Dizionario di Teologia da M-O

GERALD O'COLLINS EDWARD G. FARRUGIA DIZIONARIO SINTETICO DI TEOLOGIA da M-O

GERALD O'COLLINS

EDWARD G. FARRUGIA

 

 

 

D I Z I O N A R I O

S I N T E T I C O

D I T E O L O G I A

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M

·         Macedoniani.

·         Magistero.

·         Malabarici.

·         Male.

·         Mandato.

·         Manicheismo.

·         Manna.

·         Manoscritti di Qumran.

·         Maranatha.

·         Marcionismo.

·         Maria, madre di Dio.

·         Mariologia.

·         Mar Morto.

·         Maroniti.

·         Martire.

·         Materia e forma.

·         Materialismo.

·         Marxismo.

·         Matrimonio.

·         Mediatrice.

·         Meditazione.

·         Merito.

·         Messa.

·         Messa dei catecumeni.

·         Messa dei fedeli.

·         Messaliani.

·         Messia.

·         Metafisica.

·         Metanoia.

·         Metempsicosi.

·         Metodi in teologia.

·         Metodismo.

·         Metodo teologico.

·         Midrash.

·         Migne.

·         Millenarismo.

·         Ministero.

·         Ministero petrino.

·         Ministro.

·         Miracolo.

·         Misericordia.

·         Mishnah.

·         Missione Canonica

·         Missioni divine.

·         Missioni (le) nella Chiesa.

·         Mistagogia.

·         Mistero.

·         Mistero del male.

·         Mistero pasquale.

·         Mistica.

·         Mistico.

·         Mito.

·         Modalismo.

·         Modernismo.

·         Molinismo.

·         Monachesimo.

·         Monarchianismo.

·         Mondo.

·         Monismo.

·         Monoenergismo.

·         Monofisismo.

·         Monogamia.

·         Moneteismo.

·         Monotelismo.

·         Montanismo.

·         Monte Athos.

·         Morale.

·         Mormonismo.

·         Morte.

·         Mortificazione.

·         Motu proprio.

·         Movimento di Oxford.

·         Movimento liturgico.

·         Muratoriano.

·         Musulmano.

N

·         Natale.

·         Natura.

·         Neo‑calcedonesimo.

·         Neo‑catecumenato.

·         Neo‑ortodossia.

·         Neo‑palamismo.

·         Neo‑platonismo.

·         Neo‑scolastica.

·         Neo‑tomismo.

·         Nestorianesimo.

·         Nicea.

·         Nichilismo.

·         Nominalismo.

·         Nomocanone.

·         Non‑violenza.

·         Note (segni) della Chiesa.

·         Notte oscura.

·         Noús.

·         Novazianismo.

·         Novizio.

·         Numinoso.

·         Nuova Eva.

·         Nuovo Testamento.

O

·         Obbedienza.

·         Occasionalismo.

·         Oikoumene

·         Olocausto

·         Omega.

·         Omei

·         Omelia

·         Omiletica

·         Omooùsios

·         Onnipotenza

·         Onnipresenza

·         Ontologia

·         Ontologico.

·         Ontologismo

·         Opere buone

·         Opzione fondamentale

·         Opzione per i poveri

·         Ordinario

·         Ordinazione

·         Ordine

·         Orientali

·         Origenismo

·         Originale

·         Ortodossia

·         Ortodossi orientali

·         Ortoprassi

·         Ossessione diabolica

·         Ottoeco

·         Ousìa

·         Oxford

 

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M

Macedoniani. (inizio)

Una sètta che prese il nome da Macedonio, vescovo di Costantinopoli dal 342 fino a quando fu deposto dal Concilio ariano di Costantinopoli nel 360. Egli stesso aveva tendenze semi‑ariane (cf DS 156, 2527). Nel Concilio Costantinopolitano I (381), fu condannato assieme a coloro che negavano la divinità dello Spirito Santo (cf DS 151), ma è dubbio se abbia realmente aderito a questa eresia. Cf Arianesimo; Concilio Costantinopolitano I; Pneumatomachi; Semi‑Arianesimo; Spirito Santo.

 

Magistero (Lat. « ufficio di insegnamento »). (inizio)

Si chiama così l'ufficio di insegnare autorevolmente il vangelo in nome di Gesù Cristo. Tutti i battezzati sono unti e guidati dallo Spirito (Gv 14,26; 16,13; Rm 8,14; 1 Gv 2,27) e hanno, fino ad un certo punto, la responsabilità profetica di annunciare la Buona Novella di Cristo. Coloro che hanno l'autorità di proclamare e di insegnare ufficialmente il Vangelo partecipano del Magistero della Chiesa. I Cattolici credono che questa autorità magisteriale appartiene all'intero Collegio dei vescovi (in quanto succedono al Collegio dei testimoni apostolici) e ai vescovi singoli uniti con il vescovo di Roma (LG 20‑25; DV 10). I vescovi compiono generalmente questo magistero in vari modi (vari tipi di magistero « ordinario »). Quando, riuniti in un concilio ecumenico o rappresentati dal Papa, insegnano una verità rivelata, questa va tenuta in modo assoluto e definitivo (Magistero « straordinario »). Come servizio specifico a nome dell'intera comunità, il Magistero ricorda la verità salvifica di Cristo per chiarirla ed applicarla di fronte alle nuove sfide delle varie epoche e situazioni. L'ufficio del Magistero viene da Cristo stesso, è guidato dallo Spirito Santo (è chiaro che non sostituisce lo Spirito Santo) ed è esercitato all'interno dell'intera comunità dei fedeli i quali furono e rimangono i recettori primari dell'autorivelazione di Dio. La natura intersoggettiva della verità rende credibile l'esistenza di un simile magistero. La verità, compresa la verità rivelata, è sperimentata e conservata dagli esseri umani in comunità. Questo rende più plausibile che la Chiesa sia attrezzata di una istituzione (il Magistero) con funzioni atte ad aiutare l'esperienza del popolo e a rimanere fedele nella verità della rivelazione. Nel Medioevo, i teologi e le facoltà di teologia delle grandi università erano anche accreditati ad esercitare un certo magistero. Questa autorità derivava dalla qualità delle loro doti personali, così come, a quanto sembra, c'era un « carisma » del genere per il ruolo dei « maestri » nella Chiesa del NT (1 Cor 12,28; At 13,1). Cf Autorità; Collegialità; Concilio Ecumenico; Definizione ex cathedra; Deposito della fede; Gerarchia; Infallibilità; Papa; Successione apostolica; Vescovo.

 

Malabarici. (inizio)

Cf Cristiani malabarici.

 

Male. (inizio)

Cf Mistero del male.

Mandato. (inizio)

Attestato della competente autorità ecclesiastica la quale riconosce che uno che insegna una disciplina teologica in un'università cattolica o in qualunque istituto di studi superiori è in buoni rapporti con la Chiesa ed insegna la dottrina cattolica in comunione con i vescovi (CIC 812; cf 810, 818). In questo contesto, il « mandato » sostituisce il termine che si usava prima: « missione canonica ». Cf Magistero; Missione canonica; Teologia.

 

Manicheismo. (inizio)

La dottrina di Mani, nato in Persia verso il 215 d.C. e scorticato vivo per ordine dell'Imperatore di Persia nel 275. Prendendo elementi dal Zoroastrismo, dal Buddismo, dallo Gnosticismo e dal Cristianesimo, Mani si considerò alla stregua dei Profeti dell'AT, di Zaratustra, di Buddha e di Gesù per accendere una scintilla di luce fra gli esseri umani e così liberarli dalla materia e dall'oscurità. Uno stretto ascetismo ed una potente attività missionaria diffusero il suo insegnamento in India, in Cina, in Italia, nel Nord Africa ed in altre parti dell'Impero Romano. Prima della sua conversione, sant'Agostino di Ippona (354‑430) seguì per nove anni il Manicheismo. Il termine « Manicheo » fu spesso usato come sinonimo di « eretico », specialmente nel contesto di movimenti dualistici (cf DS 435, 444‑445, 457, 461‑464, 718, 1336, 1340, 3246; FCC 2.005, 3.005‑3.008, 4.032, 9.035) Cf Albigeismo; Catari; Dualismo; Gnosticismo; Priscillianesimo.

 

Manna (Gr. « piccolo grano »). (inizio)

Cibo che Dio, con la sua provvidenza speciale (Sal 78,24‑25) fornì agli Ebrei che ne mangiarono per quarant'anni dalla loro uscita dall'Egitto prima di entrare nella Terra Promessa (Es 16,12‑36). L'etimologia popolare di Es 16,15, secondo cui la parola deriva dall'ebraico: « Che cos'è? » intende sottolineare l'intervento di Dio. Pare che la manna fosse una sostanza resinosa, bianca, prodotta da certi alberi del deserto e da cespugli e che cade sul terreno come la rugiada. Il sapore di pasta della manna (Nm 11,4‑9) sembra essere stato uno dei motivi per cui il popolo si lamentò nel deserto suscitando il dispiacere di Dio (Nm 11,1‑35). Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù come il pane della vita eterna, di gran lunga superiore alla manna mangiata nel deserto (Gv 6,25‑58; cf Ap 2,17). Cf Eucaristia; Israele; Tipologia.

 

Manoscritti di Qumran (inizio)

Rotoli scritti in ebraico aramaico tra il 125 a.C. e il 70 d.C. e scoperti nel 1947 e negli anni successivi nelle grotte di Qumran, otto miglia a sud di Gerico e vicino al Mar Morto. Per questo, i manoscritti sono anche conosciuti come « manoscritti del Mar Morto ». Questi rotoli, che sembrano essere stati di una comunità giudaica, comprendono frammenti, alcuni dei quali abbastanza estesi, di quasi tutti i libri dell'AT e di altri scritti religiosi. Questa scoperta è stata molto importante per gli studi biblici, in particolare, per l'approfondimento dell'AT e per conoscere l'ambiente in cui nacque il cristianesimo. Cf Antico Testamento; Bibbia; Esseni.

 

Maranatha. (inizio)

Parola aramaica usata nella 1 Cor 16, 22. Maranatha significa: « Vieni, o Signore ». Invece, maran‑atha significa: « Il Signore è venuto ». Con molta probabilità, va inteso il primo significato (cf Ap 22,20). Cf Avvento; Escatologia; Kyrios; Parusìa; Signore.

 

Marcionismo. (inizio)

Movimento dualistico ascetico fondato da Marcione, nativo del Ponto, nell'Asia Minore. Marcione venne a Roma verso il 140 e fu scomunicato nel 144. Nelle sue Antitesi, egli sosteneva che il creatore (o demiurgo) e la legge dell'AT erano assolutamente incompatibili con il Dio d'amore e di grazia predicato da Gesù. Perciò egli rigettava completamente le Scritture ebraiche, riteneva solo le lettere paoline e una versione mutilata del Vangelo di Luca. Interpretava la persona e l'opera di Cristo in una visuale docetista. Per qualche tempo, Marcione ebbe molti seguaci. Grandi teologi, come sant'Ireneo di Lione (circa 130 ‑ circa 200) e Tertulliano (circa 160 ‑ circa 220) si sentirono in dovere di confutarlo. La formazione del canone venne in parte a rispondere alle teorie errate di Marcione. Alla fine del III secolo, i suoi seguaci erano divenuti su larga scala Manichei. Però, il rifiuto marcionita o perlomeno la sua sottovalutazione dell'AT rimane una tentazione perenne per i cristiani. Cf Canone delle Scritture; Demiurgo; Docetismo; Dualismo; Manicheismo.

 

Maria, madre di Dio. (inizio)

Cf Mariologia; Theotòkos.

 

Mariologia. (inizio)

È lo studio sistematico della persona di Maria e del suo ruolo nella storia della salvezza. Il racconto dell'infanzia di Luca (Lc 1‑2) la presenta come modello di credente, figura della Chiesa e Madre del Salvatore da lei concepito verginalmente. Nel Vangelo di Giovanni, ella sta ai piedi della croce (Gv 19,25‑27). Gli Atti degli Apostoli ricordano che Maria era presente con la comunità prima della Pentecoste (At 1,14). Da secoli, la riflessione teologica, pastorale e popolare, fondandosi su questi ed altri testi scritturistici, associa giustamente Maria con Cristo, con lo Spirito Santo, con la Chiesa e con la redenzione dell'umanità. Quando, per esempio, il Concilio di Efeso (431) dichiarò che Maria è la Madre di Dio, lo fece per difendere l'unità della persona di Cristo e per respingere la dottrina sbagliata secondo cui ci sarebbero in lui due persone differenti, una divina, e l'altra, puramente umana, nata da Maria. In Occidente, la devozione ha presentato certe volte Maria separata dal giusto contesto cristologico, pneumatologico, ecclesiologico e antropologico. È caduta alle volte in esagerazioni espresse nel detto: « De Maria, numquam satis » (Lat. « Di Maria, non si dirà mai troppo »). Il Concilio Vaticano II, mentre ha messo in guardia contro gli abusi e ha evitato di proposito il titolo « Corredentrice », è stato il primo Concilio ecumenico che abbia offerto una trattazione sistematica del ruolo e dell'importanza di Maria (LG 52‑69). Cf Assunzione della Beata Vergine Maria; Concilio di Efeso; Corredentrice; Immacolata Concezione; Nestorianesimo; Nuova Eva; Theotòkos.

 

Mar Morto. (inizio)

Cf Manoscritti di Qumran.

 

Maroniti. (inizio)

Membri di una Chiesa Cattolica d'Oriente le cui origini risalgono a san Marone, amico di san Giovanni Crisostomo (circa 347‑407). La Chiesa Maronita, che rimase fedele al Concilio di Calcedonia, probabilmente portò a termine la sua indipendenza organizzativa nel secolo VII, al tempo della controversia monotelita. Che i Maroniti abbiano accettato questa dottrina, almeno verbalmente, è controverso. Nel secolo VIII, in un periodo in cui la sede patriarcale di Antiochia era vacante, il titolo di patriarca fu dato al superiore del monastero maronita di Oronte in Siria. Con l'arrivo dei Crociati, la comunione con la Chiesa Cattolica, che non era mai stata negata, fu ripresa senza formalità e da allora ci sono stati sempre Maroniti soltanto cattolici. Il maronita Geremia II partecipò al Concilio Lateranense IV e fu riconosciuto come Patriarca di Antiochia un anno dopo (1216). Nel 1584, il papa Gregorio XIII fondò a Roma un Collegio maronita, dove nel secolo XVIII furono pubblicati importanti testi liturgici e altri. Il rito maronita, uno dei sette riti più importanti, considerato una volta una semplice variante latinizzata del rito siriano occidentale, è oggi riconosciuto come una tradizione indipendente che si richiama sia al rito siriano occidentale che a quello siriano orientale. Subì una latinizzazione superficiale nei secoli XVII e XVIII, che è stata in gran parte eliminata con le recenti riforme. I Maroniti si trovano nel Libano, in Siria, in Israele, in Cipro, negli Stati Uniti e altrove. Cf Chiese Orientali; Crociate; Rito.

 

Martire (Gr. « testimone »). (inizio)

È colui che, a motivo della sua fede e amore verso Cristo, sopporta sofferenze e morte (LG 50; AG 24). Nel Vangelo di san Giovanni, il termine è usato per indicare la testimonianza del Padre a favore del Figlio suo (Gv 5,37) e la testimonianza data da Gesù (Gv 3,1‑12) o da Giovanni il Battista (Gv 1,6‑8.15.19‑36; 3,22‑30; 5,33). Gli Apostoli ed altri cristiani hanno reso testimonianza alla verità (Lc 24,48; At 1,8.22). Successivamente, il termine venne a designare coloro che soffrirono e morirono per dare testimonianza (At 22,20; Ap 12,11). La morte di Gesù è considerata il primo esempio di martirio (cf At 1,5; 3,14). Episodi isolati di persecuzione si verificarono su larga scala e furono sistematici sotto gli imperatori Settimio Severo (202‑203), Decio (249‑250) e Valeriano (257‑258). La persecuzioni romane raggiunsero il vertice sotto Diocleziano e Galerio dal 303 in poi, e terminarono con la vittoria di Costantino il Grande nel 312. I primi cristiani che vennero venerati come santi furono i martiri. Una cappella costruita sulle loro tombe era nota come martyrion, ed era visitata in modo particolare nel dies natalis (Lat. « compleanno », « anniversario ») ossia nel giorno della loro nascita al cielo mediante il martirio. Fin dagli inizi, la Chiesa ha considerato il martirio come un « battesimo di sangue », che può supplire il battesimo sacramento. Il Martirologio è un libro liturgico che contiene i nomi dei martiri e di altri santi, elencati secondo il giorno della loro morte. Nell'epoca moderna, ci sono stati numerosi martiri in Europa e fuori dell'Europa, in Africa, nelle Americhe, in Asia ed in Oceania. Nel nostro secolo, molti cristiani hanno sofferto e subìto il martirio a causa del loro impegno e della loro solidarietà con coloro che soffrono (cf Gv 15,13). Cf Battesimo; Santità; Venerazione dei santi.

 

Materia e forma. (inizio)

L'analisi aristotelica di tutta la realtà materiale in due princìpi complementari: la soggiacente stoffa o pura potenzialità che è attualizzata dalla forma la quale determina la natura delle cose. Questa teoria dell'ilemorfismo (Gr. « materia », « forma ») ha goduto una grande popolarità fra i filosofi e i teologi scolastici. Cf Aristotelismo; Causalità; Scolastica.

 

Materialismo. (inizio)

Qualsiasi teoria che neghi le entità spirituali, come Dio e l'anima umana, ed ammetta soltanto l'esistenza di ciò che è percettibile, la realtà estesa. Una forma classica di materialismo fu articolata dal filosofo greco Epicuro (341‑270 a.C.), ed espressa in versi dal poeta romano Lucrezio (circa 99‑55 a.C.). Le versioni moderne del materialismo sono derivate da Ludwig Feuerbach (1804‑1872), da Karl Marx (1818‑1883) e da Friedrich Engels (1820‑1895). Cf Ateismo; Marxismo; Panteismo.

 

Marxismo. (inizio)

Dottrina sociale, economica, politica e filosofica sviluppata da Karl Marx (1818‑1883) e dal suo collaboratore Friedrich Engels (1820‑1895). È stata attualizzata nella maniera più vigorosa da Vladimir Ilyich Lenin (1870‑1924) e da Mao Tse‑Tung (1893‑1976). Sconcertati dalle gravi ingiustizie sociali, essi dedussero che la proprietà privata aveva alienato gli esseri umani da se stessi, dal loro lavoro, dai loro prodotti e fra di loro. La lotta di classe, condotta dal proletariato industriale, doveva porre fine a questa alienazione radicale, superare il capitalismo e portare una società senza classi di persone auto‑emancipate. In questa società futura, la questione di Dio sarebbe semplicemente scomparsa. Il materialismo ateo del marxismo ufficiale si è opposto a tutte le religioni in quanto queste non sono altro che ideologie destinate a favorire i ricchi e i potenti e ad esortare i poveri a sopportare con pazienza e ad attendere la ricompensa dopo morte. Mentre ha condannato il marxismo ateo, il Magistero della Chiesa ha criticato anche il materialismo capitalistico (DS 2786, 3773, 3865, 3930, 3939; Giovanni Paolo II, Sollecitudo Rei Socialis, 20‑21). La linea dura marxista non ha portato a termine né la vera emancipazione dell'umanità né la prosperità economica per tutti. In un modo drammatico, quasi tutti i governi dei paesi comunisti hanno concesso ed anche iniziato riforme che vengono a relegare il vecchio marxismo ufficiale come una cosa del passato. Cf Ateismo; Dottrina sociale; Materialismo; Scuola di Francoforte; Teologia politica.

 

Matrimonio. (inizio)

Una comunione di vita concordata fra un uomo e una donna mediante cui essi diventano marito e moglie, si danno e si ricevono mutuamente, promuovono il pieno benessere l'uno dell'altro e nell'amore procreano ed educano i figli (GS 47‑52). L'AT parla dell'uomo e della donna come di esseri creati ad immagine di Dio per dominare la terra, procreare figli e realizzarsi reciprocamente (Gn 1,27‑28; 2,18‑25). Gesù sottolineò la dignità della vita matrimoniale in vari modi: per es., paragonando il Regno dei cieli ad un banchetto nuziale (Mt 22,1‑14; 25,1‑13). Il suo amore per la Chiesa è paragonato al vincolo matrimoniale (Ef 5,22‑23). Il matrimonio è un sacramento per i cristiani battezzati (LG 11,35). I due « partners » sono, nel rito latino, essi stessi i ministri di questo sacramento, mentre il presbitero (o diacono) non è altro che il testimone ufficiale. Il vincolo matrimoniale è indissolubile finché i due coniugi rimangono in vita. Cf Forma del matrimonio; Impedimenti del matrimonio; Sacramento.

 

Mediatrice. (inizio)

Un titolo dato a Maria. Ha avuto origine in Oriente e il primo documento certo viene da sant'Andrea di Creta (morto nel 740). Essendo intimamente unita al Figlio suo, Maria può intercedere per gli altri suoi figli (Gv 19,26). Questa sua intercessione si fonda sui meriti infiniti del Figlio suo. Gli angeli, i santi e gli esseri umani tuttora viventi possono anche intercedere per gli altri (1 Tm 2,1), e, a modo loro, fare da mediatori per le benedizioni di Dio. Questi mediatori subordinati sono alle volte chiamati « mediatori in un senso relativo », in relazione, cioè, ai meriti di Gesù Cristo (cf DS 3320ss; 3370; 3916). Cf Angeli custodi; Intercessione; Mariologia; Venerazione dei santi.

Mediazione (Lat. « mettersi tra »). L'intervento di un terzo per riconciliare tra di loro due parti in conflitto e così, promuovere, mediante una nuova comprensione, un bene o una mèta comune. Nell'AT, Abramo (Gn 18,16‑33), Mosè (Es 32,7‑14) e vari profeti, sacerdoti, giudici e re hanno fatto da mediatori tra il popolo e Dio. Essendo divino e umano, Gesù Cristo è pienamente e definitivamente il Mediatore, cioè, l'unico e definitivo Mediatore tra Dio e l'umanità peccatrice (1 Tm 2,5; Eb 8,6; 9,15; 12,24). Questa verità fondamentale è stata trattata da Pio XII in encicliche, come Mystici Corporis (1943) e Mediator Dei (1947) (cf DS 1526; 3370; 3820; FCC 5.032, 8.059). Cf Redentore; Redenzione; Salvezza.

 

Meditazione (Lat. « riflessione »). (inizio)

Preghiera mentale che tende all'unione con Dio e a penetrare nella divina volontà col riflettere su temi biblici e su altri temi di spiritualità. Come forma di preghiera per i principianti, l'esercitazione della meditazione graduale dovrebbe portare al livello più alto e più semplice della contemplazione. Cf Contemplazione.

Melkiti (oggi, si scrive più comunemente così), o Melchiti (Siriano « seguaci del re »). Sono quei cristiani dell'impero bizantino, specialmente in Egitto e in Siria, che hanno sostenuto l'imperatore e la fede ortodossa contro Monofisiti, ossia contro quelli che erano contrari al Concilio di Calcedonia (451). Quando Costantinopoli si staccò da Roma nel 1054, i Melkiti si schierarono con Costantinopoli, ma dopo il 1724 cominciò a prendere forma una Chiesa Melkita unita a Roma. Oggi, il termine « Melkita » si applica il più delle volte ai cattolici di rito bizantino che appartengono ai patriarcati di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Cf Chiese Orientali; Concilio di Calcedonia; Monofisismo; Rito; Scisma.

 

Merito (Lat. « premio, ricompensa »). (inizio)

La bontà di un'azione che dà diritto a una ricompensa. Dopo che Tertulliano (circa 160 ‑ circa 220) ebbe introdotto il termine, i teologi medievali distinsero fra merito de condigno, ossia il merito basato su uno stretto diritto di giustizia, e la nostra situazione di fronte a Dio, merito de congruo, dove è conveniente che siano ricompensate le azioni dei giustificati (o di quelli non ancora giustificati). Dietro a questo insegnamento, stanno molti passi scritturistici i quali affermano che Dio premia le azioni buone e punisce quelle cattive (Es 23,20‑22; Mt 5,3‑12; 6,4; 19,21; 25,31‑46; 1 Cor 3,8; Ap 22,12). D'altra parte, sant'Agostino di Ippona (354‑430) ha fatto notare che ogni « aspirazione » di fronte a Dio è basata unicamente su ciò che Dio ha dato prima liberamente: « Dio non corona i tuoi meriti come meriti tuoi, ma coronando i tuoi meriti, corona i suoi stessi doni » (cf DS 248, 388; FCC 8.020). Il Concilio di Trento, richiamandosi a Rm 11,6, insegnò che non possiamo meritare la grazia iniziale della giustificazione e la ricompensa eterna che ne consegue (DS 1532; FCC 8.065). Nondimeno, la giustificazione mediante i meriti infiniti di Cristo produce un cambiamento intrinseco mediante cui il giustificato può produrre i frutti dello Spirito (Gal 5, 22‑23). La controversia della Riforma sul merito ha appena sfiorato le Chiese Orientali. Le loro liturgie non solo pregano gli angeli e i santi, ma pregano anche per loro, volendo significare che la grandezza di ogni creatura è sempre dovuta alla misericordia di Dio. Cf Concilio di Trento; Deificazione; Giustificazione; Grazia; Imputazione; Opere buone; Santificazione.

 

Messa (Lat. forse « congedo »). (inizio)

Parola comunemente usata nella Chiesa Cattolica, dove la forma più comune di congedo al termine della Liturgia è: « Ite, Missa est » (Lat. « Andate, la Messa è finita »). Cf Eucaristia; Liturgia.

 

Messa dei catecumeni. (inizio)

Termine comune, ora non più usato e fuorviante per indicare la Liturgia della Parola. Tutti i presenti, e non solo i catecumeni, sono tenuti seriamente ad ascoltare la Parola di Dio. Cf Liturgia eucaristica; Liturgia della Parola; Messa dei fedeli.

 

Messa dei fedeli. (inizio)

Termine ormai superato che veniva usato per indicare la seconda parte della Messa, quella che viene dopo la Liturgia della Parola. Il termine si riferiva al tempo in cui molti catecumeni (adulti che si preparavano al battesimo) erano invitati ad andarsene quando cominciava la seconda parte della Messa. L'espressione esatta che si usa oggi per la seconda parte della Messa è: Liturgia eucaristica. Cf Liturgia della Parola; Messa dei Catecumeni.

Messa dei presantificati. La liturgia in cui non c'è la consacrazione del pane e del vino, ma vengono distribuite le ostie consacrate nella Messa precedente. Di qui, il nome di Messa dei « presantificati ». Nel rito bizantino, una Messa dei presantificati è celebrata i mercoledì e venerdì di Quaresima, mentre l'Eucaristia normale è limitata ai sabati, alle domeniche e alla festa dell'Annunciazione (= i giorni festivi liberi dall'astinenza e dal digiuno). Nel rito latino, la Messa dei presantificati è celebrata solo il Venerdì Santo. Cf Astinenza; Digiuno; Quaresima; Rito; Trisagio.

 

Messaliani (Siriano « gente che prega »). (inizio)

Una sètta che si trovava nel Medio Oriente, in Grecia e in Egitto e che fu condannata nel Concilio di Efeso (431). Essa sosteneva che, mediante il peccato di Adamo, un demonio si era unito ad ogni anima e poteva esserne cacciato soltanto con la preghiera costante e con pratiche ascetiche. Una simile preghiera ed ascesi dovevano anche portare automaticamente ad una visione della Trinità. Nel mondo antico, la loro accentuazione della preghiera li portò a farsi chiamare Euchiti (Gr. « gente che prega »). Lo studioso gesuita Ireneo Hausherr (1891‑1978) definì il Messalianismo come il « pelagianesimo dell'Oriente », in quanto affermava che lo sforzo umano costante era l'unica cosa necessaria per raggiungere i doni spirituali più elevati. Gran parte della letteratura di questa setta fu, a quanto sembra, attribuita a san Macario di Egitto (circa 300 ‑ circa 390). Cf Ascesi; Pelagianesimo; Preghiera.

 

Messia (Ebr. « unto »). (inizio)

Il liberatore promesso da Dio per un popolo sofferente. L'aggettivo ebraico maschiach (« unto ») era usato per l'unzione regale (1 Sam 10,1; 24,7; 2 Sam 2,4) e per l'unzione sacerdotale (Lv 4,3.5). In entrambi i casi, indicava una persona investita da Dio con poteri e funzioni speciali. Attraverso la promessa di Natan a Davide (2 Sam 7,12‑16) e altri influssi (Is 9,5‑7; Ez 34,23‑24; 37,24‑25; e i Salmi messianici: Sal 2, 17, 22, 45, 49, 72, 89, 110), il termine Messia (o in greco: Cristo) finì per indicare il re promesso della discendenza di Davide che avrebbe finalmente liberato il popolo. Il NT riconosce Gesù come il Messia re che ora regna in cielo (At 2,36; 5,31) e che verrà con potenza e gloria (At 3,20‑21). Però, fu già investito di simili funzioni durante il suo ministero (Lc 4,17‑21; Mc 8,29) e perfino nella sua infanzia (Lc 1,32‑33; 2,11; Mt 1,23; 2,6). Come designazione per Gesù che comprende i suoi poteri e la sua identità, Messia o Cristo (Gv 1,41; 4,25) era così frequente che al tempo della prima lettera di Paolo era già divenuto un (secondo) nome proprio (1 Ts 1,1), come avviene anche oggi quando si parla di « Gesù Cristo ». Cf Titoli cristologici; Unto.

 

Metafisica (Gr. « dopo la fisica »). (inizio)

Si chiama così lo studio delle cause ultime che costituiscono la realtà. Nell'ordine secondo cui furono pubblicate le opere di Aristotele, la Metafisica venne dopo la Fisica (che studiava i fenomeni naturali soggetti a cambiamenti, contrapposti perciò agli elementi permanenti e dovunque presenti della realtà come vengono esaminati dalla metafisica). Con René Descartes (1596‑1650) e Immanuel Kant (1724‑1804), la tradizione della metafisica aristotelica è stata modificata dalla presa di coscienza dell'estensione su cui la realtà « oggettiva » è costruita dal soggetto conoscente. Joseph Maréchal (1878‑1944), Karl Rahner (1904‑1984) e Bernard Lonergan (1904‑1984) hanno sviluppato un realismo moderato che consente un ruolo alla soggettività. La metafisica classica è stata contestata da quanti respingono come priva di significato ogni affermazione che non sia empiricamente verificabile. Comunque, siccome questo stesso principio non è empiricamente verificabile, la sua sfida alla metafisica classica va sostanzialmente modificata. Cf Agostinianismo; Analogia; Aristotelismo; Causalità; Filosofia; Positivismo; Tomismo.

 

Metanoia (Gr. « cambiare mente »). (inizio)

Termine biblico per indicare il pentimento o cambiamento completo di cuore per cui uno si allontana dal peccato per servire il Dio vivente. I profeti dell'AT chiamavano alla conversione che allontanasse il popolo dall'idolatria e da una pratica religiosa puramente superficiale per vivere fedelmente la legge di Dio e le loro responsabilità sociali (Is 1,10‑20; Ez 18,1‑32). Giovanni Battista e poi Gesù predicarono un cambiamento radicale del cuore in quanto richiesto dalla venuta del Regno di Dio (Mt 3,1‑12; Mc 1,15). Il battesimo di Giovanni era un battesimo per il pentimento (Mc 1,4; At 13,24; 19,4). Nel nome di Gesù, gli Apostoli invitavano la gente a convertirsi e a farsi battezzare e così cominciare una nuova vita nello Spirito (At 2,38). Il dono dell'autentica metànoia (cf Sal 50,14) è così speciale che chiunque la espone a rischio con peccati successivi può perderla per sempre (cf Eb 6,4‑6). Cf Conversione; Fede; Virtù della penitenza.

 

Metempsicosi. inizio)

Cf Re‑incarnazione.

Metodi in teologia. (inizio)

Modi coerenti di fare teologia che variano a seconda dei loro problemi caratteristici, del loro intento fondamentale, dei destinatari, del contesto, dell'uso delle fonti e dei criteri.

a) I teologi nord‑atlantici sollevano tipicamente questioni circa il significato, la ricerca della verità, preferiscono la teologia in un sistema universitario, dialogano coi colleghi, privilegiano testi scritti ed usano criteri suggeriti dalla ragione.

b) La teologia latino‑americana della liberazione rappresenta un altro metodo teologico che indaga sulla giustizia, fa teologia in un contesto pubblico, privilegia le voci dei poveri e dei sofferenti, e rispetta i criteri della prassi.

c) Un metodo liturgico e monastico di fare teologia cerca la bellezza divina, trova il suo ambiente nel campo della preghiera, si associa coi fedeli, e prende i suoi testi e criteri dalla Chiesa.

Ognuno di questi tre metodi può essere suddiviso in sottogruppi:

Il metodo (a), per esempio, può essere segnato dal tipo di filosofia che adotta (per es., il neo‑tomismo, varie forme di esistenzialismo, la filosofia del linguaggio comune o la filosofia del processo).

Il metodo (b) cambierà a seconda che sarà a contatto coi cristiani poveri dell'America Latina o con gli Indù poveri dell'India.

Il metodo (c) varierà a seconda che sarà praticato dai Trappisti contemplativi, dai cristiani ortodossi di Russia, o dai monaci buddisti in Giappone.

Idealmente, la teologia cristiana può solo essere arricchita da un conveniente pluralismo in cui i tre metodi principali servono a completarsi fra di loro. Cf Dòxa; Filosofia; Giustizia; Locus theologicus; Opzione per i poveri; Pluralismo; Prassi; Scuole di teologia; Teologia della bellezza; Verità.

Metodismo (Gr. « che segue un metodo »). (inizio)

È una forma di pratica cristiana che cominciò come movimento revivalista in Gran Bretagna sotto la guida di John Wesley (1703‑1793) e suo fratello Carlo (1707‑1788). Esso portò all'istituzione nel 1784 di associazioni libere (più tardi Chiese), indipendenti dalla struttura episcopale della Chiesa d'Inghilterra, ma in comunione fra di loro. Oggi, fanno parte della Federazione Mondiale delle Chiese Metodiste. Il Metodismo ha imitato il pietismo tedesco e ha privilegiato l'esperienza di conversione dei fratelli Wesley nel favorire una teologia del cuore a preferenza di una ortodossia rigida e razionalista. I Metodisti sottolineano l'evangelismo, il sacerdozio dei fedeli e la condotta sociale. La loro teologia ha avuto la tendenza ad essere largamente « arminiana »: cioè, favorisce l'insegnamento anticalvinista del teologo riformato olandese Jacob Arminius (1560‑1609), il quale insegnava che Cristo morì non solo per pochi predestinati, ma per tutti, e che la libertà sovrana di Dio non esclude la vera libertà degli esseri umani. Cf Calvinismo; Evangelismo; Protestante.

 

Metodo teologico (Gr. « sulla via verso »; « inseguimento di »). (inizio)

È il modo di esaminare, classificare ed insegnare coerentemente le dottrine cristiane. La teologia trova il suo campo nella divina rivelazione narrata e comunicata dalla Scrittura e dalla Tradizione (DV 24; OT 16). Il metodo abbraccia:

a) i presupposti propri;

b) l'uso dei dati biblici e storici;

c) gli approcci alle questioni del significato e della verità;

d) la riflessione sul contesto sociale e culturale in cui uno opera come teologo;

e) un intento particolare e determinati destinatari;

f) il grado di generalizzazione sistematica che uno desidera.

In Oriente, il dovuto riconoscimento del mistero divino è garantito dal metodo della teologia apofatica. La centralità della liturgia sottolinea il carattere dossologico della teologia orientale. Cf Analogia; Analogia della fede; Deposito della fede; Dossologia; Ermeneutica; Esegesi; Locus theologicus; Metodi in teologia; Mistero; Ortoprassi; Teologia apofatica; Teologia dogmatica; Teologia fondamentale; Teologia kerigmatica; Teologia della liberazione; Teologia negativa; Tradizione.

 

Midrash (Ebr. « investigazione, ricerca »). (inizio)

È un metodo dell'esegesi ebraica che si è sviluppato dopo il ritorno dalla schiavitù babilonese. Il suo intento era quello di edificare col ricavare da un testo scritturistico associazioni ed applicazioni che andavano oltre al suo significato letterale. Gli Ebrei distinguevano due tipi di midrash: il midrash halachah (Ebr. « guida ») che s'interessava della legge orale, e il midrash haggadah (Ebr. « narrazione ») che tendeva a chiarire le sezioni non giuridiche della Bibbia. Cf Esegesi; Haggadah:

 

Migne. (inizio)

Con questo titolo sommario, si indicano le pubblicazioni di Jacques‑Paul Migne (1800‑1875), il quale, dopo aver fatto il parroco di campagna per nove anni, si recò a Parigi e pubblicò un numero immenso di testi teologici. La sua opera principale fu il Patrologiae Cursus Completus. I 217 volumi della sua Patrologia Latina (PL) comprendono tutti gli autori ecclesiastici fino al Papa Innocenzo III (1160‑1216). I 161 volumi della Patrologia greca (PG) comprendono gli scrittori greci (con una traduzione latina) fino al 1439. Dove non sono disponibili edizioni recenti e più critiche, la Patrologia del Migne è sempre valida e rimane un'opera base a cui fare riferimento. Cf Patrologia.

 

Millenarismo (Lat. « mille »). (inizio)

La credenza, influenzata da scritti apocalittici e basata su un'interpretazione critica dell'Apocalisse 20,1‑7, che Cristo regnerà su questa terra per mille anni coi suoi santi fino alla sconfitta definitiva di Satana e l'ingresso definitivo nella gloria. Nei primi secoli, anche presso cristiani influenti come san Giustino Martire (circa 100 ‑ circa 165) e sant'Ireneo di Lione (circa 130 circa 200), vigeva questa credenza. Dopo sant'Agostino di Ippona (354‑430), solo alcune sètte (per es., verso l'anno 1000) hanno alle volte ridato vita al Millenarismo. Cf Chiliasmo; Escatologia; Fondamentalismo; Testimoni di Geova.

 

Ministero. (inizio)

Partecipazione ai compiti di Cristo come profeta, sacerdote e re. Tutti i fedeli partecipano a queste funzioni in forza del battesimo e della confermazione. I chierici vi partecipano in un modo particolare mediante il sacramento dell'Ordine (cf DS 1326; FCC 9.287; PO 1; AA 10). Doni particolari e speciali vanno esercitati attraverso ministeri che giovano alla Chiesa intera (Rm 12,6‑8; 1 Cor 12,1‑31; 1 Pt 4,10‑11). Cf Carismi; Ordinazione; Ordine.

 

Ministero petrino. (inizio)

Il servizio speciale per la fede cristiana, per la sua vita ed unità esercitato da san Pietro e passato al suo successore, il vescovo di Roma, la città dove morirono martiri i santi Pietro e Paolo. L'ufficio petrino comporta la testimonianza da rendere alla risurrezione di Cristo (Lc 22,31‑32; 24,34; At 2,22‑36) e 1'esercizio dell'autorità pastorale con amore (Mt 16,17‑19; Gv 21,15‑19; 1 Pt 5,1‑4). Sant'Ignazio di Antiochia (circa 35 ‑ circa 107) chiamò la Chiesa di Roma: « Quella che presiede nella carità ». Questa espressione fu ripetuta dal patriarca Demetrio quando Giovanni Paolo II visitò Costantinopoli nel 1979. Sant'Ireneo di Lione (circa 130 circa 200) si appellò alla successione apostolica in genere e a quella del vescovo di Roma in particolare come un criterio per riconoscere la verità cristiana. Quando il Tomo (lettera inviata al Patriarca di Costantinopoli, san Flaviano) di san Leone Magno (papa dal 440 al 461) fu letto al Concilio di Calcedonia (451), i membri del Concilio esclamarono: « Pietro ha parlato per bocca di Leone ». Il Concilio Vaticano I (1869‑1870) espresse l'ufficio petrino in termini di giurisdizione universale e di infallibilità (DS 3050‑3075; FCC 7.176‑7.199). Il Concilio Vaticano II evidenziò il carattere collegiale di questo ufficio, esercitato insieme a tutti i vescovi i quali insieme e sotto al successore di Pietro condividono la responsabilità dell'intera Chiesa (LG 22). I recenti dialoghi ecumenici con Anglicani, Ortodossi e Protestanti hanno manifestato una crescente sensibilità per la necessità di un ufficio centrale nella Chiesa come segno visibile e agente dell'unità cristiana nella fede. Non c'è, però, ancora un accordo sull'esercizio concreto del ministero petrino. Cf Apostolo; Cattolicesimo; Collegialità; Conciliarismo; Febronianismo; Gallicanesimo; Giurisdizione; Infallibilità; Papa; Protestante; Riforma (La); Pentarchia; Successione apostolica.

 

Ministro (Lat. « che serve »). (inizio)

Persona abilitata a compiere funzioni spirituali nella Chiesa. Questo termine, che designa il clero in comunità non episcopali, è usato sempre più nella Chiesa Cattolica. Sacri ministri sono i chierici ordinati per amministrare i sacramenti (CIC 276). Ministri della Parola (cf At 6,4; Col 1,23) sono quelli che predicano il vangelo. Questo compito non è solo del papa e dei vescovi (CIC 756), ma anche dei presbiteri, dei diaconi e di altri che ricevono l'incarico di predicare e di insegnare (CIC 756‑761). Ministri ordinari della santa Comunione sono i vescovi, i presbiteri e i diaconi; ministri straordinari della Comunione sono quei laici che hanno ricevuto la facoltà di farlo (CIC 910). In casi di necessità, i laici possono essere autorizzati ad amministrare il battesimo, a distribuire la Comunione, a predicare e a presiedere la liturgia della Parola (CIC 290). Cf Chierico; Clero; Diacono; Laico; Presbitero; Vescovo.

 

Miracolo. (inizio)

Un evento che è causato da un intervento divino speciale, che non segue le leggi comuni della natura e che porta un messaggio religioso per il popolo ora e in seguito. Ben lungi dall'essere prodigi puramente strabilianti, i miracoli sono segni salvifici e rivelatori di Dio (Gv 2,11,18.23; 12,18.37). I Vangeli sinottici (Mt 4,23; 8,5‑17; 11,5.21; Mc 8,22‑26; Lc 13,32) e gli Atti degli Apostoli (per es. At 2,22‑23) attestano miracoli di Gesù legati alla proclamazione efficace dell'avvento del Regno di Dio. Gli Atti riportano vari miracoli operati da Pietro e da Paolo. Senza entrare nei particolari, Paolo rende testimonianza a questo dono fatto da Dio (Rm 15,19; 2 Cor 12,12). I miracoli sono comunemente richiesti per la beatificazione e la canonizzazione dei Servi di Dio (cf CIC 1403). Cf Determinismo; Doxa; Natura; Regno di Dio; Teologia giovannea.

 

Misericordia. (inizio)

La cura amorosa di Dio per tutte le sue creature, specialmente gli esseri umani. Essa ci invita a nostra volta a solidarizzare e ad alleviare le miserie altrui. L'AT fa uso di tre parole per esprimere la misericordia. Hesed (Ebr. « bontà »), o delicatezza fedele; è fondata su un vincolo o su un'alleanza come il matrimonio (Gn 20,13) o su un rapporto stretto (1 Sam 20,8.14‑15). Rahamin (Ebr. grembo); è le simpatia viscerale o compassione, come quella di una madre per il suo bambino (Is 49,15). Hen (Ebr. « grazia »); esprime il modo con cui il favore di Dio è elargito gratuitamente e indipendentemente dai meriti del ricevente (Es 33,12‑17). Gli esseri umani possono invocare la misericordia e Dio è quanto mai desideroso di donarla (cf Sal 51; 113; 117). Il NT esalta la misericordia di Dio (Lc 1,50.54.72.78) rivelata ed espressa soprattutto mediante le parole e i fatti di Gesù (Mt 9,10‑13; 18,21‑35; Lc 10,29‑37). Il cieco invoca Gesù perché abbia pietà di lui (Mc 10,47‑48). Questa preghiera è entrata a far parte della preghiera dei cristiani, soprattutto in Oriente. Si deve tendere ad imitare il Padre celeste nella sua misericordia, e, a sua volta, Dio sarà misericordioso con coloro che eserciteranno la misericordia (cf Mt 6,12; 25,31‑46; Lc 11,4). Cf Amore; Grazia; Hesed; Preghiera di Gesù.

Mishnah (Ebr. « ripetizione »). (inizio)

Raccolta ebraica di trattati che interpretano e insegnano la Scrittura e la Legge. Quest'opera fu probabilmente compilata dal rabbino Giuda ha‑Nasi (circa 135 ‑ circa 220) e servi di base alle versioni palestinese e babilonese del Talmud. La Mishnah determina ancora come un pio Ebreo deve comportarsi in molte circostanze. Cf Giudaismo; Talmud.

 

Missione canonica. (inizio)

È l'autorizzazione ufficiale di partecipare in un determinato modo al ministero di insegnamento, di santificazione e di governo della Chiesa nel mondo. Cf Chierico; Concilio Lateranense IV; Diacono, Mandato; Predicazione.

 

Missioni divine. (inizio)

L'invio (o « processione ») della seconda e della terza Persona della Trinità da parte del Padre nell'eternità e nel tempo (cf Gv 14,26; 20,21; Gal 4,4‑6). Cf Appropriazione; Filioque; Processioni; Teologia trinitaria.

Missioni (le) nella Chiesa. (inizio)

Si tratta della risposta della Chiesa al compito ricevuto da Cristo di continuare la sua opera nel mondo intero. I libri profetici dell'AT indicano come Gerusalemme, il popolo eletto e i suoi rappresentanti abbiano un ruolo missionario per la salvezza delle nazioni (cf Is 2,1‑5; 42,6‑7; 49,6.22‑23; 56,1‑8; 60,1‑22; Giona). Con valore universale (Lc 2,29‑32), la buona Novella di Cristo va annunciata dovunque e a chiunque (Mt 28,18‑20; Mc 16,15‑20; Lc 24,47; Gv 20,21; At 1,8). Guidata da Pietro, da Paolo e da altri (Gal 2,7‑8; Rm 1,5; 16,3), la Chiesa apostolica diffuse la fede cristiana attraverso l'Impero romano. Nei primi secoli, il cristianesimo raggiunse l'Abissinia, l'India e (attraverso la Chiesa nestoriana dell'Oriente) perfino la Cina. Grandi missionari e loro discepoli, appoggiati alle volte da governanti potenti, hanno convertito praticamente tutta l'Europa al cristianesimo entro anno 1000. San Patrizio (circa 390 ‑ circa 460) contribuì all'evangelizzazione dell'Irlanda. Sant'Agostino di Canterbury (morto nel 604), fu un apostolo dell'Inghilterra; san Bonifacio (680‑754) evangelizzò la Germania; sant'Ansgravio (Oscar) (801‑865), i paesi scandinavi; e i santi Cirillo (826‑869) e Metodio (805‑885), i paesi slavi. Con la scoperta dell'America nel 1492 e l'apertura di nuove strade verso l'Asia, un'attività missionaria veramente eroica cominciò nelle Americhe, in Cina, in India, in Giappone e altrove. La fondazione della Congregazione per la Propagazione della Fede per opera del Papa Gregorio XV nel 1622 incoraggiò e aiutò l'organizzazione di questo sviluppo. All'inizio del secolo XIX, società missionarie anglicane e protestanti, guidate e ispirate da personaggi come David Livingstone (1813‑1873), divennero veramente attive fuori d'Europa. Alla fine del secolo XX, la necessità che l'Europa stessa venga ri‑evangelizzata è divenuta sempre più evidente. Cf. Apostolo; Evangelizzazione; Teologia della missione.

 

Mistagogia (Gr. « che guida ai segreti »). (inizio)

Intruzione sui riti segreti e sui misteri di una religione. Nelle sue Catechesi mistagogiche date nel tempo quaresimale e pasquale san Cirillo di Gerusalemme (circa 315‑386) preparava i catecumeni al battesimo il Sabato Santo e li istruiva ulteriormente dopo. San Massimo il Confessore (circa 580‑662) chiamava « mistagogia » la sua interpretazione mistica della liturgia. Comunemente, alcuni usano il termine per indicare una catechesi e una teologia ricavate dall'esperienza di Dio e destinate ad approfondire questa stessa esperienza. Cf Catechesi; Catecumenato; Disciplina dell'Arcano; Esperienza religiosa; Mistero; RICA.

 

Mistero (Gr. « segreto »). (inizio)

Non è qualcosa di semplicemente oscuro o inspiegabile (come, per es. un'uccisione « misteriosa »), ma è il piano amoroso di Dio per la salvezza dell'umanità che ora è stato svelato per mezzo di Cristo (Rm 16,25; Ef 1,9; 3,9; Col 1,26‑27; 2,2; 4,3). Mentre è stata rivelata definitivamente in Cristo, la realtà misteriosa di Dio trascende la ragione e la comprensione umana. La mente umana non può afferrare Dio; è la maestà divina che afferra noi. La teologia protestante ha seguito il tema luterano del Deus revelatus sed absconditus (Lat. « Dio rivelato, ma tuttora nascosto »). Gli Ortodossi hanno coltivato la teologia apofatica che sottolinea l'inaccessibilità di Dio. Nel secolo XIX, il Concilio Vaticano I (DS 3015‑3020; FCC 1.080‑1.085), Matthias Scheeben (1835‑1888) e altri hanno parlato dei misteri rivelati o verità intorno a Dio (misteri al plurale). La teologia recente e l'insegnamento ufficiale hanno accentuato l'unità dell'auto‑rivelazione di Dio. Karl Rahner (1904‑1984), il Concilio Vaticano II e le encicliche di Giovanni Paolo II favoriscono il linguaggio del « Mistero », anziché quello dei divini « misteri ». Cf Mistagogia; Mistero pasquale; Religioni misteriche; Storia della Salvezza; Teologia apofatica.

 

Mistero del male. (inizio)

È il mistero di un Dio infinitamente buono e onnipotente che permette tanti peccati, dolori e sofferenze varie nel nostro mondo. Le soluzioni soddisfano solo parzialmente: esse si appellano

a) al rispetto di Dio per la nostra libertà creaturale;

b) a Cristo che ha sopportato il mistero del male con la sua passione e morte;

c) alla trasformazione gloriosa cui è destinato il nostro mondo (Rm 8,18‑23), quando le forze del male saranno definitivamente sconfitte (1 Cor 15,24‑28).

Cf Mistero; Teodicea; Teologia apofatica.

Mistero pasquale. (inizio)

La redenzione effettuata da Cristo soprattutto con la sua morte, risurrezione e ascensione (SC 5; GS 22) a cui i cristiani partecipano mediante il battesimo, l'Eucaristia, gli altri sacramenti e con tutta la loro vita (SC 6‑10; cf Rm 6,3‑4; 12,1; 1 Cor 11,23‑26). Cf Pasqua; Redenzione; Risurrezione.

 

Mistica. (inizio)

Un'esperienza speciale e profonda di conoscenza e di unione con la realtà divina, liberamente concessa da Dio. Le esperienze mistiche, che possono essere accompagnate da estasi, visioni e altri fenomeni del genere, sono di solito precedute da una pratica seria di contemplazione e di ascesi. La mistica si riscontra in tutte le grandi religioni del mondo, ma nell'esperienza cristiana ha una qualità altamente personale e accentua anziché sopprimere il senso di distinzione tra il mistico e Dio. La mistica genuina produce sempre un amore più generoso verso gli altri, e sembra trovarsi frequentemente tra i cristiani che si dedicano alla preghiera e che sono sensibili alla presenza di Dio nella loro vita. Cf Contemplazione; Mistero; Visioni.

 

Mistico. (inizio)

Cf Corpo mistico.

 

Mito (Gr. « favola, storia »). (inizio)

Una storia simbolica circa le realtà ultime. Il termine « mito » è stato spesso inteso come una storia di persone, cose ed eventi puramente fittizi. Mentre il lògos fornisce un resoconto razionale e vero della realtà e delle sue cause, un mito immaginario (per es., le attività scandalose di dèi) può essere piacevole, ma è essenzialmente falso. Il NT riflette ancora questa visuale negativa del termine « mito » (1 Tm 1,4; 4,7; Tt 1,14; 2 Pt 1,16). La mente umana, però, non opera unicamente sulla base di concetti astratti: ha bisogno del linguaggio simbolico‑immaginario per trovare ed esprimere la verità sulla nostra esistenza. Nei suoi dialoghi, Platone (427‑347 a.C.) fa alle volte un uso intelligente di miti per guidare i suoi lettori verso la verità. Cf Analogia; Demitizzazione; Simbolo; Teologia narrativa.

 

Modalismo (Lat. « aspetto, sfaccettatura »). (inizio)

Questa eresia accentuava talmente l'unità divina da negare la distinzione personale del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Essi non sarebbero altro che tre manifestazioni o modi con cui l'unico Dio si rivela e agisce nella creazione e nella redenzione. Cominciato in Asia Minore con Noeto (circa 200), il modalismo si propagò in Occidente con Prassea (circa 200), Sabellio (all'inizio del III secolo), Fotino (IV secolo) e, fino ad un certo punto, con Marcello di Ancira (= Ankara) (morto nel 374 circa) (cf DS 151, 284; FCC 6.023). Cf Patripassianismo; Teologia trinitaria.

 

Modernismo. (inizio)

È un termine generico che designa un movimento teologico abbastanza diffuso alla fine del secolo XIX e all'inizio del XX in Inghilterra, Francia, Italia e, fino ad un certo punto, in Germania. Tra i suoi esponenti principali ci furono Alfred Loisy (1857‑1940), Giorgio Tyrrell (1861‑1909) e forse il Barone Federico von Hügel (1852‑1925). I modernisti adottavano la critica biblica contemporanea, ammettevano gli sviluppi storici del cristianesimo, si opponevano energicamente alla Neo‑Scolastica e manifestavano una grande apertura ai progressi della scienza e della filosofia. Andarono soggetti alle volte a deviazioni, come, per esempio, nell'accentuare l'esperienza religiosa e nel minimizzare il valore delle affermazioni comuni di fede. Nel 1907, col decreto Lamentabili e con l'Enciclica Pascendi, la Santa Sede condannò il modernismo in un modo che non tenne conto delle dovute distinzioni. Seguì una campagna contro quanti erano sospettati di tendenze moderniste. Pio XII (riguardo alla critica biblica), il Concilio Vaticano II e gli sviluppi successivi nell'insegnamento della Chiesa e della teologia hanno rivendicato alcuni, ma non tutti, dei temi e delle intuizioni dei modernisti. Cf Critica biblica; Esperienza religiosa; Immanenza Divina; Neo‑Scolastica; Sviluppo della dottrina.

 

Molinismo. (inizio)

È la teoria sviluppata dal gesuita spagnolo Luigi de Molina (1535‑1600) circa il rapporto tra la volontà libera e la grazia. Dio concede la grazia, adatta le circostanze per giungere a buon esito e prevede le nostre azioni future. Però, siccome questa previsione « dipende » dalle nostre libere decisioni, Molina chiamò scientia conditionata, o scientia media la conoscenza rispetto alle decisioni e azioni future degli uomini. Questo sistema era opposto a quello dei Domenicani, specialmente di Domenico Bañez (1528‑1604). Nell'accentuare la libertà sovrana di Dio, Bañez parlava del concorso divino nell'azione umana come di una premozione fisica. Questo concetto non sembrava rispettare pienamente la libertà umana. Tra il 1598 e il 1607, una commissione, chiamata « De Auxiliis, » si riunì a Roma, ma non riuscì a risolvere il problema. Si concluse con la proibizione ai Gesuiti di dare ai Domenicani l'etichetta di « Calvinisti » e ai Domenicani, di chiamare i Gesuiti « Pelagiani » (cf DS 1997, 2008). Questo dibattito indica come le questioni teologiche più profonde non possono in ultima analisi ricevere una risposta adeguata. Il mistero divino ha la prima e l'ultima parola. Cf Calvinismo; Libertà; Grazia; Mistero; Pelagianesimo; Prescienza; Semi‑Pelagianesimo.

 

Monachesimo (Gr « vita in solitudine »). (inizio)

Un movimento tra i credenti battezzati che rispondono alla chiamata di Cristo per la perfezione (Mt 5,48; 19,16‑26) col dedicarsi attraverso la povertà, il celibato e l'obbedienza ad una vita di preghiera, al culto e al servizio comunitario. Verso il termine delle persecuzioni romane, una forma di esistenza ascetica nei deserti dell'Egitto, della Palestina e della Siria cominciò ad offrire un'alternativa eroica al martirio reale. In Egitto, sant'Antonio Abate (circa 251‑356) e san Pacomio (circa 290‑346) contribuirono ad organizzare i loro discepoli attorno ad una regola di vita e a guide spirituali, aprendo così la strada alle due forme tipiche del monachesimo: l'anacoretismo, o vita degli eremiti, e il cenobitismo, o vita in comune. Fortemente influenzato da san Basilio Magno (circa 370‑379), il monachesimo orientale favorì il monachesimo occidentale attraverso scritti come la Vita di sant'Antonio scritta da sant'Atanasio di Alessandria (circa 296‑373) e le Conferenze di Giovanni Cassiano (circa 360‑435). Dopo san Martino di Tours (morto nel 397) e sant'Agostino di Ippona (354‑430), san Benedetto di Norcia (circa 480 ‑ circa 550) con la sua Regola diede la forma essenziale al monachesimo d'Occidente. I Domenicani, i Francescani e altri Ordini religiosi di vita attiva hanno offerto un'alternativa alla vita monastica strettamente contemplativa (cf UR 15; PC 9). In Oriente, però, tutti i religiosi sono ancora monaci. Cf Acemeti; Anacoretismo; Cenobiti; Esicasmo; Liturgia delle Ore; Monte Athos; Vita religiosa.

 

Monarchianismo (Gr. « un solo principio »). (inizio)

Termine coniato da Tertulliano (circa 160 ‑ circa 220) per designare la teoria ereticale che accentuava talmente l'unità di Dio da negare un Figlio veramente divino con un'esistenza personale distinta. Alcuni Monarchiani sostenevano che Gesù era divino unicamente nel senso di una dynamis (Gr. « potenza ») di Dio che era venuta su di lui e lo aveva adottato. I Monarchiani modalisti riducevano la Trinità a modi diversi nei quali Dio si manifesta e agisce. Cf Adozionismo; Modalismo; Patripassianismo; Trinità immanente.

 

Mondo. (inizio)

È l'universo creato da Dio (Mt 25,34; Gv 17,5.24). La parola « mondo » può anche indicare il luogo dove va proclamato il vangelo (Mc 16, 15), ma anche coloro che non accettano Cristo (Gv 1,9‑11) e che sono ostili a lui e ai suoi discepoli (Gv 8,23; 15,18‑20; 17,14). Satana è il principe di questo mondo (Gv 12,31; 14,30; 16,11), ma, nel suo grande amore, Dio ha mandato il Figlio suo nel mondo (tra gli uomini) per salvarlo (Gv 3,16‑17). Il testo più lungo del Concilio Vaticano II è stato la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, chiamata Gaudium et spes. Coerente con la forte opposizione cristiana alle forme gnostiche di dualismo, questo documento afferma la bontà essenziale del mondo creato. Lungi dall'essere uno schermo tra Dio e gli esseri umani, il mondo deve costituire un punto di mediazione, come viene illustrato, per esempio, dall'uso della materia nei sacramenti (cf DS 800; 3025; FCC 3.025, 6.060). Cf Cosmo; Dualismo; Gnosticismo; Manicheismo; Oikumène; Sacramento; Teologia della liberazione; Teologia politica.

 

Monismo (Gr. « unico »). (inizio)

Termine coniato da Christian Wolff (1679‑1754) per indicare tutti i tentativi di interpretare la realtà eliminando ogni diversità e distinzione (per es., tra il corpo e anima, o tra il mondo creato visibile e Dio invisibile) e riducendo tutto ad un unico principio. Questo solipsismo ammette l'esistenza di uno solo e nega le idee, le esperienze e l'esistenza di altri soggetti. Oppure, è negata la differenza tra lo spirito e la materia con l'asserire che tutto si riduce ad una modalità dello spirito (idealismo) o della materia (materialismo). Il panteismo rigetta ogni distinzione reale tra Dio e il mondo creato. I filosofi greci anteriori a Socrate tendevano a interpretare tutta la realtà mediante un unico principio primordiale: per es., Talete di Mileto considerava l'acqua come l'elemento primordiale dell'universo. Altri monisti sono Plotino (circa 205‑270), Benedetto Spinoza (1632‑1677) e filosofi idealisti come Johann Gottlieb Fichte (1762‑1814) che riducevano tutto all'Io. Sia l'AT (cf Gn 1‑3; Gb 38,140,5) che il NT (cf Gv 1,18 Rm 11,33‑35) affermano la differenza radicale tra Dio e le creature. La dottrina cattolica ha insistito su questo « dualismo » fondamentale (cf DS 3022‑3023; FCC 3.022‑3.023) come fa anche il tema protestante del Dio totalmente altro e l'apofatismo (Gr. « teologia negativa ») degli Ortodossi. Cf Dualismo; Idealismo; Materialismo; Panteismo; Teologia apofatica.

 

Monoenergismo (Gr. « attività unica »). (inizio)

Un tentativo del secolo VII di conciliare i cosiddetti « monofisiti » con l'insegnamento recepito dal Concilio di Calcedonia (451) e sviluppato dal Costantinopolitano II (553). Secondo il monoenergismo, formula di compromesso proposta dal patriarca Ciro di Alessandria nel 633 e appoggiata dal patriarca Sergio di Costantinopoli, ci sarebbe una sola forma di attività in Gesù Cristo, e precisamente l'energia divina. Grazie all'opposizione del monaco san Sofronio, che divenne patriarca di Gerusalemme nel 634, il monoenergismo fu abbandonato. Cf Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano II; Essenza e Energie; Monofisismo; Monotelismo.

 

Monofisismo (Gr. « una sola natura »). (inizio)

Eresia attribuita a coloro che rifiutavano l'insegnamento del Concilio di Calcedonia (451) secondo il quale ci sono « due nature in una sola persona » (DS 300‑303; FCC 4.012‑4.013) e si staccarono dal Patriarcato di Costantinopoli. Nessuna delle parti, però, sosteneva chiaramente una versione integrale del monofisismo: e cioè, che l'incarnazione significasse la fusione della divinità e umanità di Cristo in una terza « natura », o che comportasse l'assorbimento della natura umana in quella divina come una goccia nell'oceano. La differenza con Calcedonia pare sia stata, almeno in parte, terminologica. Tra i dissidenti, Timoteo Erulo (morto nel 477) divenne il patriarca « monofisita » di Alessandria, e Pietro il Fullone (morto nel 488) patriarca di Antiochia. Le Chiese « monofisite » finirono per essere organizzate da Severo di Antiochia (circa 465‑538), deposto da patriarca di Antiochia nel 518. Le Chiese « monofisite » sono ora chiamate genericamente Chiese non‑calcedonesi. Cf Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano II; Eustachianismo; Ortodossi Orientali; Unione Ipostatica.

 

Monogamia (Gr. « matrimonio unico »). (inizio)

L'ideale di essere sposato con una sola persona (cf Mt 5,31‑32; 19,1‑9 Mc 10,2‑12; Lc 16,18). Molte società hanno ammesso la poligamia (Gr. « molti matrimoni »), ossia la prassi di avere più di una moglie, sia contemporaneamente sia successivamente. Alcune società hanno ammeso la poliandria (Gr. « molti mariti »), ossia la prassi che una donna possa avere più di un marito. I patriarchi dell'AT erano inizialmente poligami, mentre la legge di Mosè permetteva il divorzio e nuove nozze. Cristo attribuì questa usanza alla « durezza » del cuore umano e mirò a riportare il matrimonio monogamico al piano iniziale di Dio. Nella Chiesa Cattolica, un matrimonio contratto validamente rende nullo un secondo matrimonio mentre l'altro coniuge è ancora vivo (cf DS 777‑779, 1798, 1802, 3706‑3709; FCC 9.345, 9.349, 9.383). Cf Impedimenti del matrimonio; Matrimonio; Poligamia.

 

Moneteismo (Gr. « un solo Dio »). (inizio)

È la fede in uno (e unico) Dio personale, onnipotente, onnisciente e tutto amore, Creatore e Signore di tutto e di tutti e che pure esiste distinto da tutto l'universo e al di sopra di esso. Inizialmente, Israele ha adorato un solo Dio, senza necessariamente negare l'esistenza di divinità pagane (inferiori). Col VI secolo a. C., però, il monoteismo d'Israele ha chiaramente e nettamente negato la realtà di qualsiasi altra divinità (Is 41,21‑24; 43,10‑13; 44,8). La rivelazione neotestamentaria secondo cui nell'unico Dio ci sono tre persone non si oppone al monoteismo genuino. L'Ebraismo e l'Islamismo, però, rigettano la fede nella Trinità in quanto la ritengono incompatibile con la loro fede monoteistica. Nel campo delle religioni comparate, alcuni hanno sostenuto che il monoteismo si è evoluto da un precedente politeismo (fede in molti deì), oppure che un monoteismo primitivo e puro è spesso caduto in un successivo politeismo. Comunque, lo sviluppo effettivo delle varie religioni non sembra corrispondere facilmente e chiaramente a nessuna di queste due teorie dominanti. Cf Ebraismo; Dio; Islamismo; Mistero; Panteismo; Politeismo; Rivelazione; Teologia trinitaria; Trascendenza.

 

Monotelismo (Gr. « una sola volontà »). (inizio)

Eresia la quale sosteneva che Cristo, pure avendo una natura umana, mancava di una volontà umana e possedeva una sola volontà, quella divina. Dopo che il Concilio di Calcedonia (451) ebbe insegnato l'unità di persona ma la dualità di nature in Cristo, furono fatti vari tentativi per conciliare i dissidenti « monofisiti » che accentuavano l'unità di Cristo. Dopo che fu escogitata e trovata buona una nozione di compromesso delle due nature ma di una sola « energia » (monoenergismo), il patriarca Sergio di Costantinopoli incoraggiò Onorio I (papa, 625‑638) a proporre l'infelice formula di « due nature ma una sola volontà » in Cristo, formula per cui in seguito Onorio venne censurato (DS 487‑488; 496‑498; 550‑552; 561; 563; FCC 4.035‑4.039; 4.068‑4.069). L'Ectesi (Gr. « esposizione della fede ») promulgata dall'imperatore Eraclio nel 638 era basata sulla formula di sola volontà (quella divina). Nel 638 e nel 639, vennero tenuti sinodi a Costantinopoli per confermare la formula, ma il Sinodo Lateranense del 649 sotto il papa Martino I, assistito da san Massimo il Confessore, la condannarono come contraria alla piena umanità di Cristo. Il sesto Concilio ecumenico, il Costantinopolitano III (680‑681) definì solennemente che in Cristo ci sono non soltanto due nature, ma anche due volontà, le quali, però, operano in armonia nella sua persona unica (cf DS 550‑564). Cf Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano III; Duotelismo; Monoenergismo; Monofisismo.

 

Montanismo. (inizio)

Movimento revivalista entusiastico che iniziò con Montano, un sacerdote pagano convertitosi al cristianesimo nel II secolo nella Frigia (odierna Turchia). Ebbe molti seguaci, tra cui Tertulliano (circa 160 ‑ circa 220). Montano annunciava prossima la fine del mondo e vedeva le attività delle profetesse (come le sue discepole Priscilla e Massimilla) e dei profeti estatici come segni della fine imminente. Il movimento praticava un'ascesi rigorosa, vietava nuove nozze dopo la morte di uno dei due coniugi e imponeva regole di digiuno molto severe. Montano giunse a considerarsi come l'incarnazione dello Spirito Santo. Il disprezzo che il montanismo nutriva verso le strutture istituzionali si esprimeva tra l'altro nel modo indipendente con cui amministrava i sacramenti. Finì per essere condannato dalla Chiesa (cf DS 211, 478). Cf Parusìa.

 

Monte Athos. (inizio)

Famoso monte santo, all'estremità sud‑orientale della penisola calcidica nella Grecia settentrionale. Su questo promontorio ci sono venti monasteri principali, il primo dei quali fu fondato da sant'Atanasio l'Athonita nel 962. Sul Monte Athos, si trovano tutti i tipi di monaci ortodossi:

a) gli anacoreti, o eremiti;

b) i semi‑eremiti o anacoreti che vivono in un gruppo di eremiti sotto la guida spirituale di un monaco esperto;

c) i cenobiti, o monaci che vivono in comunità. Il cenobitismo finì per predominare in tutto l'Oriente, specialmente dopo che san Basilio Magno (circa 330‑379) scrisse le sue due Regole. La Regola che sant'Atanasio l'Athonita adottò seguiva molto da vicino quelle di san Basilio e di san Teodoro Studita (759‑826), grande riformatore del monachesimo orientale.

d) C'è un quarto tipo di monaco, l'« idioritmico » (Gr. « stile proprio »). È un monaco che gode in una certa misura di una indipendenza economica. Fu introdotto sul Monte Athos nel secolo XIV.

I monaci del Monte Athos godono generalmente di una notevole autonomia amministrativa. Giuridicamente, dipendono dal patriarca di Costantinopoli. Nessuna donna può mettere piede nella penisola. Cf Anacoretismo; Cenobita; Eremita; Esicasmo; Filocalia; Monachesimo; Palamismo; Teocrazia.

 

Morale. (inizio)

Cf Teologia morale.

 

Mormonismo. (inizio)

È l'insegnamento della « Chiesa di Gesù Cristo dei santi dell'ultimo giorno » fondata nello Stato di New York nel 1830 da Joseph Smith (1805‑1844). Il Libro di Mormone che egli sosteneva di avere scoperto in seguito ad una rivelazione, parla di un profeta di nome Mormone e di profughi ebrei in una storia che va dalla Torre di Babele fino all'instaurarsi del Mormonismo negli Stati Uniti. Una rivelazione del 1843 portò lo Smith a legittimare la poligamia. Quando fu ucciso, Brigham Young (1801‑1877) stabilì la sètta nel deserto dove fu fondata Salt Lake City, nell'Utah. I Mormoni aspettano che Cristo ritorni e stabilisca su questa terra un regno per i suoi santi. Cf Millenarismo; Poligamia.

 

Morte. (inizio)

Il termine definitivo della nostra esistenza biologica mentre la storia della nostra vita assume dinanzi a Dio la sua forma completa e irreversibile. La Bibbia vede la morte come qualcosa di naturale (Sal 49,11‑12; Is 40,6‑7) e come conseguenza del peccato (Gn 3,19; Rm 5,12). La morte sarà l'ultima nemica ad essere vinta quando parteciperemo alla risurrezione di Cristo (1 Cor 15,26). Cf Anima; Immortalità; Risurrezione.

 

Mortificazione (Lat. « mettere a morte »). (inizio)

La disciplina e l'abnegazione richieste per crescere nella nuova vita che ci è data mediante la fede e il battesimo (Rm 8,13; Gal 5,24). Gesù ha evidenziato il prezzo del discepolato (Mt 10,34‑39). Paolo descrive con vivezza la lotta col peccato e con le forze di morte che devono affrontare coloro che vivono con Dio in Cristo (Rm 6,1‑19). Cf Ascesi; Croce; Digiuno.

 

Motu proprio (Lat. « di propria iniziativa »). (inizio)

Una lettera personale scritta dal papa all'intera Chiesa, o ad una Chiesa locale, o ad un gruppo particolare. Quando il papa Giovanni XXIII istituì una Commissione per preparare il Concilio Vaticano II, emanò un motu proprio (Acta Apostolicae Sedis, 521962, pp. 433‑437). Se una Conferenza episcopale desidera emettere una legge per il proprio territorio, deve richiedere alla Santa Sede un mandato speciale, eccetto che il papa lo conceda motu proprio (CIC 415). Cf Santa Sede.

 

Movimento di Oxford. (inizio)

Si chiama così un movimento anglicano (1833‑1845) che ebbe il suo centro nell'Università di Oxford e fu guidato da John Keble (1792‑1866), John Henry (poi Cardinale) Newman (1801‑1890) e Edward Bouverie Pusey (1800‑1882). Questo movimento venne a formare il primo periodo dell'Anglo‑Cattolicesimo. Ispirato dalla tradizione della Chiesa Alta (più che dalla Chiesa Bassa o Evangelica), il movimento mirava a riformare l'Anglicanesimo, sottolineava il carattere apostolico e sacramentale della Chiesa nonché il suo sacerdozio, si opponeva alle ingerenze del Liberalismo, promuoveva una tradizione cattolica del culto, lavorava per i poveri, e incoraggiava la formazione di comunità religiose maschili e femminili. Per promuovere la sua causa, il Movimento di Oxford pubblicò Tracts for the Times (volantini di attualità) (1833‑1841). Il Tract 90 di Newman (1841) sollevò un grande dibattito per la sua tendenza filocattolica. A partire dal 1836, Keble, Newman e Pusey cominciarono a pubblicare la Library of the Fathers (Biblioteca dei Padri), una collana che rivelava da dove traevano ispirazione: dal ritorno ai Padri della Chiesa. Il sermone di Keble sulla « Apostasia nazionale » (1833) diede il via al movimento. Questo ebbe fine, secondo l'estimazione comune, con l'ingresso di Newman nella Chiesa Cattolica (1845). Cf Anglo‑Cattolicesimo; Comunione anglicana; Evangelici; Liberalismo; Padri della Chiesa; Vita religiosa.

 

Movimento liturgico. (inizio)

Un movimento contemporaneo che cominciò tra i Cattolici, ma si diffuse presto tra altre confessioni. Consiste nell'incoraggiare tutti i membri della Chiesa a partecipare attivamente alle celebrazioni liturgiche e a far sì che l'Eucaristia diventi il centro reale della loro comunità. Il movimento fu iniziato dall'abate Prospero Guéranger (1805‑1875), e dall'Abbazia benedettina di Solèsmes. L'incoraggianento ufficiale venne nel 1903 quando Pio X emanò alcune norme destinate a promuovere la comunione frequente e ad effettuare la riforma della musica della Chiesa. In Europa, Benedettini come Lambert Beauduin (1873‑1960), Odo Casel (1896‑1948) e altri, come Pius Parsch (1884‑1954), Romano Guardini (1885‑1968) e Joseph Jungmann (1889‑1975) promossero non solo l'approfondimento di studi sulla liturgia, ma anche il suo sviluppo pastorale. L'Enciclica Mediator Dei di Pio XII nel 1947 portò alcune riforme che culminarono con la restaurazione delle cerimonie della Settimana Santa e con l'opera del Concilio Vaticano II. Quest'ultimo introdusse l'uso pieno delle lingue volgari e riformò i riti. Per gli Ortodossi, la liturgia è sempre stata fondamentale. Alcune riforme secondarie, come l'adozione del Calendario gregoriano, hanno a volte provocato proteste e persino scismi. Il Protestantesimo è sorto come movimento di riforma che comprendeva tra l'altro l'uso della lingua volgare e privilegiava la liturgia della Parola a scapito dell'Eucaristia. Nel secolo scorso, molti Anglicani e alcune Chiese protestanti hanno cominciato a riformare e ad incoraggiare il culto sacramentale. Negli ultimi decenni, il movimento ecumenico ha contribuito a promuovere la riforma della liturgia in molte confessioni cristiane. Cf Culto; Lingua volgare; Movimento di Oxford; Rito; Settimana Santa; Vecchi credenti.

 

Muratoriano. (inizio)

Cf Frammento muratoriano.

 

Musulmano. (inizio)

Seguace dell'Islamismo. Cf Islamismo.

N

 

Natale. (inizio)

Celebrazione della nascita di Gesù il 25 dicembre. Questa festa di origine occidentale sostituì la festa pagana del Sole Invincibile e finì per diventare comune a tutte le Chiese cristiane eccetto gli Armeni. La liturgia romana permette che la Messa venga celebrata di notte (di solito a mezzanotte), all'alba e di giorno: intende così celebrare la triplice « nascita » del Figlio: nel seno del Padre, dal grembo di Maria e nel cuore dei fedeli. Cf Cristianità Armena; Epifania; Preparazione al Natale.

 

Natura (Lat. « quello che è nato »). (inizio)

L'intero cosmo che è buono perché è stato creato da Dio (Gn 1‑2), o qualcosa che si sviluppa e agisce secondo le proprie caratteristiche essenziali. In questo secondo senso, la dottrina cristiana parla di un'unica natura di Dio e di due nature (divina e umana) in Cristo. La teologia cattolica ha distinto la grazia (= ciò che viene a noi mediante l'attività redentrice di Dio in Cristo) dalla natura (= ciò che appartiene agli esseri umani in quanto esseri umani). Un assioma classico afferma che la grazia non distrugge la natura, ma la presuppone e la perfeziona. Qui, è importante ricordare che un ordine puramente naturale è un'astrazione. L'ordine della grazia è esistito sin dall'inizio, in quanto Dio ha chiamato liberamente tutti gli esseri umani alla sorte soprannaturale della vita eterna. I Calvinisti e altri Protestanti hanno pessimisticamente affermato che il peccato avrebbe interamente corrotto la natura umana (cf DS 1521, 1555; FCC 8.054, 8.088; GS 13). Cf. Concupiscenza; Cosmo; Creatura; Creazione; Ecologia; Entelechìa; Grazia; Legge naturale; Peccato originale; Potenza obbedienziale; Soprannaturale; Teologia naturale.

 

Neo‑calcedonesimo. (inizio)

Un tentativo di mediazione tra il Concilio di Calcedonia (451) che insegnò che ci sono due nature nell'unica persona di Gesù Cristo, e i cosiddetti « Monofisiti ». Essi conservarono la formula pre‑calcedonese di san Cirillo di Alessandria (morto nel 444): « l'unica natura incarnata di Gesù Cristo ». La controversia si fissò sulla parola physis (Gr. « natura ») che era ancora usata per significare sia un individuo sussistente concreto (= persona), sia la natura di quel singolo. Quei teologi cirilliani che ritennero Calcedonia come una resa ai teologi nestoriani (colpevoli, secondo loro, di aver diviso il Cristo in due individui), cercarono di re‑interpretare Calcedonia in termini di condanna del nestorianesimo da parte di Cirillo. Nella sua « terza lettera a Nestorio » (DS 252‑263), Cirillo sottolineava l'unica persona divina di Cristo, anatematizzando chiunque non avesse affermato che Dio, in Cristo, aveva sofferto sulla croce. A Calcedonia, questa lettera era stata letta, ricordata, ma non fatta propria. Il Neo‑Calcedonesimo, o interpretazione di Calcedonia nei termini della teologia di Cirillo circa la sofferenza di Dio, fu ufficialmente confermato nel Concilio Costantinopolitano II nel 553 (DS 421‑438; FCC 2.012, 4.019‑4.034). Cf Concilio di Calcedonia; Concilio di Efeso; Concilio Costantinopolitano II; Controversia Teopaschita; Monofisismo; Sofferenza di Dio.

 

Neo‑catecumenato. (inizio)

Un itinerario di iniziazione cristiana sorto dopo il Concilio Vaticano II. È cominciato con Kiko Arguello (nato nel 1939) e Carmen Hernandez, con l'intento di aiutare i cristiani battezzati a scoprire o a riscoprire che cosa comportano realmente la fede e il battesimo. Questo « modo » di formazione per i battezzati, che segue le strutture del catecumenato nella Chiesa primitiva, riprende a iniziare i credenti alla loro vita cristiana, e mira a rievangelizzare paesi tradizionalmente cristiani o aiutare a radicare il vangelo più profondamente in aree evangelizzate da poco tempo. Laici, sacerdoti e famiglie, formati attraverso il neo‑catecumenato, vanno come missionari itineranti in tutte le parti del mondo. Nel 1987, un ampio seminario diocesano (« Redemptoris Mater ») è stato aperto a Roma per i membri della « via » neocatecumenale che hanno la vocazione al sacerdozio. Cf. Battesimo; Catecumenato; RICA.

 

Neo‑ortodossia. (inizio)

Un movimento sorto dopo la prima Guerra Mondiale, ispirato da Karl Barth (1886‑1968) e sviluppato in vari modi da altri teologi, come Emil Brunner (1889‑1966), Reinhold Niebuhr (1892‑1971) ed Helmut Richard Niebuhr (1894‑1962). Insoddisfatti dell'umanesimo ottimista del Protestantesimo Liberale, essi cercarono di riscoprire le intuizioni essenziali della Riforma e sottolinearono la parola di rivelazione e di giudizio di Dio. In modo profetico, insistettero sulla trascendenza sovrana di Dio su un mondo peccatore. Il termine « Neo‑ortodossia » è stato applicato anche all'opera di altri, come Karl Rahner (1904‑1984). Però, in senso stretto, esso si applica solo al movimento iniziato e portato avanti da Barth. Cf Protestantesimo liberale; Teologia dialettica.

 

Neo‑palamismo. (inizio)

È un tentativo che è stato varato nella Prima Conferenza Panortodossa (Atene, 1936) per sviluppare una sintesi teologica ortodossa capace di ricuperare il pensiero di san Gregorio Palamas (circa 1296‑1359). La teologia palamita illustra sia

a) la trasformazione umana nell'immagine divina, sia

b) la distinzione reale tra l'essenza e le energie in Dio che rimane sempre trascendente e radicalmente differente dalle creature.

Alcuni dei teologi ortodossi più famosi del nostro secolo possono essere classificati come neopalamiti: Dumitru Staniloae (1903‑1993), George Florovsky (1893‑1979), Vladimir Lossky (1903‑1958), Paul Evdokimov (1900‑1971) e John Meyendorff (1925‑92). Cf Palamismo; Tomismo.

 

Neo‑platonismo. (inizio)

È un'interpretazione rinnovata e religiosa della filosofia di Platone (427‑347 a.C.) che fiorì dal III al VI secolo d.C. Plotino (205‑270) fu il rappresentante più importante di questo movimento. Altri esponenti furono Porfirio (circa 232 ‑ circa 303), Giamblico (circa 250‑330) e Proclo (410‑485). Plotino parlava dell'anima, o psyché, della mente o noùs, e dell'Uno o hèn dal quale è venuto il mondo della materia attraverso un sistema di emanazioni. Dietro e al di là di ogni esperienza, c'è l'Uno dal quale veniamo e al quale ritorneremo attraverso la purificazione, la conoscenza e l'amore. Profondamente mistico, il neo‑platonismo è stato spesso interpretato come panteistico. Ha esercitato un influsso notevole su sant'Agostino di Ippona (354‑430) e su altri Padri della Chiesa. Cf Padri della Chiesa; Panteismo; Platonismo.

 

Neo‑scolastica. (inizio)

Un rinnovamento della filosofia cristiana e della teologia medievale, considerata spesso come sinonimo di neo‑tomismo, ma di fatto alquanto più ampio nei suoi contenuti e nei suoi metodi. Nel Collegio Romano (che fu poi l'Università Gregoriana), Gesuiti come Luigi D'Azeglio Taparelli (1793‑1862), Matteo Liberatore (1810‑1892) e Joseph Kleutgen (1811‑1893) cominciarono a restaurare la Scolastica. Un antico studente del Taparelli, Gioacchino Pecci (1810‑1893), divenuto vescovo di Perugia e poi papa, Leone XIII, appoggiò con decisione cuesto movimento. La sua enciclica Aeterni Patris (1879) prescrisse l'insegnamento del Tomismo nelle facoltà cattoliche di teologia (cf DS 3135‑3140). Fino al Vaticano II (1962‑1965), la neo‑scolastica contribuì a dare struttura e chiarezza al pensiero teologico cattolico. Però, il progresso negli studi biblici, storici, patristici e liturgici mostrò che questa chiarezza era alle volte puramente formale, verbale e priva di sostanza. Dal lato filosofico, nuove correnti come l'esistenzialismo, l'analisi linguistica, il personalismo, lo strutturalismo, ecc. hanno creato una situazione di pluralismo. Cf Neo‑Tomismo; Scolastica; Tomismo.

 

Neo‑tomismo. (inizio)

È un recupero moderno del pensiero di san Tommaso d'Aquino (circa 1225‑1274), considerato comunemente come il più grande filosofo e teologo del Medioevo. Tra i più importanti neo‑tomisti, c'è da ricordare: Louis Billot (1846‑1931); il cardinale Désiré Mercier (1851‑1926); Ambroise Gardeil (1859‑1931); Antonin Gilbert Sertillanges (1863‑1948); Maurice de Wulf (1867‑1947); Maurice de la Taille (1872‑1933); Réginald Garrigou‑Lagrange (1877‑1964); Jacques Maritain (1882‑1973); Étienne Gilson (1884‑1978); Marie‑Dominique Chenu (1895‑1990) e Yves Congar (nato nel 1904). Cf Neo‑Scolastica; Scolastica; Tomismo.

 

Nestorianesimo. (inizio)

Eresia (condannata nel 431 nel Concilio di Efeso) secondo cui in Cristo ci sarebbero due persone differenti, una umana e l'altra divina. Questa eresia fu attribuita a Nestorio (morto nel 451 circa), un monaco di Antiochia che divenne patriarca di Costantinopoli (428‑431). Sembra, però, che egli non abbia sostenuto proprio così una visuale del genere. Sembra meglio distinguere il nestorianesimo come eresia, giustamente condannato ad Efeso (431) e la visuale di Nestorio la cui ortodossia continua ad essere dibattuta anche oggi, ma la cui intenzione sembra essere stata ortodossa. Nestorio era contrario al titolo mariano popolare Theotókos (Gr. « Madre di Dio »), probabilmente perché temeva che esso minacciasse la piena e distinta divinità e la umanità di Cristo, mentre era disposto ad accettare il titolo purché fosse inteso rettamente. Cf Apollinarismo; Arianesimo; Assiriana; Chiesa apostolica assiriana; Concilio di Calcedonia; Concilio di Efeso; Eutichianesimo; Monofisismo; Teologia antiochena; Theotókos.

Nicea. Cf Concilio di Nicea; Simbolo niceno. (inizio)

 

Nichilismo (Lat. « non accettare nulla »). (inizio)

Termine generico per designare quelle filosofie le quali affermano che la realtà in sé è priva in ultima analisi di significato. Un atteggiamento del genere essenzialmente ateo può reggere la vita e imporre un significato con l'esercitare la propria volontà, come fu il caso di Friedrich Nietzsche (1844‑1900). Col professare l'assurdità dell'universo, la filosofia di Albert Camus (1913‑1960) e di altri esistenzialisti può contenere elementi di nichilismo. Cf Ateismo; Esistenzialismo.

 

Nominalismo. (inizio)

Una filosofia che si è sviluppata nel Medioevo e sostiene che i nomi (Lat. nomina) dati alle cose, mentre sono utili allo scopo di classificazione, non descrivono validamente la realtà. Ogni sostanza è irriducibilmente singola; non ci sono nature comuni; i concetti universali esistono solo nella mente. Guglielmo di Occam (circa 1285‑1347) fu il nominalista più famoso. Questa filosofia intaccava la teologia, specialmente le dottrine riguardanti Dio, la giustificazione e i sacramenti. Mediante Gabriel Biel (circa 1420‑1495), maestro di Martin Lutero (1483‑1546), il nominalismo esercitò un grande influsso sulla Riforma. Elementi di nominalismo si trovano in certe forme del linguaggio della filosofia e dell'esistenzialismo. Cf Esistenzialismo; Filosofia; Platonismo; Riforma; Universali.

 

Nomocanone (Gr. « legge » e « regola »). (inizio)

Termine usato dai cristiani d'Oriente per indicare raccolte di canoni ecclesiastici e di leggi civili che hanno qualche rapporto con la Chiesa. L'esempio più antico è attribuito a Giovanni III, Patriarca di Costantinopoli (morto nel 577), chiamato « Scolastico » (Gr. « avvocato »), perché era pratico di legge fin da giovane ad Antiochia. Cf Fonti del diritto canonico orientale; Sinfonia.

 

Non‑violenza. (inizio)

La teoria e la prassi di coloro che, come Mahatma Gandhi (1869‑1948) e Martin Luther King (1929‑1968), si adoperarono per eliminare l'ingiustizia politica e religiosa senza ricorrere alla forza fisica e alla guerra. Questi movimenti non violenti del nostro secolo hanno attinto dal pensiero Indù, dalla pratica della disobbedienza civile verso le leggi ingiuste come fece David Thoreau (1817‑1862) e soprattutto dall'esempio e dall'insegnamento di Cristo in particolare dalle beatitudini evangeliche e dal discorso della montagna (Mt 5,17,29; cf GS 78). Cf Beatitudini; Guerra; Legge; Pace.

 

Note (segni) della Chiesa. (inizio)

Sono le qualità essenziali della Chiesa di Cristo: unità, santità, cattolicità, apostolicità (Simbolo Niceno‑Costantinopolitano). Dopo che Giovanni Wycliffe (circa 1330‑1384) e Giovanni Hus (circa 1372‑1415) ebbero accentuato il lato « spirituale » della Chiesa, il cardinale domenicano Giovanni da Torquemada (zio del futuro grande inquisitore) scrisse nel 1431 un trattato sulla Chiesa basato sulle sue quattro note visibili. Durante la Riforma, certi apologisti, come il cardinale Stanislao Osio (1504‑1579) e san Roberto Bellarmino (1542‑1621) accentuarono queste note per reagire a quelli che, come Martin Lutero (1483‑1546), sostenevano che l'insegnamento genuino del vangelo era l'unica nota caratteristica della vera Chiesa di Gesù Cristo. Ai giorni nostri, la denuncia profetica dell'ingiustizia e l'azione contro di essa hanno assunto un grande ruolo come segno visibile della santità della Chiesa nel mondo; vedi Giovanni Paolo II, enciclica Sollicitudo rei socialis (1987). Cf Apostolicità; Cattolicità; Chiesa; Hussiti; Riforma (La); Santità; Santità della Chiesa.

 

Notte oscura. (inizio)

Di notte, il mondo visibile scompare, cedendo il posto al mondo invisibile. Per i mistici, la « notte » diviene il luogo privilegiato per incontrare Dio. « Oscura » indica che questa esperienza privilegiata avviene attraverso prove che purificano l'anima dagli attaccamenti terreni. Con san Giovanni della Croce (1542‑1591), si può distinguere la notte oscura dei sensi, che indebolisce l'attaccamento ai beni sensibili, e quella dello spirito, che distacca l'anima dalle consolazioni spirituali. Cf Mistica; Spiritualità.

 

Noús (Gr. « mente »). (inizio)

L'intelligenza, ossia la facoltà umana di intendere. Il binomio Noùs ‑ Lògos (Gr. « mente ‑ parola ») si trova nella cristologia di Evagrio Pontico (346‑399) secondo il quale l'anima di Cristo sarebbe preesistente e la mente sarebbe il punto di unione tra il Lògos eterno e l'umanità di Cristo. Cf Cristologia; Origenismo.

 

Novazianismo. (inizio)

Uno scisma che sorse riguardo al trattamento usato verso coloro che erano venuti meno alla fede cristiana durante la persecuzione (249‑250) dell'imperatore Decio. Novaziano, sacerdote romano e autore di un'opera pienamente ortodossa sulla Trinità, si allineò in un primo tempo con la prassi di riconciliare gli apostati, ma in seguito invocò un trattamento più severo. Il motivo di questo voltafaccia pare sia stato dovuto alla delusione che provò quando nel 250 fu eletto papa Cornelio. Novaziano si fece consacrare vescovo e si pose come rivale di Cornelio. Morì poi martire nella persecuzione (257‑258) sotto l'imperatore Valeriano. La sua comunità continuò fino al V secolo (cf DS 109; FCC 7.119). Nel Concilio Niceno I (325) subirono una condanna mite per la loro pretesa di essere catharòi (Gr. « puri ») e di formare una chiesa di santi che escludeva i peccatori (DS 127; FCC 9.041). Più tardi, furono criticati perché ribattezzavano gli eretici (DS 183, 211‑212, 214; cf anche 705, 1670; FCC 9.043, 9.229). Cf Donatismo; Riformismo; Sacramento della Penitenza; Scisma.

 

Novizio (Lat. « nuovo »). (inizio)

Un membro in prova di un istituto religioso. I novizi vivono insieme in una residenza speciale chiamata noviziato, possono indossare l'abito religioso del proprio istituto e devono seguire un corso di formazione della durata di almeno un anno intero (cf CIC 641‑653; 1196) prima di essere ammessi ai primi voti. Cf Monachesimo; Vita religiosa; Voti.

 

Numinoso (Lat. « che appartiene alla divinità »). (inizio)

Il timore sacro ispirato dalla presenza divina. Rudolf Otto (1869‑1937) nella sua opera famosa « Il Sacro » (originale tedesco, 1917) affermò che la religione ha origine dall'esperienza numinosa del « mysterium tremendum et fascinans » (Lat. « il mistero che ad un tempo sgomenta e affascina »). Cf Esperienza religiosa; Santità.

 

Nuova Eva. (inizio)

È un titolo che si dà a Maria, madre fisica di Cristo e madre spirituale degli uomini. Il parallelismo e il contrasto tra la prima Eva, « la madre di tutti i viventi (Gn 3,20), e Maria come Nuova Eva risale a san Giustino Martire (morto nel 165). Il contrasto si fonda non solo sul fatto che si parla di Gesù come del « secondo » o « nuovo » Adamo (Rm 5,14; 1 Cor 15,22.45‑49; cf DS 901), ma anche sulla fede dimostrata da Maria. Come hanno fatto notare i Padri della Chiesa, dove la disobbedienza di Eva portò la morte, l'amore obbediente di Maria portò la vita a tutta l'umanità grazie all'attività redentrice del Figlio suo (cf LG 56, 63). Cf Adamo; Corredentrice; Eva; Mariologia.

 

Nuovo Testamento. (inizio)

I 27 libri della Bibbia che vengono dopo i 45 la maggioranza dei quali si hanno in comune con gli Ebrei (Antico Testamento). I cristiani riconoscono questi libri (i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, 21 lettere e l'Apocalisse) come scritti sotto l'ispirazione speciale dello Spirito Santo, normativi per la fede e facenti parte del « Canone delle Scritture ». « In modo eminente », la Chiesa trova nel NT, e in particolare nei Vangeli, una « testimonianza perenne e divina » alla realtà di Gesù Cristo (DV 17‑20). Cf Alleanza; Antico Testamento; Bibbia; Canone delle Scritture; Ispirazione biblica; Marcionismo; Vangeli dell'infanzia.

O

 

Obbedienza. (inizio)

Consiste nella volontà di osservare le leggi e i comandi o nell'accettare come vere le asserzioni che vengono dall'autorità. Solo Dio ha l'autorità suprema e assoluta. Gli esseri umani (per es., i genitori verso i loro figli, lo Stato verso i cittadini, i pastori della Chiesa verso i fedeli) partecipano dell'autorità divina in grado vario e limitato. Per compiere la volontà del Padre, Cristo si fece « obbediente fino alla morte » (Fil 2,8; cf Eb 5,8), lasciandoci l'esempio perfetto di obbedienza amorosa (Gv 15,10). Radicalmente opposta alla disobbedienza che è peccato, la fede significa obbedienza a Dio e ai comandamenti divini (Mt 7,21; Rm 1,5; 16,26). All'interno della Chiesa, tutti professano un'obbedienza rispettosa al papa e ai vescovi, in quanto la natura della sottomissione è in rapporto col grado dell'autorità esercitata (LG 25, 27). Coloro che sono legati dal voto di obbedienza nella vita religiosa devono un'obbedienza particolare ai loro superiori e alla regola del loro istituto religioso (PC 14; CIC 573, 590, 598, 601, 618). I presbiteri diocesani praticano un'obbedienza speciale ai loro vescovi (PO 15; CIC 273). Cf Autorità; Magistero; Vita religiosa.

 

Occasionalismo. (inizio)

Una filosofia che nega l'attività causale di tutte le cose create. Dio è l'unica causa di tutto ciò che succede; non esistono vere cause seconde. Anticipato in un certo senso da alcuni Musulmani e altri pensatori medievali, l'occasionalismo classico sorse come risposta al problema sollevato dal dualismo di René Descartes (Cartesio: 1596‑1650): Come può la mente esercitare un influsso causale sulla materia? L'occasionalismo di Arnold Geulincx (1624‑1669) e specialmente quello di Nicola Malebranche (1638‑1715) negarono semplicemente qualsiasi causalità. Le cose create, compresa la mente umana, non agiscono: forniscono soltanto l'« occasione » per gli innumerevoli interventi di Dio. In teologia, le tendenze occasionaliste hanno alle volte negato la genuina causalità sacramentale, riducendo i sacramenti a puri « pretesti » per l'elargizione della grazia di Dio. Cf Causalità; Creazione.

 

Oikoumene (Gr. « la terra abitata »). (inizio)

Il mondo abitato, o l'Impero romano che si diceva (esagerando) corrispondesse al mondo intero (cf Lc 2,1). Coloro che parlavano del Mediterraneo (Lat. « in mezzo alla terra ») come del centro del mondo consideravano i paesi di cultura greca come l'oikoumène, ossia come l'intero mondo civilizzato. Così, l'aggettivo « ecumenico » venne a significare « universale » in espressioni come « Concilio ecumenico ». A partire dal VI secolo, il patriarca di Costantinopoli venne chiamato « Patriarca Ecumenico » nel senso che gode di un primato sui cristiani bizantini. Cf Autocefalo; Concili ecumenici; Ecumenismo.

 

Olocausto (Gr. « qualcosa che viene interamente bruciato »). (inizio)

Sacrificio dell'AT in cui la vittima veniva interamente consumata dal fuoco. Si riteneva che Dio si manifestava nel fuoco (Es 3,2; 19,18; 1 Re 18,36‑39). Dal lato dell'uomo, col fuoco si veniva a simboleggiare che gli offerenti non tenevano nulla per sé. I Profeti e altri hanno insistito nel dire che simili sacrifici erano superficiali o addirittura vani se non erano accompagnati da una giusta relazione con Dio e col prossimo (Is 1,11; Ger 7,21‑26; Sal 51,18‑19; Mc 12,33). Secondo il NT, l'obbedienza sacrificale di Cristo ha portato a compimento e ha superato tutti gli olocausti (Eb 10,1‑10). Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la parola « Olocausto » è stata applicata ai sei milioni di Ebrei massacrati dai Nazisti nell'intento di sterminare l'intera razza ebraica. Cf Giudaismo; Sacrificio.

 

Omega. Cf Punto omega. (inizio)

 

Omei (Gr. « simile »). (inizio)

Un gruppo di Ariani con a capo il vescovo Acacio di Cesarea (morto nel 366 circa), i quali cercavano di fare da mediatori tra i Semi‑Ariani e coloro che accettavano il Concilio Niceno I. Con l'appoggio dell'imperatore Costanzo, la loro formula (« il Figlio simile in tutto al Padre secondo le Scritture ») fu avallata nel Concilio di Sirmio (359). In seguito, la formula ridotta « simile al Padre » cadde non appena morì l'imperatore. Cf Arianesimo; Concilio di Nicea I; Omooùsios; Semi‑Arianesimo.

 

Omelia (Gr. « compagnia », « conversazione »). (inizio)

Originariamente, era una riflessione sulla Sacra Scrittura durante il culto cristiano. Questa usanza proveniva da una pratica del genere nelle sinagoghe ebraiche (cf Lc 4,16‑22; At 13,15). Il termine venne poi a indicare i sermoni rivolti dai vescovi al loro gregge. Omeliario si chiama un libro che raccoglie le omelie dei Padri da leggersi durante la Liturgia delle Ore. Nell'uso corrente, si intende per omelia il sermone tenuto nell'Eucaristia dopo il vangelo e che vuol favorire lo sviluppo della fede e della vita cristiana spiegando i testi scritturistici che sono stati appena letti. Nelle domeniche e nelle feste importanti, non si dovrebbe mai omettere l'omelia; è raccomandata anche nelle messe in settimana, specialmente in Avvento e Quaresima (SC 24, 52; CIC 767). Nella Messa, l'omelia è tenuta di solito dal vescovo, dal presbitero o dal diacono. Siccome Cristo è presente non solo nei sacramenti, ma anche nella Parola di Dio (DV 24; SC 7), il Vaticano II raccomanda le omelie. Esse richiedono una familiarità profonda con la Scrittura e sono di stimolo all'ascolto della Parola di Dio. Cf Bibbia; Predicazione; Teologia pastorale.

 

Omiletica. (inizio)

Il settore della teologia pastorale dedicato all'arte e alla scienza di una predicazione efficace. Cf Teologia pastorale.

 

Omooùsios (Gr. « della stessa sostanza », « consostanziale »). (inizio)

Termine che si riferisce a Cristo e che fu inserito nel Simbolo dal Concilio di Nicea per combattere l'Arianesimo. Sebbene prima fosse stato usato in un senso sospetto o addirittura eretico dagli Gnostici e da altri, questo termine a Nicea espresse l'identità di natura del Padre e del Figlio, implicando una corrispondente uguaglianza in dignità. Seguirono cinquanta anni di dispute. Sant'Atanasio (circa 296‑373) in Oriente, sant'Ilario di Poitiers (circa 315‑367) in Occidente, furono i campioni dell'omooùsios, mentre oppositori come Basilio di Ancira (oggi: Ankara) e Giorgio di Laodicea vi aggiunsero una « i » e sostennero che Cristo era omoioùsios, cioè, simile nella sostanza al Padre. Cf Arianesimo; Concilio Costantinopolitano I; Concilio di Nicea I.

 

Onnipotenza (Lat. « che può tutto »). (inizio)

Attributo secondo cui Dio è potenza infinita (2 Cor 6,18; Ap 1,8; 4,8). Nelle professioni di fede, l'onnipotenza è di solito « appropriata », ossia attribuita a Dio Padre, pure essendo onnipotenti anche le altre due Persone divine (cf DS 29, 75, 164, 169, 173, 441 e 449; FCC 0.510, 6.009, 6.012, 6.016). Il mistero del male è stato spesso addotto come obiezione contro l'esistenza di un Dio che è onnipotente, bontà infinita e onnisciente. L'onnipotenza non significa che Dio può fare ciò che è logicamente impossibile (per es., fare un cerchio quadrato) o fare ciò che è opposto agli altri attributi divini. Cf Albigeismo; Appropriazione; Attributi divini; Dualismo; Mistero del male; Pantocràtor; Teodicea.

 

Onnipresenza (Lat. « presenza dovunque »). (inizio)

Attributo secondo cui Dio è presente dovunque (Sal 139,7‑12; At 17,24‑28). Mentre è presente dovunque come fonte creatrice di tutte le cose, Dio è presente anche in vari altri modi; per es., attraverso le persone umane, la Bibbia, il culto comunitario e i sacramenti (SC 7). Cf Creazione; Panteismo; Transostanziazione.

 

Ontologia (Gr. « studio dell'essere »). (inizio)

Lo studio delle verità necessarie degli esseri in quanto esseri esistenti. Introdotto nell'uso comune da Christian Wolff (1679‑1754), il termine « ontologia » è spesso sinonimo di « metafisica ». Cf Causalità; Filosofia; Metafisica.

 

Ontologico. (inizio)

Cf Argomento ontologico.

 

Ontologismo. (inizio)

È una epistemologia del XIX secolo sostenuta da molti pensatori cattolici in Belgio, Francia e Italia. Essi affermavano che noi abbiamo una conoscenza di Dio immediata e innata. Il termine fu usato per la prima volta da Vincenzo Gioberti (1801‑1852) nella sua opera: Introduzione allo studio della filosofia (1840). Gli ontologisti ritenevano, e in parte era vero, di essere nella linea di Platone (427‑347 a.C.), di sant'Agostino di Ippona (354‑430), di sant'Anselmo di Aosta (circa 1033‑1109) e di san Bonaventura (1221‑1274). Però, parlavano inadeguatamente del ruolo della percezione dei sensi e della natura limitata della nostra conoscenza di Dio in questa vita (cf Gv 1,38; 1 Gv 3,2). Nel 1861, il Vaticano condannò come ambigue parecchie proposizioni dell'ontologismo (cf DS 2841‑2847; FCC 1.034‑1.037). Nell'affermare che una qualche presenza previa di Dio nella nostra conoscenza è la condizione logica per qualsiasi conoscenza ulteriore, i tomisti trascendentali come Bernard Lonergan (1904‑1984) e Karl Rahner (1904‑1984) hanno difeso, in una forma modificata, una intuizione fondamentale dell'ontologismo. Cf Agostinianismo; Argomento ontologico; Epistemologia; Visione beatifica.

 

Opere buone. (inizio)

Azioni che sono ispirate dalla fede e dallo Spirito Santo. Tra di esse, vi sono: la preghiera, il digiuno, l'elemosina, la protezione dei deboli, la visita ai malati, l'edificazione del prossimo, l'insegnamento e la pratica dell'ospitalità (Mt 8,12; Rm 12,115,13; Gc 1,262,17). Cf Fede e opere.

 

Opzione fondamentale (Lat. « scelta di fondo »). (inizio)

Orientamento generale di vita, o decisione particolare e molto seria che determina per il bene o per il male l'essenziale della nostra situazione morale e religiosa. Le riflessioni sull'opzione fondamentale si sono sviluppate come reazione ad un legalismo che considerava gli atti morali isolatamente dall'intero contesto della vita e della crescita di uno. Cf Conversione; Libertà; Persona; Peccato; Teologia morale.

 

Opzione per i poveri. (inizio)

Questo comportamento di vita ecclesiale è stato reso popolare dai teologi della liberazione. L'opzione per i poveri stimola i cristiani a lavorare in modo speciale per effettuare la giustizia sociale a favore di quei tanti milioni di esseri umani che non hanno cibo sufficiente, sono privi di casa, di assistenza medica, di educazione, di lavoro e di altri diritti umani fondamentali. Questo tema fu trattato dai vescovi dell'America Latina fin dal loro secondo Sinodo generale tenutosi a Medellín (Colombia) nel 1968. Nella Enciclica Sollicituido rei socialis del 1987, Giovanni Paolo II ha esortato tutti alla solidarietà e all'amore preferenziale per i poveri mediante attività concrete a livello locale (42, 43, 47). Questo interesse speciale a favore degli sfruttati, degli indifesi e degli emarginati trae la sua ispirazione dai profeti dell'AT (per es., Is 1,10‑20) e dal messaggio e dalla condotta di Gesù (Lc 6,20; 16,19‑31; 17,11‑19). Sia nell'AT che nel NT, Dio manifesta un amore preferenziale, anche se non esclusivo, per i poveri. In un modo speciale, la presenza e l'attività di Dio si rivelano nei poveri. Il Concilio Vaticano II ha invitato tutti i cristiani, specialmente quelli dei paesi ricchi, a esercitare maggiore giustizia e amore nel promuovere la causa dei poveri (GS 69, 88). Cf Anawim; Beatitudini; Dottrina sociale; Povertà; Teologia della liberazione.

 

Ordinario. (inizio)

Con questo nome, si intendono: il vescovo di una diocesi (« l'ordinario del luogo »), il suo vicario generale e i vicari episcopali designati dal vescovo, tutti coloro che esercitano una giurisdizione normale nella diocesi e che hanno qualche responsabilità importante in questa chiesa particolare (CIC 134, 368). Nel caso di istituti religiosi clericali, i superiori maggiori (per es., il provinciale o capo di una provincia) esercita la giurisdizione « ordinaria » sui suoi sudditi. Cf Chierico; Chiesa locale; Clero; Diocesi; Giurisdizione; Vescovo.

 

Ordinazione. (inizio)

È la cerimonia liturgica con cui i candidati diventano diaconi, presbiteri (sacerdoti) o vescovi. Al termine della liturgia della Parola e prima che cominci quella eucaristica, il sacramento dell'Ordine viene conferito con l'imposizione delle mani e la recita della formula prescritta. L'ordinazione prosegue col conferimento della stola al diacono e della pianeta al presbitero. Ad entrambi è presentato il libro dei Vangeli, mentre il sacerdote riceve anche il calice e la patena. Dopo l'ordinazione, il vescovo riceve l'anello, la mitra e il pastorale e siede sul trono come segno della sua autorità di magistero. Cf Diacono; Insediamento; Ordine; Presbitero; Sacerdoti; Vescovo.

 

Ordine. (inizio)

È il sacramento che conferisce un « carattere » speciale e rende chi lo riceve partecipe del sacerdozio ministeriale di Cristo nell'insegnamento, nel governo della Chiesa e nella celebrazione del culto. Comprende tre gradi: i vescovi, i presbiteri e i diaconi. In ognuno di questi casi, il rito dell'ordinazione mette in evidenza che il candidato è stato chiamato e scelto; viene invocato lo Spirito Santo per gli esercizi effettivi del nuovo ministero; e, oltre a varie preghiere, avviene un'imposizione delle mani da parte del vescovo ordinante. Gli Anglicani, i Cattolici e gli Ortodossi ritengono l'Ordine di istituzione divina, per cui gli ordinati rappresentano Cristo in certi ministeri che non possono compiere i non ordinati. Cf Carattere; Clero; Diacono; Ministero; Ordinazione; Presbitero; Sacramenti; Unzione; Vescovo.

 

Orientali. (inizio)

Cf Chiese orientali; Ortodossi orientali; Teologia orientale.

 

 

Origenismo. (inizio)

Le teorie e la scuola il cui pensiero si ispira a Origene di Alessandria (circa 185 ‑ circa 254). Egli sviluppò un'ermeneutica biblica in termini di sensi della Scrittura letterale, morale e allegorico. Come primo grande teologo sistematico del cristianesimo, Origene fece uso di immagini (partendo dalla realtà sensibile per simboleggiare il mondo spirituale invisibile) e sottolineò la nostra deificazione mediante la grazia. Il suo amore per l'allegoria, e, ancora di più, le sue tesi circa la salvezza finale di tutti (= apocatàstasi), la preesistenza delle anime umane (compresa quella di Cristo) e un'apparente subordinazione del Figlio al Padre incontrarono una continua critica e opposizione. Alla fine l'imperatore Giustiniano I fece condannare l'origenismo in un sinodo nel 543 e poi nel Concilio Costantinopolitano II nel 553 (cf DS 298, 353, 403‑411, 433, 519; FCC 0.008, 3.002, 3.027, 4.030). Tuttavia non è ancora chiaro fino a che punto abbia sbagliato, sino a che punto stesse semplicemente indagando su una varietà di teorie e sino a che punto certe false visuali siano state ascritte a lui dopo la sua morte. È difficile pronunciarsi, in quanto le sue opere sono state in gran parte distrutte. Un giudizio sereno su Origene deve tener conto che vari Padri della Chiesa sono stati grandi suoi ammiratori, come sant'Atanasio di Alessandria (circa 296‑373), san Basilio Magno (circa 330‑379) e san Gregorio Nazianzeno (329‑389). Cf Allegoria; Apocatàstasi; Ermeneutica; Esegesi; Platonismo; Sensi della Scrittura; Teologia alessandrina.

 

Originale. (inizio)

Cf Giustizia originale; Peccato originale

 

 

Ortodossia (Gr. « retta credenza »). (inizio)

Credenza e insegnamento riconosciuti dalla Chiesa come veramente basati sull'autorivelazione divina in Gesù Cristo. L'AT usava vari criteri per distinguere i veri dai falsi profeti (Dt 13,1‑7; 18,21‑22; Ger 23,9‑40; 28,9.15‑17; cf Mt 7,15‑20). San Paolo, nelle sue Lettere, si mostra grandemente intento a conservare la rivelazione genuina e la dottrina che egli e altri hanno trasmesso (Rm 16,17; 1 Cor 11,2; 15,1‑11; Gal 1,6‑9). Altri libri successivi del NT riflettono un impegno simile per un insegnamento consono e fedele alla rivelazione originale (1 Tm 1,3‑11; 6,2‑5; 2 Tm 1,13‑14; 4,3; Tt 1,9; 2,1; Gd 3). Il termine « ortodossia » entrò a far parte del vocabolario della Chiesa durante le grandi controversie trinitarie e cristologiche dei secoli III, IV e V. In Oriente, questo termine venne usato per designare le Chiese unite a Costantinopoli e a Roma, in quanto distinte dalla Chiesa nestoriana e da quella monofisita. Quando la crisi iconoclasta ebbe fine nell'842, fu stabilita in Oriente una Festa della Ortodossia nella prima domenica di Quaresima. Nel Synodikon, o sommario di sinodi che viene letto in quel giorno, una litania di maestri e santi ortodossi è letta in contrapposizione ad una lista di eretici anatematizzati. L'etimologia popolare che collega « ortodossia » con « retto culto » indica come la liturgia garantisca la verità e la vitalità dell'insegnamento nelle Chiese d'Oriente. Cf Deposito della fede; Dogma; Chiese Orientali; Eresia; Eterodosso; Iconoclasmo; Monofisismo; Nestorianesimo; Ortodossi Orientali; Professione di fede; Tradizione.

 

Ortodossi orientali. (inizio)

Un termine moderno per designare quelle Chiese Orientali che hanno rifiutato il Concilio di Calcedonia (451) ritenendolo non conforme a san Cirillo di Alessandria (morto nel 444) e una resa al duofisismo (Gr. « due nature ») nestoriano. Queste Chiese accettano i primi tre concili ecumenici, a differenza degli altri Ortodossi che accettano i primi sette. Le Chiese ortodosse sono autocefale, ma riconoscono il patriarca di Costantinopoli come simbolo di unità. Gli Ortodossi Orientali sono anch'essi autocefali, ma non hanno questo punto di unità. Cf Autocefalo; Chiese Orientali; Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano I; Concilio di Efeso; Concilio di Nicea I; Monofisismo; Nestorianesimo; Sette Concili ecumenici (I).

 

Ortoprassi (Gr. « retto comportamento »). (inizio)

Attività autocritica che mira a « fare la verità » (Gv 3,21; cf Gal 5,6), a praticare il discepolato cristiano e a trasformare la società umana. A partire dagli anni '60, questo termine fu reso popolare da Johann Baptist Metz (nato nel 1928), da Nikos Nissiotis (morto nel 1986), dal Consiglio Ecumenico delle Chiese e dalla teologia della liberazione. L'ortoprassi trae la sua ispirazione dalla predicazione di Gesù sul Regno di Dio e dalla sua condotta che lo condusse fino alla morte. L'ortoprassi porta alla preghiera e al culto pubblico ed è alimentata da essi. L'autentica ortoprassi rende credibile l'ortodossia, e la vera ortodossia, a sua volta, è manifestata nell'ortoprassi. Da una parte, un'ortodossia puramente formale non è migliore di una conformità verbale a un sistema di affermazioni dottrinali. D'altra parte, un'enfasi unilaterale sull'ortoprassi può deteriorarsi in un puro attivismo staccato dalla fede e dal culto cristiano. Cf Comunità di base; Pluralismo; Prassi; Ortodossia; Scuola di Francoforte; Teologia femminista; Teologia della liberazione; Teologia nera; Teologia politica.

 

Ossessione diabolica. (inizio)

Il comportamento frenetico, violento od osceno di persone che sono sotto il controllo di forze demoniache. Il NT, ma non il Vangelo di Giovanni, parla di ossessi liberati dalla forza salvifica di Cristo (Mc 1,23‑28; 5,1‑20; Lc 11,14‑20; At 19,13‑16). La tradizione cristiana ha ammesso la reale possibilità di ossessione diabolica. Nello stesso tempo, però, molti casi si possono spiegare come disturbi psichici più che schiavitù letterale del demonio. Un caso famoso fu quello del gesuita Jean‑Joseph Surin (1600‑1665), il quale volle esorcizzare un convento di Orsoline e cadde in uno stato patologico che fu interpretato da molti come ossessione diabolica. Cf Demoni; Diavolo; Esorcismo.

 

Ottoeco (Gr. « Oktòikos »: otto toni). (inizio)

È un libro liturgico della Chiesa greca per gli uffici propri del ciclo mobile dalla prima domenica dopo Pentecoste (che nella Chiesa greca è il Giorno di tutti i Santi) alla prima domenica del periodo pre‑quaresimale. Abbraccia ciò che la liturgia latina chiama « Tempo Ordinario » dell'anno liturgico, ed è usato col Triòdion fino a quando viene sostituito interamente da quest'ultimo per la Domenica delle Palme e la Settimana Santa. Il nome Ottoeco si riferisce alla scala dei suoi otto toni: nella prima settimana dopo Pentecoste, è usato il primo tono; il secondo nella seconda settimana, e così via. Mediante questa ripetizione, un ciclo di otto settimane con cinquantasei propri, uno per ogni giorno della settimana in ognuno degli otto toni, regola una buona parte dell'anno liturgico. Usato originariamente solo nelle domeniche (Piccolo Ottoeco), esso venne poi esteso a comprendere i giorni della settimana in quello che fu chiamato il Grande Ottoeco, o Paraklitikì. Cf Pentikostàrion; Triòdion.

 

Ousìa (Gr. « sostanza », « essenza »). (inizio)

Termine usato nel I Concilio di Nicea (325) per indicare l'unica natura divina posseduta dal Padre e dal Figlio (DS 125‑126; FCC 0.503‑0.504). Il Concilio Costantinopolitano I (381) affermò la divinità dello Spirito Santo (DS 150‑151; FCC 4.019). Che le tre Persone divine possiedano la stessa « ousìa » fu esplicitato dal Concilio Costantinopolitano III (553) (DS 421; FCC 0.509). In Latino, ousìa viene tradotto non solo con « essentia » (« essenza »), ma anche con « substantia » (« sostanza »), termine che è troppo facilmente associato con una parola greca che indica « persona » (hypòstasis). Cf Concilio Costantinopolitano I; Concilio Costantinopolitano II; Concilio Costantinopolitano III; Concilio di Nicea I; Ipostasi; Omooùsios; Persona.

 

 

Oxford. Cf Movimento di Oxford. (inizio)

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