Consacrazione della famiglia a Maria

Consacrazione della famiglia a Maria

O Maria, pellegrina di bontà,

Tu hai camminato accanto a Gesù e sei stata gioiosamente Madre

e serva del progetto di Dio. Affidiamo a Te la nostra vita con la fiducia serena

che attira ogni figlio

tra le braccia della sua Madre.

Vigila, o Maria,

sulla crescita di Cristo in noi

e nelle nostre famiglie:

ogni nostra casa

sia una Santa Casa

e ogni nostra famiglia sia una Santa Famiglia

abitata dalla pace e dall' amore.

Il sì che ti rese Madre di Dio

e di tutti i figli di Dio

risuoni in ciascuno di noi.

Insegnaci ogni giorno il tuo sì, o Maria, per amare

il Cielo restando sulla terra, per stare

nel mondo senza appartenergli,

per vivere operosi e sereni

nell' attesa di arrivare a casa con Te.

Amen.

ANGELO COMASTRI ARCIVESCOVO DI LORETO

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Conservami un cuore da fanciullo

CONSERVAMI UN CUORE DA FANCIULLO

Conservami un cuore da fanciullo

Santa Maria, madre di Dio, conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come acqua di sorgente.
Ottienimi un cuore semplice, che non si ripieghi ad assaporare
le proprie tristezze; un cuore magnanimo
nel donarsi, facile alla compassione; un cuore
fedele e generoso, che non dimentichi alcun bene
e non serbi rancore di alcun male.
Formami un cuore dolce e umile che ami senza esigere
di essere riamato, contento di scomparire
in altri cuori, sacrificandosi al Tuo Divin Figlio;
un cuore grande e indomabile, così che nessuna
ingratitudine lo possa chiudere e nessuna
indifferenza lo possa stancare; un cuore
tormentato dalla Gloria di Cristo,
ferito dal Suo amore, con una piaga
che non si rimargini se non in cielo.


preghiera del Padre L. de Grandmaison

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Consacrazione alla Madonna

Consacrazione di sé stesso a Gesù sapienza incarnata per le mani di Maria

(Luigi Maria Grignion De Montfort)

 

O Sapienza eterna ed incarnata! O amabilissimo e adorabilissimo Gesù, vero

Dio e vero Uomo, Figlio unico dell' eterno Padre e di Maria sempre Vergine!

Io ti adoro profondamente nel seno e negli splendori del Padre, durante

l' eternità, e nel seno verginale di Maria, tua degnissima Madre, nel tempo dell' Incarnazione.

Ti ringrazio perché ti sei annientato prendendo la forma d' uno schiavo, per liberarmi dalla crudele schiavitù del demonio; ti lodo e ti glorifico per

aver voluto sottometterti a Maria, tua Santa Madre, in ogni cosa, al fine di rendermi per mezzo di lei tuo schiavo fedele.

Ma, ohimé, ingrato e infedele che sono! Non ho mantenuto i voti e le

promesse che ti ho fatto così solennemente nel Santo Battesimo e non ho

adempiuto ai miei obblighi. Non merito d' essere chiamato tuo figlio e tuo

schiavo. E siccome non c' è nulla in me che non meriti le tue ripulse e il

tuo sdegno, non oso più avvicinarmi da solo alla tua Santissima ed

Augustissima Maestà.

Ma ricorrerò all' intercessione della tua Santa Madre, che mi hai assegnata

come mediatrice presso di te: per mezzo suo spero di ottenere da te la

contrizione e il perdono dei miei peccati, l' acquisto e la conservazione

della sapienza.

Ti saluto, dunque, o Maria immacolata, tabernacolo vivente della Divinità,

in cui nascosta la Sapienza eterna vuol essere adorata dagli angeli e dagli

uomini.

Io ti saluto, o Regina del cielo e della terra, al cui impero è sottomesso

ogni suddito di Dio. Ti saluto, rifugio sicuro dei peccatori, la cui

misericordia non mancò mai a nessuno. Esaudisci i desideri che ho della

divina Sapienza e ricevi i voti e le offerte che la mia pochezza ti

presenta.

Io (...), peccatore infedele, rinnovo e riaffermo nelle tue mani i voti del

mio Battesimo: rinunzio per sempre a satana, alle sue vanità e alle sue

opere, e mi do interamente a Gesù Cristo, Sapienza incarnata, per portare

dietro a lui la mia croce tutti i giorni della mia vita.

E affinché gli sia più fedele di quanto lo fui fin qui, io ti eleggo oggi, o

Maria, alla presenza di tutta la corte celeste, per mia Madre e Padrona. A

te abbandono e consacro, come schiavo, il mio corpo e l' anima mia, i miei

beni interiori ed esteriori, e il valore stesso delle mie azioni buone,

passate, presenti e future, lasciandoti interor e pieno diritto di disporre

di me e di quanto mi appartiene, senza eccezione, secondo il tuo

beneplacito, per la maggior gloria di Dio nel tempo e nell' eternità.

Ricevi, o Vergine benigna, questa piccola offerta della mia schiavitù, in

onore ed unione della sottomissione che la Sapienza eterna si compiacque

avere dalla tua maternità, in omaggio al potere che entrambi avete su questo

miserabile peccatore, in ringraziamento dei privilegi di cui ti favorì la

Santissima Trinità.

Dichiaro che d' ora innanzi io voglio, qual tuo vero schiavo, cercare il tuo

onore e la tua obbedienza in ogni cosa.

O Madre ammirabile, presentami al tuo caro Figlio, in qualità d' eterno

schiavo, affinché avendomi riscattato per mezzo tuo, per mezzo tuo mi

riceva.

O Madre di Misericordia, concedimi la grazia di ottenere la vera sapienza di

Dio e di mettermi nel numero di quelli che tu ami, ammaestri, guidi, nutri e

proteggi come tuoi figli e tuoi schiavi.

O Vergine fedele, rendimi in tutte le cose un così perfetto discepolo,

imitatore e schiavo della Sapienza incarnata, Gesù Cristo, tuo Figlio,

affinché io giunga, per tua intercessione e a tuo esempio, alla pienezza

della sua età sulla terra e della sua gloria in cielo.

Amen.

 

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La Vergine della Rivelazione

 

LA BELLA SIGNORA DELLE TRE FONTANE

(Storia della Vergine della Rivelazione)

PARTE PRIMA

1. QUEL TRENO PERSO

C' è sempre una preparazione, un qualcosa che preannuncia la visita di Maria santissima in forma visibile su questa terra. Anche se questa preparazione non viene percepita tutte le volte immediatamente, la si riscontra poi con l' andare del tempo. Non sempre è un angelo, come avvenne a Fatima; molto spesso si tratta di avvenimenti, grandi o piccoli. E’ sempre un qualcosa che, come un aratro, smuove il terreno. Pensiamo che un qualcosa del genere sia avvenuto anche a Roma, prima che la Madonna si presentasse ai bambini e poi allo stesso Bruno Cornacchiola, alle Tre Fontane. Niente di sensazionale, ma nei disegni divini il sensazionale e il normale hanno lo stesso valore. Anzi, la preferenza va a ciò che si innesta meglio sull' ordinarietà, perché l' opera di Dio non è ingigantita o sminuita dall' entità delle circostanze. Ecco una di queste circostanze. Roma, 17 marzo 1947. Poco dopo le 14, padre Bonaventura Mariani dei frati minori viene chiamato dalla portineria del Collegio S. Antonio in via Merulana 124. C' è una signora che con tono concitato lo sollecita a recarsi nel suo appartamento di via Merulana, perché dice che «c’è il diavolo», più concretamente, ci sono alcuni protestanti che lo stanno aspettando. Il frate scende e la signora Linda Mancini gli spiega che era riuscita a organizzare un dibattito con loro sulla religione. Infatti quelli da un po' di tempo stavano svolgendo una intensa propaganda nel suo palazzo, specialmente ad opera di uno di essi, un certo Bruno Cornacchiola, ottenendo la conversione di alcuni coinquilini che avevano già deciso di non fare battezzare i loro bambini. Amareggiata per quanto stava accadendo e non riuscendo a tenere testa alle loro argomentazioni, la signora Mancini si era rivolta ai francescani del Collegio S. Antonio. «Venga subito», scongiurava la donna, «altrimenti i protestanti diranno che voi avete paura di battervi con loro...» Per la verità, la cosa non era stata combinata all' ultimo minuto. Era già stato preavvisato un altro francescano, che però all' ultimo momento, per ragioni personali, aveva declinato l' invito e aveva suggerito di rivolgersi a padre Bonaventura. Naturalmente questi obietta che, preso così alla sprovvista, non si sente preparato per quel dibattito e, per di più, è stanco per le lezioni tenute in mattinata alla Facoltà di Propaganda Fide. Ma di fronte alle accorate insistenze della signora, si rassegna ad accettare l' invito. Giunto nella stanza del dibattito, padre Bonaventura si trova di fronte a un pastore protestante della setta degli «Avventisti del settimo giorno», circondato da un gruppetto della stessa religione, fra cui Bruno Cornacchiola. Dopo una preghiera silenziosa, comincia il dibattito. Si sa che, di solito, questi incontri diventano subito «scontri» e si esauriscono in uno scambio di accuse e controaccuse, senza che una parte riesca a convincere l’altra, datro che ognuno parte dall’assoluta certezza di trovarsi nel giusto. Cornacchiola si distingue subito per interventi aggressivi, basati più sugli insulti che sulle argomentazioni, come questo: «Voi siete artisti ed astuti; studiate per ingannare gli ignoranti, ma con noi che conosciamo la Parola di Dio non potete fare nulla. Avete inventato tante stupide idolatrie e interpretate la Bibbia a modo vostro!». E direttamente al frate: «Caro furbacchione, sei svelto a trovare le scappatoie!...». E così il dibattito si protrae per quasi quattro ore, finché viene deciso che è tempo di separarsi. Mentre tutti si alzano per andarsene, le signore presenti al dibattito dicono a Cornacchiola: «Tu non sei tranquillo! Si vede dallo sguardo». E lui di rimando: «Sì invece: io sono felice da quando ho abbandonato la Chiesa cattolica!». Ma le signore insistono: «Rivolgiti alla Madonna. Lei ti salverà! », e gli mostrano il rosario. «Questo ti salverà! Ed ecco che ventun giorni dopo Cornacchiola sta sì pensando alla Madonna, ma non tanto per «rivolgersi a lei», quanto per combatterla e cercare di sminuirla il più possibile, cercando addirittura nella stessa Bibbia le argomentazioni per farlo. Ma chi era questo Bruno Cornacchiola? E soprattutto qual era la storia della sua vita e perché era diventato così accanito contro la Madonna? Pensiamo sia molto utile conoscere tutto questo per comprendere meglio l' ambito e i retroscena su cui si innesta il messaggio dell' apparizione. Sappiamo che la Madonna non sceglie mai a caso: né il veggente, né il luogo, né il momento. Tutto fa parte del mosaico dell' avvenimento. E lo stesso Bruno che racconta. Noi riassumiamo. Nasce nel 1913 sulla Cassia Vecchia, in una stalla, a causa della grande povertà in cui versano i suoi genitori. Alla sua nascita il padre è in prigione a Regina Coeli e quando esce con la moglie porta il bambino a battezzare nella chiesa di S. Agnese. Alla rituale domanda del sacerdote: «Che nome gli volete mettere?», il papà, ubriaco, risponde: «Giordano Bruno, come quello che avete ammazzato voi a Campo dei Fiori!». La risposta del sacerdote è prevedibile: «No, con questo spirito non è possibile!>> Si accordano allora che il bambino si chiamerà soltanto Bruno. I genitori sono analfabeti e vivono in miseria. Vanno ad abitare in una casa vicino all' agglomerato di baracche dove si ritrovavano tutti quelli che uscivano dalle carceri e le donne di strada. Bruno cresce in questa «schiuma di Roma», senza religione, perché Dio, Cristo, la Madonna erano conosciuti soltanto come bestemmie e i bambini crescevano pensando che questi nomi indicassero porci, cani o asini. In casa Cornacchiola la vita era piena di liti, bastonate e bestemmie. I bambini più grandi, per poter dormire la notte, uscivano di casa. Bruno andava a dormire sulle scale della Basilica di S. Giovanni in Laterano. Una mattina, quando aveva quattordici anni, viene avvicinato da una signora che, dopo averlo invitato a entrare con lei in chiesa, gli parla di messa, di comunione, di cresima, e gli promette la pizza. Il ragazzo la guarda stralunato. Alle domande della signora, meravigliato, risponde: «Beh, a casa, quando papà non è ubriaco si mangia tutti assieme, qualche volta pastasciutta, qualche volta minestra, il brodo, risotto o la zuppa, ma questa cresima e comunione, mamma non l' ha mai cucinata... E poi, cos' è quest' Ave Maria? Cos' è ' sto Padre nostro?». E così, Bruno, scalzo, malvestito, pieno di pidocchi, infreddolito, viene accompagnato da un frate che cercherà di insegnargli un po' di catechismo. Dopo una quarantina di giorni la solita signora lo porta in un istituto di suore dove Bruno riceve per la prima volta la comunione. Per la cresima occorreva il padrino: il vescovo chiama il suo servitore e gli fa fare da padrino. Come ricordo gli danno il libretto nero delle Massime eterne e una bella corona del rosario, grossa e nera anch' essa. Bruno ritorna a casa con questi oggetti e con l' incombenza di chiedere perdono alla mamma per i sassi che le aveva tirato e un morso alla mano: «Mamma, il prete mi ha detto alla cresima e comunione che ti dovevo chiedere perdono...». «Ma che cresima e comunione, che perdono!», e dicendo queste parole gli dà uno spintone, facendolo cadere per le scale. Bruno allora lancia alla mamma il libretto e la corona del rosario e se ne va di casa, a Rieti. Qui rimane per un anno e mezzo con un suo zio, facendo tutti quei lavoretti che gli offrivano. Poi lo zio lo riporta dai genitori che nel frattempo si erano traslocati al Quadraro. Due anni dopo, Bruno riceve la cartolina precetto per il servizio militare. Ha ormai vent' anni, è senza istruzione, senza lavoro e per presentarsi in caserma si procura un paio di scarpe negli scarichi delle immondizie. Per legacci un filo di ferro. Viene mandato a Ravenna. Non aveva mai avuto tanto da mangiare e da vestire come da militare, e lui si dava da fare per farsi strada, accettando di compiere tutto ciò che gli veniva richiesto e partecipando a tutte le gare. Eccelle soprattutto nel «tiro a segno», per cui viene mandato a Roma per una gara nazionale: vince la medaglia d' argento. Al termine del servizio militare nel 1936, Bruno si sposa con una ragazza che aveva già conosciuto quando era ancora bambina. Conflitto per le nozze: lui vuole sposarsi solo civilmente. Era infatti diventato comunista e non voleva avere a che fare con la Chiesa. Lei invece voleva celebrare il matrimonio religioso. Giungono a un compromesso: «Va bene, vuol dire che domandiamo al parroco se ci vuole sposare in sacrestia, però non mi deve chiedere né confessione, né comunione, né messa». Questa è la condizione posta da Bruno. E così avviene. Dopo il matrimonio caricano le loro poche cose in una carriola e vanno ad abitare in una baracca. Bruno ora è deciso a cambiare vita. Stringe rapporti con i compagni comunisti del Partito d' Azione che lo convincono ad arruolarsi come radiotelegrafista volontario all' OMS, sigla usata per indicare l' Operazione Militare in Spagna. Siamo nel 1936. Viene accettato e in dicembre parte per la Spagna dove infierisce la guerra civile. Naturalmente le truppe italiane si schierano dalla parte di Franco e i suoi alleati. Bruno, infiltrato comunista, ha ricevuto dal partito il compito di sabotare motori e altro materiale in dotazione alle truppe italiane. A Saragozza è incuriosito da un tedesco che aveva sempre un libro sotto il braccio. In spagnolo gli chiede: «Perché porti sempre questo libro sotto il braccio?». «Ma non è un libro, è la sacra Scrittura, è la Bibbia», fu la risposta. Così, discorrendo, i due giungono vicino alla piazza antistante il santuario della Vergine del Pilar. Bruno invita il tedesco a entrare con lui. Quegli rifiuta energicamente: «Guarda che io in quella sinagoga di Satana non ci sono mai andato. Io non sono cattolico. A Roma c' è il nostro nemico». «Il nemico a Roma?», domanda incuriosito Bruno. «E dimmi chi è, così se io lo incontro, lo ammazzo». «È il papa che sta a Roma». Si lasciano, ma in Bruno, che già era avverso alla Chiesa cattolica, era aumentato l' odio contro di essa e contro tutto ciò che la riguardava. Così, nel 1938, mentre si trova a Toledo, compra un pugnale e sulla lama incide: «A morte il papa!». Nel 1939, terminata la guerra, Bruno ritorna a Roma e trova lavoro come uomo delle pulizie all' ATAC, la società che gestisce i mezzi di trasporto pubblici di Roma. In seguito, dopo un concorso, diventa bigliettaio. Risale a questo periodo il suo incontro prima con i protestanti «Battisti», e poi con gli « Avventisti del settimo giorno». Questi lo istruiscono per bene e Bruno viene fatto direttore della gioventù missionaria avventista di Roma e del Lazio. Ma Bruno continua a lavorare anche con i compagni del Partito d' Azione e in seguito nella lotta clandestina contro i tedeschi durante l' occupazione. Si adopera anche per salvare gli ebrei braccati. Con l' arrivo degli americani comincia la libertà politica e religiosa. Bruno si distingue per il suo impegno e fervore contro la Chiesa, la Vergine, il papa. Non perde occasione di fare tutti i possibili dispetti ai preti, facendoli cadere sui mezzi pubblici e rubando loro la borsa. Il 12 aprile 1947, come direttore della gioventù missionaria, dalla sua setta riceve l' incarico di prepararsi per parlare in Piazza della Croce Rossa. Il tema è a sua scelta, basta che sia contro la Chiesa, l' Eucaristia, la Madonna e contro il papa, ovviamente. Per questo discorso molto impegnativo da tenersi in luogo pubblico occorreva prepararsi bene, per cui occorreva un luogo tranquillo e la sua casa era il luogo meno indicato. Allora Bruno propone alla moglie: «Andiamo a Ostia tutti quanti e lì possiamo stare tranquilli; io mi preparo il discorso per la festa della Croce Rossa e voi vi divertirete». Ma la moglie non si sente bene: «No, io non posso venire... Portaci i bambini». È un sabato quel 12 aprile 1947. Pranzano in fretta e verso le 14 papà Bruno parte con i suoi tre bambini: Isola, di undici anni, Carlo di sette e Gianfranco di quattro. Giungono alla stazione Ostiense: proprio in quel momento stava partendo il treno per Ostia. La delusione è grande. Attendere il prossimo treno significa perdere tempo prezioso e le giornate non sono ancora lunghe. «Beh, pazienza», cerca di rimediare Bruno per superare il momento di sconforto suo e dei bambini, «è andato via il treno. Io vi avevo promesso di andare a Ostia... Vorrà dire che adesso... andremo in un altro posto. Prendiamo il tram, andiamo a S. Paolo e lì prendiamo il 223 per andare fuori Roma». Non potevano infatti aspettare un altro treno, perché a quei tempi, essendo stata bombardata la linea, c' era un treno solo che faceva la spola tra Roma e Ostia. Il che voleva dire dover aspettare più di un' ora... Prima di uscire dalla stazione, papà Bruno compra un giornalino per i bambini: si trattava del Pupazzetto. Quando giungono vicino alle Tre Fontane, Bruno dice ai bambini: «Scendiamo qua perché anche qui ci sono gli alberi e andiamo su dove ci sono i padri trappisti che danno il cioccolato». «Sì, sì», esclama Carlo, «allora andiamo a mangiare il cioccolato!». «Pure a me ' a sottolata», ripete il piccolino Gianfranco, che per la sua età smozzica ancora le parole. Così i bambini corrono felici lungo il viale che conduce all' abbazia dei padri trappisti. Giunti al vetusto arco medievale, detto di Carlo Magno, si fermano davanti al negozietto dove si vendono libri religiosi, guide storiche, corone, immagini, medaglie... e soprattutto l' ottimo « Cioccolato di Roma», prodotto dai padri trappisti delle Frattocchie e il liquore di eucalipto distillato nella stessa abbazia delle Tre Fontane. Bruno acquista tre piccole tavolette di cioccolato per i piccoli, che generosamente ne conservano un pezzettino, avvolto nella carta stagnola, per la mamma rimasta a casa. Dopo di che i quattro riprendono il cammino su un viottolo ripido che li porta al boschetto di eucalipti che sorge proprio davanti al monastero. Papà Bruno non era nuovo di quel luogo. Lo aveva frequentato da ragazzo quando, mezzo vagabondo e mezzo abbandonato dai suoi, vi si rifugiava qualche volta per passarvi la notte in qualche grotta scavata nella pozzolana di quel terreno vulcanico. Si fermano alla prima graziosa radura che incontrano, un centinaio di metri dalla strada. «Come è bello qui!», esclamano i bambini, che vivono in uno scantinato. Hanno portato la palla con la quale avrebbero dovuto giocare sulla spiaggia di Ostia. Va benissimo anche qui. C' è anche una piccola grotta e i bambini cercano di entrare subito all' interno, ma il papà lo proibisce loro energicamente. Da ciò che aveva visto per terra si era infatti reso subito conto che anche quell' anfratto era divenuto luogo di convegno delle truppe alleate... Bruno consegna la palla ai bambini perché giochino mentre lui si siede sopra un masso con la Bibbia, quella famosa Bibbia su cui aveva scritto di suo pugno: «Questa sarà la morte della Chiesa cattolica, con il papa in testa!». Con la Bibbia aveva portato anche un taccuino e una matita per prendere appunti. Comincia la ricerca dei versetti che gli sembrano più appropriati per confutare i dogmi della Chiesa, specialmente quelli mariani dell' Immacolata, dell' Assunzione e della Maternità divina. Mentre inizia a scrivere, giungono i bambini trafelati: «Papà, abbiamo perso la palla». «Dove l' avete tirata?». «Dentro i cespugli». «Andate a cercarla!». I bambini vanno e ritornano: «Papà, eccola la palla, l' abbiamo trovata». Allora Bruno, prevedendo di essere interrotto in continuazione nella sua ricerca, dice ai figli: «Beh, sentite, vi insegno io un gioco, però non mi disturbate più, perché devo prepararmi questo discorso». Così dicendo, prende la palla e la tira in direzione di Isola che aveva le spalle rivolte verso la scarpata da dove erano saliti. Ma la palla, invece di raggiungere Isola, come se avesse un paio di ali, vola sopra gli alberi e scende verso la strada dove passa l' autobus. «Stavolta l' ho persa io», dice il papà; «andate a cercarla». Tutti e tre i bambini scendono alla ricerca. Bruno riprende anche lui la sua «ricerca», con passione e acredine. Di carattere violento, inclinato alla controversia perché litigioso per natura e forgiato così dalle vicende della sua giovinezza, aveva riversato questi atteggiamenti nell' attività della sua setta, cercando di procurare il maggior numero di proseliti alla sua «nuova fede». Amante delle disquisizioni, di parola abbastanza facile, autodidatta, non cessava di predicare, di confutare e di convincere, scagliandosi con particolare ferocia contro la Chiesa di Roma, contro la Madonna e il papa, a tal punto che riuscì ad attirare alla sua setta non pochi suoi colleghi tranvieri. Per la sua puntigliosa serietà, Bruno si preparava sempre prima di ogni discorso in pubblico. Da qui anche il suo successo. Al mattino di quel giorno aveva assistito regolarmente al culto «avventista» nel tempio protestante, dove era uno dei fedeli più assidui. Alla lettura-commento del sabato, si era particolarmente caricato per attaccare la «Grande Babilonia», come era chiamata la Chiesa di Roma che, secondo loro, osava insegnare errori madornali e assurdità su Maria, ritenendola Immacolata, sempre Vergine e perfino Madre di Dio. Tutte cose che, secondo loro, la Rivelazione non dice.

2. LA BELLA SIGNORA!

Seduto all' ombra di un eucaliptus, Bruno cerca di concentrarsi, ma non fa in tempo a mettere per iscritto qualche nota che i bambini ritornano alla carica: «Papà, papà, non possiamo trovare la palla che si è persa, perché lì ci sono molti spini e noi siamo scalzi e ci facciamo male...». «Ma non siete buoni a nulla! Vado io», risponde papà un po' scocciato. Ma non prima di usare una misura precauzionale. Infatti fa sedere il piccolo Gianfranco sopra il mucchietto dei vestiti e delle scarpe che i bambini si erano tolte perché quel giorno faceva molto caldo. E per farlo stare tranquillo gli mette tra le mani il giornalino perché guardi le figure. Isola intanto, invece di aiutare papà a cercare la palla, vuole andare sopra la grotta a raccogliere un po' di fiori per la mamma. «Va bene, stai attenta però a Gianfranco che è piccolo e potrebbe farsi male, e non farlo andare vicino alla grotta». «Va bene, ci penso io», lo rassicura Isola. Papà Bruno prende Carlo con sé e i due scendono la scarpata, ma la palla non si trova. Per assicurarsi che il piccolo Gianfranco sia sempre al suo posto, il papà ogni tanto lo chiama e dopo aver ottenuto risposta, scende sempre più giù nella scarpata. La cosa si ripete per tre o quattro volte. Ma quando dopo averlo chiamato non ottiene risposta, preoccupato, Bruno risale di corsa la scarpata con Carlo. Chiama ancora, con voce sempre più forte: «Gianfranco, Gianfranco, dove sei?», ma il piccolo non risponde più e non si trova più nel luogo dove lo aveva lasciato. Sempre più preoccupato, lo cerca fra i cespugli e le rocce, finché l' occhio gli scappa in direzione di una grotta e vi scorge il piccolo inginocchiato sul limitare. «Isola, scendi giù!», grida Bruno. Intanto si avvicina alla grotta: il bambino non solo è inginocchiato ma tiene anche le manine come in atteggiamento di preghiera e guarda verso l' interno, tutto sorridente... Sembra bisbigliare qualche cosa... Si avvicina di più al piccolo e ode distintamente queste parole: «Bella Signora!... Bella Signora!... Bella Signora!...». «Ripeteva queste parole come una preghiera, un canto, una lode», ricorda testualmente il padre. «Ma che dici, Gianfranco?», gli grida Bruno, «che hai?... che vedi?...». Ma il bimbo, attratto da qualcosa di strano, non risponde, non si scuote, rimane in quell' atteggiamento e con un sorriso incantevole ripete sempre le medesime parole. Giunge Isola con un mazzolino di fiori in mano: «Che vuoi, papà?». Bruno, tra lo stizzito, il meravigliato e lo spaventato, pensa che sia un gioco di bambini, dato che nessuno in casa aveva insegnato al piccolo a pregare, non essendo stato neppure battezzato. Così domanda ad Isola: «Ma gli hai insegnato tu questo gioco della "Bella Signora"?». «No, papà, io non lo conosco ' sto gioco, non ci ho mai giocato con Gianfranco». «E come mai dice: "Bella Signora"?». «Non lo so, papà: forse qualcuno è entrato dentro la grotta». Così dicendo, Isola scosta i fiori di ginestra che pendevano sull' entrata, guarda dentro, poi si gira: «Papà, non c' è nessuno!», e fa per andarsene, quando improvvisamente si ferma, i fiori le cadono dalle mani e anche lei si mette in ginocchio con le mani giunte, accanto al fratellino. Guarda verso l' interno della grotta e come lui mormora rapita: «Bella Signora!... Bella Signora!...». Papà Bruno, stizzito e sconcertato più che mai, non riesce a spiegarsi il curioso e strano modo di fare dei due, che in ginocchio, incantati, guardano verso l' interno della grotta, ripetendo sempre le stesse parole. Comincia a sospettare che lo stiano prendendo in giro. Allora chiama Carlo che stava ancora cercando la palla: «Carlo, vieni qui. Che fanno Isola e Gianfranco?... Ma che è questo gioco?... Vi eravate messi d' accordo?... Senti, Carlo, è tardi, io devo prepararmi per il discorso di domani, vai pure tu a giocare, basta che non entriate in quella grotta...». Carlo guarda attonito il papà e gli grida: «Papà, io ' sto gioco non lo so fare!...», e fa per andarsene anche lui, quando si ferma di scatto, si gira verso la grotta, unisce le due mani e si inginocchia vicino ad Isola. Anche lui fissa un punto dentro la grotta e, affascinato, ripete le stesse parole degli altri due... Il papà allora non ne può più e grida: «E no, eh?... Questo è troppo, a me non mi prendete in giro. Basta, alzatevi!». Ma non succede niente. Nessuno dei tre lo ascolta, nessuno si alza. Allora si accosta a Carlo e: «Carlo, alzati!». Ma quello non si muove e continua a ripetere: «Bella Signora!...». Allora, con uno dei soliti scatti d' ira, Bruno prende il bambino per le spalle e cerca di smuoverlo, di rimetterlo in piedi, ma non ci riesce. «Era come di piombo, come se pesasse quintali». E qui la collera comincia a lasciare posto alla paura. Ci riprova, ma con lo stesso risultato. Trepidante, si avvicina alla bambina: «Isola, alzati, e non fare come Carlo!». Ma Isola non risponde neppure. Allora cerca di smuoverla, ma nemmeno con lei ci riesce... Guarda con terrore i visi estatici dei figli, i loro occhi spalancati e lucenti e fa l' ultimo tentativo con il più piccolo, pensando: "Questo riesco ad alzarlo". Ma anche lui pesa come marmo, «come colonna di pietra incastrata per terra», e non riesce a sollevarlo. Allora esclama: «Ma che cosa succede qui?... Ci sono delle streghe nella grotta oppure qualche diavolo?...». E il suo livore contro la Chiesa cattolica lo porta subito a pensare che sia qualche prete: "Non sarà qualche prete che è entrato dentro la grotta e con l' ipnotismo mi ipnotizza i bambini?". E grida: «Chiunque tu sia, anche un prete, vieni fuori!». Silenzio assoluto. Allora Bruno entra deciso nella grotta con l' intenzione di prendere a pugni lo strano essere (da militare si era distinto anche come un buon pugile): «Chi c' è qua?», grida. Ma la grotta è assolutamente vuota. Esce e prova ancora ad alzare i bambini con lo stesso risultato di prima. Allora il pover' uomo in preda al panico sale sull' altura per cercare aiuto: «Aiuto, aiuto, venitemi ad aiutare!». Ma non vede nessuno e nessuno deve averlo udito. Ritorna concitato dai bambini che, ancora inginocchiati con le mani giunte, continuano a dire: « Bella Signora!... Bella Signora!...». Si avvicina e cerca di smuoverli... Li chiama: «Carlo, Isola, Gianfranco!...», ma i bambini rimangono immobili. E qui Bruno comincia a piangere: «Che cosa sarà?... che cosa è successo qui?...». E pieno di paura alza gli occhi e le mani al cielo, gridando: «Dio salvaci tu!». Appena proferito questo grido d' aiuto, Bruno vede uscire da dentro la grotta due mani candidissime, trasparenti, che si avvicinano lentamente verso di lui, gli sfiorano gli occhi, facendo cadere da essi come delle squame, come un velo che lo accecava... Sente male... ma poi, all' improvviso i suoi occhi sono invasi da una luce tale che per qualche istante tutto scompare dinanzi a lui, figli, grotta... e si sente leggero, etereo, quasi che il suo spirito fosse stato liberato dalla materia. Nasce dentro di lui una grande gioia, un qualcosa di completamente nuovo. In quello stato di rapimento non ode più nemmeno i bambini ripetere la solita esclamazione. Quando Bruno riprende a vedere dopo quel momento di accecamento luminoso, nota che la grotta si illumina fino a scomparire, ingoiata da quella luce... Si staglia soltanto un blocco di tufo e sopra questo, scalza, la figura di una donna avvolta da un alone di luce dorata, dai tratti di una bellezza celestiale, intraducibile in termini umani. I suoi capelli sono neri, uniti sul capo e appena sporgenti, tanto quanto lo consente il manto di color verde-prato che dal capo le scende lungo i fianchi fino ai piedi. Sotto il manto, una veste candidissima, luminosa, cinta da una fascia rosa che scende a due lembi, alla sua destra. La statura sembra essere media, il colore del viso leggermente bruno, l' età apparente sui venticinque anni. Nella mano destra regge appoggiato al petto un libro non tanto voluminoso, di colore cinerino, mentre la mano sinistra è appoggiata sul libro stesso. Il volto della Bella Signora trasluce un' espressione di benignità materna, soffusa di serena mestizia. «Il mio primo impulso fu quello di parlare, di alzare un grido, ma sentendomi quasi immobilizzato nelle mie facoltà, la voce mi moriva in gola», confiderà il veggente. Nel frattempo in tutta la grotta si era diffuso un soavissimo profumo floreale. E Bruno commenta: «Anch' io mi ritrovai accanto alle mie creature, in ginocchio, con le mani giunte». Riecheggiando la veggente di Lourdes, Bernadette Soubirous, anche lui un giorno si lascerà sfuggire questa affermazione: «Chi ha avuto l' eccezionale gioia di posare gli occhi sopra una così celestiale bellezza, non può fare altro che desiderare la morte per poter godere dì tanta beatitudine in eterno...».

3. «SONO LA VERGINE DELLA RIVELAZIONE»

A un tratto la Bella Signora incomincia a parlare, dando inizio a una lunga rivelazione. Si presenta immediatamente: «Sono colei che sono nella Trinità divina... Sono la Vergine della Rivelazione... Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell' ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa, prima di iniziare la via dell' errore, ti hanno salvato!». Bruno ricorda che la voce della Bella Signora era «così melodiosa, sembrava una musica che entrava dentro gli orecchi; la sua bellezza nemmeno si può spiegare, la luce, smagliante, qualcosa di straordinario, come se il sole fosse entrato dentro la grotta». La conversazione è lunga; dura un' ora e venti minuti circa. Gli argomenti toccati dalla Madonna sono molteplici. Alcuni riguardano direttamente e personalmente il veggente. Altri riguardano la Chiesa intera, con un particolare riferimento ai sacerdoti. Poi c' è un messaggio da consegnare personalmente al papa. A un certo punto la Madonna muove un braccio, il sinistro, e punta l' indice verso il basso..., indicando qualcosa ai suoi piedi... Bruno segue con l' occhio il gesto e vede per terra un drappo nero, una veste talare da prete e accanto una croce spezzata. «Ecco», spiega la Vergine, «questo è il segno che la Chiesa soffrirà, sarà perseguitata, spezzata; questo e il segno che i miei figli si spoglieranno... Tu, sii forte nella fede!...». La celeste visione non nasconde al veggente che lo attendono giorni di persecuzione e di prove dolorose, ma che lei lo avrebbe difeso con la sua materna protezione. Poi Bruno viene invitato a pregare molto e a far pregare, recitare il rosario quotidiano. E specifica in particolare tre intenzioni: la conversione dei peccatori, degli increduli e per l' unità dei cristiani. E gli rivela il valore delle Ave Maria ripetute nel rosario: «Le Ave Maria che voi dite con fede e con amore sono tante frecce d' oro che raggiungono il Cuore di Gesù». Gli fa una bellissima promessa: «Io convertirò i più ostinati con prodigi che opererò con questa terra di peccato». E per quanto riguarda uno dei suoi celesti privilegi che il veggente combatteva e che ancora non era stato definito solennemente dal Magistero della Chiesa (lo sarà tre anni dopo: il messaggio personale al papa riguardava forse questa proclamazione?...), la Vergine, con semplicità e chiarezza, gli toglie ogni dubbio: «Il mio corpo non poteva marcire e non marci. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso». Con queste parole Maria si presentava anche come Assunta in Cielo in anima e corpo. Ma occorreva dare al veggente la certezza che quella esperienza che stava vivendo e che tanto avrebbe inciso nella sua vita non era una allucinazione o un incantesimo, e tanto meno un inganno di Satana. Per questo gli dice: «Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale, come molti ti vorranno far credere. E questo è il segno: dovrai andare per le chiese e per le vie. Per le chiese al primo sacerdote che incontrerai e per le strade a ogni sacerdote che incontrerai, tu dirai: "Padre, devo parlarle!". Se costui ti risponderà: "Ave Maria, figliolo, cosa vuoi, pregalo di fermarsi, perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e ubbidiscilo; ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: «Quello fa per il caso tuo"». Continuando, la Madonna lo esorta a essere «prudente, ché la scienza rinnegherà Dio», quindi gli detta un messaggio segreto da consegnare personalmente alla «Santità del Padre, supremo pastore della cristianità», accompagnato però da un altro sacerdote che gli dirà: «Bruno, io mi sento legato a te». «Poi la Madonna», riferisce il veggente, «mi parla di ciò che sta avvenendo nel mondo, di quello che succederà nell' avvenire, come va la Chiesa, come va la fede e che gli uomini non crederanno più... Tante cose che si stanno avverando adesso... Ma molte cose si dovranno avverare...». E la celeste Signora lo conforta: «Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere». Al termine dell' incontro, la Madonna fa un inchino e dice a Bruno: «Sono colei che sono nella Trinità divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Ecco, prima di andare via io ti dico queste parole: la Rivelazione è la Parola di Dio, questa Rivelazione parla di me. Ecco perché ho dato questo titolo: Vergine della Rivelazione». Poi fa alcuni passi, si gira ed entra dentro la parete della grotta. Termina allora quella grande luce e si vede la Vergine che si allontana lentamente. La direzione presa, andando via, è verso la basilica di S. Pietro. Carlo è il primo a riaversi e grida: «Papà, si vede ancora il manto verde, il vestito verde!», ed entrando di corsa nella grotta: «Io la vado a prendere!». Si trova invece a sbattere contro la roccia e comincia a piangere, perché ha urtato le mani contro di essa. Poi tutti riprendono i sensi. Per qualche attimo rimangono sbalorditi e silenziosi. «Povero papà», ha scritto tempo dopo Isola nel suo quaderno di ricordi; «quando la Madonna se ne è andata, era pallido e noi stavamo attorno a lui a chiedergli: "Ma chi era quella Bella Signora? Che ha detto?". Egli ci ha risposto: "La Madonna! Dopo vi dirò tutto"». Ancora sotto shock, Bruno molto saggiamente domanda separatamente ai bambini, cominciando da Isola: «Tu, cosa hai visto?». La risposta corrisponde esattamente a ciò che ha visto lui. La stessa cosa risponde Carlo. Il più piccolo, Gianfranco, non conoscendo ancora il nome dei colori, dice soltanto che la Signora aveva un libro in mano per fare i compiti e... masticava la gomma americana... Da questa espressione, Bruno si rende conto che lui solo aveva inteso ciò che la Madonna aveva detto, e che i bambini avevano avvertito soltanto il movimento delle labbra. Allora dice loro: «Beh, facciamo una cosa: puliamo dentro la grotta perché quello che abbiamo visto è qualcosa di grande... Però non lo so. Adesso stiamo zitti e puliamo dentro la grotta». È sempre lui che racconta: «Si prendono tutte quelle porcherie e si gettano dentro i cespugli di spine... ed ecco che la palla, andata nella scarpata verso la strada dove si ferma l' autobus 223, improvvisamente riappare dove noi avevamo pulito, dove c' erano tutte quelle porcherie di peccato. La palla è lì, per terra. Io la prendo, la metto sopra quel taccuino dove io avevo scritto i primi appunti, ma non ero riuscito a terminare ogni cosa. «All' improvviso, tutta quella terra che noi abbiamo pulito, tutta quella polvere che abbiamo innalzato, profumava. Che profumo! Tutta la grotta... Toccavi le pareti: profumo; toccavi per terra: profumo; ti allontanavi: profumo. Insomma, ogni cosa lì profumava. Io mi asciugavo gli occhi dalle lacrime che mi scendevano e i bambini contenti, gridavano: "Abbiamo visto la Bella Signora!"». «Beh!... come già vi ho detto, stiamo zitti, per ora non diciamo nulla!», ricorda il papà ai bambini. Poi si siede su un masso fuori dalla grotta e mette per iscritto frettolosamente quanto gli è accaduto, fissa le sue prime impressioni a caldo, ma terminerà a casa il lavoro completo. Ai bambini che lo stanno guardando dice: «Vedete, papà vi ha sempre detto che dentro quel tabernacolo cattolico non c' era Gesù, che era una bugia, un' invenzione dei preti; adesso vi faccio vedere dove sta. Andiamo giù!». Tutti si rimettono i vestiti tolti per il caldo e per giocare e si dirigono verso l' abbazia dei padri trappisti. Ma prima di lasciare la grotta, Bruno toglie di tasca il suo temperino e con quello incide sulla parete esterna queste parole: «In questa grotta, il 12 aprile 1947, la Vergine della Rivelazione è apparsa al protestante Bruno Cornacchiola e ai suoi figli».

4. QUELL’AVE MARIA DI ISOLA

Il gruppetto scende dalla collina degli eucaliptus ed entra nella chiesa dell' abbazia. Tutti si mettono in ginocchio al primo banco che trovano a destra. Dopo un momento di silenzio, il papà spiega ai bambini: «La Bella Signora della grotta ci ha detto che qui c' è Gesù. Io prima vi insegnavo di non credere a ciò e vi proibivo di pregare. Gesù sta là dentro, in quella casina. Ora vi dico: preghiamo! Adoriamo il Signore!». Interviene Isola: «Papà, già che dici che questa è la verità, che preghiera facciamo?». «Figlia mia, non saprei...». «Diciamo un ' Ave Maria», riprende la piccola. «Guarda che io l' Ave Maria non me la ricordo». «Ma io sì, papà!». «Come tu? E chi te l' ha insegnata?». «Quando mi mandavi a scuola e mi facevi il biglietto perché lo consegnassi alla maestra e fossi così esentata dall' ora di catechismo, ebbene, la prima volta gliel' ho dato, ma poi non lo feci più perché mi vergognavo, così sono rimasta sempre e allora ho imparato l' Ave Maria». «Ebbene, dilla tu..., piano piano, così pure noi ti veniamo appresso». Allora la bambina inizia: Ave Maria, piena di grazia... E gli altri tre: Ave, Maria, piena di grazia... E così fino all' Amen finale. Dopo di che escono e rifanno il tragitto verso casa. «Mi raccomando, bambini, quando arriviamo a casa, non dite nulla, stiamo zitti, perché prima devo pensarci sopra, devo trovare una cosa che quella Signora, la Bella Signora mi ha detto!», dice Bruno ai figli. «Va bene, papà, va bene», promettono. Ma, scendendo i gradini (perché abitavano nell' interrato) i bambini cominciano a gridare ai loro amici e amichette: «Abbiamo visto la Bella Signora, abbiamo visto la Bella Signora!». Tutti si affacciano, anche la moglie. Bruno, sorpreso, cerca di rimediare: «Su, entriamo dentro... su, su, non è successo niente», e chiude la porta. Di quei momenti il veggente annota: «Ero sempre nervoso... In quel momento cercavo di stare più calmo possibile... Sono sempre stato un tipo manesco, un tipo ribelle e questa volta dovevo ingoiare, dovevo sopportare...». Ma lasciamo raccontare questa scena ad Isola che, in tutta semplicità, scrisse nel suo quaderno: «Appena arrivammo a casa, mamma ci venne incontro e, vedendo papà pallido e commosso, gli domandò: "Bruno, che hai fatto? Che ti è successo?". Papà, quasi piangendo, disse a noi: "Andate a letto!", e così mamma ci fece addormentare. Io però fingevo di dormire e vidi papà che si avvicinava a mamma e le diceva: "Abbiamo visto la Madonna, io ti chiedo perdono che ti ho fatto soffrire, Jolanda. Sai dire il rosario?". E mia madre rispose: "Non lo ricordo bene", e si inginocchiarono per pregare». Dopo questa descrizione della figlia Isola, ascoltiamo quella del protagonista diretto: «Allora, siccome a mia moglie ne ho fatte tante, perché la tradivo, facevo peccati, la picchiavo, eccetera, pensate che l’11 aprile, pur essendo protestante, non gli si dice: Puoi fare questo, puoi fare quest' altro, questo è peccato, non si dice: Ci sono i dieci comandamenti. Ebbene, quell' 11 sera io non avevo dormito a casa, ma avevo passato la notte, diciamo la verità, con l' amica mia... La Vergine poi mi ha dato il pentimento. Allora, ricordando tutte queste cose, mi inginocchio davanti a mia moglie, in cucina, i bambini stavano in camera e inginocchiandomi io, lei pure si inginocchia: "Come?, tu ti inginocchi davanti a me? Io mi sono sempre inginocchiata quando tu mi picchiavi, per dire basta, ti chiedevo perdono di cose che io non avevo fatte"... «Allora io dico: "Adesso ti chiedo perdono di quello che ho fatto, del male, di tutto quello che ti ho fatto contro di te, fisicamente. Io ti chiedo perdono, perché quello che hanno detto i bambini, adesso non diciamo niente, però quello che hanno detto i bambini è vero... Io ti ho insegnato tante cose cattive, ho parlato contro l' Eucaristia, contro la Madonna, contro il papa, contro i sacerdoti e i sacramenti... Ora non so che cosa sia avvenuto..., mi sento cambiato..."». Poi i due si sforzano di ricordare come si recita il rosario (non lo avevano mai recitato) e giungono al mattino.

5. LA PROMESSA SI AVVERA

Ma da quel giorno la vita di Bruno divenne un' angoscia. Lo sbalordimento causatogli dalla prodigiosa apparizione non accennava a diminuire e lo si notava visibilmente scosso. Era tormentato nell' attesa che si realizzasse quel segno promessogli dalla Vergine come conferma di tutto. Ora non era più protestante, né intendeva mettere più piede nel loro «tempio» e tuttavia non era ancora cattolico, mancandogli l' abiura e la confessione. Per di più, dato che la Madonna gli aveva dato l' ordine di rivolgere la parola ai vari sacerdoti che avrebbe incontrato, sia per strada, sia nella chiesa dove sarebbe entrato, Bruno sul tram, a ogni sacerdote a cui faceva il biglietto diceva: «Padre, devo parlarle». Se quello gli rispondeva: «Che vuoi? Dimmi pure», Bruno gli rispondeva: «No no, ho sbagliato, non è lei... Scusi, sa». Di fronte a questa risposta del bigliettaio, qualche prete rimaneva calmo e se ne andava, ma qualcun altro ribatteva: «Chi vuole prendere in giro?». «Ma guardi che non è una presa in giro: è una cosa che io sento!», cercava di scusarsi Bruno. E questa continua attesa e relativa delusione, per non dire frustrazione, aveva intaccato non solo il morale ma anche la salute del veggente, a tal punto che con il passare dei giorni si sentiva sempre più male e non andava più al lavoro. E la moglie a domandargli: «Ma che ti succede? Stai dimagrendo!». Effettivamente Jolanda aveva notato che i fazzoletti del marito erano pieni di sangue sputato, «dal dolore, dalla sofferenza», spiegherà poi lo stesso Bruno, «perché venivano a casa i "compagni" e mi dicevano: "Ma come, non vieni più a trovarci? Come mai?"». Al che lui rispondeva: «Ho una cosa che... Verrò più tardi». Anche il Pastore si faceva vedere: «Ma come? Non vieni più alla riunione? Come mai, che cosa è successo?». Con pazienza, la solita risposta: «Lasciatemi stare: sto riflettendo su qualche cosa che mi deve avvenire, sto aspettando». Era una attesa snervante che non poteva non insinuare un sottile timore: "E se non fosse stato vero? E se mi fossi sbagliato?". Ripensava però al modo con cui si era verificato il fatto, ai bambini che anch' essi avevano visto (anzi, prima di lui), al misterioso profumo avvertito da tutti... E poi il cambiamento improvviso della sua vita...: ora riamava quella Chiesa che aveva tradito e tanto combattuta, anzi, non l' aveva amata mai come adesso. Il suo cuore, prima pieno di odio verso la Madonna, ora si inteneriva al ricordo dolcissimo di colei che gli si era presentata come «Vergine della Rivelazione». E si sentiva così misteriosamente attratto verso quella piccola grotta nel boschetto delle Tre Fontane che, appena poteva, ritornava lassù. E lassù percepiva di nuovo l' ondata del profumo misterioso che, in qualche modo, gli rinnovava la dolcezza di quell' incontro con la Vergine. Una sera, qualche giorno dopo quel 12 aprile, si trovava in servizio proprio sull' autobus 223 che passa alle Tre Fontane, vicino al bosco della grotta. Proprio in quel punto l' autobus si guasta e resta immobile sulla strada. In attesa dei soccorsi, Bruno vorrebbe approfittare per correre alla grotta, ma non può abbandonare il mezzo. Vede alcune bambine, le avvicina: «Andate lassù, nella prima grotta: ci sono due grossi sassi, andate a metterci i fiori, perché li è apparsa la Madonna! Su, andate, bambine». Ma il conflitto interiore non accennava a placarsi, finché un giorno la moglie, vedendolo in quello stato pietoso, gli domanda: «Ma dimmi, che cosa c' è?». «Guarda», le risponde Bruno, «sono tanti giorni e adesso siamo al 28 aprile. Dunque sono sedici giorni che io aspetto di incontrare un sacerdote e non lo trovo». «Ma, sei stato in parrocchia? Può darsi che lì lo troverai», lo consiglia la moglie, nella sua semplicità e buonsenso. E Bruno: «No, in parrocchia non ci sono stato». «Ma vai, può darsi che là troverai un sacerdote...». Sappiamo dal veggente stesso perché non era andato prima in parrocchia. Era là infatti che ogni domenica ingaggiava le sue battaglie religiose quando i fedeli uscivano da messa, tanto che i preti lo cacciavano via e lo chiamavano il nemico numero uno della parrocchia. E così, accogliendo il consiglio della moglie, un mattino presto, Bruno esce di casa, traballando a causa del suo malessere, e si porta alla chiesa della sua parrocchia, la chiesa di Ognissanti, sull' Appia Nuova. Si mette vicino alla sacrestia e attende davanti a un grande crocifisso. Ormai all' estremo della esasperazione, il pover' uomo si rivolge al crocifisso che ha di fronte: «Guarda che se non incontro il prete, il primo che sbatto per terra sei tu e ti faccio a pezzi, come ti ho fatto a pezzi prima», e attende. Ma c' era di peggio. L' esasperazione e il deperimento psicofisico di Bruno erano giunti veramente al limite estremo. Infatti prima di uscire di casa aveva preso una decisione terribile. Era andato a scovare il famoso pugnale comperato a Toledo per uccidere il papa, se lo era messo sotto la giacca e aveva detto alla moglie: «Guarda, io vado: se non incontro il sacerdote, se io ritorno e mi vedi con il pugnale in mano, stai pure sicura che muori tu, i bambini e poi mi uccido, perché non ne posso più, perché non posso più vivere così». A dire il vero, quella del suicidio era un' idea che era cominciata a farsi strada ogni giorno di più nella sua mente. Talvolta si sentì spinto perfino a gettarsi sotto un tram... Gli sembrava di essere più malvagio di quando faceva parte della setta dei protestanti... Effettivamente stava per impazzire. Se non era ancora giunto a questo, era perché qualche notte riusciva ad arrivare alla grotta a piangere e a dire alla Vergine che gli venisse in aiuto. Accanto a quel crocifisso Bruno attende. Passa un sacerdote: "Lo interrogo?", si domanda; Ma qualcosa nel suo interno gli dice che non è quello. E si gira per non farsi vedere. Passa un secondo...,la stessa cosa. Ed ecco che dalla sacrestia esce un giovane sacerdote, piuttosto frettoloso, con la cotta... Bruno sente un impulso interiore, come se fosse spinto verso di lui. Lo prende per la manica della cotta e grida: «Padre, devo parlarle!». «Ave Maria, figliolo, cosa c' è?». Sentendo quelle parole Bruno ha come un sussulto di gioia e dice: «Io aspettavo queste parole che lei mi doveva dire: "Ave Maria, figliolo!". Ecco, io sono protestante e vorrei farmi cattolico». «Guarda, vedi quel sacerdote dentro la sacrestia?». «Sì, padre». «Vai da lui: quello fa al caso tuo». Quel sacerdote è don Gilberto Carniel, il quale aveva già istruito altri protestanti desiderosi di farsi cattolici. Bruno gli si accosta e gli dice: «Padre, io devo dirle qualcosa che mi è successo...». E si inginocchia davanti a quel sacerdote che qualche anno prima aveva brutalmente cacciato da casa sua in occasione della benedizione pasquale. Don Gilberto ascolta tutto il racconto e poi gli dice: «Adesso devi fare l' abiura e io ti devo preparare». E così il sacerdote cominciò ad andare a casa sua per preparare lui e sua moglie. Bruno, che ha visto realizzarsi in pieno le parole della Vergine, ora è tranquillo e felicissimo. La prima conferma era stata data. Ora mancava la seconda. Vengono fissate le date: il 7 maggio sarà il giorno dell' abiura e l' 8 il rientro ufficiale nella Chiesa cattolica, in parrocchia. Ma il martedì 6 maggio Bruno fa di tutto per trovare il tempo per correre alla grotta a invocare l' aiuto della Madonna e forse con il desiderio profondo di rivederla. Si sa, chi ha visto la Madonna una volta, si strugge dal desiderio di vederla ancora... E una nostalgia di cui non ci si libera più per tutta la vita. Giunto lassù, cade in ginocchio nel ricordo e nella preghiera a colei che ventiquattro giorni prima si era degnata di apparirgli. E il prodigio si rinnova. La grotta si illumina di una luce abbagliante e nella luce appare la soave figura celestiale della Madre di Dio. Non dice nulla. Lo guarda soltanto e gli sorride... E quel sorriso è la prova più grande del suo compiacimento. Anche lei è contenta. Ogni parola avrebbe rotto l' incanto di quel sorriso. E con il sorriso della Vergine si trova la forza di compiere qualsiasi passo, in piena sicurezza, costi quello che costi, e ogni timore scompare. Il giorno dopo, nella loro modesta abitazione, Bruno e Jolanda Cornacchiola, confessati i propri peccati, abiurano. Ecco come a distanza di anni il veggente ricorda quella data: «Il giorno 8, proprio il giorno 8 maggio, c' era grande festa in parrocchia. Vi è pure padre Rotondi a fare un discorso dentro la chiesa di Ognissanti e là, dopo che io e mia moglie abbiamo firmato il giorno 7 la pergamena, entriamo finalmente nella Chiesa io, mia moglie e i bambini. Isola fa la cresima perché era già stata battezzata, l' aveva battezzata mia moglie quando io ero in Spagna. Carlo l' ha battezzato di nascosto, ma Gianfranco che aveva quattro anni, riceve il battesimo. Così entra dentro di noi la gioia che io aspettavo».

6. IL SECONDO SEGNO

Bruno Cornacchiola frequenta ormai abitualmente la chiesa di Ognissanti. Non tutti però sanno del fatto che ha spinto l' ex protestante a ritornare alla Chiesa cattolica, e quei pochi che ne sono a conoscenza sono molto prudenti nel parlarne, per evitare chiacchiere inopportune e false interpretazioni. A uno di questi, don Mario Sfoggia, Bruno si è particolarmente legato e così lo ha messo al corrente dell' avvenimento prodigioso del 12 aprile e della nuova apparizione del 6 maggio. Il sacerdote, benché giovane, è prudente. Si rende conto che non sta a lui decidere se le cose sono vere o se si tratta di allucinazioni. Mantiene il segreto e invita il veggente a pregare molto per avere la grazia di perseverare nella nuova vita e per essere illuminato riguardo ai segni promessi. Un giorno, 21 o 22 maggio, don Mario manifesta a Bruno il desiderio di recarsi anche lui alla grotta: «Senti», gli dice, «io voglio venire con te a recitare il rosario, in quel posto dove tu hai visto la Madonna». «Va bene, ci andiamo il 23, sono libero». E l' invito viene esteso anche a un giovane che frequenta le associazioni cattoliche della parrocchia, Luciano Gatti, che però ignora il fatto della apparizione e il vero motivo di quell' invito. Giunta l' ora dell' appuntamento, Luciano non si fa vedere e allora, presi dall' impazienza, don Mario e Bruno partono senza aspettarlo. Giunti alla grotta, i due si inginocchiano vicino al sasso dove la Madonna aveva appoggiato i piedi e cominciano la recita del rosario. Il sacerdote, pur rispondendo alle Ave Maria, guarda con attenzione l' amico per scrutarne i sentimenti e qualsiasi espressione particolare affiorasse sul suo viso. E venerdì, per cui recitano i «misteri dolorosi». Terminati i quali, don Mario invita il veggente a recitare il rosario intero. Proposta accettata. Al secondo «mistero gaudioso», la Visitazione di Maria a santa Elisabetta, don Mario prega la Madonna nel suo cuore: «Visitateci, illuminateci! Che si sappia la verità, che non siamo ingannati!». Ora è il sacerdote che intona le Ave Maria. Bruno risponde regolarmente alle prime due del mistero della visitazione, ma alla terza non risponde più! Allora don Mario vuole girare il capo verso destra per vederlo meglio e rendersi conto perché non risponda più. Ma mentre sta per farlo, viene investito come da una scarica elettrica che lo immobilizza, rendendolo incapace di ogni minimo movimento... Il cuore è come se gli salisse in gola, dandogli un senso di soffocamento... Sente Bruno che mormora: «Quant' è bella!... Quant' è bella!... Ma è grigio, non è nero...». Don Mario, pur non vedendo nulla, sente una presenza misteriosa. Poi confiderà: «La fisionomia del veggente era calma, il portamento naturale e nessuna traccia si scorgeva in lui di esaltazione o di malattia. Tutto indicava uno spirito lucido in un corpo normale e sano. Qualche volta muoveva leggermente le labbra e dall’insieme si comprendeva che un Essere misterioso lo rapiva. Ed ecco che don Mario, che era rimasto come paralizzato, si sente scuotere: «Don Mario, è rivenuta!». E Bruno che gli parla, pieno di gioia. Ora appare pallidissimo e trasformato da un' intensa emozione. Gli racconta che durante la visione la Madonna aveva posto le sue mani sul capo a tutti e due e poi se n' era andata, lasciando un profumo intenso. Profumo che perdura e che percepisce anche don Mario, che quasi incredulo dice: « Qui..., questo profumo ce l' hai messo tu». Poi entra di nuovo nella grotta, esce fuori e odora Bruno..., ma Bruno non ha alcun profumo addosso. In quel momento giunge Luciano Gatti, tutto ansimante, alla ricerca dei suoi due compagni che erano partiti senza aspettarlo. Allora il sacerdote gli dice: «Vai dentro alla grotta..., senti...: mi dici quello che provi?». Il giovane entra nella grotta ed esclama immediatamente: «Che profumo! Che avete messo qua, le bottigliette di profumo?». «No», grida don Mario, «è apparsa la Madonna nella grotta!». Poi entusiasta, abbraccia Bruno e gli dice: «Bruno, mi sento legato a te!». A queste parole il veggente ha come un sussulto e pieno di gioia riabbraccia don Mario. Quelle parole pronunciate dal sacerdote erano il segno che la Madonna gli aveva dato per indicargli che sarebbe stato colui che lo avrebbe accompagnato dal papa per consegnargli il messaggio. La Bella Signora aveva realizzato tutte le sue promesse riguardo ai segnali. Probabilmente l' avere don Mario rivelato in quella occasione a Luciano Gatti i fatti delle apparizioni, contribuì a innescare tutto un processo di divulgazione, finché la notizia giunse anche alle orecchie dei giornalisti e quindi in questura, nonché, come era ovvio, al vicariato di Roma.

7. «ERA DE CICCIA!...»

In quel venerdì 30 maggio, Bruno dopo avere lavorato tutto il giorno si sentiva stanco, ma la grotta continuava a esercitare su di lui un fascinoso e irresistibile richiamo. Quella sera si sentiva particolarmente attratto, per cui vi si recò per recitare il rosario. Entra nella grotta e comincia a pregare tutto solo. E la Madonna gli appare facendosi precedere da quella sua luce abbagliante e visibile nello stesso tempo. Questa volta gli affida un messaggio da portare: «Va’ dalle mie dilette figlie, le Maestre Pie Filippine, e dì loro che preghino molto per gli increduli e per l’incredulità del loro rione». Il veggente vuole portare subito a termine l' ambasciata della Vergine ma non conosce queste suore, non saprebbe proprio dove rintracciarle. Mentre scende, incontra una donna alla quale domanda: «Ma che, c' è un convento di suore qui vicino?». «C' è lì la scuola delle Maestre Pie», gli risponde la donna. In effetti, in una di quelle case solitarie, proprio sul ciglio della strada, da trent' anni si erano stabilite queste suore su invito di papa Benedetto XV, aprendo una scuola per i figli dei contadini di quella zona suburbana. Bruno suona alla porta..., ma nessuno risponde. Nonostante i ripetuti tentativi, la casa rimane silenziosa e nessuno apre la porta. Le suore sono ancora sotto il terrore del periodo di occupazione tedesca e del successivo movimento delle truppe alleate, e non si avventurano più a rispondere né tanto meno ad aprire la porta appena è calata la sera. Ora sono le 21. Bruno è costretto a rinunciare per quella sera a trasmettere il messaggio alle religiose e se ne ritorna a casa con l' animo inondato di grande gioia che trasfonde in famiglia: «Jolanda, bambini, ho rivisto la Madonna!». La moglie piange di commozione e i bambini, battendo le mani: «Papà, papà, riportaci alla grotta! La vogliamo rivedere pure noi!». Ma un giorno, andando alla grotta, viene preso da un grande senso di tristezza e di delusione. Da alcuni segni si rende conto che essa è tornata a essere luogo di peccato. Amareggiato, Bruno scrive su un foglio questo appello accorato e lo lascia nella grotta: «Non profanate questa grotta con il peccato impuro! Chi fu creatura infelice nel mondo del peccato, rovesci le sue pene ai piedi della Vergine della Rivelazione, confessi i suoi peccati e beva a questa fonte di misericordia. È Maria la dolce madre di tutti i peccatori. Ecco che cosa ha fatto per me peccatore. Militante nelle file di Satana nella setta protestante avventista, ero nemico della Chiesa e della Vergine. Qui il 12 aprile a me e ai miei bambini è apparsa la Vergine della Rivelazione, dicendomi di rientrare nella Chiesa cattolica, apostolica, romana, con segni e rivelazioni che lei stessa mi ha manifestato. L' infinita misericordia di Dio ha vinto questo nemico che ora ai suoi piedi implora perdono e pietà. Amatela, Maria è la dolce madre nostra. Amate la Chiesa con i suoi figli! Ella è il manto che ci copre nell' inferno che si scatena nel mondo. Pregate molto e allontanate i vizi della carne. Pregate!». Appende questo foglio a una pietra, all' ingresso della grotta. Non sappiamo quale possa essere stato l' impatto suscitato da questo appello in coloro che si recarono alla grotta per peccare. Di sicuro sappiamo però che quel foglio finì in seguito sul tavolo del commissariato di polizia di S. Paolo. Ecco perché ne possediamo il testo esatto. Il primo giornale che pubblicò la notizia dell' apparizione, sia pure con un punto interrogativo, fu il Giornale d’Italia nella sua rubrica «Ultimissime», del 31 maggio dello stesso anno con titoli e sottotitoli, a quattro colonne. L' articolo cominciava così: «Visione miracolosa alle 3 Fontane? Un pastore protestante vede la Madonna e con la famiglia si converte al cattolicesimo. Una grande folla di popolo, in devoto pellegrinaggio sul luogo del miracolo». Leggendo queste frasi, ci rendiamo conto ancora una volta della fantasia dei giornalisti che, qualche volta, come in questo caso, diventa anticipazione. Infatti per quella data non si poteva ancora parlare di «grande folla di popolo in devoto pellegrinaggio», ma la cosa si verificherà in seguito. Le prime voci erano state portate al giornale da un redattore de Il Popolo, il dottor Guido Mari, che indicava il commissariato di S. Paolo come una buona fonte cui attingere al riguardo. Un giornalista vi si precipitò ed ebbe la prima conferma del fatto. Un brigadiere infatti aveva sequestrato il foglio manoscritto appeso all' esterno della grotta e, dopo averne fatta una copia, aveva spedito l' originale al commissariato di polizia di S. Paolo. Come succede in questi casi, il commissariato provvide subito a fare rintracciare quel Bruno Cornacchiola autore del foglio e lo convocò assieme ai suoi tre figli. L' interrogatorio dei bambini si svolse a lungo e separatamente, perché al funzionario premeva, prima di tutto, appurare se essi fossero stati influenzati dal padre nel dichiarare di avere visto, uno alla volta, la Madonna. Ma, benché egli cercasse di confondere e ingarbugliare la matassa, la risposta singola dei piccoli era sempre la stessa, pronta e limpida. Ciascuno per conto suo aveva «veduto», prima Gianfranco, poi Isola, quindi Carlo e per ultimo il papà, il quale dinanzi alla visione celestiale, caduto in ginocchio, era rimasto in ascolto per oltre un' ora. Verbalizzate queste dichiarazioni, il commissario minacciò severe ammonizioni se Bruno avesse dichiarato il falso. Comunque dopo avere indagato il più possibile, dovette convincersi che il veggente con i figli erano tutti almeno in buona fede e sinceri. Inoltre, apparivano tutti sani di mente, per cui non prese alcun provvedimento negativo, né tanto meno impedì loro di tornare alla grotta. Anzi promise a Bruno che avrebbe mandato alla località Tre Fontane due guardie per un quotidiano servizio di ordine. Il 10 di giugno, il Messaggero, il più grande quotidiano di Roma, pubblicava un lungo articolo su due colonne, adducendo numerosi elementi comprobanti l' impressione che il fatto poteva essere autentico. In modi meno esatti si espressero altri giornali, frammischiando, come sempre, verità con fantastiche elucubrazioni. L' effetto di queste pubblicazioni fu quello di avviare l' affluenza della gente sul luogo dell' apparizione. Alcune donne raccontavano alla grotta quanto avevano udito dalla bocca stessa del «tranviere» con il quale si erano incontrate quando egli veniva a pregare. Naturalmente il passaggio del racconto da una bocca all' altra subiva alterazioni: chi ne aggiungeva del suo, chi ci ricamava sopra a proprio gusto e piacimento, ma la sostanza non cambiava: si trattava della visione di una Bella Signora, con tunica bianca, fascia rosa, manto verde, un libro in mano, i capelli neri e un intenso profumo che alcuni asserivano sprigionarsi tuttora dai frammenti del sasso dove la Vergine si era posata e che erano stati portati a casa per devozione. Il 3 giugno fu posata su quel sasso, nella grotta, una prima piccola statua in gesso della Madonna, a sostituire tutta una collezione di immaginette di vari santi che una devozione poco illuminata di qualcuno vi aveva collocato e che nulla aveva a che fare con l' apparizione della Madonna. Poi fiori e candele ricoprirono quei sassi e la grotta divenne luogo di raccoglimento e di preghiera. Vennero anche i primi malati e si parlò delle prime guarigioni prodigiose. Dopo l' interrogatorio in questura, Bruno e famiglia vennero chiamati anche dal vicariato di Roma. Prima vengono sentiti i bambini, uno alla volta, in giorni diversi, poi la moglie e alla fine il veggente principale. Gli dicono: «Abbiamo interrogato i bambini, sua moglie; vediamo adesso quello che ci racconta lei». «Ma io non ho niente da raccontare». «Ma noi l' abbiamo chiamata perché lei ci faccia conoscere i fatti». «Ah, beh, allora qui è un altro discorso». Bruno espone l' accaduto, al termine del quale gli viene chiesto: «Ma ha pensato se non fosse per caso il demonio?». «Beh, me lo fate pensare voi, però se fosse il demonio ci sarebbe da mettere in chiaro due cose». «Quali cose?». «Se è il demonio che mi ha mandato a voi, le cose sono veramente due: se lui mi ha mandato a voi e voi siete la verità, vuole dire allora che il demonio si è convertito. Se il demonio non si è convertito e mi ha mandato da voi, vuole dire che voi siete d' accordo con lui. Adesso tirate voi la linea e pensateci voi. Se siete nella verità chiudete, se non siete nella verità state zitti, perché la verità è quella che mi ha detto la Vergine, come vi ho spiegato, che ho visto, perché la Vergine mi ha detto di ubbidire alla Chiesa». Dopo avere trascritto la versione di Bruno Cornacchiola, registriamo ora quella di alcuni componenti del vicariato. Ecco che cosa ricorda a distanza di anni mons. Giaquinta, uno dei tre principali incaricati dell' interrogatorio: «Quando è avvenuta l' apparizione alle Tre Fontane, a Roma si è prodotto subito un certo movimento e allora noi - adesso non so, non ricordo se noi abbiamo avuto l' iniziativa oppure il Santo Uffizio ce l' ha indicato - abbiamo chiamato Bruno Cornacchiola che venisse in vicariato a parlare con noi, a parlarci di questo fatto di cui ormai i giornali e la gente parlavano. E così abbiamo incontrato Bruno e i suoi figli per me personalmente, devo distinguere le testimonianze di Bruno da quella di Gianfranco (il piccolo di quattro anni). Bruno ha raccontato un po' tutta la storia, che indubbiamente era molto interessante, molto accattivante, soprattutto per il contrasto tra il prima e il dopo, il Bruno Cornacchiola prima dell' apparizione e dopo l' apparizione. Però tutto questo poteva essere una favola. Quando abbiamo incominciato a interrogare i bambini, ripeto, non ricordo tanto quello che gli altri hanno detto ma quello che il bambino più piccolo, di quattro anni, diceva. Intanto era un problema grosso l' interrogarlo. Premetto che noi eravamo tre: mons. Mattioli che era il giudice, io promotore di giustizia, giustamente detto l' avvocato del diavolo, e poi il cancelliere. Ma l' interrogatorio di un bambino di quattro anni nelle forme richieste non si può fare. E questo bambino infatti non ci stava: correva qua e là. La cosa più ridicola era che mons. Mattioli, il giudice, un uomo ormai di una certa età, mio superiore, gli correva appresso con le caramelle e così, dandogli le caramelle, quando lui si fermava a prenderle per mangiarle, gli faceva qualche domanda e quella che mi è rimasta più impressa e: "Prima che cosa hai visto?" "Ho visto una donna". "E, come era questa donna?". "Bella! "Ma, come noi?". "No, bella, più bella!". Ecco, questo a me ha fatto molto pensare, perché un bambino di quattro anni certe cose o le vive o non le dice, non se le può inventare. Quindi il giudizio mio personale che io, sin da allora, diedi, era di credibilità appunto, soprattutto per la testimonianza ingenua, infantile di quel bambino». Interessantissima anche la deposizione di mons. Cecchi: Io facevo il cancelliere, quindi dovevo scrivere tutto quello che veniva detto dalle persone che venivano interrogate. Il presidente del tribunale Mattioli dettava e io quindi scrivevo soltanto tutto quello che veniva appunto detto nell' interrogazione. E fu interrogato Bruno Cornacchiola, nessuno ricorda quante volte, ma certamente più di una volta, perché si volevano tutti i particolari del caso e poi si era giunti a interrogare i bambini, e interrogare i bambini era un po' un problemaccio, perché farli stare fermi, farli rispondere a tono alle domande che si facevano, cercare di far capire quello che noi volevamo sapere, qualche volta rispondevano un po' così, a vanvera. Insomma: allora si insisteva fino a che i bambini fossero più precisi nel riferire quanto avevano visto. C' era il bambino Gianfranco: "Di' un po' : ma com' era quella statua là?". Dice: "Ma, no, macché! Era de ciccia!. Un' espressione così meravigliosa per dire: "Ma che statua! Era proprio di carne ed ossa!". Questa definizione vuol dire che è autentica apparizione».

8. LA CONVERSIONE COSTA

Con l' afflusso dei fedeli alla grotta iniziarono anche le reazioni contrarie, specialmente da parte del clero. Un mattino, un cartello stampato, inchiodato di notte all' ingresso della grotta stessa, invitava i fedeli a non prestare fede ai fatti prima del giudizio dell' autorità ecclesiastica. Il parroco della vicina parrocchia rurale della «Montagnola» veniva ogni giorno a osservare l' afflusso dei fedeli alla grotta, ne allontanava suore, religiosi e sacerdoti e toglieva zelantemente ogni volta i fiori che vi erano lasciati, affinché non si creassero illusioni riguardo al famoso profumo «misterioso» che molti asserivano di sentire e non si attribuisse a fenomeno soprannaturale quello che avrebbe potuto essere la normale emanazione profumata di un fiore. Eppure alcuni testimoni di provata oggettività lo sentirono più di una volta. Dicevano che «il profumo era delizioso, piuttosto difficile a definirsi: tra il garofano e la vaniglia». Altre volte è stato avvertito un odore di rose, o anche una forte fragranza di gigli. Il 20 di agosto, festa di san Bernardo, devoto insigne della Vergine e riformatore dei Trappisti, nonché abate della Trappa delle Tre Fontane nel 1100, l' ondata di profumo fu particolarmente intensa e il 12 settembre, festa del santo Nome di Maria, parecchie centinaia di persone poterono aspirare, a più riprese e per lungo tempo, l' insolito profumo. Frattanto i giornali avevano dato più volte notizia di guarigioni miracolose, avvenute con riferimento alla grotta o a qualcosa di essa, come terra o schegge di roccia. Tali notizie avevano impressionato molto la popolazione, che sempre più numerosa accorreva alle Tre Fontane, al punto che l' Azienda Tranviaria di Roma fu costretta ad aumentare il numero delle corse in direzione del luogo delle apparizioni. Bruno continuava il suo lavoro di tranviere, collaborava in parrocchia e ora a tutti proclamava la grande misericordia di Dio e la tenerezza materna di Maria. Quella «Chiesa» che egli aveva tanto combattuta ora era per lui rifugio sicuro di salvezza ed egli si era messo tutto a sua disposizione. Aveva subito messo in pratica le parole della Bella Signora: «Entra nell' ovile santo, corte celeste in terra». Ora anche lui faceva parte di quella corte celeste, anche se l' appartenervi gli costava moltissimo. Non si cambia tutta una vita in un solo momento, quasi per magia. E nella conversione, anche se essa è principalmente opera di Dio, non può mancare la libera e sofferta adesione dell' uomo. Adesione illuminata e confortata sempre dal confessore, come riconoscerà Bruno stesso: «La Vergine non mi mandò dal dirigente del mio partito, né dal capo della setta protestante, ma dal ministro di Dio, perché egli è il primo anello della catena che lega la terra al Cielo». Non sarà certamente la visione celestiale a rendergli facile il cammino. Anzi, a volte, proprio questa può acuire ancora di più la lotta e scavare sempre di più il contrasto tra «l' uomo vecchio» e «l' uomo nuovo» che sta nascendo. Viene consolato da un sogno rivelatore. In una delle sue notti insonni, quando riesce finalmente ad assopirsi, Bruno si trova su un sentiero aspro, ripido, che si restringe sempre di più, man mano che si avvicina alla vetta illuminata da una luce misteriosa. Ogni passo gli costa uno sforzo immane. Il sole batte in modo implacabile. Madido di sudore, teme di non farcela. "Questa strada", pensa nel sonno, "è veramente impossibile". Durante questa ascesa si fanno udire voci suadenti e compassionevoli che lo invitano a fermarsi, a rinunciare, a tornare indietro e a prendere un' altra strada vicina, più agevole e spaziosa. Le parole di Gesù riguardo alle due strade in quel sogno si fanno viva realtà. Ma con determinazione e costanza Bruno, sempre nel sogno, continua nel cammino intrapreso fino a giungere alla vetta e allora viene pervaso da una grande gioia. E qui il sogno svanisce. Il suo rapporto poi con la Madonna, verso la quale prima nutriva fastidio e acredine, dopo averla vista a faccia a faccia era cambiato immediatamente e totalmente. Lo prova il blocco per gli appunti che aveva in mano quel pomeriggio vicino alla grotta: la prima pagina contiene citazioni prese dalla Scrittura, interpretate in senso contrario ai privilegi della Madonna, da Bruno indicata col semplice nome di Maria. Questa pagina è bruscamente interrotta. Quella immediatamente seguente, anch' essa scritta a matita, è riempita di brevi frasi o parole isolate scritte subito dopo la visione, e il semplice nome di Maria della prima pagina è sostituito da «la Vergine», «la Madonna», «la Madre di Dio», proprio i termini che prima non voleva sentire. Il contrasto stridente tra le due pagine è impressionante, segno evidente di un cambiamento di atteggiamento verso la «Madre di Dio», espressione questa che poco tempo prima lo avrebbe mandato in bestia solo all' udirla. Da aprile al 6 di giugno, secondo le confidenze di Bruno a un giornalista, la Madonna gli era apparsa altre volte, ma non gli aveva parlato: gli aveva soltanto sorriso. Il solito sorriso di Maria quando vuole esprimere la propria gioia e la propria soddisfazione per il figlio che si sta comportando bene, un figlio di cui lei ora va fiera... E gli sorride per infondergli coraggio e sicurezza di fronte alle immancabili difficoltà, incomprensioni e scoraggiamenti. Con quel sorriso impresso nel ricordo e nel cuore si può continuare ad andare avanti. E proprio in quella data, Bruno si domanda: "Chi sa se la Madonna vorrà lì una cappella o una chiesa? Aspettiamo. Lei ci penserà. A me ha detto: Sii prudente con tutti!". Effettivamente le cose di Dio, specialmente quelle di questo tipo, vanno gestite sempre non solo con molta saggezza ma anche con molta prudenza, con tutti, uomini di Chiesa compresi. E la Madonna lo sa benissimo. Per questo mette in guardia il veggente, sempre in pericolo di lasciarsi trasportare dall' entusiasmo e rovinare tutto. Ma il cammino di conversione è fatto anche di ricordi del passato che diventano purificatori. E questi ricordi si affacciano al veggente non solo nella sua memoria ma anche, e forse soprattutto, nelle persone a cui ha fatto del male. E sono questi i ricordi più vivi e dal dolore più cocente che la Madonna non gli risparmia. Perché la purificazione è necessaria e diventa più intensa quanto più si è messi davanti alle sofferenze vive procurate al nostro prossimo, che di esse sta portando ancora le conseguenze. Perché il male fatto non si elimina nelle sue conseguenze con il solo pentimento...: le conseguenze rimangono. Non si può compiere il male con leggerezza, perché, messi in moto certi meccanismi, questi non sempre si fermano con la nostra conversione... E la Madonna vuole che i suoi figli si rendano conto di questa terribile realtà. Lo prova questo fatto della vita di Bruno, di cui si è venuti a conoscenza. Un giorno, dopo la sua conversione, viene invitato da una signorina del gruppo «Pro Sanctitate» a visitare un sacerdote infermo. Egli accetta immediatamente, anche perché l' odio che prima nutriva verso i sacerdoti ora gli si è mutato in venerazione e amore. Entrato nella stanza, si trova davanti proprio una delle sue vittime. Infatti un giorno, durante il servizio, avendo scorto un religioso che stava scendendo dal tram, preso da un impeto di odio, gli aveva chiuso con forza la porta, facendolo cadere malamente. In quella caduta il sacerdote si era fratturato un femore e aveva dovuto essere portato d' urgenza all' ospedale. Ora se lo ritrova davanti, ridotto in quello stato a causa del suo gesto. «Reverendo», gli dice, «ricorda ciò che le avvenne quel giorno scendendo dal tram? Sono stato io a chiuderle violentemente la porta in faccia prima del tempo, con lo scopo di farla cadere e procurarle qualche malanno... Allora ero nemico dei preti, ora invece non più... Le chiedo vivamente perdono». E gli fa da inserviente nella messa che l' infermo celebra nella propria stanzetta.

9. L’INCONTRO CON IL PAPA

Ma c' è un altro incontro e un altro ricordo, più bello questa volta. Ed è quello con padre Bonaventura Mariani, quello che era dovuto andare a quel famoso dibattito con gli «Avventisti del settimo giorno», organizzato dalla signora Mancini, come abbiamo raccontato all' inizio. Due mesi circa dopo l' apparizione a Bruno, padre Bonaventura, mentre sta passando nelle vicinanze del carcere Mamertino, viene improvvisamente fermato da uno che gli dice con risolutezza: «Lei, Padre, mi deve riconoscere!». Il religioso, sorpreso, non riesce a collegare. Allora Bruno gli rinfresca la memoria: «Sì, Padre, io sono quel tranviere che ebbe quel dibattito con lei nell' appartamento della signora Mancini in via Merulana. Ricorda, Padre? Ho visto la Madonna, quanto sono felice! Ricorda? Quelle donne mi dissero: "La Madonna ti salverà! Il rosario ti salverà!". Ebbene, io voglio ritornare nell' appartamento della signora Mancini e voglio confessare pubblicamente che veramente la Madonna mi ha salvato». E così stabilirono un appuntamento. Ecco come descrive quell' incontro padre Bonaventura: «Il giorno fissato andammo nell' appartamento della signora Mancini, dove si erano adunate le donne e altre persone. Il Cornacchiola con fermezza mostrò a tutti il rosario dicendo: "Confesso davanti a tutti che la Madonna mi ha salvato! Mi sono convertito. Non sono più protestante. Sono cattolico come voi. Rinnego tutto quello che ho detto contro la Chiesa e vi chiedo perdono del male che vi posso avere fatto". «I presenti, tutti ansiosi, chiedevano notizie sull' apparizione e Cornacchiola, con tanto amore, calore e zelo, rispondeva. Così si chiuse quella vicenda che era nata da quel dibattito. Da quel momento io e il Cornacchiola siamo diventati amici e i nostri incontri sono stati molto frequenti... Non ho mai avuto dubbi sulla realtà e verità dell' apparizione e sulla conversione di Bruno Cornacchiola e l' ho difeso contro tutti. Prego la Vergine della Rivelazione che mi renda meno indegno della sua amicizia e che lei non mi abbandoni nel momento del supremo passaggio all' eternità. Vergine della Rivelazione, siimi sempre madre affettuosa». Questa testimonianza di padre Bonaventura porta la data: Roma, 10.5.1983. Ma raccontiamo anche un gustoso episodio di cui è protagonista una cagnetta. Abbiamo notato infatti che in quasi tutte le apparizioni della Madonna, in un modo o in un altro, entrano in scena anche gli animali. Ecco una breve carrellata di ricordi. A Guadalupe, gli uccelli precedono l' arrivo della Vergine con gorgheggi meravigliosi che incantano l' indio Juan Diego. A Fatima ci sono le pecore che accompagnano i piccoli veggenti e che traggono vantaggio dalle loro mortificazioni. Quella dei cani poi è la categoria di animali più rappresentata. A La Salette c' è il bastardino Lulù che pur essendo cattivo e ringhiosetto, durante l' apparizione se ne sta buono. A Lourdes c' è il cagnolino di quel buon uomo Callet, la guardia campestre, che con quella sua mania di abbaiare in continuazione avvisava i pellegrini che erano entrati furtivamente nello steccato eretto davanti alla grotta, e così quelli uscivano prima che giungesse il padrone, evitando il verbale e la multa, cosa che mandava in bestia il commissario Jacomet, che non poteva soffrire neppure la vista di quel cagnolino. Beauraing le suore minacciano i cinque piccoli veggenti di lasciare liberi i due cani nel giardino se fossero tornati sul luogo delle apparizioni. In realtà quei due cani non incutevano mai paura ai bambini e dalle fotografie pervenuteci appaiono con un' espressione bonaria e amichevole. Sono fotografie di suore con i veggenti e, come si sa, i cani non disdegnano mai di far parte dei gruppi di famiglia, anzi sono i primi ad allinearsi in prima fila con i bambini. Neppure a Ghiaie di Bonate poteva mancare il cane. Durante un' apparizione uno di questi passa delicatamente vicino ad Adelaide e a Itala, incuriosito dal loro atteggiamento immobile. Qui alle Tre Fontane, una sera Bruno trova la «sua» grotta occupata da una coppia in atteggiamento indecoroso. Rattristato, si ritira in disparte, ma ecco venirgli incontro una cagnetta di pelo rossiccio che gli fa grande festa, lambendogli le mani. Poi, ringhiando in modo aggressivo, si lancia contro i due nella grotta, costringendoli ad andarsene. Da quel giorno Lilla, così la chiamarono, fu custode fedele di quel luogo sacro, conosciuta ed accarezzata da migliaia di visitatori che apprezzavano il suo «servizio». Anche nei mesi di caldo torrido, come luglio e agosto, la bestiola rimaneva accucciata, incurante della cera che talvolta le gocciolava addosso dalle molte candele accese. Di notte poi, faceva da guida ai visitatori, accompagnandoli fino alla grotta. Cambiò sede solo quando si rese conto che il suo ufficio di guardiana era diventato ormai superfluo. Accettò l' ospitalità di un estimatore delle apparizioni e anch' essa mise su famiglia. In casa Cornacchiola ora si respirava tutta un' altra aria. Mamma Jolanda era contenta, anche se, nella sua ingenuità, si era creata da sola un' altra preoccupazione. Venuta a conoscenza che due dei tre piccoli veggenti di Fatima erano morti poco tempo dopo le apparizioni della Madonna, temeva che la stessa sorte potesse ripetersi ai suoi bambini. Al che Bruno rispondeva: «Ma se così vuole la Vergine, così sia, almeno sappiamo dove andranno beati!». Ma la Vergine della Rivelazione concedeva anche consolazioni al suo portavoce che a caro prezzo portava avanti il suo compito di testimonianza. Infatti il 21 ottobre, sempre nella chiesa di Ognissanti, un altro suo compagno avventista, che si era mostrato ferocissimo contro Bruno e lo aveva sostituito dopo che questi era tornato alla Chiesa cattolica, ora, anch' egli genuflesso davanti all' altare della Madonna, abiurava pubblicamente. Assisteva alla commovente cerimonia come padrino lo stesso Bruno, che un tempo gli era stato maestro di errore, e facevano corona altri protestanti convertiti. La domenica 23 novembre, nella chiesa dell' abbazia delle Tre Fontane, anche la signora Elena Cornacchiola, vedova Quilici, sorella di Bruno, faceva la sua pubblica abiura dal protestantesimo. Da queste conversioni abbiamo l' impressione che la Madonna consoli Bruno anzitutto col riparare al male spirituale che egli aveva fatto e che gli sarebbe pesato troppo sulla coscienza. C' era ancora però da portare a termine una consegna che la Madonna gli aveva affidato per il Santo Padre. L' occasione si presenta quando don Sfoggia lo conduce da padre Lombardi e da padre Rotondi, che avevano facile accesso al papa. Dopo aver ascoltato il racconto della visione alle Tre Fontane, i due gesuiti ottengono dal papa un incontro privato assieme a Bruno, che consegna al Pontefice personalmente il messaggio avuto per lui dalla Madonna. E così tutti i segni promessi si erano avverati. Ma in casa Cornacchiola c' era sempre un oggetto, anzi due, che costituivano come una zona d' ombra in tanta luce: quel pugnale comprato a Toledo per uccidere il papa e la Bibbia nella versione protestante. Il momento propizio venne circa due anni dopo, precisamente il 9 dicembre 1949. In piazza S. Pietro si svolgeva una imponente dimostrazione religiosa a cui prendevano parte quasi trecentomila persone. Si faceva la chiusura della «Crociata della Bontà». Nelle tre sere precedenti Pio XII aveva invitato i tranvieri romani, accompagnati da padre Rotondi, loro cappellano, a recitare con lui il rosario nella sua cappella privata. La recita è trasmessa in diretta da Radio Vaticana. Tra la rappresentanza dei tranvieri ammessi nella cappella c' è anche Bruno Cornacchiola, che al microfono legge la preghiera all' Immacolata. Ecco come lui stesso descrive l' accaduto: «Tra i lavoratori c’ero anch' io, portavo con me il pugnale e la Bibbia sulla quale stava scritto: "Questa sarà la morte della Chiesa cattolica, col papa in testa". Volevo consegnare al Santo Padre il pugnale e la Bibbia. Finito il rosario, il papa disse: "Qualcuno di voi mi vuole parlare?". Io mi inginocchiai e dissi: "Santità, sono io!". Gli altri lavoratori fecero largo per il passaggio del papa; egli si chinò verso di me, mi pose la mano sulla spalla, avvicinò il suo volto al mio e chiese: "Cosa c' è, figlio mio?". "Santità, qui c' è la Bibbia protestante che interpretavo erroneamente e con la quale ho ucciso molte anime". Piangendo, consegnai anche il pugnale sul quale stava scritto: "Morte al papa", e sussurrai: "Chiedo perdono di avere osato solo pensare a tanto. Avevo progettato di ucciderla con questo pugnale!" «Il Santo Padre prese quegli oggetti, mi guardò, sorrise e osservò: "Caro figlio, con ciò non avresti fatto altro che dare un nuovo martire alla Chiesa, ma a Cristo una vittoria dell' amore". "Sì", esclamai, "ma chiedo ancora perdono". "Figlio", soggiunse il Santo Padre, "il migliore perdono è il pentimento". "Santità, mi benedica!"». E Pio XII lo benedice. Nel 1956, il vicariato di Roma, dopo avere acconsentito alla costruzione di una cappella sul luogo dell' apparizione per il culto della Vergine della Rivelazione, ne affida la custodia ai padri francescani minori conventuali, perché provvedano al servizio religioso. Il culto alla Vergine della Rivelazione si diffuse rapidamente in tutto il mondo. Sempre nel 1956, L' Osservatore Romano, in un articolo dove venivano elencati i più celebri santuari mariani, mete di pellegrinaggio, definiti «cattedrali della preghiera, feudi e capitali di Maria», vi aggiungeva anche la «piccola grotta delle Tre Fontane».

10. PERCHÉ ALLE TRE FONTANE?

In ogni apparizione della Vergine, fra le tante domande che il popolo cristiano si pone, fa sempre capolino anche quella del perché di quel luogo dove l' avvenimento accade: «Perché proprio qui e non altrove? Ha questo posto qualcosa di speciale o c' è qualche motivo per cui la Madonna lo ha scelto?». Certamente ella non fa mai nulla per caso, non lascia niente all' improvvisazione o al capriccio. Tutto e ogni aspetto dell' evento ha una sua precisa e profonda motivazione. Spessissimo queste motivazioni ci sfuggono a prima vista, ma poi, se si scava nel passato, nella storia, qualcuna di queste viene a galla e ci appare sorprendente. Anche il Cielo ha la sua memoria e, magari dopo secoli, questa memoria rinverdisce e assume nuove colorazioni. È interessante rimarcare come la storia dell' umanità e dei luoghi dove avvengono particolari fatti entri a far parte anche della strategia del Cielo. Da quando il Figlio di Dio è entrato nel tempo, anche il tempo fa parte dello svolgersi del piano di Dio, quel piano che noi chiamiamo «storia della salvezza». Maria santissima, anche dopo la sua Assunzione al Cielo, è così vicina e coinvolta nella vita dei suoi figli da fare propria la storia di ciascuno. La madre fa sempre propria la «storia» dei figli. Ci domandiamo allora: c’è qualcosa di particolare in quel luogo delle Tre Fontane che abbia attirato le simpatie della Regina del Cielo, per cui abbia stabilito di apparirvi? E poi, perché quella località è denominata «Le Tre Fontane»? Secondo un' antica tradizione che rimanda ai primi secoli del cristianesimo, confermata da documenti storici di grande valore, il martirio dell' apostolo Paolo, avvenuto nel 67 dopo Cristo per ordine dell' imperatore Nerone, sarebbe stato consumato nel luogo allora denominato Aquae Salvìae, precisamente dove oggi sorge l' abbazia delle Tre Fontane. La decapitazione dell' Apostolo, sempre secondo la tradizione, avvenne sotto un pino, presso un cippo marmoreo, che ora si può vedere in un angolo della chiesa stessa. Si dice che la testa dell' Apostolo, mozzata con un deciso colpo di spada, abbia rimbalzato per terra tre volte e che a ogni balzo sarebbe scaturita una sorgente di acqua. Il luogo fu subito venerato dai cristiani, e su di esso venne edificato un tempio che racchiudeva tre tempietti marmorei elevati sulle tre sorgenti prodigiose. Si dice anche che nella zona venne trucidata una intera legione romana capitanata dal generale Zenone, legione che prima del martirio fu condannata dall' imperatore Diocleziano a costruire le grandiose terme che portano il suo nome e dai resti delle quali Michelangelo trasse poi la splendida chiesa di S. Maria degli Angeli alle Terme, risultando così, sia pure indirettamente, uno dei primi templi innalzati a Maria santissima ad opera dei cristiani. Inoltre in questa abbazia visse per qualche tempo san Bernardo di Chiaravalle, esimio innamorato e cantore di Maria. E per tanti secoli quel luogo risuonò e risuona tuttora delle lodi e delle invocazioni innalzate a Maria. E lei non dimentica. Ma l' aspetto più specifico che probabilmente portò la Madonna a scegliere quella località dovette essere il particolare riferimento a san Paolo, non solo per la sua conversione ma anche per il suo amore alla Chiesa e alla sua opera di evangelizzazione. Infatti ciò che accadde all' Apostolo sulla via per Damasco ha parecchi punti di contatto con ciò che si verificò in questa apparizione della Vergine a Bruno Cornacchiola. Saulo, chiamato poi Paolo, si convertì alle parole di Colui che, dopo averlo gettato da cavallo e accecato con la sua luce abbagliante, gli aveva detto: «Io sono colui che tu perseguiti!». Alle Tre Fontane la Madonna dirà al veggente, rivestendolo della sua luce affettuosa: «Tu mi perseguiti, ora basta!». E lo invita a entrare nella vera Chiesa che la celeste Regina definisce «ovile santo, corte celeste in terra». E in quel libro che lei tiene tra le sue mani e vicino al suo cuore, che è il libro della Rivelazione, c' è una grande parte uscita dal cuore e dalla bocca dell' «apostolo delle genti», inviato ad annunciare la verità al mondo pagano, e che i protestanti, indebitamente, considerano loro patrono. E quanto ebbe a soffrire Paolo per le divisioni che si erano venute a creare in quelle comunità cristiane che egli aveva fondato lo si può capire dalle sue lettere: «Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, fra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi conoscere l' affetto immenso che ho per voi» (2Cor 2,4). Ci sembra di non sbagliare allora se interpretiamo quello stringere al cuore quelle parole dell' Apostolo come se la Madonna intendesse farle sue e ripeterle a ciascuno di noi. Perché ogni sua visita su questa terra in modo visibile costituisce un richiamo alla vera fede e all' unità. E con il suo pianto non vuole tanto rattristarci quanto farci conoscere l' affetto immenso che nutre per tutti noi. L' unità fra i cristiani è uno dei motivi della sua sollecitudine, e per essa invita a pregare. In pratica, ciò che alle Tre Fontane la Madonna riproporrà è lo stesso messaggio che san Paolo visse e annunciò nella sua vita di apostolo e che possiamo riassumere in tre punti:

1. conversione dei peccatori, specialmente dalla loro immoralità (il luogo dove Maria appare ne era teatro);

2. conversione degli increduli dal loro ateismo e dal loro atteggiamento di indifferenza di fronte a Dio e alle realtà soprannaturali; l' unità dei cristiani, cioè il vero ecumenismo, affinché si adempia la preghiera e l' anelito di suo Figlio: si faccia un solo ovile sotto la guida di un solo pastore. Il fatto poi che il luogo si trovi a Roma è di per se stesso un richiamo a Pietro, alla roccia su cui è fondata la Chiesa, alla garanzia di verità e di sicurezza della Rivelazione stessa. La Madonna dimostra un particolare affetto e cura per il papa. Con questo vuole far capire che è lui il pastore dell' «ovile santo» e che non c’è vera Chiesa, nel senso pieno del termine, se si prescinde dall' unione con lui. Bruno era protestante, e la Madonna vuole illuminarlo subito su questo punto, al di fuori del quale si continua a vagare e a cercare a tentoni, come ciechi. E dato che parliamo di Roma e del papa, notiamo ancora che questa apparizione alle Tre Fontane è molto «discreta», forse più discreta di altre. Probabilmente perché Roma è la sede del papa, Maria nella sua delicatezza non vuole farlo passare in secondo ordine o interferire nella sua missione di vicario di Cristo, suo Figlio. La discrezione è sempre stata una sua caratteristica specifica, in ogni circostanza, sia nella sua esistenza terrena sia ora in quella celeste.

 

 

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La Salette

Il presente documento è stato prelevato da sito www.medugorje.it

LA STORIA DELL’APPARIZIONE DE LA SALETTE

L' apparizione di Maria a La Salette ai due pastorelli Mélanie Mathieu-Calvat, di quattordici anni, e Maximin Giraud, di undici, il 19 settembre 1846, ha avuto subito una grande risonanza. Insieme a tante persone ignote alla storia, uomini di cultura con prospettive assai differenti tra loro, come san Pierre-Julien Eymard, san Giovanni Bosco, Louis Veillot, Léon Bloy, Jacques Maritain, Maurice Blondel, Paul Claudel, Thomas Merton, ne rimasero affascinati. In particolare, Blondel scriveva: « Quel che spinge alcuni a credere è proprio quello che può far dubitare altri: le persone semplici amano i pellegrinaggi: lì, le ragioni del cuore possono essere appagate; e, grazie alla testimonianza di miracoli concreti, sensibili, accettano le grandi verità che, a causa del loro eccessivo splendore, li accecano. I saggi sono sempre scioccati da questi interventi così materiali e bizzarri del sovrannaturale. Ma dove starebbe l' uguaglianza tra i semplici e i saggi, se anche questi ultimi non dovessero compiere uno sforzo di sottomissione e di fede, uno sforzo più necessario e più grande che altrove, come nei dogmi dove trovano una chiarezza e una certezza maggiore? Allora cerchiamo di essere semplici, come bambini... » L' evento de La Salette non è certo facile da interpretare. Il messaggio dai toni forti, la vita dei veggenti scandita da una serie di alti e bassi, i movimenti non sempre ortodossi che ne sono seguiti, hanno reso questo avvenimento meno comprensibile di quanto in realtà esso non lo sia alla luce della fede. Le esperienze umane, nel momento in cui vengono sradicate dal flusso vitale di « tempi e luoghi » in cui hanno avuto origine, divengono oggetto di memoria e quindi « storia » da raccontare; in questo modo, però, si possono caricare di una serie di significati aggiuntivi che rischiano di alterare il fatto o le esperienze stesse. Il discorso diviene ancora più difficile se l' « evento » non si esaurisce nell' ambito delle cose naturali, ma entra nella dimensione carismatica delle apparizioni, dove « qualcosa » di divino si manifesta all' uomo. Eppure, la semplicità di cuore di tanta gente che, come l' emorroissa del vangelo, è ansiosa di toccare il lembo del mantello del Dio che « ci è nascosto », ha reso instancabile il flusso di pellegrini sulla « montagna de La Salette », fino ai nostri giorni.

1. L' AMBIENTE

Sulla strada nazionale francese che va da Grenoble ad Antibes, chiamata attualmente «route Napoléon», in relazione al passaggio di Napoleone al suo ritorno dall' esilio nell' isola d' Elba, si incontra, a 40 chilometri da Gap, un piccolo borgo montano, Corps (sito a 920 metri sul livello del mare). A est di questo paese inizia una vallata in salita che conduce al comune di « La Salette Fallavaux », composto da una dozzina di piccoli villaggi. Le montagne che lo circondano formano una catena montuosa, ed è proprio a nord di questo circolo montuoso, all' altezza di 1800 metri, che Maximin Giraud e Mélanie Mathieu-Calvat faranno la loro esperienza particolare. Nell' inverno 1845-46 le famiglie del comune de La Salette sono afflitte da una grande miseria causata dall' insufficienza dei raccolti e soprattutto dalla malattia delle patate, situazione riscontrabile, oltre che in Francia, in gran parte dell' Europa. Dunque, la gente che popolava queste vallate era segnata dal peso di una vita fatta di stenti e allo stesso tempo di dura fatica, resa ancor più assurda dalla scarsità dei suoi frutti. In tale contesto anche la situazione religiosa risulta problematica: la fede viene messa a dura prova da una vita che richiede tanto, ma in compenso non dà quasi niente. In alcuni documenti si possono trovare descrizioni che si compiacciono nel presentare queste persone come dei blasfemi, lontani da Dio, dediti a beffeggiare qualsiasi cosa legata alla religione; ma sono delle esagerazioni. Infatti, dallo studio dei documenti storici risulta che a Corps sono presenti diverse istituzioni religiose, quali la scuola cattolica (diretta dalle Suore della Provvidenza) e la confraternita del Cuore immacolato di Maria santissima (il cui scopo era la preghiera per la conversione dei peccatori). La frequenza alla messa domenicale era abbastanza regolare. Queste annotazioni sono molto importanti perché aiutano a comprendere il contesto religioso in cui viene poi accolta e interpretata l' apparizione della Vergine a La Salette. Saranno proprio queste persone, dopo l' evento, a invocare Maria come la «Vergine riconciliatrice dei peccatori». Tale titolo non è frutto di un' analisi teologica dell' evento fatta a tavolino da competenti teologi, ma è piuttosto l' espressione della fede di questo popolo che invoca Maria per la « conversione dei peccatori ».

2. I TESTIMONI

Pierre-Maximin Giraud, chiamato familiarmente Mémin, nasce a Corps il 26 agosto 1835, quartogenito di un povero carradore. Non ha ancora compiuto i diciotto mesi che perde la madre; il padre, di lì a poco, si risposa. Una serie di difficoltà lo accompagneranno durante tutto l' arco dell' infanzia. A undici anni non è ancora andato a scuola e non sa né leggere né scrivere e parla solamente il dialetto (patois) locale. Si può sicuramente dire che non ha nemmeno ricevuto una istruzione religiosa; ha appreso con fatica il Pater e l' Ave. Ci troviamo, dunque, di fronte a un ragazzino vivace come gli altri, stando alla descrizione che ne fa il suo compaesano Pierre Selme, presso il quale aveva prestato servizio dal 14 al 20 settembre 1846. Ma alla vivacità si accompagnava una irrequietezza singolare che non lo lascerà mai per tutta la sua vita. Infatti, nell' autunno del 1846, dopo l' apparizione de La Salette, comincia a frequentare la scuola con modesti risultati. Entra poi in seminario all' inizio del 1850 e ne esce nel 1858 per cominciare una vita errante, in cerca di se stesso e della sua identità. Lo ritroviamo nel Vésinet, a Yvelines, come impiegato dell' ospizio (1859); a Parigi; a Yonne, ospite del collegio di Tonnerre; nuovamente a Parigi, dove sembra intenzionato a studiare medicina e a intraprendere la carriera medica. Nel 1865 si reca a Roma e si arruola nel corpo degli zuavi pontifici, prestandovi servizio per sei mesi. Ritorna poi in Francia, dove viene accolto prima da san Pierre-Julien Eymard e poi dalla famiglia Jourdain, che lo adotta e lo tratta come un vero e proprio figlio. Pieno di debiti, Maximin ritorna a Corps, suo paese natale, nel 1869 e si lascia presto coinvolgere in affari economici che sfoceranno nel disastro. Ciò lo porta alla miseria: perseguitato dai creditori, e ammalatosi gravemente, riesce a superare l' inverno del 1874 solo grazie all' aiuto offerto dal santuario e dai Missionari de La Salette. Muore cristianamente a Corps il 1° marzo 1875. L' evento de La Salette aveva fatto di lui un cristiano, ma non aveva eliminato la sua naturale instabilità. Un giorno, terminando il racconto dell' apparizione, disse: « La Vergine, scomparendo, mi ha lasciato con tutti i miei difetti » A fronte di una vita così movimentata, rimangono valide le parole di mons. Félix Dupanloup, vescovo di Orléans: «La leggerezza di Maximin è fuori dal comune, [...] è una persona singolare, bizzarra, incostante, superficiale. [Tuttavia] si assiste ad un istantaneo, strano e profondo cambiamento [quando parla] del grande avvenimento. [...] Ci si aspetterebbe che egli ne parli sempre, aggiungendo dettagli, raccontando quel che ha provato e che prova adesso, ma ciò non accade; egli non aggiunge nulla alle risposte necessarie ».

Francoise-Mélanie Mathieu-Calvat, nasce a Corps il 7 novembre 1831, anch' essa quartogenita di una famiglia numerosa e molto povera. All' inizio del 1847 era ancora possibile vedere una delle sue sorelle mendicare per le vie di Corps. Suo padre, a differenza di quello di Maximin, non aveva un mestiere fisso, come testimoniano gli atti civili. Dall' età di dieci anni Mélanie era stata avviata al lavoro presso vari abitanti della regione, a Quet-enBeaumont, Saint-Luce, ecc.; la sua vita in famiglia era ridotta a ben poco, poiché vi passava quasi esclusivamente i mesi invernali. Affetta da gravi carenze nello sviluppo fisico, segnata dalla mancanza di affetto, abituata a vivere in solitudine le sue giornate di pastorella, Mélanie è una persona dal carattere bloccato. Anche per lei sono valide le parole di mons. Dupanloup che rileva in Mélanie una timidezza mista ad aggressività, che difficilmente permette alla gente di trovarsi a proprio agio con lei; eppure, quando si tratta di parlare dell' apparizione, Mélanie cambia profondamente, divenendo umile, semplice e disinteressata. Segnata quindi da questa grande carenza affettiva, Mélanie non solo si caratterizzerà per i suoi notevoli sbalzi di umore, ma anche lei come Maximin si porterà dietro per tutta la vita come una sorta di inquietudine. Analfabeta, avrà notevoli difficoltà ad apprendere la lingua francese: entrata nella scuola della suore a quindici anni compiuti, si dimostrerà ancor meno dotata di Maximin nella lettura e nella scrittura. Riceverà, insieme con lui, la sua prima comunione il 7 maggio 1848. Nell' autunno del 1850 diviene postulante nella Casa Madre delle Suore della Provvidenza a Corenc presso Grenoble. Nel 1851 fa la vestizione e prende il nome di suor Maria della Croce, ma poi, nel 1853, non viene ammessa ai voti. Parte così per l' Inghilterra, dove a Darlington entra nel Carmelo e fa professione dei voti nel 1856. Ma nel 1860 abbandona il Carmelo. Dopo aver soggiornato presso le Suore della Compassione di Marsiglia, si reca in Italia, dove risiede a più riprese dal 1867 al 1884 e dal 1892 al 1898. Nel 1904 ritorna in Italia e si stabilisce ad Altamura, in provincia di Bari, dove morirà nella notte tra il 14 e il 15 dicembre di quello stesso anno. Nel 1912 Léon Bloy ha pubblicato un libro dal titolo: « Vita di Melania, pastorella de La Salette, da lei stessa scritta nel 1900. La sua infanzia (1831-1846) » [Vie deMétanie bergère de La Salette écnte par elle méme en 1900. Son enfance (1831-1846)]; in esso, la giovane pastorella de La Salette viene presentata come una mistica istruita direttamente e personalmente da Gesù, stigmatizzata dall' età di tre anni e capace dei miracoli dei più grandi santi. Queste affermazioni provengono effettivamente da Mélanie, almeno nelle loro linee essenziali. Eppure nulla di tutto questo era emerso durante le inchieste condotte dall' autorità ecclesiastica per accertare la veridicità dell' apparizione. Come spiegare allora questo cambiamento profondo, in cui l' evento centrale non è costituito più dal fatto de La Salette, ma da altri e numerosi fenomeni sovrannaturali? La causa va ricercata negli anni 1850-53, che segnano il termine dell' evoluzione di un cammino iniziato nel 1847. A partire da questo periodo, Mélanie viene fatta oggetto di una specie di culto da parte delle suore che l' avevano accolta a scuola, e tale atteggiamento diverrà più esplicito durante il noviziato. Suggestionata dalle attenzioni della maestra di noviziato e dalle letture di spiritualità apocalittica offertele come testi di formazione, Mélanie compone nel 1853 un primo racconto autobiografico, infarcito di esperienze mistiche e sovrannaturali. Questo porterà il vescovo di Grenoble, mons. Jacques-Achille-Marie Ginoulhiac a prendere una posizione ufficiale: il 4 novembre 1854 emanerà un decreto dottrinale dove si distingue la Mélanie del 1846, testimone e strumento umile dell' apparizione, dalla Mélanie attuale, che avanza pretese mistiche. In questo decreto si legge: « Dovendo parlare dei due ragazzi de La Salette, non c' è assolutamente bisogno di rilevare che la loro condotta attuale [...] non costituisce una prova contro il fatto dell' apparizione. [...] D' altra parte si cadrebbe egualmente in errore se si pensasse che la prova principale della realtà dell' apparizione derivi dal carattere morale dei bambini all' epoca dei fatti. [...] Ma se le qualità morali dei fanciulli, quali erano il 19 settembre 1846, interessano poco in relazione alla realtà del fatto de La Salette, ancor meno importa quel che sono diventati dopo. [...] Noi siamo convinti che le predizioni attribuite a Mélanie e il significato che vi si attribuisce non hanno alcun fondamento, e siamo altrettanto sicuri che non hanno alcuna importanza in relazione al fatto de La Salette, perché [...] sono certamente posteriori a quest' ultimo e non vi intrattengono alcuna relazione ». Ma la suggestione è tale che Mélanie arriva ad alterare anche il messaggio de La Salette: negli ultimi anni della sua vita aggiungerà al testo ufficialmente approvato dalla Chiesa varie parti di stampo nettamente apocalittico, sviluppando soprattutto quello che, a suo dire, costituisce il segreto affidatole da Maria nell' apparizione. Questi testi, soprattutto quelli relativi al presunto « segreto », conosceranno una sempre crescente diffusione, soprattutto nell' Italia meridionale, a causa dei frequenti contatti di Mélanie con diversi ecclesiastici, primi fra tutti mons. Francesco Saverio Petagna, vescovo di Castellammare di Stabia, e mons. Salvatore Luigi Zola, vescovo di Lecce, oltre al canonico Annibale Maria Di Francia. Entrata ormai in questo vortice inarrestabile, Mélanie cercherà di dare vita anche ad una congregazione religiosa, « L' Ordine della Madre di Dio e degli Apostoli degli ultimi tempi », motivando scelta del nome, inizio della sua costituzione e definizione delle finalità con le sezioni da lei stessa aggiunte al messaggio de La Salette, e pertanto non approvate dalla Chiesa. Comunque, Mélanie darà sempre esempio di una vita penitente, ascetica, fino alla sua morte, avvenuta mentre pregava in ginocchio. Dopo la sua morte, l' interesse creatosi attorno alla sua persona non svanirà. A tutt' oggi è ravvisabile il movimento « melanista », che continua, purtroppo, a diffondere notizie false intorno all' evento de La Salette, a Mélanie stessa, provocando diffidenza e sospetto nei confronti dell' apparizione da parte delle comunità cristiane, di alcuni settori della gerarchia e degli studiosi.

3. IL FATTO

Domenica 13 settembre 1846 Pierre Selme, agricoltore degli Ablandins, arriva a Corps per cercare qualcuno che possa rimpiazzare il suo pastore ammalatosi nel frattempo. Il carradore Giraud allora decide di destinare suo figlio Maximin a questo incarico. Così, da lunedì 14 settembre, Maximin conduce al pascolo le mucche di Pierre Selme; quest' ultimo, conoscendo la leggerezza del ragazzo, non lo lascia solo e lo sorveglia da lontano. I luoghi di pascolo sono quelli dove avverrà l' apparizione. Mélanie si trova già agli Ablandins, a servizio di Baptiste Pra, e anche lei conduce al pascolo, vicino ai luoghi dell' apparizione, le mucche del suo padrone. La sera di venerdì 18 settembre i ragazzi s' incontrano per la prima volta: pur essendo nativi dello stesso paese, Corps, non avevano mai avuto modo di conoscersi prima. La mattina di sabato 19 settembre 1846 Maximin e Mélanie partono insieme per condurre al pascolo quattro mucche ciascuno; Maximin ha con sé anche una capra e un cane. Verso mezzogiorno, quando la campana suona l' Angelus delle dodici, i due pastorelli fanno abbeverare gli animali alla cosiddetta « fontana delle bestie »; poi si avvicinano alla « fontana degli uomini » e lì consumano il loro pasto, a base di pane e formaggio; una volta finito, altri tre pastori arrivano alla fontana e si intrattengono con i ragazzi che, dopo la loro partenza, sentono il bisogno di riposarsi. Dopo una o due ore, Mélanie si sveglia e, non scorgendo più le bestie, chiama Maximin e corre su per il colle a cercarle; Maximin la segue. Trovatele, si tranquillizza e inizia a scendere dal colle. Fatti alcuni passi, Mélanie scorge all' improvviso un globo di luce nel luogo dove avevano lasciato i tascapane. Chiama in fretta Maximin, e insieme cercano di capire cosa stia accadendo: la paura si impossessa dei due ragazzi; Mélanie lascia cadere il suo bastone, mentre Maximin cerca di riprenderlo, per potersi difendere da quella luce. Ma a questo punto i ragazzi scorgono all' interno del globo di luce la figura di una donna, che essi chiameranno sempre la « bella Signora », seduta con i gomiti poggiati sulle ginocchia e il viso nascosto tra le mani; la sentono singhiozzare. La donna si alza lentamente e dice: « Avvicinatevi, figli miei, non abbiate timore, sono qui per annunciarvi un grande messaggio ». È vestita come le donne del villaggio: un abito che scende fino ai piedi, uno scialle, una cuffia sulla testa, un grembiule annodato attorno ai fianchi. La cuffia, l' orlo dello scialle e i piedi sono ornati da ghirlande di rose. Accanto alle rose dello scialle è visibile una pesante catena, mentre al petto porta un crocifisso con ai lati un paio di tenaglie e un martello. Allora la « bella Signora » continua: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo. Da quanto tempo soffro per voi! Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni, mi è stato affidato il compito di pregarlo continuamente per voi; voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi. Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere. E’ questo che appesantisce tanto il braccio di mio Figlio! Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio Figlio. Queste sono le due cose che appesantiscono tanto il braccio di mio Figlio. Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l' ho mostrato l' anno passato con le patate: voi non ci avete fatto caso. Anzi, quando ne trovavate di guaste, bestemmiavate il nome di mio Figlio. Esse continueranno a marcire e quest' anno, a Natale, non ve ne saranno più ». La parola «patate» (pommes de terre, in francese) mette in imbarazzo Mélanie. Nel dialetto locale, le patate vengono chiamate « las truffas ». La ragazza si rivolge allora a Maximin. Ma la « bella Signora » la previene, continuando il suo discorso non più in francese, ma nel dialetto dei ragazzi: « Voi non capite, figli miei? Ve lo dirò diversamente. Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che verrà cadrà in polvere, quando lo batterete. Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa, i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno. Gli altri faranno penitenza con la carestia. Le noci si guasteranno e l' uva marcirà ». A questo punto, la donna affida un segreto a Maximin e poi a Mélanie; quindi prosegue: « Se si convertono, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi. Fate la vostra preghiera, figli miei? ». « Non molto, Signora », rispondono entrambi. « Ah, figli miei, bisogna proprio farla, sera e mattino! Quando non potete far meglio, dite almeno un Pater e un ' Ave Maria; quando potete fare meglio, ditene di più. A messa, d' estate, vanno solo alcune donne anziane; gli altri lavorano di domenica, tutta l' estate. D' inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima, vanno alla macelleria come i cani. Avete mai visto del grano guasto, figli miei? ». « No, Signora », rispondono. Allora la donna si rivolge a Maximin: «Ma tu, figlio mio, lo devi aver visto una volta con tuo padre, verso la terra di Coin. Il padrone del campo disse a tuo padre di andare a vedere il suo grano guasto. Vi andaste tutti e due, prendeste in mano due o tre spighe, le stropicciaste e tutto cadde in polvere. Al ritorno, quando eravate a mezz' ora da Corps, tuo padre ti diede un pezzo di pane dicendoti: "Prendi, figlio mio, mangia ancora del pane quest' anno, perché non so chi ne mangerà l' anno prossimo, se il grano continua in questo modo"». « Oh, sì, Signora, ora ricordo: prima non me lo ricordavo! », risponde Maximin. La donna riprende a dire in francese: «Ebbene, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo». Poi inizia a muoversi, attraversa il ruscello e, senza voltarsi, ripete: « Andiamo, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo ». La « bella Signora » risale il sentiero sinuoso che porta al Collet e si eleva da terra; i pastorelli la raggiungono e si accorgono che guarda prima il cielo e poi la terra. A quel punto, la donna inizia a fondersi nella luce, e quest' ultima, a sua volta, scompare.

4. L' ACCOGLIENZA DEL FATTO E L' APPROVAZIONE DELLA CHIESA

Testimoni di un evento straordinario, Maximin e Mélanie ritornano a valle, e sarà lo stesso Maximin a darne notizia sia al suo padrone, Pierre Selme, che al padrone di Mélanie, Baptiste Pra. La mattina seguente Pierre Selme e Baptiste Pra inviano i pastorelli dal parroco del villaggio de La Salette, Jacques Perrin, che, toccato dal racconto dei ragazzi, parla subito dell' apparizione nell' omelia domenicale. Da questo momento inizia il lungo cammino d' indagine sull' accaduto per verificarne la veridicità. Il vescovo di Grenoble, mons. Philibert de Bruillard, è ufficialmente informato del fatto il 5 ottobre 1846, attraverso la lettera dell' arciprete di Corps, Pierre Mélin: «Desidero comunicare a sua Eccellenza la cosa più straordinaria che io abbia inteso da quando esercito il ministero. Mi atterrò ai dati principali: sabato 19 settembre due bambini della parrocchia di Corps hanno visto, verso le tre o le quattro del pomeriggio, una Signora… » Leggendo questa lettera, il vescovo di Grenoble ha l' impressione che il curato Mélin sia troppo preso dalla fretta di trarre conclusioni. Quindi scrive a margine della lettera « à examiner de nouveau » (« da riesaminare »), chiedendo all’arciprete di Corps maggiori informazioni. Senza però nemmeno attendere la risposta di Mélin, mons. de Bruillard il 9 ottobre invia una lettera circolare a tutti i preti della sua diocesi e, ricordando loro le prescrizioni sinodali del 1829, li invita ad astenersi dal dichiarare miracoli nuovi senza l' autorizzazione del vescovo e della Santa Sede, aggiungendo: « Non abbiamo fatto alcun pronunciamento sui fatti in questione. La saggezza e il dovere ci impongono, dunque, il più grande riserbo e, in modo particolare, un silenzio assoluto in materia durante la predicazione ». Il 12 ottobre Mélin risponde al vescovo cercando di prevenirlo in qualsiasi dubbio. Ma mons. de Bruillard non si accontenta delle sue informazioni e quindi fa continuare le ricerche fino a che non istituisce una commissione apposita che presiede lui stesso. La prima riunione della commissione ebbe luogo l' 8 novembre 1847 Dopo quattro anni di ricerche, il 19 settembre 1851 mons. de Bruillard firma il decreto di approvazione dell' apparizione della Vergine a La Salette, decreto che verrà pubblicato il 10 novembre. E’ singolare l' introduzione del vescovo: « Nonostante il naturale candore dei due ragazzi... nonostante la costanza e la fermezza della loro testimonianza... per lungo tempo noi abbiamo dovuto mostrarci scettici e incapaci di ammettere, in modo incontestabile, un avvenimento così meraviglioso... Così abbiamo cercato con cura meticolosa tutte le ragioni per rigettarlo e non ammetterlo, sebbene una folla di anime pie lo avesse accolto con grande risonanza ». Si può riconoscere, in queste parole, la saggezza della Chiesa che non corre mai nei suoi giudizi; dopo una serie di considerazioni, il decreto così continua: « Art. 1 - Noi giudichiamo che l' apparizione della santa Vergine a due pastorelli il 19 settembre 1846, su una montagna della catena delle Alpi, situata nella parrocchia de La Salette... porta in se stessa tutti i caratteri della verità, e che i fedeli hanno fondate ragioni per ritenerla indubitabile e certa. Art. 2 - Noi crediamo che questo fatto acquisti un nuovo grado di certezza per l' accorrere spontaneo e immenso di fedeli sui luoghi dell' apparizione... Art. 3 – E’ per questo, per testimoniare a Dio e alla gloriosa Vergine Maria la nostra viva riconoscenza, che noi autorizziamo il culto a Nostra Signora de La Salette... ».

5. I MISSIONARI DI NOSTRA SIGNORA DE LA SALETTE

Al decreto di approvazione fa seguito, il 1° maggio 1852, un altro decreto con il quale mons. de Bruillard annuncia la costruzione, sui luoghi dell' apparizione, di un santuario dedicato a Nostra Signora de La Salette e, allo stesso tempo, la costituzione di un gruppo di missionari incaricati del suo servizio, i Missionari di Nostra Signora de La Salette: « Per quanto possa essere importante l' erezione di un santuario, vi è ancora qualche cosa di molto più importante: cioè i ministri della religione, destinati al servizio del santuario stesso, all' accoglienza dei pellegrini, a predicare la parola di Dio, all' esercizio del ministero della riconciliazione, all' amministrazione del sacramento dell' eucaristia e ad essere, per tutti, i dispensatori fedeli dei misteri di Dio e dei tesori spirituali della Chiesa. Questi sacerdoti saranno chiamati i "Missionari di Nostra Signora de La Salette". La loro istituzione e la loro esistenza saranno, come il santuario stesso, un perpetuo ricordo dell' apparizione misericordiosa di Maria ». La costruzione della basilica termina nel 1865, e il 19 gennaio 1879 papa Leone XIII decreta per il santuario de La Salette il titolo di basilica minore e la solenne incoronazione della statua della Vergine « Riconciliatrice dei peccatori ». Con decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 20 giugno 1934, la Santa Sede proclama la Madonna de La Salette patrona principale dell' istituto omonimo, fissandone la festa al 19 settembre, giorno anniversario dell' apparizione. Pio XII, il 22 febbraio 1943, concede la messa e l' ufficio propri. Il testo italiano della messa in onore della beata Vergine Maria de La Salette viene approvato il 2 settembre del 1978. La Collectio Missarum in onore della Vergine Maria, edita in lingua latina nel 1986 dalla Sacra Congregazione per i Sacramenti e il Culto divino e tradotta in italiano l' anno seguente, riporta nel tempo quaresimale il formulario « Maria Madre della riconciliazione », dove si fa esplicita menzione dell' apparizione e della congregazione Ben presto, i sacerdoti diocesani chiamati a servire il santuario, e per i quali mons. de Bruillard aveva preparato un « progetto di regola », riflettendo sull' apparizione e vivendone le linee centrali di spiritualità, si sentirono chiamati a vivere la consacrazione religiosa in comunità, per dare una più significativa testimonianza dell' evento. Scrive p. Roger Castei: « La mediazione della grazia de La Salette, la richiesta spirituale dei pellegrini hanno guidato molto rapidamente questi pastori a una conversione circa la loro stessa vita e l' avvenire della loro associazione. In una lettera "fondatrice", il 4 agosto 1855, p. Francois Denaz [uno dei primi sacerdoti chiamati a servire il santuario] chiede a mons. Ginoulhiac "la vita religiosa coi tre voti" (castità, povertà e obbedienza); è profondamente convinto che "la Madonna vuole una congregazione che sia in rapporto con l' entità e l' estensione dell' opera di cui ella stessa è venuta a gettare le basi!". I voti della vita religiosa, prima temporanei poi perpetui, garantiranno a questa congregazione le condizioni di durata e di estensione. Per di più, l' avvenimento de La Salette, così approfondito e vissuto, sarà un rimedio idoneo ai mali che sgretolano la società ». Si apre così un lungo cammino di discernimento, che ha visto protagonisti i cappellani del santuario e il vescovado di Grenoble, e che sfocerà nella costituzione di una congregazione religiosa prima di diritto diocesano il 2 febbraio 1858, poi di diritto pontificio il 27 maggio 1879. Attualmente l' istituto è presente in ventun nazioni e conta circa novecento religiosi. La sua identità e la sua missione possono essere così formulate: - la congregazione dei Missionari di Nostra Signora de La Salette è chiamata a vivere la propria consacrazione battesimale e religiosa alla luce dei valori della preghiera, della penitenza e dello zelo evidenziati dall' apparizione de La Salette, dedicandosi al devoto servizio del Cristo e della Chiesa, sull' esempio di Maria, serva del Signore, completamente dedicata alla persona e all' opera di suo Figlio, che fu costituita riconciliatrice ai piedi della croce; - la sua missione è ricondurre sulla retta via della salvezza coloro che ne hanno deviato e coloro che sono incerti o vacillanti con la predicazione della parola di Dio e la celebrazione dei sacramenti; per questo si fa voce, con apostolico zelo, dei molteplici errori che si presentano nella storia umana e che attentano alla dignità della persona umana, in vista del compimento del mistero della riconciliazione, quando Dio sarà tutto in tutti.

6. LE SUORE DI NOSTRA SIGNORA DE LA SALETTE

Madame Henriette Deluy-Fabry 27, nata a Marsiglia il 30 novembre 1828, si recò molte volte pellegrina a La Salette, rimanendo affascinata dal mistero delle lacrime di Maria. Questo cammino spirituale le fece scoprire la vocazione alla vita religiosa, però non in un istituto già esistente. Si sentì chiamata a fondare un nuova congregazione, ancorata all' evento dell' apparizione secondo un triplice legame, costituito dallo spirito di immolazione e di sacrificio, dallo spirito apostolico e dallo spirito di preghiera. Nel 1866, in occasione di una visita a Roma, ebbe la possibilità di esporre questo suo progetto al papa Pio IX, da cui ricevette l' incoraggiamento a proseguire su questa strada. Ella espose le sue intenzioni anche a mons. Ginoulhiac, vescovo di Grenoble, che incaricò il suo vicario generale di fornire tutto l' aiuto necessario alla stesura delle costituzioni. Il 17 settembre 1871 il vescovo di Grenoble diede l' abito alla fondatrice e a cinque novizie, tre coriste e due converse. Il 20 dicembre 1872 le prime sette «Religiose Riparatrici di Nostra Signora de La Salette» salivano al santuario de La Salette per vivere il servizio e l' accoglienza delle pellegrine. Madame Deluy-Fabry rimase alla guida della congregazione fino al 1874, quando fu sostituita, per ragioni di salute, da suor Santa Chantal; morirà a Marsiglia il 13 giugno 1905. Successivamente, anche a causa delle leggi anticongregazioniste della Francia di inizio secolo, le Religiose Riparatrici di Nostra Signora de La Salette hanno seguito i Missionari di Nostra Signora de La Salette in Belgio e in Polonia, contribuendo alla direzione delle loro scuole apostoliche; e si sono dedicate, a Grenoble, all' assistenza dei poveri nel quartiere Notre-Dame, oltre che al servizio della Cappella dell' Adorazione. Padre Célestin Crozet, sesto superiore generale dei Missionari di Nostra Signora de La Salette, in seguito a una decisione presa con il consenso del suo consiglio, fondava nel 1928 le « Suore Missionarie di Nostra Signora de La Salette » Dopo un primo esperimento a Fourqueux, le prime sei candidate si stabilirono a Courmelles lès-Soissons nel 1929. Qui, grazie all' autorizzazione concessa dalla Sacra Congregazione dei Religiosi il 24 gennaio 1930, mons. Ernest Mennechet, vescovo di Soissons, il 2 febbraio dello stesso anno erigeva canonicamente la comunità in congregazione di diritto diocesano e ne approvava le costituzioni il 25 ottobre seguente. Queste suore avevano il compito di servire i Missionari e di dedicarsi ad ogni opera di apostolato femminile. Nel 1955, su richiesta delle Religiose Riparatrici di Nostra Signora de La Salette, si esaminò un progetto di unificazione per questi due istituti femminili. I lavori durarono a lungo e terminarono nel 1965 con l' approvazione dell' autorità competente di Roma. Si diede vita così alle « Suore di Nostra Signora de La Salette », attualmente presenti in Francia, in Brasile, nelle Filippine e in Madagascar. Nella loro Regola di vita si legge: « Lo spirito di riconciliazione, come le suore lo intendono dai gesti e dalle parole di Maria nella sua apparizione, si esprime con una vita di preghiera, di sacrificio e di apostolato. La loro preghiera si unisce a quella di Maria che, in cielo, con la sua ininterrotta intercessione, non desiste di ottenere al "suo popolo" le grazie della salvezza. Il loro sacrificio si attua nell' oblazione di se stesse a Dio, rinnovata in ogni istante con l' accettazione della volontà del Padre, che le unisce, con Maria, alla vita redentrice del Cristo e al suo sacrificio sulla croce. Il loro apostolato è colmo di quest' amore che rende la Madonna così sollecita ai bisogni dei suoi figli. Quest' amore riempie il loro cuore di ansia premurosa per i poveri, i diseredati, per tutti coloro che sono nell' indigenza. Con tutta la loro vita, le suore vogliono testimoniare l' appello del Cristo alla riconciliazione e alla conversione ».

7. CONCLUSIONE

I frutti di grazia sorti dall' evento de La Salette non si esauriscono qui. Oltre alle due congregazioni (maschile e femminile) che ne portano il nome, parecchie confraternite e opere laicali di riparazione e di apostolato hanno trovato nelle parole di Maria la loro nascita oppure un nuovo slancio missionario in diverse parti del mondo. La Salette è infatti una grazia per la Chiesa intera: la celebrazione del 150° anniversario dell' apparizione (1846-1996) è un invito a riscoprirne tutta la carica evangelizzante per il nuovo e terzo millennio che ormai si affaccia alle nostre porte. Il discorso che seguirà vuole essere un umile contributo a questa sfida decisiva ed esaltante.

L’apparizione de La salette alla luce della Sacra scrittura

1. LA PROFEZIA

L' evento de La Salette si presenta nella sua organica totalità come un intervento profetico all' interno della storia degli uomini e affonda le sue radici nel mistero dell' incarnazione redentrice. La sua peculiarità consiste, principalmente, nel messaggio affidato dalla Vergine a tutta la Chiesa. Come già ricordato, quest' ultimo non è una nuova verità rivelata. Si tratta invece di un invito, di una traccia da seguire per accogliere e crescere nella definitiva rivelazione di Cristo, custodita e trasmessa dalla Chiesa. Non sempre si coglie il carattere autentico della profezia, ma spesso la si confonde con la previsione del futuro, sullo stile degli indovini e dei cartomanti di turno. Ciò accade perché la si stacca dal suo ambiente generativo, cioè l' esperienza di fede di Israele e della Chiesa condensate nella sacra Scrittura. Una volta ricondotta in questo suo ambiente nativo, la profezia è in grado di mostrare il suo carattere specifico e la perenne attualità che coinvolge i suoi due protagonisti: il Signore e la persona umana. La profezia nasce in un contesto di alleanza, cioè di reciproca appartenenza storica tra Dio e il suo popolo: non è uno speculare astratto o morale su Dio e sull' uomo, ma il respiro vitale che abbraccia due libertà, quella divina e quella umana, in continua tensione tra loro, aperte all' incontro e allo scontro. « L' esperienza profetica è dunque questa esperienza mistica e diretta della realtà e della presenza di Dio. I profeti non fanno che rivelare la natura e il carattere di Dio di cui hanno avuto una simile esperienza, e affermano le implicazioni della natura e del carattere di Dio col modo di pensare e di agire degli uomini ». Se si guardano i libri biblici che ci hanno consegnato le esperienze dei profeti, troveremo molto spesso, insieme a lamentazioni, vaticini di guai, promesse di speranza e altre immagini ancora, dei passi che si ispirano allo stile giuridico della legge del taglione. Nota il biblista Pietro Bovati: « La profezia si presenta in larga parte come una pubblica accusa, indirizzata contro i colpevoli di gravi crimini. Non però come avviene in una procedura giudiziaria, nella quale l' accusatore denuncia presso un tribunale l' autore di un delitto e mette così in moto un processo destinato a sfociare nella condanna dell' imputato. Nella profezia si tratta piuttosto della procedura della controversia bilaterale, del litigio tra Dio (che, per l' alleanza, è come un padre, uno sposo, un sovrano) e il suo popolo (che è come un figlio disobbediente, una moglie adultera, un servitore infedele); il profeta parla a nome del Signore, ripete le sue stesse parole che sono di rimprovero, ma la cui finalità è essenzialmente quella di indurre il peccatore alla conversione, e portare così entrambi alla riconciliazione. Ecco allora che la profezia, pur usando toni severi, propone sempre una possibilità di pentimento e di perdono (Is 1,19-20; Ger 3,13-14; 25,3-7; 36,3; Am 5,4-6.14-15; ecc.). Essa ha senso proprio rivolta a chi non ascolta, a chi ha bisogno di essere scosso nel suo cuore e indotto a riflettere e a cambiare vita. Perciò stesso la profezia rivela la fedeltà di Dio alla sua alleanza, la sua incredibile pazienza (Es 34,6; Gio 4,2; Na 1,3; ecc.), la sua natura misericordiosa (Ger 3,12; 31,20; Os 11,8-9; ecc.). Invece di svilire il senso della parola di Dio, il non ascolto da parte del popolo esalta maggiormente l' iniziativa amorosa di Jhwh e rivela una gratuità e una generosità assolutamente divine».

2. LA FIGURA DEL PROFETA NELLA RIVELAZIONE ANTICOTESTAMENTARIA

Dopo aver gettato questo sguardo d' insieme sul fenomeno profetico, è utile ora fermarsi sulla persona del profeta, per tentare di coglierne l' esperienza profonda, vale a dire la sua identità e la sua missione. A tale proposito bisogna però confessare che « il messaggero antico testamentario lo incontriamo avvolto in tale varietà di forme che non riusciamo a profilarne l' identità: può levarsi in piedi nella corte dichiarando colpevole il monarca e nascondersi fuggitivo nel deserto; come giunco squassato dai propri insuccessi può invocare la morte; lo convocano al palazzo, viene espulso dal paese, è predicatore nei templi... ». Voler produrre una definizione precisa e puntuale del profeta sembra dunque un' impresa destinata all' insuccesso: il profeta non è il prodotto di una catena di montaggio. Ogni profeta ha una sua esperienza personalissima dell' incontro con il Signore, ed è questa che trasfonde negli scritti che ci conservano la testimonianza della sua predicazione. Nonostante questo, è però possibile individuare, grazie all' analisi letteraria e teologica di questi scritti profetici, tutta una serie di caratteristiche che si ritrovano, ciascuna con sfumature e accenti propri, in ogni singolo profeta. Egli è innanzi tutto un chiamato: a rendere tale il profeta è la vocazione che riceve dal Signore. Che questo sia l' elemento decisivo e capitale, lo si ritrova confermato anche dalla cura che i profeti hanno avuto nel raccontare l' esperienza della propria chiamata. Pertanto è a partire dalle narrazioni di vocazione che si può comprendere il significato della figura profetica e la sua funzione nello sviluppo della vita di Israele. Le vocazioni profetiche ci presentano degli uomini pienamente inseriti nelle vicende storiche del popolo cui appartengono: un popolo particolare, perché eletto e chiamato a sua volta. Non si è profeti accanto a un popolo o al di sopra di un popolo: si è profeti all' interno di un popolo. Questa solidarietà reciproca si rivela decisiva, perché si pone come orizzonte di significato per lo stesso essere profeti: si è tali per guidare Israele nel cammino di fede e di obbedienza al Signore sempre presente e fedele all' alleanza. La consacrazione del profeta ad opera dello Spirito di Dio che si posa su di lui non va dunque intesa come separazione dal mondo e dalla storia, ma come apertura alla mediazione tra il divino e l' umano. La duplice solidarietà del profeta con il Dio dell' alleanza e con Israele lo rende «mediatore qualificato» del piano di salvezza. In questo senso, il profeta diviene partecipe dello « statuto vocazionale » di Abramo, quale ci è descritto in Gn 18,17-33. Lì il padre dei credenti si fa mediatore per Sodoma e Gomorra; anzi « Abramo si pone nella condizione dell' intercessore. E questo un modo particolare di rapportarsi all' umanità. Egli è benedizione per i popoli, posti sotto l' ira divina, nella misura in cui li toglie dalla maledizione sovrastante e li inserisce nella benedizione ». La mediazione di Abramo e del profeta parte quindi dalla coscienza che Israele è chiamato da Dio ad essere benedizione per sé e per il creato intero: « Siccome Abramo è il tramite della benedizione per tutte le genti, egli ha il diritto d' intervenire presso Dio in ogni questione riguardante l' umanità. Così Dio non può tenere nascosto al suo benedetto il disegno di distruggere Sodoma. E allora Abramo, che pure sa di non essere altro che polvere e cenere, ha l' ardire di intercedere presso di lui in favore delle genti maledette a causa dei loro peccati ». Guidare Israele nel cammino di fedeltà e di obbedienza al Signore significa allora, per il profeta, fare memoria con la propria vita e il proprio annuncio della vocazione originale di Israele ad essere benedizione per la storia e il mondo. In questo senso, egli è « sacramento », ossia segno visibile e intelligibile, della presenza di Dio in mezzo al suo popolo e del suo progetto salvifico. L' esistenza « sacramentale » del profeta suppone in lui una trasformazione profonda: «Esaminando l' eletto dal di dentro scopriamo una vocazione = incontro con Dio, plasmata in tre momenti: certezza di una chiamata, esperienza di un cambiamento, coscienza di missione. Così l' eletto scopre la responsabilità nella salvezza di altri, la necessità della sua profonda trasformazione. [...] Il soggetto rimane convertito, strappato agli interessi particolari e aperto all' esigenza di Dio, con la quale si deve identificare». Proprio questa esigenza di Dio porta il profeta a farsi rappresentante del popolo di fronte al Signore in un legame di reciproca responsabilità, che non deve venir meno di fronte al peccato e all' abbandono dell' alleanza. E molto significativo, a questo proposito, un midrash su Elia, il grande profeta d' Israele, che giunge, fuggiasco dal suo popolo, al monte Oreb (1Re 19,9-14). Ne riportiamo i passi più significativi. «Quando il Santo, egli sia benedetto, disse ad Elia: Cosa fai qui Elia?, Elia avrebbe dovuto dirgli: Signore del mondo, sono i tuoi figli, i figli di coloro che hai scelto, i figli di Abramo, Isacco e Giacobbe che hanno fatto la tua volontà nel mondo. Non solamente non disse questo, ma disse: Sono stato zelante nei confronti del Signore delle schiere; immediatamente il Santo, egli sia benedetto, cominciò ad usare parole di consolazione e gli disse: Quando mi sono rivelato per dare la Torah a Israele, si sono manifestati con me gli angeli del servizio che volevano unicamente il bene di Israele, come è detto: Dio disse: Esci, stai sul monte davanti al Signore. Ed ecco il Signore passa e un vento grande e forte, che spezza i monti e rompe le rocce davanti a lui. Il Signore non è nel vento. [...] Cosa fece il Santo, egli sia benedetto? Aspettò tre ore, ma Elia ancora restava nella sua posizione iniziale e disse una seconda volta: Sono stato zelante nei confronti del Signore delle schiere. In quel momento il Signore, egli sia benedetto, disse ad Elia: Vai, torna sulla tua strada verso il deserto di Damasco e ungi Hazael re di Aram, Jehù figlio di Nimshì re di Israele ed Eliseo figlio di Shafat di Avel Meholah come profeta al tuo posto. Quello che è nelle tue intenzioni, io non posso farlo ». Così commenta questo brano Benedetto Carucci Viterbi: « Lo zelo di Elia, che è contro il popolo di cui sottolinea l' abbandono del patto, è considerato una mancanza. Il profeta deve cercare di prendere le difese del popolo di fronte a Dio - si pensi a Mosè, che dopo l' episodio del vitello e quello degli esploratori è comunque completamente dedito al popolo - anche quando quest' ultimo sbaglia. E il paradosso del ruolo del profeta che rimprovera costantemente la collettività dei suoi errori, ma deve comunque prenderne le parti di fronte a Dio. Se il popolo non è difendibile direttamente, l' arringa deve basarsi sui meriti acquisiti con i progenitori: Elia in questo frangente persiste nella sua posizione anche dopo che Dio, attraverso la sua manifestazione, fa esplicito riferimento al dono della Torah, altro grande merito a cui avrebbe potuto riferirsi nella sua difesa del popolo » . Chiamato a fare dell' alleanza la ragione della sua vita e di quella del suo popolo (cfr. Is 42,1-4), il profeta non può e non deve esimersi dal denunciarne l' inosservanza e i tradimenti. Il suo obiettivo però rimane la conversione e la riconciliazione dei suoi fratelli (Ger 2,4 - 4,4; 30,1 -31,40), e lo coinvolge in una mediazione e intercessione realmente efficaci. Nella sua mediazione, il profeta incontra l' « ira di Dio » per il peccato del popolo. Osserva giustamente, a questo proposito, il teologo Jùrgen Moltmann: « Quella che l' Antico Testamento chiama ira di Dio, non rientra nella trasposizione antropomorfa degli affetti inferiori e umani in Dio, bensì in quella del pathos divino. La sua ira è amore ferito e quindi un modo di reagire all' uomo. L' amore è la sorgente e la possibilità di fondo per l' ira divina. Indifferenza nei confronti della giustizia e dell' ingiustizia significherebbe che Dio decade dall' alleanza. La sua ira invece è l' espressione dell' interesse che egli permanentemente nutre nei confronti dell' uomo. In quanto amore ferito, l' ira divina non è innanzi tutto un intervento di Dio, bensì la sua sofferenza per il male. E’ un dolore che promana dal suo cuore aperto. Egli soffre perché ama ardentemente il suo popolo » Solo in questo senso il profeta è voce «critica»: a partire dalle grandi opere compiute da Dio per il suo popolo, il profeta è in grado di svelare la vera natura e le reali dinamiche della storia presente, per illuminare il futuro o il non futuro che in esse si cela (cfr. Is 30,1 - 31,9). Guidato dallo Spirito del Signore, egli svela le motivazioni e i progetti che muovono le scelte umane e, confrontandole con la parola e il progetto di Dio, ne dichiara la validità o l' invalidità, ossia la capacità o meno di generare un avvenire sempre più pieno di speranza e di umanità.

3. CRISTO SIGNORE, PERFETTO E COMPIUTO PROFETA

Gesù di Nazaret unisce nella sua persona questi aspetti che costituiscono la vocazione profetica e, in quanto lui stesso è la pienezza della rivelazione, non solo li porta alla loro massima espressione, ma ne fornisce anche la spiegazione ultima. Parlando di Gesù, siamo abituati a conferirgli dei titoli (cioè gli appellativi che esprimono la sua identità e missione), ad esempio come messia, Signore, redentore, figlio dell' uomo, sommo sacerdote. Più raramente ci accostiamo a lui come a un profeta. Ciò, però, non deve destare meraviglia, soprattutto se teniamo in debito conto la testimonianza della sacra Scrittura. Scrive, infatti, Rinaldo Fabris: « Il primo e più antico modello, che sta alla radice degli altri modelli e titoli cristologici, può essere fatto risalire alla grande tradizione profetica. [...] Gesù stesso si autopresenta riferendosi al modello del profeta. [...] A questo modello profetico può ricollegarsi anche la ripresa dell' immagine del Servo, rappresentante ideale della comunità e incaricato di una missione eccezionale che va oltre i confini di Israele ». Approfondiamo queste affermazioni. Già la tradizione ebraica aveva pensato al messia come ad un profeta simile a Mosè e anche più grande. Questa linea di pensiero trova le sue origini nel testo di Dt 18,15.18 (Mosè dice: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, fra i tuoi fratelli,in mezzo a te, un profeta come me; lui ascolterete ». E il Signore conferma: « Susciterò per loro, in mezzo ai loro fratelli, un profeta come te, porrò le mie parole sulla sua bocca, ed egli dirà loro tutto ciò che gli ordinerò »). Ma con l' esperienza dell' esilio in Babilonia e della distruzione di Gerusalemme, questa concezione del messia come nuovo e più grande Mosè viene integrata con la figura del giusto sofferente, che raggiunge il suo culmine nelle profezie sul Servo sofferente del Signore contenute nel libro di Isaia. Scrive Mario Cimosa: « Dietro questa situazione di sofferenza del Servo c' è l' esperienza della sofferenza fatta dagli anawim durante l' esilio. [...] Il loro pianto pieno di angoscia risuona in più di un salmo (Sal 44; 74; 79). Certo, questo "resto" dei giusti, vera anima della nazione, chiamati da Dio a convertire i compatrioti, ma spesso rifiutati da loro (pensiamo a Geremia), consegnati alla morte per i peccati degli altri, sono il vero Israele, servo del Signore (Is 41,8-16; cfr. 49,3) ». E a questa figura che Gesù in persona si rifà per annunciare il suo destino di morte e risurrezione e spiegarne il senso e la portata salvifica. Egli, infatti, ha avuto chiara coscienza di essere il profeta ultimo e definitivo (escatologico), e la sua passione viene linguisticamente descritta dai vangeli con continui riferimenti ai canti del Servo sofferente del profeta Isaia. A questo proposito Francesco Duci afferma: « Quegli oracoli ebbero per Gesù un' importanza quasi autobiografica. Gli servirono infatti come mezzo linguistico per esprimere la coscienza che aveva di sé e della sua missione, per formulare quel senso fondamentale che da sempre attribuiva al suo comportamento di assoluta dedizione al Padre e agli uomini. Gli servirono soprattutto nell' andare incontro alla morte, da vivere come l' ora del dono supremo di sé per la redenzione dei molti (cfr. Mc 10,45), in remissione dei loro peccati (cfr. Mt 26,28). Quei carmi commentano la sua vita e la sua morte, così come le ha intese lui stesso. Sono dunque lo specchio interposto del suo mondo interiore, la radiografia discreta del suo cuore di uomo interamente esistente per gli altri ». In quanto profeta escatologico, Gesù è l' unto dello Spirito, colui che possiede lo Spirito. Egli, in quanto Figlio di Dio, vive in comunione con lo Spirito trinitario: questa relazione sussiste fin dal momento del suo concepimento nel grembo verginale di Maria e lo accompagna lungo tutto il corso della sua vita. Ma il giorno del battesimo nel Giordano da parte di Giovanni, Gesù riceve un suo influsso ulteriore e specifico (quello di « Spirito profetico ») nella linea dei grandi profeti ebraici, in vista della missione che lo attendeva. Si potrebbe dire che, al Giordano, Gesù riceve l' investitura (la chiamata) a sommo profeta escatologico, nella linea del Servo del Signore, « consegnato » per la salvezza degli uomini. Come per i profeti anticotestamentari, la vocazione di Gesù a sommo profeta non è un processo di allontanamento dalla storia, ma semmai di inserimento sempre più profondo. E la storia di Israele ha, come abbiamo visto, una dimensione essenzialmente salvifica: la sua peculiarità non consiste nell' evoluzione dei rapporti socio-economico-politici, quali le forme dello stato e della produzione. La sua originalità sta nel legame di alleanza con Dio e nell' evoluzione di questo rapporto, testimoniata dalla speranza messianica. L' affermazione che Gesù, in quanto profeta escatologico, si inserisce sempre più profondamente nella storia del suo popolo, si situa precisamente a questo livello. Sempre Rinaldo Fabris scrive: « Gesù, che inaugura la sua attività con l' annuncio programmatico relativo all' irrompere del regno di Dio e lo rende presente con la sua attività liberatrice, si inserisce nell' attesa messianica che riguarda proprio l' instaurazione del regno di Dio per mezzo di una figura storica ». In questa prospettiva, Gesù si fa pienamente solidale con i suoi fratelli, cosciente di essere il supremo e nuovo mediatore tra Dio e il suo popolo; con lui e in lui l' alleanza si prepara a vivere il salto definitivo, passando dalle tavole di pietra, dove era incisa la legge, nel cuore degli uomini. Questo passaggio, che è una vera nuova creazione, permette di dire, con Josef Blank, che « Gesù non è soltanto l' unico e singolarissimo mediatore della salvezza; egli è al tempo stesso l' esemplare di ciò che si deve intendere per salvezza. Come dice chiaramente - ancora una volta - Giovanni, il Salvatore è lui stesso la salvezza ». L' esistenza di Gesù, come quella dei profeti, è dunque sacramentale a un duplice livello: in lui, infatti, si può ravvisare sia la pienezza definitiva del dono di Dio all' uomo, sia la pienezza ultima della risposta umana al dono di Dio. E’ per questo, la sua stessa persona diventa alleanza. Gesù ha una chiara consapevolezza di questa realtà, e la esprime invitando chi lo ascolta a vivere come lui. Gesù, infatti, pone sempre se stesso come fondamento della relazione con Dio e dichiara apertamente che non è possibile incontrare il Dio dell' alleanza al di fuori di lui. Egli critica e processa apertamente il peccato del popolo e dei singoli, svelandone la vera natura e le nefaste conseguenze per l' uomo, la società e il mondo. Ma il punto di partenza di tale critica rimane la sua particolarissima e personale esperienza di Dio e il conseguente modo di agire, e non un insieme di leggi o di tradizioni. L' obiettivo di questa critica rimane sempre, però, la riconciliazione. Quindi anche l' offerta di riconciliazione è un venire a lui: vale qui quanto affermato per l' alleanza. Gesù è, nella sua persona, riconciliazione e benedizione. Accogliere l' offerta di riconcilazione del regno di Dio significa accogliere la persona e la prassi di Gesù (ossia il vangelo) e condividerla esistenzialmente. Osserva Jean Guillet: « La santità manifestata dal vangelo di Gesù Cristo mette a nudo la menzogna nascosta in tutti i cuori (Rm 3,4), riduce al silenzio ogni bocca (Rm 3,19) e fa rifulgere il trionfo del Dio veridico. Ora questo trionfo è nello stesso tempo la salvezza dell' uomo. Perdendo il suo processo, il peccatore che accetta la sconfitta e rinuncia a difendere la propria giustizia (Fil 3,9) per credere al perdono, alla grazia e alla giustizia di Dio in Gesù Cristo, ottiene con ciò stesso la sua giustificazione (Rm 3,21-26), il suo pregio e il suo valore di fronte a Dio». Consapevole di essere lui stesso alleanza e riconciliazione, Gesù chiama a sé il nuovo popolo escatologico di Dio e se ne fa costruttore. Così commenta Mauro Laconi: « Il sogno profetico della convocazione di tutti i popoli attorno a Israele (Is 2,1-5; 25,6-8; 66,18-22; Mic 4,1-3) rivive nello spirito di Gesù che lo riformula con l' originalità suggeritagli dalla particolare e drammatica vicenda personale. Per questo, proprio pensando a tutti i popoli della terra, si dedica, sempre nello spirito dei profeti, a ricomporre il popolo di Dio disperso (Ez 34,16.23; Ger 50,6). suo sforzo personale di unire il gregge sbandato di Israele, dedicando tutte le sue energie a quel popolo stanco e sfinito come pecore senza pastore (Mt 9,36), persegue appunto lo scopo di farne il popolo messianico, il vero autentico popolo di Dio stretto attorno al messia, centro di attrazione e di salvezza per tutte le genti ». Il culmine dell' opera profetico-messianica di Gesù è il mistero pasquale: qui egli spinge al massimo la sua solidarietà salvifica e riconciliatrice con Dio e con gli uomini. La morte di Gesù rappresenta il compimento del suo essere Servo e della sua autodedizione incondizionata per la vita degli uomini. La verità della persona di Gesù (cioè della sua identità, del senso della sua vita) emerge e risplende nel suo amore fino alla morte, e da quella morte particolare, storicamente datata e pure singolarissima, scaturisce la salvezza di tutti. Con la sua morte, Gesù non è tanto colui che sacrifica qualcosa a Dio nel culto, ma è colui che si dona come sacrificio vivente, cosciente e personale al Padre. La morte di Gesù è un sacrificio esistenziale, reale: è l' espressione perfetta della religiosità profetica, che ha sempre combattuto una relazione di alleanza con Dio puramente e solamente rituale, senza alcun influsso nella vita e nei rapporti quotidiani. In questo senso si deve riconoscere che è tutta l' esistenza umana di Gesù culminata nella sua morte e risurrezione che riconcilia l' umanità intera con Dio. In Gesù si trova il senso ultimo della vocazione profetica: egli è l' alleanza di riconciliazione, colui che supera la maledizione facendosi egli stesso maledizione, la possibilità reale di speranza e di futuro, la benedizione definitiva del Padre da cui scaturisce lo Spirito che rinnova l' uomo perché lo rende grazia per se stesso, per l' umanità, per l' universo. Questo approccio al mistero dell' incarnazione redentrice proietta la sua luce nel campo sia dell' ecclesiologia (la riflessione teologica sull' identità e la missione della comunità cristiana, sia della mariologia (la riflessione teologica su Maria e la sua missione nella storia). Nel campo dell' ecclesiologia, perché non si può dare la Chiesa senza Gesù: la comunità di fede è, infatti, il sacramento vivente del Risorto nella storia, la sua presenza attiva e operante in mezzo agli uomini di ogni tempo e di ogni cultura, chiamata a prolungarne la missione liberatrice di salvezza. Se la Chiesa è dunque chiamata ad essere il volto di Gesù nella storia, non potrà fare a meno di esprimere anche l' aspetto e la coscienza profetica del Cristo. Nel campo della mariologia, perché la missione della Vergine non si può ridurre al puro fatto biologico dell' essere madre di Gesù. L' esistenza di Maria è stata contrassegnata in modo indelebile dal suo credere e dal suo aprirsi al discepolato del suo Figlio. In questo senso, l' esperienza personale della Vergine è in grado di mostrare all' intera Chiesa (di ogni tempo e luogo) quel che deve essere, ossia la comunità di coloro che condividono l' esistenza e gli atteggiamenti del Cristo, non ultimo quello profetico.

4. È POSSIBILE UN PARALLELISMO TRA CRISTO PROFETA E MARIA A LA SALETTE?

A La Salette Maria sembra effettivamente mostrare gli atteggiamenti fondamentali della vocazione profetica testimoniata dalla sacra Scrittura e vissuta da Gesù. Cercheremo pertanto di ritrovare, all' interno dell' apparizione, gli elementi che abbiamo evidenziato nei paragrafi precedenti. Il profeta è tale in base alla chiamata: è la vocazione ricevuta dal Signore che garantisce la verità della sua parola e della sua missione. L' autocoscienza vocazionale ha quindi un valore apologetico: deve giustificare geneticamente (cioè nella sua origine) la genuinità di una funzione carismatica. Maria, a La Salette, dice: «Avvicinatevi, figli miei, non abbiate timore, sono qui per annunciarvi un grande messaggio. [...] Da quanto tempo soffro per voi! Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni mi è stato affidato il compito di pregarlo incessantemente per voi. [...] Per quanto pregherete o farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi ». Ci troviamo di fronte a un attestazione di carattere vocazionale: Maria presenta qui la sua propria e peculiare vocazione alfine di garantire - chi ascolta - sulla verità della sua missione profetica. La vocazione particolare cui la Vergine fa riferimento consiste nella preghiera («Mi è stato affidato il compito di pregarlo incessantemente per voi ») e nell' annuncio della parola («Sono qui per annunciarvi un grande messaggio»). Sia la preghiera che 1' annuncio della parola hanno un preciso punto di riferimento, colui che Maria chiama «mio Figlio ». Ciò significa che la vocazione di Maria è essenzialmente relazione al Cristo, e che non può essere pensata al di fuori di questo rapporto (VMFJS 19): Maria prega il Signore Gesù e annuncia il Signore Gesù. Il vangelo di Giovanni, raccontando l' episodio delle nozze di Cana, dove per la prima volta parla della Vergine (Gv 2,1-12), registra una dinamica simile: Maria prega suo Figlio (Gv 2,3b: «La madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino ») e annuncia suo Figlio (Gv 2,5: «La madre dice ai servi: Fate quello che vi dirà»). Preghiera e annuncio della parola hanno però anche un altro punto di riferimento altrettanto specifico: coloro che la Vergine chiama « voi/figli miei ». In quanto vocazione in Cristo, la vocazione di Maria è relazione alla Chiesa e all' umanità. Anche questa realtà è testimoniata dal vangelo di Giovanni: nell' ora della croce Gesù si rivolge a sua madre e le affida il discepolo amato: « Donna, ecco il tuo figlio! » (Gv 19,26b). Va dunque sottolineato come Maria non possa essere pensata fuori da questa relazione con gli uomini. La vocazione di Maria significa dunque relazione al Cristo e, per suo mezzo, relazione all' uomo e alla sua storia (VMFIS 21). La Regola di vita dei Missionari di Nostra Signora de La Salette così descrive l' autocoscienza vocazionale dei suoi membri alla luce dell' apparizione: «Come discepoli di Cristo, viviamo in comunione con lui. Come apostoli, seguendo il suo esempio, ci lasciamo guidare dallo Spirito perché si compia il disegno d' amore del Padre. La nostra vita sarà caratterizzata dalla preghiera e al tempo stesso dall' impegno apostolico a servizio degli uomini per il regno di Dio» (RdV, prima parte, n. 24). Sorprendono molto (se addirittura non sconcertano), però, le parole che Maria usa a La Salette per qualificare la sua preghiera: «Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni...». Ed espressioni simili userà più in là per definire l' annuncio della parola: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo ». Dal momento che queste espressioni manifestano l' autocoscienza vocazionale di Maria (preghiera e annuncio della parola), vanno lette in parallelo: non bisogna cioè trovare una spiegazione singola e autonoma per ognuna di loro, ma una chiave di interpretazione comune. Questa chiave va cercata nella sacra Scrittura. Abbiamo ricordato l' episodio delle nozze di Cana, nel vangelo di Giovanni; ora anche qui la preghiera di Maria e il suo annuncio della parola incontrano un atteggiamento almeno imprevisto da parte del Figlio, Gesù. Alla richiesta di Maria: « Non hanno più vino » (Gv 2,3b), egli risponde: « Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora » (Gv 2,4). Tradotta letteralmente, la frase di Gesù suona: « Che vi è tra me e te, o donna », una formula ben conosciuta dal linguaggio biblico. Essa, infatti, viene adoperata quindici volte nell' Antico Testamento e cinque volte nel Nuovo. Tale formula sta abitualmente ad indicare una divergenza, a volte lieve a volte radicale, tra due o più interlocutori. L' evangelista Giovanni la adotta e la usa nel racconto di Cana per far risaltare allora la divergenza di pensiero esistente tra Gesù e sua Madre. Infatti, mentre la Vergine nota la mancanza del vino materiale, Gesù, invece, porta il discorso ad un altro livello, il livello spirituale, ossia quello della sua ora (passione-morte-risurrezione). Allora egli offrirà un altro vino, cioè la sua parola rivelatrice, che si adempie perfettamente nell' evento pasquale. Nel vangelo di Giovanni si può assistere spesso, nei discorsi di Gesù, a questo spostamento di piano. Scrive Aristide Serra: « Gesù, dialogando con le persone che lo avvicinano, con frequenza parla in parabole (cfr. Gv 16,25.29), passa cioè dal piano delle realtà materiali a quello delle realtà spirituali, di cui quelle materiali sono figura. E quando Gesù parla in questo modo, i suoi interlocutori non capiscono. Occorre allora chiarire il discorso. Il che avviene in due maniere: o è Gesù che spiega il suo pensiero subito dopo, oppure sarà il mistero pasquale a far luce su ciò che lì per lì era rimasto oscuro ». A La Salette le parole: « Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni... » sembrano evocare, come a Cana, una situazione simile: una divergenza tra Maria e suo Figlio. Divergenza il cui significato sarebbe che Gesù, il Figlio, ha intenzione di abbandonare l' uomo e che Maria fa di tutto per evitarlo, scongiurandolo di non far cadere il suo braccio pesante (castigatore?). Ma le cose stanno realmente così? No, non stanno così. Lasciamoci ancora guidare dall' episodio delle nozze di Cana. Ai fini della sua corretta comprensione, infatti, non basta rilevare la divergenza di pensiero esistente tra Maria e Gesù: bisogna chiedersi qual è la funzione che Giovanni le attribuisce. La risposta si trova nelle parole di Maria stessa: « Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). La Vergine non aveva compreso il discorso di Gesù, ma si rimette completamente e incondizionatamente alla sua volontà: la divergenza di pensiero ha quindi la funzione positiva di suscitare la fede, e pertanto di unire indissolubilmente il Figlio e la Madre. Quello che noi avremmo definito un blocco si rivela, in realtà, la più grande forma di comunicazione e di condivisione. Scrive ancora Aristide Serra: «In presenza del Cristo messia, nuovo Mosè, fiorisce sulle labbra di Maria l' espressione di fede che era tipica di tutto il popolo eletto in ordine all' alleanza. Se Israele prometteva: "Quanto il Signore ha detto noi lo faremo" (Es 19,8; cfr. 24,3.7), ora Maria dice: "Quanto egli vi dirà, fatelo" (Gv 2,5) ». A La Salette, si ritrova il medesimo dinamismo: la funzione della divergenza (« Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni...») non è negativa, ma positiva («Mi è stato affidato il compito di pregarlo continuamente per voi»). Ci troviamo di fronte non all' opposizione irriducibile di due persone che la pensano diversamente tra loro, ma all' abbandono totale e incondizionato della Madre nel Figlio. Meglio ancora, all' abbandono di fede della Madre nel mistero pasquale del Figlio (come a Cana, Gv 2,5) e alla sua partecipazione ad esso (come presso la croce, Gv 19,25). Se la funzione di questa parte del discorso di Maria la sua vocazione alla preghiera) è positiva, ciò vuol dire che tale positività dovrà essere ritrovata anche nelle parole che qualificano la vocazione di Maria all' annuncio della parola: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo ». Non si può negare che anche qui la prima impressione sia quella di un Cristo giudice tremendo che viene disperatamente trattenuto da Maria; impressione confermata, purtroppo, da una secolare predicazione che ha amplificato questi temi, e oggi sostenuta dal movimento melanista, che gioca tutte le sue carte facendo leva sulle paure di fine millennio. Di fatto, però, questa posizione risente della mancanza di approccio biblico e teologico alle parole di Maria. Come abbiamo visto, la vocazione profetica annovera tra i suoi caratteri principali la solidarietà e l' intercessione mediatrice del mistero pasquale Gesù porta questi atteggiamenti alla loro massima espressione e spiegazione. Nell' ora di Gesù è presente Maria, che, come discepola perfetta, condivide con lui la missione salvifica, entrando in maniera del tutto singolare in questo mistero di solidale mediazione. Quindi il braccio pesante di cui Maria parla deve essere trovato all' interno di questa esperienza, non fuori di essa. Il che significa ritornare nuovamente alla sacra Scrittura. Proprio la parola di Dio ci offre il passo di Es 17,8-13a, che può aiutare a comprendere l' esatto significato delle parole della Vergine. Lo riportiamo interamente. « Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè: "Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio". Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l' altro dall' altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo » (Es 17,8-13a). Questo brano presenta molti elementi comuni con l' evento de La Salette. Li elenchiamo: - la montagna come luogo dell' azione salvifica; - la situazione di pericolo in cui il popolo si trova; - le braccia tese; - la fatica dovuta alla tensione delle braccia; - la presenza di persone che sostengono queste braccia; - la salvezza in certo qual modo connessa con il sostenere le braccia; - l' attribuzione al Signore dell' opera di salvezza; - il popolo come beneficiano della salvezza. Permangono comunque delle differenze, che riportiamo egualmente: - il salire sulla collina di Es 17,10 rispetto al movimento di discesa presente nell' apparizione; - la sequenza stare ritti-sedersi di Es 17,11-12 rispetto alla sequenza inversa sedersi-alzarsi dell' apparizione. Queste differenze possono essere spiegate a partire dalla diversità esistente tra l' evento fondante della fede di Israele e quello della fede cristiana. Israele trova la sua origine e identità nel fatto dell' esodo dall' Egitto, e lo ha letto come un salire verso il Signore: « Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: "Questo dirai alla casa di Giacobbe e annunzierai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all' Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà fra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa". Queste parole dirai agli Israeliti» (Es 19,3-6). La Chiesa trova la sua origine e la sua identità nella kenosi del Signore Gesù, cioè nel suo abbassamento: « Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre » (Fil 2,6-11). La ragione della differenza è quindi di natura cristologica, e serve a far risaltare la novità irriducibile e la centralità assoluta del Signore Gesù nel processo della rivelazione divina. Anche se non esiste un consenso unanime tra i biblisti, alle braccia innalzate di Mosè viene attribuito un valore salvifico: esse sono segno di intercessione efficace presso il Signore a favore di tutto il popolo (« Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte », Es 17,11a). L' intercessione però risulta essere una missione faticosa (« Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza. [...] Quando le lasciava cadere, era più forte Amalek », Es 17,12a.1lb). Di fatto, però, la tradizione ebraica ha vi-sto in questo gesto la funzione mediatrice di Mosè in rapporto al peccato del popolo, confermando quindi la possibilità di vedere Mosè come il profeta intercessore. Il rabbino Eleazaro di Modi' in, vissuto nel Il secolo d.C., così commenta l' azione di Mosè: « Pesante era il peccato sulle mani di Mosè in quell' ora, ed egli non poteva reggerlo. Cosa fece? Si rivolse allora ai meriti dei padri, come è detto: Presero una pietra e la collocarono sotto di lui (ecco il merito dei padri), ed egli si sedette sopra di essa (ecco il merito delle madri) ». La fatica di sostenere le braccia di Mosè viene dunque messa in relazione con il peccato del popolo: la loro eventuale caduta significherebbe l' incomunicabilità della salvezza e, quindi, la non esistenza per il popolo di Dio. Mosè, profeta intercessore, è allora colui che si fa solidale con il suo popolo, respingendo la tentazione di separare la propria vita e la propria salvezza da quella dei suoi fratelli: le sue braccia innalzate sono il segno vivente di questa solidarietà faticosa. Mosè rimarrà fedele a questa sua vocazione anche nel momento estremo della sua esistenza, quando Dio gli negherà l' ingresso nella terra promessa (Dt 3,25ss) e gli preannuncia la morte. Nella morte di Mosè trovano compimento le sue braccia innalzate. Scrive Alberto Mello: « Secondo l' interpretazione spirituale del midrash, è proprio grazie al sacrificio di questa sua morte alle soglie della terra sognata, senza poter vedere realizzate le promesse di Dio, che Mosè ottiene il perdono dei peccati di Israele. Anche ora gli si pone la scelta fra la propria salvezza e quella del popolo, ma neppure questa volta ha esitazioni: "Dio disse: Mosè, se tu vuoi che prevalga (la preghiera) "fa' che io passi", annulla (la preghiera) "perdona loro", mentre se vuoi che prevalga il "perdona loro" devi annullare il "fa' che io passi". Quando Mosè nostro maestro udì questo, disse: "Signore del mondo, perisca Mosè e mille come lui, ma non si perda un' unghia di uno solo di Israele!" (Devarim Rabba, VII, 11)" ». La medesima dinamica è sottesa all' evento dell' apparizione e alle parole di Maria. Le braccia innalzate di Mosè trovano la loro spiegazione ultima nel braccio innalzato di Cristo crocifisso. Il commento di Alberto Mello così prosegue: « Nell' ascesa solitaria della montagna verso la nube oscura in cui era Dio (Es 20,21), Mosè è diventato l' amico di Dio. (…) L' intercessore è l' uomo di Dio che ha il coraggio di scendere dalla montagna per amore dei suoi fratelli, a costo di dare la vita per loro. In questo senso l' esempio di Mosè resterà il paradigma spirituale di ogni altra grande esperienza di intercessione: da Elia, che ripercorrerà lo stesso itinerario dell' Oreb, dalla solitudine alla solidarietà con il popolo infedele (1Re 19,1-18); a Geremia che si rifà a lui come a un modello (Ger 15,1); fino alla trasfigurazione di Gesù, che trova in Mosè ed Elia la sua testimonianza profetica (Mt 17,1-9 e paralleli) ». Nel braccio innalzato di Gesù, di cui Maria parla a La Salette, va scoperta non la sua ira castigatrice, ma piuttosto la sua autodedizione totale al Padre per la salvezza degli uomini. Il « braccio di mio Figlio » deve quindi rimanere innalzato, e Maria partecipa all' autodonazione salvifica di Gesù al Padre sostenendo le braccia di suo Figlio, così come Aronne e Cur sostennero le braccia di Mosè. Come Gesù si fa solidale con il suo popolo fino alla morte (Eb 2,14-18), così Maria vive con lui la fatica della nuova creazione (Gv 19,25-27; Ap 12,1-18): la vera intercessione si fa comunione solidale. Nel vangelo di Giovanni Gesù fa questa osservazione: « La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell' afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo » (Gv 16,21). E Maria a La Salette dice: « Da quanto tempo soffro per voi! (…) Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi ». Sono parole forti, che però consentono di scoprire l' infinita serietà del mistero dell' incarnazione redentrice e della sollecitudine divina per l' umanità. Il braccio del Figlio è la scuola continua dell' uscita (esodo) dalla propria solitudine alla condivisione e alla comunione che caratterizzano il profeta, l' uomo nuovo, « creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera » (Ef 4,24b). Proprio perché è chiamata a sostenere il braccio di suo Figlio, Maria può vivere autenticamente la solidarietà con gli uomini e condividerne la storia. A questo proposito, si rivela assai significativo il fatto che ella parli ora in francese ora nel dialetto locale e che faccia uso di immagini e di termini accessibili alla comprensione dei ragazzi. Colpisce, inoltre, il suo abbigliamento: è quello delle donne del popolo, costituito da un abito lungo, un grembiule ampio intorno alla vita, uno scialle incrociato e annodato dietro la schiena, una cuffia da contadina. Con un particolare in più: un diadema orlato di rose sul capo. Nella sacra Scrittura le vesti vengono considerate come il prolungamento della persona, ne garantiscono la dignità e rivelano la sua funzione sociale: la condivisione del vestito quotidiano delle contadine dell' epoca mostra Maria pienamente inserita nella storia del suo popolo, dalla parte dei poveri. La Vergine non è spettatrice disinteressata, ma regina (indossa sul capo il diadema) impegnata a esercitare la regalità ricevuta dal Padre e dal Figlio per la salvezza e la vita delle persone a lei affidate (Gv 19,25-27; LG 60-62). Scrive Stefano De Fiores: « L' assunzione comporta un cambiamento radicale in Maria con notevoli conseguenze ecclesiali ed antropologiche. [...] A somiglianza di Cristo e dei fedeli, Maria viene innalzata, elevata e intronizzata. Con queste immagini spaziali, la Bibbia intende esprimere un cambiamento non di luogo, ma di situazione. [...] Il corpo animato di Maria, cioè il suo essere globale, si trova definitivamente presso Dio ed insieme è presente nel mondo in maniera nuova. [...] La trasformazione di Maria sotto l' influsso dello Spirito le consente due prerogative: la presenza nei diversi tempi storici e spazi culturali [...] e l' esercizio in actu della maternità spirituale in quanto nulla le impedisce l' universalità di influsso nella comunicazione della grazia divina. [...] Maria è dunque la serva trasformata da Dio in regina, perché chiamata a regnare con Cristo e a condividerne il governo d' amore nel mondo » La Salette, dunque, Maria si mostra mediatrice, ma non perché si frappone tra il braccio di suo Figlio e gli uomini. E tale, semmai, proprio perché nel braccio di suo Figlio incontra gli uomini, il loro bisogno di riconciliazione, e vi si apre in maniera incondizionata: « Eccomi, sono la serva del Signore » (Lc 1,38b). In realtà, ella ricorda la vocazione profetica della Chiesa intera ad essere, in Cristo, luce delle genti (la luce è una costante di tutta l' apparizione), segno e strumento di riconciliazione e di conversione. La Chiesa, infatti, altro non è se non la concretizzazione storica e visibile del braccio innalzato del Figlio di Dio di cui la Vergine parla nell' apparizione. Inoltre, proprio perché mediatrice solidale, Maria è, a La Salette, voce « critica » per il suo popolo, piena « di forza con lo Spirito del Signore, di giustizia e di coraggio, per annunziare a Giacobbe le sue colpe, a Israele il suo peccato» (Mic 3,8). E richiama, con forza, all' alleanza fatta carne nel suo Figlio. In conclusione di questo paragrafo, vorremmo nuovamente citare le riflessioni di Stefano De Fiores: « Le apparizioni di Maria illuminano la persona di Maria e la sua funzione in continuità con i dati biblici, che costituiscono la vera e fondamentale mariofania. Maria è identificata sempre come Madre di Gesù, ma non appare personaggio del tempo passato. Ella si presenta come persona viva, luminosa, glorificata, che si interessa dei suoi figli e della sorte del mondo. [...] Maria appare per far rivivere gli atteggiamenti e l' atmosfera dell' unico vangelo. [...] Maria continua ancora ad essere la serva del Signore e a condurre a lui ».

5. LINGUAGGIO DELL' APPARIZIONE:

«Ciò che sorprende chi si avvicina all' evento de La Salette è senz' altro il linguaggio usato da Maria. Abbiamo avuto modo di vedere come sia fatto di immagini e pensieri duri, a volte minacciosi, a volte invece capaci di far balenare la luce della speranza. Comunque sia, un linguaggio forte, che non ammette mezze misure: patate che non si trovano più; noci che si guastano; uva che marcisce; bambini vittime della malattia e della morte; lavoratori che si burlano della religione e della domenica; bestemmie; persone che si comportano come cani perché in Quaresima comprano e mangiano carne; carestia e fame; rocce che si trasformano in mucchi di grano e patate che nascono da sole nei campi... Il primo passo da fare consiste, allora, nello scoprire la fonte di questo linguaggio, tenendo presente che cosa è il linguaggio stesso. Se qualcuno ci chiedesse che cosa è una lingua, forse risponderemmo subito che si tratta di un insieme di parole sottoposto a precise regole di grammatica. Questo è vero, ma non è tutto. Le parole, le frasi, non sono entità a sé stanti, ma indicano il rapporto che ci lega alle cose, agli altri o agli eventi da essi significati. In pratica, il linguaggio è la chiave che permette alle persone di entrare nella realtà, di ordinarla, di comprenderla e di entrare in relazione con essa. Parlare in un certo modo piuttosto che in un altro, scegliere alcune espressioni invece di altre, è segno della comprensione che una persona ha di se stessa e del mondo che la circonda. Un autore contemporaneo, Mario Pollo, afferma: «Il mondo dell' uomo è il suo linguaggio, dove il termine linguaggio sta a indicare la facoltà umana, e cioè la capacità umana, di produrre linguaggi, e non un linguaggio particolare. E’ il linguaggio che fornisce all' uomo la disponibilità delle potenzialità positive e negative del mondo. Lo stesso mondo materiale è indisponibile senza la mediazione del linguaggio organizzata dalla cultura sociale. La natura non dà all' uomo nessuna possibilità se essa non è letta e organizzata culturalmente da uno o più linguaggi. D' altronde lo stesso Antico Testamento narra che Dio dona all' uomo la signorìa sul creato facendogli dare un nome agli animali della campagna e agli uccelli del cielo che egli aveva creato. L' azione di dare forma linguistica alla realtà della creazione è quella che consente all' uomo di utilizzare i doni, o potenzialità, di cui la stessa creazione è portatrice ». Quindi, il fatto che Maria usi, a La Salette, un determinato linguaggio va visto come segno della sua comprensione degli eventi e delle persone: in altre parole, il parlare di Maria ci porta all' esperienza di Maria, a quello che lei ha di più profondo, al cuore della sua persona, della sua vita e del suo relazionarsi alla storia. Al centro della persona di Maria c' è Dio: è la piena di grazia (Lc 1,26-28), la Vergine che accoglie, nello Spirito, il mistero divino che si manifesta nella persona del suo Figlio Gesù (Lc 1,29-38). Maria, dunque, comprende se stessa e il mondo a partire da Gesù: il suo linguaggio nasce e si radica in questo evento fondamentale (Lc 2,15-19; 2,22-35; 2,41-50; 11,27-28). Ma le parole usate dalla Vergine a La Salette, nello stesso tempo, fanno parte del patrimonio tipico e abituale di quella gente contadina: esse riflettono il mondo di quelle persone, fatto di patate, di uva, di insetti, di offese, di dolore, di morte, di grano marcio e di grano buono, di pietre e sassi. Istruita dalla fede di Israele e dalla sequela del suo Figlio, Maria sperimenta che Dio non vuole rimanere lontano dal mondo: egli è colui che viene nella vita degli uomini, e che non può essere pensato senza fare riferimento al suo popolo. Commentando la vocazione di Mosè e la rivelazione del nome di Dio (Es 3,13-15), un teologo contemporaneo dice: « L' agiografo lascia chiaramente intendere che un dio senza popolo, un padre senza figlio, fosse pure Jhwh, non sarebbe altro che un povero Elohim errante al pari dell' arameo, errante egli pure, ma ognuno per conto suo. Prima di potersi definire in rapporto a Israele, Dio era dunque un povero Elohim in mezzo a tanti altri, senza un popolo che potesse rivendicarlo come suo Signore e padre. Piantando un giardino in Eden per collocarvi Adamo, strappando Israele al luogo pre-relazionale per farne il suo popolo e divenendo a sua volta il loro Dio, il Signore va oltre la sua precedente condizione di esistenza e si avvia verso quella condizione nuova che sarà per lui il punto di non ritorno ». Quindi per Dio è essenziale «stare con», condividere cioè la vita di coloro che lo riconoscono: la conseguenza più naturale è il sentire come proprio il mondo di coloro cui ci si è legati. Come Dio si lega alla storia, così anche il credente e, a maggior ragione Maria, viene inserito dallo Spirito in questo dinamismo divino, che culmina in Gesù: nessun luogo e nessuna cultura gli sono estranei, perché tutti vivono e si muovono immersi nella vicinanza di Dio. Sulla base di queste coordinate, si può interpretare il discorso della Vergine come parlare profetico: la parola profetica, infatti, nasce e si sviluppa nel momento in cui Dio, nel suo agire e nella sua fedeltà all' alleanza, diviene « chiave di lettura » delle esperienze e degli eventi. Dal momento che l' agire e la fedeltà divini si fanno carne e sangue in Gesù (Gv 1,14.17-18), si deve riconoscere che la parola profetica nasce e si sviluppa nella sua sequela: solo nel confronto vitale con la persona e la prassi del Rabbi di Nazaret si è in grado di contemplare la profondità dell' alleanza liberamente stabilita dal Padre con Israele e diretta a ogni popolo. L' interpretazione dell' uomo, del mondo e della storia realizzata da Maria a La Salette sono dunque segno del discepolato della Madre del Signore: discepolato costruito e maturato nell' ascolto della parola di Dio definitivamente rivelata e compiuta dal messia d' Israele. E questa parola annunciata dal Cristo che modella gli atteggiamenti vitali di Maria. Con il termine «atteggiamento» si è soliti indicare un modo di essere della persona che coinvolge le sue diverse componenti: quella cognitiva (ossia le conoscenze, le valutazioni, le informazioni, le motivazioni); quella comportamentale (il modo con cui ci si dispone ad agire); e quella affettiva (le emozioni, gli stati d' animo, i sentimenti). E’ sempre questa parola che costruisce e determina il quadro simbolico di tutta l' apparizione. E infatti da qui che si deve partire per cogliere l' esatta «lunghezza d' onda » in cui Maria si è posta il 19 settembre 1846. Ogni atto concreto del comunicare e del parlare, ossia le parole e le frasi che vengono di fatto usate, non appartengono solamente al campo del comportamento umano, della comunicazione e del parlare generico; né appartengono semplicemente a una lingua ben definita. Esse fanno parte di un determinato e distinto modo di parlare, che il filosofo Ludwig Wittgenstein definisce «gioco linguistico». Questa definizione nasce dall' analogia che intercorre tra i vari usi della lingua e i diversi giochi: un gioco, per essere tale, ha bisogno di regole che ne definiscano i partecipanti e gli obiettivi. Prendiamo gli scacchi. Qui l' identità dei vari pezzi, come il re o la torre, viene individuata non dalla loro forma (il re ha la corona più grande, la torre imita quelle vere, il cavallo lo stesso, il pedone è più piccolo, e così via), ma dalle regole convenzionali che fissano i loro movimenti: ogni pezzo può fare solo alcuni spostamenti e non altri che spettano a pezzi differenti. Analogamente, il significato di una o più espressioni linguistiche è determinato dalle regole con cui esse vengono usate in certe determinate situazioni. Queste regole costituiscono la logica particolare di ogni gioco linguistico, vale a dire la grammatica che gli permette di essere compreso, e che deve essere sempre osservata pena la non comunicazione. Alcuni esempi di «giochi linguistici »possono essere: - l' elaborare un' ipotesi scientifica e verificarla, - l' impersonare un personaggio in teatro, - il chiedere, - l' imprecare, - il salutare, - il pregare. Volendo fare un esempio, non è possibile stilare un referto medico allo stesso modo di una poesia: se qualcuno facesse così, il suo messaggio non verrebbe capito. Il referto medico obbedisce alle regole del suo gioco linguistico, e questo gli dà una certa forma linguistica; la poesia obbedisce al proprio, che le conferisce una forma sua particolare, diversa da quella del referto medico. Va dunque individuato il « gioco linguistico » proprio dell' apparizione de La Salette, ossia la grammatica propria che ordina logicamente l' atteggiamento insieme di denunzia e di speranza, la dialettica peccato-conversione, il coinvolgimento personale nel dramma in corso, il susseguirsi dei pensieri e delle immagini, rendendoli significativi a chi ascolta. Il «luogo » dove cercare è, come abbiamo detto, la parola di Dio, perché è questa che si pone al centro degli atteggiamenti vitali di Maria. Analizzando le sue forme espressive, si può fondatamente ritrovare (e riconoscere) questo «gioco linguistico » nella tipica struttura teologico-esistenziale del rib profetico (o controversia bilaterale) quale ci è attestato dalla sacra Scrittura: il rib, controversia bilaterale, è il « gioco linguistico » che permette di comprendere in maniera significativa l' apparizione de La Salette. Nel suo articolarsi, la controversia bilaterale si presenta come un processo intentabile solo da due persone che si trovino tra loro in regime di alleanza e concerne le infrazioni o i tradimenti di quest' ultima: i contendenti però non vogliono o non possono risolvere la loro vertenza ricorrendo a un giudice. Lo scopo del rib non è, comunque, quello di sancire la rottura dell' alleanza e conseguentemente la condanna del traditore (la morte, nel diritto sacrale dell' antico Oriente), ma è costituito dalla ricerca di un accomodamento tra le parti in lite, in modo tale da rendere nuovamente funzionante l' alleanza che li lega, in tutti i suoi aspetti. Ricordando il cammino sin qui compiuto, sarebbe però limitativo considerare il rib come un semplice genere letterario, ossia una pura costruzione linguistica fatta di regole che articolano la scelta e il succedersi delle parole o delle immagini. In quanto « gioco linguistico», ossia manifestazione della lingua (che, come abbiamo visto, costituisce la forma della vita umana in quanto tale), il rib manifesta una particolare percezione della realtà, di se stessi, del mondo, della storia, di Dio. E’ espressione letteraria di un' esperienza umana e insieme divina: è la simbolizzazione dell' incontro tra la realtà di Dio e la realtà dell' uomo nel concreto della storia. In altre parole, il « gioco linguistico » del rib introduce alla conoscenza esistenziale di Dio e alla conoscenza esistenziale della persona umana, e la rende possibile. E’ il suo linguaggio rivela il volto di un Dio appassionato che, di fronte al fallimento umano, si impegna ad aprire un orizzonte gratuito di speranza perché è il Dio con noi: la logica intrinseca al rib è, dunque, la logica dell' incarnazione, la logica di Gesù, la logica della croce e della risurrezione. Un noto teologo contemporaneo, Riccardo Tonelli, afferma: « E’ vero che il mondo di Dio e quello dell' uomo sembrano lontani e incomunicabili. Dio è il totalmente altro, l' ineffabile e l' indicibile. L' uomo è lontano da Dio perché è creatura e perché ha deciso un uso suicida della sua libertà e responsabilità nel peccato. Dio e l' uomo sono i "lontani" per definizione e per scelta. Questa però non è l' ultima parola. La parola decisiva è invece Gesù di Nazaret. In lui, Dio si è fatto vicino all’uomo: e diventato "volto" e "parola". E l' uomo è stato ricostruito in una novità così insperata da diventare il volto e la parola di Dio. In Gesù di Nazaret i lontani sono ormai diventati i vicini", in una realtà nuova che ha trasformato radicalmente i due interlocutori. Sempre la fede della Chiesa ha riconosciuto a Gesù il titolo di "mediatore". Egli non è solo colui che fa la mediazione. E’ la mediazione fatta persona: una persona nuova in cui Dio e l' uomo sono in dialogo pieno e totale. La grande mediazione è Gesù "uomo"; per questo l' umanità dell' uomo è, in piccola misura e in potenzialità totale, mediazione tra il mondo della trascendenza e quello dell' immanenza. [...] L' umanità quotidiana dell' uomo è il sacramento in cui Dio si fa presente e vicino, per attuare il suo progetto di salvezza ». Quindi « l' evento dell' incarnazione indica l' educabilità di ogni cultura, la possibilità, cioè, di far balenare da ogni cultura umana i segni della speranza e della redenzione ». Un classico esempio di rib è costituito dai capitoli 2,1-4,4 del profeta Geremia; proprio questo testo, che contiene molte somiglianze di ordine letterario con il messaggio de La Salette, sarà un costante punto di riferimento per la sua comprensione e la sua divisione contenutistica: l' analisi sarà perciò condotta tenendo i due testi in sinossi.

6. I NUCLEI TEOLOGICO-LINGUISTICI DEL (RIB) DE LA SALETTE

Il rib è un gioco linguistico: ciò vuol dire che l’articolazione delle immagini e dei significati proclamati da Maria a La Salette non è casuale, ma segue delle regole ben precise che ne determinano l' ordine e la successione. Di fatto, la controversia bilaterale biblica segue questo schema: - la chiamata in giudizio; - la dimostrazione della fedeltà all' alleanza da parte di chi cita in giudizio; - la denunzia delle infedeltà al patto commesse dal partner citato in giudizio; - la manifestazione delle conseguenze profonde connesse all' infedeltà; - la volontà di non rompere l' alleanza; - la proposta e l' indicazione della via per ritornare all' alleanza: la confessione del peccato; - l' apertura di un orizzonte di speranza assolutamente gratuito. Il confronto del testo di Geremia con quello del messaggio de La Salette permetterà ora di individuare questi momenti.

a. La chiamata in giudizio. Il profeta Geremia confida: « Mi fu rivolta questa parola del Signore: Va' e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell' affetto della tua giovinezza, dell' amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata. Israele era cosa sacra al Signore, la primizia del suo raccolto: quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro. Oracolo del Signore. Udite la parola del Signore, casa di Giacobbe, voi famiglie tutte della casa di Israele! » (Ger 2,1-4). A La Salette, le prime parole di Maria sono: « Avvicinatevi, figli miei, non abbiate timore, sono qui per annunciarvi un grande messaggio ». Comune ad entrambe le proclamazioni è il loro essere inattese; né Geremia né la Vergine si presentano con il loro messaggio perché c' è stata una esplicita richiesta in materia. La decisione di irrompere nell' orizzonte della storia è tutta di Dio. Diversa è invece l' ambientazione: in Geremia il luogo della proclamazione non è specificato, mentre Maria si pone sulla montagna. Nella Scrittura, il monte è il luogo dell' alleanza: pertanto, rimanda alla fedeltà del Signore al suo patto. Il rib che Maria sta per annunciare sgorga dalla fedeltà misericordiosa di Dio, dal suo stabile desiderio di vivere con gli uomini e le donne di ogni tempo; un desiderio fatto carne in Gesù, grazie alla disponibilità di Maria stessa: « Voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente [...] all' adunanza festosa [...] al mediatore della nuova alleanza e al sangue dell' aspersione » (Eb 12,23.24). La montagna è il luogo della verità di Dio. « Ascoltate, o monti, il processo del Signore e porgete l' orecchio, o perenni fondamenta della terra, perché il Signore è in lite con il suo popolo, intenta causa ad Israele. Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi» (Mic 6,2-3). Ma proprio per questo, la montagna è anche il luogo della verità dell' uomo: di fronte al Signore la persona non si può più nascondere dietro maschere di convenienza o di paura. La montagna diviene memoria dell' esodo di Israele e di Gesù (Lc 9,28-36), vocazione alla libertà e alla responsabilità: la libertà di essere se stessi e la responsabilità nei confronti dei fratelli e di Colui che ci sta davanti per entrare in comunione con noi.

b. La dimostrazione della fedeltà all' alleanza da parte di chi cita in giudizio. Il profeta Geremia ammonisce: « Così dice il Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò che è vano, diventarono loro stessi vanità e non si domandarono: Dov' è il Signore che ci fece uscire dal paese d' Egitto, ci guidò nel deserto, per una terra di steppe e di frane, per una terra arida e tenebrosa, per una terra che nessuno attraversa e dove nessuno dimora? Io vi ho condotti in una terra da giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti. Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra e avete reso il mio possesso un abominio. Neppure i sacerdoti si domandarono: Dov' è il Signore? I detentori della legge non mi hanno conosciuto, i pastori mi si sono ribellati, i profeti hanno predetto nel nome di Baal e hanno seguito esseri inutili. [...] Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda? » (Ger 2,5-8.21) Maria, da parte sua, prosegue dicendo: « Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere. [...] Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio Figlio ». Geremia ricorda l' evento fondante che ha dato vita a Israele come popolo: la liberazione dall' Egitto, il dono della legge e l' entrata nella terra promessa. Maria, a partire dal compimento della liberazione dall' Egitto in Cristo, ricorda che la fedeltà di Dio si manifesta nella creazione e nell' incarnazione redentrice. Secondo la testimonianza biblica, i sei giorni di lavoro (ossia l' uomo concreto, che si sviluppa e si evolve nella storia) culminano nel settimo: ciò significa che l' uomo è costitutivamente fatto per entrare in un rapporto di reciproca appartenenza con Dio. L' alleanza vuole appunto indicare questa fondamentale dimensione umana. « Dio crea per fare alleanza, cioè crea allo scopo di far entrare gli uomini in comunione con lui come figli di Dio. L' alleanza, dunque, permea tutta la creazione come suo fine e non è soltanto una modificazione accidentale che si aggiunge ad una creazione in sé consistente e dotata di senso. [...] Non è possibile pensare correttamente l' attività creatrice di Dio al di fuori della sua volontà di alleanza con l' uomo ». Il settimo giorno trova la sua realizzazione in Cristo Gesù (Eb 4,3-16): l' alleanza attuata nell' Uomo di Nazaret e per mezzo di lui è, quindi, la ragione e la finalità per cui Dio ha creato l' uomo. « Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d' angolo. In nessun altro c' è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4,11-12). L' incarnazione e il mistero pasquale sono visivamente ricordati dai simboli della luce e del crocifisso. La luce è una costante dell' apparizione, e il Nuovo Testamento la riferisce sempre all' evento Cristo, come si può ravvisare in questi testi: - « Dio è luce e in lui non vi sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù suo Figlio ci purifica da ogni peccato » (1Gv 1,5b-7); - « E Dio che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo » (2Cor 4,6); - « Di nuovo Gesù parlò loro: "Io sono la luce del mondo"; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita » (Gv 8,12). La persona di Cristo è dunque il segno supremo, dato all' umanità, della fedeltà del Signore alla sua promessa: non si può parlare dell' alleanza e della misericordia di Dio senza fare riferimento alla vicenda terrena di Gesù, perché chi vede lui vede il Padre che lo ha mandato e riempito di Spirito Santo. Vicenda che culmina e trova la sua spiegazione nel mistero pasquale: ecco dunque il simbolo del crocifisso. I bambini hanno notato che la croce portata da Maria a La Salette aveva sulle sue braccia una tenaglia e un martello. Ciò significa che, di fronte al Crocifisso, non si può rimanere inerti, come degli spettatori distratti: occorre scegliere, prendere posizione nei suoi confronti. La fedeltà di Dio fatta carne nel messia umiliato ed esaltato si inscrive nel cuore della libertà della persona: un decidersi positivo (la tenaglia) o un decidersi negativo (il martello) ne sono il possibile esito. Ma l' uomo non è abbandonato a sé in questa scelta decisiva e perciò comunque drammatica: se egli non può essere spettatore disincantato nei confronti della rivelazione, anche Dio non è spettatore nei suoi riguardi. La tenaglia è posta sul lato destro del crocifisso, ossia sul lato destro della persona: nella simbologia ebraica, la parte destra dell' uomo indica la sua opzione fondamentale. Nel progetto di Dio, la tenaglia, vale a dire il decidersi positivamente per il Crocifisso, costituisce l' essenza più profonda dell' uomo e la sua vocazione fondamentale: ogni persona e l' intera storia sono chiamate a confrontarsi con lui.

c. La denunzia delle infedeltà commesse dal partner al patto. Geremia incalza ancora i suoi uditori, dicendo: « Per questo intenterò ancora un processo contro di voi - oracolo del Signore - e farò causa ai vostri nipoti. Recatevi nelle isole dei Kittìm e osservate, mandate pure a Kedàr e considerate bene; vedete se là è mai accaduta una cosa simile. Ha mai un popolo cambiato dèi? Eppure quelli non sono dèi! Ma il mio popolo ha cambiato colui che è la sua gloria con un essere inutile e vano. Stupitene, o cieli; inorridite come non mai. Oracolo del Signore. Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l' acqua. [...] Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Non ti servirò! (…) Perché il mio popolo dice: Ci siamo emancipati, più non faremo ritorno a te? Si dimentica forse una vergine dei suoi ornamenti; una sposa della sua cintura? Eppure il mio popolo mi ha dimenticato per giorni innumerevoli » (Ger 2,9-13.20.3 lb-32). A sua volta Maria dice: «Se il mio popolo non vuole sottomettersi... [...] Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservata il settimo e non me lo volete concedere. [...] Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio Figlio. [...] A messa, d' estate, vanno solo alcune donne anziane. Gli altri lavorano di domenica, tutta l' estate. D' inverno, quando non sanno che cosa fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima vanno alla macelleria come i cani. (…) La preghiera bisogna proprio farla, sera e mattino ». Geremia e Maria denunziano l' abbandono di Dio e dell' alleanza con toni e parole molto dure: addirittura sconcerta la parola « cane » sulla bocca della Vergine. Nella tradizione di Israele, il « cane » è il pagano che non conosce il Signore. L' effetto dirompente di tale apostrofe è paragonabile a quello che dovette provocare negli uditori un altro grande profeta, Isaia, che ebbe il coraggio di paragonare Gerusalemme, la città santa, a Sodoma (Is 3,6-9). Oppure a quello che provocò lo stesso Geremia, quando nel tempio, il luogo più santo di Gerusalemme, proclamò: « Dice il Signore: Se non mi ascolterete, se non camminerete secondo la legge che ho posto davanti a voi [...] io ridurrò questo tempio come quello di Silo e farò di questa città un esempio di maledizione per tutti i popoli della terra» (Ger 26,4b.6; 7,1-14). Colpisce poi il fatto che, nelle parole di Maria, il « parametro » utilizzato per individuare l' inosservanza dell' alleanza è sempre Cristo Gesù: la non sottomissione, la bestemmia, l' inosservanza della domenica, il rifiuto della sequela liturgicamente attualizzata dalla Quaresima, fanno riferimento alla persona e all' opera del Profeta di Nazaret. Egli è il Figlio obbediente (Lc 20,9-19); la domenica è il suo giorno (Ap 1,9-20); la sequela è la condivisione del suo cammino (Lc 9,18-26.51-62). Dato che Gesù è l' ultimo e il definitivo inviato di Dio, l' accoglienza dell' alleanza passa attraverso la condivisione della sua esistenza (Gv 12,44-45.49-50). L' infedeltà che viene denunziata, allora, non riguarda tanto dei puri e semplici aspetti morali della vita, quanto piuttosto il rovesciamento del rapporto con Dio, che si genera quando viene a mancare l' ascolto della parola di Gesù Giancarlo Bruni nota: « L' esperienza cristiana è fondamentalmente un fatto di sottomissione, a partire dalla grande sub-ordinazione a Dio: "Sottomettetevi dunque a Dio" (Gc 4,7). Un restare soggetti che si concretizza nell' obbedienza alla parola, ove obbedire significa ascoltare la voce ponendosi sotto. Una sottomissione, e in questo sta il paradosso dell' esperienza cristiana, percepita come evento di liberazione e di fruttificazione. Come la terra produce il suo frutto non rifiutandosi all' acqua e al sole, così la creatura che non si pone a lato (= disobbedienza) della parola di Dio viene sottratta alla molteplicità degli idoli e dischiusa ai frutti dello Spirito ». Di fronte a questa vera e propria requisitoria, la reazione può non essere positiva. La tentazione della fuga e della negazione della propria responsabilità è sempre viva. Non si vogliono riconoscere le prove del proprio fallimento. Geremia dice: « Oracolo del Signore. Perché osi dire: Non mi sono contaminata, non ho seguito i Baal? Considera i tuoi passi là nella valle, riconosci quello che hai fatto. [...] Invano ho colpito i vostri figli, voi non avete imparato la lezione. [...] Eppure protesti: Io sono innocente.[...] Eccomi pronto a entrare in giudizio con te, perché hai detto: Non ho peccato. (...) Alza gli occhi sui col-li e osserva: dove non ti sei disonorata? » (Ger 2,22b-23b.30.35a.c; 3,2a) Anche Maria proclama: « Da quanto tempo soffro per voi! Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni, mi è stato affidato il compito di pregarlo incessantemente per voi; voi non ci fate caso. [...] Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l' ho mostrato l' anno scorso con le patate: voi non ci avete fatto caso ». La notazione di questa indifferenza, sia in Geremia che a La Salette, non deve essere considerata alla stregua di uno sfogo, come se fosse solamente un' amara constatazione o un tragico rimpianto. Essa è parte organica del procedimento giuridico che mira ad appurare i fatti mediante ispezione: chi cita in giudizio porta colui che è da lui citato sul luogo stesso del crimine, facendogli vedere le tracce stesse del suo operato. Inoltre, la controversia è una dinamica bilaterale in cui le due parti in lite cercano di prevalere l' una sull' altra mediante un' abilità nel parlare capace di suscitare l' assenso alle proprie ragioni. Ora, nella duplice notazione di Maria: « Voi non ci fate caso [...] non ci avete fatto caso », si può quindi udire la voce del « mio popolo » che pretende di avere le sue ragioni e di fatto nega la sua responsabilità. Anzi, è possibile individuare un momento ulteriore. In Geremia il popolo di Israele passa da una reazione di negazione della propria responsabilità (« Perché osi dire: Non mi sono contaminata, non ho seguito i Baal? », Ger 2,23a) ad una affermazione esplicita del rifiuto di abbandonare la sua condotta («Tu rispondi: No, è inutile, perché io amo gli stranieri e voglio seguirli », Ger 2,25b). Il seguire gli stranieri equivale alla prostituzione, che è una delle immagini per denunciare il tradimento dell' alleanza attraverso le pratiche idolatriche. Il popolo confessa il suo operato, ma non con sentimenti di confusione e desiderio di conversione: è la dichiarazione di chi sente di poter parlare con franchezza, visto che questo non comporterà alcuna conseguenza. A La Salette, il popolo passa dalla negazione della propria responsabilità, espressa dal non fare caso a quanto accade ed è accaduto, alla bestemmia: « Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l' ho mostrato l' anno scorso con le patate: voi non ci avete fatto caso. Anzi, quando ne trovavate di guaste, bestemmiavate il nome di mio Figlio. [...] A messa, d' estate, vanno solo alcune donne anziane. Gli altri lavorano di domenica, tutta l' estate. D' inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima vanno alla macelleria come i cani »

d. La manifestazione delle conseguenze profonde connesse all' infedeltà. Geremia continua il suo annuncio: « Israele è forse uno schiavo o un servo nato in casa? Perché allora è diventato una preda? Contro di lui ruggiscono i leoni, fanno udire i loro urli. La sua terra è ridotta a deserto, le sue città sono state bruciate e nessuno vi abita. [...] Tutto ciò forse non ti accade perché hai abbandonato il Signore tuo Dio? [...] La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara l' avere abbandonato il Signore tuo Dio. [...] Se un uomo ripudia la moglie ed essa, allontanatasi da lui, sposa un altro uomo, tornerà il primo ancora da lei? Forse una simile donna non è tutta contaminata? Tu ti sei disonorata con molti amanti e osi tornare da me? Oracolo del Signore. [...] Così anche la terra hai contaminato con impudicizia e perversità. Per questo sono state fermate le piogge e gli scrosci di primavera non sono venuti. [...] Intanto ti ostini a commettere il male che puoi » (Ger 2,14-15.17.19; 3,1.3b). Maria a La Salette dice: « Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l' ho mostrato l' anno scorso con le patate: voi non ci avete fatto caso. Anzi, quando ne trovavate di guaste, bestemmiavate il nome di mio Figlio. Esse continueranno a marcire e quest' anno, a Natale, non ve ne saranno più. Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che verrà cadrà in polvere quando lo batterete. Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno. [...] Le noci si guasteranno e l' uva marcirà». Anche queste sono parole forti, dure, che necessitano di una corretta interpretazione. Di fatto, si assiste alla morte della terra, incapace di dare frutti; e alla morte dell' uomo, incapace di mantenere in vita la sua discendenza. Geremia e la Vergine concordano nel riconoscere in questo la responsabilità umana: ciò che accade è in relazione con le scelte di vita operate dai singoli e dalla comunità. Il problema d' interpretazione sta nel definire la qualità e il livello di questa relazione. Una certa tradizione ha inteso questo legame come un rapporto di causa-effetto: il male umano provoca le sciagure, agendo come se fosse una causa fisica. Dio, allora, agirebbe in quanto giudice interessato a ristabilire, mediante una pena materiale da lui personalmente comminata, l' ordine della giustizia violato dal peccato umano. La morte della terra e dell' uomo sono, in tale prospettiva, veri e propri « castighi » di Dio. Questa corrente di pensiero si chiama «retribuzionismo». Scardinare questa visione di Dio è stata la costante preoccupazione di Gesù: « Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?" Rispose Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori"» (Gv 9,1-3a). Questo tipo di relazione è improponibile sia a livello teologico (vista la prassi di Gesù) sia a livello linguistico. Ricordando quanto è stato detto sui giochi linguistici, pensare questa relazione in termini di causa-effetto (al peccato succede materialmente il castigo) significa infatti applicare al gioco linguistico proprio del rib regole interpretative che gli sono estranee. La causalità scientifico-matematica costituisce un gioco linguistico diverso dalla parola profetica e teologica: mischiare o sovrapporre le regole proprie dell' uno all' altro significa condannarsi a non comprendere e a non entrare in comunicazione reciproca. Noi siamo abituati alla mentalità scientifica e matematica che quantifica gli eventi; per la tradizione biblica, che invece non è preoccupata di una comprensione scientifico-matematica della realtà, non esistono una natura o persone o eventi intesi come cose, da sezionare e analizzare. Per la fede di Israele (in cui Gesù vive la sua irripetibile e unica esperienza di Figlio di Dio fatto uomo) ciò che circonda l' uomo, ossia il creato e la storia, è « specchio » di quel che si porta nel cuore, ossia nel proprio io profondo, in quella dimensione personale dove si decide l' orientamento e il significato da dare alla vita. Esistono la natura, le persone e gli eventi come « simboli » incarnati attraverso cui leggere in profondità l' orientamento della vita liberamente deciso dalla persona. Un esempio di questa lettura antropologica e insieme teologica della realtà e della storia ci è fornito dal Salmo 1. L' uomo giusto, che si compiace della legge del Signore, è simbolizzato nell' albero piantato lungo corsi d' acqua, che fa frutto a suo tempo e le cui foglie non appassiscono; l' uomo malvagio è invece simbolizzato nella pula dispersa dal vento. Nel solco della tradizione biblica, la parola profetica è quella che sviluppa maggiormente e con una originalità tutta propria questa percezione « simbolica » dell' uomo e del suo mondo. Si può ben dire che la meditazione e l' annuncio profetico sono una parola simbolica, ed è sul piano simbolico che debbono essere accolte e comprese. Quando si parla di un' ambiente (la natura) e di una storia (l' uomo) che muoiono, il codice linguistico, fatto di immagini varie e diversificate, si fa richiamo alla libertà e alla responsabilità dei singoli e della collettività. Gesù stesso ha sempre ricordato: « Ciò che esce dall' uomo, questo sì contamina l' uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive » (Mc 7,2 la). Se la Scrittura non riesce a pensare Dio senza l' uomo, è altrettanto vero che, proprio a partire da questa intuizione fondamentale, non riesce a pensare l' uomo senza Dio: l' ambiente « nativo » della libertà umana non sono le cose, ma è Dio. L' autore sacro fa dire a Mosè: « Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. [...] Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita » (Dt 30,15. 19b-20a). Un creato e una storia che trasudano morte si fanno allora « specchio » di una libertà che non si vuole aprire alla vita. Ecco allora che la parola profetica descrive simbolicamente le conseguenze di questo libero orientamento della persona attraverso immagini naturali (il grano guasto, la carestia, l' uva che marcisce, le noci che ammuffiscono) o immagini di relazioni umane (i bambini che muoiono nelle braccia di chi li sorregge). Queste immagini vengono desunte dall' esperienza vissuta quotidianamente: non sono, quindi, espressione di fenomeni straordinari aperti a pochi fortunati, ma testimonianza pubblica posta sotto gli occhi di tutti. Ciò, però, non basta ancora. La scelta delle immagini simboliche è pubblica, ma non casuale: il quadro d' insieme che ne permette la scelta e le sorregge è costituito dalla relazione di alleanza che sussiste, come dato di fatto, tra Dio e l' uomo. L' alleanza viene declinata, simbolicamente, mediante due categorie tra loro opposte: la benedizione e la maledizione. Nell' ultima sezione del Deuteronomio si può leggere questa parola attribuita a Mosè: « Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione » (Dt 30,19a). La fecondità della terra e la fecondità umana fanno parte della struttura della benedizione biblica; constatare, al contrario, la morte della terra e della discendenza significa essere preda della maledizione. Inoltre, nella struttura dell' alleanza Dio si presenta come padre, come sposo e come sovrano e il popolo come figlio, come sposa e come servo; è possibile ritrovare queste connotazioni anche nel messaggio de La Salette: la terminologia filiale « figli miei - figlio mio » rimanda a Dio come Padre; il donare i sei giorni per lavorare, riservandosi il settimo, richiama a Dio come sovrano; i bambini che muoiono rimandano a Dio come sposo tradito (la morte dei bambini richiamerebbe simbolicamente la morte del bambino concepito nell' adulterio di Davide con Betsabea, 2Sam 12,1-23). Benedizione e maledizione costituiscono, dunque, due giochi linguistici di importanza capitale nella Scrittura; vale perciò la pena di soffermarsi a comprenderne il significato. Per Sofia Cavalletti, la benedizione « esprime il di più che gli eventi e gli elementi del mondo contengono, quel surplus che va oltre il mero dato; scrutando la realtà in profondità, la benedizione vi scorge la presenza dell' amore di Dio, vi scopre la gratuità del dono, la contempla dal punto di vista di come Dio ha concepito le cose: come dono per la gioia dell' uomo, perché possa viverne e goderne ». Sulla stessa linea di pensiero si pone Carmine Di Sante: « La benedizione è la definizione stessa dell' umano - l' uomo come homo benedicens - ma questa consiste non nell' invocare da Dio, sulle cose e sul mondo, la sua grazia, bensì nel riconoscere le cose e il mondo come sua grazia. La benedizione è la definizione stessa dell' umano, perché in essa si dice e si tramanda il mondo come bontà e nelle sue pieghe si trascrive il volto delle cose come grazia. [...] Compito dell' uomo e riconoscere la radicale benedizione che avvolge e sottostà ad ogni frammento del reale, assecondandola e riproducendone la logica nella responsabilità ». Secondo Antonio Bonora, la maledizione significa, al contrario, «prendere le distanze, opporsi, rompere la solidarietà; [...] quando Dio è il soggetto che commina la maledizione, allora è lui che prende le distanze, si oppone a qualcosa di malvagio, sbagliato, orribile. La relazione con lui è interrotta, viene meno la solidarietà perché Dio non può essere coinvolto nel male, reso connivente e corresponsabile e quindi colpevole. [...] Ciò vuoi dire che non bisogna immaginare la maledizione come una cosa, quasi fosse un' infezione, che parte da Dio e si attacca alle creature. Essa non sta affatto dalla parte di Dio, non è un' entità esistente presso Dio. [...] La durezza, la resistenza e l' ostilità che il mondo oppone all' uomo che lo abita non proviene da un malvagio disegno di Dio creatore, ma è imputabile soltanto all' uomo, tanto è vero che Dio "scomunica", prende le distanze da quel tipo di mondo. Dio infatti maledice, disapprova e rifiuta un mondo che sia privato del suo valore simbolico e quindi del rimando a Dio e all' uomo, che sia ridotto quindi a semplice ammasso di cose neutre, esterne alla coscienza o mera materialità insignificante, considerata soltanto come oggetto di consumo. [...] La maledizione, dunque, è connessa con il male, più precisamente con l' agire cattivo libero dell' uomo, al di fuori di ogni determinismo psicologico o sociologico o metastorico». Essa consiste in una alienazione voluta liberamente dall' uomo, non originata da meccanismi oscuri e incontrollabili ». Richiamandosi alla morte della terra e dell' uomo, Maria a La Salette denuncia la situazione di maledizione, cioè di morte interiore del suo popolo: peccando, l' uomo svende il suo essere grazia per sé e il creato conquistatogli da Cristo crocifisso e risorto. Inoltre la situazione denunciata e svelata da Maria a La Salette costituisce, di fatto, un punto di non ritorno per entrambi i contendenti: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo ». Questa situazione di non ritorno è quanto angoscia Geremia: « Se un uomo ripudia la moglie ed essa, allontanatasi da lui, sposa un altro uomo, tornerà il primo ancora da lei? » (Ger 3, lab). Secondo quanto prescritto da Dt 24,1-4 ciò è impossibile. Se si applica questa norma al caso dell' alleanza tra il Signore e Israele, bisogna riconoscere che il vincolo giuridico è stato definitivamente infranto, senza alcuna possibilità di ricomporre l' unione tra il popolo e Dio. Ragion per cui Geremia prosegue: « Io, il Signore, ho ripudiato la ribelle Israele proprio per tutti i suoi adulteri, consegnandole il documento del divorzio » (Ger 3,8a). Inaspettatamente, però, Geremia proclama: « Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. [...] Ritornate, figli traviati » (Ger 3, 12b. 14a). Commentando questo passo, Pietro Bovati afferma: « In questo versetto l' invito a ritornare è motivato da una semplice ragione: Dio dice che la sua collera è solo passeggera, perché egli è pietoso. Se quindi la situazione può cambiare, se c' è una speranza di riconciliazione e di ritorno, questo non è dovuto a Israele. Il ritorno che è impossibile all' uomo diventa possibile perché Dio è Dio ». In questo orizzonte si può comprendere ancora meglio il motivo per cui Geremia si è servito, nel suo rib, dell' immagine della rottura del vincolo matrimoniale. Questa supposizione giuridica, di significato simbolico, annuncia senza ombra di equivoco che la donna (Israele) non ha alcun diritto di ritornare dal marito (il Signore): anche un' eventuale conversione non può legittimare la pretesa di essere riaccolta. In altre parole, se la contesa dovesse essere risolta da un giudice, in un tribunale, non si potrebbe avere altra decisione che quella dell' irrevocabile separazione tra i contendenti. Ma la svolta che Dio imprime alla storia è ben diversa. Egli non vuole rompere l' alleanza, ed è a partire da questa ferma intenzione che egli progetta e agisce: « Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11). L' orizzonte di senso proprio del rib, ossia della controversia bilaterale, è il perdono: solo il perdono gratuito può aprire una situazione di lite e di contesa ad una nuova realtà di riconciliazione. Molteplici sono i segni di questo divino e gratuito progetto nel messaggio proclamato da Maria a La Salette. Un primo dato è costituito dalla terminologia usata dalla Vergine per qualificare i suoi uditori. Abbiamo visto come in Geremia il Signore, dovendo manifestare la rottura dell' alleanza, qualifichi Israele come figlio traviato (Ger 3,14.22) e come popolo infedele (Ger 2,29). Questi appellativi si trovano in antitesi con le formule dell' alleanza, come, ad esempio, « popolo mio » (Mic 6,3): qui l' unico aggettivo che qualifichi l' essenza e l' identità del « popolo » è « mio », che sta ad indicare l' effettivo legame che unisce Israele al Signore, definendo l' identità di entrambi. Sempre nel passo di Geremia che stiamo considerando, un altro modo linguistico per indicare la rottura dell' alleanza è l' uso del pronome personale « voi » come soggetto logico della frase (Ger 2,4): usato in questa precisa modalità, esso serve a rimarcare, nel contesto della controversia bilaterale, la distanza che separa i due contendenti e li pone l' uno di fronte all' altro (mentre l' alleanza è il momento in cui i contraenti si pongono l' uno accanto e insieme all' altro). Nel messaggio de La Salette ritroviamo questa precisa terminologia. Abbiamo visto sopra come, nel momento dell' ispezione giuridica (dove l' imputato viene messo di fronte alle proprie azioni e alla propria responsabilità per essere venuto meno all' impegno dell' alleanza), venga usato per ben due volte il pronome « voi »: «Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni, mi è stato affidato il compito di pregarlo continuamente per voi; e voi non ci fate caso. Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l' ho mostrato l' anno scorso con le patate: voi non ci avete fatto caso». Eppure, questa non è la terminologia definitiva: infatti queste sono le uniche due ricorrenze del pronome « voi » con un tale e particolare significato. Maria invece qualifica i suoi uditori come «popolo mio» tre volte; e come «figli miei - figlio mio » per ben otto volte. E sempre in senso assoluto, cioè senza altre qualificazioni. Ciò significa, come abbiamo detto, l' operatività dell' alleanza: il legame che unisce il Signore all' umanità non si è spezzato, perché è lui che non ha voluto sancire la rottura del patto. Degna di nota è anche la loro collocazione: entrambi gli appellativi sono posti all' inizio e alla fine del messaggio: « Avvicinatevi, figli miei; non abbiate timore, sono qui per annunciarvi un grande messaggio. Se il mio popolo... [...] Ebbene, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo. Andiamo, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo ». Quest' articolazione del discorso si chiama « inclusione »: essa serve a identificare il tema preciso di un testo scritto o parlato mediante la ripetizione di una o più parole chiave al suo inizio e alla sua fine. Nel nostro caso, sta ad indicare come l' oggetto centrale del messaggio di Maria sia la persistenza dell' alleanza, nonostante il peccato. Questa persistenza nasce e si radica nella scelta di Dio, manifestata e vissuta da Gesù: « Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. [...] E ciò non viene da voi, ma è dono di Dio » (Ef 2,4.8b). L' alleanza rimane perché Cristo crocifisso e risorto rimane in eterno: lui è l' alleanza fatta persona; lui « è la nostra pace. [...] Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito » (Ef 2, 14a. 18). Cristo, infatti, si nutre della volontà del Padre (Gv 4,34), ossia dell' intenzione di non rompere l' alleanza: « Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell' alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,27b-28). A La Salette Maria sottolinea apertamente questa dimensione cristologica e cristocentrica mettendo in parallelo i termini « figli miei - figlio mio » con il termine « Figlio mio - mio Figlio »: il parallelismo indica che i due termini richiedono di essere uniti per poter comprendere il significato di ciascuno; non si può dare l' uno, isolatamente, senza l' altro. Ritorna, quindi, il medesimo tema di fondo già più volte sottolineato: la vocazione dell' uomo consiste nel confrontarsi in maniera decisiva con il Crocifisso. Ma con una connotazione in più: la compagnia di Maria. Questo confronto si fa in compagnia di Maria perché lei è Madre: Madre del Cristo, Madre della Chiesa, Madre del Figlio e Madre dei figli (Gv 19,25-27; Ap 12). Maria non può essere accolta se non in relazione a Cristo (VMFIS 7.8) e in relazione alla Chiesa (VMFIS 9): questo è, infatti, il dinamismo profondo della sua persona e della sua storia. Inoltre vanno sottolineati anche altri elementi che indicano l' intenzione divina di mantenere l' alleanza. Le prime parole di Maria sono: « Avvicinatevi, figli miei, non abbiate timore, sono qui per annunciarvi un grande messaggio ». Esse costituiscono, come abbiamo già detto, la chiamata in giudizio. Il rib, però, è un processo particolare: non vuole condannare, ma assolvere. Ora questa sua precisa intenzionalità è ravvisabile nell' invito a non temere: l' unico giudizio che non va temuto è, infatti, il verdetto di assoluzione. Ciò significa che, nel momento in cui si inizia il processo, si è già in grado di ravvisare la sua conclusione inaspettata. Va anche detto che, a livello linguistico, l' invito a non temere appartiene al lessico della benedizione, che è la categoria simbolica attraverso cui declinare l' esperienza attuale dell' alleanza. Usarlo qui vuol dire che la controversia bilaterale finirà con il mantenimento del tutto gratuito e inaspettato, del patto. E questo è il dinamismo dell' incarnazione redentrice: « Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio » (2Cor 5,20b). All' invito a non avere timore, tipico della struttura della benedizione, si aggiungono poi la promessa di una rinnovata e ancor più feconda benedizione se il popolo si converte: « Se si convertono, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi ». E, in ultimo, il simbolismo eucaristico dell' episodio della terra di Coin dove il padre del veggente dà comunque da mangiare al figlio il pane buono, il pane della vita: « Prendi, figlio mio, mangia ancora del pane quest' anno »

f. La proposta e l' indicazione della via per ritornare all' alleanza: la confessione del peccato. Geremia esorta: « Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. [...] Ritornate, figli traviati, dice il Signore, perché io sono il vostro padrone. [...] Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni » (Ger 3,12. 14.22a). Maria a La Salette annuncia: « Gli altri faranno penitenza con la carestia ». La conversione e la penitenza non sgorgano dalla presunta capacità umana di autoredimersi, ma dalla misericordia del perdono divino: convertirsi è possibile solo perché già esiste stabilmente questa volontà di non rompere l' alleanza e la comunione da parte di chi pur è stato tradito. In altre parole, il perdono divino non è conseguenza della conversione dell' uomo, ma semmai è vero il contrario: la conversione e la penitenza sono la conseguenza della benevolenza divina. Il messaggio di Geremia trova il suo compimento definitivo nell' annuncio che inaugura e guida l' intera esistenza di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo » (Mc 1,15). La penitenza di cui la Vergine parla non è, allora, il subire l' inevitabile castigo di Dio: il retribuzionismo, che così ragiona (ma in termini errati, come abbiamo già dimostrato), induce al fatalismo e alla passività. La parola profetica, invece, apre lo spazio a possibilità nuove ed inedite (perché inaspettate), in quanto suscita la libertà umana e la chiama a confrontarsi con la libertà divina, per riconoscere in essa il proprio ambito vitale. Fare penitenza non significa porre una serie di gesti che plachino la collera divina. Ma significa riconoscere che non si è in grado di darsi la vita e di assicurarsela: « Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che verrà cadrà in polvere, quando lo batterete. Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno. [...] Le noci si guasteranno e l' uva marcirà ». Il peccato denunciato da Maria è invece il tentativo di trovare in se stessi e nel proprio mondo la salvezza e la vita: « Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere. [...] Gli altri lavorano di domenica, tutta l' estate. D' inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima vanno alla macelleria come i cani ». La carestia, in quanto privazione e morte, è il simbolo di una vita in pericolo e rivela il tragico fallimento di questo progetto di autosalvezza: il futuro dell' uomo è chiuso e sbarrato, senza un intervento salvifico di Dio. Vivere l' esperienza della carestia in atteggiamento penitenziale significa allora uscire dalla propria presunta autosufficienza per aprirsi alla presenza e all' azione del Signore. Lui è il futuro dell' uomo; e lo diviene, storicamente, nella misura in cui il suo agire misericordioso viene riconosciuto come dono gratuito e accolto come tale. In questo senso, la carestia, assunta nella prospettiva della fede (che si costruisce riequilibrando il rapporto Dio-uomo-mondo e dando il giusto peso alle persone, alle cose e agli eventi), diviene una forma di digiuno. Questo, nell' Antico Testamento, non è mai un gesto di espiazione ma invocazione, preparazione all' accoglienza del dono di Dio e della sua rivelazione: è il caso di Mosè sul Sinai (Es 34,28) o di Daniele (Dn 10,2-19). Si potrebbe addirittura dire che la carestia-digiuno si fa profezia dell' abbondanza e della festa che derivano dalla rivelazione del Signore. Nel brano che stiamo esaminando insieme al messaggio de La Salette, Geremia presenta la penitenza e la conversione come un ritorno al Signore. Per comprenderne esattamente il significato e la portata, riportiamo le riflessioni di Pietro Bovati: « A prima vista qualcuno potrebbe credere che le cose si siano aggiustate, e si ritorni al punto di partenza. Sarebbe sottovalutare la gravità della rottura (sanzionata con l' atto di ripudio), e sarebbe sottovalutare la novità che il Signore vuole instaurare. C' è stato il divorzio: questo significa che la situazione di infedeltà della moglie era così radicale, che lo sposo non poteva far altro che porre una sanzione altrettanto radicale. Riprendere la donna dopo tutto quello che è capitato sarebbe una cosa abominevole. Ma se interviene il perdono, allora tutto è diverso. Il perdono è l' atto attraverso il quale la donna contaminata diventa pura. Il perdono non è solo dimenticare il passato; è, di più, una creazione nuova, con persone rinnovate dall' atto d' amore perdonante. Quello che Dio crea con il perdono è una nuova alleanza (Ger 31,34), cioè una situazione sponsale nuova, con una donna del tutto trasformata ». Per essere autentico ed efficace, il perdono divino ha dunque bisogno di incontrarsi con il desiderio dell' uomo; un desiderio suscitato nel cuore dallo stesso Spirito, e che si concretizza in una duplice e umile confessione: quella del proprio peccato e quella della misericordia divina. Questa confessione sacrale della propria infedeltà e, pertanto, della superiorità del partner sempre fedele all' alleanza, viene chiamata, in ebraico, todah: essa fa parte di un gioco linguistico particolare, la « struttura d' alleanza », che intesse molteplici rapporti con il rib. Geremia, infatti, dice: « Su, riconosci la tua colpa, perché sei stata infedele al Signore tuo Dio; hai profuso l' amore agli stranieri sotto ogni albero verde e non hai ascoltato la mia voce. Oracolo del Signore » (Ger 3,13). Cesare Giraudo scrive: « Considerato nel suo significato più denso (quello relativo al momento cultuale), l' atteggiamento del partner umano che confessa il Signore non è mai una contemplazione platonica delle idee pure in Dio; al contrario, è sempre una proclamazione esistenziale della superiorità assoluta dell' altro, la quale emerge dal suo confronto, gioioso a un tempo e sofferto, con la nostra umanità necessariamente permeata di infedeltà e di peccato. Anche quando l' Israele presente confessa le proprie colpe e le colpe dei padri, il termine ultimo della confessione rimane quel Signore cui solo compete di ristabilire il partner umano in una relazione d' alleanza perennemente nuova ». Questo dinamismo, dove si intrecciano il libero desiderio di Dio e il libero desiderio dell' uomo, è linguisticamente descritto nel rib come risposta affermativa dell' imputato alle domande dell' accusa. Il porre domande appartiene rigorosamente alla logica della controversia bilaterale: chi domanda, infatti, vuole suscitare l' attenzione di chi lo ascolta, vuole che quest' ultimo presti orecchio alle accuse; e che, rispondendo, dia ragione a chi lo sta rimproverando. Abbiamo sentito il testo di Geremia: « Israele è forse uno schiavo o un servo nato in casa? Perché allora è diventato una preda? [...] E ora perché corri verso l' Egitto a bere le acque del Nilo? Perché corri verso l' Assiria a bere le acque dell’Eufrate? [...] Perché vi lamentate con me? [...] Perché ti sei ridotta così vile nel cambiare la strada?» (Ger 2,14.18.29a.36a). Il rìb ha successo quando le risposte sono simili a queste che Geremia compone e mette sulle labbra di Israele: « Ecco, noi veniamo a te perché tu sei il Signore nostro Dio. In realtà menzogna sono le colline, come anche il clamore sui monti; davvero nel Signore nostro Dio è la salvezza di Israele. [...] Avvolgiamoci nella nostra vergogna, la nostra confusione ci ricopra, perché abbiamo peccato contro il Signore nostro Dio, noi e i nostri padri, dalla nostra giovinezza fino a oggi; non abbiamo ascoltato la voce del Signore nostro Dio » (Ger 3,22b-23.25). A La Salette Maria pone due domande decisive: « Fate la vostra preghiera, figli miei? » e « Avete mai visto del grano guasto, figli miei? ». Sono domande decisive, perché si ricollegano alla denuncia del peccato del popolo precedentemente compiuta. La preghiera fa riferimento all' accoglienza del Cristo e della sua vita di filiale sottomissione a Dio Padre (1Cor 15,20-28), mentre la Vergine aveva accusato il popolo di ben altro comportamento: «Se il mio popolo non vuole sottomettersi... [...] Voi non ci fate caso. [...] Bestemmiavate il nome di mio Figlio». Vedere il grano guasto significa riconoscere umilmente il disordine presente nella coscienza: « Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l' ho mostrato l' anno scorso con le patate: voi non ci avete fatto caso ». La risposta dei due ragazzi riconosce la verità dell' accusa: «Fate la vostra preghiera figli miei? Non molto, Signora, rispondono entrambi. [...] Avete mai visto del grano guasto, figli miei? Oh sì, Signora, risponde Maximin, ora ricordo. Prima non me lo ricordavo». Commentando questa struttura retorica propria della controversia bilaterale, Pietro Bovati afferma: « L' ascolto di cui parla la profezia è allora il ricordare [di fronte alle parole di Maria, Maximin riconosce: "Oh si, Signora, ora ricordo. Prima non me lo ricordavo" una parola che in precedenza non si è accettata, che non si è capita [Maria nota, ad un certo punto del suo discorso, lo smarrimento e l' incomprensione dei ragazzi e afferma: "Voi non capite, figli miei? Ve lo dirò diversamente"]. Da questo punto di vista, l' accogliere la parola di Dio è entrare nella comprensione di tutta la propria storia, fatta di peccato, di sofferenza, di morte e infine di perdono ». Il rib mediato da Maria ha raggiunto il suo obiettivo: ora la riconciliazione non solo è possibile, ma è già in atto. Ed è proprio la riconciliazione non solo possibile, ma già avviata, che costituisce il grande messaggio da annunciare: « Ebbene, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo. Andiamo, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo ». È difficile pensare ad un cambiamento di prospettiva più radicale di questo, rispetto alla situazione di non ritorno che era stata precedentemente descritta. Tutto è prodotto da Dio, eppure tutto è legato al desiderio degli uomini. La divina e gratuita misericordia della Trinità si manifesta nel fatto che accetta di sottoporsi alla libertà umana: nel Crocifisso risorto si assiste al supremo e definitivo consegnarsi di Dio nella mani umane (Mc 8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

g. L' apertura di un orizzonte di speranza assolutamente gratuito. Geremia continua a parlare nel nome del Signore, dicendo: « Se vuoi ritornare, o Israele, dice il Signore, a me dovrai ritornare. Se rigetterai i tuoi abomini, non dovrai più vagare lontano da me. Il tuo giuramento sarà: Per la vita del Signore, con verità, rettitudine e giustizia. Allora i popoli si diranno benedetti da te e di te si vanteranno» (Ger 4,1-2). E Maria a La Salette annuncia: « Se si convertono, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi ». Sia il profeta che la Vergine descrivono simbolicamente la riconciliazione e la speranza della nuova creazione che sgorga dal perdono divino, scegliendo immagini che sono strutturalmente in antitesi con quelle usate per significare l' abbandono dell' alleanza. Così, Geremia parla: - del ritorno presso il Signore: esso sta in antitesi con l' allontanamento dal Signore (« Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva. [...] Perché il mio popolo dice: Ci siamo emancipati, più non faremo ritorno a me essi voltano le spalle e non la fronte. [...] Ho ripudiato la ribelle Israele proprio per tutti i suoi adulteri, consegnandole il documento del divorzio »: Ger 2, 13b. 31b.37b; 3,8); - del giuramento sulla vita del Signore, che si oppone alle negazioni del legame con Dio (« Ha mai un popolo cambiato dèi? Eppure quelli non sono dèi! Ma il mio popolo ha cambiato colui che è la sua gloria con un essere inutile e vano. [...] Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Non ti servirò. [...] Neppure i sacerdoti si domandarono: Dov' è il Signore? I detentori della legge non mi hanno conosciuto, i pastori mi si sono ribellati, i profeti hanno predetto nel nome di Baal e hanno seguito esseri inutili. [...] Dicono a un pezzo di legno: Tu sei mio padre, e a una pietra: Tu mi hai generato. [...] E ora forse non gridi verso di me: Padre mio, amico della mia giovinezza tu sei! Serberà egli rancore per sempre? Conserverà in eterno la sua ira? Così parli, ma intanto ti ostini a commettere il male che puoi »: Ger 11.20a.8.37a; 3,4-5); - della verità, rettitudine e giustizia come nuovo atteggiamento di vita personale e sociale, impregnato dell' alleanza, in antitesi con la falsità, l' empietà e l' ingiustizia («Come sai ben scegliere la tua via in cerca di amore! Per questo hai insegnato i tuoi costumi anche alle donne peggiori. Perfino sugli orli delle tue vesti si trova il sangue di poveri innocenti, da te non sorpresi nell' atto di scassinare, ma presso ogni quercia. Eppure protesti: Io sono innocente»: Ger 2,33-35a); - della rinnovata benedizione, opposta alla maledizione del tradimento (« Io vi ho condotti in una terra da giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti. Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra e avete reso il mio possesso un abominio. [...] Israele è forse uno schiavo o un servo nato in casa? Perché allora è diventato una preda? Contro di lui ruggiscono i leoni, fanno udire i loro urli. La sua terra è ridotta a deserto, le sue città sono state bruciate e nessuno vi abita. [...] La vostra stessa spada ha divorato i vostri profeti come un leone distruttore »: Ger 2,7.14-15.30b). Maria, a sua volta, parla: - delle rocce che si trasformano in mucchi di grano, in antitesi al grano guasto (« Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. [...] Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che verrà cadrà in polvere, quando lo batterete »); - delle patate che nascono da sole nei campi, opposte alla loro mancanza (« Ve l' ho mostrato l' anno scorso con le patate: voi non ci avete fatto caso. Anzi, quando ne trovavate di guaste, bestemmiavate il nome di mio Figlio. Esse continueranno a marcire e quest' anno, a Natale, non ve ne saranno più »); - del bambino che mangia il pane buono datogli dal padre e che pertanto può vivere, in antitesi con la morte dei bambini («Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno»). In questo orizzonte di speranza va anche situato il grande segno delle lacrime. Maria, a La Salette, ha pianto lacrime di luce per tutto il tempo che è rimasta insieme con Maximin e Mélanie. Il codice comunicativo proprio del pianto è una componente non trascurabile nel ministero profetico di Geremia, rilevabile nei suoi stessi testi: - « Chi farà del mio capo una fonte d' acqua, dei miei occhi una sorgente di lacrime, perché pianga giorno e notte gli uccisi della figlia del mio popolo? » (Ger 8,23); - « Se voi non ascolterete, io piangerò in segreto dinanzi alla vostra superbia; il mio occhio si scioglierà in lacrime, perché sarà deportato il gregge del Signore » (Ger 13,17). Commentando questi passi, Pietro Bovati nota: « Quando il male si rivela così profondamente, quando l' insipienza dell' uomo raggiunge il suo culmine, la parola del profeta si muta in pianto. Queste lacrime sono in primo luogo segno di compassione per il popolo che il profeta ama perché è il "suo" popolo. Come il pianto di Gesù su Gerusalemme (Lc 19,41), il pianto di Geremia non è solo lo sfogo per un' amara delusione, ma è piuttosto un' ultima muta parola che invita il peccatore a convertirsi, e che intercede presso Dio ». La massima significazione delle lacrime viene dunque raggiunta in Gesù, che « nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà» (Eb 5,7). Il pianto di Gesù lega l' uomo sofferente a Dio, e così facendo vince «colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo», e libera « quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita » (Eb 2, 14b- 15). La sofferenza, la morte sono il grande scandalo che allontana le persone da Dio, e velano in modo quasi impenetrabile la sua paternità: allontanamento e bestemmia sembrano le uniche risposte possibili, ed è proprio quanto Maria rileva a La Salette: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi... [...] Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio Figlio. [...] Bestemmiavate il nome di mio Figlio ». Invece, il pianto che sgorga dall' interno di queste situazioni è un' affermazione di fede: significa confessare che quest' orizzonte di morte non vede Dio lontano, ma vicino, impegnato a condividerlo, a farlo proprio per redimerlo. Le lacrime sono segno di incarnazione; Dio non salva da lontano, ma facendosi lui stesso carne da salvare: « Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio » (2Cor 5,21). Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, commenta: « Nella debolezza e nella sconfitta estrema cui Dio espone la sua onnipotenza nel Cristo crocifisso, proprio lì va riconosciuto il gesto estremo della potenza di Dio nel suo agire di svuotamento e di condiscendenza verso gli uomini. Nella morte di croce in cui Dio non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi (Rm 8,32) e in cui il Figlio di Dio ha consegnato se stesso (Gal 2,20) per noi, la potenza di Dio si manifesta come unico, libero gesto dell' amore di Dio e di Cristo (cfr. Rm 8,7.39; Gal 2,20) fino all' estremo per noi uomini ». Le lacrime, dunque, attestano non la condanna di Dio ma la sua volontà di salvare, perché implicano il suo coinvolgersi, il suo entrare nella negatività umana per spezzarla ed aprire le persone e la storia a nuovi e ben diversi orizzonti. Il pianto diviene segno della comunione che Dio vuole continuare ad avere e costruire con l' uomo: esse spezzano il circolo vizioso e peccaminoso dell' autosufficienza e dell' incomunicabilità tra i partner dell' alleanza, e aprono la realtà umana all' invocazione e all' incontro. E’ quanto detto da Geremia: « Oracolo del Signore. Sui colli si ode una voce: pianto e gemiti degli Israeliti. [...] Ecco noi veniamo a te perché tu sei il Signore nostro Dio » (Ger 3,20b-21a.22b). Maria, alla sequela di Gesù, condivide l' affanno mortale del suo popolo e piange: il suo pianto ha aperto e apre il vissuto degli uomini e delle donne di Corps (e di sempre) all' incontro di Dio nel Crocifisso. Sono lacrime di luce, perché la realtà su cui vengono versate diviene nuovamente capace di accogliere il Signore. Sono lacrime feconde, perché spingono a riconsiderare se stessi non come schiavi, ma come figli di Dio, disegnando così il sentiero della conversione del cuore. Vorremmo riportare, a conclusione di questa sezione, le riflessioni di Rosario Pio Merendino: « La storia umana, e la storia di Dio con l' uomo, procede e si evolve attraverso successivi "ritorni" : ritorno alla propria terra, ritorno alla libertà, ritorno all' intesa e all' accordo, ritorno alla pienezza dei propri diritti e delle proprie potenzialità, ritorno alla salute, ritorno alla pace. Ognuno di questi ritorni può essere vissuto e interpretato dal credente come il ritorno di Dio, come dono del suo amore e segno della sua presenza operante. Per il non credente ognuno di questi ritorni può rappresentare un momento maturativo, in cui insieme alla coscienza della propria finitezza e dipendenza si rafforza il senso di responsabilità e la coscienza di quanto sia necessario collaborare con tutte le forze alla costruzione di una convivenza pacifica tra i popoli e i gruppi umani, fondata sul rispetto reciproco e la giustizia. Anche in questi momenti laici di ritorno Dio è, pur non visto e cercato, presente e operante a costruire il suo regno che della pace e della giustizia tra gli uomini non può fare a meno ». L' evento de La Salette è stato avvicinato prendendo a criterio della sua interpretazione la sacra Scrittura. Si tratta ora di passare a quanto la Chiesa ha recepito dell' apparizione, con l' istituzione della memoria liturgica propria della beata Vergine Maria a La Salette. E il tema del prossimo capitolo

3. La Salette nella liturgia della Chiesa

La rilettura dell' evento de La Salette alla luce del rib biblico ha evidenziato la centralità della parola di Dio compiutasi in Cristo come criterio di riferimento e di interpretazione anche dei fenomeni straordinari quali le apparizioni. Il luogo dove questa parola risuona e si attualizza pienamente è la liturgia. Essa non è un puro «luogo teologico», ossia un insieme da cui estrarre prove in favore di un determinato pensiero teologico. La liturgia è vera teologia, ossia comprensione e annuncio della fede. Questa è stata l' intuizione fondamentale dei primi padri della Chiesa. Essi parlano dei sacramenti e del culto a partire dai sacramenti stessi e al loro interno. Le grandi catechesi mistagogiche trovano il loro interesse primario nel condurre e nell' introdurre il neobattezzato a una comprensione orante. Scrive, a questo proposito, Cesare Giraudo: « Se è vero che la norma del pregare stabilisce, ossia determina, e a sua volta esplicita la norma del credere; se è vero che quando celebriamo l' eucaristia non facciamo vaniloquio, ma facciamo teologia; se è vero che come celebriamo l' eucaristia così dobbiamo credere, allora non avremo che da lasciarci docilmente e fiduciosamente condurre dalla voce della Chiesa che colloquia con il suo partner divino nel momento della massima tensione relazionale di cui l' una e l' altro sono capaci». Infatti l' operare liturgico della Chiesa è continuazione e allo stesso tempo partecipazione al culto che Cristo, quale Figlio di Dio e capostipite dei genere umano, ha offerto e offre al Padre: « Nella sua liturgia, Cristo esprime per noi, in modo sacramentale, il suo essere Figlio-del-Padre. La sua liturgia non solo rappresenta la sua figliolanza, ma comunica anche la grazia del rapporto filiale con Dio. Poiché la Chiesa partecipa in Cristo alla sua liturgia, essa diventa anche partecipe della figliolanza di Gesù, assume il suo atteggiamento e assimila i suoi sentimenti. Così la liturgia della Chiesa è manifestazione e attivazione della figliolanza di Dio che lo Spirito Santo opera in essa. Poiché la fede è una delle manifestazioni vitali, centrali della grazia, nella liturgia essa diventa visibile e raggiunge il suo massimo sviluppo. In altre parole, la fede trova nella liturgia l' espressione suprema e vi è sentita in modo più intenso ». Se la liturgia è dunque comunicazione celebrata del mistero di Cristo che, attraverso la sua morte e risurrezione, ci ha resi figli di Dio, è in questa linea che si comprende la presenza di Maria nella liturgia eucaristica e nelle memorie particolari che si susseguono nell' anno liturgico. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione sulla liturgia, enuncia le ragioni di questa presenza: « Nella celebrazione di questo ciclo annuale dei misteri di Cristo la santa Chiesa venera con speciale amore Maria santissima Madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l' opera salvifica del Figlio suo; in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione e contempla con gioia, come in un' immagine purissima, ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere» (SC 103). Il culto liturgico a Maria trova quindi la sua giustificazione in un «motivo cristologico », perché Maria è « venerata » in rapporto ai « misteri di Cristo »; in un « motivo soteriologico », perché Maria è « congiunta indissolubilmente con l' opera salvifica del Figlio suo»; infine, in un « motivo di esemplarità », perché la Chiesa ammira in lei ciò che « desidera e spera di essere ». Queste premesse chiariscono lo sfondo su cui costruire il presente capitolo. Ci metteremo in ascolto de La Salette «pregata », così come la Chiesa l' ha sperimentata approvandone la liturgia, per poi introdurci lentamente nella comprensione di fede dell' apparizione, la quale rimane un evento che va al di là della portata degli uomini. Verrà analizzata la « Messa in onore della B.V.M. de La Salette », il cui formulano italiano è stato approvato e promulgato dalla Sacra Congregazione per i Sacramenti e il Culto divino il 2 settembre 1978 (il formulano latino era stato approvato il 25 giugno 1976). Cercheremo in primo luogo di evidenziarne i contenuti scritturistici ed eucologici. Poi verranno rilette le coordinate simboliche dell' evento dell' apparizione alla luce dei dati emersi dalla liturgia stessa

1. LA SALVEZZA, UN MISTERO DI ALLEANZA

La « Messa in onore della B.V.M. de La Salette » si apre con un' antifona d' ingresso che farà da sfondo a tutta la liturgia: « Paziente e misericordioso è il Signore, lento all' ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature ». La funzione dell' antifona d' ingresso è quella di introdurre l' assemblea nel significato particolare di ciò che si sta per compiere. Ciò vuol dire che la comunità cristiana, attraverso questa particolare memoria liturgica, è invitata a riunirsi per celebrare la «misericordia » di Dio, misericordia che si caratterizza appunto attraverso una « lentezza all' ira » e una « ricchezza di grazia » del «Dio buono» che in Gesù Cristo, sacramento della tenerezza del Padre, e nello Spirito, riversa il suo amore « su tutte le creature ». Questa continua presenza di Dio nella storia dell' umanità, caratterizzata da rapporti di elezione, di aiuto e di amore che egli prima strinse con « Israele » e poi, in Gesù Cristo, con tutti gli uomini, viene sintetizzata dalla sacra Scrittura attraverso il termine « alleanza ». Ed è proprio l' alleanza il nodo tematico attorno al quale si condensano i significati più profondi di questa nostra memoria liturgica. Infatti la stessa acclamazione al vangelo, che è sintesi delle prime due letture e introduzione alla comprensione del vangelo stesso, riportando il v. 17 della prima lettura (Gn 9,8-17), così canta: « Questo è il segno dell' alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra ». Prima di analizzare il testo in questione, che si riferisce all' alleanza stabilita dal Signore con Noè, è bene forse soffermarci a comprendere in quali termini nella Bibbia si parli di « alleanza »

2. L' ALLEANZA NELLA SACRA SCRITTURA

Il termine « alleanza » trova le sue radici in un contesto giuridico. Infatti esso può indicare un patto, un contratto, oppure una convenzione tra due persone o gruppi sociali, in relazione al bene comune oppure in ordine alla salvaguardia di interessi particolari. Il corrispondente sostantivo ebraico berit è attestato nell' Antico Testamento per ben 287 volte e probabilmente deriva dall' accadico biritù, che significa « vincolo ». Le opinioni riguardo a questo termine sono molteplici, ma possono essere ricondotte a un quadro di riferimento, in particolar modo per ciò che concerne l' uso del termine in ambito profano. L' esegeta Ernst Kutsch così sintetizza: « Beritù non indica un "rapporto", ma è la "disposizione", 1' "obbligo" che il soggetto della berit si assume; in questo contesto berit può significare anche la "promessa [...] Il soggetto della berit impone un obbligo alla controparte, cioè a colui con il quale "taglia" una berit.[...] Dall' impegno assunto su di sé si può passare alla berit reciproca, all' assunzione di obblighi reciproci da parte di due o più contraenti. [...] Infine un terzo può stabilire una berit fra due "parti". Nell' Antico Testamento non abbiamo un esempio specifico dal quale si possa dedurre che una berit di questo genere comporti obblighi per le due parti ». L' Antico Testamento attesta numerosi esempi di questa berit profana. Per ciò che concerne il bene comune o l' uso dei beni comuni, si possono ricordare: l' alleanza di Abramo in Canaan con la gente del luogo per la comune difesa (Gn 14,13) o per la questione del pozzo usurpato dai servi di Abimelek (Gn 21,25-27). Abbiamo poi una serie di alleanze a scopo politico: Davide, eletto re di Ebron, fa un' alleanza con i capi della fazione nordista (2Sam 3); Labano fa un' alleanza con Giacobbe (Gn 31,44-46); Giosuè con i Gabaoniti (Gs 9,1.15 ss); Chiram con Salomone (1Re 5,26). Ci sono infine alleanze che superano il puro concetto giuridico-politico, per significare vincoli affettivi e spirituali, come ad esempio: « Gionata strinse con Davide un patto, perché lo amava come l' anima sua » (1Sam 18,3); oppure la bellissima immagine del matrimonio offertaci dal profeta Malachia: « Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che ora perfidamente tradisci, mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da un patto» (Ml 2, 14) In modo specifico, però, nell' Antico Testamento il termine berit assume una valenza di tipo religioso: esso serve a indicare il particolare rapporto che esiste tra Dio e il suo popolo. In questo caso però il soggetto della berit è unicamente il Signore. Egli è colui che la stabilisce e con essa sancisce il suo impegno a fare o a dare qualcosa all' uomo. Molteplici sono i casi in cui la Bibbia usa questa accezione del termine berit. Oltre a Gn 9,8-17, che sarà oggetto di una trattazione più ampia nel prossimo paragrafo, si fa menzione della berit più volte, ad esempio in riferimento ad Abramo. La storia del patriarca biblico ruota, di fatto, sull' intenzione divina di stabilire l' alleanza: egli può divenire benedizione per tutti i popoli, realizzando così la sua vocazione (Gn 12,1-4), solo vivendo questo legame con il Signore. La tradizione jahvista ne riporta il racconto: «Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante... In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: "Alla tua discendenza io darò..." » (Gn 15,17-18). In questo caso Dio, simboleggiato dal fuoco, passa tra gli animali divisi in due, segno del suo impegno solenne sigillato da un giuramento imprecatorio. La tradizione sacerdotale vede, a sua volta, Abramo come il destinatario della berit del Signore, che gli annuncia: « Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso... Ecco la mia alleanza è con te e sarai padre... » (Gn 17,1-11). Appare chiaramente che l' iniziativa di Dio è la sua alleanza, Abramo è solo il destinatario del suo amore gratuito. La sostanza del patto di Abramo si ritrova nell' Esodo, dove i racconti che riguardano gli eventi localizzati sul monte Sinai sono certamente la più antica testimonianza del concetto di alleanza. Non solo, ma essi dimostrano con evidenza il legame profondo di Dio con il suo popolo. Egli l' ha plasmato come sua « proprietà », l' ha reso popolo sacerdotale (Es 19,4-8) e ha sancito tale alleanza in modo solenne: « Il Signore disse a Mosè: "Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un' alleanza con te e con Israele" » (Es 34,27). Nello sviluppo promosso dalla teologia deuteronomica si evidenzierà sempre più anche la necessità della risposta da parte dello stesso Israele: « Vedi, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi di amare il Signore, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti... Ma se il tuo cuore si volge indietro, e se tu non ubbidisci... io vi dichiaro che certamente perirete » (Dt 30,15-20). A Israele viene quindi richiesta una risposta di «obbedienza» al patto. E Israele risponderà con periodi di grande fervore religioso, che però col tempo si affievolirà fino a divenire infedeltà, abbandono nelle mani di divinità straniere. Allora la stessa caduta di Samaria e di Gerusalemme saranno lette dal profeta Geremia come conseguenze dell' infedeltà al patto: « Molte persone passeranno su questa città e ognuno dirà al compagno: Perché mai l' Altissimo ha agito così con questa grande città? E si risponderà: Perché essi hanno abbandonato l' alleanza del Signore loro Dio, hanno adorato altri dèi e li hanno serviti» (Ger 22,8-9). Nonostante gli innumerevoli richiami dei profeti (Am 5,21-24; Ml 2,7-8; ecc.), il popolo di Dio persiste nella sua infedeltà. Allora si prefigura una « nuova alleanza » (Ez 16,58-60; Ger 31,31-34), dove la mediazione sarà affidata alla vocazione del Servo del Signore (Is 42,6; 49,6ss) che, attraverso la sua sofferenza, permetterà di raggiungere la pienezza del disegno di Dio. Ora, nel Nuovo Testamento la realizzazione delle promesse fatte dai profeti avverrà attraverso Gesù Cristo: « Egli è mediatore di una nuova alleanza » (Eb 9,15). Attraverso la sua immolazione sulla croce, Gesù non solo è garante e mediatore della nuova alleanza, ma con il suo sacrificio estingue anche le colpe connesse con l' antico patto

3. L' ALLEANZA COSMICA: GN 9,8-17

La breve sintesi sul concetto biblico di « alleanza » ci ha illuminati sul particolare rapporto intessuto da Dio con il suo popolo. Ora, con Gn 9,8-17, si apre un capitolo interessantissimo, non solo riguardo al tema dell' alleanza, ma a tutta la teologia dell' Antico Testamento. Esso costituisce la prima lettura della liturgia che celebra Maria a La Salette. Ne riportiamo il testo: « Disse Dio a Noè e ai suoi figli con lui: "Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall' arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, ne piu il diluvio devasterà la terra". Dio disse: "Questo è il segno dell' alleanza, che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne. Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell' alleanza tra me e la terra. Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l' arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne. L' arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l' alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra". Disse Dio a Noè: "Questo è il segno dell' alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra"». Questo brano della Genesi va letto in relazione al racconto del diluvio, ed è frutto di un minuzioso lavoro redazionale che, pregevolmente, ha cucito insieme due fonti: la jahvista (J) e la sacerdotale (P).

a. Il racconto jahvista. « Dio vide che la malvagità dell' uomo era grande sulla terra e che tutti i pensieri e i disegni del suo cuore erano costantemente rivolti al male. Allora il Signore si pentì di aver fatto l' uomo sulla terra e se ne dolse in cuor suo...» (Gn 6,5-8). Questi versetti del prologo al diluvio rappresentano una peculiarità all' interno della preistoria jahvistica. Infatti finora lo jahvista, nella storia del paradiso e della caduta, nella storia di Caino, nella genealogia dei Cainiti e nella storia del matrimonio degli angeli, si era servito di materiali provenienti da antichissime tradizioni, rielaborandoli poi sapientemente. Con i vv. 5-8, invece, l' autore si lascia andare ad una riflessione personale: quel peccato che aveva fatto irruzione nel mondo ai primordi della storia è ora dilagato fino a corrodere il « cuore dell' uomo » che ormai è « costantemente rivolto solo al male ». Per contro, c' è il « cuore di Dio » che mentre da una parte, turbato, deluso e preso dall' ira decreta la fine di tutto ciò che ha creato, dall' altra lascia emergere la sua volontà di misericordia attraverso la scelta di Noè, per mezzo del quale egli riannoda la sua opera salvifica. E allora, dal « cuore » preoccupato di Dio, il nostro autore, con grande senso artistico, ci introduce al mistero del « cuore » misericordioso del Signore: « Quando Dio odorò la piacevole fragranza, disse tra sé: "Mai più maledirò il terreno per causa dell' uomo, perché tutti i pensieri del cuore dell' uomo sono malvagi fin dalla sua giovinezza... Finché durerà la terra, semenza e messi, freddo e caldo, estate e inverno, notte e giorno, non cesseranno" ». (Gn 8,21-22). E singolare che la stessa « malvagità del cuore dell' uomo », che nel prologo ha motivato la punizione di Dio, nell' epilogo ne manifesti la misericordia e la grazia. Commenta, a questo proposito, Gerard von Rad: « Questo contrasto tra l' ira punitrice di Dio e la sua grazia soccorritrice, che peraltro pervade tutta la Bibbia, viene qui presentato in maniera del tutto aliena dalla teologia, anzi quasi senza misura, cioè quasi come un cedere, come un adattarsi di Dio alla peccaminosità dell' uomo. [...] La sentenza stessa è espressa in una solenne lingua poetica; i cicli, che essa garantisce, corrispondono, dal punto di vista climatico, al mondo del nostro autore; sono nominate le due principali stagioni dell' anno, che determinano la vita in Palestina: l' estate totalmente arida e il tempo delle piogge invernali. La primavera e l' autunno, a motivo dei rapidi cambiamenti, non hanno, al confronto, la stessa importanza ». La storia jahvistica del diluvio si chiude, quindi, con una parola di grazia: nonostante la peccaminosità dell' uomo, Dio garantisce i cicli vitali della natura

b. Il racconto sacerdotale. Il secondo racconto del diluvio, formatosi nella scuola sacerdotale (P), a differenza del primo (J), si ricollega direttamente alla genealogia dei Setiti (Gn 5); il tempo che va da Adamo a Noè viene quindi semplicemente colmato con una genealogia. Noè viene subito presentato come saddiq, giusto, e tamim, senza difetto, concetti che ritroviamo spesso nella Bibbia, mentre è unica l' affermazione «camminare con Dio». Con Gn 6,11 inizia la storia sacerdotale del diluvio: « Ora la terra era pervertita davanti a Elohim e si era riempita di violenza. Elohim guardò la terra, ed ecco essa si era pervertita, perché ogni carne aveva depravato la sua condotta sulla terra. Elohim allora disse a Noè: "Per me è giunta la fine di ogni carne, perché la terra è piena di violenza per loro colpa, e io li voglio sterminare insieme con la terra" » (Gn 6,11-13). Il v. 11 rivela subito il cambiamento di prospettiva dell' autore sacerdotale rispetto a quello jahvista. Infatti, mentre lo jahvista aveva fatto una descrizione particolareggiata del dilagare del peccato sulla terra con una serie di immagini, l' autore sacerdotale usa sinteticamente il vocabolo hamas, delitto, quindi oppressione volontaria. Quest' arbitrio dell' uomo comporta di fatto una sconsacrazione della terra. Molto più estesa e particolareggiata è invece la descrizione dell' arca (Gn 6,14-16) e quella dello stesso diluvio (Gn 7,18-20) con le quali si evidenzia la concretezza dell' agire di Dio. Un elemento suggestivo in questo racconto è rappresentato dallo stesso termine mabbul che non significa propriamente «diluvio», « inondazione», ma è un termine tecnico che indica l' oceano celeste, posto sopra il firmamento, che defluisce verso il basso attraverso apposite saracinesche (2Re 7,2.19). Il diluvio, quindi, nella descrizione sacerdotale, è da considerarsi come una catastrofe che si estende a tutto il cosmo. Il mare primordiale che precipita sulla terra rappresenta il crollo dell' intero edificio del mondo. Le due parti di quel mare caotico primordiale, diviso in due dalla forza creatrice dell' amore di Dio, tornano ad unirsi: è il caos! Ma nonostante tutto « Dio si ricordò di Noè ». Nella sua giustizia che giudica il peccato, Dio non perde la sua misericordia: « La storia del diluvio, oggi meno considerata dal pensiero teologico che non gli altri fatti della preistoria, documenta anzitutto, in modo evidente, la potenza e la libertà di Dio di lasciare che il mondo, da lui creato, precipiti di nuovo nel caos. Essa ci mostra Dio che giudica il peccato, e sta all' inizio della Bibbia come espressione efficace dell' ira micidiale di Dio per il peccato. [...] Ognuna delle rivelazioni salvifiche progressive scaturisce dal cuore di Dio; di lui si manifesta l' ira radicale sul peccato, e non si attarda a parlare del capriccio di un idolo col quale l' uomo debba fare i conti. Come miracolo appare già l' elezione di Noè, e quindi la preservazione dell' eone noachitico da parte della pazienza divina ». Il tema della misericordia di Dio e della sua volontà salvifica viene sviluppato dall' autore sacerdotale in particolar modo in 9,1-17. Egli non sta parlando di cose lontane, ma risponde concretamente a problemi che risulteranno di notevole importanza per la successiva fede d' Israele. Infatti, se è vero che la creazione, uscita perfetta dalle mani di Dio, è soggetta a un grave disordine a causa della « violenza » dell' uomo, se tra gli stessi uomini la pace è scomparsa a causa della degenerazione della convivenza umana, quale sarà il rapporto attuale di Dio con la creazione e degli uomini tra loro e con la creazione stessa? Ecco allora che nei vv. 1-17 vengono affrontate specificamente alcune questioni teologiche, rispondendo ad alcuni interrogativi fondamentali. La prima questione riguarda il comandamento del « siate fecondi » (Gn 1,28). In una creazione decaduta a causa del peccato, l' uomo in questa sua funzione vitale è ancora sotto la benedizione di Dio? Il v. 1 risponde affermativamente. L' uomo, anche dopo il grande giudizio di Dio, si vede confermare la benedizione di Dio in rapporto alla sua generazione. La seconda questione riguarda invece l' ordine che deve regnare nel creato. Il regno animale è pieno di terrore di fronte all' uomo, non c' è più pace paradisiaca. In tale contesto viene rinnovato il comando di dominio sugli animali, con la peculiarità però di non toccare sangue (Gn 9,2-4). Il sangue, infatti, è proprietà particolare di Dio, poiché in esso risiede la vita. Nei vv. 5-7, il discorso si amplia e viene proclamato il diritto di sovranità di Dio sulla vita umana; essa è inviolabile, non in forza di un diritto umano, o di una pura e semplice teoria filantropica, ma perché l' uomo è proprietà di Dio, gli appartiene, è sua immagine. Infine, nei vv. 8-17, l' autore sacerdotale, superando lo stesso jahvista, rilegge tutto il mistero della misericordia di Dio e della sua volontà salvifica, alla luce del concetto di alleanza. Dio stipula la sua alleanza con Noè e la sua discendenza, alleanza resa solenne perché, oltre che dalla «parola», è garantita da un segno ricco di significato: l' arcobaleno. Naturalmente il concetto di alleanza che sottende Gn 9,8-17 è quello tradizionale: un patto tra Dio e l' uomo. Ma in un punto questo patto si differenzia dall' alleanza del Sinai o da quella stipulata con Abramo: in questi casi, pur se l' alleanza è dono libero dell' unico Signore, il popolo e Abramo sono posti davanti all' accettazione di tale patto. Invece la peculiarità dell' alleanza con Noè ha appunto come segno l' arcobaleno, cioè un segno che si trova tra cielo e terra, pegno quindi di una grazia che viene offerta gratuitamente senza nessuna accettazione di sorta da parte del contraente terreno. Non solo, ma il senso ebraico del termine che noi traduciamo sinteticamente con « arcobaleno » è illuminante. Arcobaleno significa piuttosto, nell' Antico Testamento, arco da guerra. La sua apparizione annuncia al mondo che Dio ha deposto il suo arco. Deponendo l' arco da guerra, Dio manifesta la sua volontà di benedizione che viene sperimentata dall' uomo nella stabilità e immutabilità dei cicli naturali (nell' ambito, cioè, degli elementi impersonali). L' uomo, dunque, pur sperimentando il caos dei rapporti umani, sociali e naturali, è invitato a lasciarsi andare nelle braccia del Dio misericordioso, fiducioso della sua benedizione e sicuro che i cicli naturali stabiliti dalla parola di Dio assicurano la sopravvivenza del mondo.

4. LA SALVEZZA: UN MISTERO DI RICONCILIAZIONE IN CRISTO (2COR 5,17-21)

La seconda lettura della memoria liturgica di Maria de La Salette si inserisce mirabilmente nella linea tematica aperta della prima. Infatti, il segno dell' alleanza con Noè, l' arcobaleno, che rappresenta il collegamento tra il cielo e la terra operato da «Dio solo», viene ora riletto alla luce di Cristo, luogo d' incontro della storia di Dio con la storia degli uomini, segno mirabile della benevolenza con la quale Dio veglia sull' umanità. Ne riportiamo ora il testo: « Fratelli, se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio». La « storia della salvezza » è dunque una lunga storia di alleanza, ossia la « storia » del Dio-Amore che liberamente si offre all' uomo; il rifiuto, causato dal peccato, provoca in lui collera e tenerezza allo stesso tempo. In una parola potremmo dire che la storia dell' alleanza è, quindi, una storia di continue riconciliazioni che culminano nella riconciliazione definitiva attuatasi attraverso il mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Comprendere dunque il mistero della riconciliazione significa aprirsi alla centralità del mistero di Cristo. Insegna Giovanni Paolo Il: « Dio è fedele al suo disegno eterno anche quando l' uomo, spinto dal maligno e trascinato dal suo orgoglio, abusa della libertà, datagli per amare e cercare generosamente il bene, rifiutando l' obbedienza al suo Signore e Padre; anche quando l' uomo, invece di rispondere con amore all' amore di Dio, gli si oppone come ad un suo rivale, illudendosi e presumendo delle sue forze, con la conseguente rottura dei rapporti con colui che lo ha creato. Nonostante questa prevaricazione dell' uomo, Dio rimane fedele nell' amore. [...] Noi sappiamo che Dio, ricco di misericordia, come il padre della parabola, non chiude il cuore a nessuno dei suoi figli. [...] Questa iniziativa si concretizza e manifesta nell' atto redentivo di Cristo, che si irradia nel mondo mediante il ministero della Chiesa » (RP 10). Ora, la memoria liturgica della beata Vergine Maria de La Salette segue questa linea tematica attraverso i testi delle orazioni e del prefazio, la seconda lettura e il vangelo, sviluppando però anche il tema del rapporto particolare di Maria con suo Figlio, Gesù Cristo il « riconciliatore ». Per approfondire e apprezzare ulteriormente la profondità del messaggio di san Paolo, è bene situare questa lettera in un contesto più ampio. Infatti, mentre la 1 Corinzi ci presenta un Paolo che si affatica nell' edificazione della comunità cristiana, la 2 Corinzi si sofferma sulla lotta di Paolo contro i suoi avversari che lo attaccano con insinuazioni maligne. L' apostolo, in effetti, allude a numerosi fatti accaduti a Corinto che non conosciamo accuratamente e che rendono difficile l' interpretazione della lettera stessa, ponendo un problema di ordine storico-letterario: ci si trova di fronte a una o a più lettere"? Benché, dunque, non si possa parlare di omogeneità letteraria, si può però parlare di unità teologica. Infatti le parti principali della lettera seguono un unico filone interpretativo riguardo al ministero apostolico: esso si fonda sull' azione salvifica di Dio e, nella morte e risurrezione di Cristo, comunica la fede e la salvezza mediante la riconciliazione (2Cor 5,18). Non solo, ma la gloria di tale ministero è perenne e insuperabile (2Cor 3,14). Ecco allora che Paolo abbandona il tono polemico, per esortare i Corinzi a ritessere i rapporti. La sua esortazione però non assume toni moralistici, ma si inserisce in una dimensione più ampia, quella della proclamazione della fede: « Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo. [...] E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo... » (2Cor 5,l7ss). L' opera della salvezza viene presentata come una riconciliazione, ossia il passaggio creativo da una situazione di ostilità a un legame di amicizia tra Dio e gli uomini: ciò comporta un mutamento radicale nella persona riconciliata e non può essere inteso solamente come una procedura (finzione) giuridica. L' artefice della riconciliazione mediante Cristo, e al di là dello stesso Cristo, è Dio. La riconciliazione è azione esclusiva di Dio: non c' è dunque riconciliazione che parta dagli uomini, perché solo Dio può imputare o perdonare le colpe (Rm 4,7-8). E, di fatto, Paolo sottolinea come non sia il peccatore colui che è chiamato a riconciliarsi con Dio, ma come Dio sia colui che chiama a riconciliarsi con sé. Settimio Cipriani, specialista della teologia paolina, nota: « Il v. 19 è la chiarificazione del verso precedente: esso precisa meglio la natura spirituale di questa riconciliazione, che consiste appunto nel non mettere a conto, "non imputare" (v. 19), come giustizia avrebbe voluto, i peccati degli uomini. Ed essi non vengono messi a conto perché Cristo li espiò, distruggendoli, in se stesso. E chiaro però che tale riconciliazione può diventare operante solo a condizione di accettarla mediante la fede». Ora, nell' ottica di Paolo, Dio non solo è l' unico artefice della riconciliazione, ma prolunga questo mistero attraverso il ministero « apostolico » che si caratterizza appunto come ministero della riconciliazione di cui Paolo è parola vivente. « E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro » (2Cor 5,19-20a). La sua parola non è dunque pura parola umana, ma parola di Dio (1Ts 2,13), in forza della quale egli può gridare: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20b). Naturalmente, la riconciliazione attuata da Dio attraverso Gesù Cristo, non avviene senza sofferenza. Il caro prezzo della riconciliazione è la croce: « Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio » (2Cor 5,20; cfr. anche Rm 5; 1Cor 15,3). Bisogna sottolineare la forza dirompente di questa affermazione dell' apostolo: personalizzando al massimo il discorso, egli dice che Cristo non solo porta il peccato, ma diviene lui stesso peccato. Ugo Vanni così commenta: « L' espressione è molto forte. Non si dice solo che Cristo prende su di sé la maledizione divina dovuta alla violazione dell' alleanza, ma che tale maledizione si identifica con Cristo crocifisso. E’ un fatto che lo riguarda personalmente. Ne deriva una conclusione: Cristo, divenuto personalmente maledizione e morendo sulla croce come tale, fa di tutto questo un' esperienza cosciente. Altrimenti si avrebbe di Cristo crocifisso uno strano automa di redenzione. L' esperienza cosciente di essere divenuto maledizione di fronte a Dio non attenua in Cristo la volontà di dedizione, ma ne fa un' esperienza altamente drammatica. (…) La morte di Gesù non è vista da Paolo come una fatalità. Essa ha un suo preciso movente interiore che la caratterizza e la qualifica: Gesù muore per un abbandono obbedienziale e amoroso verso il Padre e per amore di singoli uomini. La morte sacrificale di Cristo è, in ultima analisi, una vita donata sotto l' imperativo dell' amore » Riconciliazione e croce sono due misteri congiunti (Col 1,20-22) che danno vita a una nuova umanità. Animata dall' imperativo dell' amore, effuso nel cuore dallo Spirito, essa sperimenta la pace, e si muove verso un sempre più profondo processo di unificazione che trova la sua esemplarità e la sua fonte vitale nella morte di Cristo. Sulla croce, infatti, egli ha abbattuto il muro di separazione tra ebrei e pagani (Ef 2,16): la riconciliazione con Dio produce la riconciliazione degli uomini tra loro, e la Chiesa, corpo di Cristo, ne diventa il sacramento storico e visibile.

5. MARIA ACCANTO ALLA CROCE: « MADRE UNIVERSALE DI RICONCILIAZIONE » (GV 19,25-27)

L' invito a celebrare la misericordia di Dio, cantato nell' antifona d' ingresso e annunziato attraverso la memoria dei grandi avvenimenti della salvezza offertaci dalle prime due letture, arriva al suo culmine espressivo nella pagina del vangelo di Giovanni (19,25-27). Già la colletta in se stessa offre un orizzonte interpretativo del testo: « O Dio, che hai riconciliato a te il mondo col sangue prezioso del tuo Figlio e a lui, ai piedi della croce, hai associato Maria, sua Madre, come riconciliatrice dei peccatori, fa' che per la sua materna intercessione riceviamo da te il perdono dei peccati...». Il Dio che sancisce l' alleanza con Noè, aveva posto a testimonianza di ciò un segno tra il cielo e la terra, l' arcobaleno. Ora egli rinnova la sua alleanza una volta per te, ponendo un nuovo segno: non più l' arcobaleno, ma il legno della croce, che si erge alto sui peccati del mondo e che diviene nodo nevralgico di ogni riconciliazione. Ed è proprio ai piedi della croce che Dio ha « associato Maria » al suo Figlio Gesù, «come riconciliatrice dei peccatori». Una volta, dunque, affermata la centralità del mistero di Cristo, la liturgia fa un passo avanti, e in una prospettiva cristologica e soteriologica situa il mistero di Maria. Infatti da lei « è sorto il sole di giustizia, Cristo nostro Dio » (antifona alla comunione). Ed è lei che il vangelo di Giovanni presenta sotto la croce (Gv 19,25-27), al culmine del suo discepolato: « Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo» (Gv 12,26). Riportiamo ora il testo: « Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio!". Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre!". E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa ». Il brano in questione ha suscitato nella storia dell' esegesi cristiana lungo i secoli un notevole interesse. Diverse infatti sono le ipotesi interpretative, tutte riconducibili alla domanda se il testo contenga o meno la dottrina della maternità spirituale di Maria in rapporto alla Chiesa. Fin dal quarto secolo l' intuizione che questo episodio avesse un significato ecclesiale (diretto cioè all' intera comunità cristiana) inizia a farsi strada: le parole di Gesù superano l' ambiente e la sfera dei rapporti domestico-familiari tra figlio e madre. Lo stesso Signore presenta la Vergine come la « Madre » di tutti i suoi discepoli, la Madre spirituale della Chiesa. Nella storia della cristianità occidentale, l' interpretazione di questo testo come l' affermazione della maternità rituale di Maria sembra riconducibile a sant' Anselmo di Lucca (m. 1086). Dopo di lui intraprendono questa linea anche sant' Anselmo d' Aosta (m. 1109), Eadmero (m. 1124) e Ruperto di Deutz (m. 1130), il quale dice: « Così, soffrendo qui veramente le sofferenze del parto nella passione del suo unico Figlio, la beata Vergine ha messo al mondo la nostra salvezza universale; per questo è la madre di tutti noi ». Naturalmente la ricchezza del testo, e soprattutto l' importanza che esso riveste per la comprensione della nostra memoria liturgica, postulano un' analisi più approfondita.

a. Maria, Madre di tutti i discepoli di Cristo. Per facilitare la comprensione di questo profondissimo testo giovanneo, si è ritenuto utile adottare una forma di esposizione schematica, a passi successivi. L' analisi e la strutturazione di questo brano del vangelo seguirà le proposte degli esegeti Virgilio Pasquetto e Aristide Serra.

a. Dal punto di vista narrativo, la scena è costituita da un' introduzione (« Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala » Gv 19,25); da una parte centrale (« Gesù, allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio". Poi disse al discepolo: "Ecco la tua madre" », Gv 19,26-27a); e da una conclusione («E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa», Gv 19,27b). Ciò che colpisce subito l' occhio del lettore è che, pur se distinti, questi tre momenti sono concepiti dall' autore in modo unitario. Infatti il filo conduttore è costituito dal binomio « madre-discepolo », che si alterna in modo simmetrico.

b. La pericope di Gv 19,25-27 ha uno stretto rapporto con Gv 19,23-24, relativa alla tunica inconsutile: « I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta di un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: "Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca". Così si adempiva la Scrittura: "Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte". I soldati fecero proprio così». Il legame tra Gv 19,23-24 e Gv 19,25-27 è evidenziato, nel testo greco, dalle congiunzioni avversative « mèn... dè », che incontriamo in 19,24 e in 19,25a. Grammaticalmente esse hanno la funzione di far risaltare il nesso che unisce le due scene e quindi di chiarire quello che i soldati fecero in ordine alla non spartizione della tunica. In una parola ciò che era « segno » in 19,23-24, diviene realtà in 19,25-27, vale a dire: « La tunica di Cristo, non lacerata dai soldati, è un segno di quell' unità della Chiesa che sta per costituirsi dall' unione tra la Madre di Gesù e il discepolo da lui amato. E questa unione della nuova comunità messianica presente ai piedi della croce è fomentata dallo Spirito Santo che Gesù effonde quando, "chinato il capo, rese lo spirito" (v. 30) », quest' interpretazione è più verosimile rispetto a quella che, scorgendovi un' allusione alla tunica del sommo sacerdote, vede un riferimento diretto al sacerdozio di Cristo sulla croce. La tunica come segno di unità trova un riscontro non solo nella sacra Scrittura, ad esempio l' incontro di Geroboamo con il profeta Achia di Silo che lacerò il mantello nuovo in dodici pezzi indicando così l' imminente scissione del regno (1Re 11,29-39), ma anche nella tradizione cristiana.

c. Il brano che racconta la presenza di Maria sotto la croce intrattiene un forte legame letterario anche con quello che tramanda la presenza della Madre del Signore alle nozze di Cana. Infatti sia in Gv 2,1-12 sia in Gv 19,25-27 possiamo trovare i seguenti punti di contatto linguistico: - Maria non viene ricordata con il suo nome proprio, ma con i titoli « madre di Gesù » (Gv 2,1; 19,25), e « donna» (Gv 2,4; 19,26); - i due episodi sono posti dall' evangelista sotto il segno dell' « ora » di Gesù (Gv 2,4; 19,26), che simboleggia il mistero della passione, morte e risurrezione del Cristo. Il legame tra questi due brani si pone anche a livello teologico. Le nozze di Cana, cui Maria è presente, sono un prodigio messianico che riguarda l' opera specifica e propria del messia: ciò lascia intendere che anche la presenza di Maria sotto la croce riguarda in maniera non indifferente l' opera messianica di Gesù. Questa duplice presenza è accomunata dalla stessa logica interna: « Maria è presente nella nuova comunità messianica come "madre" e "donna" sia nel momento in cui essa è solo annunciata (2,1-12) sia quando essa diventa realtà (19,25-27) ». Nei vv. 26-27a possiamo riconoscere una « formula di rivelazione » sottolineata dall' uso consequenziale dei termini « vedere-dire-ecco ». L' evangelista scrive: « Gesù, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: "Donna, ecco il tuo figlio" » (Gv 19,26). Questa « formula di rivelazione » è un gioco linguistico tipico delle Scritture profetiche. In esso, un profeta « vede » un' altra persona, le « dice » una parola che manifesta il ruolo assegnatole da Dio nella storia della salvezza, e specifica con l' avverbio « ecco » il tipo di missione cui il Signore la chiama. Ora, Gesù « vede » la Madre; le « dice » la parola che manifesta il suo ruolo nel piano di salvezza; e ne precisa la natura con l' avverbio « ecco » (« Donna, ecco il tuo figlio! »). Così commenta Aristide Serra: « Sappiamo che anche secondo il quarto vangelo Gesù è il profeta del Padre (Gv 4,19.44; 6,14; 7,40; 9,17), ripieno dello Spirito di Dio senza misura (Gv 1,32.33; 3,34). In forza del suo ufficio profetico, Gesù rivela a sua madre che tutti i credenti in lui, figurati dal discepolo presente sul Calvario, sono anch' essi suoi figli ». La «formula di rivelazione » investe, in questo brano, anche il rapporto di Gesù con il discepolo amato: Gesù « vede » il discepolo, « dice » la parola che illumina il suo posto nel piano salvifico, e ne specifica la natura con l' avverbio «ecco» (« Ecco la tua madre! »: Gv 19,27a). Aristide Serra continua: « Al discepolo [Gesù] manifesta che Maria è anche sua Madre. Pertanto la maternità di Maria dalla persona di Gesù si estende a tutti i suoi discepoli. Stavolta, si direbbe, è il Figlio che crea la Madre! Infatti le parole di Gesù "sono spirito e vita" (Gv 6,63). Piene come sono dell' energia divina che è lo Spirito Santo, esse creano" ciò che "dicono". Di conseguenza, Maria è costituita "Madre" (spirituale) del discepolo, e il discepolo è costituito "figlio" (spirituale) di Maria ».

e. Il testo termina così: « E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa » (Gv 19,27b). La traduzione che però rende meglio il significato è: « E da quell' ora il discepolo l' accolse [il verbo greco è lambanein] fra le sue cose proprie [il termine greco è ta idia] ». Seguendo la proposta esegetica di Ignace de La Pot terie, uno dei massimi esperti sugli scritti giovannei, Virgilio Pasquetto nota: « Il verbo lambanein assume in Giovanni un triplice significato: a) il senso di' ' prendere", quando ha per oggetto una cosa inanimata; b) il senso di "ricevere", quando ha per oggetto un dono a contenuto spirituale; c) il senso di' ' accogliere", quando ha per oggetto Gesù, le sue parole. [...] Secondo il lessico giovanneo [...] il ta idia è sinonimo di "cose proprie", appartenenti al discepolo in quanto discepolo di Gesù, cioè al suo essere credente ». Ci troviamo di fronte al linguaggio peculiare del quarto vangelo, che utilizza termini da leggere in chiave simbolica. Giovanni non si ferma mai al significato letterale di una parola, ma lo utilizza come allusione profonda al mistero di Cristo. Nel nostro caso, le « cose proprie » entro le quali il discepolo amato accoglie Maria sono, a livello letterale, la casa o l' alloggio materiale da lui offerto alla Vergine. Ma, a livello simbolico, la casa materiale diventa quell' ambiente interiore e spirituale che caratterizza l' esistenza credente, in cui confluiscono i diversi doni ereditati dall' amore di Gesù, quali: - il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12); - l' acqua viva, segno della parola di Cristo e dello Spirito Santo che la fa ricordare nel cuore dei credenti (Gv 4,14; cfr. 7,37-39); - lo Spirito Santo (Gv 0,22), - la pace (Gv 14,27; 20,19.21); - il pane, ossia la parola di Gesù (Gv 6,32-35); - il pane eucaristico, vale a dire la carne del Figlio per la vita del mondo (Gv 6,51b); il comandamento nuovo: «Come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34); - la vita eterna, cioè la conoscenza del Padre come l' unico vero Dio e la conoscenza di colui che egli ha mandato, Gesù Cristo (Gv 17,2-3; 10,28); - le parole di Gesù, ossia l' insegnamento che egli ci ha rivelato in quanto portavoce ed esegeta del Padre (Gv 17,8); - la gioia (Gv 15,11; 17,13) Per esplicita e positiva volontà di Cristo, Maria è dunque parte integrante del patrimonio di fede della Chiesa di tutti i tempi. Ella è uno dei doni coi quali Gesù ha voluto arricchire la comunità dei suoi discepoli. Come tale, il discepolo amato, che rappresenta tutti i credenti, accoglie Maria in quella mistica «casa» che è la sua unione con il Cristo, Maestro e Signore.

b. Maria, Madre di tutti i «dispersi figli di Dio». Il racconto giovanneo del Calvario costituisce certamente una scena di rilevanza teologica: sotto la croce vi sono quattro donne, tra cui Maria, e il discepolo prediletto. Gesù, rivolgendosi in primo luogo a Maria, non soltanto l' affida a Giovanni, ma conferisce a lei un compito particolare. Tutto questo si svolge in un contesto messianico evidenziato sia dal luogo da dove Gesù affida sua madre a Giovanni, sia dal termine con il quale chiama sua madre: «donna». Il luogo dell' azione è la croce, potenza di Dio attraverso la quale si avvera la profezia di Caifa: « Essendo sommo sacerdote di quell' anno, (Caifa) profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non per la nazione soltanto, ma anche per radunare nell' unità i "dispersi figli di Dio" » (Gv 11,51-52). Facendo menzione dei «dispersi figli di Dio», Giovanni si ricollega ad una serie di temi anticotestamentari di tipo escatologico-messianico. Infatti l' Antico Testamento con i «dispersi figli d' Israele» indica tutta la vicenda della dispersione del popolo, con particolare riferimento all' esperienza dell' esilio babilonese. Con l' esilio e la distruzione del tempio e di Gerusalemme, Israele viene privato degli elementi costitutivi della sua identità nazionale e culturale, e ritorna ad essere un « non popolo », paragonabile ad una immensa distesa di ossa aride o alla discesa nella tomba. Questa situazione di profonda crisi non è comunque l' ultima spiaggia per gli esuli: la parola profetica continua a risuonare anche in terra straniera, e si fa strada la convinzione che l' esilio può diventare un' esperienza purificatrice a seguito della quale Dio « risuscita » il suo popolo e lo « raduna » dalla dispersione in mezzo ai gentili, per condurlo verso la sua terra grazie a un suo servo, il Servo sofferente del Signore (Is 49,5-6), mediatore della nuova alleanza che si estenderà a tutte le nazioni. In tale contesto, assumono una rilevanza particolare sia il tempio sia la stessa città di Gerusalemme. Il tempio diviene il simbolo privilegiato della riunificazione, il luogo santo per eccellenza dove Ebrei e gentili si raduneranno come nuovo popolo dell' alleanza per adorare l' unico e medesimo Signore. Gerusalemme, colei che aveva patito, con l' esilio, la sterilità e la desolazione, viene salutata come « madre » di questi « figli dispersi », colei che assapora la gioia inaspettata di una maternità prodigiosa e universale. Le difficoltà incontrate durante il ritorno dall' esilio e la ricostruzione, oltre alle successive dominazioni straniere, prima ellenistica e poi romana, contribuirono a mantenere nella coscienza d' Israele la convinzione di essere ancora un popolo « disperso ». Per cui si cominciò ad attendere il compimento pieno degli oracoli profetici con l' avvento del messia: attesa del messia e attesa della riunificazione dei dispersi di Israele divennero un tutt' uno. E questa la base che consente a Giovanni (e anche agli altri evangelisti) di scoprire il compimento di queste profezie nella persona di Gesù, Servo sofferente del Signore (Gv 1,29.36), « tempio non costruito da mani d' uomo »(Mc 14,58). Dall' alto della croce egli attira tutti a sé (cfr. Gv 12,32) e raduna tutti coloro che, sotto l' impulso dello Spirito Santo, adorano il Padre (cfr. Gv 4,23). Tutti i temi e le risonanze connesse alla « riunione dei dispersi figli di Dio » vengono dunque riletti in chiave cristologica. Nel pensiero dell' evangelista i « figli di Dio » sono non soltanto i membri del popolo d' Israele, ma anche tutti coloro che si aprono a Cristo e alla sua parola (Gv 1,12; lGv 3,1.2.9.10; 5,1.2). La « dispersione » affligge l' umanità intera, schiava del maligno (il lupo), che rapisce e disperde (Gv 10,12; 16,32). Cristo, «Agnello di Dio » (Gv 1,29.36), cioè Servo sofferente del Padre, muore « per radunare nell' unità i dispersi figli di Dio », Ebrei e non Ebrei (Gv 11,51-52). In virtù della sua morte-risurrezione, egli opera il raduno del genere umano, disgregato dal male, in un altro tempio e in un' altra Gerusalemme. Il tempio nuovo è la sua stessa Persona, nella quale il Padre e il Figlio sono una cosa sola (Gv 10,30). E la nuova Gerusalemme-madre èla Chiesa (cfr. Gv 10,16), simboleggiata nella persona della Madre di Gesù accanto alla croce, chiamata col titolo di «donna» (Gv 19,26). Osserva Aristide Serra, che ha particolarmente approfondito questo tema: « In luogo di Gerusalemme-madre dei dispersi, radunati dal Signore entro le sue mura, e particolarmente nel tempio, subentra ora Maria-Madre dei dispersi figli di Dio, radunati da Gesù in quel mistico tempio della nuova alleanza, costituito dall' unione del Padre col Figlio. Nell' economia del patto nuovo, sancito col mistero pasquale, la Madre di Gesù diviene la personificazione della nuova Gerusalemme, cioè della figlia di Sion. [...] E siccome nel linguaggio biblico-giudaico Gerusalemme era raffigurata abitualmente sotto l' immagine di una "donna", così si comprende perché Gesù si rivolga alla Madre con l' appellativo di "donna". In Maria, Gesù addita la personificazione della nuova Gerusalemme-madre, cioè la Chiesa-madre ». E Gianfranco Ravasi aggiunge: « La "femminilità" di Sion, il suo essere grembo e centro vivo al quale si riferiscono i figli da essa nati, è legata all' ingresso di Dio nella storia di Israele e alla sua rivelazione in essa. [...] Parallelamente la femminilità e il grembo di Maria sono legati all' ingresso di Dio nella storia in una forma piena e radicale. In Maria la Parola si fa carne, umanità, storia. [...] La vicenda della "donna" Sion comporta, come si è visto, molte tappe: quella della filiazione e quella nuziale, la tappa materna e quella della vedovanza e della sterilità. Anche in Maria si compie questo itinerario: Ella è "figlia di Dio, e serva" del Signore (Lc 1,38) nel senso biblico della totale adesione ad una missione ricevuta da espletare per la storia della salvezza. Come Abramo, Mosè, Davide, i profeti e lo stesso Servo di Jhwh, Maria è uno strumento fondamentale nella rivelazione di Dio. Come "serva" e "figlia" Maria è "colei che crede nell' adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45). Come sposa e madre, Maria diventa segno della Chiesa che genera nell' eucaristia, nella parola e nell' amore il Cristo all' interno della comunità credente (Ap 12) (…) Sion è anche madre vedova e sofferente ma resta pur sempre feconda. Anche Maria ai piedi della croce giunge alla spoliazione totale, all' estrema povertà perdendo il Figlio. Ma proprio in quell' istante riceve come figli i fratelli del Cristo, tipizzati nel discepolo che Gesù amava, continuando così nei secoli la sua missione materna (Gv 19,25-27)». In una parola, a partire dall' « ora », momento della morte di Gesù, culmine della sua esaltazione e glorificazione, il discepolo « che Gesù amava », simbolo cioè di tutti gli ascoltatori e osservanti della parola, accoglie Maria-Chiesa nella sua esistenza credente. « Nasce così la comunità messianica dei tempi nuovi, unica e indivisa. Entro il suo grembo sono radunati i dispersi figli di Dio. Se in Adamo gli uomini si sentono "dispersi" a motivo dell' egoismo disgregatore, in Gesù, obbediente fino alla morte di croce, si sentono "radunati" nell' unità dell' Amore del Padre e del Figlio. Come "serva del Signore", Maria è chiamata a collaborare a questo disegno divino, con il titolo di "Madre" ». In qualità, quindi, di « Madre dei dispersi figli di Dio », Maria è a servizio del misericordioso disegno del Dio dell' alleanza, che vuole « radunare » tutti gli uomini nel « tempio » vivente che è Cristo. In tal senso possiamo dire che Maria è a servizio della « riconciliazione », quella riconciliazione che vuole rompere ogni dispersione e ogni violenta rottura, causate dall' egoismo dell' uomo, e costruire l' unità. Il servizio di Maria trova la sua collocazione nella grande mediazione della Chiesa e la sua icona evangelica nell' episodio delle nozze di Cana (Gv 2,1-12). Qui la missione della madre (non a caso identificata con il titolo «donna ») consiste nel suscitare l' obbedienza alla parola di Gesù, sulla scia di Mosè che, sul Sinai, invitava il popolo ad obbedire all' alleanza. « Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui » (Gv 2,11). A Cana, Maria esercita il compito della mediazione portando i servi a fare quanto Gesù dice. « Da qui nasce il miracolo, a seguito del quale i discepoli credono in Gesù. E grazie alla fede, si crea l' unità attorno alla persona di Cristo medesimo. Non v' è forse una specie di reazione a catena in tutto questo? Maria - Gesù - i servi - i discepoli - la comunità radunata intorno a Gesù. Ma il primo impulso è dato da Maria! » Maria, Madre universale, costruisce l' unità portando al Cristo; ella non si sostituisce al Cristo, né tanto meno si frappone tra gli uomini e Cristo, quasi ad evitare l' incontro perché potrebbe essere pericoloso e scatenare la collera del Giudice universale. E Maria non è neppure colei che occupa lo spazio vuoto che intercorre tra noi creature e Cristo Dio. Questi modi di pensare (e di presentare) la persona e la missione materna di Maria sono estremamente pericolosi, perché inducono chi ascolta a un atteggiamento di timore e di paura nei confronti di Cristo Gesù, in netto contrasto con il dato del vangelo dove il Signore è l' icona fatta carne dell' amore infinito del Padre e della sua misericordia nei confronti dell' uomo peccatore. Inoltre essi contrastano anche con la dottrina biblica dell' incorporazione degli uomini a Cristo: qui non esiste nessun vuoto da colmare, perché l' unione con Gesù è immediata (cioè senza bisogno di mezzi interposti) attraverso la fede e i sacramenti. Maria sarà, nella Chiesa, ciò che è stata a Cana. Tullio Ossanna scrive: « Lo scopo dell' azione materna di Maria sui figli non è lei, ma loro, e dietro a loro il disegno del Padre. Maria non toglie ai figli la libertà né la possibilità di crescere, non li incentra su di sé; al contrario, l' azione di Maria è diretta a far nascere e crescere in loro la fede come nei discepoli a Cana; è per donare la grazia-vita, per unirli a Cristo capo e per fare con loro Chiesa, famiglia di Dio; è per la loro piena felicità terrena, per aiutarli a dare la risposta gioiosa e totale alla loro vocazione e giungere alla felicità eterna ». Come afferma il papa Giovanni Paolo Il nell' esortazione apostolica Reconcilatio et paenztentia, Maria « è diventata l"' alleata di Dio", in virtù della sua maternità divina, nell' opera di riconciliazione » (RP 35). Il titolo « alleata di Dio nell' opera di riconciliazione » sintetizza bene la funzione di Maria all' interno del mistero della riconciliazione e della riunificazione, divenendo chiave di lettura del prefazio della memoria liturgica della beata Vergine Maria de La Salette: « Nella tua immensa bontà tu non abbandoni gli erranti, ma in molti modi li richiami al tuo amore. Tu hai dato alla Vergine Maria, totalmente ignara della colpa, un cuore pieno di misericordia verso i peccatori, che, volgendo lo sguardo alla sua carità materna, si rifugiano e implorano il tuo perdono; contemplando la sua spirituale bellezza, combattono l' oscuro fascino del male; meditando le sue parole e i suoi esempi, sono attratti a osservare i comandamenti del tuo Figlio...». Il mistero della riconciliazione è un mistero di amore continuamente rinnovato, frutto di quella fedeltà di Dio che richiama continuamente gli uomini al suo amore. Maria, alleata di Dio, in questo mistero di amore che liberamente si dona, è via di riconciliazione perché i peccatori, « volgendo lo sguardo alla sua carità materna », « contemplando la sua spirituale bellezza », sperimentando la ricchezza di misericordia del suo cuore, «meditando le sue parole e i suoi esempi», sono « attratti » a volgere lo sguardo verso il Figlio Gesù Cristo, e osservandone i comandamenti rendono il vero culto al Padre e costruiscono l' unità fraterna di tutti gli uomini. In Maria alleanza con Dio e maternità universale si compenetrano reciprocamente. Nell' udienza dell’11 maggio 1983 Giovanni Paolo Il ribadiva: « La maternità di Maria non è soltanto individuale. Essa ha un valore collettivo che si esprime nel titolo di Madre della Chiesa. Sul Calvario infatti ella si unì al sacrificio del Figlio, che mirava alla formazione della Chiesa; il suo cuore materno condivise fino in fondo la volontà di Cristo di "riunire i figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,52). Avendo sofferto per la Chiesa, Maria meritò di diventare la Madre di tutti i discepoli di suo Figlio, la Madre della loro unità » A queste parole, che esprimono la fede della Chiesa, il pontefice fa seguire una nota pastorale di notevole importanza e attualità: « La Chiesa riconosce in lei una Madre che veglia sul suo sviluppo e che non cessa di intercedere presso il Figlio per ottenere ai cristiani disposizioni più profonde di fede, di speranza, d' amore. Maria cerca di favorire il più possibile l' unità dei cristiani, perché una Madre si sforza d' assicurare l' accordo tra i suoi figli. Non c' è un cuore ecumenico più grande né più ardente di quello di Maria ». Il mondo contemporaneo anela all' unità, ma sperimenta continue divisioni e frazioni sia a livello di singoli individui che di nazioni e popoli. L' opera redentrice di Cristo, però, si situa al centro di questo dinamismo unificatore, come sua sorgente e realizzazione massima; e insieme a Cristo c' è Maria. La maternità ricevuta sul Calvario ha trasformato la donna di Nazaret in donna planetaria. « Se, dunque, il nudo legno della croce era simbolo di tutte le marginalità causate dalla violenza, Colui che vi muore sopra pregando e perdonando, il Crocifisso, lo trasfigura in segno di riconciliazione. Da quell' ora Maria, in quanto Madre universale, è chiamata a servire questo disegno di riparazione dell' unità infranta. [...] L' ispirarci pertanto a santa Maria, Madre Addolorata per la sorte del Figlio e di tutti i figli, deve aiutarci a scoprire gli spazi più urgenti ove abbattere i muri che proteggono le nostre orgogliose sicurezze ». La maternità di Maria risplende nella maternità della Chiesa; la sua universalità si deve dunque fare stimolo alla riscoperta della « cattolicità » ecclesiale. Se un passato non troppo distante pensava a questa nota essenziale della comunità cristiana in termini di uniformità piatta, l' esperienza di Maria induce a percorrere una strada diversa. E la via della missionarietà e della nuova evangelizzazione, dove la Chiesa esce da se stessa per farsi incontro agli uomini e alle culture e abbracciarne così la vita. Ecco il motivo per cui la liturgia della memoria della beata Vergine Maria de La Salette, rileggendo la storia anticotestamentaria di Giuditta (Gdt 13,18-20; Volgata 13,23-25), vera figlia d' Israele e allo stesso tempo personificazione della nazione, fa celebrare Maria « serva del Signore » nel salmo responsoriale. Ella appare come colei che esce da se stessa e dal suo mondo privato per abbracciare la vita e le sofferenze del suo popolo: « Benedetta tu fra tutte le donne. Benedetta sei tu, figlia, dal Signore Dio altissimo più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidato a troncare la testa del capo dei nostri nemici. Il Signore ha tanto esaltato il tuo nome, che sulla bocca di tutti sarà sempre la tua lode. Tutti ricorderanno in eterno la potenza del Signore, perché hai esposto la vita per sollevarci dall' abbattimento davanti al nostro Dio ». Solo in questo dinamismo di offerta personale, che è il fondamento di ogni maternità, divengono possibili l' unità e la riconciliazione del mondo.

6. NOSTRA SIGNORA DE LA SALETTE: « RICONCILIATRICE DEI PECCATORI »

Subito dopo l' apparizione della Vergine a La Salette, i primi gruppi di pellegrini che salivano sui luoghi dell' evento si rivolgevano a Maria invocandola come « riconciliatrice dei peccatori ». Ciò che spontaneamente dettava loro il cuore a contatto con l' evento de La Salette non nasceva dal nulla, ma si inseriva in quel filone interpretati-vo del ruolo della Vergine nell' economia della salvezza, già presente nella tradizione della Chiesa. Ora la Chiesa, approvando l' evento de La Salette e conferendole una memoria liturgica propria, non solo ci aiuta a comprendere il ruolo di Maria nel mistero della riconciliazione, ma offre dei motivi per poter anche noi, oggi, invocarla come « riconciliatrice dei peccatori ». La liturgia, attraverso la memoria della beata Vergine Maria de La Salette, chiama il popolo di Dio a celebrare l' amore misericordioso del suo Signore, che si è manifestato nella storia d' Israele attraverso una serie di alleanze e di riconciliazioni, per poi culminare nella « nuova alleanza » stipulata attraverso la morte e risurrezione di Gesù Cristo. In tale contesto esistenziale di alleanze e di riconciliazioni, sul fondamento della stretta relazione con il Figlio Gesù Cristo, Maria, « alleata di Dio », svolge il suo ruolo materno di mediazione universale. In lei si rifrange il volto misericordioso di Dio che la rende « tutta bella», affinché gli uomini, contemplando la sua bellezza, possano ritrovare il fondamento di ogni benedizione in Dio Padre, e riconciliarsi per mezzo di Cristo, nello Spirito, con lui. Ebbene: tutti gli elementi emersi dalla liturgia divengono per noi chiave di lettura dell' evento de La Salette. Lo scopo, dunque, di quest' ultimo paragrafo sarà quello di ricercare brevemente i dati sopra evidenziati nella « simbologia » de La Salette, simbologia emergente sia dal contesto ambientale che dal messaggio. Si tratta, quindi, di un ulteriore approfondimento di quanto già emerso nell' interpretazione dell' apparizione alla luce della Scrittura, sia in senso teologico che esistenziale. Ripercorriamo allora alcuni punti del messaggio.

a. «Avvicinatevi, figli miei...» L' evento de La Salette è un rinnovato invito di Dio ad avvicinarsi a lui, e attraverso la « bellezza » di Maria (la « bella Signora », così la chiamano i due ragazzi) sperimentare la sua « misericordia ». In tal senso Maria non è il centro dell' apparizione, né lo è il suo messaggio; ella non annunzia se stessa. La povertà del vestito, il grembiule, il luminoso crocifisso che porta sul petto, sono segni evidenti che lei è li per manifestare la centralità del mistero di Dio Padre misericordioso, il quale ci ha riconciliati attraverso l' umile servizio del Figlio dell' uomo che va incontro alla morte e alla risurrezione per noi. Soprattutto il vestito della bella Signora, così come descritto dai due veggenti, assume una rilevanza particolare. Maria veste un abito popolare, semplice, scarno, tipico delle donne del tempo. Tale semplicità viene rimarcata dal grembiule che le cinge i fianchi, segno inequivocabile del servizio. Si può dunque incontrare Dio e avvicinarsi a lui solo se ci si confronta con il messia Servo: « Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò l' acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli » (Gv 13,3-5). L' acqua è presente anche a La Salette. Quando i ragazzi hanno scorto la figura della bella Signora all' interno del globo di luce, questa si presentava seduta su un pezzo di roccia posta accanto a una fontana semiasciutta. Dopo l' apparizione, quella fontana non ha più cessato di versare acqua. Proprio quest' acqua che sgorga perennemente dalla fontana arida su cui la Vergine si è mostrata, ricorda che la bellezza di Dio si manifesta nel volto umiliato e disprezzato del Servo crocifisso. La santità del Dio dell' alleanza risplendente in Gesù (Eb 1,1-4) non consiste nella separazione dal mondo umano, ma nella condivisione di vita. L' autore della lettera agli Ebrei fa di questa solidarietà la fonte del sacerdozio di Cristo: « Infatti colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli. [...] Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch' egli ne è divenuto partecipe. [...] Della stirpe di Abramo si prende cura; perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio » (Eb 2,11.14a.16b.17a). Così commenta Albert Vanhoye: « Cristo riconosce che il dinamismo dell' amore generoso gli viene dal Padre ed egli ringrazia il Padre per questo dono divino. Cristo, nel contempo, apre il suo cuore e tutto il suo essere umano all' azione dello Spirito Santo in modo da superare tutti gli ostacoli e da essere trasformato dalla carità divina in causa di salvezza" per tutti i fratelli. [...] Con questo, Cristo ha determinato per noi il nuovo modo di concepire e di attuare l' oblazione: non più come atto rituale, effettuato in margine alla vita quotidiana, bensì come una trasformazione della vita stessa: uniti al suo cuore in un movimento di gratitudine e di adesione alla volontà salvifica di Dio, presentiamo continuamente le nostre persone a Dio Padre per essere messi al servizio dei suoi figli, nostri fratelli e sorelle ».

b. «Da quanto tempo soffro per voi...» Maria a La Salette ci appare in tutto il suo dolore, quel dolore profetizzato da Simeone: « Una spada ti trafiggerà l' anima » (Lc 2,35). Amico costante insieme a tutte le altre cose che ella « meditava nel suo cuore » (Lc 2,51), svelatosi nella sua essenza profonda ai piedi della croce (Gv 19,25-27), esso è divenuto ora « dolore continuato», causato dalla cecità di coloro che sono « dispersi » nelle vie del peccato. Come Gesù è «l' uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3), così Maria è la donna dei dolori. Ella incarna la perfetta unione del discepolo con il suo Maestro fino alla croce. Stare accanto alla croce, quella propria e altrui, è e rimane la missione fondamentale della Chiesa. Maria piange, soffre: è la continua passione di Dio in Gesù Cristo per l' umanità. La comunità è chiamata a riconoscersi in questa passione, vivendo in prima persona l' esperienza del rifiuto e della marginalità causate dal peccato. E’ quanto Maria vive a La Salette: « Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio Figlio. [...] Bestemmiavate il nome di mio Figlio». E questo avviene in un movimento di solidarietà che si fa, in Cristo, sostituzione vicaria: « Queste sono le due cose che appesantiscono tanto il braccio di mio Figlio. [...] Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo ». Scrive Enzo Franchini: « Dio ama i peccatori, Dio ama i suoi nemici. [...] Dio non può permettersi di perdere il mondo degli infami, perché gli stanno a cuore. [...] Non ha dunque altra scelta che quella di gravarsi personalmente del loro peccato in Cristo, l' agnello che porta il peccato del mondo. (…) Cristo non si sostituisce nel senso volgare di mettere da parte l' uomo per far fronte da solo al suo compito e comunicare all' uomo una giustificazione già fatta. Piuttosto, egli diventa soggetto attivo nell' uomo, un solo corpo, come avviene nel battesimo e nell' eucaristia, dunque anche nella penitenza. La comunione con i suoi misteri (...) ci abilita a vivere nella fede la nostra stessa vita come se fosse egli a viverla in noi »" Ciò significa che per il cristiano è possibile, come per Gesù e in unione con lui, sostituirsi al fratello divenendo partecipi della sua vita: a La Salette Maria parla il dialetto dei due ragazzi («Voi non capite, figli miei? Ve lo dirò diversamente »), indossa il vestito delle contadine della regione... Enzo Franchini continua: « Non soltanto Cristo, anche la Chiesa vive nel fratello, divenendone sorgente di conversione. Non basta dire che Cristo è nella Chiesa: se si è logici, occorre dire che, da quel momento, la Chiesa opera come Cristo, capace dunque di divenire, con la forza di Cristo, sorgente di iniziativa salvifica. [...] La sacerdotalità ecclesiale, fedele a rinnovare nella nostra carne la potenza di Cristo, ci rende a nostra volta Spirito vivificante, rendendo valida la nostra offerta a pro dei peccatori. [...] La solidarietà coi peccatori costringe, infatti, a rientrare nel cuore pesante della storia. La rappresentanza, che è la funzione attiva della sacerdotalità cristiana, mette in gioco l' essere, e non solo l' operare le opere buone di una carità sociale; per questo è altrettanto più esigente. Essa comporta la più profonda teologalità, e non soltanto la moralità del comportamento. [...] Solo "scendendo con Cristo in fondo all' abisso del mondo" (Origene) possiamo divenire "forza vitale per gli altri" (Gregorio di Nazianzo). Non ci è dunque chiesto un improbabile pagare per gli altri, ma un seminarci dentro gli altri, in forza della comunione, perché loro trovino in sé le risorse della Chiesa come un' altra forza ». La cooperazione di Maria e della Chiesa all' opera salvifica del Figlio trova quindi la sua autenticità e la sua efficacia solo in questa solidale comunione con la croce.

c. «Se il mio popolo non vuole sottomettersi...» Maria, « nuova Gerusalemme », Madre di tutti i « figli dispersi di Dio », a La Salette si rivolge ad essi in qualità di unico « popolo di peccatori », invitandoli a riconciliarsi con Dio attraverso la conversione del cuore. La riconciliazione è «riunificazione» di tutti i « figli dispersi » nel « tempio escatologico », Gesù Cristo, per adorare il Padre sotto l' influsso dello Spirito. La riunificazione è dunque il contenuto della « sottomissione » e il fine della « penitenza », che è « ascesa » faticosa dell' uomo: rinunciando al pane materiale, egli si ricorda che non vive solo di pane, «ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). In questa assimilazione della e alla parola del Signore, la persona è in grado di riunificare se stessa, e di riunificare le sue relazioni con il mondo e con Dio. Il peccato è infatti dispersione (alienazione) da sé, dal mondo e da Dio. Rifiutando il Cristo, l' uomo perde il senso della sua vita, ossia la sua vocazione profonda; Maria dice: « Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio Figlio. [...] I bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno ». Perde il senso del suo essere nel mondo. La Vergine proclama: « Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere. [...] Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra (...). Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che verrà cadrà in polvere, quando lo batterete. Sopraggiungerà una grande carestia ». Perde il senso di Dio. Maria denunzia: «Bestemmiavate il nome di mio Figlio. [...] Fate la vostra preghiera, figli miei? Non molto, Signora, rispondono entrambi. Ah, figli miei, bisogna proprio farla, sera e mattino. [...] D' inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima vanno alla macelleria come i cani».

d. Mi è stato affidato il compito di pregarlo (mio Figlio) continuamente per voi...» Maria, a La Salette, è « riconciliatrice dei peccatori » non solo perché è associata al mistero della sofferenza di Dio, in forza del quale invita gli uomini a convertirsi, ma anche perché svolge un ruolo di mediazione: attraverso i « suoi meriti e le sue preghiere » (colletta) noi possiamo chiedere a Dio Padre di concederci il « perdono delle colpe ». La preghiera di Maria (e di conseguenza la preghiera della Chiesa) non deve essere compresa solo come richiesta fatta da un subalterno al superiore, ma ancora e più profondamente come continua trasformazione in Cristo, offerta gratuitamente da Dio. La preghiera esprime il dinamismo dello Spirito (Rm 8,14-30) che, per iniziativa del Padre, costruisce la persona ad immagine del Signore: « Sono stato crocifisso [il verbo è al passivo, per indicare l' azione libera e originante di Dio] con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20; cfr. 2Cor 3,18). Colui che prega dilata il suo orizzonte vitale e fa suoi gli orizzonti di Gesù. Essi altro non sono che la salvezza di ogni uomo e l' abbattimento di ogni muro di separazione (Ef 2,13-18). Sotto la croce, Maria ha compiuto questo passaggio: il discepolo, figura di ogni uomo, non è un estraneo o un lontano, ma è figlio («Da quanto tempo soffro per voi! [...] Mi è stato affidato il compito di pregarlo continuamente per voi. [...] Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi»). E così, a La Salette, sono « figli » Maximin e Mélanie, che vengono chiamati dalla bella Signora con questo titolo per ben nove volte: la loro vicenda quotidiana è la vita stessa della Madre: « Se avete del grano, non seminatelo. [...] Sopraggiungerà una grande carestia. [...] Fate la vostra preghiera, figli miei? Ah, figli miei, bisogna proprio farla, sera e mattino. Quando non potete far meglio, dite almeno un Pater e un' Ave Maria. Quando potete fare meglio, ditene di più. [...] Avete mai visto del grano guasto, figli miei? Ma tu, figlio mio, lo devi aver visto una volta con tuo padre, verso la terra di Coin. (…) Al ritorno, quando eravate a mezz' ora da Corps, tuo padre ti diede un pezzo di pane, dicendoti: "Prendi, figlio mio, mangia ancora del pane quest' anno, perché non so chi ne mangerà l' anno prossimo, se il grano continua in questo modo ». Inoltre, va notato che Maria, a La Salette, esprime chiaramente il fatto che il suo essere Madre degli uomini è un « compito », una missione che le è stata affidata. La Vergine non si arroga diritti e preminenze che non le competono, ma testimonia la sua vocazione peculiare, ricevuta in modo del tutto particolare sotto la croce: « Donna, ecco il tuo figlio » (Gv 19,26). Vocazione che richiede, come il giorno dell' annunciazione, il suo sì libero e totale; quel consenso che la rende, al dire dei padri della Chiesa e soprattutto di san Giustino e sant' Ireneo di Lione, « nuova Eva », madre di tutti i viventi. Così, la maternità e la mediazione orante di Maria (e della Chiesa) esprimono « il suo continuo impegno per la realizzazione della Chiesa, la sua assistenza e la sua guida per il riscatto della storia dell' uomo e della società umana da ogni processo o forma di involuzione e di degradazione, il suo esempio e il suo aiuto per la promozione e liberazione di tutto l' essere umano, maschio o femmina, da ogni situazione di oppressione, asservimento, pregiudizio ». In altre parole, la preghiera materna di Maria ricorda (e attualizza) la vocazione dell' intera comunità cristiana ad essere, in Cristo, popolo offerto per la vita del mondo: « Se si convertono, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi ». Osserva il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, morto martire, nel 1945, nel campo di concentramento nazista di Flossenburg: « Ogni vita umana è per essenza una vita vicariamente responsabile. Sostituzione e quindi responsabilità sono possibili soltanto mediante il dono totale della propria vita al prossimo. Soltanto chi non pensa a sé vive responsabilmente, ossia vive. (…) La responsabilità, intesa come vita e azione vicaria, è essenzialmente un rapporto da persona a persona. [...] Il giusto soffre a causa del mondo, l' ingiusto ... (...) In certo senso egli porta il sensorium Dei [ossia il cuore di Dio] nel mondo. [...] La risposta deI giusto alla sofferenza che il mondo gli procura è benedizione. Questa è stata la risposta di Dio al mondo. [...] Dio non ricambia con la stessa misura, e così deve fare anche il giusto. Non condannare, non rimproverare, ma benedire. Il mondo vive della benedizione di Dio e del giusto ».

4. Alcune linee di spiritualità dei missionari di Nostra Signora de La Salette

La spiritualità della congregazione dei Missionari di Nostra Signora de La Salette trova la sua origine nel fatto de La Salette; nasce e si sviluppa nel contesto sociale e religioso della seconda metà dell' Ottocento francese ed europeo. In tal senso è chiaro che se essa vuole essere ancora oggi di stimolo per l' uomo contemporaneo a ricercare e vivere la santità, ha bisogno di una rilettura attualizzante che la renda significativa nel quadro sia delle esperienze culturali che delle esperienze ecclesiali. Questa lettura ermeneutica è lo scopo del presente capitolo: a partire dalle acquisizioni della spiritualità contemporanea, dalla spiritualità mariana e dal patrimonio della congregazione codificato principalmente nella Regola di vita rinnovata alla luce delle indicazioni del Concilio Vaticano Il, verranno delineati alcuni possibili itinerari per vivere oggi la grazia de La Salette.

1. LA SPIRITUALITÀ CONTEMPORANEA

Ogni spiritualità che voglia dirsi cristiana, trova la sua ragion d' essere nell' imitazione di Cristo alla luce del vangelo. In tal senso, la spiritualità non ha tempo: essa si situa al di sopra delle mode e dello stesso divenire storico. Cristo e il suo messaggio sono infatti immutabili; lo stesso, però, non si può dire delle società e delle culture, perché sono entità soggette ai cambiamenti storici. Questi portano con sé nuovi comportamenti, nuovi linguaggi, nuove scoperte. Si può e si deve dunque parlare di spiritualità contemporanea perché, come afferma Tullio Goffi, « è necessario che il mistero pasquale di Cristo sia veicolato nell' intimo dell' esistenza di ogni generazione; che permei innovando radicalmente ogni carne umana; che vivifichi trasformando tutto quanto fiorisce tra le fragilità terrestri. [...] Lo Spirito effonde il fermento pasquale di Cristo anche nell' odierno umanismo socio-culturale ». Ora, fino all' inizio della seconda metà del XX secolo, la spiritualità cristiana era ancora innestata su un contesto socio-culturale di stampo calvinistico, per cui essa era tutta orientata a un grande spirito di laboriosità e accompagnata da un profondo senso dell' autorità e della disciplina. In tale ambiente la spiritualità si caratterizzava come un sistema ben compatto, proponendo un cammino ascetico ben programmato che riteneva l' esperienza mistica un dono eccezionale e possibile solo a chi fosse passato in un prolungato cammino di mortificazione. L' evoluzione culturale e tecnologica che si è sviluppata soprattutto a partire dalla seconda metà del nostro secolo ha prodotto un' attenzione maggiore ai valori dell' ambito terreno. Al dire di Dietrich Bonhoeffer, l' uomo contemporaneo, giunto alla « maggiore età », ricerca il suo vivere nello Spirito di Dio in un' autonoma responsabilità personale, « non ai limiti ma al centro dell' umano, non nelle debolezze ma nella forza, non nella morte e nella colpa, ma nella vita e nel bene che è nell' uomo ». Il nuovo modello di spiritualità appare, da una parte, come liberazione da un ascetismo esasperato e da uno schematismo spirituale e da quella ecclesiastica in genere. Dall' altra si caratterizza per un rafforzato senso relazionale e personalistico: « L' uomo spirituale, liberato dalle tradizionali infrastrutture ascetiche, ormai aspira a immettersi in relazioni spirituali: comunione personale intima con Dio nello Spirito di Cristo; comunione ecclesiale nel corpo mistico del Signore, comunione tra fratelli nel dialogo di fede e carità [...] comunione con le realtà terrene per avviarle verso una concorde aspirazione al regno di Dio ». La spiritualità contemporanea trova quindi i suoi orizzonti non nella concezione della «fuga mundi», ossia dell' abbandono della realtà mondana, ma in quelli propri della comunione della relazione, che trovano il loro apice massimo nel mistero dell' incarnazione. Ciò comporta l' ingresso, sia nella riflessione teologica che nella prassi, di categorie di esigenze nuove, quali solidarietà, la promozione umana, la lotta di liberazione, l' inculturazione. Dall' interno di questo nuovo ambiente culturale, Stefano De Fiores tenta una definizione di spiritualità: essa è « la coincidenza permanente e unificante dello spirito umano con lo Spirito divino ». In tal senso l' uomo spirituale è colui che non cammina solamente secondo uno schema di prudenza razionale, immettendosi in « attività virtuose e socialmente proficue ». Ma è colui che si lascia inabitare dallo Spirito per diventare adulto nella fede. In questa linea, la costituzione Lumen gentium del Concilio Vaticano Il ha riletto l' intera ecclesiologia: la vita del cristiano è una vita fondata sul « mistero » e la Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell' intima unione con Dio (LG 1). Per cui il punto di partenza è sempre il disegno salvifico del Padre (LG 2) di cui Cristo ne è stato il rivelatore (LG 3); e al momento del suo ritorno al Padre ha inviato lo Spirito perché lo porti a compimento. E di conseguenza la Chiesa universale si presenta come popolo adunato nell' unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (LG 4). In tal senso il concilio sottolinea chiaramente che non esiste vita cristiana se non come vita di Chiesa fondata sul mistero: se non si parte da esso e ad esso si fa continuo riferimento non si può parlare di autentica vita cristiana. Ora, se da una parte la vita cristiana è fondata sul mistero, essa, dall' altra, fa diretto riferimento al mondo nel quale vive e in cui è soprattutto chiamata ad essere « sale della terra ». Questa è la prospettiva inaugurata dal concilio con la Gaudium et spes. Essa segna l' accantonamento delle tendenze che facevano del rapporto Chiesa-mondo un rapporto tra « società perfette », colte per lo più nel loro momento di vertice e di organizzazione (Chiesa come gerarchia e mondo come stato). Per il concilio, tale rapporto diviene una realtà esistenziale, gestita corresponsabilmente dall' intero popolo di Dio nel rispetto delle competenze che si danno al suo interno. L' obiettivo dell' incontro Chiesa-mondo è l' annuncio di Cristo, che si realizza mediante un processo di immersione sempre più profonda nella storia. In questa prospettiva diviene allora più chiaro il cammino di « santità » a cui ogni spiritualità fa diretto riferimento. Il tema della santità è centrale nei documenti conciliari (PO 12; OT 8; GS 48-49; LG 43-47; PC 6). In particolar modo, nel capitolo quinto della Lumen gentium troviamo enucleati i dati più importanti e fondamentali della santità cristiana. Essa innanzi tutto è partecipazione alla santità stessa del Cristo, attuata in perenne novità del suo Spirito (LG 39); la chiamata alla santità e perciò indistinta per tutti i credenti e coincide con la vocazione battesimale. Tutti devono tendere « alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità » (LG 40). Anche se una, la santità si esplicita in molteplici forme, secondo la diversità delle situazioni in cui vivono i battezzati (LG 41). Il cammino di santità è un cammino di carità sorretto dall' ascolto della parola di Dio (LG 42). E’ chiaro che questa nuova ottica della santità conduce ad alcune conclusioni importanti per una rinnovata spiritualità cristiana. Scrive Sabatino Majorano: « La santità cristiana è realtà profondamente teologale. [...] Di qui la priorità della grazia, della vocazione, del dono da una parte, e dall' altra, l' articolazione dell' indispensabile e generoso impegno morale dell' uomo come accettazione-risposta. La santità è la carità. Mi sembra che questo costituisca uno dei tratti ripetuto con più forza e partendo dalle più diverse angolazioni. Tutto ciò porta con sé altri dati veramente decisivi: il fatto che venga proposta una vita cristiana contrassegnata dal coraggio dell' essenziale, cioè tale che, pur valorizzando i mezzi e i vari aspetti settoriali, non perda mai di vista ciò che di tutto costituisce il nucleo. Perché colta nel suo nucleo, la santità ci si presenta di un' estrema semplicità. Non richiede quindi una particolare situazione, studiata positivamente in funzione di essa e attentamente ricercata e difesa ». Questa panoramica molto sintetica sulla spiritualità contemporanea ha messo in evidenza il suo carattere dinamico e soprattutto la sua aderenza al vissuto sociale ed ecclesiale; frutto non tanto di un compromesso con le mode dei tempi correnti, quanto piuttosto di una maggiore sensibilità al mistero, alla luce della quale vengono poi rilette e vissute le relazioni umane.

2. LA SPIRITUALITÀ MARIANA

Anche nel campo della riflessione sul posto e sul ruolo di Maria nella spiritualità contemporanea il cammino di evoluzione e di trasformazione a livello teologico è stato molto significativo e profondo. Esso ha dovuto confrontarsi con due frange estreme di pensiero: quella che ritiene la Vergine il centro della vita spirituale cristiana e quella opposta che le nega qualsiasi diritto di cittadinanza significativo all' interno dell' esperienza di fede. Questo dibattito, acuitosi soprattutto negli anni del concilio e in quelli immediatamente seguenti, ha quindi evidenziato la necessità di restituire la persona di Maria alla sua verità quale scaturisce, da un lato, dal confronto con la parola di Dio e la storia della salvezza, dall' altro, con la cultura contemporanea, che esige una presenza mariana significativa e promozionale. Il confronto con la parola di Dio fa emergere con chiarezza sia la legittimità che la necessità di un rapporto di accoglienza e anche di lode filiale da parte dei discepoli nei confronti della Madre del Signore (Lc 1,48; Gv 19,27). Questa realtà è documentabile anche nella tradizione ecclesiale, che testimonia una varietà di modi di relazioni alla Vergine, tutte legate alla progressiva evoluzione della riflessione teologica e della cultura. Sempre la parola di Dio concentra l' esperienza di fede nella comunione trinitaria che genera la fraternità umana: questa esperienza si realizza nell' adesione personale a Cristo Gesù. Afferma Stefano De Fiores: « E’ da sostenere l' orientamento attuale della spiritualità che punta sulla vita in Cristo e all' interno di questa trova l' atteggiamento da assumere nei riguardi di Maria. E’ un recupero della prospettiva degli inizi, quando la comunità apostolica scoprì Maria come implicanza del mistero di Cristo e si aprì alla lode della Madre di Gesù. [...] In tale ottica il rapporto con Maria è una conseguenza, piuttosto che una premessa, del mistero di Cristo. L' itinerario cristiano infatti parte da Cristo, centro vivo della fede e dell' annuncio, in lui incontra Maria. [...] Maria diviene una via per raggiungere non l' unione con Cristo, già preesistente, ma un suo approfondimento e una sua maggiore radicazione » La relazione spirituale con Maria deve necessariamente aprire alla radicalità della sequela di Cristo: in questo senso, la Vergine diventa « icona del mistero »" e sintesi esistenziale dell' esperienza della Chiesa. In altre parole, Maria è modello degli atteggiamenti spirituali del cristiano, modello vitale che chiede di essere interiorizzato per rendere piena la risposta alla vocazione battesimale. La spiritualità mariana è dunque una forma fondamentale di esistenza credente, implicata nel fatto di essere cristiani: non è una realtà episodica o accessoria, di fronte alla quale si possa optare anche in senso negativo (cioè di non accoglienza), ma un rapporto permanente, intimo e unificante con la Madre del Signore, animato e sostenuto dallo Spirito, che configura vitalmente la persona a Cristo e la dedica al servizio dell' unità fraterna. Si notava però come fosse anche necessario, per restituire la persona di Maria alla sua verità, il confronto con la cultura contemporanea. Questo passaggio si rivela obbligato perché la significatività della Vergine, ossia il suo essere, in Cristo, progetto salvifico per il mondo, non è una realtà esterna o accessoria alla sua persona, ma la costituisce in profondità, così come costituisce in profondità l' essenza dell' intera comunità cristiana. Il confronto con la cultura attuale non va, però, fatto prendendo come base la fattualità della vita di Maria, ma a partire dai suoi atteggiamenti profondi: è qui che la Vergine si mostra donna piena, perfettamente responsabile della sua dignità personale e delle sue decisioni, capace di rispondere alle attese antropologiche e storiche di oggi. Innanzitutto Maria è progetto di libertà. La filosofia esistenzialista e il dinamismo della secolarizzazione ci hanno permesso di considerare l' uomo come persona in grado di costruire il suo futuro da solo, senza costrizioni. Nel l' annunciazione e negli altri passi evangelici in cui si parla della Madre del Signore, è possibile individuare una costante: Dio si relaziona a Maria come a una « libertà », la cui realizzazione sta nel rispondere consapevolmente al suo pro getto mediante il dono di sé. Maria è un' incarnazione nella storia. Il Magnificat esprime la sequela della Vergine dietro il liberatore dell' umanità, Cristo; e si fa invito alla costruzione di una nuova umanità, insieme al Dio dei poveri, nell' abbattimento dei muri del potere e della discriminazione. Maria è introduzione vivente dell' antropologia di Dio. È Osserva ancora Stefano De Fiores: « Maria offre all' uomo la sua vera comprensione secondo il piano di Dio. Meglio, in Maria è svelato all' uomo il progetto perseguito da Dio lungo la storia della salvezza. [...] Oggi, anzi, si tende a vedere non soltanto Maria nella storia della salvezza, ma anche la storia della salvezza in Maria. [...] Se tutto l' Antico Testamento si riassume nella linea dell' evento dialogico, in cui all' azione e parola di Dio deve rispondere la parola e l' azione dell' uomo, Maria rappresenta il culmine temporale e assiologico di questo incontro in vista dell' incarnazione del Figlio di Dio ». Queste sono solo linee indicative, che non esauriscono affatto il campo. Aiutano, però, a comprendere come la storia sia il luogo della salvezza divina e come la sequela di Cristo in compagnia di Maria sia fermento di rinnovamento autentico in umanità. Il regno di Dio porta, infatti, al massimo, quelle potenzialità che il Signore stesso ha immesso nel cuore umano al momento della creazione: il dono di sé nell' amore totale e fedele. Insegna Paolo VI: « All' uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra l' angoscia e la speranza, prostrato dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato nell' animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall' enigma della morte, oppresso dalla solitudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e della noia, nella beata Vergine Maria, contemplata nella sua vicenda evangelica e nella realtà che già possiede nella città di Dio, offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull' angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte » (MC 57).

3. LA SPIRITUALITÀ SALETTINA

Parlare di una spiritualità radicata nell' evento de La Salette non è possibile senza tenere in conto quanto è emerso da questa panoramica sulla spiritualità in genere e manana in particolare, oltre che dei dati dell' indagine scritturistica e liturgica. La spiritualità salettina, infatti, si basa sui significati emergenti dall' evento de La Salette, che presenta una particolarità tutta propria: non è legato a una persona e alla sua singola esperienza spirituale (come ad esempio la spiritualità dei francescani con san Francesco d' Assisi o quella dei gesuiti con sant' Ignazio di Loyola). Perciò assume un carattere dinamico: essa è frutto, oltre che dell' evento in se stesso (l' apparizione), di varie storie particolari e soprattutto di varie interpretazioni che hanno avuto relazione profonda con quanto accadde il 19 settembre 1846 (cfr. i giudizi dei vescovi di Grenoble, le posizioni dei primi cappellani incaricati del servizio del santuario de La Salette, l' esperienza del nucleo iniziale dei padri salettini, l' evoluzione della vita ecclesiale e sociale...). Questa evoluzione dinamica della comprensione dell' apparizione e del suo specifico cammino spirituale ha formato una vera e propria «tradizione» di spiritualità. Nata, come gia ricordato, nella seconda metà dell' Ottocento francese ed europeo, questa tradizione ha attinto il suo nutrimento e le sue motivazioni fondamentali dal grande patrimonio della spiritualità vittimale, allora assai diffusa e sviluppata. Questo approccio al Cristo e al vangelo leggeva l' incarnazione e l' evento della croce in un ottica prevalentemente giuridica: l' esistenza di Gesù aveva come suo scopo fondamentale la riparazione dell' onore divino leso dal peccato e quindi la soddisfazione della giustizia divina mediante l' accettazione vicaria della pena prevista per il peccato stesso, cioè la morte. In altre parole, il Cristo è nato per subire, al posto dell' uomo, la giusta collera di Dio sull' umanità. Scrive Marcello Bordoni: « Un esempio lo abbiamo in certe scuole di spiritualità, come quella oratoriana, e nelle teologie della redenzione che si sono andate evolvendo a partire dal basso Medioevo e nel periodo controversistico postridentino fino ai nostri giorni. Sotto l' influsso di categorie propriamente estranee all' originaria tradizione derivante dalle fonti cristiane, la soteriologia incentrata nell' evento della croce viene qui interpretata come agire riparatorio nel senso di compensazione offerta per l' onore divino leso dal peccato e per placare il volto irato di Dio rendendolo, così, benevolo verso di noi. E tutto ciò attraverso un transfert liberatorio, per cui l' umanità peccatrice tenderebbe a sgravarsi delle colpe gettandole sulla vittima designata da Dio, che verrebbe uccisa al nostro posto (sostituzione penale) per soddisfare la sete divina di giustizia (vendicativa?) ». Un simile linguaggio, dominato da categorie di tipo giuridico-penale, non può però trovare consensi sia nella cultura che nella teologia contemporanea: il pensiero che Dio possa mandare suo Figlio a morire per soddisfare la sua sete di vendetta porta con sé la rivelazione di un Essere terrificante invece che misericordioso. E questo è quanto di più estraneo al vangelo possa esistere. Eppure, per oltre cento anni, l' apparizione de La Salette e il suo messaggio spirituale sono stati accostati e letti all' interno di quest' ottica, soprattutto la frase: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo ». Ciò portava ad insistere molto sull' aspetto espiatorio e penitenziale della vita: la stessa persona di Maria, nell' apparizione, veniva letta come «vittima di espiazione», venuta sulla terra a chiamare persone desiderose di unirsi a lei per soddisfare, insieme al Crocifisso, la giustizia divina. Scrive, a questo proposito, Andrea Tessarolo: « Non di rado, specialmente nel corso del secolo XIX, venivano indette speciali "pratiche di espiazione" per gravi scandali pubblici, anche di carattere locale. Vi contribuirono: il messaggio de La Salette, l' opera di eminenti personalità e il succedersi di gravi sconvolgimenti sociali. In questo clima è stato costruito il tempio votivo nazionale di Montmartre, offerto al Cuore di Cristo da una Francia poenitens et devota, e sono sorte, in vari paesi, congregazioni religiose, specialmente femminili, per portare le anime alla pratica di una spiritualità vittimale ed espiatrice. Le anime che, docili alla voce della grazia, hanno abbracciato questa vita, compiono frequenti atti di penitenza in spirito di espiazione che offrono in unione col sacrificio di Cristo, per placare la giustizia divina e impetrare la conversione dei peccatori, considerando come propri anche i peccati altrui ». Perciò vorremmo ora riportare brevemente dei testi che provengono dalla Regola di vita che hanno segnato il cammino di autocomprensione dei religiosi di Nostra Signora de La Salette, e che esemplificano quanto abbiamo finora detto. La Regola di vita altro non è, infatti, se non le norme di vita che guidano i religiosi nella loro vocazione e missione specifiche a servizio della Chiesa. In esse è probabile rilevare come l' identità (ossia vocazione, spiritualità e missione) della congregazione sia stata legata sin dalle sue origini alla comprensione teologica dell' evento de La Salette: - « I Missionari sono come i messaggeri e gli aspotoli di Nostra Signora de La Salette, e debbono penetrare nello spirito dell' apparizione in maniera così profonda da comunicarlo a tutti, sia con il loro esempio che con il loro ministero. Questo spirito verrà attinto dallo studio e dalla meditazione di tutti i dettagli dell' apparizione ». - « I Missionari di Nostra Signora de La Salette debbono ritenersi i messaggeri della Regina del cielo, incaricati di diffondere e far conoscere agli uomini, più con il loro esempio che con le loro parole, i divini avvertimenti che lei stessa si è degnata di portare sulla terra. [...] Essi si svilupperanno secondo le indicazioni della Provvidenza ». - « La Vergine che chiama a sé, in lacrime, i due piccoli pastori e che parla loro con toccante bontà, porterà i Missionari a consacrarsi generosamente e a lavorare con uno zelo pienamente apostolico ». - « La congregazione ha come fine speciale, oltre alla santificazione dei suoi membri, di completare la grande missione che la santa Vergine ha più volte raccomandato nella sua apparizione sulla santa montagna, ossia di far conoscere a tutto il suo popolo i divini insegnamenti che lei ha portato dal cielo ». Compassione, riparazione, espiazione e vittimalità divennero le « parole chiave » dell' interpretazione dell' apparizione e della spiritualità salettina: - « Lo spirito particolare di questa comunità (dei Missionari), attinto dalle parole e dagli atteggiamenti della Vergine santa nella sua apparizione sulla venerata montagna, dovrà essere uno spirito di preghiera, di zelo e di espiazione. (...) Soprattutto essi praticheranno lo spirito di mortificazione e di rinuncia, avendo cura di preservarsi da ogni sensualità, da ogni ricerca e attaccamento alla propria volontà e alle proprie idee. [...] Vivendo costantemente il rinnegamento di se stessi, che è l' antidoto contro ogni peccato, i Missionari di Nostra Signora de La Salette saranno realmente vittime di espiazione, in grado di implorare efficacemente ogni giorno, insieme a Maria, grazia e misericordia per i poveri peccatori ». - « La santissima Vergine, seduta sulla pietra, il volto tra le mani, in pianto, con il crocifisso e gli strumenti della passione sul cuore, ispirerà loro un amore ardente di Dio, una profonda e inconsolabile sofferenza per tutto ciò che lo offende, una tenera e viva compassione per i poveri peccatori, e un ardente desiderio di soddisfare (la divina giustizia) a loro profitto con la preghiera e la penitenza ». Questa linea di spiritualità vittimale e riparatoria trova la sua maggiore e profonda espressione in Sylvain-Marie Giraud, che fu superiore generale della congregazione dal 1865 al 1876. Ne riportiamo un testo, da lui redatto a titolo privato in vista del capitolo generale del 1876: « La congregazione dei religiosi di Nostra Signora de La Salette trova la sua vocazione nel vivere lo spirito dell' apparizione della Madre di Dio sulla montagna de La Salette. [...] Questo spirito è quello di vittima, in tutta la sua ampiezza. (...) E’ principalmente uno spirito di espiazione in favore dei poveri peccatori. E tutto questo nella più intima unione con nostro Signore Gesù Cristo, vera e unica Vittima del Padre, e con Maria, nostro perfetto modello nella sua misericordiosa apparizione. Il religioso dell' apparizione è un' altra Maria, vittima con Gesù e vittima del Cuore di Gesù, che vive un generoso e ardente desiderio di realizzare tutte le finalità della sua apparizione, per la gloria della santissima Trinità e la salvezza delle anime ». Questa lettura dell' apparizione e del suo messaggio non deve assolutamente meravigliare: in quanto fatto storico, esso si inscrive in una determinata cultura e riceve, da quest' ultima, gli strumenti atti a comprenderlo. Però i concetti di riparazione, compassione, mediazione, espiazione, termini che hanno segnato la comprensione dell' apparizione, non possono essere liquidati come se non avessero avuto mai nessun significato per l' esperienza cristiana. Anzi, c' è semmai da dire che essi sono concetti essenziali nella tradizione cristiana e soprattutto nel vissuto stesso dell' esperienza di fede. Ecco perché è importante acculturare tali concetti nell' esperienza di oggi; non solo, ma è anche necessario inquadrarli in un contesto teologico più ampio e soprattutto più coerente con la globalità del messaggio e della spiritualità cristiana. Questi termini sono veicoli di significati profondi, e quindi possono (e devono) assumere una valenza particolare per il credente di oggi nel suo porsi davanti a Dio e agli uomini. Bisogna chiarire allora lo sfondo interpretativo sul quale essi di dispiegano e trovano la loro più grande ricchezza di significato. Un tale orizzonte, in ultima analisi, è costituito dalle parole e dai gesti di Gesù stesso, trasmessi dalla comunità ecclesiale: solo in essi è possibile cogliere l' intenzione di fondo che ha guidato l' esistenza terrena del Signore. Ebbene, essi rivelano una grande novità nel modo di essere e nel modo di agire. Ogni uomo, resta legato all' amore di se stesso, ossia è centrato su di sé: ha bisogno di essere compreso, accettato, amato. Senza questa esperienza egli non si può aprire agli altri e al mondo, e di fatto la sua relazionalità di sviluppa all' interno di questo spazio. In altre parole, egli non si può donare agli altri in maniera totale, cioè dimenticando se stesso. Gesù invece, soprattutto nella passione che rappresenta il culmine della sua esistenza, vive un livello di dedizione (pro-esistenza, cioè vivere a favore di qualcuno) capace di dimenticare se stesso: egli non è centrato su se stesso, ma sugli altri. Questa possibilità nuova di essere uomo deriva dalla sua relazione con Dio Padre: è il dono di Dio Padre che la suscita, grazie all' azione dello Spirito Santo. Ciò vuol dire che Gesù può donarsi totalmente agli altri, senza distinzioni, fino alla morte perché, nello Spirito, è ricolmo dell' amore del Padre. La ragione ultima della dedizione di Gesù, che arriva fino al sacrificio della croce, risiede nella sua relazione trinitaria, e ne diventa sacramento. Il momento sacrificale della croce, inflitta a Gesù dalla malvagità umana, rivela in realtà, proprio nella trafittura del colpo di lancia, quell' apertura del cuore umano che è determinata dall' irruzione dell' amore trinitario. Il Crocifisso è dunque il sacramento di questa carità, e non il segno di una soddisfazione dovuta a una richiesta vendicatoria. Con Marcello Bordoni, si può dire che nella prospettiva salvifica dell' amore trinitario, « non solo l' uomo è redento dal dolore e dalla morte, ma è redento "nel dolore" e nell' abisso" della sua stessa umana derelizione, che vengono liberate dal predominio del significato penalistico e attivamente assunte nella libertà dell' uomo redento come manifestazione di amore per Iddio e per gli uomini. Nel momento in cui l' amore trinitario fa della sofferenza dell' uomo la sua sofferenza esso risolve questo dramma umano facendone un momento della sua vita di amore ». Mediazione, riparazione, compassione vanno dunque riletti in quest' orizzonte salvifico. In un mondo che sperimenta quotidianamente la disumanizzazione, l’ingiustizia, la solitudine e in genere il misconoscimento della dignità umana, va riscoperto il senso e l' esperienza della sofferenza di Dio. Di fatto, il presupposto della vocazione riparatrice è proprio quello di un Dio capace di soffrire. In genere si è disposti ad attribuire la sofferenza solo al Crocifisso, ma ciò è riduttivo ed improprio; esiste, nella croce, un aspetto trinitario che la teologia contemporanea chiama appunto il dolore di Dio. È il mistero di un Dio che non ha paura di rivelarsi debole e impotente, dominato dall' amore che porta a subire l' offesa della prepotenza umana, anziché reagirvi; è il mistero di un Dio che fa scandalo. La tradizione ebraica, commentando e attualizzando la parola della Scrittura riguardante la stipulazione dell' alleanza tra il Signore e il popolo di Israele (Es 19,1-8), si era già decisamente orientata in questa direzione. Nel grande discorso introduttivo si legge. « Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: "Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all' Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me » (Es 19,3-4). Commenta Alberto Mello: « Che cosa significa "portare su ali di aquile"? Gli esegeti moderni tradurrebbero, forse, con "portare in un baleno", ma gli antichi scavano di più nella metafora. Cominciamo dalla Mekhilta [ossia un noto commento giudaico al libro dell' Esodo]: "In che cosa si distingue l' aquila da tutti gli altri uccelli? Nel fatto che tutti gli uccelli tengono i loro piccoli tra le zampe, perché temono che un altro uccello possa volare più in alto [lett. ' sul loro dorso' ]. Ma l' aquila teme soltanto l' uomo, che possa scagliarle una freccia, e ritiene preferibile che la freccia entri in lei piuttosto che nei suoi figli" » (Bahodesh). L' aquila è l' uccello che vola più in alto di tutti, quindi non ha da temere altri uccelli rapaci che possano volare più in alto di lei. L' unico pericolo dal quale deve guardarsi viene dal basso. Rashi [ossia il rabbino Shelomoh Jizhaqi di Troyes in Francia, 1040-1105] riprende questa interpretazione quasi alla lettera, ma aggiunge, attualizzando il comportamento dell' aquila in quello divino: « Dio disse: Anch' io faccio così (come l' aquila). E l' angelo di Dio parti... e venne tra l' accampamento egiziano e quello di Israele (Es 14,19-20). Gli egiziani scagliavano frecce e pietre con balestre, e la nube le riceveva ». Le riceveva Dio, per risparmiare i suoi figli! Dalla metafora dell' aquila si giunge pertanto all' affermazione teologica di un Dio che soffre a causa dei suoi figli e al posto loro, come spiega la Mekhilta poco prima, interpretando Is 63,9: « In ogni loro angustia egli [Dio] fu angustiato ». Ciò vuol dire, in altri termini, che ogni azione di protezione o di liberazione di Israele comporta una sofferenza divina: è Dio che ne paga il prezzo, come l' aquila che prende le frecce su di sé, facendo scudo ai suoi piccoli. [...] Una semplice metafora, che probabilmente doveva significare la facilità e la rapidità del viaggio attraverso il deserto, diventa invece un locus theologicus della comunione che si è stabilita tra Dio e il suo popolo: una comunione che va fino al sangue, fino al dono della vita dell' uno per gli altri, la comunione di un padre o di una madre verso i suoi figli ». Giovanni Paolo Il, nell' enciclica Dominum et vivificantem, del 18 maggio 1986, che tratta della persona dello Spirito Santo e della sua missione nel mondo, afferma: «Nell' Antico Testamento più volte si parla del "fuoco dal cielo", che bruciava le oblazioni presentate dagli uomini. Per analogia si può dire che lo Spirito Santo è il "fuoco dal cielo", che opera nel profondo del mistero della croce. Provenendo dal Padre, egli indirizza verso il Padre il sacrificio del Figlio, introducendolo nella divina realtà della comunione trinitaria. Se il peccato ha generato la sofferenza, ora il dolore di Dio in Cristo crocifisso acquista per mezzo dello Spirito Santo la sua piena espressione umana. Si ha così un paradossale mistero d' amore: in Cristo soffre un Dio rifiutato dalla propria creatura: "Non credono in me!"; ma, nello stesso tempo, dal profondo di questa sofferenza - e, indirettamente, dal profondo dello stesso peccato "di non aver creduto" - lo Spirito trae una nuova misura del dono fatto all' uomo e alla creazione fin dall' inizio. Nel profondo del mistero della croce agisce l' amore, che riporta nuovamente l' uomo a partecipare alla vita che è Dio stesso» (DV 41). Qualcuno potrebbe obiettare che attribuire dolore a Dio significa fare dell' inedito antropomorfismo. Ma la vera questione è un' altra, e riguarda non solo Dio, ma ancor più il popolo di Dio. Scrive a questo proposito Enzo Franchini: « Lo scandalo non sta nell' attribuire un cuore a Dio. Sta in una rappresentazione impropria che, forzandone magari i tratti, si potrebbe delineare così: l' Amore non è amato, dunque stringiamoci noi, i pochi buoni, attorno a lui, perché non veda i tanti cattivi che lo insultano. In quanto ai cattivi, non resterebbe che deprecarli, abbandonarli alloro destino pravo. [Ciò] suppone appunto che si possa noi dare a Dio quello che gli altri gli negano, quasi dispensando gli altri dal loro contributo, visto che, in fin dei conti, il conguaglio viene comunque versato. Terribili queste supposte equazioni contabili in vista di riequilibrare una sorta di astratta bilancia dei pagamenti ». Dio soffre non come persona lesa, nella sua maestà divina, dal peccato umano. Il crocifisso dimostra che Dio soffre perché ama l' uomo e si fa solidale con lui; Dio soffre perché l' uomo, peccando, si perde ed egli non vuole perderlo. Partecipare all' opera di mediazione e riparazione significa, allora, non allontanarsi dalla realtà, lamentandone il disordine e invitando i « giusti » a non prendervi parte; ma farsi solidale con l' uomo e il mondo. Tale è l' ottica in cui Maria si pone a La Salette: « Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra: [...] Avete mai visto del grano guasto, figli miei? No, Signora, rispondono. Ma tu, figlio mio, lo devi aver visto una volta con tuo padre, verso la terra di Coin. Il padrone del campo disse a tuo padre di andare a vedere il suo grano guasto. Vi andaste tutti e due, prendeste in mano due o tre spighe, le stropicciaste e tutto cadde in polvere». È molto significativo quanto scrive il preposito generale della Compagnia di Gesù, Hans Peter Kolvenbach: « In questo periodo di odio e di violenza, di ingiustizia e discriminazione, la riparazione dovuta al Signore trova la sua autenticità nell' attenzione al povero, nella promozione della giustizia, nell' amore dei più piccoli, nel rispetto della vita ». Maria, a La Salette, si mostra vera Madre della compassione e della riparazione. Ella, pur essendo « del cielo», avvolta della luminosità di Dio, è spinta a condividere la situazione dell' uomo contemporaneo e piange. «Gloria e tristezza caratterizzano una presenza che, pur appartenendo alla sfera di Dio, esprime profonda partecipazione e un grande coinvolgimento emotivo nei confronti della vicenda umana.[...] Affiora, lungo tutto il messaggio, uno stile che dice incisivamente come la missione nasca da un' attenzione che trafigge il cuore ». La solidarietà che si esprime nella compassione e nella riparazione non è, quindi, una benevola attenzione del giusto nei confronti del peccatore; a La Salette Maria arriva a dire: « Da quanto tempo soffro con voi! ». La solidarietà compassionevole è confessione delle colpe che si trasforma in intercessione; la Vergine, infatti, continua: « Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni, mi è stato affidato il compito di pregarlo continuamente per voi ». L' intercessione è suscitata dall' Amore trinitario e chiama gli uomini, nessuno escluso, a vivere la vita divina, per farne dei credenti: chi intercede diventa anima di chi non ha anima, diventa voce di chi non ha voce, perché chi non ha anima né voce ritrovi dentro di sé la capacità di ritornare a Dio. E quanto Maria fa a La Salette: ella trasforma il vissuto di morte sperimentato dalla gente del luogo e che si traduce in rivolta contro Dio (« Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza il nome di mio Figlio. [...Quando] trovavate [patate] guaste, bestemmiavate il nome di mio Figlio. [...] D' inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima vanno alla macelleria come i cani »), in momento favorevole di riconciliazione (« Se si convertono, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi. [...] Gli altri faranno penitenza con la carestia. [...] Al ritorno, quando eravate a mezz' ora da Corps, tuo padre ti diede un pezzo di pane dicendoti: "Prendi, figlio mio, mangia ancora del pane quest' anno" »). Non può dunque esistere intercessione senza missione per rinnovare il genere umano e avvicinarlo alla vita trinitaria, in vista della costruzione della civiltà dell' amore. Non può esistere un' offerta di sé che non abbia come obiettivo la vita del mondo. Maria, infatti, dice a La Salette: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo. (...) Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi ». Prosegue Enzo Franchini: «La solidarietà con i maledetti, assunta per avere in noi i medesimi sentimenti che furono in Gesù Cristo, obbliga ad una organizzazione della vita spirituale molto più etero-centrata che non motivata dalla propria salvezza personale. [...] La riparazione è sacerdotalità, esige dunque una dedizione interiore fattiva al servizio degli altri, fosse pure con la sola preghiera; il che comporta una caratterizzazione abbastanza netta, ad esempio, rispetto all' ascetismo monastico, visto che il monastero è nato soprattutto come scuola (od officina) dove imparare il dominio di sé per il servizio di Dio. Un' altra volta, la riparazione è meno incentrata sulla crescita individuale, per essere invece rappresentata dagli altri, a nome dei quali esercitare una specie di avvocatura, un ministero quasi di paracliti. [...] Si serve l' uomo perché l' uomo è amato da Dio e perché la sua conversione è la festa del Padre». Maria chiude la sua apparizione dicendo: « Ebbene, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo. Andiamo, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo ». E’ la speranza che nasce dalla certezza che il servizio della riparazione è forte della potenza di Dio, e pertanto non lavora né costruisce invano. La grazia de La Salette è, dunque, la riscoperta della vocazione battesimale ad essere, in Cristo crocifisso, popolo riconciliato con Dio che si fa, in compagnia di Maria, germe vivente di unità fraterna e di solidarietà reciproca con gli uomini e l' intero creato, letto nella sua più profonda valenza simbolica di « regno di Dio », luogo della vita e della benedizione definitiva del Benedetto per eccellenza, Gesù, figlio di Abramo, figlio di Adamo, figlio di Dio.

4. LA « REGOLA DI VITA » DEI MISSIONARI DI NOSTRA SIGNORA DE LA SALETTE

Il cammino che abbiamo fin qui percorso permette di affermare con chiarezza che la spiritualità salettina affonda le sue radici nell' incarnazione, cioè nella persona e nella prassi storica di Gesù, e nel pellegrinaggio di fede di Maria, perfetta discepola, che lo segue sulla via della salvezza. In altre parole, la grazia de La Salette si inserisce nell' unica spiritualità cristiana. Questa, infatti, è, come abbiamo avuto modo di capire, la relazione vissuta con il Cristo all' interno della storia, della cultura e della comunità ecclesiale, nella testimonianza dei suoi valori e dei suoi insegnamenti, assunti come fonte dinamica dello sviluppo personale e comunitario. L' evento de La Salette, in quanto approvato dalla Chiesa, chiama il battezzato (e il consacrato) a vivere questa relazione con Cristo attraverso alcune « piste » preferenziali, che ne costituiscono come le chiavi di accesso e gli snodi fondamentali. Essi sono: - la solidarietà illimitata con ogni uomo e ogni donna e l' inserzione attiva nella storia; - la sacramentalità della propria esistenza, in quanto reale « estensione » e manifestazione temporale del mistero dell' incarnazione, perché « l' umanità dell' uomo è il luogo in cui Dio si fa presente nella nostra esistenza quotidiana, come il Padre buono e accogliente, che salva e riempie di vita »; - la vocazione alla mediazione della grazia riconciliatrice nell' esercizio sacerdotale (battesimale e ordinato) della liturgia e dell' apostolato per vivere e testimoniare, nell' offerta di sé, il primato di Dio e della sua azione salvifica nel mondo e per il mondo; - l' essere, con la vita e la parola, denuncia profetica, «voce critica», rib fatto carne, di qualunque tipo di infedeltà all' alleanza perpetrato sia all' interno del popolo di Dio che al suo esterno, in spirito di solidarietà fraterna, per testimoniare la riconciliazione e la speranza; - con la stessa dedizione che Maria visse e alimentò nei confronti del Signore e insieme a lei, maternamente vicina al popolo di Dio (VMFIS 36). È possibile ritrovare questi elementi nella Regola di vita dei Missionari di Nostra Signora de La Salette. Essa è frutto del rinnovamento spirituale e culturale della vita religiosa promosso dal Concilio Vaticano Il, ed esprime il carisma dell' istituto. Alla luce dell' apparizione la congregazione vuole vivere: - la solidarietà con gli uomini e l' attiva inserzione nella loro storia. Leggiamo infatti: « Animati dallo Spirito Santo che ha spinto il Figlio di Dio a vivere la nostra condizione umana e a morire sulla croce per riconciliare il mondo al Padre, vogliamo essere, alla luce dell' apparizione di Nostra Signora de La Salette, i servitori devoti del Cristo e della Chiesa per la realizzazione del mistero della riconciliazione. [...] Le nostre comunità devono essere segni vivi dell' amore di Cristo. Saranno aperte e accoglienti verso tutti. La nostra ospitalità sarà la testimonianza del desiderio e della gioia di condividere la nostra vita e di essere a servizio di tutti. [...] Cristo è venuto a portare il lieto messaggio della liberazione a tutti gli uomini; ha riservato una particolare preferenza per i poveri e gli oppressi. Maria, a La Salette, si è servita dei piccoli e degli umili per far giungere il suo messaggio a tutto il suo popolo. Anche noi, nelle diverse attività apostoliche in mezzo al popolo di Dio, andremo di preferenza verso i più abbandonati di questo mondo e verso coloro che sono lontani da Dio e dalla Chiesa » (RdV, prima parte, nn. 4.21.25); - la condivisione battesimale della natura sacramentale della Chiesa: « In seno al popolo di Dio, noi, Missionari di Nostra Signora de La Salette, formiamo una congregazione religiosa e apostolica, dedita al ministero della riconciliazione. [...] Incorporati alla Chiesa dal nostro battesimo, partecipiamo alla sua missione. Mediante la professione dei voti pubblici di povertà, di castità e di obbedienza, ci consacriamo, con nuovo titolo, a questa missione e ci impegniamo a vivere in una comunità religiosa che sia segno del regno di Dio. [...] La nostra Congregazione è chiamata a essere un segno e uno strumento dell' opera della riconciliazione realizzata da Cristo e alla quale Maria è tanto strettamente associata, come ella stessa ci ricorda nella sua apparizione » (RdV, prima parte, nn. 1.3.22); - la vocazione alla mediazione della grazia riconciliatrice nella totale e sacerdotale dedizione di sé all' apostolato e alla liturgia per testimoniare nel mondo il « ministero della riconciliazione ». La Regola dice: « Il Cristo è la regola della nostra vita. [...] Tutti, padri e fratelli, secondo i diversi ministeri e attività a cui siamo chiamati, partecipiamo alla missione di riconciliazione che la Chiesa ha affidato alla congregazione. [...] Ci adoperiamo a mettere in luce i valori profondamente evangelici di preghiera, penitenza e zelo contenuti nel messaggio di Nostra Signora de La Salette, che ci chiama alla conversione. Noi per primi ci sforziamo di vivere questi valori affinché, sia con la testimonianza della vita che con la parola, portiamo gli altri ad aprirsi al vangelo che è nostra missione far conoscere a tutti. [...] Come risposta alla chiamata di Dio e per realizzare la preghiera di Gesù: «che siano una cosa sola... affinché il mondo creda», ci impegniamo a vivere insieme la nostra vocazione all' apostolato della riconciliazione. Uniti dalla medesima fede, dalla stessa speranza e animati dallo stesso Spirito, noi formiamo un cuor solo e un' anima sola in un' unica famiglia religiosa. Uniti dal battesimo, dalla professione dei consigli evangelici, dalla devozione a Maria, riconciliatrice dei peccatori, e dalla missione della nostra congregazione, è come comunità che noi siamo per il mondo i testimoni della presenza di Dio tra di noi e della forza del vangelo nel riunire in comunione fraterna uomini di ogni lingua, razza e nazione. [...] La croce de La Salette è il segno distintivo della nostra comunione di vita e di spirito, e della nostra missione apostolica» (RdV, prima parte, nn. 7.27.6.14-15; secondaparte, n. 6b); - l' essere, con la vita e la parola, denuncia profetica, « voce critica», rib fatto carne, di qualunque tipo d' infedeltà all' alleanza perpetrato sia all' interno del popolo di Dio che al suo esterno, in spirito di solidarietà fraterna, per testimoniare la riconciliazione e la speranza: « Ispirandoci al messaggio di Nostra Signora de La Salette ci applichiamo: -- alla riconciliazione dei peccatori e alla liberazione di tutti nella sottomissione alla volontà del Padre; -- al risveglio e all' approfondimento della fede nel popolo di Dio, affinché ogni realtà umana sia illuminata dalla luce del vangelo; -- all' annuncio della "buona novella" dove non è ancora conosciuta; -- alla promozione di una mutua comprensione e avvicinamento tra le varie religioni, nella carità e verità; -- alla lotta contro i mali che oggi compromettono il disegno salvifico di Dio e la dignità dell' uomo » (RdV, prima parte, n. 23); - con la stessa dedizione che Maria visse e alimentò nei confronti del Signore e insieme a lei, maternamente vicina nel pellegrinaggio della fede: « Fedeli alle nostre origini, professiamo un profondo amore a Maria, Madre di Cristo e della Chiesa. Con il nostro apostolato, seguiamo l' esempio della serva del Signore che fu costituita riconciliatrice in modo particolare ai piedi della croce. [...] E’ sull' esempio di Maria, "la cui vita è una regola di condotta per tutti", e la cui costante intercessione sostiene i nostri sforzi, che noi vogliamo vivere la nostra consacrazione religiosa. Impegnati a rispondere al richiamo che di continuo ci ripete con la sua apparizione, ci sforziamo di dedicarci interamente, come lei, la serva del Signore, alla persona e all' opera di suo Figlio » (RdV, prima parte, nn. 5.13). Infatti, il missionario della Vergine piangente, sia che evangelizzi le popolazioni in cui la Chiesa o è sconosciuta o non è radicata, sia che approfondisca la fede nel popolo di Dio (con la predicazione di ritiri spirituali e di missioni, con l' animazione dei centri di rinnovamento e dei gruppi di preghiera e di riflessione sulla vocazione cristiana, con l' aiuto ai movimenti che favoriscono la promozione umana e l' impegno apostolico, con il servizio ai santuari [specialmente quello de La Salette], con l' assunzione di parrocchie e cappellanie, con la formazione dei giovani, con la cooperazione nell' opera per l' unione delle Chiese), ritiene suo dovere, come apostolo della riconciliazione, di entrare più profondamente all' interno del suo mistero attraverso la preghiera, la meditazione, lo studio e il ministero (RdV, seconda parte, nn. 1.8.38). In questo dinamismo di apertura vitale alla riconciliazione, egli è in grado di approfondire la comprensione del mistero dell' alleanza tra Dio e gli uomini, della sua rottura causata dal peccato e delle conseguenze che ne derivano nella vita delle persone e delle società. Da questa sorgente egli trova la spinta alla solidarietà, per eliminare le cause profonde dell' alienazione dell' uomo e della sua separazione da Dio e dai fratelli (cioè la perdita del senso di Dio e della dignità della persona umana, la frattura tra la vita di fede e l' impegno temporale, l' odio, la violenza, le ingiustizie); per dedicarsi al ministero del sacramento della riconciliazione, sforzandosi di farne un incontro vivo con il Cristo che guarisce e salva l' uomo; per avvicinare, specialmente nelle parrocchie affidate all' istituto, soprattutto coloro che hanno abbandonato la Chiesa e ricondurli ad una partecipazione attiva alla vita della comunità ecclesiale (RdV, seconda parte, n. 39). Per cui si impegnerà ad essere disponibile verso tutte le persone in quanto tutte sono oggetto dell' amore di Dio; ad apprezzare la loro cultura e la loro identità, sforzandosi di inserirsi nei gruppi umani ai quali si rivolge, nell' intento di scoprirne tutte le ricchezze e tutti i valori per poi offrirli a Cristo unitamente a loro; a considerare sempre con spirito aperto i loro problemi e le loro difficoltà per contribuire a risolverli alla luce del messaggio evangelico (RdV, seconda parte, n. 40). Questa panoramica di testi non vuole assolutamente essere un' autocelebrazione, ma condivisione di una grande ricchezza: pur non impegnando la fede cattolica di tutta la Chiesa (un' apparizione non ha il valore di un dogma), essa vuole portare il popolo di Dio a riscoprire la grandezza della sua vocazione per la vita del mondo, indicando alcuni atteggiamenti fondamentali dell' esistenza credente. La Regola di vita afferma: «I Missionari lavorano sempre in stretta collaborazione con i laici, li ascoltano, condividono con loro le responsabilità. [...] Inoltre si prodigheranno per promuovere un' intensa vita ecclesiale caratterizzata da [...] un' attiva partecipazione dei laici alla vita della comunità [...] attraverso i vari consigli, ministeri e altri impegni » (RdV, seconda parte, nn. 52.45). In fondo, la meta del lungo cammino che è stato fin qui percorso altro non è se non l' approfondimento vitale della comunione che lega Cristo all' uomo e l' uomo a Cristo. Maria è colei che cerca e favorisce maternamente questa unione, e che a La Salette ricorda alla Chiesa di sempre la sua fondamentale vocazione di popolo sacerdotale offerto per la salvezza del mondo: « Ebbene, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo. Andiamo, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo ».

Conclusione

Il linguaggio de La Salette, pur avendo quella forte valenza simbolica che si è cercato di far risaltare, può sembrare antiquato o addirittura « offensivo » per l' uomo contemporaneo. Che senso ha, infatti, parlare di « catene » del peccato, mancanza di patate e di grano, di morte, della disperazione che viene dal non avere un futuro... ad un uomo che sempre più si sperimenta come padrone e signore indiscusso della vita e della morte? Eppure, anche in campo laico, non mancano le voci profetiche che usano lo stesso linguaggio. Si pensi ad esempio al grido della cantautrice nera americana Tracy Champman: « You in your francy material world don' t see the links of chain, binding, blood »: (« Tu, nel tuo elegante mondo materiale, non vedi gli anelli delle catene che avvolgono sangue »). L' uomo d' oggi, abbacinato dal suo orgoglio e dal suo egoismo, non vede le catene di sofferenza e d' ingiustizia che avviluppano il mondo nella sua interezza: è la denuncia aperta di Maria a La Salette: « Voi non ci fate caso ». Ecco allora che il grido profetico diviene quasi una necessità. Abbiamo bisogno di essere scossi per aprire gli occhi di fronte alle mille povertà del nostro universo, ma soprattutto per comprendere che l' indigenza del mondo postindustriale è difficile da decifrare, perché spesso riveste un carattere collettivo e allargato ad ambiti relazionali, civili, culturali e spirituali. La lista dei paesi più poveri del mondo comprende attualmente ventun nazioni dell' Africa, otto dell' Asia, una del Pacifico e una nei Caraibi. La maggioranza degli abitanti di queste nazioni vive su di un' agricoltura che garantisce appena la sussistenza. Il loro reddito pro capite nazionale annuo è inferiore a 100 dollari Usa (1968). Il 20 per cento della popolazione soffre la fame. La vita media è inferiore ai cinquant' anni, l' analfabetismo supera il 60-70 per cento. A ciò si aggiungono le statistiche fornite dall' Organizzazione mondiale della Sanità che indicano in un 10 per cento della popolazione mondiale le persone che soffrono a causa di qualche forma d' invalidità. Si calcola che gli handicappati nel mondo siano circa mezzo miliardo, e che al primo posto dei fattori invalidanti si trova la malnutrizione, cioè 100 milioni di persone sono handicappate a causa della fame cronica. Scrive Paolo Cosci: « Alla base di tutte queste minorazioni non c' è il destino o il caso, tanto è vero che esse non colpiscono indistintamente le diverse classi sociali o i diversi paesi del globo. Non è certamente per caso, ad esempio, che le forme di invalidità multipla crescono in misura più proporzionale nei ceti più poveri di una popolazione, rispetto ai gruppi più socialmente ed economicamente emergenti ». In lacrime, Maria a La Salette dice: « Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa i bambini al di sotto dei setti anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno ». La sofferenza e la morte portano sempre con sé lo scandalo, soprattutto quando colpiscono le persone indifese e deboli, ossia gli « innocenti ». Di primo acchito viene spontaneo puntare i riflettori su Dio, principio e causa di tutto: perché Dio permette ciò? Ma forse la domanda ha bisogno di una virata a centottanta gradi. Perché l' uomo non costruisce una società più equa? Perché i beni affidati a tutti gli uomini non vengono distribuiti con maggiore perequazione? Non è necessario andare così lontano, in India o in Africa, per venire a contatto con situazioni d' indigenza infantile. L' Istat nel suo rapporto annuale del 1994 ha rilevato che in Italia, nel Mezzogiorno, la povertà riguarda un numero rilevante di giovanissimi, quasi un povero su cinque ha meno di quattordici anni. Il fenomeno della presenza di bambini in condizione di povertà assume toni paurosi. Infatti, in alcune aree del Mezzogiorno il 21,5 per cento dei bambini fino a cinque anni e il 24,4 per cento dei bambini dai sei ai tredici anni vivono in condizioni di estrema povertà. Non solo, ma mentre in Lombardia il 77 per cento dei bambini ha fatto almeno una vacanza in un anno, in alcune regione del sud, ad esempio Calabria e Sicilia, tale percentuale arriva solo al 25 per cento. Di fronte a tutto ciò nasce una domanda: chi può salvare l' uomo? Non certamente l' uomo da solo, perché « l' istinto del cuore umano è incline al male fin dall' adolescenza» (Gn 8,21). Non basta auspicare l' avvento di nuove dottrine filosofiche o antropologiche, oppure pensare semplicemente a nuovi sistemi economici, per cambiare le sorti di questa umanità incatenata. C' è bisogno che l' uomo si riconosca immagine di Dio, di quel Dio che è Trinità, cioè Amore traboccante che genera distinzione, e nella distinzione comunicazione di amore e promozione dell' altro. Ecco allora che l' antiquato linguaggio di Maria a La Salette diviene grido profetico per l' uomo d' oggi: non c' è giustizia, non c' è amore, non c' è salvezza per l' uomo se non si passa attraverso il crogiolo della croce, simbolo per eccellenza del dono di amore totale per gli altri. L' invito a inoltrarsi nei sentieri tortuosi della penitenza, del silenzio, per nutrirsi della parola, è un invito a stare con Maria sotto la croce. E’ da questa prospettiva che il mondo viene assunto in un' ottica rivoluzionaria, perché lo si guarda con gli occhi del Crocifisso: non più i potenti, i ricchi... ma i poveri, gli abbandonati, i malati, i peccatori, in una parola gli ultimi. In tal senso, però, non ci si fa prossimo degli altri se non riconoscendosi « figli dispersi », bisognosi di essere radunati sotto l' influsso dello Spirito, nel tempio che è Gesù Cristo, sottomettendosi alla logica misericordiosa del Padre. Una nota spirituale essenziale emerge allora per chi si lascia guidare dalla Vergine apparsa a La Salette: manifestare il volto misericordioso di Dio attraverso lo sguardo, la parola, l' azione, seguendo l' esempio della « serva del Signore » che fu costituita riconciliatrice ai piedi della croce. Il missionario, il «convertito» da Nostra Signora de La Salette è l' uomo della compassione, l' uomo che fa sue « le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d' oggi » (GS 10). E’ l' uomo di cui non si può avere timore perché la sua solidarietà col mondo non è superficiale, ma affonda le sue radici nella fondamentale solidarietà di Cristo con l' umanità di quel Cristo Gesù che, « pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini » (Fil 2,5-7).In una parola, La Salette è segno ovvio della misericordia accogliente di Dio. Una sentenza rabbinica afferma: « Chi è misericordioso verso le creature è di sicuro della stirpe di Abramo. Chi invece non è misericordioso verso le creature, non è di sicuro della stirpe di Abramo». In Gesù la misericordia riversata su Abramo si è fatta carne essa stessa, progetto storico (ed eterno) di unità e di fraternità. E Maria, nella quale la comunità cristiana stessa si riconosce, dice di lui: « Fate quello che vi dirà » (Gv 2,5).

 

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Lourdes

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Le apparizioni di Lourdes raccontate da Bernardetta

PRIMA APPARIZIONE – 11 FEBBRAIO 1858. La prima volta che fui alla grotta era il giovedì 11 febbraio. Andavo a raccogliere la legna con due altre ragazzine. Quando fummo al mulino io domandai loro se volevano vedere dove l' acqua del canale andava a congiungersi col Gave. Esse mi risposero di sì. Di là noi seguimmo il canale e ci trovammo davanti a una grotta, non potendo andare più lontano. Le mie due compagne si misero in condizione di attraversare l' acqua che era davanti alla grotta. Esse attraversarono l' acqua. Si misero a piangere. Domandai loro perché piangessero. Mi dissero che l' acqua era fredda. Io le pregai di aiutarmi a gettare delle pietre nell' acqua per vedere se potessi passare senza scalzarmi. Mi dissero di fare come loro, se volevo. Io andai un po' più lontano a vedere se potevo passare senza scalzarmi ma non potei. Allora ritornai davanti alla grotta e mi misi a scalzarmi. Avevo appena tolto la prima calza che sentii un rumore come se ci fosse stato un colpo di vento. Allora voltai la testa dalla parte del prato (dal lato opposto alla grotta). Vidi che gli alberi non si muovevano. Allora ho continuato a scalzarmi. Sentii ancora lo stesso rumore. Appena alzai la testa guardando la grotta, scorsi una signora in bianco. Aveva un vestito bianco, un velo bianco e una cintura azzurra e una rosa su ogni piede, del colore della catenella del suo rosario. Allora fui un po' impressionata. Credevo di sbagliarmi. Mi strofinai gli occhi. Guardai ancora e vidi sempre la stessa signora. Misi la mano in tasca; vi trovai il mio rosario. Volevo fare il segno della croce. Non potei arrivare con la mano fino alla fronte. La mano mi cadeva. Allora lo sbigottimento s' impadronì più fortemente di me. La mia mano tremava. Tuttavia non fuggii. La signora prese il rosario che teneva tra le mani e fece il segno della croce. Allora provai una seconda volta a farlo e potei. Appena ebbi fatto il segno di croce scomparve il grande sbigottimento che provavo. Mi misi in ginocchio. Ho recitato il rosario in presenza di quella bella signora. La visione faceva scorrere i grani del suo, ma non muoveva le labbra. Quando ebbi finito il mio rosario, mi fece segno di avvicinarmi, ma non ho osato. Allora disparve all' improvviso. Mi misi a togliere l' altra calza per attraversare quel po' d' acqua che si trovava davanti alla grotta (per andare a raggiungere le mie compagne) e ci siamo ritirate. Cammin facendo ho domandato alle mie compagne se non avevano visto niente. - No - mi risposero. L' ho domandato loro ancora. Mi dissero che non avevano visto niente. Allora aggiunsero: - E tu hai visto qualcosa? Allora dissi loro: - Se non avete visto niente, neppure io. Credevo di essermi sbagliata. Ma ritornando, lungo la strada mi domandavano ciò che avevo visto. Ritornavano sempre su quello. Io non volevo dirlo loro, ma mi hanno talmente pregata che mi sono decisa a dirlo: ma a condizione che non ne parlassero a nessuno. Mi promisero di mantenere il segreto. Ma appena arrivate a casa, niente di più urgente che dire ciò che avevo visto. Ecco per la prima volta.

 

SECONDA APPARIZIONE - 14 FEBBRAIO 1858. La seconda volta era la domenica seguente. Ci ritornai perché mi sentivo spinta interiormente. Mia madre mi aveva proibito di andarci. Dopo la messa cantata, le altre due ragazzine e io fummo ancora a chiederlo a mia madre. Non voleva. Mi diceva che temeva che cadessi nell' acqua. Temeva che non sarei tornata per assistere ai vespri. Le promisi di sì. Mi diede allora il permesso di andare. Fui alla parrocchia a prendere una bottiglia d' acqua benedetta per gettarla alla visione quando fossi alla grotta, se la vedevo. Arrivate là, ciascuna prese il suo rosario e ci mettemmo in ginocchio per dirlo. Avevo appena detto la prima decina che scorsi la stessa signora. Allora mi misi a gettarle l' acqua benedetta dicendole, se veniva da parte di Dio di restare, se no di andarsene; e mi affrettavo sempre a gettargliene. Si mise a sorridere, a inchinarsi e più io annaffiavo, più sorrideva e piegava la testa e più la vedevo fare quei segni... e allora presa da timore mi affrettavo ad aspergerla e lo feci finché la bottiglia fu terminata. Quando ebbi finito di recitare il mio rosario, scomparve. Ecco per la seconda volta.

 

TERZA APPARIZIONE - 18 FEBBRAIO 1858. La terza volta, il giovedì seguente: vi furono alcune persone importanti che mi consigliarono di prendere della carta e dell' inchiostro e di domandarle, se aveva qualcosa da dirmi, di avere la bontà di metterlo per scritto. Ho detto le stesse parole alla signora. Si mise a sorridere e mi disse che ciò che aveva da dirmi non era necessario scriverlo, ma se volevo avere la compiacenza di andarci per quindici giorni. Le risposi di sì. Mi disse anche che non mi prometteva di farmi felice in questo mondo, ma nell' altro.

 

LA QUINDICINA - DAL 19 FEBBRAIO AL 4 MARZO 1858. Vi ritornai quindici giorni. La visione apparve tutti i giorni ad eccezione di un lunedì e di un venerdì. Un giorno mi disse che dovevo andare a bere alla fontana. Non vedendola, andai al Gave. Mi disse che non era là. Mi fece segno col dito mostrandomi la fontana. Ci andai. Non vidi che un po' d' acqua che assomigliava a del fango. Vi portai la mano; non potei prenderne. Mi misi a scavare; poi potei prenderne. Per tre volte l' ho gettata. Alla quarta volta potei. Mi fece anche mangiare un' erba che si trovava dove io fui a bere (una volta solamente). Poi la visione scomparve e io mi ritirai.

 

DAL SIGNOR CURATO - 2 MARZO 1858. Mi disse di andare a dire ai preti di far costruire là una cappella. Fui a trovare il signor curato per dirglielo. Mi guardò un momento e mi disse con un tono non molto gentile: - Che cosa è questa signora? Gli risposi che non lo sapevo. Poi m' incaricò di domandarle il suo nome. Il giorno dopo glielo chiesi. Ma ella non faceva che sorridere. Al ritorno fui dal signor curato e gli dissi che avevo fatto la commissione, ma che non avevo avuto altra risposta. Allora mi disse che si prendeva gioco di me e che farei bene a non più ritornarci; ma io non potevo impedirmi di andarci.

 

L' APPARIZIONE DEL 25 MARZO 1858. Ella mi ripeté più volte che dovevo dire ai preti che li si doveva fare una cappella e d' andare alla fontana per lavarmi e che dovevo pregare per la conversione dei peccatori. Nello spazio di questi quindici giorni mi diede tre segreti che mi proibì di dire. Sono stata fedele fino ad ora. Dopo i quindici giorni le ho domandato di nuovo chi fosse. Sorrideva sempre. Infine mi azzardai una quarta volta. Allora, tenendo le due braccia aperte, alzò gli occhi guardando il cielo, poi mi disse, giungendo le mani all' altezza del petto, che era l' Immacolata Concezione. Sono le ultime parole che mi ha rivolto. Aveva gli occhi azzurri...

 

«DAL SIGNOR COMMISSARIO... » La prima domenica della quindicina, appena uscii dalla chiesa, una guardia mi prese per il cappuccio e mi ordinò di seguirla. La seguii e cammin facendo mi disse che stavano per buttarmi in prigione. Ascoltavo in silenzio e arrivammo così dal commissario di polizia. Mi fece passare in una camera dove era solo. Mi diede una sedia e mi sedetti. Prese poi della carta e mi disse di raccontargli ciò che era avvenuto alla grotta. Lo feci. Dopo aver messo alcune righe come io gliele avevo dettate, metteva altre cose che mi erano estranee. Poi mi disse che mi avrebbe fatto la lettura per vedere se si era sbagliato. E ciò che fece; ma aveva appena letto alcune righe che c' erano degli errori. Allora replicai: - Signore, non vi ho detto ciò! Allora andò in collera assicurando di si; e io ripetevo sempre di no. Queste discussioni durarono per alcuni minuti e quando vide che io persistevo a dirgli che si era sbagliato, che io non gli avevo detto ciò, andava un po' più lontano e ricominciava a leggere ciò di cui io non avevo mai parlato; e io a sostenere che non era così. Era sempre la stessa ripetizione. Sono restata là un' ora o un' ora mezzo. Di tanto in tanto sentivo delle pedate vicino alle porte e alle finestre e delle voci d' uomini che gridavano: - Se non la lasciate uscire, sfondiamo la porta. Quando venne il momento di andarmene, il commissario m' accompagnò, aprì la porta e là vidi mio padre che mi aspettava con impazienza e una folla di altra gente che mi aveva seguito dalla chiesa. Ecco per la prima volta che io fui obbligata a comparire davanti a questi signori.

 

« DAL SIGNOR PROCURATORE... » La seconda volta, dal signor Procuratore Imperiale. Nella stessa settimana, egli mandò lo stesso agente facendomi dire di trovarmi alle sei dal Procuratore Imperiale. Mi recai con mia madre; mi domandò cos' era avvenuto alla grotta. Gli raccontai tutto e lo mise per scritto. Poi me ne fece la lettura come aveva fatto il commissario di polizia, aveva messo cioè certe cose che non gli avevo detto. Allora gli dissi: - Signore, non vi ho detto ciò! Sostenne di si; e per tutta risposta gli dissi di no. Infine, dopo aver abbastanza combattuto mi disse che si era sbagliato. Poi continuò la lettura; e faceva sempre nuovi errori dicendomi che aveva le carte del commissario e che non era la stessa cosa. Gli dicevo che gli avevo (ben) raccontato la stessa cosa e che se il commissario si era sbagliato tanto peggio per lui! Allora disse a sua moglie di mandare a cercare il commissario e una guardia per andare a farmi dormire in prigione. La mia povera mamma piangeva da un po' e mi guardava di tanto in tanto. Quando sentì che bisognava dormire in prigione le sue lacrime caddero con più abbondanza. Ma io la consolavo dicendole: - Siete ben buona a piangere perché andiamo in prigione! Non abbiamo fatto alcun torto a nessuno. Allora ci offrì delle sedie, al momento di partire, per attendere la risposta. Mia madre ne prese una perché era tutta tremante da quando eravamo là in piedi. Per me ringraziai il signor Procuratore é mi sedetti per terra come i sarti. C' erano degli uomini che guardavano da quella parte e quando videro che non uscivamo mai, si misero a battere alla porta, a pedate, benché ci fosse la guardia: non ne era il padrone. Il Procuratore usciva di tanto in tanto alla finestra per dir loro di fare piano. Gli si rispose di farci uscire, altrimenti non si finirebbe! Allora si decise a rimandarci e ci disse che il commissario non aveva tempo e che la cosa era rimandata a domani.

 

PAROLE RIVOLTE DALLA VERGINE A BERNARDETTA SOUBIROUS. Le altre parole che si aggiungono talvolta non sono autentiche. Il 18 febbraio. Bernardetta tende penna e carta alla signora dicendole: «Vorreste avere la bontà di mettere il vostro nome per scritto? ». Ella risponde: «Non è necessario» - «Volete avere la cortesia di venire qui per quindici giorni?» - «Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell' altro». Il 21 febbraio: «Pregherete Dio per i peccatori». Il 23 o 24 febbraio: «Penitenza, penitenza, penitenza». Il 25 febbraio: «Andate a bere alla fontana e a lavarvi» - «Andate a mangiare di quell' erba che è là» - «Andate a baciare la terra come penitenza per i peccatori». 11 2 marzo: «Andate a dire ai preti di far costruire qui una cappella» - «Che vi si venga in processione». Durante la quindicina, la Vergine insegnò una preghiera a Bernardetta e le disse tre cose che riguardavano solo lei, poi aggiunse con un tono severo: «Vi proibisco di dire ciò a chiunque». Il 25 marzo: "Io sono l' Immacolata Concezione".

 

LE APPARIZIONI RACCONTATE DA ESTRADE.

Al tempo delle apparizioni, mi trovavo a Lourdes come impiegato nell' amministrazione delle imposte indirette. Le prime notizie venute dalla grotta mi lasciarono completamente indifferente; le ritenevo frottole e sdegnavo di occuparmene. Tuttavia l' emozione popolare aumentava di giorno in giorno e, per così dire, d' ora in ora; gli abitanti di Lourdes, le donne soprattutto, si portavano in folla alle rocce di Massabielle e raccontavano in seguito le loro impressioni con un entusiasmo che sembrava delirio. La fede spontanea e l' entusiasmo di queste buone persone non m' ispiravano che pietà e me ne burlavo, le schernivo e senza studio, senza indagine,senza la minima inchiesta, continuai ad agire così fino al giorno della settima apparizione. Quel giorno, oh ricordo indimenticabile della mia vita! la Vergine Immacolata, con segrete abilita nelle quali riconosco oggi le attenzioni della sua ineffabile tenerezza, m' attirò fino a lei prendendomi la mano e come una madre ansiosa che rimette nella via il suo fanciullo sviato mi condusse alla grotta. Là io vidi Bernardetta nello splendore e nelle gioie dell' estasi!... Era una scena celeste, indescrivibile, ineffabile... Vinto, abbattuto dall’evidenza, io piegai le ginocchia e feci salire verso la Signora misteriosa e celeste, della quale sentivo la presenza, il primo omaggio della mia fede. In un batter d' occhio tutte le mie prevenzioni erano svanite; non solamente non dubitavo più, ma da quel momento un impulso segreto m' attirava invincibilmente alla Grotta. Giunto alla roccia benedetta, mi univo alla folla e come lei manifestavo le mie ammirazioni e convinzioni. Quando i doveri di lavoro mi obbligavano a lasciare Lourdes, ciò accadeva di tanto in tanto, mia sorella - una sorella amatissima che viveva con me e che seguiva da parte sua tutti gli avvenimenti di Massabielle - mi raccontava alla sera, dopo il mio ritorno, ciò che aveva visto e sentito durante il giorno e noi ci scambiavamo tutte le nostre osservazioni. Le scrivevo secondo la loro data per non dimenticarle e accadde così che alla fine della quindicesima visita, promessa da Bernardetta alla Signora della Grotta, avevamo un piccolo tesoro di annotazioni, informi senza dubbio, ma autentiche e sicure, alle quali davamo molta importanza. Queste constatazioni fatte da noi stessi non davano tuttavia la conoscenza perfetta dei fatti meravigliosi di Massabielle. A eccezione del racconto della veggente, che avevo appreso dal commissario di polizia, del quale parleremo più tardi, non sapevo quasi nulla delle prime sei apparizioni e siccome le mie note restavano incomplete, me ne preoccupavo molto. Una circostanza inaspettata venne a calmare le mie ansietà e a servirmi nel miglior modo augurabile. Bernardetta, dopo le estasi, veniva sovente da mia sorella; era una nostra piccola amica, una della famiglia e io avevo il piacere di interrogarla. Noi le domandavamo tutti i ragguagli più precisi, più minuziosi, e questa cara fanciulla ci raccontava tutto con quella naturalezza e semplicità, che era sua caratteristica. E così che io ho raccolto, fra mille altre cose, i dettagli commoventi dei suoi primi incontri con la Regina del cielo. La storia speciale delle visioni, quale è esposta nel mio libro, non è dunque in realtà, salvo forse poche particolarità, che il racconto delle dichiarazioni di Bernardetta e la narrazione fedelissima di quanto mia sorella e io avevamo notato personalmente. Senza dubbio, in avvenimenti così importanti, vi sono cose che sfuggono fatalmente all' azione diretta dell' osservatore più attento. Non si può osservare tutto, né capire tutto, e lo storico è obbligato a ricorrere a informazioni prese a prestito. Ho interrogato intorno a me, mi sono abbandonato a una inchiesta profonda per separare la zizzania dal buon grano e per non inserire nulla nel mio racconto che non fosse conforme a verità. Ma, dopo un attento vaglio, io non ho accettato, in complesso, che le informazioni del mio principale testimonio, Bernardetta, quelle di mia sorella e le mie. Per tutto il periodo nel quale durarono le apparizioni, la città di Lourdes fu sempre nella gioia e nella espansione del suo fervore religioso. Poi tutto a un tratto l' orizzonte si oscurò, una specie d' angoscia strinse tutti i cuori; si sentiva avvicinarsi la bufera. E infatti, in capo a qualche giorno, questo temporale scoppiò. Gli alti dignitari del potere e le potenze dell' inferno parvero allearsi e coalizzarsi per allontanare la Vergine dalla sua umile e rustica dimora sulle sponde del Gave. La Grotta fu chiusa. Per quattro lunghi mesi, fui testimone rattristato del sequestro operato sul luogo dei prodigi. Il popolo di Lourdes era costernato. Alla fine la tempesta passò; nonostante le minacce, le proibizioni e i processi, le barriere furono tolte e la Regina del cielo riprese possesso del modesto trono che si era scelto. Oggi come allora, e più che mai, è là che riceve, trionfante e benedetta, gli omaggi più cordiali delle moltitudini che accorrono a lei da tutte le parti del mondo. Do più avanti, nel corso delle mie narrazioni, i dettagli delle contestazioni e delle misure d' ostruzione dirette contro l' opera della Grotta. Cito il nome dei funzionari dello Stato che concepirono e sostennero questa infelice impresa. Questi funzionari, che io ho conosciuto quasi tutti, non erano ostili alle idee religiose. Essi si ingannarono, ne convengo, ma a mio avviso, in buona fede e senza credere di fare ingiuria alla Madre del Salvatore. Parlo dei loro atti con libertà; mi arresto davanti alle loro intenzioni le quali non sono state conosciute che da Dio. Quanto ai raggiri diabolici, li espongo semplicemente. Giudicarli è compito dei teologi. Notando gli avvenimenti d' ogni sorta che si svolgevano sotto la roccia di Massabielle, non miravo ad altro scopo che quello di prendermi una soddisfazione personale e durevole: volevo avere sotto mano un memoriale intimo, un repertorio che richiamasse a me stesso le dolci emozioni che avevano rapito e soggiogato il mio spirito alla Grotta. Mai avevo immaginato di pubblicarne una benché minima parte. Per quali considerazioni, o meglio sotto quali influssi mi sono ridotto a cambiare parere? Ci tengo che il lettore lo sappia. Dal 1860, anno in cui avevo lasciato Lourdes, quasi ogni anno, al tempo delle vacanze, andavo alla Grotta per pregare la santa Madonna e anche per ravvivare i felici ricordi dei tempi trascorsi. In tutti gli incontri che avevo col rev. P. Sempé, il buon superiore dei missionari mi spingeva a coordinare il mio lavoro sulle apparizioni e a stamparlo. Le insistenze del santo religioso mi turbavano, perché il P. Sempé era l' uomo della Provvidenza e io restavo sempre colpito dalla saggezza delle sue parole e delle sue opere, visibilmente contrassegnate dallo spirito di Dio. Nell' interno della casa di Massabielle, che egli governava come superiore, ogni cosa mostrava la cordialità, l' armonia, lo zelo ardente per la salvezza delle anime. La regola vi era osservata più per l' ascendente e l' esempio delle grandi virtù del maestro che per la sua pressione. All' esterno tutto risplendeva delle invenzioni escogitate dalla sua iniziativa. La magnificenza con cui ha decorato la roccia di Massabielle basterebbe da sola a rendere illustre un uomo la cui ambizione si limitasse alle glorie della terra. Il segreto magico del P. Sempé per fare riuscire i suoi progetti e proteggere le sue imprese era il rosario. La corona di Maria non lasciava mai le sue dita e quando nelle pie riunioni ne recitava le dolci invocazioni, trasportava le anime verso le regioni superiori. Tutto per Dio: questo il programma della sua vita, inteso sulle sue labbra nel momento stesso della sua morte.Accanto al rev. P. Sempé, nella casa di Massabielle, viveva un uomo dai modi squisiti, dalla scienza consumata, semplice e modesto come l' ultimo dei religiosi. La sua fisionomia aperta, la sua amabilità, il fascino della sua conversazione ispiravano a tutti simpatia e rispetto. Questo uomo, un laico, non era se non il sapiente dottore barone di San-Maclou. Indignato per la malizia dei giornali empi e settari di fronte ai miracoli operati dalla potenza della Vergine, venne alla Grotta per diventarne l' apologista. Facendo appello al concorso e alla lealtà dei suoi colleghi nell' arte medica, li invitò senza distinzione di opinione o di fede a studiare con lui i prodigi che accadevano alle piscine di Massabielle. Questo appello fu accolto e l' ufficio delle constatazioni, creato a quell' epoca e con questo scopo, ha preso a poco q poco lo sviluppo e l' importanza di una clinica rinomata. E là che ogni anno nel periodo dei pellegrinaggi si vedono specialisti di ogni genere di malattie, celebrità appartenenti a sètte dissidenti, scettici irriducibili, inchinare la loro intelligenza, abiurare i loro errori e ritornare alle loro antiche convinzioni religiose di fronte ai prodigi che si verificano sotto i loro occhi. Se vi è parso che sia uscito dal tema, segnalando qui le virtù e le fatiche del rev. P. Sempé e del barone di San-Maclou, perdonatemi: ho voluto far conoscere la devozione e la stima che ho verso queste figure eminenti e il giusto influsso che esercitarono sulle mie determinazioni. Tuttavia ho resistito sempre alle loro insistenze. Il nobile dottore, per l' insistenza del reverendo Padre superiore della Grotta, mi spronava a pubblicare i miei ricordi sulle apparizioni di Massabielle. Ero come alla tortura, mi spiaceva disgustarlo, ma alla fine gli rispondevo invariabilmente, come al P. Sempé, che mi sentivo incapace di elevarmi all' altezza del soggetto. Infine un ' autorità morale, che è considerata di primo ordine nell' episcopato francese e alla quale credetti mio dovere ubbidire, dissipò tutti i miei scrupoli ed ebbe ragione delle mie riluttanze. Nel 1888, durante una delle visite annuali a Lourdes, il rev. P. Sempé mi presentò a mons. Langénieux, arcivescovo di Reims, che in quel momento si trovava presso i Padri, nella residenza dei Vescovi. L' illustre prelato mi accolse con molta benevolenza e mi fece anche l' onore grandissimo di invitarmi a pranzo. A mensa c’erano l' arcivescovo e il suo segretario, il rev. P. Sempé e io. Subito all' inizio della conversazione, l' arcivescovo volgendosi a me disse: - Pare che voi siate uno dei testimoni delle apparizioni della Grotta. - Sì, Monsignore; sebbene indegno, la Vergine volle accordarmi questa grazia. - Alla fine del pranzo vi pregherei di dirci le impressioni che vi sono rimaste di queste grandi e belle cose. - Volentieri, Monsignore. Quando venne il momento, raccontai le scene che mi avevano maggiormente impressionato. L ' arcivescovo riprese: - I fatti che ci avete narrati sono davvero ammirabili, - ma non bastano le parole; noi vogliamo che le vostre relazioni siano stampate e che siano edite sotto il vostro nome col titolo di testimone. - Monsignore, permettetemi di farvi osservare umilmente che, accondiscendendo al vostro desiderio, temo di scolorire l' opera della Vergine e di intiepidire la fede dei pellegrini. - Sarebbe a dire? - Per il fatto che sono poco abile a scrivere e, per rispondere ai desideri che vi degnate esprimermi, mi occorrerebbe la competenza di un letterato celebre. - Noi non vi chiediamo già di scrivere da letterato, ma da galantuomo, questo è sufficiente. Davanti alle insistenze dolci e autorevoli di Mons. Langénieux, incoraggiato da segni d' approvazione del Rev. P. Sempé, dovetti arrendermi e promettere di eseguire. Sebbene mi costi e malgrado la mia insufficienza lo faccio. E ora, o buona Vergine della Grotta, depongo la mia penna ai vostri piedi, felicissimo d aver potuto balbettare le vostre lodi e raccontare le vostre misericordie. Offrendovi il frutto del mio umile lavoro, vi rinnovo le mie più ferventi preghiere, particolarmente quella che vi ho rivolta raccontando in questo stesso libro la settima delle vostre apparizioni, di cui fui il felice testimonio: «Oh Madre! i miei capelli sono diventati bianchi, e io sono vicino alla tomba. Non oso fermare lo sguardo sulle mie colpe e più che mai ho bisogno di rifugiarmi sotto il manto delle vostre misericordie Quando, nell' ultima ora della mia vita, comparirò davanti al vostro Figlio, nella sua maestà, degnatevi di farvi mia protettrice e di ricordarvi che mi avete visto nei giorni delle vostre apparizioni inginocchiato e credente sotto la sacra volta della vostra Grotta di Lourdes». J. B. Estrade

 

I - LOURDES

La cittadina di Lourdes, il cui nome è diventato così popolare, non era quasi conosciuta all' epoca delle apparizioni. Essa è situata a sud-ovest del dipartimento degli Alti-Pirenei, all' ingresso della stretta valle che, ramificandosi, conduce alle stazioni climatiche di Cauterets, San Salvatore e di Barèges. Quando il viaggiatore, venendo da Tarbes, si ferma alla stazione di Lourdes, scorge tutto a un tratto, a mezzogiorno, la piccola città di Maria, come seduta in una conca di verde, graziosamente inquadrata dai primi contrafforti delle montagne. Una vecchia fortezza costruita su una roccia a picco protegge la città a ovest e forma, con un gruppo di case bianche che si trovano ai suoi piedi, un quadro pieno di contrasti, dall' effetto molto attraente. Ma ubbidendo a una ispirazione interiore, l' occhio del viaggiatore, turista o pellegrino, cerca un' altra cosa. Sempre a ovest, un po più lontano, non tarda a scoprire una guglia, agile e graziosa, che si slancia ardita verso il cielo. Questa indica la Grotta e la Basilica di Nostra Signora di Lourdes. Per chi arriva da Pau, lo spettacolo è molto diverso. Dopo aver attraversato una valle molto stretta, si entra in una valle pittoresca, chiusa all' estremità dalla montagna del Jer e dalle grigiastre muraglie della vecchia fortezza; a destra da un masso roccioso e a sinistra da verdeggianti colline degradanti, disposte a semicerchio. Al centro di questa ridente vallata, dove serpeggia il Gave dai flutti azzurri, appare nel suo biancore madreperlaceo l' elegante Basilica sormontata dalla guglia slanciantesi nel cielo e avente in basso le monumentali rampe che circondano la nuova chiesa del Rosario. Da tutti i lati lo sguardo contempla una ricca fioritura di conventi formanti come una corona attorno al santuario della Vergine Immacolata. Infine, ecco la Grotta venerata, testimone di tanti prodigi! A sera, soprattutto nei giorni di grandi pellegrinaggi, è illuminata dalle luci di mille candele, i cui riflessi danno a questa piccola conca un aspetto veramente incantevole. Lourdes, antica residenza dei Conti di Bigorre, ha una popolazione di 6.000 abitanti circa. Sebbene non sia oggi che un semplice capoluogo di cantone, ha in comune con Argelès le prerogative di un capoluogo di circondano. Non ha né la sottoprefettura, né la sede esattoriale delle Finanze, ma è dotata di un tribunale di prima istanza e ha gli uffici centralizzatori delle diverse amministrazioni pubbliche. Al tempo delle apparizioni, un plotone di soldati faceva da guarnigione al castello e due o tre compagnie di cavalleria abitavano un quartiere situato a qualche centinaio di passi dalla città. La popolazione di Lourdes, come tutte quelle del Mezzogiorno, è intelligente e vivace. Nei rapporti con gli stranieri parla francese, ma nei rapporti coi conoscenti e coi familiari preferisce servirsi del dialetto, di cui sa usare certe finezze con una grazia che colpisce. Niente di più brioso che una conversazione gioviale tra gente della località. Associazioni di beneficenza alle quali si è conservato il vecchio nome di confraternite, esistono a Lourdes da tempo immemorabile. Ogni professione aveva una volta la sua e nel 1858 se ne contavano ancora otto, aventi per vessillo e per motto Nostra Signora del Monte Carmelo, Nostra Signora di Mont-Serrat, Nostra Signora delle Grazie, Santa Lucia, Sant' Anna, il Santo Sacramento, l' Ascensione, San Giovanni e San Giacomo. Grazie ai salutari effetti di queste istituzioni, tutte penetrate di spirito evangelico, gli abitanti della piccola città non l' hanno mai rotta con le sane dottrine, né con le pratiche della loro fede religiosa. Ai loro occhi le associazioni non hanno valore che in quella proporzione nella quale sono comprese e applicate al senso cristiano. Forti di questi principi che li hanno resi felici fino ad oggi, chiudono le orecchie alle teorie dei moderni riformatori e continuano a vivere pacificamente nelle tradizioni del passato. Non è da intendere con questo che Lourdes rifiuti di seguire il movimento ascensionale della civiltà e che si immobilizzi abdicando a ogni iniziativa, in una cieca tradizione. In mezzo secolo, la cittadina si è sviluppata e abbellita in proporzioni prodigiose. Dal punto di vista intellettuale non ha nulla da invidiare alle più istruite popolazioni urbane. Molto prima della venuta dei contemporanei legislatori, i costruttori di Lourdes avevano aperto sul luogo edifici scolastici, dove era insegnato in modo pratico tutto quanto poteva essere utile alla classe operaia. Le scuole, dirette alcune da maestri laici, le altre da membri di congregazioni religiose ricevevano i medesimi aiuti e la stessa protezione perché in tutte e due l' insegnamento religioso aveva un largo posto. Le preferenze dei genitori non mancavano di fomentare una nobile gara, che non poteva non essere utile a tutte e due. Aggiungiamo che, grazie agli aiuti comunali, queste scuole erano assolutamente gratuite. Senza voler paragonare la condizione dei tempi antichi con quelli moderni, devo fare notare che Lourdes non era senza movimento e senza vita nelle epoche che hanno preceduto le apparizioni. Vi regnava prima di tutto l' animazione particolare delle cittadine con presidio militare. Inoltre le fiere e i mercati, stimati da quelli di Tarbes i più belli e i migliori della zona, vi conducevano nei giorni stabiliti folle considerevoli. Nell' estate le carrozze conducevano da Pau, da Tarbes e da Bagnères-de-Bigorre uomini d' affari, turisti, bagnanti che si portavano in gran numero nelle stazioni climatiche dell' alta vallata. In certi momenti della stagione dei bagni termali, la strada principale che attraversava la città assomigliava, per la sua animazione e rumore, a un viale di una grande città. La rocca di Lourdes si presterebbe a racconti storici e leggendari del più grande interesse. Siccome non devo entrare in questo ordine difatti, mi limiterò a indicare sommariamente che il vecchio castello, la cui fondazione risale ai secoli più remoti, ha visto sventolare successivamente sulle sue mura merlate le bandiere dei Romani, dei Saraceni e degli Inglesi; che i signori feudali nei loro odi e nelle loro rivalità sovente combatterono attorno ai suoi spalti; e che infine le compagnie protestanti cercarono, ma invano, d' introdursi nel suo recinto per portarvi la distruzione e la morte. In tempi più vicini a noi, il castello diventò la residenza fortificata del governatore della provincia; e più tardi ancora, cambiando destinazione, a detrimento della sua gloria militare, venne convertito in prigione di Stato. Di decadenza in decadenza, la vecchia cittadella è stata ridotta all' umile ufficio di caserma o di semplice deposito di approvvigionamento e infine è diventata proprietà della città di Lourdes. Nonostante la sua relativa attività e i suoi vecchi ricordi la città di Lourdes sembrava condannata a restare nell' oblio, se un avvenimento, uscendo dalla sfera ordinaria delle cose umane, non fosse venuto a toglierla dalla sua oscurità. Il grande avvenimento che sto per raccontare è oggi conosciuto da un capo all' altro del mondo. Nel 1854 il papa Pio IX di gloriosa e santa memoria, con l' assistenza dello Spirito Santo e in forza della sua autorità infallibile, definiva solennemente, elevando alle certezze di un dogma rivelato, la credenza universale e plurisecolare riguardante la immacolata concezione della santissima Vergine Maria, Madre di Dio. Il mondo intero trasalì d' allegrezza e fece salire al cielo un Credo immenso ed entusiasta. Commossa per le prove di tenerezza che le porgevano i figli della terra, la Vergine Immacolata, come una sovrana amata che si presta alle ovazioni dei suoi sudditi, non rifiutò di scendere in mezzo a loro e di apportare a loro come un' eco del cielo, rispondendo così alla parola infallibile del vicario di Gesù Cristo. Nel 1858, in sembianze di una giovane e cioè coi tratti caratteristici dell' innocenza e del candore, lasciò i cieli e venne a posare il suo piede verginale su una roccia di Lourdes. Là, rivestita degli splendori del Tabor e parlando a una umile e povera fanciulla del popolo, disse, dopo aver innalzato verso il cielo lo sguardo pieno di sublime riconoscenza: « Io sono l' Immacolata Concezione».

 

II - LA FAMIGLIA SOUBIROUS.

All' estremità nord di Lourdes, nel quartiere chiamato Lapaca, scorre un grosso ruscello, sul quale si trovava-no un tempo sei o sette mulini situati a poca distanza gli uni dagli altri. Uno di questi, detto mulino Boly, era tenuto in affitto, da molti anni, dalla famiglia Castérot, di Lourdes. Nel 1841, il capo di questa famiglia, Giustino Castérot, venne a morire, lasciando alla vedova quattro figlie: Bernarda, Luisa, Basilia, Lucilla e un fanciullo ancor giovane di nome Giovanni Maria. La maggiore delle figlie, Bernarda, era già sposata a un onesto artigiano della borgata. La secondogenita, Luisa, chiamata dall' età a diventare il sostegno della famiglia, non aveva ancora sedici anni. Poiché occorreva un uomo per dirigere il mulino Boly, mamma Castérot pensò di sposarla presto. I giovani che ritenevano di avere qualche qualità per attirare l' attenzione di Luisa non tardarono a presentarsi e uno dei più solleciti fu Francesco Soubirous, giovane mugnaio di Lourdes. Francesco Soubirous non disponeva che di una piccolissima fortuna e la famiglia Castérot, che godeva di una certa agiatezza, avrebbe potuto pretendere di più, dal punto di vista finanziario. Tuttavia, siccome era del mestiere e le preferenze di Luisa erano per lui, il matrimonio fu stabilito e celebrato nella chiesa parrocchiale il 9 gennaio 1843. Sotto l' amministrazione dei nuovi mugnai, le entrate del mulino Boly non tardarono a diminuire. Francesco Soubirous non aveva l' aria disinvolta e affascinante per attirare la clientela; poi incline a una certa pigrizia non portava nel suo lavoro tutta la vigilanza e tutte le attenzioni necessarie. Le farine che uscivano dalla sua macina erano difettose ed era cosa rara che fossero restituite ai clienti per la data fissata. Luisa, sua moglie, era dolce, precisa e ordinata, ma accecata dalla tenerezza del suo cuore e troppo giovane per occuparsi seriamente degli interessi economici, non s' accorgeva o non teneva in nessun conto le negligenze del marito. I due sposi passarono così i primi anni del loro matrimonio in una specie di apatia che li fece cadere di gradino in gradino fino alla miseria più nera. Mentre le rendite del mulino diventavano sempre più misere, il peso della famiglia si sviluppava in proporzioni inverse. In un tempo relativamente breve, la famiglia Soubirous era aumentata di sei figli: molte preoccupazioni, si capisce, dovevano unirsi alle gioie. Nel 1854, i risparmi lasciati, alla sua morte, dal vecchio padre Castérot, erano finiti e gli sposi Soubirous si trovarono nell' impossibilità di pagare l' affitto del mulino Boly. Sfrattati da questo mulino, presero in affitto una catapecchia nel quartiere che abitavano e cioè il quartiere di Lapaca e si misero a disposizione di quelli che li volevano far lavorare a giornata. Le ore di prova cominciarono per la sfortunata coppia imprevidente. Quando il padre e la madre potevano utilizzare le loro braccia fuori casa, almeno ritornavano la sera con un pezzo di pane quasi sufficiente per sfamare la loro famiglia. Quando, al contrario, il lavoro a giornata fuori casa mancava o quando i genitori per una qualsiasi altra ragione erano costretti a restare nell' inerzia, era la miseria nera che entrava nella casa dei disgraziati Soubirous. Perfino l' alloggio non era per loro sicuro: quando giungeva la scadenza degli affitti da pagare, si trovavano spesso a mani vuote ed erano quindi obbligati ad abbandonare i locali che abitavano. E così per tre anni si videro correre periodicamente di porta in porta a cercare un alloggio e far soste fugaci nei diversi quartieri della città. In un certo periodo di miseria più grande del solito, il padre Soubirous si ricordò che un parente di sua moglie, Andrea Sajous, possedeva in via Petits Fossés un abitazione da affittare e quasi sempre chiusa. Questa casa non era altro che l' antica prigione di Lourdes e malgrado la ripugnanza propria a questi luoghi, Soubirous andò a richiederla al suo proprietario. Quest' ultimo, preso da compassione per la sfortunata famiglia, accettò la domanda del suo parente e, senza esigere canone d' affitto, alloggiò la infelice famiglia nel vecchio penitenziario, che a Lourdes si chiamava comunemente il Cachot. Non molto dopo, cioè nel 1858, da questa dimora oscura, malsana, quasi detestabile, usciva tutte le mattine per quindici giorni la figlia maggiore dei Soubirous per andare a raccogliere alla grotta di Massabielle faccia a faccia, cuore a cuore, i sorrisi, le confidenze e i messaggi della Regina del cielo. Fino all' epoca in cui avvennero questi fatti si fece silenzio intorno ai mugnai del vecchio mulino Boly. Questi continuarono a vivere tra gli espedienti suggeriti dalla povertà, ma, grazie alla gratuita ospitalità del parente Sajous, non furono più esposti alle umiliazioni di traslochi forzati. Si dice, e la cosa è spesso purtroppo vera, che la miseria inasprisce il cuore e spinge alla disperazione; ciò non accadde mai nella famiglia Soubirous. L' affetto portato al matrimonio di ciascuno dei due sposi restò sempre intatto e i sei fanciulli che il cielo donò loro non fecero che rinfrancare e accrescere i legami dell’unione coniugale. I Soubirous non erano di quelle persone che comunemente vengono indicate col nome di devoti, ma non si sottrassero mai ai doveri essenziali della religione. Durante il tempo della prosperità si erano un po' intiepiditi nella preghiera come nel lavoro. A contatto con la miseria una felice reazione si produsse in loro. Si risvegliarono dalla loro antica apatia e s' incamminarono con coraggio sulla via delle risoluzioni che li onorano. Alla domenica i due sposi frequentavano assiduamente i riti della parrocchia tenendo per mano i loro ragazzi o portando sulle braccia i piccoli che ancora non sapevano camminare. Ogni anno a Pasqua e talvolta anche più spesso andavano a ricevere religiosamente il Dio che consola e fortifica. Tutte le sere senza eccezione, dopo una lunga giornata di fatica e una cena abitualmente incompleta, la preghiera della famiglia veniva fatta in comune. Alla fine delle consuete formule, quasi sempre, riferiscono i vicini, una voce di angelo si levava dall' interno del « carcere» ripetendo con amore le pie invocazioni del rosario. Questa voce, lo si intuisce subito, era quella della fanciulla privilegiata, che doveva essere più tardi la gloria dei Soubirous. Prima che arrivino questi tempi, facciamo conoscere la piccola privilegiata della Vergine, il cui nome doveva essere portato fino ai confini del mondo.

 

III - BERNARDETTA.

Come si è visto sopra, dal matrimonio di Francesco Soubirous con Luisa Castérot nacquero sei figli, di cui la maggiore ricevette il nome di Bernardetta, nome di felice presagio perché ricorda quello di un grande santo devoto della Vergine. Questa bambina venne al mondo il 7 gennaio 1844 e fu battezzata due giorni dopo nella chiesa parrocchiale da don Forgues, che era allora il parroco di Lourdes, la parrocchia più importante del cantone. Le preoccupazioni non erano ancora entrate nel mulino Boly e Bernardetta vi fu ricevuta tra gioie e feste. Sei mesi dopo, la giovane madre per non compromettere una nuova gravidanza, si trovava nella necessità di allontanare dal suo seno la bambina che allattava. In questo stesso momento una donna del comune di Bartrès, Maria Aravant che aveva appena perso un figlio, ancora lattante, cercava una creatura da allattare. Le si indicò la famiglia Soubirous e Bernardetta, deposta nella sua culla, fu trasportata a Bartrès, dove restò quindici mesi. Bernardetta era nata debole e mingherlina; nei primi anni della vita crebbe a stento e sempre in alternativa fra la vita e la morte, restò sofferente e malaticcia. In quei giorni incominciarono a manifestarsi i sintomi di una malattia che non doveva lasciarla più. Un' asma insistente opprimeva il suo piccolo petto e quando gli eccessi di tosse la prendevano era come soffocata e cadeva in collassi inquietanti e prolungati. La sua delicata costituzione avrebbe avuto bisogno di cure assidue e di una alimentazione sostanziosa; ma ahimè! questa non era possibile nella posizione finanziaria in cui versavano i Soubirous. I poveri genitori nel frattempo non trascuravano nulla di quello che da essi dipendeva per proteggere e rinforzare la salute della bambina tanto amata. Bernardetta portava vesti e calze più pesanti che non i suoi fratelli e invece di pan giallo, nutrimento abituale della famiglia, le comperavano pan bianco e quando i mezzi lo permettevano aggiungevano anche un po' di vino che addolcivano con lo zucchero. Questo regime benché insufficiente avrebbe potuto in certa misura portare un rimedio alla debolezza della piccola ammalata; ma ciò che i genitori non sapevano è che Bernardetta non era spesso chiamata a goderne il beneficio. Sappiamo bene quanto sono invidiosi i piccoli per tutto ciò che è predilezione. Chi di noi non ha protestato e fatto chiasso in simile circostanza? Troppo giovani per rendersi conto del motivo che guidava il loro babbo e la loro mamma, i figli Soubirous vedevano con occhio d' invidia le particolari attenzioni di cui Bernardetta era l' oggetto. Amavano molto la sorella maggiore, ma quando si trattava di parti fatte inegualmente, l' egoismo faceva dimenticare loro l' affezione. I piccoli rivendicatori dell' uguaglianza si sarebbero ben guardati dal formulare le loro rivendicazioni in presenza dei genitori; ma quando questi ultimi si trovavano lontani da casa, essi muovevano guerra a Bernardetta. Quando questa consentiva a mettere in comune la piccola porzione che le era stata data, perché ammalata, l' affare si aggiustava amabilmente; allorquando al contrario Bernardetta faceva l' atto di resistere, i piccoli ribelli assumevano un atteggiamento più risoluto e subito passavano dalla minaccia ai fatti. Bernardetta aveva tale affetto per i suoi fratelli e sorelle che mai provocò contro loro punizioni o rimproveri. All' età di dieci anni, la fanciulla venne per una seconda volta allontanata dalla famiglia. L' inverno del 1855 fu particolarmente rigido nella regione dei Pirenei. Nella categoria degli operai vi furono lunghi periodi di disoccupazione, e, a Lourdes, la famiglia Soubirous fu una di quelle che ne ebbe più a soffrire. La zia Bernarda, sempre piena di premure per la sorella Luisa di cui conosceva la miseria, credette di dover venire in suo aiuto prendendole per breve tempo Bernardetta. La fanciulla restò per sette o otto mesi presso la madrina e lì fu trattata non come estranea ma con le stesse cure e la stessa tenerezza dei figli della casa. Quando la crisi dell' inverno passò, Bernardetta ritornò in famiglia. Bernardetta non era ancora giunta al termine delle sue emigrazioni e nell' estate del 1856 si allontanò per la terza volta dalla casa paterna. La signora Aravant di Bartrès non aveva mai perso di vista la figlia del mugnaio che aveva allattato. Tutte le volte che giungeva a Lourdes, metteva in fondo al suo panierino un mazzolino di fiori, un frutto, un dolce, un dono qualsiasi, destinato a far piacere a Bernardetta. Questa, da parte sua, per una inclinazione naturale, si era attaccata ugualmente alla nutrice. Parecchie volte durante l' anno, percorreva la distanza che la separava da Bartrès e andava ad abbracciare la sua seconda mamma. Giunse il momento in cui gli Aravant ebbero il bisogno di una pastorella per condurre al pascolo un piccolo gregge di pecore e di agnelli, allevati per lo sfruttamento di un fondo. Vennero a chiedere Bernardetta. Come ognuno immagina, i Soubirous non frapposero ostacoli alla partenza della figlia; era una bocca in meno per la famiglia; inoltre, nonostante il rincrescimento della separazione, sapevano che la figlia entrava in una casa dove non sarebbe stata un' estranea. Molte persone si ricordano ancora, a Bartrès, della pastorella degli Aravant. Volentieri parlano di lei e tutti dicono ch' era dolce, sorridente, piena di amabilità. Quando l' incontravano sulla strada, che spingeva avanti il piccolo gregge, ognuno aveva una parola simpatica da rivolgerle e la fanciulla rispondeva con una grazia e una naturalezza che incantavano. Un giorno il prete della parrocchia la vide passare a fianco e ricevette il suo saluto nel momento in cui la pastorella con una bacchetta nelle mani si dirigeva verso degli alti pianori. Fu così colpito dall' aria modesta e dallo sguardo puro della fanciulla che si voltò diverse volte per vederla allontanarsi. Rivolgendo la parola al maestro comunale sig. Barbet che passeggiava con lui, gli disse: «Se il ritratto che mi sono fatto dei fanciulli della Salette è esatto, questa pastorella certamente deve rassomigliare molto a loro ». Il buon prete allora era ben lontano dall' immaginare che il confronto da lui fatto stava per avere, tra breve, una conferma strepitosa e solenne. Bernardetta aveva raggiunto il quattordicesimo anno di età e ancora nessuno le aveva parlato della sua prima Comunione. La sua piccola statura, il suo giovane aspetto ingannavano i sacerdoti sulla sua età e nelle spiegazioni del catechismo era sempre relegata fra i gruppi degli ultimi bambini. Solamente la nutrice di Bartrès contava gli anni e si preoccupava della istruzione religiosa della sua piccola. Tutte le sere, dopo cena, si ritirava in un angolo con la fanciulla e là in lunghe sedute le insegnava i primi elementi della dottrina cristiana. Poiché Bernardetta non sapeva leggere, provava difficoltà a ritenere le istruzioni che le erano date. «Aveva la testa dura - diceva parecchi anni dopo la Aravant, lasciando sfuggire un sorriso nel quale traluceva l' affezione. - Avevo un bel ripetere le mie lezioni, era inutile e bisognava sempre ricominciare da capo. Alle volte - aggiungeva - l' impazienza mi vinceva e, tutta stizzita, gettavo via il libro e le dicevo: Va' , non sarai altro che una stupida e una ignorante». Bernardetta non conservava alcun rancore delle sgarbatezze della sua maestra. Restava un po' confusa, ma sul suo volto non apparve mai alcun segno di malumore. Spesso poneva fine allo smarrimento che teneva dietro alla tempesta, saltando ai collo della sua seconda mamma. La povera fanciulla si consolava degli insuccessi della memoria ricorrendo al suo piccolo rosario, che recitava con perseveranza e fervore. L' Aravant era una cristiana troppo buona e troppo penetrata dai doveri di donna di casa per non preoccuparsi di questo stato di cose. Ella andò dal parroco di Bartrès per richiamare la sua attenzione sulla fanciulla del mugnaio di Lourdes. Il parroco giudicò effettivamente che non bisognava più lasciare la fanciulla nell' oblio e si sarebbe incaricato lui stesso di riparare la dimenticanza, se un progetto che da tempo meditava non fosse stato alla vigilia del suo compimento. Da parecchi mesi il pio ecclesiastico sollecitava la sua ammissione nell' ordine dei Benedettini e una lettera recente gli faceva sperare ormai prossimo il compimento delle sue aspirazioni. Temendo che dopo la sua partenza la vacanza della parrocchia di Bartrès si prolungasse per un periodo troppo lungo, sollecitò la signora Aravant a far rientrare Bernardetta nella sua famiglia e a raccomandarla per l' istruzione della prima comunione allo zelo caritatevole del clero di Lourdes. Il consiglio venne accettato e ai primi di gennaio del 1858 la pastorella innocente di Bartrès riprendeva il cammino verso la cittadina e rientrava sotto il tetto paterno di via Petits Fossés.

La mano segreta, che dirigeva tutti questi piccoli avvenimenti, conduceva Bernardetta verso la roccia misteriosa dove dovevano operarsi meraviglie così grandi.

 

IV - LA GROTTA E I SUOI DINTORNI.

I luoghi privilegiati, visitati dalla Regina del cielo, sebbene siano rimasti gli stessi nel complesso, hanno subito, nei loro dettagli, delle trasformazioni necessarie e veramente meravigliose. E proprio il caso di ripetere la nota frase: « Quale stato allora, e quale stato ora! ». Tuttavia, per capire il seguito del racconto, cercherò con l' aiuto dei miei ricordi già lontani di ricostruire la primitiva fisionomia della conca di Massabielle, quale era al tempo delle apparizioni. Allo scopo di evitare confusioni, prego il lettore di dimenticare per il momento lo stato attuale delle cose e di riportarsi all' anno 1858. La Grotta è situata a ponente di Lourdes, al di là del Gave, a settecento o ottocento metri dalla cittadina. Per recarvici prenderemo la strada che percorreva Bernardetta. In primo luogo, all' uscita della cittadina, in fondo alla via Baous si passa sotto una torre quadrata, vecchia e abbandonata dipendenza dell' antica rocca. Dopo aver oltrepassata questa porta, si discende per una strada sassosa e ripida fino alla sponda del Gave. Un ponte in pietra, dai parapetti molto accostati, quasi una passerella, detto Ponte-Vecchio, gettato sul fiume al di sopra di uno scoscendimento, permette di passare alla riva opposta. Passato il ponte pieghiamo un po' a destra ed entriamo in un sentiero tortuoso e stretto, chiamato « il sentiero della boscaglia ». Questo sentiero è fiancheggiato da un lato da una siepe che aveva preso radice, di bosso e prugne selvatiche, dall' altro da una parete rocciosa, irregolare, piena di sporgenze e rientranze. Dalla parte destra, al di là della siepe, si stende un grande prato circondato da pioppi, appartenente al signor La Fitte, di Lourdes. Questa vasta distesa di verde si stende come in un magnifico giro verso il nord e si volge in seguito a ovest per andare a terminare in una punta sotto la roccia di Massabielle, quasi di fronte alla Grotta. A sinistra del sentiero, al di sopra delle scarpate, si innalzano in pendio i quadrati di parecchi campicelli, coronati in cima dalle rovine di grosse mura costruite nei tempi passati. Dopo essere andati avanti dal Ponte-Vecchio per circa duecento metri in direzione della foresta, si vede la barriera rocciosa di sinistra sottrarsi improvvisamente in direzione sud per dare posto alla valletta della Merlasse. Da questa valletta coperta di pietre e senza vegetazione discende un ruscelletto che attraversa il sentiero e va a confondersi qualche metro più in basso con le acque di un canale derivato dal Gave. Le due correnti riunite mettono in movimento il mulino e la segheria di Savy. Uscendo da questi fabbricati, girando dietro alle costruzioni, si inoltrano in un boschetto di ontani e di pioppi, passano dalla parte orientale dell' altura di Massabielle, fanno una svolta a ovest e vanno a gettarsi nel Gave, proprio nel punto dove termina il prato del signor La Fitte. Non vi è strada per comunicare direttamente attraverso il fondovalle dalla valletta della Merlasse alla Grotta delle apparizioni. Dopo aver oltrepassato la passerella della Merlasse, ci si arrampica su un sentiero rigido e appena segnato nella roccia, sul punto culminante dove si innalzerà più tardi la Basilica. Si gira la roccia a ovest; poi, per un pendìo roccioso, su un terreno ciottoloso e poco stabile si scende fino alla riva del Gave. Si fa qualche passo a destra rasentando le rocce e ci si trova di fronte alla Grotta. La roccia delle apparizioni del lato nord è tagliata verticalmente, alla maniera di una muraglia imponente e gigantesca. Al basso di queste rocce, c' è uno scavo di otto metri di profondità su dodici metri di larghezza, simile per la struttura a una cappella di chiesa. Questa cavità è ciò che si chiama la Grotta. A destra e a sinistra dell' arco a sesto acuto che forma l' entrata si portano in avanti e scendono delle cortine di marmo, che sembrano aver per scopo di proteggere la dimora raccolta, visitata dalla Vergine. Sopra gli scavi della roccia spuntano muschio, edera, arboscelli di ogni genere. La parte anteriore della Grotta è coperta dalle acque del Gave, alle quali si mescolano, a questo medesimo punto, le acque del canale Savy. Alla confluenza dei due corsi d' acqua, all' estremità del prato del signor La Fitte, si ergono tre o quattro grossi blocchi di pietra, mezzo sommersi nel fiume, che formano una specie di barriera all' ingresso degli scavi. Da questa barriera fino al fondo della Grotta, si estende uno spazio vuoto di circa quindici metri di lunghezza e dodici metri in media di larghezza. Il terreno si alza progressivamente in pendio fino all' altezza della statura di un uomo, eccetto dalla parte di levante, dove il livello è un po' abbassato. Quando si penetra nell' interno della Grotta, si scorge nella volta, al di sopra della testa, un condotto obliquo in forma di cilindro inclinato, che si volge verso una galleria superiore, rischiarata dalla luce del giorno. Questa galleria trasversale penetra, da una parte, nell' interno della roccia e, dall' altra, viene a sfociare all' esterno in una specie di vano ogivale, in parte ostruito da un blocco di granito di forma cubica. Sotto questo blocco nasce un cespuglio enorme che si sporge al di fuori e che cade verso il suolo come una cascata di verde. Bernardetta nel suo dialetto immaginoso lo chiamava graziosamente il rosaio, perché gli steli e le fronde di una rosa selvatica ne costituiscono l' elemento principale. E all' ingresso dell' apertura ogivale di cui ho parlato che la Vergine è apparsa, avendo dietro di sé il blocco di granito che ostruisce il passaggio e sotto i piedi i primi germogli del cespuglio, che cade verso terra. All' interno della Grotta non scorre alcuna sorgente visibile. Uno stillicidio d' acqua, che si attribuisce alle piogge, si manifesta alla superficie delle rocce esterne di sinistra, esposte a ovest. Al basso di queste stesse rocce si vede ancora una vena d' acqua la cui origine sarà spiegata altrove. Piccoli cespugli di pianticelle spuntano qua e là sul suolo della Grotta. Vi si nota in particolare il crescione e il dorysosplenium ophositifolium (cardaminea sylvatica). Relegata in un luogo deserto e di difficile accesso, la Grotta era quasi ignorata. Qualche raro pastore, che pascolava il gregge lungo le rive del Gave, veniva a rifugiarvisi in tempo di pioggia o di temporale; venivano pure alcuni esperti della pesca con la lenza, costretti a interrompere momentaneamente il loro pacifico lavoro. La conca di Massabielle è stata sempre considerata come un luogo appartato dove la natura si è mostrata particolarmente graziosa. Quando dall' alto della piccola collina rocciosa, chiamata nella località la montagna delle Spelonche, si getta un colpo d' occhio sul paesaggio, si ha da principio davanti allo sguardo lo splendido prato del signor La Fitte, chiuso all' intorno dal nastro argenteo del Gave, scintillante tra il fogliame. Più in su, al di là del fiume, su un poggio scosceso, si vede il castello di Lourdes che fa sfoggio della sua vecchia torre a feritoie. Volgendosi verso nord, ci si trova in presenza di magnifiche colline, sovrapposte le une alle altre e degradanti per piani fino all' altezza dei villaggi di Bartrès e di Poueyferré. Tutti questi declivi, tutte queste collinette, intarsiate di campi, di prati, boschetti, brughiere, offrono lo spettacolo animato di numerosi greggi percorrenti i pascoli in tutti i sensi. In direzione ovest la valle del Gave fugge in sagome frastagliate fino. al cielo, nelle lontananze dell' orizzonte. A destra e a sinistra si profilano le ultime montagne di Lourdes, alle quali seguono quelle di Peyrouse e di San-Pé, che portano sulle loro spalle i drappi ondeggianti delle loro foreste secolari. A mezzogiorno la vista è rapita davanti al maestoso panorama della catena dei Pirenei.

 

V - LA NOTIZIA.

La cittadina di Lourdes attraversava l' inverno del 1857-58 nella tranquillità che caratterizza le piccole località, quando una notizia strana, uscendo dal cerchio ordinario delle umane previsioni, venne a risvegliare tutti gli spiriti e animare tutte le conversazioni. Questa novità trapelò senza fragore, senza scosse, e solamente poche persone ne ebbero da principio conoscenza. Un nome sacro era nella mente di tutti, ma questo nome, per rispetto, non si osava ancora pronunciarlo. Si raccontava a Lourdes che il giovedì, 11 febbraio, la figlia di un mugnaio, una figlia ancor quasi fanciulla, che si chiamava Bernardetta, era andata, secondo l' abitudine della povera gente, a raccogliere rami secchi lungo il fiume e che arrivata sotto la roccia di Massabielle, si era trovata tutto a un tratto in presenza di una Signora, meravigliosamente bella, che teneva nelle mani un rosario e le sorrideva con bontà dall' alto di un rosaio selvatico sospeso agli orli della roccia. Un fatto di natura così insolita doveva necessariamente colpire l' immaginazione popolare. Subito ci si chiese chi poteva essere questa Signora così meravigliosamente bella, che appariva in un luogo appartato e che portava come ornamento un oggetto religioso. La folla però non andò a perdersi in vani ragionamenti o in vane congetture; con l' intuizione, che le è propria, squarciò il velo che copriva il mistero e in fondo alle oscurità e alle nebulosità scorse la radiosa figura della Madre di Dio. La gente non si ingannava. Tuttavia, come ho detto, in un primo momento, non si parlò dell' avvenimento che nascostamente e con reticenza. Si scorgevano alcune donne del popolo isolarsi in gruppetti di due o tre, in qualche cantuccio e li conversare tra loro a voce bassa, come in confidenza. I segreti ricevuti in questi piccoli conciliaboli non mancavano, è vero, di naufragare qualche metro più lontano e di dar luogo ad altre confidenze ugualmente segrete. La notizia passava di bocca in bocca e guadagnava terreno; ma non era ancora di pubblico dominio, quando si apprese che le apparizioni si rinnovavano e che la piccola Bernardetta si recava tutte le mattine alla Grotta. Alcune vicine di casa della veggente cominciarono ad accorrere sul luogo del prodigio; ne tornarono entusiaste e come fuori di se stesse. Il giorno dopo e il successivo, a queste prime pellegrine se ne aggiunsero molte altre e tutte fecero scoppiare gli stessi entusiasmi. Il fenomeno divenne generale; si gridava già al miracolo e ben presto, tutte le mattine, la popolazione operaia di Lourdes, uomini e donne, si portava in massa, con uno slancio indescrivibile, alla roccia di Massabielle. Mentre la folla commentava ammirata gli avvenimenti straordinari che accadevano alla Grotta, un gruppo di uomini, che pretendevano di essere i soli saggi, si teneva in disparte e considerava chimere le notizie correnti. Si trattava di uomini di lettere, di scienza e di filosofia del luogo. Per loro il caso era risolto a priori e, senza nulla vedere né esaminare, spogliavano le visioni di ogni carattere soprannaturale. Nell' ipotesi più favorevole non ammettevano queste visioni che come allucinazioni di una fantasia ammalata. Vivevo allora in mezzo a questi uomini e condividevo in pieno la loro idea. Ecco del resto la disposizione con cui accolsi la notizia delle apparizioni. Faccio precedere questo dettaglio da una nota biografica che avrei risparmiato al lettore se non fosse stata necessaria per capire la mia narrazione. All' epoca cui mi riferisco, abitavo a Lourdes in qualità di impiegato-capo nell' amministrazione delle imposte indirette. Una sorella affezionata, che è stata la compagna fedele della mia vita di viaggi, si trovava già con me e mi circondava delle cure più tenere. Ero relativamente giovane al tempo di cui parlo e la preoccupazione per la salvezza della mia anima passava in secondo ordine. La sorella, sebbene più giovane di me, mi faceva delle prediche e mi richiamava le tradizioni religiose della famiglia. Grazie a Dio non avevo perso la fede, ma questa fede era oscurata da una moltitudine di pregiudizi, che me ne nascondevano le armonie vere. Così ad esempio, in materia di miracoli, credevo ai racconti evangelici, ai prodigi operati dal divin Maestro; ma al di fuori di questi prodigi non vedevo che fantasmi, illusioni, aberrazioni popolari. Nelle disposizioni di spirito in cui mi trovavo, si può facilmente supporre l' accoglienza che potevo fare alle voci sulla Grotta. Un giorno, mia sorella, rientrando in casa, venne nel mio studio per dirmi: « Sei al corrente delle chiacchiere che si fanno? Si dice che una fanciulla del paese è stata favorita da un' apparizione della Vergine in una grotta vicino al Gave». « È delizioso e molto poetico nello stesso tempo» risposi a mia sorella con un' aria distratta e continuando a far correre la penna sui registri posti davanti a me. Mia sorella, accorgendosi che alla notizia non davo alcun peso, attraversò lo studio e disparve. Per il rimanente della giornata, non si accennò più tra noi alle visioni di Massabielle. Il giorno dopo oil successivo di buon mattino, mentre ero ancora a letto - venne ad aprire la porta della mia camera per dirmi: «Mio caro, sembra che non ci sia più da ridere sulla notizia che ti ho dato ieri in ufficio. L' apparizione è stata confermata e la Sig.ra Milhet, nostra vicina, che ha accompagnato la veggente alla Grotta, dichiara formalmente che c' è qualcosa fuori del normale in ciò che avviene a Massabielle ». Mia sorella avrebbe continuato se, girandomi nel letto, non le avessi risposto seccato: « Lasciami dormire in pace! ». Esisteva a Lourdes, al tempo delle apparizioni, un circolo che riuniva le persone più influenti della città: avvocati, medici, notai, magistrati, benestanti, funzionari di ogni ordine. A questo circolo alludevo nelle pagine precedenti. Se accenno nuovamente a questi uomini, dei quali condividevo le idee, è per dire che parecchi fra loro, proprio per il fatto delle apparizioni, furono ben presto obbligati a dare un nuovo orientamento alle loro idee. All' inizio delle nostre discussioni, eravamo unanimi nel respingere quanto il popolino credeva. Tutto ciò che ci si riferiva intorno alla Grotta sembrava vano, puerile, ridicolo e ce ne alzavamo le spalle. Uno spirito riflessivo avrebbe tuttavia notato il contrasto che si manifestava nel modo di giudicare. Se la questione di Massabielle era così futile, come sembravamo affermare, perché prolungare le nostre discussioni? Ora noi avevamo un bel cambiare discorso: il tema della Grotta ritornava senza posa sulle nostre labbra e, per una specie di suggestione, dopo averne parlato, sentivamo il bisogno di riparlarne ancora. A forza di discorrere, cadevamo in interminabili ripetizioni e alcuni membri del circolo finalmente scoprirono che noi non avevamo da opporre ai credenti se non ragioni di ordine puramente ipotetico. Con la speranza di scoprire nuovi argomenti e di natura meglio definita, parecchi progettarono, ciascuno per proprio conto, di andare alla Grotta per rendersi conto dei misteriosi avvenimenti di cui era teatro. Questi uomini pensavano di essere al sicuro da ogni sorpresa; ma man mano che arrivavano a Massabielle, presi da una indicibile emozione, venivano abbattuti come Saulo sulla via di Damasco. Tra i principali abitanti della città che si dichiararono apertamente vinti, occorre nominare in prima linea: il sig. de La Fitte, vecchio sovrintendente militare; il sig. Pougat, presidente del tribunale; il sig. Dufo, avvocato; il sig. Dozous, medico; il sig. Lannes, tabaccaio; il capitano comandante del forte; il sig. Germain, anziano medico veterinario nell' armata. Potrei citarne altri, come il sig. Castillon, il sig. Prat, il sig. Moura; ma l' elenco sarebbe troppo lungo. Anch' io dovetti arrendermi e se, nella mia vecchiaia, scrivo queste righe, è per riconoscere la grazia notevole che mi è stata accordata nel giorno felicissimo della mia dolce disfatta. Le impressioni generali di Lourdes circa le apparizioni si possono riassumere, come dirò, in una parola. Nel popolo fin dal primo momento ci fu la persuasione del carattere soprannaturale dei fatti della Grotta. Nella classe più colta le adesioni furono meno facili: quelli che avevano assistito all' estasi di Bernardetta si inchinarono e credettero, mentre quelli che rifiutarono di andare alla Grotta si ostinarono nella loro incredulità. Questi ultimi, circa una trentina, si diedero più tardi a una opposizione sistematica molto aspra; questa opposizione non cessò se non quando la Vergine con i suoi miracoli e le sue grazie li mise nell' impossibilità di combattere. Entriamo ora nell' argomento che costituisce l' oggetto trionfale di questo libro.

 

VI - PRIMA APPARIZIONE (Giovedì 11 febbraio 1858).

La prima apparizione, come ho già detto, avvenne il giovedì grasso, 11 febbraio 1858, verso le dodici e mezzo o verso l' una; ma io mi fermo per lasciar parlare la veggente. Il racconto che segue l' ho udito dieci, venti, cento volte forse, dalla sua bocca. Spero poter riprodurlo nella sua commovente e ingenua semplicità, sforzandomi di tradurre quasi parola per parola il dialetto dei Pirenei, unica lingua che Bernardetta conoscesse. «Il giovedì grasso, faceva freddo e il tempo era nebbioso. Dopo la colazione, la mamma ci disse, rammaricata, che non c' era più legna in casa. Mia sorella Antonietta e io per farle piacere ci offrimmo di andare a raccogliere rami secchi sulla sponda del fiume. La mamma ci rispose di no, perché il tempo era troppo cattivo e perché diceva che potevamo sporgerci troppo e cadere nel Gave. Giovanna Abadie, nostra vicina e amica che curava in casa nostra un suo fratellino e che aveva voglia di venir con noi, andò a portare il fratello in casa sua e ritornò un istante dopo, dicendoci che aveva il permesso di accompagnarci. Mia madre si fece pregare ancora, poi vedendo che eravamo in tre, ci lasciò partire. Prendemmo in primo luogo la strada che conduce al cimitero, a fianco alla quale scaricano legna e dove si trovano a intervalli dei trucioli abbondanti. Quel giorno non trovammo nulla. Discendemmo la costa che conduce al Gave, e arrivate al Ponte-Vecchio, ci domandammo se dovevamo andare verso l' alto o verso il basso del fiume. Decidemmo di andare verso il basso, e prendendo la strada della foresta, arrivammo alla Merlasse. Entrammo nel prato del Sig. La Fitte passando davanti al mulino Savy. Giunte all' estremità del prato, quasi in faccia alla Grotta di Massabielle, fummo fermate dal canale del mulino, davanti al quale eravamo appena passate. Le acque del canale non erano grosse, perché il mulino era fermo, ma erano fredde e da parte mia avevo paura di entrarvi. Giovanna Abadie e mia sorella, meno paurose di me, presero nelle mani le loro zoccole e attraversarono il ruscello. Quando furono dall' altra parte, quelle birbe si misero a gridare per il freddo e si chinarono su se stesse per riscaldare i piedi. Tutto questo aumentava il mio timore e capivo che se entravo in acqua, la mia asma avrebbe ripreso a tormentarmi. Allora pregai Giovanna Abadie, che era più grande e più forte di me, di venire a trasportarmi sulle sue spalle. "Oh, proprio no! - rispose Giovanna - non sei che una svenevole e una noiosa; se non vuoi attraversare, resta dove sei. Quelle birbe, dopo aver raccolto qualche pezzo di legno sotto la Grotta, disparvero lungo il Gave. Quando fui sola, gettai qualche sasso nel letto del fiume per appoggiarvi i piedi, ma non servì a nulla. Dovetti allora decidermi a togliermi le zoccole e attraversare il canale, come avevano fatto Giovanna e mia sorella. Avevo appena incominciato a togliermi la calza, quando tutto a un tratto avvertii un gran rumore simile a un colpo di tuono. Guardai a destra, a sinistra e sugli alberi della sponda, ma niente si muoveva; pensai d' essermi ingannata. Continuai a scalzarmi, allorché un nuovo rumore, simile al primo, si fece di nuovo intendere. Oh! Allora ebbi paura e mi alzai in piedi. Non avevo più parola e non sapevo che cosa pensare, quando girando la testa verso la Grotta, vidi in una delle aperture della roccia soltanto un cespuglio agitarsi come se ci fosse un forte vento. Quasi al medesimo tempo uscì dall' interno della Grotta una nube color oro; poco dopo, una Signora giovane e bella, soprattutto bella, come non ne avevo mai visto, venne a collocarsi all' ingresso dell' ogiva, sopra il cespuglio. Subito mi guardò, mi sorrise, e mi fece segno di avanzare, come se fosse stata la mia mamma. La paura mi era passata, ma mi sembrava di non saper più dove fossi. Mi stropicciai gli occhi, li chiusi, li apersi; ma la Signora era sempre là, che continuava a sorridermi e a farmi capire che non mi ingannavo. Senza rendermi conto di ciò che facevo, presi il rosario dalla tasca e mi misi in ginocchio. La Signora approvò con un cenno del capo e prese fra le dita la corona del rosario che teneva sul braccio destro. Quando volli iniziare la recita del rosario e portare la mano alla fronte, il mio braccio restò come paralizzato e solamente dopo che la Signora si fu segnata potei fare anch' io come lei. La Signora mi lasciò pregare da sola; faceva si passare fra le dita i grani della corona, ma non parlava; soltanto alla fine di ogni decina s' accompagnava con me nel dire: Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Quando il rosario fu recitato, la Signora rientrò all' interno della roccia e la nube d' oro disparve con lei». Accadeva raramente che la gente non fermasse a questo punto la veggente per chiedere la descrizione dettagliata della misteriosa Signora ed ecco quanto rispondeva: «Ha l' aspetto di una giovane di sedici o diciassette anni. E vestita di bianco, con una fascia azzurra che scende lungo l' abito. Porta sulla testa un velo ugualmente bianco, che lascia scorgere appena i suoi capelli e ricade all' indietro fino al di sotto della fascia. I piedi sono nudi, ma coperti dalle ultime pieghe dell' abito, eccetto all' estremità dove brilla su ciascuno di essi una rosa d' oro. Porta sul braccio un rosario dai grani bianchi, legati da una catenella d' oro lucente, come le due rose dei piedi». Bernardetta continuava subito la sua narrazione: «Dopo che la Signora disparve, Giovanna Abadie e mia sorella tornarono alla Grotta e mi trovarono in ginocchio allo stesso posto dove mi avevano lasciata. Mi schernirono e mi trattarono da imbecille, da bigotta e mi chiesero se volevo andare con loro. In quel momento non ebbi alcuna esitazione a entrare nel ruscello e sentii l' acqua tiepida come quella usata per lavare le stoviglie. Non avete poi tanto da strillare - dissi io a Giovanna e a Maria, asciugandomi i piedi; - l' acqua del ruscello non è poi così fredda come sembravate far credere!". "Sei davvero fortunata di non trovarla fredda; per noi essa ha prodotto un effetto ben diverso". Legammo in tre fasci i rami e i pezzi di tronco che le mie compagne avevano portato, salimmo poi il declivio di Massabielle e andammo a raggiungere il sentiero della foresta. Mentre ci avanzavamo verso la borgata, domandai a Giovanna e a Maria se non avevano notato nulla alla Grotta. "No, - risposero. - Ma perché ci fai questa domanda?" "Oh! allora, niente! " dissi loro con indifferenza. Tuttavia, prima di arrivare a casa, parlai a mia sorella Maria delle cose straordinarie che mi erano capitate alla Grotta e le raccomandai di custodire il segreto. Per tutto il resto del giorno, l' immagine della Signora restò nel mio spirito. La sera, recitando la preghiera in famiglia, mi commossi e mi misi a piangere. "Che cos' hai?" mi chiese la mamma. Maria si affrettò a rispondere per me e io fui costretta a dare, a mia volta, spiegazioni sul fatto meraviglioso della giornata. "Sono illusioni - replicò la mamma; - bisogna scacciare tutte queste idee dalla testa e soprattutto non tornare più a Massabielle". Andammo a letto, ma non potei dormire. La figura così buona e così graziosa della Signora mi tornava senza posa alla memoria e avevo un bel ricordarmi di quanto m' aveva detto mia madre, non potevo convincermi di essermi ingannata». Bernardetta raccontava tutto questo con tanta ingenuità che quanti l' ascoltavano, dopo averla sentita, non potevano fare a meno di concludere; Questa ragazza ha detto il vero.

 

VII - SECONDA APPARIZIONE (Domenica 14 febbraio).

Bernardetta era stata colpita da ciò che si potrebbe chiamare il male del cielo. Allegra come era, diventò tutto a un tratto seria e riflessiva; un solo pensiero assorbiva la sua anima: quello della Signora. Fin dal giorno immediatamente successivo alla prima apparizione, la madre della veggente notò una specie di malinconia, che sembrava essersi impossessata di sua figlia. Il suo cuore di mamma se ne commosse e con le precauzioni che ispira la tenerezza materna cercò di distrarla. Come il giorno prima le fece notare che i nostri occhi, le nostre orecchie sono soggetti a sbagli e che in ogni caso è prudente allontanarsi dalle cose la cui immagine potrebbe sembrare sospetta. A dimostrazione citava parecchi fatti e raccontava delle storie. Allo scopo di staccare la figlia dai pretesi incanti della Signora, aggiungeva ancora che lo spirito del male si trasforma alcune volte in angelo di luce e c' era da temere che il fatto di Massabielle fosse un caso di questo genere. Bernardetta non reagiva, ma aveva una gran pena nell' accettare le ragioni della sua mamma. Non poteva persuadersi che quanto aveva visto e inteso alla Grotta, cioè i colpi di vento, l' agitarsi del roseto selvatico, la figura della Signora, lo splendore della roccia, non fosse che un susseguirsi di illusioni. Sarebbe rimasta impacciata a dire con esattezza ciò che è il diavolo; ma per l' idea confusa che si era formata, si rifiutava di credere che lo spirito delle tenebre potesse cambiare la sua orribile faccia nella fisionomia bella e soave della Signora che le era apparsa. Soprattutto trovava strano e contraddittorio che il diavolo portasse un rosario e venisse, come un devoto, a recitarlo a Massabielle. Nelle giornate di venerdì e sabato, 12 e 13 febbraio, senza chiedere un permesso esplicito alla mamma, Bernardetta lasciò capire a più riprese il desiderio che aveva di ritornare alla Grotta. La madre fingeva di non sentire o, se prendeva la parola, era per combattere il desiderio della figlia. La veggente arrivò così senza troppo insistere fino alla domenica 14 febbraio. Nel pomeriggio di quel giorno intese nell' intimo dell' anima una voce segreta che la spingeva soavemente ma fortemente a ritornare a Massabielle. Trattenuta dalla sua natura timida, la fanciulla non osò parlare alla mamma della chiamata misteriosa che le veniva fatta. Più aperta con la sorella Maria, le confidò il segreto e la pregò di persuadere la madre per ottenere il permesso desiderato. Maria dovette subire dapprima un rifiuto; senza scoraggiarsi, ricorse all' amica Giovanna Abadie per patrocinare la causa di Bernardetta. Mamma Soubirous resistette ancora; si ricordava i malefici effetti della prima passeggiata e non voleva rischiar d' aumentare le sue inquietudini con l' esporre la figlia a nuove e dannose emozioni. La Signora tuttavia chiamava Bernardetta alla Grotta. Dolcemente, senza sforzo, seppe levare gli ostacoli e aprire la strada alla piccola privilegiata. Mettendo precisamente in gioco le preoccupazioni della mamma, portò questa a domandarsi se la richiesta alla quale ella si opponeva non era piuttosto il mezzo più efficace per sbarazzare la figlia dalle idee balzane che l' opprimevano. Se la fanciulla effettivamente non vedeva più nulla alla Grotta, non c' era da sperare che si sarebbe ravveduta da sola, circa le impressioni primitive? La madre, sebbene titubante, si decise dunque a permettere la prova di una seconda visita. Ad una nuova insistenza fatta dalle due sorelle più piccole, per non sembrare ricredersi, simulò impazienza e rispose: « Andate, partite e non infastiditemi oltre! Almeno - aggiunse -siate qui all' ora dei vespri; diversamente sapete quello che vi aspetta». Al di fuori dell' ambiente familiare, Bernardetta non aveva parlato a nessuno della visione che aveva avuto alla Grotta. Sua sorella Maria non aveva ritenuto di dover attenersi allo stesso riserbo. Fin dal mattino del 14 febbraio, una dozzina di ragazze della contrada erano al corrente e avevano chiesto di seguire Bernardetta nel caso in cui ritornasse a Massabielle. Appena il permesso della mamma fu ottenuto, Maria fedele alla parola data corse, accompagnata da Giovanna Abadie, ad avvisare le amiche. Nel frattempo, Bernardetta si vestiva in fretta e la sua fantasia le anticipava la felicità che l' aspettava alla Grotta. Si sentiva attirata, anche se una nube importuna veniva di tanto in tanto a oscurare la radiosa prospettiva. La veggente ricordava quanto le aveva detto la mamma circa la scaltrezza del demonio; sebbene sentisse in se stessa, come una certezza invincibile, che non era stata ingannata, non riusciva però a liberarsi da una certa apprensione. Per ogni eventualità, su proposta delle compagne, si munì di una boccetta che andò a riempire all' acquasantiera della chiesa parrocchiale. Così armata contro le astuzie dello spirito maligno, s' inoltrò fiduciosa nel sentiero della foresta, accompagnata da cinque o sei fanciulle della sua età, che Maria, la sorella, aveva riunite premurosamente. Altre compagne dovevano seguirle, ma siccome non erano pronte, si stabili che Giovanna Abadie le avrebbe aspettate. Come il primo gruppo giunse a Massabielle, Bernardetta cadde in ginocchio sul lato destro della Grotta, di fronte al rosaio selvatico, sul quale la Signora era apparsa la prima volta. Si mise in preghiera; poi, tutto a un tratto, gridò in un trasporto di gioia: «C' è!... C' è!...». Maria Hillot, che teneva in quel momento la boccetta d' acqua benedetta, la passò rapidamente a Bernardetta dicendole: «Svelta, gettale l' acqua! ». Bernardetta ubbidì e gettò il contenuto della boccetta in direzione del roseto selvatico. «Non s' adira per nulla - riprese la veggente con soddisfazione; - al contrario approva con la testa e sorride verso noi tutte » Subito le ragazze caddero in ginocchio, disponendosi a semicerchio ai fianchi di Bernardetta. Un istante dopo, era immersa nell' estasi. Lo sguardo, dolce e tranquillo, restava fisso sulla nicchia, vuota e fredda per ogni altro, ma non per lei, e sembrava inebriarsi nella contemplazione di una bellezza celeste; il suo viso, trasfigurato e raggiante di felicità, aveva preso una espressione indefinibile: si sarebbe detta un angelo in preghiera. Alla presenza di una tale scena, tanto inattesa quanto commovente, le ragazze, non sapendo a qual sentimento abbandonarsi, incominciarono a inquietarsi. Poi la maggior parte scoppiò in singhiozzi, e una di loro gridò: «Bernardetta muore!». Erano là ansiose ed esitanti, quando un nuovo incidente venne a raddoppiare la loro agitazione. Un sasso, lanciato dall' alto dell' ammasso roccioso, rimbalzò sul suolo e cadde nel Gave. Questo piccolo incidente bastò per far perdere la testa alle ragazze già eccitate. Le amiche della veggente fuggirono dalla Grotta e, piene di spavento, risalirono la scarpata gridando e chiedendo aiuto. Giunte al sentiero della foresta, trovarono Giovanna Abadie, alla testa del piccolo gruppo di ritardatane, che batteva le mani e rideva. Ben presto tutto fu chiaro: era Giovanna che, per vendicarsi di non essere stata attesa, le aveva spaventate col sasso. Fatta la pace e calmato lo spavento, le compagne giunte dalla Grotta fecero conoscere alle altre lo stato straordinario nel quale avevano lasciata Bernardetta. Tutte si affrettarono a discendere per venire in aiuto alla loro comune amica. Trovarono la veggente, inginocchiata al medesimo posto, nel rapimento dell' estasi. Le si avvicinarono, la chiamarono affettuosamente col suo diminutivo; ma Bernardetta era insensibile alla voce delle compagne. Come se già non fosse più di questo mondo, il suo sguardo restava fisso sull' oggetto invisibile che la rapiva. Le ragazze, non sapendo se la veggente era morta o stava per morire, si lamentavano, si addoloravano, quando videro discendere la madre e la sorella di Nicolau, il mugnaio del mulino Savy. Le due donne avevano sentito il grido di angoscia delle fanciulle e s' affrettavano ad accorrere. Vedendo Bernardetta in estasi, restarono stupite e come prese da un religioso rispetto, s' avvicinarono a essa timidamente e cercarono con dolci insistenze di farla rinvenire. Fatica sprecata: Bernardetta non vedeva e non sentiva che la sua cara visione. Tuttavia occorreva sottrarre la veggente all' incantesimo potente che la rapiva in modo così meraviglioso. Senza indugiare oltre, la mamma di Nicolau si allontanò da Massabielle e andò a prendere il figlio al mulino Savy. Il mugnaio, un giovane di 28 anni, accorse alla Grotta col sorriso ironico sulle labbra credendo di assistere a una gherminella da bambini. Giunto invece vicino a Bernardetta, indietreggiò, preso da stupore e incrociò le braccia: «Mai spettacolo più stupendo - dice ancor oggi il vecchio mugnaio - si era presentato ai miei occhi! Avevo un bel ragionare, mi sembrava di non essere degno di toccare quella fanciulla ». Spinto tuttavia dalla madre, il giovane Nicolau prese con precauzione Bernardetta sotto le ascelle e provò a farla camminare. Sostenuta in seguito dalla mugnaia e da suo figlio, la veggente poté giungere così al mulino Savy. Ma durante il percorso, ella sembrava seguire con lo sguardo un essere misterioso che era davanti e un po' sopra lei. Inutilmente il giovane Nicolau, per rompere l' incanto, le metteva la mano sugli occhi e l' obbligava ad abbassare la testa; Bernardetta tornava senza posa alla sua primitiva posizione e continuava a rincorrere la sua contemplazione. Solo quando giunse al mulino, Bernardetta si riebbe dall' estasi e vide con tristezza ricomparire davanti agli occhi la scena sbiadita della vita ordinaria. Interrogata circa le cause che avevano prodotto il suo rapimento, Bernardetta raccontò la visione del giorno, che non era se non la ripetizione di quella del giovedì precedente. Le compagne di Bernardetta, dopo averla seguita fial mulino Savy, si separarono da lei e rientrarono nel borgo, completamente sconvolte per quanto avevano visto a Massabielle. Rincasando, la sorella di Bernardetta era scossa dai singhiozzi e, soffocata dall' emozione, non poté dichiarare alla madre il motivo delle sue lacrime. La madre, fuori di sé e pensando a una disgrazia, prese in gran fretta la strada che conduceva alla Grotta. Per una felice coincidenza incontrò successivamente due o tre donne le quali le assicurarono che Bernardetta riposava al mulino Savy e che niente di spiacevole le era accaduto. Ma mamma Soubirous, ricordando l' ostinazione di Bernardetta nel voler tornare alla Grotta, s' abbandonò a un moto di collera contro la piccola cocciuta. Entrò nel mulino Savy con un bastone in mano e dirigendosi verso la figlia le disse: «Testarda, perché vuoi proprio farci diventare la favola di quanti ci conoscono? Ti do io adesso le tue arie da beata e le storie della signora! » e stava per colpirla, quando la vecchia Nicolau trattenne il colpo. «Che fate? - esclamò. - Che ha fatto vostra figlia perché la trattiate così? E un angelo e un angelo del cielo, capite? che voi avete in lei! Non dimenticherò mai, io, come l' ho vista alla Grotta! ». Mamma Soubirous, intanto, per l' emozione che aveva provato, si era lasciata cadere su una seggiola e guardava la figlia piangendo. Qualche istante dopo, confortata dalle amichevoli premure della famiglia Nicolau, riprendeva il cammino della borgata, conducendo con sé Bernardetta, che di tanto in tanto volgeva indietro uno sguardo furtivo. Il figlio dei Nicolau, oggi uomo fatto, mi ha confermato, a trent' anni di distanza, i dettagli dati circa la seconda apparizione.

 

VIII - TERZA APPARIZIONE (Giovedi 18 febbraio).

Le ragazze, che si erano separate da Bernardetta al mulino Savy, rientrarono a Lourdes diffondendo sul loro passaggio il racconto delle cose straordinarie che avevano visto. La sera e il giorno successivo nelle loro famiglie, in casa dei vicini, tra le amiche, continuarono a parlare con entusiasmo della scena che le aveva colpite alla Grotta. «Bernardetta in estasi - dicevano - non assomiglia più a se stessa; diventa simile, anzi ancor più bella degli angeli in adorazione che sono sugli altari». Generalmente la gente rideva delle chiacchiere e dell' esaltazione di queste piccole, e le rimandava trattandole da pazzerelle. Ma non fu così di una associata alla congregazione delle Figlie di Maria di Lourdes, Antonietta Peyret. Profondamente commossa per quanto aveva udito raccontare, prese un pretesto qualsiasi per andar dai Soubirous allo scopo di sentire le spiegazioni di Bernardetta. Questa non iniziava mai spontaneamente il discorso, ma quando era interrogata, acconsentiva cortesemente a rispondere a quanto le si chiedeva. Senza arroganza e senza farsi pregare, Bernardetta cominciò a raccontare ciò che le era accaduto a Massabielle. Quando parlò dell' abito della misteriosa Signora, Antonietta Peyret, che seguiva i dettagli con commozione, si senti gonfiare il cuore e una lacrima salire agli occhi. Qualche mese prima, la congregazione delle Figlie di Maria di Lourdes aveva perso la sua degna e amatissima presidente, Signorina Elisa Latapie. Tra le socie congregate vi era molto dolore e doveva restarvi per un pezzo, perché conosco congregate di vecchia data che, a trent' anni di distanza, piangono ancora la compagna venerata. Sebbene giovane, la signorina Latapie aveva saputo conquistarsi la confidenza e il rispetto di tutti. La giovialità di carattere, la delicatezza di spirito, la generosità della sua anima le attiravano spontaneamente i cuori e per le iscritte alla congregazione era un' amica, una consigliera, una seconda mamma. Così, quando passava per la strada tutti la salutavano con rispetto e venerazione. La sua morte fu un lutto pubblico. Il giorno dei suoi funerali, il borgo intero di Lourdes accompagnava il feretro e le lacrime dei poveri più che le parole dissero eloquentemente ciò che era stata la sua carità. Tra le Figlie di Maria, particolarmente affezionata alla Signorina Latapie, si faceva notare Antonietta Peyret. Più di ogni altra sentì lo strazio della separazione; la figura della defunta si presentava continuamente al suo spirito. Alla descrizione fatta da Bernardetta circa l' abito della Signora della roccia, fu colpita dalla rassomiglianza esistente fra questo e quello che indossavano le Figlie di Maria nei giorni delle cerimonie religiose. Subito col pensiero corse alla Signorina Latapie e si chiese, commossa, se la Signora che si faceva vedere alla Grotta non era l' antica presidente che veniva per domandare insistentemente suffragi. Da questo momento la congregata non ebbe più un minuto di riposo. Nel corso di una conversazione che ebbe con la Signora Milhet, di Lourdes, nella giornata di mercoledì 17 febbraio, comunicò a quest' ultima le sue impressioni e la sua preoccupazione e insieme combinarono di fare una visita al « cachot». In quello stesso giorno, al sopraggiungere delle tenebre, le due donne entrarono insieme in casa Soubirous. Si presentarono precisamente nel momento in cui Bernardetta sollecitava dalla mamma il permesso di tornare per una terza volta alla Grotta. Ancora sotto il colpo delle impressioni ricevute la domenica precedente, la madre non voleva rinnovare le sue inquietudini e rivolgeva alla figlia un solenne rimprovero. Alla vista delle due visitatrici si fermò un po' confusa, ma non poté nascondere, né trattenersi dal dichiarare il motivo della sfuriata. La Signora Milhet e Antonietta Peyret furono quasi contente di giungere in questa congiuntura; si adoperarono per calmare la madre e per dimostrarle che i suoi timori erano esagerati. Appoggiarono in seguito la richiesta di Bernardetta e, pregando tanto per se stesse, quanto per la fanciulla, fecero notare che vi era più da perdere a combattere questo desiderio, che non da guadagnare. Infine si incaricarono di accompagnare Bernardetta alla Grotta e di servirle da protettrici. « Ma volete dunque fare di mia figlia un oggetto di scherno! » esclamò la povera madre accorata. « Siete voi che ci ingiuriate, attribuendoci questo disegno - rispose vivacemente la Signora Milhet. - Non insistiamo, ma lasciandovi, permetteteci di dirvi che vi prendete una responsabilità che da parte nostra non oseremmo prendere». «Ah, perdo la testa! - riprese affannosamente mamma Soubirous, prendendo le due visitatrici per le mani. - Mi sembra che voi non m' ingannate... vi affido mia figlia... vedete bene le mie pene... per favore assistetela!». Questo colloquio è stato molto spesso riferito a mia sorella dalla Signorina Peyret. Il giorno successivo, prima dell' alba, per non attirare l' attenzione dei curiosi, la Sig.ra Milhet e la Sig.na Peyret vennero a bussare leggermente alla porta dei Soubirous e Bernardetta usci con loro. Avevano appena fatto pochi passi, quando le campane della parrocchia suonarono per una Messa letta; entrarono in chiesa. Ascoltata la Messa, s' incamminarono verso Massabielle; poche persone le videro passare, perché gli usci delle case non erano ancora aperti. La Sig.ra Milhet teneva ben visibile nelle mani una candela benedetta il giorno della Candelora, candela che accendeva nella sua stanza nei giorni di festa in onore della Vergine, o all' avvicinarsi di grandi temporali; Antonietta Peyret, da parte sua, nascondeva sotto le pieghe del cappotto lungo e nero, in uso tra la gente dei Pirenei, un foglio di carta, una penna e l' inchiostro. Quando furono arrivate in cima al poggio di Massabielle, Bernardetta, premurosa d' arrivare, lasciò indietro le due accompagnatrici e discese rapidamente verso la Grotta. La Signora Milhet e Antonietta Peyret meno pratiche del sentiero non arrivarono alla riva del Gave che qualche minuto dopo la veggente. Trovarono quest' ultima in ginocchio, che recitava il rosario di fronte all' ogiva dalla quale sporgeva il rosaio. Dopo aver acceso la candela benedetta, le due donne imitarono Bernardetta e presero il loro rosario. Il gruppetto inginocchiato pregava sommessamente già da qualche istante, quando la veggente mandò improvviso un grido di gioia: « Viene!... eccola! » e Bernardetta, al colmo della felicità, chinava al medesimo tempo la testa fino a terra. La Signora Milhet e la Signorina Peyret si affrettarono ad alzare i loro sguardi sulla roccia, ma ahimè! per esse nulla era cambiato. «Continuiamo a pregare - disse la Milhet e se la Signora invisibile è proprio quella che noi pensiamo, le nostre preghiere non possono che esserle gradite». Bernardetta aveva appena pronunciato le parole sopra riferite e il suo cuore era gia in comunicazione con la celeste apparizione. Ella pregava e a volte sorrideva. La veggente stette felice, dolcemente emozionata, ma non diede, in quel giorno, segni esterni di estasi. La Signora voleva parlare e voleva che la fanciulla udisse la sua voce nella calma e nel pieno possesso delle sue facoltà. Quando il rosario fu terminato, Antonietta Peyret, sempre immersa nel ricordo dell' amica defunta, la presidente della congregazione, disse a Bernardetta, porgendole carta e penna che aveva portato: « Chiedi, per favore, alla Signora se ha qualcosa da comunicarti e in questo caso di avere la compiacenza di metterlo per scritto ». La veggente fece tre o quattro passi verso la roccia, poi comprendendo, senza voltarsi, che le due donne la seguivano, fece loro cenno di restare indietro. Giunta sotto il cespuglio, Bernardetta si rizzò e presentò carta e penna alla visione. Restò per qualche istante in questo atteggiamento, guardando verso l' ogiva e poi in atteggiamento di chi ascolta delle parole che le venivano indirizzate dall' alto della nicchia. Abbassò in seguito le braccia, fece un profondo inchino e ritornò al posto di prima. Come si può ben immaginare, il foglio di carta era rimasto bianco. Un po' triste, Antonietta Peyret si accostò a Bernardetta e le chiese ciò che le aveva risposto la Signora. «Quando le ho presentato l' inchiostro e il foglio, si è messa a sorridere, poi, senza sdegnarsi, mi ha risposto: "Ciò che ho da dirvi non è necessario che io lo metta per scritto". Ella parve in seguito riflettere un momento e soggiunse: "Volete aver la compiacenza di venir qui per quindici giorni?"» « Che hai risposto?». « Di si ». « Ma perché la Signora vuole che tu venga?». «Non lo so. Non me l' ha detto ». «Ma - rispose a sua volta la Signora Milhet - perché ci hai fatto cenno di fermarci quando salivamo poco fa dietro a te? ». « Per ubbidire alla Signora». «Ah!... - sospirò turbata la Signora Milhet - per favore, Bernardetta, domandale se la mia presenza qui le è importuna ». Bernardetta alzò gli occhi verso l' alto della roccia, poi volgendosi: «La Signora risponde: No, la sua presenza qui non mi dà fastidio». La veggente si rimise a pregare e con lei le due donne. Nella seconda parte di questa apparizione, la Signora Milhet e Antonietta Peyret notarono che Bernardetta interrompeva spesso la sua preghiera per elevarsi in un colloquio intimo con la visione. Passò così un' ora, poi tutto disparve. Appena Bernardetta uscì dalla Grotta la Signora Milhet e Antonietta Peyret le chiesero se avesse ricevuto qualche nuova comunicazione dalla Signora. « Si - rispose la fanciulla, né triste, né contenta; -mi ha detto: Io non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell' altro ». « Poiché la Signora acconsente a parlarti - ripresero le donne - perché non le chiedi il suo nome? ». «L' ho fatto». «Ebbene, chi è dunque?» «Non lo so; ha abbassato la testa sorridendo, ma non ha risposto» Bernardetta fu riportata a casa. Come la moglie del mugnaio Nicolau, la Sig.ra Milhet e Antonietta Peyret dissero alla madre: « Ah! come siete fortunata d' avere una figlia come questa! »

 

IX - QUARTA APPARIZIONE (Venerdì 19 febbraio).

Quando la signora Milhet e Antonietta Peyret se ne andarono, Bernardetta fece conoscere ai genitori le parole raccolte dalle labbra della Signora e l’impegno preso di tornare per quindici giorni alla Grotta. Ascoltando quest’ultima notizia, gli sposi Soubirous caddero in un’agitazione indefinibile. Fino a quel punto avevano pensato che gli occhi della fanciulla si lasciassero abbagliare, alla Grotta, da qualche forma vaporosa più o meno luccicante, ma che questa forma avrebbe finito per svanire, come svaniscono nell’altezza dello spazio le figure fantastiche create dalle nubi. Le nuove informazioni portate dalla veggente rovesciarono le loro supposizioni. Questo qualcosa di vago, di incerto che avevano intravisto con la loro fantasia, era invece un essere reale, vivo, con una volontà propria e parlava come uno di loro. Ora - e qui cominciava il loro problema - a quale categoria di spiriti bisognava collegare la persona immateriale e tuttavia sensibile che si mostrava a Massabielle? Dai tratti splendidi della Signora, descritta da Bernardetta, dalla natura delle promesse che faceva, il padre e la madre della fanciulla credevano di riconoscere la Regina del cielo. Ma respingevano ben presto questo pensiero come presuntuoso e si confondevano nel loro nulla. Prendevano in seguito a esaminare l' idea della Peyret, cioè la possibilità di un' apparizione sotto forma umana di un' anima del purgatorio. Ma la serenità dell' essere misterioso non sembrava conciliarsi con l' espressione di un essere che soffre. Poi, un' anima del purgatorio sarebbe venuta senza scopo alla Grotta? Perché quest' anima non avrebbe espresso i suoi desideri, le sue richieste di preghiere dal momento che si mostrava in questo luogo, appositamente per questo motivo? La presenza di un' anima del purgatorio sotto la roccia di Massabielle non sembrava dunque probabile ai Soubirous. Un terzo aspetto della questione gettava questi ultimi in una specie di sbigottimento che si avvicinava al terrore. Senza dubbio la Signora della Grotta si presentava sotto apparenze piene di incanto e di benignità; senza dubbio portava su se stessa un oggetto religioso (il rosario) che forma il terrore dell' inferno; senza dubbio faceva promesse che per la loro stessa natura richiamavano le promesse evangeliche. Ma di tutti questi segni e di queste promesse ci si poteva fidare? Lo spirito del male non è capace di ogni malizia e di ogni menzogna? Oltre a questi motivi di timore, non restavano altre oscurità da chiarire? Che significava il silenzio della Signora circa il suo nome? Intravedendo da una parte luce e dall' altra tenebre, gli sposi Soubirous erano in preda alla più inestricabile incertezza. Si sentivano avvolti dal soprannaturale e questo soprannaturale non osavano né accoglierlo, né combatterlo. E così questa brava gente arrivava alla questione finale senza saperla risolvere: dovevano o no permettere a Bernardetta di ritornare alla Grotta? Nelle circostanze un po' difficili, i Soubirous non mancavano mai di consultare la zia Bernarda, la madrina della loro figlia, ed era raro che il suo consiglio non fosse seguito. Nel corso della giornata del 18 febbraio, la madre della veggente andò a trovare la sorella maggiore per esporle queste perplessità. Bernarda ascoltò, ma non volle dare alcun consiglio prima di aver riflettuto. La sera si presentò ai Soubirous e disse loro che la sua decisione era ormai maturata e che non vedeva sufficiente ragione per impedire a Bernardetta di recarsi all' appuntamento della Signora. « Se la visione - fece osservare - è di natura celeste, non abbiamo nulla da temere; se non è che una astuzia diabolica, non è possibile che la Vergine permetta che sia ingannata una fanciulla che a lei si affida con tutto l' abbandono della sua innocenza. Del resto - aggiunse Bernarda - se abbiamo una colpa è quella di non essere andati ad assicurarci di persona circa i fatti che si verificano a Massabielle. E necessario quindi che vi andiamo, poi, a seconda di quanto avremo osservato, decideremo sulla condotta che converrà tenere ». In ossequio ai consigli della zia Bernarda, mamma Soubirous e sua figlia uscivano all' alba del giorno dopo, 19 febbraio, dalla casa situata in via Petis Fossés e si dirigevano, avvolte nei loro cappotti, verso la via Baous. Presero, passando, la zia Bernarda; poi, senza proferire parola, le due donne e Bernardetta in mezzo a esse, s’incamminarono verso la riva del Gave. Nonostante la cura che avevano messo nel nascondersi ai curiosi, alcune vicine, aprendo la casa, le riconobbero e le seguirono. Un piccolo gruppo di sette o otto persone arrivò alla Grotta nello stesso istante dei Soubirous. Bernardetta si mise in ginocchio; alzò il suo rosario all' altezza della fronte e si segnò con un ampio segno di croce. Un momento dopo, il mondo materiale non esisteva più per lei e l' anima sua rapita in estasi era immersa nelle delizie della contemplazione. Sorrisi ineffabili illuminavano il suo volto, correnti di gioia celeste facevano trasalire tutto il suo essere. La madre a la zia avevano gia sentito ciò che era Bernardetta alla Grotta. Ma la loro immaginazione era ben lontana dalle sublimi realtà che le attendevano. Quando videro la veggente nello splendore dell' estasi, il corpo proteso in avanti come per prendere il volo, furono prese da uno choc nervoso e la madre esclamava: «O Dio, ve ne supplico, non toglietemi mia figlia!». Un' altra voce, quella di una delle donne che le avevano accompagnate all' apparizione, diceva nello stesso tempo: «Oh, quant' è bella!». Lacrime di commozione salirono agli occhi di tutti: si incominciò a pregare in un silenzio fatto d' ammirazione. Bernardetta ebbe un rapimento di mezz' ora all' incirca; questa mezz' ora parve un secolo al cuore ansioso della madre e della zia, e non fu che un lampo, ma un lampo sfuggito alla celeste dimora per le altre persone presenti alla scena. La veggente rinvenne dall' estasi stropicciandosi gli occhi e come prostrata sotto il peso della sua felicità. Si accostò affettuosamente alla madre e alla zia che la ricevettero tra le braccia con una tenerezza inesprimibile. Tutte e tre salirono il pendio scosceso di Massabielle tra le donne che le avevano seguite quando erano partite. Queste accompagnavano Bernardetta con mille sguardi e prorompevano in ammirazione per ciò che avevano visto. Strada facendo, Bernardetta raccontò che la Signora si era mostrata soddisfatta della fedeltà nel ritornare alla Grotta e le aveva detto che in seguito le avrebbe fatto delle rivelazioni. Parlò ancora di un fatto strano che si era verificato durante la visione. Mentre era in preghiera - disse -un tumulto di voci selvagge, che sembravano uscire dalle viscere della terra, era venuto a scoppiare sulle acque del Gave: queste voci si sovrapponevano, si confondevano, s’incrociavano come le grida di una folla in rivolta. Una di queste voci, dominando le altre, aveva gridato con un tono stridulo e pieno di rabbia: Salvati! Salvati! A questo grido, che sembrava una minaccia, la Signora aveva alzato il capo e aggrottate le ciglia, guardando verso il fiume. Per questo semplice movimento le voci si erano impaurite ed erano fuggite in tutte le direzioni. Le persone che ritornavano dalla Grotta non avevano inteso nulla di quello che Bernardetta raccontava. Pensavano che la fanciulla si fosse ingannata e non attribuirono all' incidente alcun significato. Ne aveva però uno che preciserò più avanti.

 

X - QUINTA APPARIZIONE (Sabato 20 febbraio).

Al punto in cui siamo arrivati, la notizia delle apparizioni era generalmente nota a Lourdes e la gente cominciava a parlarne a voce alta e pubblicamente. Come è indicato nelle pagine precedenti, solo qualche giovane e una dozzina di donne avevano assistito fino allora alle estasi di Bernardetta. Queste fanciulle, queste donne avevano diffuso dappertutto un senso profondo di ammirazione e, in tutti quelli che avevano prestato orecchio, avevano fatto nascere il desiderio di vedere quello che esse avevano visto. Dal momento in cui si seppe che la veggente andava tutte le mattine alla Grotta, un gran numero di abitanti di Lourdes si affrettò ad accorrervi. Nella mattina di sabato 20 febbraio la parte inferiore degli scavi e lo spazio aperto tra gli scavi e il Gave erano interamente occupati. A partire da questo giorno non si contarono più gli spettatori per unità come da principio, ma per centinaia e più tardi per migliaia. Il mattino della quinta apparizione, Bernardetta, accompagnata dalla mamma, arrivò a Massabielle verso le sei e mezzo. Non fu meravigliata, né commossa di trovare la folla che l' attendeva. Si presentò sotto la roccia con la stessa aria di una semplice spettatrice e andò a inginocchiarsi al suo solito posto. Senza osservare che tutti gli occhi erano fissi su lei, prese con molta naturalezza il rosario e si mise a pregare. Un istante dopo, gli occhi di Bernardetta s' aprivano a una luce che non era di questa terra. Era giunto il momento delle grandi confidenze e Bernardetta offriva le sue espressioni di omaggio, di ringraziamento, di gioia alla Signora della Grotta, nascosta. Una grazia sovrumana ne accompagnava i movimenti e la madre, che si trovava ai suoi fianchi, commossa diceva fra le lacrime: «Perdo la testa e non riconosco più mia figlia!». Un mormorio confuso di ammirazione si era già levato tra la folla e la maggior parte degli spettatori si alzava sulla punta dei piedi per meglio vedere e contemplare l' estatica. Assorbiti dalla scena presentata dalla fanciulla, gli spettatori temevano di perderne un' altra: per una attrattiva irresistibile portavano alternativamente gli sguardi da Bernardetta all' ogiva della Grotta e da questa a Bernardetta. Gli occhi del corpo nulla vedevano nell' ogiva, ma gli occhi dell' anima sì, e perciò ciascuno dei presenti avrebbe potuto ripetere, come l' estatica in una apparizione precedente: C' è la Signora! E là! Dopo l' estasi Bernardetta, interrogata sul colloquio con la Signora, rispose che questa aveva avuto la bontà di insegnarle parola per parola una preghiera per lei particolare e speciale. Quando si chiedeva alla veggente di dire questa preghiera, rispondeva che non si credeva autorizzata, perché non era stata fatta che in vista dei suoi intimi bisogni. All' imbarazzo che accompagnava il rifiuto, l' interlocutore poteva comprendere che si trattava di delicatezze dell' anima, alle quali la fanciulla non ardiva fare allusioni.

 

XI - SESTA APPARIZIONE (Domenica 21 febbraio).

Il Signor Dozous, medico condotto a Lourdes e uno dei testimoni illuminati dalle estasi di Bernardetta, racconta nel suo libro intitolato: La Grotta di Lourdes, la sua sorgente, le sue guarigioni, i fatti che riguardano la sesta apparizione. Riferisco il suo racconto; ma prima voglio far osservare che il dotto professionista, mentre si portava a Massabielle, credeva di non doversi occupare che di una di quelle malattie bizzarre, di ordine nevropatico, le cui manifestazioni mal interpretate turbano spesso il volgo. Supponeva che una sua parola bastasse a far luce e, per conseguenza, demolisse l' artificiale montatura delle versioni che circolavano. Cominciò le sue indagini con questo preconcetto, ma fin dai primi momenti notò che si trovava in presenza di un problema la cui soluzione, dal punto di vista scientifico, non era facile da trovare. Non manifestò da principio il suo imbarazzo e tornò più volte alla Grotta. Dopo cinque o sei giorni di minuziosi e pazienti studi, il dottore dichiarò chiaramente, e non senza coraggio, che a Massabielle vi era il dito di Dio e che la malattia di Bernardetta non era di quelle che si curano con medici e medicine. Nato in un' epoca nella quale l' idea cristiana si era affievolita negli spiriti, il Signor Dozous aveva trascorso l' esistenza nell' indifferenza religiosa. A contatto con gli avvenimenti soprannaturali della Grotta, senti l' anima sua risvegliarsi e prendere il volo verso nuove mete. Rinunciò alle dottrine filosofiche che aveva fino allora professate e divenne uno dei fautori più ardenti della causa dell' Immacolata Concezione. Il medico condotto di Lourdes morì tra i suoi concittadini come cristiano rassegnato ed esemplare il 15 marzo 1884 all' età di 85 anni. Nel lungo esercizio della sua professione si era dedicato con disinteresse al sollievo dei poveri; i poveri lo piansero. Nessun dubbio che la virtù professionale del Signor Dozous come il suo grande zelo nel pubblicare le glorie della Vergine della Grotta siano state coronate in cielo da Colui che ricompensa perfino un bicchiere d' acqua offerto a uno dei suoi. Ascoltiamo ora il medico nelle sue costatazioni relative alla sesta apparizione. « ..,Appena arrivò davanti alla Grotta, Bernardetta si inginocchiò, cavò dalla tasca la corona e si mise a pregare sgranandola. Il suo volto ebbe una trasformazione notata da tutte le persone che le erano accanto e indicava che era in comunicazione con l' apparizione. Mentre sgranava con la sinistra la corona, teneva nella destra una candela accesa, che spesso si spegneva a motivo di una corrente d' aria molto forte che tirava sul Gave, ma essa la porgeva ogni volta alla persona più vicina, affinché la riaccendesse. Io, che seguivo con grande attenzione tutti i movimenti di Bernardetta, volli sapere, in questo momento, quale poteva essere lo stato della circolazione sanguigna e della respirazione: le presi un braccio e posi le mie dita sull' arteria radiale. Il polso era tranquillo, normale, la respirazione facile; nulla nella ragazza denotava una sovraeccitazione nervosa. Bernardetta, dopo che ebbi rimesso in libertà il braccio, si alzò e avanzò un po' verso la Grotta. Ben presto vidi il suo volto, che aveva mostrato fino a questo momento l' espressione della felicità più perfetta, rattristarsi; due lacrime le caddero dagli occhi, scorrendo lungo le gote. Questi cambiamenti avvenuti sul suo volto durante questo tempo mi stupirono. Quando ebbe terminato le preghiere e l' essere misterioso era già scomparso, le chiesi ciò che le era accaduto durante questo tempo. Ella mi rispose: "La Signora, staccando da me il suo sguardo per un momento, lo diresse al di sopra della mia testa. In seguito, avendole io chiesto che cosa la rattristasse, mi fissò di nuovo e disse: Pregate per i peccatori! Ben presto fui rassicurata dall' espressione serena e buona che le vidi sul volto e tosto disparve". Lasciando questi luoghi, dove la commozione era stata così grande, Bernardetta si ritirò, come al solito, nell' atteggiamento più semplice e più modesto ». Come ognuno può giudicare, il racconto del Signor Dozous non manifesta alcun entusiasmo: è la costatazione pura e semplice di un fatto esaminato nei suoi aspetti esterni. Vi è qualche affermazione che tradisce il dubbio, ma il medico è incerto e non osa ancora pronunciarsi. Cerca, brancola, riflette. Da una parte intravede la riprovazione e lo scherno dei suoi amici, dall' altra ascolta le rivendicazioni della propria ragione. Una grande lotta si scatena in lui; si tratta di decidere fra le vecchie idee e i nuovi orizzonti che si schiudono davanti alla sua anima. Sempre più colpito dall' evidenza dei fatti, il Signor Dozous riconobbe infine l' elemento soprannaturale delle apparizioni e da quel giorno, disprezzando ogni derisione, divenne l' apostolo devoto della Grotta di Lourdes.

 

XII - SEGUITO DELLA GIORNATA DEL 21 FEBBRAIO.

Gli spettatori erano già stati numerosi all' estasi del giorno prima. Altri li avrebbero seguiti, ma temendo di essere vittime di qualche mistificazione avevano voluto aspettar più minuziose notizie e non si portarono alla Grotta che il giorno dopo 21 febbraio. A questi si aggiunsero un gruppo di operai di Lourdes che, approfittando del riposo domenicale, vollero assicurarsi di persona delle notizie che si raccontavano. I nuovi spettatori, insieme a quelli dei giorni precedenti, sempre fedeli a ritornare, formarono un pubblico considerevole attorno a Bernardetta il mattino della sesta apparizione. La trasfigurazione della veggente gettò, come al solito, tutti i testimoni dell' estasi nel più profondo stupore. Questi ultimi riuscirono a contenersi alla Grotta, considerata già come un luogo sacro, ma ritornati in città, ne attraversarono le strade versando la piena della loro ammirazione. Uscivano tutti dalle case per ascoltarli, li fermavano a ogni passo per interrogarli. Gli ascoltatori li approvavano nei loro racconti, quasi fosse la notizia felice di un avvenimento patriottico. Se qualche spirito ribelle avesse osato contraddire, sarebbe stato subito combattuto e ridotto al silenzio. Le autorità incaricate di sorvegliare la tranquillità locale, rimaste fino a quel momento in disparte, cominciarono a preoccuparsi del movimento insolito che nasceva a Lourdes. Nei primi giorni non avevano dato alcuna importanza alla questione della Grotta, e pensavano che il buon senso della gente avrebbe fatto giustizia dei racconti che circolavano. In presenza dell' animazione clamorosa che contrassegnò la mattina del 21 febbraio, cominciarono a impensierirsi sia per gli uffici che ricoprivano, sia anche per le proprie responsabilità. Il sindaco, il procuratore imperiale e il commissario di polizia si riunirono in municipio per veder se si doveva prendere qualche provvedimento per prevenire manifestazioni come quelle che già si erano verificate. Erano intanto sorte qua e là discussioni vivaci fra quelli che credevano e quelli che non credevano alle apparizioni. La portata di questi piccoli conflitti venne esagerata e si volle vedervi il germe minaccioso di dissensi che potevano turbare la quiete del borgo. Un secondo timore, questo un po' più fondato, metteva in allarme le autorità. Lo spazio ristretto dove si stipava la folla a Massabielle presentava seri e gravi pericoli. I primi che arrivavano s’impadronivano del piazzale rotondo che si trovava davanti alla Grotta. Quelli che arrivavano dopo salivano sui massi di pietra che affioravano alla superficie del Gave. Gli ultimi si arrampicavano e andavano ad aggrapparsi ai rami degli alberi, situati sopra gli scavi. Si comprendono bene i pericoli di una simile situazione: un movimento sbagliato poteva far cadere nel fiume i gruppi di persone mal sicure che si trovavano sui massi sdrucciolevoli della corrente; un ramo che si fosse staccato, era sufficiente per far cadere e precipitare sugli spettatori in basso gli imprudenti che penzolavano al di sopra del precipizio. Non si era ancora verificata nessuna disgrazia, ma bisognava forse aspettare la catastrofe per portarvi rimedio? La temuta prospettiva di disgrazie che potevano nascere decise le autorità a uscire dal loro contegno passivo. Compresero, tuttavia, che dovevano procedere cauti e che per rendere efficace il loro intervento dovevano evitare di urtare la suscettibilità popolare. Per raggiungere questo duplice scopo, giudicarono che il mezzo migliore da usare era di persuadere la veggente a non tornare più alla Grotta. Siccome non scorgevano altra causa dell' entusiasmo popolare che la fanciulla, pensarono che, eliminata questa causa, avrebbero tolto d' un sol colpo anche le conseguenze. Allo scopo di mandare a effetto la decisione presa, il procuratore imperiale, appena uscito dal municipio, fece chiamare Bernardetta nel suo studio.

 

XIII - SEGUITO DELLA GIORNATA DEL 21 FEBBRAIO.

 

1. Bernardetta dal procuratore imperiale. L' ufficiale del pubblico ministero di Lourdes era, al tempo delle apparizioni, il Sig. Dutòur, più tardi consigliere alla corte d' appello di Pau. Questo magistrato era stimato nel territorio della sua giurisdizione e adempiva con dignità i doveri del suo ufficio. Ma come spesso si nota anche nelle nature meglio dotate, c' erano in Dutour alcune contraddizioni, certi difetti che nuocevano allo splendore delle sue belle qualità. Così, pur mostrandosi rispettoso della religione, faceva guerra a ciò che veniva indicato col nome di idee clericali. Nelle cause giudiziarie, per le quali, del resto, mostrava una grande competenza, si impuntava oltre misura contro le sentenze dei giudici le cui conclusioni non erano conformi alle sue. È con queste disposizioni buone o cattive e, nonostante tutto, sincere, che il procuratore imperiale di Lourdes prese posizione nell’affare della Grotta. Quando ebbe Bernardetta davanti a sé, la interrogò in questi termini: « Figlia mia, voi fate parlar molto di voi; avete forse il proposito di continuare le vostre visite alla Grotta? - Sì, signore, l' ho promesso alla Signora e vi ritornerò per una dozzina di giorni ancora. - Ma, mia povera piccola, la vostra Signora non esiste; è un essere puramente immaginario. - Quando m' apparve per la prima volta, lo pensai anch' io e mi stropicciavo gli occhi, ma ormai sono sicura di non ingannarmi. - Come fate a sapere ciò? Perché l' ho vista più volte e anche stamane; e poi parla e conversa con me. - Le suore dell' Istituto, presso le quali vi recate per la scuola, sono incapaci di mentire e tuttavia dicono che vi ingannate. - Se le suore vedessero, crederebbero come credo io. - Badate bene, forse si finirà per scoprire qualcosa di nascosto che spiega la vostra ostinazione; già si è sparsa la voce che voi e i vostri parenti ricevete regali in segreto. - Noi non riceviamo nulla, da nessuno. - Tuttavia ieri siete stata dalla signora Milhet e avete preso dei dolci. – E’ vero; la signora Milhet mi ha fatto prendere un bicchiere d' acqua zuccherata per calmare la mia asma: tutto qui. - Checché ne sia, la vostra condotta alla Grotta è un vero scandalo; fate correre tutta la gente e bisogna che queste cose finiscano; mi promettete di non tornare più a Massabielle? No, signore, non ve lo prometto. - E la vostra ultima parola? - Sì, signore.- Allora uscite... ci penseremo noi ». Al circolo che anch' io frequentavo a Lourdes, il procuratore imperiale non faceva misteri sull' interrogatorio che aveva fatto subire a Bernardetta. Né riportava con compiacenza le domande e risposte e sembrava divertito della sua personale sconfitta. E vero e doveroso aggiungere che all' epoca di cui parliamo, l' autorità non aveva preso ancora posizione contro le apparizioni considerate dal punto di vista dottrinale.

 

2. Bernardetta dal commissario di polizia. L' ufficiale che sovrintendeva la polizia a Lourdes, all' epoca delle apparizioni, era il signor Jacomet, concittadino, d' una quarantina di anni. Questo funzionario aveva un aspetto franco, aperto, buono, che immediatamente lo rendeva simpatico. Inoltre era intelligente e colto, ciò che aggiungeva una certa aria di distinzione alle sue doti fisiche. A Lourdes, grandi e piccoli stringevano la mano al signor Jacomet e l' odiosità del suo ufficio non diminuiva per nulla la popolarità della sua persona. Come commissario nessuno più di lui era capace di scovare un farabutto e indurlo alla confessione delle sue colpe. Percorse i gradi della sua carriera nelle principali città di Francia e di passo in passo giunse ai più alti gradi dell' amministrazione che serviva. Mori a Parigi, relativamente giovane e ancora nell' esercizio delle sue funzioni. Iniziando la sua azione contro la Grotta il signor Jacomet non pensava di immischiarsi in un affare neI quale era in gioco un intervento celestiale. Come il procuratore imperiale, anche egli supponeva che la fede nelle apparizioni fosse una di quelle forme di superstizione alle quali si lasciano troppo spesso trascinare le popolazioni ignoranti. Contava sul suo prestigio e sulle risorse del suo spirito per calmare gli entusiasmi del proselitismo e impedire a Bernardetta di continuare la parte di veggente. Il pomeriggio della domenica del 21 febbraio senza minimamente preoccuparsi dell' insuccesso del signor Dutour nella mattinata, Jacomet si portò sulla piazza dei portici, dove pensava di trovare Bernardetta, quando usciva dai vespri. L' ufficiale giudiziario Callet fece conoscere al suo superiore la veggente che camminava tra la folla, a fianco di sua zia Lucilla. Il commissario, fingendo di trovarsi là come curioso, raggiunse fa fanciulla e con l' aria di approfittare di un incontro fortuito, pregò quest' ultima di passare nel suo ufficio. La fanciulla, senza turbarsi, senza chiedere spiegazioni, seguì docilmente il commissario, mentre la zia andava a informare i genitori. Al suo passaggio qualcuno disse, per prendere in giro Bernardetta: « Diamine! ma... Bernardetta, penso che stiano per metterti in prigione ». « Oh! no - rispose la fanciulla, indirizzando verso il suo interlocutore uno sguardo tranquillo e sorridente - non ho paura e so che non ho nulla da temere ». Prima di continuare, apro una parentesi per dire che durante la mia permanenza a Lourdes abitavo nella stessa casa del commissario di polizia. Questa persona abitava al piano rialzato e io al primo piano. Devo a questa vicinanza l' occasione d' aver potuto raccogliere le informazioni che seguono. Nell' istante in cui la veggente giungeva allo studio del commissario, mia sorella, tutta affrettata, venne a darmene l' annuncio e a invitarmi a scendere. Il caso e la vista di Bernardetta mi interessavano molto poco ed è probabile che non avrei lasciato il mio posto se mia sorella, facendomi alzare dalla sedia e prendendomi per un braccio, non mi avesse, per così dire, costretto. Valendomi dei buoni rapporti che intercorrevano col mio coinquilino, entrai senza bussare nella stanza che serviva da ufficio e, facendo al signor Jacomet un cenno che gli dava a capire il motivo della visita, andai a sedermi vicino a una parete della sala. Nel punto dove mi ero posto, potevo esaminare perfettamente i lineamenti della veggente e ascoltare ciò che diceva. La fanciulla che avevo davanti a me e che vedevo per la prima volta sembrava avere dieci o undici anni, in realtà ne aveva quattordici. La sua persona era rotondetta, dal suo sguardo traspariva una grande dolcezza e una grande semplicità; il timbro di voce, sebbene un po' forte, era simpatico. Non m' accorsi della sua asma. Con un atteggiamento naturalissimo, teneva le mani incrociate sulle ginocchia e la testa leggermente inclinata sul petto. Era coperta con un cappotto bianco e gli altri vestiti, senza essere lussuosi, erano appropriati e in buono stato. Separava la veggente dal commissario un tavolo sormontato da un leggio. Quando entrai, il signor Jacomet terminava di fare i preparativi nel suo ufficio e collocava davanti a sé un foglio di carta bianca e una matita. Si volse in seguito verso la fanciulla e con l' aria più insidiosamente benevola le disse: « Tu hai, senza dubbio, già compreso per quale scopo ti ho chiamata presso di me. Mi hanno parlato con tale entusiasmo delle belle cose che hai visto a Massabielle, che a mia volta, come tutti del resto, sono stato preso dal desiderio di sapere di che cosa si tratta. Hai forse qualche difficoltà a raccontarci, al signor Estrade e a me, come hai fatto a incontrare la Signora della Grotta? - No, signore. - Tu ti chiami, se non sbaglio, Bernardetta?... - Sì, signore, Bernardetta. - Bene, ma qual è il tuo cognome? La fanciulla parve cercare qualcosa, poi, come uno che abbia trovato ciò che cercava: - Io mi chiamo Bernardetta Soubirous. - Quanti anni hai? - Ho quattordici anni. - Non ti sbagli forse? - aggiunse il commissario, sorridendo e come per chiederle se non esagerava. - No, signore, non mi sbaglio; ho quattordici anni compiuti. - Che cosa fai a casa? - Nulla di importante, signore: da quando sono tornata da Bartrès, vado a scuola per imparare il catechismo, dopo le ore di scuola sorveglio i miei fratellini e le mie sorelline che sono più piccoli di me. - Tu hai dimorato a Bartrès? E là che facevi? - Ho passato qualche mese presso la mia balia, che mi faceva sorvegliare un piccolo gregge di pecore e di agnelli». Il commissario rivolse ancora, in tono familiare, altre domande secondarie alla fanciulla; quando credette di aver acquistata la sua confidenza, le disse: « Adesso veniamo a ciò che desideriamo conoscere da te cioè la scena che ti ha così vivamente impressionata sotto la roccia di Massabielle. Non aver paura di riuscire prolissa ». Bernardetta, come se fosse stata davanti a uno dei suoi parenti, fece il racconto, pieno di incanto, della prima apparizione, come è narrato nelle pagine precedenti. Entrò in tutti i particolari riferentisi all' età, vesti, fisionomia della Signora e ciò con una tale spontaneità e persuasione che la sua sincerità non poteva essere messa in dubbio. Mentre parlava, il commissario faceva correre rapidamente la matita sul foglio bianco. Alzò quindi la testa: « Ciò che tu ci racconti, è effettivamente interessantissimo, ma alla fin fine, chi è questa Signora della quale ti sei così entusiasmata? La conosci? - Non la conosco - rispose la fanciulla con una semplicità commovente. - Hai affermato che è bella. Come chi? - Oh! signore, ma è più bella di tutte le donne che ho incontrate fino adesso. - Non più bella però della signora N... o della signora N... - E qui il commissario citava le signore della borgata meglio dotate in rapporto alla bellezza. - Ma non sta il confronto. - Questa Signora si muove, parla o resta immobile al suo posto come una statua di chiesa? - Oh! si muove, sorride e parla come noi; fra le altre cose, mi ha chiesto se volevo avere la bontà di tornare per quindici giorni alla Grotta. - E tu che hai risposto? - Le ho promesso che sarei ritornata. - Che cosa dicono i tuoi genitori delle cose che ci hai narrate? - All' inizio dicevano che si trattava di illusioni...». Afferrando la parola a volo, il commissario l' interruppe; «Sì, figlia mia, i tuoi genitori hanno ragione e le cose, che tu credi di vedere e sentire, non esistono che nella tua fantasia. - Altri me lo hanno detto, ma sono sicura di non sbagliarmi. -Ascoltami: se la Signora della roccia fosse una persona come tutte le altre, tutti potrebbero vederla e ascoltarla. Ora, come si spiega che ciò non avviene? - Signore, io non posso spiegarvi queste cose; ciò che posso affermare è che la Signora è reale e viva. - Dal momento che tu lo ritieni, io non ho motivo per impedirti di credere all' esistenza della tua Signora. Tuttavia, siccome non è impossibile che il prefetto o qualche altra autorità mi chieda un rapporto su ciò, vediamo se ho ben compreso i ragguagli che mi hai dato». Qui il commissario prese il foglio e cominciò una guerra di trabocchetti. Si sforzava di far cadere la veggente nella contraddizione. « Hai detto che la Signora ha dai 19 ai 21 anni?... - No, ho detto dai sedici ai diciassette. - Che è coperta da una veste azzurra e una cintura bianca. - E il contrario, signore; bisogna scrivere: una veste bianca e una fascia azzurra. - Che i suoi capelli cadono all' indietro.. - Avete capito male; è il velo che cade all' indietro ». Bernardetta correggeva così, senza insolenza, ma anche senza timidità, tutte le varianti che il commissario appositamente aveva inserito nel suo racconto. Il signor Jacomet, comprendendo che non aveva niente da guadagnare sul terreno dove si era posto, cambiò tattica. Divenendo serio e con tono un po' ironico, disse alla fanciulla: « Mia cara Bernardetta, ho voluto lasciarti andare fino al termine del tuo racconto; ma devo dirti che conoscevo già la storia delle tue pretese visioni; questa storia è pura invenzione, e io so chi te l' ha insegnata...». Il commissario fece una pausa e guardò fissamente la veggente. La giovinetta alzò degli occhi pieni di sorpresa sull' uomo che le stava davanti e rispose: «Signore, non vi capisco. - Voglio essere più chiaro: non c' è forse qualcuno che ti ha consigliato segretamente di dire che la Vergine ti appare a Massabielle e che dicendo questo, non solo tu saresti ritenuta come una santa, ma ancora che la Vergine te ne sarebbe grata? Rifletti bene, prima di rispondere, perché in proposito ne so molto più di quanto tu pensi. - Nessuno, signore, mi ha consigliato queste cose di cui mi parlate. - So bene come regolarmi, ma non voglio far scalpore, né attaccare briga. Non ti chiedo confessioni, ma esigo da te una semplice promessa. Mi dai la tua parola che non tornerai alla Grotta? - Signore, io ho promesso alla Signora di tornarvi. - Ah! si! - esclamò il commissario balzando in piedi e fingendo di andare in collera; - tu pensi dunque che noi saremo sempre disposti ad ascoltare le tue panzane e a cedere alle tue testardaggini? Se non ti impegni subito a non tornare più alla Grotta, mando a chiamare le guardie e ti faccio mettere in prigione». Bernardetta restò impassibile. A questo punto lasciai il mio posto e mi avvicinai alla veggente: «Ragazza mia, non ostinarti; acconsenti a ciò che ti chiede il Signor Jacomet; altrimenti, non sai ciò che ti aspetta». Bernardetta capi che non avevo il diritto di intervenire nel dibattito; non rispose. Proprio allora la porta del commissariato si apri e un uomo del popolo introdusse timidamente la testa. « Che cosa volete? - chiese il commissario. - Sono il padre di questa fanciulla - rispose l' operaio accennando a Bernardetta con la mano. - Ah! siete voi, papà Soubirous; avete fatto bene a venire, perché stavo per mandarvi a chiamare. Voi sapete bene la parte che recita vostra figlia da qualche tempo: ammaestrata senza dubbio da qualche comare della borgata, fa l' ispirata e si abbandona a scimmiottature che fanno girare la testa agli imbecilli. Occorre che questa commedia finisca, perché rappresenta un serio pericolo per la tranquillità della popolazione di questa cittadina. Vi avverto che se non avete abbastanza autorità per trattenere la figlia a casa vostra, ne avrò io abbastanza per trattenerla altrove - Oh! signor commissario, lasciatemi parlare con tutta franchezza: da parte mia non ho il minimo dubbio circa la verità delle cose che la fanciulla racconta; ora bisogna vedere se veramente si inganna. Ecco, questa è la nostra grande difficoltà... Vi confesso che io e mia moglie siamo molto stanchi dei fastidi che dobbiamo sopportare. Da tre o quattro giorni la nostra casa non si svuota di curiosi e noi non sappiamo come fare per mandarli via. Sono felice di poter servirmi dei vostri ordini per chiudere la mia porta al pubblico. Quanto a Bernardetta staremo attenti, affinché non vada più a Massabielle ». Il commissario si congratulò col padre Soubirous per le sue buone disposizioni e lo congedò con la figlia. Rimasto solo con Jacomet, ruppi il silenzio: « Sapete che il racconto di questa ragazza è straordinario? - Non può essere suo - rispose il commissario; - è troppo limato. - Non sono del vostro parere; questa fanciulla è stata affascinata, e la scena che ha vista o crede di aver vista, è ancora sotto i suoi occhi; descrivendola, racconta ciò che ha visto. - Niente affatto; ella recita. - Ma crede che una povera contadinella sappia recitare in questa maniera e con simili accenti? E impossibile. - Mio caro amico, voi non siete della polizia. - E a che scopo questa storia? - L' avvenire ce lo mostrerà». In conclusione, il commissario supponeva nel caso di Bernardetta un imbroglio di falsa devota; da parte mia non vedevo che le seduzioni ingannatrici di una splendida allucinazione. Per l' uno come per l' altro, il soprannaturale era fuori discussione. Forse che era permesso pensarlo nel secolo dell' illuminismo?.

 

XIV - LUNEDÌ 22 FEBBRAIO LA VERGINE NON APPARE ALLA GROTTA.

Nonostante le assicurazioni date dal padre Soubirous sulla buona fede della figlia, il commissario di polizia non poteva persuadersi che Bernardetta si trovasse sola nell’affare della Grotta. Appena l' interrogatorio della domenica fu terminato, incaricò i suoi agenti come anche le guardie della località di sorvegliare dove andava e donde veniva la veggente e particolarmente le relazioni che poteva avere al di fuori della sua famiglia. Il giorno dopo, lunedì 22 febbraio, il padre e la madre Soubirous ordinarono alla figlia di portarsi alla scuola, con la raccomandazione di non deviare né a destra, né a sinistra. Senza dimostrare alcun malcontento, Bernardetta mise il suo libro nel piccolo paniere e si diresse verso l' istituto. Ritornò a casa un po' prima di mezzogiorno, prese la modesta refezione e ripartì subito dopo per la scuola pomeridiana. Giunta al punto del pendio che conduce dal ponte dei Ruscelli all' istituto, fu improvvisamente fermata. «Una barriera invisibile - ha detto la fanciulla - mi impediva di proseguire». A diverse riprese cercò di avanzare, ma la resistenza era sempre la stessa ed essa non si sentiva libera che per tornare indietro. Turbata e spaventata, pensava di tornare a casa, quando un piccolo rimprovero s' alzò dal fondo della coscienza. Una voce interiore le chiedeva se era in regola con gli impegni da essa presi alla Grotta. La veggente comprese, il suo cuore si commosse e, senza più esitare, ridiscese il pendio. Al tempo di cui riproduco i ricordi, la caserma dei carabinieri era nell' ultima casa a sinistra della via che si trova all' uscita della borgata sulla strada di Tarbes. La casa in questione non era lontana che qualche passo dal luogo dove si era fermata Bernardetta. I carabinieri, dalla loro finestra, notarono le esitazioni della fanciulla a proseguire la sua strada; la loro curiosità fu molto più interessata per il fatto che essi non potevano spiegarsi lo scalpitio della fanciulla davanti all' ostacolo invisibile; quando videro la veggente fare dietro-front e ritornare sui suoi passi capirono il suo pensiero e si affrettarono a seguirla. Bernardetta, ridiscesa al ponte dei Ruscelli, invece di prendere la strada attraverso la borgata, si inoltrò nel quartiere di Lapaca e andò a prendere, per portarsi a Massabielle, un sentiero che costeggia la rocca. Le guardie l' attesero vicino al mulino dove era nata e le chiesero in tono imperioso dove era diretta. «Vado alla Grotta », rispose freddamente la fanciulla senza rallentare il passo e senza volgere il capo. I gendarmi non chiesero altro; si limitarono a seguirla. Mia sorella, che per caso era capitata là, mentre passeggiava quel giorno con alcune sue amiche, racconta essa stessa gli incidenti della visita alla Grotta capitati a Bernardetta il pomeriggio del 22 febbraio. La relazione di mia sorella è stata scritta già da parecchi anni. «...Dopo che fummo uscite dal borgo, le mie compagne e io scorgemmo un numero rilevante di persone riunite al punto dove la strada del castello si congiunge col sentiero del bosco. Tutte avevano lo sguardo rivolto verso il basso, a valle, e subito un grido di gioia partì dal gruppo: - E lei!... arriva! Domandammo chi aspettavano e ci risposero: Bernardetta. La piccola fanciulla avanzava infatti sul sentiero, a fianco vi erano le guardie e la seguivano una frotta di bambini. Vidi allora per la prima volta l' incantevole figura della piccola privilegiata di Maria. Camminava calma, serena, modesta fra le due guardie. Passò davanti a noi così tranquilla come fosse stata sola. Le mie compagne e io arrivammo alla Grotta dopo parecchie altre che noi seguivamo un po' da lontano. Bernardetta era in ginocchio, le guardie in piedi a poca distanza. Esse non disturbarono la fanciulla durante la preghiera che fu lunga. Quando s' alzò, interrogarono la piccola, che confessò di non aver visto niente. La folla se ne andò e con essa disparve Bernardetta. Mentre camminavamo verso il borgo, apprendemmo che la veggente era entrata al mulino Savy. Desiderosi di vederla da vicino, andammo a raggiungerla. Era seduta su una panca, e al suo fianco v' era una donna. Ignoravo che fosse sua madre, ma non tardai molto a capirlo. Questa donna sudava a grosse gocce; era pallida e di tanto in tanto gettava uno sguardo ansioso su Bernardetta. Le chiesi se conosceva la fanciulla. - Eh! signorina, sono la sua sfortunata mamma! - Come sfortunata? Perché dite questo? - Se voi sapeste, signorina, ciò che soffriamo! Alcuni si beffano di noi, altri dicono che nostra figlia è pazza. Ve ne sono anche di quelli che dicono che riceviamo denaro e che si sta per citarci in tribunale. - Oh! mia povera donna, avrete un bel da fare se vi preoccupate di ciò che dice la gente. Piuttosto che cosa pensate e che dite di vostra figlia? - Vi assicuro, signorina, che la mia figliuola non è bugiarda e che la ritengo incapace di ingannare. Dicono che è matta; ha la tosse asmatica, è vero, ma oltre a questo non ha altro malanno; mangia e agisce come al solito e quando le domando se sta poco bene, mi risponde di no. Noi le avevamo proibito di tornare alla Grotta; sono sicura che in ogni altra cosa ci avrebbe ubbidito, ma in questa vedete come ci si sottrae. Mi diceva - un momento fa - che una barriera nascosta le aveva intercettato il cammino della scuola e che una forza irresistibile l' aveva trascinata, suo malgrado, a Massabielle...». I sapientoni di Lourdes, apprendendo che la Signora non era apparsa in quel giorno alla Grotta, non mancarono di farne motteggi. « Ella ha paura delle guardie - dicevano - ed è probabile che, se Jacomet se ne interessa, troverà prudente di sloggiare dalla roccia e cambiare dimora ». Anch' io ero fra gli schernitori; non sospettavo neppure lontanamente di essere alla vigilia di lasciarli.

 

XV - SETTIMA APPARIZIONE (Martedì 23 febbraio).

Durante la conversazione al mulino Savy, le amiche di mia sorella, deluse di non aver potuto vedere Bernardetta in estasi, avevano chiesto alla madre della veggente come intendeva agire circa la promessa delle visite fatte dalla figlia alla Signora misteriosa. La madre, con le lacrime agli occhi, abbassando la voce per non essere intesa da Bernardetta, aveva risposto: «Dopo quello che ha sofferto oggi, non oso più mettervi ostacolo ». Era appunto questo che le richiedenti desideravano conoscere, e subito stabilirono di ritornare alla Grotta il giorno dopo, all' ora in cui vi andava solitamente Bernardetta. Mia sorella, nei giorni precedenti, mi aveva pregato a più riprese d' andare con lei ad assistere a una delle estasi della veggente. Le avevo sempre risposto che su questo non la pensavamo ugualmente e che per mio conto non sentivo alcun bisogno di prestarmi a diventare ridicolo. Il lunedì 22 febbraio, durante la cena, senza far parola circa la passeggiata stabilita con le amiche, tornò alla carica indirettamente, facendomi capire che desiderava tanto d' andare a Massabielle, ma che ne era impedita dal decoro e dalla buona educazione perché le ripugnava mostrarsi sola sul sentiero del bosco. Finsi di non capire. Nella medesima sera, come mi accadeva spesso, andai a fare una visita al sacerdote Don Peyramale, curato della parrocchia. In quel momento a Lourdes non si faceva che parlare delle apparizioni e naturalmente la conversazione che si era avviata fra noi due andò a cadere sul medesimo argomento. Prima di lasciare la casa parrocchiale e senza dubitare che le mie parole potessero essere prese sul serio, comunicai al parroco le insistenze che mi venivano fatte dalla sorella per trascinarmi con lei alla Grotta. «Non vedo il gran male che ci sarebbe ad accontentarla - rispose freddamente il buon padre - e, se fossi al vostro posto, l' avrei già fatto questo passo. Come voi, credo che non si tratti d' altro che di una bagatella da fanciulli, nella diceria che gira, ma, a conti fatti, non vedo come si possa compromettere la propria dignità, andando a rendersi personalmente conto di un avvenimento che si verifica in pieno giorno e del quale tutti parlano ». Di ritorno a casa, annunciai a mia sorella che acconsentivo alla sua richiesta e che il giorno dopo sarei stato la sua guida sulla strada di Massabielle. infatti il giorno dopo, quando partii, avevo a fianco non solo mia sorella ma anche le sue amiche, cioè tutte quelle con le quali era andata alla Grotta in passeggiata il giorno prima. Confesso che ero un po' confuso di dover attraversare il borgo in mezzo a un seguito così devoto. Strada facendo torturavo le mie compagne di viaggio con molte sciocchezze e villanie. «Avete portato gli occhiali? - Vi siete munite di acqua santa? - Qualcuna di voi ha almeno una candela?». Verso le sei del mattino, all' alba, arrivai alla testa del mio gruppo di signore e, ostentando un' aria di superba indifferenza, feci per la prima volta il mio ingresso sotto la Grotta di Massabielle. La veggente non era ancora arrivata, ma vi si trovavano già da centocinquanta a duecento persone. Molte donne del popolo pregavano in ginocchio e feci fatica a trattenermi dalle risa, vedendo la fede semplice di quelle buone cristiane. Alcuni signori di Lourdes, tre o quattro, venuti come me per compiacenza o per curiosità, si fermavano sul terreno davanti agli scavi. Per il mio amor proprio allarmato fui contento di incontrarveli. Dopo qualche istante d' attesa, si alzò dalla folla un confuso clamore: tutti dicevano che veniva la veggente. Si apersero le file e tosto apparve Bernardetta. Noi uomini, aiutandoci coi gomiti, andammo a metterci a fianco della fanciulla. Da quel momento la veggente non aveva che da comportarsi bene, perché noi avevamo gli occhi fissi su di lei. Bernardetta si mise in ginocchio, trasse il rosario dalla tasca e salutò profondamente. Tutti i suoi movimenti furono eseguiti senza soggezione, senza affettazione e assolutamente nella stessa forma e con la stessa naturalezza che avrebbe usata la fanciulla se si fosse presentata alla chiesa parrocchiale per attendervi alle devozioni solite. Mentre faceva scorrere tra le dita i primi grani del suo rosario, alzò sulla roccia uno sguardo interrogativo, esprimendo i desideri spasmodici dell' attesa. Tutto a un tratto, come se un lampo l' avesse colpita, ebbe un sobbalzo di gioia e parve nascere a una seconda vita. I suoi occhi si illuminarono e divennero sfavillanti; sorrisi serafici apparvero sulle sue labbra; una grazia indefinibile si sparse su tutta la sua persona. Stretta nella prigione del corpo, l' anima della veggente sembrava fare sforzi per mostrarsi all' esterno e manifestare la sua felicità. Bernardetta non era più Bernardetta!..., era uno degli esseri privilegiati che l' apostolo delle grandi visioni ci rappresenta in estasi davanti al trono dell' Agnello. Spontaneamente, senza calcolo, con un movimento macchinale, noi, uomini che eravamo là, ci togliemmo il cappello e ci inchinammo come le più umili donne. L' ora dei ragionamenti era passata e come tutti quelli che assistevano a questa scena di cielo, portavamo gli sguardi dall' estatica alla roccia e dalla roccia all' estatica. Non vedevamo nulla, non udivamo nulla - si capisce - ma ciò che potevamo vedere, comprendere, affermare, toccare era questo: che un colloquio si era avviato tra la Signora misteriosa e la fanciulla che avevamo sotto gli occhi. Dopo i primi trasporti di gioia dovuti all' arrivo della Signora, la veggente si mise effettivamente nell' atteggiamento di chi ascolta. I suoi gesti, la sua fisionomia, riprodussero subito dopo tutte le fasi di una conversazione. A volte sorridente, a volte seria, Bernardetta approvava con la testa o sembrava ella stessa interrogare. Quando la Signora parlava, ella fremeva di gioia; quando, al contrario, ella le faceva giungere le sue suppliche, Bernardetta si umiliava e si commuoveva fino alle lacrime. In certi momenti, si poteva notare che il colloquio era sospeso; allora la fanciulla continuava a sgranare il rosario con gli occhi fissi all' ogiva: si sarebbe detto che temeva, abbassando le pupille, di perdere di vista l' oggetto incantevole della sua estasi. Solitamente la veggente terminava le sue preghiere con gesti di saluto, rivolti alla Signora nascosta. Sono vissuto nel mondo, troppo forse! e ho incontrato modelli di grazia e di distinzione. Non ho mai visto nessuno salutare con la distinzione che vi metteva Bernardetta. Durante l' estasi, la fanciulla faceva a intervalli il segno della croce. Orbene - ho detto in quel giorno sulla strada della Grotta - se in cielo si tracciano segni di croce, non possono essere fatti che a questo modo. L' estasi durò circa un' ora; verso la fine la veggente, camminando sulle sue ginocchia, si portò dal posto dove pregava, fino al disopra del rosaio selvatico che sporgeva dalla Grotta. Là si raccolse, come per un atto di adorazione, baciò la terra e tornò, sempre camminando sulle ginocchia, al posto che aveva poco prima lasciato. La sua figura si illuminò di un ultimo splendore, poi gradatamente, senza scosse, quasi in modo impercettibile, il rapimento perse il suo splendore, si affievolì, scomparve. La veggente continuò a pregare per qualche istante; ma da questo momento non avevamo più davanti a noi se non la figura amabile ma campagnola della piccola figlia dei Soubirous. Infine Bernardetta si alzò, si avvicinò a sua madre e si perse tra la folla. Dopo la scena che ho descritta, mi ritrovai come un uomo che si sveglia da un sogno, e mi allontanai dalla Grotta, senza ricordarmi che fasciavo dietro a me le signore, di cui mi ero fatto guida. Non potevo riavermi dall' emozione, mentre un mondo di pensieri mi si agitava nell' anima. La Signora della Grotta aveva avuto un bel nascondersi; ne avevo sentito ugualmente la presenza ed ero convinto che il Suo sguardo materno si era posato sulla mia testa. Oh solenne ora, indimenticabile momento della mia vita! Mi entusiasmavo fino al delirio, pensando che io, che fino allora avevo sogghignato, con aria di presunzione, ero stato ammesso a occupare un posto vicino alla Regina del cielo. Quarant' anni sono trascorsi e, con la testa prostrata nella polvere, mi chiedo ancora, o Vergine Immacolata, a quale mistero del vostro cuore avete ubbidito, chiamandomi a Voi. Che avevo fatto per meritarmi questo onore incomparabile? E che cosa ho fatto più tardi per ringraziare la vostra tenerezza sublime? O Madre! Come vedete, i miei capelli sono diventati bianchi e io mi trovo vicino alla tomba. Non ho il coraggio di fermare lo sguardo sui miei peccati e più che mai sento il bisogno di rifugiarmi sotto il manto della vostra misericordia. Quando, nell' ora suprema, comparirò davanti al vostro augusto Figlio, degnatevi di farvi la mia protettrice e di ricordarvi che nei giorni benedetti delle vostre apparizioni mi avete visto inginocchiato, a glorificare il vostro nome e a implorare le vostre benedizioni sotto le volte sacre della vostra Grotta di Massabielle. Interrogata su ciò che la Signora le aveva detto nel corso della settima apparizione, Bernardetta rispondeva che aveva ricevuto tre segreti, ma che questi segreti riguardavano soltanto lei. La veggente aggiungeva che le confidenze che le erano state fatte non potevano essere comunicate a nessuno, neppure al suo confessore. Delle persone indiscrete hanno cercato molto spesso con insinuazioni, o stratagemmi, o promesse di strappare alla fanciulla le rivelazioni della Vergine. Tutti i tentativi sono falliti e Bernardetta ha portato con sé i segreti nella tomba.

 

XVI - OTTAVA APPARIZIONE (Mercoledì 24 febbraio).

Nelle mie idee si era operata una rivoluzione. Dal commissario di polizia, Bernardetta mi aveva meravigliato; alla Grotta mi aveva conquistato. Non si trattava più di una figura immaginaria che scorgevo nel suo spirito; era invece la celeste figura della Vergine che mi appariva abbagliante nello sguardo della fanciulla. Quando all' inizio deridevo gli avvenimenti di Massabielle, altrettanto dopo la mia prima visita credetti mio dovere occuparmene con attenzione e rispetto. Se non avessi ascoltato che la mia inclinazione, mi sarei portato tutte le mattine sul luogo delle apparizioni; sfortunatamente non potevo disporre del mio tempo e le esigenze del mio ufficio mi obbligavano molto spesso a portarmi fuori di Lourdes. Il giorno 24 febbraio fu dedicato a una di queste visite ufficiali che mi erano imposte dal dovere professionale. Ritornando, la sera, mia sorella mi fece conoscere i particolari che avevano contraddistinto l' estasi del mattino. All' inizio aveva notato che dei forestieri cominciavano ad apparire alla Grotta e che le persone di Lourdes continuavano ad accorrervi più numerose e sollecite che mai. Bernardetta era arrivata alla sua solita ora e, senza far attenzione agli sguardi che si fissavano su lei, era andata a inginocchiarsi sulla pietra che si era scelta nei giorni precedenti. Questo posto, all' arrivo della veggente, era sempre lasciato libero dalla folla. Fin qui, le comunicazioni della Signora a Bernardetta non sembravano rivestire che un carattere privato. Il pensiero dell' augusta Sovrana andava più lontano e doveva uscire dal quadro intimo dove si era momentaneamente fermato. Bernardetta era senza dubbio la fanciulla privilegiata; non era però solo per lei ma per il mondo intero che la divina Madre veniva ad aprire a Lourdes i tesori della sua misericordia. Abbracciando in un unico e medesimo amplesso tutti i suoi figli che si trovavano sulla terra, portava ai giusti i suoi incoraggiamenti e sorrisi, ai poveri peccatori le ispirazioni segrete che riconducono alle primitive altezze. Nel mattino dell' ottava apparizione, era verso questi ultimi che rivolgeva la sua materna sollecitudine. Continuando la sua narrazione mia sorella mi disse che, nel momento in cui Bernardetta era rapita in estasi, una nube di tristezza era venuta a posarsi sulla sua figura fino allora radiosa. La veggente si era messa ad ascoltare a lato della roccia; poi, come chi apprende una notizia dolorosa, aveva lasciato cadere le braccia e abbondanti lacrime avevano bagnato le sue guance. Con un atteggiamento di grande umiltà aveva percorso in ginocchio il pendio che sta davanti all' ogiva, baciando a ogni passo la terra. Arrivata sotto il rosaio selvatico aveva rinnovato le sue prostrazioni, poi aveva levato la testa verso l' apertura ogivale come per prendervi una misteriosa parola d' ordine. L' estatica si era in seguito rivolta dalla parte degli spettatori e, come hanno detto più tardi, col viso in pianto e coi singhiozzi nella voce, aveva ripetuto in tre diverse riprese: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!». Troppo lontana da Bernardetta, mia sorella non udì queste ultime parole. Ciò che è certo, è che la fanciulla le intese uscire dalle labbra della Signora. Ritornata al suo posto, Bernardetta era di nuovo rapita in estasi. Mentre intorno a essa regnava un silenzio solenne, un fatto tanto inaspettato quanto grottesco venne a disturbare il raccoglimento degli spettatori. Il maresciallo di Lourdes, seguito da un ufficiale subalterno, si era presentato improvvisamente alla Grotta, gridando con prepotenza: «Largo, largo! ». Dopo essere passato in mezzo alla folla, era andato a mettersi a fianco della fanciulla e le aveva detto: «Ebbene! che fai qui, piccola commediante? ». Bernardetta non battè palpebra; - doveva occuparsi in quel momento ben d' altri che d' un volgare gendarme! - e, tutta rapita nella visione, aveva continuato a pregare e a raccogliersi in se stessa. Indispettito dalla noncuranza che aveva per lui la veggente, rivoltosi alla folla e prendendo un posa teatrale, esclamava: « E dire che simili sciocchezze avvengono nel diciannovesimo secolo!...». Sbalorditi per un istante dalla subitaneità di questa ridicola invettiva gli spettatori non avevano dapprima protestato. Quando si accorsero che il graduato intendeva continuare la sua arringa, molti operai si alzarono e fecero intendere la loro disapprovazione, accompagnata da minacce. Il bravo maresciallo prese subito l' aria rassegnata di un uomo incompreso e ricordandosi che certe ritirate onorano, prudentemente finì di fare il buffone.

 

XVII NONA APPARIZIONE (Giovedì 25 febbraio).

 

SCOPERTA DELLA SORGENTE MIRACOLOSA. Iniziando questo capitolo, non posso sottrarmi dal far osservare come l' uomo è volubile e come bastino poche cose per sconvolgere il suo giudizio. Si entusiasma e si raffredda facilmente, spesso senza attendere che la mano che lo guida gli abbia mostrato la via. Da questa fretta intempestiva sorgono le illogicità e contraddizioni che sembrano essere la scoperta della sua vita passeggera. Finora abbiamo visto la folla mostrarsi entusiasta sotto la roccia di Massabielle; oggi la vedremo avvilita e quasi disposta a rinnegare ciò che aveva glorificato e benedetto. Era giunto il momento nel quale la Signora invisibile stava per suscitare alla Grotta il primo segno della sua potenza. Il miracolo avvenne, ma gli spettatori non lo compresero; fu anzi per la maggior parte di essi un motivo di delusione e di scandalo. Quanto a me che assistevo alla scena misteriosa che sto per descrivere, avvertii una penosa eclissi prodursi nella mia fede e ritornai da Massabielle completamente sconcertato. Fin dalla mia prima visita alla Grotta, avevo osservato il posto preciso dove si metteva la veggente per recitare la sue preghiere. Il mattino del 25 febbraio feci degli sforzi per avvicinarmi; vi giunsi e, anche questa volta, potei seguire tutti i movimenti della giovane in estasi, senza perderne uno solo. Ella era là sotto i miei occhi, nella sua posa angelica, quando, dopo qualche istante di riflessione, si alzò per avanzare verso la Grotta. Nel passare, ella scostò i rami del rosaio selvatico e andò a baciare la terra sotto la roccia, oltre il cespuglio. Discese in seguito il pendio, ed essendosi raccolta in se stessa, entrò di nuovo in estasi. Al termine di due o tre decine di rosario, la veggente s' alzò di nuovo, si mostrò incerta; tutta esitante si volse verso il Gave, e fece due o tre passi in avanti. A un tratto si fermò bruscamente, guardò indietro, come chi si sente chiamare e ascoltò delle parole che sembravano giungere dal lato della roccia. Fece un segno affermativo, si rimise in cammino non più verso il Gave, ma verso la Grotta dalla parte sinistra degli scavi. A tre quarti del pendio si fermò e volse all' intorno uno sguardo pieno di smarrimento. Alzò la testa, come per interrogare la Signora; poi, risolutamente, si curvò e si mise a scavare la terra. La piccola cavità che aveva appena scavata, si riempì d' acqua; dopo aver atteso un momento, vi bevve e si lavò i volto; prese poi un po' d' erba che spuntava sul suolo e la portò alla bocca. Tutti gli spettatori seguivano questa strana scena con un sentimento penoso e una specie di stupore. Quando la fanciulla si alzò per tornare al suo posto, aveva ancora il volto bagnato di acqua fangosa. A questa vista un grido di pietà uscì da tutte le bocche: «Bernardetta non è più lei! La povera fanciulla diventa pazza!». Bernardetta ritornò al suo posto senza dar segno d' impressionarsi, né di rendersi ragione dell' esclamazione che risuonava alle sue orecchie. Dopo che si fu asciugato il volto, più felice che mai, col sorriso degli angeli sulle labbra, si rimise a contemplare la celeste visione. L' ora dell' ammirazione era passata; il prestigio era svanito e non si guardava ormai più la piccola veggente che per compassionarla e compiangerla. I liberi pensatori avevano già pronosticato che la pazzia sarebbe stata il termine fatale al quale doveva giungere la giovane visionaria. Per un momento si credette a Lourdes che il funesto presagio stesse per compiersi. Mentre la folla si staccava dalla Grotta, Bernardetta continuò, tranquilla e raccolta, a gustare le dolcezze della preghiera, sotto lo sguardo di Colei che amava. Infine, verso le sette, ora nella quale la visione scompariva, fece il suo magnifico segno di croce e riprese il cammino verso la cittadina. La maggior parte degli spettatori, in quel giorno, si allontanò da Massabielle a occhi bassi e col cuore gonfio d' una tristezza straziante. Quanto a me, mi abbandonavo alle più amare e più scoraggianti riflessioni. Bernardetta pazza! dicevo a me stesso. Ma allora le sue estasi non sono che allucinazioni!... In sostanza queste scene che rapiscono i miei occhi e trasportano la mia anima non hanno di vero se non la mia stupidaggine e il mio accecamento!... Ma se l' intelligenza, il cuore, i sensi e tutte le potenze del nostro essere fanno coalizione, si accordano per sedurci e ingannarci, su quali basi, o mio Dio, dobbiamo fondare i nostri giudizi e le nostre certezze? Tutte le persone che, dopo l' estasi, si trovarono a fianco di Bernardetta nel tragitto dalla Grotta alla città, non tardarono a osservare che nessun sintomo allarmante si manifestava nello stato mentale della giovane veggente. La fanciulla, come abitualmente, parlava, conversava con quel modo sensato e con quell' aria piena di confidenza e familiarità che piaceva tanto in lei. Sicure che l' estatica era in pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, queste stesse persone la indussero a dare spiegazioni sulla insolita scena che si era appena verificata a Massabielle. Rivolgendosi alla giovinetta le dissero: « Ma Bernardetta, questa mattina, ti sei dimostrata molto distratta alla Grotta. Perché questi giri di andata e ritorno? perché scavare la terra? perché bere acqua che doveva ripugnarti?». «Ecco, - rispose la fanciulla con un modo semplice e del tutto naturale: - mentre ero in preghiera, la Signora mi ha detto con voce amichevole ma a un tempo grave: Andate a bere e a lavarvi alla fonte. Siccome non sapevo dove fosse questa fonte e siccome pensavo che li non ve ne fosse nessuna, mi sono diretta verso il Gave. La Signora mi ha richiamato e mi ha fatto segno col dito di portarmi sotto la Grotta a sinistra; ho ubbidito, ma non vedevo acqua. Non sapendo dove prenderne, ho scavato la terra e ne è venuta. Ho lasciato che si schiarisse un po' , poi ho bevuto e quindi mi sono lavata». « Tu hai mangiato anche dell' erba; come mai questo? ». « Non so, la Signora mi ha spinta con una ispirazione interiore ». Alcune buone cristiane dalla fede semplice e perseverante non si erano punto lasciate impressionare dai movimenti un po' strani della giovane veggente. Dopo la partenza degli spettatori, esse avevano continuato a recitare tranquillamente il loro rosario sotto la roccia, senza preoccuparsi delle impressioni di quelli che se ne erano andati. Alla fine delle loro preghiere notarono che un filo d' acqua, appena visibile, si staccava dal punto dove Bernardetta aveva scavato e si sforzava di aprirsi un passaggio verso il Gave. Scorreva timidamente di sasso in sasso e a intervalli si perdeva nella sabbia. Le buone donne non trassero alcuna deduzione da questo piccolo fatto. Nel pomeriggio del medesimo giorno, 25 febbraio, altre persone si portarono alla Grotta e furono meravigliate di veder discendere dall' alto del pendio un filo d' acqua, che non avevano mai visto. Il piccolo fiotto d' acqua ingrossava di minuto in minuto e già tracciava nel suolo un piccolo canaletto. Questi ultimi osservatori costatarono il fatto, ma non sapendo ciò che si era verificato il mattino, alla Grotta, non pensarono neanche lontanamente di riferirlo all' intervento della veggente. Il lavorio nascosto che si compiva sotto la roccia di Massabielle continuava il suo misterioso cammino e prendeva proporzioni sempre più grandi. Ben presto il piccolo filo di acqua, che qualche ora prima si infilava esitante e timoroso attraverso i sassi del terreno, aveva preso una certa consistenza e già si dirigeva con aria sicura e disinvolta verso il letto del Gave. Il giorno dopo, quando giunsero gli spettatori abituali delle estasi, poterono ammirare sotto la roccia di Massabielle l' abbondante sorgente che vi zampilla anche oggi. La notizia dell' apparizione della fonte fece impressione a Lourdes. Un gran numero di persone accorsero immediatamente alla Grotta per assicurarsi della realtà del fatto. Era precisamente là sotto i loro occhi questa benefica fonte, questa nuova Sibe, dove doveva più tardi venire a bagnarsi una moltitudine di infermi. Ancora un pò torbida, l' acqua si spandeva sul pendio del terreno. Ricordandosi quanto aveva detto e fatto Bernardetta, nessuno dubitò che non ci fosse in questa sorgente un miracolo e un dono del cielo. I paralitici, gli storpi, i ciechi, hanno detto in seguito quale ne fosse la potenza. Per il momento, Bernardetta si trovava riabilitata e la Vergine più esaltata che mai.

 

XVIII - LA SORGENTE.

Sovente ho detto, qualche volta scritto, e questo senza restrizione, che al tempo delle prime apparizioni sotto la roccia di Massabielle non v' era alcuna fonte. Presentata così questa testimonianza, d' accordo con le mie convinzioni, non lo era però con lo stato reale delle cose. A quanti sono venuti a conoscenza delle mie dichiarazioni e a me stesso devo dire come mi ero formata questa convinzione e come sono stato obbligato a lasciarla. Nelle apparizioni del 23 e del 25 febbraio, la mia prima preoccupazione, arrivando alla Grotta, era stata quella di esaminarne la disposizione e di ispezionarne i reconditi angoli. Nulla di quanto poteva darmi l' idea di una sorgente aveva attirato la mia attenzione. Un gocciolio in superficie si presentava sulla roccia esterna a sinistra; ma questo gocciolio era da attribuirsi alle acque piovane; perché appena veniva un periodo di bel tempo, evaporava senza lasciare traccia. Vicino al Gave era inoltre visibile una pozzanghera fangosa, al basso delle rocce rivolta a ovest; questa pozzanghera senza sfogo e calpestata dai visitatori della Grotta non era oggetto di attenzione; tutti supponevano che fosse originata dalle acque della corrente le cui onde talvolta giungevano fino a essa. Quando Bernardetta ricevette l' ordine di andare a bere e di lavarsi alla fonte, conosceva o supponeva che vi fosse una sorgente nella Grotta? No assolutamente. Da principio si era diretta verso il Gave; richiamata dalla Signora, era andata non già alla pozzanghera fangosa, ma sotto gli attuali scavi, a cercare la fonte e molto incerta nel ravvisarla. Dal ricollegamento di tutti questi fatti e di tutte queste circostanze, che cosa dovevano concludere i testimoni della scoperta della sorgente? Conclusero e si deve riconoscere che ciò non è senza qualche ragione - che la fonte era stata scoperta e messa alla luce nel giorno in cui la veggente aveva scavato la terra. Un certo numero di persone, e molti pastori in particolare, affermavano tuttavia che la sorgente era stata scorta e aveva emesso acqua in epoche anteriori alle apparizioni. Spiegavano le loro osservazioni facendo rimarcare che la sorgente era visibile o nascosta secondo che le acque del Gave durante le inondazioni sgombravano o colmavano di terra il posto degli attuali scavi. I primi non potevano acconsentire a questa spiegazione dei fatti. Non dubitavano della buona fede di quelli che sostenevano l' opinione contraria, ma questa buona fede la ritenevano sviata. Obiettavano allora che, anche se la sorgente fosse stata nascosta, non era possibile, data la sua importanza, ch' essa giungesse fino al Gave senza mostrarsi al basso del pendio cioè al limite scoperto dove finiscono gli sbarramenti. La divergenza d' opinione sull' inizio più o meno recente della fonte alla Grotta durava da circa una ventina d' anni, quando venne una voce autorevole a porvi fine. Il Rev. Richard, il celebre idrogeologo, ha dichiarato, dopo uno studio serio dei luoghi, che la sorgente di Massabielle, miracolosa nella sua origine e nei suoi effetti, non lo è nella sua esistenza. Ho dovuto inchinarmi davanti a questa affermazione e confesso che mi è costato non poco. Ecco del resto ciò che il sapiente sacerdote scriveva nell' aprile 1879 al Rev. P. Superiore dei Missionari di Lourdes: ... Prima dell' apparizione, il suolo della Grotta di Massabielle era abitualmente umido. Dal basso della sabbia che si innalza sensibilmente dopo l' ingresso fino al fondo della Grotta, c' era costantemente una pozza d' acqua. Il fatto è stato attestato e anche attualmente può essere certificato da un gran numero di testimoni. Ora, per spiegare l' abbondanza dell' acqua che attualmente alimenta la sorgente, sarà forse necessario ricorrere a una creazione d' acqua, come al Sinai, o a un aumento e prolungamento miracoloso del flusso della sorgente come alla Salette? Non lo crediamo: preferiamo ritenere che qui il miracolo rivesta un carattere più semplice. Sotto le umide sabbie che esistevano nella Grotta, un po' oltre la pozzanghera, vi era una sorgente non manifesta, riservata dalla Provvidenza per essere messa in luce nel momento dell' apparizione. A motivo di una ispirazione speciale e soprannaturale Bernardetta ha scoperto questa sorgente, seguendo l' espressa indicazione che gliene fece la santa Vergine, che le mostrò la direzione di questa sorgente con la mano destra dicendole: Andate a bere alla fonte. Se infatti esamino la roccia di Massabielle e la piccola montagna che si trova al di sopra, le trovo fatte per contenere naturalmente delle sorgenti, al punto che, supponendo che non si fosse mai inteso parlare né di apparizione, né di sorgente e che fossi passato sulla ferrovia che corre a qualche centinaio di metri dalla Grotta, avrei potuto dire: "Là vi è una sorgente" in modo assoluto come ho detto altre volte, in presenza di terreni che contengono sorgenti nascoste. In conclusione è dunque stata creata, quando Dio ha creato tutte le sorgenti; ma la quasi totalità del suo getto restò nascosta sotto la sabbia come un tesoro destinato a far brillare, nel tempo, le larghezze della grazia divina. Bernardetta fu lo strumento del quale Dio si servì per scoprire questa sorgente; ciò non impedisce che in questo vi sia miracolo. Il miracolo sta nella scoperta della sorgente, invece di essere, come alla Salette, nella continuità di una sorgente che doveva inaridirsi; come al Sinai il miracolo è nella creazione della sorgente che scaturisce dalla roccia. Prendendo così i fatti, quali sono, nella loro scrupolosa verità, siamo in grado di esporli e comprenderli, senza togliere a essi il carattere essenzialmente soprannaturale che li distingue» .

 

XIX - DECIMA APPÀRIZIONE (Venerdì 26 febbraio).

Ho fatto conoscere lo stato di scoraggiamento in cui mi trovavo, quando mi allontanai dalla Grotta, il giovedì 25 febbraio. Dalle cime illuminate, dalle quali credevo vedere il cielo nella mia prima visita, caddi nell' oscurità d' un abisso incoerente e ridicolo. Non potevo staccarmi dalle impressioni che avevano trasportato in alto la mia anima e d' altra parte si imponeva davanti a me il ricordo dei fatti che ne rovinavano il significato e l' incanto. Ero come un uomo che ha perso la sua strada e non sapendo più da qual parte avanzare, risolsi d' attendere che gli avvenimenti venissero a rischiarare la situazione. In seguito a questa determinazione non andai alla Grotta durante la mattinata del 26 febbraio. Le persone di Lourdes che avevano assistito all' estasi di questo giorno rientrarono nella borgata con la gioia sul volto, recando la notizia della sorgente miracolosa scaturita. Tutti sanno come la notizia fu accolta e il significato che vi si diede. I fatti del giorno antecedente trovavano la loro spiegazione; Bernardetta si era mostrata quello che doveva essere; tutti i favori si attribuirono alla Signora santa delle visioni. Quanto a me, mi sentii libero da un cruccio doloroso ed è con gioia che ritornai alle mie convinzioni di prima. Ecco pertanto i ragguagli che mi furono riferiti circa la decima apparizione. Al suo arrivo alla Grotta, Bernardetta, senza esitazione, aveva oltrepassato il posto dove abitualmente si fermava ed era andata a inginocchiarsi più in alto sul pendio, nel punto dove il giorno prima aveva scavato la terra. Non aveva manifestato alcuna meraviglia nel vedere fluire la nuova sorgente e, dopo essersi segnata, vi aveva bevuto e si era lavata. Dopo aver asciugato il suo viso con un angolo del suo grembiule, era ritornata indietro per inginocchiarsi sul sasso che le serviva da inginocchiatoio. Entrata immediatamente in comunicazione con Colei che faceva trasalire il suo spirito, si abbandonava con effusione e tenerezza alla recita del suo rosario, quando la voce amichevole, ma questa volta un po' rattristata, che veniva per lei dall' ogiva della roccia, le aveva fatto sentire queste parole: Bacerete la terra per i peccatori. Bernardetta non aveva sacrifici da chiedere al suo amor proprio; immediatamente aveva curvata la testa e aveva impresso sul terreno le labbra innocenti. Era in seguito salita sotto il rosaio e li ai piedi di Colei che le parlava, aveva rinnovato l' esprèssione umile della sua nullità. Non contenta ancora di aver personalmente risposto all' invito della Signora, aveva voluto associare tutti all' atto di riparazione. Essendosi perciò voltata verso la folla, aveva fatto cenno con la mano che bisognava inchinare la faccia fino a terra. Come se l' ordine fosse venuto direttamente dalla bocca della Signora, tutte le ginocchia si erano piegate e tutte le teste si erano posate per un istante sul suolo della Grotta. Quelle persone che non avevano potuto curvarsi fino a terra avevano deposto il loro bacio di penitenza sulla roccia.

 

XX - UNDICESIMA APPARIZIONE (Sabato 27 febbraio).

Molti di coloro che seguono questi racconti si sono già chiesti, ne sono convinto, ciò che diceva e pensava il clero di Lourdes, circa gli avvenimenti che si verificavano alla Grotta di Massabielle. Gli incidenti della giornata del 27 febbraio rispondono a questa domanda. L' uomo che si volge indietro nella sua vita non scorge che tombe seminate sul suo cammino. Ma sente spuntare le lacrime quando, in mezzo a queste tombe, rivede quella di un amico. L' antico presbiterio di Lourdes, visitato dalla morte, è rimasto per me uno dei monumenti funebri al quale non m' accosto che piangendo. Si giudichi dall' emozione profonda dalla quale non posso difendermi quando, dopo una trentina di anni, io vengo ad aprirne un poco la porta e ad esumarne i ricordi. Il venerando sacerdote che occupava il presbiterio al tempo delle apparizioni era per me, più che un amico del cuore, un padre. Lo era del resto per ciascuno dei suoi parrocchiani. Lo chiamavano tutti « Signor Parroco ». Questa denominazione non sembrava esprimere se non un semplice segno di educazione; ma nel senso inteso dagli abitanti di Lourdes, serviva a esprimere soprattutto la rispettosa affezione che essi portavano al loro buono e venerato Pastore. Questo prete, dal cuore grande, dall' intelligenza non comune, dalla virtù rara, l' ho già nominato. Gli avvenimenti della Grotta dovevano farlo conoscere anche molto lontano. Insignito qualche anno più tardi della dignità di protonotario apostolico, il parroco di Lourdes si chiamava Mons. Peyramale. Tra i tre vicari che dividevano con lui i doveri e le fatiche del ministero parrocchiale, si distingueva il Rev. Pomian, che era nel medesimo tempo e che è restato fino alla sua morte, nel 1893, direttore spirituale dell' Istituto diretto dalle Suore di Nevers. E qui che egli conobbe Bernardetta di cui fu catechista e confessore. Quanto agli altri due: il Rev. Serres è morto ancora giovane, il Rev. Pène l' ha seguito nella tomba nel 1897. Questi quattro sacerdoti formano insieme una famiglia unita, dove non solo gli ordini, ma anche i più piccoli desideri del capo erano ascoltati ed eseguiti con premura filiale. La notizia delle apparizioni fece il suo ingresso nella casa parrocchiale di Lourdes un po' come dappertutto, cioè con quel carattere vago e impreciso che ne accompagnò le prime informazioni. Il Rev. Peyramale era troppo superiore per fermarsi a quello che credeva una fantasia puerile o una leggenda da vecchierella. Quando, in un incontro occasionale, si voleva intrattenerlo intorno alle cose meravigliose che accadevano a Massabielle, alzava le spalle e proseguiva la sua strada. Giunse però il momento in cui il fatto della Grotta, prendendo proporzioni impreviste, si impose alle sue riflessioni. Tutte le mattine, di ritorno dalla Grotta, un gran numero di persone andavano a trovarlo in sacrestia, nel confessionale, in casa, per partecipargli la loro ammirazione e consultarlo sulla condotta da tenere in presenza di questi fatti meravigliosi. Il buon parroco ascoltava, interrogava qualche volta, ma non rispondeva. Chiudendosi in se stesso, si chiedeva preoccupato che cosa poteva essere questa strana attrattiva che sembrava invadere tutti quelli che si portavano alla roccia di Massabielle. I suoi parrocchiani si lasciavano forse ingannare da uno di quei fenomeni metereologici che danno luogo a leggende e vengono interpretati dall' ignoranza come segni del cielo? Non erano forse inganni di qualche prestigiatore occulto che producevano attorno alla veggente una specie di momentaneo splendore? La pretesa veggente non faceva della mimica dandosi le arie ispirate dell' estasi? Senza ricorrere a quest' ultimo espediente, la fanciulla, sia pure inconsapevolmente, non era in preda a una di quelle malattie nervose che turbano i sensi e abbelliscono a volte la fisionomia con una espressione di felicità? Tutte queste supposizioni facevano riflettere il parroco Peyramale e lo tenevano nella diffidenza. Tuttavia, dopo aver pensato alle cause naturali o a quelle artificiali che avrebbero potuto produrre l' attrattiva della Grotta, il parroco di Lourdes non si dimenticava di essere prete. Sapeva che sopra al mondo materiale ne esiste uno spirituale, al quale non siamo estranei. Sapeva anche che dall' alto discendono, in certe ore solenni, dei messaggeri di pace, incaricati da Dio di sollevare un lembo di velo che ci nasconde questo mondo invisibile. In particolare la Regina del cielo, questa gloriosa Figlia della terra che conosce i nostri bisogni e le nostre deficienze congenite, non si è incaricata più di una volta di compiere ella stessa questa missione? Non era di recente data l' apparizione della Salette? E se la Madre di Dio si era mostrata sulle Alpi, era impossibile che si mostrasse anche sui Pirenei? Una voce segreta invitava il degno pastore di Lourdes a inclinare verso quest' ultima ipotesi. Da parte sua non domandava di meglio che di ascoltare questa voce; ma era di quelle alle quali si può credere? Ritenendo per certo che un essere soprannaturale fosse apparso alla Grotta, c' era possibilità di esaminare la natura di questo essere misterioso? Rappresentava il bene? Rappresentava il male? Senza dubbio, dopo le voci che erano corse, la Signora che si mostrava alla veggente era rivestita delle caratteristiche che sembravano indicare la Sovrana del cielo; ma si poteva prestare fede a tutte queste belle apparenze? Il demonio non era capace di simili magie? In presenza di un fatto dai molteplici aspetti e il cui risultato restava ancora incognito, il Rev. Peyramale comprese che ci voleva prudenza. Continuò a conservare il silenzio nei confronti dei suoi parrocchiani e, tenendosi ugualmente lontano sia da quelli che esaltavano come da quelli che denigravano le apparizioni, lasciò alla Provvidenza di far luce sul mistero che lo preoccupava. Inoltre fece adottare la stessa linea di condotta ai suoi tre vicari. Riunitili un giorno nella sala della casa parrocchiale, disse loro: «Voi ben conoscete le voci che corrono circa le pretese apparizioni, che avrebbero luogo in una Grotta vicino al Gave. Io non so quanto vi sia di reale o fantastico nella storia che raccontano, ma ciò che importa a noi sacerdoti, in tali occasioni, è di mantenerci nel più rigoroso riserbo. Se le apparizioni sono vere e di origine celeste, Dio saprà bene chiamarci al momento giusto; se sono fantastiche o suscitate dallo spirito maligno, Dio non ha bisogno del nostro intervento per smascherarne la falsità. Sarebbe dunque intempestivo e spiacevole che qualcuno di noi si mostrasse in questo momento alla Grotta. Se le apparizioni dovessero essere riconosciute vere, non mancherà chi insinuerà che la nostra partecipazione ha avuto il suo peso in questa decisione. Se saranno respinte come infondate, rideranno di quella che potrebbero chiamare la nostra sconfitta. Perciò, confratelli carissimi, niente visite alla Grotta o parole inconsiderate; sono in gioco, oltre la nostra dignità, gli interessi della religione; sappiamo mantenerci all' altezza che da noi esigono le circostanze». I coadiutori erano troppo intelligenti per non comprendere l' esattezza delle riflessioni del loro saggio parroco; erano troppo penetrati dall' idea del dovere per tentare di sottrarsi alla linea di condotta, che era stata loro tracciata. I giornali degli increduli hanno avuto il coraggio meschino di mettere in ridicolo le apparizioni della Grotta, ma non hanno mai osato insinuare che il clero di Lourdes si fosse abbandonato a degli entusiasmi o a delle connivenze tali da far supporre che avesse spinto il popolo a gridare al miracolo. Mentre il parroco Peyramale e i suoi cappellani mantenevano il più rigoroso riserbo, Bernardetta, secondo la promessa data, continuava le sue visite della quindicina alla Signora della roccia. Le tenerezze della fanciulla per la sua Madre divina andavano crescendo sempre di più e si notava che le estasi, senza cessare di essere molto splendide, prendevano un carattere sempre più intimo. Il mattino del 27 febbraio, le contemplazioni e le gioie dell' estasi si prolungarono un po' più del solito. Al termine, la Signora, secondo le parole della veggente, parve raccogliersi e meditare. Ben presto pose termine alle sue riflessioni e fece intendere queste parole alla piccola privilegiata: «Andate a dire ai preti che qui deve essere costruita una cappella». Bernardetta ritornò dalla visione tutta pensierosa e preoccupata. La missione che aveva appena finito di ricevere non la preoccupava molto in se stessa: ciò che la preoccupava e formava per essa una cosa importante era di doversi presentare al suo parroco austero. Quante volte, più tardi, l' innocente fanciulla non mi ha parlato dei suoi spaventi allo sguardo del venerando Pastore? «Sebbene sia buono - diceva col suo grazioso sorriso - lo temo più di un gendarme ». Tuttavia, al suo ritorno dalla Grotta, dopo aver fatto un salto a casa sua, Bernardetta prese il coraggio a due mani e si diresse verso la casa parrocchiale. Nel momento in cui si presentava alla casa, il parroco Peyramale stava recitando il breviario nei vialetti del suo giardino. Al rumore della porta che chiudeva il cortile, alzò la testa e vide una giovinetta avanzare verso lui con aria modesta e timorosa. Non conosceva ancora Bernardetta o almeno l' aveva appena intravista un giorno al catechismo dell' Istituto, nel momento in cui rispondeva all' appello. Quando la fanciulla arrivò vicino al prete, questi interruppe le sue preghiere e chiese alla giovane visitatrice chi era e ciò che voleva. « Io sono Bernardetta Soubirous, rispose timidamente la veggente. - Ah! sei tu - riprese il parroco aggrottando le ciglia e squadrando la timida fanciulla dalla testa ai piedi: - raccontano di te strane vicende, mia povera figlia. Seguimi ed entra». Nel medesimo tempo, il rigido Pastore precedendola si diresse verso l' interno della casa. Allo scopo di dare al colloquio che sta per seguire la sua giusta luce, devo far osservare che il Rev. Peyramale era un uomo alta statura, dallo sguardo imponente, dalla figura severa. Era il montanaro dalla natura un po' forte, sebbene addolcita e corretta dall' educazione, dal vivere civile e soprattutto dalla grazia. Parlava poco e freddamente e sulle prime nessuno si sentiva attirato verso lui. Ma esistevano in lui come due uomini: l' uno molto rude, l' altro molto buono, semplice e dignitoso. Il secondo faceva dimenticare il primo. Dopo che si era trascorso qualche istante con lui, il ghiaccio era rotto e non si sapeva se ammirare di più le qualità del suo spirito originale e pieno di risorse o la generosità naturale del suo cuore. Ciò che era giusto e bello lo esaltava; tutto il resto: la falsità, la meschinità, la cattiveria non gli ispirava che disgusto e lo urtava al punto da contrarre il suo volto. Sempre e anzitutto prete, non perdeva mai occasione per dire la parola che edifica, il consiglio che illumina. Lo si ascoltava con rispetto, ci si lasciava invadere allora da un' attrattiva irresistibile; lasciandolo, ci si sentiva suoi amici. Come ho detto prima, il parroco di Lourdes ricevette la fanciulla freddamente e con modi orgogliosi dell' uomo superiore. L' abbiamo visto lasciare il giardino ed entrare in casa, seguito da Bernardetta. Quando furono arrivati nel mezzo della sala di ricevimento, il parroco Peyramale si volse verso la giovane visitatrice: « Ebbene che vuoi dunque da me?». Bernardetta, in piedi, diventando un po' rossa rispose: « La Signora della Grotta mi ha incaricata di dire ai preti che desidera avere una cappella a Massabielle, ed è per questo che sono venuta. - Ma chi è dunque questa Signora di cui mi parli? - riprese il parroco, fingendo di essere all' oscuro di tutto. - E una Signora bellissima che mi appare sulla roccia di Massabielle. - ma chi è infine questa Signora? è di Lourdes? la conosci? - Non è di Lourdes, né la conosco. - E tu accetti da una persona che non conosci commissioni come quella che mi fai? - Oh! signor parroco, la Signora che mi manda non assomiglia alle altre. - Che cosa intendi dire? - Voglio dire che è bella, come lo si è, penso io, nel cielo ». Il parroco finse di alzare le spalle; in realtà, comprimeva una emozione. « E tu non hai chiesto il nome a questa Signora? - Sì; quando glielo chiedo, china la testa, sorride e non mi risponde. - E dunque muta? - No, perché tutti i giorni s' intrattiene con me; se fosse muta, non avrebbe potuto dirmi di venire a trovarvi. - Raccontami almeno come hai fatto a incontrarla ». Bernardetta, con voce dolce a persuasiva, fece il racconto della prima apparizione. Quando ebbe finito: « Prosegui e raccontami ciò che accadde nei giorni seguenti. La fanciulla entrò nei dettagli di ciò che aveva visto e inteso fino allora alla Grotta. Mentre parlava, il parroco aveva fatto segno a Bernardetta di sedersi e si era seduto lui stesso. La guardava fissamente e non perdeva neppure una delle sue parole. Osservò prima di tutto che aveva davanti un' anima trasparente come un cristallo. Vide inoltre che il racconto della piccola contadina veniva sulle sue labbra chiaro, puro, limpido, simile a quei rivi d' acqua che scaturiscono dalla roccia non avendo ancora subito mescolanze esterne. Non soltanto comprendeva che la fanciulla diceva la verità, ma inoltre era costretto a riconoscere che, nella condizione di ignoranza in cui si trovava la ragazza, le era impossibile elevarsi alla conoscenza delle cose che narrava, senza un aiuto soprannaturale. Man mano dunque che Bernardetta faceva la narrazione, il buon parroco si accorgeva che le sue prevenzioni se ne andavano a una a una. Quando la fanciulla giunse al termine del racconto, il parroco Peyramale era guadagnato più che per metà alla causa della Grotta. Tuttavia dissimulò le sue impressioni e, facendo subire un' ultima prova alla veggente, continuò a interrogarla sul tono burbero delle prime domande. « E tu pretendi che la Signora che ti è apparsa, ti abbia incaricata di dire ai preti che desidera avere una cappella a Massabielle? - Si signor curato. - Ma non vedi che questa Signora ha voluto prendersi gioco di te ed esporti allo scherno? Perché, infine, se una signora del borgo ti avesse incaricata di una simile missione, l' avresti ascoltata? - Oh! signor curato, vi è una grande differenza fra le signore della città e quella che vedo. - La differenza è grande davvero! Come! una donna che non ha nome, che viene non si sa da qual parte, che va ad abitare in una roccia, coi piedi nudi, ti pare che debba essere presa sul serio? Mia cara, temo di una cosa: che tu sia vittima di una illusione ». Bernardetta abbassò il capo, senza rispondere. Seguì un momento di silenzio, nel quale il parroco si alzò dalla sedia e si mise a misurare a gran passi il salone. Ritornò poi davanti a Bernardetta e le disse: « Risponderai alla Signora che ti ha inviata che il parroco di Lourdes non ha l' abitudine di trattare con gente che non conosce e, prima di tutto, esige che ella dica il suo nome e inoltre provi che questo nome le appartiene. Se questa Signora ha diritto a una cappella, comprenderà il senso che le mie parole racchiudono; se non lo comprende, le dirai che può fare a meno di mandare nuovi messaggi alla casa parrocchiale». Senza dar segno né di approvazione né di disapprovazione, Bernardetta alzò lo sguardo sereno sul parroco, fece il suo piccolo inchino da contadinella e usci. Il buon parroco la segui con lo sguardo fino al termine del cortile; quando disparve non poté fare a meno di dire a se stesso: Questa fanciulla, sicuramente, è una fanciulla della Provvidenza!.

 

XXI - DODICESIMA APPARIZIONE (Domenica 28 febbraio).

Il tempo in cui mi era concesso di stare a fianco di Bernardette, durante le apparizioni, era definitivamente passato per me. La popolazione di Lourdes e quella delle campagne circostanti accorrevano ogni giorno più numerose così che per poter prendere un posto alla Grotta, col pericolo di esserne qualche volta spossessati, occorreva fermarsi una gran parte della notte. Il mattino del 28 febbraio più di duemila spettatori si trovavano riuniti intorno alla Grotta di Massabielle, attendendo febbrilmente l' arrivo della veggente. Bernardetta si presentò tutta linda, vestita dei suoi modesti abiti domenicali e accompagnata dalla sua più giovane zia Lucilla. Quando mi passò davanti sull' alto della roccia, aveva già il suo rosario in mano e guardava verso il basso, dove scorre il Gave, con l' espressione di qualcuno che ha fretta d' arrivare. Volli seguirla; ma a misura che avanzava, le file si chiudevano dietro a essa, e come Zaccheo, di cui parla il Vangelo, fui costretto a mettermi non esattamente su un albero, ma su una della sporgenze della roccia che domina la Grotta. Dall' alto del mio osservatorio vidi formarsi nella parte antistante agli attuali scavi, una di quelle scene meravigliose il cui ricordo non si cancella più dalla memoria. Attorno a Bernardetta, quasi immensa corona, si svolgeva una larga zona di teste umane sovrapposte le une alle altre, pigiate, sporgenti in avanti allo scopo di vedere meglio. Nel mezzo di questo vivente anfiteatro emergeva, come raggio luminoso, la figura serafica della veggente che rifletteva sugli spettatori le divine irradiazioni della Signora nascosta nella roccia. Là, tutto era raccolto, silenzioso, sublime e non si poteva distaccarne lo sguardo. Però, quando per caso portavo i miei occhi oltre la massa compatta, cioè sulle ultime file dove non era certo possibile contemplare la veggente che di sfuggita, mi trovavo nuovamente alla presenza di scene particolari del più commovente interesse. Qui vedevo un robusto montanaro dall' aspetto arcigno intenerirsi e piangere come un bambino; più lontano un vigoroso lavoratore della valle manifestava la sua commozione, piegando e ripiegando il suo bastone fino a spaccarlo in due; accanto a me un operaio della città esauriva a voce bassa tutte le esclamazioni del suo vocabolario per scaricare la piena della sua ammirazione; in un angolo, un borghese letterato, da gran tempo rimasto senza più pregare, cercava anche visibilmente di far ritornare sulle sue labbra le formule dimenticate del libro di chiesa che usava un tempo. Un ultimo avvenimento servirà a far conoscere lo stato degli spiriti in queste ore d' emozione. Bernardetta aveva già passato un po' di tempo nella felicità dell' estasi, allorché volle avanzare per andare a fare sotto il rosaio selvatico le sue abituali prostrazioni. La folla era talmente pigiata che nessuno di quelli che si trovavano sul luogo, dove avrebbe dovuto passare la veggente, poteva avanzare o indietreggiare. Due bravi soldati della rocca, attratti alla Grotta dalla curiosità, aprirono spontaneamente l’assembramento e vennero a collocarsi davanti all' estatica. Spingendo quindi gli spettatori a destra e a sinistra e camminando all' indietro, gridavano come nei servizi d' ordine: « Via, largo! largo qui!» E uno di essi, voltandosi pieno d' entusiasmo verso il suo compagno, esclamava in tono cameratesco: « E poi vengono a dire a noi, a te e a me, che l' apparizione è una frottola! Ah! in nome di Dio!... E con me che avranno a parlare i pagliacci e i buontemponi della caserma! ». Il misterioso colloquio della Signora della roccia con la sua piccola confidente non diede luogo, il 28 febbraio, che a comunicazioni intime e del tutto personali. Bernardetta taceva su comunicazioni di questo genere e ciascuno si faceva un dovere di rispettare il suo silenzio. Uscendo dalla Grotta, dopo l' estasi, la veggente si diresse subito verso la chiesa parrocchiale per assistere alla Messa della domenica. S' accompagnò con lei la zia e un gran numero di persone della città e della montagna. Ho già detto che i pellegrini che arrivavano alla Grotta, intuendo la virtù segreta della fontana miracolosa, non tralasciavano mai di andare a segnarsi, bere e lavarsi al piccolo rivo che si era formato. Ma a forza di calpestare gli argini di questo rigagnolo, si era reso difficile l' accesso a causa del fango e inoltre si spandevano in ogni senso rivoletti d' acqua. Alcuni operai di Lourdes, essendosi accorti di questo inconveniente, il mattino della domenica 28 febbraio, risolsero di porvi riparo. Andarono a munirsi di zappe e di badili, normalizzarono il canale sformato della sorgente, scavarono a basso del pendio della Grotta una vasca di un metro di lunghezza e quaranta o cinquanta centimetri di larghezza e di profondità. Le acque della sorgente cadevano in questa vasca per mezzo di un canaletto fatto con scorza di quercia. E in questa elementare piscina che si manifestarono le prime guarigioni. Nella stessa mattina, i medesimi operai, arrogandosi l' ufficio di pionieri della Vergine, tracciarono un sentiero a zig-zag sulla scarpata a ovest, dietro la Grotta. Questo sentiero non è quello chiamato oggi cammino dei Lacets. Cominciava in basso, dove comincia quest' ultimo, poi si innalzava quasi verticalmente su scalini stretti, corti e spezzati fino in cima al pendio.

 

XII - TREDICESIMA APPARIZIONE (Lunedì I marzo).

Mentre la fede nelle apparizioni della santa Vergine alla Grotta diventava ogni giorno più ardente e generale, gli increduli raddoppiavano i loro sforzi per travisare i fatti e gettare lo scompiglio negli spiriti. Fin da principio i giornali dei liberi pensatori avevano dipinto Bernardetta come una contadinella incosciente, alla quale era semplicemente ridicolo prestare la più piccola attenzione. Più tardi, in occasione della scoperta dell' acqua miracolosa, pubblicarono che la ragazza era impazzita e, come prova delle loro affermazioni, aggiungevano che l' ammalata stessa, ubbidendo a un moto istintivo, aveva sentito il bisogno di andare a rinfrescarsi la testa nelle acque di una sorgente. Un incidente dell' estasi del primo marzo, travisato e ingrandito da essi, venne a prestar materia per nuovi schiamazzi. Ecco ciò che era accaduto. Una persona di Lourdes, desiderando impreziosire la sua corona di rosario con un ricordo pio, l' aveva consegnata a Bernardetta con preghiera di volerla recitare alla Grotta durante l' apparizione della celeste Signora. Bernardetta non fece difficoltà e accondiscese al desiderio di questa persona. Il mattino del primo marzo, arrivando alla Grotta, la veggente si mise in ginocchio e prese per caso la prima corona che le capitò sotto le mani. Quando volle portarla alla fronte, la sua mano fu fermata e la Signora le chiese in tono di rimprovero dove era la sua corona. Bernardetta, stupita, allungò il braccio per mostrarle quella che teneva in mano. «Voi vi sbagliate - le disse la Signora - questo rosario non è il vostro». Bernardetta guardò e riconobbe effettivamente che il rosario di cui voleva servirsi era il rosario che le avevano affidato. Lo rimise nella tasca, estrasse il suo e lo presentò alla Signora, allungando il suo braccio verso la Grotta. La Signora fece un cenno affermativo col capo e la veggente poté allora iniziare la sua preghiera. Dal giorno in cui Bernardetta aveva invitato la folla a mettersi in ginocchio e a baciare la terra, la maggior parte dei presenti imitava la piccola estatica in tutti gli esercizi di pietà che ella compiva alla Grotta. Quando pregava, pregavano con lei, quando baciava la terra, la baciavano anch' essi. All' apparizione del primo marzo la folla diede una falsa interpretazione ai movimenti della veggente e s' abbandonò a una manifestazione non richiesta dalle circostanze. Quando vide Bernardetta estrarre per due volte la corona del rosario e offrirla alla Signora della roccia - almeno così parve loro - credette trattarsi di una ovazione in onore della Vergine. Subito tutti i rosari furono levati dalla tasca e presentati e agitati con entusiasmo nella direzione della Gròtta. Io che guardavo da lontano questa scena non potevo spiegarmene il motivo; ma in ogni caso vi contemplai un' espressione di fede che mi commosse profondamente. Dopo l' estasi, Bernardetta fece conoscere il vero senso dei gesti che aveva fatto prima di iniziare la preghiera. Quelli che avevano agitato il rosario si consolarono nel loro sbaglio, pensando che la Vergine non poteva ingannarsi sul significato dei sentimenti che avevano voluto esprimere. L' incidente sembrava chiuso e nessuno a Lourdes sembrava esservisi fermato sopra, quando, due o tre giorni dopo, i giornali della capitale (tutti indovinano di quale tendenza) riportarono ragguagli di loschi corrispondenti: «La piccola commediante del mugnaio di Lourdes riuniva ancora attorno a sé, questa mattina primo di marzo, circa duemilacinquecento sciocchi. Impossibile descrivere la stupidità e il cretinismo morale di costoro. La visionaria se ne serve come di uno squadrone di scimmie e fa loro eseguire pagliacciate di ogni genere. Questa mattina, la veggente, non avendo voglia di fare l' ispirata, tanto per variare gli esercizi non ha trovato di meglio che presentarsi e improvvisarsi sacerdotessa. Prendendo le sue grandi pose autoritarie, ha richiesto ai bacchettoni la presentazione dei rosari e ne ha impartita la benedizione generale». Le imposture e le odiose menzogne di quanti avevano incominciato a screditare l' opera della Vergine non ebbero altro effetto che quello di stimolare i forestieri a venire in numero ancor maggiore alla Grotta. Un secondo avvenimento, anch' esso senza importanza, eccitò però vivamente a Lourdes la curiosità delle persone molto più che non quello dei rosari nella giornata del primo marzo. Durante l' estasi del mattino un giovane ecclesiastico si era presentato in modo inatteso alla Grotta, aveva guardato un istante e si era allontanato in tutta fretta. Siccome era il primo prete che appariva alla Grotta di Massabielle, gli spettatori ebbero gli occhi fissi su di lui e dopo la sua partenza diventò l' oggetto di mille commenti. « E un inviato del Vescovo,... e una spia della polizia travestita,... è un amico,... è un nemico » sussurravano gli uni agli altri e la giornata passò piena di ipotesi che non valsero a svelare il mistero. Il giorno seguente il giovane prete ricomparve ancora a Lourdes, e come si può bene immaginare, non si trascurò di interrogarlo. Era semplicemente un seminarista di un villaggio vicino, ordinato recentemente sacerdote e che non aveva ancora ricevuto la destinazione. Attraversando la città il giorno precedente, aveva approfittato di una sosta della vettura per venire a Massabielle. Questo ecclesiastico, ormai morto, ha dichiarato per tutta la sua vita che la Grotta, fin dalla sua prima visita, era stata per lui come una visione del cielo.

 

XXIII - QUATTORDICESIMA APPARIZIONE (Manedì 2 marzo).

Come per l' apparizione del 27 febbraio, Bernardetta si levò dall' estasi visibilmente preoccupata di quanto la Signora le aveva ordinato. Aveva effettivamente ricevuto un nuovo messaggio, che doveva portare alla casa parrocchiale, e questo messaggio come sarebbe stato accolto dal temuto Pastore? La zia Basilia, che accompagnava in quel giorno Bernardetta alla Grotta, non tardò ad accorgersi dello stato pensieroso della nipote. Ritornando, le chiese ciò che la preoccupava tanto. «Ah! - rispose la fanciulla con un tono addolorato - sono, per dire il vero, in un grande imbarazzo: la Signora mi ha incaricata di dire al signor parroco che vuole avere una cappella a Massabielle e non so come fare per presentarmi alla casa parrocchiale ». Avvicinandosi in seguito alla zia e prendendola per un braccio le disse: « Zia, se sapeste quale grosso favore mi fareste venendo con me dal signor parroco! ». La zia Basilia non desiderava di meglio che di far piacere a Bernardetta; ma non era certamente più coraggiosa della nipote per sostenere lo sguardo e la parola un pò rude dell' austero decano. « Quando passo a lato di questo santo uomo - diceva in quel tempo Basilia Castérot - le gambe mi tremano e mi viene la pelle d' oca». Tuttavia, giudicando la paura della nipote più grande della sua e temendo anche di dispiacere alla Signora che sembrava reclamare indirettamente i suoi buoni uffici, acconsentì ad accompagnare Bernardetta alla casa parrocchiale. L' accoglienza del curato fu fredda. Appena le due visitatrici furono entrate nella sala, il reverendo Peyramale si volse verso Bernardetta e le disse: « Ebbene! che nuova mi porti? La Signora ti ha parlato? - Si, signor parroco; ella mi ha incaricato di ripetervi che desidera avere una cappella a Massabielle; inoltre ha aggiunto: - Voglio che vi si venga in processione». Il parroco si rabbuiò in volto. « Mia cara, non mancava che quest' ultima appendice a tutte le storie. O tu inganni o la Signora che ti parla non è che la caricatura di Quella che vuol sembrare. Ella esige una processione, e perché? Senza dubbio per far ridere la gente senza fede e screditare la religione. Il tranello non è ingegnoso. Tu le dirai da parte mia che ella non conosce bene le attribuzioni gerarchiche del clero. Se fosse realmente Quella di cui ricopia le caratteristiche, saprebbe che non ho la facoltà per prendere l' iniziativa di una simile manifestazione. E al Vescovo di Tarbes e non a me, che avrebbe dovuto inviarti. - Ma, signor parroco, - interruppe timidamente Bernardetta - la Signora non mi ha detto che vuole adesso una processione alla Grotta; mi ha detto semplicemente: voglio che si venga qui in processione; e se ho ben compreso, è del futuro e non del presente, che voleva parlare ». Il parroco si fermò a questa riflessione e gettò lo sguardo indagatore sulla fanciulla. Che cosa voleva dire la spiegazione che veniva in ritardo sulle labbra della piccola ambasciatrice? Forse che senza usare le opportune cautele, lui, parroco, era in presenza di una commediante smaliziata che gettava la polvere negli occhi con la sua aria d' innocenza? La sfumatura ch' essa faceva riscontrare nei desideri della Signora era plausibile e al tempo stesso verosimile; ma questa sfumatura non era una sottigliezza messa a profitto del suo ruolo e la fanciulla non se ne serviva per togliersi d' impiccio? Il reverendo Peyramale sentiva tornare le vecchie prevenzioni e, temendo di essere ingannato, continuava a scrutare la veggente con un' aria di diffidenza. Questa, al contrario, si manteneva tranquilla sulla sua sedia, mostrando nella fisionomia la serenità di un anima, che non ha nulla da fingere né da nascondere. Alla fine il parroco ruppe il silenzio e disse alla fanciulla: « E ora d' uscire dall' imbroglio nel quale la Signora e tu vi siete sforzate di mettermi. Le dirai che col parroco di Lourdes bisogna parlare chiaro e tondo. Vuole una cappella? Vuole una processione? Quali sono i suoi titoli agli onori che reclama? Chi è? Da dove viene e in forza di quali prove ci si raccomanda? Andiamo diritti al fine: se la tua Signora è quella di cui lasci intravedere il nome, voglio indicarle un mezzo per farsi riconoscere e dare autorità ai suoi messaggi. Ella sta in una Grotta, m' hai detto, al di sopra di un rosaio selvatico. Ebbene, domandale da parte mia che in uno di questi giorni, alla presenza della folla, faccia fiorire questo rosaio improvvisamente. Il mattino in cui verrai ad annunciarmi che questo prodigio si è compiuto, crederò alla tua parola e ti prometto di accompagnarti a Massabielle». A questo linguaggio rispose un sorriso della zia e della nipote; poi, avendo finito il parroco di parlare, le due visitatrici s' inchinarono e uscirono. Qualche ora dopo, un uomo di Lourdes, completamente convinto della realtà delle apparizioni, veniva a far visita al reverendo Peyramale. Lo trovò che passeggiava, tutto assorto, nei vialetti del suo giardino. Il buon parroco non nascose al visitatore le preoccupazioni che gli davano le comunicazioni della veggente. Si fermò particolarmente sulla richiesta della processione, che gli parve sospetta, scorretta, intempestiva. « Se la fanciulla dice il vero - faceva notare il parroco - Quella che parla alla Grotta mi spinge a una insubordinazione ecclesiastica. Se, al contrario, la fanciulla mi inganna su questo punto, quale fiducia volete che le presti sul resto? - Mi sembra, signor parroco, - obiettava il visitatore - che il vostro ragionamento non si appoggi che su un malinteso. Spiegandovi che non si tratta che del futuro, Bernardetta, secondo me, ha fedelmente tradotto il pensiero della Signora. - Chi può garantirmelo? - La logica dei fatti. Dal momento che la Signora sa che non potete incominciare a costruire una cappella domani, non ignora neanche che voi non potete subito domani organizzare una processione. - E logica d' ottimista. - Oh! lo so bene di essere ottimista più di quanto pensate: per me non vi è dubbio che la cappella e la processione si faranno. - Che uomo! - Signor parroco, concedetemi l' onore che non dimenticherete ciò che sto per dirvi: Un giorno, croce in testa e stendardi spiegati, i vostri parrocchiani, incolonnati in processione, e voi, rivestito della vostra più bella cappa, tutti nell' entusiasmo di una santa allegrezza, ci dirigeremo verso la cappella di Massabielle, cantando: Sancta Maria e sarò felice di rispondervi: Ora pro nobis». A questo punto apro una parentesi per dire che anticipo sugli avvenimenti. Il visitatore che aveva appena parlato così apparteneva a una pubblica amministrazione in qualità di pubblico funzionario e per continuare la sua carriera era stato costretto a lasciare Lourdes. Dopo la sua partenza, grandiosi avvenimenti accaddero nel luogo della sua antica residenza. Le apparizioni della Vergine furono ufficialmente riconosciute e la cappella venne costruita. Il 5 ottobre 1872 una imponente manifestazione nazionale, la prima di questo genere, conduceva nella città di Maria quasi venticinquemila pellegrini. Il giorno dopo, alle due pomeridiane, al suono di tutte le campane, il parroco di Lourdes, preceduto o seguito da una folla innumerevole, usciva dalla sua chiesa e si dirigeva in processione verso la Grotta di Massabielle. Camminava trionfalmente fra due file di duecentocinquantadue bandiere, mandate da tutte le parti della Francia; lo accompagnavano una ventina di membri dell' Assemblea Nazionale. Otto vescovi, pastorale in mano e mitra in testa, discendevano dalla cappella, chiesta dalla Signora, per venire a incontrarli sulla strada della città. Il visitatore del 2 marzo 1858, accorso da lontano, si trovava, durante la processione, a lato del suo vecchio parroco. Dopo uno sguardo d' intesa, scambiato tra loro, il parroco intonava: Sancta Maria e il pellegrino, felicissimo, rispondeva: Ora pro nobis. Occorre dirlo? Chi aveva profetizzato nel giardino del parroco di Lourdes non era che il testimonio delle apparizioni, autore di questo libro.

 

XXIV - LA SIGNORA NON APPARE (Mercoledì 3 marzo).

Il mattino del 3 marzo Bernardetta recitò devotamente il rosario alla Grotta, ma non diede alcuno dei segni che caratterizzavano l' estasi. Andò a fare la sua solita preghiera sotto il roseto selvatico, baciò la terra, andò a inginocchiarsi al solito posto. Senza alzare lo sguardo alla roccia, inchinò la testa per raccogliersi; restò per qualche istante in questo atteggiamento, poi, avendo baciato la terra di nuovo, fece il segno della croce e si alzò. Le persone che la circondavano si misero a interrogarla, come al solito. La fanciulla rispose semplicemente: « La Signora non è venuta oggi. - Che siano forse finite le apparizioni? - osservò uno di quelli che assistevano. - Non so - rispose Bernardetta - in ogni caso la quindicina non è finita e io ritornerò ancora domani alla Grotta ». Come si vede, l' umile fanciulla non cercava mai di prendere un atteggiamento studiato o di travisare ciò che accadeva nell' interno della Grotta. Ella accettava gli avvenimenti come si presentavano. Senza ostentare la virtù era sempre sottomessa e conforme alla verità. In previsione del numero molto grande dei pellegrini che sarebbero arrivati il giorno successivo, ultimo della quindicina, il sindaco di Lourdes rivolgeva il 3 marzo al capitano comandante della rocca la seguente richiesta: « La presenza considerevole di forestieri che mi si annuncia per domani, giorno di mercato, m' obbliga a chiedervi, nell' interesse del bene comune, di mettere a mia disposizione la vostra truppa. Vengo a pregarvi di fare in modo che i vostri soldati disponibili siano condotti domattina alle ore sei al municipio » ù

 

XXV - QUINDICESIMA APPARIZIONE (Giovedì 4 marzo).

 

ULTIMO GIORNO DELLA QUINDICINA. Già all' inizio della terza settimana di febbraio, la stampa, dal piccolo giornale Lavedan di Lourdes ai grandi giornali di Parigi, avevano fatto conoscere gli avvenimenti di cui la Grotta di Massabielle era teatro. Mentre i giornali cattolici si erano limitati a segnalare i fatti senza commentarli, per misura di prudenza, i giornali del libero pensiero, sempre pronti a precipitare i loro giudizi, avevano gridato al fanatismo, alla superstizione, a pietistiche caricature. A misura che piacque alla Vergine attestare la sua presenza sulla roccia benedetta, i giornali cattolici divennero più affermativi, gli altri più irritati. Ben presto ne nacque in tutti i giornali una sfida e si venne alle più ardenti polemiche. Dio, che fa spesso convergere le nostre piccole agitazioni verso lo scopo che si propone, si servì delle voci dei buoni e dei cattivi per attirare la pubblica attenzione sull' opera di sua Madre. Gli spiriti riflessivi compresero effettivamente che non si discute su un oggetto privo di importanza e che se le apparizioni di Lourdes non erano ancora pienamente dimostrate, dovevano almeno fornire un punto d' appoggio alle osservazioni e agli studi. Alcune persone, desiderose di conoscere la verità cominciarono a comparire sotto la roccia di Massabielle. Queste persone credettero di vedere il cielo aperto sopra la testa di Bernardetta e ritornando alle loro case sparsero dappertutto, sul loro passaggio, il grido comunicativo della loro ammirazione. A questi primi pellegrini succedettero immediatamente molti altri e verso la fine di febbraio la gente venuta dal di fuori, durante le apparizioni, era tanto numerosa quanto quella della città. Tra le persone lontane che avevano progettato il viaggio a Lourdes, un grande numero riservava la visita all' ultimo giorno della quindicina, sperando che la Vergine in quel giorno si sarebbe manifestata alla Grotta con qualche sorprendente prodigio. La vigilia e la notte dal 3 aI 4 marzo, da tutte le parti della Francia, ma in particolare dalle città e villaggi circostanti partirono piccoli gruppi di dieci, quindici, venti pellegrini, che si incamminarono verso la città di Maria. Queste carovane, che convergevano verso il medesimo punto riunendosi le une alle altre come il ruscello al fiume, finirono per creare una interminabile grossa corrente. Nelle adiacenze di Lourdes, sulle strade di Pau, di Tarbes, di Bagnères e d' Argelès, queste fiumane di gente, viste ai primi bagliori del giorno, rassomigliavano a quattro grandi fiumi, destinati a scontrarsi. E invece, dopo essersi congiunti pacificamente sulla piazza di Lourdes, discendevano, in flutti vorticosi e potenti, le scarpate dietro alla fortezza e andavano a confondersi in un immenso risucchio attorno alla roccia di Massabielle. Sarebbe difficile dire con esattezza il numero degli spettatori convenuti alla Grotta nella mattina del 4 marzo. Le più moderate valutazioni li calcolarono da quindici a ventimila. Oggi non è cosa tanto rara trovare a Lourdes afflussi di questa entità; ma nel giorno del quale richiamo le circostanze, la ferrovia non arrivava ancora ai Pirenei e il concorso dei pellegrini parve prodigioso. Le autorità incaricate di mantenere l' ordine, sebbene refrattarie ad ammettere le apparizioni, si comportarono, nella manifestazione del 4 marzo, con lo zelo e la sollecitudine di veri credenti. Esagerando le misure di protezione nei confronti della folla, diedero alla chiusura della quindicina, senza saperlo, uno splendore e una solennità che tornarono di gloria alla Vergine. Come abbiamo visto, la guarnigione del Forte era stata impiegata fin dal giorno precedente. Il giorno dopo di buon mattino i soldati in grande tenuta si presentarono al municipio e furono scaglionati con l' arma al braccio sulla strada di Massabielle. Tre o quattro brigate di gendarmi, chiamate dalle zone vicine, alcuni a piedi, altri a cavallo, facevano circolare nelle strade e nei vicoli che doveva percorrere la veggente. La brigata locale, come un picchetto d' onore, era in funzione sotto l' arcata della Grotta. Il sindaco, il vice-sindaco e il commissario di polizia con le insegne della loro carica si portavano un po' dappertutto, distribuendo con benevolenza avvertimenti e consigli. A motivo dell' assembramento della folla e delle imprudenze che si commettono in simili casi, c' era da temere qualche disgrazia; tuttavia, come fu notato, contro tutte le previsioni, nessun incidente venne a turbare questa memorabile adunata. Al di sopra dei soldati, gendarmi, magistrati municipali, c' era qualcuno che vegliava: era la Signora della Grotta. Mentre all' esterno fervevano i preparativi e si notava l' impazienza dell' attesa, che cosa accadeva in casa Soubirous? Oh, là, nulla era cambiato! Il papà e la mamma attendevano, come al solito, alle piccole faccende di casa e si chiedevano forse come avrebbero nutrito i loro figliuoli in quella giornata. Bernardetta, sempre fedele alle promesse, sentendo che l' ora dell' apparizione si avvicinava, si alzò prontamente e compì la sua pulizia personale. Dopo essersi inginocchiata qualche istante davanti al modesto crocifisso di rame appeso a fianco al letto, prese il mantello a cappuccio della festa e partì per la Grotta. Appena la veggente apparve sull' uscio della sua casa, un fremito, simile a quello prodotto da un scossa elettrica, percorse le file degli spettatori dalla città fino alle sponde del Gave. Ognuno s' alzava sulla punta dei piedi e diceva al suo vicino: Viene Bernardetta, arriva Bernardetta! La fanciulla si inoltrava tra le file senza sembrare che notasse la moltitudine degli ammiratori né la parata di forze spiegata sul suo passaggio. Come se si trattasse di una autorità d' alto grado, due gendarmi con la sciabola sguainata vennero a collocarsi davanti a lei per aprirle un passaggio e per sottrarla alla calca della folla. Camminava dietro a loro, semplice, modesta, tranquilla e con la stessa disinvoltura che aveva nei giorni in cui conduceva al pascolo sulle colline di Bartrès il piccolo gregge. Giunta a Massabielle, Bernardetta notò una ragazza cieca, della sua età circa, che piangeva a calde lacrime, all' inizio del sentiero che sboccava alla Grotta. Commossa andò ad abbracciare con affetto la piccola sventurata. Apprendendo che era stata abbracciata dalla veggente, la poveretta si sciolse in ringraziamenti e benedizioni. Intorno a essa si credette a un miracolo e si sparse la voce che Bernardetta aveva guarito una giovinetta della montagna, colpita da cecità. Tuttavia non c' era stato nulla e la notizia fu riconosciuta poco dopo come falsa! Finalmente, senza altri incidenti la veggente giunse sotto la volta della Grotta alle sette e un quarto del mattino. Sarebbe difficile descrivere la scena che offriva la conca di Massabielle. Nella parte più bassa dove scorre il Gave, cioè nel prato del Sig. La Fitte e sui terreni liberi che si estendevano dietro alla Grotta, masse che vibravano d' emozione e che rivaleggiavano compiendo sforzi per avvicinarsi. Ai fianchi della roccia delle apparizioni, si aggrappavano gruppi di audaci che univano al disprezzo del pericolo miracoli di equilibrio e di sangue freddo. Sugli alberi posti lungo il fiume si tenevano sospesi tra cielo e terra grappoli di uomini, di fanciulli, che ai rami imponevano oscillazioni tali, che nessuno osava guardarli. Dall' altra parte del Gave, sulla riva destra, la distesa di verde che sta di fronte all' ogiva, era nereggiante di spettatori che attendevano febbrilmente l' inizio dell' estasi. Lontano, sui poggi e sui punti più sporgenti che circondavano la valletta, si notavano gruppi di osservatori, rigidi e immobili come statue, con lo sguardo rivolto alla Grotta. Da questa moltitudine immensa, palpitante, si alzava un indistinto clamore, maestoso, simile a quello dell' oceano. Appena Bernardetta cominciò a pregare, la grande voce, la voce tumultuosa della folla che faceva risuonare il luogo, cessò di farsi sentire. Come se un ordine fosse venuto dal cielo, tutte le teste si scoprirono e tutti i ginocchi si piegarono. Presi da un segreto terrore i cuori battevano per l' emozione e ci si aspettava a ogni momento di vedere alla Grotta apparire qualche segno che manifestasse la potenza dell' alto. Durante questi momenti solenni d' attesa, Bernardetta, come fosse stata sola, si intratteneva amichevolmente con la Signora nascosta nella roccia: « A voi la mia anima, il mio cuore, la mia vita! » sembrava dirle con lo sguardo e col gesto. Durante l' estasi la veggente si commosse fino alle lacrime e si credette che l' apparizione le stesse per dare gli ultimi addii. Tuttavia qualche istante dopo, la sua figura si rasserenò, si rallegrò e lasciò trasparire raggi di speranza. Quale il soggetto di questo colloquio intimo in cui le gioie e le tristezze si manifestavano alternativamente? La Signora del cielo stava forse mostrando alla piccola privilegiata le alterne sorti che l' aspettavano nel corso della vita? Dava a essa la visione dei grandiosi avvenimenti, che dovevano compiersi alla Grotta; le mostrava nel medesimo tempo che pochi per lei sarebbero stati i giorni pieni di gioia e che sepolta in un monastero, lontano dal suo luogo d' origine, non avrebbe quasi più sentito parlare della roccia di Massabielle? Nulla di esplicito e preciso su questo punto è stato rivelato. Bernardetta rimase quasi un' ora rapita, in estasi, ora nell' atteggiamento estatico di santa Teresa che comunica col cielo, ora nella desolazione, nel pianto delle pie donne che al Calvario pregavano ai piedi della croce del Salvatore. Contro la speranza dei pellegrini, nessun segno miracoloso ebbe luogo alla Grotta. Appena la veggente ebbe ripresa la fisionomia ordinaria, le persone accanto si affrettarono a chiederle come la Signora l' avesse lasciata. «Come sempre - rispose la fanciulla - andandosene mi ha sorriso, ma non mi ha detto addio. - Adesso che la quindicina è finita, non tornerai più alla Grotta? - Oh! sì, - riprese Bernardetta; - per me ritornerei sempre; ma non so se la Signora vorrà apparire ancora». Sebbene l' estasi fosse terminata e la veggente si tenesse in piedi già da qualche istante, gli spettatori continuavano a restare in piedi, alloro posto. I due gendarmi che avevano accompagnato Bernardetta ripresero a farle da scorta e fecero aprire le file. Tutti volevano rivedere la piccola privilegiata della Vergine e da tutte le bocche uscivano esclamazioni piene di tenerezza. Mentre la fanciulla attraversava la valletta e il rione della Merlasse donne forestiere ruppero le file dei soldati e senza aver paura delle baionette andarono a coprir di baci la fanciulla benedetta dal cielo. Infine, seguita da una immensa folla entusiasta, Bernardetta rientrò nella sua casa, indifferente per gli onori che le si tributavano e senza altro pensiero che quello di aver risposto al desiderio della Signora così bella, che aveva rapito il suo cuore. Nonostante la commovente e splendida manifestazione che aveva allora avuto luogo, quelli che credevano alle apparizioni ritornarono soddisfatti solo per metà dell' estasi del 4 marzo. Parecchi avevano sperato che la Signora accettasse la sfida del parroco di Lourdes, facendo improvvisamente fiorire il rosaio selvatico della Grotta. Altri più entusiasti ancora, pensavano perfino che in quel giorno avrebbe potuto mostrarsi alla moltitudine, come si mostrava alla veggente. Quelli più saggi, riflessivi, non osando abbandonarsi a voci infondate, pregavano instancabilmente affinché la Signora misteriosa facesse conoscere il suo nome e desse un segno sensibile della sua presenza alla Grotta... Con grande rammarico di quanti prestavano fede alle visioni, non si verificò nulla: ciò fece temere a parecchi che la stima per la Vergine ne uscisse diminuita. Poveri ragionamenti Umani! La Signora della roccia che aveva incominciato l' opera sua non doveva lasciarla incompiuta. Ancora pochi giorni, e una grande rivelazione avrebbe sciolto il mistero e dissipato ogni dubbio.

 

XXVI - PERIODO DAL 4 AL 25 MARZO.

Gli increduli e gli spiriti di Lourdes superiori alle opinioni popolari, nonostante le arie di sicurezza che si davano, non erano senza preoccupazioni per eventuali incidenti dell' ultima apparizione. Non avendo nelle loro idee un' assoluta fiducia, temevano qualcuna di quelle sorprese sensazionali che i credenti invocavano con vivo desiderio. Nei due o tre giorni che precedettero il 4 marzo, si mantennero in un prudente riserbo e si sottrassero alle discussioni. Il mattino della grande manifestazione, si videro disseminati qua e là sulla sponda destra del Gave, spiando con occhio ansioso la roccia di Massabielle. Quando la prova temuta, appunto perché mancata, ebbe dissipati i loro timori, rialzarono la testa e tornarono alle loro diffamazioni, più accaniti che mai. I giornali, che ricevevano le loro relazioni, non tardarono a pubblicare che la commedia delle visioni era finita con un immenso scoppiò di risa e che i devoti, delusi nelle loro illusioni, non osavano più mostrarsi alla Grotta. Quanto alla veggente, abbandonata dal favore popolare, viveva rinchiusa nella casa paterna, meditando con tristezza sulla gloria effimera della professione di ispirata. Tante erano le affermazioni fatte dai giornali e dai loro corrispondenti, altrettante erano le bugie da mettere alloro attivo: ecco ciò che tutti a Lourdes potevano costatare. Non ritornerò sui particolari e sulle impressioni della giornata del 4 marzo. A partire da questo giorno, siccome le apparizioni si credevano ormai terminate, i pellegrini, è vero, non correvano più in massa a inginocchiarsi tutte le mattine sotto la roccia di Massabielle. Significava forse ciò che la loro fede era meno grande e il loro concorso meno sollecito? Assolutamente no. Tutti i giorni a ciascuna ora del giorno, un movimento continuo di persone si formava sulla strada del Ponte Vecchio, così che la gente nelle adiacenze della Grotta non sfollava mai. In particolar modo alla domenica, essendo sospesi i lavori dei campi, si vedevano su tutte le strade interminabili file di contadini che andavano a rinnovare i loro omaggi alla Signora di Bernardetta. Questi pellegrini fin dai primi tempi ricevevano sempre un' accoglienza gentile e disinteressata da parte degli abitanti di Lourdes. Se torniamo col pensiero a Bernardetta, la troviamo come l' abbiamo lasciata quando era ritornata da Bartrès. Non supponendo neanche che potesse essere l' oggetto di una qualsiasi attenzione, non si preoccupava né di nascondersi, né di apparire. Quattro volte al giorno, come prima delle apparizioni, attraversava una parte della borgata, intrattenendosi familiarmente e chiacchierando con le compagne di scuola. Senza pose da parte sua, non metteva in mostra né le manifestazioni della sua grande devozione, né la dissipazione esuberante caratteristica della sua età. Era l' innocenza che progrediva insieme alla serenità d' una coscienza tranquilla. Bernardetta aveva forse dimenticato la sua Signora? Oh! no. Spesso, alla sera, all' uscita dalla scuola, si poteva vedere una fanciulla staccarsi senza far rumore dalle compagne e prendere in tutta fretta la strada di Massabielle. Giunta sotto la roccia benedetta, baciava la terra, gettava uno sguardo ardente sulla misteriosa nicchia ed effondeva i sentimenti del suo cuore in una affettuosa preghiera. Prima di imbrunire si alzava sorridente, faceva un saluto d' addio e spariva con la stessa fretta con la quale era venuta. Chi era questa giovinetta, che dimostrava uno zelo così toccante per la Signora della Grotta? Non era che Bernardetta. Nei giorni in cui la scuola era chiusa, andava a trascorrere lunghe ore con Colei che le aveva promesso di renderla felice non in questo mondo, ma nell' altro. Non si presentava più alla Grotta come durante la quindicina delle apparizioni cioè accompagnata dalla folla e in mezzo alle ovazioni. Giungeva sola, avvolta nel suo mantello a cappuccio, facendo il meno rumore possibile. Sia per un sentimento di umiltà, sia per non attirare l' attenzione dei presenti, oltrepassava il posto che occupava al tempo delle apparizioni e andava a rifugiarsi in fondo alla Grotta. Là, raccolta, nascosta, spesso sconosciuta, si abbandonava alle meditazioni e recitava con devozione il suo piccolo rosario. Appena le apparizioni della quindicina ebbero termine, mani pie elevarono all' interno della Grotta una specie di altare rustico sul quale fu collocata una statua della Santa Vergine. A questa statua s' aggiunsero ben presto medaglie, quadri, una quantità di oggetti di pietà, così che il vano della roccia prese l' aspetto di una cappella riservata al culto. Candele in gran numero ardevano notte e giorno e le rocce di Massabielle cominciarono a echeggiare di canti in onore della Madonna dei Pirenei. Nessun pellegrino lasciava la Grotta senza gettare sul suolo, e più tardi in un canestro, una moneta destinata all' erezione della cappella chiesta dalla Signora. Il denaro non era custodito da nessuno, e tuttavia nessuna mano temeraria osò mai toccarlo.

 

XXVII - SEDICESIMA APPARIZIONE (Giovedì 25 marzo).

 

LA SIGNORA MISTERIOSA RIVELA IL SUO NOME. Un' opinione, insistente come una certezza, dominava a Lourdes e in tutta la regione circostante nei riguardi delle apparizioni: la Signora della Grotta non aveva ancora detta l' ultima parola. Le meraviglie delle estasi, l' origine straordinaria della sorgente, i racconti e i messaggi della veggente, restavano in effetti senza una sufficiente spiegazione, se l' Apparizione continuava a conservare il silenzio sul suo nome e sullo scopo delle sue visite. Ora, le persone che analizzavano gli avvenimenti si rifiutavano di credere che una vicenda, di cui tutti i dati erano celesti, potesse terminare senza lasciare negli spiriti altro che il ricordo meraviglioso ma infecondo di uno spettacolo teatrale. Nondimeno il periodo dal 4 al 24 marzo era passato, e nessuna novità era venuta a dissipare le nubi, né ad affrettare l' aspettata conclusione. In quest' ultimo giorno, vigilia dell' Annunciazione, un soffio di paradiso passò in tutta la regione, invitando le anime pie a portarsi il giorno seguente a Massabielle. Abitualmente, queste anime, nelle feste consacrate alla Vergine, andavano a pregare e a ritemprare la loro devozione sia all' antico e devoto santuario di Graison, sia al santuario non meno antico e non meno venerato di Bétharram. A questo richiamo, che le distoglieva dal loro pellegrinaggio tradizionale, provarono un istante di perplessità e si chiesero se era loro permesso lasciare luoghi di preghiera già consacrati, per portarsi verso luoghi dove la preghiera liturgica non era ancora risuonata. La Signora della roccia, per una di quelle illuminazioni di cui Ella sola aveva il segreto, fece comprendere alle persone esitanti che era proprio la stessa che invocavano negli antichi santuari della regione e che, per conseguenza, i loro omaggi avevano lo stesso oggetto. Subito gli scrupoli e le incertezze cessarono, e quando venne il momento di mettersi in cammino, i passi dei pellegrini si diressero verso Lourdes. Bisogna tuttavia dire che non si videro alla Grotta, in quel giorno, le grandi folle delle apparizioni precedenti. Si notava piuttosto, con qualche uomo inginocchiato qua e là, un folto Stuolo di giovinette e di pie mamme che, quasi vivente corona, facevano guardia d' onore alla Signora nascosta. Ubbidendo all' impulso interiore che avevano sentito tutte queste anime privilegiate erano persuase che qualche grande avvenimento si preparava alla Grotta. Nell' attesa si chiedevano quale poteva essere questo avvenimento. La Signora nascosta stava forse per togliere il velo che copriva e presentarsi, come avevano sperato il 4 marzo, in tutti gli splendori della sua gloria e la bellezza delle sue divine perfezioni? Avrebbe forse operato nella nuova piscina probatica, scaturita sotto i suoi occhi, uno di quei prodigi che apportano la guarigione e la gioia nei cuori sofferenti? Forse avrebbe approfittato della festa del giorno, il cui nome (l' Annunciazione) sembrava una promessa, per dichiarare il suo nome e rivelare la sua origine celeste? Tutte queste ipotesi si presentavano alla mente dei pellegrini e diventavano l' oggetto di mille desideri e di mille speranze. La voce che si era fatta intendere a quelli che amavano la Vergine era risuonata ugualmente, ma in modo più intimo e più soave, nel cuore di Bernardetta. Oh! per la fanciulla, questa voce non era sconosciuta; era la messaggera fedele che sempre preannunciava la visita della Signora dai sorrisi celestiali. Dopo i giorni benedetti della quindicina delle apparizioni, la piccola veggente era andata a inginocchiarsi più volte sotto la roccia benedetta. Cedendo all' ispirazione dell' anima, sovente levava lo sguardo verso la nicchia prediletta; ahimè! la nicchia restava sempre vuota e i raggi del cielo non venivano più a rischiararla. Ognuno può immaginare la gioia di Bernardetta, quando comprese che la divina Madre la chiamava a un nuovo incontro. Poco importavano alla fanciulla i calcoli e le previsioni degli altri su ciò che farebbe o non farebbe la Signora. La fede, in lei, era sicura e non aveva altro desiderio che quello di contemplare, di gustare gli incanti dell' augusta Sovrana, che riassumeva nella sua persona tutte le grazie e tutte le bellezze del cielo. Accanto al focolare domestico, la vigilia, e cioè il 24 marzo, Bernardetta comunicò ai suoi genitori l' avviso interiore che aveva ricevuto e parlò, come di cosa certa, della felicità che l' attendeva, il giorno seguente, alla Grotta. Tutta compresa da questo pensiero andò a dormire, ma il sonno non giunse. La notte le parve lunga e molte Ave Maria del rosario passarono sulle sue labbra! Appena apparvero le prime luci del giorno, lasciò il suo lettuccio, si vestì diligentemente e senza far attenzione all' asma che si destava nel suo piccolo petto, prese con passo agile il cammino di Massabielle. Quale confusione per lei! la nicchia era già illuminata e la Signora aspettava!... « Ella era là - diceva Bernardetta - affabile, sorridente e guardava la folla come una madre affettuosa guarda i suoi figli ». La veggente aggiungeva: « Quando fui inginocchiata davanti alla Signora, le chiesi perdono del mio ritardo. Sempre buona con me, mi fece cenno con la testa che non occorreva scusarsi. Allora le manifestai tutto il mio affetto, tutta la mia devozione e la felicità che avevo nel rivederla. Dopo averle manifestato tutto ciò che mi passò nel cuore, presi il mio rosario. Mentre pregavo, il pensiero di chiederle il nome si presentò al mio spirito con una insistenza da farmi dimenticare tutti gli altri pensieri. Temevo di essere importuna, rinnovando una domanda rimasta sempre senza risposta, e tuttavia qualcosa mi spingeva a parlare. Infine, per un moto che non potei contenere, le parole uscirono dalla mia bocca e pregai la Signora di volermi dire chi era come nelle volte precedenti, la Signora abbassò il capo, sorrise ma non rispose. Non so il perché, mi sentivo più coraggiosa e tornai a chiederle la grazia di farmi conoscere il suo nome. Rinnovò il sorriso e il grazioso inchino, ma continuò a tacere. Una terza volta, a mani giunte e riconoscendomi completamente indegna della grazia che domandavo, rinnovai la mia preghiera ». Giunta a questo punto del racconto, la fanciulla era vinta dall' emozione e proseguiva così: «La Signora era in piedi, sopra il roseto e si mostrava come si mostra nella medaglia miracolosa. Alla terza richiesta prese un' aria grave e parve umiliarsi... Giunse in seguito le mani e le portò verso la parte superiore del petto..., guardò il cielo...; poi staccando lentamente le mani e chinandosi verso di me, mi disse con voce tremante: "Io sono l' Immacolata Concezione" » Pronunciando queste ultime parole, Bernardetta abbassava la testa e riproduceva il gesto della Signora. Il grande mistero della Grotta era finalmente svelato. E in quale giorno! Precisamente nell' anniversario del giorno, tre volte benedetto, nel quale l' Arcangelo Gabriele venne, da parte dell' Altissimo, ad annunciare l' imminente venuta del Redentore atteso, e salutare « piena di grazia », cioè Immacolata, la Donna predestinata che dopo l' antica promessa fatta ai nostri progenitori, doveva schiacciare la testa al serpente maledetto. Quale coincidenza! E per noi quale motivo di speranza! Angeli che circondavate la Vergine nella sua rustica nicchia, quali furono le vostre lodi e le vostre felicitazioni ascoltando che la vostra augusta Sovrana si faceva conoscere e si identificava personalmente con uno dei suoi più bei titoli di gloria? Non faceste riecheggiare le volte di Massabielle degli accordi dei vostri strumenti vibranti e delle acclamazioni dei vostri cuori infiammati? I pellegrini inginocchiati davanti alla Grotta non Intesero né le armonie, né i trasporti degli spiriti celesti; ma si sentirono penetrati di santa e soave allegrezza. Durante il tempo dell' estasi, rimasero sospesi con lo sguardo rivolto alle labbra della veggente, sperando che da questa bocca pura discendesse a ogni istante qualche parola rivelatrice. Quando Bernardetta ebbe parlato, un trasporto indefinibile si impossessò di tutte le anime, e quelli che erano presenti caddero in ginocchio. Dopo aver reso questo primo atto di ossequio alla Vergine, spinti dall' entusiasmo, gli uni andavano a deporre i loro baci sulle pareti della roccia benedetta, gli altri andavano ad abbracciare, come fossero esseri animati o sacre reliquie, i rami del rosaio selvatico che cadevano dalla nicchia. Dal mezzo della folla, dai massi del Gave, dall' alto della roccia, si alzava l' invocazione popolare: O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che abbiamo ricorso a voi! Qualche momento dopo l' apparizione, tutta la città di Lourdes era informata della strepitosa notizia portata dalla giovane veggente. Incontrandosi nelle strade, gli abitanti si stringevano la mano e si felicitavano a vicenda, come di un avvenimento fortunato accaduto a ciascuno di loro. Quanto ai pellegrini forestieri, non sapevano più staccarsi dalla Grotta; quando avevano finito di recitare un rosario, ne aggiungevano un altro, e dopo aver cantato, cantavano ancora. Infine, verso il tramonto, si dispersero in tutte le direzioni, proclamando dappertutto sul loro passaggio le parole della Vergine. Nel pomeriggio del 25 marzo (non rammento ormai più le circostanze che fecero nascere l' occasione) avemmo, mia sorella e io, inaspettatamente la visita della piccola Bernardetta. Se fosse entrato un angelo in casa nostra non ci avrebbe procurato una gioia più profonda e più viva. La giovane veggente era come un angelo e nel momento in cui si presentò in casa nostra, si sarebbe detto che ella esalava ancora il profumo della Rosa mistica. Facilmente si indovinano i discorsi che dovettero occuparci; la nostra conversazione con la fanciulla non poteva cadere che sugli avvenimenti della Grotta. Subito dopo aver dato il benvenuto alla nostra affezionata visitatrice, ci affrettammo a chiedere i dettagli intimi sulla visione del mattino. Qualcosa che manifestava la felicità passò sul suo volto e, senza farsi attendere, Bernardetta si mise a raccontare gli avvenimenti già narrati. L' atteggiamento e i gesti della Vergine furono riprodotti in modo così vero e attraente che il divino modello parve disegnarsi davanti ai nostri occhi. Verso la fine del racconto la fanciulla fu presa da una grande commozione; si fermò un istante, poi con le lacrime agli occhi e il tremito nella voce, ci ripeté con una espressione serafica la risposta per sempre memorabile della Vergine: Io sono l' Immacolata Concezione! Nel riprodurre qui la scena che ho appena terminato di descrivere, mi proponevo non solo di fermarmi a un ricordo che mi è caro; volevo dare soprattutto una nuova prova della sincerità di Bernardetta. La povera fanciulla non sapeva pronunciare la parola conception che pronunciava con-cheption. D' altra parte ignorava ciò che volevano dire le parole della Vergine: « Io sono l' Immacolata Concezione. Quando ebbe finito di parlare, mia sorella corresse la parola «conception» che Bernardetta aveva storpiato. La fanciulla si riprese, poi si voltò verso mia sorella e le chiese con una ingenuità perplessa: « Ma, Signorina, che significano le parole: Io sono l' Immacolata Concezione?» Dopo una simile domanda, chi potrebbe dubitare della veracità di Bernardetta? L' uomo mente con parole che conosce, ma non con parole delle quali ignora il significato.

 

XXVIII - DICIASSETTESIMA APPARIZIONE (Mercoledì 7 aprile).

La testimonianza, che la Vergine aveva resa a se stessa, confermava le convinzioni di Bernardetta senza aumentarle. Per la piccola veggente, la Signora della Grotta era sempre stata la gloriosa Madre che regna nei cieli ed è a lei ch' ella indirizzava le invocazioni affettuose del suo pio rosario. Tuttavia, per una prudenza che sembrava essere ispirata, non pronunciò mai durante il periodo delle estasi il nome benedetto della persona che riempiva la sua anima. In tutte le narrazioni la Signora della visione era semplicemente chiamata la Signora e solo dopo che la Vergine ebbe parlato, Bernardetta modificò il suo linguaggio. A partire dal giorno della Annunciazione, la dolce Visione non ricevette più il nome vago e impersonale di «la Signora», ma bensì il nome più tenero e meglio determinato di Nostra Signora della Grotta o Nostra Signora di Massabielle. Le feste di Pasqua seguirono poco dopo il giorno nel quale la Signora della Grotta si era dichiarata la Madre immacolata del divin Redentore. Felici e fieri perché la Regina del cielo prendeva diritto di cittadinanza in mezzo a loro, gli abitanti di Lourdes andarono con entusiasmo ad assidersi al banchetto eucaristico; a eccezione di alcuni pensatori senza fede, lo slancio fu generale. Mentre la cittadina era nella gioia, la piccola figlia, oggetto della predilezione della Vergine, doveva essere messa in disparte e privata delle gioie della Risurrezione? Il cuore della Madre celeste non poté acconsentirvi, e il mercoledì di Pasqua (7 aprile) ritroviamo ancora Bernardetta alla Grotta, che contempla nelle gioie dell' estasi la sua affezionata e potente protettrice. Non assistetti all' apparizione del 7 aprile; ma il dottore Dozous la narra ai suoi lettori nei seguenti termini: « Un giorno nel quale Bernardetta sembrava più assorta del solito a motivo dell' apparizione, fui testimone, come tutte le persone che la circondavano, del fatto che sto per narrare: Era inginocchiata, recitando con angelico fervore le preghiere del suo rosario che aveva nella mano sinistra, mentre teneva nella mano destra acceso un grosso cero benedetto. Nel momento in cui iniziava a fare la sua solita salita in ginocchio, per un istante si fermò e la sua mano destra, avvicinandosi alla sinistra, collocò la fiamma della grossa candela sotto le dita di questa mano, abbastanza staccate le une dalle altre così che questa fiamma poté facilmente passare fra esse. Resa più gagliarda da una corrente di aria molto forte che spirava in quel momento, non parve produrre sulla pelle che bruciava alcuna alterazione. Sbalordito da questo strano fatto, impedii che alcuno lo facesse cessare e, prendendo l' orologio, potei per un quarto d' ora osservarlo perfettamente. Bernardetta, dopo questo tempo, sempre in estasi, avanzò verso l' alto della Grotta e spostò le mani allontanandole l' una dall' altra. Fece così cessare l' azione della fiamma sulla mano sinistra. Terminata la preghiera, scomparsa dal volto la trasformazione dell' estasi, Bernardetta s' alzò e si preparò ad allontanarsi dalla Grotta. La trattenni un momento e le chiesi di mostrarmi la mano sinistra che esaminai con la più minuziosa cura. Non trovai la più piccola traccia di bruciatura. Rivolgendomi allora alla persona che si era impossessata della candela, la pregai di riaccenderla e di darmela. Subito collocai più volte di seguito la fiamma della candela sotto la mano sinistra di Bernardetta, che l' allontanò molto in fretta dicendomi: Mi bruciate.

 

XXIX - LE FALSIFICAZIONI DELLA VISIONE CELESTE.

L' inferno non poteva restare inerte davanti agli avvenimenti che si verificavano a Lourdes. Il principe delle tenebre, vinto nel suo orgoglio, non lo è nelle sue avversioni e non osando più attaccare Dio nella sua onnipotenza, cerca di ostacolare le sue opere e di distruggere l' ordine provvidenziale che egli ha sapientemente voluto stabilire. Forse mai, in nessuna epoca della storia, il genio del male ha manifestato la sua azione dannosa come nel tempo in cui viviamo. Egli è dappertutto, s’insinua in tutte le cose. Geloso dei gloriosi destini promessi all' uomo, lo distoglie dalla sua via corrompendo la sua vita morale, pervertendo le sue idee, strappandolo agli affetti nobili e santi. Nella sua attività divorante, presiede le società segrete, si ingaggia nelle pratiche spiritiche, parla per mezzo di tavoli girevoli e si lascia quasi vedere nelle esperienze dell' ipnotismo. Il giornale e il libro sono al suo servizio; certe arti e certa scienza gli rendono continui omaggi. Il propagandista della menzogna non si addormenta nei suoi trionfi e sorveglia con una cura gelosa le cause che possono contribuire a diminuire il suo dominio nefasto. Il suo sguardo inquieto si porta da un capo all' altro del mondo e si ferma su tutti i punti che gli sembrano minacciati. In questo lavoro attento, incessante, gli era possibile non scorgere il grande spettacolo che si dispiegava ai piedi dei Pirenei? Evidentemente no. Il vecchio serpente vide la Grotta illuminata e riconobbe, agitandosi in un fremito di rabbia, la Donna nemica che, col suo tallone potente, gli aveva schiacciato la testa. All' istante tutte le umiliazioni dei tempi passati ritornarono alla sua memoria e lo spinsero a nuove rivolte. Egli sapeva per esperienza che non è senza pericolo che ci si espone a lottare faccia a faccia contro Quella che è « terribile come un' armata schierata in battaglia» ~. Risolse dunque di prendere delle vie indirette e di combatterla, non nella sua persona, ma nei progetti che ella voleva realizzare, simile a quei malfattori oscuri che, non osando attaccare di fronte un avversario temibile, si mettono di notte a rovinare le sue proprietà. Con occhio invidioso notò i tesori di grazie e di benedizioni che la Regina del cielo riservava sotto le volte di Massabielle. A qualunque costo volle rendere sterili queste ricchezze e allontanare dalla Grotta quelli che venivano a raccoglierle. Subito Satana si mise in marcia e nell' esercizio dei suoi riprovevoli e tortuosi modi d' agire lo vedremo travestirsi, truccarsi e spandere lo spavento attorno alla rupe delle visioni. Incominciò le sue imprese dalla piccola privilegiata della Vergine. Ho già detto parlando della quarta apparizione che Bernardetta, trovandosi in estasi, aveva sentito dietro a lei, sopra la corrente del Gave, un' esplosione formidabile di voci selvagge che le gridavano in un modo stridente: «Salvati, salvati!»; che la fanciulla, presa da spavento, aveva alzato le mani e implorato il soccorso della Signora della rupe; che questa aveva aggrottato le ciglia e gettato uno sguardo terribile sui luoghi da dove partivano i clamori sinistri; infine che gli autori di questi clamori erano subito fuggiti emettendo a grande distanza i rantoli del loro furore. Le persone che assistevano a questa apparizione non intesero i gridi forsennati che avevano riempito di terrore la piccola veggente. Sicure di se stesse, credettero che Bernardetta si fosse ingannata e non prestarono nessuna attenzione al suo racconto. Ma Bernardetta non si era ingannata, e più tardi fu riconosciuto che il suo racconto segnava la prima invasione del diavolo a Massabielle. Si sa come l' invasore e i suoi partigiani vi furono accolti; essi non osarono più mostrarsi alla Grotta fin dopo il 7 aprile, cioè fino all' epoca in cui la Vergine parve averla lasciata. Il racconto che precede è uscito quanto al senso dalla bocca stessa di Bernardetta. E stato fatto direttamente dalla veggente a mia sorella e a me. Altre persone di Lourdes, dopo le apparizioni, parlavano dell' incidente del 19 febbraio pressappoco nei medesimi termini, e come proveniente dalla stessa fonte, specialmente Onorina..., più tardi venditrice d' oggetti di pietà, non lontano dalla Grotta. Nell' occasione d' un viaggio fatto a Tarbes, Bernardetta fu presentata al Rev. Nogaro, parroco della cattedrale, che ricevette ugualmente comunicazione del fatto in questione dall' estatica in persona. Da quando le apparizioni della Madre divina furono finite, lo spirito ingannatore ricominciò la sua impresa tenebrosa. Un giorno, una giovane della via Basse, di Lourdes, chiamata Maria... molto raccomandabile d' altra parte per la sua pietà, ritornò dalla Grotta raccontando che aveva sentito all' interno del masso roccioso di Massabielle un concerto misterioso di voci celesti che produceva sui sensi come una specie di ebbrezza narcotica. Nella sua buona fede, diceva e credeva che soltanto gli angeli erano capaci d' eseguire simili sinfonie. Il giorno dopo, la stessa giovane ritornò alla Grotta col progetto di recitarvi il rosario, ma anche con la segreta speranza di sentirvi ripetere le meravigliose armonie del giorno prima. Infatti, appena fu in preghiera, delle note ineffabili, delle note pure e soavi come quelle che escono da bocche serafiche, si fecero sentire di nuovo alle sue orecchie rapite. Ella ne seguiva, senza osare respirare, gli accordi melodiosi e seducenti, quando a poco a poco, ma crescendo, delle strane dissonanze, dei toni falsi e stridenti vennero a gettare il tumulto e la confusione nel poema musicale. Ben presto i ritmi incantatori non furono più che un gran disordine tumultuoso, una cacofonia indescrivibile. Tutto a un tratto si fece il silenzio. Qualche secondo dopo, un rumore sinistro, simile a quello d' una lotta fra animali immondi, scoppiò nelle profondità degli scavi. Erano grugniti soffocati, urti selvaggi, il rumore sordo di combattenti che soccombono. Senza attendere la fine della mischia, la giovane fuggì e per parecchie settimane non osò più ritornare alla Grotta. Quando parlava di questo fatto, diventava pallida e tremava di spavento. La gente di Lourdes, che a quell' epoca non supponeva interventi diabolici, disse che la giovane era un' esaltata e che per crearsi una certa reputazione aveva voluto aggiungere una nota ispirata dalla fantasia alla storia vera delle divine apparizioni. Quasi nello stesso tempo, si trattò a Lourdes d' un' avventura straordinaria sopravvenuta a un uomo di San-Pé o d' un casale vicino. Quest' uomo andava tranquillamente al grande mercato di Tarbes e camminava, prima del giorno, sulla strada da Pau a Lourdes. Arrivato in faccia alla Grotta, secondo la pia abitudine degli abitanti dei Pirenei quando trovano sul loro cammino una croce, una madonna, un santuario, il buon contadino tolse il suo berretto e fece il segno della croce. All' istante, fu inviluppato da un globo di luci fantastiche e, malgrado i suoi sforzi, non poteva più né avanzare né retrocedere. Sbalordito e paralizzato, si mise d' istinto macchinalmente a rifare il segno della croce. Subito il pallone scoppiò con una detonazione formidabile e tutto rientrò nell' oscurità. Attraverso allo spazio sentì delle risate beffarde e delle ironie blasfeme. Senza perdere un minuto, il viaggiatore prese il suo cammino in senso contrario e rientrò nella sua famiglia. I letterati di Lourdes si divertirono molto della sorpresa che aveva spaventato il paesano di San-Pé. Dall' alto della loro scienza, spiegarono l' incidente con un gioco di fuochi fatui. Nuove storie contrassegnate col distintivo del meraviglioso non tardarono ad arrivare alle orecchie del pubblico. La gente seria della località non ne comprendeva il senso e le considerava come favole o sogni generati dall' immaginazione popolare molto surriscaldata a quell' epoca. Fu necessario tuttavia fare i conti con la realtà e riconoscere che qualche cosa di misterioso, che non aveva nessun rapporto con quello che si era osservato precedentemente, si agitava in un modo pernicioso attorno alla Grotta. Alle visioni così belle e così armoniose di Bernardetta, successero delle scene burlesche, spiacevolmente disarmoniche, terrificanti qualche volta. Una vera epidemia di visionarie parve rivelarsi improvvisamente a Lourdes; essa colpiva particolarmente le giovani e i ragazzi. Quando alcuni di questi ragazzi si avvicinavano agli scavi di Massabielle, cadevano in una specie di contemplazione provocata e febbricitante e scorgevano all' interno delle rocce ogni sorta di figure fantasmagoriche. A un tale affascinato si presentava una madonna qualunque ornata di scettri e di corone; a un altro, un San Giuseppe col giglio tradizionale nella sua mano; questo qui credeva di vedere San Pietro, quello là San Paolo, un terzo i quattro evangelisti. In poco tempo, fu la sfilata completa di tutti i santi e di tutte le sante più conosciuti del paradiso. I personaggi fittizi che vennero a far scena in queste diverse parodie, benché rivestiti d' una certa bellezza artificiale, erano inquieti, agitati, e lasciavano scorgere delle convulsioni involontarie che li rendevano repellenti. Ai giocolieri e ai saltimbanchi nascosti che operavano all' interno della Grotta, vennero ad aggiungersi delle comparse d' una natura meno sottile e d' un genio meno inventivo. Questi ultimi erano poveri individui, in carne ed ossa, che cercavano coscientemente di darsi una parte nella commedia diabolica. Così si parlò di un grosso balordo di villaggio, dai diciotto ai vent' anni, sbucato non si seppe mai da dove, che veniva a mettersi in mostra alla sera sul far della notte, sulla riva destra del Gave, in faccia alla rupe di Massabielle. Arrivava sul teatro delle sua bravure bardato con banderuole di verde e col volto spaventosamente sporcato. Dopo essersi messo in ginocchio e aver segnato il suo petto con un gran segno di croce, si abbandonava a mille contorsioni e gettava dei muggiti da far risuonare lo spiazzo della Grotta. Questo personaggio scriteriato fu accolto a urli di derisione e di disapprovazione e non se ne parlò più. Si parlò ancora, per non citare che un secondo caso, d' una serva della città6 che si sforzava di imitare Bernardetta nei suoi rapimenti. Partendo per Massabielle, usciva dalla casa dei suoi padroni a testa bassa e accuratamente nascosta nel suo mantello a cappuccio. Per strada, fingeva di non sentire niente e non rispondeva mai alle domande che le erano rivolte. Sotto la Grotta, moltiplicava le sue prostrazioni e prendeva delle arie ispirate. I suoi sorrisi erano delle smorfie e le sue preghiere venivano dall' estremità delle labbra. La pantomima che eseguiva pareva così visibilmente calcolata e maldestramente riuscita che tutti si mettevano a ridere. Delusa e presa in giro, la falsa veggente rientrò nell' oscurità. Di un significato diverso, drammatici e cattivi si rivelavano gli effetti provati dalle persone che si trovavano direttamente sotto lo sguardo affascinatore del diavolo. Ecco alcune osservazioni a questo proposito, e incomincio da una scena di cui sono stato personalmente il testimonio. Si era all' inizio delle visioni di questa specie; nessun fatto del genere che ricordo era ancora venuto a mia conoscenza. Due miei colleghi, il ricevitore delle imposte e il commesso principale d' Argelès, venendo a Lourdes, vennero a vedermi e dopo essersi intrattenuti sulle grandi manifestazioni della Vergine, alle quali non credevano, mi pregarono di accompagnarli alla Grotta, che desideravano visitare. Arrivammo sotto le volte di Massabielle nel momento in cui una giovinetta della città, chiamata Giuseppina7.., della via di Bagnères, pareva esser caduta in uno di quegli stati patologici che rassomigliano alla catalessi. Una dozzina di donne facevano cerchio attorno a lei e la fissavano con stupore. Noi ci avvicinammo al gruppo e trovammo la giovinetta in ginocchio, nell' atteggiamento d' una Mater dolorosa. La sua figura, senza avere la grazia soprannaturale di quella di Bernardetta, non mancava d' essere molto bella e superava l' incanto delle figure ordinarie. Con le mani congiunte, pregava sospirando, e delle grosse lacrime cadevano lungo le sue gote. Dei movimenti febbrili venivano a intervalli a scuotere la sua preghiera. I miei colleghi furono talmente colpiti alla vista di questa scena che piegarono il loro ginocchio e, prima di rialzarsi, ognuno di loro gettò una moneta sul suolo della Grotta. Devo riconoscerlo, io stesso provai una viva impressione quando mi trovai in presenza della giovinetta e per un istante credetti di vedere una nuova e autentica estatica. Tuttavia, qualche cosa di segreto ostacolava la mia ammirazione e sembrava che la verità non era là. Facevo dei confronti e mi ricordavo che davanti ai rapimenti di Bernardetta mi sentivo trasportato, mentre davanti a quelli di Giuseppina... non ero che sorpreso. Approfondendo i primi, vi coglievo un' azione veramente celeste; esaminando i secondi, non vi trovavo che le agitazioni di un organismo eccitatissimo. Mi ritiravo coi miei dubbi e le mie incertezze. Giuseppina... non lasciò deviare l' opinione pubblica sul senso da dare alle sue estasi. Dopo essere ritornata due o tre volte alla Grotta, dichiarò francamente che era vero che diversi personaggi misteriosi le si mostravano all' interno delle rocce; ma questi personaggi le parevano sospetti di cattiva qualità. Ecco ancora i dettagli d' un fatto di cui posso personalmente garantire l' autenticità. In un lato della casa che abitavo a Lourdes con mia sorella, alloggiava una famiglia di brava gente che ci era particolarmente attaccata e alla quale ci eravamo affezionati. Un giorno, uno dei ragazzi di questa famiglia, chiamato Alex... da undici a dodici anni d' età, oggi uomo fatto, ritornò dalla Grotta con gli occhi fuori dall' orbita e senza poter più parlare. Paralizzato dalla paura, andò a gettarsi precipitosamente nelle braccia della mamma come se reclamasse protezione. La mamma ansiosa si affrettò ad interrogare il ragazzo, ma questo non rispondeva che con dei segni disperati. Tutta allarmata, la povera madre chiamò mia sorella pregandola di venire in suo aiuto. Mia sorella accorse e dopo qualche cura e qualche parola rassicurante data al ragazzo, questi ritornò alla calma. Quando ebbe ripreso i suoi sensi interamente, raccontò ciò che segue: «Uscendo dalla casa, sono andato a fare una passeggiata con altri ragazzi dalla parte di Massabielle. Arrivato nella Grotta, ho pregato un momento; poi, in attesa dei miei compagni, mi sono avvicinato alla rupe e mi ci sono appoggiato con la testa sul gomito. Ero là a guardare attentamente quelli che mi erano attorno e non pensavo a niente quando, voltandomi verso la cavità della rupe, ho visto arrivare verso di me una signora vestita d' oro coperta di farbalas (sic). Questa signora nascondeva le sue mani e la parte inferiore del corpo in una nuvola cenerognola simile a quella dei temporali. Ella mi fissava con grandi occhi neri e pareva che mi volesse afferrare. Ho pensato subito che era il brutto (il demonio), e non sapendo più quello che facevo, sono scappato». Facendo questo racconto, il ragazzo tremava ancora in tutte le sue membra e si attaccava con forza alla veste di sua madre. Qualche settimana dopo, il giovane Alex... faceva la sua prima comunione e alla vigilia del giorno in cui riceveva il suo Dio ripeteva a mia sorella la precedente narrazione. Un grande numero di persone di Lourdes sono state testimoni degli strani eventi seguenti. Un giovane paesano della valle di Basturguère dall' andatura goffa per natura, si presentava da solo a giorni fissi sotto la rupe di Massabielle. Dal momento in cui s' avvicinava alla Grotta, era preso da una specie di scossa vorticosa e si metteva a girare con una rapidità vertiginosa. Quando interrompeva il suo movimento di rotazione, guardava fisso nell' aria e pareva inseguire con le sue mani un essere illusorio. Durante quest' ultimo esercizio, saliva di parecchi passi sul lato verticale del masso e vi si manteneva contro le leggi dell' equilibrio. Ritornato al suo stato normale, il giovane contadino cadeva in uno stato di abbattimento e si ritirava dalla Grotta tutto confuso. Interrogato, rispondeva che non era padrone della sua volontà e che una forza motrice segreta, in azione all' interno delle rocce, l' obbligava a fare ciò che faceva. Sempre nella stessa epoca, mia sorella se ne andò un pomeriggio alla Grotta per recitarvi il suo rosario. Vi incontrò parecchie donne che richiamarono la sua attenzione su una giovinetta fra gli otto e i nove anni, inginocchiata sotto la rupe e che pareva avere una visione. Questa ragazza, infatti, si teneva in un atteggiamento raccolto e seguiva con lo sguardo, in fondo al masso roccioso, qualche cosa d' enigmatico che sembrava imporle un mezzo riso forzato. Tutto ad un tratto la giovane visionaria cadde riversa e, simile a un cilindro su un pendio, si mise a rotolare in maniera disordinata, dal fondo della Grotta fino al bordo del Gave". Si gettarono degli urli e parecchie donne fuggirono. Rientrata in se stessa, la ragazza non seppe spiegare le cause della sua caduta né della sua discesa precipitosa. Una sera (era nel tempo in cui l' accesso alla Grotta era interdetto) parecchie donne pregavano in gruppo in cima al roccione di Massabielle. Una di queste donne, una mamma, teneva davanti a sé circondandola con le sue braccia una bambina fra i tre e i quattro anni. Nessuno faceva attenzione a questa bambina che, del resto, stava tranquilla e guardava in un modo indifferente nella direzione del Gave. Improvvisamente la figlioletta si lasciò sfuggire un grido di sorpresa, si distaccò dalla sua mamma e, avanzando, agitava le sue mani verso un essere invisibile. Un' esclamazione di terrore usci da tutte le bocche e la madre, simile a una leonessa alla quale si strappano i suoi piccoli, si slanciò d' un balzo sulla sua bambina e la trattenne sull' orlo del precipizio. Un passo di più, e la madre con la figlia sarebbero precipitate nel vuoto. La giovane visionaria sapeva appena parlare; non poté fornire nessuna spiegazione sulle cause che l' avevano turbata. Qualche mese dopo i fatti che ho appena raccontato, il figlio d' un mezzadro la cui abitazione si trovava a qualche centinaio di passi dalla Grotta, a un livello superiore del corso d' acqua, fu preso da una strana malattia che i medici non potevano definire. Il ragazzo, di dodici anni, era di un carattere dolce, simpatico, e aveva goduto fin allora una salute perfetta. Da un giorno all' altro diventò taciturno, irritabile, e il suo corpo si raggomitolava come una bolla informe. Più che parlare borbottava e si serviva di termini di cui nessuno attorno a lui conosceva il significato. Con crisi, a dati momenti del giorno, entrava in convulsioni spaventose. Noi avevamo qualche rapporto con questa famiglia di mezzadri e un giorno mia sorella, incontrando il padre in una via di Lourdes, gli domandò notizie del suo figlio. « Non sta bene - rispose il padre - e temo che qualche sortilegio o qualche maleficio sia stato lanciato su lui ». Mia sorella cercò d' illuminare il brav' uomo su questo punto e gli promise d' andare a visitare il giovane malato senza tardare. Vi andò infatti il giorno seguente o quello ancora successivo, nel pomeriggio, accompagnata da due o tre delle sue amiche. Le visitatrici trovarono il ragazzo solo, sprofondato in se stesso vicino al fuoco, in una stanza bassa che serviva da cucina. Malgrado la loro insistenza per farlo parlare, non poterono ottenere nessuna risposta. Siccome i genitori lavoravano nei campi, stavano per andarsene e si erano sedute un momento nel cortile della casa, quando apparve il padre e le pregò di ritornare sui loro passi. Queste signore acconsentirono a rientrare; ma arrivate sulla soglia della cucina, furono arrestate dal vociare e dagli sguardi esasperati del malato. In un eccesso di rabbia, questi si mise a insultarle e vomitare contro loro i titoli più sporchi. Al culmine della sua collera, in un movimento improvviso, fu sollevato come da una molla segreta e proiettato, con un salto di rospo, da un punto all' altro della cucina. Le visitatrici ebbero paura e, malgrado le assicurazioni del mezzadro che diceva che non avevano niente da temere, fuggirono a gran velocità.

Il P. Beluze, frate delle Missioni di Francia, che venne a predicare un quaresimale a Lourdes, sentì parlare della straordinaria malattia del figlio del mezzadro e volle rendersene conto personalmente. Si portò sul luogo; dopo aver seguito il ragazzo in una di queste crisi, non esitò a dichiarare che il malato era in preda a una possessione diabolica. Esorcizzato qualche giorno più tardi dallo stesso missionario, il giovanetto ritornò quasi immediatamente alla sua salute di prima. Malgrado le sue parodie, le sue intimidazioni e i suoi misfatti, lo spirito ingannatore non riuscì a intiepidire lo zelo degli abitanti di Lourdes e della regione riguardo a Nostra Signora di Massabielle; le popolazioni accorrevano per testimoniare la loro fede e il loro attaccamento alla Vergine Immacolata del masso roccioso. Di giorno, di notte, la preghiera del rosario risuonava sotto gli scavi e s' alzava come una protesta permanente contro le usurpazioni del pericolosissimo invasore. Durante questo tempo, anche Bernardetta veniva alla Grotta; a lei non si mostrarono mai le false luci e i falsi volti. Il diavolo si ricordava il colpo d' occhio terrificante che l' aveva obbligato a fuggire durante la quarta apparizione. Dopo questo giorno, non aveva più osato dirigere un attacco contro la privilegiata della Vergine. Infine arrivò il momento in cui il diavolo si accorse che le sue tecniche e i suoi sforzi rimanevano incapaci a distruggere quello che la Vergine aveva fondato. Più s' ingegnava ad accumulare sulla Grotta nuvole su nuvole, più la figura amata dell' Immacolata Concezione vi si lasciava scoprire risplendente e bella. Le cattive visioni disparvero a poco a poco, come spariscono, all' arrivo del giorno, certe fosforescenze notturne prodotte dalla famiglia ripugnante degli spettri.

 

XXX - DICIOTTESIMA E ULTIMA APPARIZIONE (Venerdì 16 luglio)..

Salto un intervallo di tre mesi per dire che Bernardetta fu favorita da un' ultima apparizione il 16 luglio, giorno della festa di Nostra Signora del Monte Carmelo. Dovrò ritornare sul periodo che lascio indietro perché molti fatti vi si dovranno far risalire, ma per il momento completo il quadro delle apparizioni. Invitando la figlia dei Soubirous a venire alla Grotta per quindici giorni, la celeste Signora della roccia non sembrava essersi impegnata a trovarsi all' appuntamento fissato che durante il periodo di tempo che aveva determinato. Tuttavia al termine della quindicina, per una di quelle induzioni che nascono dall' analisi degli avvenimenti, tutte le anime, nel mondo dei credenti, compresero che la santa epopea di Massabielle non era ancora terminata. La Vergine ricompariva infatti il 25 marzo, e coronava la sua opera con l' immortale dichiarazione che tutti conoscono. Non era sufficiente per la divina Mamma del cielo. Allo scopo di addolcire gradualmente alla sua piccola privilegiata le tristezze della separazione ritornò ancora alla Grotta il 7 aprile e il 16 luglio. Mi resta a narrare quest' ultima apparizione. All' epoca in cui ritorno con la mia narrazione, Bernardetta aveva fatto la sua prima comunione; fino al mattino della festa di Nostra Signora del Monte Carmelo, per la terza o la quarta volta si era nutrita del pane degli angeli. Nella seconda parte della stessa giornata, verso il tramonto, trovandosi in preghiera nella chiesa parrocchiale, intese la voce dolce della Vergine Immacolata che, risuonandole in cuore, le diceva di andare alla Grotta. Subito Bernardetta si alzò e corse dalla sua zia più giovane, Lucilla, per pregarla di accompagnarla a Massabielle. L' ingresso della Grotta era allora proibito per ordine dell' autorità amministrativa e una palizzata di legno chiudeva il terreno davanti agli scavi. Per non cadere sotto arresto prefettizio, Bernardetta e la zia presero la strada che conduce ai prati detti della Ribère e andarono a inginocchiarsi sulla riva destra del Gave, in faccia alla roccia delle apparizioni. Attraversando il quartiere di Lapaca, furono fermate da alcune donne che, avendo loro chiesto dove andavano, si misero a seguirle. Più lontano, sui prati che si trovavano dall' alto in basso a un livello inferiore alla strada di Pau, incontrarono parecchi gruppi di donne, le quali pregavano inginocchiate, rivolte verso la nicchia miracolosa. Appena Bernardetta apparve, tutti questi gruppi si alzarono e vennero a formare semicerchio intorno a lei. Tutti erano così felici di pregare a fianco della piccola veggente! Quasi appena che la fanciulla ebbe fissato lo sguardo sulla roccia al di là del Gave, i raggi dell' estasi brillarono sulla sua figura e nei trasporti dell' anima rapita esclamò: «Sì, sì, eccola! ci saluta e ci sorride al di sopra della palizzata! ». All' istante cominciò tra la Vergine e Bernardetta quell' ammirabile scambio di effusioni di cui ho sovente parlato e che sembrava stabilire una corrente luminosa tra le due interlocutrici. Immersa nelle sue beatitudini, la piccola estatica sembrava sforzarsi per distaccarsi dalla terra e volare tra le braccia della sua divina Madre. I suoi lineamenti, quasi spiritualizzati, facevano trasparire l' entusiasmo, e le donne che la circondavano credettero tornati i più bei giorni delle apparizioni. Il momento in cui la Vergine stava per lasciare la Grotta per non ricomparirvi più in modo sensibile, s' avvicinava. Come preparare la fanciulla alle prove di una separazione che poteva schiantare il suo spirito? La dolce Madre stava forse per spargere delle lacrime e rivolgerle saluti rattristanti? Oppure stava forse per dirle che nei giorni cattivi dell' esistenza, si sarebbe trovata invisibile al suo fianco per proteggerla e difenderla? O stava per ricordarle la promessa già fatta, di renderla felice non già in questo mondo, ma nell' altro? Nulla di tutto questo disse o fece, ma con uno sforzo di sublime tenerezza che solo le mamme della terra comprenderanno, la Vergine Immacolata preferì tacere piuttosto che affliggere il cuore della sua piccola. Per tutto il tempo dell' apparizione restò sorridente e lasciò la piccola estatica nella pienezza della gioia. Intanto il sole tramontava all' orizzonte mentre le ombre della notte cominciavano a stendersi sulla conca di Massabielle. La Vergine gettò un ultimo e profondo sguardo di tenerezza sulla piccola privilegiata, poi disparve. Era finito! Bernardetta non doveva più rivedere la Madre di Dio che negli splendori del paradiso.

 

XXXI - BERNARDETTA DOPO LE APPARIZIONI. 1. RESIDENZA NELLA FAMIGLIA. LA FAMIGLIA SOUBIROUS. Dopo il periodo delle apparizioni, Bernardetta riprese le abitudini della sua vita ordinaria, non supponendo nemmeno che l' avvenimento che l' aveva resa nota potesse attirarle una considerazione o una qualunque attenzione. Mentre da un capo all' altro della Francia e fino alle regioni più lontane migliaia e migliaia di voci ripetevano il nome della fanciulla fortunata, lei sola sembrò ignorarsi e non comprendere che la gente potesse occuparsi della sua povera persona. Allo scopo di preservarla dagli attacchi dell' orgoglio, la Provvidenza, che vegliava su lei, si compiacque di lasciarle la sua capacità intellettuale limitata, la sua povertà e perfino la sua asma insistente. Bernardetta riprese dunque il corso ordinario della sua esistenza restando sempre l' umile figlia dei Soubirous, la candida e innocente pastorella di Bartrès. Come prima delle apparizioni, la gente la vedeva passare, ogni mattina, per andare alla scuola, portando un povero canestro in cattivo stato, in fondo al quale si scorgeva, messavi alla rinfusa, la calza da fare, un tozzo di pane nero e il suo abbecedario logorato. Durante le ricreazioni nel cortile dell' Istituto partecipava ai giochi con un' incantevole spensieratezza, rideva, cantava, saltava con le sue giovani compagne. Quando giunse il momento di prepararsi alla prima comunione, nulla di speciale distinse Bernardetta dalle altre fanciulle. Come queste, aveva alternativamente le sue distrazioni e i suoi raccoglimenti, le sue sbandataggini e i suoi fervori. Vicino al confessionale, senza essere dissipata, tuttavia non assumeva arie affettate. In una parola, ella andava a Dio in ogni cosa con molta naturalezza, cioè con l' abbandono della sua innocenza e la familiarità confidente del suo cuore che amava. Bernardetta si accostò per la prima volta alla santa Cena il 3 giugno 1858, nella cappella dell' Istituto, dove era stata istruita sui suoi doveri religiosi. In occasione di questa dolce e santa festa, la gente a Lourdes sperava che la piccola veggente sarebbe stata favorita da uno di quegli angelici rapimenti che formavano l' ammirazione delle folle alle rocce di Massabielle. Non vi fu invece nulla. Bernardetta, a mani giunte, s' avanzò verso l' altare, ricevette il suo Dio nel suo cuore verginale e ritornò al suo posto, senza dare altri segni che quelli di una immensa e profonda felicità. Alla Grotta, Bernardetta compiva una missione; qui compiva un atto grandioso senza dubbio e non paragonabile a nessun altro, ma un atto della sua vita privata, individuale. Tuttavia, in quel tempo il parroco Peyramale raccontava che una domenica, mentre distribuiva la santa comunione nella chiesa parrocchiale, la sua attenzione fu colpita da un fascio di luce che brillava, circondandola, sulla testa di una giovinetta inginocchiata. Aveva guardato attentamente... Era Bernardetta. Nella visita che ci fece la fortunata fanciulla in occasione della sua prima comunione, mia sorella le chiese: « Dimmi, Bernardetta, ti ha resa più contenta aver ricevuto il buon Dio o l' aver conversato alla Grotta con la santa Vergine? ». Bernardetta esitò un momento, poi rispose: «Non so; queste cose vanno d' accordo e non possono essere confrontate. Ciò che so, è che sono stata felicissima in entrambe le circostanze». L' espressione che ho riferita, mi richiama alla memoria molte risposte date da Bernardetta durante le nostre conversazioni familiari. Queste risposte, uscite spontaneamente dalla sua bocca, caratterizzano questa fanciulla e aumentano il gusto di certi particolari narrati nelle pagine precedenti. Ne ricorderò qualcuna a caso, spiacente di non poterle riprodurre nell' espressione pittoresca del dialetto che Bernardetta parlava così bene. Ma, prima di tutto, devo far presente che, verso la fine delle apparizioni, cercammo, mia sorella e io, di far venire la veggente in casa nostra, allo scopo di ottenere ragguagli dettagliati su tutto quello che era avvenuto alla Grotta. Da principio venne con timidità e riservatezza; ma ben presto, incoraggiata dalla nostra cordiale e sincera simpatia, si abbandonò alla sua natura espansiva e divenne la nostra piccola e familiare amica. Quasi per due anni, se non proprio quotidianamente, certo a distanze molto brevi, avemmo la sua visita e potemmo leggere nella sua anima pura e trasparente come il cristallo. A costo di ripetermi, aggiungerò che Bernardetta nei soggetti ordinari di conversazione mostrava una intelligenza molto limitata, ma non era così quando le si parlava della Grotta e dei fatti che vi si riferivano. Allora non era più lei e rispondeva con un incanto e un' esattezza che rapivano i suoi interlocutori. E ora citiamo. Un giorno nel quale discorreva con noi, in salotto, le rivolsi questa domanda: « Dimmi, Bernardetta, la Signora della Grotta ti parla in francese o in dialetto? - Oh! in dialetto!... - Ma!... vuoi che una Signora di una condizione così elevata sappia parlare il dialetto? - Ma si...». Poi con fierezza: « E il dialetto di Lourdes, anzi, che parla!» (giro di frase dialettale). Un altro giorno, a proposito della promessa di felicità che le aveva fatto la Vergine, un missionario di Garaison volle sapere ciò che ne pensava la veggente e le fece questa osservazione in nostra presenza: « Dal momento che la Vergine ha promesso di renderti felice nell' altro mondo, non hai da inquietarti di nulla e puoi riposare tranquilla su questa promessa. - Oh! oh! signor curato, la contate bella! Sarò felice, è vero; ma attenzione! se faccio il mio dovere e cammino diritta per la mia strada ». In un' altra circostanza, parlando a Bernardetta dei segreti che le aveva confidati la Vergine, le dissi: «Sei proprio sicura che i segreti non siano conosciuti che da te sola? Noi eravamo molto vicini alla Signora e allora, sai tu...? - Oh! sono sicurissima che non li avete sentiti, perché non parlavamo come adesso qui. - Che cosa vuoi dire? - Quando la santa Vergine mi confidava i segreti, mi parlava per qui e non attraverso l' orecchio - e dicendo per qui, Bernardetta indicava la parte del cuore. - Non ti capisco. - Né io so farmi capire. Supponete che al posto di tutte quelle persone che si trovavano alla Grotta attorno a me, ci fosse un' unica persona, ma a cento passi da noi: questa persona può vedere benissimo che parliamo, ma non può sentire ciò che diciamo. - Beh! non sei che una vaneggiante ». E la fanciulla, senza insistere, si metteva a sorridere. Nel periodo culminante delle opposizioni amministrative, tornando un giorno a casa, trovai Bernardetta in conversazione con mia sorella. « Non sai? - le dissi; - sembra che ora si conoscano tutte le tue falsità e si pensa niente meno che a metterti in prigione. Inoltre, poiché ho voluto come in altre circostanze sostenerti, si aggiunge che potrei benissimo seguirti... Comprendendo lo scherzo, Bernardetta si alzò con aria piena di felicità: « Oh! che bella cosa sarebbe questa per me!... Prima di tutto non costerei niente ai miei genitori e inoltre sareste là anche voi proprio per insegnarmi a leggere e a recitare il mio catechismo, come si fa all' Istituto». « Dimmi, Bernardetta, - le chiese un giorno mia sorella: - Quando eravamo alla Grotta, la Vergine guardava forse soltanto te? - Mai più!... Guardava tutti e anzi con grande tenerezza. Alcune volte sembrava considerare le persone una a una e su alcune il suo sguardo si soffermava come quando si trova un amico». Il giorno in cui i membri della Commissione nominati dal Vescovo si portarono alla Grotta, il presidente rivolse a Bernardetta questa domanda: « Ci avete appena raccontato che al momento in cui avete scavato la sorgente, mangiaste un po' d' erba. Come mai? - Non so; la Signora mi ha spinta a ciò e me lo ha fatto capire. - Ma, figlia mia, non sono soltanto gli animali che mangiano erba cruda? - Oh! in questo vi sbagliate, reverendo, anche noi mangiamo insalata cruda. E vero - proseguì sorridendo - che vi aggiungiamo un po' d' olio e d' aceto ». Sospendo, perché se volessi ricordare tutte le sue risposte interessanti andrei troppo per le lunghe. Ho già detto, iniziando questo capitolo, che Bernardetta, dopo le apparizioni, era tornata alle sue abituali occupazioni. Come ognuno avrà compreso, non ho voluto con questo che sottolineare la grande modestia e la semplicità della veggente; ma la fama che già si era formata intorno a lei doveva necessariamente modificare le condizioni della sua esistenza oscura e quieta. Nessun forestiero, infatti, passava per Lourdes, senza aver visto e ascoltato la piccola privilegiata di Maria. Nelle ore di sosta delle vetture che andavano a Cauterets, a San Salvatore, o a Barèges, si formava una vera processione verso la casa Soubirous. Quando Bernardetta non si trovava, tutti i viaggiatori si dirigevano velocemente all' Istituto. Riuscirebbe assai difficile descrivere le oppressioni e la noia della povera fanciulla nei tre o quattro anni che seguirono le apparizioni. Ritornata a casa dopo la scuola, a stento trovava il tempo di prendere un po' di cibo. Quando era a scuola, la campanella suonava senza posa. Dieci, venti volte al giorno era obbligata a dire e a ripetere il racconto. In certi momenti stremata di forze e soffocata dall' asma, non dava neanche più segni d' emozione e raccontava le scene più belle delle apparizioni come se si trattasse di una lezione appresa. Senza tener conto della sua stanchezza, specialmente le donne si aggrappavano a lei con una insistenza esasperante. Le una le chiedevano un ricordo; le altre le presentavano dei rosari da toccare; vi erano anche di quelle che si inginocchiavano e le chiedevano una benedizione. In mezzo a tutte queste assedianti, Bernardetta restava dolcemente sorridente e per schermirsi spesso ricorreva ad arguzie. In occasione di una benedizione, sollecitata con insistenza da una visitatrice, la fanciulla rispose: « Ma vedete bene, mia povera donna, che non ho la stola; aspettate almeno che il Vescovo mi abbia delegato i suoi poteri!». Un' ultima prova, la più penosa per lei, attendeva Bernardetta alla fine delle udienze che era obbligata a dare. Lo stato di ristrettezza nel quale si trovava la famiglia Soubirous non era più un mistero per nessuno. Prima di allontanarsi da Bernardetta, ciascuno voleva lasciarle un segno della sua simpatica commiserazione. Questa rifiutava con umiltà, ma non senza far comprendere che era inutile insistere. Preghiere, stratagemmi, perfino la violenza era usata per vincere la delicatezza della fanciulla. Nulla poteva smuoverla e sebbene spesso senza forze, pure Bernardetta riusciva sempre vittoriosa di questo genere d' assalti. Ecco due fatti, dei quali posso dare testimonianza personalmente. Un giorno, una signora straniera, dai modi distinti, venne a bussare alla nostra porta per domandare di vedere la piccola protagonista della Grotta, che si trovava in quel momento con noi. La facemmo entrare in casa e la mettemmo a colloquio con la nostra cara ospite. Ella si profuse in ringraziamenti e manifestò una grande gioia nel vedere che poteva intrattenersi con tutta libertà insieme a quella persona che aveva ricevuti i sorrisi della Vergine. La fece parlare e rimase per più di un' ora ad ascoltarla con una grandissima attenzione. Quando poi si dispose a partire, con la delicatezza di quelli che sanno donare, abbracciando la fanciulla, furtivamente mise un involtino sotto le pieghe del grembiule. Come se le fosse caduto addosso un carbone acceso, Bernardetta s' alzò di scatto e lasciò cadere il dono della signora. Confusa per questo movimento, raccolse l' involtino coi denari e lo restituì gentilmente alla straniera caritatevole. Nessuna preghiera poté determinarla a prendere questo tesoro. Qualche giorno dopo - ciò accadde nella casa parrocchiale - il vescovo di Soisson, andando ai bagni di Cauterets o di Barèges, si fermò a Lourdes per informarsi degli avvenimenti accaduti alla Grotta. Vide Bernardetta ed ebbe con lei una lunga conversazione. Monsignor Tribaud fu profondamente impressionato dai racconti della veggente. Verso il termine del colloquio, il vescovo tirò fuori dalla tasca un rosario legato in oro e l' offrì alla fanciulla. « Oh! è troppo bello per me - esclamò Bernardetta. - Vi ringrazio, Monsignore, ma non posso accettarlo. - Statemi ad ascoltare, figlia mia, - disse il prelato con affettuosa benevolenza: - il mio dono non è così disinteressato come voi pensate; perché dandovi il mio rosario, avevo l' intenzione di chiedervi il vostro. - Oh! poco importa », rispose la fanciulla. E immediatamente con una dolcezza incantevole estrasse il suo modesto rosario e lo pose nelle mani del suo illustre interlocutore. Questi ebbe un bel prendere mille giri; dovette lasciare Lourdes senza aver potuto fare accettare il suo rosario, mentre egli teneva quello di Bernardetta. Molte persone a Lourdes hanno creduto per tanto tempo che uno dei segreti affidati dalla Vergine a Bernardetta consistesse in una esplicita raccomandazione di non accettare alcuna offerta di denaro o di qualunque altra cosa, a motivo dei fatti della Grotta. Non so fino a quale punto l' opinione popolare era fondata; perché, come ognuno sa, la veggente se n' è andata in cielo, portando con sé le confidenze della celeste Signora. Ciò che posso assicurare è che occorreva una forza d' animo sovrumana per resistere agli assalti della carità e che se realmente c' è stata la proibizione di non accettare niente, mai una ingiunzione di questo genere è stata meglio osservata. Un esempio ancora più eroico, e che mostra fino a quale punto può elevarsi la delicatezza cristiana, era dato dal padre e dalla madre di Bernardetta. Nel tempo che aveva preceduto le apparizioni, i due sposi Soubirous se ne andavano tutte le mattine al lavoro che era loro offerto fuori e, a forza di sacrifici, giungevano giorno per giorno a guadagnare il necessario per sostenere se stessi e la loro numerosa famiglia. Dal giorno in cui gli avvenimenti della Grotta tolsero Bernardetta dall' oscurità, le condizioni economiche della famiglia furono aggravate e da cattive che erano diventarono pessime. I Soubirous avevano la loro casa invasa continuamente dalla folla e non potendo attendere alle loro ordinarie occupazioni in modo continuato, erano spesso alle prese con la fame; Lo stato di miseria della sfortunata famiglia ispirava già compassione, ma i volti scarni e pallidi che vi apparivano suscitavano un sentimento ancora più penoso. Dopo aver soddisfatto la loro pia curiosità presso la veggente, le anime caritatevoli avrebbero voluto alleviare tanta povertà. Abbiamo già narrato gli sforzi usati per forzare la delicatezza di Bernardetta. Quando questi sforzi erano riusciti inutili, i visitatori si volgevano al papà e alla mamma, sperando che costoro facessero migliore accoglienza alla loro liberalità. S' ingannavano; il papà e la mamma Soubirous opponevano la stessa resistenza della figlia e non si lasciavano smuovere da nessuna considerazione. Avveniva talvolta che certe persone generose non potevano rassegnarsi a questo rifiuto. Agendo allora come vuole il Vangelo, fingevano indifferenza, poi al momento opportuno deponevano le loro offerte nascostamente o su un mobile o su uno scaffale. Era inutile: i Soubirous mettevano altrettanto zelo a sventare le abilità della beneficenza, quanto è necessario metterne per essere preservati dal furto. Tutti poterono convincersi della falsità della calunnia portata contro gli ex-mugnai di fare un avido commercio dalle fantasticherie mistiche inventate e propagate dalla loro figlia. Un pensiero penoso come un rimorso amareggiava nondimeno le persone della città e teneva angustiati i cuori. Per il fatto che la famiglia Soubirous era irremovibile nella sua delicatezza, bisognava forse lasciarla perire nei gorghi della miseria? Questo problema angoscioso, nonostante i più ingegnosi sforzi della carità, restò senza risposta per parecchi anni. La posizione già compassionevole dei Soubirous sembrava che non potesse ulteriormente peggiorare e tuttavia una prova ancora più tremenda stava per piombare sulla disgraziata famiglia. Ai primi di dicembre dell' anno 1866, la fedele sposa di Francesco Souhirous, la persona nella quale si concentravano tutte le affezioni della casa, colpita da una malattia improvvisa e gravissima, si spegneva dolcemente, l' 8 dicembre 1866, nella festa dell' Immacolata Concezione, dopo quattro o cinque giorni di sofferenza. Il dolore dei figli fu molto forte, si capisce, ma il povero sfortunato padre, colpito come da un colpo di folgore, piombò in una specie di ebetismo. Restò per qualche tempo vittima di questo opprimente torpore; poi, istintivamente, ricordandosi che le sue braccia erano ancora necessarie ai piccoli esseri che lo attorniavano, fece uno sforzo su se stesso e riprese il lavoro per dare da mangiare ai piccoli figli. Nessuno più del rev. Peyramale soffriva a Lourdes per la miseria e per le disgrazie della famiglia Soubirous. Persuaso, come la maggior parte dei suoi parrocchiani, che la sfortunata famiglia rifiutava ogni offerta di soccorso unicamente per ubbidire a ordini segreti venuti dalla Signora della Grotta, il buon pastore pregava con insistenza la Madre delle misericordie a voler finalmente addolcire la severità dei suoi comandi. Infine, dopo aver atteso per molto tempo, credette riconoscere in una circostanza occasionale una risposta del cielo alla sue ferventi suppliche. Un giorno in cui il caritatevole parroco attraversava i quartieri bassi della città apprese per caso che il mulino Lacadé, situato sul canale di Lapaca, era in vendita e che il proprietario cercava un acquirente. Questa notizia fu per lui come un lampo di luce. Subito il suo pensiero corse allo sfortunato papà di Bernardetta. Questi aveva ripreso, dopo qualche anno, la sua vecchia professione di mugnaio, perché questa professione rispondeva meglio ai suoi gusti e anche perché facilitava a lui e alla moglie il modo di sorvegliare e nutrire i figli, ma non riusciva a pagare l' affitto. Lo zelante parroco, senza perdere un minuto di tempo, andò dal superiore della Grotta, il rev. P. Sempé, e, qualche ora dopo, i due, partiti immediatamente da Lourdes, si trovavano alla presenza del vescovo di Tarbes Mons. Laurence, che già da un pezzo conosceva la squallida miseria in cui vivevano i parenti di Bernardetta. Perciò, quando apprese il motivo della visita dei due visitatori, fu del parere che occorreva subito comprare il mulino. Si impegnò lui stesso a coprire la spesa. Il contratto fu concluso e con un atto del 29 agosto 1867, alla presenza del sig. Daléas, notaio di Tarbes, Francesco Soubirous, padre della veggente, diventava proprietario del mulino Lacadé. Da questo momento la famiglia Soubirous non più esposta alle privazioni di prima, a eccezione fatta del grande vuoto lasciato dalla morte della madre, visse relativamente contenta. Tutti a Lourdes approvarono la generosa iniziativa del parroco Peyramale e considerarono il buon servizio reso alla famiglia Soubirous dal parroco come un servizio pubblico fatto alla cittadinanza.

 

XXXIII - BERNARDETTA DOPO LE APPARIZIONI (seguito) 2. BERNARDETTA ALL' ISTITUTO DI LOURDES. Bernardetta aveva lasciato Lourdes da più di un anno: la morte di sua madre era avvenuta quattro mesi dopo la partenza per Nevers. Per completare però la sua biografia, devo riprendere i fatti da una data anteriore e risalire al tempo in cui abitava ancora coi suoi genitori. In questo periodo una preoccupazione penosa tormentava i genitori di Bernardetta, perché questa, nonostante le cure di cui era circondata, continuava a restare debole e malaticcia. Da un pezzo il babbo e la mamma speravano che, dopo aver superato l' età in cui lo sviluppo organico subisce una crisi, la fanciulla sarebbe diventata robusta. Ma ciò non accadde. Bernardetta non sembrava preoccuparsi delle sue condizioni di salute: tutti i giorni, come al solito, continuava a portarsi alla scuola; poi quando le circostanze glielo permettevano, si copriva col suo mantello a cappuccio e andava a pregare alla Grotta. Trascorse così qualche tempo a Lourdes senza che niente di importante si dovesse notare nella sua esistenza. Le suore dell' istituto di Lourdes si erano molto affezionate alla loro alunna. Le belle doti della fanciulla, la sua aria d' innocenza, i ricordi ineffabili che richiamava, strappavano simpatia. Già le buone religiose avevano notato con ansia che Bernardetta deperiva di giorno in giorno. Attribuendo l' avanzare del male a insufficienza di cure, con questo pensiero e abbandonandosi allo slancio del cuore, le buone suore decisero di accogliere la giovinetta sotto il loro tetto ospitale. Dopo aver ottenuto il permesso delle loro superiore, andarono a far visita ai genitori di Bernardetta e trattando la questione dal solo punto di vista igienico, fecero presente la necessità di sloggiare la piccola ammalata. Esse si offrirono a riceverla e a tenerla come una figlia. I Soubirous accolsero con riconoscenza le proposte che erano loro fatte e Bernardetta seguì le suore. La separazione avvenne senza l' abituale tristezza, perché la fanciulla non si allontanava dalla casa paterna che qualche centinaio di passi; d' altronde era ben chiaro che avrebbe avuto la facilità di andare a rivedere la sua famiglia quasi ogni giorno. Nel mese di luglio dell' anno 1860, Bernardetta entrava all' istituto di Lourdes, come ammalata: ma in realtà non fu sottomessa al tenore di vita degli invalidi e dei poveri. Era per le suore come un deposito sacro e la superiora locale, ispirandosi a questa considerazione, le fece occupare una cameretta appartata, ridente e molto sana e le assegnò un posto di privilegio alla tavola dei pensionanti della scuola. Malgrado le delicate e premurose attenzioni che ebbero per lei, Bernardetta non migliorò. Anzi, dopo un pò di tempo che si trovava all' istituto, ebbe una crisi così forte che il suo confessore, il Rev. Pomian, si credette obbligato ad amministrarle gli ultimi sacramenti. I medici del luogo, chiamati d' urgenza, furono unanimi nel dichiarare che la giovinetta era ormai irrimediabilmente perduta. Pur disperando della guarigione, prescrissero nondimeno un rimedio energico, che poteva produrre una certa reazione. Dopo la loro partenza, le suore che circondavano Bernardetta le fecero prendere un cucchiaio d' acqua della Grotta. Immediatamente l' ammalata riacquistò la parola e quasi senza accorgersi si sentì guarita. Le suore si misero a gridare al miracolo e gli abitanti di Lourdes ne prolungarono la eco. Ci fu veramente un miracolo in questa circostanza? Di ciò è permesso dubitare, perché Bernardetta in seguito fu sottoposta alla stessa prova, seguita dagli stessi miglioramenti spontanei. Chiamando tra loro la piccola privilegiata di Maria, le buone religiose dell' istituto speravano di liberarla dalle eccessive visite che l' importunavano e le toglievano le forze. Anche in questo le buone suore non avevano fatto affidamento che sul loro cuore e non già sulle esigenze di un pubblico insistente. Resistevano, fino a quando era in loro potere, alle domande di udienza, che venivano fatte loro; ma generalmente i visitatori si raccomandavano a personaggi o a dignitari così potenti, che alla fine erano obbligate a credere. Bernardetta aveva completamente rinunciato alla sua volontà e ricordandosi dei favori della Vergine si mostrava a tutti ugualmente sorridente. Raccontava semplicemente quanto aveva visto, ascoltato, senza nulla aggiungere, senza nulla togliere. Se qualcuno fingeva di non cedere o presentava qualche obiezione oziosa, la fanciulla rispondeva con tono amabile: «Oh! io non sono istruita per discutere. Vi ho detto ciò che è accaduto alla Grotta; giudicate voi stessi che cosa bisogna pensarne ». All' esterno, in queste conversazioni Bernardetta sembrava felice; in realtà, quando il discorso degenerava in perditempo o in chiacchiere futili, la povera fanciulla si trovava come se fosse alla tortura. Una sua parola ci farà capire la stanchezza morale e fisica che essa provava in questo genere di conversazioni. Un giorno che era a letto per una delle sue solite indisposizioni, venne a trovarla una signora di Lourdes: « Eccoti dunque sempre sofferente, mia cara Bernardetta! - le disse la signora entrando. - Mio Dio, come ti compiango, povera fanciulla! - Non compiangetemi poi tanto - rispose gioiosa l' ammalata - io non so se è un grande vantaggio vivere con la febbre; ma in ogni caso preferisco questa, alle conversazioni in parlatorio. - Devi ricordarti che compi un dovere imposto dalla Vergine, figlia mia! - Oh! questo dovere lo adempio con gioia; ma sappiate che vi sono delle persone, le quali vengono a veder mi e ad ascoltarmi, come si va a vedere e a sentire certe bestie rare in uno zoo». Bernardetta passò il diciottesimo e diciannovesimo anno di età in alternative di salute ora buone ora cattive. In questo periodo si sviluppò un po' , apprese non senza fatica a leggere e a scrivere. Viveva contenta di giorno in giorno, per nulla preoccupandosi del suo avvenire. Nell' anno 1863, Mons. Forcade, vescovo di Nevers e superiore generale delle Dame della Carità di questa città, venne a Lourdes a visitare la suore dell' Istituto, che dipendevano da lui. Dopo aver salutato e benedetto la comunità, si affrettò a chiedere alla superiora notizie di Bernardetta. Qualche minuto dopo, facendo la visita all' edificio, la trovò in cucina, intenta a sbucciare i legumi. Fu colpito dallo sguardo dolce e modesto della giovane cuciniera e le rivolse, passando, parole benevole. Quando giunse la sera, la fece chiamare nella sala di ricevimento e la pregò di narrargli le meraviglie di cui era stata la fortunata testimone. Mons. Forcade era già guadagnato alla causa delle apparizioni, dopo la decisione dottrinale del vescovo di Tarbes; ma quando intese Bernardetta, ne divenne entusiasta. Una pausa di silenzio seguì la narrazione della veggente e tutti poterono accorgersi che il vescovo seguiva un' idea fissa nel suo spirito. Il prelato effettivamente rifletteva e si chiedeva con ansietà ciò che sarebbe diventato il fiore d' innocenza che gli stava davanti, se questo fiore fosse stato trapiantato senza protezione nell' atmosfera corrotta del mondo. La preoccupazione che l' aveva preso, si traduceva subito nelle seguenti parole. Alzando la testa, disse a Bernardetta: «Sì, figlia mia, avete ricevuto grandi grazie da parte della Vergine; ora, che intendete fare per corrispondervi? - Monsignore, non ho mai pensato di fare se non quello che già faccio qui, cioè lavorare e pregare con le care suore. - Osservate, mia povera fanciulla, che voi non siete qui che per un favore e che le buone suore non potranno trattenervi che per un periodo limitato. - Ma se mi prendessero come serva? - Non possono, perché le converse dell' Ordine sono legate da voti, mentre voi non lo siete». Bernardetta abbassò la testa. «Vediamo un po' , figlia mia, - riprese il vescovo - apritemi il vostro cuore; non avete mai pensato di entrare nella congregazione delle buone religiose che hanno cura di voi? - No, Monsignore, e se vi ho qualche volta pensato, era per dirmi che ciò non era possibile. - E perché? - Perché sono troppo ignorante e non ho soldi. - E vero - continuò il vescovo - che per regola generale si esige una dote e un certo grado di istruzione, ma quando ci troviamo di fronte a una vera vocazione, facciamo anche delle eccezioni. - Credo di comprendere il vostro pensiero, Monsignore, e ve ne ringrazio; ma prima di impegnarmi, desidero riflettere lungamente. - Oh! Dio mi guardi, figlia mia, di provocare in voi una deliberazione precipitata. Ciò che ho voluto dirvi è di esaminare in fondo alla vostra coscienza ciò che la Vergine desidera da voi. Pregate questa buona Mamma di illuminarvi, seguite le sue ispirazioni; poi se una vera attrattiva vi inclina verso il chiostro, cioè verso una vita di sacrificio, scrivetemi e da parte mia esaminerò davanti a Dio ciò che conviene fare». La seduta ebbe termine. L' invito del vescovo di Nevers non parve modificare in nulla la condotta esteriore di Bernardetta. Questa continuava a vivere come prima e non compiva i suoi doveri religiosi né con maggior zelo né con maggior fervore. Inoltre era stata fatta proibizione alla religiose di interrogarla circa i progetti che aveva per il futuro o di influire sulla sua determinazione. E mentre tutti supponevano che Bernardetta non avrebbe mai acconsentito ad allontanarsi dalla Grotta, un lavoro interiore si operava in lei e la predisponeva alla vita d' abnegazione. Dopo un anno di meditazioni e di preghiere, Bernardetta chiese un' udienza particolare alla Madre superiora della casa. « Madre mia, - le disse con tono grave - ho lungamente riflettuto, alla presenza di Dio e della santa Vergine, sulle parole che mi furono rivolte, ve ne ricorderete senza dubbio, dal Monsignor vescovo di Nevers. Da oggi la mia decisione è presa, e se la cosa è fattibile e io non ne sono troppo indegna, vorrei pregarvi di scrivere a Sua Eccellenza che desidero vivere e morire sotto il velo delle religiose, delle quali ha la direzione. - Ah! sia benedetto questo giorno! - esclamò la superiora, abbracciando Bernardetta e bagnandola con le sue lacrime. - Da quanto tempo prego segretamente per voi e da quanto tempo attendevo quest' ora fortunata. Sì, sì, mia cara Bernardetta, saremo felicissime di ricevervi in mezzo a noi, e non siete già la nostra figlia prediletta?... ». Qualche giorno dopo, infatti, Mons. Forcade informava la superiora dell' istituto che le porte del noviziato della casa madre di San Gildard a Nevers erano aperte per la privilegiata della Vergine e che autorizzava due suore di Lourdes a venire ad accompagnare la postulante. La Vergine Immacolata volle forse che Bernardetta prestasse ancora per qualche tempo il suo apostolato alla Grotta? O forse si propose di dimostrare che la sua piccola messaggera, entrando in convento, non aveva ubbidito ad alcuna costrizione o ceduto a qualche pressione? Sta il fatto che la giovane aspirante fu colta da un insieme di malattie che susseguendosi la obbligarono a fermarsi a Lourdes fino all' estate del 1866. Durante questo periodo di attesa e quando la salute glielo permetteva, seguiva con molto fervore gli esercizi della comunità, cominciando a prepararsi alla vita religiosa. Giunse finalmente il momento in cui Bernardetta dovette staccarsi dalla famiglia, dalla Grotta, dalle buone suore che l' avevano educata. Un crudele e terribile strazio stava per operarsi nella sua anima. Alla vigilia della sua partenza, si portò alla sua prediletta Grotta di Massabielle, accompagnata da due o tre religiose dell' Istituto. Alla vista dei luoghi benedetti, il suo petto si gonfiò. Ben presto scoppiò in singhiozzi e dai suoi occhi scese un profluvio di lacrime; si prostrò con la faccia a terra. Nel medesimo tempo un grido intraducibile sfuggì dalle sue labbra e dal suo cuore: «O madre mia! madre mia! come potrò lasciarvi?». E voleva pregare, ma la povera fanciulla era come annientata e il rosario restava immobile nelle sue dita. S' avvicinò alla roccia sopra la quale si trova la nicchia e a diverse riprese vi impresse dei baci, quasi avesse desiderato lasciarvi l' impronta della sua anima. Poi tornò a mettersi in ginocchio all' esterno della Grotta e a guardare con sguardo ardente la nicchia dove aveva contemplato la Regina del cielo. Ohimè! la persona amata che altre volte la illuminava coi suoi sorrisi non era più là e Bernardetta di nuovo scoppiava in dirotto pianto. Le suore credettero prudente strapparla a questa scena desolante. Si avvicinarono dolcemente e le dissero che era giunto il tempo di allontanarsene. « Oh! per favore - esclamò essa con aria supplichevole - è l' ultima volta!... Ve ne prego, mie care suore, lasciatemi ancora un minuto!». La dilazione fu accordata e anche rinnovata; ma alla fine, le religiose presero, con tutti i riguardi suggeriti dall' affezione, Bernardetta sotto il braccio e la condussero via. La giovane, in lacrime, si staccò alla fine dai quei luoghi amati che non doveva più rivedere; dopo aver fatto qualche passo, presa da una risoluzione eroica asciugò le sue lacrime, gettò un' ultima occhiata alla Grotta e si mise a camminare molto velocemente verso la città. Quando ebbe ritrovato un po' di calma, le suore le dissero: « Ma, Bernardetta, perché affliggervi tanto? Non sapete che la Vergine è dappertutto e che dappertutto sarà vostra madre? - Oh! sì, lo so - riprese - ma a Lourdes, sorelle mie, la Grotta era il mio cielo! ». Il giorno dopo, di buon mattino, Bernardetta andò a salutare i suoi familiari. Entrando nella casa paterna, cadde svenuta nelle braccia della mamma. Le prodigarono cure e allora riprese conoscenza ben presto. Sempre seduta, come l' angelo del dolore, sulle ginocchia di sua madre, guardava con ineffabile tenerezza tutti i membri della famiglia che l' uno dopo l' altro venivano ad abbracciarla e a coprirla di pianto. Improvvisamente si senti il rumore di una carrozza davanti alla porta di casa. Come mossa da una molla, Bernardetta si alzò, si svincolò dalle braccia dei suoi genitori e disparve in gran fretta ripetendo più volte: « Addio! Addio! ». Si fermò davanti all' Istituto, dove le sue benefattrici in lacrime l' aspettavano per darle gli ultimi loro abbracci. Due di esse salirono con lei, poi la carrozza partì. Bernardetta non doveva più rivedere Lourdes che dall' alto delle dimore eterne!

 

XXXIII - BERNARDETTA DOPO LE APPARIZIONI (seguita) 3. BERNARDETTA AL CONVENTO DI NEVERS. LA SUA VITA RELIGIOSA. La Madre e le religiose del convento di Nevers attendevano Bernardetta con l' emozione che avrebbero provato all' arrivo imminente di un angelo nella loro casa. Erano felici di pensare che presto dovevano avere per compagna e amica quella persona che aveva avuto l' onore insigne di trovarsi faccia a faccia e di conversare in intimità on la Madre di Dio. Quali mirabili racconti stavano per ascoltare! Esponendo a loro i racconti delle apparizioni, la veggente non avrebbe fatto loro gustare le bellezze del cielo? Il convento di Nevers era dunque tutto nella gioia e ciascuna religiosa si proponeva di fare la migliore accoglienza possibile alla nuova consorella, quando un dubbio, o meglio un timore fece capolino nell' anima della superiora. Si chiese se le premure che stava per prodigare alla giovane postulante non potevano alterarne la coscienza e portarla all' ebbrezza dell' orgoglio. Fece parte delle sue preoccupazioni alle venerabili suore che formavano il suo consiglio; queste, condividendo i timori della Madre, dichiararono di comune accordo che era cosa prudente non dare a Bernardetta se non quelle comuni manifestazioni di riguardo usate per tutte le postulanti. Il giorno seguente a questa decisione, le due suore di Lourdes che avevano accompagnato nel viaggio Bernardetta bussarono alla porta della Madre e le annunciarono l' arrivo della giovane postulante. La Madre fu presa da una commozione religiosa forte e improvvisa e per calmare la sua emozione, dopo aver rimandato le due religiose, cadde in ginocchio ai piedi del suo crocifisso. Rimase in questa posizione a lungo, e, quando si credette abbastanza padrona di se stessa, discese nel parlatorio, dove sola e col cuore già gonfio l' aspettava Bernardetta. Gettò uno sguardo intenzionalmente distratto sulla giovane e si mise a interrogarla come se non avesse mai inteso parlare di lei. « Siete voi la postulante che hanno condotto da Lourdes? - Sì, signora superiora. - Come vi chiamate? - Bernardetta Soubirous. - Che cosa siete capace di fare? - Oh! nulla di importante, signora superiora. - Ma allora, figlia mia, che volete che facciamo di voi?». Bernardetta non rispose. « Chi vi ha raccomandato alla nostra congregazione? - Monsignore, il vescovo di Nevers. - Ah! questo caro e santo uomo, ne fa sempre qualcuna delle sue!... Venite, figlia mia, vado ad accompagnarvi in refettorio, dove cenerete con le suore di Lourdes; poi, domattina, se non siete troppo stanca, vi porterete in cucina dove aiuterete la sorella conversa a lavare le stoviglie». Assegnandole uno dei più bassi uffici della casa, la Madre aveva creduto di sottoporre Bernardetta a una prova di umiltà. S' ingannava: quella che doveva eseguire gli ordini, ebbe a farsi molto minor violenza di quella che li aveva impartiti. Bernardetta non si era mai chiesta in che modo poteva essere adoperata in convento; si portò al posto di lavoro assegnatole con la stessa gioia di cuore che avrebbe provato se fosse stato di sua libera scelta.

All' ingresso in noviziato, Bernardetta ricevette il nome di suor Maria-Bernarda; questo nome non venne mai assegnato più felicemente, poiché restavano uniti in uno solo, il nome della Vergine apparsa e quello della fortunata veggente. Suor Maria-Bernarda già avezza alla vita claustrale non ebbe a compiere nessuno sforzo per sottostare alle esigenze della regola. D' una pietà soave ma costante, non manifestò né gli ardori abituali delle novizie, né i rilassamenti e gli scoraggiamenti che tengono dietro agli eccessi di zelo. Sempre semplice e senza pretese, strappava la simpatia, e le religiose di Nevers come quelle di Lourdes s' affezionarono alla giovane novizia, non solo per i favori straordinari dei quali era stata l' oggetto, ma per la naturale amabilità del suo carattere felice. Il soggiorno a Nevers parve influire favorevolmente sul fisico di Bernardetta. Nei primi mesi riprese forza e il suo volto aveva l' aspetto della salute. Ma ahimè! Questo felice stato di cose, con le speranze che racchiudeva, non fu di lunga durata. Una sera, dopo l' uscita dal refettorio, la povera giovane ebbe un' emottisi talmente prolungata che tutti intorno a essa disperavano di salvarla. Il medico della casa, chiamato d' urgenza, sentenziò al primo colpo d' occhio che la novizia era perduta. Provò parecchi rimedi, ma restarono senza effetto. La Madre generale, piena di angoscia e di dolore, fece avvisare Mons. Porcade che le condizioni di salute di Bernardetta erano allarmanti. Malgrado l' ora avanzata della notte, il vescovo attraversò a piedi la città e si portò in gran fretta presso la malata. Non potendo darle il viatico, perché il vomito continuava con violenza, le amministrò il sacramento dei morenti. Dopo aver molto pregato e dopo averle impartita un' ultima benedizione, credendo che tutto ormai fosse finito, s' allontanò dal letto dell' agonizzante con le lacrime agli occhi. Mentre discendeva le scale, la Madre superiora, che lo accompagnava, gli espresse il dispiacere che provava di veder morire Bernardetta prima di aver ricevuto il velo e di aver fatto la professione religiosa. « Eh! che cosa c' è che lo impedisce? - rispose il prelato con vivacità. - Si, si, concediamo questa ultima grazia alla giovane privilegiata della Vergine». E tornando sui suoi passi, si portò di nuovo vicino al letto dell' ammalata. « Sr. Maria-Bernarda, - mormorò dolcemente il Vescovo all' orecchio dell' agonizzante - la Vergine di Lourdes non è ancora contenta completamente; vuole vedervi arrivare in cielo con l' abito di religiosa professa. Raccogliete tutti i fervori della vostra anima e preparatevi a pronunciare i vostri santi voti. Se capite le mie parole, fatemelo comprendere». Immediatamente Bernardetta alzò uno sguardo riconoscente verso il cielo. Il vescovo si affrettò a recitare le preghiere rituali; poi con tono solenne invitò la novizia a rispondere o meglio a dare col cuore la sua adesione alla formula dei voti che stava per pronunciare in suo nome. L' ammalata, incapace di parlare, fece col capo un segno di consenso. Dopo la cerimonia, cadde in una specie di stato comatoso che sembrava preludere all' agonia. La sua ora tuttavia non era ancora venuta. Mentre le religiose della casa si pigiavano attorno alletto del dolore per ricevere l' ultimo respiro della loro amatissima consorella, si addormentò dolcemente di un sonno ristoratore; subito il suo respiro divenne più libero e più energico. Dopo qualche ora di riposo, suor Maria-Bernarda si risvegliò tutta sorridente e si mise a parlare. S' affrettarono a somministrarle cibi che le ridonassero energie e in capo a due o tre giorni Bernardetta entrava in piena convalescenza. Ma ahimè! come tutti quelli che portano impresso il sigillo degli eletti, la poverina usciva da una prova per cadere in un' altra. Del resto per essa la parole della Vergine: « Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo ma nell' altro» non dovevano aver pieno compimento? Appena superata una scossa che aveva messo la sua vita in pericolo, Bernardetta ricevette una notizia che la colpì nell' intimo della sua anima. Senza alcuna preparazione, apprese improvvisamente la morte della sua mamma! Cadde a terra di colpo e rimase a lungo svenuta. Alcuni mesi prima, aveva lasciato la sua mamma a Lourdes ancora giovane e piena di salute; una della ultime parole che aveva inteso uscire dalla sua bocca, era la promessa di venire a vederla sia a Nevers, sia in qualsiasi altro convento, dove fosse stata mandata. Molte lacrime versò in segreto nella sua celletta la giovane religiosa, ma le lacrime non escludono la rassegnazione e Bernardetta, dopo aver pagato il suo tributo alle tristezze e alle debolezze della natura, si mostrò l' imitatrice e la degna figlia di Colui che ha sofferto sul Calvario. Ella ripeteva sovente: «Mio Dio, voi l' avete voluto, io accetto il calice che mi avete presentato; che il vostro santo nome sia benedetto! ». Le terribili emozioni che aveva appena provato l' una dopo l' altra, gettarono suor Maria-Bernarda in uno stato di grande prostrazione. Per qualche tempo venne dispensata da ogni regola e obbligata a sottostare a un regime particolare di cure e di riguardi precauzionali. Quando le forze le tornarono, nonostante la professione fatta in extremis, dovette rientrare in noviziato per completarvi la sua religiosa formazione. Si preparò da sola all' immolazione definitiva con pio abbandono che attestava più gioia che sacrificio. Infine dopo aver molto pregato e meditato, Bernardetta rinnovava i suoi voti nelle mani benedicenti di Monsignor Forcade, nella chiesa della casa madre di San Gildard a Nevers, il 30 ottobre 1867. Pochi giorni dopo la professione, suor Maria-Bernarda ricevette l' ordine di lasciare il suo grembiule di cuciniera per andare a prendere quello d' infermiera nell' ospedale annesso al convento. Senza averne mai parlato a nessuno aveva sempre segretamente desiderato, dopo l' ingresso in religione, di poter essere adoperata per servire gli ammalati: coloro che soffrono sono i più disposti a comprendere le sofferenze altrui. La giovane professa era dunque al colmo della sua felicità; ma la povera figliola non aveva fatto i calcoli che con la sua abnegazione, e presto soccombeva al peso del suo ufficio. Il medico della casa fece osservare alla superiora che Bernardetta sarebbe stata meglio in un letto come ammalata che non nella movimentata funzione d' infermiera. La superiora comprese e immediatamente tolse suor Maria-Bernarda dal suo impiego per affidarle la cura della cappella della comunità. In questo ufficio, suor Maria-Bernarda rivelò attitudini che nessuno aveva in essa supposto. Fin dal suo inizio, come sagrestana della cappella, mostrò un gusto squisito nell' ornare gli altari e in poco tempo divenne abilissima nei lavori ad ago. Si conservano ancora di lei, come reliquie, lavori di ricamo che gareggiano per finezza e ispirazione coi prodotti più perfetti in questo genere. L' umile religiosa passava la più grande parte della sua vita all' ombra del santuario. Là, raccolta e pensierosa, lavorava dal mattino alla sera, sotto lo sguardo di Dio e della sua augusta Madre. Per lei la fede non aveva ombre e si sentiva come incorporata alla sacra Famiglia. Mentre la devota sagrestana metteva tutta la sua felicità e la sua gloria nell' ornare le immagini dei santi che ella amava, gli angeli intrecciavano per lei il prezioso diadema, destinato a ornare la sua fronte per l' eternità. Bernardetta aveva già molto sofferto. Avanzando verso il termine della sua vita, poté accorgersi che le malattie, il cui germe era in lei da lungo tempo, l' assalivano con violenza: asma, tumori, reumatismi, emottisi, tubercolosi ossea, tutto sembrava unirsi per abbattere e rovinare la sua costituzione fisica già tanto delicata. La poveretta era sovente all' estremo delle forze, e accadeva talvolta che mentre offriva le sue sofferenze al Dio del tabernacolo, cadeva inerte sui gradini dell' altare. Rimaneva confusa dei suoi svenimenti e diceva alle consorelle che le porgevano aiuto: «Mio Dio! sorelle mie, come valgo poco e come dovete essere scandalizzate del mio poco coraggio!». La misura sembrava colma e tuttavia la paziente era ancora lontana dalla fine delle sue prove. Un giorno che era a letto ammalata, le venne consegnata una lettera listata a lutto. Questa lettera le ispirò subito lugubri presentimenti: l' istinto del cuore non l' aveva ingannata. La povera ammalata l' aprì con mano tremanti e vi lesse che suo padre, di appena cinquantacinque anni, dopo una malattia sopportata santamente, era morto a Lourdes, il 4 marzo 1871. Fu di nuovo immersa nella più orribile desolazione. Dopo la morte della sua mamma, credeva di aver sparso tutte le lacrime della sua tenerezza, ma ne trovò purtroppo ancora per piangere il suo amatissimo padre. Il corpo di suor Maria-Bernarda era come stritolato sotto il peso della sofferenza; il suo cuore era lacerato dalla violenza dei dispiaceri; non rimaneva che l' anima che avesse conservata la sua serenità. Dio stava per coglierla con una prova suprema. Suor Maria-Bernarda aveva goduto fino allora una perfetta tranquillità circa la sua salvezza. Negli ultimi anni della sua vita, fu assalita da terrori morali, mille volte più tormentosi dei dolori del corpo. S' accusava di colpe immaginarie e si reputava una grande peccatrice. L' innocente figliola non parlava delle apparizioni se non per dire che ne era stata indegna e che per la sua poca riconoscenza meritava la riprovazione della Vergine della Grotta. Dio non fece cessare questo martirio che nel momento in cui si preparava a incoronare la sua figlia prediletta. Penso che i miei lettori mi saranno riconoscenti se riporterò dagli Annali di Nostra Signora di Lourdes il racconto commosso e particolareggiato delle circostanze che hanno accompagnato la morte di suor Maria-Bernarda. « Bernardetta s' è appena addormentata nel Signore; la sua missione era compiuta e l' anima sua pronta per il cielo. La fanciulla innocente e semplice, la religiosa costantemente fedele ai suoi voti e scrupolosa osservante della sua regola, la dolce vittima che portò per tutta la vita il suggello della croce, suor Maria-Bernarda andava a ricevere il premio che le ha promesso la Vergine Immacolata. Fascicolo del 30 aprile 1879. Ella aveva mirabilmente compiuto la missione che le affidò la Madre di Dio. Per più di otto anni le aveva reso testimonianza davanti alle folle narrando con evangelica semplicità ciò che aveva visto e inteso, non rifiutandosi alle esigenze della curiosità e alle torture di interrogatori a volte malevoli e perfidi, non contraddicendosi mai e finendo sovente per convincere perfino gli spiriti maggiormente prevenuti. Finalmente aveva trovato il silenzio e la pace nel caro convento di San Gildard a Nevers. Dopo più di dodici anni di una esemplare vita religiosa, il 22 settembre 1878 aveva fatto i suoi voti perpetui e si era in tal modo sepolta per sempre nel cuore del suo Sposo crocifisso. L' umile vergine era pronta per le nozze dell' Agnello. Pochi giorni dopo la sua consacrazione definitiva e solenne, suor Maria-Bernarda fu colpita dalla sua ultima e crudele malattia, e l' 11 dicembre 1878, nell' ottava dell' Immacolata Concezione, riprese nell' infermeria il suo posto abituale che non doveva più lasciare. Il giorno seguente 12 e il giorno successivo 13, Dio le chiese di proclamare ancora con una estrema e solenne testimonianza le meraviglie che la Vergine Immacolata le aveva rivelato alla Grotta. Suor Maria-Bernarda fece questa deposizione suprema alla presenza dei delegati vescovili di Tarbes e di Nevers, e alla presenza della Superiora Generale della Congregazione di Nevers e del suo Consiglio. Manifestò in quel momento una gioia grandissima che non le era abituale in queste occasioni; rispose volentieri a una lunga serie di domande; ripeté con incanto, nella sua dolce lingua dei Pirenei, le parole uscite dalle labbra di Maria. A più di venti anni di distanza dalle apparizioni, in presenza della morte e dell' eternità, la religiosa affermò ciò che aveva detto da fanciulla; ella fu l' eco sempre fedele della Madre del divin Verbo». 4. ULTIMA MALATTIA. Bernardetta poteva ora morire; già la morte la consumava crudelmente. L' asma, che aveva turbato la sua intera esistenza, la torturava con crisi più frequenti; il suo respiro era divenuto più debole e più faticoso; un tumore enorme avvolgeva il ginocchio destro e l' aveva anchilosato, infine la carie divorava internamente le sue ossa. La povera inferma non lasciava ormai più il letto o la poltrona e presto non posò più che su vive piaghe che coprivano le sue carni delicate; come il suo sposo divino, la religiosa poteva ben dirsi sulla croce. La violenza del dolore le strappava grida che non poteva trattenere, ma ella le cambiava in ardenti preghiere. Diceva con decisione: « Mio Dio, ve l' offro... Mio Dio, vi amo,... si, mio Dio, io la voglio; voglio la vostra croce ». La croce aveva così toccato la sua anima. Il demonio la torturava con quelle terribili prove della coscienza, che danno quaggiù un' idea dell' inferno alle anime generose che hanno accettato di essere vittime per i peccati del mondo. Bernardetta non aveva dimenticato una delle grandi parole della Grotta, la preghiera e la penitenza per i peccatori. Quando il direttore spirituale la fortificava col pensiero del cielo e col ricordo delle divine bellezze della santa Vergine che aveva contemplata alla Grotta: « Sì! sì, - rispondeva la religiosa - questo pensiero mi fa bene». La croce spezzava così i legami che attaccavano Bernardetta alla vita. Quando le suggerivano di farne sacrificio: « Non è sacrificio - diceva - quello di abbandonare una povera vita nella quale si provano tante difficoltà per essere di Dio». A misura che il suo corpo si consumava, l' anima sua prendeva nuova forza. La vita sembrava essersi concentrata nei suoi grandi occhi che diventavano sempre più limpidi e radiosi. Quando guardava il cielo, la croce o l' immagine di Maria, si accendevano di fuoco celeste. Il confessore della comunità, il Rev. Febvre, pensando che avesse un presentimento della morte imminente: «Che avete chiesto a San Giuseppe? » diceva a Suor Maria-Bernarda dopo la festa del 19 marzo. La religiosa rispose decisa: « Gli ho chiesto la grazia d' una buona morte ». Parve che stesse per essere esaudita. Il 28 marzo il suo confessore le portò i sacramenti dei morenti. Prima di porgerle il santo viatico il prete fece una breve esortazione. Suor Maria-Bernarda parlò a sua volta a voce forte che destò la meraviglia di quanti la circondavano: « Mia cara Madre, vi chiedo perdono di tutte le pene che vi ho procurate con le mie infedeltà nella vita religiosa. Domando perdono anche alle mie consorelle dei cattivi esempi che ho loro dato». La morte non venne ancora; e nei rari istanti di tregua che il dolore le dava, la sua indole schietta ritornava alla gioia infantile; ritrovava qualche volta, perfino parlando della sua morte, le dolci e amabili celie che traboccavano dal suo cuore sempre giovane e ridente. Ma la crudele malattia riprendeva ben presto il suo orribile lavoro di distruzione. Le sofferenze fisiche e morali si raddoppiarono soprattutto nella settimana santa nella quale la Chiesa ricorda i dolori di Gesù.

Il Salvatore voleva associare la sua coraggiosa sposa al grande e terribile mistero della sua passione. « Che farete a Pasqua?» dicevano all' ammalata. Ella rispondeva: « La mia passione durerà fino alla mia morte». 5. MORTE. Giunse Pasqua con la letizia della Risurrezione. Suor Maria-Bernarda era sempre al Calvario o al Getsemani. Il martedì dopo la Pasqua fu il giorno della sua agonia spirituale. Il demonio la tormentò violentemente, come ha tormentato Gesù Cristo e i suoi santi. Nella notte del lunedì si senti più volte gridare: «Vattene, Satana!». Il mattino confidò al suo direttore spirituale che il demonio le aveva messo addosso un grande spavento, cercando di gettarsi sopra di lei; ma ella aveva pronunciato il nome di Gesù e tutto era scomparso. L' atleta di Cristo, fortificato il martedì mattino dal santo Viatico, dovette subito riprendere il combattimento. Alla sera, suor Natalia, seconda assistente della Congregazione, con la quale suor Maria-Bernarda aveva una religiosa confidenza, si trovava vicino a lei: « Sorella mia, ho paura... ho paura! » esclamò la povera agonizzante. La religiosa cercò di calmarla. « Ah! - riprese - ho ricevuto tante grazie! Temo di averne approfittato così poco! ». La buona suora le richiamò le infinite misericordie di Gesù: « Il dolce Salvatore è abbastanza ricco per pagare tutti i vostri debiti; e anche noi vogliamo aiutarvi con le nostre preghiere ». Suor Maria-Bernarda emise come un grido di gioia: « Ora sono tranquilla! ». Questa calma durò fino alla fine. Il mercoledì, 16 aprile, suor Maria-Bernarda era seduta su una poltrona, pregando e attendendo la morte. Verso l' una pomeridiana fece chiamare il suo confessore; volle purificarsi ancora una volta col sacramento della penitenza. «Soffrite molto?» le chiese una delle sue consorelle. « Anche questo serve per il cielo», rispose suor Maria-Bernarda. « Vado a chiedere alla nostra Madre Immacolata di concedervi delle consolazioni ». « No, - rispose l' inferma - niente consolazioni, ma la forza e la pazienza ». Si ricordò allora della benedizione speciale che Pio IX le aveva accordata per l' ora della morte. Volle avere nelle mani il documento pontificio; e per acquistare l' indulgenza plenaria pronunciò piamente il nome di Gesù. Un istante dopo, disse: «Mio Dio, vi amo con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima, con tutte le mie forze». Si recitarono le preghiere degli agonizzanti. Con voce flebile ma chiara, ripeteva gli atti che le suggerivano. Tutte le persone che assistevano notavano con emozione che ogni tanto i suoi grandi occhi s' aprivano con vivacità, gettando sguardi infuocati sul crocifisso appeso alla parete; lo misero fra le sue mani che venivano meno. Il sacerdote le richiamò la frase del Cantico dei cantici dove lo Sposo divino invita l' anima fedele a collocarlo, lui, suo Sposo, come un sigillo sul cuore. La moribonda afferrò con forza il crocifisso e lo portò vivacemente sul suo cuore, come se avesse voluto affondarvelo. Fissarono il crocifisso sul suo petto in modo che le fosse possibile baciarlo e premerlo sul suo cuore. La videro intanto stendere le braccia in forma di croce, mormorando: «Ah! io l' amo». L' orologio segnava le due e la morte non arrivava ancora. L' agonizzante la credeva ancora lontana; congedò il confessore, che si recò in confessionale per attendere alle confessioni, e le consorelle che andarono a recitare le litanie del Santissimo Sacramento. Suor Maria-Bernarda continuò a pregare con alcune compagne. Alle due e tre quarti, suor Natalia che tornava dalla confessione, si sentì spinta interiormente a recarsi in infermeria. Rimandando ad altro tempo il ringraziamento, s' affrettò a recarsi presso la moribonda. Entrando, la vide tenderle le braccia: « aiutatemi, aiutatemi, - le disse - pregate per me». Per ben due volte, tendendole le mani supplichevoli, le rivolse la stessa richiesta. Le preghiere delle care consorelle le fecero tornare un po' di forza. La morente chiese perdono a suor Natalia per le pene che le aveva recato. Era davvero la sposa di Gesù, dolce e umile di cuore. Cercò ancora la sua forza in Gesù Crocifisso; prendendo amorosamente il suo crocifisso, baciò lentamente ciascuna delle cinque piaghe del Salvatore. Poi fece cenno che desiderava bere; e tenendo ella stessa il bicchiere nelle mani tremanti gustò qualche sorso. Prima di avvicinare le labbra al bicchiere, Bernardetta fece solennemente uno di quei grandi segni di croce, che aveva imparato a fare dalla Madre del Salvatore. Questo bel segno di croce commosse i testimoni dell' agonia, come aveva rapito i testimoni dell' estasi. Si avvicinava la fine: Bernardetta era nella pace. Le suore recitarono ancora altre preghiere, alle quali la morente si unì con il cuore e anche con la voce quasi spenta. Infine mormorò per due volte la seconda parte dell' Ave Maria, che aveva così gioiosamente e così sovente ripetuta alla Grotta. Alla terza volta fece appena in tempo a dire: « Santa Maria, Madre di Dio...». Non poté continuare. Le sue consorelle, vedendola morire, si affrettarono a suggerirle: « Gesù, Giuseppe, Maria, assisteteci nella nostra ultima agonia ». Bernardetta chinò il capo e rese l' anima a Dio. Erano le tre, l' ora nella quale Gesù mori sulla croce. Era mercoledì, giorno dedicato a San Giuseppe, il santo patrono al quale Bernardetta aveva chiesto la grazia d' una buona morte. Era mercoledì di Pasqua. Nello stesso giorno, ventun anni prima, Bernardetta aveva tenuto, nell' estasi davanti alla Vergine della Grotta, una candela accesa fra le sue mani, senza sentire alcuna scottatura della fiamma che passava attraverso le sue dita congiunte in orazione. Dopo ventun anni, il mercoledì di Pasqua, Bernardetta, questa luce soave che la Vergine Immacolata aveva collocata sul candelabro della santa Chiesa, questa luce pura si eclissava quaggiù per andare a brillare fra le stelle del paradiso. In questo giorno cantava la Chiesa: « Ecco il giorno che ha fatto il Signore; esultiamo e rallegriamoci in esso. Alleluia!». La sacra liturgia richiamava la gloria del Salvatore risorto; e, mostrando alla fine dei secoli le membra del corpo mistico di Gesù risuscitate col loro capo, rivolgeva loro le parole del Giudice Sovrano: « Venite, benedetti dal Padre mio, a prendere possesso del regno che vi è stato preparato » Il dolce Salvatore avrà detto così alla sua sposa fedele: « Venite, alzatevi, o mia diletta; l' inverno di questa vita mortale è passato con le sue prove; i fiori dell' eterna primavera sono spuntati sulla terra dei vivi. Voi mi avete seguito nelle umiliazioni e nei dolori del Calvario; seguitemi nella gloria e nelle delizie del paradiso. La Vergine Immacolata avrà parlato in questi termini alla sua umile devota: - Voi siete stata fedele alla vostra promessa e io sarò fedele alla mia. Voi mi avete fatto il favore di venire alla Grotta per quindici giorni consecutivi, e mi avete onorata fino all' ultimo sospiro della vostra vita; ora anch' io vi faccio la grazia che vi ho promesso. Voi non avete goduto la felicità in questo mondo, venite a goderla nell' altro, dove vi attende Gesù ». I funerali di suor Maria-Bernarda furono celebrati con solennità a Nevers il 19 aprile, terzo giorno dalla morte; presiedeva l' assemblea liturgica lo stesso Mons. Le long, successore di Mons. Forcade, trasferito in questo periodo alla cattedra arcivescovile di Aix. Il corpo della defunta venne collocato in una cappella dedicata a San Giuseppe, al centro di un vasto giardino, attiguo alla casa madre di San Gildard. Molti fantastici racconti sono stati scritti e pubblicati sulla vita di Bernardetta nel convento di Nevers. Alcuni pretendevano che la Santa Vergine la visitasse nella sua cella; altri che aveva il dono dei miracoli; altri ancora che ha profetizzato la disfatta nazionale del 1870. Ma ciò appartiene al romanzo. Bernardetta, nel convento di San Gildard, condusse la vita di una religiosa, fedelissima sempre e in tutto alla regola; ciò è tutto quello che si può dire di lei ed è il più significativo di tutti gli elogi. Nel momento in cui scrivo, ella ha ritrovato, senza dubbio, Colei che le aveva promesso la felicità non in questa vita, ma nell' altra. Possa ricordarsi del vecchio amico di Lourdes, e ottenergli con le sue preghiere la grazia di vedere coi suoi occhi nel cielo l' Immacolata Concezione, che non cessa di invocare con filiale abbandono dal giorno per sempre benedetto nel quale si è inginocchiato vicino a lei, sotto il suo sguardo e sotto la sua mano, alla Grotta di Massabielle!

 

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Le apparizioni di Knock

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L' APPARIZIONE DI NOSTRA SIGNORA REGINA D' IRLANDA – Knock

Il più celebre è quello di /Knock,/ un piccolo e povero paese, situato nell' Irlanda nord-occidentale, sull' altipiano della contea di Mayo, presso /Croagh Patrick,/ la montagna sacra dalla cui cima s. Patrizio liberò, con il suono di una campana, l' isola dai rettili e dalle bestie velenose. Questo è il santuario nazionale e non c' è buon irlandese, in patria e all' estero, che non vi si rechi in pellegrinaggio.

 

Il 21 agosto 1879, verso le ore 20, la Madonna apparve sul cornicione sud dell' umile chiesa parrocchiale ad una quindicina di persone dai 6 ai 75 anni mentre imperversava una pioggia torrenziale. La Vergine in abiti regali con diadema d' oro in testa e mani tese al cielo aveva alla sua destra S. Giuseppe in atteggiamento di preghiera e alla sua sinistra S. Giovanni evangelista, vestito come un vescovo, che reggeva con una mano un libro liturgico e con l' altra indicava Maria. Dietro, a poca distanza, si notava un altare, sormontato da una croce rossa e recante sulla mensa l' Agnello Immacolato, tutto circonfuso di luce e di angeli. Per due ore i veggenti trasecolati pregarono sotto la pioggia senza bagnarsi minimamente, ma anche senza sentirsi rivolgere una parola dai celesti personaggi. Il significato simbolico della visione era facilmente intuibile. Al centro dell' altare brillava l' Agnello immolato, come lo vide nell' Apocalisse S. Giovanni sopra l' altare d' oro del cielo. Così viene ricordato il sacrifìcio del Calvario, reso presente ogni giorno in terra dalla santa Messa e, nel cielo, dall' offerta di Cristo al Padre delle sue piaghe gloriose e della sua obbedienza d' amore. S. Giovanni, il primo figlio di Maria, appare come sacerdote e, additando la Vergine, rievoca il ruolo di Corredentrice svolto da lei sul Calvario: con le sue sofferenze, con l' anima trafitta dalla spada dei dolori. Maria completò in sé ciò che mancava alla Passione di Cristo per il suo Corpo che è la Chiesa. Infatti Dio lascia ad ogni uomo e, soprattutto, ad ogni cristiano un po' della sua croce da portare, un po' della sua pena da condividere, unendo al sacrificio del capo la piccola parte di quello delle sue membra.

 

Il vangelo in più parti e S. Paolo in più lettere ci ripetono che il Signore che ci ha creati senza di noi non vuole salvarci senza di noi; non vuole neppure senza di noi redimere il mondo: è una grazia che ci fa; è un onore al quale ci invita. In questa corredenzione compiuta da tutto il Corpo mistico, Maria occupa un posto di scelta che sorpassa di molto quello di tutti i figli di Dio messi insieme, per cui ella ci sprona da madre, e da Madre di Dio, a prendere la nostra croce per seguire Cristo da veri discepoli e per essere crocifissi con lui. La presenza di S. Giuseppe ricorda che egli fu lo sposo di Maria e il custode della sua verginità. Quindi come capo della Sacra Famiglia, sarebbe un modello di marito e di padre. Nell' occasione è opportuno ricordare che appena sette anni prima, nel 1872, Pio IX aveva dichiarato S. Giuseppe patrono della chiesa universale. Il suo atteggiamento di preghiera lo farebbe modello del cristiano che vuole raggiungere

 

la sua salvezza e contribuire a quella degli altri. La preghiera si nutre di fede e la fede si esprime con la preghiera, per cui ci si affida a Dio con tutta la vita. Il trinomio: /fede, preghiera, vita,/ è inscindibile e richiede continuità a tutti i costi e a tutte le ore. Queste considerazioni e la presenza simultanea di più veggenti di differenti età decisero l' autorità ecclesiastica a nominare, sette settimane dopo l' accaduto, una commissione, la quale ritenne che le testimonianze erano "degne di fiducia e convincenti", come fu poi confermato, nel 1936, da un' altra commissione, la quale per la circostanza ascoltò alcune persone che sostenevano di essere state guarite a Knock. Ben presto fu costruita una cappella con le pareti di vetro trasparente a ridosso della chiesa parrocchiale e iniziarono i pellegrinaggi. Il primo ebbe luogo nel marzo 1880 e fu accolto dall' arcivescovo di Tuam, John Machale, con le seguenti parole: "È una grande benedizione al povero popolo dell' Occidente, che si dibatte nella miseria e nella sofferenza, che la Beata Vergine Madre di Dio sia apparsa fra questa gente". Nel 1976 una nuova grande chiesa venne ad aggiungersi a quella parrocchiale, presso cui si era avuta l' apparizione; essa è di linee modernissime e dalla struttura volutamente simbolica: poggia infatti su trentadue pilastri, uno per ciascuna delle trentadue contee di cui si compone l' Irlanda. Il santuario visse il suo momento più esaltante il 30 settembre 1979, anniversario dell' apparizione: quel giorno, alla fine dei suo memorabile viaggio in Irlanda, Giovanni Paolo II visitò il santuario gremito da una folla sterminata.

 

 

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Le apparizioni di Kibeho

KIBEHO - RWANDA

Una Lourdes nel cuore dell’Africa nera

 

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http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/KIBEHO.htm

 

Santuario di "Notre Dame des Douleurs" a Kibeho (Rwanda).

 Le straordinarie apparizioni della Madonna a Kibeho

 

Una Lourdes nel cuore dell’Africa nera


In un piccolo lembo dell’Africa centrale è sorto un Santuario intitolato a ‘Nostra Signora dei Dolori’. Qui, 23 anni fa, la Madonna apparve ad alcune ragazze del luogo per invitarle a pregare per la salvezza del mondo.

"Vi esorto a pregare con fervore affinché questo Santuario di Kibeho possa diventare il luogo da cui sorgerà un popolo rwandese rinnovato nella fede, assetato di amore per il suo Dio, deciso a dimenticare il triste passato della guerra fratricida, i cui segni terribili si riscontrano dappertutto e, in modo particolare, in questo luogo".

Così esordiva, la mattina del 31 maggio di un anno fa, il Card. Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nel consacrare il nuovo Santuario mariano dedicato a "Notre Dame des Douleurs" a Kibeho, luogo oramai divenuto meta di pellegrinaggi da ogni parte dell’Africa e del mondo fin dall’inizio degli anni Ottanta. Quasi una nuova Lourdes nel cuore dell’Africa nera.

Le apparizioni della Vergine a Kibeho (dal 28 novembre 1981 al 28 novembre 1989) sono le prime che si sono verificate in terra africana e sulle quali la Chiesa ha espresso il suo riconoscimento, giudicandole autentiche, al termine di una lunga inchiesta e di un rigoroso processo canonico.

Una dichiarazione del Vescovo di Gikongoro, la diocesi di appartenenza di Kibeho, preparata in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede, è stata resa nota in contemporanea, nel maggio 2003, in Africa e in Vaticano, per ufficializzare quello che è un evento straordinario. Un documento lungo ventitre pagine che rappresenta il frutto di una lunga e prudente inchiesta da parte della Chiesa.

"La Vergine Maria è apparsa a Kibeho, nella giornata del 28 novembre 1981 – ha affermato il Vescovo Monsignor Augustin Misago – e nel corso dei mesi seguenti. Ci sono più buone ragioni per crederlo che per negarlo. A questo riguardo, solo le tre veggenti dell' inizio meritano di essere considerate come autentiche; si tratta di Alphonsine Mumureke, Anathalie Mukamazimpaka e Marie-Claire Mukangango".

Recente immagine della prima veggente, Alphonsine Mumureke, alla quale la Vergine apparve il 28 novembre 1981.
Recente immagine della prima veggente, Alphonsine Mumureke,
alla quale la Vergine apparve il 28 novembre 1981.

"Io sono la Madre del Verbo"

La storia di Kibeho cominciò alle 12,35 di un sabato, il 28 novembre 1981, in un Collegio gestito da Suore locali, frequentato da poco più di un centinaio di ragazze della zona. Un Collegio rurale, povero, dove si imparava a diventare maestre oppure segretarie. Era diretto da tre Suore che fungevano anche da insegnanti. Gli altri insegnanti, una donna e cinque uomini, erano laici. Il complesso non era dotato di Cappella e, quindi, non vi era un clima religioso particolarmente sentito.

Quel giorno tutte le ragazze del Collegio erano nel refettorio. La prima del gruppo a "vedere" fu Alphonsine Mumureke, di sedici anni. Secondo quanto lei stessa scrive nel suo diario, stava servendo a tavola le sue compagne, quando udì una voce femminile che la chiamava: "Figlia mia, vieni qui". Si diresse verso il corridoio, accanto al refettorio, e lì le apparve una donna di incomparabile bellezza.

Era vestita di bianco, con un velo bianco sulla testa, che nascondeva i capelli, e che sembrava unito al resto del vestito, che non aveva cuciture. Era scalza e le sue mani erano giunte sul petto con le dita rivolte al cielo. La Madonna, come lei disse, non era proprio bianca (muzungu) quale si vede nei santini, ma neppure nera. Alphonsine affermerà, nella sua testimonianza, di non riuscire a dire con esattezza di che colore fosse la sua pelle.

Alphonsine le domandò: "Chi sei?"; e lei rispose, in lingua rwandese: "Io sono la Madre del Verbo".

La Vergine apparsa a Kibeho, con la corona di sette '
poste'
: tante quanti sono i '
dolori'
 di Maria tradizionalmente numerati.

La Vergine apparsa a Kibeho,
con la corona di sette ‘poste’: 
tante quanti sono i ‘dolori’ di Maria
tradizionalmente numerati.

La Signora a questo punto chiese ad Alphonsine di insegnare alle sue compagne a pregare perché esse non sapevano farlo o non lo facevano abbastanza, nonché a tenere in stima la devozione a Maria, loro Madre. L’apparizione durò circa un quarto d’ora. Alla fine, la Signora scomparve lentamente, alzandosi verso il cielo.

Le compagne del Collegio lì presenti avevano udito le parole di Alphonsine, ma non quelle della Signora. Pensarono subito ad un attacco di isteria o che fosse vittima di allucinazioni. Presto Alphonsine divenne il loro zimbello, sicché nelle successive visioni ella domandò alla Vergine che apparisse anche a qualche altra ragazza, in modo che tutte potessero credere. E la Madonna l’accontentò.

La sera del 12 gennaio 1982, Maria apparve ad Anathalie Mukamazimpaka, che aveva allora 17 anni. Ma le ragazze del Collegio continuarono a non credere, finché due mesi più tardi, il 2 marzo 1982, la Madonna apparve anche a Marie-Claire Mukangango, di 21 anni. Questa apparizione fu determinante, dal momento che Marie-Claire era la più scettica e, data anche la sua maggiore età, esercitava una grande influenza sulle altre compagne del Collegio. Per lei Alphonsine era solo matta. Sosteneva con fermezza di non credere assolutamente alle apparizioni. Ma quando pure lei dovette ammettere di aver visto la Madonna, tutte le collegiali si arresero a tale evidenza.

Da quel momento la notizia delle apparizioni si diffuse assai velocemente in tutto il Rwanda, attirando a Kibeho una folla sempre più imponente di curiosi e di fedeli.

Santuario di "Notre Dame des Douleurs" a Kibeho (Rwanda).
Santuario di "Notre Dame des Douleurs" a Kibeho (Rwanda).

Un orribile fiume di sangue

Secondo il racconto delle veggenti, la Madonna apparsa a Kibeho come "Nyina wa Jambo" – in lingua locale: "Madre del Verbo" o "Madre di Dio" – vuole portare, non solo a Kibeho e alla terra africana, bensì al mondo intero, il suo messaggio evangelico, il messaggio di suo Figlio Gesù, che è poi lo stesso di tutti i tempi e per tutti i luoghi: l’amore per Dio e per il prossimo, invitando tutti gli uomini alla conversione, alla penitenza e al digiuno. Il frutto di tutto ciò sarà l’unità e la pace. Diversamente non ci potrà essere che odio ed inimicizie.

È significativo, infatti, che in una delle apparizioni, e precisamente in quella del 19 agosto 1982, di fronte a oltre ventimila persone, i veggenti ebbero una spaventosa visione di quello che poi dodici anni più tardi sarebbe accaduto nel loro paese, con il genocidio rwandese.

Quel giorno la "Signora" apparve ai veggenti a turno. Il suo volto era triste, sembrava assai contrariata. Alphonsine, una del gruppo, disse che piangeva. E anche i veggenti cominciarono a piangere e a battere i denti dalla paura.

L’apparizione fu eccezionalmente lunga, ebbe una durata complessiva di circa otto ore; e le immagini della visione furono tremende: "un fiume di sangue, persone che si uccidevano a vicenda, cadaveri abbandonati senza che nessuno si curasse di seppellirli, teste mozzate, un albero immerso nelle fiamme, un mostro spaventoso, un abisso spalancato…". Fatti terrificanti che poi si sarebbero tristemente avverati allo scoppio della guerra civile fra le etnie degli Hutu e i Tutsi che avrebbero funestato anni dopo il Rwanda. Alcuni dei veggenti scomparvero proprio nei massacri del 1994.

"Il sacrificio di migliaia di persone uccise nella vecchia chiesa e intorno ad essa – ha ricordato il Cardinale Sepe, il giorno dell’inaugurazione del Santuario mariano di Kibeho –, grida con voce forte verso tutti noi e ci invita ad incamminarci su una nuova strada, sulla strada della pace, del perdono reciproco delle colpe arrecate e sulla strada della riconciliazione. Il vero popolo di Dio non può nutrire sentimenti di odio, di divisione, di vendette, di disprezzo, che sono estranei a Dio e al suo amore".

Fedeli in preghiera nel Santuario di "Notre Dame des Douleurs".
Fedeli in preghiera nel Santuario di "Notre Dame des Douleurs".

Universale messaggio di salvezza

Le apparizioni di Kibeho sono state considerate per molto tempo con scetticismo e sospetto. Una Commissione medica internazionale ha condotto a suo tempo accuratissimi esami sulla salute fisica e mentale di tutti i giovani veggenti coinvolti nelle apparizioni.

Altre tre ragazze (Stephanie Mukamurenzi, Agnes Kamagaju, Vestine Salima) ed un ragazzo, Emmanuel Segatashya, furono infatti coinvolti nel fenomeno delle apparizioni; ma soltanto i racconti delle prime tre veggenti (Alphonsine Mumureke, Anathalie Mukamazimpaka e Marie Claire Mukangango) sono stati ritenuti i più convincenti.

Il fatto però che le apparizioni ricevute dagli altri quattro ragazzi non siano state approvate non significa necessariamente che il Vescovo le ritenga false, ma soltanto che la Commissione diocesana non ha trovato in esse elementi sufficienti per qualificarle come sicuramente attendibili. La Santa Vergine è apparsa a tre ragazze del luogo, ma i suoi messaggi si rivolgono a tutto il mondo. Disse infatti la Madonna a Marie-Claire: "Io mi rivelo dove voglio, quando voglio e a chi io voglio. Io non vengo soltanto per Kibeho, non soltanto per la diocesi di Butare, non soltanto per il Rwanda, non soltanto per l’Africa, ma per il mondo intero. Questo mondo è sull’orlo di una catastrofe. Meditate sulle sofferenze di Nostro Signore Gesù e sul profondo dolore di Sua Madre. Pregate il Rosario, specialmente i Misteri Dolorosi, per ricevere la grazia di pentirvi".

Alla veggente Alphonsine, Maria disse: "Sono venuta per preparare la strada a mio Figlio, per il vostro bene, e voi non lo volete capire. Il tempo rimasto è poco e voi siete distratti. Siete distratti dai beni effimeri di questo mondo. Ho visto molti dei miei figli perdersi e sono venuta per mostrargli la vera strada…".

Bambini rwandesi all'
interno del Santuario.
Bambini rwandesi all’interno del Santuario.

Come per altre apparizioni mariane, il messaggio fondamentale di Kibeho è l’invito alla conversione, alla preghiera e al digiuno. Nei suoi accorati appelli, Maria sottolinea l’importanza di amare il prossimo e di non sottovalutare il reale potere della preghiera, specialmente del Santo Rosario. Alphonsine ha detto: "Se Maria sta venendo a Kibeho, è per preparare il ritorno di suo Figlio. Il mondo si sta avvicinando alla fine. Il ritorno di Gesù è vicino. Ma la fine del mondo non è una punizione. La Vergine Maria viene per avvisarci di prepararci per il ritorno di suo Figlio. Dobbiamo soffrire con Gesù, pregare ed essere apostoli per preparare il suo ritorno".

Maria Di Lorenzo

 

 I veggenti

Alphonsine Mumureke:

è nata nel 1965 in una famiglia cattolica. Secondo quanto lei stessa scrive nel suo diario, la sua prima apparizione ebbe luogo il 28 novembre 1981.

Alphonsine si trovava nel refettorio della sua scuola quando improvvisamente sentì dietro di sé una voce che la chiamava: "Figlia mia!", era la Madre di Cristo. La Madonna era bellissima, era scalza, indossava una veste bianca senza cuciture e un velo bianco sulla testa. Le sue mani erano giunte sul petto e le dita puntavano al cielo. Alphonsine le chiese: "Chi sei?", la risposta fu: "Sono la Madre del Verbo".

Durante questa estasi – come le dissero poi le compagne – la ragazza parlava diverse lingue: francese, inglese, la sua lingua madre (il kinyarwanda) ed altre a lei sconosciute.

Le sue insegnanti e le compagne pensarono che Alphonsine stesse male, non potevano credere che avesse davvero visto la Madonna. Durante un’estasi le fecero una bruciatura sulla pelle di una mano ma lei non si accorse di niente e non si mosse minimamente. La Madonna in quel momento le disse: "Sai che ti stanno bruciando"? Alphonsine di scatto tirò via la mano, ma era quella sbagliata! Alla fine le compagne si convinsero che Alphonsine non era affatto matta come pensavano ma che davvero aveva visto la Madonna. La notizia delle apparizioni si diffuse molto velocemente in tutto il Ruanda e attrasse a Kibeho imponenti folle di fedeli. Le apparizioni di Alphonsine sono state approvate dal vescovo.

Anathalie Mukamazimpaka:

è nata nel 1965 in una famiglia cattolica. La Madonna le apparve la prima volta il 12 gennaio 1982. Le apparizioni di Anathalie sono state approvate dal vescovo.

Marie-Claire Mukangango:

è nata nel 1961. Marie-Claire era considerata una ragazza indisciplinata e aveva dovuto ripetere un anno di scuola. Era una di quelle persone che sosteneva apertamente e con fermezza di non credere alle apparizioni. Alphonsine per lei era solo matta.

La sua prima apparizione avvenne il 2 marzo 1982; le sue apparizioni durarono sei mesi. La Madonna scelse lei per esortare gli uomini a meditare sulle sofferenze di Nostro Signore e sul profondo dolore di Sua Madre. Le apparizioni di Marie-Claire sono state approvate dal vescovo.

Stephanie Mukamurenzi:

è nata nel 1968 ed ebbe le sue prime apparizioni all’età di 14 anni.

Agnes Kamagaju:

è nata nel 1960. Le sue apparizioni durarono dal 1 agosto fino al 21 settembre 1982.

Emmanuel Segatashya:

è nato nel 1967 nel villaggio di Rwamiko. I suoi genitori erano pagani. Non aveva mai frequentato la scuola e anche tutti gli altri componenti della sua famiglia erano analfabeti. Viveva in una zona molto isolata, non raggiunta neanche dai comuni mezzi di comunicazione (radio, televisione, ecc.). Segatashya non sapeva neanche come si faceva il segno della Croce né cosa significassero le croci attorno alla missione.

Ebbe apparizioni sia di Gesù che della Madonna. Gesù stesso gli insegnò come fare il segno della Croce, come pregare il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Rosario. Segatashya venne battezzato nel 1983 e decise di prendere il nome di Emmanuel, come chiestogli da Gesù.

La gente si chiedeva con stupore da dove gli venisse la conoscenza del sacramento della Penitenza e del concetto di peccato.

Vestine Salima:
è nata nel 1960 in una famiglia musulmana. Sua madre era cattolica ma più tardi si era convertita all’Islam, la religione del marito. I genitori erano d’accordo sul fatto che Vestine dovesse studiare in una scuola cattolica, dove venne anche battezzata.

Le sue apparizioni iniziarono nel luglio del 1980 nella sua casa. Inizialmente ne vennero a conoscenza solo sua sorella Teofista e i suoi genitori. La prima apparizione pubblica avvenne il 15 settembre 1982 mentre si trovava a scuola; l’ultima il 24 dicembre 1983. Vestine annotò nel suo diario i contenuti delle apparizioni. Le prime apparizioni furono quelle di Gesù, poi le apparve anche la Vergine Maria. I messaggi vennero diffusi in molte parrocchie del Ruanda col permesso del Vescovo Gahamany. Il 29 gennaio 1982 Vestine pregò il Rosario con le braccia estese nel segno della Croce. Le sue braccia rimasero completamente immobili su quella posizione per circa mezz’ora.

Marie-Claire rimase uccisa nella città di Byumba nell’estate del 1994, assieme al marito. Emmanuel morì durante la fuga da Kigali. Vestine sarebbe invece morta a causa di una malattia cardiovascolare. Solo Anathalie, Agnes and Alphonsine riuscirono a sopravvivere agli orrori della guerra.

 

I fenomeni mistici

Il 20 marzo 1982 Alphonsine annunciò a una delle suore, alla direttrice della scuola e a una delle sue compagne: "Sarò come morta, ma non seppellitemi!". La Madonna le aveva fatto sapere in anticipo che l’avrebbe portata con sé in un viaggio. Secondo diversi testimoni durante questo "viaggio", durato circa sei ore, il corpo di Alphonsine rimase in uno stato di coma e di rigidità. Alcuni sacerdoti e il personale medico a cui fu consentito di assistere Alphonsine, effettuarono molti test sul suo corpo. Le conficcarono addirittura degli aghi sotto le unghie, controllarono la sua respirazione e provarono a sollevarla: sembrava che fosse diventata come un pesantissimo blocco di legno di almeno cento chili, affermarono i testimoni.

Anche Anathalie ebbe tre esperienze simili, tre viaggi mistici. I primi due durarono rispettivamente quattro e sette ore e vennero studiati da un comitato di investigazione.

Vestine ebbe anche lei esperienze mistiche analoghe a quelle di Alphonsine e Anathalie. Il suo "viaggio" durò per ben 40 ore. Anche in questo caso, durante il verificarsi del fenomeno, il suo corpo venne esaminato da un comitato di investigazione.

Anathalie digiunò per 14 giorni, dal 16 febbraio al 2 marzo 1983 e in questo periodo visse soltanto della Santa Eucarestia. Nei primi otto giorni del digiuno non bevette e non mangiò assolutamente niente; nei giorni successivi bevette solo qualche sorso d’acqua. Durante questo periodo una commissione medico-teologica la controllò minuziosamente; otto suore si alternavano giorno e notte per seguirla. I medici conducevano ogni giorno numerosi esami per tenere sotto controllo il suo stato di salute. Non venne riscontrato il minimo segno di disidratazione. La veggente non mostrava neanche il tremolio tipico delle persone che si sottopongono a un digiuno prolungato.

Emmanuel digiunò per 18 giorni, dal 7 marzo al 24 marzo 1983. Nei primi sette giorni mantenne un digiuno molto stretto, senza cibo né acqua. Nei giorni successivi prese solo un po’ d’acqua. Anche Emmanuel venne tenuto sotto costante controllo da un team medico.

Tutti i veggenti affermarono che questi digiuni erano stati chiesti dalla Madonna.

Alla fine del 1983 terminarono tutte le apparizioni, tranne quelle di Alphonsine che ebbero fine il 28 novembre 1989. La Madonna annunciò ad Alphonsine un segreto che avrebbe dovuto essere rivelato solo quando fosse arrivato il momento opportuno.

Le visioni spesso erano comuni per tutte le ragazze. Le veggenti alcune volte cantavano delle canzoni, altre volte cadevano per terra in estasi.

 

Alcuni messaggi

La Madonna disse ai veggenti di Kibeho: "Sono venuta per preparare la strada a mio Figlio per il vostro bene e voi non volete capire. Il tempo rimasto è poco e voi siete distratti. Siete distratti dai beni effimeri di questo mondo. Ho visto molti dei miei figli perdersi e sono venuta per mostrargli la vera strada".

In un' altra occasione la Madre di Dio spiegò: "Chi mi cerca mi trova! Io mi rivelo dove voglio, quando voglio e a chi io voglio. Io non vengo soltanto per Kibeho, non soltanto per la diocesi di Butare, non soltanto per il Ruanda, non soltanto per l’Africa, ma per il mondo intero".

Ad Emmanuel Gesù disse: "…Il mondo è pieno di odio. Voi riconoscerete il momento del Mio ritorno quando vedrete scoppiare le guerre di religione. Quando vedrete accadere questo, sappiate che sto per arrivare. Nulla potrà fermare queste guerre".

Nostra Signora disse a Vestine che il mondo non solo è diventato indifferente a Dio ma si è messo contro di Lui. Gli uomini devono pentirsi e chiedere perdono. Durante una visione che durò quaranta ore, dal Venerdì Santo alla domenica di Pasqua (1 - 3 aprile 1983; durante tutto questo tempo la ragazza rimase in coma) la Madonna mostrò a Vestine il destino di chi rifiuterà di pentirsi: il Purgatorio e l’Inferno. Vestine raccontò di essere stata condotta dalla Madonna in luoghi che non erano sulla terra. Disse di essersi trovata in un universo differente dal nostro, diversissimo da quello che conosciamo o da qualsiasi altro che possiamo immaginare. Visitò un luogo dove vide un immenso fuoco. La grande sofferenza di quel luogo non era dovuta tanto al fuoco in sé quanto alla totale assenza di Dio.

Visitò anche un luogo dove vide molti bambini che pregavano e cantavano. Anche se apparentemente potevano sembrare felici stavano soffrendo, spiegò Vestine. La Madonna riferendosi a questa visione le disse che il Purgatorio è un luogo di riconciliazione prima di raggiungere Dio. Alla veggente venne anche mostrato un luogo di splendida luce e perfetta felicità, il Paradiso.

Vestine parlava spesso dell’imminente ritorno di Gesù e supplicava la gente di prepararsi per questo evento. Sottolineava il bisogno per tutti sulla terra di accostarsi al più presto alla Confessione per ottenere il perdono di tutti i peccati dell’umanità attraverso questo sacramento. La ragazza metteva l’accento sulla necessità di staccarsi dai beni terreni e di concentrarsi invece su una continua ricerca di Dio.

Anathalie diceva che Maria in questo momento sta chiedendo all’umanità di svegliarsi dal suo torpore. Dobbiamo dedicarci alla preghiera - aggiungeva la veggente - dobbiamo sviluppare in noi stessi le virtù della carità, della disponibilità e dell’umiltà.

Il 27 marzo 1982 la Madonna disse a Marie Claire: "Il mondo è sull’orlo di una catastrofe". La veggente diceva alla gente: "Meditate sulle sofferenze di Nostro Signore Gesù e sul profondo dolore di Sua Madre. Pregate il Rosario, specialmente i Misteri Dolorosi per ricevere la grazia di pentirvi".

Gesù in diversi messaggi affidati ad Emmanuel ha detto: "Questo mondo finirà. Preparatevi finché c’è ancora tempo. Quando ritornerò sulla terra l’anima ritroverà il corpo che aveva prima…Non è rimasto molto tempo".

"Solo Dio perdona i peccati ma vuole che usiamo gli uomini per questa missione. Guardatevi dai peccati di ipocrisia, maldicenza, calunnia. Essi sono fornicazioni della lingua. Quando vivevo sulla terra ho abbracciato la povertà. La vera ricchezza risiede nel cuore".

"Come è possibile che qualcuno dica che ama Gesù, che lo adora e che vive lontano dal Cuore Immacolato di Sua Madre? Mia Madre è la Madre del mondo".

"Gli uomini dovrebbero pregare assieme con fervore. Non chiedete miracoli perché in Cielo non arriverete con i miracoli ma attraverso la preghiera sincera che proviene dal vostro cuore. Il Rosario è la forza del cristiano".

"Troppe persone trattano il loro prossimo senza amore, senza onestà, senza compassione".

Gesù ad Agnes ha detto: "Di alla gente: smettete di prendere strade diverse. Dovete scegliere l’unica strada: penitenza e distacco dalle cose del mondo…Il comportamento dei giovani e le loro idee sono in contrasto con ciò che Dio si aspetta da loro. Essi non devono usare il loro corpo come strumento di piacere…Anziché essere al servizio di Dio sono al servizio del denaro…Pregate Mia Madre perché vi mostri la giusta strada che porta a Dio".

Alphonsine spiega: "Se Maria sta venendo a Kibeho è per preparare per il ritorno di suo Figlio".

Il 15 settembre 1982 la Madonna disse a Marie Claire: "Perché alcuni non credono che sono venuta per convertire il mondo? Sto chiedendo loro di correggersi ma essi si rifiutano di farlo".

In un messaggio dell’8 settembre 1982 riferito da Emmanuel si parla dei religiosi: "I sacerdoti e i religiosi non si occupano abbastanza di quelle persone che sono malate, fisicamente e moralmente. Se hanno promesso liberamente di restare fedeli al loro voto di castità lo devono osservare fedelmente. I sacerdoti e i religiosi sono stati anche ammoniti sul fatto di essere troppo attaccati al mondo e alle ricchezze".

 

E’ accaduto in Rwanda, in Africa

 

IL PRODIGIO DEL SOLE

COME A FATIMA

 

Un nuovo santuario mariano è stato consacrato in Rwanda, nazione del Centro Africa, e precisamente a Kibeho, sul luogo dove, tra il novembre 1981 e il dicembre 1983 si è verificata una lunga serie di apparizioni della Madonna.

La notizia è passata quasi inosservata, in Italia e in Europa in generale. I media non se ne sono interessati, poco anche quelli cattolici. Eppure, a voler leggere il fatto in una prospettiva profetica, si ha l’impressione che si sia trattato di un evento religioso di enorme importanza.

Così, infatti, sostiene Padre Gianni Sgreva, passionista, che conosce a fondo i fatti di Kibeho per aver scritto un libro fondamentale sull’argomento: "Le apparizioni della Madonna in Africa: Kibeho" pubblicato dalle Edizioni "Shalom".

<<Sono le prime apparizioni mariane che si verificano in terra africana>>, dice Padre Gianni. <<Si sono verificate in un momento particolarmente critico per il continente nero, ma anche pieno di profondi significati cristiani. Il Papa, la Chiesa, guardano all’Africa con grande speranza>>.

Padre Gianni Sgreva, 53 anni, laureato in teologia e scienze patristiche, è un esperto di tematiche mariane. Ha fondato lui stesso una congregazione religiosa mariana, "Comunità Mariana Oasi della Pace", che ha già tredici sedi in giro per il mondo.

<<In genere>>, continua Padre Gianni Sgreva <<questi fatti prodigiosi hanno sempre un significato "concreto". Sono un aiuto soprannaturale che arriva per dare indicazioni, segni, utili a capire e a decifrare eventi. La Madonna è vera madre degli uomini. Nel corso della storia si è sempre data da fare per evitare sofferenze, stragi, deviazioni, errori, ai suoi figli. Questo è il senso dei suoi interventi soprannaturali nel mondo. Nel 1981, il Rwanda era una piccola nazione poverissima, ma discretamente tranquilla. Nessuno avrebbe potuto immaginare da quali drammatiche vicende sarebbe stata travolta dopo poco tempo. Lo sapeva però la Vergine Maria ed è accorsa per cercare di impedire o almeno di arginare quella fiumana di sangue

<<E va anche detto subito che le apparizioni della Madonna a Kibeho non sono "presunte apparizioni". Sono apparizioni "vere", riconosciute tali dalla Chiesa al termine di una lunga inchiesta e un rigoroso processo. Il vescovo del luogo, monsignor Augustin Misago, esaminati i documenti dell’inchiesta e gli atti del processo, in data 29 giugno 2001 ha emanato un documento ufficiale dichiarando che le apparizioni della Madonna a Kibeho erano da ritenersi "vere" e "autentiche">>.

<<Padre Gianni, può riassumerci brevemente come sono iniziate quelle apparizioni?>>.

<<Tutto cominciò il 28 novembre 1981, in un collegio di studentesse, tenuto da Suore di una Congregazione religiosa ruandese. Erano le 12,35. Le ragazze del collegio erano nel refettorio. Alphonsine, 16 anni, stava servendo le compagne a tavola quando sentì una voce che la chiamava: "Figlia mia, vieni qui". La voce proveniva dal corridoio, accanto al refettorio. Alphonsine si diresse da quella parte e vide una giovane donna di bellezza incomparabile: "Chi sei?", chiese stupefatta, e la donna rispose: "Ndi Nyina Wa Jambo", cioè "Io sono la Madre del Verbo". Disse ancora: "Vengo a rassicurarti perché ho ascoltato le tue preghiere. Vorrei che le tue compagne avessero più fede, perché non credono abbastanza".

<<Il collegio ospitava 120 ragazze interne, suddivise in tre classi che le preparavano a diventare segretarie d’azienda o insegnanti elementari. Era diretto da tre suore che fungevano anche da insegnanti. Gli altri insegnanti erano laici: una donna e cinque uomini. Non era dotato di una cappella. Non c’era quindi un clima religioso particolarmente sentito>>.

<<Come reagirono le ragazze del collegio e le suore?

<<Pensarono che Alphonsine fosse isterica o che fosse vittima di allucinazioni. Alphonsine divenne lo zimbello delle compagne. Nessuno prendeva sul serio ciò che raccontava e lei soffriva di questa situazione. Pregò la Madonna di apparire anche ad altre ragazze in modo che potessero credere, e la Madonna la accontentò. La sera del 12 gennaio 1982 la Madonna apparve anche a Nathalie Mukamazimpaka, che aveva allora 17 anni. Ma non servì per far cadere lo scetticismo. Alphonsine continuò a chiedere alla Madonna di apparire ancora ad altre ragazze, e ancora la Madonna la accontentò. Il 2 marzo 1982, la Vergine apparve a Marie-Claire Mukangango, 21 anni. Questo fatto fu determinante. Marie-Claire era la scettica più accanita e, data la sua età, condizionava il comportamento di tutte le altre collegiali. Quando anche lei raccontò di aver visto la Madonna, tutte si arresero. E da quel momento nel Collegio si cominciò a prestare seria attenzione a quei fenomeni>>.

<<La Madonna di che colore aveva la pelle?

<<Questo è un particolare importante. Non era di pelle nera e neppure di pelle bianca. Le veggenti sono concordi nel dire che era una donna giovane e bellissima, con la pelle vellutata, ma di colore indecifrabile, aveva cioè caratteristiche fisiche non attribuibili a una specifica etnia, quasi che la Madonna avesse voluto assumere le sembianze generali di una persona e non di una persona appartenente a un popolo, a una razza>>.

<<Tutte le apparizioni soprannaturali che si verificano, hanno in genere lo scopo di lasciare dei messaggi ai credenti: qual è il messaggio delle apparizioni di Kibeho?

<<I messaggi lasciati dalla Madonna alle veggenti di Kibeho non riguardano solo la popolazione ruandese. Lo ha esplicitamente detto la Vergine stessa a Marie-Claire: "Quando io mi faccio vedere e parlo a qualcuno, intendo rivolgermi al mondo intero". Quindi, il messaggio di Kibeho è un messaggio per il mondo. Ed è un messaggio urgente e accorato. Un messaggio preoccupato. La Madonna a Kibeho parla di "un mondo senza Dio", che non ha pace perché "ignora i valori dello spirito". Non li combatte, li "ignora". La Vergine dice di essere venuta a consolare i suoi figli, invitandoli all’unità e alla pace, attraverso la conversione, la preghiera, la penitenza e la partecipazione alla Passione di Cristo. Si presenta come la "Vergine della sofferenza", l’Addolorata">>.

<<Durante alcune apparizioni, però, la Vergine fece vedere ai veggenti episodi di stragi che poi riguardarono specificatamente il Rwanda>>.

<<E’ vero. Durante l’apparizione del 15 agosto del 1982, i veggenti ebbero una chiara visione di ciò che sarebbe accaduto alcuni anni più tardi nel loro Paese. Quel giorno la "Signora" apparve molto triste. Alphonsine disse di averla vista in lacrime. E anche il comportamento dei veggenti fu diverso dal solito: piansero, tremarono, battevano i denti dalla paura. L’apparizione fu eccezionalmente lunga, durò, complessivamente, otto ore. Le ragazze raccontarono, poi, di aver visto "un fiume di sangue, persone che si uccidevano a vicenda, cadaveri abbandonati senza che nessuno si curasse di seppellirli, un abisso spalancato, un mostro spaventoso, teste mozzate".

<<Quello che accadde in seguito in Rwanda non ha fatto che confermare quella visione tremenda. Quando scoppiò, in quel Paese, la guerra civile tra diverse etnie, i Tutsi e gli Hutu, ci furono massacri spaventosi. Il 7 aprile 1994 circa ventimila Tutsi e Hutu moderati si rifugiarono proprio nel luogo dove erano avvenute le apparizioni e dove era sorta una cappella per ricordarle, e lì furono massacrati. L’anno successivo andarono al potere i Tutsi e cominciarono le vendette. A Kibeho si erano rifugiati gli Hutu a decine di migliaia. Era stato costituito un enorme campo profughi con 250 mila persone. Il 18 aprile 1995 quel campo fu preso d’assedio dall’esercito patriottico ruandese dominato dai Tutsi che spararono in continuazione per alcuni giorni addosso ai profughi. Non si è mai saputo quante persone furono uccise. In quell’occasione le strade del paese erano cosparse di sangue, come nella visione che i ragazzi avevano avuto quattordici anni prima>>.

<<Lei era presente alla recente consacrazione del nuovo Santuario sorto sul luogo delle apparizioni>>.

<<Si, per quell’occasione accompagnai il cardinale Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, inviato dal Papa a eseguire la consacrazione del Santuario. Fu una cerimonia bellissima. Erano presenti tutti i vescovi ruandesi, il Nunzio apostolico, duecento sacerdoti e molti molti pellegrini. Qualcuno ha detto che c’erano circa centomila persone. Ed ho assistito anche a un fatto straordinario, una specie di prodigio>>.

<<Ce lo può raccontare?>>

<<Erano le 10 del mattino. Avevamo appena iniziata la processione per raggiungere il nuovo Santuario da consacrare. Faceva già molto caldo. Improvvisamente, qualcuno ha cominciato a gridare dicendo di guardare il sole. In un attimo, tutti avevano gli occhi puntati verso il cielo e la processione si è fermata. Davanti al nostro sguardo si presentava uno spettacolo stupefacente. Il sole, fortissimo in Rwanda a quell’ora del mattino, si lasciava guardare senza provocare alcun fastidio agli occhi. E vicino al sole, si vedeva un altro astro, più piccolo, con le dimensioni della luna, lucentissimo, che danzava, girando intorno al sole, tra uno sfavillio di mille colori. Era una scena fantastica, di una bellezza indescrivibile. Il fenomeno è stato visto da tutti, è stato anche fotografato e filmato, ed è durato esattamente otto minuti. Un tempo più che sufficiente non solo per escludere ogni tipo di suggestione, ma per poter raccogliere dettagli e particolari essenziali a una valutazione ponderata. Si è trattato certamente di un "segno" del cielo, come era accaduto a Fatima il 13 ottobre 1917. La Madonna ha voluto farci sapere che era vicina a noi in quel giorno di festa>>

 

Riconosciute le apparizioni di Kibeho

(da "La Stampa" del 30 giugno)

...la Chiesa riconosce che la Madonna è realmente apparsa a Kibeho, in Ruanda, nel 1981. Una dichiarazione del vescovo di Gikongoro, la diocesi di appartenenza di Kibeho, preparata in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede, è stata resa nota in contemporanea in Africa e in Vaticano, per ufficializzare quello che è un evento straordinario. Le ultime apparizioni approvate ufficialmente dalla Chiesa sono quelle di Akita (1969) in Giappone, e Finca Betania (1976) in America Latina; mentre per l' Europa bisogna arrivare fino al 1933, con due manifestazioni soprannaturali a Beauraing e Banneux, per trovare un «sigillo» ecclesiastico.
Nonostante fenomeni del genere si siano moltiplicati negli ultimi decenni. Kibeho è particolarmente impressionante perchè in almeno un' occasione, il 19 agosto del 1982, i veggenti, di fronte a oltre ventimila persone, ebbero una chiara visione di quello che sarebbe accaduto dodici anni più tardi nel loro paese, il genocidio ruandese. Quel giorno la «Donna» apparve ai veggenti a turno. Il suo volto era triste, appariva contrariata; ad alcuni dei ragazzi sembrò addirittura che fosse in preda alla collera. Alphonsine, una del gruppo, disse di averla vista in lacrime. E il comportamento dei ragazzi fu altrettanto straordinario: piansero, tremarono, batterono i denti dalla paura.
Le apparizioni furono eccezionalmente lunghe, ebbero una durata complessiva di otto ore; e le cadute a corpo morto, segnale di sofferenza, furono numerose, ripetute. Le immagini delle visioni furono tremende: «un fiume di sangue, persone che si uccidevano a vicenda, cadaveri abbandonati senza che nessuno si curasse di seppellirli, un albero immerso nelle fiamme, un abisso spalancato, un mostro spaventoso, teste mozzate».
I presenti si allontanarono recando con se sensazioni di paura, panico, o anche solo di tristezza. Alcuni dei veggenti scomparvero nei massacri del ' 94. Ieri monsignor Augustin Misago ha reso noto un documento di ventitrè pagine, che rappresenta il frutto di una lunga inchiesta. «La Vergine Maria è apparsa a Kibeho, nella giornata del 28 novembre 1981 - afferma il vescovo - e nel corso dei mesi seguenti. Ci sono più buone ragioni per crederlo che per negarlo. A questo riguardo, solo le tre veggenti dell' inizio meritano di essere considerate come autentiche; si tratta di Alphonsine Mumureke, Nathalie Mukamazimpaka e Marie Claire Mukangango. La Vergine si è manifestata a loro sotto il nome di ' ' Nyina wa Jambo' ' , cioè «' ' Madre del Verbo' ' : che è il sinonimo di ' ' Umubyeyl w' Imana' ' , cioè ' ' Madre di Dio' ' , come ha spiegato ella stessa».

La storia di Kibeho cominciò alle 12,35 di un sabato, il 28 novembre 1981, in un collegio gestito dalle suore, frequentato da poco più di un centinaio di ragazze della zona. Un collegio rurale, povero, dove si imparava a diventare maestre, o segretarie. La prima del gruppo a «vedere» fu Alphonsine Mumureke, nata nel 1965. Mentre serviva le compagne nel refettorio, udì una voce femminile che la chiamava. Si diresse verso il corridoio, si inginocchiò e le apparve una donna. Altre persone furono coinvolte a poco a poco nel fenomeno; ma solo le prime tre veggenti appaiono convincenti.
«I due primi anni di apparizioni a Kibeho costituiscono il periodo decisivo per chiunque voglia sapere ciò che è successo e formarsi un' opinione al riguardo. E' in effetti in questo periodo che si sono prodotti eventi significativi, che hanno fatto tanto parlare di Kibeho e accorrere le folle». Fenomeni nel cielo, piogge che lasciavano asciutti i veggenti e altri fatti straordinari hanno fatto da contorno alle apparizioni.
Ricorda però il vescovo che queste «rivelazioni private» possono rinforzare la vita di fede e di preghiera, «ma il messaggio legato a questa apparizione non è una nuova rivelazione; è piuttosto un richiamo dell' insegnamento ordinario della Chiesa caduto nell' oblio».
A Kibeho è sorto un santuario, intitolato «Nostra Signora dei Dolori».

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Evento Guadalupe

Il presente documento è stato prelevato dal sito : www.medugorje.it

L' EVENTO DI GUADALUPE

 

Le fonti ci parlano della situazione drammatica al principio della storia dell' evangelizzazione in America: frustrazione degli indios, che si sentono abbandonati dai loro dèi, da una parte, e, dall' altra, una certa incapacità di trasmettere una vera esperienza cristiana da parte dei missionari provenienti dal vecchio mondo. La maggior parte della popolazione nutre diffidenza nei confronti della nuova religione: il numero dei battezzati è inferiore alle aspettative. Tuttavia proprio in tale contesto accade qualcosa d' imprevisto: uno di quegli « interventi della grazia divina nel tempo », di cui parla la teologia, che cambiano il corso della storia. Un affresco nell' antico convento di Ozumba (Estado de México) rappresenta l' inizio della storia cristiana in Messico: l' arrivo dei primi dodici missionari francescani nel 1524, i tre indios adolescenti che diedero la vita per testimoniare la loro fede, e le apparizioni di santa Maria di Guadalupe, ai piedi della quale sta Juan Diego con l' aureola della santità. Maria sarà precisamente l' anello che unirà i due mondi lì rappresentati. Prima di ripercorrere il racconto dell' evento guadalupano è però necessario soffermarsi ad analizzare la tradizione guadalupana dal punto di vista critico.

1. Il problema critico

La prima difficoltà che incontriamo esaminando l' evento guadalupano è la mancanza di dichiarazioni ufficiali - sia da parte del veggente sia da parte del vescovo di México, Juan de Zumarraga - in cui si parli espressamente dell' apparizione della Vergine e di un messaggio ricevuto da lei. Esistono tuttavia alcuni codici che attestano una tradizione scritta e orale. Le fonti storiche comprovanti l' apparizione della Vergine Maria nel secolo XVI sono numerose (circa una ventina) e d' indubbio valore. Alcuni originali sono andati irrimediabilmente perduti o, quanto meno, se ne sono perse le tracce. Lodevole il lavoro del Centro di Studi Guadalupani (C.E.G.) di Città di Messico, con la pubblicazione dei Monumenta Historica Guadalupanensia, I, Il, III, la promozione degli Incontri Nazionali Guadalupani, a partire dal 1976, e della rivista Historica, organo ufficiale del Centro, fondata nel 1977. Esistono ormai edizioni critiche delle opere guadalupane fondamentali ed è riconosciuta l' esistenza di documenti provenienti sia dall' ambiente indigeno sia da quello spagnolo in cui si fa riferimento all' apparizione mariana come a un fatto avvenuto in un tempo determinato. Occorre comunque distinguere tra culto e apparizione. Riguardo al culto, esiste una fondata tradizione. Gli scrittori « apparizionisti » - quelli cioè che ritengono l' apparizione un evento storicamente fondato, diversamente da altri di parere contrario e perciò detti « antiapparizionisti » - hanno provato in modo soddisfacente l' esistenza storica del culto già molto diffuso nel secolo XVI. Possiamo rifarci a ricevute di pagamento, testamenti, cantares, ex voto a testimonianza dei pellegrinaggi, documenti dell' autorità ecclesiastica oltre alla controversia Montufar-Bustamante, il documento più ampio e importante circa il culto mariano del Tepeyac nel secolo XVI, in quanto ci permette di notare che la cappella sul luogo dell' apparizione era ormai un vero e proprio santuario mariano. Per quanto riguarda l' apparizione, il documento piu importante, dopo l' immagine stessa, è senz' altro il Nican Mopohua (dalle prime due parole: Aqui se narra, « Qui si racconta »), codice originale su amate, scritto in nahuatl da un nobile e colto indio allievo del Collegio di Santa Cruz di Tlatelolco, probabilmente Antonio Valeriano, uno degli informatori di fra Bernardino de Sahagun, persona stimata non solo da quelli della sua razza, ma anche dalle più alte autorità spagnole civili e religiose, e quindi uomo di un' autorità morale al di sopra di ogni sospetto. Il documento originale è andato perso. Tuttavia la mancanza dell' originale non toglie autenticità al contenuto, che dagli studiosi più eminenti è ritenuto degno di fede. Il racconto delle apparizioni deve essere stato scritto verso la metà del secolo XVI, a giudicare da una copia esistente che risale a questo periodo. E’ probabile che successivamente siano state redatte altre copie. Esiste per lo meno un' altra copia della fine dello stesso secolo. Il testo del Nican Mopohua fu dato alle stampe per la prima volta nel 1649 da Luis Lasso de la Vega, in un' opera che va sotto il titolo generale di Huey Tlamahuizoltica e che si compone di cinque parti. Sempre a metà del secolo XVI venne stampata la versione spagnola del racconto delle apparizioni della Vergine di Guadalupe seguendo il testo di Valeriano, che per la sua autorità s' impose sulle altre relazioni che senza dubbio circolavano, come attesta una copia del secolo XVI conosciuta con il nome di Inin Huey Tlamahuizolizin. Né Luis Lasso de la Vega né Miguel Sanchez fornirono il nome dell' autore del Nican Mopohua: a loro bastava che il racconto fosse avallato dalla tradizione orale e scritta. La prima luce sull' argomento fu fatta da Luis Becerra Tanco, che nella dichiarazione rilasciata al processo delle Informaciones de 1666 delle quali si parlerà più avanti, affermò d' aver udito dire a Gaspar de Praves, conoscitore del nahuatl e suo zio materno, che l' autore della narrazione fu «Juan Valeriano», un alunno nobile del Collegio di Santiago de Tlatelolco. A partire da questa affermazione, Becerra Tanco ritenne, nonostante l' errore del nome, che Valeriano potrebbe essere stato l' autore del testo delle apparizioni, ma senza riuscire a provarlo. Nella seconda metà del secolo XVII si chiarisce l' autenticità del Nican Mopohua grazie a Carlos de Sigùenza y Gongora, uno dei più illustri conoscitori della cultura messicana di allora, che dichiara con giuramento solenne che Antonio Valeriano non solo è il vero autore del Nican Mopohua, ma altresì che egli stesso, Sigùenza y Gongora, possiede l' originale scritto di suo pugno da Valeriano. Quest' affermazione di Sigùenza y Gongora è ritenuta giustamente la «pietra angolare» dell' autenticità del racconto delle apparizioni. Perciò, benché a tutt' oggi si ignori la fine del manoscritto originale di Valeriano, alla critica storica basta la constatazione che il documento, riconosciuto come tale, appartenne a uno dei migliori conoscitori dell' antichità messicana, quale fu Sigùenza y Gongora. Recentemente è stato scoperto dal Centro de Estudios Guadalupanos un codice che porta il nome di «1548 », in cui compare la firma e il glifo di Antonio Valeriano, nonché la firma di Bernardino de Sahagùn. Due volte appare il nome della Vergine e due quello di Juan Diego. Si può distinguere chiaramente il paesaggio del Tepeyac. In esso si allude all' apparizione e alla morte di Juan Diego, avvenuta appunto nel 1548. Anche se attendiamo ancora il giudizio definitivo della critica storica, la scoperta conferma Valeriano come autore del Nican Mopohua. Padre Angel Maria Garibay ha avanzato l' ipotesi che Valeriano sia stato solo un componente dell' équipe di informatori che collaborarono con Sahagun nella composizione della sua Historia generai de las cosas de la Nueva Espana. Garibay fonda la sua affermazione sull' identità di stile tra i dati storici di Sahagùn e il Nican Mopohua, ritenendo quindi anche quest' ultimo frutto di un lavoro di équipe, come la Historia. In realtà gli informatori fornirono a Sahagùn i dati necessari a compilare la sua monumentale ricerca, ma la stesura finale fu opera dell' insigne etnologo. Per questo l' ipotesi di Garibay non è condivisa dalla maggior parte degli studiosi.

2. Racconto delle apparizioni

Protagonista della singolare vicenda è un indio di circa cinquantasette anni, Juan Diego (1474-1548), già vedovo e senza figli, che vive con uno zio anziano, Juan Bernardino, a Tulpetlac ed è originario di Cuauhtitlan. Apparteneva alla classe sociale dei macehuales e il lavoro dei campi era molto probabilmente la sua attività principale. Il suo nome indigeno era Cuauhtlatoa (= « Aquila che parla »). Si pensa che abbia ricevuto il battesimo dalle mani di fra Toribio de Benavente, detto il Motolinia. Del Nican Mopohua si conoscono varie traduzioni in castigliano. Noi ci rifaremo alla più recente (1978) di padre Mario Rojas Sanchez, che si differenzia profondamente dalle precedenti: infatti interpreta le parole della Vergine in un' ottica che pone Dio al centro, conforme ai principi cristiani. Gli autori precedenti, invece, si limitano a presentare una relazione che s' incentra sull' immagine guadalupana. All' alba di sabato 9 dicembre 1531, Juan Diego sale sul colle del Tepeyac, posto in periferia a nord di MéxicoTenochtitlan: si sta dirigendo a Tlatelolco per la consueta lezione di catechismo. Attira la sua attenzione un canto soavissimo: percepisce la presenza di qualcosa di soprannaturale e si sente subito trasportato in un' altra dimensione, nell' eden di cui parlavano gli antenati. Volge allora lo sguardo verso la cima della collina, a oriente, da dove giunge il canto, cessato il quale ode una voce che lo chiama per nome con accenti di tenerezza. Juan Diego sale in direzione della voce per nulla turbato, anzi con un moto di gioia interiore. Si trova davanti una Signora, in piedi, che lo invita ad avvicinarsi (prima apparizione). L' abito in cui è avvolta è raggiante di luce, così come la pietra su cui poggia i piedi, mentre la terra risplende, nella nebbia, con i colori dell' arcobaleno. Prostratosi, sente la Signora rivolgersi a lui maternamente: l' apparizione rivela d' essere la sempre Vergine santa Maria, madre del vero Dio, e chiede che in quel luogo venga eretto un tempio nel quale possa manifestare suo Figlio a tutte le genti che vivono in quella terra. Lo invia quindi dal vescovo invitandolo a raccontare quanto ha visto e udito. Juan Diego obbedisce prontamente, ma la sua prima visita in vescovado si rivela un fallimento. Torna allora dalla Signora (seconda apparizione) per dirle di trovarsi un altro ambasciatore, degno di maggior rispetto. Invano: deve essere proprio lui a eseguire il compito, e Juan Diego si piega docilmente al desiderio della Vergine. Il giorno seguente, domenica 10 dicembre, dopo il catechismo, il veggente torna dal vescovo, il quale lo ascolta con maggior attenzione, ma pure con crescente scetticismo, e gli rivolge molte domande. Alla fine il prelato gli chiede un segno della volontà della Vergine, e, una volta che quello è partito, lo fa seguire da due dei suoi frati, che però ben presto lo perdono di vista. La Vergine, comunque, incontra Juan Diego (terza apparizione) e gli promette il segno richiesto per il giorno seguente. Il lunedì, però, Juan Diego non si reca all' appuntamento. Tornato a casa, la domenica, ha trovato lo zio molto malato. Il medico non fa altro che constatare la gravità del suo stato e l' infermo chiede di essere visitato da un sacerdote. Per questo, alle prime luci dell' alba di martedi 12 dicembre, Juan Diego esce per andare a Tlatelolco, ma decide di evitare il colle del Tepeyac per non essere trattenuto dalla Signora. Ella però gli si fa incontro sul cammino (quarta apparizione). L' indio confida allora la sua pena alla Signora, che lo invita ad aver fiducia in lei: « Non ci sono qui io che sono tua madre? Perché ti angosci? Non sei forse sotto il mio sguardo?... », e gli annuncia la guarigione dello zio. Quindi lo manda sulla cima del colle a cogliere i fiori che vi troverà. Lei stessa li prende, poi, tra le mani e glieli accomoda nel mantello, ordinandogli di mostrarli solo al vescovo. Rincuorato dalle parole della Vergine, Juan Diego va dritto al vescovado, dove, però, deve attendere a lungo, importunato da quelli che vorrebbero vedere ciò che stringe nel manto. Quando il veggente lo schiude appena, qualcuno tenta di toccare i fiori. Invano! Essi appaiono come ricamati (o dipinti o cuciti) sulla tilma. Lo strano fatto viene riferito al vescovo, che decide di ricevere Juan Diego. Finalmente l' indio può aprire il mantello e mostrare al vescovo il segno richiesto: le rose e gli altri fiori profumati cadono a terra e sulla tilma compare improvvisamente, sfolgorante, l' immagine della Vergine che si offre alla venerazione dei presenti, caduti nel frattempo in ginocchio. Quando Juan Diego tornerà a casa, dopo essere rimasto qualche giorno ospite del vescovo, troverà effettivamente lo zio ristabilito. Ma anche a Juan Bernardino è apparsa la Vergine, presentandosi con il nome di Guadalupe (quinta apparizione). Appena si sparse nella capitale la notizia del prodigio, il palazzo vescovile divenne meta di pellegrinaggi da parte di chi voleva vedere la santa immagine, tanto che il vescovo Juan de Zumarraga fu costretto ad esporla nella chiesa principale della città, mentre terminavano i lavori della cappella ordinata dalla Madonna (quella che si chiamò la prima ermita). Qui, il 26 dicembre, venne trasferita nel corso di una solenne processione, alla quale intervennero le principali autorità spagnole insieme alla nobiltà india. L' immagine fu portata dai missionari francescani sotto un elegante baldacchino, in mezzo alle manifestazioni di giubilo degli indigeni. Il culto guadalupano si diffuse rapidamente in tutto il paese, come abbiamo già potuto osservare accennando alle fonti, nonostante la forte opposizione di molti missionari. Probabilmente a causa di questa renitenza ad ammettere l' ortodossia del culto, Zumarraga non ha lasciato nessun documento ufficiale, preferendo mantenere il silenzio e lasciare al tempo il compito di chiarire i fatti.

3. Lettura teocentrica del messaggio della Vergine

L' apparizione mariana avvenuta sul colle del Tepeyac è stata giustamente definita «messaggio di salvezza ». La Vergine parla a Juan Diego, ma, attraverso lui, vuole manifestarsi a tutta la sua gente che vive in una situazione di oppressione e di frustrazione. In Maria è Dio stesso che raggiunge il popolo, gli parla e gli rivolge parole di speranza. Benché le divinità azteche siano morte, Dio, « il vero Dio per cui si vive », non li ha abbandonati, anzi affida le loro pene e le loro aspirazioni a sua madre. Maria è infatti nostra madre, nostra «piadosa madre »: sul Tepeyac risplende luminoso il mistero della maternità divina e spirituale di Maria e, si sa, il mistero della maternità divina è il mistero della centralità di Cristo. In questo senso si può vedere nella manifestazione mariana del Tepeyac un' eco della manifestazione di Dio a Mosè nel roveto ardente. Il lamento degli indios è giunto al cuore di Dio che, attraverso Maria, annuncia e opera la prossima liberazione. S' instaura così un rapporto autenticamente evangelico tra la fede cristiana e un nuovo popolo, quello mestizo, cioè meticcio: è un nuovo inizio, un fondamento di vita simile a quello che Dio aveva stipulato per mezzo di un patto di alleanza con Israele, facendo di varie tribù un popolo. Come l' esodo degli ebrei dall' Egitto aveva dato inizio a una nuova coscienza di popolo, così le apparizioni della Vergine sul Tepeyac contengono in germe l' inizio di una nuova cultura: Maria convoca un popolo e lo rende Chiesa. L' intervento di Maria fa spontaneamente pensare alla visitazione (Luca 1,39-56). La visita di Maria a Elisabetta fu un annuncio di Gesù: in essa si realizzò una comunicazione di grazia e si sperimentò una profonda comunione tra le persone, specie nel bisogno. Ora Maria visita, attraverso un suo rappresentante, tutto un popolo, e il suo compito sarà quello di condurre l' uomo alla piena realizzazione di sé come persona e di rivelargli il suo destino trascendente. Compito della madre sarà quello d' indicare agli indigeni il vero Dio, abbandonando l' idolatria ma senza rinnegare la sostanza della religiosità indigena, che viene così riorientata. Il Dio annunciato porta nomi ben conosciuti dagli aztechi: la Vergine richiama non i nomi delle singole divinità, ma quelli che formavano il sustrato teologico del credo del popolo. Santa Maria di Guadalupe dice di essere: - la madre del Dio di verità - la madre del datore della vita - la madre del creatore degli uomini - la madre del Signore della vicinanza e dell' unità - la madre del Signore del cielo e della terra. Si riferisce perciò all' essenza di Dio nella sua relazione con il mondo e con l' uomo. In questo modo il fatto guadalupano ricupera parte dell' immensa ricchezza della concezione religiosa nahuatl dandole pienezza e universalità. Anche Juan Diego è pienamente accolto da Maria nella sua realtà india, è da lei amato e promosso: proprio lui è stato scelto per compiere una missione. E inviato a portare la liberazione da odi e rancori verso i conquistatori per costruire un popolo nuovo, all' insegna dell' unità, dimenticando le tragedie passate e guardando al futuro che nascerà dall' incontro delle due razze: è un evento, questo, da vivere non con fatidica rassegnazione o passivo risentimento, ma con coraggiosa e dinamica speranza. La Vergine del Tepeyac è modello per tutti quelli che non accettano passivamente le circostanze avverse della vita personale e sociale, ma proclamano con lei che « Dio innalza gli umili » e « rovescia i potenti dai troni ». Come madre, la Vergine esprime il desiderio di essere presente tra i suoi figli in modo permanente, di stabilire un dialogo, una comunione, e di vedere realizzata l' unità dei credenti. Per questo chiede che in quel luogo venga costruito un tempio, una casa che sia punto di riferimento a cui accorrere per invocare l' unico vero Dio da lei annunciato. Lì vuole essere amata e invocata, lì vuole che i suoi figli imparino a confidare in lei. Maria desidera mostrare quanto Dio si fa vicino all' uomo, alla sua esistenza concreta: va incontro a Juan Diego lungo il cammino, si interessa di quello che fa, viene a consolare le sue pene, sta accanto a chi non ha più speranza. La guarigione che Dio ha progettato per il suo popolo riguarda infatti tutto l' uomo: a questo allude la guarigione dello zio di Juan Diego, cioè Juan Bernardino. La malattia è una delle tante schiavitù che incatenano l' uomo. Il fatto miracoloso ci ricorda inoltre che il dono della Vergine varca ogni confine e che alla base della salvezza ci sarà sempre la fede. Sollecita del bene dei figli, che vuole crescere nella fede, Maria chiede al suo messaggero di recarsi dal vescovo perché questi autorizzi la costruzione del tempio richiesto. Ne riconosce quindi l' autorità nell' ambito ecclesiale e la funzione di guida spirituale del popolo di Dio, che deve imparare a vivere la fede nella comunità dei fratelli, figli di uno stesso Padre. Alla fine del Nican Mopobua siamo già di fronte a una comunità riunita dalla presenza di Maria.

4. Spunti teologici

Se prendiamo in considerazione il fatto guadalupano dal punto di vista strettamente teologico, possiamo definirlo un esempio di evangelizzazione attraverso parole, simboli, miracoli, sull' esempio di quella che operava Gesù. E come per Gesù, al centro c' è sempre Dio. Sono molte le reminiscenze bibliche. Fin dall' iniziale annotazione relativa al luogo e all' ora delle apparizioni, siamo introdotti in un ambiente impregnato di soprannaturale e di divino: « Era sabato, molto presto... Vicino alla collina già albeggiava... ». E sintomatico che la manifestazione soprannaturale avvenga su un monte - sia pure di modestissima altitudine - poiché la cima dei monti è stata sempre ritenuta un punto di contatto con la divinità. L' ora ha un valore simbolico nella mentalità preispanica: allude all' « inizio », alla nascita di qualcosa di nuovo e di grande. Attratto dal canto celestiale, Juan Diego alza lo sguardo verso la cima del colle e sente una voce che lo chiama, ripetendo il suo nome, come spesso avviene nelle manifestazioni divine narrate nella Bibbia. All' udire segue il vedere. Il veggente, per niente intimorito, anzi rallegrato dalla presenza di segni soprannaturali, osa salire in direzione della voce per incontrarsi faccia a faccia con chi lo chiama: una Signora che gli appare in una cornice splendente di luce, tipica delle manifestazioni divine della Bibbia. Il colle, luogo desolato in cui spuntavano solo cactus, ora è luogo di vita. A questo punto entrano in scena le parole: la figura splendente si presenta come la sempre Vergine santa Maria. Fin dalle origini, la Chiesa ha proclamato la verginità di Maria fondandosi sui vangeli di Matteo e di Luca; Maria è inoltre la piena di grazia e, per questo, partecipa in modo singolare della santità di Dio: « Santa per la sua unione col Verbo incarnato, in forma tanto esclusiva e personale, come madre sua, santa per i privilegi, i doni di grazia con i quali Dio la colmò fin dalla sua immacolata concezione, santa per la risposta che dà conservando la grazia e praticando perfettamente le virtù ». Tutti i doni, i privilegi e la grandezza della Vergine Maria hanno la loro radice nel fatto di essere la madre di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo. La Vergine non nomina direttamente Gesù: parla piuttosto il linguaggio semplice della fede, come si esprime nella seconda parte dell' Ave Maria: «Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori...». Per Juan Diego, comunque, è chiaro che si tratta della « madre del salvatore nostro Gesù Cristo », perché già conosceva il catechismo nelle sue linee essenziali. Il messaggio guadalupano tocca il cuore del mistero rivelato: Maria di Guadalupe è la Vergine madre di Dio. Già abbiamo menzionato la familiarità che gli indigeni avevano con gli attributi divini menzionati dalla Vergine: è qui indispensabile sottolineare che, mentre nell' antica religione l' espressione « madre di Dio » o « nostra madre » indicava l' aspetto femminile della realtà, ora la Vergine vuole specificare che il suo essere creatura ha come primo compito quello di far conoscere, glorificare, manifestare Dio alle genti. E lo farà attraverso la vocazione che le è propria: quella di madre tenerissima che guarda misericordiosa verso i suoi figli, non solo quelli del Messico, ma tutti quelli a lei devoti. Il messaggio guadalupano è tutto un cantico alla maternità spirituale di Maria intonato da lei stessa, come soprattutto si può notare nella quarta apparizione: « Non ci sono qui io che sono tua madre?... ». Quello che porta in seno - secondo il simbolismo di alcuni pittogrammi e decorazioni presenti nella tunica della Vergine - è il Figlio di Dio, ma nello stesso tempo è il popolo mestizo, meticcio. Fin dal primo momento, inoltre, la Vergine chiede che sul colle del Tepeyac venga innalzato un tempio. Ora, l' idea della casa-tempio risponde alle esigenze religiose più profonde dell' uomo: ogni gruppo umano ha sentito la necessità di scegliere uno spazio e consacrarlo alla divinità, perché abiti in esso. Proprio per rispondere a quest' intima esigenza di incontrare Dio, la Madonna chiede un tempio, in cui dispensare i suoi favori. In questo contesto di intercessione per tutto il popolo, prende rilievo anche la figura di Juan Diego, il veggente. Egli è l' inviato di cui la Vergine si serve: « Gli dirai [al vescovo] che io ti mando... ». Come un vero profeta, egli è un servo pronto a obbedire, fedele al mandato ricevuto anche di fronte all' iniziale fallimento. E’ stato scelto lui: non sarà sostituito da qualcuno più conosciuto, rispettato o onorato. E’ per la sua fatica che si realizza il volere della Vergine; da uomo di fede, Juan Diego non solo si rende disponibile, ma non cerca di approfittare del potere della Madonna per chiedere ciò che ormai era umanamente impossibile: sarà la Vergine a operare da parte sua un miracolo apparendo allo zio e guarendolo. Juan Bernardino diverrà l' altro testimone dell' evento: a lui, infatti, Maria rivelerà il suo titolo: Guadalupe. Consolato dalla buona notizia, Juan Diego non dubita nemmeno per un momento e corre di nuovo dal vescovo con il segno richiesto. Dobbiamo qui soffermarci sull' importanza dei segni nell' evento guadalupano. Il primo è quello dei fiori che la Vergine stessa prende tra le mani, dopo aver ordinato a Juan Diego di coglierli. Sono rose e altre specie diverse, profumate e roride di rugiada, spuntate prima del tempo e in modo straordinario in un luogo in cui normalmente abbondavano rocce, cardi, spine e cactus. L' altro segno è quello dell' immagine impressa sulla tilma di Juan Diego e venerata con il nome rivelato a Juan Bernardino: « La perfetta Vergine santa Maria di Guadalupe », il cui significato è stato ampiamente indagato dagli studiosi. Quando la Madonna apparve a Juan Diego, il termine Guadalupe aveva già una lunga storia dietro di sé. Guadalupe era il nome di una località spagnola situata presso Caceres, in Estremadura, regione dalla quale proveniva la maggior parte dei conquistatori e lo stesso vescovo Juan de Zumàrraga. Assai celebre al tempo della conquista dell' America, era sede di un santuario dedicato precisamente a Nostra Signora di Guadalupe. Guadalupe è parola castigliana d' origine araba, ma di significato oscuro. Alcuni pensano che significhi «fiume di luce» o « fiume di amore ». Altri autori hanno cercato d' interpretare la parola Guadalupe con la filologia nahyatl, ma forzando inutilmente il suo valore originale. E’ significativo invece che la Vergine abbia scelto di presentarsi con questo nome caro agli spagnoli, perché riconoscessero attraverso questo segno la Vergine Maria della tradizione cristiana. Per Juan Diego l' immagine - descritta in un' altra parte dell' Huey Tlamahuizoltica - è stata una conferma della sua fede; per il vescovo un segno perché credesse; per gli indigeni un codice, amoxtli, sul quale un tlacuilo («pittore») celeste aveva lasciato messaggi che passavano inavvertiti per gli spagnoli. Infatti, mentre la nostra cultura privilegia la parola, la cultura nahuatl valorizza l' immagine. Per noi l' immagine è piuttosto un ritratto, una riproduzione della realtà, e solo secondariamente è comunicazione. Gli indios, preparando i loro amoxtli, non pretendevano di riprodurre la realtà, ma piuttosto di comunicare convinzioni in modo pittografico. L' immagine, quindi, unita al racconto di un fratello della stessa razza, in lingua nahuatl, con una simbologia precisa, provocò la conversione in massa degli indigeni alla Regina del cielo.

5. Contenuto antropologico

La Vergine sceglie come suo interlocutore un « povero indio ». L' indio nell' evento guadalupano è un personaggio di spicco rispetto agli altri: la Vergine infatti prima si manifesta a lui, e solo in seguito al vescovo. Anche il momento scelto è significativo: al versetto i del Nican Mopohua si legge: «Dieci anni dopo la caduta di Città di Messico furono deposte le frecce e gli scudi». Abbiamo già visto che, per gli aztechi, la guerra era espressione della loro cultura: dopo aver vissuto come nomadi, divennero un popolo proprio combattendo. Per loro la guerra aveva dimensioni sociali (guerra sociale) e religiose guerra florida in primavera: aveva il valore di guerra sacra, di mandato divino). Per questo la fine della guerra aveva un grave significato: implicava che giungeva alla fine la « nostra società, la nostra nazione ». Il Nican Mopohua insiste più avanti, di nuovo, sul fatto che Juan Diego era « un povero indio »: il senso dell' affermazione risulta chiaro se si tien conto di un dato grammaticale, cioè che per gli aztechi le realtà più importanti si esprimono con due parole (« difrasismo ») oppure con una parola ripetuta. A lui, all' indio, è dato di cogliere la verità, di cogliere l' evento divino come « vero » attraverso il canto e i fiori. La dignità dell' indio è sottolineata dal nome con cui la Vergine lo chiama: « Juantzin », « Juandiegotzin », parole normalmente tradotte con Juanito, Juandieguito. Però in nahuatl la desinenza -tzin è anche indice di riverenza e di rispetto. La Vergine si rivolge al povero indio come a una persona, a un uomo: per questo gli si mostra in piedi. I nobili dominatori, sia aztechi sia maya sia spagnoli, ricevevano gli inferiori seduti. Quindi la nobiltà che Juan Diego vede nella Signora non ha un carattere dominatore. L' indio riconosce in lei una certa superiorità, però la esprime in un modo estremamente familiare e dolce, chiamandola: « Nina mia » In un clima di rispetto e di gentilezza si svolge il colloquio tra il « più piccolo dei suoi figli » - espressione che pure allude alla condizione di emarginazione in cui si trova l' indigeno - e la Vergine: vale a dire con la cordialità tipica della lingua nahuatl. Il povero è dunque il testimone dell' evento guadalupano, ne è il mediatore: la Vergine chiede l' appoggio di Juan Diego. Dopo il fallimento del primo tentativo, Juan Diego s' inginocchia ai piedi del vescovo e piangendo gli ripete il messaggio della Madonna. Nonostante tutto, il povero indio spera contro ogni speranza, nel corso di questo dialogo reso difficile dall' incredulità di Zumàrraga. Nel momento cruciale della missione di Juan Diego - quando avrebbe dovuto chiedere alla Vergine un segno –s’innesta la malattia dello zio: è un avvenimento decisivo per la comprensione dell' evento. Per gli aztechi e i mesoamericani in genere, lo zio aveva un ruolo sociale d' importanza capitale: «zio » era la massima espressione di rispetto che si potesse rivolgere ad un adulto. Era la chiave per comprendere la contrada e il popolo. La gravità della malattia dello zio è il simbolo di qualcosa di distruttivo all' interno dell' organizzazione sociale. La malattia infettiva di cui sta morendo lo zio è stata importata dagli spagnoli ed è sconosciuta ai nahua: riassume quindi in sé tutte le calamità e le afflizioni che pesano sul popolo oppresso. Proprio sulla malattia dello zio agirà santa Maria di Guadalupe, attenta alle necessità del povero, di cui è madre: lo tiene « sotto la sua ombra ». La guarigione dello zio è riscatto del popolo dalla morte. Con la salute ritrovata da parte di Juan Bernardino, si giunge all' apice dell' evento guadalupano che aveva avuto inizio con il canto: ora con i fiori la verità promessa dalla Vergine diventa un fatto. Anche in questo caso la Vergine richiede la partecipazione di Juan Diego: lui deve coglierli e farne un mazzo, lassù sulla cima del colle fino a quel momento arido, e poi portarli a lei. Sul Tepeyac - che è un altro mondo - domina ora la verità, che l' indio riesce a intendere. Nei fiori - e solo in seguito sulla tilma - rimarrà per sempre il simbolo dell' evento guadalupano: questo rivela la Vergine a Juan Diego, suo ambasciatore degno di fiducia. L' indio raccoglie felice i fiori nella tilma, sicuro di riuscire questa volta nell' intento di convincere il vescovo: se accetta i fiori, accetterà la verità guadalupana. Questa verità è gia parte di Juan Diego, nessuno potrà separarla da lui: per questo i servi del vescovo non potranno impadronirsi di un solo fiore. Sarà proprio di fronte ai fiori - prima ancora di vederli - che il vescovo si deciderà ad appoggiare il progetto sollecitato dal povero indio e gli darà credito, dopo aver visto l' immagine stampata sulla tilma, e vorrà che lui, l' indio, gli indichi il luogo dove la Madonna chiede che si edifichi il tempio. Ora tutti rispettano l' indio. Ci sembra opportuno concludere con le considerazioni fatte recentemente dai vescovi messicani a proposito del contenuto antropologico dell' evento guadalupano: « L' indio è indotto a uno sforzo di superamento: a non lasciar ' ' passare' ' la storia, ma ad approfittare del presente e a pensare al domani; a non vivere aspettando tutto dagli altri, ma a sforzarsi per ottenerlo con le sue forze; a non autoemarginarsi lasciando agli altri il lavoro e le responsabilità, ma ad essere l' artefice del proprio destino; a mettere da parte le vendette per impegnarsi, facendo leva sulla verità e sul diritto, a raggiungere il suo obiettivo ».

6. Il simbolismo dell' immagine

A un popolo abituato a comunicare attraverso segni pittografici, santa Maria di Guadalupe manda un' immagine tanto chiara per gli indigeni, nella sua simbologia, quanto comprensibile per i missionari. La tela sulla quale l' immagine è rimasta impressa misura centimetri 170 per 104. E’ formata da due parti unite da una cucitura verticale effettuata con filo all' apparenza dello stesso materiale. Le sue dimensioni corrispondono a una tilma, o mantello, adatta a una persona di media statura di circa metri 1,70 di altezza, tessuta con fibre di maguey, come ancora oggi si usa in Messico. L' ayate, ossia la tilma indigena, era strettamente vincolato alla persona stessa, anzi la rappresentava. Non ci sono segni di rotture o riparazioni. E’ straordinario che sia potuta conservarsi fino ad oggi (normalmente ha una durata di trentaquarant' anni). Nel secolo XIX si sparse accidentalmente sopra l' estremo superiore destro dell' ayate una soluzione concentrata di acido nitrico, mentre alcuni operai stavano pulendo la cornice d' argento. La tela non andò distrutta e le macchie che ne risultarono stanno progressivamente scomparendo. Nel 1923 un terrorista fece esplodere una bomba di fronte all' altare, a pochi metri dall' immagine: i candelabri di metallo situati vicino alla cornice si deformarono, ma la tilma non subì alcun danno. In sé l' immagine rappresenta la Vergine Immacolata o Assunta. Padre Miguel Sanchez, che fu il primo a descriverla, vede in essa la « donna » di cui si parla nell' Apocalisse: incinta, coronata di stelle. Sta in piedi sopra quella che appare una mezza luna, ma è in realtà una cometa, simbolo di Quetzalcoatl. Tiene la testa devotamente inclinata verso destra, con le mani giunte all' altezza della cintura. Ha un volto bellissimo, grave e nobile, un poco moreno. L' immagine è tutta illuminata dai raggi del sole. La Madonna indossa una tunica talare di color rosato con disegni in oro - soprattutto motivi floreali e in particolare fiori aztechi - che risaltano sopra il colore. Porta al collo, a mo' di spilla, una giada, simbolo della vita presso gli aztechi, al centro della quale compare una croce cristiana, ma può essere anche il quicunce, simbolo di Quetzalcoatl. Sotto la tunica colorata se ne nota una bianca. Il manto è celeste: le copre tutta la testa senza nascondere il volto, scendendo fino ai piedi. E’ tutto rifilato in oro ed è seminato di stelle. Tutta la figura è come sorretta da un angelo, che « sembra molto contento di condurre sulle sue ali la Regina del cielo ». L' immagine non corrisponde allo stile della pittura europea del secolo XVI e, in essa, si possono identificare numerosi elementi che ricordano i codici indigeni. Uno studioso osserva che sicuramente la Signora viene dal cielo: i raggi del sole la circondano attraversando le nubi, le stelle adornano il suo manto e i suoi piedi poggiano su una cometa. Viene da oriente e pone in ordine il cosmo: diversamente non sarebbe possibile che gli astri appaiano uniti. Viene a porre termine alla lotta astrale immaginaria: la Vergine può mantenerli in perfetto equilibrio. I corpi celesti non sono dèi, ma creature sottomesse a un ordine superiore. Non muore il Quinto Sole azteco, ma la Vergine di Guadalupe annuncia un nuovo Sole di giustizia e santità: Cristo. Dalla posizione delle mani e dal capo inclinato, possiamo dedurre che la Vergine riverisce Qualcuno più grande di lei. Il manto, simbolo del cielo e del potere, la copre completamente ed è dello stesso colore di quello che portavano i re aztechi (tlatoani). D' altra parte la Signora appartiene alla terra, come indica il colore della tunica: rosato come l' aurora nella Valle di Messico. L' abito è disseminato di fiori aztechi. Il Tepeyac, infatti, è ormai un luogo trasformato da arido e roccioso in verdeggiante e fiorito, grazie a un benefico influsso che viene dal cielo, rappresentato dal manto. La Vergine e madre, Regina del cielo e della terra, porta rispetto a un Essere superiore, al suo stesso Creatore, come ci è indicato dalla posizione delle mani e dal capo inclinato. Intorno alla famosissima immagine sono stati compiuti studi scientifici approfonditi, tra qui quello del Premio Nobel per la Chimica 1938, Richard Kuhn, che nel 1936, prendendo in esame alcuni fili del tessuto, analizzò la sua proprietà di essere resistente alla polvere: giunse alla conclusione che i colori dell' immagine non appartengono né al regno animale né a quello vegetale né a quello minerale. Dobbiamo comunque tener presente che alcuni elementi dell' immagine sono stati aggiunti o ritoccati, a partire dal secolo XVII. Anche scienziati della NASA si sono occupati dell' immagine utilizzando la fotografia a raggi infrarossi, molto utile per individuare eventuali ritocchi, e hanno formulato le loro ipotesi:

1. La figura originale comprende la tunica rosa, il manto azzurro, le mani, il volto e il piede destro. Di queste parti rimane inspiegabile il tipo di pigmenti cromatici utilizzati, così come il persistere della luminosità dei colori a più di 450 anni di distanza, tenuto conto anche delle condizioni in cui fu conservata l' immagine per più di un secolo, esposta all' umidità dell' angusta cappella, al fumo delle candele, nonché alla devozione dei fedeli, che potevano avvicinarsi, toccarla e baciarla.

2. La figura originale non accenna a scolorirsi né presenta screpolature in nessuna parte dell' ayate che, mancando di preparazione, dovrebbe essersi deteriorato da almeno cent' anni. Il fatto che l' ayate non sia stato trattato in alcun modo prima dell' uso, rende inspiegabile, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, che i coloranti si fissino e si conservino in una trama tanto inadeguata. Non s' incontrano tracce d' abbozzo: l' immagine risulta sconosciuta nella storia della pittura. E insolita, incomprensibile e irripetibile.

3. In seguito, forse già nel secolo XVI, mani umane apportarono le prime modifiche. Nel secolo XVII, dopo l' inondazione del 1629, l' immagine fu trasferita nella cattedrale di Città di Messico e si rese probabilmente necessario un restauro della parte inferiore della tilma per coprire la parte danneggiata dall' acqua o comunque annerita dall' accumularsi della polvere o dal fumo delle candele. Recentemente uno studioso, Rodrigo Franyutti, ha affermato, dopo aver esaminato alcune fotografie, che il volto è stato vistosamente ritoccato, reso più scuro e più duro nei lineamenti, tra il 1926 e il 1930. Non mancano comunque voci che si sono levate per affermare che l' immagine non ha subito alcuna modifica, come si legge in uno studio del 1945, in cui si ribadisce che la tecnica pittorica della Guadalupana non è comparabile a quella dei più grandi capolavori.

 

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Suor Lucia Racconta Fatima

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LUCIA RACCONTA FATIMA

prima memoria

Il giorno 12 settembre 1935, i resti mortali di Giacinta furono rimossi da Vila Nova de Ourém e portati a Fatima. Aperta la bara, si accertò che il volto della veggente si manteneva incorrotto. Fu scattata una fotografia e Sua Ecc. Il vescovo di Leiria D. José Alves Carriera da Silva, ne mandò una copia a Suor Lucia, che rispose ringraziando e parlando delle virtù della cugina. Ciò indusse il vescovo a ordinarle di scrivere tutto quello che sapeva sulla vita di Giacinta. Così è nata la "prima memoria", che era pronta a Natale del 1935.

 

ECCELLENZA REVERENDISSIMA,

dopo aver implorato la protezione dei santissimi Cuori di Gesù e di Maria, nostra tenera Madre e aver chiesto luce e grazia ai piedi del tabernacolo, per non scrivere nulla che non sia unicamente e esclusivamente a gloria di Gesù e della santissima Vergine, comincio il lavoro, anche se sento ripugnanza, perché non posso dire quasi nulla di Giacinta, senza parlare direttamente o indirettamente della mia miserabile persona. Obbedisco, pertanto, ai comando di V.E., che è per me espressione della volontà del nostro buon Dio. Comincio quindi questo lavoro, chiedendo ai santissimi Cuori di Gesù e di Maria che si degnino dì benedirlo e vogliano servirsi di questo atto d' obbedienza per la conversione dei poveri peccatori, per i quali quest' anima tanto si è sacrificata.

So che V.E. non si aspetta da me uno scritto perfetto, perché conosce la mia incapacità e insufficienza. E così racconterò a V.E. rev.ma ciò che mi verrà in mente di quest' anima, di cui il nostro buon Dio mi ha fatto la grazia di essere la più intima confidente e della quale conservo nostalgia, stima e rispetto grandissimi, per l' alta idea che ho della sua santità.

Eccellenza reverendissima, nonostante la mia buona volontà nell' ubbidire, mi permetta di conservare il segreto su alcune cose, che, per il fatto che si riferiscono anche a me, vorrei che fossero lette solo alle soglie dell' eternità. V.E. non si sorprenderà se voglio tener segreti e letture per la vita eterna. Non ho forse io la santissima Vergine che me ne dà l' esempio? Non ci dice forse il santo Vangelo che Maria conservava tutte le cose nel suo cuore? E chi meglio di questo immacolato Cuore poteva farci scoprire i segreti della divina misericordia? E invece se li portò via custoditi, come in un giardino recintato, fino ai palazzo del Re divino. Ricordo anche una massima che mi è stata detta da un venerabile sacerdote quando avevo appena undici anni. Egli venne come tanti altri a farmi alcune domande. Tra l' altro m' interrogò anche a proposito di un argomento del quale io non volevo parlare. Dopo aver esaurito il suo repertorio di domande senza riuscire a ottenere sul detto argomento una risposta soddisfacente, comprendendo forse che toccava un tasto troppo delicato, il venerabile vecchio, benedicendomi, disse:

«Fai bene, figlia mia, perché il segreto della figlia del Re, deve rimanere occulto nel suo cuore». Allora io non compresi il significato di queste parole, ma capii che approvava il mio atteggiamento; e siccome non le ho dimenticate, adesso le comprendo. Questo venerabile sacerdote era allora parroco di Torres Novas. Egli non immagina quanto bene abbiano fatto alla mia anima queste brevi parole e perciò conservo di lui un grato ricordo.

Mi sono tuttavia consigliata un giorno con un santo sacerdote rispetto a questa riserva, perché io non sapevo che cosa rispondere quando mi domandavano se la santa Vergine mi aveva detto anche altre cose. Questo sacerdote, che era a quel tempo parroco di Olivai, ci rispose: «Fate bene, figlioli a conservare per il Signore e per voi il segreto delle vostre anime. Quando vi faranno questa domanda, rispondete: "Si, Lei ha detto altre cose, ma è un segreto." Se vi facessero altre domande a questo proposito, pensate al segreto che vi ha comunicato questa Signora e dite:"La Madonna ci ha detto di non dirlo a nessuno, perciò non lo diciamo". Così voi conserverete il vostro segreto ai riparo di quello della santissima Vergine».

Come ho capito bene la spiegazione e il consiglio di questo venerabile vecchio!

Ormai ho perso troppo tempo in questa introduzione e V.E. rev.ma dirà che non sa che cosa c' entra. Vedrò di cominciare subito il racconto di quel che mi ricordo della vita di Giacinta.

Siccome non dispongo di tempo libero, durante le ore silenziose del lavoro, in un pezzo di carta, con un lapis nascosto sotto i panni che sto cucendo, a poco a poco mi verrà in mente e annoterò quello che i santissimi Cuori di Gesù e di Maria vorranno farmi ricordare.

O tu che in terra passasti volando, Giacinta cara, e Gesù amando, non scordare la prece che io ti chiedevo: sii amica mia vicino al trono della Vergin Maria, giglio di candore, perla brillante, oh, lassù in cielo, dove vivi trionfante, Serafino d' amore, col tuo fratellino, prega per me ai pie' del Signore.

Eccellenza reverendissima, prima dei fatti del 1917, tranne i legami di parentela che ci univano, nessun altro affetto speciale mi faceva preferire la compagnia di Giacinta e Francesco a quella di qualsiasi altro bambino. Anzi la sua compagnia diventava a volte assai sgradevole, per il suo carattere troppo permaloso. Il minimo screzio, di quelli che nascono tra bambini quando giocano, era sufficiente per farla restare immusonita, in un canto, a tenere il broncio, come noi si diceva. Per farla tornare a occupare il suo posto nel gioco, non bastavano le più dolci carezze che in tali occasioni i bambini sanno fare. Bisognava allora lasciarle scegliere il gioco e i compagni che piacevano a lei.

Eppure aveva già allora un cuore buono e il buon Dio le aveva dato un carattere dolce e tenero, che la rendeva amabile e insieme attraente. Non so perché, Giacinta e il suo fratellino Francesco avevano per me una speciale predilezione e mi cercavano quasi sempre per giocare. Non amavamo la compagnia degli altri bambini e mi chiedevano di andare con loro vicino a un pozzo, che i miei genitori avevano in fondo all' orto. Appena arrivate, Giacinta sceglieva i giochi con cui ci saremmo divertite.

I suoi giochi preferiti, che si facevano seduti sopra il pozzo ricoperto di lastroni, all' ombra di un ulivo e di due susini, erano quasi sempre quello dei sassolini o quello dei bottoni. Con quest' ultimo mi sono vista non poche volte in grandi afflizioni, perché quando ci chiamavano per mangiare, mi trovavo senza bottoni sul vestito. Di solito lei mi vinceva i bottoni: ciò era sufficiente perché mia madre mi sgridasse. Dovevo ricucirli in fretta: ma come farmeli restituite, se oltre al difetto di fare il muso, aveva anche quello di essere attaccata alla roba? Lei voleva tenerseli per un' altra volta e non essere perciò obbligata a strappare i suoi. Solo con la minaccia che non avrei mai più giocato con lei, riuscivo a riaverli!

Non poche volte succedeva che non potevo accontentare il desiderio della

mia amichetta Le mie sorelle più vecchie erano una tessitrice e l' altra sarta e passavano la giornata in casa. Allora le vicine chiedevano a mia madre di lasciare i loro bambini nel cortile dei miei a giocare con me, sotto la sorveglianza delle mie sorelle, mentre loro andavano ai campi a lavorare. Mia madre diceva sempre di sì, anche se questo costava alle mie sorelle una buona perdita di tempo. E così io ero incaricata di far giocare i bambini e badare che non cadessero in un pozzo che c' era in quel cortile. L' ombra di tre grandi piante di fico proteggeva i bambini dall' ardore del sole. I loro rami servivano per fare l' altalena e una vecchia aia come sala da pranzo. Se in uno di questi giorni veniva Giacinta col suo fratellino e mi chiedeva di andare al nostro solito posto, io dicevo che non potevo, perché mia madre mi aveva comandato di restare lì. Allora i due piccoli si rassegnavano a malincuore e prendevano parte al gioco. Nell' ora della siesta mia madre dava ai suoi figli lezioni di dottrina cristiana, specialmente con l' avvicinarsi della Quaresima, perché diceva: ' non voglio aver vergogna quando il Parroco vi farà l' esame' . E così tutti quei bambini assistevano alla nostra lezione di catechismo. Anche Giacinta c' era.

Un giorno uno di questi piccoli accusò un altro di aver detto parole poco decenti. Mia madre lo riprese con grande severità, dicendo che quelle cose brutte non si devono dire, che era peccato e che dispiacevano al Bambino Gesù, che mandava all' infermo quelli che facevano i peccati, se non si confessavano. La piccola non dimenticò la lezione. Il primo giorno che si ritrovò nella stessa riunione di bambini, disse:

- Tua madre non ti lascia andare oggi?

- No.

- Allora io vado nel mio cortile con Francesco.

- E perché non resti qui?

- Mia madre non vuole che restiamo, quando ci sono questi qui. Ci ha detto di andare a giocare nel nostro cortile. Non vuole che impari quelle cose brutte che sono peccato e che non piacciono al Bambino Gesù. - Poi mi disse sottovoce all' orecchio:

- Se tua madre ti lascia, vieni a giocare a casa mia?

- Sì.

- Allora va a domandargliero. - E, prendendo il fratello per mano, se ne andò a casa.

Come ho già detto, uno dei suoi giochi preferiti era quello dei pegni. Come V.E. certamente sa, chi vince comanda di fare a quello che perde una cosa qualsiasi, che gli viene in mente. A lei piaceva far correre dietro alle farfalle fino a prenderne una e portargliela. Altre volte voleva che si cercasse un fiore qualsiasi, che lei aveva scelto. Un giorno stavamo facendo questo gioco in casa dei miei e toccò a me farle fare la penitenza. Mio fratello

stata seduto a un tavolo e scriveva. Le ordinai allora di abbracciarlo e di baciarlo, ma lei mi rispose:

- Questo, no! Fammi fare un' altra cosa. Perché non mi dici di baciare quel nostro Signore lì? - Si trattava di un crocifisso appeso al muro.

- Ma sì, - le risposi. - Sali su una sedia, portalo qui, inginocchiati e dagli tre abbracci e tre baci: uno per Francesco, uno per me e un altro per te.

- A nostro Signore ne do quanti ti pare - e corse a prendere il crocifisso. Lo baciò e lo abbracciò con tanta devozione che non mi sono mai dimenticata di quel gesto. Dopo, guarda con attenzione verso nostro Signore e domanda:

- Perché nostro Signore sta inchiodato così alla croce?

- Perché è morto per noi.

- Racconta com' è avvenuto.

Mia madre usava raccontare, la sera, delle storie. E tra i racconti di fate incantate, di principesse dorate, di colombine reali che ci contavano mio padre e le mie sorelle più vecchie, arrivava mia madre con la storia della Passione e di san Giovanni Battista ecc. ecc.

Io allora conoscevo la Passione come una storia e siccome mi bastava udire un racconto una sola volta per poter ripeterlo in tutti i particolari, così cominciai a raccontare ai miei compagni, particolareggiatamente, la storia di nostro Signore, come io la chiamavo. Quando mia sorella, passandoci vicino, s' accorge che avevamo il crocifisso tra le mani, ce io prende e mi rimprovera, dicendo che non vuole che metta le mani sulle immagini sacre. Giacinta si alza, va vicino a mia sorella e le dice:

- Maria, non rimproverarla. Sono stata io. Ma non lo farò più.

Mia sorella le fece una carezza e ci disse di andare a giocare fuori, dicendo che in casa non lasciavamo mai stare le cose al loro posto. Andammo a raccontare la nostra storia vicino al pozzo, di cui ho già parlato, che stava nascosto da alcuni castagni, da un mucchio di pietre e da rovi. Per questo alcuni anni più tardi io scegliemmo come cella per i nostri colloqui, per fervorose orazioni e, per dirle tutto, Eccellenza reverendissima, anche per piangere, a volte assai amaramente. Mescolavamo le nostre lacrime alle sue acque, per bene poi alla stessa fonte dove noi le versavamo. Non è forse questa cisterna l' immagine di Maria nel cui cuore noi asciugavamo il nostro pianto e bevevamo la più pura consolazione? Ma torniamo alla nostra storia.

All' udire il racconto delle sofferenze di nostro Signore, la piccola si commosse e pianse. Molte volte, dopo, mi chiedeva che gliela ripetessi. Piangeva con pena e diceva: «nostro Signore, poverino! Io non voglio fare mai nessun peccato. Non voglio che il Signore soffra ancora!».

Alla piccola piaceva pure, verso il tardi, recarsi in un' aia che avevamo

davanti alla casa per vedere il bel tramonto e il cielo stellato che veniva dopo. Era entusiasta delle belle notti di luna. Facevamo a gara per vedere chi era capace di contare le stelle, che noi chiamavamo i lumini degli angeli. La luna era quello della Madonna e il sole quello di nostro Signore. Perciò Giacinta a volte diceva: « Io preferisco il lume della Madonna a quello di nostro Signore, perché non ci brucia né accieca». Veramente là il sole, in alcuni periodi dell' estate, si fa sentire proprio ardente e la piccina, di complessione assai debole, soffriva molto il caldo.

Mia sorella era una zelatrice del sacro Cuore e ogni volta che c' era la comunione solenne dei bambini, mi portava a rinnovare la mia. Mia zia portò una volta la figlioletta a vedere la festa. La piccina fu impressionata dagli angioletti che gettavano fiori. Da quel giorno, ogni tanto, si allontanava da noi, mentre si giocava, riempiva il grembiule di fiori e poi me li spargeva addosso.

- Giacinta, perché fai così?

- Faccio come gli angioletti: ' ti butto i fiori.

Mia sorella usava pure una volta all' anno, forse nella festa del Corpus Domini, vestire alcuni angioletti, perché camminassero ai lati del baldacchino e spargessero fiori durante la processione. Io ero sempre una delle prescelte. Una volta, quando mia sorella mi provò il vestito, raccontai a Giacinta la festa che si avvicinava e che io avrei gettato i fiori a Gesù. La piccina mi chiese allora di domandare io a mia sorella, perché lasciasse venire anche lei. Andammo tutte e due a fare la richiesta. Mia sorella ci disse di si. Misurò il vestito anche a lei e, durante le prove, c' insegnò come dovevamo gettare i fiori al Bambino Gesù. Giacinta domandò:

- E noi lo vediamo?

- Si! - rispose mia sorella. - Lo porta il parroco.

Giacinta saltava dalla gioia e domandava di continuo se mancava ancora molto alla festa. Arrivò finalmente il giorno desiderato e la piccina era pazza di gioia. Ecco che misero tutte e due a fianco dell' altare; e, nella processione, ai lati del baldacchino, ognuna col suo cestino di fiori. Io lanciavo i miei fiori a Gesù nei posti indicati da mia sorella. Ma per quanto facessi segno a Giacinta, non riuscii a farle spargere nemmeno un fiore. Guardava continuamente verso il parroco, e basta. Terminata la funzione, mia sorella ci portò fuori di chiesa e domandò:

- Giacinta! Perché non hai lanciato i fiori a Gesù!

- Perché non l' ho visto.

Dopo domandò a me:

- Allora, tu l' hai visto il Bambino Gesù?

- No. Ma tu non sai che il Bambino Gesù dell' ostia non sì vede, sta nascosto? ~ quello che riceviamo nella comunione.

- E tu quando fai la comunione, parli con Lui?

- Certo.

- E perché non lo vedi?

- Perché sta nascosto.

- Chiederò. alla mia mamma di farmi fare la comunione anche a me.

- Il parroco non te la dà finché non hai dieci anni.

- Nemmeno tu hai dieci anni e hai già fatto la comunione.

- Ma io sapevo tutta la dottrina e tu non la sai.

Allora mi chiesero che gliela insegnassi. Divenni così catechista dei miei due compagni, che imparavano con un entusiasmo unico. Ma io che quando m' interrogavano 4spondevo a tutto, ora, per insegnare agli altri, mi ricordavo dì poche cose. E questo fece dire un giorn9 a Giacinta: «Insegnaci altre cose, perché queste le sappiamo già! »« Dovetti ammettere che non ricordavo altro, a meno che qualcuno non mi facesse delle domande e aggiunsi: «Chiedi a tua madre che ti lasci andare alla chiesa a imparare il catechismo».

I due piccini che già desideravano ardentemente di ricevere Gesù nascosto, come dicevano, andarono a domandare alla mamma. Mia zia disse di si, ma li lasciava andare poche volte, perché diceva: «La chiesa è abbastanza lontana; voi siete molto piccini e a ogni modo il parroco non vi dà la comunione prima dei dieci anni».

Giacinta mi faceva continuamente domande su Gesù nascosto e ricordo che un giorno mi domandò:

- Ma come mai molte ' persone nello Stesso tempo, ricevono Gesù nasco-sto? E un pezzettino per uno?

- No. Non vedi che sono molte ostie e in ognuna c' è un Bambino?

Chissà quanti spropositi le avrò detto!

Frattanto, Eccellenza reverendissima, ero arrivata all' età in cui mia madre mandava i figli a badare al gregge. La mia sorella Carolina compiva ormai tredici anni e doveva cominciare a lavorare. Mia madre mi affidò perciò la cura del nostro gregge. Annunciai la cosa ai ' miei compagni e dissi loro che non sarei più tornata a giocare con loro. I piccini però non si rassegnavano alla separazione. Andarono a chiedere alla mamma che li lasciasse venire con me, cosa che fu loro negata. Dovemmo per forza rassegnarci alla separazione. Perciò venivano quasi tutti i giorni sul far della sera ad aspettarmi sul sentiero. Allora andavamo nell' aia a fare alcune corse, in attesa che la Madonna e gli angeli accendessero i loro lumini e venissero a metterli alla finestra, come noi dicevamo. Quando non c' era la luna, dicevamo che il lume della Madonna non aveva più olio!

I due piccoli non riuscivano a rassegnarsi alla lontananza della compagna di un tempo. Perciò continuavano a insistere presso la madre, perché permettesse anche a loro di badare al loro gregge. Mia zia, forse per farla finita con tante richieste, anche se erano -troppo piccoli, affidò loro la custodia delle sue pecorelle. Raggianti di gioia vennero a darmene notizia e a mettersi d' accordo su come avremmo messo insieme tutti i giorni le nostre greggi ognuno avrebbe dato la via al suo quando voleva la mamma e chi arrivava prima, aspettava l' altro al Barreiro. Noi chiamavamo così un piccolo stagno che si trovava ai piedi del monte. Una volta arrivati, si decideva il pascolo del giorno e andavamo felici e contenti come a -una festa.

E qui, Eccellenza reverendissima, troviamo Giacinta nella sua nuova funzione di pastorella. L' obbedienza delle pecore era assicurata a forza di dar loro il nostro spuntino. Perciò, arrivati sul posto, potevamo giocare senza preoccupazioni, perché loro non si allontanavano.

A Giacinta piaceva molto ascoltare l' eco della sua voce nei fondovalle. Perciò uno dei nostri divertimenti era star seduti sulla roccia più grande in cima ai monti e pronunciare nomi ad alta voce. Il nome che echeggiava meglio era quello dì Maria. Giacinta diceva a volte così l' intera avemmaria, ripetendo la parola seguente, quando l' altra aveva finito di echeggiare.

Ci piaceva pure cantare. Sapevamo purtroppo parecchi canti profani, ma Giacinta preferiva «Salve, nobile Patrona», «Vergine pura» e «Angeli, cantate - con me». Eravamo poi molto inclinate alla danza e bastava che gli altri pastori sonassero uno strumento qualsiasi, perché ci mettessimo a danzare. Giacinta, anche se molto piccola, aveva per questo una capacità sorprendente.

Ci avevano raccomandato di dire il rosario dopo lo spuntino; ma siccome il tempo per giocare ci pareva poco, trovammo un buon sistema per cavarcela in fretta. Si passava i grani dicendo soltanto: ' Ave, Maria; Ave, Maria; Ave, Maria!' . Arrivate alla fine del mistero, dicevamo, con una buona pausa, la semplice parola: ' Padre nostro!' . Così, in un batter d' occhio, come si suoi dite, il nostro rosano era bell' e detto!

A Giacinta piaceva pure molto prendere gli agnellini bianchi, sedersi con loro in braccio, abbracciarli, baciarli e, la sera, portarli a casa in braccio, perché non si stancassero. Un giorno, tornando a casa, si mise in mezzo al gregge.

- Giacinta - le domandai - perché ti sei messa a camminare li in mezzo alle pecore?

- Per fare come nostro Signore, che in quell' immaginetta che m' han dato, sta anche Lui così in mezzo a molte pecore e con una sulle spalle.

Ecco qui, Eccellenza reverendissima, poco più poco meno, quel che aveva fatto Giacinta fino a sette anni, fino a quando, bello e radioso come tanti altri, spuntò il 13 maggio 1917. In questo giorno scegliemmo per caso, se di caso si può parlare nei disegni della divina Provvidenza, di portare a pascolare le nostre greggi nella proprietà della mia famiglia, chiamata Cova da Iria. Ci mettemmo d' accordo come al solito sul pascolo del giorno vicino al Barreiro, di cui ho già parlato a V.E. e dovemmo perciò attraversare un terreno incolto, cosa che rese il nostro cammino lungo il doppio. Dovemmo perciò camminare adagio, affinché le pecorelle potessero pascolare durante il cammino e così arrivammo verso mezzogiorno. Non sto qui ora a raccontare ciò che avvenne quel giorno, perché V.E. rev.ma sa già tutto e sarebbe tempo perso; come anche tutto quello che scrivo mi pare un perder tempo, se non fosse che sto facendo un atto di ubbidienza. Infatti non vedo che utilità possa cavarne l' E.V. rev.ma tranne una miglior conoscenza della innocenza della vita di quest' anima.

Prima di cominciare a raccontarle, Eccellenza reverendissima, quel che io mi ricordo del nuovo periodo della vita di Giacinta, devo dire che ci sono certe cose nelle apparizioni della Madonna, che noi ci eravamo messe d' accordo di non dire mai ~ nessuno e può darsi che ora mi veda obbligata a dire qualcosa di tutto ciò, per spiegare dove Giacinta abbia attinto tanto amore a Gesù, alle sofferenze e ai peccatori, per la salvezza dei quali tanto si è sacrificata. V.E. rev.ma non ignora che fu lei che, non potendo tenere per sé tanta gioia, ruppe il nostro accordo di non dire niente a nessuno. Quando la sera stessa, assorti per la sorpresa, stavamo pensierosi, Giacinta ogni tanto esclamava con entusiasmo

- Oh, ma che bella Signora!

- Ho paura - le dicevo io - che tu l' andrai a dite a qualcuno!

- No, no, non lo dico - rispondeva. - Puoi stare tranquilla.

Il giorno dopo, quando suo fratello corse a darmi la notizia che lei lo aveva detto la sera prima, in casa, Giacinta ascoltò l' accusa senza dir nulla.

- Ecco, lo sapevo io - le dissi.

- Io avevo qui dentro un affare che non mi lasciava star zitta - rispose con le lacrime agli occhi.

- Ora non piangere e non dire più niente a nessuno di quello che ci ha detto quella Signora.

- Ormai l' ho detto.

Che cosa hai detto?

- Ho detto che quella Signora ci ha promesso di portarci in cielo.

- Proprio quello sei andata a dire!

- Perdonami, non dirò più niente a nessuno.

Quel giorno, quando arrivammo sul luogo del pascolo, Giacinta si sedette pensierosa su una roccia.

- Giacinta, dai, giochiamo!

- Oggi non voglio giocare.

- Perché non vuoi giocare?

- Perché ho da pensare. Quella Signora ci ha detto di dire il rosario e di fare sacrifici per la conversione dei peccatori. Ora quando diciamo il rosario, dovremo dire l' Ave Maria e il Padre nostro interi. Ma i sacrifici, come faremo a farli?

Francesco inventò subito un buon sacrificio:

- Diamo il nostro spuntino alle pecore e facciamo il sacrificio di non mangiare!

In pochi minuti i nostri rifornimenti erano distribuiti al gregge. E così passammo la giornata a digiuno, proprio come i più austeri certosini. Giacinta stava ancora seduta sulla roccia, con l' aria pensierosa e domandò

- Quella Signora ha detto anche che molte anime andavano all' inferno! Che cos' è l' inferno?

- una buca piena di animali e con un fuoco grande grande (così me lo spiegava mia madre) e ci va chi fa i peccati e non si confessa; e il fuoco brucia sempre sempre.

- E non si esce mai di là?

- No.

- E dopo tanti, ma tanti anni?

- No, l' inferno non finisce mai.

- E il cielo nemmeno?

- Chi va in cielo non esce più di lassù.

- E neanche quelli che vanno all' inferno?!

- Non capisci che sono eterni, che non finiscono mai!

Facemmo allora per la prima volta la meditazione sull' inferno e sull' eternità. La cosa che più impressionò Giacinta fu l' eternità. Anche durante i giochi, ogni tanto domandava: "Ma senti! Allora, dopo tanti, tanti anni, l' inferno non sarà ancora finito?". E altre volte: ' Quella gente che c' è li a bruciare, non muore? E non diventano cenere? E se noi preghiamo molto per i peccatori, nostro Signore li libererà di li? E anche con i sacrifici? Poverini! Dobbiamo pregare e fare molti sacrifici per loro!' . Dopo aggiungeva: "Come era buona quella Signora? Subito ci ha promesso di portarci in cielo".

Giacinta prese tanto sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori, che non si lasciava sfuggire nessuna occasione. C' erano alcuni bambini, figli di una famiglia di Moita, che passavano di casa in casa a mendicare. Un giorno li incontrammo, mentre andavamo col nostro gregge. Giacinta vedendoli disse: ' Diamo il nostro spuntino a quei poveretti, per la conversione dei peccatori' . E corse a portarglielo. Nel pomeriggio mi disse che aveva fame. Li intorno c' erano lecci e querce. Le ghiande erano ancora un po' verdi, ma io le dissi che erano buone da mangiare. Francesco sali su un leccio per riempire le tasche, ma Giacinta si ricordò che potevamo mangiare quelle delle querce, per fare il sacrificio di mangiare qualcosa di amaro. E quel pomeriggio gustammo quel delizioso piatto! Giacinta fece di questo uno dei suoi sacrifici abituali. Coglieva ghiande di quercia o ulive non ancora fatte.

Un giorno le dissi:

- Giacinta, non mangiare questa roba! Sono troppo amare.

- Ma è proprio per quello che le mangio, per convertite i peccatori!

Non furono solo questi i nostri digiuni. Ci eravamo messi d' accordo di dare il nostro spuntino a quei poveretti tutte le volte che li avessimo incontrati; e quei poveri bambini, contenti della nostra elemosina, cercavano d' incontrarci e ci aspettavano sulla strada. Non appena li vedevamo, Giacinta portava loro correndo tutto il mangiare della nostra giornata, con tanta soddisfazione, come se non ne avesse bisogno davvero. Così, quei giorni mangiavamo pinoli, radici di campanelli (è un piccolo fiore che ha alla radice una pallina della grandezza di un' oliva), more, funghi e una cosa che coglievamo alla radice dei pini, che non mi ricordo come si chiama; o frutta, se ce n' era vicino, in qualche terreno appartenente ai nostri genitori.

Giacinta pareva insaziabile nella pratica del sacrificio. Un giorno un vicino offerse a mia madre un terreno per far pascolare il nostro gregge. Ma era abbastanza lontano e eravamo in piena estate. Mia madre accettò l' offerta fatta con tanta generosità e mi ci mandò. C' era vicino uno stagno, dove il gregge poteva bere, perciò mia madre mi disse che era meglio stare lì nel primo pomeriggio, all' ombra degli alberi. Durante il cammino incontrammo i nostri cari piccoli mendicanti e Giacinta corse a portar loro l' elemosina. Il giorno era bello, ma il sole era cocente; e in quel terreno roccioso arido e secco pareva che volesse incendiare tutto. La sete si faceva sentire e non c' era una goccia d' acqua da bere. All' inizio offrimmo generosamente il sacrificio per la conversione dei peccatori, ma passata l' ora di mezzogiorno non si resisteva. Proposi allora ai miei compagni di andare in qualche posto vicino a chiedere un po' d' acqua. Accettarono la proposta ed ecco che andai a battere alla porta d' una vecchietta che insieme a una caraffa d' acqua mi diede anche un po' di pane, che accettai con riconoscenza e corsi a dividerne con i miei compagni. Poi passai la caraffa a Francesco e gli dissi di bere.

- Non bevo - rispose.

- Perché?

- Voglio soffrire per la conversione dei peccatori.

- Bevi tu, Giacinta!

- Anch' io voglio offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori.

Allora versai l' acqua nel cavo di una pietra, perché la bevessero le pecore e riportai la caraffa alla padrona. Il caldo diventava sempre più forte. Le cicale e i grilli cantavano insieme alle rane dello stagno vicino e facevano un gridio insopportabile. Giacinta, spossata dalla stanchezza e dalla sete, mi disse con quella semplicità che le era naturale: «Di' ai grilli e alle rane che stiano zitti! Mi fa molto male la testa». Allora Francesco le domandò: «Non vuoi soffrire questo per i peccatori?». La povera bambina, stringendosi la testa tra le manine, rispose: «Si, si, lasciale cantare!»

Frattanto si era sparsa la notizia del fatto. Mia madre cominciava a essere preoccupata e voleva a tutti i costi che io dicessi che non era vero. Un giorno, prima di uscire col gregge, voleva obbligarmi a confessare che avevo mentito. Non risparmiò a questo scopo carezze, minacce e nemmeno il bastone. Non riuscendo a ottenere altra risposta che il silenzio o la conferma di quello che le avevo già detto, mi ordinò di dare la via al gregge e aggiunse che riflettessi bene durante il giorno che mai aveva permesso ai suoi figli di dir una bugia e molto meno ne permetterebbe ora una di quel genere; che la sera mi avrebbe obbligata ad andare da quelle persone che avevo imbrogliato a confessare che avevo mentito e a chiedere perdono.

E così me ne andai con le mie pecorelle. Quel giorno i miei compagni mi stavano già aspettando. Vedendomi piangere si affrettarono a domandarmi il perché: Raccontai quel che mi era capitato e aggiunsi:

- Adesso, ditemi voi che cosa devo fare. Mia madre vuole per forza che io dica che ho mentito. Come faccio a dirlo?

- Vedi? - disse allora Francesco a Giacinta - La colpa è tutta tua. Perché sei andata a dirlo?

- Ho fatto male - diceva, piangendo; e la poverina si mise in ginocchio, con le mani giunte a chiedermi perdono. - Ma io non dirò più niente a nessuno.

Ora, V.E. mi domanderà chi mai le avesse insegnato a fare quest' atto di umiltà. Non so. Forse aveva visto i suoi fratellini chiedere perdono ai suoi genitori la sera prima dì far la comunione; o forse perché Giacinta è stata - a mio parere - quella a cui la santissima Vergine ha comunicato la maggior abbondanza di grazia e conoscenza di Dio e della virtù.

Quando, qualche anno dopo, il rev. parroco ci mandò a chiamare per interrogarci, Giacinta abbassò la testa e a stento il reverendo riuscì a ottenere da lei due o tre parole. Quando si venne via le domandai:

- Perché non volevi rispondere al parroco?

- Perché ti ho promesso dì non dire più niente a nessuno! Un giorno domandò:

- Perché non possiamo dire che quella Signora ci ha detto di fare sacrifici per i peccatori?

- Perché non ci domandino che sacrifici facciamo.

Mia madre era sempre più preoccupata per lo sviluppo degli avvenimenti. Perciò fece un altro tentativo per obbligarmi a confessare che avevo mentito. Una mattina mi chiama e mi dice che mi porterà alla casa del parroco:

«Quando arrivi, mettiti in ginocchio, gli dici che hai mentito e gli chiedi perdono». Passando vicino alla casa di mia zia, mia madre entrò un minuto. Colsi l' occasione per raccontare a Giacinta che cosa stava succedendo. Al vedermi afflitta, lasciò cadere alcune lacrime e mi disse: «Mi alzo subito e vado a chiamare Francesco. Andiamo al tuo pozzo a pregare. Quando torni, vieni là». Al ritorno, corsi al pozzo ed ecco che i due stavano là in ginocchio a pregare. Non appena mi videro, Giacinta corse ad abbracciarmi e mi domandò come avevo fatto. Glielo raccontai. Dopo mi disse: «Vedi? Non dobbiamo aver paura di niente! quella Signora ci aiuta sempre, è veramente amica nostra».

Da quando la Madonna ci aveva insegnato a offrire a Gesù i nostri sacrifici, se decidevamo di farne qualcuno oppure avevamo qualche prova da sopportare, Giacinta domandava: «Hai già detto a Gesù che è per amor suo?». Se io le dicevo di no, «Allora glielo dico io» e giungeva le manine, alzava gli occhi al cielo e diceva: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori».

Vennero a interrogarci due sacerdoti che ci raccomandarono di pregare per il santo Padre. Giacinta domandò chi era il santo Padre e i buoni sacerdoti spiegarono chi era e che aveva molto bisogno di preghiere. Giacinta fu così presa dall' amore per il santo Padre, che ogni volta che offriva i suoi sacrifici a Gesù, aggiungeva: « . . .e per il santo Padre». Alla fine del Rosario recitava sempre tre avemmarie per il santo Padre e certe volte diceva: «Come mi piacerebbe vedere il santo Padre! Viene qua tanta gente, ma il santo Padre non viene mai qua». Nella sua innocenza, pensava che il santo Padre poteva fare questo viaggio come tutte le altre persone.

Un giorno mio padre e mio zio furono intimati di presentarci in municipio il giorno seguente. Mio zio disse che non portava i suoi figli, perché diceva:

«Non c’è motivo di presentare in tribunale due bambini, che non sono responsabili dei loro atti; e oltre a ciò non ce la fanno a piedi fino a Vila Nova de Ouréin! Vedremo che cosa vogliono». Mio padre pensava diversamente:

«La mia, la porto con me; che se la sbrighi lei con loro, perché io di queste cose non me ne intendo proprio niente».

Approfittarono dell' occasione per spaventarci in tutte le maniere possibili. Il giorno dopo, passando dalla casa di mio zio, mio padre aspettò alcuni minuti lo zio. Corsi al letto di Giacinta a dirle addio. Dubitavo di rivederla, l' abbracciai. La povera bambina, piangendo, mi disse: «Se loro ti vogliono ammazzare, digli che io e Francesco siamo come te e che anche noi vogliamo morire. Io vado subito al pozzo insieme a Francesco a pregare per te».

Verso sera, quando tornai, corsi al pozzo e i due stavano là, in ginocchio, appoggiati al parapetto del pozzo, con la testolina tra le mani, a piangere.

Quando mi videro, rimasero sorpresi:

- Ma sei proprio tu? E venuta qui tua sorella a prendere acqua e ci ha detto che ti avevano già ammazzato. Abbiamo tanto pregato e pianto per te!

Passato qualche tempo, fummo messi in prigione e allora la cosa più dura per Giacinta era l' abbandono dei genitori. E diceva con le lacrime che le scorrevano giù per le gote:

- Né i tuoi né i miei sono venuti a vederci. Non gl' importa più di noi.

- Non piangere - le disse Francesco. - Offriamo a Gesù per i peccatori!

E alzando gli occhi e le manine al cielo fece lui l' offerta:

- E per amor vostro e per la conversione dei peccatori.

- E anche per il santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, - aggiunse Giacinta.

Quando, dopo averci separati, ci riunirono di nuovo in una stanza della prigione, dicendo che da li a poco sarebbero tornati per metterci in padella, Giacinta si avvicinò a una finestra che dava sulla fiera del bestiame. All' inizio pensavo che volesse distrarsi guardando fuori, ma presto mi accorsi che piangeva. Andai a prenderla, me la tenni vicina e le domandai perché piangeva:

- Perché - rispose, con le lacrime che le scorrevano sul viso - moriremo senza rivedere né i nostri papà, né le nostre mamme e io volevo almeno rivedere la mia mamma.

- Allora tu non vuoi offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori?

- Si, si. - E con le lacrime che le bagnavano il viso, con le mani e gli occhi levati al cielo, fece l' offerta. - O mio Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori, per il santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!

I detenuti presenti a questa scena, tentarono di consolarci:

- Ma dite questo benedetto segreto al signor sindaco. Che v' importa se quella Signora non vuole?

- Questo no, - rispose Giacinta con vivacità - piuttosto voglio morire!

Decidemmo allora di dire il nostro rosario. Giacinta si toglie una medaglia che aveva al collo e chiede a un detenuto il favore di attaccarla a un chiodo che c' era sulla parete e in ginocchio, davanti a quella medaglia, cominciammo a pregare. I detenuti pregavano con noi, seppure sapevano pregate; per lo meno stettero in ginocchio. Finito il rosario, Giacinta tornò alla finestra a piangere.

- Giacinta, allora non vuoi offrire questo sacrificio a nostro Signore? - le domandai.

- Si, ma mi viene in mente la mamma, e piango senza volere.

Allora, siccome la santissima Vergine ci aveva detto di offrire le nostre orazioni e sacrifici anche per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, ci mettemmo d' accordo di assegnare a ciascuno una intenzione: uno per i peccatori, un altro per il santo Padre e il terzo per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria. Fatta la terna, dissi a Giacinta di scegliere un intenzione per cui offrire.

- Io offro per tutte, perché tutte mi piacciono molto, - rispose.

C' era tra i detenuti uno che sapeva sonare la fisarmonica. Cominciarono dunque a sonare e a cantare per distrarci. Ci domandarono se sapevamo ballare. Rispondemmo che sapevamo il fandango e la vira. Giacinta fu allora la dama di un povero ladro, che a vederla così piccina, finì per ballare con lei prendendola in braccio. Possa la Madonna aver avuto compassione della sua anima e lo abbia convertito.

V.E. dirà adesso: ' Che bella disposizione per il martirio!' . E’ vero. Ma eravamo bambini; e non ci rendevamo conto. Giacinta aveva per il ballo una inclinazione speciale e molta grazia. Mi ricordo che un giorno piangeva per un suo fratello soldato, che pensavano morto sul campo di battaglia. Per distrarla, con due suoi fratelli, improvvisai un ballo; e la povera bambina ballava e asciugava le lacrime che le scendevano sulle gote. Nonostante questo piccolo debole che aveva per il ballo, che bastava a volte sentire che i pastori sonavano uno strumento qualsiasi per cominciare a ballare, anche da sola, all' avvicinarsi della festa di san Giovanni e del carnevale, ci disse:

- Io, ora, non ballo più.

- E perché?

- Perché voglio offrire questo sacrificio a nostro Signore. E siccome eravamo i capi dei giochi tra bambini, i balli che si usava fare in queste occasioni non si fecero più.

Mia zia, stanca di dover continuamente mandar a chiamare i suoi figlioletti per soddisfare il desiderio di persone che volevano parlargli, decise di mandare col gregge un altro figlioletto, Joao. A Giacinta quest' ordine costò molto, per due motivi: perché doveva parlate con tutte le persone che la cercavano e, come lei diceva, perché non poteva stare tutto il giorno con me. Eppure dovette rassegnarsi. E per nascondersi dalle persone che la cercavano, si rifugiava, col suo fratellino, nella caverna di una roccia, situata sul fianco di un monte che si trova di fronte al nostro paese e che ha sulla cima un mulino a vento. La roccia è situata sul versante che guarda verso oriente e l' entrata è così ben fatta, che li proteggeva perfettamente dalla pioggia e dagli ardori del sole. E poi è anche coperta da numerose piante di ulivi e castagni. Quante orazioni e sacrifici ha offerto al nostro buon Dio in quel luogo!

Sui fianchi di questo monte c' erano molti e svariati fiori. Tra questi c' erano innumerevoli gigli, che a lei piacevano moltissimo. E quando la sera mi veniva ad aspettare sul sentiero, mi portava un giglio o, in mancanza dì questo, un altro fiore qualsiasi. E per lei era una festa arrivare fino a me, sfogliarli e gettarmi i petali.

Mia madre si limitò per allora ad assegnarmi un posto preciso per il pascolo, per sapere dove andavo, caso che occorresse mandarmi a chiamare. Quando i pascoli erano vicini, avvisavo i miei compagni, che subito venivano a trovarmi. Giacinta correva fino ad arrivare vicino a me. Dopo, stanca, si sedeva e mi chiamava; e non si chetava finché io non rispondevo e correvo verso di lei. Mia madre, stanca di veder mia sorella perdere tempo per venirmi a chiamare e per stare al mio posto col gregge, decise di venderlo; e, d' accordo con la zia, decisero di mandarci a scuola.

A Giacinta piaceva, durante il sollievo, di andare a visitare il Santissimo; ma diceva: ' Pare che indovinino. Non appena entriamo in chiesa, ecco tanta gente che viene a farci domande. A me piacerebbe starmene tutta sola per molto tempo a parlate con Gesù nascosto; ma non ci lasciano mai!».

In realtà quel popolo semplice dei paesi non li lasciava. Raccontavano, in tutta semplicità, ogni loro bisogno e afflizione. Giacinta mostrava pena, specie quando si trattava di qualche peccatore. E allora diceva: «Dobbiamo pregare e offrire sacrifici a nostro Signore, perché lo converta e non vada all' inferno, poverino!».

Viene a proposito adesso un fatto che mostra come Giacinta cercava di sfuggire alle persone che la cercavano. Un giorno stavamo andando a Fatima. Eravamo già vicini alla strada e vediamo un gruppo di signore e dei signori che scendono da una automobile. Non dubitammo un solo istante che ci stavano cercando. Ormai non potevamo fuggire, senza farci scorgere. Andiamo avanti, nella speranza di passare senza essere riconosciuti. Arrivate vicino a noi, le signore domandano se conosciamo i pastorelli a cui era apparsa la Madonna. Rispondemmo di si. Domandarono se sapevamo dove abitavano. Demmo loro tutte le indicazioni precise per andarci e corremmo a nasconderci nei campi, in mezzo a dei cespugli. Giacinta, contenta per il buon risultato dell' esperienza, diceva: "Dobbiamo fare sempre così, quando non ci conoscono".

Un altro giorno venne anche il rev. P. Cruz, di Lisbona, a interrogarci. Dopo l' interrogatorio, ci chiese di andare a mostrargli il posto dove ci era apparsa la Madonna. Durante il cammino, noi andavamo una a destra e una a sinistra del reverendo, che cavalcava un asino così piccolo che quasi strascinava i piedi per terra. C' insegnò delle giaculatorie, tra cui Giacinta scelse queste due che poi non finiva di ripetere: "O mio Gesù, io vi amo. Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia".

Un giorno, quand' era malata, mi disse: ' Mi piace tanto dire a Gesù che lo amo. Quando glielo dico tante volte, mi pare d' avere un fuoco in petto, ma non mi brucio.

C' era al nostro paese una donna che c' insultava, tutte le volte che c' incontrava. Un giorno la incontrammo mentre usciva da un' osteria. La poveretta non era padrona di sé e non si contentò questa volta d' insultarci soltanto. Quando ebbe finito di batterci, Giacinta mi disse: ' Dobbiamo chiedere alla Madonna e offrirle sacrifici per la conversione di questa donna: dice tanti peccati, che se non si confessa, andrà all' inferno' . Passati alcuni giorni, noi correvamo di fronte alla porta di casa di quella donna. Improvvisamente, Giacinta smette di correre, si volse indietro e domanda:

- Sta a sentire! È domani che vedremo quella Signora?

- Certo.

- Allora basta scherzare. Facciamo questo sacrificio per la conversione dei peccatori. - E senza pensare che qualcuno poteva vederla, alza le manine e gli occhi al cielo e fa l' offerta.

La donna stava osservando da una finestrella della casa. In seguito, parlando con mia madre, diceva che l' aveva tanto impressionata quel gesto di Giacinta, che non le occorrevano altre prove per ammettere la realtà dei fatti. Da quel giorno, non solo non c' insultò più, ma ci chiedeva continuamente dì pregare per lei la Madonna che le perdonasse i suoi peccati.

Un giorno incontrammo una povera donna, che piangendo, si mise in ginocchio davanti a Giacinta e chiese che le ottenesse dalla Madonna la guarigione da una terribile malattia. Giacinta, a vedere in ginocchio davanti a lei una donna si contristò e le prese le mani tremanti per alzarla. Ma vedendo che non era capace, s' inginocchiò anche lei e recitò con la donna tre avemmarie. Dopo la invitò ad alzarsi, che la Madonna l' avrebbe guarita. E non tralasciò mai di pregare tutti i giorni per lei, fino a quando, trascorso un po' di tempo, si fece rivedere per ringraziare la Madonna della guarigione.

Un' altra volta fu il caso di un soldato che piangeva come un bambino. Aveva ricevuto l' ordine di partire per la guerra e lasciava la moglie a letto ammalata e tre figlioletti. Lui domandava o la guarigione della moglie o la revoca della chiamata. Giacinta l' invitò a recitare con lei il rosario. Dopo gli disse: ' Non piangere. La Madonna è così buona! Certamente ti farà la grazia che le domandi' . E non dimenticò mai il suo soldato. AlIa fine del rosario diceva sempre un' Ave Maria per il soldato. ' Passati alcuni mesi, ritorna con la moglie e i tre bambini, per ringraziare la Madonna delle due grazie ricevute. Infatti, a causa di una febbre che gli venne alla vigilia della

partenza, era stato dispensato dal servizio militare e la moglie - diceva lui - era stata guarita da un miracolo della Madonna.

Un giorno dissero che veniva a interrogarci un sacerdote che era santo e che indovinava quello che avveniva nell' intimo di ognuno; e perciò avrebbe scoperto se dicevamo si o no la verità. Giacinta diceva allora, piena dì gioia:

' Quando viene questo sacerdote che indovina? Se indovina, capirà molto bene che diciamo la verità' .

Un giorno stavamo giocando vicino al pozzo già ricordato. La madre di Giacinta aveva li vicino una vigna. Tagliò alcuni grappoli e ce li portò perché li mangiassimo. Ma Giacinta non dimenticava mai i suoi peccatori. ' Non mangiamoli - dice e offriamo questo sacrificio per i peccatori' . Poi corse a portare l' uva ad altri bambini che giocavano nella strada. Al ritorno era raggiante di gioia. Aveva incontrato i nostri vecchi mendicanti e l' aveva data a loro.

Un' altra volta mia zia ci chiamò per darci da mangiare dei fichi che aveva portato a casa e che realmente avrebbero fatto voglia a chiunque. Giacinta si sedette con noi soddisfatta, vicino alla cesta, e prende il primo per cominciare a mangiare; ma, improvvisamente, si ricorda e dice: ' E’ vero! Oggi non abbiamo fatto ancora nessun sacrificio per i peccatori! Dobbiamo far questo' . Rimise il fico nella cesta, fece l' offerta e lasciammo li i fichi per convertire i peccatori.

Giacinta ripeteva con frequenza questi sacrifici, ma non sto qui a raccontarne più; se no, non finirei mai.

Trascorrevano così i giorni di Giacinta, finché nostro Signore non mandò la polmonite che la gettò a letto, insieme col suo fratellino. Il giorno prima di ammalarsi diceva: ' Mi fa tanto male la testa e ho tanta sete! Ma non voglio bere, per soffrire per i peccatori' .

Tutto il tempo che mi restava libero dalla scuola e da qualche cosetta che mi facevano fare, andavo dai miei compagni. Un giorno passo da loro prima di andare a scuola e Giacinta mi dice: ' Senti! Di' a Gesù nascosto che io gli voglio molto bene e che lo amo molto' . Altre volte diceva: ' Di' a Gesù cbe gli mando tanti saluti affettuosi' . Se passavo prima dalla sua stanza, diceva:

' Ora va' a vedere Francesco; io faccio il sacrificio di stare qui sola' .

Un giorno sua madre le portò una tazza di latte e le disse di prenderlo.

- Non io voglio mamma, - disse allontanando la tazza con la manina.

La zia insistette un poco e poi se ne andò dicendo:

- Ma non so che cosa devo fare, se tutto ti ripugna.

Appena rimasti soli, le domandai: ' Ma perché disobbedisci così a tua madre e non offri questo sacrificio a nostro Signore?' . All' udire questo, lasciò cadere alcune lacrime, che io ebbi il piacere di asciugare e disse: ' io adesso non mi ero ricordata' . Chiama la madre, le chiede perdono e le dice che prende tutto quello che vuole. La mamma le porta la tazza di latte. Lo prende senza mostrare la minima ripugnanza. Dopo mi dice: ' Se tu sapessi quanto mi è costato a berlo!' .

Un' altra volta mi disse: ' Faccio sempre più fatica a bere latte e brodo; ma non dico niente. Bevo tutto per amore di nostro Signore e del Cuore immacolato di Maria, la nostra mammina del cielo' .

- Stai meglio? - le chiesi un giorno.

- Tu sai bene che non sto meglio - e aggiunse - ho un dolore forte al petto, ma non dico niente. Soffro per la conversione dei peccatori.

Un giorno, arrivata vicino a lei, mi domandò: ' Hai già fatto tanti sacrifici oggi? Io ne ho fatti tanti. Mia madre è andava via e a me molte volte mi è venuta la voglia dì andare a visitare Francesco, ma non ci sono andata'

La sua salute però migliorò un pochino. Poté alzarsi e passava allora le giornate seduta sul letto del fratellino. Un giorno mi fece chiamare perché andassi in fretta da lei. Andai di corsa.

- La Madonna è venuta a vederci e dice che tra poco verrà a prendere Francesco e a portarlo in cielo. A me ha domandato se volevo convertire ancora altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che andrò in un ospedale e che là soffrirò molto. Mi ha detto di soffrire per la conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato di Maria e per amore di Gesù. Le ho domandato se anche tu venivi con me. Ha detto di no. Questa è la cosa che mi costa di più. Ha detto che veniva mia madre a portarmi e poi resto là da sola. - Rimase pensierosa per un po' , poi aggiunse: - Se tu venissi con me! Quel che mi costa di più è andare senza di te! E forse l' ospedale è una casa molto oscura, dove non si vede niente e io sto li a soffrire da sola! Ma non importa: soffro per amore di nostro Signore, per riparare le offese al Cuore immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il santo Padre.

Quando arrivò l' ora che il suo fratellino partiva per il cielo, lei gli fece le sue raccomandazioni: ' Tanti cari saluti da parte mia a nostro Signore e alla Madonna e digli che soffro tutto quello che vogliono per convertire i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Sofferse molto per la morte del fratello. Restava a lungo pensierosa e se le domandavano a che cosa stesse pensando, rispondeva: ' A Francesco. Come mi piacerebbe rivederlo. E gli occhi le si riempivano di lacrime.

Un giorno le dissi:

- A te ormai manca poco per andare in cielo. Io invece...

- Poverina! - rispose non piangere! Lassù io pregherò molto, molto per te. Sai, è la Madonna che vuole così per te. Se avesse scelto me, io sarei contenta, per poter soffrire di più per i peccatori.

Arrivò anche il giorno di andare all' ospedale, dove ebbe a soffrire molto davvero. Quando la madre andò a visitarla, le domandò se voleva qualche cosa. Le disse che voleva vedere me. Mia zia, a costo di molti sacrifici, mi ci portò, non appena poté ritornarci. Appena mi vide, mi abbraccio con gioia e chiese alla madre che mi lasciasse li e andasse a fare la spesa.

Le domandai allora se soffriva molto.

- Altro che! Ma offro tutto per i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Poi parlò con entusiasmo di nostro Signore e della Madonna e diceva:

- Mi piace tanto soffrire, per amor suo, per fargli piacere. Loro vogliono molto bene a chi soffre per convertire i peccatori.

Il tempo destinato alla visita passò in fretta e mia zia era già tornata a riprendermi. Domandò alla figlioletta se voleva qualche cosa. Chiese che riportasse anche me quando tornasse a vederla. E la mia buona zia, che voleva far piacere alla sua bambina, mi ci portò una seconda volta. La trovai con la stessa gioia di soffrire per amore del nostro buon Dio, del Cuore immacolato di Maria, per i peccatori e per il santo Padre: era il suo ideale e parlava sempre di questo.

Tornò ancora per qualche tempo alla casa paterna. Aveva nel petto una grande ferita aperta e sopportava la medicazione quotidiana senza un lamento, senza mostrare il minimo segno di malessere. Ciò che le costava di più erano visite e interviste frequenti di persone che la cercavano e dalle quali ora non poteva nascondersi.

- Offro anche questo sacrificio per i peccatori, - diceva con rassegnazione. - Oh, se potessi arrivare fino al Cabeco a dire ancora un rosario nella nostra grotta! Ma ormai non ce la faccio più. Quando vai a Cova da Iria, prega per me. Là non ci vado più di sicuro. - E le lacrime le scorrevano sul viso.

Un giorno mia zia mi disse: ' Domanda a Giacinta a che cosa sta pensando, quando sta tanto tempo con le mani sulla faccia, senza muoversi. Io gliel' ho domandato, mi ha sorriso, ma non mi ha risposto' . Feci la domanda e mi rispose:

- Penso al Signore, alla Madonna, ai peccatori e a... (accennò ad alcune cose del segreto). Mi piace molto pensare.

La zia mi domandò che cosa aveva risposto la sua bambina e io le dissi tutto con un sorriso. Allora mia zia disse a mia madre, raccontando il fatto:

' Io non capisco. La vita di questi bambini è un enigma' . E mia madre aggiungeva: ' Quando sono soli, parlano e parlano a non finire e anche sforzandosi di ascoltare, non si riesce a capire una parola. Se arriva qualcuno, abbassano la testa e non dicono una parola. Non posso capire questo mistero.

La santissima Vergine si degnò di nuovo di visitare Giacinta, per annunciarle nuove croci e nuovi sacrifici. Mi dette la notizia e mi diceva: ' Mi ha detto che vado a Lisbona, in un altro ospedale; che non rivedrò più nemmeno i miei genitori; che dopo molto soffrire, morirò sola, ma che non abbia paura, perché verrà Lei là a prendermi per portarmi in cielo' . E piangendo mi abbraccia e diceva: ' Non ti rivedrò mai più. Tu là non verrai a visitarmi. Senti: prega molto per me che muoio sola' .

Nel frattempo, finché non arrivò il giorno di andare a Lisbona, sofferse in modo orribile. Mi abbracciava e diceva piangendo:

- Non ti rivedrò mai più. Né la mamma, né i miei fratelli, né il mio papà! Non rivedrò più nessuno e poi muoio sola sola!

- Non ci pensare - le dissi un giorno.

- Lascia che ci pensi, perché più ci penso, più soffro; e io voglio soffrire per amore di nostro Signore e per i peccatori. E poi non fa niente. La Madonna viene a portarmi in cielo...

A volte baciava un crocifisso, lo abbracciava e diceva:

- O mio Gesù, io vi amo e voglio soffrire molto per amor vostro.

Quante volte diceva:

- O Gesù, ora puoi convertire molti peccatori, perché questo sacrificio è molto grande.

Mi chiedeva a volte:

- E morirò senza rivedere Gesù nascosto? Se me lo portasse la Madonna, quando viene a prendermi!...

Le chiesi una volta:

- Che cosa farai in cielo?

- Amerò molto Gesù, il Cuore immacolato di Maria, pregherò molto per te, per i peccatori, per il santo Padre, per i miei genitori e fratelli e per tutte le persone che mi hanno domandato di pregare per loro.

Quando la madre si mostrava triste a vederla così malata, le diceva:

- Non ti rattristare, mamma. Io vado in cielo. Pregherò molto per te.

Altre volte diceva:

- Non piangere, sto bene.

Se le chiedevano se aveva bisogno di qualche cosa, diceva:

Tante grazie, non ho bisogno di nulla. - Ma quando se ne andavano aggiungeva – Ho molta sete, ma non voglio bere, offro tutto a Gesù per i peccatori.

Un giorno che mia zia mi faceva delle domande, mi chiamò e mi disse: - Non voglio che tu dica a nessuno che io soffro. Nemmeno a mia madre, perché non voglio che si rattristi.

Un giorno la trovai mentre abbracciava un quadro della Madonna e diceva: - Oh, mammina del cielo, allora devo morire sola sola?

La povera bambina pareva terrorizzata all’idea di morire sola. Per incoraggiarla, le dicevo: - Che cosa t’importa di morire sola, se la Madonna viene a prenderti? – E’ vero, non m’importa niente. Ma non so com’è! A volte non mi ricordo che Lei viene a prendermi. Solo mi ricordo che muoio e tu non sei vicino a me.

E venne alla fine il giorno della partenza per Lisbona. L’addio spezzava il cuore. Mi rimase parecchio tempo abbracciata al collo e diceva piangendo: - Non ci rivedremo mai più. Prega molto per me, finché non andrò in cielo. Lassù, dopo, io pregherò per te. Non dire mai il segreto a nessuno, anche se ti ammazzano. Ama molto Gesù e il Cuore immacolato di Maria e fa molti sacrifici per i peccatori.

Da Lisbona mi mandò ancora a dire che la Madonna era già andata a trovarla, che le aveva detto l’ora e il giorno della sua morte e mi raccomandava di essere molto buona.

Termino così, ecc.mo e rev.mo signor vescovo di raccontare all’E.V rev.ma quello che mi ricordo della vita di Giacinta.

Chiedo al nostro buon Dio che si degni di accettare questo atto di ubbedienza per accendere nelle anime la fiamma d’amore ai Cuori di Gesù e di Maria.

Adesso domando un favore. E’ questo: se V.E. pubblicherà alcune cose di quelle che ho appena finito di raccontare, lo faccia in modo tale che non parli in nessuna maniera della mia povera e miserabile persona. E confesso, ecc.mo e rev.mo signor vescovo, che se venissi a sapere che l’E.V. avrà bruciato questo scritto senza nemmeno leggerlo, sarebbe per me un grande piacere, perché l’ho scritto solo per ubbidire alla volontà del nostro buon Dio, manifestata a me dal volere espresso della V.E. rev.ma.

seconda memoria

Erano passati due anni dalla pubblicazione della "prima memoria". S. E. il vescovo di Leiria, convinto della necessità di studiare a fondo gli avvenimenti di Fatima del 1917, ordinò a suor Lucia di scrivere la storia della sua vita e delle apparizioni, esattamente com’erano avvenute. La veggente ubbidì e redasse lo scritto tra il 7 e il 21 novembre 1937.

VOLONTA’ DI DIO, PARADISO MIO.

Eccellenza reverendissima,

sono qui con la penna in mano per fare la volontà di Dio; e siccome io non ho altri scopi, comincio con la massima che la mia santa fondatrice mi ha lasciato in eredità e che io nel corso di questo scritto ripeterò, a sua imitazione, molte volte: «Volontà di Dio, paradiso mio!».

L' Eccellenza vostra mi permetterà di compenetrarmi in tutto il senso di questa massima, affinché nei momenti in cui la ripugnanza o l' amore del mio segreto vorranno farmi tener nascosto qualche cosa, essa mi sia di norma e guida.

Avrei voglia di domandare a che cosa servirà questo scritto fatto da me, che non ho nemmeno buona calligrafia. Ma non chiedo nulla. So che la perfezione dell' ubbidienza non chiede ragioni. Mi bastano le parole dell' E.V. rev.ma, che mi dicono che è per la gloria della nostra santissima Madre del Cielo. Nella certezza dunque che sia così imploro la benedizione e la protezione del suo Cuore immacolato e, umilmente prostrata ai suoi piedi, mi servo delle sue santissime parole per parlare al mio Dio:

- Ecco qui, o mio Dio, l' ultima delle vostre serve, che in piena sottomissione alla Vostra santissima volontà, rompe il velo del suo segreto e lascia vedere la storia di Fatima tale e quale essa è. Non avrò più il piacere di godermi solo con Te i segreti del Tuo amore; ma in avvenire, altri canteranno con me le grandezze della Tua misericordia.

Eccellenza reverendissima,

«Il Signore ha rivolto lo sguardo alla bassezza della sua serva»: ecco perché i popoli canteranno le grandezze della Sua misericordia.

Mi pare, Eccellenza reverendissima, che il nostro buon Dio si è degnato di favorirmi con l' uso della ragione, fin da quand' ero una bambina molto piccina. Mi ricordo che avevo coscienza dei miei atti, da quando mia madre mi teneva in braccio; Ricordo che mi cullavano e mi addormentavo al suono di vari canti. E siccome ero la più giovane tra cinque bambine e un bambino, che nostro Signore aveva dato ai miei genitori, mi ricordo che c' erano spesso contese tra di loro, perché tutti mi volevano avere tra le braccia e stare con me. In questi casi, perché nessuno fosse vincitore, mia madre mi toglieva delle loro mani. E se lei, per il suo daffare, non poteva, mi affidava a mio padre, che a sua volta mi copriva di baci e carezze.

La prima cosa che imparai fu l' avemmaria, perché mia madre aveva l' abitudine di tenermi in braccio, mentre insegnava a mia sorella Carolina, cui venivo appresso, perché aveva cinque anni più di me.

Le prime due sorelle erano già grandi; e a mia madre piaceva che mi portassero in tutti i posti dove andavano, perché io ero un pappagallo che ripeteva tutto. Esse erano, come si dice al mio paese, a capo della gioventù. E non c' era festa o danza a cui non andassero. Carnevale, S. Giovanni, Natale, era d' obbligo: ci doveva essere il ballo. Poi c' era la vendemmia. E al tempo della raccolta delle ulive, c' era ballo quasi tutti i giorni. Nelle feste principali della parrocchia, come quella del S. Cuore di Gesù, la Madonna del rosario, S. Antonio, ecc., c' era sempre, la sera, la riffa dei dolci e il ballo non mancava. Eravamo inoltre quasi sempre invitate alle feste di nozze che si celebravano nei paesi vicini, perché mia madre, quando non era invitata come madrina, era invitata come cuoca. A queste nozze il ballo durava dalla fine del banchetto fino al mattino del giorno seguente. Le mie sorelle, siccome dovevano tenermi sempre al loro fianco, ci tenevano molto che fossi vestita come loro stesse. E siccome una di loro era sarta, non mi mancava fin d' allora il costume più elegante, usato dalle contadine del mio paese in quel tempo: la gonna pieghettata, la cintura lucida, la sciarpa con le punte che ricadevano all' indietro e il cappello con i suoi lustrini dorati e piume di svariati colori. Si sarebbe detto a volte che vestivano una bambola e non una bambina.

Nei balli mi mettevano sopra una cassapanca o sopra qualche rialzo, per non essere calpestata dai presenti e dove dovevo intonare vari canti al suono della chitarra o della fisarmonica. A questo scopo le mie sorelle mi facevano fare le prove, così come per ballare alcune danze, per il caso che mancasse qualche dama, cosa che io disimpegnavo con un' abilità singolare, attirando così le attenzioni e gli applausi dei presenti. Né mi mancavano premi e regali di qualcuno che voleva far piacere alle mie sorelle.

La domenica, nel pomeriggio, questa gioventù si riuniva nel nostro cortile: d' estate, all' ombra di tre grandi fichi; e d' inverno, sotto un porticato che avevamo nel luogo dove ora sorge la casa di mia sorella Maria. Là passavano il pomeriggio, giocando e conversando con le mie sorelle. Era là che si faceva la riffa dei regali di Pasqua e la maggior parte toccavano a me, perché alcuni io facevano di proposito per rendersi bene accetti.

Mia madre passava questi pomeriggi seduta sulla porta della cucina che dava sul cortile e di là poteva vedere quel che succedeva: a volte con un libro in mano, leggeva; a volte parlava con qualcuna delle mie zie o con le vicine che venivano a sedersi accanto a lei. Manteneva sempre la sua serietà abituale e tutte sapevamo che quello che diceva lei era come una parola della Bibbia e che era necessario ubbidirle senza indugio. Non ho mai visto nessuno che avesse il coraggio di dire in sua presenza una parola men che rispettosa o di poca considerazione. Era un detto comune tra quella gente che mia madre valeva più che tutte le figlie. Mi ricordo di aver sentito mia madre dire più volte: « Non so che gusto ci trovi questa gente a andare in giro a chiacchierare per le case degli altri. Per me non c’è niente come starmene in casa a leggere tranquillamente. I libri contengono cose tanto belle! E le Vite dei santi, che bellezza!».

Mi pare d' aver già detto V. E. come passavo i giorni della settimana, circondata di bambini del posto, che le donne, per poter andare a lavorare nei campi, chiedevano a mia madre di lasciare con me.

Mi pare inoltre che nello scritto che ho mandato all' E.V. rev.ma su mia cugina, dicevo quali erano i miei giochi e divertimenti. Per ora non sto qui a contarlo.

Circondata così d' ogni tenerezza e affetto, arrivai a sei anni. E, a dire la verità, il mondo cominciava a sorridermi; e soprattutto la passione per il ballo stava mettendo nel mio cuore profonde radici. E confesso che Se il nostro buon Dio non avesse usato nei miei confronti una speciale misericordia, con quello il demonio m' avrebbe perduta.

Se non sbaglio, ho già detto a V.E., nello stesso scritto, che mia madre aveva l' abitudine d' insegnare la dottrina cristiana ai suoi figli nell' ora della siesta, durante l' estate; d' inverno, la lezione era di sera, durante la veglia, dopo cena, intorno al focolare, mentre si arrostivano e si mangiavano castagne e ghiande dolci.

S' avvicinava dunque il giorno fissato dal parroco per la prima comunione solenne dei bambini della parrocchia. E così mia madre pensò che, siccome la sua figlioletta sapeva bene la dottrina e aveva compiuto i sei anni, poteva forse fare in quell' occasione la prima comunione. A questo scopo mi mandò, insieme a mia sorella Carolina, a assistere alle lezioni di dottrina, che il parroco faceva ai bambini in preparazione alla prima comunione. Andavo dunque tutta raggiante di gioia, con la speranza di ricevere di li a poco per la prima volta, il mio Dio. Il reverendo dava le sue spiegazioni stando seduto su una sedia che stava sopra una pedana. Mi chiamava vicino a lui e quando qualche bambino non sapeva rispondere alle sue domande, per svergognarli, mi faceva rispondere a me.

Arrivò dunque la vigilia del gran giorno e il reverendo fece andare in chiesa tutti i bambini in mattinata, per dire definitivamente il nome di quelli che erano ammessi. Quale non fu il mio dispiacere, allorché il reverendo mi chiama vicino a sé e, accarezzandomi, mi dice che avrei dovuto aspettare fino a sette anni. Cominciai subito a piangere e, siccome ero vicino a mia madre, singhiozzando piegai il capo tra le sue ginocchia.

Stavo in questa posizione, quando entra nella chiesa un sacerdote che il reverendo parroco aveva fatto venir di fuori per aiutare nelle confessioni. Quel reverendo chiese il motivo delle mie lacrime. Dopo essersi informato, mi portò in sacristia e mi esaminò sul catechismo e sull' eucaristia; dopo mi prese per mano, mi portò dal parroco e disse:

- Padre Pena, lasci che questa bambina faccia la prima comunione. La bimba sa quel che fa, meglio che molti di quelli li.

- Ma ha solo sei anni, - replicò il parroco.

- Non fa niente! Se lei vuole, mi assumo io questa responsabilità.

- E va bene, - mi disse il buon parroco - va dalla mamma e dille di si: domani farai la prima comunione.

La mia gioia non si può spiegare. Battendo le mani dalla contentezza e correndo per tutto il tragitto, andai a dare la bella notizia a mia madre, che cominciò subito a prepararmi per portarmi, nel pomeriggio, a fare la confessione.

Arrivando in chiesa, dissi a mia madre che volevo confessarmi da quel sacerdote di fuori. Quel reverendo stava confessando in sacristia, seduto su una sedia. Mia madre allora s' inginocchiò vicino alla porta, di fronte all' altare maggiore, insieme alle altre donne che stavano aspettando il turno dei loro figlioletti. Li davanti al Santissimo, mi fece le ultime raccomandazioni.

Quando toccò a me andai a inginocchiarmi ai piedi del nostro buon Dio, rappresentato in quel momento dal suo ministero, per implorare perdono dei miei peccati. Quando ebbi terminato, vidi che tutti ridevano. Mai madre mi chiama e mi dice: «Figlia mia, non sai che la confessione si fa a bassa voce, che è una cosa segreta? Tutti ti hanno sentito! Solo alla fine hai detto una cosa che nessuno ha capito che cos' era». E mentre tornavamo a casa, mia madre fece vari tentativi per vedere che scopriva quello che lei chiamava il segreto della mia confessione; ma non ottenne che un profondo silenzio.

Scoprirò dunque adesso quello che era il segreto della mia confessione.

Il buon sacerdote, dopo avermi ascoltato, mi disse questi brevi parole:

«Figlia mia, la tua anima è il tempio dello Spirito santo. Conservala sempre pura, perché Lui possa continuare in essa la sua azione divina». All' udire queste parole, mi sentii invasa di rispetto per il mio intimo e domandai al buon confessore come dovevo fare:

- Ti metti in ginocchio - mi rispose - il ai piedi della Madonna e le domandi con grande fiducia che abbia cura del tuo cuore e lo prepari per ricevere degnamente domani il suo caro Figlio e che lo conservi per Lui solo!

C' erano in chiesa parecchie immagini della Madonna. Ma siccome le mie sorelle adornavano l' altare della Madonna del rosario, perciò io ero abituata a pregare davanti a quella; e così ci andai anche questa volta a chiederLe, con tutto l' ardore di cui ero capace, che conservasse solo per Dio il mio povero cuore. Ripetei varie volte quest' umile supplica, con gli occhi fissi sull' immagine e mi parve che lei sorrideva e, con gesto di bontà, mi diceva di sì. Rimasi così inondata di gioia, che a malapena riuscivo ad articolare parola.

Le mie sorelle stettero su tutta la notte per farmi il vestito bianco e la corona di fiori. Io non potevo dormire per la contentezza e le ore non passavano mai. Così mi alzavo ogni tanto, andavo da loro a domandare se era gia giorno, se volevano provarmi il vestito, la corona di fiori ecc.

E finalmente spuntò il felice giorno, ma quanto ci volle per arrivare alle nove! Già vestita col mio vestito bianco, la mia sorella Maria mi portò in cucina per chiedere perdono ai miei genitori, per baciare loro la mano e chiedere la loro benedizione. Terminata questa cerimonia, la mamma mi fece le ultime raccomandazioni. Mi disse quel che voleva che io domandassi a nostro Signore quando lo avessi dentro al mio petto e mi lasciò andare con queste parole: «Soprattutto chiedi a nostro Signore che faccia dì te una santa», parole che mi rimasero così impresse in modo indelebile nel cuore, che furono le prime che dissi a nostro Signore subito dopo averlo ricevuto. E ancor oggi mi pare di udire l' eco della voce di mia madre che me le ripete. M' incamminai, con le sorelle, verso la chiesa. Per non insudiciarmì di polvere della strada, mio fratello mi portò in braccio.

Non appena arrivai in chiesa, corsi ai piedi dell' altare della Madonna, a rinnovare la mia domanda. Li rimasi a contemplare il sorriso della sera prima, finché le mie sorelle non vennero a prendermi per mettermi nel posto destinato a me. I bambini erano molti. Formavano quattro file, dalla porta della chiesa fino alla balaustra: due di bambini e due di bambine. Siccome io ero la più piccina, mi toccò il posto vicino agli angioletti, sul gradino della balaustra.

Cominciò la messa cantata e, a mano a mano che il momento si avvicinava, il cuore batteva sempre più forte, nell' attesa della visita di un Dio grande, che stava per scendere dal cielo per unirsi alla mia povera anima. Il rev. parroco scese tra le file a distribuire il pane degli angeli. Ebbi la fortuna di essere la prima. Mentre il sacerdote scendeva dai gradini dell' altare, il cuore pareva che volesse uscirmi dal petto. Ma appena ebbe posato sulle mie labbra l' ostia divina, sentii una serenità e una pace inalterabile; sentii che ero invasa da un' atmosfera così soprannaturale, che la presenza del nostro buon Dio mi diventava così sensibile come se Lo vedessi e lo sentissi con i sensi del corpo. Gl' indirizzai dunque le mie suppliche:

- Signore, fate di me una santa. Conservate il mio cuore sempre puro, solo per Te!

Qui mi parve che il nostro buon Dio mi abbia detto, nel fondo del mio cuore, queste parole precise:

- La grazia che oggi ti viene concessa, rimarrà viva nella tua anima e produrrà frutti di vita eterna.

La funzione terminò che era quasi il tocco, sia perché i sacerdoti di fuori avevano tardato a venire, sia a causa del sermone e della rinnovazione delle promesse battesimali. Mia madre venne a prendermi, preoccupata; pensando che non stessi più in piedi dalla debolezza. Ma io mi sentivo così trasformata in Dio, così sazia del pane degli angeli, che mi fu impossibile per allora prendere cibo. Da allora perdetti il gusto e l' attrazione per le cose del mondo, e mi sentivo a mio agio solo in qualche luogo solitario, dove potessi, tutta sola, ricordare le delizie della mia prima comunione.

Ma poche volte riuscivo a fare questo ritiro, perché oltre ad essere incaricata di badare ai bambini che le vicine ci affidavano, come ho già detto all' E.V. rev.ma, mia madre faceva anche da infermiera da quelle parti. Venivano a chiedere il suo parere, se si trattava di cose di poca importanza e le chiedevano di andare a casa loro, se il malato non poteva uscire. E lei allora passava la giornata, e a volte, la notte nelle case dei malati. E se la malattia durava a lungo e lo stato degli infermi lo esigeva, faceva passare la notte vicino a loro anche alle mie sorelle, perché i membri della famiglia potessero riposarsi. E se l' infermo era una madre di famiglia con bambini piccoli, che facevano rumore e disturbavano il malato, portava questi bambini a casa nostra e io ero incaricata di farli divertire. E li facevo divertire, insegnando loro a dipanare, facendo girare l' aspo al contrario, facendo girare i cannelli, insegnavo a fare matasse con l' arcolaio e a guidare le spole nel telaio.

C' era sempre molto lavoro dì questo genere, perché ordinariamente c' erano sempre in casa nostra varie ragazze di fuori, che venivano a imparare il mestiere di tessitrice o di sarta. Queste ragazze, per solito, davano sempre segni di grande attaccamento alla nostra famiglia e usavano dire che i giorni migliori della loro vita li avevano passati in casa nostra.

Siccome le mie sorelle, in alcuni periodi dell' anno, dovevano lavorare nei campi durante il giorno, tessevano e cucivano durante le veglie. Dopo la cena e le preghiere che seguivano, dirette da mio padre, si cominciava a lavorare. Tutti avevano qualcosa da fare. Mia sorella Maria andava al telaio; mio Padre le riempiva i rocchetti; Teresa e Gloria andavano a cucire e mia madre filava; Carolina e io, dopo aver messo in ordine la cucina, eravamo occupate a togliere imbastiture, a attaccare bottoni, ecc.; mio fratello, per tenerci svegli, suonava la fisarmonica, al cui suono noi cantavamo varie cose. I vicini venivano non poche volte a farci compagnia e usavano dire, che anche se non li lasciavamo dormire, si sentivano allegri e gli passavano i cattivi umori udendo la festa che facevamo noi.

Ho sentito parecchie donne che dicevano a mia madre: «Beata te! Che figli meravigliosi che il Signore ti ha dato».

A suo tempo, facevamo anche la spannocchiatura al chiaro di luna. Mi sedevo allora in cima a un mucchio di granturco e io ero incaricata di dare a tutti i presenti l' abbraccio-sorpresa, quando capitava una pannocchia di colore rosso scuro.

Non so se i fatti che ho appena contato sulla mia prima comunione, furono una realtà o un' illusione infantile. So però che essi hanno avuto sempre e hanno ancor oggi una grande influenza nell' unione della mia anima con Dio.

Non so nemmeno perché io sto qui a raccontare a V.E. tutte queste cose della vita di famiglia, ma è Dio che m' ispira così. Lui sa il motivo per cui lo fa. E’ forse perché V.E. rev.ma possa vedere come io dovevo essere sensibile alla sofferenza che il buon Dio stava per chiedermi, dopo essere stata tanto vezzeggiata. E siccome V.E. vuoi che io dica tutte le sofferenze che nostro Signore mi ha domandato e tutte le grazie che si è degnato, per sua misericordia, concedermi, mi pare che così mi sarà più facile dirle proprio così come sono avvenute. E poi me ne sto tranquilla, perché so che V.E. metterà nel fuoco tutto quello che vedrà che non ha utilità per la gloria di -Dio e di Maria santissima.

E così compii sette anni. Mia madre decise che dovevo cominciare a custodire le nostre pecore. Mio padre non era di questo parere e nemmeno le mie sorelle. Volevano per me, per l' affetto particolare che mi portavano, una eccezione. Ma mia madre non cedette: - come le altre - diceva, - Carolina ha ormai dodici anni. Perciò può cominciare a lavorare nei campi, o imparare a fare la sarta o la tessitrice, se ne ha voglia. E così mi fu affidata la custodia del nostro gregge.

La notizia che io cominciavo la mia vita di pastora si sparse rapidamente tra i pastori e quasi tutti vennero a propormi di essere miei compagni. Dissi a tutti di sì e mi misi d' accordo con tutti per andare ai monti. Il giorno dopo la montagna era piena di pastori e di greggi. Pareva coperta da una nuvola. Ma io non mi sentivo a mio agio in mezzo a tanto gridare. Allora ne scelti tre come compagne e, senza dir niente agli altri, ci mettemmo d' accordo per andare a pascoli completamente diversi. Le mie prescelte erano: Teresa Matias, sua sorella Maria Rosa e Maria Justino.

Il giorno dopo ce ne andiamo con le nostre greggi a un monte chiamato Cabeço. Ci dirigemmo al versante del monte che guarda a nord. Sul versante di questo monte a sud, resta Valinhos, che V.E. di nome deve già conoscere. E, sul versante rivolto a levante, c' è quella roccia, della quale pure ho parlato a V.E. nello scritto su Giacinta. Salimmo con le nostre greggi, fin quasi alla cima del monte. Ai nostri piedi c' era un grande bosco, che si stende nella piana della valle: ulivi, castagni, pini, lecci, ecc.

Sarà stato più o meno verso mezzogiorno, quando mangiammo il nostro spuntino. Dopo lo spuntino, invitai le mie compagne a recitare con me il rosario, cosa che accettarono volentieri. Avevamo appena cominciato, quando vediamo davanti ai nostri occhi, come sospesa nell' aria, sopra il bosco, una figura, come se fosse una statua di neve, che i raggi del sole facevano un po' trasparente.

- Che roba è quella? - domandarono le mie compagne un po' impaurite.

- Non so.

Continuammo la nostra preghiera, sempre con gli occhi fissi in quella figura, che scomparve non appena terminammo.

Io, secondo il mio solito, decisi di starmene zitta; ma le mie compagne, appena arrivate a casa, contarono alle famiglie quel che era avvenuto. Si sparse la notizia. Un giorno, arrivo in casa e mia madre mi domanda:

- Senti un po' . Dicono che hai visto giù di lì non so che. Si può sapere cos' hai visto?

- Non so. - E siccome non sapevo spiegarmi, aggiunsi - Pareva una persona avvolta in un lenzuolo. - E, volendo dire che non avevo potuto scorgerne i lineamenti, dissi: «Non si riusciva a vedergli né occhi, né mani».

Stupidaggini di bambini - disse mia madre e chiuse il caso con un gesto di disprezzo.

Passò un po' di tempo e noi tornammo con le nostre greggi a quello stesso posto, e si ripeté la stessa cosa, nello stesso modo. Le mie compagne raccontarono di nuovo l' accaduto. E la stessa cosa si ripeté di lì a un po' di tempo.

Era la terza volta che mia madre sentiva parlare di questi avvenimenti da gente dì fuori, senza che io avessi detto una sola parola in casa. Mi chiama allora, già poco soddisfatta e mi domanda:

- Vediamo un po' . Cos' è questa roba che voi vedete giù di li?

- Non so, mamma, non so cos’è.

Parecchi cominciarono a prenderci in giro. E siccome io, dal tempo della mia prima comunione restavo a tratti come assorta, le mie sorelle, ricordando quel che era avvenuto, mi chiedevano con una punta d' ironia: «Stai vedendo qualcuno avvolto in un lenzuolo?».

Questi gesti e parole di commiserazione mi colpivano molto, perché io ero abituata a ricevere solo carezze e attenzioni. Ma questo non era niente. È che io non sapevo quello che il buon Dio mi aveva riservato per il futuro.

È a questo punto che Francesco e Giacinta chiesero e ottennero, come ho già raccontato all' E.V. rev.ma, il permesso dei genitori di cominciare a custodire il loro gregge. Lasciai così queste buone compagne e le sostituii con i miei cugini Francesco e Giacinta.

Ci mettemmo d' accordo, dunque, di pascolare le nostre greggi nei terreni dei miei zii e dei miei genitori, per non stare insieme sui monti con gli altri pastori.

Un bel giorno andammo con le nostre pecorelle nella proprietà dei miei, situata ai piedi del monte di cui ho parlato, dalla parte rivolta verso levante. Questa proprietà si chiama Chousa Velha. Verso metà mattina, cominciò a cadere una pioggerellina fine, poco più che una rugiada. Risalimmo il pendio del monte, seguiti dalle nostre pecorelle, in cerca di una roccia che ci servisse da riparo. Fu allora che per la prima volta entrammo in quella benedetta grotta. Si trova in mezzo a un uliveto e appartiene al mio padrino Anastacio. Da lì si vede il piccolo paesetto dove sono nata, la casa dei miei genitori, i paesini di Casa Velha e Eira da Pedra. L' uliveto ha parecchi proprietari e si estende fino a confondersi con questi piccoli paesetti.

Lì passammo la giornata, anche se aveva smesso di piovere ed era apparso un sole bello e splendente. Facemmo lo spuntino e recitammo il nostro rosario e chissà forse uno di quelli, che noi usavamo dire per la fretta di poter giocare, come ho già raccontato a V.E., passando i grani e dicendo solo le parole: Ave, Maria e Padre nostro! Finito di pregare, cominciammo a giocare con i sassolini.

Si stava giocando da qualche momento ed ecco che un vento forte scuote gli alberi e ci fa alzare gli occhi per vedere cosa succedeva, perché il giorno era sereno. Vediamo allora che sopra l' uliveto viene verso di noi quella figura di cui ho già parlato. Giacinta e Francesco non l' avevano mai vista e io non gliene avevo mai parlato. A mano a mano che si avvicinava, riuscivamo a scorgerne le fattezze: un giovane di 14 o 15 anni, più bianco che se fosse stato di neve, e il sole lo rendeva trasparente come se fosse stato di cristallo e di una grande bellezza. Arrivato vicino a noi ci disse:

- Non abbiate paura. Sono l' angelo della pace. Pregate con me. - E, inginocchiatosi per terra, curvò la fronte fino al suolo e ci fece ripetere tre volte queste parole: - Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amno! Io vi domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano.

Poi, alzandosi disse:

- Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche.

Le sue parole s' impressero talmente nel nostro spirito, che noi non le scordammo mai più. E da allora noi trascorrevamo lunghi periodi di tempo, così prosternati, ripetendole a volte fino a cadere dalla stanchezza. Raccomandai subito che era necessario mantenere il segreto e, questa volta, grazie a Dio, fecero come volevo io.

Passò un bel po' di tempo e un giorno d' estate, che eravamo andati a passare la siesta a casa, stavamo giocando in cima a un pozzo, che i miei avevano in fondo al giardino e che si chiamava Arneiro. (Nello scritto su Giacinta, ho già parlato anche di questo pozzo). Improvvisamente, vediamo vicino a noi la stessa figura, o angelo, come mi pare che doveva essere e dice:

- Che fate? Pregate, pregate molto! I Cuori santissimi di Gesù e di Maria hanno sopra di voi disegni di misericordia. Offrite costantemente all' Altissimo orazioni e sacrifici.

- E come dobbiamo sacrificarci? - domandai.

- Offrite a Dio il sacrificio di tutto quello che vi sarà possibile, in atto di riparazione dei peccati, con cui Lui viene offeso e per impetrare li conversione dei peccatori. Attirate così, sopra la nostra patria, la pace. Io sono il suo angelo custode, l' angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà.

Passò parecchio tempo e andammo a pascolare il gregge in una proprietà dei miei genitori situata sul pendio del monte di cui ho parlato, un po' sopra Valinhos. È un uliveto chiamato Pregueira. Finito lo spuntino, decidemmo di andare a pregare nella grotta che restava dall' altra parte del monte. Perciò si fece un mezzo giro sul pendio e dovemmo arrampicarci su per alcune rocce, situate proprio in cima alla Pregueira. Le pecore riuscirono a passare con molta difficoltà.

Appena arrivati ci mettemmo in ginocchio con la faccia a terra e cominciammo a ripetere l' orazione dell' angelo: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo ecc.». Non so quante volte avevamo ripetuto questa preghiera, quando vediamo che sopra di noi brilla una luce sconosciuta. Ci alziamo per vedere che cosa stava succedendo e vediamo l' angelo che aveva nella mano sinistra un calice, sopra il quale stava sospesa un' ostia, dalla quale cadevano alcune gocce di sangue dentro al calice. L' angelo lascia sospeso il calice per aria, s' inginocchia vicino a noi e ci fa ripetere tre volte:

- Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo, io vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione di tutti gli oltraggi, sacrilegi e indifferenze, con i quali Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori.

Poi si alza, prende nelle mani il calice e l' ostia. Dà a me l' ostia santa e il calice lo divise tra Giacinta e Francesco, dicendo nello stesso tempo:

- Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio.

E, prostrandosi nuovamente in terra, ripeté con noi altre tre volte la medesima orazione: «Santissima Trinità ecc.», e scomparve.

Noi rimanemmo nella stessa posizione, ripetendo sempre le stesse parole e quando ci alzammo, vedemmo che s' era fatto sera e perciò era ora che ce ne andassimo a casa.

Eccomi, Eccellenza reverendissima, arrivata alla fine dei miei tre anni di pastorella, dai sette ai dieci anni. Durante questi tre anni, la nostra casa e oserei quasi dire la nostra parrocchia aveva mutato aspetto quasi completamente. Il rev. P. Pena non era più nostro parroco e era stato sostituito dal rev. P. Boicinha. Questo zelantissimo sacerdote, venuto a conoscenza dei costumi pagani che esistevano nella parrocchia, come balli e danze, cominciò a predicare contro questo dal pulpito nelle omelie domenicali. In pubblico e in privato, approfittava di tutte le occasioni che gli capitavano per combattere queste cattive usanze.

Mia madre, quando senti il buon parroco parlate così, proibì alle mie sorelle di andare a simili divertimenti. E siccome l' esempio delle mie sorelle portò molte altre a non partecipare, quest' usanza andò a poco a poco scomparendo.

Lo stesso avvenne tra i bambini, che come ho già detto a V.E. nella esposizione su mia cugina facevano le loro danze a parte.

Ci fu chi disse a mia madre:

- Ma fin adesso non era peccato ballare! E ora, perché è cambiato il parroco, improvvisamente diventa peccato? Ma che sistemi sono questi?

- Non so - rispose mia madre - una cosa è certa però, che il signor priore non vuole che si balli e perciò le mie figliole non si rimettono con certe compagnie. Al massimo le lascerò ballare un po' in casa, perché il signor priore dice che in famiglia non c' è niente di male.

In questo periodo le mie due sorelle più vecchie lasciarono la casa paterna, perché avevano ricevuto il sacramento del matrimonio.

Mio padre s' era lasciato trascinare da cattive compagnie e era caduto nei lacci di una triste passione, a causa della quale avevamo già perduto alcuni dei nostri terreni. Mia madre, visto che i mezzi di sussistenza scarseggiavano, decise di mandare le mie due sorelle Gloria e Carolina a servizio in altre famiglie.

Rimase dunque in casa mio fratello, per lavorare i campi che ci restavano; mia madre, che si occupava della casa e io per pascolare il gregge.

La mia povera mamma viveva immersa in una profonda amarezza e quando, la sera, stavamo tutti e tre riuniti intorno al focolare, aspettando il babbo per cenare, mia madre, a vedere vuoti i posti delle altre sue figlie, diceva. con una profonda tristezza: «Mio Dio, dov' è andata a finire la felicità di questa famiglia?». E, piegando la testa su un tavolinetto che aveva a fianco, scoppiava in amari pianti. Mio fratello e io univamo le nostre lacrime alle sue. Era una delle scene più tristi a cui io abbia assistito. Sentivo il cuore spezzarsi dal desiderio di rivedere le mie sorelle e per l' amarezza di mia madre. Anche se ero una bimbetta, capivo benissimo la situazione in. cui ci trovavamo.

Mi ricordavo allora delle parole dell' angelo: «Soprattutto accettate, sottomessi, i sacrifici, che il Signore vi manderà». Mi ritiravo allora in un luogo solitario, per non aumentare con la mia sofferenza quella di mia madre. Questo luogo era, di solito, il nostro pozzo. Là, in ginocchio, prostrata sopra i lastroni che lo coprivano, univo alle sue acque le mie lacrime e offrivo a Dio la mia sofferenza. A volte Giacinta e Francesco arrivavano e m' incontravano in questo stato, amareggiata. E siccome la mia voce era interrotta dai singhiozzi e non potevo parlare, essi soffrivano con me al punto di spargere pure loro abbondanti lacrime. Era Giacinta allora che faceva a voce alta la nostra offerta:

- Mio Dio! È in atto di riparazione e per la conversione dei peccatori che Vi offriamo tutte queste sofferenze e sacrifici.

La formula dell' offerta non era sempre esatta, ma il senso era sempre questo.

Queste sofferenze tanto grandi cominciarono a mirate la salute di mia madre. Ormai non poteva più lavorare e fece venite mia sorella Gloria, che stesse dietro ai lavori di casa. Accorsero allora i medici e chirurghi che c’erano da quelle parti. Provò un' infinità di medicine, senza ottenere nessun miglioramento. Il buon parroco si offerse di portare mia madre a Leiria, col suo baroccio tirato da mule, perché potesse consultarvi dei medici. E ci andò, accompagnata da mia sorella Teresa, ma ritornò a casa mezza morta per la stanchezza e sfinita dalle visite, senza aver ottenuto alcun risultato.

Si consultò infine con un chirurgo che lavorata a S. Mamede, il quale dichiarò che mia madre soffriva di una lesione cardiaca, lo spostamento di una vertebra e un abbassamento renale. La sottomise ad una rigorosa cura di punte infocate e varie medicazioni, con cui ottenne qualche miglioramento.

Ecco lo stato in cui ci trovavamo, quando arrivò il 13 maggio 1917. Mio fratello raggiungeva pure in quel periodo l' età di presentarsi per il servizio militare. E siccome godeva di una salute perfetta, c' era da aspettarsi che risultasse idoneo. Inoltre era tempo di guerra e era difficile farlo esentare.

Col timore di restare senza nessuno che s' occupasse dei campi, mia madre richiamò a casa anche la mia sorella Carolina. Frattanto il padrino di mio fratello prometteva di farlo esentare. Fece dei passi presso il medico Ispettore e il nostro buon Dio si degnò, per allora di dare a mia madre questa consolazione.

Non sto qui a descrivere l' apparizione del 13 maggio. V.E. la conosce bene e perciò il tempo impiegato a descriverla sarebbe tempo perso.

V.E. conosce bene anche il modo con cui mia madre si informò del fatto e gli sforzi che fece per obbligarmi a dire che ' avevo mentito.

Le parole che la santissima Vergine mi disse in quel giorno e che decidemmo d' accordo di non rivelare, furono (dopo aver detto che saremmo andati in cielo, chiese):

- Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze, che Lui vorrà inviarvi, in riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e per impetrare la conversione dei peccatori?

- Sì, noi lo vogliamo - fu la nostra risposta.

- Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto.

Il 13 di giugno si celebrava nella nostra parrocchia la festa in onore dl sant' Antonio. Quel giorno era tradizione dar la via alle greggi al mattino per tempo; e alle nove si chiudevano negli stabbi per andare alla festa. Mia madre e mia sorella che sapevano quanto io amassi le feste, mi dicevano di solito: «Voglio proprio vedere se lasci la festa per andare a Cova da Iria a parlare con quella Signora». Quel giorno nessuno mi rivolse la parola, però mi guardavano con l' aria di chi pensa: «Lascia perdere; stiamo a vedere cosa fa' ».

Così detti la via al gregge al mattino presto, con l' intenzione di chiuderlo nello stabbio alle nove, andate alla messa delle dieci e poi andare a Cova da Iria. Ma ecco che poco dopo il sorgere del sole, mio fratello mi viene a chiamare: che dovevo andare a casa, che c' erano varie persone che volevano parlarmi. E restò lui col gregge e io andai a vedere che cosa volevano. - Erano uomini e donne che venivano dai paesi di Minde, dalle parti di Tomar, Carrascos, Boleiros, ecc., e che volevano accompagnarmi a Cova da Iria. Io dissi loro che era ancora presto e li invitai ad andare con me alla messa delle otto. Dopo tornai a casa. Questa buona gente mi aspettò nel nostro cortile, all' ombra dei nostri fichi. Mia madre e mia sorella mantennero il loro atteggiamento di commiserazione, che in realtà mi feriva e mi costava più degli insulti.

Verso le 11, uscii di casa, passai dalla casa dei miei zii, dove Giacinta e Francesco mi aspettavano e ce ne andiamo a Cova da Iria, in attesa del momento desiderato. Tutta la gente ci seguiva, facendoci mille domande. In questo giorno, io mi sentivo molto amareggiata: vedevo mia madre afflitta, che voleva a tutti i costi farmi confessare - come mi diceva - la mia menzogna. Io avrei voluto farla contenta, ma non sapevo ormai come, senza mentire. Ella aveva infuso nei suoi figli, fin dalla culla, un grande orrore per la menzogna e castigava severamente chi ne dicesse qualcuna.

- Sono sempre riuscita - diceva - a far sì che i miei figli dicessero la verità; e ora dovrei passar sopra a una cosa del genere con la più piccola? Magari se si trattasse di una cosa meno importante...; ma una menzogna simile che ha già tratto in inganno tante persone!

Dopo questi sfoghi, si rivolgeva a me e diceva:

- Rigirala un po' come ti pare! O tu la finisci d' imbrogliare questa gente, confessando che hai mentito, o ti rinchiudo in una stanza dove non puoi più vedere nemmeno la luce del sole. A tanti altri dispiaceri, mi mancava proprio che venisse ad aggiungersi una cosa simile.

Le mie sorelle prendevano le parti di mia madre e intorno a me si respirava un' atmosfera di disprezzo e di rifiuto. Mi ricordavo allora dei tempi

passati e domandavo a me stessa: «Dov' è la tenerezza, che fino a poco tempo fa la mia famiglia aveva per me?». Mio unico sfogo erano le lacrime, sparse davanti a Dio, mentre gli offrivo il mio sacrificio.

Quel giorno dunque la SS. Vergine, come se indovinasse quel che stava succedendo, oltre a quello che ho già narrato, mi disse:

- E tu soffri molto? Non scoraggiarti! Io mai ti lascerò; Il mio Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio.

Giacinta, quando mi vedeva piangere, mi consolava dicendo:

- Non piangere! Di sicuro sono questi i sacrifici che l' angelo ha detto che Dio ci avrebbe inviato. Perciò è per riparare e per convertire i peccatori che tu soffri.

Fu in questo periodo che il parroco della mia parrocchia venne a conoscenza di quel che avveniva e mandò a dire a mia madre di portarmi a casa sua. Lei si sentì sollevata, stimando che il signor priore si sarebbe assunto la responsabilità degli avvenimenti. Per questo mi disse:

- Domattina andiamo a messa di buon' ora. Poi tu vai dal signor priore. Egli ti obbligherà a dire la verità, comunque sia: che ti castighi, che faccia dite quello che gli pare; basta che ti obblighi a confessare che hai mentito, io sono contenta».

Le sorelle presero anche loro le parti di mia madre e inventarono una infinità di minacce per impaurirmi al pensiero dell' incontro col parroco. Informai Giacinta e Francesco su quello che stava avvenendo ed essi mi risposero:

- Veniamo anche noi. Il signor priore ha mandato a dire a mia madre di portarci là, ma mia madre non ci ha detto niente di tutte queste cose. Pazienza. Se ci picchiano, soffriremo per amore di nostro Signore e per i peccatori.

Il giorno dopo me ne andai dietro a mia madre, che per la strada non mi disse nemmeno una parola. Io confesso che tremavo, al pensiero di quello che doveva succedere. Durante la messa, offersi a Dio le mie sofferenze; dopo, dietro a mia madre, attraverso il sagrato e salgo le scale della veranda del parroco. Saliti i primi gradini, mia madre si gira verso di me e mi dice:

- Non mi dar più grattacapi! Ora tu dici al signor priore che hai mentito e così lui, domenica, può avvisare in chiesa che è stata una menzogna e tutto finisce lì. Ma ti pare una cosa da farsi, tutta questa gente che corre a Cova da Iria a pregare davanti a un leccio!

Senza dire altro, bussa alla porta. Viene ad aprire la sorella del parroco, che ci fa sedere su una panca e ci dice di aspettare un poco. E infine venne il signor priore. Ci fa entrare nel suo studio, fa segno a mia madre di sedersi su una panca e mi chiama vicino alla scrivania. Quando vidi che il reverendo parroco m' interrogava con tanta serenità e perfino con amabilità, rimasi meravigliata. Però mi tenevo nell' attesa di quello che sarebbe avvenuto dopo.

L' interrogatorio fu molto minuzioso e quasi quasi oserei dite spossante. Il reverendo mi fece un leggero ammonimento dicendo:

- Non mi sembra una rivelazione del cielo. Quando succedono queste cose, nostro Signore invia ordinariamente queste anime, con cui si mette in comunicazione, a render conto di quello che avviene ai loro confessori o parroci; e questa qui, al contrario, si chiude in sé più che può. Anche questo può essere un inganno del demonio. Vedremo. Il futuro ci dirà che cosa dobbiamo pensarne.

Quanto mi abbia fatto soffrire questa osservazione, solo nostro Signore lo può sapere, perché Lui solo può penetrare nel nostro intimo.

Cominciai allora a dubitare se queste manifestazioni venissero dal demonio, che cercava in questo modo di perdermi. E siccome avevo sentito dire che il demonio porta sempre guerra e disordine, cominciai a pensare che, di fatto, da quando io vedevo queste cose, non c' erano più state né allegria né tranquillità in casa nostra. Che angoscia provavo. Manifestai il mio dubbio ai miei cugini. Giacinta rispose:

- Ma no, non è il demonio! Il demonio dicono che è molto brutto, che sta sotto terra, all' inferno; quella Signora è così bella e noi l' abbiamo vista salire al cielo!

Nostro Signore si servì di questo per far svanire un po' il mio dubbio. Ma nel corso del mese perdetti l' entusiasmo per la pratica del sacrificio e della mortificazione. Non sapevo se avrei finito per dire che avevo mentito e così farla finita con tutto. Giacinta e Francesco mi dissero:

- Non far così! Non capisci che adesso sì che dici una bugia e dire le bugie è peccato!

Mi trovavo in questo stato, quando ebbi un sogno che aumentò le tenebre del mio spirito: vidi il demonio che mi aveva ingannata, ridacchiava e faceva sforzi per trascinarmi all' inferno. Al vedermi tra le sue sgrinfie, cominciai a gridare così forte, invocando la Madonna, che svegliai mia madre, la quale mi chiamò, preoccupata, e mi domandò cosa avevo. Non mi ricordo che cosa le risposi. Ricordo però che quella notte non potei più dormire, perché ero paralizzata dalla paura.

Questo sogno lasciò nel mio spirito una vera nube di paura e di afflizione. Mio unico sollievo era starmene tutta sola, in un canto solitario e lì piangere a volontà. Cominciò a infastidirmi perfino la compagnia dei miei cugini e perciò cominciai a nascondermi anche da loro. Poveri bambini. A volte andavano in giro a cercarmi, chiamandomi per nome, e io ero li vicino, senza rispondergli, nascosta a volte in un cantuccio, verso cui non si sognavano nemmeno di guardare.

Si avvicinava intanto il tredici luglio e io non sapevo se ci sarei andata. Pensavo: «Se è il demonio, perché dovrei vederlo? Se mi dicono perché non ci vado, dico che ho paura che sia il demonio che ci appare e che perciò non ci vado. Giacinta e Francesco facciano come gli pare. Io non ci torno più a Cova de Iria. La mia decisione era presa e io ero decisa a metterla in pratica.

Il dodici, nel pomeriggio, cominciò a radunarsi della gente, che veniva per assistere agli avvenimenti del giorno seguente. Chiamai allora Giacinta e Francesco e li informai della mia decisione. Essi risposero: «Noi ci andiamo. Quella Signora ci ha detto di andarci. Giacinta si offerse a parlare lei con la Signora, ma le dispiaceva che io non ci andassi e cominciò a piangere. Le domandai perché piangeva:

- Perché tu non vuoi venire!

- No, io non ci vado; Senti: se la Signora ti domanda di me, dille che non vengo, perché ho paura che sia il demonio. - E li piantai lì e andai a nascondermi, così non avevo da parlare con le persone che mi cercavano per interrogarmi.

Mia madre pensava che stessi giocando con i bambini del posto, durante tutti questi periodi che passavo nascosta dietro un cespuglio, che c' era nella proprietà di un vicino, che confinava col nostro Ameiro, un po' a est del pozzo già tante volte ricordato. Quando arrivavo in casa, la sera, mi rimproverava dicendo:

- Questa sì che è una santerella di legno tarlato! Tutto il tempo che le avanza che non va colle pecore, sta a giocare in modo tale che nessuno la trova.

Il giorno dopo, mentre si avvicinava l' ora in cui dovevo partire, mi sentivo spinta ad andare da una forza misteriosa, alla quale non mi era facile resistere. Mi misi dunque in cammino e passai dalla casa dei miei zii, per vedere se c' era ancora Giacinta. La trovai in camera, col suo fratellino Francesco, in ginocchio vicino al letto, piangendo.

- Allora, voi non andate? - domandai loro.

- Senza te non abbiamo il coraggio di andare. Dai, vieni!

- Son qui che vado, - risposi.

Allora, subito rasserenati, patirono con me.

La folla ci aspettava in grossi gruppi lungo le strade e a malapena riuscimmo ad arrivare. Fu questo il giorno in cui la SS. Vergine si degnò di rivelarci il segreto. Poi, per rianimare il mio fervore intiepidito, ci disse:

- Sacrificatevi per i peccatori o dite a Gesù, molte volte, ma specialmente tutte le volte che offrite un sacrificio: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria».

Grazie al nostro buon Dio, con questa apparizione scomparvero le nubi dall' anima mia e ritrovai la pace.

La mia povera mamma era sempre più preoccupata a vedere il gran numero di gente che veniva lì da tutte le parti.

- Questi poveretti - diceva - arrivano qua, sicuramente perché sono tratti in inganno dai vostri imbrogli; e davvero non so che fare per disingannarli.

Un poveraccio, che si vantava di prenderci in giro, di insultarci e di arrivare

volte a metterci le mani addosso, un giorno le domandò:

- Allora, zia Maria Rosa, che cosa mi dite delle visioni di vostra figlia?

- Ma che ne so - rispose mia madre - Mi pare che non è altro che un' imbrogliona, che sta ingannando mezzo mondo.

- Non ditelo molto forte, se non qualcuno è capace di ammazzarvela. Ho l' impressione che c' è qualcuno in giro che ne ha proprio voglia.

- Ah, non m' importa. Basta che la costringano a confessare la verità. Io però dirò sempre la verità, sia contro i miei figli, sia contro chi vi pare, magari anche contro di me.

Era proprio così. Mia madre diceva sempre la verità, anche se era contro se stessa. Noi suoi figli le siamo debitori di questo buon esempio.

Così un giorno tentò di nuovo di obbligarmi a smentirmi, come lei diceva. Perciò decise di portarmi un' altra volta, il giorno seguente, alla casa del signor priore, perché io confessassi di aver mentito, per chiedergli perdono e per fare la penitenza che il reverendo credesse opportuno e volesse impormi. Questa volta l' attacco era forte e io non sapevo come fare. Lungo il cammino, passo dalla cara dei miei zii, dico a Giacinta, che era ancora a letto, quel che stava avvenendo e poi me ne vado dietro a mia madre.

Nello scritto su Giacinta, ho già detto all' E.V. rev.ma la parte che lei e il fratello ebbero in questa prova che il Signore ci inviò e come mi aspettavano vicino al pozzo ecc.

Durante il cammino, ' mia madre mi fece la sua solita predica. A un certo punto io le dissi tremando:

- Ma, mamma, come faccio a dire che non ho visto, se ho visto?

Mia madre non rispose e, arrivata vicino alla casa del parroco, mi disse: - Ascoltami bene! Quello che io voglio è che tu dica la verità: se hai visto, di' che hai visto; se non hai visto, confessa che hai mentito. - E senza aggiungere altro, salimmo la scalinata e il buon parroco ci ricevette nel suo studio con grande amabilità e, direi, perfino con dolcezza.

M' interrogò con grande serietà e delicatezza, servendosi di alcuni trucchi, per vedere se io mi contraddicevo o se scambiavo una cosa per l' altra. Alla fine ci licenziò stringendosi nelle spalle, come a dire: «Non so che cosa dire né che cosa fare di questa faccenda».

Passati alcuni giorni, i miei zii e i miei genitori ricevettero l' ordine delle autorità di comparire in municipio, il giorno seguente, a una certa ora stabilita, con Giacinta, Francesco, mio zio, con me e mio padre. Il municipio si trova a Vila Nova de Ourém; perciò c' era da camminare tre leghe circa, distanza assai considerevole per tre bambini della nostra età. E in quel tempo, l' unico mezzo per viaggiare in quei posti, erano le gambe e qualche somarello. Mio zio disse subito che lui andava, ma i suoi figli non li portava:

Loro, a piedi non ce la fanno; - diceva - e a cavallo non sono buoni a tenersi all' asina, perché non ci sono abituati. E poi non mi sento il dovere di presentare in tribunale due bambini così piccoli.

I miei genitori erano di parere contrario.

- La mia ci va. Che s' arrangi a rispondere. Io di queste cose non me ne intendo niente. Se sta mentendo, le sta bene se viene castigata.

Il giorno dopo, molto per tempo, mi misero in cima ad un' asina, dalla quale caddi tre volte durante il cammino e me ne andai accompagnata da mio padre e da mio zio. Mi pare che ho già raccontato a V.E. rev.ma quel che Giacinta e Francesco ebbero a soffrire quel giorno, credendo che m' avrebbero uccisa. Per me, quel che più mi faceva soffrire, era l' indifferenza dei miei genitori, che m' appariva ancor più chiaramente, quando vedevo la dolcezza con cui. i miei zii trattavano i loro figlioletti. Mi ricordo d' aver fatto durante questo viaggio questa riflessione: «Come sono differenti i miei genitori d' ai miei zii. Questi per difendere i loro figli, si fanno avanti al loro posto; i miei genitori mi abbandonano con la più grande indifferenza, perché facciano di me quello che vogliono. Ma, pazienza - dicevo nell' intimo del mio cuore - così ho la fortuna di soffrire di più per amore Tuo, o mio Dio, e per la conversione dei peccatori». A questo pensiero trovavo conforto in tutti i momenti.

In municipio fui interrogata dal sindaco in presenza di mio padre, mio zio e altri signori che non so chi erano. Il sindaco voleva per forza che gli rivelassi il segreto e che gli promettessi di non tornare mai più a Cova da Iria. Per ottenere ciò non risparmiò promesse e, infine, minacce. Vedendo che non otteneva nulla mi lasciò andare, giurando che ci sarebbe riuscito, anche se per far ciò avesse dovuto togliermi la vita. A mio zio diede una solenne ripassata, perché non aveva ubbidito ai suoi ordini e poi ci lasciarono tornare a casa nostra.

Avevamo in famiglia anche un altro dispiacere, di cui - come si diceva - io ero la causa. Cova da Iria era un terreno di proprietà dei miei genitori. In fondo c' era un campetto assai fertile, in cui si coltivava un bel po' di mais, legumi, ortaggi, ecc. Sui poggi c' erano ulivi, lecci e qualche quercia. Ma dopo che il popolo aveva cominciato ad andarci, non potemmo più coltivarci niente. La gente calpestava tutto. Un gran numero andava a cavallo e gli animali finivano per mangiare e rovinare tutto. A mia madre dispiaceva questa perdita e diceva:

- Tu, ora, quando vuoi mangiare, va' a chiederlo a quella Signora!

Tu, ora, dovresti mangiare solo quello che si coltiva a Cova da Iria! - aggiungevano le sorelle.

Queste cose mi costavano tanto, che io non avevo il coraggio di prendere un pezzo di pane per mangiare. Mia madre, per obbligarmi a dire la verità

- come lei diceva - arrivò non poche volte al punto di farmi sentite il peso di qualche manganello destinato al fuoco e trovato nel mucchio della legna all' angolo, o del manico della scopa. Ma siccome era anche madre, cercava poi di farmi ricuperare le forze perdute e si preoccupava a vedermi smagrire, con una faccia ingiallita e aveva paura che mi ammalassi. Povera mamma! Ora si, capisco sul serio la situazione in cui si trovava e come sento compassione per lei! Aveva proprio ragione a stimarmi indegna di un tal favore e a pensare per questo che fossi una bugiarda.

Per una speciale grazia di nostro Signore, mai ho avuto il minimo pensiero o gesto contrario al suo modo di procedere nei miei riguardi. Siccome l' angelo mi aveva annunciato che Dio mi avrebbe mandato delle sofferenze, io vidi sempre in tutto ciò Dio che voleva così. L' amore, la stima e il rispetto che le dovevo andarono sempre crescendo, come se fossi trattata con tenerezza e ora le sono più riconoscente per avermi trattata così, che se avesse continuato a farmi crescere nella bambagia.

Dev' essere stato in quel mese che venne per la prima volta il sig. dott. Don Formigao a farmi una serie di domande. M' interrogò seriamente e minuziosamente. Mi piacque molto, perché mi parlò molto della pratica della virtù, insegnandomi alcuni metodi di praticarla. Mi mostrò un' immagine di sant' Agnese, mi raccontò la storia del suo martirio e m' incoraggiò a imitarla. Il reverendo continuò a venire là tutti i mesi, per fare il suo interrogatorio, finito il quale mi dava sempre qualche buon consiglio, e con questo mi faceva un po' di bene spirituale.

Un giorno mi disse: «Figlia mia, tu hai il dovere di amare molto nostro Signore, per le grazie così grandi e i benefici che ti sta concedendo». Questa frase s' impresse così profondamente nell' anima mia, che da allora ho preso l' abitudine di dire costantemente a nostro Signore: «Mio Dio, io Vi amo in segno di riconoscenza per le grazie che mi avete concesso!». Dissi a Giacinta e al suo fratellino questa giaculatoria che mi piaceva tanto e lei la prese tanto a cuore, che nel bel mezzo del gioco più interessante, domandava: «Vi siete ricordati di dire a nostro Signore che lo amate, per le grazie che ci ha fatto?».

Intanto siamo arrivati al tredici agosto. Fin dalla sera precedente, la gente aveva cominciato ad affluite da tutti i posti. Tutti volevano vederci, interrogarci, farci delle richieste da trasmettere alla santissima Vergine. Eravamo nelle mani di quella gente, come una palla in mano ai ragazzi. Ognuno ci tirava dalla sua parte e ci domandava quel che voleva lui, senza darci tempo di rispondere a nessuno. In mezzo a questa confusione, vengo a sapere di un ordine del sindaco di recarmi alla casa di mia zia, perché la mi attendeva. Mio padre era stato intimato e mi ci portò. Quando arrivai, lui stava in una stanza insieme ai miei cugini. C' interrogò e fece altri tentativi per obbligarci a rivelare il segreto e a promettere che non saremmo tornati a Cova da Iria. Ma non ottenne nulla, perciò diede ordine a mio padre e a mio zio di portarci alla casa del signor Priore.

Tutto il resto che avvenne in questa prigionia, non sto qui a raccontarlo ora, perché V.E. è già al corrente di tutto. Come ho già detto a V.E., la cosa che a questo punto sentii di più, quello che più mi fece soffrire, come pure i miei cugini, fu di essere completamente abbandonati dalle nostre famiglie.

Al ritorno da questo viaggio, o prigionia, dato che non saprei bene come chiamarlo, che secondo me avvenne il 15 agosto, in segno di gioia per il mio arrivo a casa, mi fecero immediatamente dar la via al gregge e portarlo al pascolo. I miei zii rimasero con i loro figlioletti in casa e perciò mandarono al loro posto Giovanni. Era tardi, ormai, e ce ne restammo vicino al paese, a Valinhos.

La V.E. rev.ma sa già come avvenne anche questo fatto e perciò non mi dilungo a descriverlo. La santissima Vergine ci raccomandò di nuovo la pratica della mortificazione, dicendo alla fine di tutto:

- Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all' inferno, perché non c' è chi si sacrifica e prega per loro.

Passati alcuni giorni, stavamo andando con le nostre pecorelle per una strada in cui trovai un pezzo di corda di un carretto. La presi e la legai a un braccio, così per gioco. Non tardai ad accorgermi che la corda faceva male. Allora dissi ai miei cugini: «Sentite, questa qui, fa male. Potremmo legarla ai fianchi e offrire a Dio questo sacrificio». I poveri bambini accettarono prontamente la mia idea e subito dopo cercammo di dividerla tra noi tre. Una pietra angolosa, picchiata in cima ad un' altra, fu il nostro coltello. Sia perché era grossolana e dura, sia perché a volte la stringevano troppo, questo strumento ci faceva a volte soffrire orribilmente. Giacinta lasciava a volte cadere alcune lacrime, tanto era forte il dolore che le causava; e io le dicevo alcune volte di toglierla, ma lei rispondeva:

- No, voglio offrire questo sacrificio a nostro Signore come riparazione e per la conversione dei peccatori.

Un' altro giorno stavamo giocando e si coglieva sui muri un' erba con cui si fanno come degli schiocchi e stringerla tra le mani. Giacinta, mentre prendeva quest' erba, colse, senza volere, delle ortiche, con cui si punse. Sentendo dolore, le strinse ancor più nelle mani e ci disse: «Guardate un po' ! Ecco un' altra cosa con cui ci possiamo mortificare». Da allora ci rimase l' abitudine di darci - ogni tanto - qualche orticata alle gambe, per offrire a Dio anche quel sacrificio.

Se non m' inganno, fu pure durante questo mese che prendemmo l' abitudine di dare il nostro spuntino ai nostri poverelli, come già ho raccontato aIl' E.V. rev.ma nello scritto sopra Giacinta. Mia madre cominciò pure neI corso di questo mese a stare più in pace. Usava dire: «Se ci fosse, magari solo un' altra persona in più che vedesse qualcosa, io forse ci crederei! Ma che, fra tanta gente, che siano i soli a vedere!». Inoltre, in quest' ultimo mese, parecchie persone dissero d' aver visto varie cose: alcune che avevano visto la Madonna, altre vari segni nel sole, ecc. ecc. Mia madre diceva ora:

- A me, prima, pareva che se c' era un' altra persona che avesse anche lei le visioni, io ci avrei creduto; ma ora che tanti dicono d' aver visto, io non riesco ancora a crederci.

Fu pure in quel tempo che mio padre cominciò a prendere le mie difese, mettendo sempre a tacere quelli che volevano rimproverarmi; e usava dire:

- Non sappiamo se è vero, ma non sappiamo nemmeno se è una menzogna.

Di questi tempi, i miei zii, stanchi delle noie delle persone di fuori, che continuamente chiedevano di vederci e parlarci, cominciarono a mandare coI gregge il loro figlio Giovanni, tenendosi in casa Giacinta e Francesco. Poco dopo finirono per vendere il gregge. Io allora cominciai ad andarmene sola col mio gregge, perché non mi piacevano altre compagnie. Come ho già raccontato a V.E., Giacinta e il suo fratellino, quando io andavo vicino, venivano da me; se il pascolo era lontano, venivano ad aspettarmi sul sentiero. Posso dire che furono veramente felici . per me questi giorni, in cui sola, in mezzo alle mie pecorelle, d' alla cima di un monte o dalla profondità di una valle, io contemplavo gl' incanti del cielo e ringraziavo il nostro buon Dio per le grazie che di là mi aveva inviato.

Quando la voce di qualcuna delle mie sorelle interrompeva la mia solitudine, chiamandomi per farmi andare a casa a parlare con tale o tal altra persona, che mi cercava, io provavo un profondo dispiacere e mi consolavo soltanto, perché potevo offrite al nostro buon Dio anche questo sacrificio.

Vennero un giorno a parlarci tre signori. Dopo il loro interrogatorio poco piacevole, se ne andarono dicendo: «Vedete un po' di decidervi a dire questo segreto; se no, il signor sindaco è deciso a farla finita con voi». Giacinta, lasciando trasparite la gioia sul viso, dice:

- Che bellezza! Nostro Signore e la Madonna io li amo tanto e così tra poco li andiamo a vedere.

Si sparse la voce che il sindaco voleva ammazzarci sul serio e allora una mia zia, sposata a Casais, venne a casa nostra, con l' intenzione di portarci a casa sua, perché diceva: «Io vivo in un altro comune e perciò il sindaco non può venire là a prendervi». Ma non riuscì nel suo intento, perché noi non si volle andare e rispondemmo:

- Se ci ammazzeranno, per noi è lo stesso! Andiamo in cielo!

Così si avvicinò il 13 settembre. In questo giorno, la santissima Vergine, dopo quello che ho già raccontato, ci disse:

- Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda. Portatela solo durante il giorno.

Inutile dire che ubbidimmo prontamente ai suoi ordini.

Siccome nel mese precedente nostro Signore aveva voluto, a quanto pare, manifestare qualcosa di straordinario, mia madre nutriva la speranza che in questo giorno gli stessi fatti sarebbero stati più chiari e lampanti. Ma siccome il nostro buon Dio, forse per darci occasione di offrirgli qualche altro sacrificio, permise che in questo giorno non trasparisse nessun raggio della sua gloria, mia madre si scoraggiò di nuovo e la persecuzione in casa ricominciò di nuovo. Erano tanti i motivi per cui era preoccupata. Alla perdita totale dì Cova da Iria, che era un bel pascolo per il nostro gregge e dei prodotti che vi si poteva raccogliere, si aggiungeva la convinzione quasi sicura - come lei diceva - che gli avvenimenti altro non erano che semplici chimere e fantasie dell' immaginazione di bambini.

Una delle mie sorelle non faceva quasi nient' altro che venirmi a chiamare e restare al mio posto, pascolando il gregge, mentre io andavo a parlare alle persone che volevano vedermi e parlare con me. Questa perdita di tempo, per una famiglia ricca, non sarebbe stato niente; ma per noi che dovevamo vivere del nostro lavoro, significava molto. E mia madre si trovò costretta, per questo motivo, a vendere il nostro gregge e ne sentimmo non poco la mancanza nell' alimentazione familiare.

La colpa di tutto ciò era mia e nei momenti critici mi rinfacciavano tutto questo. Spero che il nostro buon Dio, mi avrà accettato tutto, perché io gliel' ho offerto, sempre contenta di potermi sacrificare per Lui e per i peccatori.

E mia madre, a sua volta, tutto soffriva con una pazienza e una rassegnazione eroica; e se mi riprendeva e castigava, è perché mi giudicava bugiarda. A volte, completamente conformata ai dispiaceri che Dio le mandava, diceva:

- Chissà che tutto questo non sia castigo che Dio mi manda in sconto dei miei peccati? Se così è, Dio sia benedetto!

Un giorno, a una vicina saltò in testa di dire, non so perché, che dei signori mi avevano dato una certa quantità che non ricordo di denaro. Immediatamente mia madre mi chiamò e mi domandò dov' era. Siccome io le dissi che non ne avevo ricevuto, voleva farmelo consegnare per forza; e, a questo scopo si servi del manico della scopa. Mi aveva ormai scosso abbastanza la polvere dai vestiti, quando intervenne una delle mie sorelle, Carolina, con un' altra ragazza di nome Virginia, nostra vicina, e dissero che avevano assistito alla conversazione di quei signori e avevano visto che loro non mi avevano dato nulla. Così difesa, potei ritirarmi al mio prediletto pozzo e lì offrite al nostro buon Dio anche questo sacrificio.

Se non m' inganno, fu sempre nel corso di questo mese, che venne a farci visita un giovane, che per la sua alta statura, ci fece tremare di paura. Quando vidi entrare in casa in cerca di me un signore, che dovette chinarsi per passare dalla porta, pensai di trovarmi davanti a un tedesco. E poiché in quel tempo eravamo in guerra e le famiglie usavano far paura ai bambini, dicendo: «Aspetta lì, che viene un tedesco che ti ammazza!», io perciò mi credetti arrivata all' ultimo momento. E la mia paura non sfuggi al detto giovane, che cercò di rincuorarmi facendomi sedere sulle sue ginocchia, e interrogandomi con estrema gentilezza. Finite le domande, chiese a mia madre se mi lasciava andare a fargli vedere il luogo delle apparizioni e a pregare in quel posto insieme con lui. Ottenni il permesso che lui voleva e ce ne andammo. Ma io tremavo di spavento a vedermi sola, per quei sentieri, in compagnia di uno sconosciuto. Ma mi tranquillizzai all' idea che, se mi ammazzava, andavo a vedere nostro Signore e la Madonna.

Arrivati sul posto, si mise in ginocchio e mi chiese di dire un rosario con lui e di chiedere alla santissima Vergine una grazia che lui desiderava molto:

che una certa ragazza accettasse di ricevete insieme con lui il sacramento del matrimonio. La richiesta mi sembrò stramba e pensai: «Se quella ha una paura così grande come me, non ti dirà mai dì sì». Finita la recita del nostro rosario, il buon giovane mi accompagnò fin vicino al mio paese, e si congedò amabilmente, raccomandandomi la sua domanda. Mi slanciai allora in una corsa sfrenata finché non arrivai alla casa dei miei zii, temendo che quello ritornasse sui suoi passi.

Quale non fu il mio spavento, quando il 13 ottobre, mi trovai improvvisamente, dopo le apparizioni, in braccio al suddetto personaggio, nuotando sopra le teste dei presenti. Era proprio quello che ci voleva, perché tutti potessero soddisfare la loro curiosità di vedermi. Poco dopo, quella brava persona, che non vedeva dove metteva i piedi, inciampò su dei ciottoli e cadde! Io non caddi, perché rimasi stretta tra la folla che mi si assiepava intorno. Altri mi presero e il suddetto personaggio scomparve, finché, passato un po' di tempo, sì fece rivedere con la ragazza in questione, che ormai l' aveva sposato. Veniva a ringraziare la Vergine santissima per la grazia ricevuta e a chiederLe un' abbondante benedizione. Questo giovane è oggi il sig. dott Carlo Mendes, di Torres Novas.

Siamo dunque, Eccellenza reverendissima, al 13 ottobre. V.E. rev.ma sa già tutto quello che avvenne in questo giorno. Di questa apparizione le parole che più s' impressero nel mio cuore, fu la richiesta della nostra santissima Madre del cielo: «Non offendete più Dio, nostro Signore, che è già molto offeso». Che amoroso lamento e che accorata domanda! Come vorrei che esso risonasse in tutto il mondo e che tutti i figli della Madre celeste udissero la sua voce!

Si era sparsa la voce che le autorità avevano deciso di far scoppiare una bomba vicino a noi al momento delle apparizioni. Questo non mi fece nessuna paura; e parlandone ai miei cugini, dicemmo: «Ma che bellezza! Se ci fosse concessa la grazia di salire da lì verso il cielo insieme con la Madonna».

I miei genitori però ebbero paura e, per la prima volta, vollero accompagnarmi dicendo: «Se mia figlia muore, voglio morire al suo fianco». Mio padre mi portò dunque per mano al luogo delle apparizioni, non lo rividi più fin quando non mi ritrovai la sera in seno alla famiglia.

Il pomeriggio di quel giorno lo passai con i miei cugini, come se fossimo animali strani, che le moltitudini volevano vedere e osservare. Arrivai alla sera veramente stanca di tante domande e interrogatori. E questi non terminarono nemmeno al cadere della sera. Varie persone, pèr non avere potuto interrogarmi, rimasero per il giorno seguente, in attesa del turno. Ci fu anche chi voleva parlarmi quella notte, ma io, vinta dalla stanchezza, mi lasciai cadere addormentata sul pavimento. Grazie a Dio, allora io non sapevo ancora che cosa fossero il rispetto umano e l' amor proprio e perciò io mi sentivo bene davanti a qualsiasi persona, come se mi trovassi davanti ai miei genitori.

Il giorno dopo continuò l' interrogatorio. Forse sarebbe meglio dire «nei giorni seguenti», perché da allora, quasi tutti i giorni, varie persone andavano a Cova da Iria a implorare la protezione della Madre del cielo e tutti volevano vedere i veggenti, far loro domande e dire con loro il rosario. A volte mi sentivo tanto stanca a forza di ripetere le stesse cose e di pregare, che trovavo un pretesto per sottrarmi e svignarmela. Ma quella povera gente insisteva tanto che io dovevo fare uno sforzo non piccolo a volte, per soddisfarle. Ripetevo allora la mia orazione abituale, in fondo al mio cuore:

per vostro amore, mio Dio, in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il santo Padre!».

Ho già detto all' E.V. rev.ma, nello scritto sulla mia cugina, che furono due venerabili sacerdoti che ci parlarono di sua Santità e del suo bisogno di preghiere. Da allora non abbiamo più offerto a Dio preghiere o sacrifici, senza fare anche una supplica per sua Santità. E cominciammo ad alimentare un amore talmente grande per il santo Padre, che quando un giorno il signor priore disse a mia madre che probabilmente mi sarebbe toccato di andare a Roma, per essere interrogata da sua Santità, battevo le mani dalla gioia e dicevo ai miei cugini: «Che bellezza, se vado a vedere il santo Padre!» e a loro venivano le lacrime e dicevano: «Noi non andiamo, ma offriamo questo sacrificio per lui».

Il signor priore mi fece pure il suo interrogatorio finale. Il tempo fissato per gli avvenimenti era terminato, e il reverendo non sapeva che dire di tutto questo. Cominciò pure a mostrare la sua poca soddisfazione:

- Perché tutta questa gente va a prostrarsi in orazione in mezzo a campi incolti, mentre il Dio vivo, il Dio dei nostri altari, sacramentato, rimane solo e abbandonato nel tabernacolo? A che servono tutti quei soldi, che lasciano. senza alcuna finalità, sotto un elce, mentre la chiesa in costruzione non può essere terminata per mancanza di fondi?

Io comprendevo perfettamente la ragione delle sue riflessioni. Ma che cosa ci potevo fare? Se io fossi stata padrona del cuore di quella gente, li avrei indirizzati di sicuro verso la Chiesa. Ma io non io ero, quindi offrivo a Dio anche questo sacrificio.

Poiché Giacinta aveva l' abitudine, durante gl' interrogatori, di abbassare la testa, fissare lo sguardo per terra e non dire quasi parola, per soddisfare la curiosità dei pellegrini chiamavano quasi sempre me. Perciò mi chiamavano in casa del signor priore, per essere interrogata da uno o dall' altro, da questo o da quel sacer