e più vantaggiosa a misura che la carità la rende più concreta. Nel mondo dell'esperienza spirituale non c'è nulla di più elevato di ciò che è più intimo. Questa esperienza delle cose divine è una pregustazione di cielo Non stancatevi dunque, non riposate mai fino a quando non abbiate ricevuto in qualche modo la caparra o un anticipo di questa futura pienezza, finché non abbiate ottenuto qualche primizia delle soavità e delle dolcezze divine. Non cessate di perseguirle fino all'ora in cui "appare il Signore in Sion" (33). Quando si tratta del progresso spirituale, dell'unione e dell'intimità con Dio, non ci si deve concedere alcun riposo, né cedere a nessuna fatica, prima d'aver conquistato l'oggetto dei propri voti. L'ascensione dell'anima verso Dio Osservate colui che s'arrampica sulla montagna e seguite il suo esempio. Se la nostra anima si lascia incantare e sedurre dalle cose che incontra sul suo passaggio, spesso si smarrisce in sentieri ignoti, si sfibra e si divide in tante frazioni quanti sono i suoi desideri. Ma segue allora un movimento senza scopo, una corsa senza profitto, una stanchezza senza riposo. Se, al contrario, il nostro corpo e il nostro spirito, sedotti dall'amore e dal desiderio, si liberano dalle distrazioni di quaggiù, abbandonano a poco a poco le cose umane per raccogliersi nel solo bene immutabile e vero, vi dimorano e vi si fissano coi vincoli dell'amore, essi si fortificano, e il loro raccoglimento sarà maggiore quanto più in alto si eleveranno sulle ali della conoscenza e dei desideri.   Il nostro cuore e la nostra anima possono farsi un'abitudine del bene supremo Essi si fanno, per così dire, un'abitudine del bene supremo e finiscono col divenirne inseparabili. Essi arrivano al possesso imperituro della vera vita che è Dio (34); la possiedono in un modo eterno, senza alcun timore delle vicissitudini e dei mutamenti dei tempi e riposano nel godimento pacifico di questa felicità interiore, nella segreta intimità con la Divinità. E non usciranno più fuori di se stessi né fuori di Gesù che è per i suoi discepoli la via, la verità, la vita (35).   CAPITOLO VIII IN TUTTE LE COSE L'UOMO DEVE AFFIDARSI A DIO Il distacco dalle cose terrene riconduce l'uomo alla vera perfezione Da tutto ciò che si è detto, si può concludere che quanto più saranno completi l'abbandono delle cose terrestri e l'unione con Dio per mezzo della volontà e dell'intelligenza, tanto più ci si avvicinerà allo stato d'innocenza e di perfezione. Che vi è di migliore, di più felice, di più dolce? E' dunque cosa della massima importanza tenere l'anima talmente distaccata da tutte le cose, che né il mondo, né gli amici, né la prosperità, né l'avversità, né il presente, né il passato, né l'avvenire, e neppure gli stessi peccati, almeno fino a un certo grado, siano motivo di grave turbamento. Il paradiso in terra Sforzatevi di vivere soltanto con Dio, fuori dal mondo, in una specie di vita spiritualizzata, come se la vostra anima fosse già separata dal corpo e nell'eternità. Nel soggiorno dei Beati, la grande preoccupazione dell'anima non sarà il secolo, né lo stato del mondo, né la pace, né la guerra, né il buono o il cattivo tempo, né altra cosa di quaggiù, ma Dio solo sarà l'oggetto dei suoi slanci, dei suoi desideri, dei suoi amori. Sforzatevi perciò fin da ora di staccarvi dal vostro corpo e da ogni cosa creata presente o futura. Fissate, per quanto è possibile, immutabilmente, chiaramente, vivamente l'occhio della vostra anima sulla luce increata. Allora l'anima vostra purificata dalle cose terrestri, sarà come un angelo unito a un corpo cui la carne non dà molestia e che non si occupa di cose vane e futili. L'anima si unisce a Dio nonostante le tentazioni e le prove Fortificate la vostra anima contro le tentazioni, le persecuzioni, le ingiurie, affinché nell'uno o nell'altro caso, essa rimanga saldamente e tranquillamente unita a Dio. E quando turbamenti, scoraggiamenti, confusione di spirito vi assalgono, non irritatevi, non lasciatevi abbattere. Non ricorrete allora a preghiere vocali per esserne liberati, né ad altri conforti; cercate solamente di riprendervi con un coraggioso sforzo della volontà e della riflessione, per ricondurre la vostra anima verso Dio, lo vogliano o no i sensi del corpo. L'anima pia deve essere talmente unita a Dio, deve conservare e rendere il suo volere così conforme al volere divino, da non sentirsi più occupata né sedotta da alcuna creatura, come prima della sua creazione, assolutamente come se non esistessero che Dio e quest'anima (36). L'anima distaccata dal mondo riceve senza turbarsi ciò che la Provvidenza le manda Essa riceverà allora senza turbamento, senza esitazione, senza timore tutto ciò che la Provvidenza le manderà. Non cesserà di essere in ogni circostanza piena di fiducia nel Signore, senza perdere la pazienza, né la pace, né uscire dal silenzio. Ecco perché il distacco completo dell'anima dalle cose create è supremamente utile alla vita spirituale e per restare intimamente unirti e sottomessi a Dio. Non occorrono intermediari tra Dio e l'anima Allora non vi saranno più intermediari tra Dio e voi. Da dove verrebbe infatti l'intermediario? Non dall'esterno, perché la virtù della povertà volontaria vi ha spogliati di ogni bene terreno, e la virtù della castità vi ha spogliati del vostro corpo; non dall'interno, perché l'obbedienza vi ha spogliati della vostra volontà e della vostra anima. Nulla più sussiste tra Dio e voi. Questa dottrina s'impone soprattutto ai religiosi Che siete religiosi lo dimostrano la vostra professione, il vostro stato, il vostro abito, i vostri capelli tagliati e gli altri segni della vostra vita religiosa; resta però a vedere se siete un religioso finto o sincero, spetta a voi darne la risposta. Ma notate bene quanto gravemente voi pecchereste e prevarichereste contro il Signore vostro Dio, se offendendo la sua giustizia, agiste in tutt'altro modo che da religioso; se con la volontà o con l'amore vi attaccaste alla creatura invece che al Creatore, se preferiste insomma la creatura al Creatore.   CAPITOLO IX LA CONTEMPLAZIONE IN DIO DEVE ESSERE PREFERITA A TUTTI GLI ALTRI ESERCIZI Il nulla originale della creatura deve farei tendere a Dio Tutto ciò che esiste al di fuori di Dio è opera del Creatore. Ogni creatura è dunque un complesso di possibilità e di essere e, come tale, è per sua natura limitata: essendo venuta dal nulla, è circondata dal nulla e tende al nulla (37). Ad ogni istante la creatura riceve necessariamente dall’Artista supremo l'esistenza, la conservazione, l'azione e tutto quanto possiede. Essa è realmente insufficiente ad operare per sé e per gli altri, come è importante il nulla di fronte all'essere, il finito di fronte all'infinito. Bisogna dunque che la nostra vita, i nostri pensieri, le nostre opere, siano in Colui, di Colui, per Colui e da Colui che col minimo atto della sua volontà potrebbe e saprebbe produrre delle creature immensamente più perfette di quante oggi ne esistono. Le perfezioni del Creatore devono attirarci E' di conseguenza impossibile che, sia per l'intelligenza come per la volontà, esista un pensiero, un amore più utile, più perfetto, più fortunato di quelli che riposano in Dio, l'eccelso Creatore, l'unico e vero Bene, dal quale, nel quale, per il quale, verso il quale tutto acquista la propria missione. Dio è perfettamente sufficiente a se stesso ed agli altri, perché racchiude eminentemente in sé, da tutta l'eternità, le perfezioni di ogni essere. Non vi è nulla in Dio che non sia Dio stesso. In lui e da lui esistono le cause di tutto ciò che avviene: in lui esistono le origini immutabili di tutte le cose mutevoli, dotate o prive di ragione. Tutto ciò che avviene nel tempo, ha in lui il suo principio eterno. Egli riempie tutto; il suo essere è in tutte le cose e perciò egli è più presente e più intimo alle cose di quanto lo siano le cose a se stesse (38). Esiste una contemplazione In lui tutto è uno e tutto vive eternamente (39). Senza dubbio, la debolezza e l'inesperienza (40) della intelligenza possono obbligarci a servirci delle creature nelle nostre contemplazioni. Tuttavia vi è una contemplazione ottima, vera, fruttuosa che si rende possibile ad ogni mortale. In tutte le sue contemplazioni e meditazioni, abbiano esse per oggetto il Creatore o la creatura, l'uomo può riuscire a trovare la sua gioia soltanto nel Creatore, il Dio uno e trino; ad infiammare il cuore di amore di Dio e della vera vita, in sé e negli altri, per meritare la felicità della vita eterna.   Differenza fra la contemplazione dei santi e quella dei filosofi E' necessario notare qui una differenza fra la contemplazione dei fedeli cristiani e quella dei filosofi pagani. I pagani non cercavano che la propria perfezione ed ecco perché si limitavano alla loro intelligenza; essi non si proponevano che d'arricchire il loro ingegno di una nuova conoscenza. Ma la contemplazione dei santi, che è poi quella dei cristiani, ha per fine l'amore di Dio contemplato. Ecco perché essa non si limita alla intelligenza ma arriva alla volontà per accendervi l'amore. I santi nelle loro contemplazioni si propongono soprattutto di aumentare la loro carità. Vale di più infatti, conoscere Gesù Cristo e possederlo spiritualmente per mezzo della grazia, che possederlo col suo corpo o anche nella sua essenza, ma senza la grazia. Più l'anima è pura e più ha la capacità di contemplazione Ora, man mano che l'anima si purifica ed entra in se stessa, l'occhio della contemplazione le si dilata, ed essa si prepara una scala per ascendere fino alla contemplazione di Dio. Questa contemplazione infuocherà l'anima d'amore per le cose celesti, divine, eterne e le farà sommamente disdegnare come nullità tutto ciò che è terreno e temporaneo. Si conosce Dio soprattutto per via di negazione Quando cerchiamo di conoscere Dio per via di negazione, noi neghiamo in lui ciò che appartiene al corpo, ai sensi, alla immaginazione; neghiamo perfino ciò che è proprio della nostra ragione, insomma l'essere come lo si incontra presso le creature (41). E' il miglior modo, secondo san Dionigi, l'arrivare alla conoscenza di Dio (42), quale ci è permesso acquistarla sulla terra. E' in questa oscurità che abita Dio e nella quale entrò Mosè per elevarsi fino alla luce inaccessibile (43). Ma non è dallo spirito, bensì dal corpo che si deve incominciare. Bisogna seguire la via ordinaria e andare dalla fatica dell'azione al riposo della contemplazione: dalle virtù morali, alle virtù della visione sublime (44). Il vero bene è Dio solo Ma infine, o anima mia, perché consumarti vanamente in tante cose? Tu soffri di indigenza. Non cercare e non amare che il bene perfetto, il quale assomma in sé tutti i beni, e ciò ti basterà. Guai a chi sa e possiede tutto all'infuori di questo bene! Se conoscesse contemporaneamente questo bene ed ogni scienza, non sarebbe felice a causa della scienza, ma solamente a causa di questo bene. San Giovanni ha scritto: "La vita eterna è di conoscervi" (45) e il Profeta: "lo sarò sazio quando mi sarà apparsa la vostra gloria" (46).   CAPITOLO X NON BISOGNA PREOCCUPARSI DI POSSEDERE LA DEVOZIONE SENSIBILE, MA DI RESTARE UNITI A DIO CON LA VOLONTA' La devozione vera consiste essenzialmente nell'unione della volontà con Dio Non cercate troppo avidamente la devozione attuale, le dolcezze sensibili o le lacrime; abbiate piuttosto somma cura di restare interiormente uniti a Dio con l'intelligenza e la buona volontà (47). Nulla piace tanto a Dio quanto un'anima purificata dalle tracce, dalle illusioni ed immagini della creatura. Il religioso deve essere libero dalle creature, per restare interamente unito a Dio, attaccarvisi, ed essergli intimamente incatenato. Praticate dunque l'abnegazione di voi stessi, per seguire unicamente Gesù Cristo, vostro Signore e vostro Dio, che fu veramente povero; obbediente, casto, umile e paziente e la cui vita e morte furono di scandalo per molti, come ci dice il Vangelo (48). Bisogna comportarsi verso il nostro corpo come se ne fossimo già usciti L'anima separata dal corpo non si interessa affatto di ciò che accade al corpo abbandonato. Sia esso bruciato, impiccato o maledetto: tali oltraggi non la contristano punto (49); essa pensa soltanto alla sua immutabile eternità, "all'unica cosa necessaria" di cui parla il Signore nel Vangelo. Comportatevi dunque col vostro corpo come se ne foste già usciti; pensate costantemente all'eternità che la vostra anima deve possedere in Dio; e dirigete con cura la vostra mente verso questo unico bene di cui il Signore ha detto: "Una sola cosa è necessaria" (50). La vostra anima si arricchirà allora di una grande abbondanza di grazia che l'aiuterà ad acquistare la purezza dello spirito e la semplicità del cuore La spoliazione di se stesso infonde una invitta costanza Questo unico bene è molto vicino a voi. Respingete ciò che è terreno e le preoccupazioni di quaggiù e tosto sentirete come vi sia facile attaccarvi esclusivamente a Dio. Voi troverete anche, nello spogliamento di voi stessi, una invitta costanza di fronte a tutto ciò che può accadervi. Così avvenne per i martiri, i Padri della fede, gli eletti e i beati tutti. Essi disprezzarono ogni cosa e pensarono soltanto a possedere in Dio la sicurezza eterna per la loro anima. Armati, così, interiormente, uniti a Dio con la buona volontà, essi disdegnarono tutte le cose del mondo come se la loro anima avesse già abbandonato il corpo. Vedete da ciò quanto può fare la buona volontà unita a Dio. L'anima purificata considera la sua persona esteriore come se non le appartenesse Possa la vostra anima, così attratta verso Dio e come separata dalla carne da una separazione spirituale, considerare la propria persona esteriore con tanta indifferenza come se non le appartenesse. Essa allora trascurerà tutto ciò che può accadere a sé o al corpo, come se tali fatti accadessero ad altri o a creature irragionevoli. Chi è unito a Dio forma un solo spirito con lui. Per l'onore supremo di Dio, non spingete dunque mai la vostra audacia fino a pensare o immaginare, in sua presenza, ciò che arrossireste di udire o di vedere dinanzi agli uomini. L'unione con Dio dà la gioia Voi dovete elevare i vostri pensieri verso Dio solo e fare di lui l'oggetto delle vostre meditazioni, come se egli solo esistesse. Tale unione vi apporterà grande gioia e sarà un felice inizio della vita futura.   CAPITOLO XI DOBBIAMO RESISTERE ALLE TENTAZIONI E SOPPORTARE LE PROVE Il servizio di Dio non esclude la tentazione Chi vorrà avvicinarsi a Dio con cuore sincero e puro, dovrà necessariamente subire la tentazione e la prova. Come resistervi Regola da seguire in tutte le tentazioni è questa: non acconsentirvi, appena sono sentite, ma sopportarle con pazienza, dolcezza, umiltà e longanimità. Se si tratta di bestemmie o di cose vergognose, non si può fare di meglio che disprezzare tali immaginazioni o fantasie come futili. Senza dubbio, la bestemmia è colpa, obbrobriosa, orribile; bisogna tuttavia sprezzare simili tentazioni senza cedere a turbamenti di coscienza. Se disprezzate così il nemico e le sue suggestioni, egli si ritirerà ben presto. E' troppo orgoglioso per subire lo sprezzo e la noncuranza. Il miglior rimedio è dunque di non preoccuparsene affatto, come se si trattasse di mosche che, nostro malgrado, ci volteggiano davanti agli occhi. Durante le tentazioni non bisogna allontanarsi dalla presenza di N. Signore Voi dunque che servite Gesù Cristo, guardatevi bene dall'allontanarvi facilmente dalla presenza del Signore, di indignarvi, lagnarvi di queste mosche, cioè delle tentazioni leggere, delle supposizioni, delle tristezze e pusillanimità, degli abbattimenti e delle mille nullità che il buon volere e un atto di elevazione a Dio possono allontanare. L'unione a Dio si compie con la buona volontà Per mezzo della buona volontà, l'uomo fa di Dio il proprio Signore; dei santi angeli fa i propri custodi e protettori. La buona volontà mette in fuga le tentazioni, come la mano scaccia le mosche che si posano sulla fronte. "Pace agli uomini di buona volontà" (51). La buona volontà è, per l'anima, la sorgente di tutti i beni, la madre di tutte le virtù. Chi la possiede, tiene in sua mano, senza paura di perderlo, tutto ciò che gli è necessario per vivere bene (52). Se voi volete il bene, ma non potete compierlo, Dio ve ne compenserà come se l'aveste compiuto (53). Per legge eterna e immutabile Dio ha stabilito che il merito sia nella volontà, che in cielo o in inferno la volontà faccia la ricompensa o il supplizio (54). La carità non è altro che una grande volontà di servire Dio, un soave desiderio di piacergli, un bisogno fervidissimo di goderlo. La tentazione non è un peccato, ma è la prova della virtù.   La tentazione fortifica la virtù Per mezzo della tentazione l'uomo può acquistare molti beni (55), tanto, più che "la vita dell'uomo sulla terra è una continua tentazione (56).   CAPITOLO XII EFFICACIA DELL'AMORE DI DIO Importanza dell'amore di Dio Tutto ciò che abbiamo detto nei capitoli precedenti, tutto ciò che è necessario alla salvezza, non può ricevere che dall'amore il suo più intimo e salutare perfezionamento. L'amore supplisce a tutto ciò che potrebbe mancarci per la nostra salvezza; racchiude in sé l'abbondanza di ogni bene e non gli manca neppure la presenza dell'oggetto supremo dei nostri desideri. Soltanto per l'amore noi ci orientiamo verso Dio, aderiamo a Dio, siamo uniti a Dio, per diventare uno stesso spirito con lui e ricevere da lui e per lui la felicità, quaggiù nella grazia e lassù nella gloria. L'amore non trova riposo che nel bene amato, ossia nel suo possesso pacifico e completo. L'amore conduce a Dio L'amore, o la carità, è la via che conduce Dio all'uomo e l'uomo a Dio. Dio non può stare ove non c'è la carità. Chi ha la carità, possiede Dio, perché "Dio è carità ". Non vi è nulla di più acuto, sottile, penetrante della carità. Essa non ha riposo fino a che non ha esplorato tutta la potenza e la profondità dell'oggetto amato. Essa vorrebbe immedesimarsi in lui, e, se lo potesse, essere con lui una cosa sola. Ecco perché non può sopportare intermediari fra lei e il suo oggetto che è Dio: essa si slancia violentemente verso di lui e non ha pace fino a quando ha superato tutto per giungere a lui. L'amore ha la virtù di unire e di trasformare; trasforma l'amante nell'amato e l'amato nell'amante. Nei limiti del passibile, l'uno diventa l'altro. L'amore crea l'unione fra l'amante e l'amato E anzitutto con quale perfezione d'intelligenza trasporta la persona amata in colui che ama! Con quale dolcezza e soavità l'una vive nel ricordo del secondo! Colui che ama, si sforza di sapere, non in maniera superficiale, ma fino all'intimo, ciò che riguarda la persona amata e di penetrare, per quanto gli è possibile, addentro nella sua vita! Dopo viene la volontà. Essa trasporta la persona amata nel soggetto che ama. Quindi, le due persone, amante e amata, sono unite in una amorosa compiacenza, in una dolce e intima gioia procurata loro dal reciproco possesso. Inoltre, colui che ama si trova nella persona amata anche per la sua conformità di desideri, di attrazioni e di ripugnanze, di gioie e di tristezze. Si direbbe che è propria una cosa sola con lui. Poiché "l'amore è forte come la morte" (57), porta l'amante fuori di se stesso e fino nell'intimo dell'amato fortemente ve lo incatena. L'anima è molto più presente là dove ama che non dove è principio di vita, perché essa è nella persona amata con la sua propria natura, con la ragione e la volontà, mentre nell'essere da essa vivificata è presente soltanto per dargli l'esistenza, ciò che accade anche negli animali (58).   Soltanto l'amore di Gesù Cristo può distoglierci da ciò che non è Lui Bisogna dunque concludere che una cosa sola può distoglierci dagli oggetti esteriori, per ricondurci prima in noi stessi e in seguito nella divina intimità con Gesù Cristo. Essa è l'amore a Gesù e il desiderio delle sue soavità che ci permettono di sentire, comprendere e gustare la presenza della sua divinità. La forza dell'amore è la sola capace di trasportare l'anima dalla terra alle altezze del cielo. Nessuno può pervenire alla suprema beatitudine, se l'amore e il desiderio non gli danno le ali. L'amore è la vita dell'anima, la sua veste nuziale, la sua perfezione (59). "La legge, le profezie, i precetti del Signore dipendono da esso" (60). Per questo l'Apostolo diceva ai Romani: "Il compimento della legge è l'amore" (61) e nella prima Epistola a Timoteo: "Fine della legge è la carità" (62).   CAPITOLO XIII DOTI ED EFFICACIA DELLA PREGHIERA. E' NECESSARIO CONSERVARE IL CUORE NEL RACCOGLIMENTO INTERIORE La carità e le altre grazie si ottengono per mezzo della preghiera Ma noi siamo incapaci di acquistare la carità ed ogni altro bene, e nulla ci è possibile offrire da noi stessi al Signore, che è l'autore di tutti i beni. Tutto ciò che noi abbiamo, ha avuto inizio da Dio e gli appartiene. Una cosa sola è nostra; Dio stesso ce la indicò con la sua parola e i suoi esempi, quando ci ha insegnato a ricorrere alla preghiera in tutte le necessità, in tutti i casi della vita. L'umiltà e la confidenza in Dio rendono la preghiera efficace Dobbiamo ricordarci che noi siamo colpevoli, miserabili, poveri, mendicanti, infermi, indigenti, sudditi, schiavi, fanciulli, e che in noi vi è soltanto una desolazione completa. Sforziamoci dunque, di umiliare profondamente la nostra anima nella prosternazione, nell'amore e nel timore; facciamo regnare in noi il raccoglimento e la pace; aggiungiamo ai progressi misurati, sinceri, semplici della modestia, la grandezza dei desideri, l'ardore e i gemiti del cuore, la semplicità e sincerità dello spirito e poi supplichiamo Iddio ed esponiamogli con grande confidenza i pericoli che ci minacciano da ogni parte. Liberi e fermi, senza esitazione, affidiamoci e offriamoci completamente a lui fino nella più intima fibra. Non siamo noi forse delle creature che gli appartengono realmente e assolutamente? Non serbiamo per noi nulla di noi stessi e allora s'adempirà in noi la parola del beato Padre del deserto, Isacco, il quale, a proposito della preghiera disse: "Noi saremo con Dio un solo spirito e Dio solo sarà per noi tutto e in tutte le cose, quando la perfetta carità con la quale egli per il primo ci ha amati sarà passata nell'intimo del nostro cuore (63). Ciò avverrà, quando tutto il nostro amore ed ardore, i nostri desideri e sforzi, tutti i nostri pensieri, tutto ciò che vediamo, diciamo, speriamo, sarà Dio stesso; quando l'unità che esiste tra il Padre e il Figlio, tra il Figlio e il Padre, sarà passata nei nostri sensi e nella nostra anima. Il distacco da sé e il desiderio di Dio rendono possibile la preghiera L'amor di Dio per noi è puro, sincero, tenace; e noi dobbiamo da parte nostra restargli uniti con un amore perpetuo, ininterrotto. Noi dobbiamo appartenergli in modo tale che le nostre speranze, i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre preghiere non siano che Dio (64). Si deve desiderare di possedere quaggiù una idea della beatitudine eterna L'uomo che vive secondo lo spirito deve dirigere le proprie intenzioni, i propri sforzi e gli avvenimenti, in modo da meritare il possesso, in corpo mortale, di un'idea della beatitudine futura e pregustare quaggiù, in certo qual modo, un assaggio di felicità della vita celeste. Ecco il coronamento di ogni perfezione. Bisogna che lo spirito si liberi dalla carne, per elevarsi sempre più verso le regioni sublimi dell'immateriale, sì che la vita e i desideri del suo cuore diventino una sola e continua preghiera. Il religioso deve elevare sempre la sua anima a Dio, cioè pregare sempre Quando l'anima si sarà liberata dal fango delle miserie umane, aspirerà a Dio, dal quale l'uomo non dovrebbe mai allontanare i suoi pensieri; specialmente il religioso dovrebbe considerare la minima separazione dal bene supremo, assai più funesta della più crudele morte; quando l'anima avrà fatto regnare in sé la pace e sarà perfettamente libera dalle sue passioni, per unirsi strettamente al solo Bene supremo, allora si avvererà la parola dell'Apostolo: "Pregate senza tregua" (65) e "in ogni luogo, elevando le mani pure, senza agitazioni, senza inquietudini" (66). Infatti quando questa purezza avrà vinto le attrattive che abbassano l'uomo verso la materia e l'anima, liberatasi dalla terra, si sarà come trasformata, a somiglianza dei puri spiriti o angeli, allora tutto ciò che le accadrà o la preoccuperà o farà, non sarà più che una preghiera purissima e perfetta. La contemplazione può diventare facile, E se voi continuate nei vostri sforzi, senza, scoraggiamenti, come dicemmo da principio, ben presto vi riuscirà così facile, così agevole contemplare e godere nel vostro raccoglimento. e ritiro, come vi riesce ora facile vivere nella. vostra natura umana.   CAPITOLO XIV NEI GIUDIZI SI DEVE CERCARE LA TESTIMONIANZA DELLA PROPRIA COSCIENZA Per giungere alla perfezione bisogna esaminare spesso la propria coscienza Infine quando si tratta di acquistare in Dio la perfezione, la purezza, la tranquillità dell'anima, un mezzo assai efficace per arrivarvi, è di ricorrere, sempre nel silenzio, all'intimo giudizio del nostro spirito, quali siano i nostri sentimenti, le nostre parole, le nostre azioni. Dopo avere allontanato ogni altro pensiero, ci si deve raccogliere completamente in noi, per metterci di fronte alla verità e conoscerla. Noi comprenderemo allora che non ci serve a nulla, anzi che ci è molto nocivo, essere lodati e onorati all'esterno, mentre in noi stessi siamo colpevoli e condannabili agli occhi della verità. La testimonianza della coscienza corregge il giudizio degli uomini E' inutile essere onorati esteriormente tra gli uomini, se la coscienza interiormente ci accusa. Così pure non abbiamo niente da perdere se siamo biasimati o perseguitati esteriormente, quando in noi stessi ci sentiamo innocenti, irreprensibili, inoffensivi. Anzi, noi avremo allora mille ragioni di rallegrarci pazientemente, silenziosamente, tranquillamente nel Signore. L'avversità non è mai nociva, là dove non domina l'iniquità. Non bisogna mendicare la ricompensa dagli uomini Come nessun male resta impunito, così nessun bene resta senza ricompensa. Non imitiamo gli ipocriti che mendicano ricompense e corone dagli uomini: noi dobbiamo attenderle da Nostro Signore, non ora, ma più tardi; non per il momento che passa, ma per l'eternità. Non vi è quindi nulla di meglio e di più grande, in ogni tribolazione e in ogni evenienza, che rientrare nel santuario della nostra anima: là invocare Gesù Cristo nostro Maestro, nostro soccorso nelle tentazioni e nelle contrarietà, umiliarci confessando i nostri peccati, lodare Dio nostro Padre, che abbatte e consola, e disporci a ricevere senza turbamento alcuno, con prontezza e fiducia, dalle mani della sua ineffabile Provvidenza e della sua ammirabile saggezza tutto ciò che Egli vorrà inviare, a noi o agli altri, di prospero o di avverso. Conseguenze della fedeltà nell'ascoltare la propria coscienza Allora i peccati saranno espiati e rimessi (67); sgorgherà dall'anima il pentimento, vi penetreranno la soavità e la sicurezza, vi discenderanno la grazia e la misericordia; una dolce familiarità ci attirerà e fortificherà, una sovrabbondante consolazione ci verrà dal seno di Dio; ci sentiremo vicini a lui e a lui uniti indissolubilmente. Bisogna guardarsi dal preferire le apparenze alla santità vera Ma guardiamoci dall'imitare gli ipocriti e i farisei che preferivano le apparenze esterne del bene e della virtù alla reale santità dell'anima. Non è forse suprema demenza cercare, desiderare, chiedere a se stessi o agli altri la lode, la gloria umana, mentre nell'interno si è pieni di peccati innumerevoli e vergognosi? Certamente chi persegue tali vanità, non potrà partecipare ai beni dei quali abbiamo testé parlato e suo retaggio sarà senza dubbio l'onta. Abbiate dunque costantemente presenti i vostri peccati; studiate bene voi stessi per umiliarvi. Non temiamo il disprezzo degli uomini e disdegniamo le loro lodi Non temete, a motivo dei vostri gravi peccati e del grande male che è in voi, di essere reputati da tutti quale indegnissimo, vilissimo, abiettissimo fango. Consideratevi fra gli altri come la scoria fra l'oro, come la cattiva erba tra il frumento, come la paglia nel grano, come il lupo fra le pecore, come Satana tra i figli di Dio. Non cercate, di conseguenza, d'essere rispettati tra gli altri, né agli altri preferiti. Fuggite invece con tutta l'energia del cuore e dell'anima il veleno dell'adulazione, della lode, di una riputazione piena di iattanza e di ostentazione; evitate, secondo le parole del Profeta, di "lodare un peccatore nei desideri della sua anima" (68); ascoltate Isaia: "Coloro che ti adulano, t'ingannano; essi ti ostacolano il sentiero ove cammini" (69); e anche Nostro Signore che ci dice: "Guai a voi quando gli uomini vi loderanno" (70).   CAPITOLO XV COME SI PUÒ ARRIVARE AL DISPREZZO DI SE STESSI. UTILITA' DI QUESTO DISPREZZO Bisogna arrivare a considerare noi stessi degni di disprezzo Più l'uomo riconosce la sua miseria e più vede chiaramente e perfettamente la maestà di Dio; più l'uomo, a causa della grandezza di Dio, e della verità e della giustizia, è vile ai propri occhi, più è stimabile agli occhi di Dio. Sforziamoci dunque di reputarci vilissimi, di crederci indegni d'ogni beneficio, di dispiacere a noi stessi, di piacere a Dio, di passare agli occhi degli altri per indegni e vili, di non turbarci nelle tribolazioni, né nelle afflizioni ed ingiurie, di non irritarci contro coloro che ce le infliggono, di non inquietarci, di non indignarci a loro riguardo. Cerchiamo, al contrario, di crederci sinceramente meritevoli di tutte le ingiurie, di tutto il disprezzo, di tutti i maltrattamenti, di tutti gli sdegni. I nostri peccati ci rendono degni di disprezzo Infatti colui che per amore di Dio ha nel cuore pentimento e dolore, rifugge dall'essere onorato e amato; non evita di essere in qualsiasi maniera calpestato, odiato, ostinatamente disprezzato, al fine di praticare la vera umiltà e di attaccarsi soltanto a Dio, con cuore veramente sincero e puro. Ora, per amare Dio solo, per odiare se stessi, per desiderare di essere piccoli agli occhi degli altri, non c'è bisogno di lavoro esteriore, né di salute corporale; è necessario piuttosto il dominio dei sensi, l'opera del cuore, e il riposo dello spirito. Come elevare l'anima a Dio Solamente col lavoro del cuore e con lo slancio intimo dell'anima potremo contrapporci alle bassezze della terra, per elevarci e salire fino a ciò che è celeste e divino. Così comportandoci, noi ci trasformiamo in Dio, soprattutto quando con perfetta sincerità e senza pregiudizi, senza condannare e disprezzare il prossimo, preferiremo di essere ritenuti da tutti oggetto di onta e di obbrobrio, o meglio ancora di essere aborriti come fetido fango, piuttosto che di possedere le delizie terrestri, essere onorati ed esaltati dagli uomini, gioire di vantaggi e di felicità d'ogni genere in un mondo fugace. La nostra consolazione quaggiù deve consistere nel deplorare le offese fatte a Dio Sì, proponiamoci di non desiderare, nella presente peritura vita del corpo, altro conforto che di pentirci, di deplorare e piangere le offese a Dio e le colpe commesse; impariamo a svalutarci, ad annichilirei e ad apparire ogni giorno più spregevoli agli occhi altrui; a considerarci, in noi stessi, sempre più indegni degli altri, per piacere così a Dio solo e rimanere radicati in lui; non preoccupiamoci d'altro che di Gesù Cristo Nostro Signore che solo deve regnare nelle nostre affezioni; non abbiamo sollecitudini e cure che per Colui la cui potenza e provvidenza dà l'essere e il moto a tutte le creature (71). Non è questa l'ora di gioire, ma di piangere Non è questa l'ora di gioire, è l'ora di piangere di tutto cuore. Se non avete il dono delle lacrime, amareggiatevi almeno di non poter piangere; se invece sapete piangere, gemete per essere stati voi stessi la causa del vostro dolore con la gravità delle offese fatte a Dio e il grande numero dei vostri peccati. Il condannato che ha ricevuto la sua sentenza non si occupa affatto delle disposizioni che prendono i carnefici; e così colui che è in cordoglio e lagrime di pentimento deve rimanere estraneo alle delizie, alla collera, alla gloria, all'indignazione e alle passioni tutte. Ben diverse sono le dimore dei cittadini da quelle dei condannati. Così è per coloro che hanno nelle loro colpe una ragione di dolersi e di piangere; la vita e il modo di comportarsi non devono affatto somigliare alla vita e al modo di comportarsi di coloro che si conservano innocenti e nulla hanno da espiare. E' sulla giusta via colui che è indifferente al disprezzo e alla stima del mondo Chi amerà veramente Gesù piangerà con lui, lo porterà nel corpo e nel cuore, sentirà sincero dolore dei peccati e dei delitti commessi, cercherà realmente la felicità eterna, conserverà gelosamente il timoroso pensiero del suo ultimo fine e non soffrirà più travagli e fatiche e ansie per altre cose. L'uomo che vuole pervenire rapidamente ad una beata impassibilità e a Dio, deve dunque considerare come un giorno perduto quello in cui non sarà stato disprezzato e maledetto. L'impassibilità di cui parliamo non è altro che l'assenza delle passioni e dei vizi, la purezza del cuore, la presenza delle virtù. Consideratevi dunque già come morti, voi che non potete dubitare di inesorabilmente morire. Avrete, infine, una prova che ogni vostro pensiero, ogni vostra parola ed azione è in obbedienza alla volontà di Dio, se potrete constatare che vi rendono più umili, più forti in voi stessi e riguardo a Dio. Ma se notate in voi il contrario, temete fortemente che pensieri, parole ed azioni non siano secondo il volere di Dio, non graditi a lui, e non utili a voi.   CAPITOLO XVI LA PROVVIDENZA DIVINA SI ESTENDE A TUTTE LE COSE Bisogna rimettersi completamente alla Provvidenza di Dio Per ottenere ciò che abbiamo detto, per arrivare senza ostacoli, facilmente, sicuramente, liberamente, tranquillamente fino a Dio, Nostro Signore e Maestro, per unirci e radicarci in lui con una unione indissolubile e pacifica, nella prosperità e nell'avversità, per la vita e per la morte, è assolutamente necessario rimettere ogni cosa, con confidenza e sicurezza, nelle mani della sua immutabile e infallibile provvidenza. E ciò non deve meravigliarci, poiché egli dà a tutte le creature anzitutto l'essere, il potere e l'azione, ossia la sostanza, la facoltà e l'opera, poi la specie, la forma e l'ordine, in numero, peso e misura. Tutte le cose dipendono da Dio nel loro essere e nella loro attività Come l'opera d'arte presuppone l'opera della natura, così l'opera della natura presuppone l'opera di Dio creatore, conservatore, ordinatore, amministratore. A lui solo, infatti, appartengono la potenza, la saggezza, la bontà infinita, la misericordia essenziale, la giustizia, la verità, la carità immutabile, l'immensità e l'eternità. Nessun essere potrebbe sussistere ed operare per virtù propria, ma ogni creatura deve operare per virtù di Dio, cioè del primo motore, del primo principio, causa di ogni azione e che agisce in ogni essere capace di agire. Tutto dipende da Dio per l'ordine e l'armonia Se si tratta di creare l'armonia dell'ordine, la Provvidenza di Dio provvede immediatamente a tutto, fino nei minimi particolari. Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, nulla può sfuggire all'eterna provvidenza di Dio; nulla le si sottrae, sia nelle opere della natura, come negli atti della libertà, come anche nelle opere del caso o fatalità, o in ciò che è stato voluto da essa. Non solo, ma è impossibile a Dio fare alcuna cosa che non cada sotto il dominio della sua provvidenza, come non può fare nulla che non sia sottomesso alla sua azione. La Provvidenza si estende anche ai pensieri dell'uomo La Provvidenza di Dio si estende dunque a tutte le cose, anche ai pensieri dell'uomo. Ci dice infatti la Sacra Scrittura: "Gettate tutte le vostre inquietudini nel seno di Colui che ha cura di voi" (72). Il Salmista aggiunge: "Gettate i vostri pensieri nel Signore ed Egli vi nutrirà" (73). La bontà di Dio si estende a tutti gli esseri Nel secondo capitolo dell'Ecclesiastico è detto: "Considerate, o figli, le generazioni degli uomini e sappiate ,che nessuno sperò nel Signore e rimase confuso, che nessuno che ha perseverato nei suoi comandamenti è stato poi abbandonato" (74). E il Signore dice anche: "Non vi inquietate domandandovi: Che cosa mangeremo?" (75). Bisogna confidare in Dio Dunque tutto ciò che possiamo sperare da Dio per quanto illimitata ne sia la grandezza, lo riceveremo, secondo le parole del Deuteronomio: "Tutta la terra che i vostri piedi calcheranno sarà vostra" (76). Tutto ciò che desidererete lo riceverete; più grande sarà la vostra confidenza e più grande sarà il possesso. S. Bernardo disse: "Dio, il Creatore di tutte le cose, è così ricco in misericordia che qualunque sia la grazia per la quale tendiamo le mani non mancherà di concederla" (77). E in S. Marco è detto: "Tutto ciò che voi domanderete nelle vostre preghiere, abbiate fede di riceverlo, e lo riceverete" (78). La confidenza in Dio deve essere ardente e assoluta Più la confidenza in Dio è forte e pressante e in umiltà e in adorazione si rivolge vivamente a lui, più otterrà con sicurezza, abbondanza e prontezza, quanto spera. Ma se a causa della grande quantità ed enormità dei peccati, la confidenza è lenta ad elevarsi a Dio, colui nel quale regna questo torpore deve ricordare che a Dio tutto è possibile; ciò che Egli vuole, avviene infallibilmente e ciò che non vuole, non può mai realizzarsi e infine è a Lui così facile rimettere numerosi ed enormi peccati come rimettere un peccato solo. Dio perdona i peccati D'altra parte come un peccatore non saprebbe da se stesso rialzarsi, liberarsi, purificarsi dai suoi numerosi peccati, così gli è impossibile trarsi anche da un peccato solo; poiché non soltanto noi non possiamo compiere, ma neppure possiamo pensare da noi stessi ciò che è bene (79), per la ragione che tutto ci viene da Dio. I nostri peccati ostacolano la misericordia di Dio Tuttavia è naturalmente assai più pericoloso essere impantanati in numerosi peccati che in uno solo. E, infatti, nessun male resta impunito, e ad ogni peccato mortale è dovuta, a rigore di giustizia, una pena infinita, perché ogni peccato mortale è grave offesa a Dio cui spettano grandezza, dignità, gloria infinite. Del resto, secondo l'Apostolo: "il Signore conosce quelli che gli appartengono" ed è impossibile che uno di essi perisca. Niente può eludere i divini consigli Nulla può eludere i divini consigli, né le tempeste e le ondate dell'errore, né gli scandali, gli scismi, le persecuzioni, né le avversità, le discordie, le eresie, né le tribolazioni e le tentazioni di qualunque specie. Il numero degli eletti e la misura del loro merito è eternamente e irrevocabilmente previsto. Tutto è utile agli eletti E questo è così vero, che tutti i beni e i mali che possono venire ad essi o ad altri, prosperità o avversità, saranno sempre a loro vantaggio. Anzi, l'avversità non farà che renderli più provati e più gloriosi. Non tardiamo dunque ad abbandonarci, senza diffidenze e timori, alla divina Provvidenza. E' la Provvidenza che permette il male che da qualsiasi parte ci giunge. Ed è bene, è una fortuna che lo permetta. Il male non può giungerci in altro modo, né più grave di come essa lo permette, perché essa sa, può e vuole, per la saggezza delle sue disposizioni, trarne il bene. Come per opera sua si compie tutto ciò che è bene, così col suo permesso accade tutto ciò che è male (80). Dio trae dal male il bene Ma dal male Dio fa derivare il bene e così si manifestano meravigliosamente la sua potenza, saggezza e clemenza, per mezzo di Nostro Signore Gesù Cristo, la sua misericordia e giustizia, la forza della grazia, la debolezza della natura, la bellezza dell'universo nell'opposizione dei contrasti, la gloria dei buoni, la malizia e la punizione dei cattivi. Il peccato stesso fa risplendere la bontà di Dio Parimenti nella conversione di un peccatore noi vediamo il valore della confessione, della contrizione, della penitenza; e la pazienza di Dio, la sua misericordia e la sua carità, la sua bontà e la sua gloria. Tuttavia il peccato non sempre si volge in bene per coloro che lo commettono; ma più spesso è un grave pericolo e il più grande dei mali, perché causa la perdita della grazia e della gloria, insozza e provoca il castigo, forse anche il castigo eterno. Si degni Nostro Signore Gesù Cristo di preservarcene!   PIO ESERCIZIO QUOTIDIANO PER MANTENERSI CONTINUAMENTE ALLA PRESENZA ATTUALE DI DIO (81) Vantaggi del raccoglimento Quantunque voi dobbiate sempre stare raccolti in voi stessi, nei limiti permessi della debolezza umana, dovete tuttavia ogni giorno, se nulla vi si oppone, presentarvi con qualche esercizio particolare allo Sposo celeste della vostra anima: sforzarvi di unirvi a Lui, sia che sentiate devozione, sia che non ne sentiate affatto. Bisogna scegliere una determinata ora per unire particolarmente l'anima a Dio Per far questo, vi sceglierete un'ora speciale; per questo scopo potete servirvi, e con grandissimo vantaggio, dell'esercizio che vi abbiamo precedentemente raccomandato, dandovi delle formule di aspirazione (82). Ma vogliamo anche insegnarvi un altro mezzo che i maestri di vita spirituale giudicano della più grande utilità. Per compiere l'esercizio di unione con Dio bisogna pentirsi dei propri peccati Comincerete dunque col raccogliere i vostri sensi e le vostre forze, poi vi prostrerete in spirito ai piedi di Gesù Cristo, piangerete con dolore ed umiltà i vostri peccati e li getterete nell'abisso della misericordia di Dio, perché egli li consumi, li distrugga, li annienti; ecciterete in voi il vivo desiderio di non avere mai offeso un Padre così buono, per meritare con ciò di piacergli come se realmente non l'aveste offeso mai. Proporsi di evitare il peccato Proporrete poi, con l'aiuto della grazia, di evitare tutto ciò che a Dio dispiace, chiederete che vi perdoni per i meriti di Gesù Cristo, della beatissima Vergine Maria e di tutti i santi. Domanderete di essere lavati nel sangue prezioso di Gesù Cristo, di essere perfettamente guariti e santificati, ed avrete infine ferma fiducia di ottenere l'intera remissione dei vostri peccati e un completo perdono. Meditare la vita del Salvatore Indi passerete al ricordo della vita e della passione di Gesù Cristo e ringrazierete questo divino Redentore. Umiliarsi profondamente In seguito vi porrete in spirito, al disotto di ogni creatura, preferirete tutti gli altri a voi stessi e li comprenderete tutti nel sentimento di una stessa carità. Rinuncerete a tutto ciò che è inferiore a Dio; vi rassegnerete interamente alla sua volontà e vi mostrerete disposti a soffrire in spirito di penitenza ogni specie di tribolazione. Tutto ciò deve essere fatto con sincerità somma; ma se non foste ancora pervenuti al punto di poterlo dire dal profondo del vostro cuore e con piena volontà, ditelo almeno come lo potete, e sarete a Dio graditi. Chiedere a Dio la sua grazia Compiuto questo, chiederete al Signore quanto vi è necessario per giungere alla unione perfetta con lui, e invocherete altresì la gloriosa Vergine Maria, madre di Dio, e tutti gli abitanti della celeste Gerusalemme a fine di ottenere, per loro intercessione, la grazia che desiderate. Bisogna anche pregare per il prossimo Pregherete in favore di tutti coloro per i quali Gesù Cristo si è degnato offrirsi come vittima; e offrirete le vostre preghiere non soltanto per i cristiani, ma anche per gl'infedeli sparsi in tutto il mondo, sentendo realmente nel profondo del cuore una viva compassione per quelli che col peccato sfigurano l'immagine di Dio stampata in loro stessi e si rendono volontariamente estranei alla felicità che Dio promette nell'eternità e a tutte le delizie del regno dei Cieli. Bisogna pregare per le anime del Purgatorio Vi interesserete inoltre delle anime dei fedeli defunti, trattenute ancora nelle fiamme del Purgatorio; estenderete il vostro interessamento a tutta l'immensa famiglia di Dio e invocherete con tutto il cuore la salvezza di tutti. Non vi è mezzo più efficace per attirare su voi gli sguardi della divina misericordia. Dobbiamo glorificare Dio con una immensa carità Dopo ciò innalzerete la vostra preghiera alla SS. Trinità, celebrandone le lodi; ecciterete in voi il desiderio di amare Iddio sempre di più. Agli occhi di Dio i vostri meriti saranno tanto grandi quanto lo saranno stati i vostri desideri, perché Iddio nella sua misericordia accetta le buone intenzioni degli uomini in luogo delle buone opere, quando si è nella impossibilità di compierle. Infine, con amorose aspirazioni verso Dio, con desideri ardenti, gli chiederete la grazia di essere felicemente uniti a Lui per sempre.   LO STESSO ESERCIZIO RIDOTTO IN FORMA DI PREGHIERA Pensa di aggiungere a quanto è stato detto una formula di preghiera adatta all'esercizio giornaliero di cui si è parlato, per un maggior progresso dell'anima. L'uomo si riconosce peccatore O Gesù, mio Signore e mio Dio! che vi dirò? Io piego, in spirito le ginocchia dinanzi a voi, depongo il mio cuore ai vostri piedi e riconosco i miei falli. Ho peccato, o mio Dio, ho fatto il male in vostra presenza, ho peccato contro il mio Creatore, contro il mio Redentore, contro il mio Benefattore e Padre. Ahimè! sono sempre stato troppo ingrato e infedele verso voi; io sono tutto ciò che vi è di più miserabile e spregevole, sono cenere, polvere; non sono niente, Signore. O Signore, abbiate pietà di me! L'uomo domanda la grazia e il perdono Io vengo a deporre tutte le mie iniquità, le mie negligenze, le mie mancanze (e voi sapete, Signore, quale ne sia l'enormità e il numero) nelle vostre piaghe adorabili. Vengo a gettarle nell'immenso braciere del vostro amore, a inabissarle nell'oceano infinito della vostra misericordia. Perché, o Signore, vi ho offeso? Perché ho messo un ostacolo alla vostra grazia? Come mi dolgo di non aver sempre cercato di piacervi, di obbedire alle vostre sante ispirazioni e alla vostra divina volontà in tutte le cose! Egli si propone di essere più fedele in avvenire Io mi propongo, con l'aiuto della vostra grazia, di evitare d'ora in avanti tutto ciò che vi dispiace, pronto a morire mille volte piuttosto che volere qualcosa che possa offendervi. O dolce Gesù, siatemi propizio, per i meriti della vostra santa umanità, per quelli della vostra beatissima Madre e di tutti i vostri santi. Lavatemi nel vostro sangue prezioso, purificatemi completamente, guaritemi e santificatemi senza riserva.   Il peccatore benedice e glorifica Gesù Cristo per le sue infinite misericordie Vi adoro, vi lodo, vi glorifico, vi benedico, vi ringrazio, mio Signore Gesù, per tutte le vostre misericordie e i vostri benefici. Vi ringrazio, o Figlio del Dio vivente, Altissimo Dio, che nell'eccesso della vostra carità per me, vi siete degnato di farvi uomo. Per me, siete nato in una stalla, siete stato avvolto in povere fasce, avete riposato in una mangiatoia, avete avuto per nutrimento il latte verginale della vostra Santa Madre, avete sopportato la povertà, l'indigenza, e per trent'anni siete stato aggravato di una infinità di lavori e di fatiche; per me avete voluto che un sudore di sangue stillasse dalle vostre membra fra tante angosce; per me siete stato preso ignominiosamente e caricato d'indegni ferri, avete voluto soggiacere al peso di una ingiusta condanna, siete stato coperto di vergognosi sputi, avete ricevuto schiaffi, siete stato rivestito in segno di scherno di una veste bianca, il cui uso rendeva ridicoli, siete stato esposto ad ogni specie di scherni, avete voluto essere crudelmente lacerato a colpi di frusta, e spietatamente coronato di spine, inumanamente inchiodato a una croce e abbeverato di fiele e aceto. Voi, o mio Dio, che avete rivestito gli astri di tanto splendore, siete stato disprezzato, denudato, coperto di ferite, abbattuto da dolori immensi, sospeso ad una croce infame. Per me voi avete sparso il vostro sangue così prezioso; per me infine siete morto!... Il peccatore chiede a Gesù Cristo la grazia di amarlo O mio dolce Gesù, unica salvezza della mia anima! fate ch'io vi ami col più ardente amore e che dal più profondo del cuore compatisca i vostri dolori. Io abbraccio la vostra croce adorabile e la bacio per amor vostro e per la vostra gloria. Io saluto le piaghe da voi sofferte per me e nelle quali è inciso il mio nome. Vi saluto, mille volte vi saluto, o piaghe benefiche del mio Salvatore, del Dio che mi ha tanto amato! Buoni proponimenti del peccatore O mio adorabile Salvatore! io, il più miserabile dei peccatori, mi metto in vostra presenza al disotto di ogni creatura. Io non merito che la terra mi sopporti. Fra tutti gli uomini non ve n'è uno che non debba essere preferito a me. Io mi metto al disotto di tutti, e mi faccio volontariamente il servitore di tutti. Nei trasporti di una sincera carità, abbraccio tutti gli uomini, specialmente quelli che mi tormentano e mi perseguitano. Per amor vostro rinuncio ad ogni peccato, ad ogni vanità, a tutti i piaceri mondani, a tutto ciò che è contrario all'ordine; rinuncio anche alla mia propria volontà, abbandono e disdegno tutto ciò che è meno di voi e vi preferisco a tutto. Accetto i vostri disegni sopra di me. Io desidero che la vostra santa volontà si compia sempre in me, nel tempo e nella eternità. Io mi offro a voi, pronto a soffrire, con l'aiuto della vostra grazia e per la gloria del vostro nome, ogni specie d'ignominia, d'ingiuria, di disprezzo e di obbrobri, ogni specie di tribolazione e di dolori. Io sono pronto a soffrire la privazione assoluta di ogni consolazione sensibile. Io non mi rifiuto di vivere, se tale è la vostra volontà, in quella povertà e fra quelle afflizioni in cui voi stesso siete vissuto. Il peccatore domanda le virtù cristiane O amabilissimo Gesù, fate morire in me tutto ciò che vi dispiace. Ornate la mia anima delle vostre virtù e dei vostri meriti. Datemi la vera umiltà, la vera obbedienza, la vera dolcezza, la vera pazienza, la vera carità. Datemi un assoluto impero sulla mia lingua, su tutte le mie membra, su tutti i miei sensi. Datemi la libertà interiore, lo spirito di povertà, la purezza e la perfetta contemplazione di voi stesso. Rendete la mia anima conforme all'anima umana che faceva parte della vostra santa umanità, e il mio corpo conforme a quel corpo così puro e così privo di ogni macchia, che voi avete rivestito. Spandete in me la luce serena e brillante della vostra divinità. Egli desidera di essere trasformato in Cristo Io credo fermamente che abitate in me con la vostra divinità. Degnatevi dunque di vedere coi miei occhi, di udire con le mie orecchie, di parlare con la mia bocca, di agire, insomma, con tutto il mio essere, per operare in me ciò che vi piace. Liberatemi da tutto ciò che mi imbarazza e mi impedisce di essere unito a voi perfettamente (83). Per mezzo delle vostre piaghe adorabili introducetemi fino al fondo della mia anima, affinché conoscendomi, io conosca voi stesso e vi ami e vi sia intimamente unito e mi riposi tranquillamente nel godimento delle vostre perfezioni, per la gloria del vostro nome. Esauditemi, o Signore, non in ragione della mia volontà ma della vostra. Esauditemi nella misura che vi sembra conveniente alla vostra gloria e alla mia salvezza.   Preghiera alla Vergine Maria e ai Santi O Maria, o tenera Madre di Dio, o gloriosa Regina del cielo, abbiate pietà di me. Intercedete per me, voi, ch'io posso chiamare un giglio puro e profumato, opera perfetta della risplendente e pacifica Trinità. Ottenetemi la grazia di amare il vostro divin Figlio Gesù Cristo d'un amore perfetto, e di diventare un'anima secondo il suo cuore. O voi tutti, Santi e Sante di Dio! voi, Angeli beati, soccorretemi. Pregate per me, immortali abitanti della patria celeste, affinché io possa col vostro aiuto, piacere al supremo Re, la cui contemplazione immediata e piena di dolcezza vi inonda di una gioia inesauribile. Preghiera per tutti gli uomini O Gesù, salvatore misericordioso, abbiate pietà della vostra Chiesa; abbiate pietà di tutti quelli per i quali avete versato il vostro sangue. Convertite i poveri peccatori, richiamate gli eretici e gli scismatici, illuminate gli infedeli che non vi conoscono. Soccorrete tutti coloro che sono in preda a qualche difficoltà o a qualche tribolazione. Soccorrete quanti si sono raccomandati alle mie preghiere o desiderano di raccomandarvisi. Soccorrete i miei parenti, i miei amici, i miei benefattori; rendeteli tutti graditi ai vostri occhi. Concedete il perdono e la vostra grazia ai vivi e il riposo e la luce eterna ai defunti. Per tutti, Signore, io vi offro il vostro sangue prezioso e tutto ciò che avete voluto fare e soffrire per la nostra salvezza, vi offro tutti i meriti della vostra umanità. Preghiera alla Trinità O Trinità! Dio altissimo, clementissimo, misericordiosissimo, Padre, Figlio, Spirito Santo, Dio uno, voi lo vedete, io spero in voi. Istruitemi, dirigetemi, sostenetemi. O Padre, con la vostra infinita potenza, fissate in voi la mia memoria e riempitela di santi e divini pensieri. O Figlio, con la vostra eterna sapienza, illuminate il mio intelletto, accordategli la conoscenza della vostra suprema verità e della mia bassezza. O Spirito Santo, che siete l'amore del Padre e del Figlio, con la vostra incomprensibile bontà, trasportate la mia volontà in voi e infiammatela del fuoco inestinguibile della vostra carità. Perché non posso io, adorabile Trinità, lodarvi e amarvi così perfettamente come i santi e gli angeli del cielo? Almeno, o Signore, ch'io glorifichi come mi è possibile la vostra saggia e benefica potenza. Io benedico la vostra onnipotente e benefica saggezza; e glorifico la vostra saggia e onnipotente misericordia. Ma poiché io non posso abbastanza lodarvi, degnatevi, ve ne scongiuro, di lodarvi voi stesso in me, con tutta la perfezione che meritate. Oh! se avessi tutto l'amore di tutte le creature, con quanta gioia mi affretterei a volgerlo verso di voi e ad impiegarlo per amarvi! L'uomo chiede a Dio di immergerlo in lui O mio Signore e mio Dio! mio principio e mio fine, o essenza supremamente semplice, supremamente tranquilla e supremamente amabile, o abisso di dolcezze e di delizie! o mia amabile luce, e suprema felicità della mia anima! o torrente d'ineffabile diletto! oceano di gioie inesprimibili! pienezza perfetta di ogni bene, mio Dio e mio Tutto, che cosa mi potrà mancare, se possiedo voi? Voi siete il mio bene unico ed immutabile. Io non devo cercare che voi. Io non cerco e non desidero che voi solo. O Signore, attiratemi a voi. Infuocatemi del fuoco del più cocente amore. Considerate tutta la mia povertà, la mia inanità, la mia ignoranza, la mia cecità. Io busso, apritemi! Aprite ad un orfano che vi implora. Immergetemi nell'abisso della vostra divinità; rendetemi un solo spirito con voi, affinché io possa un giorno possedere in me le vostre soavi e sante delizie.     NOTE   (1) Alberto Magno qui parla specialmente della perfezione dei monaci, sebbene la sua dottrina valga anche per la perfezione cristiana in generale. Egli scrisse questo piccolo trattato verso la fine della sua lunga vita, chiusa si all'età di 87 anni. (2) E' il dovere che s'impone a tutti i cristiani. I religiosi s'impongono come dovere ciò che in se stesso non è che un consiglio. Essi sono tenuti alla pratica dei consigli. (3) I voti hanno come fine immediato l'allontanamento degli ostacoli alla perfezione, ma non costituiscono la perfezione. E' la carità che costituisce la perfezione. Alberto Magno non parla che d'un voto, perché allora le formule di professione religiosa non parlavano che del voto di obbedienza che suppone tuttavia gli altri due voti di castità e di povertà. (4) Gv. 4, 23. (5) Mt. 6, 6. (6) Quando Alberto Magno e gli altri mistici affermano che non bisogna curarsi delle creature, intendono dire che non bisogna curarsene per se stesse, ma non che non si debba occuparsene in un modo o nell'altro per amore di Dio. Il nostro Dottore d'altronde spiegherà meglio il suo pensiero in seguito. (7) 1 Pt. 5, 7. (8) Fil. 4, 6. (9) Sal. 55, 23. (10) Sal. 92, 5. (11) Sal. 16, 8. (12) Cn. 3, 4. (13) Sap. 7, 11. (14) Mt. 16, 26. (15) Lc. 17, 21. (16) Alberto Magno suppone qui che la preoccupazione di Dio e quella delle creature siano parallele, il che sarebbe un difetto; e non subordinate, il che non è un difetto ma una virtù. (17) Bisogna comprenderlo nel senso che Dio è il principio e il fine supremo di tutte le attività create. (18) L'immagine perfetta di Dio nell'uomo non consiste soltanto nel possedere delle facoltà per le quali l'uomo gli rassomiglia, ma anche nel compiere per mezzo della fede e della carità, per quanto si può, degli atti simili a quelli che Dio compie, conoscendolo come egli si conosce ed amandolo come egli si ama. (19) Gli scolastici chiamano "forma" ciò che dà l'essere accidentale o sostanziale al composto. Dio è la forma accidentale dell'anima, perché deve imprimere nella attività di essa qualcosa della sua propria attività per mezzo della grazia santificante. Inoltre si può dire che Dio è la forma dell'anima anche nel senso che l'anima, per la ordinaria provvidenza, deve partecipare all'essere di Dio per mezzo della grazia santificante, che è una partecipazione reale, sebbene creata, della natura divina. (20) Bisogna evitare queste cose in tanto e in quanto ci allontanano da Dio. Ma esse possono anche avvicinarci a lui, quando si percepiscono in Dio e per Iddio. (21) Soltanto con l'intelligenza e la volontà vi si arriva formalmente, sebbene sia presupposto l'uso delle facoltà sensibili. (22) Le facoltà sensibili servono spesso per tendere a Dio, quando la loro attività si limita ad essere il mezzo, ma sono un ostacolo quando la loro attività è il fine. (23) Questa dottrina è la traduzione cristiana dell'assioma formulato dal filosofo: "Homo sedendo fit sapiens": nella calma l'uomo acquista la saggezza. (24) Questo è necessario specialmente per i religiosi. (25) Si deve comprendere questa parola nel senso che la Santa Scrittura, presupposta sempre come base, non ci dà di Dio che una conoscenza oggettiva, mentre lo Spirito Santo ce ne dà una conoscenza sperimentale. (26) Dio si conosce e si ama in se stesso per sua natura, e noi lo conosciamo ed amiamo in se stesso per la sua grazia. (27) Ciò che è notevolissimo nella dottrina di questo libro è che essa esige dapprima la perfezione dell'anima e delle facoltà, dalla quale deriverà quella degli atti. Gli autori più moderni, da casisti esclusivi, quasi non parlano d'altro che della perfezione degli atti: il che è meno logico e meno profondo. (28) Prov. 8, 31. (29) I sensi dell'uomo esteriore sono l'immaginazione e le passioni; per l'uomo interiore sono l'intelligenza e la volontà, che si trovano a volte senza alcun soccorso da parte della devozione sensibile. (30) Infatti tutti i disegni di Dio su noi sono misericordiosi, specialmente dal punto di vista della nostra santificazione, e gli ostacoli all'attuazione dei piani divini provengono unicamente dalle nostre sregolate passioni. (31) Il libro "De spiritu et anima" è di autore incerto; si trova stampato al seguito delle opere di S. Agostino in Migne, Patrol. lat., vol. XL, 779. (32) Queste tenebre dello spirito sono il silenzio della immaginazione che non è più ascoltata, e quello dell'intelligenza che è abbastanza illuminata per comprendere che in sostanza non si capisce nulla della Divinità in se stessa. Il meglio per noi è di negare in Dio i difetti che constatiamo nelle creature, per la ragione che noi naturalmente non conosciamo Dio che attraverso le creature le quali sono infinitamente impotenti a darci una idea adeguata del Creatore. (33) Sal. 84, 8. (34) Non si perde Dio, il bene increato, che attaccandosi illegittimamente al bene creato; se non ci si attacca al bene creato, non si perde Iddio e si tende a lui senza sforzo. (35) Gv. 14, 6. (36) L'anima amante di Dio non, si occupa delle cose del mondo se non perché sono in relazione a Dio ed ai propri obblighi. (37) Ciò è vero perché, secondo la vera filosofia, la essenza d'una cosa è distinta dalla sua esistenza. (38) Ogni causa attuale è a Dio più intimamente presente nella sua opera che l'opera stessa, poiché necessariamente, la precede. (39) Gv. l, 3-4. (40) Noi non abbiamo abitualmente l'esperienza delle cose divine e da principio possiamo solo paragonarle alle cose che sperimentiamo quaggiù. (41) Noi neghiamo in Dio tutto ciò che è una semplice possibilità o una imperfezione. Noi neghiamo in lui "ciò che è proprio della nostra ragione" ossia il ragionamento, perché esso presuppone l'assenza della visione del vero; noi neghiamo in lui "l'essere quale lo s'incontra nelle creature" perché, nelle creature è fatalmente limitato e contingente. (42) Num. 1. (43) Es. 33; Num. 12, 8; Eb. 3, 2. (44) A proposito di questa importante dottrina ci sembra utile citare S. Tommaso, il discepolo di Alberto Magno. "Una cosa può appartenere alla vita contemplativa in due maniere: o come parte essenziale o come disposizione. Le virtù morali non appartengono all'essenza della contemplazione, il cui fine è unicamente la considerazione della verità... Ma esse le appartengono come disposizioni preliminari... perché calmano le passioni e il tumulto delle preoccupazioni esterne, e cosi facilitano la contemplazione" (Somma, 2, 2ae, q. 180, a. 2). Questa distinzione non deve mai essere dimenticata quando si leggono i libri mistici che procedono dalla Scolastica. (45) Gv. 17, 3. (46) Sal. 16, 15. (47) Questa mirabile dottrina condanna tutta una letteratura e una fantasticheria insipida, sciocca, viziata, sensuale, che ai nostri giorni ha invaso il mondo della pietà, vuotate le anime di sani pensieri e le ha riempite di un sentimentalismo equivoco e nocivo. (48) Mt. 11, 6; 13, 57; ecc. (49) E' il celebre "perinde ac cadaver" eccellentemente compreso. (50) Lc. 10, 42. (51) Lc. II, 14. (52) Niente di più conforme al Vangelo di tale dottrina, Gesù Cristo fa cantare sulla sua culla che la pace appartiene agli uomini di buona volontà (Lc. II, 14); più tardi dichiara che il suo nutrimento è di fare la volontà del Padre (Gv. 4, 34); altrove afferma ch'egli non cerca la sua volontà, ma la volontà di colui che lo ha mandato (Gv. 5, 30); che è disceso dal cielo per compierla (Gv. 6, 38). Vicino a morire chiederà ancora che sia fatta la volontà del Padre e non la sua (Mt. 24, 26; Lc. 22, 42). Molte volte nel Vangelo ricorre lo stesso linguaggio. Egli vuole che i suoi discepoli lo imitino. Non chi ripete: Signore, Signore, entrerà - egli dice ­ nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà di Dio (Mt. 7, 21; Rm. II, 3; Gc. l, 22); e nella preghiera che c'insegna ci fa chiedere l'adempimento di questa volontà come mezzo per glorificare Dio e per santificare le nostre anime (Mt. 6, 10). Infine ci dice pure che se ci conformiamo a questa volontà suprema, saremo suoi fratelli (Mt. 12, 50; Mc. 3, 35). Quando dunque certe persone pie si domandano se amano Dio e se potranno amarlo sempre, basterebbe rivolgere loro la stessa interrogazione in altri termini: compiono esse, possono esse compiere la volontà di Dio, e i loro doveri per Iddio? Così posta, la questione si risolve da sé. La ragione di tale dottrina è semplicissima: amare qualcuno significa volergli bene. Ora, un bene di Dio è la sua benefica volontà su noi. Il Nostro Signore e Maestro richiamò questo principio quando disse: "Sarete miei amici se farete quello che io vi comando" (Gv. 15, 4). (53) In virtù dello stesso principio, bisogna anche ricordare costantemente questa norma, incontestabile quanto obliata, che cioè si ha il merito del bene che si vorrebbe effettivamente fare, ma che non si può compiere in realtà; come si ha il demerito del male che si vorrebbe fare pur non potendolo compiere. (54) La "volontà fa la ricompensa o il supplizio" nel cielo o nell'inferno, perché essendo presupposta la conoscenza di Dio, la volontà si attacca a lui per amore, o lo odia con ostinazione. (55) Si può considerare in particolare un triplice bene: anzitutto la tentazione provoca la lotta e così fortifica la virtù; poi obbliga l'uomo a fare atti di esplicita adesione alla virtù contro la quale essa si produce, il che è un'altra perfezione; infine in questa adesione e in questa lotta sono naturalmente compresi molti atti virtuosi e per conseguenza meritori. Vi sono dunque possibili vantaggi sia per le disposizioni sia per gli atti. (56) Gb. 7, 1. (57) Cant. VIII, 6. (58) Si tratta qui dell'anima "in quanto è umana " ed è come tale che è più presente là dove ama che non dove dà la vita. (59) Senza la carità non vi è virtù perfetta, perché senza essa nessuna virtù conduce l'uomo al suo ultimo fine che è Dio, sebbene possa condurlo a un fine subalterno. Ed è in questo senso che, secondo gli antichi teologi, la carità è la "forma" delle altre virtù, poiché per essa gli atti di tutte le altre virtù sono soprannaturalizzati e diretti al loro legittimo fine che è Dio. Cfr. T. Th. Sum. 2, 2.ae, q. 23, a. 7, 8. (60) Mt. 22, 40. (61) Rm. 13, l0. (62) 1 Tm. 1, 5. (63) Dio non può amarsi e non saprebbe amare le creature che per se stesso; se abbiamo in noi questo amore, saremo in certo qual modo uno stesso spirito con lui. (64) Tutta questa dottrina si basa sulla definizione della preghiera che è essenzialmente "una elevazione dell'anima verso Dio ". (65) l Ts. 5, 17. (66) l Tm. 2, 8. (67) Tale remissione è possibile quanto alla colpa per i peccati veniali, quanto alla pena per tutti i peccati. (68) Sal. 9, 24. (69) Is. 3, 12. (70) Lc. 6, 26. (71) S. Tommaso spiega così la possibilità e la giustezza di questo sentimento: "Si può senza menzogna credersi e dichiararsi più abietti degli altri, a causa dei difetti segreti che si riconoscono in sé e ai doni di Dio che si nascondono negli altri. S. Agostino dice nel suo libro De Virginit., cap. LI: "Ritenete sempre gli altri migliori di voi nel fondo della loro anima, sebbene esteriormente voi sembriate migliori di essi". Così si può, senza mentire, dirsi e credersi inutili a tutto e indegni, tenuto conto delle proprie forze. L'Apostolo diceva (2 Cr. 3): "Noi siamo incapaci di pensare alcunché esclusivamente da noi stessi: la nostra capacità viene da Dio" (Som. 2. 2.ae, q. 161, a. 6, 1). Non è giusto che vi sia una differenza fra il colpevole e l'innocente quanto alla pena e alla riparazione, se vi fu tanta differenza nella colpa e nella prevaricazione? Dovrebbe forse l'iniquità essere più libera dell'innocenza? Trattiamo dunque tutte le cose con disdegno e disprezzo, allontaniamoci, separiamoci da esse per potere con tutta sincerità gettare le basi della penitenza e della riparazione. (72) l Pt. 5, 7. (73) Sal. 54, 8. (74) Ee. 12, 11-12. (75) Mt. 6, 31. (76) Dt. 11, 24. (77) Cf. Serm. I in Perito (78) Mc. 11, 24 (79) 2 Cr. 3, 5. (80) Questa dottrina di Alberto Magno sulla Provvidenza è veramente mirabile. Essa è basata sull'assioma che le azioni della creatura non sono parzialmente della creatura e parzialmente di Dio, ma totalmente della creatura e totalmente di Dio. (Cf. S. Th. Cont. Gent. n. 70). La causalità umana non è affatto parallela alla causalità divina, ma, come dicono gli Scolastici, subalterna. Basta questa dottrina a salvaguardare tutta l'azione di Dio e tutta l'azione della creatura. La dottrina del parallelismo invece diminuisce l'una e l'altra e conduce al fatalismo, attribuendo a Dio cose che non ha fatto e sopprimendo per l'uomo il principio necessario ad ogni bene, in particolare la libertà. La dottrina delle causalità subordinate è anche la prima che spiega come le cose decretate da Dio possono essere determinate nella causalità suprema, e prodursi infallibilmente senza essere necessariamente nelle causalità seconde. Questa è alta teologia. Disgraziatamente certi moderni l'hanno dimenticata. (81) Questo capitolo e la preghiera che segue mancano in molte edizioni del nostro opuscolo. Se non sono di S. Alberto, entrano tuttavia pienamente nel suo pensiero e nel suo argomento. Si sa pure che il grande Dottore aveva l'abitudine di riassumere in belle preghiere le sue lezioni più strettamente dogmatiche. Per questi motivi le aggiungiamo qui. Si può concludere che la vera scienza non gonfia né inaridisce. (82) Cap. IX. (83) Quando l'uomo si lascia condurre dallo spirito di Dio, diventa il fedele strumento di Dio, perché egli sottomette all'azione di Dio la propria attività, pur conservandola intatta. Il presente documento è stato prelevato dal sito www.totustuus.net
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Difendiamo La Chiesa Cattolica

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Giacomo Ribaudo

 

DIFENDIAMO
LA CHIESA CATTOLICA

 

100 punti di precisazioni
sugli errori degli evangelici

 

I QUADERNI DI

"CNTN "

 

 

 

LE CENTO DOMANDE

Sono basate su un trattato originale intitolato "DOTTRINE CATTOLICHE ALLA PROVA" scritto dal pastore evangelico Lorenzo Palmieri, di Avellino, originariamente prete cattolico. Presentando l’opuscolo al pubblico, il pastore Palmieri si dichiarò disposto a rientrare nella Chiesa Romana, insieme con i suoi convertiti, se qualcuno avesse fornito la prova biblica della falsità delle sue osservazioni. Tale prova non è mai stata fornita. Amplificato dal pastore Stefano Testa, questo libretto ha avuto finora 22 edizioni in inglese e 18 in italiano.

 

LE CENTO DOMANDE

 

LA CHIESA

Puoi provare con la Bibbia:

1. Che Gesù Cristo abbia fondato la Chiesa Cattolica Romana anziché la Sua Chiesa? (Leggi Matteo 16:18)

2. Che le dottrine e le pratiche della Chiesa Romana di oggi siano le stesse di quelle della Chiesa Primitiva? (Leggi Galati 1:8,9)

3. Che la Chiesa di Roma sia quella stessa che Gesù Cristo fondò, cioè:

SANTA ossia preoccupata soltanto di servire Iddio per la redenzione spirituale dell'umanità?

CATTOLICA nel senso che le sue dottrine e pratiche sono state professate da tutta la cristianità dai primi secoli fino ad oggi?

APOSTOLICA vale a dire che sia rimasta fedele alla fede, alla dottrina e alle pratiche degli Apostoli, quali risultano dal Nuovo Testamento, tanto da poter dire: il Vangelo, tutto il Vangelo e nient'altro che il Vangelo?

4. Che alla Chiesa di Cristo possano appartenere dei peccatori non convertiti e impenitenti, ladri, assassini, adulteri, bugiardi, ingannatori, bestemmiatori, idolatri, ecc.? (Leggi Galati 5:19-21; Efesini 5:5; Apocalisse 22:15)

5. Che non vi sia salvezza fuori della Chiesa Romana? (Leggi Atti 4:10-12).

RISPOSTE

 

Da stare attenti: in questo libretto c'è tutto il veleno e l'abilità di un prete che ha lasciato il ministero e la Chiesa cattolica. Molti preti lasciano la Chiesa cattolica per qualche chiesa (sono circa mille) evangelica o per spirito di ribellione/indipendenza e/o per desiderio di sposarsi...

1. La Chiesa cattolica non ha mai detto né insegnato che deve essere per forza romana. San Pietro andò a Roma perché allora era la città più importante del mondo. Un giorno la guida di tutta la Chiesa anziché essere a Roma potrà essere a Gerusalemme, a Londra o a New York e questo non cambia nulla della fede.

2. L'autore di questo libretto non distingue fra le pratiche essenziali della Chiesa primitiva e quelle secondarie. Quelle essenziali nella Chiesa cattolica esistono. Quelle secondarie (tutte quelle secondarie) non esistono in nessuna Chiesa.

3. Cristo ha fondato la sua Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica. Perché l'autore non scrive una? L'ha dimenticato o non conviene alle sue idee, visto che le Chiese evangeliche hanno distrutto l'unità?

La Chiesa cattolica è :

una perché ha una sola fede, un solo battesimo, ed è un solo corpo (Ef 4,1-6). Le Chiese evangeliche (molte sono in contrasto fra loro!) hanno: tante fedi, due battesimi e tante corporazioni!

santa: nessuna chiesa cristiana è preoccupata soltanto di servire Dio. I! grano buono e la zizzania sono dovunque. La Chiesa cattolica è santa perché crede alla santissima Trinità, dà santi insegnamenti e comunica ai suoi figli i santi misteri dei Sacramenti. E tanti suoi figli ne approfittano e vivono da santi! Nelle chiese evangeliche spesso si insegna l'odio ed il disprezzo verso i cattolici. Taluni arrivano ad affermare che noi cattolici non saremmo figli di Dio, ma solo sue creature, dimenticando la parola dell'Apostolo Paolo: "Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti."(Ef. 4.6)

cattolica: Chìesa cattolica non significa che le sue dottrine sono state professate da tutti e sempre (il che è assurdo!) , ma che sono adatte a tutti e diffuse dappertutto. Il che si verifica per la Chiesa cattolica e non (lo vediamo bene!) per le chiese evangeliche che spesso (non sempre, non tutte!) sono piccoli gruppi che nascono come i funghi e sono in pochi territori e costituiti da pochissime persone.

apostolica: la Chiesa cattolica crede a tutto quello che hanno insegnato gli Apostoli e che risulta dalla Sacra Scrittura. Essa viene detta apostolica anche perché i suoi pastori sono storicamente allacciati agli Apostoli di successione in successione. Non così i pastori delle chiese evangeliche che non si sa né come spuntano, né come vengono eletti, né con quali criteri insegnano dottrine, spesso in contrasto gli uni con gli altri.

4. La Chiesa cattolica non ha mai insegnato questo. Essa insegna che con il battesimo diventiamo figli di Dio, ma che con il peccato perdiamo la grazia di Dio.

5. La Chiesa cattolica non insegna affatto questa dottrina. Sono molti evangelici e tutti i Testimoni di Geova che minacciano l'inferno per chi non diventa come loro.

NOTA SULLA CHIESA

Gesù Cristo fondò la Sua Chiesa (Matteo 16:18), basata sulla verità che San Pietro aveva dichiarata: che Gesù è il Cristo, il Figliuol dell'Iddio vivente. Gesù ne è il Capo, lo Spirito Santo, la Guida e la Bibbia l'unica norma di fede e di pratica. La Chiesa è composta dei Suoi discepoli rinati a nuova vita e impegnati a continuare la Sua opera redentrice nel mondo.

1. Essa è Cattolica, cioè universale, perché intesa ad abbracciare in una sola famiglia di Dio tutte le persone veramente convertite a Gesù Cristo.

2. La Chiesa rimase pura e fedele al Vangelo per circa 300 anni. Quella fu l'epoca dei martiri della fede, a causa della persecuzione della Roma pagana. Con la conversione di Costantino imperatore (313), il Cristianesimo fu dichiarato religione di Stato e moltitudini di pagani furono ammessi nella Chiesa col solo battesimo d'acqua, senza la conversione del cuore. Essi portarono nella Chiesa le loro cerimonie, i loro riti e costumi pagani battezzati con nomi cristiani, talché la Chiesa fu presto romanizzata e paganizzata. La vera fede cattolica si trova tutta nel Vangelo e nel Credo Apostolico, mentre la Chiesa Romana vi ha aggiunto il "Papismo" e molte altre dottrine e pratiche pagane per cui non ha il diritto di chiamarsi "Cristiana" e "Cattolica". I Riformatori videro che essa era diventata la "Babilonia" biblica o la "Chiesa Apostata", chiaramente profetizzata nelle Scritture, e che sarà punita e distrutta alla seconda venuta di Cristo (2 Tessalonicesi 2:3-12; 1 Timoteo 4:1-4; Apocalisse 17:18). La Riforma del XVI secolo fu una protesta contro queste dottrine pagane; e produsse una separazione dalla Chiesa ufficiale da parte di milioni di persone, per ritornare al puro Cristianesimo del Nuovo Testamento: La Chiesa Romana di oggi dovrebbe riformarsi anch'essa e ritornare ad essere veramente Cattolica e Cristiana, rinunziando al Papismo e a tutti quei dogmi e riti che sono contrari alla Parola di Dio. Altrimenti la Chiesa Romana dovrebbe rinunziare al titolo di Cristiana e Cattolica, e chiamarsi semplicemente "Romana". Il titolo di "Cattolica" conviene piuttosto a quelle chiese Evangeliche che si mantengono fedeli al Vangelo di Cristo e al Credo apostolico, senza alcuna aggiunta.

3. La vera Chiesa di Cristo è composta di persone veramente convertite a Gesù Cristo, le quali si trovano in tutte le chiese, e i cui nomi sono scritti nei cieli. Le chiese visibili non sono altro che scuole per educare e preparare i santi per il Regno di Cristo (Luca 10:20; Apocalisse 21:27).

 

NOTA SULLA CHIESA

1. Come mai il Rev. Palmieri alla domanda n°3 dava un significato alla parola "cattolica" e adesso un altro?

2. La Chiesa non è stata mai perfettamente pura e fedele al Vangelo. Anania e Saffìra erano falsi (At 5,1-11), a Corinto c'erano spaccature e partiti (1Cor 1,10-17) e immoralità di vario genere. Con Costantino, dopo 300 anni di persecuzioni, la Chiesa fu più tranquilla ed era logico che ci fossero più battezzati! Quanto alle pratiche la Chiesa è sempre stata fedele al detto di San Paolo. "Tutto quello che è buono, provatelo!" (1Ts 5,21). I riformatori volevano aggiustare e sfasciarono di più. Lo stesso Lutero che voleva lottare per una Chiesa dei poveri si alleo con i principi e acconsenti che in battaglia fossero sterminate migliaia di poveri.

3. Ma ricordiamoci che buon grano e zizzania crescono insieme!

 

 

 

San Pietro

 

Puoi provare con la Bibbia:

6. Che San Pietro fosse il primo Papa?

7. Che egli esercitasse l'Ufficio di Papa in Roma per 25 anni?

8. Che egli fosse il "Principe degli Apostoli" e il capo visibile della Chiesa di Cristo?

9. Che egli avesse ricevuto dal Signore la "suprema Pontificia Potestà", cioè il primato giurisdizionale su tutta la Chiesa Cristiana? (Leggi Matteo 20:26,28; 1Pietro 5.1)

10. Che queste prerogative fossero poi da San Pietro trasmesse ai vescovi di Roma quali suoi successori fino al giorno d'oggi?

11. Che San Pietro abbia mai chiesto o accettato doni per accumularsi un tesoro di argento e di oro, da chiamarsi "Tesoro di San Pietro"? (Leggi Atti 3:6; 8:20).

12. Che San Pietro abbia mai accettato onori mondani, come l'essere portato sulle spalle di uomini sulla "sedia gestatoria", il bacio del piede ed altri onori usati dai pagani di allora? (Leggi Atti 10:25,26).

NOTA SU SAN PIETRO

San Pietro non fu mai papa. Non fu neanche Cattolico Romano, perché ai suoi tempi non esisteva il Cattolicesimo Romano. Prima di convertirsi egli era
pescatore e sposato. Suo fratello Andrea lo presentò a Gesù e Pietro divenne discepolo, poi apostolo. Egli fece la famosa confessione che Gesù è il Cristo, il Figliuol dell'Iddio vivente, e Gesù fece di questa dichiarazione di Pietro il fondamento della Sua Chiesa. Fu un uomo impulsivo, ma sincero sempre. Dopo, rinnegò il Maestro tre volte, ma si pentì subito, e ne pianse amaramente (Matteo 4:18-20; 16:18-23; 26:69-75). Nel giorno della Pentecoste in Gerusalemme si convertirono 3000 persone con la sua predicazione. Continuò poi ad essere un semplice predicatore missionario. Non fu mai capo della Chiesa; né mai pretese tale carica, né fu mai riconosciuto per capo dagli altri apostoli. Infatti, la Bibbia non dice che egli sia stato in Roma. Egli protestò contro i sacerdoti giudei che volevano proibirgli di predicare e continuò a predicare il Vangelo, per lo più fra i giudei, senza paura, dicendo sempre che Gesù Cristo è il Capo, e fondamento della Chiesa e che non vi è altro nome per cui possiamo essere salvati. Egli raccomandò a tutti la lettura delle Sacre Scritture (Vedi Atti 4:12; 1Pietro 1:23; 2:2; 2Pietro 1:19-21).

6. Gesù a San Pietro affidò le Chiavi del Regno (Mt 16,13 e ss.) e la guida delle sue pecore (Gv 21,15-17).

7. Che san Pietro venne a Roma lo dice la Bibbia: "Vi salutano i fratelli raccolti in Babilonia" (1Pt 5,13). E’ secondario sapere quanti anni ci stette. Sappiamo dalla storia che morì a Roma e fu sepolto a Roma.

8-9 Le parole sono secondarie: ci crede chi vuole. La realtà è che Pietro fu chiamato così perché Gesù fece di lui la pietra su cui edificare la sua Chiesa.

10. Il Vescovo di Roma, da sempre, insieme con la sua comunità ha presieduto alla comunione delle Chiese, per confermare i fratelli nella fede (Lc 22,31-32).

11. Pietro, come gli altri apostoli, ha diritto di ricevere offerte per vivere dignitosamente (1Cor 9,4-14).

12. Queste usanze sono cose di altri tempi, senza importanza, non sono obbligatorie per nessuno ed è una moda che sta passando.

NOTA SU SAN PIETRO

: Chi legge i primi 15 capitoli degli Atti degli Apostoli si accorge che la guida della Chiesa di allora era proprio San Pietro. Lo stesso San Paolo per verificare l'unità del suo messaggio con quello degli altri Apostoli sale a Gerusalemme e si confronta con San Pietro (Gal. 1,18).

 

 

IL PAPA

Puoi provare con la Bibbia:

13. Che la parola Papa si trova nelle Scritture?

14. Che il Papa sia il "Successore del Principe degli Apostoli, sommo Pontefice della Chiesa Universale"?

15. Che il Papa sia effettivamente Viceregnante di Dio sulla terra e "Vicario di Gesù Cristo"?

16. Che il Papa quando parla "ex cathedra" sia infallibile? (Leggi Romani 3:4, 10-23).

17 Che il Papa debba essere chiamato "Santo Padre"? (Leggi Matteo 23:9; Giovanni 17:11).

18. Che il Papa possa canonizzare dei santi, cioè dichiarare "santi" certuni per farli venerare o invocare? (Leggi 2 Corinzi 1:1; Filippesi 1:1; Colossesi 1:2).

19. Che il Papa debba avere un regno temporale, essendo "Sovrano dello Stato della Città del Vaticano" con soldati e guardie armate e pretendere impero politico su tutte le nazioni della terra? (Leggi Giovanni 18:36).

20. Che il Papa possa scomunicare chiese e individui, sciogliere dal giuramento di fedeltà ai loro re popoli intieri e che re, imperatori e presidenti di repubbliche debbono essere soggetti a lui?

21. Che il Papa possa minare l'unità, la libertà e l'indipendenza delle nazioni, specialmente dell' Italia?

22. Che il Papa possa donare o vendere indulgenze, plenarie o parziali, e dare la remissione dei peccati "in articulo mortis" anche per telegramma, a coloro che ne pagano le spese? (Leggi Marco 2:5-11).

23. Che il Papa possa proclamare l'anno Santo ogni 25 anni e promettere indulgenze speciali e la remissione dei peccati a coloro che vanno a Roma a visitarlo? (Leggi Isaia 1:12-18).

NOTA SUL PAPA- La parola "Papa" non si trova nella Bibbia. Il titolo di "Papa" cioè vescovo universale, fu rifiutato da molti santi vescovi nei primi secoli della Chiesa.

Fu dato al vescovo di Roma dall' Imperatore Foca nell'anno 607 per ragioni politiche. Tutte le pretese del papato sono blasfeme secondo la lettera e lo spirito del Nuovo Testamento. (Leggi 2Tessalonicesi 2:3-12; Apocalisse 13.1-18).

IL PAPA

 

13. La parola papa significa papà ed è un appellativo che i cristiani cominciarono a dare al Vescovo di Roma quando si accorsero che nella confusione generale egli faceva da padre a tutti. Non è stato mai obbligatorio per nessuno chiamarlo così.

14-15-17. Sono titoli secondari che dà solo chi li vuole dare.

16. Gesù disse a San Pietro: "Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato anche nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli (Mt 16,19). Il Papa, che è Vescovo di Roma dopo altri 264 che sono succeduti a San Pietro è infallibile quando insegna, come portavoce della Chiesa del Signore, chiamata nella Bibbie.
colonna e fondamento della verità (1Tim 3,14).

18. Non è il Papa che "fa" i santi: ci mancherebbe altro. Il Papa, che ha una visione ampia, veramente "cattolica cioè universale delle cose, non fa altro che dichiarare solennemente ciò che il popolo cristiano vede e crede: cioè la

santità eroica di alcuni mèmbri del Popolo di Dio.

19. Questo è secondario. Con il tempo è venuto, con il tempo se ne andrà.

20. Scomunicare significa dichiarare che qualcuno uscito fuori dalla "comunione" ecclesiale. Non è il

Papa che scomunica: Egli rende noto un dato di fatto. Per il resto sono cose del Medio Evo che nessuno più nella Chiesa cattolica si sogna più. E questo il Rev. Calmieri sa benissimo!

21. Consta a tutti che il Papa viaggia, mettendo

continuamente in pericolo la sua vita, per portare dappertutto l'unità e la pace, come nessun pastore di nessuna chiesa evangelica ha mai saputo e sa fare!

22. Le indulgenze sono l'applicazione del sangue di Gesù e delle azioni buone e meritevoli dei santi ai fedeli .Il Papa è, come i vescovi e gli apostoli di un tempo "ministro di Cristo e dispensatore dei misteri di Dio" (1 Cor 4,1).Se poi i fedeli vogliono dare qualche offerta c'è qualcosa di strano? Nelle chiese evangeliche non si danno offerte? In talune chiese addirittura obbligano al versamento del 10% dei redditi!

23. L'anno santo è un anno straordinario in cui si prendono iniziative più numerose e belle per risvegliare i lpopolo cristiano. E' proibito?

NOTA SUL PAPA

II titolo di Papa abbiamo visto da dove deriva. I papi non hanno nessuna pretesa, tranne quella di portare la pace e l'unità nella Chiesa. Se il papa dovesse avere pretese contro ciò che insegna veramente la Sacra Scrittura, il cristiano in coscienza è obbligato a non ascoltarlo!

I PRETI

Puoi provare con la Bibbia:

24. Che Gesù Cristo abbia istituito, oltre gli Apostoli che dovevano predicare il Vangelo, una gerarchia sacerdotale, ossia una casta speciale e privilegiata separata e popolo? (Leggi Matteo 10:1-8; 23:8).

25. Che gli Apostoli abbiano istituito altri ordini diversi da quelli dei Vescovi o Pastori, Anziani o Presbiteri, Diaconi ed Evangelisti? (Leggi 1Timoteo 3:1-8;5:17)

26. Che vescovi e diaconi non possano prendere moglie che un prete senza moglie e figli debba essere chiamato "Padre"? (Leggi 1Timoteo 3:2,4,12; 4:3; Matteo 23:9).

27. Che il prete sia una persona molto potente? ("Più che i santi e gli angeli, più che i serafini e cherubini, più che la Vergine Maria...parla il prete, ed ecco che Cristo l’Iddio eterno e onnipotente, china in umile ubbidienza capo al comando del prete" (Da: II Sacerdozio istituzione divina, di J.A. O' Brien, dottore in filosofia, coll'Imprimatur del Vescovo Noll di Fort Wayne, Indiana,Usa, pag 17,18). (Leggi 2Tessalonicesi 2:4; Romani 1:21-22)

28. Che vescovi e preti debbano dire messa, confessare la gente e dare l'assoluzione dei peccati? (Leggi Salmo 51:1;32:5)

29. Che Gesù abbia istituito i titoli di cardinale, monsignore, ecc.?

30. Che Gesù Cristo o i suoi Apostoli abbiano consigliato ai loro seguaci di ritirarsi dal mondo, facendosi monaci o monache? (Leggi Luca 10: 1-12; Matteo 5:13-16; Gv.l7:15)

 

NOTA SUI PRETI

- Pastori e Vescovi, Presbiteri ed anziani, sono sinonimi del Nuovo Testamento che indicano ministri di Dio, predicatori del Vangelo e servi del popolo, e non "sacerdoti", cioè sacrificatori all'altare. I Giudei e i pagani avevano dei sacerdoti: anzi furono i sacerdoti giudei che complottarono la morte di Cristo. Gesù non ordinò sacerdoti per la sua Chiesa, poiché le scritture dicono che Egli è il solo Sommo Sacerdote, che ve per sempre, il cui ufficio non trapassa ad un altro, e cui sacrificio sulla croce non ha bisogno di essere ripetuto (Ebrei 7:21-25; 10:11-18). San Paolo inoltre comanda che i Vescovi, gli Anziani e i Diaconi siano mariti di una moglie, altrimenti non possono governare la Chiesa Dio. (Leggi 1Timoteo 3: 1-13; Atti 20:17-36; Tito 1:5-6)

 

NOTA SULLA CONFESSIONE

- La confessione dei peccati per ottenere il perdono è raccomandata in tutta la Bibbia: a Dio, quando Egli è stato offeso ( Salmo 32:5; Matteo 6:22; Luca 18:13); agli uomini, quando essi sono stati offesi (Matteo 6:14-15; Luca 17:3-4; Giacomo 5:16); mai ad una terza persona! Giuda Iscariota è l'unica eccezione. poiché egli andò a confessarsi ai sacerdoti e poi si strangolò (Matteo 27:1-5). Ogni vero cristiano confessa i peccati a Dio appena commessi...e non "una volta all'anno". La confessione al pastore può anche essere praticata, per ottenere conforto e consiglio, mai per ottenere il perdono, poiché solo Iddio perdona i peccati.(Leggi Salmo 51; Matteo 11:28; Marco 2:5-11; 1 Giovanni 1:8-9)

24. La Chiesa cattolica non ha mai insegnato che esiste "una casta sacerdotale privilegiata e divisa dal popolo preti sono gente del popolo che hanno gli stessi pregi e difetti che hanno tanti uomini, non più numerosi certamente di quelli che hanno i pastori delle chiese evangeliche.

25. Per la Chiesa cattolica esiste un solo Ordine distinto in tre ministeri diversi: i Vescovi, i presbiteri ( o preti o sacerdoti il nome non ha importanza!) e i diaconi. Essa riconosce poi una infinità di altri carismi e ministeri.

26. I vescovi e i preti, prima di diventare tali, sanno che nella Chiesa cattolica latina (la Chiesa cattolica greca ammette i preti sposati) chi diventa prete non può sposarsi. E' una disciplina che la Chiesa ha deciso nel passato perché i preti tra moglie, figli nipoti e affari, non avevano più testa a niente. In futuro può anche darsi che sia modificata tale disciplina.

27. La Chiesa cattolica non ha mai insegnato che i preti siano persone potenti. "Reggendo e pascenti il Popolo di Dio i presbiteri sono stimolati dalla carità del Buon Pastore a dare la loro vita per il gregge". (Documento del Vat.II sui presbiteri). Il libro citati da Palmieri non si sa a quale anno si riferisce. Nessuno nelChiesa cattolica insegna più tali cose!...

28. Gesù ha dato ordine ai discepoli di ripetere la Sua Cena con le parole : "Fate questo in memoria di me" e di rimettere i peccati (Gv. 20,22-23).

29. Sono cose nate col tempo, legate ai tempi, niente affatto essenziali.

30. Gesù ha consigliato la verginità (Mt 19, 10-12), così anche S. Paolo (ICor 7), che stette tré anni ritirato nel deserto di Arabia (Gai 1,17). I monaci e le monache con la loro santità e le loro penitenze hanno spesso risollevato le sorti della Chiesa e del mondo.

NOTA SUI PRETI

: E' vero che nel Nuovo Testamento a parola sacerdoti viene applicata a tutto il popolo di Dio. Per evitare confusioni con i sacerdoti ebrei o pagani, ministri non vengono chiamati sacerdoti. In seguito tale pericolo non ci fu più. Oggi la Chiesa cattolica preferisce il nome di presbiteri, anche se si continua a usare il termine sacerdote. Importante è capirsi!

NOTA SULLA CONFESSIONE

. Lo sappiamo che solo Dio perdona i peccati. Siccome i peccati sono anche contro la comunità si dovrebbero confessare pubblicamente. Nella Chiesa cattolica è obbligatorio confessare i peccati grossi, almeno, al rappresentante e guida della comunità. Le confessioni pubbliche furono proibite per evitare scandali!

 

LA MESSA

Puoi provare con la Bibbia:

31. Che Gesù Cristo abbia istituito la messa e non semplice Santa Cena degli Evangelici ?

32. Che Gesù e gli Apostoli dicessero la messa?

33 Che la messa sia un sacrifìcio di Cristo sulla croce? (Leggi Ebrei 9:25-28; 10:10-18).

34. Che la messa sia identica alla Santa Cena? (Leggi 1Corinzi 11:23-29).

35. Che sia peccato mortale il non andare a messa tutte le domeniche ed altre feste comandate?

36. Che la messa debba essere detta privatamente latino; cioè in una lingua non compresa dal popolo e pubblicamente parte in latino e parte nella lingua del popolo? (Leggi 1Corinzi 14:9-19)

37. Che la messa possa essere detta dietro compenso danaro e a tariffe stabilite? (Leggi Matteo 10:8).

38. Che la messa possa essere detta a benefìcio dei vivi cioè per coloro che pagano per farla dire, onde ottenerne divini favori, il perdono dei peccati e il paradiso dopo i morti?

39. Che la messa altresì possa dare riposo o suffragio alle anime dei morti che si suppongono tormentate nelle fìamme del Purgatorio? (Leggi Luca 23:43).

NOTA SULLA MESSA- Vi è seria obiezione alla dottrina della messa come è definita dal Concilio di Costanza (l415) e dal Concilio di Trento (1546). Il culto nella Chiesa primitiva consisteva in preghiere, lettura delle scritture, spiegazione del Vangelo e celebrazione della Cena del Signore. La pretesa che la messa sia "la ripetizione del sacrificio di Cristo sul Calvario, mediante la quale Cristo discende dal cielo nell'ostia, è crocifìsso di nuovo e poi mangiato vivo dal prete ogni giorno" è ripugnante al senso comune, e contrario all'insegnamento
della Bibbia. L'unico "mistero" è questo: che vi siano ancora delle persone che ci credono.

31. Gesù ha compiuto dei gesti nell'ultima Cena e ha letto certe parole che sappiamo tutti. Ha dato ordine ai discepoli riuniti di ripetere quei gesti o quelle parole. La Chiesa cattolica chiama questo mistero: "Celebrazione Eucaristica" oppure "Eucaristia". La parola "Messa" è un modo popolare di dire, che però è meglio evitare.

32. Gli antichi credenti, sotto la guida degli Apostoli, ricevano la frazione del "Pane" (At 2,42).

33. L'Apostolo Paolo dice: "Ogni volta che mangiate questo pane e bevete a questo calice, annunciate la morte deI Signore".

L'Eucaristia è un sacrificio nel senso che viene applicato il Sangue di Gesù, a ricordo della sua Passione, non nell ‘uso che Gesù muore ogni volta, evidentemente.

34. Alla Cena di Gesù si aggiungono altre preghiere, ma l'essenziale è identico.

35. Non dice il comandamento di Dio: "Ricordati di santificare le feste?" E come si santifica la festa andando a divertirsi o stando a mangiare tutto il giorno? Se non si
partecipa all'Eucaristia (= Ringraziamento) che domenica (= Giorno del Signore) è?

36. La Chiesa cattolica ha condannato il Vescovo Lefevre perché diceva proprio questo!

37. Per le offerte (che non sono obbligatorie) leggi 1Cor.9,1-14

38. L'Eucaristia è la preghiera più bella della Chiese. A nessuno è vietato di manifestare nella Preghiera intenzioni particolari.

39. Come Giuda Maccabeo fece fare una colletta perché fossero offerti sacrifici nel tempio per la purificazione dei morti (2 Mac 12,38-45), così la Chiesa cattolica durante l'Eucaristia fa pregare per i morti. E' proibito dai .
Bibbia?

NOTA SULLA MESSA. Il Rev. Palmieri non ha capito (o fa finta di non capire) il senso dell'Eucaristia come è spiegata nella Chiesa cattolica. Ci mancherebbe altro che i preti ammazziamo ogni giorno Gesù e se lo mangiano vivo! Questa interpretazione da un contadino o da un calzolaio potremmo aspettarcela, ma il Rev. Palmieri è una persona colta e sa benissimo che non è come dice lui!

 

L’OSTIA

Puoi provare con la Bibbia:

40. Che quando Gesù istituì la Santa Cena, Egli si sia servito dell’ostia e non del pane e del vino ?(leggi Matteo 26:26-28).

41. Che l’ostia nelle mani del prete diventi il corpo, il sangue, anima e divinità di Gesù Cristo? (leghi 1Corinzi 11:26).

42. Che Cristo vivente, essendo tutto intero nell’ostia, possa essere mangiato, chiuso a chiave nel tabernacolo, o portato dovunque il prete voglia?

43. Che l’ostia consacrata, anche se divisa in mille pezzi, contenga in ciascuno particola l’intero Gesù Cristo vivente?

44. Che nell’amministrazione della Comunione ai fedeli, debba essere usata solo l’ostia, e non il pane e il vino come usarono Gesù e gli Apostoli?(Leggi 1Corinzi 11:23-29).

45.Che solo il prete possa comunicarsi con l’ostia e il vino, e che il popolo debba contentarsi della sola ostia, salvo alcune eccezioni?(Leggi Matteo 26:27).

46.Che la messa debba essere celebrata entro certo ore fisse, e che occorra essere digiuni secondo le norme attuali prima della Comunione?(Leggi Matteo 26:20-28; 1Corinzi 11:20-34; Atti 20:7).

NOTA SULL’OSTIA E SULLA COMUNIONE –

L’istituzione della Santa Cena non poteva essere più semplice e chiara. (Vedi 1Corinzi 11:23-29). Gesù Cristo usò il pane e il vino per rappresentare il Suo Corpo e il Suo Sangue. Ogni comunicante doveva ricevere la Comunione con ambedue le specie, e sempre come ricordo della passione e morte di Cristo. Per secoli la Comunione fu data nella Chiesa in ambedue le specie, anche dalla Chiesa Romana; così è data tutt’oggi dalla Chiesa Ortossa Greca. Sulla Chiesa Romana dunque grava la colpa e il sacrilegio di avere mutilato ed alterato il sacramento della Santa Cena, e di avere negato il calice al popolo fin dall’anno 1415.

 

40. La Chiesa cattolica preferisce non usare il termine Ostia per significare il pane dell’Eucaristia. La parola si usa per lo più per indicare il pane non ancora consacrato. Sulla bocca degli evangelici spesso ha il sapore della burla o, addirittura, del disprezzo.

Comunque l’"ostia" è vero pane di frumento. Se non lo fosse la Chiesa cattolica riterrebbe invalida la celebrazione eucaristica.

41. E se no che significato avrebbero le parole della Scrittura : "Chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore indegnamente, beve la propria condanna, perché mangia e beve senza discernere il corpo del Signore"(1Cor 11, 27-28)?

42-43. La Chiesa cattolica non ha mai insegnato che Gesù(un uomo di un metro e ottanta) sia "dentro" una briciola di pane. La Chiesa cattolica insegna che Gesù (l’unico Gesù una sola volta morto e una sola volta risuscitato) ha garantito la usa presenza l° dove i suoi discepoli avrebbero ripetuto le parole e i gesti della sua Cena. La Chiesa, anche nei primi 300 anni in cui sarebbe stata senza difetti, ha sempre creduto che il Signore rimane presente dove c’è il pane consacrato nella Cena.

44. Anche il vino di oggi viene usato spesso nella Chiesa cattolica.

45. Ma se Gesù c’è ed è vivo-risuscitato basta una briciola di pane o una goccia di vino per entrare in comunione con Lui!

46. L’Eucaristia si può celebrare a qualsiasi ora. Il digiuno è questione di delicatezza e oggi la Chiesa, su questo punto, ha una disciplina assai larga.

NOTA SULL’OSTIA E SULLA COMUNIONE –

Gesù non voleva "rappresentare" il suo Corpo e il suo Sangue.Disse :"questo è il mio corpo- Questo è il mio sangue". La Chiesa Cattolica è talmente madre che permette l’uso del pane fermentato e del calice alla Chiesa cattolica greca. Se le Chiese evangeliche riconoscessero altri punti essenziali, su questo punto sarebbero lasciati pure liberi. Il calice fu negato perché succedevano vari abusi.

 

 

MARIA

Puoi provare con la Bibbia:

47. Che Maria sia stata concepita senza peccato? (Leggi Luca 1:46-47; Romani 3:10-23).

48. Che il nome di sua madre fosse Anna, e che S. Anna sia la protettrice delle partorienti?

49. Che Maria debba essere chiamata la "Madre di Dio"? (Leggi Atti 1:14)

50. Che Maria sia la "Porta del Cielo", la "Dispensatrice dei doni celesti", la "Stella Mattutina", la "Corredentrice col Nostro signore", e tutti gli altri titoli accordatile dalle litanie? (Leggi Isaia 43:11; Giovanni 10:9; 14-6).

51. Che Maria abbia mai reclamato o accettato dei titoli divini, o che si sia attribuiti altri titoli se non quelli di "beata", "benedetta!' e "ancella" del Signore? (Leggi Luca 1:38-48).

52. Che Maria abbia mai promesso al popolo di pregare per esso o di essere la protettrice di qualche individuo o nazione?

53. Che Maria .abbia mai domandato e ottenuto da Dio qualche grazia o favore per qualcuno dei suoi devoti?

54. Che Maria abbia mai domandato a chicchessia di esserle devoto, di pregarla, adorarla e di edificare chiese e santuari in suo onore? (Leggi Luca 11:27-28)

55 Che Maria non dicesse invece una volta, di Gesù: "Fate tutto quello che vi dirà" così come dicono gli evangelici oggi? (Leggi Giovanni 2:5).

56. Che Maria fosse Cattolica Romana?

57. Che Maria non fosse pronta a lasciare la fede del suo popolo per seguire la rivelazione più completa della verità di Dio manifestata in Gesù Cristo? (Leggi Luca 1:38; Atti 1:14).

58. Che Maria sia salita in cielo anima e corpo? (Leggi Giovanni 3:13 ).

59. Che dal cielo Maria possa ascoltare le preghiere di coloro che la invocano dalla terra?

60. Che a Maria sia dovuto il culto di "iperdulia" ? (Leggi Matteo 4:10 ).

61. Che Maria debba essere onorata sotto tanti differenti nomi e titoli: 57 nomi diversi nella sola Italia meridionale, tanto che si riceve 1 'impressione che vi siano tante diverse Madonne che si fanno concorrenza 1 'una con l'altra?

62. Che si possano fare delle immagini di Maria, e che chiese e santuari possano essere ad essa dedicati? (Leggi Esodo 20:4; Levitico 26:1; Deuteronomio 27: 15).

63. Che dette statue ed immagini di Maria, si possano portare in processione nelle pubbliche vie per essere venerate dal popolo, e che si debbano accendere candele e fare delle sparatorie in onore di lei ?

 

NOTA SU MARIA -

Maria è la più privilegiata donna che troviamo menzionata nella Bibbia, ed è debitamente rispettata e onorata da tutti i cristiani Evangelici. Il suo esempio dovrebbe essere seguito da tutti i Cattolici Romani se vogliono essere salvati come lo era lei. Ecco come Maria fu salvata. 1) Ella leggeva e conosceva le Scritture. 2) Credeva nella Parola di Dio e accettò il messaggio che le fu recato dall'angelo Gabriele. 3) Ella si convertì a Cristo, e lasciò la religione in cui era nata e cresciuta. 4) Fece un lungo viaggio per visitare Elisabetta, la quale ebbe la medesima sua esperienza religiosa. 5) Ella dette la sua testimonianza di ringraziamento a Dio che l'aveva salvata col magnifico inno detto il "Magnificat" (Luca 1:46-55). Infine, 6) dette un ottimo consiglio a tutti col dire "Fate tutto quello che (Gesù) vi dirà" (Giovanni 2:5). Dopo la morte di Cristo, prese parte alla riunione di preghiera coi discepoli, con loro ricevette lo Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, e prese parte a quella riunione all'aperto quando 3000 giudei furono convertiti e battezzati in un solo giorno. S. Giovanni si prese cura di lei per il resto della sua vita. Maria visse e morì come una cristiana esemplare. Ilpregare e il celebrare delle feste in suo onore è un insulto alla sua memoria, ed essa sarebbe la prima a protestare.

 

47. E allora perché viene chiamata "Piena di grazia" e "Benedetta fra le donne"?

48. E che c'entra questa pia tradizione con l'insegnamento essenziale della Chiesa ?

49. E se Elisabetta la chiamava "Madre del Signore" (Lc 1,43), perché a noi deve essere proibito chiamarla

Madre di Dio ? Che differenza passa ?

50. Se gli Apostoli sono "dispensatori dei misteri di Dio" (1 Cor 4,1) e cooperatori della sua opera di salvezza, perché Maria no?

51. La Chiesa cattolica non ha m.gi dato a Maria titoli divini. Essa sa ciò che appartiene a Dio e a Lui solo! 52-53-54 Se Maria ha aiutato Elisabetta nella sua maternità e gli sposi a Cana, non si capisce perché non debba potere aiutare chi chiede la sua preghiera!

55. Il miracolo di Cana fa vedere come Maria porta a Gesù e come Gesù non nega niente a Maria.

56. La Chiesa cattolica insegna che Maria è la Madre di tutti i credenti, anzi di tutti gli uomini, essendo Madre di Gesù, Nuovo Adamo e Capo della Nuova Umanità.

57. E quando mai la Chiesa cattolica ha insegnato questo?

58. Esiste o no la Risurrezione dei morti ? La Bibbia dice sì: 2 Mac7, Sap 3, 1Cor 15 Filipp. 3,11,. Mt. 22,28,. Mc 12, 18-27.

59. Se è viva perché non deve ascoltarle?

60. "Iperdulia " significa venerazione Particolare, come particolare (unico) fu il suo rapporto con il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo!

61. La Sacra Scrittura chiama Maria :"serva", "beata", "benedetta"...Gli altri "titoli" sono modi diversi con cui "tutte le generazioni " la proclamano beata. Se qualche ignorante pensa che si tratti di Madonne diverse si vede che non ascolta gli insegnamenti della Chiesa.

 

62-63. Per le immagini vedremo dopo.

NOTA SU MARIA.

Fino alla parola esemplare tutto O.K., il resto è invenzione. E' realizzare quello che lei ha profetizzato: "Tutte le genti mi chiameranno beata ".

 

I SANTI

Puoi provare con la Bibbia:

64. Che i santi sono solo quelli che stanno in cielo, i quali sono stati riconosciuti e canonizzati dal Papa, e che i veri credenti in Cristo sulla terra non siano ancora santi? (Leggi 2 Corinzi 1:1; Filippesi 1.1; Colossesi 1:2).

65. Che i santi in cielo possono sentire la voce di coloro che li pregano dalla terra?

66. Che i santi in cielo siano degli avvocati e mediatori fra Dio e gli uomini? (Leggi 1 Timoteo 2:5; lGiovanni 2: 1). 67. Che ai santi sia dovuto il culto di " dulia " , e che delle feste debbano essere celebrate in loro onore? (Leggi Apocalisse 19:10).

68. Che si possano fare delle statue di santi e della Madonna per ricordarci di loro? (Leggi Isaia 44: 9-20; Salmo 115:2-9).

69. Che sia doveroso portare tali statue ed immagini in processione per le pubbliche vie, per farle adorare dal popolo, ed accendere delle candele e sparare fuochi di artificio in loro onore? (Leggi Esodo 20: 4-5); Isaia 44: 15-19; Geremia 10: 3-15).

70. Che il culto di "dulia" e "iperdulia" dato ai santi ed a Maria non sia idolatria espressamente proibita nella Bibbia? (Leggi Esodo 20: 4-5; Levitico 26:1; Matteo 4:10).

71. Che le ossa dei morti ed altre reliquie siano investite di virtù miracolose, e che debbano essere esposte alla pubblica venerazione, baciate e portate in processione?

72. Che qualche vero santo, quando era sulla terra abbia mai richiesto al popolo di essere venerato, adorato e pregato, oppure che un santo menzionato nel Nuovo Testamento abbia mai rivolto preghiere ad altri santi fuorché a Gesù Cristo?

73. Che San Pietro e San Paolo non abbiano rifiutato espressamente simili onori ed energicamente li abbiano proibiti? (Leggi Atti 10: 25-26; 14:11-18).

74. Che qualcuno degli Apostoli, degli Evangelisti e dei primi martiri fosse Cattolico Romano?

75. Che quasi tutti i santi antichi non siano stati dei convertiti dalla religione in cui erano nati, diventando quindi "protestanti " nel vero senso della parola? (Leggi Matteo 4: 17-22; Giovanni 3:22; Atti 4:17-19; 9:1-29).

 

NOTA SUI SANTI

- Nel Nuovo Testamento tutti i credenti in Cristo sulla terra son chiamati "santi", quantunque non perfetti. Si diventa santi qui in terra con la con- . versione a Gesù Cristo e colI 'ubbidienza a Lui. Iddio li fa santi e i loro nomi sono scritti nei cieli. Non han bisogno di essere riconosciuti o canonizzati dal Papa. I veri santi non attirarono mai la gente a loro stessi; tutti dirigevano le persone a Gesù Cristo il Salvatore del mondo. I Cattolici Romani credono di onorarli facendo loro delle feste che sanno di pagano e di idolatria, ma invece li offendono di più. I santi sono i primi a protestare e rifiutare simili idolatrie. Bisogna seguire il loro esempio, non pregarli e non fare delle feste in loro onore.

 

64. La Chiesa cattolica insegna che tutti coloro che hanno ricevuto lo Spirito di Dio sono santi. Se lo sono i credenti sulla terra, tanto più quelli che in cielo ormai sono per sempre con il Signore.

65. Se risuscitando si riceve un corpo incorruttibile come nuova abitazione (2 Cor 5,1 e ss. } meglio possono sentirci in cielo!

66. Il titolo di avvocato in senso stretto tocca solo a Gesù e allo Spirito Santo. Così anche quello di mediatore fra Dio e gli uomini solo a Gesù. I santi dalla Chiesa cattolica non sono stati mai chiamati mediatori. Ci sono comunità che chiamano Maria mediatrice ( ovviamente non come Cristo, ma in maniera subordinata), ma il titolo non è oggetto di fede e i cattolici sono liberi di usarlo o no.

67. La Bibbia fa le lodi dei santi (Sir capp. 44-50} e prende occasione dalla loro virtù per lodare Dio (vedi anche Eb 11}. Le feste dei santi in definitiva sono gloria per Dio.

68-69. Sulle immagini vedremo dopo.

70. Idolatria significa adorazione di dei falsi. La Chiesa cattolica insegna che si adora solo Dio. Maria e i santi vengono rispettati e onorati come amici di Dio. Se il proverbio dice: "Cu rispetta u cani, rispetta u patruni ", si potrà dire chi rispetta Maria e i santi rispetta Dio. O no ?

71. Che le reliquie dei santi facciano miracoli basta essere sinceri per accorgersene. A Napoli il sangue di San Gennaro ogni anno, per la sua festa, diventa vivo e vermiglio come se fosse uscito un minuto prima dal suo corpo.

Nessuna spiegazione umana è possibile. Dirà qualcuno: "opera del demonio". A questi tali ricordiamo che attribuire al demonio le opere di Dio è peccato contro lo Spirito Santo. E tale genere di peccati non può essere perdonato ne in questa vita, ne nell'altra. (Mc 3,28-30)

72 I "veri santi " nella Chiesa cattolica (basta leggere le loro vite!) si raccomandavano spesso e con tenera devozione ad altri santi!

73. Tali onori li hanno rifiutati per se stessi. Non c'è scritto che li abbiano proibiti per.i santi del cielo.

74. Tutti i santi sono stati credenti. Non sono stati ne cattolici romani, ne pentecostali, ne mormoni, ne ortodossi, ne luterani, ne...Queste divisioni le hanno volute non i santi, ma gli orgogliosi!

75. Meno male che il Rev. Palmieri scrive "quasi". Alcuni si sono convertiti da altre religioni, altri sono rimasti nella loro. Convertirsi è cambiare vita e affidarsi a Dio. I santi non protestano contro nessuno, ma protestano contro se stessi.

 

NOTA SUI SANTI

- Fino alla parola mondo è vero. Per il resto, c' è scritto nella Bibbia ?

PURGATORIO

Puoi provare con la Bibbia:

76. Che vi sia un Purgatorio, come luogo intermedio tra il Paradiso e l'Inferno? (Leggi Matteo 25:46).

77. Che il fuoco del Purgatorio sarebbe ardente quanto quello dell'Inferno?

78. Che neppure i migliori cattolici Romani possano andare direttamente in Paradiso dopo morti, ma che debbano bruciare per migliaia di anni nel Purgatorio per essere purificati dai loro peccati ? (Leggi Luca 23:43; Giovanni 14:3; Giovanni 1:7-9).

79. Che le anime nel Purgatorio possano essere rinfrescate e la loro sentenza abbreviata mediante i funerali, i suffragi, i Miserere, i De Profundis, le limosine, le indulgenze, e specialmente dalle messe che il prete dice in loro suffragio dietro compenso in danaro? (Leggi Salmo 49:69).

80. Che i cristiani, mentre sono in vita, possono guadagnare delle indulgenze per ottenere una più pronta liberazione dalle pene del Purgatorio e che, se queste non fossero bastanti, i loro parenti possono far dire delle messe in suffragio delle loro anime?

81. Che le anime del Purgatorio, mentre ardono in quel fuoco, possano ascoltare ed esaudire le preghiere dei loro

amici rimasti sulla terra?

82. Che quelle anime purganti, possano pregare Iddio ed ottenere favori per gli altri, ma non per loro stesse?

83. Che le anime del Purgatorio siano visitate ogni sabato dalla Vergine Maria? (Leggi Luca 16:26).

NOTA SUL PURGATORIO

- Il Purgatorio è una pura invenzione della gerarchia Romana, non essendovi di esso neanche l'idea nel Nuovo Testamento. Tale dottrina è in contraddizione con le parole di Cristo, che dice che i Suoi credenti vanno direttamente in Paradiso quando muoiono (Luca 23:43; Giovanni 14:3). E' anche un insulto alla efficacia del sangue di Cristo che "ci purga di ogni peccato" (1 Giovanni 1:7). Questo è il vero purgatorio Evangelico, e non il Purgatorio di fuoco. Credendo a quello, Iddio sarebbe ingiusto abbreviando la pena solo per coloro che hanno lasciato denaro per fare dire messe in suffragio della loro anima; e i preti stessi sarebbero crudeli da lasciare i loro seguaci ardere per migliaia di anni nel Purgatorio, mentre potrebbero liberarli con una messa che essi non dicono se non sono pagati. Per questa dottrina il povero cattolico non ha nessun conforto in punto di morte perché non vede altro davanti a se che una visione di fuoco, fiamme e sofferenze. Quanto è differente il contegno del cristiano Evangelico in punto di morte! Egli vede il cielo aperto come S. Stefano (Atti 7:55-60), ed è contento di andare col suo Gesù immediatamente (Vedi Romani 8:1; Filippesi 1:21-23).

 

76. Basta leggere attentamente 2Mc 12,38-45: e si evince la esistenza del Purgatorio. Vedere pure Mc. 3,28-30: Gesù parla di peccati che non possono essere perdonati ne in questa vita ne nell'altra: cos'altro significa se non l'esistenza del Purgatorio ?

77. Questa non è dottrina della Chiesa, ma credenza popolare.

78. Tutti siamo imperfetti e abbiamo bisogno di purificarci. Se siamo perfetti o perfettamente purificati non c'è bisogno del purgatorio.

79. Certo! Come dimostra l' episodio di Giuda Maccabeo (2Mc 12,38-45) sopra citato.

80. La Chiesa insegna la Comunione dei santi. Se ci si può dare aiuto con i beni materiali, che sono pure dono di Dio, perche non con i beni spirituali ?

81. Le anime del Purgatorio, se sono viventi ( e lo sono, vedi la risurrezione dei morti!) ascoltano le preghiere dei santi-peccatori della terra.

82. Per i credenti della terra possono pregare perché ancora sono in cammino. Non possono pregare per se stessi perche il loro cammino sulla terra è terminato

83. Questo la Chiesa cattolica non l 'ha mai insegnato.

 

NOTA SUL PURGATORIO

- Il Rev. Palmieri forse quando era prete cattolico celebrava SS. Messe per i morti solo quando era pagato. Per questo asserisce quanto in nota! I preti della Chiesa cattolica pregano sempre per i morti. Che poi qualcuno, chiedendo un' intenzione particolare, dia liberamente un 'offerta non ci può essere niente di male. E' risaputo che spesso queste offerte vanno in mano di famiglie bisognose o servono per opere di bene!

LE BUONE OPERE

Puoi provare con la Bibbia:

84. Che la salvezza dell'anima possa essere guadagnata col fare le opere meritorie, o di supererogazione; o che possa essere ottenuta per mezzo del prete, o per i sacramenti o per la intercessione di Maria e dei santi ? (Leggi Galati 2:16; Efesini 2:8-10).

85. Che le opere meritorie siano quelle prescritte dalla Chiesa Romana, come I 'udir le messe, pagare il prete per dirle, recitare preghiere, rosari, litanie, novene, digiunare, astenersi dal mangiare carne il venerdì ed altri giorni comandati, fare dei pellegrinaggi a santuari lontani, strisciare la lingua per terra, ecc. ecc.? (Leggi Isaia 1:12-18). 86. Che una persona possa fare delle opere supererogatorie, cioè al di sopra del numero necessario per la salvezza della propria anima?

87. Che questi meriti o opere supererogatorie vadano nel tesoro dei meriti della Chiesa Cattolica Romana, per essere dispensati dal Papa sotto forma di indulgenze a coloro che non ne abbiano guadagnate abbastanza per la salvezza della propria anima?

88. Che ci si debba astenere dal mangiare carne il venerdì e in altri giorni comandati, sotto pena di peccato? (Leggi Matteo 15:11; 1 Corinzi 10:25; 1 Timoteo 4:1-5).

89. Che pagando del denaro al prete per la dispensa, si possa mangiar carne in qualunque giorno, come pure si possa contrarre matrimonio anche fra parenti purché si paghi per la dispensa? (Leggi Atti 8:20).

90. Che farsi il segno della croce sia un mezzo di grazia, e serva per allontanare il diavolo? (Leggi Matteo 4: 10-11).

91. Che portando degli scapolari o delle medaglie benedette addosso si sia protetti da qualunque disgrazia?

 

NOTA SULLE BUONE OPERE

- Noi siamo salvati per la grazia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, e non per le buone opere che abbiamo fatte o che possiamo fare: "affinché niuno si glori", dice la Parola di Dio (Efesini 2:89). Le buone opere sono il risultato o la conseguenza della vera fede o la prova della vera conversione, ma non sono mai meritorie o supererogatorie. I soli meriti che Dio riconosce sono i meriti infiniti -di Gesù Cristo. Le nostre buone opere non possono meritarci la salvezza, perché non sono altro che "un abito lordato" davanti a Dio (Isaia 64:6). Tutti quelli che cercano la salvezza mediante le loro buone opere, anche quelle comandate nella Bibbia sono scaduti dalla grazia di Dio e non hanno più parte alla salvezza compiuta da Cristo sulla croce. (Vedi Galati 2: 16; 5:4).

 

84. La Chiesa cattolica insegna che solo Gesù è il Salvatore e in nessun altro c'è salvezza. Ma la salvezza di Gesù non arriva nel cuore di chi non lascia le opere delle tenebre (Rm 6). I Sacramenti sono i misteri con cui Gesù Cristo dà i segni chiari della comunicazione della salvezza. Le preghiere di Maria e dei santi aiutano il peccatore a rendere pronto il suo cuore per accogliere la Parola e salvarsi.

85. La Chiesa cattolica non ha mai insegnato che le opere meritorie sono quelle prescritte da lei. Se consiglia o approva determinate penitenze è perché esse aiutano a vivere meglio il Vangelo e solo per questo. Le opere meritorie sono soprattutto quelle comandate dalla Divina Parola.

86-87 Il pensiero della Chiesa cattolica su questo punto è quello espresso da S. Paolo in .Col1,24-25. "Ora io gioisco nelle sofferenze che sopporto per voi e completo nel mio corpo ciò che manca dei patimenti del Cristo per il suo corpo che è la Chiesa, della quale sono diventato ministro, in conformità al compito che mi è stato affidato a vostro riguardo per realizzare la Parola di Dio ". Significa allora che un credente può applicare a vantaggio dei fratelli le opere buone che compie e che completano la passione del Signore. Non perché ciò che ha fatto Gesù non sia stato sufficiente, ma perché è nostro dovere soffrire e compiere il bene partecipando così attivamente al suo mistero di salvezza.

88. La Chiesa obbliga i suoi fedeli ad astenersi dalle carni i venerdì di quaresima per purificarsi e meglio prepararsi alla Pasqua. Il peccato non consiste nel fatto di mangiare carne, ma nella disubbidienza. Gli altri venerdì si può cambiare la penitenza di non mangiare carne con un 'altra penitenza.

89. La dispensa per i matrimoni fra cugini la Chiesa non la dà mai volentieri. Si versa una piccola offerta per scoraggiare la gente a contrarre tali matrimoni. Quando si è poveri o ci si rifiuta di dare I 'offerta la dispensa viene accordata ugualmente.

90. Il segno di croce è un modo bellissimo con cui ci gloriamo della croce del Signore. Ricordiamo San Paolo. "Di null’ altra cosa mi glorio che della croce del Signore nostro Gesù Cristo" (Gal 16,14). L'esperienza secolare della Chiesa insegna quanto sia efficace il segno della croce contro i demoni.

91. Tale credenza è di carattere privato e popolare, dovuta ad alcune apparizioni della Vergine. Nessuno nella Chiesa cattolica è mai obbligato a credere nelle apparizioni e/o ai messaggi di esse.

 

 

NOTA SULLE BUONE OPERE

- E' vero però anche che "Se uno dice di avere fede, ma non ha le opere che ne ricava? Potrà forse la fede salvarlo...La fede, se non ha le opere...è senza vita (Gc 2,14-17).

 

LA PREGHIERA

Puoi provare con la Bibbia:

92. Che le preghiere possano essere rivolte a chiunque altro oltre che a Dio, Uno e Trino? (Leggi Matteo 6:6; Giovanni 16: 23-24; Atti 7:59; 1 Corinzi 1:2).

93. Che la stessa preghiera si possa ripetere tante volte come si fa con la corona del rosario? (Leggi Matteo 6:7; Isaia 1:15).

94. Che il Padre Nostro, che è l'unica preghiera a Dio insegnata da Gesù Cristo, si possa anche indirizzare a Maria e ai santi?

95. Che delle preghiere in numero stabilito possano dirsi come penitenza in espiazione dei peccati commessi?

 

92. Le preghiere di adorazione possono essere rivolte solo a Dio. Che i santi della terra (cioè tutti noi) nei loro bisogni possano chiedere aiuto ai fratelli della terra non c'è dubbio e lo fanno anche gli evangelici. Un fedele può chiedere una preghiera al pastore e non a Maria, Madre di Gesù o ai santi del cielo ? Si dimentica che gli Angeli presentano a Dio coppe di profumo, che sono le preghiere dei santi. ( Ap 5,8)

93. E perché no ? Dn 3,52 e ss. non ripete spesso le medesime parole: "Degno di gloria e di onore nei secoli?". E non ricordiamo tutti il Sal. 135 che ripete le parole: "eterna è la sua misericordia "?

94. La Chiesa cattolica ha sempre "rimproverato le persone che per ignoranza recitano il Padre nostro indirizzandolo a Maria e ai Santi. E questo il Rev. Palmieri, che è stato prete cattolico, lo sa bene (! ! !)

95. La preghiera aiuta il peccatore a pentirsi. Non c'è nulla di strano se il prete, nella confessione, assegna a mo , di indicazione, e con l'accordo del penitente determinate preghiere per riparazione dei peccati.

IL BATTESIMO

Puoi provare con la Bibbia:

96. Che il battesimo, versando un po' d'acqua sulla testa di una persona, lo fa cristiano, lava dal peccato originale e salva l'anima ? (Leggi Matteo 28:19-20; Marco 16:15-16)

97. Che i bambini debbano essere battezzati subito dopo nati, perché se muoiono senza battesimo la loro anima andrà al Limbo? (Leggi Marco 10: 13-16)

98. Che nel battesimo, oltre l'acqua, il prete debba usare l' olio e la propria saliva per ungere il bambino? (Leggi Atti 8:36-39; 10:47-48)

 

NOTA SUL BATTESIMO

- Circa il significato di questo sacramento, nella Sacra Scrittura non riscontriamo mai che esso sia stato amministrato per ottenere la salvezza, ma, in quanto siamo salvati, riceviamo il Battesimo. Il rito del Battesimo infatti è il sigillo posto sulla fede. (Vedi Marco 16:16; Atti 8:36-37). Circa il modo di amministrare il Battesimo, il Nuovo Testamento non conosce che l'immersione nell'acqua (Matteo 3:16; Marco 1:10; Atti 8:39).

 

96. Il Salmo 50 dice: 'Aspergimi, o Signore con l 'issopo e sarò mondato, lavami e sarò più bianco della neve". E il capitolo 36 di Ezechiele ( chi non lo ricorda ? ) annunzia: "Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati ". Il

battesimo consiste nell'acqua come segno di comunicazione dello Spirito (Gv 3,5). E i nuovi convertiti di cui parlano gli Atti ( 3000 M2,41,. 5000 M 4,4) in quale fiume furono immersi per essere battezzati ? Si pensa che siano stati aspersi. Per la Chiesa cattolica il battesimo è così importante che basta una sola goccia di acqua perche esso sia valido.

97. Il fatto del Limbo è una credenza popolare. Non è stato mai insegnato come verità dalla Chiesa cattolica. Nella Chiesa antica venivano sempre battezzati i bambini. Le espressioni "tutta la famiglia" (AL16,15,. 16,31-34) indicano la partecipazione anche dei bambini. A quel tempo era impensabile che il padre di famiglia facesse una cosa e ne rimanessero esclusi i bambini. Gesù fu battezzato da adulto, è vero. Ma egli era già inserito nel popolo di Dio, essendo stato circonciso, come tutti bambini, all ' ottavo giorno.

98. Il sale e la saliva non si usano più. L' olio indica l 'unzione ed è segno che il battezzato è unto, come Cristo, per essere profeta, sacerdote e re. Comunque sono riti di completamento.

L’essenziale è costituito dall'acqua e dalle parole.

LE SACRE SCRITTURE

Puoi provare con la Bibbia:

99. Che non sia lecito ad alcuno di leggere la Bibbia senza le annotazioni e 1 'imprimatur della Chiesa Romana? (Leggi Giovanni 5:39; 2 Timoteo 3:15-17).

100. Che la tradizione abbia la stessa autorità delle Sacre Scritture? (Leggi Marco 7:7-13; Colossesi 2:8; Apocalisse 22:18-19).

 

99. L 'imprimatur serve a garantire che la Sacra Scrittura non è stata manomessa o tradotta male dalle lingue originali e le note ad evitare che si diano false interpretazioni, come spesso si danno nelle Chiese evangeliche. 100. Gli evangelici non sanno distinguere fra tradizione che è il deposito della fede predicata da custodirsi gelosamente (1 Tim 6,20) e le tradizioni che possono cambiare. D'altra parte in forza di che cosa possono discernere se non hanno un 'autorità e una gerarchia che li guida?

11). Il potere temporale papale cominciò nell'anno 750 quando Pipino, 1 'usurpatore del trono di Francia, discese in Italia chiamato da Papa Stefano II per fare guerra ai Longobardi, li sconfisse e dette la città e i dintorni di Roma al Papa. Gesù assolutamente proibì ciò, ed Egli stesso rifiutò di essere fatto re. (Leggi Matteo 4:8-9; 20:25-26; Giovanni 18:36).

12). L 'adorazione della croce, delle immagini e delle reliquie fu adottata ufficialmente nel 788.

Ciò fu per ordine dell 'imperatrice Irene di Costantinopoli, che prima fece cavare gli occhi al proprio figlio Costantino VI e poi convocò un concilio della Chiesa per richiesta di Adriano I, vescovo di Roma in quel tempo. Nella Bibbia tale pratica è chiamata idolatria ed è severamente condannata. (Leggi Esodo 20:4-6; Deteuronomio 27:15; Salmo 115; Geremia 10:1-5).

13. L'uso dell'acqua santa cui si aggiungeva un pizzico di sale e che veniva poi benedetta dal prete, venne autorizzato nell'anno 850.

14). La venerazione di San Giuseppe ebbe inizio nell'anno 890.

15). L 'uso delle campane nelle chiese venne istituito da Papa Giovanni XIV nella chiesa di San Giovanni in Laterano nell'anno 965.

16). La canonizzazione dei santi avvenne per la prima volta ad opera di Papa Giovanni XV nell'anno 995. La Bibbia chiama santi tutti i credenti e veri seguaci di Cristo (Leggi: Romani 1:7; 1 Corinzi1:2...)

17). Il digiuno in giorno di venerdì e durante la Quaresima venne imposto ufficialmente nell'anno 998, sembra da Papi interessati nel commercio del pesce. Per mangiare carne occorre la dispensa. Alcune autorità affermano che ciò iniziò verso l'anno 700. Si tratta di cosa contraria al chiaro insegnamento delle Scritture (Leggi: Matteo 15:10; 1 Corinzi 10.25; 1 Timoteo 4:3).

18). La Messa come sacrificio fu sviluppata gradualmente e la frequenza ad essa resa obbligatoria nell'undicesimo secolo. Il Vangelo insegna che il sacrificio di Cristo fu offerto una sola volta per tutti, e non deve essere ripetuto, ma solo commemorato nella Santa Cena. (Leggi: Ebrei 1:27; 9:26-28; 10: 10-14).

19). Il celibato dei preti fu decretato da Papa Gregorio VII nell'anno 1079. Il Vangelo invece insegna che i ministri di Dio possono avere moglie e figli. San Pietro era ammogliato, San Paolo prescrisse che i vescovi devono avere famiglia. (Leggi: 1Timoteo 3:2, 5,12; Matteo 8:1415).

20). La corona del Rosario fu introdotta da Pietro l'eremita nell'anno 1090. Questa fu copiata dai Maomettani. Il contare le preghiere è pratica pagana ed è severamente condannata da Cristo (Leggi: Matteo 6:5-13).

21). L'inquisizione per gli eretici fu istituita dal Concilio di Verona nell'anno 1184. Gesù condanna la violenza e non forza nessuno ad accettare la sua religione.

22). Le indulgenze (con le quali si rimetteva la punizione per i peccati) vennero concesse per la prima volta nell'anno 850 da papa Leone VI a coloro che salivano la"Scala santa" sulle loro ginocchia. La vendita di esse, iniziò nell'anno 1190 e continuò fino all'epoca della Riforma (850) e San Pietro rifiutò danaro da Simon Mago che credeva di poter acquistare il dono di Dio con l' oro (Atti 8:20). La religione cristiana secondo l'insegnamento dell'Evangelo è contro un simile traffico e fu appunto la protesta contro tale traffico che provocò la Riforma Protestante del XVI secolo.

23). Il dogma della Transustanziazione fu decretato da Papa Innocenzo III nell'anno 1215. Con questa dottrina il prete pretende di creare Gesù Cristo ogni giorno e poi mangiarlo in presenza del popolo durante la Messa. Il Vangelo condanna simile assurdità. Nella Santa Cena v'è solo la presenza spirituale di Cristo. (Leggi: Luca 22: 1920; Giovanni 6:63; 1 Corinzi 11:26).

24) La confessione auricolare, o confessione dei peccati fatta all'orecchio del prete, fu isituita da Papa Innocenzo nel Concilio Laterano nel 1215 . Il Vangelo ci comanda di confessare direttamente a Dio e a coloro che abbiamo offeso. Giuda si confessò ai preti e poi si strangolò: San Matteo 27:3-5. (Leggi: Salmo 51: 1-12; Luca 7:48-50; 15-21; 1 Giovanni 1:8-9)

25) L'adorazione dell'ostia fu sancita da Papa Onorio III nell'anno 1220. Così la Chiesa Romana adora un Dio fatto dalle mani di uomini. Tale pratica è il colmo della idolatria ed è assolutamente contraria allo spirito del Vangelo. (Leggi: Giovanni 4:23-24).

26) La Bibbia proibita al popolo e messa alI 'indice dei libri proibiti, dal Concilio di Tolosa, nell'anno 1229. Gesù disse che la Scrittura deve essere letta da tutti (Leggi : Giovanni 5:39; 2 Timoteo 3:15-17).

27) Lo scapolare fu inventato da Simone Stock, monaco carmelitano inglese nell'anno 1287.

28) Il battesimo per aspersione fu reso legale dal Concilio di Ravenna nell'anno 1311. Il battesimo secondo il Nuovo testamento è per immersione in acqua, da amministrarsi ai soli credenti (Matteo 3:6, 7, 16; 28: 18-20; Marco 16:16; Atti 8: 36-39; 9:18 ed altri passi).

29) La Chiesa Romana proibì il calice ai fedeli nella comunione, al Concilio di Costanza, nell'anno 1414. Il Vangelo ci domanda di celebrare la comunione col pane e col vino (Leggi:Matteo 26:27; 1 Corinzi Il: 25-27).

30) La dottrina del Purgatorio fu considerata come dogma nel Concilio di Firenze, nell'annoI439. Nel Vangelo non c' è neanche una parola che accenni al purgatorio dei preti. Il sangue di Gesù Cristo è unica purificazione dei nostri peccati (Leggi: 1 Giovanni 1:7-9;2:1-2; Giovanni 5:24; Romani 8:1).

31) I sette sacramenti vennero per la prima volta così elencati da Pietro Lombardo nell'anno 1160 dopo Cristo ma la dottrina dei Sette Sacramenti divenne ufficiale col Concilio di Firenze, nell'anno 1439. L'Evangelo dice che Cristo istituì due soli sacramenti, il Battesimo e la Santa Cena (Leggi: Matteo 28:19-20; 26: 26-28).

32) L 'Ave Maria, preghiera indirizzata a Maria, venne ordinata tale nella sua prima parte, che è tolta dalla Bibbia, da Oddo vescovo di Parigi nel 1196 e la sua seconda parte come "preghiera della chiesa " venne completata da Papa Pio V nell'anno 1568. La Bibbia ci esorta in molti passi a pregare Iddio soltanto. Il pregare altri è considerato idolatria. Maria non disse mai di indirizzare a lei le nostre preghiere.

33). Il Concilio di Trento dichiarò che la Tradizione deve essere ritenuta di eguale autorità che la Bibbia nell'anno 1545. Per tradizione si intendono insegnamenti umani. I farisei credevano lo stesso e Gesù li rimproverò acerbamente, poiché con la tradizione degli uomini si annulla la Parola di Dio. (Leggi: Marco 7:7-13; Colossesi 2:8; Apocalisse 22:18).

34). I libri apocrifi furono aggiunti alla Bibbia pure al Concilio di Trento. Tali libri non sono riconosciuti canonici dai Giudei. Anno 1546 (Leggi: Apocalisse 22:18-19).

35). Il credo Cattolico di Pio IV fu imposto nel 1560. Iveri cristiani si attengono solo al Vangelo e al Credo degli Apostoli, che è di 1500 anni più antico del Credo dei cattolici.

36). La devozione del "Sacro Cuore" fu adottata ufficialmente nel 1765

37). L'Immacolata concezione di Maria fu proclamata dogma da Papa Pio IX nell'anno 1854. Il Vangelo invece dice che tutti gli uomini, eccetto Cristo, sono peccatori, e Maria stessa ebbe bisogno del Salvatore (Leggi: Luca 1:30, 46-47; Romani 3:23; 5:12; Salmo 51:5).

38). Nell'anno 1870 dopo Cristo, Papa Pio IX stabilì il dogma della"infallibilità papale": questo è il colmo della bestemmia e il segno dell'apostasia e dell'anticristo predetto da San Paolo (Leggi: 2Tessalonicesi 2:2-12; Apocalisse 13:5-8,18). La Bibbia dice che non c'è nessun uomo giusto sulla terra che non pecchi. (Romani 3:4-23; 2 Tess. 2:3-4; Apoc. 17:3-9; 13:18). Molti vedono il Numero 666 nelle lettere romane "VICARIUS FILII DEI". - V-5, I-1, C-100, I-l, V-5, I-l, L-50, I-l, I-l, D-500, I-l, totale 666.

39). Pio X nel 1907 condannò assieme al "Modernismo" tutte le scoperte della scienza che non piacciono al Papa (Lo stesso aveva fatto Pio IX nel Sillabo del 1864). .

40). Nel 1930 Pio XI condannò le scuole pubbliche. 41). Nel 1931 lo stesso Pio XI ha confermato la dottrina che Maria è "Madre di Dio". Dottrina che fu per la prima volta inventata dal Concilio di Efeso nel 431. Questa è una eresia contraria alle stesse parole di Maria (Leggi: Luca 1:46-49).

42). Nell'anno 1950 L'Assunzione della Vergine Maria fu proclamata da Papa Pio XII.

43). Pio XII proclama Maria "Regina del mondo" nell'anno 1954.

44). Paolo VI proclama Maria "Madre della Chiesa" nell'anno 1964.

"LE AGGIUNTE DELL' UOMO ALLA PAROLA DI DIO"

1). Le preghiere per i morti risalgono all'Antico Testamento (2Mc 12,38-45). Il segno della croce abbiamo già spiegato l 'importanza che ha. Ricordiamo ancora che esso fa pensare alle verità più forti della fede: L 'Unità e Trinità di Dio,. l'Incarnazione, Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo, la Risurrezione.

2). Basta leggere l 'Apocalisse e gli Atti dei martiri per capire quanto e come venivano venerati gli angeli e i santi. Tutto molto prima del 375.

3). La celebrazione quotidiana della Messa diventò universale verso il 394, ma era molto diffusa assai prima. D'altra parte se l 'Eucaristia è la lode più alta a Dio perché non si deve celebrare tutti i giorni?

"Dacci il nostro pane. . . " secondo S. Agostino significa non solo il pane della tavola, ma anche quello della Parola e quello dell'Eucaristia.

4). Non è vero! La prima immagine di Maria con il Bambino in braccio è del II secolo nelle catacombe di S. Priscilla e la preghiera "sotto la tua protezione ci rifugiamo, Santa Madre di Dio... " è pure del II secolo (Egitto).

S. Elisabetta chiama Maria Madre del Signore.

5). Non è vero! San Paolo stette circa tre anni in Arabia nel deserto. I primi monaci cominciarono ad esistere già nel II secolo. I monaci inoltre sono stati sempre i migliori predicatori e annunciatori della Parola di Dio, salvando spesso con la loro spiritualità il mondo e la società dalla rovina. Basta pensare appunto a San Benedetto!

6). Non è vero! San Gregorio Magno l'ha solo diffusa!

7). Non è vero! La lingua latina si cominciò a usare fin dal 200 circa a Roma proprio perché il greco i Romani non lo capivano più.

8). Non è vero! La Chiesa cattolica insegna che la preghiera più alta è quella di lode. L 'Angelo lodò Maria, Elisabetta lodò Maria. Lodare i santi e chiedere l'aiuto della loro preghiera è atto di amore tra fratelli e sorelle che Dio apprezza!

9 ). Il titolo di Papa significa papà e fu usato perché in mezzo alle devastazioni e persecuzioni dei barbari spesso il Papa era l' unica difesa ( dice il proverbio: " a cu ti duna pani, chiamalu patri!)

10). Se ora non si usa più baciare il piede non capisco perché il Rev. Palmieri ne parla. Il Papa non si fa vedere per farsi applaudire, ma per servire il bene e la pace, senza mai un attimo di tregua. Nessun pastore evangelico ha mai fatto ciò che fa il Papa per la pace nel mondo.

11). E' vero! La Chiesa cattolica conosce l'umiltà, riconosce i propri sbagli e, se può, li ripara. Non così molti evangelici che si credono perfetti come i farisei del Vangelo!

12}. La Chiesa cattolica ha sempre proibito 1 'adorazione di qualsiasi immagine o reliquia! Ne ha sempre permesso invece la venerazione, solo quando tale venerazione aiuta e serve alla pratica del Vangelo! Anche la Bibbia ammette la venerazione delle immagini, quando aiutano a lodare e benedire Dio (vedi ~ 37,6-9,. Nm21,4-9).

13). L 'acqua benedetta è un ricordo del battesimo. La Bibbia (Ez.36,. Sal.50) consiglia l' uso dell' acqua come segno di conversione.

14). In occidente. Troppo tardi, anzi! Altri santi (ad es. 88. Pietro e Paolo) cominciarono ad essere venerati subito dopo la morte!

15). E sono una cosa cattiva le campane nelle chiese? Oppure è proibito suonare l'organo e la chitarra perché la Bibbia non lo dice 0 è proibito usare la carta per la Bibbia perché anticamente si usava il papiro ? Ricordiamo l'Apostolo: "Esaminate ogni cosa. Tutto quello che è buono, provatelo! (1Tm 5,21).

16). Anche la Chiesa cattolica chiama santi tutti i credenti. La canonizzazione consiste in una dichiarazione solenne con cui il Papa, dopo un 'amplissima consultazione di base, e solo dopo alcuni miracoli certi e documentati ottenuti per loro intercessione, riconosce che essi hanno vissuto il Vangelo in modo eroico. La storia insegna che le vite e l'esempio dei santi hanno incoraggiato i fedeli a vivere meglio il Vangelo. Il motivo per cui il Papa ha avocato a sIi la canonizzazione è dovuto agli abusi che andavano spuntando ora qua ora là di dichiarazioni facili e di culti tanto inopportuni quanto blasfemi.

17). Quando la gente digiunava di più e faceva più penitenze non era un male. Che il Papa avesse interesse nel commercio del pesce è una pura calunnia! Il Rev. Palmieri è pregato di essere più serio!

18). La Messa non è un altro sacrificio rispetto a quello di Gesù, ma lo stesso sangue di Gesù applicato a noi! 19). Il celibato è consigliato da Gesù e da San Paolo, per amore del Regno dei cieli. San Paolo non era sposato. Non è vero che prescrisse ai vescovi di avere famiglia. Disse solo che se un uomo è un cattivo padre di famiglia non poteva essere ne Vescovo ne prete. E siccome i padri di famiglia erano sovente pessimi preti, la Chiesa impedì l'accesso agli ordini alle persone sposate. In Oriente esistono molti preti sposati, con l'approvazione della Chiesa. Questa disciplina nel futuro, se ci saranno garanzie di serietà potrà essere cambiata!

20). Il rosario è composto dal Padre nostro (preghiera biblica}, dall'Ave Maria (che è in parte biblica, dal Gloria al Padre che è lode grande alla Trinità. Non è obbligatorio per nessuno. E' molto consigliato perché l'esperienza insegna che fa crescere nell'amore del Signore. Il Vangelo proibisce non la ripetizione delle preghiere, ma il pronunziare parole senza fede e amore: cosa che è stata sempre condannata dalla Chiesa cattolica!

21). L 'inquisizione era una pratica d 'altri tempi usata sia dai cattolici, sia dagli evangelici. La Chiesa cattolica oggi si sente mortificata da questo triste passato.

22). Le indulgenze non sono mai state vendute. Se qualcuno l 'ha fatto è stato sempre disapprovato dalla Chiesa cattolica. Quello delle indulgenze nel 1517 fu per Lutero l 'occasione per distaccarsi dalla Chiesa. Se avesse agito come S. Francesco ci avrebbe fatto più figura. Egli morì con il dispiacere e la rabbia di vedersi dimenticato da tutti e di vedere i suoi discepoli dilaniarsi fra loro per interpretare la Bibbia.

23). Il Rev. Palmieri che è stato -Prete sa benissimo che nessun prete cattolico si sogna di creare Gesù Cristo per poi mangiarlo. Le sue parole sono una bestemmia al mistero della Cena del Signore che si celebra nella Chiesa. La parola transustanziazione servì per spiegare come avviene il cambiamento della sostanza del pane e del vino nella sostanza del Corpo e del Sangue del Signore (transsustanziazione=passaggio da una sostanza all'altra). Nella Santa Cena c'è la presenza vera e reale di Gesù.

24). Non è vero! Secoli e secoli prima, i monaci (quelli apparentemente separati dal mondo!) avevano confessato. In nessuna pagina del Vangelo c' è scritto che i peccati si confessano "direttamente" con Dio. Giuda non si "confessò" con "i preti ", ma con i sacerdoti del ' Antico Testamento. Il Rev. Palmieri ha studiato e sa che c'è differenza fra i preti del Nuovo Testamento e i sacerdoti del tempio.

25). Non è vero! La Chiesa cattolica ha adorato Gesù Cristo e solo lui veramente presente sotto l'apparenza del Pane e del Vino. Il papa diffuse l'adorazione all'Eucaristia, dopo il miracolo di Bolsena, (un 'ostia spezzata versò sangue durante una MESSA celebrata da un sacerdote dubbioso.) Il corporale con le macchie di sangue è conservato nella cattedrale di Orvieto e chiunque può andare a vederlo!

26). Di tanto in tanto qualche concilio locale. come quello di Tolosa, ha proibito la lettura della Bibbia per il cattivo uso che certa gente ne faceva. Da quando, specie dopo Giovanni XXIII, c'è stata più diffusione della Bibbia, i fedeli sono più preparati nella Parola del Signore, ma quante incertezze, quanti errori, quante stupidità si sono pure diffusi!

27). Lo scapolare è una pratica popolare che si è liberi di credere o no. E questo il Rev. Palmieri lo sa!

28). Il battesimo a 3000 e 5000 persone poté essere fatto solo per aspersione!

29). Il concilio di Costanza proibì la comunione con il calice per gli abusi che cominciarono a farne i primi evangelici. La comunione con il Pane e il Vino ormai nella Chiesa cattolica è sempre più diffusa.

30). Abbiamo già spiegato sopra, più di una volta, il discorso del Purgatorio. Il concilio di Firenze si espresse perche cominciarono allora alcuni a negare il Purgatorio.

31). Il Vangelo non parla di nessun sacramento. Tutto quello che Gesù disse e fece è Sacramento. Egli stesso è Sacramento (cioè segno) dell'Amore del Padre. La Chiesa è Sacramento (segno dell'Amore di Cristo). I sette sacramenti sono l'espressione più alta di questo Amore. Si capisce che il Battesimo e l 'Eucaristia sono i sacramenti più importanti.

32). L 'Ave Maria è un saluto dolcissimo che è passato dalle labbra dell'Angelo a noi, destinati, dopo l"ora della nostra morte ", a diventare come gli angeli di Dio (M c 12,18-27).

33). Il Rev. Palmieri sa benissimo che la Chiesa cattolica non intende per Tradizione gli insegnamenti umani, ma il deposito della fede trasmesso senza errori -per via di predicazione orale. La Scrittura, pur essendo più importante della Tradizione, è figlia di essa perché è nata nella Chiesa, ~ la predicazione.

34). I libri che gli evangelisti chiamano apocrifi sono 14 (7 dell'AT e 7 del N1:; fra cui l'Apocalisse che gli evangelici citano abbondantemente). La Chiesa cattolica questi libri li chiama deuterocanonici (secondi nel Canone): si chiamano così perché nel passato ci fu qualche dubbio sulla loro ispirazione in qualche comunità fino al IV secolo. Non furono affatto aggiunti al Concilio di Trento. Questo Concilio precisò, nei confronti dei protestanti che negavano detti 14 libri, che anche questi sono ispirati da Dio.

35). Il Credo cattolico è quello degli Apostoli (II secolo). Quello più lungo che si recita nella S.Messa è del 325 con qualche giunta del 381. L 'uno e l'altro sono stati sempre usati nella Chiesa, senza contrasto da parte di nessuno .

36). La devozione al S.Cuore altro non è che una spiegazione dell'Amore misericordioso di Gesù, in un 'epoca in cui proprio i protestanti presentavano Gesù come giudice severo e terribile.

37). L 'Immacolata Concezione significa che Maria fu senza peccato prima ancora di nascere. Altrimenti non potrebbe essere chiamata ne piena di grazia, ne benedetta fra le donne. Certo anche Maria chiama Dio suo Salvatore. E Dio non poteva salvarla in antecedenza? O c'è qualcuno che glielo può impedire ?

38). Il Rev. Palmieri sa benissimo che infallibile non significa che il Papa non possa peccare o sbagliare a livello personale. Avendo egli le chiavi del Regno dei cieli e il potere di legare e sciogliere, interpretando il pensiero di tutta la Chiesa ( e solo a questo titolo e dopo lunghe e rigorose consultazioni) può dichiarare che una verità è da credersi da tutti.

 

VICARIUS FILII DEI

- Un pastore di una Chiesa evangelica asserisce (mi costa di persona) che questa è una delle tante barzellette inventate contro la Chiesa cattolica. Si ricordino i nostri fratelli che con Dio non si scherza. Si ricordino anche le parole sacrosante dell'Apostolo Paolo: "Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma per il prurito di udire qualcosa gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alle verità per volgersi alle favole" (2Tm 4,3-4) E quelle del profeta Geremia: "Il mio popolo ha lasciato me, fonte di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate" (Ger 2,3)

"Che tutti siano una cosa sola, come lo e il Padre siamo una cosa sola

"

 

39). Pio X condannò tutti gli errori moderni, spuntati in seguito alla falsa interpretazione della Bibbia introdotta dai protestanti.

40). Pio XI non condannò le scuole pubbliche, ma gli errori che attraverso di esse diffondevano molti professori atei e fascisti.

41). Pio XI ha ripetuto ciò che da sempre la Chiesa ha insegnato dietro la scuola di S. Elisabetta che, piena di Spirito Santo, chiamò Maria: Madre del Signore.

42). Assunta in cielo significa che Maria, la prima salvata, dopo la morte, cominciò subito a godere della visione del cielo in anima e corpo.

43). La madre del Re può anche essere chiamata Regina. O no ?

44). Maria è stata chiamata Madre della Chiesa sin dai tempi antichissimi. D'altra parte la Chiesa è una sola cosa con Cristo, Corpo di Lui e piena del medesimo Spirito. Se Maria è Madre del Capo, può non esserlo del Corpo ? O presso gli evangelici il Capo e il Corpo devono essere separati ?

 

 

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Il Diario di Suor Pierina De Micheli

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Dal DIARIO

Di Madre M. Pierina De Micheli Apostola del Volto Santo

Madre M. Pierina De Micheli religiosa della Congregazione delle Figlie dell'Immacolata Concezione di Buenos Aires

dal DIARIO (1940-1945)

Voglio tutto quello che vuole Gesù, costi quel che costi

 

Preghiera per la glorificazione terrena della serva di Dio

O Dio uno e trino, Padre e Figliuolo e Spirito Santo, che vi compiaceste far risplendere i doni della vostra Grazia nell'anima dell'umile Suor Pierina De Micheli, chiamandola al vostro servizio, perché nel nascondimento e nell'obbedienza, fosse la consolatrice dei divino Crocifisso e la missionaria dei suo Santo Volto, fate che anche noi ci mettiamo volentieri sulle vie della carità sacrificata, a gloria vostra ed a bene dei prossimo.

Per questo, in vista dei meriti della vostra Serva fedele, e per sua intercessione, concedeteci le grazie che con fiducia vi chiediamo, affinché ad esempio e conforto nostro, si manifestino le eroiche virtù da lei praticate, onde poter venerarla un giorno nella gloria degli altari. Amen.

+ Gilla Vincenzo Gremigni Arcivescovo - Vescovo di Novara

Presentazione

La pubblicazione del Diario di Madre M. Pierina De Micheli vuole rispondere alla crescente richiesta di quanti la ricordano con amore e la venerano con corrisposta fiducia. L'aver dato per titolo alla presente edizione «pro manuscripto» le parole dal Diario, non significa che le pagine che seguono siano una antologia. Del Diario di Madre Pierina ci sono rimasti soltanto i quaderni che abbracciano il periodo 1940-1945, avendo la stessa Madre Pierina distrutto i quaderni precedenti. Ecco perché abbiamo scritto dal Diario. Quanto di esso ci è pervenuto viene qui pubblicato integralmente. È conservato in originale autografo, tracciato con grafia nitida e accurata. Si è evitato ogni taglio e qualsiasi libertà redazionale, poiché sembra di gran lunga preferibile rispettare il diritto del lettore di accostarsi agli scritti autentici di Madre Pierina anche quando possano richiedere qualche perizia interpretativa, anziché mediare la comprensione del testo con arbitrarie manipolazioni. Gli estimatori di Madre Pierina avranno la possibilità, attraverso le pagine del suo Diario, di accostarsi in maniera suggestiva e toccante al Mistero della sua nobilissima esperienza spirituale. La santità è sempre mistero, risultando dall'incessante intreccio della chiamata divina e della risposta umana. Le vestigia umane e visibili di questo mistero, tuttavia, hanno prerogative irripetibili nelle singole esperienze religiose. Chi è abituato alla figura seria e quasi ieratica di Madre Pierina, scoprirà nel suo Diario la storia di un'anima che ha conosciuto come poche la sofferenza interiore, le prove sfibranti di quello che, un tempo, veniva chiamato il combattimento spirituale. Non va tuttavia dimenticato che il Diario, che qui si pubblica, fu scritto quarant'anni fa. Quasi mezzo secolo, nel nostro tempo, è distanza molto ragguardevole. Di questo deve tener conto il lettore, imbattendosi talora in espressioni stereotipe o in annotazioni immediate che risentono della temperie culturale e religiosa del tempo in cui visse Madre Pierina. Si accorgerà che nelle stesse pagine di questo Diario si incontrano tratti, parole, espressioni capaci di filtrare e spiegare elementi a prima lettura oscuri. E sarà bene - e in questo aiutano le date - non dimenticare il contesto drammatico degli anni di questo Diario. Non vi mancano espliciti riferimenti da parte di Madre Pierina; si tenga tuttavia presente che l'intera parabola del Diario si iscrive negli anni angoscianti del secondo conflitto mondiale. La Volontà di Dio ha permesso che la vicenda terrena di Madre Pierina si concludesse quasi contestualmente alla fine della guerra. Sembra potersi scoprire un disegno in questa singolare coerenza tra la missione di Madre Pierina e la sua fine prematura. Per tale motivo ci è parso utile aggiungere in appendice a questo Diario due sublimi preghiere tracciate da Madre Pierina, facendole seguire dal commento di un suo biografo. Sia infine consentito aggiungere che le figlie e le consorelle di Madre Pierina, nel curare l'edizione di questo Diario, provano non soltanto la gioia di un adempimento doveroso, ma anche quella di contribuire a tener viva tra loro ed a partecipare agli altri una esperienza religiosa esemplare e sommamente confortante.

SCHEDA BIOGRAFICA DI MADRE M. PIERINA DE MICHELI

1890 L'11 settembre nasce a Milano da Cesare De Micheli e Luigia Radice, uniti in matrimonio il 9 dicembre 1873, nella Parrocchia di S. Pietro in Sala (Milano). Lo stesso giorno è battezzata con i nomi di Giuseppina, Franceschina, Giovanna e Maria. Le sono padrini Angelo Candiani e Giovannina De Micheli in Candiani.

1892 Il 1° aprile, all'età di 46 anni, muore il padre.

1898 Il 3 maggio riceve la prima Comunione.

Il 26 giugno riceve la Cresima dal vescovo ausiliare di Milano Mons. Angelo Maria Mantegazza.

1899 Il 27 maggio è ordinato sacerdote il fratello Riccardo.

1900 La sorella Angelina entra il 2 ottobre nel monastero delle Sacramentine di Via Carducci (Milano), dove prenderà il nome di Suor Luigia.

1908 La sorella Maria si fa religiosa presso le Orsoline di San Carlo, in Milano, dove prenderà il nome di Suor Teofila.

1909 Il 1° ottobre, durante la cerimonia della vestizione della sorella Maria (Suor Teofila), si sente anche lei chiamata alla vita religiosa.

1913 Il 15 ottobre entra tra le Suore Figlie dell'Immacolata Concezione, a Milano, Via Elba, accolta da Madre Eufrasia Jaconis.

1915 Il 23 maggio pronuncia la prima professione religiosa.

1916 Il 2 agosto muore, in Argentina, Madre Eufrasia Jaconis, Fondatrice delle Suore «Figlie dell'Immacolata Concezione di Buenos Aires».

1919 Il 21 maggio, insieme ad altre Suore, Suor Pierina parte per l'Argentina.

1921 Emette i voti perpetui (11 luglio) nella Casa Madre di Buenos Aires. È presente la Superiora della casa di Milano, Madre Estanislada Tognoni, che si trova in Argentina.

1921 Il 5 novembre rientra in Italia insieme alla stessa Madre Estanislada.

1923 Il 21 settembre le muore la mamma.

1928 Il 12 aprile Suor Pierina viene eletta superiora della casa di Milano. Nel Capitolo generale dello stesso anno, Madre Estanislada viene eletta superiora generale della Congregazione.

1929 Il 27 settembre muore Madre Estanislada Tognoni. Madre Pierina viene confermata superiora della casa di Milano e Delegata della Madre generale per gli affari all'estero.

1936 È confermata per un altro triennio, superiora della casa di Milano.

1939 In settembre viene eletta superiora della nuova casa di Roma, Istituto Spirito Santo (Via Asinio Pollione 5, Aventino).

1940 Il 6 gennaio riceve dalla Superiora generale Madre Filomena Bragonzi la nomina a Superiora regionale.

Il 9 agosto ottiene dalla Curia di Milano il permesso di far coniare l'effige del Volto Santo di Gesù da una parte della medaglia e dall'altra, l'Ostia.

1945 Il 7 giugno parte da Roma su un autocarro di fortuna e giunge a Milano.

I primi di luglio è a Centonara d'Artò (Novara).

Muore il 26 luglio nella Casa del Volto Santo a Centonara.

Il 29 luglio hanno luogo i funerali. La salma è deposta nel loculo n. 14 dei Cimitero d'Artò (Centonara).

1957 Esce il volume «Missionaria del Volto Santo», scritto da Suor M. Ildefonsa Rigamenti, F.I.C.

1958 la casa generalizia passa da Buenos Aires a Roma.

1962 Si apre il Processo ordinario informativo presso la Curia vescovile di Novara, nella cui Diocesi si trova Centonara d'Artò. Dal 12 febbraio 1962 al 12 dicembre 1968 sono raccolte le deposizioni giurate di 24 testimoni.

È Postulatore della Causa il Padre Lorenzo Ceresoli S.C.J.

1965 Il Processo ordinario rogatoriale, istruito al Vicariato di Roma, dal 2 maggio 1965 al 17 febbraio 1968, nel quale sono interrogati 22 testimoni.

Si sono tenuti anche i due Processi ordinari sulla raccolta e consegna degli scritti della Serva di Dio, e sul non culto pubblico.

1969 Il transunto degli Atti dei Processi, chiuso e sigillato, è consegnato alla Sacra Congregazione per le Cause dei Santi - Roma - il 26 maggio e, il 30 seguente, si ottengono i Decreti d'apertura, per poter ritrarne la copia pubblica. che serve al Postulatore e all'Avvocato per lo studio del contenuto.

1970 Il 27 aprile ha luogo l'esumazione, la traslazione e la inumazione dei resti mortali della Serva di Dio dal cimitero di Artò alla chiesa parrocchiale del medesimo centro.

Il 2 maggio ha luogo il solenne trasporto delle spoglie di Madre Pierina dalla Chiesa parrocchiale di Artò alla cripta sottostante la Cappella della Casa dei Volto Santo in Centonara.

1973 Esaminati dai Teologi censori tutti gli scritti della Serva di Dio, sono dichiarati esenti da eventuali errori e, il 23 novembre si ottiene il relativo Decreto.

1974 Contemporaneamente Em.mi Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e illustri Personalità laiche hanno supplicato il Santo Padre con preziosi e importanti apprezzamenti, in 33 lettere postulatorie, pregandolo di degnarsi benevolmente di procedere alla introduzione della Causa di Beatificazione della Serva di Dio.

1976 Esce una nuova biografia della Serva di Dio, «Tramonto a mezzogiorno» di Vincenzo Benassi.

1977 È stampata la Posizione della Causa in un volume di 301 pagine, che comprende: - L'informazione, o sintesi della vita della Serva di Dio, è l'accurato studio dell'Avvocato sulla sua fama di santità e sulle virtù da Lei esercitate; l'elenco dei testimoni e tutte le singole loro deposizioni giurate innanzi ai Giudici del Tribunale; le lettere postulatorie; il giudizio dei Teologi censori sui suoi scritti e il relativo Decreto. Il volume è ricco di informazioni atte a ben conoscere tutta la virtuosa ed edificante vita della Serva di Dio.

In novembre viene consegnata la Posizione della Causa al Promotore Generale della Fede.

1981 Il 20 aprile il Promotore Generale della Fede, Padre Gaetano Stano o.f.m.conv., pubblica il suo ‘votum’ in merito alla auspicata introduzione della Causa della Serva di Dio.

Con tale documento, la Posizione può dirsi praticamente pronta per la formale discussione sulla stessa Introduzione della Causa della Serva di Dio.

1983 Il primo postulatore della CAUSA P. Lorenzo CERESOLI S.C.I. - alla sua morte viene sostituito dal Padre Germano CERAFOGLI O.F.M.

1983 «VOTUM» di Padre Antonio BLASUCCI O.F.

1990 CENTENARIO della nascita della Serva di Dio Madre Maria Pierina.

1993 La Prima «POSITIO».

1994 31/10 - Muore il Rev.do Padre Germano CERAFOGLI Postulatore della CAUSA.

Viene sostituito dall'Avv.to Andrea AMBROSI

1995 «VOTUM» di Padre Moreno FIORI O.P. 1998 Seconda «POSITIO».

1999 Esce l'opuscolo «La Serva di Dio Madre Pierina De Micheli e il sacerdote, Vicarius Amoris» di Padre Arnaldo PEDRINI SDB. 2000 11/7 - A Novara muore Mons. Carlo BRUGO - il sacerdote che insieme a Sua Ecc.za Mons. GILLA Vincenzo GREMIGNI ha iniziato la CAUSA di BEATIFICAZIONE della Serva di Dio Madre Pierina.

ANNO 1940

Ave Maria

Tutto per piacere a Gesù, glorificare Dio, salvare anime!

Settembre

11 - Il nemico gettò più volte a terra le immagini del S. Volto.

19 - Mi schiacciò al muro e voleva promessa di non più comunicare col Rev. Padre... Mi tormentò molto in Cappella. Gesù tutto quello che vuoi! ...

22 - Giunse il conio della medaglia del S. Volto, la gettò da tutte le parti e mi suggestionò tanto, che credetti di perdere la ragione.

Ottobre

1 - Voleva sputassi sopra l'immagine del S. Volto. La baciai facendo ripetuti atti di amore e ne ebbi un forte schiaffo.

6 - Mi si presentò come angelo di luce, inducendomi a cessare la preghiera e riposarmi, accortami dell'inganno al nome di Maria sparì.

12 e 13 - Sono stata a Lucca, la città del Volto Santo! Veramente si prova un benessere soprannaturale, si sente sensibilmente la presenza di Gesù! Mi sento come schiacciata da tante grazie! Le parole di Gesù: - Non ho bisogno d'intermediari per mostrarmi alle anime a me dilette - mi hanno rapita nella dolce contemplazione del Suo Volto Divino, che passò? ... Grazie Gesù... Dammi la Tua croce, le Tue pene... dammi anime d'offrirTi, tante anime, tutte le anime! ... che Suor Pierina sia immolata nel silenzio e nel nascondimento. Ho sentito con certezza che la medaglia farà un gran bene, che il nemico ruggirà ancora molto, ma sarò sostenuta dalla grazia e dalla ubbidienza. Veramente dopo questo, non avevo più interesse a far scoprire il S. Volto, ma lo feci per la mia compagna Suor M. Paola, e a porte chiuse si ottenne di vederlo. Il nemico in questa chiesa di San Martino, mi gettò a terra con rabbia.

15 - Oggi 27 anni sono entrata in Religione! quante grazie! ... quante lotte!... quante miserie! quante! quante!... Anima mia, confidenza, abbandono, umiltà... non più vita personale, ma vivere unicamente per la gloria di Dio. Tutto posso in Gesù, niente posso senza di Lui; sono un guastamestieri. Adorazione continua di Dio, uniformità ai Suoi Voleri.

Novembre

19 - Ho una volontà debole oggi, il nemico rugge; Maria, aiutami Sono entrata in S. Ignazio per confessarmi, m'inginocchiai, vedendo entrare un Padre in confessionale... era il nemico... col segno della croce sparì.

27 - Quanto è buono Gesù coi miserabili! Ieri ho sentito un impulso straordinario a mandare le Suore alla Chiesa dei Padri, per onorare S. Silvestro, Santo a me sconosciuto, e con un po' di sacrificio sono riuscita a mandarle tutte. Sentendo poi raccontare il sermone udito e vedendo nella preghiera dell'immagine, come fosse devoto dei SS. Sacramento e della Madonna, mi sentii spinta a raccomandarmi a Lui con confidenza. Mi trovavo a colloquio con Lui, raccomandando i miei bisogni, quando me lo trovai davanti e poggiandomi la mano sul capo mi disse: - Sta tranquilla, non temere il nemico. Tenterà tutti i mezzi per chiuderti il cuore, ma io ti assisterò. - Tu sii sempre candida col Padre e ubbidiente se vuoi riportare vittoria. - Poi guardandomi con un sorriso, che mai dimenticherò e benedicendomi soggiunse: - Vedi questa veste splendente? È la veste di quelli che operano puramente per la gloria di Dio. - Sii sempre fedele al tuo voto e sarà anche la tua. - Disparve lasciandomi in cuore il paradiso. Oh, Gesù, così ripaghi tante infedeltà e miserie! ... Nonostante tutto, voglio essere una lode della maggior gloria di Dio! Che giunga al Creatore fra il rumore della tempesta, della lotta, o fra le inebrianti delizie dello spirito, poco importa. Quello che importa è che sia la lode della volontà divina. Umiltà e abbiezione assoluta. Maria!

Dicembre

1 - Oggi Gesù mi ha dato una grande consolazione! L'Immacolata in questa Sua novena, mi procurò la forza di lottare contro il nemico che non mi dà tregua! Gesù esposto, che gioia! Quante grazie! Ed io che farò?

Azioni non parole - Propositi: approfittare di tutte le tentazioni, di tutte le prove, per mostrare a Gesù che l'amo... per la gloria di Dio, per la salvezza delle anime.

Carità soprannaturale con le mie Suore. Attingerla dal Cuore di Dio e darla senza misura. Combattere - usque ad mortem. -

6 - Non ne posso più! Maria aiutami! Non ho che afferrarmi alla speranza ed abbandonarmi in Dio! Che non ti offenda o Gesù! Il nemico mi fa proposte spaventose, mi suggestiona terribilmente! Coraggio anima mia, abbandono, abbandono! Gesù, Gesù, Gesù!

7 - Questa notte il nemico mi tentò un altro tiro fra i molti di questi giorni... Quanta lotta, Maria, non ne posso più! Oh, Gesù, tutto quello che Tu vuoi, ma aiuta la mia debolezza!

10 - Ho bisogno, estremo bisogno di ricorrere al medico dell'anima mia... Ho il cuore stretto, duro, ribelle... Non ne posso più... anche il fisico pare ceda alla violenza del nemico... Maria, non lasciarmi sola!

14 - Quanta bontà mi à usata Gesù coi mandarmi il Padre, che dopo avermi ridata la pace, mi cibò della S. Eucaristia! Ho compreso come Gesù mi vuole completamente abbandonata in Lui per mezzo dell'ubbidienza. Costi quello che costi devo ubbidire. Occhi chiusi per nulla vedere, capire. Umiltà e confidenza - solo così potrò essere forte contro il nemico... Nell'esterno - vigilanza, perché sia sempre padrona di me stessa, reprimere anche il più piccolo moto d'impazienza. Mi costerà assai, ma Gesù lo vuole, mi aiuterà. - Fino al presente ho pensato che, questi difetti esterni mi servivano per umiliarmi davanti alla Comunità e ne godeva... ora Gesù vuole diversamente. - A Lui mi affido.

18 - Ho lottato assai in questi giorni, mi sono attaccata all'ubbidienza e Gesù ha vinto in me... Cerco di stare calma... mi pare di cadere in un precipizio... a me la sofferenza, alle anime luce e perdono. Voglio chiedere ogni giorno alla Madonna la grazia di vivere in un abbandono gioioso, per compiere perfettamente la SS. Volontà di Dio.

20 - Il Padre non c'è ... ci sei Tu, Gesù, c'è la mia Mamma Immacolata che metteranno in fuga il nemico... abbandono assoluto in Dio, anima mia... ricorda le parole dell'ubbidienza... tutto per le anime. Asciugare le lagrime di Gesù con la lotta e la sofferenza!

23 - La confessione mi ha dato la pace... quanto è buono Gesù, con me, tanto ribelle! Ora anima mia sappi conservarla, ubbidendo. O Gesù sono Tua, perché devo temere? Mamma mia Immacolata aiutami! Dilexit et tradidit semetipsum pro me, et ego dilígam Te, et tradam me ípsum pro Te.

Santa Notte - dopo la Santa Comunione Gesù si è impossessato di tutta me stessa. Che passò... non lo so dire... fu la festa dell'Amore! Mi mostrò il mio cuore nel Suo e mi disse: VEDI COME TI AMO. DAL GIORNO DELLA TUA la COMUNIONE TI HO SEMPRE TENUTA COSÌ VICINA... poi mi parlò di altri cuori a lui consacrati, e soggiunse - TU Mi SARAI FEDELE, MI CONSOLERAI? e dicendoGli io, un po' turbata, se mai dubitasse della mia fedeltà, rispose - NON TURBARTI, PIÙ TARDI, SAPRAI PERCHÉ VOGLIO DA TE RIPETUTE CONFERME DI FEDELTA’. Quando mi riebbi, una pace profonda invadeva l'animo mio, e mi parve strano, il ritrovarmi ancora su questa terra. O Gesù, così ripaghi le mie infedeltà? Spogliami di tutto e di me stessa, perché Tu solo e pienamente abbia a regnare in me.

Niente per me, tutto per la gloria di Dio. Fedeltà alla grazia, stima della grazia. Da mihi hanc aquam.

27 - Quanto amor proprio!... hai ragione di umiliarti anima mia! non ho avuto il coraggio di troncare un discorso, in cui il mio io era accarezzato, perché le Suore non se ne avvedessero... dopo tante grazie! Perdono Gesù! Mi studierò di stritolare questo amore smodato di me stessa, umiliandomi in tutte le occasioni che Gesù mi presenta.

29 - Giorno di ritiro - Gran pace. Durante la meditazione: Gesù tutto cuore, Gesù tutto amore - grandi slanci, grandi desideri di amare Gesù come non è stato amato. Attenta, anima mia, ... Amore reale, fatto di rinunce di sacrificio, di lotte, di patire... Per Te, o Gesù tutto, tutto. Davanti a Gesù esposto ho goduto una profonda intimità, coi mio Diletto. Gesù mi ha partecipato le sue pene, i suoi desideri... mi vuole con Lui nel Getzemani, mi domanda se accetto... mi prevede grandi sofferenze... O Gesù caro, che Ti posso io dare se non un cuore desideroso d'amarti, e una volontà risoluta, a voler tutto quello che Tu vuoi? Conosco la mia miseria, la mia superbia, lo spirito d'indipendenza che mi domina, lascia dunque che Ti dica - Sì Gesù, accetto tutto, ma sempre, se il Padre lo permette. Gesù è stato più contento di questa mia sottomissione, che dell'accettazione di ogni sofferenza. Caro Gesù, Tu sai quanto la mia volontà ha guastato i tuoi doni. Io sono il niente - Gesù è il tutto.

Ave Maria!

A.M.D.G.

ANNO DEL SIGNORE

1941

Gennaio

1 - Cuore grande, generoso. Non negare nulla a Gesù. Mai: Costi quello che costi. Che il S. Volto sia onorato, che le anime si salvino!

4 - Nottata tremenda. Ho creduto di perdere la ragione. Il nemico non mi dava tregua. Solo l'ubbidienza mi ha dato forza di far la S. Comunione.

Ho provato forte ribellione, e spinta a non manifestarmi, ma la mia Mamma Immacolata non ha permesso alla sua figlia di cedere... Ubbidienza sia la mia arma di difesa - luce nelle tenebre. Gesù, Gesù!

5 - Questa notte fui presa da tanta paura da sentirmi mancare, e non ebbi il coraggio di superarmi. Il nemico si presentò, come fosse S. Silvestro, insinuandomi, come, essendo niente peccato, e sapendo ormai come regolarmi, non dovessi più disturbare un Padre che è tanto occupato. Contrariamente a quanto provo quando parlo coi santi, mi sentii turbata... Invocai Maria, e vidi un braccio che lo mise in fuga, e S. Silvestro si avvicinò dicendomi: fatti coraggio, io ti assisto. Non temere di disturbare il Padre, apriti completamente, è il demonio che vorrebbe allontanarti. Mi benedisse, e soggiunse: avrai molto ancora da lottare, avrai momenti terribili. Niente paura, niente paura. Fidati dell'ubbidienza. Disparve, lasciandomi in cuore tanta pace e tanta forza.

6 - Ho una tristezza che mi schiaccia... un'amarezza in cuore... O Gesù, uniscila alla tua amarezza del Getzemani, perché sia utile alle anime... non Ti voglio offendere...

7 - Gesù non ne posso proprio più! non mi senti! Maria, mia cara Mamma aiutami! ... mi pare di perdere la testa... procuro di star calma, di ubbidire, ma... il nemico mi tortura... Alleluia, alleluia! Vincenti dabo manna absconditum.

9 - Gesù per mezzo dell'ubbidienza vuole che annoti alcuni dettagli trascurati nella nota del giorno 6 e 7. La notte dei 6, il nemico mi sbatté più volte al muro, e mi fece battere tanto forte il cranio, che ancora risento forte dolore. Stetti qualche momento come priva di sensi. Nella notte dei 7 ebbi un forte vomito di sangue, credetti di cedere, tanto mi sentivo sfinita in tutti i sensi.

10 - Questa mattina, non ho potuto ricevere Gesù perché all'avvicinarsi il momento della S. Comunione mi affluiva il sangue alla bocca... Che pena! Gesù, che fai, non sai che io non posso stare così... Batti pure Gesù, ma prima vieni nel mio cuore... con Te le battute sono diverse...

14 - Non ne posso più... anche il fisico par voglia cedere... il nemico non potendo farmi lasciare la Comunione, non mi lasciò fare il ringraziamento... e le Suore furono disturbate. Maria, aiutami!

Febbraio

4 - Questa mattina quando Gesù fu nel mio cuore mi parve di vedere come una estesa pianura e in essa una moltitudine di Sacerdoti, divisi in tre parti distinte. - Una di queste parti, mandava una luce vivissima che illuminava a grande distanza. - L'altra, la più numerosa; spargeva intorno a sé un bagliore fosco; la terza era in tenebre. - Gesù era presente. Rivolto alla parte illuminata: - Questi, disse, SONO I SACERDOTI SECONDO IL MIO CUORE. - Di fronte al secondo gruppo cambiò aspetto e: QUESTI, disse, NON SONO IN MIA DISGRAZIA, MA PER AMORE AL PIACERE, ALL'ONORE, AL DENARO, Al COMODI, NON CORRISPONDONO ALLA SANTITÀ DELLA LORO VOCAZIONE, e due grosse lacrime gli solcarono il Volto, dal quale traspariva grande tristezza. - QUELLI AVVOLTI NELLE TENEBRE SONO I SACERDOTI CHE CELEBRANO SACRILEGAMENTE, e scoppiò in pianto. - Io sentivo nell'animo il dolore e la tristezza di Gesù in modo sì intenso che anche il fisico ne risentiva. O Gesù, che vuoi che faccia per consolarti, parla, non lasciarmi così, io non Ti voglio vedere in tanta pena...

PREGA, SOFFRI, IMMOLATI, sentii rispondermi.

«Contentar Dio eroicamente, perfettamente, seraficamente. Vivere senza contentar Dio, è vivere senza significato. O Cuore del mio Dio, o contentarti o morire, o morire per contentarti» (Dalla biografia del Padre C. Bulla).

7 - Primo venerdì del mese: «Sitio!»... sì Gesù, comprendo la Tua sete, ed è il mio tormento... Ho sete di Te, Gesù caro, ho sete di dissetarti, mi sento schiacciata da tante grazie, da tante finezze d'amore!... come poco ho corrisposto... O Gesù, prendimi tutta, fa di me quello che vuoi... che la luce dei Tuo Santo Volto illumini le anime, e poi io resto volentieri nel buio profondo... accetto ogni genere di patimenti, mi abbandono ad occhi chiusi alla Tua Volontà. L'Ubbidienza vuole che noti quanto passò il giorno due, Festa della Purificazione. Mentre la Comunità, in ritiro, era in Cappella, per l'istruzione dei Rev.do Padre, il nemico, trovandomi a letto, si presentò in camera in forma orribile, mi mise tutto sossopra, gettò a terra tutte le immagini del S. Volto, e lanciava in camera uno sgabello producendo forti colpi che furono uditi in Cappella, - S. Silvestro mi affido a Te!

8 - No, Gesù, non voglio cedere all'abbattimento, ma ho paura, tanta paura!... Il nemico mi suggestiona terribilmente.. è forse tutto perduto per me? Mi salverò? Mi tenne come soffocata e voleva giurassi di non dire più nulla al Padre... Questo è nulla, ma mi sento in una disposizione d'animo alla ribellione, a chiudermi, a diffidare... Gesù, non Ti voglio offendere... Aiutami! Mio Dio, credo che mi ami... mi abbandono a Te...

Ieri sera ho telefonato a... e rimasi tanto male sentendomi rispondere a quel modo.

9 - Ho passato una notte tremenda. Il nemico mi portava alla disperazione... Grazie alla bontà di Gesù questa mattina venne il Padre e seppi che non ebbe nessuna telefonata, e non rispose... mi portò la calma e la pace. - Docilità assoluta, ubbidienza cieca.

11 - Io sono l'Immacolata Concezione, - Sì, mamma mia cara, io sono Tua figlia, debole, meschina, peccatrice... vedi come mi trovo... il nemico non mi dà pace... scaccialo anche oggi per me.. Ho bisogno di pace ma no, ho bisogno di fare la volontà di Dio, Perdono... Nascondermi nel Cuore della Madonna... fidarmi di Lei... specie quando la fiducia vien meno.

13 - Ho trascorso una notte terribile... il nemico mi portò alla disperazione, credetti di perdere la ragione... S. Silvestro venne in mio aiuto, mi liberò... ma per tutta la notte tentò assalirmi, ma non poté... O Gesù che non ti offenda... poi tutto quello che Tu vuoi! Abbandono, confidenza, gratitudine al mio caro Santo.

15 - Il Signore può imporre sacrifici più penosi della morte ma se confidiamo in Lui, avremo forza e coraggio di compiere la Sua Volontà. Non so cosa vuole il Signore da me, ma sento che prepara l'animo mio a grandi sofferenze.

16 - Novena del Volto Santo: Voglio darti tutto o Gesù, voglio usarti tutte le finezze di un amore pratico, industrioso, a fare bene, indefessamente, anche le piccole cose... Voglio darti anime, tante anime, tutte le anime... per il resto come vuole l'ubbidienza, anche la mortificazione di non mortificarmi, in tutto quanto vorrei... L'ubbidienza vale mille doppi, ogni sacrificio... nessun ragionamento... Come è stato delicato con me Gesù questa mattina... La S. Messa, la Meditazione... Grazie Gesù, grazie.

Questa notte ho ripreso la mia adorazione. Sentivo tanto questa privazione, tanto... Come è stato buono Gesù con me. Entrata in Cappella mi sì presentò col Volto insanguinato e pieno di tenerezza mi disse: -

TI HO ASPETTATO TANTO e dicendo io - Ma Gesù, sapevi ch'io dovevo obbedire, mi rispose: HAI FATTO BENE, SONO CONTENTO, MA NON PUOI PROIBIRMI DI DESIDERARTI.

Ma perché quando io Ti desidero, non Ti fai sentire? e Gesù PERCHÉ QUANDO MI DESIDERI MI AMI DI PIÙ DI QUANDO MI SENTI... - e mi sentii perduta in Lui.

Anima mia, quando la tempesta si scatena e tutto pare naufragare, il Tuo amore si fa più forte e più puro se sarai fedele a cercare il Tuo Gesù.

19 - Gli attacchi del nemico furono forti e insistenti, ma mi sono nascosta nel cuore di Maria e non ebbi paura... al mattino raddoppiò gli sforzi perché lasciassi la Comunione, ma Gesù ha vinto in me. Grazie. Per salvare anche un'anima sola, devi essere disposta a tutto... è sangue di Gesù... neppure una goccia si deve perdere per colpa tua... attenta! ...

20 - Questa notte fu terribile... fui presa da tanta paura che non avevo coraggio di scendere in Cappella... Resistetti le tre ore con grande violenza... Nell'uscire udii internamente queste parole: Le anime costano sangue. - Sì, o Gesù, te lo do tutto, tutto... aiuta la mia debolezza e miseria... Maria! S. Silvestro!... S. Stanislao!

21 - Gesù mi ha chiesto se volevo partecipare all'abbandono che provò sulla Croce... Risposi: Gesù, voglio quello che Tu vuoi. Non scelgo nulla. Gesù si degnò accordarmelo... Non avevo certamente mai provato simile abbandono... Se non si è sostenuti dalla grazia, non si potrebbe resistere a tanto.

Oggi avrei voluto passarlo senza prendere cibo, ma non ne avevo il permesso. Dissi a Gesù, perché mi chiedi queste cose che non posso darti?- «PER GODERE DELLA RINUNCIA DELLA TUA VOLONTA È PREMIARE LA TUA OBBEDIENZA» - Caro Gesù, Tu sai quanto la mia volontà ha guastato i tuoi doni!

22 - Mi ha accompagnato in Cappella S. Silvestro. Oggi farò tutto con Lui, Lo sento vicino. Che rabbia, quel brutto ceffo!

25 - Festa del Santo Volto! Le parole non servono a dire la bontà di Gesù... l'impronta del Tuo Santo Volto sul mio cuore! ... che hai fatto Gesù!... e poi quante finezze d'amore in questo giorno! Due Sante Messe, l'adorazione, la parola del Padre! quante grazie! E io che farò? O Gesù, tutto quello che Tu vuoi ... tutto, tutto, ma agisci Tu, perché già sai quanto sono debole ...

Marzo

8 - Da parecchi giorni non scrivo... ho sofferto tanto... ma ho saputo rendere preziosa per le anime la sofferenza? non so: ho offerto, ma... quello scoramento... quella amarezza... quelle ribellioni... Gesù mio, perdono! Quante umiliazioni, quante pene! come è brutto vivere in un mondo ove tutto è inganno e malizia! O Gesù, ho sete di Te, del Tuo amore! dammene una stilla che incendi il mio cuore freddo, duro; ho bisogno di amarti, così soffrirò con gioia e consolerò il Tuo Cuore. Gesù voglio tutto quello che Tu vuoi. Costi quello che costi.

14 - O Gesù come sono debole... quanta amarezza... perché? non è sincero il mio desiderio di soffrire? Il nemico questa notte mi ha turbato tanto; ho peccato? Non so. Il Padre non c'è ... debbo fare la Comunione... l'obbedienza lo vuole. - Vincere il demonio con l'obbedienza - Attenta anima mia.

15 - Non ho fatto la S. Comunione! che pena! ho disubbidito? Non so... non capisco più nulla... il nemico mi soffocò e caddi.

18 - Anche oggi, senza Gesù! ho avuto paura dato le minacce di questa notte e ho preferito lasciare che fare pubblicità... Gesù, non ne posso più! Ho incominciato il ritiro di oggi in lotta... il nemico incalza e sono continuamente tentata a sospenderlo e prendermi un poco di svago!... no Gesù, non voglio cedere... accetta il mio tormento... S. Silvestro scaccia quel brutto mostro... Mi affido a Te: Vincenti dabo manna absconditum

Coraggio e confidenza

Aprile 1941

3 - Oggi sono un po' calma, e ne approfitto per ubbidire e notare qualche cosa dei giorni trascorsi. È ben poca cosa quello che si può scrivere!... Le notti dei 27, 28, 29 marzo furono terribili. Il maligno tentò tutte le forme per condurmi alla disperazione. Mi tenne per più ore come paralizzata, incitandomi a bestemmiare Gesù e il suo S. Volto. Parecchie volte mi minacciò di finirmi se avessi parlato ancora al Padre... minacce e paure per ricevere Gesù... mi vedeva come dannata, preda del nemico, ipocrita tutta la mia vita... nessun aiuto sensibile da parte del Cielo... impossibilità di ricorrere al Gesù della terra... Il giorno trenta si ebbe il ritiro, sfinita in tutti i sensi passai la giornata in una angoscia e in un isolamento terribile... non potevo parlare al Padre, o era il nemico che agiva su di me, e mi teneva legata. Nell'ora di adorazione sentivo come un'impressione d'essere odiata da Gesù, una spinta a lasciare la Cappella per non contaminarla, ma poi quando il Padre, rivolto a Gesù gli parlava per noi, cercai di ripetere le sue parole e provai un poco di sollievo; Gesù mi ottenne la grazia di aprire il mio animo e mi ridiede la calma!

La notte dei 31 fu pure di lotta, ma fortificata dalla parola del Padre, e risoluta ad obbedire seppi conservarmi calma, per pura grazia del Signore.

- Il demonio lo vincerò con l'ubbidienza e l'umiltà

Il primo e il due aprile il nemico aumentò gli attacchi. Credetti di perdere la ragione. Insinuò di togliermi la vita... il solo ricordo mi fa spavento. O Gesù non sia mai che abbia a cedere... Mi trascinò per il corridoio più volte, e mi ossessionava con tal forza, che se non ho fatto uno sproposito lo devo alla bontà di Gesù che sostiene e difende stando nascosto.

Ho telefonato al Padre per avere un aiuto e mi calmai un poco. Il maligno però mi fece un tranello. Mi telefonò come fosse il Padre e tale io lo credetti, dicendomi - ho pensato che è meglio lasci la S. Comunione perché non vorrei che fosse in peccato mortale. Tornai in cappella e passai un'ora di angoscia indescrivibile. Alla Comunione, sento toccarmi la spalla, non faccio caso, un secondo tocco più marcato, mi volto e, S. Silvestro è al mio fianco: su, su andiamo alla Comunione che t'accompagno io - Ricevetti Gesù vicino al mio caro santo, si fece gran luce nell'animo mio, compresi l'arte diabolica, e in una pace profonda Gesù mi disse che era contento di me, e che aveva con le mie sofferenze illuminate tante anime. Il mio caro Santo mi stette vicino più ore. Quanto è buono Gesù con me, che diffido tanto di lui in certi momenti!

Sono ancora in tenebre, provo un'amarezza che non so spiegare, ma sono calma, disposta a seguire Gesù al Calvario, a dare tutto tutto, ma in cambio voglio tante anime! Una sola cosa Ti chiedo o Gesù: che nulla trapeli all'esterno; che possa compiere i miei doveri, a bene delle anime che mi hai affidato e che mi sono tanto care... Se è di Tua volontà che queste lotte acute si sospendono, te lo chiedo per ubbidienza. Io non voglio nulla di mia volontà, ruina di tutto, ma voglio tutto quanto vuole l'ubbidienza, e lo voglio per l'unico fine di piacerti. Primo venerdì del mese - Il maligno mi ha fatto un brutto tiro... al mattino mi impedì la Comunione... Ho provato una pena così profonda, che non posso esprimere... Ma Gesù sempre buono coi miserabili mi consolò con... Grazie, Gesù, grazie.

5 - Questa notte mentre stavo in preghiera, Gesù si mostrò in uno stato impossibile a descrivere e mi disse: SOFFRO, SOFFRO TANTO... e dicendo io perché soffrisse tanto mi rispose: SOFFRO PER TANTE ANIME A ME CONSACRATE CHE Si RIFIUTANO DI SOFFRIRE E NON POSSO FARE DI LORO QUANTO VORREI. ACCETTI TU DI SOFFRIRE IN QUESTI GIORNI CON ME, GRANDI PATIMENTI PERCHÉ IO POSSA DARE TANTA LUCE A QUESTE ANIME SVENTURATE E NON VENGA SCACCIATO... O Gesù, tutto quello che Tu vuoi, risposi, sempre che l'ubbidienza lo permetta. QUANTO MI CONSOLA LA TUA SOTTOMISSIONE, mi disse Gesù con tenerezza infinita; e mi trovai perduta in un oceano di amore. Quando mi riebbi, l'animo mio era in una pace profonda, provai un grande desiderio di dare a Gesù ogni genere di martirio... Mi vedo tanto debole, tanto miserabile, che all'atto pratico tremo... ma Gesù mi conosce, farà Lui tutto!

7 - Ho passato ore opprimenti! sentivo sopra di me il peso dell'ira di Dio... il demonio si scatenò furiosamente e tentò in tutti i modi di turbarmi. So per fede che Gesù mi ama. Basta.

8 - Questa notte, presa da forti dolori di stomaco, e credendo fossero le undici e minuti, stavo per prendere un poco di laudano, quando mi sento fermare il braccio. Era il mio caro S. Silvestro - No, no, figliuola, sono le dodici e cinque, dopo ti accorgi e non fai la Comunione. Ti fa male qui - Mi fece una croce, e il dolore scomparve. Da una decina di giorni non ritenevo cibo, e anche questo disturbo passò. Nell'adorazione Gesù mi disse: - VUOI PARTECIPARE ALLA TRISTEZZA DELLA MIA ANIMA NEL GETSEMANI? - Sì, Gesù, risposi, sempre se sia nell'ubbidienza. Fui all'istante invasa da questa pena, impossibile a descrivere...

9 - Il nemico mi fece passare momenti angosciosi - fece di tutto perché giurassi di non parlare al Padre.

La giornata di oggi la passai nell'impossibilità di agire in tutti i modi. Ribellione, tristezza, durezza... e Gesù nonostante la mia cattiveria, mi usò un atto di delicata carità... il Padre mi aiutò a parlare, a vincere il nemico che mi teneva legata, e mi ritornò la calma.

10 - Questa notte, nuovi assalti, più feroci su lo stesso punto... la parola del Padre mi fece tanto bene... Quando Gesù è sceso nel mio cuore, ho detto - ma Gesù, dove eri questa notte, mentre io lottavo tanto? Gesù con tenerezza mi disse: SUOR PIERINA, IO ERO NEL TUO CUORE, E TU ERI NEL MIO CUORE - Si fece tanta luce nell'animo mio, Gesù mi svelò nuove bellezze su la preziosità della sofferenza, su l'immolazione per la salvezza delle anime... furono brevi momenti, ma quanta forza ricevetti...

Maggio 1941

Ave Maria!

21 - Riprendo a scrivere per ubbidire. Quante lotte in questo tempo! Che Gesù non sia offeso, che le anime si salvino, e poi tutto!... La notte del 6 al 7 fu spaventosa. Il nemico mi batté tanto forte, da non poterne più, mi gettò dal letto, mi soffocava suggerendomi bestemmie...

Fece tanto rumore che qualche suora si accorse della cosa... Fui terribilmente tentata di disperazione... Non è possibile dare un'idea di quanto passò in me... Ma Gesù, venne in aiuto. Al mattino venne il Padre, mi portò la pace e mi diede la S. Comunione!

Il nemico ebbe tanta rabbia e mi giurò si sarebbe vendicato, e mi avrebbe fatto vedere che non aveva paura del Padre. Una sera, credo la sera del 9 al 10 mettendomi in ginocchio vicino al letto per recitare alcune preghiere suggeritemi dal Padre, per ottenere notte tranquilla, fui assalita e buttata a terra, ma ecco S. Silvestro, che scaccia con un gesto il nemico, poi mi dice: Va a letto e riposa, ti curo io; e dicendogli io che dovevo recitare cinque Ave Maria, le recitammo insieme, poi Gli presi la Mano, la baciai tre volte, rinnovando i voti, e avuta la Sua benedizione, disparve, lasciandomi in cuore il Paradiso. Riposai, cosa insolita fino alle cinque senza svegliarmi. Confidenza illimitata. La notte dal 14 al 15, fu un disastro. Fece tanto rumore, che mise sossopra tutta la Comunità. Prima mi tenne come legata nel letto e presentandosi in modo spaventoso, voleva bestemmiassi, mi forzava a giurare di non parlare più al Padre, poi mi incitava a togliermi la vita. Guai se non ci fosse l'aiuto divino, sia pur nascosto!... poi incominciò a far girare il letto in tutti i modi, mise sossopra tutta la camera, rovesciò parecchie scatole di medaglie del Santo Volto e dava dei colpi forti, impressionanti... O Gesù non permettere abbia venir disturbata la Comunità, batti pure, ma che ci sia silenzio intorno a me... Questo brutto ceffo mi disturba anche col telefono, atteggiandosi a Padre... quanto sono miserabile, mio Dio!... come è facile riconoscermi tale! Se non confidassi in Dio e nella Sua Misericordia, guai!

20 -Alleluia! Desolazione, abbandono, isolamento. Mi sento priva di fede, mi pare di cadere in un vuoto spaventoso. Maria aiuta la mia debolezza! Vivere di fede, sentendosi privi... Coraggio anima mia!

21 - Se l'ubbidienza non mi avesse imposto di comunicarmi, anche oggi sarei senza Gesù, ma il nemico l'ho vinto ubbidendo... Quanta forza trova l'anima mia nell'ubbidienza!

Mi pare che Gesù non voglia altro da me, in questi tempi, che l'amorosa sottomissione a Chi tiene il Suo posto. Costi quello che costi, Gesù deve essere contento della Sua Suor Pierina.

22 - Ascensione di N.S. Ho una sofferenza interiore che mi opprime. Non posso esprimere quello che passa in me! Maria aiutami! non permettere abbia a cedere alla sfiducia! Gesù, credo che mi ami, credo!... S. Silvestro prega per me! ...

23 - Anniversario della mia Professione. Senza Gesù! Sono priva di speranza. L'anima mia è così piagata, e l'ira di Dio pare schiacciarmi. Confessarmi? se non torna il Padre, dove andrò? Lasciare Gesù? Chi mi dà forza per lottare? e l'ubbidienza? Ma perché Gesù mi chiede il contrario? Non ne posso più. Ma io non voglio disgustare Gesù... eppure... Oggi ho dato un rimprovero di primo impulso... perdono Gesù. Vigilerò sull'irascibilità che in questi giorni mi opprime. Calma, anima mia!

24 - Sono nel buio completo... ma risoluta ad ubbidire al Padre... è Gesù che parla. Credo tutto e lotto per rinunciare a tutto quanto è contrario all'ubbidienza.

Come mi si presenta triste la vita oggi. Perché? Se cercassi il Signore, mi pare non dovrebbe essere così!

25 - Giorno di ritiro - Ho incominciato il giorno in burrasca... Gesù per mezzo del Padre mi ha ridato la calma e nuova forza per camminare nel Volere di Dio... Sfruttare pienamente tutti i mezzi per mostrare a Gesù il mio amore! Servire il Signore nel dolore, è amore vero, puro... Se in Paradiso si potesse soffrire, ciò sarebbe per non poter più dare questa prova d'amore. In questi ultimi giorni del mese di Maria, chiederò incessantemente la grazia di vivere di fede, di abbandono, di ubbidienza...

30 - Gli assalti del nemico sono violenti... Questa mattina dopo la Comunione ebbi un po' di luce, Gesù mi fece capire che le mie lotte, strappano le anime al demonio... coraggio anima mia... per il trionfo del S. Volto, la gloria di Dio, la salvezza delle anime.

31 - Ultimo giorno del bel mese di Maria! che ho fatto?... La Volontà di Dio!... come sono turbata, non ne posso più. Maria aiutami! S. Silvestro dove sei?

Giugno

1 - Ho passato una notte di tormenti. Le tre ore di adorazione furono una tortura. Se San Silvestro non mi avesse trattenuta, avrei ceduto alla tentazione... Quale cambiamento si operò nell'anima mia stamane alla S. Messa del Padre!...

Si fece tanta luce nell'animo mio, e Gesù mi ha fatto conoscere quanto sia preziosa la croce e la sofferenza... mi sono perduta nel suo cuore...

O Gesù, non venga mai meno in me il coraggio di compiere la Tua Divina Volontà per la maggior Gloria di Dio!

Durante tutto il tempo della S. Messa vidi sempre una bianca colomba volare dolcemente sopra il Padre e l'Altare. Era l'emblema del Divino Spirito, che scendeva con l'abbondanza dei Suoi Doni!

Nel pomeriggio mentre pregavo, fui come assorbita in Dio, e vidi non con gli occhi materiali che neppure sapevo di essere in terra, un gruppo di anime di Religiose e Sacerdoti, e un gruppo di Religiose separate, in gran luce. Gesù mi fece comprendere come le mie lotte e sofferenze avevano illuminate quelle anime. lo domandai perché il gruppo delle Religiose erano separate, e Gesù mi rispose: QUELLE RELIGIOSE MI HANNO FATTO TANTO SOFFRIRE, CON LE LORO RESISTENZE E DISUBBIDIENZE, E LA TUA UBBIDIENZA AL PADRE, MI PROCURAVA TANTA CONSOLAZIONE, E HA OTTENUTO LA LUCE A QUESTE ANIME. Dicendo io, come mai l'avessi tanto consolato, mentre tante volte mi parve di essere ribelle, Gesù mi assicuro che la mia volontà è sempre stata sottomessa. Quanto è buono Gesù, coi deboli e miserabili! ed io che farò? La Volontà di Dio, costi quello che costi - Ubbidienza... usque ad mortem - Per la salvezza delle anime acconsentire a qualunque sacrificio.

2 - Sono passata dalla luce alle tenebre, dal riposo alla lotta. Benone! Alleluia!

Questa notte ho avuto un vomito di sangue spaventoso! Gesù l'ha dato tutto, dunque, che gran cosa è anima mia! Coraggio.

3 - Anche questa notte lotta e vomito di sangue. Gesù son Tua, fa di me quello che vuoi!

Mi pare di non poterne più! ma se io non ne posso più, Gesù può sempre, può tutto, non è lui che deve fare? Coraggio Suor Pierina! Per le anime!

5 - Mio Dio Ti ringrazio!... quanta lotta! - Se il Padre non fosse Gesù non poteva in un momento darmi la calma! quale trasformazione! Sono sfinita sì, ma risoluta a tutto soffrire!... Maria aiutami! San Silvestro vieni in mio soccorso!

La notte fu un tormento. Presa da una sete insopportabile, mi si presentò il nemico con una aranciata, sotto sembianza di Suor Cesarina. Abituata a fare il segno di croce, fu smascherato.

Più tardi mi gettò delle manciate di fango in faccia e in bocca. Ma il tormento interno non c'è parola che valga.. Gesù che non Ti offenda mai mai mai!

6 - Ho ubbidito e sono contenta, perché ho fatto la Volontà di Dio! Poco importa il risultato. Lo abbandono a Gesù, che farà il meglio per la mia e per le anime altrui! Se potessi avere un desiderio, sarebbe che nulla apparisca all'esterno! Gesù son Tua!

10 - Lotta e vomito di sangue.

12 - Sono rimasta tre giorni senza Comunione! Oggi finalmente Gesù è venuto nel mio cuore. Non ne potevo proprio più. Sfinita in tutti i sensi. Mio Dio dammi la forza di fare la Tua Volontà. Ieri sera ho recitato i cinque Gloria al S. Cuore e uno a San Silvestro chiedendo per ubbidienza che mi sanino il polmone e mi concedano un po' di tregua degli assalti dei nemico. Una voce distinta si fece udire «Va a Fabriano, sali a piedi all'Eremo, e alla tomba di S. Silvestro avrai la grazia che cerchi» coi pensiero dissi: come è possibile nel mio stato di debolezza fare questo? E la voce: «Non discutere; abbi fede».

Mio Dio, sia fatta in tutto e sempre la Tua Volontà.

14 - Il nemico mi ha messo tanta ribellione all'ubbidienza... Non voleva farmi continuare la preghiera per ottenere la salute... fui lì per cedere... la Madonna mi aiutò. Per superare la ripugnanza dissi: Il Padre vuole che sani e che il nemico mi lasci un po' in riposo, dunque voglio la grazia. E una voce rispose: Fa quello che ti ho detto e l'avrai. Il nemico fece scompiglio, mi batté forte, e voleva giurassi di non ubbidire altrimenti mi avrebbe finita. Quando mi lasciò ero sfinita, e non potei fare la Santa Comunione... non ne posso più.

15 - Notte penosissima... per Gesù e per le anime! Coraggio. San Silvestro aiutami.

16 - Il timore di aver ingannato il Padre, circa l'accaduto, mi ha tenuto nell'agitazione... la sua parola mi ha ridato la calma.

20 - Festa del Sacro Cuore, giorno di ritiro.

Ho incominciato questo ritiro nella pace, abbandonata al Cuore del mio Diletto con la mia Mamma celeste, sotto la protezione dei mio caro Padre San Silvestro. Quante grazie, mio Dio! Ho il cuore pieno di santa soave consolazione, e la mia miseria mi pare un abisso insondabile, di fronte a tante delicatezze divine!

La meditazione del Padre: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore e specialmente le parole: - nessuna anima adulta che è in Paradiso, si è salvata sola, ciascuna ha avuto bisogno di aiuto di altre anime...

Il vero apostolato è quello delle anime miti ed umili di cuore, hanno penetrato l'animo mio ed ho risolto di modellare il mio povero cuore troppo umano, al modello divino.

Esaminatami, ho trovato: impetuosità di carattere non domate, moti interni di ribellione, di risentimenti nei disgusti, nelle contrarietà, poca materna dolcezza con le Suore, poca pazienza, vivacità nel correggere. Queste le vedo, e quante mi sfuggiranno!...

Niente scoraggiamenti anima mia. Umiltà, confidenza, propositi pratici.

Darmi allo studio particolare di queste virtù.

Esame particolare - non parlare, agire, senza aver messo in calma l'interno con la preghiera.

Esteriore sereno, equilibrato, qualunque sia la mia disposizione interna.

Al suono delle ore dire: Gesù dolce ed umile di cuore, fate il mio cuore simile al Vostro.

Pomeriggio. Nell'ora di preghiera fatta in spirito di ringraziamento, pei benefici concessi a tutte le anime, e a me in particolare, Gesù mi ha portato in solitudine e mi ha fatto gustare il suo amore... Mi disse che la mia fede nell'ubbidienza è stata la sorgente di tutte le grazie... che Gesù aumenti in me e in tutti questa fede, che tanto lo consola!... Voglio salvare le anime, tante anime, tutte le anime, con un

a sola parola, che sarà l'offerta totale di tutta me stessa al Cuore Divino: ubbidienza, volontà propria, giudizio proprio, vedute, discussioni, sotto i piedi.

A.M.D.G

Per la Gloria di Dio, ad onore dei mio caro Padre S. Silvestro, e per ubbidienza, unita a Maria e sotto lo sguardo del S. Volto di Gesù, farò del mio meglio per manifestare la bontà e misericordia di Gesù verso la più miserabile creatura.

Dal Settembre dello scorso anno, la mia salute sempre delicata, andò peggiorando, lasciandomi quasi continuamente, in uno stato di grande sofferenza, è che cercavo dissimulare per non preoccupare le Suore. A Milano, in Gennaio, presi una forte influenza ripartii per Roma ai primi di Febbraio con forte febbre, sentendomi tanto male, che ad un certo punto credetti non poter proseguire il viaggio. Rimasi a letto un po' di giorni, e poi con l'aiuto di Dio, mi feci violenza e procurai stare in piedi, ma da allora andai peggiorando. Solo il pensiero di soffrire per le anime mi dava forza. Dovendo andare a Milano, preferii aspettare per una visita medica, dal Dottore nostro, già conosciuto, il quale mi trovò in condizione disastrose (come Lui disse) un focolaio di recente broncopolmonite aperto, con tutti gli altri disturbi di fegato, cuore, stomaco ect. Ordinò riposo assoluto e cure che permettendolo il Signore, a nulla giovarono. Mi prese una forte ripugnanza ad ogni cibo, e qualunque piccola cosa, mi dava forti dolori di stomaco e tanto malessere da cadere spesso svenuta. Il solo vedere cibo, mi stravolgeva tutta. La debolezza si accentuava e non posso negare, che più volte mi faceva illusione di essere all'ultimo di vita.

L'ubbidienza mi ordinò di ricorrere a un bravo Dottore di Roma, il quale dopo un po' di cure, volle facessi la radioscopia, per attendermi con più sicurezza, avendo sempre temperatura. Si fece e si trovò quello che avrei mai pensato: Una lesione sottoclaveare al polmone destro. Il Dottore consigliava il pneumotorace e poi venne a più miti consigli, con iniezioni di vaccino... che poi incominciai, attendendo altre analisi.

Il dottore dell'anima, certamente ispirato da Dio, mi disse, che per ubbidienza dovevo chiedere la grazia, che il polmone si sanasse e il demonio per un poco desse tregua alle continue lotte, forse causa prima di tutti i mali, dicendomi di recitare ogni sera cinque gloria al Cuore di Gesù e uno a S. Silvestro. Mi costava chiedere la salute, sembrandomi di sfuggire alla sofferenza, e il nemico, perché era proprio lui, mi tentò più volte su questo punto, ma mai con la grazia di Dio, avrei scelto la mia volontà alla ubbidienza... cercavo di impedirmi di recitare le preghiere a questo scopo. La notte dall' 11 al 12 giugno sfinita in tutti i sensi, resistendo al nemico che mi ostacolava di chiedere la grazia, recitai le solite preghiere, chiedendo con maggior forza per vincere la ripugnanza e ubbidire, che si faccia quello che vuole il Padre. Una voce distinta si fece udire: Va a Fabriano sali a piedi all'Eremo, e alla tomba di S. Silvestro avrai la grazia che chiedi. Col pensiero dissi: come è possibile nel mio stato di debolezza fare questo? e la voce: - Non discutere, abbi fede. -

Il giorno 14 nuova forte ribellione a chiedere la salute. Per superarla dissi: - Il Padre vuole che sani, e che il nemico mi dia tregua. dunque voglio la grazia. Una voce rispose: - Fa quello che ti ho detto e la grazia l'avrai -.

Affidai tutto all'ubbidienza, contenta di qualunque decisione. Il nemico mi torturava l'animo, facendomi credere una illusa, che ingannava il Padre, ma palesati i miei timori la pace e la fede tornarono.

La carità e la delicatezza usatami dal Padre in queste circostanze, si può comprendere solamente, se si pensa alla sconfinata bontà del Cuore di Gesù per le anime! Decide si vada all'Eremo, e mi procura la santa gioia di essere da lui accompagnata. Oh! non finirò mai di ringraziare il Signore di tante grazie, di tante finezze! Possa anche io essere tanto generosa con Gesù! tanto delicata!

Il giorno 18 giugno con la corsa delle 11 e 1/4 partii accompagnata da Suor Cesarina, per Fabriano. Con una gran fede nell'ubbidienza che il nemico più volte tentò di indebolire... mostrandomi come uno spauracchio la lunghezza della strada da percorrere a piedi, nelle mie condizioni di salute. Giunta a Fabriano provai una interna commozione, che cercai di reprimere. Il Padre ci attendeva e ci accompagnò a S. Benedetto; nell'attesa fui presa da un malessere generale e da una forte tentazione di scoramento, che superai con la grazia di Dio ripetendo: mi fido dell'ubbidienza. Alle 19 circa si incominciò la salita, il Padre di tanto in tanto ci faceva pregare. Le disposizioni dell'animo mio si cambiarono, una pace profonda mi invase l'anima e veramente in tanta solitudine e bellezza di natura, non ci si sentiva più a contatto con l'umano. Il cammino mi si rendeva sempre più facile e leggero, sentivo che S. Silvestro mi attendeva. In poco più di due ore eccoci all'Eremo. Entriamo in Chiesa, i Padri stavano in preghiera, provai una violenta commozione e un forte bisogno di pianto che repressi. S. Silvestro era là, nella sua tomba marmorea, ma io sentivo che mi accoglieva con amore, direi con impazienza. Non potei pregare con le labbra, ma il mio cuore parlava e presto mi sentii tutta assorbire in Dio, e mi trovai alla presenza di S. Silvestro posto su un trono di gloria, di uno splendore incomparabile. Vicino alla Madonna, i Santi Benedettini e Padri. Stuolo di Angeli facevano corona.

La Madonna si avvicina, mi prende per mano e mi accompagna al trono di S. Silvestro. Questi mi appoggia la mano sul capo e mi dice: DA QUESTO MOMENTO, TI UNISCO ALLA MIA DILETTA CONGREGAZIONE, FARAI PARTE SPIRITUALMENTE IN ESSA E GODRAI DI TUTTI I VANTAGGI SPIRITUALI E DI TUTTO IL BENE CHE SI FA; TU UNIRAI LE TUE FATICHE, LE TUE PENE E TUTTO QUANTO FARAI, A QUELLE DEI MIEI PADRI PERCHÉ IN CIASCUN MEMBRO E IN TUTTA LA CONGREGAZIONE SI CERCHI SEMPRE LA MAGGIOR GLORIA DI DIO.

Detto questo mi benedisse e io rimasi perduta in Dio. Quando mi riebbi, mi ritrovai nella Chiesa. Il Padre ci fece uscire. Dovetti farmi grande violenza per mettermi a contatto con le cose di quaggiù. Per fortuna il Padre mentre si attendeva la cena, fu ispirato a farci uscire fuori, così nella solitudine potei più liberamente dar sfogo al mio cuore che non ne poteva più.

Avrei desiderato passare la notte sola con il mio caro S. Silvestro, ma già fu delicatezza di Gesù, nel concedermi il Padre di ritornare in Chiesa dopo cena. Avevo bisogno di sfogare con Lui il mio cuore, di ringraziarlo, di parlargli, come figlia al Padre teneressimo.

Entrata in dolce colloquio fui trasportata su una strada ardua e pericolosa. Io mi vedevo obbligata a camminare. S. Silvestro, a pochi passi, mi precedeva, e quando la difficoltà del cammino, si faceva più grande, mi smuoveva i sassi, mi appianava la via, e riprendeva nuovo animo nel cammino. A un certo punto mi trovai davanti a un abisso, e fui lì per retrocedere, ma ecco che al di là, mi si mostra una strada molto più facile, dove camminavano senza fatica tante persone, secolari, Sacerdoti, Religiose. Sentii il bisogno di mettermi anch'io su quella strada, ma non ci riuscivo.

S. Silvestro mi disse: Quella strada non è per te; vedi, quelle anime CAMMINANO CON FACILITA’ PERCHÉ TU CAMMINI NELLA FATICA, NELLA LOTTA, NELLA SOFFERENZA, SONO SULLA VIA RETTA, PER I TUOI PATIMENTI. NEI MOMENTI PIÙ PENOSI, RICORDATI DELLA STRADA, E IL PENSIERO DELLA SALVEZZA DELLE ANIME TI DARÀ FORZA. GESÙ VUOL FARE ENTRARE TANTE DI ANIME IN QUELLA STRADA, IL DEMONIO FA OGNI SFORZO PER STRAPPARLE E IMPEDIRE IL BENE. NON TEMERE, IO TI AIUTERÒ SEMPRE. - Quando tutto scomparve una luce vivissima si era fatta nell'animo mio, sentii di essere nella volontà di Dio, e rinnovai la mia totale donazione al Signore, nell'abbandono completo al suo Divino Volere.

Al richiamo del Padre, mentre mi alzavo dalla balaustra, un gelido straordinario mi prese alla parte destra, e come un brusco movimento, mentre un'interna voce mi diceva: STA TRANQUILLA, SEI GUARITA.

Il Padre ci accompagnò alle camerette e ci benedisse. Ci sembrava di essere accompagnate proprio da Gesù. Quelle stanzette, nella Casa di S. Silvestro, mi parvero un pezzetto di Paradiso. Mi sentivo come schiacciata da tante grazie e la mia miseria nella sua evidente realtà, un abisso insondabile.

Mi posi a letto per ubbidire, ma dormire fu impossibile. Parlavo col cuore al mio caro Santo e gustavo delizie di Paradiso. Dirlo non è possibile.

Alle due, mi levai e mi posi in preghiera. Ecco venire a me, il mio caro P. S. Silvestro, con tenerezza infinita; mi prende il capo fra le mani e: MIA FIGLIA DILETTA mi dice: QUELLA VOCE CHE TI DICEVA DI VENIRE ALL'EREMO, ERA LA VOCE DEL TUO ANGELO CUSTODE, MANDATO DA ME. QUANTO HAI CHIESTO TI HO DATO: IL POLMONE È SANATO, E IL DEMONIO PER UN PERIODO DI TEMPO NON AVRÀ PIÙ NESSUN POTERE SUL TUO CORPO. Chiedendo io che intendeva dire: non avrà nessun potere sul tuo corpo, mi spiegò, che non avrebbe più potuto battermi, soffocarmi, infliggermi quei mali fisici per togliermi dalla S. Comunione, e così mi disse: RIPRENDERAI FORZE. ATTENTA PERO’, CHE IL NEMICO NON SI DARÀ PACE E TENDERÀ ALTRE INSIDIE. SII SEMPRE CANDIDA COL PADRE, UBBIDIENTE E UMILE E SARAI VITTORIOSA. D'ORA IN POI RECITERAI L'UFFICIO PROPRIO DEI MIEI FIGLI CON GRANDE FEDELTA’ E ACCURATEZZA. Mi appoggiò al suo cuore; io volevo dire tante cose, ma non potevo parlare, ma S. Silvestro comprendeva tutto e il Paradiso era in me.

Alle 5 il Padre, celebrò la S. Messa all'altare del Santo diletto, e ci diede la S. Comunione. Troppo presto si dovette partire! Mi dovetti violentare per nascondere la mia pena... ma subito mi si parò alla mente, la strada mostratami da S. Silvestro, e al pensiero che le anime si salvano nel patimento e nel sacrificio, ripresi con generosità il cammino disposta a tutta quanta la Volontà di Dio.

Giunta a casa, scossa di tutto quanto era passato, mi buttai sul letto e m'addormentai. Allo svegliarmi - mi parve di essere un'altra. Provai appetito, e postami il termometro, la temperatura era scomparsa. Mi nutrii senza nessun disturbo e la notte dormii tranquillamente.

Un cambio si repentino, non poteva essere altro che segno certo della grazia ricevuta. Oh! come dubitare? Che farò per mostrare al caro santo la mia gratitudine?

Mio caro Padre S. Silvestro, ottieni la grazia di usare di questo dono per pura gloria di Dio e salvezza delle anime. Se ne dovessi abusare, toglimi tutto completamente. Voglio vivere solamente della Volontà di Dio, nell'amore a Gesù e alle anime. Costi quello che costi!

A.M.D.G

23 - Non essendo venuto il Padre, ne provai pena, e poi provai timore di sentire questo dispiacere. Ma ecco S. Silvestro che mi dona la pace, dicendomi: No, figlia, sta tranquilla, tu vuoi bene al Padre, come a me. Quando mi vedi o mi senti, sei contenta, vero? Così, col Padre. Una pace di paradiso si impossessò dell'anima mia.

29 - Quanta bontà mi ha usata Gesù! S. Messa del Padre, con una profonda meditazione sopra le parole: Tu es Petrus. Il bel dono del quadretto del mio caro Padre S. Silvestro mi ha riempito di gioia! sentii che mi confermava quella paternità, che davanti al Suo Santo Corpo mi ha dato... quante finezze! E io che faccio con Gesù? sono sì delicata? Lo voglio, lo devo essere.

Nel pomeriggio, mentre in camera pregavo, il nemico mi prese il prezioso quadretto e lo gettava da ogni parte, burlando il mio carissimo Santo, e il Padre, non riusciva a raccoglierlo e già era buttato altrove. Ma ecco il mio caro Padre S. Silvestro, con un gesto mette in fuga il nemico. Raccoglie il quadretto e me lo consegna dicendomi: Sta tranquilla che non potrà più toccarlo.

Luglio

5 - Ieri sera dalle 10 alle 12 in Cappella fu una tortura. Mi sentivo dannata e in odio a Dio. Quelle due ore, mi parvero un secolo. Per vincere la ripugnanza, mi fermai cinque minuti in più. Bussai la porticina dei Tabernacolo e dissi: Lo so Gesù che sono ingrata, che ho fatto tanto male, ma sono pentita, sarà possibile, che Tu tanto buono coi peccatori abbia ad odiarmi? Sento toccarmi una spalla, mi volto, è il mio caro Padre S. Silvestro: No, figlia, del mio cuore, non ti odia Gesù, ti ama tanto. - Ma, Padre risposi io, io non capisco più nulla, non vedo che perdizione. Dove sarebbe la prova, se vedessi sempre, disse. Anche il Padre mi dice così - sorrise e: Sì figlia, ascolta Padre Ildebrando, come ascolti me, ubbidisci sempre e digli tutto, sai. - Ma perché Padre, mi dice sempre così, forse non sono sincera. - No figlia sta in pace, ma è per metterti in guardia dal nemico che ti insidierà terribilmente per distoglierti. Coraggio, né io, né il Padre ti abbandoneremo. Mi benedisse e mi lasciò in gran pace.

10 - Questa notte Gesù mi disse: - VUOI PARTECIPARE ALL'AGONIA DEL MIO SPIRITO NEL GETSEMANI, PER I PECCATI DEI MIEI PIÙ CARI, E SPECIALMENTE PER I RIFIUTI CHE RICEVO DA TANTE ANIME RELIGIOSE? - Si, o, Gesù, risposi, e all'istante fui oppressa da tante pene, tedio, martirio interno, che solo la grazia dà forza di sopportare. Ma la sofferenza di Gesù non è paragonabile a quanto può sopportare una creatura.

Come farò io, rifiutare a Gesù qualche cosa? come non penserò a consolare il suo Cuore, per le mie e le altrui ingratitudini?

A.M.D.G.

15 - Questa sera la Comunità entrò in Esercizi. Lo Spirito Santo faccia tanta luce nelle anime... Io non posso farli, ma farò tesoro di tutto, per elevarmi sempre più a Lui e vivere nella Divina Volontà.

- Voglio essere Tua o Gesù, Tuo malgrado

- Voglio essere Tua o Gesù, mio malgrado

- Voglio essere Tua o Gesù, malgrado tutte le creature.

S. Margherita Alacoque

Dalla predica di introduzione.

16 - Festa della Madonna del Carmelo.

Oggi il Padre ha insistito molto, sul dono grande e gratuito della Vocazione, sulla bontà di Gesù e smisurato suo amore nel chiamarci, sul dovere di conoscere sempre più Gesù per ricopiarlo. Mi sono sentita tanto commossa, e ricordando la prima chiamata di Gesù il giorno della mia la Comunione, avrei voluto avere mille vite da consacrare a Lui con grande generosità!... invece, quanto sono stata infedele all'amore! ed ora, che faccio? che voglio fare?

La volontà di Dio il più perfettamente possibile. Non negare nulla a Gesù, mai. Costi quello che costi. - La mia giornata, sia un inno di ringraziamento.

Gesù mi ha chiamata alla totalità. Devo dunque vivere in una abituale unione con Lui, in modo che l'azione sia il frutto della contemplazione, di modo che l'azione non mi distolga da Lui, e la contemplazione mi dia nuovo slancio per l'apostolato.

17 - Oggi un mese partivo per l'Eremo! Il solo ricordo mi commuove grandemente! Che poco corrispondo a tante grazie! Caro, Padre, S. Silvestro, non temere, aiutami, e cercherò di rendermi il meno indegna di Te. Il nemico mi disturbò parecchio. Si presentò alla porta come fosse il Padre, ma fu scornato.

Passai la mattinata con una oppressione indescrivibile tentazioni di disperazione, vedevo tutta la mia vita come un inganno, e sfiduciata di tutto non sentivo che una voce: finirla... ripeteva atti di abbandono alla Volontà di Dio che mi sembravano un Controsenso... La parola del Padre mi ritornò la pace. Quanto è buon Gesù con la povera anima mia. Ubbidienza, umiltà.

Dalle meditazioni e istruzioni di oggi ho fatto queste risoluzioni: Crescere nell'amore alle Regole e studiare ogni mezzo per farle sempre più amare dalle Suore. Buon esempio.

Viverle in pieno per quanto è possibile alla mia miseria. - Meditarne ogni giorno un punto.

- A te cosa ti può contare il mondo intero, se perdi una foglia della tua corona?

Quante ne ho perdute io! sforzo continuo per dare a Gesù tutto tutto. - Chi è che tanto ama? quello che tanto conosce. I santi sono calici di conoscenza, che poi si trasformano in calici di amore. Come devo ringraziare il Signore d'avermi chiamata alla vita Religiosa, lontana da tanti pericoli, circondata da tante cure! Peccare nella casa del Signore! ... Eppure sono così debole, così meschina... la morte, ogni tormento, ma mai il peccato.

Lo scandalo è o un fatto o un detto che dà occasione a un'anima di danno spirituale. Scandali involontari dovuti alla nostra debolezza e fragilità - sono fonte di meriti, umiliandosi, riparando. Scandali avvertiti per la nostra condotta, in opposizione alla Regola, ai Voti, alle virtù, e il danno se si produce nelle anime non sempre si arriva a riparare. Quale responsabilità nel mio posto... attenta anima mia! Vigilanza, unione con Dio. O Gesù non permettere che sia di danno alle anime!

Ieri sera il nemico ha fatto un poco di strepito nel corridoio e sghignazzando ripeteva: se ne andrà il monaco falso, e poi avrai a che fare con me. Lasciamolo gridare, senza il permesso di Gesù non potrà nulla... La meditazione della morte mi ha commosso grandemente. Ho sentito un immenso bisogno di vivere sempre più unita a Gesù, di amarlo intensamente perché la mia morte, non sia che un trasporto di amore allo Sposo Gesù.

20 - Oggi alla meditazione del pomeriggio il nemico, passava sotto la sedia e la fece cadere due volte. Ieri sera sbuffava imprecando contro il Padre e S. Silvestro.

- La Confessione è il Sacramento dove Gesù ha manifestato il più grande amore alle sue creature. Mi sono sentita fortemente commossa, e spinta a riparare per tutti gli oltraggi che Gesù riceve in questo Sacramento e per tutte le mie infedeltà, freddezze, ripugnanze. Gesù vivente nel Confessore! se fossi sempre profondamente animata da questa grande verità, con quale amore e unzione mi accosterei a questo Sacramento.

Prima della Confessione considererò la sconfinata bontà di Gesù nell'istituire questo Sacramento e andrò con una gran fede, un grande amore a ricevere da Gesù il perdono. Parlare con Gesù manifestarGli le mie miserie e ascoltare le sue parole di perdono. Quale conforto!

21 - Oggi il nemico si dà premura per turbarmi. Procuro non fargli caso e avanti anima mia! Questo pomeriggio fu terribile! la telefonata di P. Str. (che il Padre dice essere il nemico) e ora me ne sono convinta, mi ha stravolta l'anima e il fisico. Se avessi parlato subito! Gesù perdono.

Questa sera alla manifestazione, cessarono i tormenti, e la pace riempì l'animo mio.

22 - la Superiora deve essere la sentinella della Regola. Voglio essere sentinella di amore.

23 - Ultimo giorno degli Esercizi. Ho passato una notte e una mattinata intraquilla. O Gesù, Tu sai, che non Ti voglio offendere... Tutto quello che Tu vuoi... per la Tua gloria, per le anime. Ora sono più calma; ma vedo tutto nero... grazie Gesù. Ripeterò le parole di S. Margherita:

Sarò Tua Tuo malgrado, o Gesù Sarò Tua mio malgrado, o Gesù Sarò Tua malgrado tutte le creature o Gesù!

Quali i miei propositi? Come mi sento debole impotente a tutto. Aiutami, Mamma mia Immacolata, mio caro Padre S. Silvestro...

1 ° Essere la sentinella di amore della Santa Regola. Vigilanza delicata in tutto. Osservanza esemplare.

2° Attendere con materna bontà, prudenza, e carità le Suore, soprattutto nello spirito. Gesù farà tutto. Carità in grado eroico.

3° Ubbidienza - ubbidienza, ubbidienza tutto e solo per piacere a Gesù, glorificare Dio, salvare le anime, tante anime, tutte le anime. Sancte Pater Silvester, Ora pro nobis.

A.M.D.G

24 - Chiusura degli Esercizi. La notte esposizione del SS. Sacramento! Che grazia! Nelle ore passate davanti a Gesù, fu lotta e tenebre fitte. Al momento di uscire chiesi perdono a Gesù di non aver saputo consolarlo e stare con Lui amando. Gesù mi rispose: SE TU SAPESSI QUANTO AMORE MI HAI DATO IN QUESTA LOTTA, NE MORIRESTI DI GIOIA - soggiungendo io di lasciarmi sempre così, mi disse: TU MI CONSOLI E VUOI CHE IO RINUNCI A CONSOLARTI. Luce e pace si fece nell'anima mia; avrei desiderato rimanere, ma l'ubbidienza soprattutto...

Mattinata di Paradiso. Il nemico, è vero, tentò di fare la sua parte, prima della S. Comunione, ma Gesù entrò portando una pace profonda. La meditazione del Padre, della Resurrezione e delle apparizioni di Gesù mi diede salutari insegnamenti.

S. Giovanni correva più di S. Pietro perché vergine. I puri sono gli intimi di Gesù e il loro passo è più slanciato perché corrono con Lui. Gesù compariva raramente. - Si fermava brevemente - Parlava sempre del Regno di Dio. Così deve essere la mia condotta coi secolari. Ricordi: Attaccarsi sempre più a Gesù - Cercare Lui solo Osservare con amore la S. Regola - Incominciare ogni mattina - Fedeltà ai propositi.

La processione Eucaristica chiuse questi giorni preziosi! Provai sentimenti di gratitudine vivissimi per la bontà che Gesù ci ha usata, col chiamarci a seguirlo, per i doni e grazie elargiteci, che il cuore non ne poteva più! Avrei voluto che tutte le anime godessero di tanto bene!

Invece udii un lamento passando avanti al quadro del Santo Volto... QUANTE ANIME RIGETTANO I MIEI DONI... Che io non sia mai fra queste anime! Quanti aiuti ho avuto dal Padre in questi giorni! Gesù, pensa Tu a rimunerarlo di tutto!

Ora bisogna incominciare con tutta la volontà, a vivere quello che hai promesso. Sancte Pater Silvester - ora pro nobis.

A.M.D.G.

27 - Dalla Meditazione del Padre sul Vangelo. - Fatevi dei tesori pei Tabernacoli Eterni con la moneta dell'iniquità.

Moneta dell'iniquità è tutto quanto vorrebbe spingerci al male: suggestioni, tentazioni dirette di satana, natura, carattere, passioni, creature ect.

Quanta luce e conforto ebbe l'anima mia! Questa moneta è sempre a mia disposizione; voglio farne tesoro per le anime.

Agosto

22 - Da quasi un mese non scrivo. Perché?

Perché, non so ubbidire e ho ceduto alla pigrizia e alla contrarietà. Quanta lotta in questo tempo! Mi pare si avveri quanto mi disse S. Silvestro: Il nemico farà dei tutto per allontanarti... Gesù non lo permettere! Oggi è tristezza e desolazione... tutto per le anime!

Maria aiuta la mia debolezza! Mi sento tanto sola, ma coraggio, anima mia.

Abbandono completo alla SS. Volontà di DIO.

24 - Venne il Padre... e mi tornò la pace e la forza di lottare... Non devo nei dubbi, nelle incertezze, nelle tenebre, voler far luce a me stessa, ma con umile ricorso chiederla a Gesù. Tacere, soffrire, stare calma; se la luce non verrà, attendere con pazienza che certamente mi sarà data da chi tiene il luogo di Gesù.

Come sono stata ingrata, come vile, nel cedere! ... Perdono Gesù! riparerò con intenso amore, con ubbidienza generosa, cieca, pronta. Sancte Pater Silvester, ora pro nobis.

25 - Nuovo assalto del nemico... ho vinto ubbidendo, meglio Gesù ha vinto in me.

Che gioia, mi procurò subito. Apro il giornale del 23 per fare un pacco e trovo la lettera del Padre... fare tesoro di ogni parola.

Dal libro «Cristo ideale del Monaco» Ex fide che cosa significa precisamente? che la fede deve essere la radice di ogni nostro atto, di tutta la nostra vita.

Cum fide hanno la fede, e innegabilmente la praticano, ma se ne ricordano efficacemente soltanto in certe occasioni ad es.: Messa, Ufficio... e finiti questi entrano in una atmosfera tutta naturale... Voglio ex fide vivere.

30 - Incominciai la Novena della Nascita di Maria, mia tenera Madre - Azioni e non parole - Mantenermi calma e fedele in tutto, nonostante tutta l'oscurità e rovesciamento interno la luce della ubbidienza mi basti, non cercarne altre, anima mia - questa è vera luce, benché in apparenza oscura...

Chiederò alla Madonna la grazia di portare amorosamente la croce della volontà di Dio. Mi conforta il pensiero che il nemico non ha altro potere che quello che gli dà il Signore, sopra di me, e il Signore non permette sia combattuta che nella misura corrispondente alla mia debolezza, e alla grazia e forza che viene da Lui.

Settembre

1 - Dal libro: Cristo ideale del Monaco - Et de Dei misericordia numquam disperare.

Non lasciamoci dunque abbattere dalle colpe né scoraggiare dalle tentazioni... fossimo pure cadute in gravi colpe, lo Spirito Santo ci spingerebbe certamente a far penitenza, a immolarci, ad espiare, ma ci esorterebbe anche a sperare a confidare in Dio, così misericordioso... a diffidare, a scoraggiarci, a diffidare, mai...

2 - Maria!... non ne posso più! Alleluia Alleluia! Un pensiero mi dice che... non ho coraggio di scriverlo... Gesù, aiuta la mia debolezza! Come mi sento sola... ma no, credo Gesù che mi ami, credo nonostante tutto... dà luce agli agonizzanti, alle anime fortemente tentate... ma che non Ti offenda...

7 - Santo Ritiro - Siamo le ricercatrici di Dio - Nell'esterno tutto lo dimostra: distacco dai parenti, abito, vita... ma internamente, posso dire di essere sempre una vera: ricercatrice di Dio? - quanta confusione! quanto tempo perduto! che farò per l'avvenire? Lavorare incessantemente a questo scopo nell'umiltà, ubbidienza; rinunzia a tutto quanto può spiacere a Lui, accettazione generosa di ogni Suo Volere... fortificarmi con la preghiera e l'unione amorosa e continua a Gesù... disprezzare il nemico... non cercare la luce in me, ma chiederla umilmente e attenderla con pace...

Dall'istruzione del Padre: affinché attraverso la virtù dell'ubbidienza torni a Colui dal Quale ti sei allontanato per i peccati della disubbidienza: - Ascolta o figliuolo i precetti del Maestro e inchina l'orecchio del tuo cuore alla voce del Padre pietoso -. L'ubbidienza del discepolo deve essere tale che alla voce del Maestro, liberate le mani da qualsiasi cosa, che stava facendo, col pronto piede dell'anima, fa sì che il precetto del Maestro e l'opera eseguita dal discepolo nel medesimo istante si presentino al trono di Dio.

Meditazione del pomeriggio - Cercare il Regno di Dio nel mio cuore tutto il resto mi verrà di soprappiù. Una cosa sola mi deve preoccupare, togliere tutto quanto può dispiacere a Lui... non voler indagare se avanzo o no, se e in quel grado ho acquistato questa o quella virtù... ma cercare sempre a qualunque costo di contentare Gesù. Abbandono, fiducia, docilità. Dare dare senza contare.

Cercare il Regno di Dio nell'apostolato. Lavorare indefessamente per le anime, specie per quelle che... non desiderare la gratitudine, né voler vedere il frutto... tutto per glorificare Dio, per puro amore; silenzio e nascendimento. Dare anime a Gesù! tante anime, tutte le anime!

8 - Maria! Chiusura del S. Ritiro. Ho rinnovato la mia offerta incondizionata a Gesù, con grande slancio del cuore... alla Comunione Gesù mi lasciò riposare sul suo Cuore e... la mia debolezza e miseria è si grande che guai se Gesù non mi sostenesse... sii generosa, anima mia nella desolazione, nella lotta... Ieri sera dopo aver chiesto, come al solito la benedizione a S. Silvestro Gli dissi: sei contento che ho detto l'Ufficio col Padre? - venne a me vicino e con una dolcezza infinita rispose: Sono tanto contento - poi mi benedisse, mi strinse il capo fra le mani e: prepariamoci, c'è tanto da lottare, mi disse.

Rimasi serena, con una pace profonda. Non sarò sola a lottare, nevvero Gesù? Ci sarai Tu, la mia Mamma Immacolata, il mio caro Padre S. Silvestro!... Niente paura.

A.M.D.G.

9 - Ho telefonato al Padre più volte per tranquillità, ma al telefono burla e risa... e non riuscii a parlare.

10 - Riprovai questa mattina, ma uguale. Alla sera parecchie volte trillò il telefono, ma rumori assordanti non mi facevano capire nulla. Pensai fosse la solita storia.

11 - Al mattino, telefonò il Padre. Suor Cesarina poté parlare. Io provai più volte, ma nulla. Ebbi un interno disgusto, che però soffocai e offrii al Signore.

Festa della Vergine Addolorata 15/9/41

Mi trovo in una sofferenza, che non so spiegare, ma sono calma; quanto è stato buono Gesù questa mattina, facendomi trovare il Padre e poter così ricevere la S. Comunione! Che sarebbe stato della povera anima mia, nello stato di lotta e di agitazione in cui si trovava? Ieri sera dopo le ultime preghiere andai in camera per poi ridiscendere per la recita dell'Ufficio. Il nemico si pose alla mia porta, quasi come una brace di fuoco, incutendomi grande spavento e mi disse: per passare devi lasciare il breviario e mi andava minacciando in tanti modi e imprecando contro il Padre e S. Silvestro. Lottai fino alla una di notte, poi stanca, mi buttai sul letto. Mi si presentò il demonio in forma di S. Silvestro (io però lo credetti S. Silvestro) ora dico così, perché il Padre mi scoprì l'inganno. Mi disse di lasciare la recita dell'Ufficio perché aveva ricevuto da Lui favori e non vi aveva corrisposto, ormai era finita per me... e tante cose simili. Da quel momento a quando potei parlare al Padre, furono ore angosciose ed eterne... non potevo calmarmi e pensieri di disperazione mi torturavano... Dopo tanta lotta, perché il demonio mi chiudeva la bocca e aiutata dalla grande carità dei Padre, entrò in me la calma, e ricevetti Gesù, come un lebbroso, gridando a Lui che mi sanasse da tanta miseria, debolezza e chiedendo - forza e generosità per vivere sempre nel Suo Divino Volere. Costi quello che costi, Gesù VOGLIO quello che Tu vuoi! Anime Anime!

19 - Oggi tre mesi ero all'Eremo!... ogni volta che ricordo le brevi ore passate lassù mi sento commuovere! Quante grazie, mio Dio! Ma come ho corrisposto? Perdono Gesù mio!... Ieri sera è venuto il Padre, e mi ha ridata la calma. Ho passato tre giorni amari, d'una amarezza terribile, la notte una continua lotta con il demonio, che m'incuteva terrore; martedì mattina la telefonata, che io credevo del Padre (invece era il nemico) - già so tutto, lasci la Comunione, perché non vorrei esporla a un sacrilegio: passerò io - credetti di perdere la ragione, tanto ero agitata e spinta in certi momenti alla disperazione. Il Padre non veniva, io temendo di disturbare non avevo il coraggio di andare e così passai due giorni senza Comunione. Questa notte sono stata molto calma. Il nemico si presentò burlandomi, perché credo alle parole del Padre, lo disprezzai e mi lasciò imprecando al Padre. Ho ricevuto Gesù finalmente e con Gesù nuova forza! Non sento l'amore, ma so per fede che Gesù mi ama e che io lo voglio amare, se fosse possibile, come non è mai stato amato. Lo amerò nell'accettazione amorosa del suo Divin Volere nella lotta, nella sofferenza, nell'ubbidienza! La luce, l'amore sensibile, la gioia alle anime, alle anime! Coraggio!

Ho recitato Mattutino e Lodi, col Padre; come sono grata al Signore di queste delicatezze! Ci godo tanto, Gesù sa il perché, e mi consola.

25 - Non ne posso più! Gesù aiuta la mia debolezza. Il nemico mi tormenta e vorrebbe strapparmi dalla Comunione. Obbedisco ma... Mi sento così sola... anche il mio caro Padre S. Silvestro è muto... Che non Ti offenda o Gesù e poi tutto tutto! Vivere di ubbidienza.

Ottobre

4 - Sono tornata da Milano, ove sono stata parecchi giorni per la Professione e Vestizione delle mie Suore. Il nostro Padre ci tenne il Ritiro con parola chiara e profonda, persuasiva, spingendo le anime a corrispondere alla santità della vocazione religiosa, nell'osservanza amorosa della S. Regola. Il 3 si effettuò dallo stesso nostro Padre la cerimonia, che per la prima volta si svolse all'Offertorio della S. Messa, con tanta unzione, lasciando in tutti gli animi una profonda impressione e un grande attaccamento alla Vocazione Religiosa. Dire, cosa passò nell'animo mio in quelle ore non è possibile... Come volarono i giorni; quanta gratitudine a Gesù d'averci concesso tanto bene spirituale in quei brevi giorni, ma che non si cancelleranno dai nostri cuori e aiutate dalla grazia fruttificheranno.

7 - Notte terribile... ma il mio caro Padre S. Silvestro, in un momento in cui non potendo più scoppiai in pianto, ebbe pietà della sua povera figlia, mi si avvicinò, animandomi, e stette a recitare l'Ufficio con me con una dolcezza infinita. Mi dava tutte le indicazioni, mi cercava i segni ed io mi sentivo come in Paradiso. Terminato, mi benedisse e mi ordinò di andare a letto e dormire per ubbidienza.

12 - La notte dei 9 e 10 credetti di perdere la ragione, e non ho il coraggio di scrivere quanto mi fece passare il demonio... Sono andata dal Padre ieri mattina e mi diede la calma, feci la S. Comunione dopo due giorni eterni di digiuno! Se avessi ubbidito!... eppure in certi momenti mi è impossibile. Ma no, l'ubbidienza non è impossibile, sono io infedele. Perdono mio Dio!

La carità delicata del Padre, mi ha procurato di passare questa notte tranquilla. Come è buono Gesù coi miserabili! La presenza del Padre non piace a quel brutto ceffo e vorrebbe impedirla...

13 - Gesù non ne posso più, ma no, io non posso ma Tu puoi. Dammi forza e coraggio. Mi abbandono a Te... Ubbidienza ubbidienza.

14 - Ho procurato di stare calma e serena, nonostante l'angoscia interna nell'ubbidienza. Solo in essa trovo la pace e la forza di camminare; Gesù, non permettere che mi diparta mai, proprio mai, altrimenti mi perdo... Verso sera il ricordo di quella brutta notte mi si presenta come uno spauracchio e mi agita tutta, ma poi con la presenza del Padre ritorno calma. O Gesù quanto sei buono! specialmente coi cattivi come me.

15 - Santa Teresa. Questa notte come pure le scorsi notti, quando mi ritiro in camera, mi si presenta il nemico per minacciarmi, ma con la parola dell'ubbidienza - via maledetto - se ne va, imprecando al Padre, a Gesù, a S. Silvestro, e poi sto tranquilla. Il nemico di me non ha paura, ma del Padre sì. La meditazione fattaci dal Padre, stamane, diede nuova luce alle anime nostre sulla sublimità e grandezza della nostra Vocazione - Vocazione di amore, ma di amore pratico che si riduce in un sol termine: dare dare continuamente, dare generosamente, dare tutto. Non vi è nulla di più colossale che la rinuncia costante a tutto per piacere a Lui, nell'osservanza della S. Regola e nell'ubbidienza. la mia vocazione mi tiene nella assoluta necessità di dare. Chi ama dona. Dono io? Come dono? Quanta miseria, quanta infedeltà nell'amore. Lascia Gesù che mi nasconda nel Tuo Cuore, e brucia tutto quanto non piace a Te... Non badare se grido, se soffro, solo sostieni la mia debolezza. Da oggi vita nuova - Amare dando: dare amando.

16 - Nell'entrare al Vicariato ho trovato il Padre che usciva, e mi disse: Questa sera non vengo; mi parve strano il modo piuttosto duro che usò, ma non ci stetti sopra. Offersi al Signore... Alla sera chiamata al telefono, essendo già parecchio agitata, perché trovai molte immagini strappate, e medaglie a terra, non riuscii a comprendere, mi sentivo come impedirmi la parola.

Più tardi giunse il Padre, e seppi che non fu al Vicariato, e il solito inganno diabolico. L'agitazione cessò, nonostante la pena intima, angosciosa che da quella brutta notte, non mi lascia... A me la pena, a Gesù le anime, tante tante anime! Qualche volta, mi pare impossibile poter salvare le anime in questo stato miserando, in questa impotenza a tutto... mi fido dell'ubbidienza e avanti! ... credo che ubbidendo, sono nella verità, quantunque mi sembri tante volte il rovescio.

17 - Stamane quando il Padre si comunicò, io feci la Comunione spirituale, e sentii Gesù nel mio cuore, come se realmente l'avessi ricevuto. Quando alla Messa di Comunità mi accostai a riceverlo il mio cuore meschino si perdette nell'amore. Ecco come paga Gesù tante mie infedeltà, ribellioni... dammi la Croce, le spine, i flagelli, per assomigliarti... dammi l'amore, un amore forte, generoso, che non dice mai basta... - Volo tecum.

23 - La notte fu penosa assai... Il nemico mi gettò in grande spavento, ma Gesù non permise venisse schiacciata... ecco il mio caro Padre S. Silvestro si avvicina e mi dice: se non c'è il Padre ci sono io; rincominciamo il Mattutino. Recitai assieme Mattutino e Lodi, poi mi benedisse. Gli baciai la mano, e sta in pace, disse, e disparve.

La pace aveva inondato veramente l'animo mio... ma oggi tutto mi pare illusione, inganno... Alleluia! Il mio amore a S. Silvestro aumenta ogni giorno, vorrei farlo conoscere, amare, perché tutti abbiano quell'aiuto che dà alla povera anima mia.

24 - Angoscia, desolazione, tristezza. Coraggio anima mia... Accompagna Gesù, nello straziante abbandono del Padre! ...

25 - Oggi malissimo... la volontà è debole, l'oscurità profonda; il nemico fa di tutto perché lasci la Comunione. Voglio obbedire, a qualunque costo. Mi dice anche che la lettera del Padre, che si smarrì, mi diceva certamente di lasciare la Comunione... di confessarmi... non voglio credere. Se così fosse Gesù non mi darà colpa, perché io ho avuto ordini tassativi diversi.

26 - Festa di Cristo Re - Accetta Gesù l'agonia dei mio animo. Questa mattina per rivolgere una parola d'occasione alla Comunità, ho dovuto farmi una grande violenza... sentivo tutto l'opposto di quanto dicevo, e mentre parlavo di gioia, mi sentivo morire di pena... Ho fatto la S. Comunione, ma non ne posso più. Vorrei tornasse presto il Padre per togliermi quest'incubo. Alleluia!

29 - Non, ne posso più; ma Gesù può tutto. Perdono. Ho passato una notte spaventosa, e al mattino agitata in tutti i sensi, non osai accostarmi alla S. Comunione.

Ma il mio Padre S. Silvestro vegliava, e rientrando in camera, trovo vicino al suo quadretto, la lettera del Padre, che si era smarrita, e in essa era un continuo comando di andare alla Comunione. Fortunatamente non aveva rotto il digiuno e dovevo uscire per affari. Mi portai al Gesù, ma ogni volta usciva il Sacerdote per dare la S. Comunione io non riuscivo a muovermi. Uscii di Chiesa e andai pei miei assunti. Ad un tratto sento internamente come un comando: scendi dal tram, va alla Chiesa dei Padri a fare la Comunione; discesi senz'altro e vi andai; ma essendo ora tarda 12 e 40 il dover entrare, e chiedere un Padre per la Comunione mi costava assai, tuttavia non ebbi il coraggio di fare diversamente. Il Padre venne subito e quando Gesù fu nel mio cuore, mi parlò con tenerezza degli interessi dei Suo Cuore, della pena che L'affligge per tante anime che non gli permettono di prodigarsi; e poi mi disse: SAI PERCHÉ QUESTA MATTINA GODO STARE CON TE? PER LA TUA UBBIDIENZA. LE ANIME MI SONO PIÙ CARE PER l'UBBIDIENZA CHE PEI SACRIFICI.

Mi mostrò una perla di uno splendore straordinario e aggiunse: LE TUE COMUNIONI FATTE IN QUESTI GIORNI PER UBBIDIENZA, HANNO AGGIUNTO QUESTA PERLA ALLA TUA CORONA, E HANNO AVVICINATO AL MIO CUORE ANIME CHE DA TANTO ASPETTAVO.

Poi mi lasciò gustare la Sua pace. Come sento il mio nulla, la mia miseria, la mia impotenza, vedendo la bontà sconfinata di Gesù per la povera anima mia! eppure sono tanto ingrata. Il nemico mi tenta, e io perdo subito la confidenza, e temo di essere una povera pazza, che si inganna e inganna. Si avvicina la notte e tremo... perché? il pensiero di trovarmi ancora... non voglio neppur dirlo.

- Ubbidienza assoluta, in tutto - per ubbidire basta volere, con la grazia dei Signore.

30 - Anche stamane non riuscii andare all'Altare, allora andai subito alla Chiesa dei Padri, ritornai calma appena entrata e feci la S. Comunione, insieme ai monaci. Mi sentii spiritualmente unita a loro, e mentre il Padre dava la Comunione ai monaci S. Silvestro assisteva, e poggiò la mano con grande affetto sul capo di due. Che sarà il Paradiso! - Ubbidienza.

31 - Ieri sera venne il Padre!... o Gesù pensa Tu a rimunerare... rimasi commossa, confusa... Santo Padre Silvestro, concedi al Padre tutte le grazie di cui abbisogna... io non posso nulla ... quanta pace portò all anima, e come fu tranquilla la notte ... al mattino S. Messa, che gioia, che pace... Oggi offrirò tutto secondo le sue intenzioni, che Gesù mi dia una giornata preziosa... È un bisogno cosi prepotente del mio cuore la gratitudine, che veramente soffre il non poter dare... darà Gesù e darà da Gesù, che conforto!

Novembre

1 - Festa di tutti i Santi - Questa notte il nemico si presentò in camera, in modo spaventoso, e però rimase come relegato in un angolo. Ebbi un momento che mi parve di star cadendo nell'inferno, e rimasi con l'impressione di essere dannata. Mentre, cercavo sollevarmi al Paradiso per godere coi Santi, mi sentivo cacciare come in un abisso. Il Padre mi rese la pace, e quantunque mi rimane un'intima sofferenza, mi sento forte e risoluta di dare tutto a Gesù. La Meditazione del Padre, sul Vangelo: Il Sermone della Montagna - Beati quelli che soffrono - mi diede nuova luce sul tema del patire, e grande desiderio di soffrire, ma non come ho fatto fino al presente, nelle vallate... ma sul monte... coraggio anima mia, e quando la tua miseria ti strascina al basso, uno sforzo supremo, e su su... Proposito: Soffrire sul monte, nell'ubbidienza, e nell'unione a Gesù nella S. Comunione.

Come è stato ubbidiente Gesù! appena dissi che il Padre non mi ha permesso di chiedere di tenere per tutta la vita il forte dolore al cranio, che ebbi da questa notte, me lo tolse, Gli offrii il desiderio e l'ubbidienza e Gesù mi disse: MI SEI PIÙ CARA QUANDO UBBIDISCI CHE QUANDO SOFFRI. Comprendo sempre più che Gesù mi vuole nella perfezione dell'ubbidienza, e ho promesso di ubbidire sempre e non mai agire senza la benedizione dell'ubbidienza. Volontà mia sotto i piedi, quella di Dio nel cuore, nella mente, nelle opere. Sia il respiro della mia vita.

10 - L'ubbidienza vuole che scriva quanto mi passò in questi giorni.

Sento pena dover ricordare... ma che importa, quando Gesù lo vuole, basta.

Il giorno 3 ricevetti una lettera di mia nipote Luigina, nella quale mi diceva, che Don Riccardo fu colto da paralisi. Non aveva avvisato sperando si svolgesse in bene, ma si aggravò e vuole parlarmi prima di morire. Fu un colpo pel mio cuore che offrii a Gesù. Chiesi consiglio al Padre, che mi disse di partire, e decisi pel mattino seguente. La notte fu una delle più angosciose. Il nemico mi tormentò in mille modi, mi tentò di suicidio, e non so come passò, mi trovai nel bagno pieno di acqua, presa da tale sgomento da sentirmi venir meno. Mio Dio, non posso ricordare quella brutta notte, senza impressionarmi. Al mattino nell'andare alla Stazione prestissimo, passai a S. Stefano per la S. Comunione, e mi confessai prendendo nuova forza nel l'ubbidienza, perché proprio l'animo mio era sotto un'angoscia spaventosa... Alla sera era giunto anche un telegramma dicendo: Continua grave - Luigina. Avrei voluto che il treno volasse, e nello stesso tempo mi pareva di andare in un precipizio. A Milano, nessuno alla stazione, non avevano ricevuto a tempo il mio telegramma. Giungo in casa, e domando con ansia dei mio Don Riccardo. La Superiora non sa nulla, fa le meraviglie. Telefona ella stessa in casa, e Don Riccardo parla al telefono, sta benissimo. e mai si sentì male.

Come rimasi, Gesù solo lo sa... nessuno dei miei hanno scritto... chi fu l'autore? avrei voluto riprendere subito il treno per Roma... ma dopo un viaggio, ho deciso fermarmi un paio di giorni con le mie care Suore.

La notte dal 4 al 5 fu terribile, il nemico mi agitò tanto che credetti perdere la ragione. Gesù era muto, S. Silvestro pure, il Padre lontano l'unica mia forza, l'ubbidienza... ma di fede nuda senza uno spiraglio di luce, ubbidienza che il nemico mi ostacolava, con dubbio e perplessità. La notte dal 6 al 7 fu peggiore. Il nemico mi batté tanto, che credevo mi finisse, mi gettò a terra e mi fece tanto male a una gamba. In camera gettò le medaglie del S. Volto, stracciò e bruciò le immagini, e fece tanto chiasso, che svegliò, le Suore. La Superiora venne a battere la porta perché aprissi; finalmente il mio caro Padre S. Silvestro mi strappò dal nemico, e si fece un po' di tranquillità. Quando compresi che la Comunità si era ritirata, non potevo reggere in piedi, e a stento, misi un poco di ordine, e andai a letto. Al mattino, non potei levarmi, perché la gamba non reggeva e il corpo tutto pesto era come paralizzato. Dovevo partire, e neppure potei comunicare!... La sofferenza interna fu così acuta, che dovevo fare continui atti di abbandono per reagire. Vedevo nell'accaduto l'arte diabolica, perché non tornassi a Roma dal Padre; mi vedevo tanto sfinita in tutti i sensi, che mi sentivo in pericolo di cedere...

Gesù però mi mostrò ancora una volta, come non abbandona. La Superiora pensò di telefonare a Roma alle Suore, che non potevo partire: permettendo il Signore, si trovava in casa il nostro Padre, e la Superiora volle parlarLe al telefono, e disse il motivo della mia permanenza a Milano. Venne a me piena di gioia, per aver potuto parlare al Padre, e io vidi in questo la squisita bontà di Gesù per me. Mi portò la benedizione del Padre, e l'ordine di partire all'indomani. Apparentemente sembrava impossibile, ma ricorsi subito a S. Silvestro, per avere la grazia di ubbidire, e sentii in cuore la risposta affermativa. Infatti il giorno seguente giunsi a Roma, e la sera, quando venne il Padre, il mio cuore traboccò di gratitudine al buon Dio, e ritornò la pace, nonostante l'interna pena che mi invadeva. Anima mia, ubbidisci e Gesù sarà sempre vittorioso in te.

In queste notti, qualche tentativo per spaventarmi, ma poi rimanevo immobile in un angolo della camera; una volta mentre pregavo accanto al letto, mi si presentò in forma di S. Silvestro, incitandomi a lasciare, per riposare ed altro. Turbatami, ricorsi a Gesù e scomparve (da ciò compresi che era il nemico).

Una mattina trovai in camera dei pezzettini di carta bruciata, e il pavimento bruciato, ma non potei capire di che si trattava. Ieri nel pomeriggio nello scopare, sotto il cassettone trovo una lettera del Padre, bruciata a metà. Ne ebbi dispiacere, perché era tanto tassativa su l'ubbidienza alla S. Comunione, che nei momenti di forte tentazione, mi faceva tanto tanto bisogno.

12 - Oggi celebrò il nostro Padre, e per tutta la Comunità, è giornata di festa spirituale. Abbiamo offerto tutto per lui, e in ringraziamento a Dio d'avercelo dato, a Padre, e della sua elezione abbaziale, essendo il giorno anniversario. S. Silvestro conceda tutte le grazie di cui abbisogna. Ci fece una breve ma profonda Meditazione sopra le parole: Se un'anima non rinuncia a tutto quanto possiede, non può essere mio discepolo. Esternamente abbiamo rinunciato... ma internamente quanto possediamo; Il proprio io, la propria volontà. Nostro Signore rinunciò a tutto, bellezza, felicità, Paradiso, fino al momento della sua morte in croce... lo ho rinunciato a tutto? Vivo sempre in uno stato di rinuncia? No. Vivrò con la grazia di Dio da questo momento.

- Sua perfetta discepola, sempre serena, generosa. Mi è così difficile la serenità in certi momenti!

Tutte le sofferenze sono un nulla, per la salvezza anche di una sola anima.

13 - Festa di S. Stanislao, - la notte fu penosissima, il nemico mi batté tanto forte, poi mi fece ruzzolare per le scale. Oggi angustia, tristezza opprimente, vuoto, abbandono, agitazione. Anche la vista a S. Stanislao non mi portò sollievo. Che non offenda Gesù e poi, tutto!

14 - Ieri sera il Padre, mi ha dato la pace. Grazie, Gesù. Quanto sei buono con me, tanto cattiva! Questa notte, il nemico tentò uno sforzo, ma quantunque mi sembrava di soffocare gridai: San Silvestro, il Padre vuole che questa notte riposi e il nemico non poté più nulla. Che potenza ha l'ubbidienza! Ricordalo sempre, anima mia.

16 - Dalla Meditazione del Padre. Gesù disse: - Vado a prepararvi un regno. Il Regno di Gesù, è regno reale, di gioia, di riposo, di felicità completa, è regno eterno. I regni di questa terra, sono regni di sventura, di malattie, di carceri... Ma in terra ci sono pure i Regni di Gesù. La Chiesa che è la via del Cielo, perché possiede i mezzi che conducono a quello. C'è anche un altro regno, il regno interno dell'anima: La grazia, con diversi gradi, e il grado di predilezione è la VOCAZIONE che ci unisce anche quaggiù al Regno Divino. La vocazione è simile al seme di senapa, il più piccolo, ma piantato, concimato, difeso, diviene pianticella, albero, ricovero agli uccelli e ombra agli animali. La Vocazione è un regno, il più bello, il più grande; il seme, dato da Dio, è disprezzato dalla maggior parte degli uomini. Questo seme fecondato dalla grazia diventa pianta... Simone da pescatore divenne grande. Chi può misurare la grandezza di Pietro? Un fraticello comune, S. Felice di Cantalice, semplice pastorello... e sotto la sua ombra le genti si rifugiano per avere luce, conforto; perdono... Così S. Teresa dei B. G., e così e pure per tutte le anime chiamate. I Santi sono candele accese. Il Signore ne fa vedere qualcuna, a esempio e conforto nostro, ma così è anche di quelle nascoste agli sguardi umani. Questo seme va difeso e custodito. Quando il sole minaccia, difendiamolo con l'acqua della preghiera, con la santa difesa dell'unione con Dio, con la tavola dell'osservanza regolare. Spesso formiche, insetti rapaci, silenziosamente insidiano. È satana. Deviamo, disprezziamo. Invochiamo il Signore... portiamo la croce.

Satana si serve di tutto, orgoglio, stanchezza, luce falsa... lavoro io perché questo seme cresca? lo difendo? Che farò?

Avrò cura di non negare nulla a Gesù, costi quello che costi. Devo diventare una grande pianta, per dare a Gesù tante anime, pianta nascosta a ogni sguardo umano, e vista solo dal Signore.

17 - Oggi incomincia la novena dei mio caro Padre S. Silvestro. Questa notte il nemico mi minacciò in tanti modi, e mi disse che proprio in questa novena dovrò cadere in sue mani. Ieri sera, non mi lasciava parlare al telefono col Padre... oggi desolazione completa. Dove vado? non so... so per fede che Gesù mi ama... lo credo... ma sento tutto il rovescio. S. Silvestro, stammi vicino. Sono tua figlia, non mi hai scelta Tu stesso? perché mi lasci così? Che non offenda Gesù e poi, fa di me quanto vuoi. Ho paura oggi, tanta paura. L'ubbidienza non mi ha concesso quanto avrei desiderato in questi giorni... Benedetta la S. Volontà di Dio! Ma mi costa, mi costa assai, e il nemico mi tenta su questo. Sento bisogno di libertà, di disporre di quanto mi riguarda, di indipendenza... Non voglio questo, ma lo subisco, e temo di peccare...

Agere contra.

19 - Dire quanto ho sofferto non è possibile la notte dal 17 al 18 fu penosissima. Fui trascinata per il corridoio, e poi buttata in terrazzo. Ma ben poco è la sofferenza fisica; l'anima torturata e spinta alla disperazione. Il nemico mi incitava a giurare a non amare più S. Silvestro, a non dipendere più dal Padre. Mi pareva di odiare ed essere odiata... al mattino agitata in modo terribile, volevo andare dal Padre, ma mi disse (io credevo il Padre ed era il nemico), che doveva uscire presto, e potevo lasciare la S. Comunione.

Quando il Cappellano fu uscito, mi venne il presentimento essere una falsa telefonata... Telefonai più volte al Padre, ma nessuna comunicazione. Finalmente potei parlare... Che mattinata orribile! mio Dio, è possibile vivere in questo stato? Finalmente venne il Padre, o meglio venne Gesù nel Padre, perché solo Gesù, può cambiare in un istante lo stato dell'animo... e con la pace, mi diede anche la S. Comunione! Avevo tanto bisogno di sanare, di fortificarmi, perché veramente ero sfinita in tutti i sensi. Oh! il pregio dell'ubbidienza! quanta potenza! Grazie Gesù di tutto. Voglio ubbidire, sempre ubbidire. Perdona le mie ribellioni.

Il nemico mi rovesciò tutto l'altarino preparato per S. Silvestro. Come le fastidia si onori questo santo! Caro, mio Padre, S. Silvestro, come ti voglio bene. Anche Tu me ne vuoi tanto non è vero? Facciamo a gara a volerci bene.

Ieri sera venne il Padre. Gesù ha voluto sollevarmi dalle soffenze di questi giorni. Come è delicato Gesù! Voglio esserlo anch'io con Lui. Questa notte il nemico burlò l'ubbidienza, imprecò il S. Volto, il Padre S. Silvestro, ma a me non fece nulla. Io ero tranquilla perché c'era il Padre in casa e mi addormentai. Grazie. Nella S. Comunione Gesù mi ha chiesto se voglio soffrire. Gli risposi di si, ma sempre s'intende in rapporto all'ubbidienza.

Ubbidienza, soffrire sul monte, mantenere la calma, nella burrasca.

20 - Nel pomeriggio di ieri, messami in preghiera in camera, fui di improvviso sommersa in un abisso di pene, in una sofferenza così profonda che non saprei come spiegare. Mi sentivo sotto il peso di tutti i peccati degli uomini, oppressa anche fisicamente. Quando mi riebbi da questo tormento erano passate circa tre ore. Non riuscivo rifarmi, e dovetti farmi gran violenza per sbrigare le mie cose.

21 - È la festa della mia cara Mamma del Paradiso. Desolazione, tristezza. Che importa... Alleluia, Alleluia! Questa notte il brutto arnese fece fracasso, e svegliò la Comunità, spaventando. Questo me ne dispiace. Gesù non permettere pubblicità.

Sia fatta la SS. Volontà di Dio!

22 - Desolazione, vuoto, impotenza, paura. Sia pur sempre benedetta la SS. Volontà di Dio! Quel che importa è la salvezza delle anime. Come tocco con mano la bontà di Gesù con me, tanto indegna! Ho incominciato la novena di S. Silvestro, in una lotta terribile, sentivo quasi la certezza di non poter continuare... Ma la presenza del Padre, l'ubbidienza, hanno incatenato il nemico. Abbaia sì, urla, ma di rabbia, perché non può tormentarmi a suo piacere. Quali insegnamenti per me!

Prima la morte che disubbidire. Confidenza illimitata, abbandono assoluto: sperare sempre, ma specialmente quando tutto mi porta alla disperazione.

23 - Ultima Domenica dell'anno liturgico.

Ritiro in unione a S. Silvestro che in questa sua novena si è nascosto all'anima mia. Ma non temo. Penso che sta ad osservarmi per vedere se gli sono fedele. Sento con tanta certezza di essere sua, che solo l'ubbidienza potrebbe distogliermi... S. Silvestro non lo permette. Questa mattina, mentre il Padre parlava prima della S. Comunione, fui fortemente turbata da una voce che mi ripeteva: altro che riparare il bacio di Guida, le tue comunioni sono tanti ripetuti baci sacrileghi, vattene via. Devo ubbidire andava ripetendo, e la voce: preferisci per ubbidire fare sacrilegio? Chi ubbidisce non può commettere sacrilegi; ma nello stesso tempo mi sembrava di commetterlo. Quando Gesù venne tutto si calmò.

Tutto passa... cos'è che non passa? L'anima tua... Come la tratti! pensaci. L'anima deve essere sentinella di se stessa - È difficile capire se si è in grazia, ma è molto facile riconoscere se si è guidati dai «falsi maestri» o dall'unico vero Maestro: il Vangelo che per noi è la S. Regola. Se siamo guidati dall'unico Maestro, possiamo stare tranquilli, siamo nella via retta. Se al contrario seguiamo i falsi maestri: l'orgoglio, l'amor proprio, il proprio giudizio, le insinuazioni dei nemico... ci sarà la rovina completa.

Ho desiderato tanto di avere Gesù esposto, e poi ho passato l'ora nella desolazione e nella lotta. Benone. Che importa, è fare la Volontà di Dio, e guadagnare le anime. Non sento l'amore, ma lo voglio. Gesù, Tu lo senti?

27 - La notte dal 25 al 26, presi spavento. Sento come toccarmi a una spalla. Mi sveglio e vedo fiamme e fumo. Balzo dal letto, strappo la coperta che si bruciava, la getto nel bagno per spegnerla. Riflettendo poi, fui presa da un senso di paura e il nemico mi suggeriva di prendere un modo di vivere diverso, allontanarmi dalla direzione del Padre, dall'amare S. Silvestro, per dar fine a tanta lotta, e vivere in pace. Invocai il mio caro Santo, che venne subito a me, e con dolcezza infinita mi disse: Perché mi sei stata fedele vieni, riposati qui, e mi strinse al cuore. Che passò? non si può dire. Era il Paradiso. LE ANIME COSTANO SANGUE, disse, MA NON TEMERE, IO NON TI ABBANDONERÒ. AVRAI QUALCHE TREGUA, MA CI SARÀ ANCORA MOLTO DA LOTTARE E SOFFRIRE -.

Com'era dolce sentire parlare di sofferenza fra le braccia di S. Silvestro! mi disse poi, che tutta l'ottava della sua festa, doveva farla per la Congregazione. Io domandai: Per la mia Congregazione o per la Tua? e mi rispose: Per la mia che è anche la tua. Che gioia! In queste parole la conferma di quanto passò il 17 sera del mese di giugno, nella Chiesa dell'Eremo.

Il ricordo di ieri, festa dei mio caro Padre S. Silvestro, mi riempì di commozione. Mi sono sentita come schiacciata, sotto il peso di tante grazie! Al mattino prestissimo sono andata con le Suore alla Chiesa dei Padri, e ho recitato Lodi e Prima coi Monaci, in una pace di Paradiso. Alla Messa delle 7, ci siamo accostate a ricevere Gesù. Quando fu nel mio cuore, fui come rapita, e vidi la gloria di San Silvestro! Quando mi riebbi non potevo capacitarmi d'essere ancora sulla terra... anche il fisico risentì, e il cuore pareva cedere. O mio caro Padre S. Silvestro, fa che possa come Te soffrire e amare, quaggiù, per essere un giorno Tua corona e gloria in Paradiso! Come sento il mio nulla e la mia miseria di fronte a tante grazie! Al canto delle ore quando i Monaci cantarono Sante Pater Sil... la figura del Santo, sopra l'altare, prese vita, s'inchinò e benedisse tre volte. Mentre il Padre stava seduto e i Monaci cantavano, San Silvestro si avvicina, e Gli dà un abbraccio prolungato. Quale consolazione, quale emozione provai! se in quei momenti si potesse agire, guai! Invece mi succede d'essere come rapita, uso questa parola, perché non so come spiegarmi. Alla sera si andò al Vespero; quando il Padre salì il pulpito, la figura di S. Silvestro si voltò verso di Lui e Lo benedisse. Che gioia! Mentre il Padre parlava del Santo, con tanto calore e affetto, io provavo tale godimento e tale ardore soave, che veramente sentivo di essere di S. Silvestro interamente. Giornata di santa emozione. Che farò io? come mostrerò al Santo la mia gratitudine? Nell'ubbidienza al Padre, nella generosità a tutto accettare, a tutto dare... nell'uniformità al Divino Volere.

27 - Questa mattina venne il Padre a celebrare. Fu una improvvisata, perché proprio non L'aspettavo. Oh! la delicatezza di Gesù! ... la presenza di Gesù nel Padre è così sentita, che mi riempie di pace e di conforto. Ieri sera ho recitato l'Ufficio con S. Silvestro. Che gioia!

29 - Ho incominciato la cara novena della mia Mamma Immacolata, con S. Silvestro. Ho compreso che deve essere preziosa per le anime. Buio completo, il nemico ogni mattina studia tutte le arti per ritrarmi dalla S. Comunione, ma l'ubbidienza ha vinto.

30 - Lotta... ma S. Silvestro fu con me a difendermi. Gesù vuole che in questo tempo di Avvento, viva in uno stato di annientamento e di nascondimento interiore e faccia mio cibo il Mistero dell’Incarnazione; annientarmi con Lui per le anime!

Dicembre

2 - Ieri fu giorno di angoscia, ma ho procurato stare sul monte; la sera una telefonata, che mi diceva: Lasci la Comunione, domani ci vedremo. Mi venne il pensiero, fosse il nemico, ma rimasi un poco agitata. Al mattino fui lì per lasciarla, ma poi una voce interna mi disse: sta tranquilla, non era il Padre, ma il nemico.

3 - Non ne posso più... non so dire altro... Se sapessi scrivere cosa passò oggi nell'animo mio ci sarebbe da scandalizzare... ma non voglio... Farò la Comunione? non posso. Il Padre non mi ha detto di farla sempre? Ubbidienza.

9 - In questi scorsi giorni, non ho saputo scrivere. Dovrei dire: non ho saputo obbedire. Ho passato qualche notte terribile, ma poi la presenza del Padre e l'ubbidienza mi vennero in aiuto e il nemico fu legato. La notte dal 6 al 7 credo, mi prese nuovamente un freddo terribile come se il corpo fosse su lastre di ghiaccio. Il Padre mi aveva detto per ubbidienza di stare calda e dormire.

Spiacente di non saper ubbidire, mi rivolsi a S. Silvestro, e dissi: allora non è vero che Tu vuoi che io ubbidisca al Padre. S. Silvestro venne al mio letto, mi pose la mano sul capo e mi disse: Sì, sì, ubbidisci. Mi riscaldai all'istante e dormii.

La sera del 7 all'8 non potei dire l'ufficio tanto il nemico mi disturbò. Lo dissi al mattino. Ieri festa della mia cara Madre Immacolata, appena entrata in Cappella, udii una voce: Anime, anime! e Si Gesù, anime, risposi io. All'istante la mia povera anima piombò nella più nera oscurità, nella pena di non poter amare, in un vuoto di tutto, nel più spaventoso abbandono.

Compresi che l'Immacolata, voleva dare a Gesù tante anime e si degnava chiedermi in aiuto. Così rimasi, in una pena che non so descrivere, ma che accettai incondizionatamente.

Anche il Padre non poté fermarsi, e la Sua pena la sentii e sento come fosse mia. L'accompagnai con la preghiera, e offro secondo le sue intenzioni e per il caro Padre ammalato. l'Immacolata conceda grazie tante.

Non un raggio di luce. La mia Madre celeste mi guarda di nascosto. Mi sento forte però, e l'impotenza ad amare, è la pena più intima e cruciante.

11 - Le parole che mi disse il Padre ieri sera, mi diedero pace e nuova forza... Come si sente Gesù!

Ubbidire non ragionare mai, farmi scema, cieca, stupida per Lui solo... Alla sera il nemico rabbioso scatenò una furiosa tempesta, imprecando contro il Padre e dicendomi che ormai era libero e m'avrebbe vinto. Si presentò tanto spaventevole che mi prese una grande agitazione. Telefonai più volte al Padre, ma nulla. Finalmente mi udì: le sue parole, la sua benedizione fugarono il nemico.

Oggi desolazione, morte... che le anime si salvino e resto volentieri nel buio e nella tempesta.

12 - Non sento il soprannaturale... abbandono completo... ho dei momenti in cui mi sento in odio a Dio... il nemico ne approfitta per spingermi a disperare... Non voglio altro che la Volontà di Dio nell'ubbidienza. Oh! San Silvestro non mi abbandona certamente...

13 - Mio Dio aiuta la mia debolezza, non vedo altro che perdizione ... Mi salverò! Ma ecco che senza accorgermi sto disubbidendo ... perdono Gesù mio.

14 - Raddrizzate le vie del Signore. La brama del meglio. C'è sempre da togliere e da aggiungere. La perfezione assoluta sarà in Paradiso. In terra è il costante tendere al meglio. Ogni giorno togliere e aggiungere. Togliere quanto dispiace a Gesù, aggiungere quanto lo consola. Attenta anima mia!...

Deserto morale: - dove manca l'umiltà, la carità, l'ubbidienza, dove non si studia di piacere al Signore.

Sono così desolata, così di pietra, che agisco come una macchina, non so sollevarmi a Lui... e se seguissi la natura mi abbandonerei, non nel santo abbandono, ma...

15 - La notte fu terribile... Se non veniva il Padre certamente non avrei fatto la S. Comunione. Le parole rivolteci prima della Comunione, mi fecero tanto bene.

16 - Le poche parole dette dal Padre prima della Comunione mi aiutarono tanto. Dopo una nottata di lotta mi sentivo sfinita... Gesù entrando nel mio cuore, nonostante la durezza mia, mi ha dato nuova forza! ... S. Silvestro è muto. Oggi incomincio la novena del S. Natale. Povertà, umiltà, nascondimento, con Maria, la mia cara Mamma!

20 - Fui lì lì per lasciare la Comunione, ma poi l'ubbidienza ha trionfato.

21 - Mi sento morire... non so dire che provo; è una sofferenza intima che mi schiaccia... Gesù, fa di me quello che vuoi, ma non permettere che Ti offenda...

23 - Ho un disgusto violento a tutto quanto è virtù... il nemico fa di tutto per distogliermi dalla preghiera... Mi sento come priva di fede... in un abbandono assoluto di tutto... Mio Dio pietà di me... Maria, mia cara Madre, sostieni la Tua figlia... mi sembra di odiare tutto e tutti! non ne posso più!

24 - Grazie Gesù! se non veniva il Padre, a mettere in fuga il nemico e darmi Gesù, quale triste giornata! è vero che sono nella completa desolazione, cerco, voglio Gesù e mi sento respinta, è una tortura terribile... ma il Padre mi ha rassicurata. Le anime costano mi disse... tutto, Gesù, tutto...

Umiltà che dimentica se stessa completamente e soltanto si interessa della gloria di Dio e del bene delle anime! Come ne sono lontana!

25 - La santa Notte fu notte di pace!... L'anima mia si sentì come trasportata a Betlem. Oh! le sublimi lezioni che ricevetti... una luce vivissima riempì tutta l'anima mia. Compresi d'un modo insolito il valore delle anime, e mi offrii al Divino Volere per la salvezza anche di una sola...

Poi tutto buio... desolazione più profonda... tentazioni, suggestioni...

26 - Sono andata a S. Stefano per l'Adorazione. Ora di abbandono... con Gesù nel Getsemani!

28 - Mio Dio, come mi sento sola, in preda a quel brutto mostro che non mi dà pace... quale lotta per telefonare al Padre!... ubbidienza, anima mia. Soffri e offri... per le anime. S. Silvestro abbi pietà di me!

30 - Quando viene il Padre, il nemico fugge lontano e provo qualche momento di pace!

Sono nella più forte desolazione. Non amo, e mai come ora sento il bisogno di amare Gesù e Maria! Ma mi sento respinta... quello che soffro è atroce... non mi ha forse detto S. Silvestro - ci sarà da patire, ci sarà da patire. Dillo al Padre che ci sarà da patire. Si si da patire, ma non offendere il Signore... Come faccio io?

La notte fui messa nel bagno dal nemico... ebbi un momento di disperazione... di paura... ma poi mi offrii a questa sofferenza e fui liberata... Non ne posso più... Gesù Ti voglio amare.

31 - Giorno di Ritiro - Impotenza a tutto, angoscia, amara desolazione... il nemico mi voleva impedire anche la Confessione... il Padre mi dice che va bene... abbandono e ubbidienza.

Quanta impressione mi fecero le parole dei Padre, quando disse: c'è modo e modo di soffrire. - Veramente ho compreso che poco amo Gesù e mi occupo delle mie pene invece delle Sue. Gesù ha sudato sangue!... e io ho coraggio di lamentarmi!... Ho fatto un solo proposito perché fui scossa da:

Beati i miti e umili di cuore perché possederanno la terra, la terra ossia le anime da guadagnare a Gesù.

Lavorare intensamente per essere mite ed umile e così portare a Gesù tante anime, tutte le anime. Quante grazie in quest'anno, quante lotte... quante miserie, quante! perdono Gesù, Maria aiutami... Santo Padre Silvestro benedicimi!

A.M.D.G.

Maria!

Anno del Signore 1942

S. P. Silvestero

A.M.D.G.

Gennaio

1 - Gesù fa di me quello che vuoi!

La giornata angosciosa di ieri, si chiuse nella pace e nella gioia!

Ho recitato parte del Mattutino col Padre, che già mi è di grande conforto, ma dopo che fu uscito, il tranello del nemico che bussò alla porta ed entrò come fosse il Padre fu subito scoperto. Tornai in Cappella, mi misi al posto solito per continuare l'ufficio e sento un passo. È S. Silvestro, il mio caro Padre, e mi dice: al posto del Padre mi metto io, e con me recita tutto l'ufficio, mattutino e lodi, poi mi sta accanto fino a mezzanotte e 1/4. Che gioia!

Ho finito e incominciato l'anno col mio caro Padre!

2 - Desolazione, suggestioni. Mio Dio Ti amo!

4 - La vita di ubbidienza è tutta la forza dell'anima mia. Guai se non fosse così: Ieri quando fui sola in Cappella, il nemico mi fece tanto soffrire. Telefonai al Padre, e quantunque devo sostenere una grande lotta per fare questo, riporto sempre vittoria, e la notte passa in calma. Quando feci per lasciare la Cappella, mi sento invitata da S. Silvestro a fermarmi a recitare l'Ufficio. Non cedetti avendo l'ubbidienza di andare subito a letto. Lottai col nemico parecchio che mi incitava a scendere in Cappella... ricevetti mali trattamenti... Telefonai di nuovo al Padre e tornò la calma. Al mattino tornai presto in Cappella per l'Ufficio. trovai S. Silvestro al posto solito e mi disse: Ti ho attesa a recitare l'ufficio per premiare la tua obbedienza. Si figlia mia, ubbidisci sempre. - Recitammo Mattutino e Lodi nel gaudio del Paradiso. Che farò io per onorare il mio caro Padre, che mi usa tanta carità... Vorrei che tutte le anime amassero il mio caro Santo, invece è poco conosciuto.

5 - Notte agitata, però ho ubbidito.

6 - Quante grazie quest'oggi, eppure sono stata poco generosa e mi sono lasciata prendere da scoramento. Il Padre ha detto di fare la Befana a Gesù, ma non ho avuto altro d'offrire che miseria, e una volontà risoluta a non voler altro che il Suo Santo Volere.

7 - La notte fu agitata, il nemico fece chiasso, mi sono sentita spinta a disperazione. Ho posto sul cuore il quadretto di S. Silvestro e tornò un po' di calma... se non fosse così mi parrebbe di impazzire. Questa mattina sono andata in udienza dal Santo Padre, il dolce Cristo in terra! Il nemico ha fatto di tutto per impedirmi di parlare, ma è rimasto scornato. Gli baciai ripetutamente la Mano mentre prendevo animo a parlare. Esposi brevemente il desiderio di Gesù, che il Suo S. Volto sia onorato, e la necessità in questi tristi tempi di dare alle anime con questa devozione, un mezzo prezioso per santificare il dolore, e perché la fede trionfi nei cuori. Esposi l'idea di fare qualche cosa per diffondere questa devozione, e chiesi a ciò una particolare benedizione, alle intenzioni, opere, persone, che si adopereranno a questo scopo. Il Santo Padre ascoltò con interesse e disse: molto bene, molto bene.

Gli parlai della diffusione della medaglia, e ne fu contento. Aggiunsi: S. Padre, se permettete Vi ricordo quanto Vi scrissi lo scorso anno, in merito alla festa dei S. Volto il Martedì di Quinquagesima; e il Santo Padre mi rispose: Sì figlia, piano piano. Ho chiesto una benedizione particolare per me, per aver aiuto contro il nemico. Sono uscita dalla sala con una grande pace, e coi cuore pieno di santa emozione. Più tardi però il nemico mi turbò parecchio, facendomi credere di aver ingannato il Papa, che era una cosa mostruosa, avrei voluto ritornarvi per palesare l'inganno. Come stavo male... quando mi passò, mi sembrò di essere liberata dall'inferno.

8 - Ho passato questa notte ore terribili. Il nemico fece fuoco in camera e bruciò credo un migliaio di immagini del S. Volto. Io ero impotente a muovermi, e spinta a imprecare contro il S. Volto, il Padre, S. Silvestro. Fu una tortura. Finalmente il mio caro Padre S. Silvestro mi aiutò e i demoni fuggirono. Tutta la giornata non l'ho visto, ma l'ho sentito vicino. È spaventoso... Gesù mio, tutto per Te!

9 - Oggi tristezza, desolazione, desiderio d'isolamento, spinta a fuggire, a fare penitenza senza permesso... ma Gesù sa che io non voglio tutto questo... un pensiero mi dice che sono del demonio, che per me la Passione di Gesù non può nulla... che è inutile che preghi e mi sacrifichi... Coraggio anima mia, ubbidienza cieca. Niente ragionamenti, ma atti di abbandono.

10 - Ieri sera è venuto il Padre, e quantunque non ho saputo dire lo stato dell'animo mio, mi sono sentita rassicurata. Quanta rabbia il nemico ne prova... oggi ebbi la grazia di manifestare quanto mi passò nei giorni di sua assenza, e ora mi sento più calma e più forte. Come è buono il Signore con me, tanto cattiva. Potessi amarti o Gesù, come non sei mai stato amato! invece!... Mio Dio, misericordia! Approfittare di tutte le tentazioni, di tutte le prove, per mostrare a Gesù il mio amore...

11 - Ieri sera andai in Cappella per recitare l'ufficio, fui presa da inquietudine e avvertii la presenza del nemico. Il telefono mi chiamò, ma udendo la voce del Padre che sapevo assente compresi e non risposi. Fui gettata a terra, allora scappai in camera, presi il mio quadretto lo strinsi al cuore e pregando mi tornò la calma.

12 - Notte abbastanza tranquilla, ma oggi per più ore sentii la presenza del nemico.

14 - Notte tremenda, fui per più ore in balia del nemico. Gettata a terra e trascinata pel corridoio, poi mi trovai sul terrazzo, tremando di freddo. Tornata in casa, fui gettata a terra e tenuta verso il pavimento da un gran peso sopra il collo e le spalle. Tentata di disperazione e spinta a imprecare. Quando fui liberata da questo stato, non avevo più forze per sollevarmi e ci volle del tempo per riuscirvi. Andai in camera alle tre.

15 - Ho sentito per tutta la mattina la presenza del nemico, un'agitazione interna, un'angoscia, una paura...

Gesù buono mi mandò il Padre, la sua presenza fugò il nemico. Le sue parole mi diedero calma e forza.

Ubbidirò con gran fede e semplicità.

Verso sera fui presa da una angoscia tremenda, da un senso di paura, di scoramento, da sentirmi morire... il nemico mi presentava alla mente quadri spaventosi a mio riguardo, col pretesto dell'assenza del Padre... feci ripetuti atti di abbandono, ma lo stato di animo mi durò parecchie ore. Al contrario la notte fu abbastanza calma.

16 - Oggi malissimo. Mi pare di andare incontro alla perdizione... mi sento coperta di peccati senza speranza... lontana da Dio senza aiuto umano. Sono disgustata di tutto, non so pregare, non so abbandonarmi. Mio Dio, pietà di me.

17 - Notte tormentosa. Il Padre vuole scriva i dettagli, e io ne provo una forte ripugnanza. Sono tentata a ribellarmi, a indipendizzarmi. Che brutta parola! Santo Padre Silvestro, Tu che più volte mi hai detto di ubbidire al Padre, toglimi questa ribellione, o meglio, fa che sia vinta e preziosa per le anime. Ma è possibile che io possa fare qualche cosa per le anime?... Basta, basta... Maria aiuto! Si ubbidisca: Il nemico, mi portò nell'orto e dopo avermi maltrattata tentò gettarmi nella vasca. Invocai il mio Padre, e lo fugò. Poi Lui stesso mi accompagnò in casa, fino in Cappella, mi benedisse dicendomi poi: - coraggio, figlia mia diletta, ancora, ancora patire. Non ne posso più, Padre Santo, dissi io, e: Non temere, rispose, maggior patimenti, ricordati la strada che ti ho mostrato. Anime, anime! - Sparì, ma mi lasciò con nuova forza per la lotta.

18 - Oggi sono stata più calma. Mi turbò il pensiero che il Padre non tornerà tanto presto, perché riflettei che mi disse - vado tre giorni a Gualdo Tadino, ma non disse che poi torna... Agimus Tibi gratias!

Gesù, Gesù! Ho procurato stare vicino a Gesù in Croce, e lo sguardo al Crocifisso mi ha molto aiutato.

19 - Sono priva di ogni aiuto... sento il nemico presente... quanta paura! Il Padre non è tornato, e non so neppure dove sia... Grazie, Gesù, che tutto va bene per farmi soffrire...

Questa mattina sono stata tanto tentata nella fede, ma più che mi fa male è il pensiero che i miei patimenti sono inutili per le anime e per la gloria di Dio.

21 - Ieri non ho potuto scrivere. Ho passato due notti orribili... ho disubbidito? non lo so. Non capivo più niente... Il nemico e i suoi satelliti, perché erano una turba, volevano che giurassi di abbandonare la recita dell'Ufficio, che non parlassi più col Padre, e gettassi al fuoco il quadretto... Mi venne quasi la certezza di essere in inganno e di ingannare e spinta a cedere per togliermi da questo pericolo... soffocata e sbattuta presi tante sferzate e sarei finita se S. Silvestro non mi liberava. Ho fatto la Comunione per ubbidire, ma che tormento. L'ubbidienza è il solo sostegno di questi giorni, ma non ne posso più. Maria, mia cara Mamma, aiutami, mio caro Padre S. Silvestro perché mi lasci così... Perdonami, lo so, sei troppo buono con me...

22 - Sono troppo angosciata per poter descrivere quanto mi passa, mi sento sola... in una agonia mortale... Maria! Gesù!... S. Silvestro!...

23 - Ieri mattina, non sapendo quando tornava il Padre e nel timore di mancare alla Regola, perché non mi ero confessata, passando entrai al Gesù a riconciliarmi. Esposi al Padre una cosa che mi disturbava, temendo aver peccato pensandola, sia pure involontariamente (il Padre poi mi disse che non solo non era peccato, ma era cosa teologica). Non so se il confessore non mi abbia capito, o altro, se ne mostrò scandalizzato, mi rivolse domande alle quali io non sapevo rispondere, perché mi prese tale turbamento, che credevo mi venisse male... poi mi disse di aspettare il mio solito confessore, perché Lui non poteva darmi l'assoluzione. Chiedendo se potevo nel frattempo fare la Comunione, mi disse di no. Sono scesa dal confessionale in una angoscia terribile... passai una giornata impossibile a descrivere...

Non sapevo quando sarebbe tornato il Padre... La Comunione non dovevo farla...

Gesù ebbe pietà del mio tormento e la sera ricevetti una lettera dal Padre, nella quale mi diceva: qualunque cosa possa essere avvenuta, sotto qualunque forma, si comunichi. - Questa mattina lottai, ma l'ubbidienza ha trionfato e quando Gesù fu nel mio cuore si fece un po' di calma e un po' di luce... ma poi calarono le tenebre... ma giunse il Padre a portare la calma e nuova forza... Grazie Gesù!

Ho dimenticato notare che al mattino, quando fui alla balaustra il nemico fece traballare il piattino che si passa per la Comunione e poi lo gettò a terra.

25 - Il 23 notte, uscita dalla Cappella, il nemico mi gettò a terra, poi burlandomi diceva: - credi che io abbia paura del Padre?... ma mi rivolsi a S. Silvestro che con un gesto lo fugò, poi entrò in Cappella e mi fece fare una visita al SS. Sacramento. Avendomi fatta tanta impressione le parole dettemi dal Padre in confessione - non incateni il Signore - chiesi al mio caro Santo se mai l'avessi incatenato con le mie interne ribellioni, e il Santo mi rispose: Cosa ti ha detto il Padre? poi si fermò, guardandomi con tenerezza paterna e: credi a quello che ti ha detto il Padre, e sta tranquilla - e mi lasciò in una pace profonda.

Anima mia, fidati sempre ciecamente delle parole di chi ti parla in nome di Dio. Non cercare di più... nessun ragionamento.

27 - La notte fu relativamente calma, ma la telefonata del Padre mi tiene in una grande pena. Veramente ha ragione di essere stanco di ascoltarmi... ma, non ci voglio pensare. A voce parlerò... Grazie Gesù, di questa mortificazione... per le anime...

28 - Quanto ho sofferto per la telefonata, invece non fu il Padre... oggi quando giunse mi sono sentita sconvolgere... non sapevo come presentarmi... ma quando lo vidi, mi si fece all'istante luce e compresi la falsità dei nemico... non voglio proprio più credere... quanto è stato buono Gesù nel mandarmi il Padre a dissipare le tenebre.

Oggi sono rimasta senza Gesù perché non potei reggermi causa un forte male di testa e un generale spossamento, dovuto credo alla nottata burrascosa. Sbattuta da tutte le parti, mi trovai poi in giardino alla scaletta della cantina, poi di nuovo in terrazzino e per ultimo in corridoio della Cappella, in uno stato d'animo e fisico che non saprei ridire. Feci un atto di abbandono alla volontà di Dio, invocai la mia cara Madre Maria, il mio tenero Padre S. Silvestro e ripresi coraggio... Gesù, Gesù!

29 - Oggi ho sentito un grande desiderio di nascondimento, essere solo sotto lo sguardo del mio Gesù... La notte fu tranquilla e ebbi ore di Paradiso nel recitare l'ufficio con S. Silvestro. Entrata in camera il brutto ceffo mi attendeva, ma il mio Padre fece cenno con una mano e tutto scomparve. Qualche volta mi domando come mai S. Silvestro si prende tanta cura della povera Suor Pierina...

31 - Ieri e l'altro ieri, fui presa da una grande sfiducia, che mi portava in certi momenti alla disperazione... mio Dio che ore tetre... fui per parecchio tempo sotto l'influsso dei nemico, e per quanto mi sforzassi di superarmi, non vi riuscivo. La notte agitazione nella recita dell'ufficio, a letto gelido e parecchie ore nell'impossibilità di muovermi. Ora cerco di vivere nell'ubbidienza, soffrire e abbandonarmi, seguendo la luce della fede nell'ubbidienza.

Febbraio

2 - Festa della Purificazione - Ho sentito un gran desiderio di umiltà e di purezza, nella meditazione di questa mattina, e dicendo a Gesù di darmi un cuore puro da offrirGli mi disse: STA TRANQUILLA CHE IL TUO CUORE L'HO CONSERVATO PURO IO, SENZA NESSUN TUO MERITO, PER FARLO OGGETTO DELLE MIE COMPIACENZE, E PENSO IO A CONSERVARLO SEMPRE PURO - m'inabissai nel Suo amore... calarono poi le tenebre più dense, ma quanta forza sentiva l'anima mia per nuovi patimenti!

3 - La Comunione di stamane fu un tormento. Priva di fede, di speranza, con pensieri di atei... con dubbi di aver acconsentito ... non potevo trangugiare l'Ostia Santa... che brutto momento ... O Gesù, è possibile che Ti possa amare in questo stato... ubbidienza anima mia... non ragionare...

5 - O Gesù sono disposta a sopportare questo stato tanto penoso e umiliante perché non venga meno la fede nelle anime... ma che non Ti offenda o Gesù...

6 - Sì, Gesù, voglio essere come ha detto il Padre - Laus perennis di immolazione. Ne sono obbligata per la chiamata di Gesù allo stato religioso, e mi sento chiamata per vocazione particolare. Accettare ad occhi chiusi generosamente, amorosamente tutto quanto il buon Dio disporrà dentro e fuori di me - Immolazione volontaria nei limiti dell'Ubbidienza.

Non voler sapere di esserlo, ma lavorare ininterrottamente per divenire tale. - Se ti trascuri un momento, cessi all'istante di essere: - Laus perennis! ... attenzione anima mia...

Questa notte sono stata con Gesù nel Getsemani. Ho partecipato alla sua agonia, ho cercato di non abbandonarlo, vincendo la tentazione di fuggire per il tedio e la paura...

8 - Sono tormentata dal pensiero di non essere nella verità... cerco di star calma e ubbidire, ma in certi momenti è superiore alla mia volontà... allora procuro fare atti di abbandono ...

9 - Gesù non ne posso più... se non perdo la testa è grazia ... ho il corpo sotto le sferzate del nemico... e l'animo sconvolto. Ho fatto la Comunione per ubbidire ma... Mamma mia cara Immacolata, aiutami; mio caro Padre S. Silvestro, pietà di me.

10 - La notte fu spaventosa. Dopo la telefonata al Padre andai a letto, ma il nemico dopo poco mi gettò fuori. Scesi per ritornare in Cappella, ma fui presa e trascinata fuori sul terrazzino, dove rimasi per tante ore, senza potermi muovere, in preda a sentimenti di disperazione. Potei verso le tre ritornare in camera, ma sul mio letto un demonio spaventoso non mi diede il coraggio di andare a riposare. Mi sedetti sopra una sedia e passai sgranando la corona le ore di attesa di suonar la campana. Al mattino per la Comunione fu una lotta, poi il nemico fece cadere il piattino della Comunione...

L'animo fu sconvolto tutto ieri e l'altro ieri in una maniera spaventosa... spinta a lasciare tutto, a troncare la novena, sentendomi nell'inganno, nell'illusione... un bisogno di verità... e non vedevo che falsità, peccato, menzogna... quando venne il Padre, ero risoluta a farla finita, ma le cose si cambiarono... alla parola del Padre si fece a poco a poco un po' di calma, e nell'ubbidienza procurai passare la giornata. Mi dimenticai dire che ieri fui terribilmente tentata di sete e il nemico mi offriva alla vista frutta e rinfreschi. Oggi, uscito il Padre mentre entravo in camera, mi si fece avanti burlandomi e dicendomi: già sei santa; quando muori ti metteranno nel calendario Silvestrino e altre simili sciocchezze, che era da burla... poi mentre pregavo si sentivano in complotto: dobbiamo fare in modo che non parli più col Padre e una fila di titolacci... ci riusciremo... vinceremo. Suor Pierina sarebbe subito vinta, ma c'è il Gesù di Suor Pierina che combatte... l'ubbidienza... la carità del Padre... coraggio anima mia...

12 - Ieri sono stata calma nell'ubbidienza. Il mattino ho assistito con alcune Suore, in S. Stefano, all'emissione dei Voti Perpetui di quattro Monaci. L'anima mia provò una santa emozione. Mi unii a loro nell'offrirmi nuovamente a Gesù; S. Silvestro lo vidi presente tutta la funzione, e vicino a ciascuno mentre recitavano la formula dei Voti. Benedisse ripetutamente, mentre erano stesi al suolo. Quanto è grande, immenso il dono della vocazione!

Dalla Predica del Padre, - giorno 11 - La Chiesa approvando il titolo di ciascuna Congregazione, intende che i suoi Membri si studino di glorificare il proprio, nella sua particolare prerogativa. Si glorifica il proprio titolo, vivendo intensamente in quelle virtù che ci offre particolare esempio. Il titolo di Figlie dell'Immacolata è il più grande della Madonna; tutti gli altri, derivano da questo. Per glorificare il nostro titolo: Immacolata, dovremmo essere immacolate, ma ciò non è possibile a creature umane, dobbiamo invece vivere: senza macchia volontaria - Maria fu immacolata, dalla sua Concezione, subito, dal primo istante. Noi dobbiamo dal primo istante del giorno, quando la campana ci sveglia incominciare la giornata senza macchia. Se fosse possibile così esprimerci, noi dovremmo anche aiutare la Madonna nel lodare, ringraziare la SS. Trinità di questo grande dono.

12 - Questa notte ho dormito tranquillamente, come una bambina, che sa che la mamma la custodisce. Come è buono Gesù con me. Il primo pensiero fu - Immacolata - nessuna macchia volontaria.

13 - Entrata in camera fui assalita dal nemico e ficcata al muro fino alle due del mattino. Ricevetti tante sferzate, ma questo fu il meno. Mi spingeva alla disperazione, alla ribellione della Volontà Divina! Che non Ti offenda o Gesù!

14 - Dopo aver telefonato al Padre, entrai in camera per ritornare a letto, ed ebbi un forte schiaffo dal nemico che mi fece dondolare i denti e disse: telefona al Padre, ora, e poi va a letto. Rimasi mezza tramortita e impotente a muovermi. Invocai S. Silvestro, il quale venne, fugò il nemico. Dicendo io perché non fosse venuto prima, che evitavo disturbare il Padre rispose: sono venuto appunto per premiare la tua dipendenza, io ti aiuterò sempre a misura che tu sarai ubbidiente e dipendente. Dicendogli io, perché mi dicesse questo, se fosse perché io non ero obbediente al presente, mi rispose: Sì figlia, sì, sei obbediente, ma sarai tanto tentata, avrai lotte tremende, ricordati che il mio aiuto non ti mancherà mai, ma sempre se continui nell'ubbidienza e nella dipendenza. Mi benedisse paternamente, mi sorrise. Gli baciai la Mano, e rimasi in una pace di Paradiso.

Al mattino incominciò la tempesta. Passai la giornata agitatissima, sentendo la presenza dei nemico. Alla sera venne il Padre, e mi diede la calma.

15 - Dalla Meditazione del Padre - Ecce, ascendimus Yerosolimam, et consumabuntur omnia - andiamo per essere scherniti, flagellati... sputacchiati... Gerusalemme nel suo senso mistico, è lo stato religioso dove Gesù trova le sue compiacenze...

Noi dobbiamo imitare Gesù, dunque andare volentieri incontro agli scherni, essere in primo luogo schernitrici di noi stesse. I Santi sono i costanti schernitori di se stessi - gli scherni poi che ci vengono dagli altri, indirizzarli a santificazione e a gloria di Dio. - Essere l'operaia dello scherno - buttata nella concimaia delle mie miserie e perché l'anima si elevi, purificata e trasformata.

Dallo scherno bisogna passare ai flagelli: Flagellatrice di te stessa - flagellare tendenze, cuore, volontà, mente, corpo accettando e sottomettendolo alla perfetta osservanza...

Dobbiamo poi fare un passo più su, e passare allo sputacchiamento - disprezzo massimo - mortificazioni aggiunte, abbandoni, dimenticanze... con Lui in croce, morire a noi stesse ed essere sepolte a tutto quanto è di terra, nell'oblio di noi stesse, per vivere solo per le anime per la gloria di Dio, elevandosi giorno per giorno a Lui e vivendo nelle cose celesti, nell'attesa di passare all'Eterna Gerusalemme in Paradiso.

16 - In Cappella la notte fu calma, ma tornata a letto il nemico mi gettò ripetutamente dal letto e passai quasi l'intera notte al suolo. La giornata fu angoscia e tristezza opprimente.

18 - La notte dal 16 al 17 fui presa da gran freddo, non potevo muovermi e mi sentivo come ossessionata. Bestemmie, imprecazioni al S. Volto disperazione... facevo atti di abbandono procurando di mantenermi in calma. Alle 4 mi levai, e mentre scendevo per portarmi in Cappella il nemico si prendeva burla di me... entrata, trovai l'altarino che aveva preparato al S. Volto, tutto sfatto. A terra le colonne, i fiori, i vasi, ma nulla di rotto. In preda a tanta pena accomodai tutto e poi m'inginocchiai a dar sfogo al mio dolore con Gesù. Mi sentii come rapita, e Gesù appoggiato al mio cuore mi parlava dolcemente: NON AFFLIGGERTI PER QUANTO HA FATTO IL NEMICO IO TROVO IN TE LE MIE COMPIACENZE; E IN UNA GRANDE LUCE CHE USCIVA DAL SUO VOLTO VEDEVO TANTE ANIME - GESÙ CONTINUAVA: SONO TUTTE ANIME ILLUMINATE DALLE TUE SOFFERENZE DI QUESTA NOVENA. Io lottavo con Gesù perché non voleva vedere, ma Gesù insisteva:

ANCH'IO VOGLIO AVERE LA GIOIA DI CONSOLARTI. I CIECHI SONO TANTI, NON TUTTI VOGLIONO ESSERE ILLUMINATI, MA È PERCHÉ POCHE SONO LE ANIME CHE MI LASCIANO FARE LIBERAMENTE, e l'anima mia fu come inabissata in un oceano di amore. Quando mi riebbi una pace profonda invadeva tutto l'animo mio. Quanto mi commuove la bontà di Gesù verso la più miserabile creatura, che non ha altro che un cuore desideroso di amarLo e una volontà, per sua grazia, risoluta a non voler altro che la Sua Volontà! non ho che abbandonarmi a Lui e lasciarLo agire... sono così debole, in certi momenti...

20 - L'anima mia è immersa nella pace... cammino sotto lo sguardo di Gesù che sento sensibilmente vicino ... Soffro delle Sue pene e provo grandi desideri d'immolazione ... ma mi vedo tanto miserabile, tanto imperfetta... Gesù però mi ha detto, che quando un'anima si è data sinceramente a Lui, è ricca delle sue ricchezze, e allora io offro a Gesù tutto quanto mi dà... questa mattina Gli ho chiesto il Suo Cuore per poterlo amare del suo stesso amore e Gesù mi disse: SE TU SAPESSI DI QUALE AMORE IO TI AMO, NE MORIRESTI DI GIOIA.

Marzo

8 - Non voglio andare al riposo senza avere ubbidito nello scrivere quanto mi è passato nella mia permanenza a Milano. Dalla sera dell'arrivo, 24 febbraio, alla partenza 7 di marzo non ho avuto una notte di tranquillità. Quasi tutte le notti, trasportata nelle cantine e là, gettata da ogni parte, battuta, tenuta come soffocata. Molte volte come un corpo di pietra nell'impossibilità di muovermi, in preda alla disperazione, spinta ad imprecare... Non so dire i momenti di spavento passati, ma attribuisco all'aiuto Divino, se non ho ceduto, tanto mi sentiva sfinita... Fui terribilmente tentata nella fede, in certi momenti mi sembrava proprio di essere come quei mondani che non credono a nulla.. quanti atti di fede ho fatto in quei giorni...

Quello che mi disgustò è l'essere stata vista da Suor Emanuele, mentre gettata a terra non potevo muovermi. Essa mi pose una immagine di S. Silvestro e poi poté rialzarmi.

Gesù sputacchiato... dunque perché lamentarmi di queste umiliazioni... eppure ne soffro tanto. Il demonio tentò di allontanarmi dal Padre... ma dopo aver parlato, mi ritornò la calma. Oggi ricominciò l'assalto su questo punto, ma, palesatolo, sparì... O S. Silvestro aiutami!

9 - Ieri sera, andata in Cappella per la recita dell'Ufficio, fui gettata a terra trascinata pel corridoio... tentai più volte di telefonare al Padre per avere una benedizione, ma venivo respinta. Finalmente riuscii, poi ubbidii e passai la notte tranquilla. Il nemico vorrebbe allontanarmi dal Padre, ma S. Silvestro, non lo permetterà.

11 - Il nemico ha rabbia perché il Padre viene per gli Esercizi delle mamme. La sua presenza in casa gli fastidia... certamente farà tanto bene a queste anime bisognose... Cerco di stare in pace nell'ubbidienza. L'adorazione di questa sera mi commosse tanto... Gesù avrà certamente illuminate queste mamme e confortati i loro cuori... fu un'ora solenne di Paradiso per tutte... le parole calde e profonde del Padre strapparono lagrime...

13 - Ieri sera si chiuse il ritiro delle mamme con la S. Messa, Comunione e Benedizione Eucaristica.

Nessuna mancò... erano raccolte, comprese, commosse... il Padre parlò prima della S. Comunione e dopo la S. Messa rivolgendo parole infocate d'amore a Dio... sentirono dispiacere fosse finito e le più chiesero che un altro anno si prolunghi otto giorni. Il Signore aiuti e benedica i loro propositi. La notte fu spaventosa, credetti di soccombere. Mi portò al rifugio e tenendomi strozzata mi incitava a giurare di finirla col Padre ... Furono ore spaventose, mi sembrava di perdere la ragione ... S. Silvestro è muto... il Padre non c'è ... Gesù tace... Maria, aiutami Tu che sei Madre...

15 - Questa notte sono stata portata in terrazza e spinta a gettarmi giù... mio Dio che spavento... invocai il mio Padre S. Silvestro e ritornai in camera... la notte fu di tentazione e di disperazione. Priva di fede e di speranza non trovavo altra conclusione che togliermi da questo stato d'animo col non resistere più e abbandonando tutto... fare una prova, sotto pretesto che continuando così perderei la testa; e poi o il vuoto... o l'inferno... che ore terribili... ma con atti di abbandono di arida volontà, ho riavuto un po' di calma... Il Padre dice di non ragionare, ma in certi momenti mi è impossibile... disubbidisco?... io non voglio.

17 - Sono fisicamente sfinita e spiritualmente in una indifferenza totale di tutto... non santa indifferenza... vorrei non dover più parlare né al Padre né agli altri... vivere sola... Pazienza, anima mia, porta la tua croce. Voglio quello che Dio vuole e basta... i vorrei non sono miei... Gesù, Gesù!

19 - Il nemico tentò di affogarmi nel bagno, e ne uscii tanto impressionata, che proprio sentii forte bisogno di aiuto. Presi il mio quadretto, lo strinsi al cuore e scoppiai in pianto. Il mio Padre si commosse e mi disse: coraggio, figlia mia, non temere, non ti abbandono, c'è bisogno di luce per le anime. Ripresi animo, ma poi tutto si oscurò, e temetti essere tutto vero inganno. Fui tentata portarmi da qualche Padre non conosciuto a chiarire la mia vita per decidere... Ma Gesù non permise cedessi... allora fui spinta a chiedere conforto alle creature per sollevarmi, ma corsi al Tabernacolo e respinsi la tentazione. Come mi sento debole e miserabile...

21 - Ieri sera sono partita per Milano, col cuore stretto, angosciato... non ho potuto parlare al Padre e il nemico mi burlava, mi diede anche una telefonata... Questa notte mentre rientravo in camera il nemico mi disse sciocchezze come queste - tu sei santa, non devi più temere di nulla, andrai sugli altari, e simili cose... non mi detti neppur pensiero di mostrare che l'udivo... se ne indispettì e mi diede uno schiaffo...

22 - Tristezza e desolazione... con Gesù e per le anime!... ma il timore di essere in odio a Dio mi tortura... questa notte nella mia Cappellina di Via Elba passai tre ore di agonia con Gesù nel Getsemani e sentii profondo in cuore il lamento di Gesù: SONO POCHE LE ANIME CHE MI DANNO PIENA LIBERTA’ DI AGIRE E NON POSSO FARE LORO TANTE GRAZIE... O Gesù, agisci in me liberamente, non badare alle mie infedeltà... dammi anime da offrirti in questa Pasqua, tante anime tante, e prendimi tutto... prendi anche Suor Pierina e trasformala Tu...

25 - Festa della Madonna - Oggi Gesù mi ha concesso la grazia di parlare al Padre e l'anima mia ne ebbe tanto conforto e tanta pace. Voglio essere fedele a Gesù, costi quello che costi.

26 - Ieri sera mentre in Cappella pregavo mi si presentò il nemico (ora so che era proprio lui) in forma di Gesù dicendomi: vedi quanto io ho sofferto per te, e tu non sei stata capace di offrirmi il sacrificio di non parlare al Padre e altre cose simili. Passai la notte in angustia, sembrandomi di essere in odio a Dio. Al mattino avvicinandosi il momento della Comunione fui presa da spavento e uscii dalla Cappella per non accostarmi a ricevere Gesù. Corsi in camera strinsi al cuore il quadretto di S. Silvestro chiedendo aiuto e mi si fece luce. Compresi l'inganno del demonio e ritornai a ricevere Gesù. Poi si fece notte tanto buia.

27 - Notte agitata. Il nemico mi disturbò parecchio... gettò a terra tutte le immagini del S. Volto. Avendo gran sete e volendo mortificarmi, mi tentò tanto e poi non so se io o lui mi accostò il bicchiere alla bocca e bevetti un sorso, ma non sono sicura... Al mattino pensando fosse dopo mezzanotte temevo fare la Comunione, ma vinta dal timore di disubbidire mi accostai... Il Padre disse che ho fatto bene.

29 - Ieri sera il nemico mi gettò fuori dalla Cappella, poi una turba di brutti e spaventosi compagni erano pronti per scagliarsi contro di me se non cedevo alle insinuazioni sue. Riusci a portarmi al telefono e chiedere aiuto al Padre, ma per un poco mi inciampava la comunicazione. Quando il Padre m'impose di disprezzarlo e di sputargli addosso rimase impotente. Mi tornò la calma e andai in camera. Più tardi tentò gettarmi al muro e mi s'inganciò nella testa un ferretto. Tutto o Gesù, ma che non ti offenda mai...

Domenica delle Palme - S. Ritiro - Dalla 1 a Meditazione del Padre Gerusalemme città prediletta da Gesù. Andò sì nelle altre città, ma i miracoli più chiassosi li operò in Gerusalemme o nei pressi. L'anima favorita della vocazione è la mistica Gerusalemme, città della compiacenza di Dio. Oggi entra accompagnato dagli osanna... più tardi gli stessi grideranno: crucifige. Gli stessi Apostoli indietreggiano, sono intimi esterni.... solo Giovanni è il vero intimo. Le pie donne sono le intime che L'accompagnano al Calvario... Io sono veramente intima? Per essere intimi la nostra vita deve essere tutta interiore e soprannaturale in unione continua a Gesù. Le opere devono essere vivificate dall'amore e frutto di una vita interna in continuo contatto con Lui.

Dall'istruzione - Gesù nell'entrare in Gerusalemme volle essere accompagnato da rami d'olivo, e non da gigli, rose, garofani... son pur belli questi fiori, ma questa bellezza è passeggera; presto seccano e cadono... L'olivo conserva il suo colore, resiste al gelo, alle nevi, agli spaventosi calori dell'estate... il suo frutto è l'olio, unguento prezioso, che sana, lenisce, che serve a rimedio universale... si adatta a tutte le forme, entra in tutti i cibi...

Le rose e i gigli... sono le anime le cui virtù sono di entusiasmi, che passano al variare delle circostanze e cedono alle minime difficoltà. Per questo Gesù volle essere accompagnato da rami d'olivo perché le anime a Lui consacrate devono accompagnarlo nella costanza, serenità fortezza, anche nelle prove più ardue, nei dolori più grandi; veri rami d'olivo che non si sperdono ai venti e alle procelle. Le virtù devono essere olio i cui frutti sono la carità, la dolcezza, la semplicità, la dipendenza...

Fammi povero che ti faccio ricco dice l'olivo. Più si pota, più si taglia, più si scarnifica più si fa forte e rigoglioso di frutti. Le rinunzie sempre pronte di fronte alla mano del Potatore e della potatrice. La Suora che non si fa toccare non diventerà mai olio. Gesù fu sempre olivo specialmente in questa settimana. L'olivo non fa chiasso. Il Signore non fa chiasso, non ricusa la croce... tace agli sputi, agli insulti... non ricusa l'abbandono del Padre... Bella oliva, sempre serena, sempre in piedi... e il frutto? - Padre perdona loro perché non sanno quel che si fanno. Donna ecco il Tuo figlio... Padre, non li condannare, ma liberali dal male...

Lungo il viaggio sono ramo d'olivo, o fiore?... Gesù perdonami... Tu olivo santo, olivo benedetto, dammi la qualità dell'olivo, dammene i frutti, partecipami la profonda capacità dei prezioso unguento frutto dell'olivo, perché sappia accompagnarti fino alla morte ramo d'olivo.

31 -Notte angosciosa e terribile. Dalle 10 1/2 alle 4 del mattino alle prese col nemico. Credetti di perdere la ragione. Mi portò in terrazzo, all'orto, nel bagno, incutendomi orrore, incitandomi alla disperazione.

Tutto o Gesù quello che Tu vuoi, ma concedimi... Tu lo sai...

Aprile

2 - Devo scrivere per ubbidire, e non mi sento la forza di ricordare la nottata... Il nemico, dopo avermi tenuta colla testa al suolo con un peso opprimente incitandomi a disperazione, a bestemmie, a ribellarmi alla Volontà di Dio, imponendomi e dettandomi giuramenti, mentre tanti demoni erano in procinto di assalirmi, mi portò fuori, rovesciata a terra, mi aprì la bocca dicendomi: non vuoi aprirla, te la apro io per soffocarti e poi con me per sempre, chiama il Padre adesso. Mi cacciava in bocca terra e ogni sorta di roba che tenuta ero obbligata a trangugiare... credetti morire. Quando mi lasciò era mattina e sfinita in tutti i sensi fui presa da tanto scoramento... fatta la S. Comunione per ubbidire, riacquistai un poco di forza. Alla processione, nel trasportare il SS. dall'Altare maggiore allo scurolo, ebbi un attimo di luce e vidi di essere nella verità... poi tenebre.

3 - Tutto o Gesù, ma non il più piccolo peccato! ma che dico piccolo! ciò che ha fatto sudare sangue a Gesù non può essere piccolo! Questa notte (notte dal giovedì al venerdì) Gesù mi ha detto se volevo tenerGli compagnia, e provare in me qualche cosa di quanto ha sofferto nel Getsemani vedendosi carico dei peccati degli uomini, e dicendo io che non volevo altro che il Suo Volere, mi trovai all'istante immersa in un mare di dolori e d'umiliazioni e presi a sudare sangue tanto fortemente che bagnai il pavimento. Vidi il peccato in tutta la sua mostruosità, e l'ardente bisogno di immergere tutte le anime nel Sangue di Gesù per purificarle e non rendere inutili i dolori del Cuore di Gesù. Quando mi riebbi, esausta di forze, in uno stato che non so descrivere Gesù si fece a me vicino, mi prese la testa fra le Mani, appoggiandola al Suo Cuore e disse: ORA TI PARRANNO TROPPO ATROCI I TUOI PATIMENTI PER SALVARE LE ANIME? Rimasi immobile, non potei dir nulla a Gesù, ma Lui ha visto l'animo mio, la mia completa adesione a tutta quanta la Sua Volontà.

Venerdì Santo - Desolazione, agonia, abbandono! bene Gesù con Te!... Per le anime! Ricorda anima mia.

Sabato Santo - La notte spaventosa. Fino al momento della Comunione fui tentata a lasciarla. Gesù è Risorto, ma l'anima mia è nella lotta. Anche oggi ci sono anime

da salvare; dunque? L'Eterna Pasqua, sarà gioia!

Domenica di Pasqua - Desolazione, amarezza, abbandono... La notte agitata... presa da forte paura.

Martedì - Sono in uno stato, che non so capire. Ho bisogno di Gesù e Lo sento tanto lontano... temo di aver peccato... il Padre ancora assente... fiat! Deo Gratias!

9 - Ieri sera, appena a letto, essendo agitata, presi il quadretto e me lo posi al collo, con l'intenzione di toglierlo prima di addormentarmi... ma il sonno mi vinse. Allo svegliarmi il quadretto era in frantumi. Scoppiai in pianto. S. Silvestro ebbe pietà, e toccò il quadretto, poi benedetto, si ricompose. Come rimasi, e quale pura gioia inondò l'animo mio in quel momento! Il mio Padre non mi aveva abbandonata!

11 - La notte dal 9 al 10 e tutto il giorno 10 fu di tormento atroce, ne sento ancora l'abbattimento. Il nemico mi stravolse tutta, ribellione a tutto e a tutti, specialmente al Padre... al punto di non voler più saperne per l'anima mia. Non potei parlare per telefono perché me lo impediva e sentivo solo da imprecare... Al mattino, non ebbi il coraggio di comunicare tanta era l'agitazione, o meglio disperazione, e passai in queste stato tutto il giorno. La sera venne il Padre... e la carità di Gesù trionfò da quel maligno...

Oggi, quantunque il nemico tenta scoraggiarmi e di tanto in tanto violentarmi, sono più calma e cerco di vivere nell'ubbidienza. Viva la croce, viva la croce, dice il Padre...

Questa mattina le poche parole dette dal Padre prima della Comunione, mi diedero tanta forza.

13 - Ieri sera non potevo entrare a prendere il quadretto. A stento potei telefonare al Padre che mi comandò di entrare in camera e mettere al collo il quadretto. Nell'entrare ricevetti uno schiaffo, ma riuscii allo scopo. Vedo ogni giorno più la preziosità dell'ubbidienza. La nottata fu abbastanza tranquilla. Il Padre mi aveva ordinato che per il mattino dovevo essere libera dal dolore cagionatomi dal nemico nella caduta. Mi raccomandai a S. Silvestro per ubbidire e scomparve. Il nemico incominciò a ridersi dicendo: Ubbidienza, ubbidienza - e mi diede una spinta gettandomi al calorifero. Mi battei forte un fianco, lasciandomi addolorata per due ore a terra. Mi impedì di scendere per la Comunione, e tanti demoni facevano complotti e sentivo dire: se riusciamo a toglierle la fiducia nel Padre (nominandolo con brutti termini) e allontanarla l'abbiamo vinta. Non si riesce, diceva un altro, imprecando al Padre e a S. Silvestro. Ci riusciremo, ci riusciremo... e mi sentivo tutta prendere da spavento. Appena potei liberarmi, telefonai al Padre per chiedere l'ubbidienza di comunicare, e Gesù sempre buono, concesse che venisse Lui stesso. La Comunione mi sostiene e mi dà forza.

15 - La nottata fu spaventosa. Senza uno speciale aiuto Divino, non è possibile vivere. Il mattino non fui capace di comunicare, ma Gesù ebbe compassione e venne il Padre, mi tranquillizzò, e mi diede Gesù. Anche la giornata 14 fu agitata. Solo nell'ubbidienza trovavo un poco di calma.

Oggi il nemico cerca di tanto in tanto di tornare all'assalto. Ma non ci do tempo. Ubbidisco.

16 - Ieri sera venne il Padre. Notte calma. Mi sento fisicamente sfinita, ma confido che Gesù vorrà sostenere la mia debolezza, nonostante i miei demeriti.

Sento che dovrò molto soffrire per dar luce alle anime... voglio tutto, ma che non offenda il Signore.

17 - Ieri nel pomeriggio fui tanto tormentata e mi prese un forte dolore al rene da non poter reggere. Andai presto a letto. Il nemico mi fece tanto soffrire fisicamente, poi mi buttò da una parte all'altra del giardino. Ritornata a letto, sfinita e addolorata, decisi di rimanervi non avendo coraggio a comunicarmi. Venne il Padre a celebrare e l'ubbidienza mi tranquillizzò. Il Padre mi comandò di star bene, e infatti il dolore scomparve. Nel pomeriggio di oggi il nemico mi fece battere la testa al muro tanto forte, e mi rimase un acuto dolore; poi mi diceva ridendo: va dal Padre a fartelo levare.

19 - Notte tranquilla. Al mattino mi si presentò dicendomi sghignazzando: hai dormito eh, te la farò purgare alla Comunione. Il Padre mi disse di stare tranquilla. Le parole rivolteci dal Padre prima della Comunione: Monstra Te esse Matrem, mi fecero tanto bene. Sono andata a Gesù col Cuore della Madonna e Gli ho confidato la mia pena perché ne parlasse a Gesù. Sceso nel mio cuore ne ebbi la risposta: STA TRANQUILLA, SONO CONTENTA DI TE. POI TRISTEMENTE MI DISSE: NON DI TUTTE LE RELIGIOSE SONO CONTENTO. Potessi io contentarlo per tutte quelle che non Lo contentano. Che farò? Consolarlo con un amore generoso, delicato, pronto a tutto pur di far piacere a Lui. Gesù sostieni la mia debolezza e miseria...

20 - La giornata di ritiro, fu di desolazione e angoscia... Il Padre mi assicura. Coraggio e avanti, per le anime!

21 - Credetti di perdere la ragione, tanto la nottata fu angosciosa. Posta nel bagno per più ore... si attaccò il fuoco al lenzuolo... fui legata al collo con una fune e appesa al letto. Telefonai più volte ma non potei avere comunicazione e mi sentivo in uno stato di disperazione. Tornata in camera mi si presenta S. Silvestro (era il demonio, ma io allora non lo sapevo) e mi disse, che speravo di farmi santa, ma era inutile, ormai non c'era più nulla da fare, e non mi sarei salvata. Di non disturbare più il Padre, che non ha tempo da perdere, e se ne andò adirato.

Non potei fare la S. Comunione, ma più tardi andai dal Padre che mi diede la tranquillità e Gesù.

22 - Notte di pace. Dopo aver ricevuto la benedizione del Padre, ebbi quella di San Silvestro. Si presentò a me, dicendomi: vuoi anche la mia benedizione? lo dissi: no, no, perché tu puoi essere il demonio. Mi rispose: Sta tranquilla, io non sono il demonio, che ti dice di allontanarti o di non parlare al Padre, io ti dico, di non allontanarti mai, di dire tutto e di ubbidire sempre. Oh! l'ubbidienza di fede come è preziosa! Mi benedisse, lasciandomi in gran pace.

24 - Non ho potuto prendere il quadretto, e non ebbi il coraggio di telefonare al Padre... la notte fu di tormento... Oggi ho un'indolenza che non posso scuotere, la mente stanca... se amassi Gesù!...

Maggio

12 - Da parecchio non scrivo. Ho sofferto molto in questo tempo, ma non val la pena pensarci. Solo devo ricordare per notare e ubbidire. Nei giorni di permanenza a Milano, passai notti terribili e ricevetti colpi e battiture. Spinta a disperare... tornata a casa il Padre era assente. Avevo tanto bisogno... fui presa da spavento. Seguì una nottata impressionante, credetti di perdere la ragione..

La notte dal 11 al 12, il nemico mi faceva giurare di finirla per sempre col Padre, mi portò in terrazzo e mi fece ruzzolare parecchio. Fui presa anche fisicamente da uno sconcerto che avrei imprecato tutti; passai ore che non so come chiamarle... telefonai al Padre, ma non potei avere la comunicazione... mi risolsi andare alla Chiesa e dopo un po' di lotta, mi portò la pace... la pace alla fede nella sua parola... Viva la Croce!

13 - Il nemico mi giocò un brutto tiro. Mi telefonò come fosse Suor Angelica da Milano, dicendomi di partire subito che Suor Emanuele fu presa da un attacco di cuore ed era grave. Andai in Chiesa e nella preghiera ebbi la sensazione, che fosse stato il nemico. Telefonai al Padre che fece luce.

Anime! Anime! Anime!

15 - Nottata terribile... Gesù sostiene la mia debolezza! Mi sento fisicamente stanca, spiritualmente schiacciata... il nemico non mi dà tregua. Che non Ti offenda Gesù, e poi tutto tutto! Le parole del Padre sostengono. Ubbidienza, anima mia, ubbidienza.

16 - Giorno anniversario della mia Vestizione. Quanti ricordi! Allora sentivo l'amore di Gesù... oggi. La volontà di Dio sempre! Questa mattina, appena mi misi in preghiera, fui come tutta presa da Gesù, e mi parlò, non con la voce materiale, ma con quella che va all'anima e mi disse che in questi giorni devo soffrire e offrire continuamente il Santo Suo Volto, PER TANTI MIEI SACERDOTI, disse: CHE HANNO BISOGNO DI ESSERE ILLUMINATI E NON VOGLIONO RICEVERE LA LUCE. Dicendo io, che mi sentivo incapace a tutto: OFFRIMI LA TUA IMPOTENZA, mi rispose, e sentivo che Gesù era molto addolorato.

Che farò per consolarti o Gesù? fa Tu in me, perché io non so far nulla.

17 - Ritiro mensile - Angoscia, disgusto, tentazione, disperazione,... Mio Dio, pietà di me! Mi pare però di non volere altro, che la Volontà di Dio, costi quello che costi per le anime. Mi sento anche fisicamente tanto male, impotente anche a un buon pensiero... Voglio tutto, o Gesù, ma che non Ti offenda!...

Dare tutto, non rifiutare nulla, qualunque sia la mia disposizione fisica e spirituale. Il demonio cerca di portarmi allo scoramento e alla tristezza. No, non lo voglio ascoltare.

Dalla Meditazione dei Padre - Pietro, Giacomo e Giovanni avevano pescato tutta la notte, senza nulla raccogliere. All'alba un uomo sconosciuto che passeggiava lungo il mare, ordinò loro di gettare la rete. Stanchi angustiati erano tentati di non farlo, ma poi ubbidirono, e ritrassero le reti ripiene di pesci.

Così succede nelle anime. Quando manca il Signore non si conclude nulla. Di qui la necessità della grazia per operare il bene. 1) L'Apostolato alle anime nostre - Fare il bene alla nostra condotta. Studio per il possesso della grazia. Bisogna distinguere la grazia assoluta ossia l'anima senza peccato mortale dalla grazia attiva, relativa. Quando la grazia non la ecciti, non la spingi, non l'accresci, ma sonnecchi, t'addormenti, la grazia muore. Che cos'è la grazia? la base delle nostre opere, il nostro respiro, è quell'elemento di unione tra Dio e l'uomo, è il riposo, la gioia dell'anima, l'arma nella lotta; l'attrattiva delle compiacenze del Signore, è quella certa nota della coscienza che la rende giardino del Signore. Se operi senza grazia, che stringi?

È necessario che lo parta, per mandare sopra di Voi lo Spirito Santo. Dunque se è necessario è perché manca qualche cosa... Gli Apostoli erano in grazia, ma grazia di pace... La grazia soltanto di pace non basta, occorre la grazia dell'attività. In preghiera e silenzio aspettano lo Spirito Santo, e con la Sua discesa, non è più solo grazia di pace, ma grazia di attività, fuoco d'amore... La grazia è in continuo pericolo per parte di satana. Tentò Eva e ci riuscì.

Noi, nate per l'Eternità, dobbiamo tendere continuamente alla ricerca, al possesso, allo sviluppo, al mantenimento, alla conservazione della grazia.

Che conto fate della grazia attiva, della grazia vigilante? Le vostre opere sono fatte in unione a Gesù? Una Suora che opera con orgoglio, con risentimento, con animosità, che sfugge l'umiliazione. La mortificazione, che non doma le passioncelle, il carattere non opera con Dio grazia, Dio Spirito Santo, Dio amore. Opera per l'inferno e pel purgatorio.

Conservate lo Spirito Santo in voi, per operare sempre con Lui. Parlo, mangio, dormo, lavoro col Signore? prego con Lui? Quante volte si agisce con assoluta indipendenza!... eppure Gesù vuol restare con noi e per questo, fra gli altri grandi doni, ci diede la vocazione... Tu lo cacci nelle finezze, nelle delicatezze... soffri, ti agiti, e ti macchi l'anima perché operi senza la grazia attiva. Pensate alla grazia, a questo dono che Gesù ci dà e vedete come vi trovate voi rispetto a questa grazia.

Che conto ne faccio io? è sonnecchiosa... manco di generosità, di quella che dovrebbe essere la caratteristica di una Sposa di Gesù... quanti atti virtuosi trascurati... opero sì con Gesù è un bisogno dell'animo mio, ma come opero? - Umiltà, confidenza, abbandono... dare tutto, operare in Lui e con Lui... Agire con pace (in quanto mi è possibile) per non disturbare l'opera dello Spirito Santo che abita in me.

2) Dall'istruzione del Padre - Maria nacque, visse e morì nella grazia - Non era uguale la grazia in Lei quando nacque, da quando morì. Prendiamo un santo innocente, come S. Luigi, S. Stanislao... molto più era in loro la grazia alla morte, che alla nascita. In noi la grazia è suscettibile di aumento. Lo studio dell'anima che tende a Dio è di accrescere la grazia. Come la pianta aumenta di volume ogni giorno, così la grazia nelle anime. La grazia cresce in proporzione della nostra corrispondenza. Noi abbiamo l'obbligo, il dovere; di accrescere la grazia. Il Vangelo ce lo mostra tante volte. La parabola dei talenti; la vigna che non dà uva, l'amministratore infedele...

Non basta la permanenza di quel grado di grazia a cui siamo arrivati. Se il servo che ha conservato il talento ebbe, quella terribile sentenza, che sarà di colui che lo spreca?... il fuoco che non si spegne, il verme che non muore...

Sai il meglio che devi fare, lo vedi nelle meditazioni, nelle istruzioni, nei consigli del confessore, dei superiori, ma, c'è un ma: lo fai? Ora questo grande lavoro della lotta sanguinosa contro il proprio io, lo fate?

L'anima che tentenna, che s'addormenta, che indietreggia, non lavora ad accrescere la grazia...

Il Signore ti ha dato tanti talenti per essere santa ed è fare ingiuria al Signore il dire: quella ha più grazie, minori difficoltà, miglior carattere... Ciascuna anima deve trafficare i talenti ricevuti. Chi uno, uno; chi dieci dieci, certi che il Signore dà a ogni anima la grazia necessaria per santificarsi. Se l'anima nostra è un campo spinoso, c'è l'erbaccia, non scoraggiarsi, non avvilirsi, perché il Signore mette il seme suo, e tutto con Lui è possibile. Chi serve non deve stare a sedere, deve essere attivo: c'è l'assoluta necessità dello spasimo del miglioramento. Pregare lo Spirito Santo che dia luce. Agire, lavorare.

Tu vedi, ma non lavori. Non dipende dalla tua apatia, dal tuo orgoglio?... Siamo viatrici, dobbiamo presentarci a Lui... lotta contro di te. - Coraggio, anima mia, lo scoramento non ha mai fatto un santo. Incomincia ora un lavoro intenso di corrispondenza alla grazia, in un fiducioso abbandono in Dio, nei l'accettazione generosa di tutto quanto permette dentro e fuori di te, anche lo stato presente di angoscia, agitazione...

Oggi il nemico mi ha disturbato parecchio. Durante la predica (credo sia stato lui) una telefonata imprecando al Padre... più tardi mi tenne agitata, mi buttò a terra e voleva impedirmi la confessione, ma poi fu scornato.

19 - Stamane mentre ero in preghiera (il nemico) così disse il Padre, perché io lo credetti Gesù, mi si presentò sanguinante e severo e mi disse, che così l'avevano ridotto i miei peccati, e non dovevo più sperare perdono, che tutto era finito. Ogni mia Comunione e Confessione sacrilega, e altro. Presa da grande agitazione e disperazione passai ore terribili. Lottando mi recai dal Padre... e il nemico fu scornato. Anima mia ricorda il fatto di S. Teresa: Un giorno dopo confessata, si presentò Gesù, e disse: Non fare così, il confessore è buono, prudente, ma questa volta ha sbagliato. Teresa disse a Gesù, se anche vero che ha sbagliato, io non lascerò di ubbidire, perché Tu hai detto: Chi ascolta voi, ascolta me. Allora Gesù rispose: TERESA SE NON AVESSI CREATO Il PARADISO NE CREEREI UNO PER TE. Ricorda anima mia e non discutere mai in fatto di ubbidienza.

- Devo arrivare a saper ubbidire comunicandomi qualunque sia lo stato dell'animo mio, rinunciare la mia luce e agire alla luce dell'ubbidienza. Costi quello che costi, per piacere a Gesù.

25 - Le notti scorse sono state tutte agitate. Una, passai più ore nel bagno, altre sul terrazzo... fiat! per Gesù e per le anime! Ieri mattina, festa dello Spirito Santo, mentre pregavo mi trovai come assorbita in Dio e nella luce del Santo Volto vidi tante anime specie Sacerdoti, e Gesù mi disse: LA TUA SOFFERENZA HA ILLUMINATO QUESTE ANIME. Che Gesù sia glorificato, che le anime si salvino, e poi o Gesù, tutto quello che Tu vuoi. Nelle parole rivolteci dal Padre ieri mi colpirono queste: La pietà nell'ubbidienza, l'ubbidienza nella pietà.

27 - Questa notte ho riposato. Questa mattina mentre mettevo il vino per la S. Messa, il nemico mi afferrò, prese la bottiglia e voleva farmi trangugiare il vino. Strinsi i denti e resistetti, ma invano. Invocai il mio Padre S. Silvestro, che pose in fuga il nemico Preparò Lui stesso il vino nell'ampollina e mi accompagnò in Cappella. Le parole dette dal Padre alla Comunione mi fecero tanto bene.

Oggi giorno di lotta. Mi sento fisicamente stanca non ho altro d'offrire a Gesù, che impotenza alla virtù...

28 - Gesù, tutto per Te e per le anime! Il nemico per vendicarsi, forse perché l'ubbidienza mi fece riposare, al mattino tentò disturbarmi parecchio, ma con la parola dei Padre entrò la calma.

29 - Questa notte, terminato alle 12,30, come l'ubbidienza mi prescrisse, di pregare, mentre mi levavo per uscire dalla Cappella, mi si presentò Gesù tutto piagato e mi disse: PERCHÉ MI LASCI? VEDI COME SONO RIDOTTO C'E’ BISOGNO RIPARAZIONE... Mi sentii turbare e dissi: Gesù non posso, il Padre non vuole - MA TE LO DICO IO, SOGGIUNSE, AL PADRE LO DIRAI POI... Stetti un istante in forse, ma poi dissi: no, no Gesù, non posso, e uscii. Scoprii l'inganno. Il nemico alla porta, mi schiaffeggiò poi mi gettò dalla scala. Un demonio voleva giurassi di lasciare la direzione del Padre e la devozione al S. Volto, minacciando, che se non avesse potuto uccidere me, avrebbe ucciso il Padre, e imprecava in modo orribile contro dì Lui. Poi mi trovai senza sapere come nel corridoio sopra, tutta addolorata e con la testa frastornata. Di nuovo mi si avvicinò il nemico, in tono di compassione, con un termos di latte che si trovava sull'armadio, cercando di farmelo trangugiare, strinsi i denti, invocai S. Silvestro e dopo un poco di lotta mi lasciò.

Quando viene la sera, mi sento morire! ... mi studio di dimenticare il passato... e abbandonarmi alla Divina Volontà...

30 - Questa notte entrando in camera trovai il letto sfatto, il materasso a terra, e tutto sossopra. Era naturale che quel brutto ceffo si sfogasse... rimisi l'ordine e riposai tranquillamente fino alle cinque, come mi disse il Padre. Al mattino lo trovai ai piedi della scala, minacciandomi che se avessi fatta la Comunione, avrebbe fatto una pubblicità in Chiesa. Mentitore! ma l'ubbidienza è tutta la mia forza e la mia pace.

Giugno

1 - Ho incominciato il bel mese del Cuore di Gesù, con la volontà risoluta di dare tanto amore e tanta riparazione. Amore pratico, industrioso a fare bene le più piccole azioni della giornata. Fare tesoro di tutte le tentazioni, suggestioni, prove, aridità in un'immolazione intera, generosa, costante... consolare il Suo Cuore, studiarLo, imitarLo, specie nella dolcezza e umiltà. Questa mattina presto, mentre uscivo all'orto, mi si presentò il nemico, come fosse il Padre, e mi disse: se alla Comunione si sente intranquilla, la lasci, che poi penseremo. Dicendo io: Padre, non sono in grazia dì Dio?, crollò la testa, e mi lasciò nel dubbio. Non sapendo fosse il nemico mi turbai molto.

Prima della S. Messa potei parlare al Padre, e il tranello fu scoperto.

2 - Stamane in Cappella, mi perdetti nel Cuore di Gesù, ho sentito la Sua sete... il Suo dolore... Ho chiestò: Gesù che vuoi da me? AMORE, RIPARAZIONE, mi disse.

3 - Questa notte ho sofferto per parecchie ore atroci dolori di stomaco, e nella sofferenza mi assali la tentazione di bestemmiare Dio, mi sentivo sola, abbandonata; il pensiero che tutto finisce con la morte, mi spingeva a pensieri di suicidio... poi mi vedevo perduta, senza speranza di salvarmi. Fu tale la lotta e l'angoscia che grondavo sudore. Alle 4 e 1/4 portandomi in Cappella, vincendo una forte ripugnanza, mi buttai ai piedi del Tabernacolo, e feci un atto di abbandono, di pura volontà, vincendo la ribellione al Divino Volere. Tornai calma, e Gesù illuminò l'animo mio, e compresi che la mia sofferenza aveva liberata un'anima in pericolo... Tutto Gesù, tutto, ma anime, anime!

4 - Notte burrascosa... Sia benedetta la SS. Volontà di Dio!

5 - Questa notte ho creduto soccombere. Mi sento sfinita! ... ora sono calma disposta a tutto. Le ore passate in Cappella dalle 10 all'una furono di sofferenza intima, profonda, ma sentivo di soffrire per le anime...

Uscita, all'entrare in camera, mi aspettava quel brutto mostro, e mi percosse, poi mi spinse facendomi battere la faccia al bagno, e m'incominciò una forte perdita di sangue dal naso. Non riuscivo a fermarla, mi sentivo mancare, e intanto i pensieri più tetri e sconfortanti mi spingevano a imprecare, a disperarmi, convinta ormai che per me non ci sarebbe più misericordia. Sfinita, sentii di mancare e cedetti. Quando mi riebbi era a terra, in un bagno di sangue. Volevo sollevarmi e non potevo. Mi raccomandai a S. Silvestro, e mi sentii sollevata. Provai un momento di terrore... mi feci forte. Procurai togliere ogni traccia di quanto era passato e scesi in Cappella, ma non ebbi la forza di comunicare. Mi sentivo piena di peccati, in orrore a Dio. Più tardi venne il Padre per la S. Messa dei 1° Venerdì, e la sua parola, mi assicurò.

12 - Festa del Sacro Cuore - Ieri sera, in cappella incominciai la recita dei Mattutino ma Gesù mi attirò tutta a Sé, e mi perdetti in un oceano di amore... Gesù si presentò, col Volto insanguinato, e il Cuore tutto traforato da acute punte, e dai fori usciva sangue, ma non da tutti in uguale forza. Gesù mi disse: VEDI, QUESTE PUNTE, SONO LE OFFESE CHE OGNI GIORNO RICEVO DAGLI UOMINI, e indicandomi, quelle che buttavano maggior sangue soggiunse: QUESTE SONO QUELLE CHE RICEVO DALLE ANIME A ME CONSACRATE, e con una pena che non so descrivere, mi mostrò il dolore che le cagionano, e mi disse: QUANTE ANIME, SOTTO L'ABITO RELIGIOSO, NASCONDONO UNA VITA MESCHINA SENZA UNO SLANCIO Di AMORE, ASSECONDANDO LA NATURA, PERDENDOSI NEI LABIRINTI DELL'AMOR PROPRIO, E DELLE PASSIONI... Chiedendo io se ero nel numero di queste: NO, TU MI AMI, TU MI CONSOLI, VOGLIO TANTE ANIME CHE MI CONSOLINO, TANTE ANIME, TANTE ANIME!... e mi partecipò la sua pena, facendomi entrare in un mare di dolore... lo dissi a Gesù: Credi o Gesù che io Ti amo? - SÌ CHE LO CREDO, E SAI QUANDO LO CREDO DI PIÙ QUANDO PENSI CHE IO TI ABBIA ABBANDONATA, PERCHÉ IN QUELLE ORE, DAI MAGGIOR PROVA DI FEDELTÀ.

Quando mi riebbi, e ripresi l'uso delle mie facoltà, Gesù era ancora a me presente, ma ricordai che a mezzanotte dovevo andare a letto. Guardai l'orologio, erano passate cinque minuti, balzai da terra. Lasciare Gesù in quello strazio era una pena, ma dovevo ubbidire. O Gesù, Gli dissi, devo andare, il Padre mi ha dato il permesso fino alle 12.

Il Volto di Gesù s'illuminò di vivissima luce rischiarando tutta la Cappella, e dal Cuore caddero parecchie di quelle punte e chiudevansi le ferite: VEDI, disse, LA TUA UBBIDIENZA, HA ILLUMINATO ANIME, E MI HA TOLTO DELLE PENE. DILLO ALLE ANIME RELIGIOSE, CHE L'UBBIDIENZA È LA VIRTÙ CHE MAGGIORMENTE MI CONSOLA, e come io mi meravigliavo che un solo atto di ubbidienza, avesse ottenuto tanto, Gesù soggiunse: L'UBBIDIENZA È PREZIOSA, E LE ANIME UBBIDIENTI SONO LE PIÙ CARE AL MIO CUORE!

Lasciai Gesù e mentre mi portavo in camera, mi si presentarono parecchi demoni, incensandomi e adulandomi con frasi come queste: Sei una santa non devi temere più, se ti getti dal 4° piano gli angeli ti sosterranno... - brutti sciocchi!

Ho sete di sofferenze e di martirio, ma più ho sete di obbedienza, di umiltà, di nascondimento. Consolare Gesù, piacere a lui solo. Questa mattina alle 4 tornai in Cappella, e ripresi la recita dell'Ufficio, ma Gesù m'investì, con le fiamme del Suo amore, mi appoggiò il Suo Volto sul mio cuore, e rimasi fuori da questa terra... la parola non può dire le gioie che Gesù concede alle anime le più miserabili, ma che hanno la volontà di piacerGli, di consolarLo. Di fronte alla bontà di Gesù, come grande vedo la mia nullità, debolezza, miseria! Rinnovai a Gesù la mia offerta alla Divina Volontà, e promisi di non rifiutare nulla all'amor Suo.

Voglio essere fedele; le anime devono essere illuminate!...

13 - Intima sofferenza... con Gesù.

14 - Il cuore mi opprime e spesso mi sento come venir meno... ma non è nulla in paragone all'intima pena... il Cuore Divino, è sempre presente all'anima mia, trafitto, sanguinante... o Gesù che Ti possa consolare!...

Abbiamo avuto il Ritiro mensile. Il Padre insistette su la mitezza e umiltà, che dobbiamo imparare dal Cuore di Gesù. Mi vedo tanto lontano, ma non voglio perdermi di coraggio, ma lavorerò intensamente ad acquistarla.

16 - Sono sfinita, angosciata, mille dubbi mi turbano... il nemico mi assale furiosamente... Ho fatto la Comunione per ubbidienza, ed ebbi un momento di pace... ma poi tenebre più fitte.

19 - Primo anniversario della mia guarigione miracolosa, e di grazie ben più grandi! Viva S. Silvestro! ...

S. Messa del Padre, con un bel fervorino di ringraziamento... gratitudine... promesse... Ero lassù, all'Eremo, alla tomba dei mio caro Padre. Piansi, ma furono lagrime di gratitudine e d'amore. Rinnovai il proposito di nulla mai negare a Gesù.

l'arrivo del Padre ieri sera mi commosse, e toccai con mano ancor più, come Gesù è buono coi miseri e deboli come me. Quando il Padre si ritirò, nel corridoio mi si presentò S. Silvestro. Mi gettai ai suoi piedi. Mi benedisse, e prendendomi il capo fra le mani proprio come lo scorso anno, la stessa notte me lo prendeva nella stanzetta dell'Eremo, mi disse: Ti confermo la tua unione alla mia Congregazione - e dicendogli io che mi ottenesse un grande amore a Gesù e tanto spirito d'ubbidienza mi rispose: sta in pace che l'avrai. Allora Gli dissi: Vedi, il Padre vuole che la notte il nemico mi lasci tranquilla e non vada qua e là, ma io non posso sempre ubbidire in questo, ed Egli: Tu chiedi sempre quello che vuole il Padre, e quando non ti è dato fare come Lui vuole, sta tranquilla, il Padre farà la Volontà di Dio. Si perdono tante anime, tante anime - C'è ancora molto da soffrire, ancora molto. Disparve lasciandomi in cuore una profonda pace.

21 - S. Luigi - All'altare di questo angelico Santo, ho sentito un gran desiderio d'imitarLo nella purezza e nell'amore. Il nemico pare non possa toccarmi in questi giorni, e si accontenta di presentarsi, ora minacciandomi pieno di rabbia, verso il Padre e S. Silvestro, ora lodandomi, ora burlandosi della mia ubbidienza... Non gli faccio neppure l'onore di ascoltarlo.

23 - Da ieri desolazione profonda. Non vedo più nulla, mi pare di cadere in un abisso... Sono priva di fede, di speranza e mi sforzo di fare atti contrari... Oggi volevo lasciare la comunione, ma l'ubbidienza mi diede coraggio.

24 - Notte burrascosa... questa mattina non potei accostarmi alla Comunione, perché mi sentivo come soffocare.

27 - La notte dei 25 al 26 fu spaventosa. Appena in camera fui assalita furiosamente. Si fece tanto strepito, e mi gettò in aria ogni cosa. Battuta e sbattuta fortemente alla parete ricevendo gran colpi alla testa mi incominciò perdita di sangue dal naso e dalle orecchie. Portata fuori, e... mio Dio, pietà di me.

Al mattino agitatissima, sconvolta, fui dal Padre... fiat... era assente. Senza Gesù e in tanto - malessere dovetti mettermi a letto... giornata d'angoscia inesprimibile... eterna giornata. Alla sera venne il Padre e mi diede la calma. Questa notte riposai, ma mi sento in tanta debolezza, che in certi momenti non ne posso più. Anime Anime!

- La sua ubbidienza deve essere tale che quando è l'ora della Comunione qualunque cosa possa sentire o accadere deve comunicarsi - Voglio ubbidire.

29 - S. Pietro - La notte fu preziosa per le anime. Fui tormentata in tutti i modi.

Al mattino fui tentata a lasciare la Comunione, ma telefonai al Padre e l'ubbidienza mi diede un poco di pace.

La S. Messa del Padre, le sue sante parole e la delicata carità, mi portano alla considerazione della bontà di Gesù! quale conforto mi procurò col dono prezioso della reliquia del mio caro Padre S. Silvestro! fui tanto commossa, che non ebbi parola... ora sono ben armata. Coraggio, anima mia!

30 - Mentre pregavo in Cappella mi sentii attirata dal Cuore Divino, e mi perdetti nel Suo Amore. Momenti di Paradiso, che lasciano in cuore tanta pace e nuovo ardore al patire. Anime, anime voglio... patire Gesù, con Te, per Te, per le anime!

Luglio

4 - Desolazione... tutto mi pesa... mi pare di essere abbandonata da Dio. O Gesù, non permettere che le anime ne abbiano danno... questo pensiero mi spaventa...

5 - Notte tormentosa... l'ubbidienza è tutta la mia forza...

6 - Questa mattina, presa da forti dolori, non ho potuto alzarmi, ma Gesù buono, permise che più tardi potessi muovermi, e andai a S. Silvestro per la S. Messa celebrata da un Padre Novello. Provai tanta gioia. Quando il Padre stava assiso pel bacio della sacra Mano S. Silvestro lo benedisse, e gli fu accanto per tutto il tempo.

7 - Oggi consolazione inaspettata. Venne a celebrare il Padre Novello accompagnato da P. Agostino... S. Silvestro l'assistette tutto il tempo della celebrazione... mi sentii tanto commossa...

9 - Dopo quanto mi passò questa notte, solo la forza dell'ubbidienza e l'aiuto dei mio Santo Padre S. Silvestro, mi dette la grazia di comunicarmi... poi un momento di pace... ma di nuovo l'animo turbato da mille dubbi... un'angoscia profonda Gesù che non Ti offenda e poi tutto... Qualche volta provo grande ribellione all'ubbidienza di comunicare, mi pare crudeltà questo obbligo in certi momenti neri... ma Gesù sa che io voglio solo quello che vuole Lui... e queste ribellioni mi danno gran pena.

13 - Ieri tutto il pomeriggio fu una lotta. La reliquia dei mio caro Padre scomparve. Alla sera per telefonare al Padre fu un tormento... Fui più volte gettata a terra. Quando poi mi comandò di andar sopra a cercare la reliquia m'impedì il passo, poi mi tenne a terra come soffocata e minacciandomi lo facessi. Finalmente con l'aiuto divino potei svincolarmi. Ritrovai il mio tesoro. La notte fu calma.

Oggi desolazione... morte... mi pare che il sovrannaturale più non esista... mi sento priva di fede, e faccio atti i continui...

Questa mattina dalla profonda meditazione del Padre ho promesso: costante controllo di me stessa, ma oggi questo controllo mi è una tortura...

17 - Notte agitata. Il nemico mi tenne soffocata parecchio. La Comunità di Milano incominciò i S. Esercizi col nostro Padre. II Signore illumini e fortifichi le anime, queste anime che mi sono tanto care, e vorrei vedere camminare sempre avanti nella santità. O Gesù, che io non sia l'inciampo al loro bene.

- I santi sono la conclusione di un grande coraggio.

O Gesù dammi questo coraggio, e Ti procurerò la gioia che desideri da me...

- Lo scoraggiamento non fece mai un santo ... non corresse mai un difetto.

- Il carattere non si distrugge, si corregge ... poco importa se la creta si contorce...

- Entro creta grezza, rimango creta grezza, fino al giorno che esco dallo stabilimento - (stabilimento dove si fabbricano i Santi) la religione.

Nessuno può operare senza un fine ultimo di utilità personale. Anche il Signore ci creò per la sua gioia, per la sua utilità, per il suo bene...

L'uomo con la sua natura può abusare dei fini di Dio. Il cuore, l'intelletto, le membra, usarli per fini indegni, peccaminosi.

La virtù è basata su due grandi punti: L'amore e l'intelletto. L'uno alimenta l'altro.

Sapienza: sapere di Dio. Scienza - sapere di cose terrene. Si può avere grande sapienza, senza possedere la scienza. Si può essere scienziati e non avere un briciolo di sapienza.

La sapienza aumenta l'amore. La santità è la conclusione di una grande sapienza.

20 - Ieri sera la recita dell'ufficio fu un tormento! mi sentivo ribelle... Gesù, pietà di me. Questa mattina il nemico mi gettò a terra il piattino della Comunione... La giornata fu più calma.

24 - Uno dei giorni scorsi, quando il Padre uscì, il nemico mi prese, mi batté il capo alla parete ed ebbi tanta perdita di sangue dal naso. Lasciando questo, passo giorni di calma e nottate di riposo. Non mi par vero... mi si presenta il pensiero che mi attendono aspre battaglie, ma mi abbandono alla Volontà Divina...

La meditazione di stamane sulla Passione mi ha fatto sentire il bisogno di stringermi alla croce di Gesù e condividere le Sue pene. Non voglio lasciarLo solo! vicino vicino... che quei chiodi, quegli sputi, quei disprezzi, cadano su di me peccatrice... Ricordalo anima mia, nei momenti della prova, del dolore...

25 - Chiusura dei S. Esercizi della Comunità di Milano. Adorazione notturna, processione del mattino, con Gesù Eucaristico, e la parola profonda e persuasiva del Padre, mi commossero... Gesù aiuti queste care anime e le attiri sempre più a Lui!

26 - Cerimonie della Vestizione di cinque Novizie. Il nostro Padre celebrò con tanta unzione, e parlò alle nuove religiose e ai parenti con tanto fervore, che si rimase compresi d'un modo insolito del gran dono della Vocazione. Quante grazie in questi giorni! come potrò corrispondervi?

29 - Notte tremenda. Il nemico volle rifarsi della impossibilità dei giorni scorsi.

30 - Sono partita con le Novizie per Centonara. Desolazione... noia di tutto...

Agosto

3 - La quiete, la bellezza della natura, mi portano spesso a Dio... brevi, dolci momenti... poi buio completo... forti tentazioni nella fede... 4 - Sento il nemico al mio fianco da tutto il giorno quando sono sola si sfoga.

La notte mi tiene per ore come soffocata nel letto, non potendo altro, forse per la presenza della Suora. Ho volontà tanto debole oggi... tutto mi pesa... Maria aiutami.

La Superiora sta tanto male. Le ho posto la reliquia di S. Silvestro e ho fede le passerà.

5 - S. Silvestro ha operato nel corpo e nell'anima della mia cara figlia. Agimus tibi gratias.

9 - Desolazione completa... che importa, basta che le anime si salvino... l'assenza di Gesù Eucaristico in casa, mi tormenta, mi sento troppo sola, troppo debole!

Sento lasciare queste Suore, ma il pensiero che in casa c'è il Tabernacolo, mi spinge... Il nemico lavora nascostamente, ma lo sento, che mi ronza attorno e mi inculca pensieri sconfortanti... Ubbidienza.

21 - Che cosa ho fatto, Gesù mio! in quale pericolo mi sono messa! ma Tu non hai permesso, continuasse questo stato. Grazie Gesù.

Il nemico tornata da Centonara, mi tormentò a Milano per due notti... sfinita m'ingiunse che mi avrebbe lasciata in pace se avessi abbandonato tutto quanto non era di regola, e mi fossi allontanata dal Padre... Cedetti per far la prova... ma lo stato dell'animo mio era più tormentoso che nelle lotte... mi sentivo strana, fuori posto e un'amarezza, avrei voluto sfuggire l'occhio di Dio... il Padre era lontano, e quando ritornò, volevo mantenere il mio proposito... ma Gesù non permise simile ingratitudine e la carità del Padre mi riportò la luce... Che farò per riparare? Gesù, tutto quello che Tu vuoi.

Ieri sera in Cappella il nemico si presentò come fosse Gesù, dicendomi di andarmene che non meritavo stare alla Sua presenza e simili cose. Telefonai al Padre e rimasi più calma. Tornando in Cappella, mi si presentò S. Silvestro, mi gettai ai suoi piedi dicendo: O Padre, vedi che cosa ho fatto... Lui mi pose la mano sulla testa e mi disse: Sta in pace, ma vedi in quale pericolo ti sei messa, e ricordati, di non mai allontanarti per tua volontà dal Padre, e ubbidisci sempre, e devi dirgli tutto. Io non ti ho abbandonato, e sai perché sono venuto adesso; perché hai telefonato al Padre. Se non ricorrevi a Lui neppure io sarei venuto. Mi benedisse e mi lasciò in cuore tanta pace.

Questa mattina prima della Comunione ricominciò la lotta... mi attaccai all'ubbidienza e avanti... Gesù perdono.

26 - Notte di tormento. Il nemico non mi lasciò andare a letto, mi tenne soffocata poi mi legò pel collo al ferro del letto e mi batté tanto forte. Quando potei svincolarmi, corsi al telefono, e dopo un po' di lotta per avere la comunicazione, riuscii parlare, e il Padre mi tranquillizzò. Quale bontà mi procura Gesù nella persona dei Padre! che sarebbe in certi momenti! Grazie Gesù!

28 - La notte fu insonne. Il nemico mi suggeriva pensieri molesti; il Padre mi consigliò di non tenerne conto, per combatterli con altri contrari, che sarebbe dar campo di maggior tormento. Uscito il Padre, e agendo come mi fu indicato ebbi dal nemico un forte schiaffo, aumentando il mio male in bocca. Fui presa da scoramento, che cercavo superare, ma ecco mi si presenta S. Silvestro e, dopo avermi detto tante cose, finì dicendomi severamente: guai a te se disturbi ancora il Padre. Rimasi sbalordita, come fuori di me. Si fece un gran sconvolgimento nel mio animo, mi vidi perduta... picchiata e con tali pensieri di disperazione, da battermi la testa al muro... dì mia volontà... non so... ore dolorose, che senza una grazia speciale, non si potrebbe superare... riuscii scrivere al Padre ... e più tardi la telefonata mi sollevò l'animo... il leone rugge ... ma voglio ubbidire...

O Gesù, per le anime... ma che non Ti offenda... mai, mai, mai!

29 - Ho il cuore pieno di gratitudine a Gesù, che mi ha aperto l'animo al Padre, e fatto luce... Il nemico voleva abbattermi, e invece mi sento più vicina a Gesù sulla Croce...

La notte è stata una tempesta terribile. Battuta, obbligata a imprecare il S. Volto, S. Silvestro, il Padre... In camera tuffata nel bagno; battuta al muro, ebbi uno sbocco di sangue... e il nemico giurò di uccidermi. Cessò la lotta esterna alle 4 circa, ma l'animo mio fu preso da tale angoscia e spavento, da perdere la testa... Gesù, quantunque non sentivo vicino, mi guidò al Padre... per strada lo incontrai e dicendo io che andavo a Lui, rispose, che non poteva (conobbi poi essere il nemico) perché mentre stavo per ritornare sui miei passi, cambiai senza volerlo, e andai a S. Stefano, e il Padre era in casa. Grazie Gesù! Viva la Croce.

Fammi soffrir!... Gesù Ti supplico! Soffrir per amor Tuo! dolce desio! Al legno della Croce, Tua dolce man mi leghi E immobile vi resti, fino all'amplesso in Ciel. Soffrir!... serena in viso, mirando il Volto Santo Nell'oppression dei cuore addolorato

Nessun cuore s'inclini e odi il grido mio Solo Tu, o mio Gesù adorato.

Soffrir per consumar nella divina fiamma Tutto quanto d'impuro, di meno retto e bello Agli occhi tuoi dolcissimi fa ombra

E impedisce allo spirito il volo dell'amore. Soffrir... pianger sommessa, piegata sul Tuo Cuore Quando l'angoscia è forte, e ardua lotta invade Per bere alla sorgente dei Tuo petto, la forza

Che eleva l'alma, e porta a completa vittoria. Soffrir, per fare invidia ai santi abitatori

Per rendere gelosi gli stessi serafini

Per regnare, portando la corona di spine, Che Tu stesso hai portato, o Martire Divino.

31 - Notte agitata. Il nemico mi gettò da tutte le parti. Mi tenne soffocata. Tentai telefonare al Padre, ma non potei. Gesù mio, tutto per Te e per le anime!

Settembre

1 - Questa sera, principiarono gli Esercizi per la Comunità. Gesù illumini e trovi anime generose. Che farò io? La Volontà di Dio. Tesoreggiare di tutto per le anime... anche della desolazione della lotta...

2 - Il Signore vuole che lo serva con gioia, sia nella desolazione, amarezza, disgusto... che nella prosperità... consolare Gesù.... ecco la mia missione in terra... Gesù, Tu conosci le mie aspirazioni... rendile feconde! Aiuta la mia debolezza...

3 - Confortare col frutto del seme il seminatore. Rinnega te stessa, prendi la croce, e il seme germoglierà fino alla spiga della santità... I propositi devono aver principio nella luce e termine nell'amore. O Gesù dammi il Tuo amore, un amore forte, che tutto sa soffrire, tutto sopportare... sono così debole… così fredda...

Oggi angoscia, lotta... il nemico l'ho sentito vicino a me tutto il giorno. Scomparve solo quando ritornò il Padre. Che non Ti offenda o Gesù!

4 - Notte tranquilla... stamane nel preparare il vino per la Santa Messa, mi si accostò il nemico incitandomi a bere, poi prese la bottiglia e me lo fece trangugiare, io però lo buttai fuori...

Voglio amare appassionatamente il Crocifisso; Studiarlo, meditarlo e... imitarlo con la sua grazia. Seguire Gesù nella Sua Passione, sempre, ma specialmente quando il dolore mi rende a Lui più conforme.

5 - Ieri sera, entrata in Cappella, dissi a Gesù: - Gesù voglio essere la Tua gioia - e Gesù mi disse: VIENI, HO BISOGNO; OGGI HO CERCATO LA GIOIA IN TANTI CUORI, E MI VENNE RIFIUTATA. Dimmi, Gesù, che devo fare, per supplire ai rifiuti che hai avuto. Gesù, con tanta tenerezza rispose: VUOI GODERE LE DOLCEZZE DELLA MIA UNIONE, O SENTIRE LA PENA DEL MIO CUORE, PER I PECCATI DEGLI UOMINI?

Quello che Tu vuoi Gesù; e l'anima mia all'istante partecipo il dolore dei Suo Cuore, dolore impossibile ritrarre a parole e mai come in quell'ora compresi che cos'è il peccato... O Gesù, che non Ti offenda, e ripari per me, per gli altri... come vuoi... prendimi tutto...

Quando mi riebbi era terminata l'ora, e uscivo. Gesù mi disse: RESTA ANCORA UN POCO, GIA’ MI LASCI SOLO... dicendo io che non potevo fermarmi perché era passato il tempo indicatomi dal Padre, il Volto s'illuminò e: ECCO LA MIA GIOIA, dissemi, L'UBBIDIENZA.

Dall'istruzione del Padre: Non fidarsi mai di sé. Chi più forte di Pietro? eppure scivolò... attenta anima mia - vigilanza, santo timore, confidenza in Dio.

- Il peccato di Giuda e il peccato di S. Pietro, ebbero origine dalla disubbidienza.

La legge dice, non toccare il denaro non tuo, prendilo e conservalo - Giuda disubbidisce e ruba.

- Gesù dice agli Apostoli: andate via, allontanatevi ... S. Pietro portato dall'affetto al Maestro, Lo segue... e cade ...

S. Pietro è scusabile, perché la sua disubbidienza, non è pensata voluta, ma carattere di fuoco, generoso... non pensa e cade... vediamo di fatto, che piange amaramente il suo peccato e si rialza.

Giuda incomincia dal poco, non doma la sua passione, cade ogni giorno più, fino al precipizio...

Attenta anima mia alle cadute di catena.

L'anima che cade, ma si rialza, e ricomincia, non fa paura; al contrario l'anima che rimane a terra, e continua di cadute in cadute. Maria stronca il vaso di alabastro - grande significato per noi: Sacrificare tutto, dare tutto.

6 - Questa mattina per la Comunione lotta... giornata di desolazione...

il cuore è stretto e non so parlare...

Porta la tua croce con pace, rinnega te stessa fino alla morte... - La Casa di Betania è oggetto d'amore del Maestro Divino.

I tre abitatori sono i grandi amici di Gesù. Li visita spesso, e li mette a parte dei suoi segreti. Sanno in quale parte dirige i suoi passi, e godono della loro confidenza. Lazzaro s'ammala... le sorelle mandano subito un messo dal Maestro: Colui che ami è ammalato - Non c'era bisogno di più. Conoscevano Gesù e certe erano che non avrebbe mancato di correre al letto, dei fratello. Si fa tardi, Gesù non viene. Si spia dalla finestra lontano lontano... viene la sera, e ancora Gesù non si vede... l'ammalato è grave. Non è il pensiero del fratello, quanto la lontananza dei Maestro... come Gesù che sempre era da loro, ora nel momento del bisogno non giunge... Giorni eterni, dolore profondo... Lazzaro muore... si avvisa il Maestro...

- Andiamo, il mio grande amico dorme...

Entra nella casa, è commosso, non può parlare. Maestro se eri qui, Lazzaro non sarebbe morto. - Ripreso dalla commozione, comanda a Lazzaro di risorgere...

Quanto ha sofferto Gesù da lontano pel dolore dei suoi... certissimamente più di loro... ma questa tardanza doveva ridondare a bene delle anime, a gloria di Dio - Impariamo noi, quando nelle nostre suppliche e preghiere non otteniamo quanto chiediamo, a non lamentarci, ad attendere con pazienza, ad essere convinti che Gesù da lontano ci assiste... e aspetta per grandi suoi fini... la gloria di Dio e il bene nostro.

- Avere il cuore aperto con Gesù, non solo per dare, ma per ricevere - Bello parlare a Gesù, ma più bello ascoltarlo e mettere a frutto la Sua parola.

A.M.D.G.

Settembre

8 - Stamane il nemico mi ha tanto turbato prima della Comunione, e mi sconvolse tutta... la parola del Padre mi calmò.. cerco di ubbidire, e di pregare di più, nonostante la forte ripugnanza che provo...

La Religiosa deve essere la laudatrice di Dio, la cantatrice di Dio. Che la lode sia nel sereno, o nelle tenebre, nella calma o nella lotta, poco importa. Quello che importa è lodarLo nella Volontà Divina.

9 - Ho passato la notte al Getsemani con Gesù, in una sofferenza indescrivibile... mi ha fatto partecipare alla Sua agonia... anime vuole Gesù, anime che diano tutto, anime veramente immolate e io che dovrei essere una di queste anime, tante volte per un niente mi torturo...

10 - Chiusura dei S. Esercizi - Questa notte Esposizione... che gioia. Dalle 11 alle 12 sofferenza... con Gesù nel Getsemani...

Stamane la cerimonia dei Voti perpetui di Suor Ildefonsa Celestina - Dositea - Ernestina mi commesse tanto e mi riempì il cuore di pura gioia. Sono in porto! Gesù conservale, custodiscile e che siano sempre tue, sempre più tue!

Il nostro Padre parlò con tanta unzione, con tanta profondità, lasciando in cuore propositi forti... desideri grandi di santità.

Ricordi - Ricordare - Praticare - Predicare.

Ricordare tutto quanto abbiamo sentito, ricevuto, promesso. Praticare, operare secondo quanto abbiamo promesso, nello spirito della Regola, Voti e Autorità.

Predicare con l'esempio, nel nostro operare, in casa, nella scuola, coi secolari.

Tutto sia in amore e per amore, e ciò aumenti in noi, fino al giorno dell'amore, in Paradiso.

A.M.D.G.

12 - Questa mattina sono partita con Suor Angelica e Suor Ildefonsa per l'Eremo, nella santa compagnia del nostro Padre... Cosa provai all'incominciare la salita, mi è impossibile descriverlo... Il mio caro Padre S. Silvestro mi attendeva con ansia... entrammo subito in Chiesa... e eccolo splendente sull'altare con le braccia aperte... per accogliermi... avrei voluto rimanere là sola, sola con Lui... ma fui troppo presto richiamata...

Oh! la pace, la profonda pace, la pura gioia dell'Eremo... Ore tutte di Paradiso, ove non si sente più il contatto della terra, ove tutto è santo e puro, e soprannaturale...

Mi fu assegnata la stessa cameretta dello scorso anno, ove tutta sola potevo sfogare il mio cuore pieno di gratitudine...

La prima notte, S. Silvestro venne a me. Mi gettai ai suoi piedi. Mi strinse a Sé mi chiamò: figlia mia diletta - io domandai: - Padre mio, non offendo il Signore, quando provo tanto forte ribellione, e tante tentazioni... S. Silvestro mi rispose - No figlia, non offendi il Signore, ma glorifichi Dio, e salvi le anime. C'è molto ancora da lottare e soffrire, ma sta tranquilla io ti aiuterò sempre. Mi poggiò la mano sul capo e mi benedisse.

Gesù, che io non sia infedele a tante grazie! mai! ...

13 - Fu giornata di soave dolcezza... Al mattino tre Sante Messe... Alle dieci la Vestizione di sei probandini e la Professione di tre Novizi. La funzione si svolse in una santa unzione, grandezza, e soavità; furono ore di santa emozione... S. Silvestro fu presente vicino al Padre per tutto il tempo delle cerimonie e del Santo Sacrificio... Quando i Novizi si presentarono al Padre, S. Silvestro a ciascuno poggiò la mano sul capo e benedisse... Che avranno provato quelle care anime, se io al solo vedere, gustavo delizie di Paradiso...

Fu giorno di preghiera, lo passammo quasi tutto in Chiesa, vicino a S. Silvestro.

Verso sera il Padre venne in Chiesa, e ci attendeva un'altra gioia. Ci mostrò la cassa ove S. Silvestro fu posto alla morte, e ci permise di mettere dentro la testa, che invece di poggiare sul legno si trovò a contatto del Santo e... fui bruscamente richiamata alla terra... ma, quale soavità...

14 - La notte scorsa mentre in camera principiai il Mattutino, eccomi accanto S. Silvestro, e recitò Mattutino e Lodi con me, mentre una melodia di suoni ci accompagnava... oggi parecchie S. Messe. Il Padre ci diede la Comunione all'Altare del Santo... si pregò molto... Alle 13 col cuore pieno di gratitudine, di pace, di Paradiso, si dovette partire, non senza sentire il distacco... Tutte quelle sante anime dell'Eremo ci fecero una santa invidia...

Come sento il mio nulla e la mia miseria, di fronte a tanta bontà e a tante grazie.

Ora corrispondenza pratica, vera, di ogni istante.

Costi quello che costi; Gesù deve essere contento di me; S. Silvestro deve potermi chiamare sempre: figlia diletta non ne sarò mai degna, ma devo poter dire: ho cercato di fare tutto quel poco che ho potuto.

16 - Pace profonda, unione intima con Dio... S. Silvestro è vicino a me; non lo vedo ma lo sento... cogliere tutte le occasioni per dare a Gesù sacrifici.

19 - Continuo nella pace... mi pare d'aver cambiato natura... grandi desideri di patire. Gesù son Tua! ho recitato l'ufficio col mio caro Padre S. Silvestro.

21 - Gesù soffre e mi partecipa un po' della sua pena... vuole che Lo consoli, che ripari, che Lo ami per quelle che non Lo amano. Anima mia, amore pratico, fatto di rinunce.

26 - Mentre recitavo l'ufficio, S. Silvestro mi si avvicinò, mi prese il libro e mi fece notare che sbagliavo. Mi diede il segno, e continuò la recita con me. Terminato Mattutino e Lodi, che io recitai, come trasportata in Paradiso, mi disse: Figlia mia diletta, devi mettere ogni impegno nella recita dell'ufficio, perché procura tanta gloria a Dio, e tanto bene alle anime.

Mi benedisse e mi lasciò in cuore il Paradiso. Per quanto dipende da me, metterò ogni impegno per ben recitarlo, e sarò più umile nel chiedere, quando non capisco bene.

Ottobre

4 - Nota - Quando fui all'Eremo portai Suor M. Ildefonsa, perché dovendo dare la tesi per la laurea in lettere, e dovendo trattare in particolare di S. Silvestro e dell'Eremo, ne avesse vantaggio. Suor Angelica in occasione dei 25° di vita Religiosa; nel ritorno la portai a Perugia a visitare la zia Suora Benedettina, unica parente in Italia. Fu una santa soddisfazione per entrambe. Come è bello procurare un po' di gioia agli altri. Questa notte il nemico tornò a disturbarmi, fece fuoco in camera, mi buttò al muro e mi faceva imprecare... Gesù, che non Ti offenda e poi tutto quello che vuoi... Essere la gioia di Gesù... che Lui goda, e Suor Pierina soffra!

7 - Non ne posso più... questa notte fu terribile ... il nemico mi tormentò in tutti i modi e mi gettò... o meglio ... ma ho orrore scriverlo... oggi senza comunione... ho avuto paura... quantunque cercavo di pensare che devo ubbidire, ma non ebbi il coraggio... giornata nera, interminabile...

8 - Anche oggi è un tormento... sono sfinita fisicamente e spiritualmente... non ho il coraggio di comunicare... passando dal Gesù fui spinta dentro... al confessionale c'era un Padre... un pensiero mi tormentava: se tu non ti confessi, morirai in peccato mortale... lottai terribilmente... stavo per cadere... ma poi scappai fuori...

9 - Notte di lotta... ma poi Gesù ebbe pietà di me... combattuta in tutti i modi, specie di suicidio... non potendone più, ricordai che il Padre mi aveva detto di chiamare il Suo Angelo Custode. Allora lo supplicai a non abbandonarmi in mano al demonio... l'Angelo venne, i demoni fuggirono, e passai un momento in celeste conversazione. l'Angelo mi disse: non devi temere, perché quando tu combatti coi demoni, non ci vedi, ma tanti Angeli sono attorno a te per difenderti. Io Gli dissi di farsi vedere, perché io tante volte a essere sola ho paura, e l'Angelo soggiunse: Se ci vedessi sempre, non ci sarebbe più sofferenza, sta però certa che se ci fosse bisogno, ci vedresti. Non vedi che sono venuto? - Come sei bello, Gli dissi, sei forse un serafino... e mi rispose: sì, io appartengo al coro dei Serafini, e così dicendo scomparve, lasciandomi una profonda pace.

Al momento della Comunione mi assalì il tormento che tutto era illusione e io era in peccato e non ebbi il coraggio di comunicare...

11 - Ieri sera giunsi a Milano. La notte incominciò agitata, ma poi mi tranquillizzai. Questo mattina mi raccomandai a S. Silvestro e potei fare la S. Comunione.

La Comunità è tranquilla, nulla di allarmante, come temevo. Il Padre non scrive...

12 - Desolazione, timori... Mio Dio tutto per Te...

13 - Giunse il Padre e tornò la pace. Quante grazie, quanta bontà da parte di Dio!... e io che faccio?

17 - In questi giorni quanto aiuto per l'anima mia! desideri grandi di bene, di sofferenza, di amore... essere la gioia di Gesù, cercare la sua Gloria e la salvezza delle anime.

18 - Oggi la S. Professione di Suor M. Silvestra e di Suor M. Benedetta. Mi commuove sempre questo atto grande, e anch'io mi sono ridata a Gesù con tutto l'ardore, perché disponga di me a Suo piacere. Il nostro Padre parlò con tanta unzione e amore, da strappare le lagrime... 19 - Eccomi a Roma, sono partita questa mattina da Milano con Suor Silvestra, Suor Benedetta. Fino a Firenze viaggiammo col nostro Padre. Ci si sentiva accompagnate da Gesù.

23 - La notte scorsa fu terribile: battiture soffocazione. Mio Dio, che ore atroci... che non Ti offenda o Gesù, mai! Da qualche giorno soffrivo tanto, ma rimanevo sola con la mia angoscia. Gesù però mi fece capire che l'umile ricorso a Chi lo rappresenta in terra, era più gradito a Lui. Così feci ed entrò un poco di pace.

Il nemico rabbioso di questo, mi fece dei dispetti, gettandomi al muro, o altro, dicendo - ora va a dirlo al Padre. -

25 - Festa di Cristo Re - Si fece il ritiro del mese. Giornata di preghiera. Le meditazioni del Padre portarono tanta luce all'anima mia, e un desiderio grande di dare dare dare a Gesù tutto...

Riforma particolare di questo mese, sia un lavoro intenso per imitare la mansuetudine di Gesù, con il controllo dell'esame particolare. Guardare il Modello, e non darmi pace fino a sapermi dominare...

26 - Questa mattina prima della Comunione il Padre ci rivolse sante parole: Beate le anime che si lavano nel Sangue dell'Agnello - e l'anima mia si trovò inabissata in Dio, immersa nel Sangue Divino, ne usciva candida come la neve, e Gesù l'appoggiò al Suo Cuore e: sempre così, sempre così diceva... Quando Gesù è sceso in me, compresi quante anime non si lavano nel Sangue di Gesù, quante Lo usano a loro condanna, pena sensibilissima al Suo Cuore... Desideri d'immolazione, di penitenza... ma nel l'ubbidienza... Nonostante il trambusto di oggi, questa pena mi ha accompagnato, ed è un tormento il non poter fare nulla per portare a Gesù tutte le anime...

Che neppure una goccia del Tuo sangue cada infruttuosa su di me, miserabile. Gesù Tu lo sai che Ti amo...

27 - Beate le anime che si lavano nel Sangue dell'Agnello - Queste parole mi rimasero scolpite nell'animo... ci ripenso senza volerlo e mi sento come investita da profondo raccoglimento e perduta in Dio.

Lavarsi nel Sangue dell'Agnello vuoi dire accostarsi a Lui per imitarLo, ricopiando i suoi esempi... accostandosi a Lui ogni mattina perché purifichi l'anima nostra ... lavarsi nel Suo Sangue all'aurora e al tramonto del giorno ... O Gesù che neppure una goccia vada perduta per l'anima mia! accetta l'olocausto totale di me miserabile, perché non cada invano sulle anime altrui!

30 - La notte fu terribile... Sempre la presenza del nemico... stetti parecchie ore come soffocata.. obbligata poi ad imprecare... o Gesù che non Ti offenda... oggi desolazione, oscurità... il Padre non c'è ... Gesù, Tu ci sei, non è vero?

31 - Questa mattina temevo comunicare, perché la notte agitata e tormentata dal nemico, mi dava la sensazione di essere in peccato, ma arrivò il Padre, e tornò la calma. Quanto è buono il Signore coi miserabili!

Le parole rivolteci dopo la S. Messa, mi animarono, mi diedero nuova forza a camminare nel Divino Volere.

Vigilia di tutti i Santi. Chi furono? che fecero? Furono uomini come noi. Lottarono costantemente contro satana, contro se stessi, contro il mondo, e rivestiti della corazza della fede, speranza e carità affrontarono la lotta.

È aspro lottare, ma è molto dolce essere incoronati.

Perdono Gesù della mia poca generosità nella lotta. Costi quello che costi, voglio seguirti fra gli intimi...

Novembre

4 - Desidero la sera per stare sola con Gesù, e poi aridità, desolazione, sonno, stanchezza... devo lottare per essere fedele all'orario... che importa... so per fede che Gesù è là, nel Santo Tabernacolo... che io non lo senta, ma che Lui mi senta... che io soffra, ma Gesù goda... che io sia all'oscuro, ma le anime nella luce...

Dimenticai notare quanto mi passò la sera dei 31 ottobre. Il Padre telefonò che sarebbe venuto. Io per non disturbarlo, mi mostrai tranquilla e le pregai a non venire. Appena terminata la telefonata il nemico si avventa e: ci sei ora, mi dice. Ricorsi a S. Silvestro e: io rinunciai al Padre per non strapazzarlo, ora tu pensa a me. Entrai in Cappella ed Egli mi attendeva. Recitò con me Mattutino e Lodi, mentre ci accompagnava un'armonia celeste. Quanta bontà mio Dio!

Io, miserabile peccatrice!... che Ti sia fedele o Gesù, anche nella lotta, nell'angoscia, nella tentazione... sempre...

5 - Il nemico è sempre al mio fianco. Non lo vedo ma lo sento... Oggi sono tentata d'ira, di gola... non cedo, ma quanto mi sento umiliata! Gesù, aiutami...

6 - 1° Venerdì dei mese - Quanto è buono il Signore di chiamarmi a Lui per consolarlo!... Che importa se l'anima è nelle angoscie di morte... Il nemico ha raddoppiato gli sforzi per impedirmi la Ora Santa e questa mattina tentò privarmi della Comunione... l'obbedienza ha vinto... ma quale lotta!...

Tanto meglio, non sono forse io, che devo consolare Gesù?

10 - Notte terribile... ho telefonato più volte ma nulla... fiat! Questa mattina venne il Padre e tornò la calma...

11 - Arrivò Suor M. Emanuele da Milano per trattare sul da farsi in merito alle scuole e alle Suore. Sia fatta in tutto e sempre la SS. Volontà di Dio!

Prima della S. Comunione il Padre ci rivolse le Sue sante parole, ricordò il fatto di S. Martino, che all'ultimo della vita fertemente tentato dal demonio disse: - Niente è in me che appartiene a te - possa anch'io ripetere con verità queste parole.

13 -Ancora quel Sacerdote si presentò... che impressione... ho offerto la S. Messa e Comunione... il nemico mi è sempre presente... fiat e tutto per le anime...

Con quanta pena vidi partire Suor Emanuele questa mattina! Il Signore l'aiuti, l'Immacolata la protegga.

15 - Sono nelle più fitte tenebre... tutto mi agita... faccio continui atti di abbandono... che non Ti offenda mio Dio!

17 - Oggi ho incominciato la novena dei mio caro Padre S. Silvestro oscurità perfetta... eppure voglio farla del miglior modo possibile... Il nemico mi tenta in tutti i modi... Gesù aiutami! Mi sento sfiduciata... faccio atti contrari, ma...

18 - Questa sera giunsero le mie Suore da Milano. Gioia e dolore; Tutto per le anime! A Milano sono rimaste in 9. Signore le affido a Te! Santo Padre Silvestro non le abbandonare!

20 - Nottata angosciosa. Pare che tutto l'inferno si sia scatenato... ho provato tanta paura... mi sento ancora sfinita... Il timore di aver peccato mi opprime... Ho fatto la Comunione per ubbidire... ma... Gesù, Gesù!

21 - Anche questa notte fu tribolata assai! Per le anime!... Il Padre non torna e mi sento sfinita... Gesù, aiuto. Santo Padre Silvestro prega per me...

23 - Ho promesso al mio caro Padre S. Silvestro di fare un triduo fervoroso e non risparmiarmi in nulla... pare che le furie dell'inferno si siano scatenate... Giorno angoscioso e notte spaventosa... soffocata, incitata al suicidio, alla disperazione... uscii per andare dal Padre e tentò di farmi deviare... che lotta, mio Dio... se il Signore non mi sostenesse, guai...

Mi pare di perdere la testa... di star cadendo nell'inferno... Anime, Anime! Il Padre mi diede la calma e fugò il nemico... come si vede chiaro, che rappresenta Gesù... come potrebbe una creatura trasformare in un attimo l'animo! ...

Scrivo per ubbidire, come però nulla può dire la parola, di quanto passa dentro e attorno a me!

24 - Anche questa notte uguale più o meno a ieri... non ebbi il coraggio di comunicare... il Padre non c'era. Finalmente venne e ricevuto Gesù mi sentii più forte e più tranquilla. Sono anche fisicamente sfinita. Che non offenda Gesù e poi tutto! Vivo di ubbidienza, unico sostegno e unica luce di questi giorni.

25 - Ieri sera bastante tranquilla. Alla una circa il nemico cominciò a ruzzolare nella camera e poi a tormentarmi fino le 4,30. Stamane venne il Padre per la S. Messa e fu una grande grazia per me. Alla Comunione il nemico mi gettò a terra il piattino. Pazienza anche oggi. Tutto ad onore di S. Silvestro. - Ferma nell'ubbidienza - Fare tesori che il ladro non può rubare, la tignola non può consumare - Lavorare per l'eternità.

Con Gesù nella lotta.

26 - Festa del mio caro Padre S. Silvestro.

Pace profonda, gioia di Paradiso! Ieri sera, appena entrata in Cappella per la recita del Mattutino venne S. Silvestro. Mi posi in ginocchio e Gli dissi: Ma perché in questi giorni mi hai lasciata così sola, nelle mani dei nemico. - Perché tante anime avevano bisogno di luce e forza, ma tu non mi sentivi eppure io ti ero vicino. Non temere in questi assalti dolorosi, io non ti abbandono, tu sii sempre candida col Padre, mio Figlio prediletto, e il nemico non potrà farti danno. Sono le ore preziose per le anime. - Mi tenne stretto il capo fra le Sue mani e io era come in Paradiso, immersa come in un oceano di pace.

Poi prendemmo a recitare l'Ufficio, Mattutino e Lodi, in un'armonia celeste. Mi lasciò inondata di soavità, immersa in Dio... Come il mio

nulla e la mia miseria mi parvero un abisso insondabile di fronte alle grazie e alla bontà sconfinata di Gesù!

Oggi una continua profusione di pace e letizia. Appena entrata in S. Stefano, S. Silvestro, dalla tela ove era dipinto, prese vita, mi allargò le braccia in atto di accogliermi e... che passò! delizie celesti. Durante la S. Messa Pontificale lo vidi più volte benedire al Padre e ai Monaci, ma quello che mi commosse tanto fu, quando dopo la S. Messa, il Padre seduto leggeva. Fra Lui e il Padre Leonardi che stava alla Sua sinistra lasciando un buon spazio venne a mettersi S. Silvestro. Si chinò sul Padre, Gli poggiò la mano sul capo e stette a guardarlo con tenerezza infinita e poi lo benedisse.

Nel pomeriggio quando invocava il Santo Padre a fine del discorso, benedisse più volte, quasi volesse benedire tutti i presenti e tutte le anime per le quali il Padre rivolgeva la sua preghiera.

Sono uscita col cuore gonfio, da non poterne più, e mi sono quasi convinta, che sì resiste di più al dolore che alla gioia. Caro S. Silvestro, come sei stato tanto buono con la tua figlia, tanto tanto cattiva! Voglio soffrire come te, per Gesù e per le anime!

27 - Ieri sera dopo la recita del Mattutino, in un trasporto d'amore ho detto: Gesù son tutta tua!... e Gesù mi rispose: e IO SONO TUTTO TUO! i nostri cuori si unirono e le ore passarono in un oceano d'amore!... Tornata in camera trovai S. Silvestro seduto vicino al tavolino.

Mi buttai in ginocchio e fu un'ora di paradiso! Mi parlò della preziosità della sofferenza, per la salvezza delle anime mi assicurò che la mia via è buona, mi parlò dell'amore di Gesù per l'anima mia, della sua assistenza. Mi parlò del Suo figlio prediletto, oggetto delle Sue compiacenze e mi disse: Sii sempre candita, ubbidisci e il nemico non servirà che ad impreziosire la tua corona e dare luce alle anime...

Io godevo il Paradiso, mi strinse al Suo cuore e mi benedisse - Scomparve, ma l'anima mia nella pace e nella gioia ne gustava ancora la presenza... eppure sono tanto ingrata e non faccio tesoro di tante grazie!... perdono Gesù mio! Non parole ma fatti - Vivere crocifissa con Gesù! Prima Domenica di Avvento

- S. Ritiro.

Essere operaia della grazia - la mia vita deve essere in continuo aumento di grazia perché Gesù possa nascere in me e trovare la sua gioia.

Che farò in questo Avvento? Fedeltà ogni istante alla grazia. Perciò grande raccoglimento, vigilanza, preghiera. Padronanza di me stessa in tutto.

Pratica particolare - Umiltà, dolcezza - che Gesù cresca e io diminuisca. Rivedrò sovente la meditazione fatta dal Padre, questa mattina.

Dicembre

2 - la giornata di ritiro mi ha lasciata in un grande raccoglimento interno e in un vivo desiderio di onorare la mia Mamma Celeste del mio meglio. Ho detto al mio caro Padre S. Silvestro di darmi il suo cuore per amarla come l'amava Lui. Il nemico tentò alla sera di assalirmi, ma poi, dopo aver telefonato al Padre, mi tornò la calma. Di tanto in tanto durante il giorno mi si presenta o con minacce e imprecazioni al Padre o con burlarmi chiamandomi santa e lodandomi. Non mi curo di ascoltarlo perché gli farei troppo onore.

3 - Ieri sera intendendo rumori uscii di cappella. Un colpo alle spalle mi gettò in fondo alla scala. Appena potei rialzarmi telefonai e rimasi calma.

4 - Notte tremenda. Fui portata fuori, obbligata a imprecare, soffocata facendomi trangugiare sporchizie... Spinta alla disperazione... Al mattino non ebbi coraggio comunicare. Venne il Padre, la sua severità mi accasciò, convincendomi d'essere di disgusto al Signore, tuttavia ho cercato di benedire il Signore e di ubbidire comunicandomi. Non devo desiderare conforto. Sento di non poterne più, ma penso che Gesù farà Lui.

Stamane nello scendere in Cappella, il nemico mi sbarrò il passo, lottai, ma fui come capovolta e caddi. Accorsero le Suore e questo mi dispiaque assai. Fiat!

Parve a me che il Padre fosse severo, così era lo stato dell'animo mio, ma in realtà non era certamente così.

9 - La Novena dell'immacolata fu aspra e dolorosa. Il nemico non mi diede pace né giorno né notte. Suggestioni tremende, battiture, disperazione... solo conforto la parola rassicurante del Padre. Viva l'ubbidienza! Ieri, festa della mia cara Mamma, fu calma, ma angoscia intima, profonda. Al mattino, mentre chiesi alla Madonna di guardarmi, di sorridermi, sentii in cuore: NON RINUNCERESTI AL MIO SORRISO PER QUALCHE SACERDOTE OSTINATO ALLA GRAZIA? - Anche tutta la vita, risposi, basta vederti in Paradiso, e nell'anima mia il buio aumentò.

La festa riuscì nella pace e soavità. Le nostre bimbe fecero quasi tutte la Comunione, e si consacrarono al Cuore Immacolato di Maria, come pure le Mamme, che vennero numerose alla S. Messa delle 10. Il nostro Padre rese solenne la festa con la sua fervida parola e la Sua presenza. Nel pomeriggio alla Benedizione Eucaristica la Comunità fece pure la Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria e si sentì maggiormente tutta della Madre Immacolata.

26 - Ho lasciato passare tanti giorni senza scrivere, ma mi pare non volontariamente... giorni amari, ma pur sempre benedetti, perché permessi dal Signore.

La novena del Natale fu di lotte tremende e di notti terribili... il nemico mi assalì in ogni modo e mi tormentò molto. Solo l'ubbidienza mi dette forza e mi sostenne...

La notte santa, fu calma, ma una calma oscura e arida... come pure tutta la giornata che si passò in unione di carità e in raccoglimento. Le parole del Padre alla S. Messa e alla sera ci fecero sentire maggiormente il bisogno di un costante miglioramento.

Terza Messa: elevazione, trasformazione completa - I Pastori tornano tutti trasformati, i sentimenti dell'andata sono diversi del ritorno. E io? donazione completa, altro cuore, altra mente... amore più grande, virtù più elevate, sacrificio più sereno. Vivere ogni giorno il Natale.

29 - S. Ritiro - Noi siamo seguaci del Signore. Le ore passano e lasciano presso sé altre ore... l'anno corre, non torna più... Il tempo lo seguiamo per necessità di natura; il Signore dobbiamo seguirlo per attrattiva di grazia.

Esternamente lo seguo, ma l'interno? Lo seguo il Signore? guardo la sua condotta perché diventi mia? Il discepolo sia come il Maestro, se è più o meno è fuori posto.

Il Maestro Divino insegna con: l'esempio, la parola, i miracoli, le minacce. Arma poderosa: l'esempio che trascina. Come ricopio io il Maestro? l'anno sta per finire. Fu un anno di fiori o di foglie? Confusione profonda d'aver sì poco corrisposto alla grazia, e nuovo piano di battaglia, attività nuova. Studiare Gesù e imitarLo!

Virtù per le quali voglio lavorare indefessamente all'acquisto del più perfetto possibile: Abbandono; carità; ubbidienza.

In Comunità coltivare e vigilare molto il silenzio, per la formazione di intensa vita interna.

Gesù mio misericordia!

31 - Ultimo giorno del 1942! Se avessi sofferto con più generosità!... Gesù perdono. Accettami tutta, e fa di me quello che vuoi. Sono come in una continua agonia, da più giorni... accetto questo stato di morte perché Gesù trionfi nelle anime, ma che non l'offenda... dubbio tormentoso.

Le pagine dei tuo libro si sfogliano nella Volontà di Dio?

A.M.D.G.

Ave + Maria

ANNO DEL SIGNORE 1943

Gennaio

Costi quello che costi, Gesù deve essere contento della sua Suor Maria Pierina.

1- Questa notte mentre parlavo a cuore a cuore col Bambinello Gesù, prese vita e venne fra le mie braccia, portandomi il Paradiso... una pace soave lasciò nell'animo mio, e grandi desideri di soffrire per le anime a gloria di Dio. La mia debolezza e miseria mi sembra ancora più grande di fronte alle tenerezze Divine; ma Gesù sa che Lo voglio amare, e voglio essere tutta sua. Volontà di Dio, sempre, in tutto...

3 - Passai la notte agitatissima, credetti di perdere la ragione. Il Padre mi disse di ringraziare il Signore... occhi chiusi e obbedienza di fede...

6 - Epifania - Giorno della gioia e dei doni, perché da oggi viene conosciuto Gesù. Anima mia, che doni a Gesù, come ti studi di sempre più conoscerlo?

Offrirò a Gesù l'oro di un'ardente carità; l'incenso d'una volontà generosa e pronta a sempre piacerGli; la mirra della mortificazione, conseguenza dell'offerta della volontà.

20 - Il Padre vuole che sia più attenta nello scrivere, ma sono stata trascurata senza volerlo. Vorrei rimediare col dire minutamente tutto, ma mi pare che il dire che dal giorno 8 al 19 furono giorni di lotte e ossessioni da parte del nemico è detto tutto. Particolarmente angosciose furono le notti e i giorni 16, 17, 18, e assente il Padre, non ebbi la forza di ubbidire e fare la Comunione.

Il nemico mi prese in tutti i modi, portandomi fuori, soffocandomi, strisciandomi al suolo, spingendomi a disperazione, incitandomi a tutto lasciare... fui debole in quest'ultimo, e pensando, che facendo solamente quanto di Regola e di Comunità, le lotte avrebbero avuto tregua, credetti ispirazione di Dio per non cadere nell'illusione e ci provai... ma quale tormento... avevo anche deciso di non aprire l'animo al Padre perché dovendomi lo stesso perdermi, non conveniva fargli perdere tempo... ma Gesù sempre buono, anzi più buono quando io son cattiva... mi mandò il Padre. Il nemico mi lasciò e un po' di calma entrò in me.

La sera del 18 tornò a disturbarmi, telefonai al Padre, ed ebbi l'ubbidienza di stare tranquilla. Tornai in Cappella e venne S. Silvestro e finii con Lui il 1° Notturno. Mi disse: ora diciamo il 2° Notturno. - il Padre mi ha detto di andare a letto, risposi. Così mi piace, ubbidisci sempre, sempre, sempre; mi benedisse e rimasi in gran pace.

22 - In questi giorni sono abbastanza tranquilla. Il nemico mi assale di tanto in tanto, ma non perdo la pace. Mi fido dell'ubbidienza e procuro accontentare Gesù.

Ieri, mentre recitavo il Mattutino, alle parole: Quem cum amavero, casta sum... fui come rapita e mi perdetti in Dio...

25 - Oggi dopo tre giorni ho lasciato il letto, ma non sto bene. La notte gettata nel bagno influì molto fisicamente...

26 - Venne il Padre a celebrare e mi portò un po' di pace.

27 - La notte fu tranquilla. Questa mattina, appena in Cappella, si presentò (mi pare) Gesù agonizzante e mi disse: OGGI RITIRATI A PREGARE PER UN RELIGIOSO CHE STA PER TRADIRE LA SUA VOCAZIONE PER NON UMILIARSI. SE FA QUESTO CADRÀ IN UN ABISSO DI PECCATI.

Il Padre non mi diede il permesso e andando in cappella dissi a Gesù: - Non posso ritirarmi a pregare, il Padre non vuole - RITIRATI NEL MIO CUORE E OFFRIMI L'UBBIDIENZA CHE MI È PIÙ CARA DEL SACRIFICIO.

29 - Il nemico mi fece molto soffrire... Nella Comunione Gesù mi fece capire che il Religioso era salvo... che gioia! Che sono tutti i sacrifici,