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SANT'AGOSTINO: IL COMBATTIMENTO CRISTIANO.

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IL COMBATTIMENTO CRISTIANO

SANT'AGOSTINO

 

Il diavolo è il nostro avversario.

1. 1. La corona della vittoria non si promette se non a coloro che combattono. Nelle divine Scritture, inoltre, troviamo con frequenza che si promette a noi la corona, se vinceremo. Ma per non dilungarci a richiamare molti passi, presso l’apostolo Paolo si legge con molta chiarezza: Ho compiuto la mia opera, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede, ora mi resta la corona di giustizia 1. Dobbiamo dunque conoscere quale sia questo avversario, vinto il quale, saremo incoronati. È quello stesso che il Signore nostro vinse per primo, sicché anche noi, se perseveriamo in lui. E perciò la Potenza e la Sapienza di Dio 2 e il Verbo, per mezzo del quale furono fatte tutte le cose 3, che è il Figlio unigenito, rimane immutabile al di sopra di ogni creatura. E poiché sotto di Lui sta anche la creatura che non ha peccato, quanto più sta sotto di Lui ogni creatura peccatrice? E poiché sotto di Lui sono tutti gli angeli santi, molto più a Lui sono sottoposti gli angeli prevaricatori, di cui il diavolo è il capo. Ma poiché quest’ultimo aveva ingannato la nostra natura, l’unigenito Figlio di Dio si è degnato di assumere la nostra stessa natura, affinché da essa stessa fosse vinto il diavolo, e quello che il Figlio di Dio ha sottoposto a sé, fosse sottoposto anche a noi. È appunto quello che indica quando dice: Il principe di questo mondo è stato cacciato fuori 4. Non perché il diavolo è stato cacciato fuori dal mondo, come credono alcuni eretici, ma fuori dalle anime di coloro che aderiscono alla parola di Dio e non amano il mondo, di cui egli è il capo; infatti egli domina su quelli che amano le cose temporali, che sono contenute in questo mondo visibile, non perché egli sia padrone di questo mondo, ma perché è fonte di tutte quelle cupidige, per le quali si brama tutto ciò che è passeggero, cosicché a lui sono soggetti quelli che trascurano l’eterno Dio ed amano le cose caduche e mutevoli. La radice di tutti i mali è la cupidigia: seguendo la quale alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da sé tormentati con molti dolori 5. Per mezzo di questa cupidigia il diavolo regna sull’uomo e occupa il suo cuore. Tali sono tutti quelli che amano questo mondo. Il diavolo poi è cacciato fuori, quando di tutto cuore si rinuncia a questo mondo. Così infatti si rinuncia al diavolo, che è principe di questo mondo, quando si rinuncia a ciò che è corrotto, alle pompe e ai suoi corifei. Ecco perché lo stesso Signore, avendo già assunto trionfalmente la natura dell’uomo, disse: Sappiate che io ho vinto il mondo 6.

Occorre vincere la cupidigia per vincere il diavolo.

2. 2. Molti poi dicono: come possiamo noi vincere il diavolo che non vediamo? Ma noi abbiamo un maestro il quale si è degnato di mostrarci in che modo si vincono i nemici invisibili. Di lui infatti dice l’Apostolo: Spogliandosi della carne, fu modello ai principati e alle potestà, trionfando con sicurezza su di loro in se stesso 7. Dunque si vincono le invisibili potenze a noi ostili là dove si vincono le invisibili cupidige. E perciò poiché in noi stessi vinciamo le brame delle cose temporali, è necessario che in noi stessi vinciamo anche colui che regna nell’uomo per mezzo delle stesse cupidige. Quando infatti fu detto al diavolo: Mangerai terra, fu detto al peccatore: Tu sei polvere e in polvere ritornerai 8. Il peccatore fu dunque dato in pasto al diavolo. Facciamo in modo di non essere terra, se non vogliamo essere divorati dal serpente. Come infatti ciò che mangiamo lo convertiamo nel nostro corpo, affinché lo stesso cibo si trasformi in ciò che noi siamo secondo il nostro corpo, così a causa dei cattivi costumi per mezzo della malvagità e della superbia e dell’empietà ciascuno diventa ciò che è il diavolo, cioè simile a lui, ed è sottoposto a lui, come il nostro corpo è soggetto a noi. E questo è ciò che si dice, essere mangiato dal serpente. Chiunque pertanto teme quel fuoco che fu preparato per il diavolo ed i suoi angeli 9, si sforzi di trionfare su di lui in se stesso. Infatti quelli che ci combattono all’esterno, noi li vinciamo internamente, col vincere le concupiscenze per mezzo delle quali essi ci dominano. E attirano con sé nelle pene quelli che troveranno simili a sé.

I cattivi demoni non abitano in cielo.

3. 3. Così dice anche l’Apostolo che in se stesso combatte le potenze esterne. Dice infatti: Non dobbiamo noi combattere contro la carne e il sangue, ma contro i principi e le potestà di questo mondo, contro coloro che governano queste tenebre, contro gli spiriti di malizia negli spazi celesti 10. Cielo infatti è chiamato anche questo spazio, dove i venti e le nubi e le tempeste e i turbini si avvicendano; come infatti anche la Scrittura dice in molti passi: E il Signore tuonò dal cielo 11; e gli uccelli del cielo 12 e i volatili del cielo13; essendo chiaro che gli uccelli volano nell’aria. Anche noi abitualmente chiamiamo cielo quest’aria: infatti quando domandiamo intorno al tempo sereno o nuvoloso, talvolta diciamo: "com’è l’aria?", talvolta: "com’è il cielo?". Dico ciò affinché nessuno pensi che i cattivi demoni abitano là dove Dio dispose il sole, la luna e le stelle. Questi cattivi demoni perciò l’Apostolo chiama spirituali 14, perché anche gli angeli cattivi sono chiamati spiriti nelle divine Scritture. Perciò egli li chiama rettori di queste tenebre, perché chiama tenebre gli uomini peccatori, sui quali questi dominano. Perciò dice in un altro passo: Voi foste infatti una volta tenebre; ma ora siete luce nel Signore 15; perché da peccatori erano stati giustificati. Non pensiamo dunque che il diavolo con i suoi angeli abiti nelle sommità del cielo, donde crediamo che egli sia caduto.

Empia credenza dei manichei.

4. 4. Così infatti errano i manichei, i quali affermano che prima della creazione del mondo vi era stato un popolo di tenebre che si ribellò contro Dio. Quegli sventurati credono che in quella guerra Dio onnipotente non poté altrimenti aiutare se stesso se non inviando una parte di sé contro quella razza. I principi di quella razza, come essi dicono, divorarono la parte di Dio e si organizzarono in modo tale che il mondo potesse essere costruito da loro. Così affermano che Dio giunse alla vittoria con grandi disgrazie e tormenti e miserie delle sue membra; queste membra, dicono, essersi poi mescolate alle viscere tenebrose dei loro principi, per calmarli e frenarli dal loro furore. E non capiscono che la loro setta è tanto sacrilega da credere che Dio onnipotente abbia combattuto con le tenebre non per mezzo della creatura che egli aveva fatto, ma per mezzo della sua propria natura: credere ciò è un’empietà. Né affermano solo ciò, ma anche che quelli stessi che furono vinti divennero migliori per il fatto che il loro furore fu frenato e che la natura di Dio, che in realtà vinse, divenne miserrima. Dicono anche che essa per questa mescolanza abbia perduto l’intelletto e la sua felicità e si sia trovata implicata in gravi errori e rovine. Se dicessero che la natura di Dio si sia in parte completamente purificata, affermerebbero tuttavia una grande empietà contro Dio onnipotente, del quale una parte crederebbero essere stata esposta per tanto tempo ad errori e pene senza alcuna responsabilità di peccato. Ora quegli sventurati osano dire che non può purificarsi tutta completamente, e che quella stessa parte che non si è potuta purificare, è destinata alla necessità di essere avvolta e legata alla rovina del sepolcro; e così una parte di Dio che per niente ha peccato rimane sempre ivi misera, ed è punita in eterno col carcere delle tenebre. Questo essi dicono per ingannare le anime semplici. Ma chi è così semplice da non accorgersi che sono cose sacrileghe quando affermano che Dio onnipotente è stato oppresso dalla necessità, così da permettere che la sua parte buona e innocente fosse ricoperta da tante grandi rovine e macchiata da tanta immondezza e non potesse liberarla completamente, e legasse con vincoli eterni ciò che non ha potuto liberare? Chi dunque non rigetterebbe simili cose? Chi non capirebbe che queste cose sono empie e nefande? Ma essi quando ingannano gli uomini non parlano di questi argomenti per primo; se ne parlassero sarebbero derisi o sarebbero respinti da tutti; scelgono invece quei capitoli delle Scritture che gli uomini semplici non capiscono e per mezzo di quelli ingannano le anime inesperte, domandando loro donde provenga il male. Così fanno a proposito di un testo dell’Apostolo dov’è scritto: I principi di queste tenebre e gli spiriti del male nei cieli 16. Quegli ingannatori cercano l’uomo che non comprende le divine Scritture e gli dicono donde siano in cielo i principi delle tenebre; così non avendo egli potuto rispondere, possano trascinarlo attraverso la loro curiosità; poiché ogni anima ignorante è curiosa. Chi invece conosce bene la fede cattolica ed è munito di buoni costumi e vera pietà, sebbene ignori la loro eresia, tuttavia risponde loro. Né può essere ingannato colui che ormai conosce quello che appartiene alla fede cristiana, che è chiamata cattolica, diffusa nel mondo, protetta dalla Provvidenza divina contro tutti gli empi e i peccatori e quelli suoi che la trascurano.

La lotta cristiana non è esteriore ma interiore.

5. 5. Abbiamo dunque detto che l’apostolo Paolo ha affermato che noi lottiamo contro i capi delle tenebre e le potenze spirituali del male che abitano nei cieli, e abbiamo anche provato che questo spazio aereo prossimo alla terra si chiama cielo; bisogna credere che noi combattiamo contro il diavolo e i suoi angeli, i quali godono dei nostri turbamenti. Lo stesso Apostolo infatti in un altro passo chiama il diavolo principe della potenza dell’aria 17. Sebbene il passo dove dice: Gli spiriti del male che occupano gli spazi celesti 18, si possa intendere diversamente, di modo che egli non ha detto che sono gli stessi angeli prevaricatori negli spazi celesti, ma piuttosto noi, dei quali in altro passo dice: La nostra dimora è nei cieli 19, affinché noi stabiliti negli spazi celesti, cioè camminando nei precetti spirituali di Dio, combattiamo contro gli spiriti del male che tentano di distrarci di là. Perciò bisogna cercare di più in che modo possiamo combattere e vincere contro quelli che non vediamo, affinché gli stolti non pensino che noi dobbiamo combattere contro l’aria.

È necessario domare il proprio corpo.

6. 6. Pertanto lo stesso Apostolo insegna dicendo: Io non combatto per così dire battendo l’aria, ma castigo il mio corpo e lo riduco in servitù, affinché predicando agli altri, per caso non sia io riprovato 20. Quindi aggiunge: Siate miei imitatori come anch’io lo sono di Cristo 21. Perciò bisogna intendere che anche lo stesso Apostolo abbia trionfato in se stesso delle potenze di questo mondo 22, come aveva detto del Signore di cui si professa imitatore 23. Imitiamo dunque anche noi lui, come ci esorta e castighiamo il nostro corpo e riduciamolo in schiavitù, se vogliamo vincere il mondo. Poiché questo mondo ci può dominare per mezzo dei piaceri illeciti e le vanità e la pericolosa curiosità, cioè quelle cose che allettano gli amanti dei piaceri temporali con dannoso piacere in questo mondo e li costringono a servire al diavolo ed ai suoi angeli: se abbiamo rinunziato a tutte queste cose, riduciamo il nostro corpo in schiavitù.

Anzitutto sottomettersi a Dio "con buona volontà e sincera carità".

7. 7. Ma affinché nessuno chieda in che modo dobbiamo sottomettere il nostro corpo a schiavitù, si può facilmente capire e può avvenire se sottomettiamo a Dio per prima noi stessi con buona volontà e sincera carità. Infatti ogni creatura voglia o non voglia è soggetta a un solo Dio e suo Signore. Ma di ciò siamo ammoniti, a servire al Signore Dio nostro con tutta la volontà. Poiché il giusto serve liberamente, l’ingiusto invece serve in catene. Tutti però servono alla divina Provvidenza; ma alcuni obbediscono come figli e con essa fanno ciò che è bene, altri poi sono legati come schiavi e di essi avviene ciò che è giusto. Così Dio onnipotente, Signore di tutte le creature, il quale creò tutte le cose, com’è scritto, assai buone 24 le ha ordinate in modo che riesca del bene dalle cose buone e dalle cose cattive. Ciò che si fa con giustizia è fatto bene. Giustamente i buoni sono beati e giustamente i cattivi pagano le pene. Dio dunque ricava il bene e dai buoni e dai cattivi, poiché fa tutto con giustizia. Buoni sono coloro che con tutta la loro volontà servono a Dio; i cattivi servono per necessità: nessuno sfugge infatti alle leggi dell’Onnipotente. Ma altro è fare ciò che la legge comanda, altro è sopportare ciò che la legge comanda. E quindi i buoni agiscono secondo le leggi, i cattivi soffrono secondo le leggi.

Perché in questa vita i giusti sopportano molti mali gravosi e difficili.

7. 8. E non ci sconvolga il fatto che in questa vita secondo la carne che essi portano, i giusti sopportino molti mali gravosi e difficili. Infatti, non soffrono alcun male coloro che ormai possono dire ciò che quell’uomo spirituale, l’Apostolo, canta con esultanza e predica dicendo: Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce la pazienza, la pazienza la virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 25. Se dunque in questa vita, dove vi sono tanti grandi travagli, gli uomini buoni e giusti, quando sopportano tali sofferenze, possono non solo tollerarle con animo sereno, ma anche gloriarsi nell’amore di Dio, che cosa pensare di quella vita che ci è promessa, dove nessuna molestia sentiremo da parte del corpo? In effetti il corpo dei giusti non risorgerà per lo stesso scopo per cui risorgerà il corpo degli empi. Come sta scritto: Tutti risorgeremo, ma non tutti saremo trasformati 26. E affinché nessuno creda che questa trasformazione non è promessa ai giusti, ma piuttosto agli ingiusti, e non consideri che essa procuri pena, l’Apostolo prosegue e dice: E i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati 27. Tutti i cattivi dunque sono ordinati in modo tale che ciascuno nuoce a se stesso e tutti si danneggiano vicendevolmente. Infatti desiderano ciò che è amato in modo pernicioso e ciò che ad essi può essere facilmente portato via; e queste cose portano via a se stessi a vicenda quando si perseguitano. E così sono angustiati coloro ai quali vengono tolti i beni temporali, perché li amano; al contrario coloro che se ne impossessano, godono. Ma una siffatta gioia è cecità e somma miseria: infatti coinvolge ancor più l’anima conducendola a tormenti sempre più grandi. Anche il pesce è contento, quando, non vedendo l’amo, divora l’esca. Ma appena il pescatore comincia a tirarlo, per primo vengono attorcigliate le sue viscere, in seguito, da tutto quel piacere per mezzo di quella stessa esca dalla quale era stato attratto, è trascinato alla morte. Similmente accade di tutti coloro che si reputano felici per i beni terreni. Abboccano, infatti, all’amo, e con quello vanno errando. Verrà il tempo quando sentiranno quanti tormenti avranno divorato con l’avidità. E ai buoni non arrecano danno per nulla, perché viene tolto loro ciò che essi non amano. Infatti, nessuno può loro sottrarre ciò che essi amano, e per cui sono felici. Il tormento del corpo affligge miseramente le anime malvagie, invece purifica fortemente quelle buone. Così avviene che l’uomo cattivo e l’angelo cattivo combattono per disposizione della divina Provvidenza, ma ignorano quale bene Dio trae da loro. E quindi vengono ricompensati non per i meriti del loro servizio, ma per i meriti della loro malizia.

L’onnipotenza di Dio governa non solo le anime ma l’intero universo.

8. 9. Ma come queste anime che hanno la volontà di nuocere e la facoltà di pensare sono ordinate sotto le leggi divine affinché nessuno soffra alcunché di ingiusto, così tutte le cose sia animate sia corporee sono, nel loro genere ed ordine, sottomesse alle leggi della divina Provvidenza e amministrate da esse. Perciò dice il Signore: Forse che due passeri non si vendono per un denaro ed uno di essi non cade in terra senza la volontà del Padre vostro? 28 Questo infatti disse volendo dimostrare che qualunque cosa che gli uomini stimano di pochissimo conto è governata dall’onnipotenza di Dio. Gli uccelli del cielo sono nutriti da Lui e i gigli del campo sono vestiti da Lui 29, così parla la Verità, e aggiunge che anche i nostri capelli sono contati 30. Ma poiché Dio cura da se stesso le anime razionali che sono pure, sia negli ottimi e grandi angeli, sia negli uomini che servono a Lui con tutta la volontà, governa poi le altre cose mediante questi stessi e poté anche in modo verissimo affermarsi dall’Apostolo quel detto: Non spetta a Dio prendersi cura dei buoi 31. Nelle sante Scritture Dio insegna agli uomini come debbono agire con gli altri uomini ed essi stessi servire Dio. Essi sanno già come agire con le loro bestie, cioè come governare la salute del loro bestiame con la pratica e la perizia e la ragione naturale: tutte cose queste che essi ricevettero dai grandi doni del loro Creatore. Chi dunque può capire come Dio creatore della natura universale la governa per mezzo delle anime sante che sono sue ministre in cielo e in terra; perché anche le stesse anime sante furono da Lui fatte e nella sua creazione tengono il primato: chi dunque può capire capisca ed entri nella gioia del suo Signore 32.

Finché siamo nel corpo gustiamo quanto è soave il Signore.

9. 10. Se poi non possiamo fare ciò, finché siamo nel corpo e siamo lontani dal Signore 33, almeno gustiamo quanto è soave il Signore 34; poiché ha dato a noi lo Spirito come pegno 35, nel quale sentiamo la sua dolcezza e desideriamo la stessa fonte della vita, dove con sobria estasi saremo inondati e irrigati, come l’albero che è piantato lungo il corso delle acque e dà il frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno 36. Dice infatti lo Spirito Santo: I figli degli uomini spereranno all’ombra delle tue ali, saranno inebriati dalla ubertà della tua casa e li abbevererai col torrente del tuo amore. Poiché presso di te è la fonte della vita 37. Tale ebrietà non sconvolge la mente, ma tuttavia la rapisce in alto, e dà la dimenticanza di tutte le cose terrene. E possiamo già dire con tutto il nostro affetto: Come il cervo desidera le fonti delle acque, così l’anima mia desidera te, o Dio38.

Egli ha avuto pietà della nostra debolezza.

10. 11. Che se per caso ancora per le malattie dell’anima, che essa ha contratto per l’amore del secolo, noi non siamo idonei a gustare quanto è dolce il Signore, crediamo almeno alla divina autorità che ha voluto manifestare nelle sante Scritture circa il Figlio suo, il quale fu fatto a lui dalla discendenza di Davide secondo la carne, come dice l’Apostolo 39. Tutte le cose, infatti, sono state fatte per mezzo di lui, com’è scritto nell’Evangelo, e senza di lui nulla è stato fatto 40. Egli ha avuto pietà della nostra debolezza che noi abbiamo meritato non per opera sua ma per nostra volontà. Infatti Dio ha creato l’uomo per l’immortalità 41 e gli ha dato il libero arbitrio della volontà. Non sarebbe infatti molto felice se dovesse servire ai comandamenti di Dio per necessità e non per volontà. È facile, a mio avviso, tutto questo: la qual cosa non vogliono capire quelli che hanno abbandonato la fede cattolica, eppure vogliono essere chiamati cristiani. Infatti, se ammettono con noi che la natura umana non può essere guarita se non facendo il bene, confessino pure che la stessa natura non si può ammalare se non peccando. E perciò non bisogna credere che l’anima nostra sia ciò che Dio è, perché se ciò fosse né per sua volontà né per qualche altra necessità si cambierebbe in peggio; poiché in ogni modo capiamo che Dio è immutabile, lo si comprende non da quelli che in spirito di contesa e vanità e per desiderio di vana gloria amano parlare di ciò che non sanno, ma da quelli che con cristiana umiltà "sentono la bontà di Dio e lo cercano nella semplicità del cuore"42. Il Figlio di Dio perciò si è degnato di assumere la nostra debolezza: E il Verbo si fece carne e abitò fra noi43. Non perché quell’eternità si sia cambiata, ma perché ha mostrato agli occhi mutabili degli uomini la creatura mutabile che Egli assunse con immutabile maestà.

Innalzi la sua speranza il genere umano: il Figlio di Dio ha assunto 1’uomo.

11. 12. Vi sono degli stolti che dicono: non poteva la Sapienza di Dio liberare gli uomini in modo diverso senza assumere l’umanità, senza nascere da una donna e patire tutte quelle sofferenze da parte dei peccatori? A costoro rispondiamo: lo poteva certamente; ma se avesse fatto diversamente, sarebbe dispiaciuto ugualmente alla vostra stoltezza. Se non apparisse agli occhi dei peccatori, certamente la sua luce eterna, che si vede con gli occhi interiori, non potrebbe essere vista dalle menti inquinate. Ora dal momento che si è degnato di istruirci visibilmente per prepararci alle cose invisibili, dispiace agli avari, perché non ha assunto un corpo tutto d’oro; dispiace agli impudichi, perché è nato da una donna (infatti, non hanno molto piacere gli impudichi che le donne concepiscano e partoriscano); dispiace ai superbi, perché ha sopportato con infinita pazienza le offese; dispiace ai delicati, perché è stato crocifisso; dispiace ai timidi, perché è morto. E perché non sembri che difendono i loro vizi, dicono che si dispiacciono che ciò sia accaduto non in un uomo, ma nel Figlio di Dio. Non capiscono infatti cosa sia l’eternità di Dio che ha assunto umana natura e che cosa sia la stessa umana creatura, che era riportata dalle sue mutazioni all’antica stabilità, affinché imparassimo, come insegna lo stesso Signore, che le infermità che abbiamo acquistato col peccare, possono essere sanate col bene operare. Si mostrava a noi, infatti, a quale fragilità l’uomo era giunto con la sua colpa, e da quale fragilità era liberato con l’aiuto divino. Perciò il Figlio assunse umana natura ed in essa ha sofferto da uomo. Questo rimedio a favore degli uomini è così grande che più non si può immaginare. Quale superbia si può sanare, se non si sana con l’umiltà del Figlio di Dio? Quale avarizia si può sanare, se non si sana con la povertà del Figlio di Dio? Quale iracondia si può sanare, se non si sana con la pazienza del Figlio di Dio? Quale empietà si può sanare, se non si sana con la carità del Figlio di Dio? Infine, quale timidezza si può sanare, se non si sana con la risurrezione del corpo di Cristo Signore? Innalzi la sua speranza il genere umano e riconosca la sua natura, veda quanto posto ha nelle opere di Dio. Non disprezzate voi stessi, o uomini: il Figlio di Dio si è fatto uomo. Non disprezzate voi stesse, o donne: il Figlio di Dio è nato da una donna. Non amate però le cose carnali: perché nel Figlio di Dio non siamo né maschio né femmina. Non amate le cose temporali: perché se si amassero come un bene, le amerebbe l’uomo che il Figlio di Dio ha assunto. Non temete gli oltraggi e le croci e la morte, perché se nuocessero agli uomini non le avrebbe sofferte l’uomo che il Figlio di Dio ha assunto. Questa fede che ormai dovunque si predica, dovunque si venera, che sana ogni anima obbediente, non esisterebbe nella società umana, se non fossero state realizzate tutte quelle cose che dispiacciono ai più stolti. Chi si degnerà di imitare la stolta presunzione per poter essere spinto a praticare la virtù, se arrossisce di imitare colui del quale fu detto, prima che nascesse, che sarà chiamato Figlio dell’Altissimo 44 e già in tutte le nazioni, cosa che nessuno può negare, lo si chiama Figlio dell’Altissimo? Se abbiamo una grande opinione di noi, degniamoci di imitare colui che è chiamato Figlio dell’Altissimo. Se invece ci stimiamo poco, osiamo imitare i pescatori e i pubblicani che lo hanno imitato. O medicina provvida per tutti, che reprime tutti i tumori, che ravviva tutto ciò che è debole, che toglie tutte le escrescenze, custodisce tutto ciò che è vitale, ripara tutte le perdite, corregge tutte le depravazioni! Chi ormai può elevarsi contro il Figlio di Dio? Chi può disperare di sé, se per lui il Figlio di Dio ha voluto essere tanto umile? Chi può stimare beata la vita per quelle cose che il Figlio di Dio ha insegnato doversi disprezzare? A quali avversità potrà cedere colui il quale crede che la natura dell’uomo è custodita da tante persecuzioni nel Figlio di Dio? Chi potrà pensare che il regno dei cieli gli è chiuso, se conosce che i pubblicani e le meretrici hanno imitato il Figlio di Dio? 45 Da quale malvagità non sarà preservato chi osserva e ama le opere e le parole di quest’uomo, nel quale il Figlio di Dio si è offerto a noi quale esempio di vita?

La speranza della vita eterna solleva il mondo.

12. 13. Ormai sia gli uomini, sia le donne, sia ogni età e grado di questo secolo sono mosse alla speranza della vita eterna. Alcuni lasciano i beni temporali e accorrono alle cose divine; altri si lasciano avvincere dalle virtù di quelli che fanno ciò e lodano quello che non osano imitare. Pochi però mormorano sino ad ora e sono tormentati da vano livore e sono o quelli che cercano il loro interesse nella Chiesa, sebbene sembrino cattolici, o gli eretici che vogliono trovare gloria dallo stesso nome di Gesù Cristo, o i giudei che desiderano difendere il loro peccato di empietà, o i pagani che temono di perdere la loro curiosità di vana licenza. Ma la Chiesa cattolica sparsa in lungo e in largo per tutto il mondo, rompendo i loro attacchi fin dai primi tempi, si è fortificata sempre di più, non col resistere ma col sopportare. Ora Essa con la fede irride alle loro insidiose questioni, con la ragione le discute, e con l’intelligenza le distrugge. Non si cura dei calunniatori delle sue pagliuzze, perché distingue il tempo della messe, il tempo dell’aia e il tempo dei granai con prudenza e diligenza. Corregge i calunniatori del suo frumento o gli erranti e relega gli invidiosi tra le spine e la zizzania.

Come nella conoscenza bisogna guardarsi dall’errore, così nell’azione bisogna guardarsi dal peccato.

13. 14. Sottoponiamo dunque l’anima a Dio, se vogliamo sottoporre il nostro corpo a schiavitù e trionfare del diavolo. La fede è la prima che sottopone l’anima a Dio; poi i precetti del vivere, con l’osservanza dei quali la nostra speranza si rafforza, e la carità si alimenta e comincia a risplendere quello che prima solo si credeva. Poiché la conoscenza e l’azione rendono beato l’uomo, come nella conoscenza bisogna guardarsi dall’errore, così nell’azione bisogna guardarsi dal peccato. Erra invece chiunque crede di poter conoscere la verità vivendo ancora nell’iniquità. È iniquità amare questo mondo e avere in grande considerazione le cose che nascono e passano, bramarle e affannarsi per esse per conquistarle; rallegrarsi quando abbondano e temere di perderle; contristarsi quando si perdono. Tale vita non può contemplare quella pura, sincera e immutabile verità e attaccarsi ad essa, né staccarsene più per l’eternità. Pertanto prima di purificare la nostra mente dobbiamo credere quello che non possiamo ancora comprendere; poiché in tutta verità fu detto per mezzo del profeta: Se non crederete, non comprenderete 46.

Crediamo in Dio Trinità.

13. 15. La fede nella Chiesa si esprime con somma brevità; in essa sono comprese le verità eterne che non possono ancora essere comprese dagli uomini carnali e le cose temporali passate e future che l’eterna divina Provvidenza ha fatto e farà per la salvezza degli uomini. Crediamo dunque nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Queste sono (Persone) eterne e immutabili, cioè un solo Dio, la Trinità eterna di una sola sostanza, Dio, dal quale è tutto, per il quale è tutto, nel quale è tutto 47.

Dio in tre Persone.

14. 16. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che solamente il Padre esiste, che non ha il Figlio, né che è con Lui lo Spirito Santo; ma che lo stesso Padre talora si chiama Figlio e talvolta Spirito Santo. Ignorano il Principio dal quale sono tutte le cose, la sua Immagine per la quale tutte le cose sono formate e la sua santità nella quale tutte le cose sono ordinate.

Le tre Persone divine sono un solo Dio.

15. 17. Neppure dobbiamo ascoltare coloro che si indignano e si infastidiscono perché noi diciamo che non bisogna adorare tre dèi. Ignorano infatti che cosa significhi una sola e medesima sostanza; e si illudono dei loro fantasmi, perché sogliono vedere materialmente o tre esseri animati o tre corpi qualunque stare separati nei loro posti. Così credono che bisogna intendere la sostanza di Dio, e sono in grave errore perché sono superbi; e non possono imparare, perché non vogliono credere.

Uguaglianza delle tre Persone divine.

16. 18. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che solo il Padre è il vero e sempiterno Dio; che il Figlio non è generato dal Padre, ma da Lui stesso fatto dal nulla e che ci fu un tempo quando non esisteva, ma che tuttavia tiene il primo posto fra tutte le creature; e (dicono anche) che lo Spirito Santo è di minore maestà rispetto al Figlio; e che le sostanze di questi tre sono diverse, come l’oro, l’argento e il bronzo. Non sanno quello che dicono e da queste realtà che sogliono guardare con gli occhi della carne, trasferiscono le vane immagini nelle loro discussioni. In realtà è arduo rendersi conto con la mente circa la generazione che non avviene nel tempo, ma è eterna; e la stessa Carità e Santità, per cui chi genera e chi è generato sono uniti reciprocamente in modo ineffabile. È arduo e difficile comprendere questa verità con la nostra mente, sebbene sia serena e tranquilla. Non è possibile che capiscano ciò quelli che guardano troppo le umane generazioni e a queste tenebre aggiungono ancora fumo, che essi non cessano di fomentare tra loro con le contese e le lotte quotidiane, con l’animo impelagato negli affetti carnali, come legni saturi di acqua, nei quali il fuoco vomita solo fumo e non può emanare splendide fiamme. E questo lo si può affermare benissimo per tutti gli eretici.

Gesù Cristo è il Figlio di Dio.

17. 19. Credendo nell’immutabile Trinità noi crediamo anche alla sua economia temporale per la salvezza del genere umano. Non ascoltiamo coloro che dicono che il Figlio di Dio, Gesù Cristo altro non è che un uomo, sebbene così giusto da essere degno di essere chiamato Figlio di Dio. E infatti la dottrina cattolica li ha cacciati fuori, poiché ingannati dalla brama di vana gloria vollero disputare contenziosamente, prima di capire cosa sia la Virtù di Dio e la Sapienza di Dio 48 e che in principio esisteva il Verbo, per cui sono state fatte tutte le cose e in che modo il Verbo si è fatto carne e ha abitato tra noi 49.

Gesù Cristo è vero uomo.

18. 20. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che il Figlio di Dio non ha assunto un vero uomo, né che è nato da una donna, ma ha voluto mostrare a quelli che lo vedevano una falsa carne e un’immagine simulata del corpo umano. Non sanno come la sostanza di Dio che amministra tutta la creazione non può assolutamente corrompersi. E tuttavia predicano che questo sole visibile sparge i suoi raggi attraverso tutte le brutture e le immondizie dei corpi e pure li conserva dovunque mondi e puri. Se dunque le cose pure visibili possono venire a contatto con le cose visibili immonde e non si corrompono, quanto più l’invisibile e immutabile Verità, assumendo l’anima per mezzo dello spirito e il corpo per mezzo dell’anima, avendo preso l’uomo completo, lo ha liberato da tutte le infermità senza alcuna contaminazione! Perciò provano maggiori difficoltà e, temendo che la Verità si inquini di carne umana, ciò che non può avvenire, affermano che la Verità ha mentito. E, avendo Egli detto col suo precetto: Sia nella vostra bocca: Sì, sì, e no, no 50 e gridando l’Apostolo: Non era in lui sì e no; in lui era sì 51, costoro sostengono che tutto il suo corpo sia stato una falsa carne, di modo che a loro non sembra di imitare il Cristo, se non mentendo ai loro uditori.

Gesù Cristo ha non solo il corpo e l’anima dell’uomo, ma anche lo spirito.

19. 21. Non dobbiamo ascoltare coloro che professano la Trinità in una sostanza eterna, ma che osano dire che l’uomo stesso, assunto nel tempo, non aveva la mente di uomo, ma solamente l’anima e il corpo. Come se dicessero: non fu uomo ma aveva le membra di corpo umano. Anche le bestie hanno l’anima e il corpo, ma non hanno la ragione, che è propria della mente. Se pertanto bisogna riprovare coloro che negano che egli abbia avuto un corpo umano, la qual cosa nell’uomo è parte secondaria, mi meraviglio che costoro non arrossiscano quando negano che Cristo abbia avuto quello che nell’uomo è il massimo. Molto è da deplorare la mente umana, se è vinta dal suo corpo, se poi in quell’uomo la mente umana non è stata resa alla forma primiera, in lui il corpo stesso umano ha ricevuto già la dignità della forma celeste. Ma sia lontano da noi credere ciò che la temeraria cecità e la superba loquacità ha immaginato.

L’unione dell’uomo con Dio in Gesù Cristo non è solo morale ma reale.

20. 22. Non dobbiamo dare ascolto a coloro che affermano che da quella eterna Sapienza è stato assunto l’uomo, che è nato da una vergine, allo stesso modo come anche da essa diventano sapienti altri uomini, che sono perfettamente saggi. Ignorano infatti il mistero proprio di quell’uomo e credono che ciò che egli ha avuto di più rispetto agli altri tanto beati consiste nell’essere nato da una vergine. Questo stesso privilegio, se essi lo considerassero attentamente, forse crederebbero ch’egli lo abbia meritato più che gli altri, precisamente per il carattere unico di tale unione. Altro è divenire sapiente solamente per la Sapienza di Dio ed altro è portare la Persona stessa della Sapienza di Dio. Sebbene la natura del corpo della Chiesa sia la stessa, tuttavia chi non capisce che c’è molta differenza tra il Capo e le altre membra? Se infatti il Capo della Chiesa è quell’uomo, per la cui assunzione il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi 52; le altre membra sono tutti i santi, per mezzo dei quali si compagina e si completa la Chiesa. Come infatti l’anima dà vita a tutto il nostro corpo e lo vivifica, ma sente nel capo vedendo, udendo, odorando, gustando e toccando, nelle altre membra invece solamente toccando; e perciò al capo tutte le membra sono soggette per operare, esso poi è collocato sopra per provvedere a tutto, poiché l’anima, la quale provvede al corpo, in certo modo sostiene tutta la persona, ivi infatti si manifesta ogni sentimento: così per tutto il popolo dei santi, come un solo corpo, il capo è il Mediatore di Dio e degli uomini l’uomo Cristo Gesù 53. E perciò la Sapienza di Dio, e il Verbo in principio per il quale tutto è stato fatto 54, non assunse quell’uomo come gli altri santi, ma in modo molto più eccellente e sublime: come fu necessario che fosse assunto solo colui nel quale la Sapienza doveva mostrarsi agli uomini, così conveniva che quella si mostrasse in maniera visibile. Perciò altra è la sapienza del resto degli uomini, quali che siano, o poterono essere, o lo potranno; e altro quell’unico Mediatore di Dio e degli uomini l’uomo Cristo Gesù, che della stessa Sapienza per la quale divengono sapienti tutti gli altri uomini, non solo ha il beneficio, ma porta anche la persona. Degli altri spiriti sapienti e spirituali rettamente si può dire che abbiano in sé il Verbo di Dio per il quale tutte le cose sono state create. Ma in nessuno di essi rettamente si può dire che il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi, cosa che molto rettamente si dice solo del Signore nostro Gesù Cristo.

Il Verbo si è fatto carne significa: il Verbo si è fatto uomo.

21. 23. Meno ancora sono da ascoltare coloro che dicono che il solo corpo umano è stato assunto dal Verbo di Dio e così interpretano ciò che fu detto: E il Verbo si fece carne55, così che dicono che quell’uomo non ha avuto o l’anima o alcunché di umano se non la sola carne. Errano molto, né intendono che è stata nominata la sola carne proprio in ciò che è stato detto: Il Verbo si fece carne, perché agli occhi degli uomini, per i quali è avvenuta tale assunzione, poté apparire la sola carne. Infatti, se è assurdo e particolarmente indegno che quell’uomo non abbia avuto uno spirito umano come prima abbiamo dimostrato, quanto più assurdo e indegno che egli non abbia avuto né spirito né anima ed abbia avuto soltanto ciò che anche nelle bestie è più vile e più basso, cioè il corpo. Dalla nostra fede dunque si escluda questa empietà, e crediamo che l’uomo intero e perfetto sia stato assunto dal Verbo di Dio.

Gesù Cristo è nato da una donna.

22. 24. Non dobbiamo prestare ascolto a coloro che dicono che nostro Signore ha avuto un corpo tale e quale apparve nella colomba, che Giovanni Battista vide discendere dal cielo e fermarsi su di Lui come segno dello Spirito Santo. Così infatti tentano di persuadere che il Figlio di Dio non è nato da una donna, perché se bisognava mostrarsi agli occhi degli uomini, dicono, poté assumere un corpo così come lo Spirito Santo. Infatti anche quella colomba non nacque da un uovo, dicono, e tuttavia poté apparire agli occhi degli uomini. A costoro bisogna rispondere, prima di tutto, ciò che ivi leggiamo che lo Spirito Santo apparve in forma di colomba a Giovanni 56, dove leggiamo che Cristo nacque da una donna 57. E non bisogna in parte credere al Vangelo e in parte non credere. Donde infatti credi che lo Spirito Santo sia apparso in forma di colomba, se non perché lo hai letto nel Vangelo? Dunque anch’io credo che Cristo sia nato da una vergine perché l’ho letto nel Vangelo. Il motivo per cui lo Spirito Santo non è nato da una colomba, come Cristo da una donna, dimostra che lo Spirito Santo non era venuto a liberare i colombi, ma a significare agli uomini l’innocenza e l’amore spirituale, che visibilmente è stato raffigurato sotto l’apparenza di colomba. Invece, nostro Signore Gesù Cristo che era venuto a liberare il genere umano e procurare la salvezza e agli uomini e alle donne, non disprezzò i primi, perché assunse il sesso maschile, né le seconde, perché nacque da una donna. A ciò poi si aggiunge un grande mistero, che, poiché per mezzo di una donna la morte era caduta su di noi, per mezzo di una donna la vita risorgesse in noi, in modo che il diavolo vinto fosse sconfitto riguardo all’una e all’altra natura, cioè femminile e maschile, poiché esso (il diavolo) si rallegrava della rovina di entrambi i sessi. Minor pena sarebbe stata per il diavolo, se ambedue i sessi fossero stati liberati in noi, senza essere stati liberati anche per mezzo di ambedue i sessi. Non vogliamo però dire che solamente Gesù Cristo abbia avuto un vero corpo, e che lo Spirito Santo sia apparso ingannevolmente agli occhi degli uomini, ma crediamo ambedue quei corpi veri corpi. Come non era necessario che il Figlio di Dio ingannasse gli uomini, così non conveniva che li ingannasse lo Spirito Santo; ma a Dio onnipotente, che creò dal nulla la creatura universale, non era difficile formare un vero corpo di colomba senza l’aiuto di altri colombi, come a Lui non fu difficile formare un vero corpo nel grembo di Maria senza seme virile: in quanto la natura corporea obbedisce al comando e alla volontà del Signore e per formare un uomo nelle viscere di una donna e per formare una colomba nello stesso mondo. Ma gli uomini stolti e gretti non credono che si possa fare da parte di Dio onnipotente quello che essi non possono fare, o che giammai videro nella loro vita.

Il Figlio di Dio ha patito per noi.

23. 25. Non dobbiamo ascoltare coloro che pertanto vogliono obbligarci ad annoverare il Figlio di Dio tra le creature, per il fatto che ha patito. Dicono infatti: se ha patito, è mutevole, e, se è mutevole, è una creatura, in quanto la sostanza divina non può essere mutevole. Anche noi conveniamo con costoro e che la sostanza divina è immutabile e che la creatura è mutevole. Ma altro è essere creatura, altro è assumere la creatura. L’Unigenito Figlio di Dio che è la Potenza e la Sapienza di Dio 58 e il Verbo per cui tutto è stato fatto59, perché non può assolutamente mutare, assunse l’umana creatura che, caduta, si degnò sollevare e, invecchiata, rinnovare. Né per la sua passione Egli è stato cambiato in peggio, ma piuttosto, mediante la risurrezione, l’ha cambiata in meglio. Né per questo si deve negare che il Verbo del Padre, cioè l’Unigenito Figlio di Dio, per cuitutto è stato fatto, sia nato ed abbia patito per noi. Infatti diciamo pure che i martiri hanno patito e sono morti per il regno dei cieli, né tuttavia le loro anime sono state uccise nella loro passione e morte. Dice infatti il Signore: Non temete quelli che uccidono il corpo ma non possono far nulla all’anima 60. Come dunque diciamo che i martiri hanno patito e sono morti nel corpo che portavano senza uccisione o morte dell’anima, così diciamo che il Figlio di Dio ha patito ed è morto nell’umanità che portava senza alcun cambiamento o morte della divinità.

Il corpo del Signore è risuscitato.

24. 26. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che il corpo del Signore non è risuscitato, tale e quale fu deposto nel sepolcro. Se non fosse stato il medesimo, Egli non avrebbe detto dopo la sua risurrezione ai discepoli: Palpate e vedete, poiché lo spirito non ha ossa e carne, come vedete che io ho 61. È infatti sacrilego credere che il Signore nostro, essendo Egli stesso la Verità, abbia mentito in qualche cosa. Né ci turbi ciò che è scritto, che a porte chiuse improvvisamente apparve ai discepoli 62 e in modo da negare che quello sia stato un corpo umano, perché vediamo che l’entrare a porte chiuse sia contro la natura di questo corpo. Tutto è possibile a Dio 63. È chiaro che camminare sulle acque 64 è contro la natura di questo corpo. E tuttavia non solo lo stesso Signore vi camminò prima della passione, ma vi fece camminare anche Pietro 65. Così dunque anche dopo la sua risurrezione fece quello che volle del suo corpo. Se poté prima della passione glorificarlo come lo splendore del sole 66, perché non avrebbe potuto anche dopo la passione portarlo a tanta sottigliezza da Lui voluta in un istante, così da poter entrare attraverso le porte chiuse?

Gesù Cristo è asceso al cielo.

25. 27. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che nostro Signore non abbia portato con sé in cielo quello stesso corpo e ricordano ciò che è scritto nell’Evangelo: Nessuno sale in cielo, se non colui che è disceso dal cielo 67, e dicono che il corpo, poiché non è disceso dal cielo, non è potuto salire in cielo. Non si rendono conto perché il corpo non è salito in cielo. Il Signore è salito; il suo corpo non è salito, ma è stato elevato in cielo, elevandolo Colui che è salito. Se, per esempio, qualcuno discende nudo da una montagna, e disceso si riveste e rivestito sale nuovamente, giustamente diciamo: nessuno sale se non chi è disceso; e non consideriamo la veste che egli ha sollevato con sé, ma noi diciamo solamente che lo stesso che si è rivestito è salito.

Gesù Cristo è assiso alla destra del Padre.

26. 28. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che il Figlio non siede alla destra del Padre. Dicono: forse che Dio Padre ha il lato destro e sinistro come i corpi? Neppure noi pensiamo questo di Dio Padre. Dio infatti non è circoscritto o limitato da alcuna forma di corpo. Ma la destra del Padre è la perpetua felicità che è promessa ai santi, come la sinistra di Lui assai giustamente è detta la miseria perpetua che è inflitta agli empi, in modo che si capisce che in Dio stesso non c’è la destra e la sinistra, ma nelle creature, nel modo come abbiamo detto. Così anche il corpo di Cristo, che è la Chiesa, dovrà essere nella stessa destra cioè nella stessa beatitudine, come dice l’Apostolo, in quanto Egli risuscitò anche noi e ci fece sedere insieme con Lui nei cieli 68. Sebbene il nostro corpo non sia ancora lì, tuttavia la nostra speranza è già di là. Perciò anche lo stesso Signore dopo la risurrezione comandò ai discepoli, che trovò mentre pescavano, di gettare le reti nella parte destra 69. Fatto ciò, presero pesci che erano tutti grandi, significando così i giusti, ai quali è promessa la destra (la felicità). Ciò significa quello che anche disse nel giudizio, che gli agnelli li avrebbe posti alla sua destra, i capretti invece alla sua sinistra70.

Il giorno del giudizio.

27. 29. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che non verrà il giorno del giudizio e ricordano quello che nel Vangelo è scritto: "Colui che crede in Cristo non sarà giudicato; chi invece non crede in Lui è già stato giudicato" 71. Dicono: se anche colui che crede non verrà in giudizio e colui che non crede è già stato giudicato, dove sono quelli che Egli giudicherà nel giorno del giudizio? Non si rendono conto che le Scritture si esprimono in tal modo da introdurre il tempo passato al posto del futuro. Ciò che l’Apostolo disse di noi, come sopra dicemmo, non è ancora accaduto, che cioè ci ha fatto sedere insieme con Lui negli spazi celesti 72, ma poiché certissimamente avverrà, così ci è stato detto come se già sia accaduto. Così anche lo stesso Signore disse ai discepoli: Tutte le cose che ho udito dal Padre mio, le ho fatte conoscere a voi 73, e poco dopo dice: Io ho molte cose da dirvi, ma per adesso voi non le potete comprendere 74. Quale la ragione dunque per cui aveva detto: Tutte le cose che ho udito dal Padre mio le ho fatte conoscere a voi, se non perché quello che avrebbe fatto certissimamente per mezzo dello Spirito Santo, lo disse come se lo avesse già fatto? Così dunque quando sentiamo: Chi crede in Cristo non verrà in giudizio intendiamo che non verrà alla dannazione. Si dice infatti giudizio invece di dannazione, come dice l’Apostolo: Chi non mangia non giudichi colui che mangia 75, cioè non pensi male di lui. Anche il Signore dice: Non giudicate affinché non siate giudicati 76. Non infatti egli ci toglie l’intelligenza del giudizio, allorquando anche il Profeta dice: Se veramente amate la giustizia, giudicate rettamente, o figli degli uomini 77, e lo stesso Signore dice: Non giudicate secondo il vostro modo di vedere, ma giudicate con giusto giudizio 78. Ma in quel passo in cui proibisce di giudicare, ci ammonisce di non condannare alcuno il cui pensiero non ci è chiaro o non sappiamo quale sarà in futuro. Così dunque quando disse: Non verrà a giudizio, disse cioè che non verrà a condanna. Chi poi non crede, è già giudicato, volle dire che è già condannato per la prescienza di Dio, il quale sa quello che attende i non credenti.

Lo Spirito Santo.

28. 30. Non dobbiamo ascoltare quelli che dicono che lo Spirito Santo, che nel Vangelo il Signore promise ai discepoli, sia entrato o nell’apostolo Paolo o in Montano e Priscilla, come dicono i Catafrigi o in non so qual Manete o Manicheo, come affermano i Manichei. Costoro sono così ciechi che non capiscono le Scritture così manifeste; oppure tanto dimentichi della loro salvezza che non le leggono assolutamente. Chi, dopo averle lette, non capirebbe particolarmente nel Vangelo ciò che, dopo la resurrezione del Signore, è stato scritto per insegnamento del Signore: Io mando il dono promesso dal Padre mio a voi; voi dunque rimanete qui in Gerusalemme finché non sarete rivestiti di potenza dall’alto 79. E negli Atti degli Apostoli, dopo che il Signore si fu allontanato in cielo dagli occhi degli Apostoli, trascorsi dieci giorni, nel dì della Pentecoste, essi non si accorgono molto chiaramente che era venuto lo Spirito Santo; ed essendo loro a Gerusalemme, come prima li aveva esortati, li riempì, così che parlavano in più lingue. Infatti le diverse genti che erano presenti, ciascuna di quelle, che li ascoltavano, li capivano nella propria lingua 80. Ma codesti uomini ingannano quelli che, trascurando la fede cattolica e la stessa propria fede che è manifesta nelle Scritture, non vogliono imparare, e, ciò che è più grave e doloroso, vivendo con negligenza nella Chiesa cattolica, prestano attentamente l’orecchio agli eretici.

La Chiesa è universale.

29. 31. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che la santa Chiesa cattolica non è diffusa nel mondo, ma pensano cioè che fiorisce nella sola Africa, nella parte di Donato. In questo modo si dimostrano sordi contro il Profeta che dice: Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato: chiedilo a me e ti darò tutte le genti come tua eredità, e i confini della terra come tuo possesso 81. E molti altri passi che sono stati scritti e nei libri dell’Antico e in quelli del Nuovo Testamento, affinché molto apertamente dichiarino che la Chiesa di Cristo è diffusa su tutta la terra. Se obiettiamo loro ciò, dicono che queste cose si erano già compiute tutte prima che ci fosse la parte di Donato, ma che poi tutta la Chiesa è perita, e pretendono che sono rimasti i resti di essa nella parte di Donato. O lingua superba e nefanda! Falso, ma vivessero in modo da custodire in seguito almeno la pace fra loro! Ora essi non si accorgono che già nello stesso Donato si è compiuto ciò che è stato detto: Con la stessa misura con cui voi misurerete, a voi sarà misurato 82. Come infatti ha tentato di dividere Cristo, così egli stesso dai suoi è diviso con scissione quotidiana. A ciò si riferisce quello che disse Cristo: Chi di spada ferirà, di spada perirà 83. La spada, che in quel passo è presa in senso peggiorativo, significa la lingua malefica e causa di discordie, con cui allora quell’infelice ha percosso ma non ucciso la Chiesa. Infatti il Signore non disse: chi ucciderà con la spada, morirà di spada; ma chi si servirà della spada, morirà di spada. Dunque egli ha percosso la Chiesa con la sua lingua litigiosa, dalla quale ora egli stesso è colpito, affinché del tutto vada in rovina e muoia. E tuttavia l’apostolo Pietro aveva pure fatto ciò non per superbia, ma per amore del Signore, sebbene per amore naturale. Pertanto, ammonito, ripose la spada. Donato, invece, neppure vinto l’ha fatto. Come quando col vescovo Ceciliano egli discusse la sua causa alla presenza dei vescovi, che egli stesso aveva richiesto, nulla poté provare di quelle cose che aveva proposto; e rimase nel suo scisma così che morì della sua stessa spada. Il popolo di lui, quando non ascolta i Profeti e l’Evangelo, in cui con somma chiarezza è scritto che la Chiesa di Cristo è diffusa tra tutte le genti, e ascolta invece gli scismatici che non cercano la gloria di Dio ma la propria, abbastanza chiaramente dimostra che è schiavo e non libero e porta tagliato l’orecchio destro. Pietro infatti, sbagliando per amore del Signore, tagliò l’orecchio destro ad un servo, non già ad un uomo libero. Da ciò è chiaro che coloro che sono feriti dalla spada dello scisma sono servi dei loro carnali desideri e non sono ancora portati nella libertà dello Spirito Santo, tanto che ormai non confidano nell’uomo e non ascoltano ciò che è destro, cioè che la gloria del Signore si è divulgata dappertutto per mezzo della Chiesa cattolica, ma ascoltano l’errore sinistro dell’umana superbia. Ma tuttavia, poiché il Signore dice nel Vangelo che, quando sarà predicato il Vangelo fra tutte le genti, verrà la fine 84; in che modo costoro dicono che ormai tutte le altre genti hanno perduto la fede e la Chiesa è rimasta nella sola parte di Donato, mentre è chiaro che, da quando questa parte è stata tagliata dall’unità, alcune genti hanno creduto e che ancora ve ne sono altre che non hanno creduto, alle quali non si cessa ogni giorno di predicare il Vangelo? Chi non si meraviglia che vi può essere qualcuno che vuol essere detto cristiano e si scaglia contro la gloria di Cristo con tanta empietà, da osare dire che tutti i popoli, i quali ancora accedono alla Chiesa di Dio e credono subito nel Figlio di Dio, vanamente agiscono perché non li battezza qualche donatista? Senza dubbio gli uomini rigetterebbero ciò e senza aspettare li abbandonerebbero, se veramente cercassero Cristo, se amassero la Chiesa, se fossero liberi, se conservassero integro il loro orecchio destro.

Nel riconciliare i peccatori la Chiesa cattolica si mostra vera madre.

30. 32. Non dobbiamo ascoltare coloro i quali, sebbene non ribattezzino alcuno, tuttavia si sono tagliati fuori dall’unità e hanno preferito piuttosto chiamarsi Luciferiani anziché Cattolici. Essi agiscono rettamente per il fatto che capiscono che il battesimo di Cristo non si deve ripetere. Si accorgono che il Sacramento della santa purificazione non trae la sua origine da nessun luogo se non dalla Chiesa cattolica; ma i tralci tagliati conservano quella forma che essi avevano ricevuto sulla stessa vigna prima di essere tagliati. Questi infatti sono coloro di cui l’Apostolo dice: Essi hanno l’apparenza della pietà, ma rinnegano la virtù di essa 85. Infatti la grande virtù della pietà è la pace e l’unità, perché Dio è uno solo. Questa virtù essi non posseggono, perché furono tagliati fuori dall’unità. Pertanto se alcuni di loro ritornano alla Chiesa cattolica, non ripetono la forma della pietà che già hanno, ma ricevono la virtù della pietà che non hanno. Con molta chiarezza l’Apostolo insegna che i rami tagliati possono di nuovo inserirsi, se non hanno perseverato nell’incredulità 86. Noi non riproviamo che i Luciferiani capiscano ciò e non ribattezzino: ma il fatto che essi stessi abbiano voluto recidersi dalla radice chi non riconosce essere una cosa detestabile? E ciò che è più grave è che quel che ad essi è dispiaciuto nella Chiesa cattolica fa parte veramente della santità cattolica. In nessun luogo infatti debbono mettersi tanto in evidenza le viscere di misericordia quanto nella Chiesa cattolica, in modo che come vera madre non insulti con la superbia i figli peccatori, né le sia difficile perdonare a quelli già corretti. Infatti non senza ragione tra tutti gli Apostoli, Pietro personifica la Chiesa cattolica: infatti a questa Chiesa sono state date le chiavi del regno dei cieli, quando furono date a Pietro 87. E quando a lui si dice, a tutti si dice: Mi ami tu? Pasci le mie pecore 88. La Chiesa cattolica dunque deve perdonare volentieri ai figli una volta corretti e confermati nella pietà; poiché vediamo che allo stesso Pietro, che la impersonava, venne concesso il perdono, e quando aveva dubitato nel mare 89, e quando per debolezza umana aveva richiamato il Signore dalla sua passione 90, e quando aveva tagliato l’orecchio del servo con la spada 91, e quando aveva negato tre volte lo stesso Signore 92, e quando infine era caduto nella simulazione superstiziosa 93; e vediamo poi che egli corretto e confermato era giunto alla gloria della passione del Signore. Pertanto dopo la persecuzione che era avvenuta per opera degli eretici ariani, dopo che la pace che la Chiesa cattolica possiede nel Signore, fu ridata dai principi secolari, molti vescovi che in quella persecuzione avevano dato il loro consenso alla perfidia degli Ariani, corretti, decisero di ritornare alla Chiesa cattolica, condannando sia ciò che avevano creduto, sia ciò che avevano finto di credere. La Chiesa cattolica ricevette costoro nel suo seno materno, come Pietro ammonito per mezzo del canto del gallo dopo il pianto della negazione, oppure come lo stesso Pietro dopo la stolta simulazione, corretto per mezzo della voce di Paolo. I Luciferiani, accogliendo con superbia la carità della madre e criticandola con empietà, poiché non si rallegrarono che Pietro si era pentito dopo il canto del gallo 94, meritarono di cadere insieme con Lucifero 95, che sorgeva insieme con l’aurora.

Il potere della Chiesa di rimettere tutti i peccati. La legittimità delle seconde nozze.

31. 33. Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che la Chiesa di Dio non possa rimettere tutti i peccati. Pertanto quei miseri, mentre non comprendono che la pietra è in Pietro, e non vogliono credere che le chiavi del regno dei cieli 96 furono date alla Chiesa, essi stessi le hanno perdute di mano. Costoro sono quelli che condannano come adultere le vedove, se passano a nuove nozze, e vanno dicendo che essi sono più puri della dottrina apostolica 97. Se costoro volessero conoscere il loro vero nome si chiamerebbero mondani, anziché mondi. Non volendo correggersi, infatti, se hanno peccato, nient’altro hanno scelto che dannarsi con questo mondo. A coloro ai quali negano il perdono dei peccati, essi non custodiscono quel po’ di salute, ma sottraggono la medicina agli ammalati, e costringono le loro vedove ad essere bruciate dalle passioni, non permettendo loro di risposarsi. Non si debbono ritenere più prudenti di Paolo apostolo, il quale volle piuttosto che esse si sposassero, anziché essere bruciate dalle passioni 98.

La risurrezione della carne.

32. 34. Non dobbiamo ascoltare coloro che negano la futura risurrezione della carne e si appellano a ciò che dice l’apostolo Paolo: La carne e il sangue non possederanno il regno di Dio 99, non comprendendo ciò che dice lo stesso Apostolo: È necessario che questo corpo corruttibile si rivesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si rivesta di immortalità 100. Quando ciò avverrà, non sarà più carne e sangue, ma corpo celeste. Anche il Signore promette ciò quando dice: Non si mariteranno, né prenderanno moglie, ma saranno uguali agli angeli di Dio 101. Non vivranno infatti per gli uomini ma per Iddio, quando saranno diventati uguali agli angeli. La carne e il sangue saranno cambiati e diventeranno corpo celeste e angelico. E i morti risusciteranno incorruttibili e anche noi saremo cambiati 102, in modo che è vero il fatto che la carne risorgerà, ed è anche vero il fatto che la carne e il sangue non possederanno il regno di Dio 103.

Amiamo il Cristo e sconfiggeremo il diavolo.

33. 35. Nutriti con il latte di questa semplicità e sincerità di fede, noi ci nutriamo in Cristo e quando siamo ancora piccoli non desideriamo gli alimenti dei grandi, ma cresciamo con nutrimenti molto salubri in Cristo, mentre progrediscono i buoni costumi e la giustizia cristiana, nella quale la carità di Dio e del prossimo è perfetta e ben salda; in modo che ciascuno di noi trionfi, in se stesso, nel Cristo di cui si è rivestito, sul diavolo nemico e i suoi angeli 104. La perfetta carità non ha né la cupidigia del secolo, né il timore del secolo, cioè né la cupidigia per accaparrarsi le cose temporali, né il timore di perderle. Attraverso queste due porte entra e regna il nemico, il quale deve essere cacciato prima col timore di Dio e poi con la carità. Dobbiamo pertanto desiderare una chiarissima ed evidentissima conoscenza della verità tanto più ardentemente, quanto più ci accorgiamo di progredire nella carità e avere il cuore purificato dalla sua semplicità, in quanto proprio attraverso l’occhio interiore si vede la verità: Beati i puri di cuore, dice il Signore, perché essi vedranno Dio 105. In questo modo radicati e fondati nella carità possiamo comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità; sapere l’altissima scienza della carità di Cristo, per essere riempiti di tutta la pienezza di Dio 106, e dopo queste battaglie col nemico invisibile, poiché per quelli che vogliono e amano il giogo di Cristo è soave e il suo fardello è leggero 107, possiamo meritare la corona della vittoria.

 

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L'Anima di ogni Apostolato

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Dom Jean-Baptiste Gustave Chautard

L’Anima di ogni Apostolato

 

 

 

 

PARTE PRIMA

DIO VUOLE LE OPERE E LA VITA INTERIORE

 

 

Capitolo I

Le opere e perciò anche lo zelo sono voluti da Dio

 

– I – Le opere e perciò anche lo zelo sono voluti da Dio

E’ attributo della natura divina l’essere generosa. Dio è bontà infinita e la bontà non desidera altro che diffondersi e comunicare il bene di cui gode.

La vita mortale del Signore non è stata altro che una manifestazione di questa inesauribile generosità. Il Vangelo ci mostra il Redentore che semina sul suo cammino i tesori amorosi di un Cuore avido di attirare gli uomini alla verità e alla vita.

Quella fiamma di apostolato, Gesù Cristo la comunicò alla Chiesa che è un dono del suo amore, diffusione della sua vita, manifestazione della sua verità, splendore della sua santità. Animata dallo stesso fuoco, la mistica Sposa di Cristo continua, lungo il corso dei secoli, l’opera d’apostolato del suo divino Modello.

O ammirabile disegno e universale legge stabilita dalla divina Provvidenza! L’uomo deve conoscere la via della salute per mezzo dell’uomo. Soltanto Gesù Cristo ha versato il Sangue che riscatta il mondo; Egli solo avrebbe potuto conferirgli la virtù di agire immediatamente sulle anime, come fa attraverso l’Eucarestia; ma Egli ha voluto eleggersi dei cooperatori per diffondere i suoi benefici. Per quale ragione? Certamente perché così l’esigeva la Maestà Divina, ma non meno lo spingevano le sue tenerezze verso l’uomo. Se al più grande dei monarchi è conveniente governare solitamente per mezzo di ministri, quale condiscendenza da parte di Dio, nel degnarsi di associare povere creature alle sue opere e alla sua gloria!

Nata sulla Croce, sgorgata dal costato trafitto di Cristo, la Chiesa perpetua col ministero apostolico l’opera benefica e redentrice dell’Uomo-Dio. Questo ministero voluto da Cristo diventa così il fattore essenziale della diffusione della Chiesa tra le nazioni e lo strumento il più ordinario delle sue conquiste.

In questo apostolato figura in prima fila il clero, la cui gerarchia forma i quadri dell’esercito di Cristo; clero illustrato da tanti Vescovi e Sacerdoti santi e pieni di zelo, ed onorato così gloriosamente dalla recente beatificazione del santo Curato d’Ars.

A fianco di questo clero ufficiale, fin dalle origini del Cristianesimo sorsero compagnie di volontari, veri corpi scelti, la cui fioritura perenne e rigogliosa costituirà sempre uno dei fenomeni più evidenti della vitalità della Chiesa.

Nei primi secoli nacquero anzitutto gli Ordini Contemplativi, la cui preghiera incessante e le macerazioni più dure tanto contribuirono alla conversione delle genti pagane. Nel medioevo sorsero gli Ordini Predicatori, gli Ordini Mendicanti, gli Ordini Militari, gli Ordini che si votano all’eroica missione di riscattare i prigionieri dalle mani degli infedeli. I tempi moderni infine hanno visto sorgere una vera moltitudine di Milizie insegnanti, Istituti, Società di Missionari, Congregazioni di ogni specie, che mirano a diffondere il bene spirituale e corporale sotto tutte le forme.

Inoltre, in ogni epoca della sua storia, la Chiesa ha sempre trovato preziosi collaboratori nei semplici fedeli, come quei ferventi cattolici divenuti oggi una legione, gli «uomini d’azione» – per usare l’espressione consacrata – dal cuore ardente che, riuscendo ad unire le loro forze, mettono al servizio della nostra Madre comune, senza alcuna riserva, tempo, capacità, beni, immolando spesso la propria libertà e non di rado versando il proprio sangue.

E’ veramente uno spettacolo mirabile e confortante questa provvidenziale fioritura di opere che nascono a tempo dovuto e sempre meravigliosamente adatte alle circostanze. La storia della Chiesa lo dimostra: ogni nuovo bisogno da soddisfare, ogni pericolo da scongiurare ha visto immancabilmente sorgere l’istituzione richiesta dalle necessità del tempo.

Ed anche oggi, a mali di particolare gravità, vediamo opporsi una moltitudine di opere ieri appena conosciute: Catechismi in preparazione alla prima Comunione, Catechismi di perseveranza, Catechismi per i fanciulli abandonati, Congregazioni, Confraternite, Riunioni e Ritiri per uomini e giovani, per signore e ragazze, Apostolato della preghiera, Apostolato della carità, Leghe per il riposo festivo, Patronati, Circoli cattolici, Opere militari, Scuole libere, Buona stampa eccetera: tutte forme di apostolato suscitate da quello spirito che infiammava l’anima di S. Paolo – «In quanto a me ben volentieri sacrificherò del mio, anzi tutto me stesso, per le anime vostre» (2 Cor., 12, 15) – e che vuol diffondere ovunque i benefici del sangue di Gesù Cristo.

Possano queste umili pagine giungere a quei soldati che, pieni di zelo ed ardore per la loro nobile missione, proprio a causa dell’attività svolta, si espongono al pericolo di non essere prima di tutto uomini di vita interiore e che, se venissero puniti un giorno con insuccessi in apparenza inesplicabili, come pure da gravi danni spirituali, potrebbero essere tentati di abbandonare la lotta e ritirarsi scoraggiati sotto la tenda.

I pensieri sviluppati in questo libro furono anche a me di grande aiuto per lottare contro il perdersi nell’azione esteriore. Possano essi evitare ad alcuni le delusioni e guidare meglio il loro coraggio, mostrando a loro che il Dio delle opere non dev’essere mai abbandonato per fare le opere di Dio, e che il motto «Guai a me, se non avrò evangelizzato» (1 Cor., 4, 16) non ci dà mai il diritto di dimenticare quest’altro: «Che giova all’uomo guadagnare fosse anche tutto il mondo, se poi perde la propria anima?» (Mt. 16, 25)

I padri e le madri di famiglia, per i quali il libro Introduzione alla vita devota non è ormai sorpassato, gli sposi cristiani che si considerano vicendevolmente obbligati ad un apostolato che esercitano nel tempo stesso verso i propri figli per formarli all’amore e all’imitazione del Salvatore, possono applicare anche a loro stessi l’insegnamento di queste modeste pagine. Possano anch’essi meglio comprendere la necessità d’una vita non solo pia ma anche interiore, per rendere efficace il loro zelo e imbalsamare la loro casa con lo spirito di Cristo e con quella pace inalterabile che, nonostante tutte le prove, sarà sempre la caratteristica delle famiglie profondamente cristiane.

Capitolo II

Dio vuole che Gesù sia la Vita delle opere

 

 

– II – Dio vuole che Gesù sia la Vita delle opere

La scienza va giustamente fiera delle sue enormi conquiste. Ma una cosa le fu finora e le sarà per sempre impossibile: creare la vita, far uscire dal laboratorio chimico un chicco di frumento o una larva. Il clamoroso fallimento dei difensori della generazione spontanea ci ha istruito su tale pretesa. Iddio riserva per sé il potere di creare la vita.

Nel regno vegetale od animale, gli esseri viventi possono crescere e moltiplicarsi, sebbene la loro fecondità si realizzi solo nelle condizioni stabilite dal Creatore. Quando però si tratta della vita intellettuale, Dio la riserva a sé ed è Lui stesso che crea direttamente l’anima ragionevole. V’è tuttavia un altro ordine di cui è ancora più geloso ed è quello della vita soprannaturale, poiché essa è emanazione della Vita divina comunicata all’Umanità dal Verbo Incarnato.

L’Incarnazione e la Redenzione stabiliscono Gesù Cristo come Sorgente, e Sorgente unica, di quella vita divina alla quale tutti gli uomini sono chiamati a partecipare. «Per il Signore nostro Gesù Cristo: per Lui, con Lui ed in Lui» (dalla Liturgia). Il compito essenziale della Chiesa sta nel diffondere questa vita mediante i Sacramenti, la preghiera, la predicazione e tutte le opere che vi si connettono.

Dio non fa nulla se non mediante suo Figlio: «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui non è stato fatto nulla di ciò che esiste» (Gv. 1, 3). Ciò è vero nell’ordine naturale, ma molto di più nell’ordine soprannaturale, dove si tratta di comunicare la sua vita intima e di far partecipare agli uomini la sua natura trasformandoli in figli di Dio.

«Sono venuto affinchè ricevessero la vita. Io sono la vita. In Lui era la vita» (Gv. 10, 10; Gv. 14, 6; Gv. 1, 4). Che precisione in queste parole! Quanta luce nella parabola della vite e dei tralci, in cui il Maestro sviluppa questa verità! Quanta insistenza per imprimere nello spirito dei suoi Apostoli questo principio fondamentale – Lui solo, Gesù, è la Vita – e questa conseguenza: per partecipare a questa vita e comunicarla agli altri, essi per primi devono essere innestati sull’Uomo-Dio!

Gli uomini chiamati all’onore di cooperare col Salvatore per trasmettere alle anime questa vita divina, devono perciò considerarsi come semplici canali incaricati di attingere a questa unica Sorgente.

L’uomo apostolico che, misconoscendo questi principi, credesse di produrre il minimo vestigio di vita soprannaturale senza attingerla totalmente dal Cristo, farebbe pensare che la sua ignoranza teologica sia pari solo alla sua sciocca presunzione.

Se l’apostolo, pur riconoscendo in teoria che il Redentore è la causa primordiale di ogni vita divina, in pratica però dimenticasse tale verità e, accecato da una folle presunzione che è un’ingiuria verso Gesù Cristo, facesse affidamento soltanto sulle proprie forze, sarebbe un disordine meno grave del precedente, ma sempre insopportabile agli occhi di Dio.

Respingere la verità o farne a meno nell’agire, è pur sempre un disordine intellettuale, sia esso dottrinale o pratico. E’ la negazione di un principio che deve informare la nostra condotta. Il disordine si aggraverà, evidentemente, se la verità, invece di potersi irraggiare, trova il cuore dell’uomo di azione in opposizione al Dio di ogni luce, per colpa del peccato o per tiepidezza volontaria.

Il comportamento di chi si occupa delle opere come se Gesù non fosse l’unico principio di vita, veniva bollato dal cardinale Mermillod come «eresia dell’azione». Con tale espressione, egli condannava l’aberrazione d’un apostolo il quale, dimenticando che il suo ruolo è secondario e subordinato, si attende i successi del suo apostolato unicamente dalla sua attività personale e dalle sue capacità. Non è questo una negazione pratica di una gran parte del Tractatus de Gratia? Ripugna a prima vista una simile conseguenza, ma a ben pensarci è fin troppo vera.

«Eresia dell’azione»! L’attività febbrile che si sostituisce all’azione di Dio; la Grazia misconosciuta; l’orgoglio umano che vuole detronizzare Gesù Cristo; la vita soprannaturale, la potenza della preghiera e l’economia della Redenzione relegate, almeno praticamente, fra le astrazioni: sono un caso tutt’altro che immaginario e che la conoscenza delle anime rivela essere frequentissimo, benché in gradi diversi, in questo secolo di naturalismo, in cui l’uomo giudica soprattutto in base alle apparenze ed agisce come se il successo di un’opera dipendesse principalmente da un’ingegnosa organizzazione.

Anche prescindendo dalla Rivelazione, al solo lume della filosofia, non si potrebbe che commiserare un uomo mirabilmente dotato, che si rifiutasse di riconoscere Dio come il principio dei magnifici talenti di cui è dotato.

Cosa proverebbe un cattolico istruito nella religione, vedendo un apostolo che ostenta, almeno implicitamente, la pretesa di comunicare alle anime il sia pur minimo grado di vita divina, facendo a meno di Dio?

«Ah, insensato!», esclameremmo nell’ascoltare un operaio evangelico che osasse dire: «Mio Dio, non suscitate ostacoli alla mia impresa, non venite ad intralciarla, ed io m’incaricherò di condurla a buon fine».

Il nostro sentimento sarebbe soltanto un riflesso dell’avversione provata da Dio alla vista di un tale disordine, alla vista di un presuntuoso che spingesse il suo orgoglio fino a voler dare la vita soprannaturale, produrre la fede, debellare il peccato, condurre alla virtù, infervorare le anime con le sole forze proprie e senza attribuire tali effetti all’azione diretta, costante, universale e sovrabbondante del Sangue divino, ch’è il prezzo, la causa e il mezzo di ogni grazia e d’ogni vita spirituale.

Per riguardo all’Umanità di suo Figlio, Dio deve confondere questi falsi cristi paralizzando le loro opere di superbia o permettendo ch’esse ottengano soltanto miraggi effimeri.

Fatta eccezione per tutto quello che agisce sulle anime ex opere operato, e sempre per un riguardo dovuto al Redentore, Dio deve privare l’apostolo pieno di sufficienza delle sue migliori benedizioni, per darle al tralcio che umilmente riconosce di trarre la sua linfa vitale dalla sola Vite divina. Altrimenti, se Dio benedicesse con risultati profondi e duraturi un’attività infetta da quel virus che abbiamo chiamato «eresia dell’azione», sembrerebbe che egli stesso incoraggiasse tale disordine e ne permettesse il contagio.

Capitolo III

Che cosa è la Vita interiore?

 

– III – Che cosa è la Vita interiore?

Come nella Imitazione di Cristo, anche in questo libro le espressioni «vita d’orazione» e «vita contemplativa» vengono applicate allo stato di quelle anime che si dedicano seriamente ad una vita cristiana non comune, ma tuttavia accessibile a tutti e, nella sostanza, obbligatoria per tutti.

Pur senza attardarci in uno studio di ascetica, ci limitiamo a richiamare ciò che ognuno è obbligato ad accettare come assolutamente certo per il governo intimo della sua anima.

Prima Verità. – La vita soprannaturale è, in me, la vita di Gesù Cristo medesimo, mediante la fede, la speranza e la carità, perché Gesù è la causa meritoria esemplare e finale e, in qualità di Verbo, in unione col Padre e lo Spirito Santo, è la causa efficiente della grazia santificante nelle anime nostre.

La presenza del Signore per mezzo di questa vita soprannaturale non è la presenza reale propria della santa Comunione, ma una presenza d’azione vitale, come l’azione della testa e del cuore sulle altre membra. Azione intima che Dio nasconde di solito alla mia anima per aumentare il merito della mia fede; azione pertanto abitualmente insensibile alle mie facoltà naturali, e che solo la fede mi impone di credere per obbligo; azione divina che preserva il mio libero arbitrio, e si serve di tutte le cause seconde – avvenimenti, persone e cose – per portarmi alla conoscenza della volontà di Dio e per offrirmi l’occasione d’acquistare ed accrescere la mia partecipazione alla vita divina.

Questa vita, iniziata nel Battesimo con lo stato di grazia, perfezionata dalla Cresima, ricuperata con la Penitenza, sostenuta e arricchita con l’Eucarestia, è la mia Vita cristiana.

Seconda Verità. – Per mezzo di questa vita, Gesù Cristo mi comunica il suo Spirito, divenendo così un principio di attività superiore che, se non l’ostacolo, mi porta a pensare, a giudicare, ad amare, a volere, a soffrire, a lavorare con Lui, in Lui, mediante Lui e come Lui. Le mie azioni esteriori diventano la manifestazione della vita di Gesù in me ed in tal modo io tendo a realizzare l’ideale della vita interiore formulato da san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal. 2, 20).

Vita cristiana, pietà, vita interiore, santità, non sono cose essenzialmente diverse, ma gradi di un medesimo amore; sono il crepuscolo, l’aurora, la luce, lo splendore di un medesimo sole.

Quando in questo libro usiamo l’espressione «vita interiore», non intendiamo tanto la vita interiore abituale, cioè – se così possiamo esprimerci – «il capitale della vita divina» che è in noi con la grazia santificante; intendiamo piuttosto la vita interiore attuale, ossia la valorizzazione di questo capitale con l’attività dell’anima e la sua fedeltà alle grazie attuali.

Posso pertanto così definire la vita interiore: lo stato di attività di un’anima che reagisce per regolare le sue naturali inclinazioni, e si sforza d’acquistare l’abitudine di giudicare e governarsi in tutto secondo le luci del Vangelo e gli esempi di Nostro Signore.

Ci sono dunque due movimenti. Col primo, l’anima si allontana da ciò che il creato può avere in opposizione alla vita soprannaturale e cerca di essere continuamente presente a se stessa: aversio a creaturis. Col secondo, l’anima va verso Dio per unirsi a Lui: conversio ad Deum.

Quest’anima vuole perciò essere fedele alla grazia che il Signore le offre in ogni momento; in una parola, vive unita a Gesù e realizza in se stessa le parole: «Se uno rimane in me e io in lui, costui porta gran frutto» (Gv. 15, 4).

Terza Verità. – Io mi priverei di uno dei più potenti mezzi per acquistare la vita interiore, se non mi sforzassi di avere una fede precisa e certa di questa presenza attiva di Cristo in me, e soprattutto di ottenere che tale presenza sia per me una realtà viva, anzi vivissima, che penetri sempre più l’atmosfera delle mie facoltà. Se Gesù diventasse la mia luce, il mio ideale, il mio consigliere, il mio appoggio, il mio rifugio, la mia forza, il mio medico, il mio conforto, la mia gioia, il mio amore, insomma tutta la mia vita, allora io acquisterei tutte le virtù. Soltanto allora potrò sinceramente recitare quella mirabile preghiera di san Bonaventura proposta dalla Chiesa ai Sacerdoti come ringraziamento dopo la santa Messa: «Transfige, dulcissime Domine Jesu...»

Quarta Verità. – In proporzione all’intensità del mio amore per Dio, la mia vita soprannaturale può crescere in ogni momento mediante una nuova infusione della grazia della presenza attiva di Gesù Cristo in me, infusione che è prodotta:

1) in occasione di atti meritori, cioè virtù, lavoro, patimenti nelle loro varie forme, privazioni di creature, dolore fisico o morale, umiliazione, abnegazione, preghiera, Messa, atti di devozione verso Maria Santissima, eccetera;

2) dai Sacramenti ed in special modo dall’Eucarestia.

E’ dunque certo – e questa conseguenza mi schiaccia con la sua sublimità e profondità, ma più ancora mi dà gioia e coraggio – è dunque certo che per mezzo di ogni avvenimento, persona o cosa, siete Voi, o Gesù, Voi stesso, che vi presentate oggettivamente a me in ogni istante. Sotto quelle apparenze, Voi nascondete la vostra sapienza ed il vostro amore e sollecitate la mia cooperazione per accrescere la vostra Vita in me.

O anima mia, Gesù si presenta ogni volta a te per mezzo della grazia del momento presente, della preghiera da dire, della Messa da celebrare o da ascoltare, della lettura da fare, degli atti di pazienza, di zelo, di rinunzia, di lotta, di confidenza, di amore da compiere. Oseresti tu voltare la faccia o sottrarti?

Quinta verità. – Causata dal Peccato originale ed accresciuta da ciascuno dei miei peccati attuali, la triplice concupiscenza depone in me germi di morte, opposti alla vita di Gesù. Ora, nella stessa misura con cui tali germi si sviluppano, essi diminuiscono l’esercizio di questa vita e possono anche arrivare, ahimé, a sopprimerla.

Tuttavia, né inclinazioni, né sentimenti contrari a questa vita, né tentazioni per quanto violente e prolungate possono recarle danno, finché la mia volontà oppone resistenza. Anzi, e questa è una verità consolante, in proporzione del mio zelo, essi contribuiscono ad aumentarla come ogni altro elemento di lotta spirituale.

Sesta Verità. – Senza l’uso fedele di mezzi determinati, la mia intelligenza si acciecherà e la mia volontà diventerà troppo debole per cooperare con Gesù alla crescita o perfino al mantenimento della sua vita in me. Allora avviene una diminuzione progressiva di questa vita ed io m’incammino verso la tiepidezza della volontà. Per dissipazione, per mollezza, per illusione o per acciecamento, vengo a patti col peccato veniale, e siccome questo dispone facilmente a cadere nel peccato mortale, divento quindi incerto della mia salvezza.

Se io avessi la disgrazia di cadere in questa tiepidezza (e a maggior ragione se cadessi più in basso) dovrei prendere ogni mezzo per uscirne: cioè

1) ravvivare il timor di Dio, riflettendo profondamente sul mio fine, sulla mia morte, sul giudizio di Dio, sull’inferno, sull’eternità, sul peccato, eccetera;

2) ravvivare la compunzione mediante la conoscenza amorosa delle vostre piaghe, o misericordioso Redentore. Con lo spirito sul Calvario, mi getterò ai vostri santi piedi, perché il vostro Sangue vivo, colando sulla mia testa e sul mio cuore, dissipi il mio acciecamento, sciolga il ghiaccio della mia anima e scuota il torpore della mia volontà.

Settima Verità. – Devo seriamente temere di non avere il grado di vita interiore che Gesù esige da me:

1) se tralascio di accrescere la sete di vivere di Gesù, sete che mi dà il desiderio di piacere in tutto a Dio ed il timore di dispiacergli in qualche modo. Ora questo avviene certamente se non faccio più uso dei mezzi che sono la preghiera del mattino, la Messa, i Sacramenti e l’Ufficio, gli esami di coscienza, particolare e generale, la lettura spirituale, oppure se per mia colpa essi non m’apportano più alcun profitto;

2) se non ho più quel minimo di raccoglimento che mi permetta, durante le mie occupazioni, di conservare il mio cuore in una purità e generosità sufficiente perché non sia soffocata la voce di Gesù, che mi mette in guardia dai fattori di morte che si presentano e m’invita a combatterli. Questo raccoglimento mi verrà a mancare, se io non uso i mezzi atti ad assicurarlo: e cioè vita liturgica, giaculatorie specialmente in forma di supplica, comunioni spirituali, esercizio della presenza di Dio, ecc.

Se manca questo raccoglimento, i peccati veniali verranno a pullulare nella mia vita, senza che nemmeno me ne renda conto. Per nasconderli, o perfino per non lasciar trasparire uno stato ancor più lacrimevole, l’illusione si servirà dell’apparenza di una pietà più speculativa che pratica, dello zelo per le opere d’apostolato ecc. Il mio accecamento sarà colpevole perché, con la mancanza del necessario raccoglimento, io ne avrò posta e mantenuta la causa.

Ottava Verità. – La mia vita interiore sarà proporzionata alla custodia del cuore: «Con ogni cura custodisci il tuo cuore, perché da ciò procede la vita» (Pv. 4, 23).

La custodia del cuore altro non è che l’abituale o almeno frequente sollecitudine di preservare tutti i miei atti, man mano che si presentano, da tutto ciò che potrebbe viziarli nel loro movente o nella loro esecuzione.

Sollecitudine calma, tranquilla, senza sforzo, ma anche energica e basata sul ricorso filiale a Dio. Questo è più un lavoro del cuore e della volontà che non della mente, la quale deve rimanere libera per compiere i suoi doveri. Lungi dal contrastare l’azione, la custodia del cuore la rende più perfetta, regolandola secondo lo spirito di Dio e mettendone a fuoco i doveri di stato.

Tale esercizio lo si può praticare in ogni momento; è come lo sguardo del cuore sulle azioni presenti ed un’attenzione moderata sulle diverse parti di un’azione che si sta compiendo. E’ l’osservanza esatta del motto «Age quod agis» (fai con cura quel che devi fare). Simile a vigile sentinella, esercita la sua vigilanza su tutti i movimenti del cuore, su tutto ciò che passa nel suo interno – impressioni, intenzioni, passioni, inclinazioni – insomma su tutti i suoi atti interni ed esterni, pensieri, parole, azioni.

La custodia del cuore esige un certo raccoglimento che non può realizzarsi in un’anima dissipata. Soltanto con la frequenza di questo esercizio se ne acquista l’abitudine.

«Quo vadam ed ad quid?» Dove sto andando e a che scopo? Cosa farebbe Gesù, come si comporterebbe al mio posto? Cosa mi consiglierebbe? Cosa mi chiede in questo momento? Tali sono le domande che vengono spontaneamente in mente all’anima avida di vita interiore.

Per l’anima che va a Gesù mediante Maria, questa custodia del cuore acquista un carattere ancor più facilmente affettivo e ricorrere a questa buona Madre diviene un bisogno incessante del suo cuore.

Nona Verità. – Gesù Cristo regna nell’anima quando essa aspira ad imitarlo seriamente, in ogni cosa e con affetto. In questa imitazione vi sono due gradi:

1) L’anima si sforza di diventare indifferente alle creature in se stesse, siano esse conformi o contrarie ai suoi gusti. Sull’esempio di Gesù, in tutte le cose non accetta altra legge che la volontà di Dio: «Sono disceso dal Cielo per fare non la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha inviato» (Gv. 6, 38).

2) «Cristo non cercò la propria soddisfazione» (Rom. 15, 3). L’anima tende più volentieri a ciò che è contrario e ripugna alla natura. Essa allora mette in pratica l’ «agendo contra» di cui parla Sant’Ignazio nella celebre meditazione sul Regno di Cristo, è l’azione contro la natura per andare di preferenza a ciò che imita la povertà del Salvatore e il suo amore per le sofferenze e le umiliazioni. Allora l’anima, secondo la parola di San Paolo, conosce veramente Cristo: «Didicistis Christum» (Ef. 4, 20).

Decima Verità. – In qualunque stato io mi trovi, se voglio pregare e diventare fedele alla sua grazia, Gesù mi offre tutti i mezzi per ritornare ad una vita interiore che mi restituisca la sua intimità e mi permetta di sviluppare la sua vita in me. Allora, nel progredire, l’anima non cesserà di possedere la gioia anche in mezzo alle prove e si realizzeranno in lei quelle parole di Isaia: «Allora la tua luce spunterà come l’aurora, presto verrà la tua guarigione, ti preverrà la tua giustizia e la gloria del Signore ti proteggerà. Allora tu pregherai e il Signore ti risponderà; appena alzerai la voce, egli dirà: Eccomi! (...) E il Signore ti darà eterno riposo e inonderà la tua anima di splendori, e darà vigore alle tue ossa, e tu sarai come un giardino irrigato e come una fontana di acqua viva alla quale non mancheranno mai zampilli» (Is. 58, 8-11).

Undicesima Verità. – Se Dio mi chiede di applicarmi non solo alla mia santificazione, ma anche alle opere di apostolato, dovrò prima di tutto formarmi nell’anima questa ferma convinzione: Gesù deve e vuole essere la vita di queste opere.

I miei sforzi, da soli, non sono nulla, assolutamente nulla: «Senza di me non potere far nulla» (Gv. 15, 5); essi non saranno né utili né benedetti da Dio, se non li unisco costantemente all’azione vivificante di Gesù mediante una vera vita interiore. Essi diventeranno allora onnipotenti: «Tutto posso, in Colui che mi dà forza» (Fil. 4, 13). Ma se questi sforzi provenissero da un’orgogliosa autosufficienza, dalla fiducia nei miei talenti e dal desiderio del successo, i miei sforzi sarebbero rigettati da Dio. Non sarebbe infatti una sacrilega follia da parte mia, se volessi rubare a Dio, per farmene bello, un poco della sua gloria?

Ben lungi dal rendermi pusillanime, tale convinzione sarà la mia forza. E come mi farà sentire il bisogno della preghiera per ottenere questa umiltà, tesoro per l’anima mia, sicurezza dell’aiuto di Dio e caparra di successo per le mie opere!

Penetrato dall’importanza di questo principio, mi esaminerò coscienziosamente nei giorni di ritiro, per verificare se non si è indebolita la convinzione che la mia azione è nulla quando è sola ma è forte quando è unita a quella di Gesù Cristo, se escludo spietatamente ogni compiacenza, ogni vanità ed ogni ripiegamento su me stesso nella mia vita di apostolo, se mi mantengo in un’assoluta diffidenza di me stesso, e se prego Dio di vivificare ogni mia opera e di preservarmi dall’orgoglio, ch’è il primo e principale ostacolo al suo aiuto.

Questo credo della vita interiore, una volta divenuto per l’anima la base della sua esistenza, le assicura fin da questa vita una partecipazione alla felicità celeste.

Vita interiore, vita di predestinati. Essa corrisponde al fine che Dio si è proposto nel crearci, ma corrisponde anche al fine dell’Incarnazione:

«Dio inviò nel mondo il Suo Figlio unigenito, affinché viviamo per Lui» (1 Gv., 4, 9).

E’ uno stato di beatitudine: «Il fine della creatura umana consiste nell’unirsi a Dio; in questo infatti consiste la sua felicità» (San Tommaso d’Aquino).

Al contrario delle gioie mondane, se fuori ci sono le spine, dentro ci sono le rose. «Come sono da compiangere i poveri mondani!», esclamava il santo curato d’Ars. Essi portano sulle spalle un mantello foderato di spine e non possono fare una mossa senza pungersi. I veri cristiani invece portano un mantello foderato di pelle di coniglio. «Si guarda la Croce, ma non si vede l’unzione» (San Bernardo).

E’ uno stato celeste in cui l’anima diventa un cielo vivente. Con santa Margherita Alacoque si può dire: «In ogni tempo posseggo e in ogni luogo porto il Dio del mio cuore e il cuore del mio Dio».

E’ il principio della beatitudine: «Una certa qual anticipazione dell’eterna beatitudine». La grazia è il Cielo in germe.

Capitolo IV

Quanto sia misconosciuta questa vita interiore

 

– IV – Quanto sia misconosciuta questa vita interiore

San Gregorio Magno, che fu tanto esperto amministratore ed apostolo zelante quanto grande contemplativo, con questa semplice espressione: «Secum vivebat» – egli viveva presso di sé – caratterizza lo stato d’animo di san Benedetto mentre gettava a Subiaco le basi della sua Regola, divenuta ben presto una fra le più potenti leve d’apostolato di cui Dio si è servito sulla terra.

Della maggior parte dei contemporanei bisogna dire il contrario. Vivere presso di sé, in se stesso, voler governare se stesso, non lasciarsi governare dalle cose esteriori, ridurre l’immaginazione, la sensibilità, perfino l’intelligenza e la memoria al ruolo di servi della volontà e conformare costantemente questa volontà a quella di Dio, è un programma che si accetta sempre meno, in questo secolo di agitazioni che ha visto nascere un nuovo ideale: l’amore dell’azione per l’azione.

Per eludere questa disciplina delle facoltà, tutti i pretesti sono buoni: affari, sollecitudine per la famiglia, igiene, buon nome, amor patrio, prestigio della categoria, pretesa gloria di Dio, fanno a gara per impedirci di vivere in noi stessi. Questa specie di delirio della vita esteriore giunge anche ad esercitare su noi una irresistibile attrattiva.

Come stupirsi, allora, se la vita interiore è misconosciuta?

Ma dire misconosciuta è troppo poco; essa viene spesso disprezzata e ridicolizzata proprio da coloro che più di tutti dovrebbero apprezzarne i vantaggi e la necessità. Per protestare contro le pericolose conseguenze d’un’ammirazione esclusiva per le opere, fu necessaria la citata memorabile lettera inviata da Leone XIII al Card. Gibbons, arcivescovo di Baltimora.

Per evitare il lavoro della vita interiore, l’uomo di chiesa giunge al punto di misconoscere l’eccellenza della vita con Cristo, in Cristo, per mezzo di Cristo, dimenticando che, nel piano della Redenzione, tutto si fonda sulla vita eucaristica, tanto quanto poggia sulla rocca di Pietro. Relegare in second’ordine ciò che è essenziale, è appunto quanto inconsciamente compiono i partigiani di quella spiritualità moderna chiamata Americanismo.

Costoro non giungono a considerare le chiese come templi protestanti, per loro il tabernacolo non è ancor vuoto, ma la vita eucaristica non sarebbe più sufficiente né adatta alle esigenze della civiltà moderna; la vita interiore, che deriva necessariamente dalla vita eucaristica, avrebbe ormai fatto il suo tempo.

Per le persone imbevute di tali teorie – e sono una legione – la Comunione ha perduto quel vero senso che aveva per i primi cristiani. Credono ancora nell’Eucaristia, ma non ci vedono più un elemento di vita così necessario tanto per loro che per le loro opere. Non c’è perciò da stupirsi se, non esistendo più per essi l’incontro intimo con Gesù-Ostia, la vita interiore sia considerata come un ricordo del medioevo.

In verità, a sentir parlare questi uomini d’azione delle loro opere, ci sarebbe quasi da credere che l’Onnipotente, il quale creò il mondo come per gioco e dinanzi al quale l’universo non è che polvere e nulla, non possa fare a meno del loro collaborazione! Molti cristiani ed anche alcuni sacerdoti e religiosi, attraverso il culto dell’azione, giungono inavvertitamente a formarsene una specie di dogma che ispira la loro condotta e le loro azioni e li spinge ad abbandonarsi sfrenatamente ad una vita esteriore.

Si vorrebbe poter dire: «la Chiesa, la diocesi, la parrocchia, la congregazione, le opere di apostolato hanno bisogno di me... Io sono più che utile a Dio». Anche se non si arriva ad esprimere apertamente simile vanità, ci sono però nascosti nel fondo del cuore la presunzione che ne è la base e l’attenuazione di fede che l’ha generata.

Sovente si ordina al nevrastenico di astenersi, magari per molto tempo, da ogni occupazione; ma questo è per lui un rimedio insopportabile, appunto perché la sua malattia lo mette in un’agitazione febbrile che diventa come una seconda natura e lo spinge a cercare instancabilmente nuovi dispendi di forze e nuove emozioni che aggravano il suo male.

Altrettanto avviene spesso all’uomo di azione riguardo alla vita interiore. Egli la disprezza, anzi ne sente maggior ripugnanza appunto perché solo nella sua pratica si trova il remedio del suo stato morboso; anzi, cercando di stordirsi sempre più con una valanga di lavori crescenti e disordinati, egli scarta ogni possibilità di guarigione.

La nave corre a tutto vapore; ma se il pilota si compiace della velocità, Dio invece giudica che quella nave, priva di un saggio timoniere, sta andando all’avventura e rischia di rovinarsi. «Adoratori in spirito e verità»: ecco ciò che Nostro Signore innanzitutto reclama. L’Americanismo invece pretende di dare maggior gloria a Dio puntando principalmente ai risultati esteriori.

Questo stato d’animo dimostra che, se oggi sono ancora apprezzate le scuole, i dispensari, le missioni e gli ospedali, è sempre meno compresa l’abnegazione nella sua forma intima, cioè nella penitenza e nella preghiera. Colui che non sa più credere al valore dell’immolazione nascosta, non si accontenterà di trattare da vili e visionari quelli che la praticano nella solitudine del chiostro, – i quali invece non dimostrano minor ardore per la salvezza delle anime che i più infaticabili missionari – ma giungerà a ridicolizzare anche quegli apostoli che ritengono indispensabile sottrarre qualche momento alle occupazioni, anche a quelle più utili, per andare a purificare e riaccendere il loro zelo davanti al Tabernacolo e così ottenere dall’Ospite divino i migliori risultati alle loro fatiche.

Capitolo V

La vita interiore è oziosa?

 

– V – Risposta ad una prima obiezione: la vita interiore è oziosa?

Questo libro è rivolto unicamente agli uomini d’azione animati dal desiderio ardente di dedicarsi all’apostolato, ma esposti al pericolo di trascurare i mezzi necessari affinché la loro dedizione sia feconda per le anime senza diventare un dissolvente della loro vita interiore.

Non è nostro scopo stimolare i pretesi apostoli che hanno il culto del riposo, né scuotere le anime illuse dall’egoismo, che fa loro vedere nell’ozio un mezzo che favorisce la pietà, e neppure intendiamo smuovere l’indifferenza di quegli indolenti ed addormentati che, nella speranza di ottenere vantaggi ed onori, accettano di dare il loro nome a determinate opere purché non sia turbata la loro pace ed il loro ideale di tranquillità: per costoro ci vorrebbe ben altro libro.

Lasciamo ad altri l’incarico di far comprendere a questa categoria di apatici la responsabilità d’una esistenza che Dio voleva attiva e che il demonio, d’accordo con la natura, rende sterile per mancanza di attività e di zelo, e torniamo a rivolgerci ai venerabili fratelli cui vogliamo riservare queste pagine.

Nessun termine di paragone può riflettere la infinita intensità dell’attività che si svolge in seno a Dio. La vita interiore del Padre è tale che genera una Persona divina; dalla vita interiore del Padre e del Figlio procede lo Spirito Santo.

La vita interiore comunicata agli Apostoli nel Cenacolo, accese subito in loro la fiamma dello zelo.

Per chiunque abbia istruzione e non si sforzi di snaturarla, questa vita interiore è un principio di abnegazione.

E se anche non si rivelasse con manifestazioni esteriori, la vita di preghiera è in sé ed intimamente una sorgente di attività che non può essere paragonata a nessun’altra. Non vi è nulla di più falso del considerarla come una specie di oasi in cui ci si possa rifugiare per trascorrervi pigramente l’esistenza. Basta che essa sia la via più breve che porta al Regno dei Cieli, perché le si possano applicare in modo speciale quelle parole: «Il Regno dei Cieli lo si ottiene con la forza e sono i violenti a conquistarselo» (Mt. 11, 12).

Don Sebastiano Wyart, il quale aveva conosciuto il lavoro dell’asceta e le lotte del militare, la fatica dello studio e le cure inerenti alla carica di superiore, soleva dire che vi sono tre specie di lavoro:

a) Il lavoro quasi esclusivamente fisico di coloro che esercitano un mestiere manuale – di contadino, di artigiano, di soldato -; comunque si pensi, diceva, questo lavoro è il meno duro di tutti.

b) Il lavoro intellettuale dello scienziato e del pensatore dediti alla ricerca, spesso ardua, della verità; il lavoro dello scrittore e del professore che fanno ogni sforzo per far penetrare questa verità in altre intelligenze; il lavoro del diplomatico, del negoziante, dell’ingegnere eccetera; gli sforzi mentali del generale in battaglia per prevedere, dirigere e decidere. Questo lavoro è in se stesso molto più penoso del primo, come espresso dal noto proverbio: «la lama consuma il fodero».

c) Infine c’è il lavoro della vita interiore. Il santo sacerdote non esitava a proclamarlo il più assorbente dei tre, se viene fatto sul serio. Ma è allo stesso tempo quello che ci dà in questa vita maggiori consolazioni ed è anche il più importante, perché forma non soltanto la professione dell’uomo, ma l’uomo stesso. Quanti si gloriano d’essere coraggiosi nei due primi generi di lavoro che portano alla fortuna e al successo, ma non sono altro che inerti, pigri e vili quando si tratta di lavorare per la virtù!

Sforzarsi continuamente per dominare se stesso e il proprio ambiente, per agire mirando in ogni cosa alla sola gloria di Dio, è l’ideale dell’uomo risoluto ad acquistare la vita interiore. Per realizzarlo, egli si sforza in ogni circostanza di restare unito a Gesù Cristo, di tener sempre l’occhio fisso al fine da raggiungere e di ponderare ogni cosa alla luce del Vangelo. Ripete spesso con Sant’Ignazio: «Quod vadam et ad quid?» Intelligenza e volontà, memoria e sensibilità, immaginazione e sensi: tutto in lui è regolato da un principio. Ma a prezzo di quali sforzi arriva a tali risultati! Sia che si mortifichi o si conceda qualche onesto piacere, che pensi o realizzi, che lavori o si riposi, che ami il bene o che provi avversione per il male, che desìderi o tema, che accetti la gioia o la tristezza, che sia pieno di speranza o di timore, indignato o pacifico, sempre e in tutte le cose egli si sforza di tenere con tenacia il timone nella direzione del divino beneplacito. Nella preghiera e soprattutto vicino all’Eucaristia, egli s’isola ancor più completamente da tutto quanto lo circonda, onde poter trattare con l’invisibile Dio come se lo vedesse. Anche in mezzo alle fatiche apostoliche egli mira a praticare quell’ideale che San Paolo ammirava in Mosé.

Avversità della vita o bufere delle passioni, nulla può sviarlo dalla linea di condotta che si è imposto; se per caso s’indebolisce un momento, subito si rialza per riprendere più vigorosamente la marcia in avanti.

Quale lavoro! E si comprende allora come già su questa terra Dio ricompensi con gioie particolari colui che non indietreggia davanti allo sforzo richiesto da questo lavoro.

«Oziosi, i veri religiosi? – concludeva don Wyart – Oziosi, i sacerdoti di vita interiore e zelanti? Ma via! Vengano i mondani, anche quelli più affaccendati, a constatare se la loro fatica è paragonabile alla nostra!»

Chi non ne ha fatta l’esperienza? Alle volte si è tentati di preferire magari lunghe ore di faticoso lavoro a una mezz’ora d’orazione ben fatta, ad un’assistenza devota alla Messa, alla recita attenta dell’Ufficio. Il padre Faber esprimeva il suo rammarico nel dover costatare che per certuni «il quarto d’ora che segue la Comunione è il più noioso della giornata». Se si tratta di fare un breve ritiro di tre giorni, quale ripugnanza si dimostra! Sottrarsi per tre giorni alla vita facile (benché molto occupata) per vivere nel soprannaturale e farlo penetrare, durante quel tempo di ritiro, in tutti i particolari della propria vita; sforzare la mente perché esamini tutto, per quel tempo, alla luce della fede; sforzare il proprio animo a dimenticare tutto per respirare solo Gesù e la sua Vita, rimanere faccia a faccia con se stessi per mettere a nudo le infermità e le debolezze dell’anima, gettandola nel crogiolo, senza commiserare le sue proteste: ecco una prospettiva che fa indietreggiare moltissime persone che magari sono pronte a qualunque fatica, finché si tratta d’impegnarsi in un’attività puramente naturale.

Ma se tre giorni appena di tale occupazione sembrano già così penosi, cosa proverà mai la nostra natura all’idea di sottoporre gradatamente una vita intera al regime della vita interiore?

Senza dubbio, in questo lavoro di spogliamento, a svolgere il ruolo principale è quella grazia che rende soave il giogo e leggero il peso. Ma quanta materia di sforzo da compiere vi trova l’anima! Le costa sempre molto il rimettersi sulla retta via e ritornare al principio «la nostra patria sta nei Cieli» (Fil. 3, 20). Lo spiega molto bene san Tommaso. L’uomo, dice, è posto tra le cose terrene e i beni spirituali nei quali si trova l’eterna beatitudine. Quanto più aderisce alle prime, tanto più s’allontana dai secondi. Accade come nella bilancia: se un piattello si abbassa, l’altro s’innalza in proporzione.

Orbene, la catastrofe del peccato originale che ha sconvolto l’economia del nostro essere, ha reso penoso questo duplice movimento di adesione e di allontanamento. Da allora, per poter ristabilire e mantenere, mediante la vita interiore, l’ordine e l’equilibrio in questo «piccolo mondo» che è l’uomo, ci vuole fatica, dolore e sacrificio. Si tratta di ricostruire un edificio rovinato e preservarlo poi da nuova rovina.

Distogliere costantemente dalle cure terrrene, per mezzo della vigilanza, della rinunzia e della mortificazione, questo cuore aggravato da tutto il peso della natura corrotta, «aggravati di cuore» (Ps. 4, 3); riformare il proprio carattere specialmente su quei punti in cui è più dissimile dalla fisionomia dell’anima di Nostro Signore – dissipazione, trasporti d’ira, compiacenza di sé e fuori di sé, manifestazioni di orgoglio o di naturalismo, come pure durezza, egoismo, mancanze di bontà, eccetera -; resistere alla brama del piacere presente e sensibile, con la speranza di una felicità spirituale che si potrà godere solo dopo una lunga attesa; distaccarsi da tutto ciò che può farci amare la vita presente; fare un olocausto senza riserve di tutto: creature, desideri, cupidigie, concupiscenze, beni esterni, volontà e proprie vedute... quale còmpito!

Eppure questa non è che la parte purgativa della vita interiore. Dopo questa lotta a corpo a corpo – lotta che faceva gemere san Paolo e che il padre de Ravignan descriveva con queste parole: «Voi mi domandate cosa ho fatto durante il noviziato? Eravamo in due; ne ho gettato uno dalla finestra e sono rimasto solo» – dopo questa lotta senza tregua contro un nemico sempre pronto a rinascere, è necessario proteggere dai minimi ritorni dello spirito naturalistico un cuore che, purificato dalla penitenza, è ora consumato dal desiderio di riparare gli oltraggi fatti a Dio; bisogna dispiegare tutta l’energia per tenerlo unicamente attaccato alle bellezze invisibili delle virtù da

acquistarsi onde imitare quelle di Cristo; bisogna sforzarsi di conservare anche nelle minime circostanze della vita un’assoluta fiducia nella Provvidenza: questa è la parte positiva della vita interiore. Chi non intravvede l’immensità di questo campo di lavoro che si presenta?

E’ un lavoro intimo, assiduo e costante; ma è proprio con questo lavoro che l’anima acquista una meravigliosa facilità ed una stupefacente rapidità di esecuzione nelle fatiche apostoliche. Solo la vita interiore possiede questo segreto.

Le opere immense compiute, nonostante una salute precaria, da un Agostino, da un Giovanni Crisostomo, da un Bernardo, da un Tommaso d’Aquino, da un Vincenzo de’ Paoli, ci gettano nello stupore. Ma ancor più ci meraviglia vedere come questi uomini, pur essendo immersi in occupazioni quasi continue, sapevano mantenersi nella più costante unione con Dio. Nel dissetarsi più degli altri alla sorgente della Vita per mezzo della contemplazione, questi santi ne attingevano le più vaste capacità di lavoro.

E’ pure questa la verità che uno dei nostri grandi Vescovi, sovraccarico di lavoro, esprimeva ad un uomo di Stato, anch’egli oppresso dagli affari, il quale gli domandava il segreto della sua continua serenità e dei mirabili successi delle sue opere: «Mio caro amico, aggiungete a tutte le vostre occupazioni una mezz’ora di meditazione ogni mattina: non solo sbrigherete i vostri affari, ma troverete anche il tempo per realizzarne dei nuovi».

Infine noi sappiamo che il santo Re Luigi IX, nelle otto o nove ore che abitualmente dedicava agli esercizi della vita interiore, trovava il segreto e la forza di applicarsi agli affari dello Stato e al bene dei sudditi con tanta sollecitudine che, per ammissione di un oratore socialista, mai, neppure ai nostri tempi, fu fatto tanto in favore delle classi lavoratrici quanto lo è stato sotto il regno di questo principe.

 

Capitolo VI

La vita interiore è egoistica?

 

 

– VI – Risposta ad una seconda obiezione: la vita interiore è egoistica?

Non parliamo qui del pigro né del goloso spirituale, che fanno consistere la vita interiore nelle gioie di una piacevole oziosità e cercano più le consolazioni di Dio che il Dio delle consolazioni: costoro non hanno che una falsa pietà. Ma colui che, per leggerezza o per pregiudizio, definisce egoistica la vita interiore, non l’ha certo compresa meglio.

Abbiamo già detto che questa vita è la sorgente pura e ricca delle più generose opere di carità verso le anime e della carità che allieva le miserie terrene. Ora esaminiamo l’utilità di questa vita sotto un altro aspetto.

Egoistica e sterile sarebbe dunque la vita interiore di Maria e di Giuseppe? Che bestemmia e che assurdità! Eppure, a loro non viene attribuita nessuna opera esteriore. Ma l’irradiazione sul mondo di una intensa vita interiore e i meriti delle preghiere e dei sacrifici applicati all’estensione dei benefici della Redenzione, sono bastati da soli a costituire Maria Regina degli Apostoli e san Giuseppe Patrono della Chiesa Universale.

Lo sciocco presuntuoso, che solo vede le sue opere esteriori ed i loro risultati, non fa che ripetere le parole di Marta: «Mia sorella mi ha lasciata sola a servire!» (Lc. 10, 40).

La sua fatuità e la sua scarsa comprensione delle vie divine non arrivano al punto di fargli supporre che Dio non sappia quasi fare a meno di lui. Ma intanto ripete volentieri con Marta, incapace di apprezzare la vita contemplativa della sorella: «Dille dunque che mi aiuti» (Lc. 10, 40), e magari giunge ad esclamare: «A che pro tutto questo spreco?» (Mt. 24, 8), rimproverando come uno perdita di tempo i momenti che i suoi fratelli di apostolato, i quali fan più vita interiore di lui, si riservano per assicurare la loro unione con Dio.

«Io santifico me stesso per loro, affinché essi pure siano santificati nella verità» (Gv. 17, 19): ecco come risponde l’anima che ha compreso tutta la portata della parola del Maestro. Conoscendo il valore della preghiera, alle lacrime ed al sangue del Redentore quest’anima unisce le lacrime dei suoi occhi e il sangue di un cuore che si purifica ogni giorno di più.

Con Gesù, l’anima di vita interiore sente la voce dei delitti del mondo salire verso il cielo e domandare sui loro autori un castigo di cui essa ritarda l’esecuzione con l’onnipotenza della supplica, capace di trattenere la mano di Dio pronta a scagliare i fulmini.

«Coloro che pregano – diceva dopo la sua conversione l’eminente statista Juan Donoso Cortés – fanno per il mondo più di quelli che combattono, e se il mondo va di male in peggio, ciò è dovuto al fatto che vi sono più battaglie che preghiere».

«Le mani alzate – diceva Bossuet – sbaragliano più battaglioni di quelle che colpiscono». E i solitari della Tebaide, anche in mezzo al deserto, avevano spesso nel cuore il fuoco che bruciava San Francesco Saverio. Sembrava – dice Sant’Agostino – che avessero abbandonato il mondo più di quanto era necessario: «Videntur nonnullis res humanas plus quam oportet, deseruisse»; ma non si riflette – aggiungeva – che le loro preghiere, rese più pure dal loro grande distacco dal mondo, diventavano più efficaci e più necessarie a questo mondo corrotto.

Una preghiera breve, ma fervente, di norma affretterà una conversione ben più che lunghe discussioni e discorsi. Colui che prega tratta con la Causa prima e agisce direttamente su di essa, ed ha in mano tutte le cause seconde, perché queste ricevono la loro efficacia unicamente da questo Principio superiore. Perciò l’effetto desiderato viene allora ottenuto più sicuramente e più presto.

Secondo un’attendibile rivelazione, diecimila eretici furono convertiti da una sola preghiera infuocata della serafica Santa Teresa, la cui anima incendiata per Cristo non poteva comprendere una vita contemplativa che si disinteressasse della sollecitudine del Salvatore per la conversione delle anime. «Accetterei il purgatorio fino al giorno del Giudizio universale – diceva – pur di liberare una sola di esse. Poco importa la durata delle mie sofferenze, se così potrò liberare una sola anima (e, meglio ancora, parecchie anime) per la maggior gloria di Dio». E alle sue religiose diceva: «Figlie mie, indirizzate a questo fine totalmente apostolico le vostre orazioni, le vostre discipline, i vostri digiuni e i vostri desideri».

Appunto questa è l’opera di Carmelitani, Trappisti, Clarisse. Essi seguono le orme degli Apostoli, sostenendoli con la sovrabbondanza delle loro preghiere e delle loro penitenze. Le loro preghiere piombano dall’alto e giungono, fin dove cammina la Croce e splende il Vangelo, sulle anime, su questi bottini di guerra del Signore. O per meglio dire, è il loro amore nascosto ma attivo che suscita ovunque, nel mondo dei peccatori, la voce della misericordia.

Nessuno quaggiù conosce il perché di quelle lontane conversioni di pagani, dell’eroica fermezza di quei cristiani perseguitati, della gioia celeste di quei missionari martirizzati. Tutto questo è invisibilmente legato alla preghiera di un’umile claustrale. Con le dita poste sulla tastiera delle divine misericordie e dei lumi soprannaturali, la sua anima silenziosa e solitaria presiede alla salute delle anime e alle conquiste della Chiesa.

Diceva Mons. Favier, vescovo di Pechino: «Io voglio dei Trappisti in questo Vicariato Apostolico; anzi, desidero che si astengano da qualunque ministero, affinché nulla possa distrarli dalle opere di preghiera, di penitenza e degli studi sacri; so bene infatti quale aiuto porterà ai missionari l’esistenza di un monastero di ferventi contemplativi in mezzo ai nostri miseri Cinesi». E in seguito testimoniava: «Siamo finalmente riusciti a penetrare in una regione sinora inavvicinabile. Attribuisco questo  successo ai nostri cari Trappisti».

«Dieci Carmelitani che pregano – diceva un Vescovo della Cocincina al Governatore di Saigon – mi daranno maggior aiuto di venti missionari che predicano».

I sacerdoti secolari, i religiosi e le religiose votati alla vita attiva, ma anche alla vita interiore, partecipano allo stesso potere che le anime del chiostro hanno sul cuore di Dio. Ne sono esempi magnifici un Padre Chevier, un Don Bosco e un S. Antonio Maria Zaccaria. La Beata Anna Maria Taigi, nelle sue funzioni di povera massaia, era un’apostola, come lo era S. Benedetto Giuseppe Labre che schivava le vie battute. Il signor Dupont, il santo di Tours, il colonnello Pacqueron ecc., divorati dalla medesimo ardore, erano potenti nelle loro opere in quanto uomini di vita interiore. Il generale De Sonis, tra una battaglia e l’altra, trovava il segreto del suo apostolato nell’unione con Dio.

Egoistica e sterile la vita del Santo Curato d’Ars? Il silenzio sarebbe l’unica risposta meritata da una tale affermazione. Ogni mente saggia attribuisce precisamente alla sua perfetta intimità con Dio lo zelo ed i magnifici successi di questo prete povero di talenti ma che, contemplativo quanto un certosino, era divorato da una grande sete di anime, resa inestinguibile dai suoi progressi nella vita interiore, e riceveva dal Signore, di cui viveva, una certa partecipazione della potenza divina nell’operare le conversioni.

Infeconda la sua vita intima? Ma supponiamo un Curato d’Ars in ogni diocesi. In meno di dieci anni, la nazione sarebbe completamente rigenerata, e lo sarebbe più profondamente che non da una moltitudine di opere insufficientemente basate sulla vita interiore e per quanto organizzate con l’aiuto di grandi mezzi finanziari, dell’ingegno e dell’attività di migliaia di apostoli.

Non dubitiamone: la principale ragione di sperare nella risurrezione della nostra Patria, sta nel fatto che, come si può constatare da alcuni anni, in nessun altro tempo forse vi furono, anche tra i semplici fedeli, tante anime così ardentemente desiderose di vivere unite al Cuore di Gesù e di estendere il suo Regno facendo germogliare attorno a loro la vita interiore. Queste anime elette sono un’infima minoranza, certo; ma che importa il numero quando vi è l’intensità? Se la nostra Patria è risorta dopo la Rivoluzione, lo si deve attribuire a quel gruppo di sacerdoti maturati nella vita interiore mediante la persecuzione. Per mezzo di loro, una corrente di Vita divina venne a riscaldare una generazione, che l’apostasia e l’indifferenza sembravano aver condannato ad una morte che nessuno sforzo umano poteva evitare.

Dopo cinquant’anni di libertà d’insegnamento, dopo quel mezzo secolo che ha visto il rifiorire d’innumerevoli opere, e durante il quale noi abbiamo avuto nelle nostre mani tutta la gioventù nazionale e l’appoggio quasi completo dei governanti, come mai, nonostante risultati apparentemente gloriosi, non abbiamo potuto formare in seno alla nazione una maggioranza così profondamente cristiana da poter lottare contro la lega dei ministri di Satana?.

Senza dubbio hanno contribuito a questa impotenza l’abbandono della vita liturgica e la cessazione del suo irraggiamento sui fedeli. La nostra spiritualità è divenuta gretta, arida, superficiale, esteriore o del tutto sentimentale; quindi non ha più quella penetrazione e quel fascino sulle anime che suol dare la liturgia, questa grande forza di vitalità cristiana.

Ma non vi è forse un’altra causa in questo fatto?

Non sarà che noi sacerdoti ed educatori, mancando di un’intensa vita interiore, non abbiamo potuto creare nelle anime che una pietà superficiale, senza potenza ideale e senza forti convinzioni? Come docenti non ci dimostrammo forse preoccupati più del successo dei diplomi e del prestigio delle scuole, che non di dare alle anime una solidissima istruzione religiosa? Non abbiamo forse speso le nostre energie senza mirare innanzi tutto alla formazione della volontà, per stampare l’impronta di Gesù Cristo su caratteri ben temprati? E questa mediocrità non è stata forse spesso causata dalla banalità della nostra vita interiore?

 

 

Come si suol dire, a sacerdote santo corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio. In coloro che vengono generati nello spirito, c’è sempre un grado di vita in meno.

Non arriviamo ad accettare tale affermazione, ma notiamo che le seguenti parole di Sant’Alfonso esprimono sufficientemente a quale causa dobbiamo attribuire la responsabilità della nostra attuale situazione: «I buoni costumi e la salvezza dei popoli dipendono dai buoni pastori. Se alla testa di una parrocchia c’è un buon pastore, ben presto la devozione fiorirà, i sacramenti saranno frequentati e l’orazione mentale messa in onore. Di qui il proverbio: ‘Quale il pastore, tale la parrocchia’, che riprende il detto dell’Ecclesiastico: ‘Quale il governante della città, tali i suoi abitanti’».

Capitolo VII

Obiezione tratta dall’importanza della salvezza delle anime

 

 

– VII – Obiezione tratta dall’importanza della salvezza delle anime

«Ma – dirà l’anima esteriore in cerca di pretesti contro la vita interiore – come si può pretendere di limitare le mie opere di zelo? Posso io impegnarmi troppo, soprattutto quando si tratta di salvare le anime? La mia attività non supplisce forse a tutto il resto, e vantaggiosamente, con il sublime esercizio dell’abnegazione? Chi lavora prega e il sacrificio supera l’orazione. E San Gregorio non definisce forse lo zelo per le anime come il sacrificio più gradito che si possa offrire a Dio? «Nessun sacrificio è più gradito a Dio che lo zelo per le anime».

Prima di tutto, precisiamo il vero senso di queste parole di San Gregorio, seguendo la voce del Dottore Angelico.

Offrire spiritualmente a Dio un sacrificio, dice San Tommaso, è offrirgli qualcosa che gli dà gloria; fra tutti i beni che l’uomo può offrire a Dio, quello più gradito è senza dubbio la salvezza di un’anima. Ma ciascuno deve innanzitutto offrirgli la propria stessa anima, secondo le parole della Scrittura: «Se vuoi piacere a Dio, abbi pietà della tua anima». Una volta compiuto questo primario sacrificio, potremo poi permetterci di procurare ad altri una simile felicità. Quanto più l’uomo unisce strettamente a Dio dapprima l’anima sua e poi quella degli altri, tanto più gradito è il suo sacrificio. Ma questa unione intima, generosa e umile non la si può ottenere che per mezzo dell’orazione. Applicare se stesso e far applicare altri alla vita d’orazione e alla contemplazione, è dunque più gradito al Singore che il dedicarsi o impegnare altri all’azione, alle opere.

Perciò, conclude l’Angelico, quando San Gregorio afferma che il sacrificio più gradito a Dio è la salvezza delle anime, non intende con ciò preferire la vita attiva a quella contemplativa, ma vuol dire soltanto che offrire a Dio anche un’anima sola, Gli dà infinitamente più gloria, ed è per noi molto più meritorio, che offrirgli quanto c’è di più prezioso sulla terra.

La necessità della vita interiore deve così poco distogliere le anime generose dalle opere di zelo, se l’evidente volontà di Dio esige da loro di accettarne l’incarico, che volersi sottrarre a tale lavoro o dedicarvisi con negligenza, disertare il campo di battaglia col pretesto di meglio coltivare la propria anima e arrivare ad un’unione più perfetta con Dio, sarebbe una pericolosa illusione e, in certi casi, causa di gravi pericoli. «Guai a me, se non avrò evangelizzato», disse S. Paolo (1 Cor. 9, 16).

Ma, fatta questa riserva, diciamo subito che dedicarsi alla conversione delle anime dimenticando la propria, genera un’illusione ancor più grave. Dio vuole che amiamo il prossimo come noi stessi, ma giammai più di noi stessi, cioè mai fino al punto di nuocere a noi stessi personalmente; in pratica si richiede di aver maggior cura della nostra anima che di quella degli altri, perché il nostro zelo deve essere regolato dalla carità e l’assioma teologico insegna che «la prima carità è quella verso se stessi».

«Io amo Gesù Cristo – diceva Sant’Alfonso de’Liguori – e perciò ardo dal desiderio di dargli delle anime: ma prima la mia e poi un incalcolabile numero di altre». Ciò significa tradurre in pratica il «tuus esto ubique» di S. Bernardo: «Non è saggio colui che non è padrone di sé».

Il santo abate di Chiaravalle, che fu un prodigio di zelo apostolico, seguiva questa regola. Goffredo, suo segretario, così ce lo dipinge: «Innanzitutto egli è tutto di se stesso, quindi è tutto per gli altri».

Così scriveva il medesimo santo al Papa Eugenio III: io non voglio che vi sottraiate completamente dalle occupazioni secolari, ma vi esorto soltanto a non dedicarvici interamente. Se siete l’uomo di tutto il mondo, siatelo anche di voi stesso. Se no, che vi gioverebbe guadagnare tutti gli altri se poi perdeste voi stesso? Riservate dunque qualcosa per voi; se tutto il mondo viene a bere alla vostra fonte, beveteci anche voi. Voi solo dunque rimarreste assetato? Cominciate sempre col pensare a voi stesso. Invano vi dareste ad altre sollecitudini, se finiste col trascurare voi stesso. Tutte le vostre riflessioni comincino e finiscano con voi, dunque. Siate per voi il primo e l’ultimo, ricordando che, nell’affare della vostra salute, nessuno v’è più prossimo del figlio unico di vostra madre.

E’ molto suggestivo questo appunto di ritiro spirituale lasciato da monsignor Dupanloup:

«Io ho un’attività terribile che rovina la mia salute, turba la mia pietà e non serve affatto al mio sapere: bisogna che la regoli. Dio mi ha fatta la grazia di conoscere che ciò che si oppone soprattutto in me allo stabilimento di una vita interiore tranquilla e fruttuosa, sono l’attività naturale e il potere trascinatore delle occupazioni. Inoltre, ho scoperto che proprio questa mancanza di vita interiore è la sorgente delle mie colpe, dei miei turbamenti, delle mie aridità, dei miei disgusti e della mia cattiva salute. Ho dunque deciso di rivolgere tutti i miei sforzi all’acquisto di questa vita interiore che mi manca e per questo, con la grazia di Dio, ho fissato i seguenti punti fermi:

1) Qualunque cosa debba fare,  per compierla mi prenderò più tempo di quel che sia necessario; questo è l’unico mezzo per non essere mai premuto dalla fretta né trascinato.

2) Siccome ho sempre più cose da fare che tempo per farle, e siccome questa prospettiva mi preoccupa e mi travolge, d’ora innanzi non considererò più le cose che debbo fare bensì il tempo che ho da impiegarvici. Lo impiegherò senza perderne nulla, cominciando dalle cose più importanti e non mi inquieterò per tutto ciò che rimarrà da fare, ecc.».

Un abile gioielliere preferisce il minimo frammento di diamante a parecchi zaffiri. Così, secondo l’ordine stabilito da Dio, la nostra intimità con Lui lo glorifica più di tutto quanto potremmo procurare a beneficio di molte anime, ma a danno del nostro progresso spirituale. Quest’armonia nel nostro zelo la vuole il Padre celeste, il quale si applica più nel governare un cuore in cui regna, che non nel governo naturale di tutto l’universo e nel governo civile di tutti gl’imperi.

Se vede che un’opera diventa un ostacolo allo sviluppo della carità nell’anima che se ne occupa, talvolta Egli preferisce lasciarla scomparire.

Satana, al contrario, non esita a favorire successi del tutto superficiali se, in cambio di essi, può impedire che l’apostolo progredisca nella vita interiore, tanto la sua rabbia sa indovinare quali sono i veri tesori agli occhi di Gesù Cristo. Purché si distrugga un diamante, concede volentieri qualche zaffiro.

 

 

PARTE SECONDA

UNIONE DELLA VITA ATTIVA E DELLA VITA INTERIORE

 

 

Capitolo I

Priorità, riguardo a Dio, della vita interiore sulla vita attiva

 

– I – Priorità, riguardo a Dio, della vita interiore sulla vita attiva

In Dio è la vita, tutta la vita, Egli è la Vita stessa. Ma non è nelle opere esterne, come la creazione, che l’Essere infinito manifesta questa vita nella sua maggiore intensità, bensì in quella che la teologia chiama operazione ad intra, cioè in quell’attività ineffabile il cui risultato è la generazione eterna del Figlio e l’incessante processione dello Spirito Santo. Qui sta, per eccellenza, la sua opera essenziale e perpetua.

Consideriamo la vita mortale di Gesù Cristo, perfetta esecuzione del piano divino. Trent’anni di raccoglimento e di solitudine, poi quaranta giorni di ritiro e di penitenze, sono il preludio alla sua breve carriera evangelica; ma poi quante altre volte ancora, durante i viaggi apostolici, Lo vediamo ritirarsi sulle montagne o nel deserto per pregare: «Si ritirava in un luogo deserto e pregava» (Lc. 5, 16), o passare la notte in orazione: «Si ritirò sul monte per pregare e passò tutta la notte pregando Dio» (Lc. 6, 12).

Fatto ancor più significativo: quando Marta vorrebbe che il Signore, condannando la pretesa oziosità della sorella, proclamasse la superiorità della vita attiva, la risposta di Gesù – «Maria ha scelto la parte migliore» (Lc. 10, 42) – consacra la preminenza della vita interiore. Quale conclusione dobbiamo trarne, se non il ben fermo proposito di farci sentire la preponderanza della vita d’orazione rispetto alla vita attiva?

Ad imitazione del Maestro, gli Apostoli, suoi fedeli seguaci, si riserveranno anzitutto l’ufficio della preghiera, e poi, per dedicarsi al ministero della parola, lasceranno ai diaconi le occupazioni più esteriori: «Noi invece ci occuperemo totalmente dell’orazione e del ministero della predicazione» (At. 6, 4).

A loro volta i Papi, i santi Dottori ed i teologi affermano la superiorità essenziale della vita interiore sulla vita attiva.

Anni addietro una donna di fede, di virtù e di gran carattere, superiora generale d’una delle più importanti Congregazioni insegnanti dell’Aveyron, veniva invitata dai superiori ecclesiastici a favorire la secolarizzazione delle sue religiose.

Bisognava sacrificare le opere alla vita religiosa, oppure abbandonare questa per conservare quelle? Perplessa, non sapendo come conoscere la volontà di Dio, parte segretamente per Roma, ottiene un’udienza da Leone XIII, gli espone il suo dubbio e la pressione che le viene fatta in favore delle opere.

L’augusto vegliardo, dopo essersi raccolto per pochi istanti, rispose in tono categorico: «Prima di tutto il resto, prima di tutte le opere, conservate la vita religiosa a quelle tra le vostre figlie che hanno veramente lo spirito del loro santo stato e l’amore per la vita d’orazione. Se voi non potrete conservare sia la vita religiosa che le opere, Dio saprà suscitare in Francia altri operai, se necessario. In quanto a voi, con la vostra vita interiore, con le vostre preghiere, con i vostri sacrifici, sarete più utili alla Francia rimanendo religiose, anche se lontano, che non restando sul suolo della patria, ma prive della vostra consacrazione a Dio».

In una lettera indirizzata ad un noto Istituto totalmente consacrato all’insegnamento, San Pio X dichiarò nettamente il suo pensiero con le seguenti parole:

«Sappiamo che va diffondendosi un’opinione, secondo la quale voi dovreste porre in primo piano l’insegnamento ai fanciulli e soltanto in secondo la professione religiosa: così lo esigerebbero lo spirito e i bisogni del tempo. Noi vogliamo assolutamente che tale opinione non trovi il benché minimo credito, sia presso di voi sia presso gli altri Istituti che, come il vostro, hanno lo scopo di educare. Resti pertanto ben stabilito, per quanto riguarda voi, che la vita religiosa importa assai più che la vita ordinaria e che se voi avete verso il prossimo il grave obbligo d’insegnare, ben più gravi sono gli obblighi che vi legano a Dio».

Ma ragione d’essere della vita religiosa, il suo fine principale, non è forse l’acquisto della vita interiore? «La vita contemplativa – dice il Dottore Angelico – è semplicemente migliore di quella attiva e le è preferibile». San Bonaventura accumula i comparativi di maggioranza per mostrare l’eccellenza di questa vita: «Vita più sublime, più sicura, più ricca, più soave, più stabile».

Vita più sublime

Mentre la vita attiva si occupa degli uomini, la vita contemplativa ci fa entrare nel dominio delle verità più alte, senza distogliere lo sguardo dal principio stesso di ogni vita: «Principium quod Deus est quaeritur». Trovandosi più in alto, questa vita ha un orizzonte ed un campo di azione molto più esteso. «Marta in un solo luogo si dedicava col corpo a pochi lavori. Maria invece con il suo amore lavorava in più luoghi e a numerose opere. Contemplando e amando Dio, ella vedeva tutto, partecipava a tutto, comprendeva e abbracciava tutto. Si può dunque dire che, a confronto di Maria, Marta si preoccupava di poche cose».

Vita più sicura

In essa vi sono meno pericoli. Nella vita quasi unicamente attiva, l’anima si agita, s’appassiona, dissipa le sue energie e perciò s’indebolisce. In essa vi è un triplice difetto: «Sollicita est»; e questo indica gli affanni della mente, «sollicitudini in cogitatu»; «Turbaris»: ecco i turbamenti che nascono dalle affezioni, «turbationis in affectu»; infine, «erga plurima»: moltiplicazione delle occupazioni e perciò la divisione nello sforzo e negli atti, «divisionis in actu». Al contrario, per costituire la vita interiore, una sola cosa s’impone, l’unione con Dio: «Una cosa sola è necessaria». Tutto il resto non è – e non può non essere – che secondario e va compiuto solo in virtù di questa unione e per meglio rafforzarla.

Vita più ricca

Con la contemplazione si ricevono tutti i beni: «Con essa mi sono giunti tutti i beni» (Sap. 7, 11). Essa è fra tutte la parte migliore: «Ha scelto la parte migliore» (Lc. 10, 42). In essa affluiscono più meriti, perché aumenta al tempo stesso lo slancio della volontà e il grado di grazia santificante, e fa agire l’anima in virtù di un principio di carità.

Vita più soave

L’anima veramente interiore s’abbandona al divino beneplacito, accetta con animo sempre paziente sia le cose gradevoli che quelle penose, e arriverà perfino a mostrarsi gioiosa nelle afflizioni, felice di portare la propria croce.

Vita più stabile

Per quanto intensa possa essere, la vita attiva ha il suo termine quaggiù. La vita interiore invece non ha tramonto: «Quae non auferetur ab ea». Per essa, il soggiorno su questa terra non è che una continua ascesa alla luce, ascesa che la morte renderà incomparabilmente più radiosa e più rapida.

Per riassumere le eccellenze della vita interiore, possiamo applicarle queste parole di San Bernardo: «In essa l’uomo vive più puro, cade più di rado, si alza con maggior prontezza, avanza più sicuro, riceve più grazie, riposa più tranquillo, muore più fiducioso, viene purificato più rapidamente ed ottiene una maggior ricompensa».

Capitolo II

L’azione deve essere soltanto il traboccamento della vita interiore

– II – L’azione deve essere soltanto il traboccamento della vita interiore

«Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» (Mt. 5, 48). Fatte le debite proporzioni, il modo di agire divino dev’essere il criterio, la Regola della nostra vita interiore ed esterna. Già sappiamo che è proprio della natura divina il donare, ed è un fatto sperimentato ch’Egli versa a profusione i suoi benefici su tutti gli esseri, ma in particolare modo sulla creatura umana. Così – da migliaia, se non da milioni, di secoli – l’universo intero è oggetto di questa inesauribile prodigalità che spande i suoi benefici senza sosta. Eppure Dio non si impoverisce mai e la sua inesauribile munificenza non può, in nessun modo, diminuire le sue infinite ricchezze.

Dio non si contenta di concedere all’uomo beni esteriori; gli manda il suo Verbo. Eppure, nemmeno in questo atto di suprema generosità, che non è altro che il dono di sé, Dio abbandona né può abbandonare qualcosa dell’integrità della sua natura. Pur donandoci suo Figlio, lo conserva sempre in se stesso. «Prendi esempio dal sommo Creatore dell’universo, il quale manda il suo Verbo ma, contemporaneamente, lo mantiene con sé».

Per mezzo dei Sacramenti e particolarmente per mezzo dell’Eucaristia, Gesù Cristo ci arricchisce con le sue grazie; ce le versa senza misura, perché anch’Egli è un oceano sconfinato la cui sovrabbondanza si riversa su noi senza mai esaurirsi: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto» (Gv. 1, 16).

Così, in un certo modo, noi dobbiamo essere uomini apostolici che ci assumiamo il nobile còmpito della santificazione altrui: «Il tuo Verbo è la tua considerazione: pur procedendo da Te, tuttavia non te ne separi» ; il nostro verbo è lo spirito interiore che la grazia ha formato nelle nostre anime. Vivifichi dunque questo spirito le manifestazioni del nostro zelo, ma mentre lo spendiamo continuamente a vantaggio del prossimo, rinnoviamolo pure continuamente con i mezzi che Gesù ci offre. La nostra vita interiore sia come un tronco pieno di densa linfa che fiorisca nelle nostre opere.

Un’anima di apostolo! Essa dev’essere per prima inondata di luce e infiammata di amore, affinché, riflettendo questa luce e questo calore, possa poi illuminare e riscaldare le altre anime. «Essi annunzieranno agli uomini quel che hanno veduto con i loro occhi, quel che hanno contemplato e che le loro mani hanno toccato» (1 Gv. 1, 1). Come dice S. Gregorio, la loro bocca verserà nei cuori l’abbondanza delle dolcezze celesti.

Possiamo intanto stabilire questo principio: la vita attiva deve procedere dalla vita contemplativa, tradurla e continuarla al di fuori, staccandosene il meno possibile.

I Padri e i Dottori proclamano a gara questa dottrina

Diceva sant’Agostino: «Prima di permettere alla sua lingua di parlare, l’apostolo deve elevare a Dio la sua anima assetata, per poter poi versare ciò che ha bevuto e diffondere quello di cui si è riempito».

Prima di comunicare bisogna ricevere, scrisse san Dionigi, e gli Angeli superiori non trasmettono agli inferiori se non quei lumi che hanno ricevuto in pienezza. Il Creatore ha stabilito questo ordine riguardo alle cose divine: chi ha la missione di distribuirle, deve parteciparvi per primo e innanzitutto riempirsi abbondantemente delle grazie che Dio vuol comunicare alle anime per suo mezzo. Allora, ma solo allora, gli sarà permesso di parteciparne agli altri.

A tutti sono note le parole rivolte da San Bernardo agli apostoli: Se siete veramente saggi, siate serbatoi e non canali. «Se sei sapiente, dimostralo trasformandoti in un serbatoio e non in un canale». Il canale lascia scorrere l’acqua che riceve senza conservarsene una goccia; il serbatoio invece prima di tutto si riempie e poi, senza vuotarsi, riversa il sovrappiù, che sempre si rinnova, nei campi che rende fecondi. Ma quanti sono quelli che, dedicandosi alle opere, non sono altro che canali, restando secchi mentre si sforzano di fecondare gli altri cuori! «Molti canali ha oggi la Chiesa, ma purtroppo pochissimi serbatoi», aggiungeva con amarezza il santo abate di Chiaravalle.

Ogni causa è superiore al proprio effetto: perciò è necessaria una maggior perfezione per poter perfezionare gli altri, che non per perfezionare solo se stessi.

Come la madre non può allattare suo figlio se non nella misura in cui ha alimentato se stessa, così i confessori, i direttori di anime, i predicatori, i catechisti e i professori devono prima essi stessi assimilare la sostanza di cui poi nutriranno i figli della Chiesa . Gli elementi di questa sostanza sono la verità e l’amore di Dio. Solo la vita interiore comunica la verità e la carità divine in modo da renderle veramente un nutrimento capace di dare la vita.

Capitolo III

Base, scopo e mezzi di un’opera devono essere impregnati di vita interiore

 

– III – Base, scopo e mezzi di un’opera devono essere impregnati di vita interiore

Intendiamo parlare di un’opera degna di questo nome, perché ai nostri giorni alcune non meritano affatto tale titolo. Pur essendo organizzate con le apparenze della pietà, tali imprese in realtà mirano solo a procurare ai loro fondatori, con gli applausi del pubblico, la rinomanza di un’abilità non comune, e per la loro riuscita sarebbero adoperati tutti i mezzi, anche i meno giustificabili, se necessario.

Altre opere invece meritano maggiore stima. Certo, queste vogliono davvero realizzare il bene, e i loro fini e mezzi sono ineccepibili. Tuttavia, poiché gli organizzatori avevano una fede vacillante nella potenza d’azione della vita soprannaturale sulle anime, nonostante mille sforzi, i risultati sono stati nulli o quasi.

Per meglio precisare quel che dev’essere una istituzione, sarà opportuno che io lasci la parola ad un uomo che ha illustrato un’intera regione col suo apostolato, e ricordare la lezione ricevuta da lui agli inizi del mio ministero sacerdotale.

Volevo istituire un Oratorio per giovani. Dopo aver visitato i circoli cattolici di Parigi e di qualche altra città francese, come le opere di Val-des-Bois ecc., mi recai a Marsiglia per studiare più da vicino le opere per la gioventù istituite dal santo sacerdote Allemand, governate dal venerato canonico Timon-David. Mi piace ricordare con quanta commozione il mio cuore di giovane sacerdote raccolse le parole di quest’ultimo.

«Banda, teatro, proiezioni, cinema, eccetera... io non disprezzo tutte queste cose. Anzi, in principio credevo anch’io che fossero indispensabili; invece sono solamente stampelle che si usano in mancanza di meglio. Ma ora, più vado avanti, più il fine ed i mezzi si soprannaturalizzano, poiché vedo sempre più chiaramente che ogni opera fondata sull’elemento umano è destinata a perire e che soltanto l’opera che mira a portare a Dio gli uomini mediante la vita interiore è benedetta dalla Provvidenza.

«Gli strumenti musicali sono da molto tempo relegati nel solaio, il teatro è divenuto inutile e tuttavia l’opera prospera più che mai. Perché? Perché i miei sacerdoti ed io, grazie a Dio, vediamo ben più giusto che al principio, e la nostra fede nell’azione di Gesù Cristo e della grazia si è centuplicata.

«Credetemi: non esitate a mirare il più in alto possibile e sarete stupito dei risultati. Mi spiego. Non abbiate soltanto come ideale di offrire ai giovani la scelta di onesti divertimenti che li distolgano dai piaceri proibiti e dalle relazioni pericolose, né di dar loro una mera verniciatura di cristianesimo mediante una meccanica assistenza alla Messa o con una rara e appena passabile ricezione dei Sacramenti.

«Duc in altum! Abbiate innanzitutto la nobile ambizione di ottenere, a qualunque costo, che un certo numero di giovani prendano l’energica risoluzione di vivere da ferventi cristiani, vale a dire con la pratica della meditazione mattutina, con l’abitudine della Messa quotidiana (se è possibile), con una breve lettura spirituale e, naturalmente, con frequenti e fruttuose Comunioni. Mettete tutte le vostre cure per infondere in questo gregge scelto un grande amore per Gesù Cristo, lo spirito di preghiera, d’abnegazione, di vigilanza su di sé, insomma solide virtù; sviluppate nelle loro anime, con non minor cura, la fame dell’Eucaristia. Poi eccitate, a poco a poco, questi giovani all’apostolato fra i loro compagni. Fatene degli apostoli franchi, zelanti, buoni, ardenti e virili, senza devozioni grette ma pieni di tatto, che non cadano nella slealtà di spiare i compagni, sia pur col pretesto dello zelo. In meno di due anni, mi direte se c’è ancora bisogno della banda o del teatro per ottenere una pesca copiosa».

«Comprendo. – osservai – Questa minoranza dev’essere il fermento, ma che cosa si dovrà fare per gli altri che non possono essere elevati a questo livello? Per la massa, per i giovani di tutte le età ed anche per gli sposati che faranno parte del circolo progettato, che si dovrà fare?»

«Bisogna dare a costoro – rispose – una fede robusta mediante conferenze seriamente preparate, che occupino la maggior parte delle loro serate invernali. I vostri cristiani ne usciranno sufficientemente armati, non solo per ribattere vittoriosamente ai loro colleghi di ufficio o di officina, ma anche per resistere all’influenza, più pericolosa, del giornale o del libro. Far nascere in questi uomini convinzioni incrollabili che, all’occorrenza, essi sappiano professare senza rispetto umano, questo costituirà già un ottimo risultato; però sarà necessario condurli più oltre, fino alla pietà vera, calda, convinta, illuminata».

«E dovrò fin dall’inizio aprire la porta a chiunque arriva?»

«Il numero è da augurarselo soltanto se i reclutati sono ben scelti. La crescita del vostro circolo dev’essere principalmente frutto dell’influenza esercitata dal nucleo di apostoli, il cui centro saranno Gesù, Maria e voi stesso come loro strumento».

«Il locale sarà modesto; dovrò pertanto aspettare che le nostre risorse ci permettano di fare di meglio?»

«Buon Dio! All’inizio, locali spaziosi e comodi potranno essere come un tamburo che attira l’attenzione su un’opera nascente. Ma ripeto: se voi sapete mettere a base della vostra associazione la vita cristiana ardente, integra, apostolica, il locale strettamente necessario sarà sempre sufficiente affinché possa trovarvi posto ciò che il normale funzionamento del circolo esige come accessorio. Oh, allora potrete verificare che il rumore fa poco bene, mentre il bene fa poco rumore! Allora constaterete che il Vangelo ben compreso fa diminuire il bilancio delle spese senza compromettere i risultati, al contrario! Ma prima di tutto bisognerà che paghiate di persona; e ciò non tanto per preparare faticosamente recite teatrali o saggi di ginnastica, quanto piuttosto per accrescere in voi la vita interiore. Poiché, sappiatelo bene, nella misura in cui voi per primo vivrete d’amore per Gesù Cristo, nella stessa proporzione sarete capace di suscitare in altri lo stesso ardore».

«Insomma, voi basate tutto sulla vita interiore?»

«Sì, mille volte sì!, perché in tal modo si ottiene non orpello ma oro puro. Del resto, credete alla mia lunga esperienza; quel che vi ho detto riguardo le opere giovanili, lo potete applicare ad ogni altra opera: parrocchia, seminario, catechismo, scuola, circolo militare, eccetera. Quanto bene produce in una grande città un’associazione che vive veramente nel soprannaturale! Essa agisce come un lievito potente; solo gli Angeli possono dire quanto essa sia feconda di frutti di salvezza.

«Ah, se tutti i sacerdoti, i religiosi e le stesse persone di azione conoscessero la potenza della leva che hanno tra le mani e prendessero sempre più come punto di appoggio il Cuore di Gesù e la vita di unione a questo Cuore divino! Essi allora risolleverebbero la nostra Patria: sì, la risolleverebbero malgrado gli sforzi di Satana e dei suoi sgherri».

Capitolo IV

Vita interiore e vita attiva si richiamano a vicenda

 

– IV – Vita interiore e vita attiva si richiamano a vicenda

Come l’amore di Dio si manifesta con gli atti della vita interiore, così l’amore del prossimo si manifesta con le operazioni della vita esteriore, e perciò, siccome l’amore di Dio e l’amore del prossimo non possono essere separati, ne risulta che queste due forme di vita non possono stare l’una senza dell’altra.

Per questo, dice il Suarez, non vi può essere uno stato correttamente e normalmente ordinato per giungere alla perfezione, che non partecipi in una certa misura dell’azione e della contemplazione.

L’illustre gesuita non fa che commentare l’insegnamento di San Tommaso. Come aveva infatti già detto il Dottore Angelico, coloro che sono chiamati alle opere della vita attiva, hanno torto di credere che questo dovere li dispensi dalla vita contemplativa. Questo dovere vi si aggiunge, senza diminuirne la necessità. Sicché le due vite, ben lungi dall’escludersi, si richiamano a vicenda, si suppongono, si mescolano, si completano; se poi ad una delle due va dato una ruolo preponderante, bisogna darlo alla vita contemplativa, che è la più perfetta e la più necessaria.

L’azione, per essere feconda, ha bisogno della contemplazione. Questa, quando raggiunge un certo grado d’intensità, diffonde su quella qualcosa della sua eccedenza, e mediante essa l’anima va direttamente ad attingere nel cuore di Dio quelle grazie che l’azione poi distribuisce.

E’ per questo che, nell’anima di un santo, l’azione e la contemplazione si fondono in una perfetta armonia che dà alla sua vita una meravigliosa unità. Tale fu, per esempio, san Bernardo, l’uomo più contemplativo e al tempo stesso più attivo del suo secolo. Di lui un contemporaneo fece questo magnifico ritratto: la contemplazione e l’azione s’accordavano fino al punto che appariva ad un tempo tutto dedito alle opere esteriori eppure tutto assorbito dalla presenza e dall’amore di Dio.

Commentando quel passo della Scrittura: «Ponimi come un sigillo sul cuore e un altro sigillo sul braccio» (Ct. 8, 6), il padre Saint-Jure commenta mirabilmente i rapporti fra la vita interiore e quella attiva. Riassumiamo le sue riflessioni.

Il cuore significa la vita interiore, contemplativa; il braccio quella esteriore, attiva.

Il testo scritturale nomina il cuore ed il braccio per dimostrarci che le due vite possono unirsi ed accordarsi perfettamente in una medesima persona.

Il cuore è nominato per primo, perché è un organo ben più nobile e necessario del braccio. Analogamente la contemplazione è più eccellente e più perfetta e merita maggiore stima che non l’azione.

Il cuore batte giorno e notte, e un solo istante d’arresto di questo organo essenziale porterebbe immediatamente alla morte. Il braccio invece non è che una parte integrante del corpo umano e si muove solo a periodi. Questo c’insegna che dobbiamo talvolta concedere un po’ di tregua alle nostre occupazioni esteriori, ma al contrario non dobbiamo mai cessare dall’applicarci alle cose spirituali.

Come è il cuore che dà la vita al braccio mediante il sangue che gli manda e senza il quale questo membro resterebbe paralizzato, così la vita contemplativa – che è vita d’unione con Dio, in grazia dei lumi e della perpetua assistenza che l’anima riceve da questa intimità – vivifica le opere esteriori ed è l’unica capace di comunicare ad esse, insieme al carattere soprannaturale, una reale utilità. Senza di questa vita, tutto è languido, sterile e pieno d’imperfezioni.

Ma, ahimé, troppo spesso l’uomo separa quel che Iddio ha unito; sicché questa perfetta unione è davvero rara. Del resto essa esige, per essere realizzata, un complesso di precauzioni spesso trascurate. Non intraprendere nulla di superiore alle proprie forze; vedere in tutto abitualmente ma semplicemente la volontà di Dio; non impegnarsi nelle opere se non quando Dio lo vuole e nella misura esatta in cui lo vuole, e col desiderio d’esercitare la carità; offrirgli fin da principio il nostro lavoro e durante l’azione ravvivare la nostra risoluzione di lavorare soltanto per Lui e mediante Lui, usando santi pensieri e ardenti giaculatorie; infine, qualunque sia l’attenzione che noi dobbiamo portare alle nostre occupazioni, mantenerci sempre nella pace, perfettamente padroni di noi stessi; in quanto alla riuscita, affidarsi unicamente a Dio e non desiderare di essere liberati da ogni cura se non per ritrovarci soli con Cristo. Ecco i sapientissimi consigli dei maestri di vita spirituale per giunge a questa unione.

Questa costanza della vita interiore, unita nel santo abate di Chiaravalle ad un attivissimo apostolato, aveva profondamente colpito San Francesco di Sales, che scriveva: «San Bernardo nulla perdeva del progresso che voleva fare nel santo amore. (...) Cambiava di luogo ma non cambiava di cuore, né il suo cuore cambiava di amore, né il suo amore cambiava oggetto. (...) Non subiva il colore degli affari e delle conversazioni, come fa il camaleonte, che prende il colore del luogo in cui si trova, ma restava sempre unito a Dio, sempre bianco di purezza, sempre vermiglio di carità, sempre pieno di umiltà».

Qualche volta le occupazioni si moltiplicheranno tanto da imporci di spendervi tutte le nostre energie, senza che possiamo in alcun modo liberarci da tale peso e nemmeno alleggerirlo. Conseguenza di questo stato potrà essere la privazione, per un tempo più o meno lungo, del godimento dell’unione a Dio, ma questa unione non ne soffrirà se non in quanto noi lo permettiamo. Se tale stato si prolungherà, bisognerà soffrirne, gemerne e soprattutto temere di abituarcisi. L’uomo è debole e incostante; se trascura la vita spirituale, ne perde ben presto il gusto; assorbito dalle occupazioni materiali, finisce col compiacersene. Se invece lo spirito interiore esprime la sua latente vitalità con gemiti e sospiri, questi lamenti continui, provenienti da una ferita che non si chiude neppure in mezzo ad un’attività assorbente, costituiscono il merito della contemplazione sacrificata; o meglio, l’anima realizza l’ammirabile e feconda unione tra vita interiore e vita attiva. Incalzata da questa sete della vita interiore che non può soddisfare a suo agio, l’anima ritorna con ardore alla vita di orazione appena le è possibile. Il Signore le riserva sempre alcuni istanti di conversazione. Vuole però che l’anima vi sia fedele e le concede di compensare con il fervore la brevità di questi momenti felici.

In un testo di cui ogni parola va attentamente meditata, san Tommaso riassume mirabilmente questa dottrina: «Di per se, la vita contemplativa è più meritoria della vita attiva. Può tuttavia accadere che un uomo, nel compiere un atto esteriore, meriti di più di un altro dedito alla contemplazione: per esempio, quando a causa della sovrabbondanza dell’amore per Dio, per compiere la sua volontà e quindi glorificarlo, uno sopporta talvolta di restare privo della dolcezza della divina contemplazione per un certo tempo».

Si noti l’abbondanza delle condizioni che il santo dottore suppone perché l’azione diventi più meritoria della contemplazione.

L’intimo movente che spinge l’anima all’azione non è altro che la sovrabbondanza della sua carità, «propter abundantiam divini amoris». Perciò non si tratta di agitazione, né di capriccio e neppure di bisogno di uscire da se stessa. Difatti l’anima ne prova sofferenza («sustinet») per essere privata delle dolcezze della vita di orazione («a dulcedine divinae contemplationis separari»). Perciò essa sacrifica solo provvisoriamente («Accidere... interdum... ad tempus») e per un fine del tutto soprannaturale («ut Ejus voluntas impleatur propter Ipsius gloriam») una parte del tempo riservato all’orazione.

Di quanta sapienza e bontà sono segnate le vie di Dio! Quale meravigliosa direzione Egli dà all’anima con la vita interiore! Conservandosi in mezzo all’azione e pertanto offrendosi generosamente, questa pena profonda di dover consacrare tanto tempo alle opere di Dio e così poco al Dio delle opere, trova il suo risarcimento. Infatti, in virtù di questa vita, scompaiono tutti i pericoli di dissipazione, di amor proprio e di affetti umani. Ben lungi dal nuocere alla libertà di spirito e all’attività, tale disposizione d’animo comunica ad esse un carattere più riflessivo. Essa è la forma pratica dell’esercizio della presenza di Dio, perché, nella grazia del momento presente, l’anima trova Gesù vivo che a lei si dona, nascosto sotto il dovere che deve compiere: Gesù lavora con lei e la sostiene. Quante persone assorbite dalle occupazioni dovranno a questa pena salutare ben compresa, a questo desiderio sacrificato ma custodito, il vantaggio di aver più tempo per stare presso il Tabernacolo e fare comunioni spirituali quasi continue, dovranno, dico, la fecondità della loro azione e nello stesso tempo la sicurezza della loro anima e il progresso nella virtù.

 

Capitolo V

Eccellenza di questa unione

 

 

 

– V – Eccellenza di questa unione

L’unione delle due vite, la contemplativa e l’attiva, costituisce il vero apostolato che è, secondo San Tommaso, la principale opera del Cristianesimo: «Principalissimum officium».

L’apostolato suppone anime capaci di accendersi d’entusiasmo per una idea e di consacrarsi per il trionfo di un principio. Ma se la realizzazione di questo ideale sarà soprannaturalizzata dallo spirito interiore, ed il nostro zelo – nel suo fine, nella sua sorgente e nei suoi mezzi – sarà animato dallo spirito di Gesù, noi avremo la vita in sé più perfetta, la vita per eccellenza, quella che gli stessi teologi antepongono alla semplice contemplazione: «praefertur simplici contemplationi» (San Tommaso).

L’apostolato dell’uomo di orazione è la parola conquistatrice in virtù del mandato di Dio, dello zelo delle anime, del frutto delle conversioni: «Missio a Deo, zelus animarum, fructificatio auditorum» (San Bonaventura).

E’ il vapore della fede dalle salutari emanazioni: «Fides, id est vapor fidei» (Sant’Ambrogio).

L’apostolato del santo è la semina del mondo. L’apostolo getta alle anime il frumento di Dio. E’ l’amore divampante che divora la terra, l’incendio della Pentecoste irresistibilmente propagato in mezzo alle gente: «Sono venuto a propagare il fuoco sulla terra» (Lc. 12, 49).

L’eccellenza di questo ministero sta nel fatto di provvedere alla salute altrui senza pregiudizio per l’apostolo: «sublimatur ad hoc ut aliis provideat». Comunicare le verità divine alle intelligenze umane! Non è forse, questo, un ministero degno degli angeli?

Contemplare la verità è bene, ma comunicarla agli altri è meglio. Riflettere la luce è qualcosa più che riceverla, e rischiarare vale ben più che rilucere sotto il moggio. L’anima con la contemplazione si nutre, ma con l’apostolato si dona: «sicut maius est contemplata aliis tradere quam solum contemplare».

«Tramandare agli altri quello che si è contemplato»: in questo ideale di apostolato, la vita interiore resta la sorgente, come insegna chiaramente san Tommaso.

Come l’altro testo dello stesso santo Dottore, che avevo riportato alla fine del capitolo precedente, anche questo condanna esplicitamente l’americanismo, i cui partigiani sognano una vita mista in cui l’azione finirebbe col soffocare la contemplazione.

San Tommaso in realtà suppone due cose:

1) che l’anima viva già abitualmente di orazione, anzi ne viva talmente da dover dare soltanto il sovrappiù;

2) che l’azione non sopprima la vita di orazione e che l’anima, pur prodigandosi per gli altri, pratichi così bene la custodia del cuore da non correre alcun serio pericolo di sottrarre all’influenza di Gesù Cristo l’esercizio della sua attività.

Queste affascinanti parole del padre Matteo Crawley, l’apostolo della consacrazione delle famiglie al Sacro Cuore, traducono esattamente il pensiero di San Tommaso: «L’apostolo è un calice ricolmo della vita di Gesù Cristo, la cui sovrabbondanza trabocca riversandosi sulle anime».

E’ questa unione tra l’azione, con il suo prodigarsi di zelo, e la contemplazione, con le sue sublimi elevazioni, che ha prodotto i più grandi santi: san Dionigi, san Martino, san Bernardo, san Domenico, san Francesco d’Assisi, san Francesco Saverio, san Filippo Neri, sant’Alfonso, furono tutti sia ardenti contemplativi che grandi apostoli.

Vita interiore e vita attiva! Santità nell’azione! Con questa unione potente e feconda, quanti prodigi di conversioni opererete! O Signore, date alla vostra Chiesa numerosi apostoli, ma ravvivate, nei loro cuori divorati dallo zelo, una sete ardente della vita d’orazione. Donate ai vostri operai quest’azione contemplativa e questa contemplazione attiva; la vostra opera giungerà allora a compimento e i vostri operai evangelici riporteranno quelle vittorie che annunciaste prima della vostra gloriosa Ascensione.

 

 

 

PARTE TERZA

LA VITA ATTIVA, PERICOLOSA SENZA LA VITA INTERIORE, SE UNITA AD ESSA ASSICURA IL PROGRESSO NELLA VIRTU’

 

 

Capitolo I

Le opere di apostolato

 

 

– I – Le opere di apostolato, mezzo di santità per le anime di vita interiore, divengono per le altre un pericolo per la loro salvezza

1. Mezzo di santità

Alle anime che Egli associa al suo apostolato, il Signore domanda formalmente che non solo si conservino nella virtù ma vi progrediscano. Lo provano le lettere di San Paolo a Tito e a Timoteo e le esortazioni dell’Apocalisse ai Vescovi dell’Asia.

D’altra parte, fin da principio abbiamo accertato che le opere sono volute da Dio.

Vedere perciò nelle opere, in quanto tali, un ostacolo alla santificazione, ed affermare che, pur emanando dalla divina volontà, esse rallenteranno inevitabilmente il cammino verso la perfezione, sarebbe un’ingiuria ed una bestemmia contro la Sapienza, la Bontà e la Provvidenza divine.

Non si può sfuggire a questo dilemma. O l’apostolato, sotto qualunque forma si presenti, se è voluto da Dio, non solo non produce di suo l’effetto di alterare l’atmosfera di solida virtù in cui deve trovarsi un’anima sollecita della sua salvezza e del suo progresso spirituale, ma anzi costituisce sempre per l’apostolo un mezzo di santificazione, qualora lo eserciti nelle debite condizioni. Oppure la persona scelta da Dio come cooperatrice, e perciò tenuta a rispondere alla divina chiamata, avrebbe il diritto di addurre l’attività, le fatiche e le preoccupazioni spese a favore dell’azione imposta, come legittime scusanti della sua negligenza nel santificarsi.

Ora, in conseguenza dell’economia e del disegno divini, Dio, per riguardo a se stesso, deve concedere all’apostolo che ha eletto le grazie necessarie per realizzare l’unione delle occupazioni assorbenti non solo con la sicurezza della sua salute, ma anche con l’acquisto delle virtù fino alla santità.

Gli aiuti che Egli concesse a un Bernardo, a un Francesco Saverio, è tenuto a concederli nella misura necessaria al più modesto operaio evangelico, al più umile religioso insegnante, alla più ignota suora ospedaliera. Questo è un vero e proprio debito del cuore di Dio verso lo strumento che si è scelto: non abbiamo timore a dirlo. Ed ogni apostolo che soddisfi alle condizioni richieste, deve avere un’assoluta fiducia nel suo rigoroso diritto a ricevere grazie necessarie a un genere di occupazioni che gli concedono come un’ipoteca sull’immenso tesoro di quegli aiuti divini.

«Chi si occupa delle opere di carità – dice Alvarez De Paz – non deve pensare ch’esse gli precludano la via alla contemplazione e lo rendano meno capace di potervisi dedicare. Deve invece star ben sicuro che ve lo dispongono in modo mirabile. Questa verità non ce la insegnano solo la ragione e l’autorità dei Padri, ma anche la nostra esperienza quotidiana. Vediamo infatti anime dedite alle opere di carità verso il prossimo – confessando, predicando, insegnando il catechismo, visitando gli ammalati, eccetera – le quali sono elevate da Dio a un così alto grado di contemplazione, da poter a buon diritto essere paragonate agli antichi anacoreti».

Con le parole «grado di contemplazione», l’eminente gesuita, come del resto tutti i maestri di vita spirituale, designa il dono dello spirito di orazione che caratterizza la sovrabbondanza della carità in un’anima.

I sacrifici richiesti dall’azione attingono dalla gloria di Dio e dalla santificazione delle anime un tale valore soprannaturale, una tale fecondità di meriti, che l’uomo votato alla vita attiva, se lo vuole, può ogni giorno elevarsi di un grado nella carità e nell’unione con Dio, in una parola, nella santità.

Indubbiamente in alcuni casi, in cui c’è pericolo grave e prossimo di peccato formale, particolarmente contro la fede e la purezza, Dio vuole che ci si allontani dalle opere. A parte questi casi, però, Egli dà ai suoi operai, mediante la vita interiore, il mezzo d’immunizzarsi e di progredire nella virtù.

Individuiamo dunque in cosa consiste tale progresso. Ci aiuterà a precisare il nostro pensiero una frase paradossale di S. Teresa, così saggia e spirituale: «Dacché sono Priora, carica di numerose occupazioni e obbligata a frequenti viaggi, commetto molte più mancanze. Ciononostante, siccome combatto generosamente e non mi prodigo che per amor di Dio, sento che mi avvicino a Lui sempre di più». La sua debolezza si manifesta con maggior frequenza che nel riposo e nel silenzio del chiostro: la Santa lo constata ma non se ne turba. La generosità del tutto soprannaturale della sua dedizione e gli sforzi più accentuati di prima per la lotta spirituale, le forniscono in compenso occasioni di vittorie che controbilanciano largamente le sorprese d’una fragilità ch’esisteva anche prima, sebbene allo stato latente.

Afferma S. Giovanni della Croce che la nostra unione con Dio sta tutta nell’unione della nostra volontà con la sua e solo da questa è misurata. Invece di vedere, per un falso concetto della spiritualità, la possibilità di progredire nell’unione con Dio solo nella tranquillità e nella solitudine, Santa Teresa giudica per contro che proprio l’attività imposta veramente da Dio ed esercitata nelle condizioni da Lui volute, alimentando il suo spirito di sacrificio, la sua umiltà, la sua abnegazione, il suo ardore e la sua dedizione per il regno di Dio, veniva ad accrescere l’unione intima dell’anima col Signore, che viveva in lei e animava le sue azioni, per incamminarla così verso la santità.

Infatti, la santità consiste principalmente nella carità, e un’opera di apostolato, degna di tal nome, è carità in atto. «Probatio amoris exhibitio est operis», scrisse san Gregorio Magno: l’amore lo si prova con le opere di abnegazione e Dio esige dai suoi operai questa prova di generosità.

La forma di carità che il Signore richiede all’apostolo come prova della sincerità delle reiterate testimonianze del suo amore è questa: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle».

San Francesco d’Assisi credeva di non poter essere amico di Gesù Cristo, se la sua carità non si dedicava salute delle anime: «Non se amicum Chisti reputabat, nisi animas foveret quas ille redemit».

E se Nostro Signore considera come fatte a lui stesso le opere di misericordia, anche corporali, ciò vuol dire ch’Egli vede in ognuna di queste un’irradiazione di quella medesima carità (Mt. 25, 40) che anima il missionario o sostiene l’anacoreta nelle sue privazioni, nelle lotte e nelle preghiere del deserto.

La vita attiva si dedica alle opere di abnegazione. Essa marcia per i sentieri del sacrificio alla sequela di Gesù operaio, pastore, missionario, taumaturgo, medico universale, provveditore tenero ed infaticabile per tutti i bisogni di quaggiù.

La vita attiva ricorda e vive di quelle parole del Maestro Divino: «Io sono in mezzo a voi come un servo» (Lc. 23, 27). «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire» (Mt. 20, 28).

Essa va per i sentieri dell’umana miseria annunciando la parola che illumina, spandendo attorno una messe di grazie che fioriscono in benefici d’ogni genere.

In virtù dei lumi della sua fede illuminata e delle intuizioni del suo amore, nel peggiore dei miserabili, nel più meschino dei sofferenti, essa scopre il Dio nudo, gemente, disprezzato da tutti, il grande lebbroso, il misterioso condannato che la giustizia eterna perseguita ed atterra sotto i suoi colpi, l’uomo dei dolori che Isaia vide innalzarsi nello spaventoso sfarzo delle sue piaghe, nella tragica porpora del suo sangue, talmente disfatto e devastato dai chiodi e dai flagelli, che si contorceva come un verme calpestato.

L’abbiamo dunque visto, esclama il profeta, ma non l’abbiamo riconosciuto! (Is. 53, 2-5)

«Ma tu, o vita attiva, tu lo riconosci bene e, con le ginocchia piegate a terra, con gli occhi pieni di pianto, lo servi nella persona dei poveri.

«La vita attiva migliora l’umanità; fecondando il mondo con le sue generosità, le sue azioni ed i suoi sudori, essa getta nel cielo il seme dei suoi meriti.

«Vita santa che Dio ricompensa, perché Egli dà il Paradiso tanto per il bicchiere d’acqua dato al povero, quanto per gli scritti del dottore e per i sudori dell’apostolo. E nell’ultimo giorno, davanti alla terra ed al cielo, canonizzerà tutte le opere di carità».

2. Pericolo per la salvezza

Quante volte, purtroppo, nei ritiri da me diretti, ho potuto constatare che proprio quelle opere che avrebbero dovuto essere per i loro autori mezzi di progresso, divenivano strumenti di rovina dell’edificio spirituale!

Un uomo d’azione che avevo invitato, nell’aprire un ritiro, ad esaminare la propria coscienza per ricercare la causa principale del suo infelice stato, si giudicò con esattezza dandomi questa risposta a prima vista incomprensibile: «E’ la mia dedizione che mi ha perduto! Le mie disposizioni naturali mi facevano provare gioie nel prodigarmi, felicità nel servire. Aiutato dal successo apparente delle mie imprese, Satana ha ben saputo mettere tutto in opera, durante molti anni, per illudermi, eccitare in me il delirio dell’azione, farmi provare disgusto per la vita interiore e alla fine attirarmi nell’abisso».

Lo stato anormale, per non dire mostruoso, di quell’anima, si può spiegare con una sola parola. Quell’operaio di Dio, totalmente assorbito dalla soddisfazione di sfogare la propria attività naturale, aveva lasciato svanire la vita divina, questo divino calore che, se fosse stato conservato in lui, avrebbe fecondato il suo apostolato e preservata l’anima sua dal freddo glaciale dello spirito naturalistico. Egli aveva lavorato, ma tenendosi lontano dal sole vivificatore: «Magnae vires et cursus celerrimus, sed praeter viam».

Così le opere, teoricamente sante, si erano ritorte a danno dell’apostolo come una pericolosa arma a doppio taglio che ferisce colui che non sa usarla.

E’ proprio da questo pericolo che S. Bernardo mette in guardia il Papa Eugenio III scrivendogli: «Temo che in mezzo alle vostre innumerevoli occupazioni, di cui disperate di vedere la fine, voi lasciate indurire la vostra anima. Agirete con ben maggior prudenza se vi sottrarrete a queste occupazioni, anche solo per qualche tempo, piuttosto che permettendo ad esse di dominarvi e condurvi inevitabilmente, a poco a poco, dove non vorreste arrivare. Condurre dove?, mi chiederete. All’indurimento del cuore, vi rispondo. Ecco dove potranno trascinarvi queste maledette occupazioni, se ad esse continuerete, come all’inizio, ad abbandonarvici del tutto senza riservare nulla per voi stesso».

Cosa mai può esserci di più augusto, di più santo del governo della Chiesa? C’è forse qualcosa di più utile per la gloria di Dio ed il bene delle anime? Eppure: «occupazioni maledette», grida san Bernardo, se finiscono con l’impedire la vita interiore di colui che vi si dedica.

Che tremenda espressione questa: «occupazioni maledette»! Essa vale quanto un libro, tanto spaventa e costringe a riflettere. E quasi attirerebbe una protesta, se non fosse uscita dalla penna così precisa di un dottore della Chiesa, di un S. Bernardo.

Capitolo II

L’uomo d’azione senza la vita interiore

 

– II – L’uomo d’azione senza la vita interiore

Lo si può caratterizzare con questa frase: se non è ancora tiepido, sta fatalmente diventandolo. Orbene, esser tiepido – parliamo di una tiepidezza non di sentimento o di fragilità, ma di volontà – significa venire a patti con la dissipazione e la negligenza abitualmente acconsetite o non combattute, significa patteggiare col peccato veniale deliberato e, allo stesso tempo, togliere all’anima la sicurezza dell’eterna salvezza, disponendola al peccato mortale ed anzi conducendovela. Questa è la dottrina di sant’Alfonso sulla tiepidezza, così bene illustrata dal suo discepolo il Padre Desurmont.

Ebbene, in qual modo l’uomo di azione, privo di vita interiore, scivola necessariamente nella tiepidezza? Sì, necessariamente: per provarlo bastano le parole di un vescovo missionario ai suoi sacerdoti, parole tanto più tremendamente vere, in quanto uscite da un cuore divorato dallo zelo per le opere e da uno spirito le cui tendenze erano diametralmente opposte a tutto ciò che rassomiglia al quietismo.

«Bisogna esserne ben persuasi – diceva il cardinale Lavigerie – Per un apostolo non vi è via di mezzo tra la sua santità compiuta, o almeno desiderata e perseguita con fedeltà e coraggio, e la perversione assoluta».

Ricordiamoci innanzitutto del germe di corruzione che la concupiscenza mantiene nella nostra natura, della guerra senza quartiere che ci fanno i nostri nemici interni ed esterni, dei pericoli che ci minacciano da ogni parte. Cerchiamo poi d’immaginare quel che avviene in un’anima che si dà all’apostolato senza premunirsi abbastanza contro i suoi pericoli.

Un tale sente nascere in sé il desiderio di dedicarsi alle opere, ma non ha alcuna esperienza. La sua brama di apostolo ci permette di credere che abbia ardore e una certa foga nel carattere, d’immaginarcelo entusiasta per l’azione e forse anche per la lotta. Lo supponiamo retto nella sua condotta, pio ed anche devoto, ma di una pietà più di sentimento che di volontà, di una devozione che non è riflesso di un’anima risoluta a non cercare altro che il beneplacito di Dio, ma è una pia pratica, dovuta a lodevoli abitudini. La meditazione, se ancora la pratica, non è che una sorta di fantasticheria, le letture spirituali non sono che un esercizio di curiosità privo di reale influenza sulla sua condotta. Può anche darsi che Satana lo induca a gustare – con l’illusione d’un senso artistico che la povera anima scambia per vita interiore – le letture che trattano le vie elevate e straordinarie dell’unione con Dio, ammirandole con entusiasmo. Ma in realtà ben poco, per non dir nulla, c’è di vita spirituale in quest’anima alla quale, concediamolo pure, rimangono numerose buone abitudini, molte qualità naturali e un certo desiderio sincero, ma troppo vago, di rimanere fedele a Dio.

Ed ecco il nostro apostolo che si dedica a questo ministero nuovo per lui, pieno del desiderio di lavorare alle opere. Ma ben presto, in forza delle stesse circostanze nate da queste nuove occupazioni (e lo sanno bene le persone abituate alle opere) sorgono mille occasioni per farlo vivere sempre più fuori di se stesso, mille allettamenti per la sua ingenua curiosità, mille occasioni di cadute, dalle quali possiamo credere che fino ad allora era stato protetto dall’atmosfera tranquilla del focolare domestico, del seminario, della comunità, del noviziato, o almeno la vigilanza di una saggia guida.

Non soltanto la crescente dissipazione o la pericolosa curiosità di tutto conoscere, le impazienze o le suscettibilità, la vanità o la gelosia, la presunzione o l’abbattimento, la parzialità o la denigrazione, ma anche il progressivo avanzamento delle debolezze del cuore e di tutte le forme più o meno sottili della sensualità, costringeranno ad una lotta senza tregua quest’anima mal preparata a così duri e continui assalti. Perciò frequenti saranno le ferite.

Ma penserà almeno a resistere, quest’anima dalla pietà superficiale, mentre è tutta assorbita dalla soddisfazione già troppo naturale di spendere la sua attività e i suoi talenti per una eccellente causa? Satana poi è sempre in agguato, fiuta già la preda e, lungi dal contrariare tale soddisfazione, l’eccita con tutta sua forza.

Arriva pertanto un giorno in cui si intravede il pericolo: l’angelo custode ha parlato e la coscienza reclama. Bisognerebbe tornare padroni di sé, esaminarsi nella calma di un ritiro spirituale, prendere la risoluzione di attenersi rigorosamente ad un regolamento, che non va tralasciato mai, anche a costo di trascurare per questo certe occupazioni che s’erano prese a cuore. Ma ahimé, ormai è troppo tardi! L’anima, che ha già assaporato il piacere di vedere coronati i suoi sforzi dai più incoraggianti successi, esclama sempre: «domani, domani! Oggi è impossibile: manca il tempo, perché debbo continuare quella serie di discorsi, scrivere questo articolo, organizzare quel sindacato o quell’associazione di carità, preparare quella rappresentazione teatrale, fare quel viaggio, sbrigare la mia corrispondenza, eccetera».

Com’è lieta quest’anima di potersi giustificare con tali pretesti! Il fatto è che il solo pensiero di confrontarsi con la propria coscienza le è divenuto insopportabile. E’ giunto il momento in cui il diavolo può lavorare con piena facilità alla rovina di un cuore che si fa così volentieri suo complice. Il terreno è pronto per questo: l’azione era divenuta per la sua vittima una passione e il diavolo la rende febbricitante. Dimenticare il tumulto degli affari per raccogliersi, le pareva già una cosa insopportabile; il demonio gliene ispira l’orrore, e per giunta non manca d’inebriare quell’anima con nuovi progetti ch’egli abilmente maschera col pretesto della gloria di Dio e del maggior bene delle anime.

Ed ecco che quest’uomo, fino a poco tempo fa pieno di abitudini virtuose, passando da debolezza a debolezza sempre più grave, arriva a porre il piede su un pendio ch’è troppo sdrucciolevole per potersi fermare nella caduta. Ma l’infelice, pur avendo una vaga coscienza che tutta la sua agitazione non è secondo il cuore di Dio, per soffocare i rimorsi, si slancia nel turbine con la massima passione. Le mancanze si accumulano fatalmente e ciò che altre volte turbava la retta coscienza di quest’anima, ora non è più che un vano e spregevole scrupolo. Volentieri essa proclama che bisogna saper esser del proprio tempo e lottare coi nemici ad armi pari; per questo esalta le «virtù attive», dimostrando solo disprezzo per quella che essa chiama sdegnosamente «pietà d’altri tempi». D’altra parte, le sue opere prosperano più che mai, il pubblico le ammira, ogni giorno vede spuntare nuovi successi. «Dio benedice la mia opera», esclama l’anima illusa, sulla quale forse piangeranno domani gli angeli del cielo per le sue gravi colpe.

Come mai quest’anima è caduta in uno stato così deplorevole? Con l’inesperienza, la presunzione, la vanità, l’imprevidenza e la viltà. Essa si è lanciata avventurosamente tra i pericoli, senza valutare le sue scarse risorse spirituali. Una volta esaurite le riserve della vita interiore, si è trovata nella situazione del navigante temerario che non ha più forza di lottare contro corrente e si lascia trascinare verso l’abisso.

Fermiamoci dunque un momento per misurare da vicino la china percorsa e la profondità dell’abisso. Procediamo con ordine e numeriamo le tappe.

 

Prima tappa. L’anima da principio ha perduto a poco a poco, seppur l’ebbe mai, la chiarezza e il vigore delle convinzioni riguardanti la vita soprannaturale, il mondo soprannaturale e l’economia del piano e dell’azione del Signore concernenti il rapporto della vita intima dell’operaio evangelico con le sue opere. Essa non vede più le sue opere che attraverso un miraggio ingannatore. La stessa vanità fa sottilmente da piedistallo alla pretesa buona intenzione. Un predicatore, uomo tutto esteriore e gonfio di vana compiacenza, rispondeva ai suoi adulatori: «Che volete, Dio mi ha dato il dono della parola ed io lo ringrazio». L’anima allora cerca ben più se stessa che Dio: reputazione, gloria e interessi personali sono al primo posto. Il motto «Se fossi gradito agli uomini, allora non sarei servo di Cristo» (Gal. 1, 10), diventa per essa privo di senso.

La mancanza di base soprannaturale che caratterizza questa tappa ha, talvolta come causa ed talaltra come immediata conseguenza, oltre all’ignoranza dei princìpi, anche la dissipazione, la dimenticanza della presenza di Dio, l’abbandono delle giaculatorie e della custodia del cuore, la mancanza di delicatezza di coscienza e di regolarità di vita. E’ vicina la tiepidezza, seppur non è già cominciata.

 

Seconda tappa. L’uomo soprannaturale è schiavo del dovere, e perciò, parsimonioso col suo tempo, l’impiega con ordine e vive secondo una regola. Egli comprende che altrimenti dominerebbero il naturalismo, la vita comoda e capricciosa, dal mattino fino alla sera.

L’uomo di azione privo di base soprannaturale non tarda a farne l’esperienza. La mancanza dello spirito di fede nell’uso del tempo lo conduce a tralasciare la lettura spirituale; oppure legge ancora, ma non studia più. Per i Padri della Chiesa, era d’obbligo preparare l’omelia per la domenica lungo l’intera settimana. Lui invece, a meno che non sia in gioco la vanità, preferisce improvvisare, e lo fa sempre con inusuale fortuna, a sentir lui. Preferisce le riviste ai libri, rinuncia alla sistematicità, svolazza qua e là. Alla legge del lavoro, che è legge di preservazione, di moralizzazione e di penitenza, egli si sottrae dissipando le ore di libertà e desiderando disordinatamente di procurarsi delle distrazioni.

Egli trova faticoso e puramente teorico quel che potrebbe imprigionare la sua libertà di movimento. Il tempo non gli basta per tante opere e doveri sociali, e nemmeno per ciò che considera necessario alla sua salute e ai suoi svaghi. Satana gli dice: «Dedichi ancora troppo tempo agli esercizi di pietà: meditazione, Ufficio, Messa, atti di ministero...; bisogna sfoltire!». E immancabilmente comincia ad abbreviare la meditazione, a farla con irregolarità e, ahimé, a poco a poco arriva forse a sopprimerla del tutto. La sveglia ad ora fissa, condizione indispensabile per rimanere fedeli all’orazione, l’ha anch’essa ovviamente abbandonata, dato che egli si corica sempre tardi e per giusti motivi.

Orbene, nella vita attiva, abbandonare la meditazione equivale a gettare a terra le armi davanti al nemico. «A meno di un miracolo – dice sant’Alfonso – senza la preghiera si finisce col cadere nel peccato mortale». E san Vincenzo de’ Paoli: «Un uomo senza preghiera non è capace di nulla, nemmeno di rinunciare a se stesso in qualsiasi cosa: è la vita animale pura e semplice». Alcuni autori attribuiscono a santa Teresa queste parole: «Senza la preghiera, uno diventa ben presto o un bruto o un demonio. Se voi non pregate, non avete più bisogno che il diavolo vi getti all’inferno: vi ci gettate da soli! Il più grande peccatore, invece, se prega anche solo per un quarto d’ora al giorno, si convertirà e, se persevererà, sarà sicuro della salvezza eterna».

L’esperienza di anime sacerdotali o religiose votate all’azione basta per stabilire questo: se un operaio apostolico, col pretesto di occupazioni o di stanchezza, oppure per disgusto, pigrizia o illusione, riduce facilmente la sua orazione a dieci o quindici minuti, invece d’attenersi a mezz’ora di seria preghiera per riceverne lo slancio e la forza necessarie per la giornata, egli cadrà fatalmente nella tiepidezza della volontà.

Qui evidentemente non si tratta più d’imperfezioni da evitare, ma di peccati veniali che brulicano. L’impossibilità, in cui si è caduti, di vigilare alla custodia del cuore, nasconde alla coscienza la maggior parte di tali mancanze: l’anima si è messa nello stato di non vedere più. Come potrà allora combattere ciò che non discerne più come difettoso? La malattia di languore è già molto avanzata ed è la conseguenza di questa seconda tappa, che è caratterizzata dall’abbandono dell’orazione e di ogni regolamento.

 

Terza tappa. Tutto è maturo per la terza tappa di cui è sintomo la negligenza nella recita del Breviario. La preghiera della Chiesa, che doveva dare al soldato di Cristo gioia e forza per elevarsi ogni tanto a Dio, ricevendone il mezzo per considerare dall’alto il mondo visibile, diviene un peso insopportabile. La vita liturgica, sorgente di luce, di gioia, di forza, di meriti e di grazie per lui e per i fedeli, ora non è altro che l’occasione di un dovere spiacevole al quale si adatta a malincuore. La virtù di religione è seriamente intaccata perché la febbre delle opere ha contribuito a inaridirla. L’anima non considera il culto di Dio se non in quanto è legato a rumorose manifestazioni esteriori. Il sacrificio personale e oscuro ma cordiale della lode, della supplica, dell’azione di grazia, della riparazione, non le dicono più nulla.

Fino a poco tempo fa, recitando le proprie preghiere vocali, diceva con legittima fierezza, come volendo gareggiare con un coro di monaci: «In presenza degli Angeli ti canterò inni» (Ps. 132). Il santuario di quest’anima, in altri tempi imbalsamato di vita liturgica, è divenuto una pubblica piazza in cui regnano il chiasso e il disordine. L’esagerata sollecitudine per le opere e l’abituale dissipazione s’incaricano di moltiplicare le distrazioni, che del resto vengono sempre meno combattute. «Non è nell’agitazione che abita il Signore» (3 Reg., 19, 11). La vera preghiera è sparita; precipitazione, interruzioni ingiustificate, negligenze, sonnolenze, ritardi, rinvio all’ultim’ora col pericolo di essere vinti dal sonno... e forse anche omissioni di quando in quando, trasformano la medicina in veleno e il sacrificio di lode in una litania di peccati che forse finiranno col non essere più semplicemente veniali.

 

Quarta tappa. – Tutto si concatena: l’abisso chiama l’abisso. I Sacramenti! Essi vengono ancora ricevuti e amministrati con rispetto, senza dubbio, ma non si sente più palpitare la vita che contengono. La presenza di Gesù Cristo nel tabernacolo o nel sacro tribunale della Confessione non è più capace di far vibrare le corde della fede fino al midollo dell’anima. La Messa stessa, che è il sacrificio del Calvario, è come un giardino isolato. L’anima certamente è ancor lontana dal sacrilegio, vogliamo crederlo, ma non sente più il calore del sangue divino. Le sue consacrazioni sono fredde e le sue comunioni tiepide, distratte, superficiali: già l’insidiano la familiarità irrispettosa, l’abitudine e forse il disgusto.

L’apostolo così deformato vive fuori di Gesù e non è più favorito da quelle parole intime che Egli vuol dire solo ai suoi veri amici. Di tanto in tanto, tuttavia, l’Amico celeste gl’invia un rimorso, una luce, un richiamo: «vieni a me, povera anima ferita, vieni, ché io ti guarirò» – «Venite ad me omnes et ego reficiam vos» (Mt. 11, 28) – perché io sono la tua salute – «Salus tua ego sum» (Ps. 34) – «sono venuto a salvare ciò che era perduto»: «Venit Filius hominis quaerere et salvum facere quod perierat» (Lc. 19, 10). Questa voce tanto dolce, tenera, discreta e premurosa, procura momenti di emozione, velleità di migliorare; ma siccome la porta del cuore viene appena socchiusa, Gesù non può entrare, e questi buoni movimenti dell’anima rimangono senza effetto. La grazia passa invano e finisce col ritorcersi contro l’anima stessa. Può darsi pure che Gesù, nella sua misericordia, per non ammassare cumuli di collera, cessi dal parlare: «Temi Gesù che passa ma più non torna» (S. Agostino).

Ma andiamo avanti e penetriamo nell’intimo di quest’anima di cui stiamo facendo il ritratto.

Il ruolo dei pensieri è preponderante nella vita soprannaturale, come lo è per quella intellettuale e morale. Ma quali sono i pensieri che occupano quest’anima, e a quale corrente obbediscono? Umani, terreni, vani, superficiali ed egoistici, questi pensieri convergono sempre più verso l’io o verso le creature, spesso presentandosi con apparenze di abnegazione e di sacrificio.

A questo disordine nell’intelligenza corrisponde il disordine nell’immaginazione. Nessuna potenza dell’anima va repressa quanto questa; eppure qui non si pensa nemmeno di frenarla. Sicché, a briglia sciolta, essa corre come una pazza verso tutti i traviamenti, tutte le follie. La progressiva soppressione della mortificazione degli occhi permette alla «pazza di casa» di trovare un po’ dovunque abbondante pascolo.

Il disordine segue il suo corso: dall’intelligenza e dall’immaginazione discende negli affetti. Il cuore si pasce ormai solo d’illusioni. Cosa diventerà questo cuore dissipato che non si preoccupa quasi più del Regno di Dio in lui e che è divenuto insensibile agl’intimi colloqui con Gesù, alla sublime poesia dei misteri, alle austere bellezze della liturgia, agli appelli ed alle attrattive del Dio Eucaristico, che è insomma diventato insensibile agli influssi del mondo soprannaturale? Si chiuderà in se stesso? Ma questo sarebbe un suicidio. No: egli ha bisogno di affetto. Perciò, non trovando più felicità in Dio, amerà le creature. Rimane in balìa della prima occasione e vi si getta imprudentemente, perdutamente, forse senza preoccuparsi più dei voti più sacri, né del maggior bene della Chiesa e nemmeno della propria reputazione. Forse la prospettiva dell’apostasia lo sgomenta ancora, e profondamente, ma lo scandalo delle anime lo spaventa sempre meno.

Grazie a Dio, l’andare così fino in fondo è per certo una rara eccezione. Ma come non capire che il disgusto di Dio e il cedimento ai piaceri proibiti può portare il cuore alle peggiori sciagure? Dall’ «uomo animale» che «non comprende le cose dello Spirito divino» (1 Cor. 2, 14), si scende necessariamente al livello di «coloro che erano stati allevati nella porpora ma ora sguazzano nello sterco» (Ger., Lam., 4, 5). L’ostinata illusione, l’accecamento della mente, l’indurimento del cuore vanno progredendo, e ci si può attendere di tutto.

Per colmo di sventura, benché non sia ancora distrutta, la volontà è ridotta ad uno stato d’indebolimento e di mollezza che equivale quasi all’impotenza. Se gli domandate, non dico di reagire energicamente, il che sarebbe inutile, ma solo di tentare un misero sforzo, non otterrete che questa scoraggiante risposta: «Non posso». Ora, non essere più capace di uno sforzo, significa incaminarsi verso le peggiori catastrofi.

Un noto empio osò dire che non poteva credere alla fedeltà ai voti e agli obblighi monastici in certe anime immischiate, per la loro azione, nella vita del secolo. «Esse camminano su una corda tesa – diceva – e le loro cadute sono inevitabili.» A questa ingiuria a Dio ed alla Chiesa, bisogna rispondere senza esitare che tali cadute si evitano sicuramente se si sa ben adoperare il prezioso bilanciere della vita interiore, e che solo all’abbandono di questo mezzo infallibile vanno attribuite le vertigini e i passi falsi e scandalosi verso il precipizio.

L’ammirevole gesuita padre Lallemant risale alla causa originale di questa catastrofe quando dice: «Molti uomini apostolici non fanno nulla unicamente per Dio. In tutto essi cercano se stessi e, anche nelle migliori imprese, mescolano sempre segretamente il loro interesse con la gloria di Dio. Passano così la vita in una mescolanza di natura e di grazia. Alla fine viene la morte e solo allora aprono gli occhi, vedendo la loro illusione e tremando all’avvicinarsi del temibile giudizio di Dio».

Tra gli apostoli che predicano se stessi, sono certo ben lungi dall’annoverare quello zelante e potente missionario che fu il celebre padre Combalot. Non sarà tuttavia fuori luogo citare le parole ch’egli disse in punto di morte. Il sacerdote che gli aveva amministrato l’estrema unzione gli andava dicendo:

«Abbiate fiducia, caro amico! Avete mantenuta integra la vostra vita di sacerdote, e le vostre migliaia di prediche vi scuseranno davanti a Dio della insufficienza di vita interiore che lamentate». Il moribondo rispose: «Le mie prediche? Ahimé, sotto qual luce ora le valuto! Se non sarà il Signore a parlarmene, non sarò certo io a farlo!». Al lume dell’eternità, quel venerando sacerdote vedeva, nelle sue migliori opere di zelo, delle imperfezioni che allarmavano la sua coscienza perché le attribuiva a manchevolezza della sua vita interiore.

Il cardinale Du Perron, al momento della morte, esprimeva il pentimento per essersi dedicato nella sua vita più a perferzionare l’intelligenza con gli studi scientifici che non la volontà con gli esercizi della vita interiore.

O Gesù, Apostolo per eccellenza, chi mai si è prodigato come Voi quando abitavate fra gli uomini? Oggi Vi donate ancora più abbondantemente con la vostra vita eucaristica; tuttavia non abbandonate mai il seno del vostro Padre! Fate che noi non dimentichiamo mai che Voi non vorrete considerare le nostre opere, se non sono animate da un principio veramente soprannaturale e se non sono radicate nel vostro Cuore adorabile!

Capitolo III

La vita interiore, base della santità dell’operaio apostolico

 

– III – La vita interiore, base della santità dell’operaio apostolico

La santità altro non è che la vita interiore portata fino alla strettissima unione della volontà con quella di Dio. Ordinariamente e salvo un miracolo della grazia, quindi, l’anima non arriva a questo termine se non dopo essere passata, con molteplici e penosi sforzi, per tutti i gradi della via purgativa ed illuminativa. Si noti che è legge della vita spirituale che, nel corso della santificazione, l’azione di Dio e quella dell’anima seguano un cammino inverso: le operazioni di Dio vanno di giorno in giorno acquistando un ruolo sempre più considerevole, l’anima invece va agendo sempre meno.

Una è l’azione di Dio nei perfetti, un’altra nei principianti: meno appariscente in questi, essa soprattutto provoca e mantiene in loro la vigilanza e la supplica, offrendo a loro anche il mezzo d’ottenere la grazia mediante nuovi sforzi. Nei perfetti, invece, Dio agisce in maniera più completa e talvolta esige solo un semplice consenso che unisca l’anima alla sua azione soprannaturale.

Il principiante, come il tiepido e il peccatore, che il Signore vuole avvicinare a Sé, si sentono da principio portati a cercare Dio, poi a dimostrargli sempre più il desiderio che hanno di piacere a Lui, infine a gioire di tutte le provvidenziali occasioni in cui possono detronizzare l’amor proprio e stabilire al suo posto il regno del solo Gesù. In tal caso, l’azione di Dio si limita ad incitamenti e a soccorsi.

Nel santo, invece, quest’azione è molto più potente e più completa. In mezzo alle fatiche e alle sofferenze, saziato di umiliazioni o schiacciato dalla malattia, il santo non deve fare altro, per così dire, che abbandonarsi all’azione divina, senza la quale sarebbe incapace di sopportare le agonie che, secondo i disegni di Dio, devono terminare di maturarlo. Nel santo si realizzano pienamente quelle parole: «Dio ha sottomesso a sé ogni cosa affinché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor. 15, 28). Egli vive talmente di Gesù che sembra di non vivere più per se stesso, come testimoniava l’apostolo Paolo: «Non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal. 2, 20). E’ solo lo spirito di Gesù che pensa, decide e agisce. Certo, la divinizzazione è ancora lontana dal possedere l’intensità che avrà nella gloria, ma questo stato riflette già i caratteri dell’unione beatifica.

Vale la pena di dire che ben diversa è la condizione del principiante, del tiepido ed anche del semplice fervoroso? Al loro stato s’adatta tutta una serie di mezzi che possono d’altronde servire ugualmente all’uno come all’altro. Ma il principiante, simile ad un apprendista, troverà maggiore difficoltà, avanzerà più lentamente e, alla fine, otterrà minori risultati. Il fervoroso invece, come un operaio qualificato, lavorerà rapidamente e bene e, con minor difficoltà, otterrà maggiori risultati.

Però, di qualunque categoria di apostoli si tratti, le intenzioni della Provvidenza a loro riguardo rimangono invariabili: Iddio vuole che, sempre e per tutti, le opere siano un mezzo di santificazione. Mentre però l’apostolato non presenta alcun serio pericolo per l’anima giunta alla santità, non ne esaurisce le forze e anzi le fornisce abbondanti occasioni di crescere nella virtù e nei meriti, abbiamo invece visto con quanta facilità esso causi l’anemia spirituale e, di conseguenza, la retrocessione nella via della perfezione a quelle persone debolmente unite a Dio e nelle quali il gusto dell’orazione, lo spirito di sacrificio e soprattutto l’abitudine alla custodia del cuore sono poco sviluppati.

Tale abitudine, Dio non la rifiuta mai a una preghiera insistente e a prove reiterate di fedeltà. La diffonde senza misura nell’anima generosa che, ricominciando di continuo, ha trasformato a poco a poco le sue facoltà rendendole docili alle ispirazioni celesti e capaci di accettare con gioia contraddizioni e insuccessi, perdite e delusioni.

Esaminando sei caratteristiche principali, vediamo ora come la vita interiore, penetrando in un’anima, la stabilisce nella vera virtù.

1. La vita interiore premunisce l’anima dai pericoli del ministero esterno

«Quando si ha cura di anime, è più difficile vivere bene, a causa dei pericoli esterni». Di questo pericolo abbiamo parlato nel capitolo precedente.

Mentre l’operaio evangelico privo di spirito interiore ignora i pericoli derivanti dalle opere e assomiglia al viaggiatore che attraversa disarmato una foresta infestata da briganti, il vero apostolo teme questi pericoli ed ogni giorno prende le debite precauzioni con un serio esame di coscienza che gli scopre i suoi punti deboli.

Se la vita interiore non facesse altro che mettere l’anima in guardia dal continuo pericolo, contribuirebbe già potentemente a preservare dalle sorprese del cammino, perché pericolo preavvisato è mezzo scampato. Ma essa ha ben altra utilità. Essa diventa per l’uomo d’azione un’armatura completa: «Induite armaturam Dei, ut possitis stare adversus insidias diaboli» (Ef. 6, 11-17).

Quest’armatura divina non solo gli permette di resistere alle tentazioni e di evitare le insidie del diavolo – «ut possitis resistere in die malo» – ma anche di santificare tutte le azioni: «et in omnibus perfecti stare».

Essa lo cinge con la purezza d’intenzione, che concentra in Dio i pensieri, i desideri, gli affetti, e gl’impedisce di deviare nella ricerca delle comodità, dei piaceri e delle distrazioni: «Succincti lumbos vestros in veritate».

Essa lo riveste con la corazza della carità, che gli dà coraggio virile e lo difende dalle seduzioni delle creature, dello spirito del mondo e degli assalti del demonio: «Induti loricam iustitiae».

Essa lo calza con la discrezione e la modestia, affinché in tutti i suoi passi sappia unire la semplicità della colomba con la prudenza del serpente: «Calceati pedes in preparatione Evangelii».

Satana e il mondo cercheranno di abusare della sua intelligenza con i sofismi delle false dottrine, di snervare la sua energia con l’allettamento di massime permissive. A queste menzogne, la vita interiore oppone lo scudo della fede, che fa brillare agli occhi dell’anima lo splendore dell’ideale divino: «In omnibus sumentes scutum fidei in quo possitis omnia tela nequissimi ignea extinguere».

La coscienza del proprio nulla, la sollecitudine per la propria salvezza, la convinzione di non poter fare nulla senza il soccorso della grazia, e quindi la preghiera insistente, supplice e frequente, tanto più efficace quanto più fiduciosa: tutto ciò è per l’anima un elmo di acciaio, su cui si spezzeranno i colpi dell’orgoglio: «Galeam salutis assumite».

Così armato da capo a piedi, l’apostolo può dedicarsi senza timore alle opere, e il suo zelo infiammato dalla meditazione del Vangelo, fortificato dal Pane eucaristico, diventerà una spada con cui potrà sbaragliare i nemici della sua anima e conquistare numerose anime a Cristo: «Gladium spiritus quod est verbum Dei».

2. La vita interiore invigorisce le forze dell’apostolo

Come abbiamo detto, solamente il santo, in mezzo agli impacci degli affari e malgrado l’abituale contatto col mondo, sa salvaguardare il suo spirito interiore e dirigere sempre i suoi pensieri e le sue intenzioni verso il solo Dio. In lui ogni dispendio di attività esteriore è talmente soprannaturalizzato ed infiammato di carità, che non solo non porta alcuna diminuzione di forze, ma causa necessariamente un aumento di grazia.

Nelle altre persone invece, anche se fervorose, al termine di un tempo più o meno lungo dedicato alle occupazioni esteriori, la vita soprannaturale sembra subire delle perdite. Troppo preoccupato del bene da fare al prossimo, troppo assorbito da una compassione insufficientemente soprannaturale per le miserie da alleviare, il loro cuore imperfetto sembra innalzare a Dio fiamme meno pure, offuscate dal fumo di numerose imperfezioni.

Iddio non punisce questa debolezza con una diminuzione della sua grazia e non tratta con rigore queste mancanze, purché nell’azione vi siano stati seri sforzi di vigilanza e di preghiera, e purché, terminato il lavoro, l’anima si disponga a tornare da Lui riposandosi e ritemprandosi le forze. Sono questi continui ricominciamenti causati dall’intrecciarsi tra vita attiva e vita interiore, che danno gioia al suo cuore di Padre.

Del resto, in quelli che lottano, queste imperfezioni diventano sempre meno profonde e meno frequenti, di mano in mano che l’anima impara a ricorrere senza stancarsi a quel Gesù ch’essa trova sempre pronto a dirle: «Vieni a me, povero cervo trafelato ed assetato per il lungo cammino; vieni a trovare nelle acque vive il segreto per tornare agile nelle nuove corse; ritirati un momento da quella folla che non può darti l’alimento richiesto dalle tue forze esauste: Venite seorsum et requiescite pusillum (Mc. 6, 31). Nella calma e nella pace che gusterai presso di me, non solo ritroverai il primitivo vigore, ma imparerai il modo di agire di più con minor fatica.

«Elia, oppresso e scoraggiato, ebbe le sue energie rianimate all’istante in virtù di un pane misterioso. Così, o mio apostolo, in questo invidiabile còmpito di corredentore che mi è piaciuto d’importi, ti do la possibilità, con la mia parola che è vita piena e con la mia grazia che è il mio sangue, di riorientare il tuo spirito verso gli eterni orizzonti e di rinnovare tra il tuo cuore ed il mio un patto d’intimità. Vieni, io ti consolerò dalle tristezze e dalle delusioni del viaggio; nella fornace del mio amore potrai ritemprare l’acciaio delle tue risoluzioni. Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis et ego reficiam vos».

3. La vita interiore moltiplica le energie e i meriti dell’apostolo

«Tu dunque, figlio mio, rinvigorisciti nella grazia» (2 Tim. 2, 1). La grazia è una partecipazione alla vita dell’Uomo-Dio. La creatura possiede una certa misura di forza – e in un certo senso la si può anche qualificare e definire una forza –  ma Gesù è la Forza per essenza: in Lui risiede la pienezza della forza del Padre, l’onnipotenza dell’azione divina, e il suo Spirito lo si definisce Spirito di fortezza.

«O Gesù, solo in Voi sta tutta la mia forza», esclamava san Gregorio di Nazianzo. «Fuori di Cristo non sono che impotenza», diceva a sua volta san Gerolamo.

Il serafico dottore San Bonaventura, nel quarto libro del suo Compendium Theologiae, enumera i cinque principali caratteri che ci dona la forza di Gesù.

Il primo è l’intraprendere le cose difficili e l’affrontare con decisione gli ostacoli: «Agite da forti e il cuor vostro si rinvigorisca» (Ps. 30).

Il secondo è il disprezzo delle cose della terra: «Mi sono privato di tutte le cose, ritenendole sterco» (Fil. 3, 8).

Il terzo è la pazienza nelle tribolazioni: «L’amore è forte almeno quanto la morte» (Ct. 7, 6).

Il quarto è la resistenza alle tentazioni: «Qual leone ruggente, il diavolo si aggira intorno a voi cercando di divorarvi: ma voi resistetegli forti nella fede» (1 Pt. 5, 8-9).

Il quinto è il martirio interiore, ossia la testimonianza, non del sangue ma della vita stessa, che grida al Signore: «voglio essere tutta vostra»; ciò consiste nel combattere le concupiscenze, nel domare i vizi e nel lavorare energicamente per l’acquisto delle virtù: «Ho combattuto la buona battaglia» (2 Tim. 4, 7).

Mentre l’uomo esteriore conta sulle proprie forze naturali, l’uomo interiore le considera solo come aiuti, certamente utili ma insufficienti. Il sentimento della sua debolezza e la sua fede nella potenza di Dio gli danno, come a san Paolo, la giusta misura della sua forza. Di fronte agli ostacoli che gli si oppongono da ogni parte, esclama con umile fierezza: «Quando sono debole, è proprio allora che divento potente» (2 Cor., 12, 10).

Senza la vita interiore, disse San Pio X, mancheranno le forze per sopportare con perseveranza le molestie che trascina con sé ogni apostolato, la freddezza e la scarsa collaborazione dei buoni, le calunnie degli avversari, talvolta perfino le gelosie degli amici e dei compagni d’armi! Solo una virtù paziente, radicata nel bene e al tempo stesso soave e delicata, è capace di evitare o diminuire queste difficoltà.

Con la vita di orazione, simile alla linfa che dalla vite scorre nei tralci, la forza divina discende nell’apostolo per fortificarne l’intelligenza, radicandolo sempre più nella fede. Egli progredisce perché questa virtù rischiara il suo cammino con luci sempre più vive e avanza risolutamente perché sa dove andare e come raggiungere la meta.

Questa illuminazione è accompagnata da una tale energia soprannaturale di volontà, che anche il carattere più debole ed instabile diviene capace di atti eroici.

Il «manete in me», l’unione con l’Immutabile, con Colui che è il Leone di Giuda e il Pane dei forti, spiega quindi il prodigio della costanza invincibile e della fermezza così perfetta che, nell’ammirabile apostolo san Francesco di Sales, s’univano a una dolcezza e a un’umiltà senza pari. Lo spirito e la volontà si fortificano con la vita interiore, perché ne è fortificato l’amore. Gesù lo purifica, lo dirige e l’accresce progressivamente, lo fa partecipare ai sentimenti di compassione, di dedizione, di abnegazione e di disinteresse del suo adorabile Cuore. Se questo amore cresce fino a divenire passione, allora esalta fino al massimo sviluppo e utilizza a suo vantaggio tutte le forze naturali e soprannaturali dell’uomo.

E’ quindi facile giudicare l’accrescimento dei meriti che risulta dal moltiplicarsi delle energie fornite dalla vita di orazione, se si tiene a mente che il merito non consiste tanto nella difficoltà richiesta per compiere un atto, quanto nella intensità della carità portata al suo compimento.

4. La vita interiore dà all’apostolo gioia e consolazione

Solo un amore ardente ed incrollabile è capace di ravvivare un’esistenza, perché l’amore possiede il segreto di far sbocciare il cuore in mezzo ai più grandi dolori e alle fatiche più opprimenti.

La vita dell’uomo apostolico è un intreccio di sofferenze e di fatiche. Per quanto giocondo possa essere il suo carattere, se l’apostolo non ha la convinzione di essere amato da Gesù Cristo, quali ore tristi, inquiete e buie per lui... a meno che l’infernale cacciatore non gli faccia luccicare innanzi lo specchietto delle consolazioni umane e degli apparenti successi, per meglio attirare quest’ingenua allodola nei suoi inestricabili lacci. Solamente l’Uomo-Dio può far sgorgare dall’anima quel grido sovrumano: «sovrabbondo di gioia in mezzo a tutte le nostre tribolazioni» (2 Cor. 76, 4). In mezzo alle mie interiori sofferenze, dice l’Apostolo, nonostante l’agonia della parte inferiore dell’anima, il suo vertice, come quello di Gesù nel Getsemani, gioisce di una felicità che per certo non ha nulla di sensibile, ma che è talmente vera che non la scambierei con tutte le gioie umane.

Arrivano la prova, il contrasto, l’umiliazione, la sofferenza, la perdita dei beni, anche quella delle persone amate; ma l’anima accetterà queste croci in tutt’altro modo da come faceva al principio della sua conversione. Di giorno in giorno essa cresce nella carità. Il suo amore sarà forse senza splendore; il Maestro potrà trattarla da anima forte, conducendola per le vie di un annientamento sempre più profondo o per l’arduo sentiero dell’espiazione, a beneficio proprio o altrui; ma che importa! Favorito del raccoglimento, alimentato dall’Eucaristia, l’amore cresce sempre più e se ne ha la prova in quella generosità con cui l’anima si sacrifica e si abbandona, in quella dedizione che la spinge a correre, senza preoccuparsi delle fatiche, alla ricerca delle anime, verso le quali il suo apostolato si esercita con una pazienza, una prudenza, un tatto, una compassione ed un ardore, che si spiegano soltanto con la penetrazione della vita di Gesù in lei: «Vivit vero in me Christus».

Il sacramento dell’amore dev’essere il sacramento della gioia. L’anima non può essere interiore senza essere eucaristica, senza quindi gustare intimamente il dono di Dio, senza godere della sua presenza, senza assaporare la dolcezza dell’essere amato che possiede e che adora.

La vita dell’uomo apostolico è una vita di preghiera. «La vita di preghiera – disse il santo Curato d’Ars – è la grande felicità di questa vita. Oh bella vita! Bella unione dell’anima col Signore! L’eternità non sarà abbastanza lunga per comprendere questa felicità. La vita interiore è un bagno d’amore in cui l’anima s’immerge; essa è come affogata nell’amore. Dio tiene l’anima interiore, come una mamma tiene nella mano la testa del suo bimbo per coprirla di baci e di carezze».

Un’altra fonte di gioia consiste nel contribuire a far servire e far onorare l’oggetto del proprio amore. L’uomo apostolico conosce tutte queste felicità. Mentre si serve dell’azione per aumentare il suo amore, egli sente al tempo stesso accrescere la sua gioia e la sua consolazione. «Venator animarum», cacciatore di anime, egli ha la gioia di contribuire alla salvezza di esseri che sarebbero finiti dannati, e quindi ha la gioia di consolare Dio nel dargli dei cuori che sarebbero stati eternamente separati da Lui; infine, ha la gioia di sapere che in tal modo egli procura a se stesso una delle più solide assicurazioni di progresso nel bene e di gloria eterna.

5. La vita interiore affina nell’apostolo la rettitudine d’intenzione

L’uomo di fede giudica l’azione sotto una luce ben diversa da chi vive esteriormente. Più che l’aspetto appariscente, egli ne comprende il ruolo che svolge nel piano divino e i risultati soprannaturali.

Così pure, considerando se stesso come un semplice strumento, egli ha tanto più in orrore ogni compiacenza delle sue proprie capacità, quanto più fonda la speranza della sua riuscita nella persuasione della propria impotenza e sulla confidenza in Dio solo.

Egli si radica in tal modo nello stato d’abbandono. Nel mezzo delle difficoltà, quale differenza tra il suo atteggiamento e quello dell’apostolo che non conosce l’intimità con Gesù!

Nondimeno, questo abbandono non diminuisce affatto il suo ardore per l’impresa. Egli agisce come se il successo dipendesse unicamente dalla propria attività, tuttavia non l’aspetta che da Dio solo (S. Ignazio). Non prova perciò nessuna pena a subordinare tutti i suoi progetti e le sue speranze ai segni incomprensibili di quel Dio, che spesso fa servire al bene delle anime i rovesci meglio ancora dei trionfi.

Pertanto quest’anima si trova in uno stato di santa indifferenza all’insuccesso come alla riuscita. Essa è sempre pronta a dirvi: «Mio Dio, Voi non volete che l’opera incominciata giunga a compimento. Preferite che io mi limiti ad agire generosamente, ma sempre in pace, e a sforzarmi per ottenere il risultato, riservando solo a Voi la cura di decidere se il successo Vi procurerà maggior gloria che un mio atto di virtù derivato dall’accettare un fallimento. Sia mille volte benedetta la vostra santa e adorabile volontà! Con l’aiuto della vostra grazia, fate che io sappia reprimere i più piccoli sintomi di vana compiacenza, quando Voi benedite i miei disegni, e fate che sappia umiliarmi e adorarvi, quando la vostra Provvidenza giudica bene annientare il frutto delle mie fatiche».

In verità, il cuore dell’apostolo sanguina nel vedere le tribolazioni della Chiesa; ma non c’è nulla di comune tra il suo modo di patire e quello dell’uomo che non è animato da spirito soprannaturale. Al momento in cui sopraggiungono le difficoltà, lo dimostrano il contegno e l’attività febbrile di costui, le sue impazienze ed il suo abbattimento, la sua disperazione e talvolta il suo annientamento di fronte a rovine irreparabili. Il vero apostolo invece utilizza tutto, trionfi e rovesci, per accrescere la sua speranza e dilatare la sua anima nel fiducioso abbandono alla Provvidenza. Nessun particolare del suo apostolato che non diventi occasione per un atto di fede. Nessun istante del suo perseverante lavoro che non sia occasione per dar prova della sua carità, perché, con l’esercizio della custodia del cuore, giunge a compiere tutto con una purezza d’intenzione sempre più perfetta, e con l’abbandono rende il suo ministero sempre più impersonale.

Così, ogni sua azione s’impregna sempre più dei caratteri della santità; mescolato all’inizio a tante imperfezioni, il suo amore per le anime, purificandosi sempre più, finisce col non vedere in esse che Gesù, col non amarle che in Gesù; e così, per mezzo di Gesù, le genera a Dio: «o figli miei, per i quali io continuo a soffrire i dolori del parto, finché non avrò formato in voi il Cristo» (Gal. IV, 19).

6. La vita interiore è una difesa dallo scoraggiamento

«Quando Dio vuole che un’opera sia totalmente frutto delle sue mani, dapprima riduce tutto all’impotenza e poi agisce». Questa frase di Bossuet è incomprensibile all’apostolo che non coglie la vera anima del suo apostolato.

Non c’è nulla che ferisca Dio quanto l’orgoglio. Ora, nella ricerca del successo, se manchiamo di purezza d’intenzione, noi possiamo giungere ad erigerci a una sorta di divinità, principio e fine delle nostre opere. Dio ha in orrore questa idolatria. Quando vede che l’attività dell’apostolo manca di quella impersonalità che la sua gloria esige dalla creatura, lascia talvolta campo libero alle cause seconde e l’edificio non tarda a crollare.

Attivo, intelligente, dedicato, l’operaio si è messo all’opera con tutto l’ardore della sua natura. Forse ha ottenuto brillanti successi, ne ha gioito e se n’è compiaciuto: sono opera sua, tutta sua! Ha quasi fatto suo quel celebre motto: «Veni, vidi, vici». Ma attendiamo un poco. Un avvenimento permesso da Dio, oppure un’azione diretta di Satana o del mondo vengono a colpire l’opera o la persona stessa dell’apostolo: rovina totale! Ma ben più lamentevole è la rovina interiore, frutto della tristezza e dello scoraggiamento di questo prode del giorno prima. Più era esuberante la gioia, più profondo è ora l’abbattimento.

Solo il Signore potrebbe riergere quelle rovine. «Alzati! – dice allo scoraggiato – Invece di fare da solo, riprendi il tuo lavoro con Me, per mezzo di Me e in Me!» Ma il disgraziato non ascolta più questa voce. E’ talmente esteriorizzato che, per poterla sentire, avrebbe bisogno di un vero miracolo della grazia, sul quale però non ha più diritto di contare, a causa delle infedeltà accumulate. Solo una vaga convinzione della potenza e della Provvidenza di Dio aleggia sulla desolazione di questo sventurato, e non può bastare a dissipare le ondate di tristezza che continuamente lo assalgono.

Che diverso spettacolo offre invece il vero sacerdote il cui ideale è di riprodurre in sé Gesù Cristo! Per lui, la preghiera e la santità di vita restano i due grandi mezzi di azione sul Cuore di Dio e sul cuore degli uomini. Si è prodigato, certo, e generosamente, ma il miraggio del successo gli è sembrato una prospettiva indegna di un vero apostolo. Sopraggiungono le burrasche, ma poco importa la causa seconda che le ha prodotte. Poiché non ha lavorato che con il Signore, in mezzo al cumulo delle macerie sente risuonare nel fondo del cuore quello stesso «non temete!» che, durante la tempesta, ridiede pace e sicurezza agl’impauriti discepoli.

Il primo risultato della prova consiste in un nuovo slancio verso l’Eucaristia e in un rinnovamento d’intima devozione verso la Madonna Addolorata.

Invece di essere schiacciata dall’insuccesso, la sua anima esce ringiovanita dal torchio: «Verrà rinnovata la tua giovinezza, come quella dell’aquila» (Ps. 103, 5). Da dove gli viene questo atteggiamento di umile trionfatore in mezzo alla disfatta? Non cercatene il segreto altrove che in quella unione con Gesù ed in quella confidenza incrollabile nella Sua potenza che faceva già dire a Sant’Ignazio: «Se la Compagnia di Gesù venisse soppressa senza mia colpa, un quarto d’ora di conversazione con Dio mi basterebbe per riacquistare la calma e la pace». «In mezzo alle umiliazioni – diceva il santo curato d’Ars – il cuore delle anime interiori sta come una roccia in mezzo ai flutti del mare».

L’apostolo soffre, certamente. La perdita di molte sue pecorelle sarà forse il risultato di ciò che ha reso vani i suoi sforzi e rovinato la sua opera. Questo vero pastore prova un’amara tristezza, che però non può frenare l’ardore che lo spingerà a ricominciare da capo.

Egli sa che la redenzione, anche quella che salva una sola anima, è un’opera grande che si compie soprattutto con la sofferenza. Ma a rinvigorirlo basta la certezza che le prove generosamente sopportate aumentano il suo progresso nella virtù e procurano a Dio una gloria maggiore.

D’altra parte, egli sa pure che Dio spesso non vuole da lui altro che germi di successo. Verranno altri a raccogliere messi copiose; esse crederanno forse di potersene attribuire il merito; ma il Cielo saprà discernerne la causa nel lavoro ingrato e in apparenza sterile che le ha precedute: «Vi ho mandato a mietere dove non avete lavorato; altri hanno faticato e voi siete subentrati al loro lavoro» (Gv. 4, 38).

Il Signore, autore dei successi ottenuti dagli Apostoli dopo la Pentecoste, durante la sua vita pubblica non ha voluto che seminare germi, insegnamenti, esempi, predicendo ai discepoli che sarebbe stato loro concesso di compiere opere più grandi delle sue: «Colui che crede in me, compirà le opere che io faccio, anzi ne farà di maggiori» (Gv. 14, 12).

Scoraggiarsi, il vero apostolo? Lasciarsi influenzare dai discorsi dei pusillanimi? Condannarsi al riposo dopo l’insuccesso? Sarebbe non comprendere la sua vita intima e la sua fede in Cristo! Come ape infaticabile, egli va sempre ricostruendo nuovi favi nell’alveare devastato.

 

 

 

PARTE QUARTA

FECONDITA’ DELLE OPERE ANIMATE DALLA VITA INTERIORE

 

La vita interiore è condizione della fecondità delle opere

Facendo astrazione da quella ragione di fecondità che i teologi chiamano ex opere operato, consideriamo qui soltanto quella che risulta ex opere operantis. Ricordiamo che, se l’apostolo realizza il detto evangelico: «Se uno rimane in me e io in lui...», la fecondità della sua azione voluta da Dio è assicurata: «...costui porta molti frutti» (Gv. 15, 5). Questo testo è di una tale evidenza logica che è superfluo, dopo questa Autorità, provare la tesi; ci limitiamo pertanto a confermarla con alcuni fatti.

Per più di trent’anni ho potuto seguire da lontano le vicende di due orfanotrofi femminili tenuti da Congregazioni diverse. Entrambi subirono un periodo di manifesto decadimento. Perché nasconderlo? Su sedici orfanelle ricoverate nelle medesime condizioni e che avevano lasciato l’istituto appena giunte alla maggiore età, tre che erano uscite dalla prima casa e due dall’altra, in un tempo da otto a quindici mesi erano passate dalla Comunione frequente allo stato più degradante della scala sociale; delle altre undici solo una rimase profondamente cristiana. Eppure, alla loro uscita, avevano tutte trovato una conveniente collocazione.

In uno di questi orfanotrofi, undici anni fa, la superiora venne cambiata. Dopo appena sei mesi, si poteva già constatare una profonda trasformazione nello spirito dell’istituto.

La stessa trasformazione fu osservata tre anni dopo nell’altro orfanotrofio quando, sebbene superiora e religiose rimanessero le stesse, venne cambiato il cappellano. Da allora in poi, delle povere giovani uscite maggiorenni, neppure una fu gettata nel fango da Satana, ma tutte senza eccezione son rimaste brave cristiane.

La ragione di questi risultati è semplice. Alla guida dell’istituto o nel confessionale non c’era una direzione fortemente soprannaturale; ciò bastava per paralizzare o per lo meno attenuare l’azione della grazia. La precedente superiora nel primo caso e il precedente cappellano nel secondo, persone sinceramente pie ma prive di seria vita interiore, non avevano una influenza profonda e duratura. La loro era una pietà dovuta al sentimento, all’ambiente, all’inerzia, fatta soltanto di pratiche e di abitudini, che non poteva generare convinzioni profonde ma solo un amore senza calore e una virtù senza radici. Una pietà fiacca, tutta apparenze, sdolcinature o atteggiamenti; una bigotteria che forma brave ragazze incapaci di darvi fastidio, smorfiose che sanno fare la riverenza, ma che non hanno forza di carattere e che si lasciano trascinare dalla loro sensibilità e immaginazione. Una pietà incapace di delineare un vasto orizzonte di vita cristiana e di formare donne forti, preparate alla lotta, ma capace al massimo di trattenere in gabbia povere fanciulle languenti, che sospirano il giorno in cui potranno uscirne. Ecco tutta la vita cristiana che erano riusciti a far germogliare operai evangelici ai quali la vita interiore era quasi sconosciuta!

Ma poi, in quelle due comunità, una superiora o un cappellano vengono sostituiti: tutto cambia aspetto. Com’è più compresa la preghiera e come i Sacramenti sono più fecondi! Quale diverso comportamento in cappella e persino al lavoro e a ricreazione! Cambiamenti radicali che sono dimostrati dall’osservazione e testimoniati dalla gioia serena, dallo slancio nell’acquisto delle virtù e, in alcune anime, dal desiderio ardente di vocazione religiosa. A cosa attribuire una simile trasformazione? La nuova superiora ed il nuovo cappellano erano anime di vita interiore.

Non c’è dubbio che in molti collegi, convitti, ospedali, patronati e persino in parrocchie, comunità e seminari, l’attento osservatore avrà dovuto attribuire simili effetti ad identiche cause.

Ascoltiamo San Giovanni della Croce: «Gli uomini divorati dall’attività, che si illudono di poter cambiare il mondo con le loro predicazioni e le altre opere esteriori, riflettano un momento. Comprenderanno facilmente che sarebbero ben più utili alla Chiesa e più graditi al Signore – senza parlare del buon esempio che darebbero – se consacrassero più tempo all’orazione e agli esercizi della vita interiore.

«In tali condizioni, con un’opera sola, essi compirebbero un bene maggiore e con minor fatica di quanto ne farebbero in mille altre alle quali dedicano la vita. L’orazione farebbe meritare questa grazia e darebbe a loro loro le forze spirituali necessarie per produrre simili frutti. Senza di essa, tutto si riduce ad un gran chiasso, come il martello che battendo sull’incudine fa risuonare l’eco tutt’intorno. Si fa poco più che nulla, spesso assolutamente nulla o addirittura del male. Dio ci liberi da una tale anima, se càpita che si gonfi di superbia! Invano le apparenze testimonierebbero in suo favore; la verità è che essa non riuscirà a far nulla, poiché è assolutamente certo che nessuna opera buona può essere compiuta senza la virtù divina. Ah, quanto si potrebbe scrivere al riguardo, rivolgendosi a coloro che abbandonano l’esercizio della vita interiore e aspirano alle opere clamorose, capaci di metterli in vista e di farli ammirare da tutti! Costoro non conoscono affatto la sorgente d’acqua viva e la fontana misteriosa che fa tutto fruttificare».

Alcune espressioni di questo santo sono forti quanto quell’altra di san Bernardo, già ricordata: «occupazioni maledette». Non è possibile accusarle di esagerazione, se ci si ricorda che le qualità più ammirate da Bossuet in San Giovanni della Croce sono appunto il perfetto buon senso, lo zelo nel mettere in guardia dal desiderio di percorrere vie straordinarie per giungere alla santità, l’esatta precisione nell’esprimere pensieri di notevole profondità.

Vediamo ora di studiare alcune cause della fecondità della vita interiore.

 

 

1. La vita interiore attira le benedizioni di Dio

«Sazierò di grassi l’anima dei miei sacerdoti e il mio popolo si pascerà dei miei doni» (Ger. 31, 14). Notiamo il legame tra le due parti di questo testo. Dio non dice: «Io darò ai miei sacerdoti più zelo, più talento», ma dice: «Sazierò la loro anima». E non significa altro che questo: io li colmerò del mio spirito, comunicherò a loro grazie elette e così il mio popolo riceverà la pienezza dei miei beni.

Dio avrebbe potuto distribuire la sua grazia secondo il suo beneplacito, senza tener conto né della pietà del ministro né delle disposizioni dei fedeli, come fa nel Battesimo dei bambini. Invece, in base alla legge ordinaria della sua Provvidenza, questi due elementi diventano la misura dei doni celesti.

«Senza di me non potere far nulla» (Gv. 15, 5): questo è il principio. Sul Calvario venne sparso il Sangue redentore; ma in che modo Dio ne ha assicurato l’originaria efficacia? Con una miracolosa diffusione della vita interiore. Non v’era nulla di più angusto che l’ideale e lo zelo degli Apostoli prima della Pentecoste; lo Spirito Santo li trasforma in uomini interiori e sùbito la loro predicazione opera meraviglie. Ordinariamente, Dio non rinnoverà più il prodigio del Cenacolo, ma lascerà le grazie di santificazione alle prese con la libera e laboriosa corrispondenza della sua creatura. Facendo però della Pentecoste la data ufficiale della nascita della Chiesa, non vuole forse farci capire che i suoi apostoli devono far precedere la loro santificazione personale all’opera di corredentori?

Per questo tutti i veri operai apostolici si attendono molto più dai loro sacrifici e dalle loro preghiere che non dall’organizzazione della loro attività. Il padre Lacordaire, prima di salire sul pulpito, rimaneva lungamente in preghiera, e quando rientrava in cella si faceva flagellare. Il padre Monsabré, prima di prendere la parola a Notre Dame, recitava in ginocchio il Rosario intero. Ad un amico che gli domandava perché lo facesse, rispose scherzosamente: «Prendo la mia ultima infusione».

Questi due religiosi vivevano entrambi di quel principio dettato da san Bonaventura: «I segreti di un fecondo apostolato si attingono ben più ai piedi del Crocifisso che nel dispiegamento di brillanti qualità». San Bernardo esclama: «Tre sono le cose che restano: la parola, l’esempio e la preghiera; ma la più importante delle tre è la preghiera»; espressione molto forte, ma che è solo il commento della risoluzione presa dagli Apostoli di abbandonare certe occupazioni allo scopo di potersi applicare prima di tutto alla preghiera e soltanto dopo al ministro della parola (At. VI, 4).

Abbiamo abbastanza notato, a questo riguardo, l’importanza fondamentale che il Salvatore dà a questo spirito di preghiera? Gettando uno sguardo sul mondo e sui secoli futuri, e prevedendo la grande moltitudine delle anime chiamate a beneficiare del Vangelo, Egli esclama con tristezza: «La messe è abbondante ma gli operai son pochi» (Mt. 9, 3). Ma che cosa propone Gesù come il mezzo più rapido per diffondere la sua dottrina? Domanderà forse ai suoi discepoli di frequentare le scuole di Atene o di andare dai Cesari di Roma a studiare come si conquistano e si governano gli imperi? Uomini di zelo, ascoltate il Maestro. Quel che ci rivela è un programma ed una fonte di luce: «Pregate dunque il padrone dei campi, perché mandi operai a mietere» (Mt. 9, 3).

Sapienti organizzazioni, risorse da procurarsi, chiese da edificare, scuole da fondare: nessuna menzione di tutto ciò. «Rogate ergo»: preghiera e spirito di orazione; il Maestro non si stanca di repeterci questa verità fondamentale. Il resto, tutto il resto, ne deriverà.

Rogate ergo! Se il timido mormorio della supplica rivolta da un’anima santa è capace di reclutare legioni di apostoli più che la parola eloquente d’un cercatore di vocazioni meno pieno dello spirito di Dio, che se ne deve concludere? Questo: che lo spirito di preghiera, il quale nel vero apostolo vai di pari passo con lo zelo, sarà la causa principale della fecondità del suo lavoro.

Rogate ergo! In primo luogo pregate; soltanto dopo il Signore aggiunge: «Andate dunque ad insegnare, a predicare» (Mt. 10, 7). Certo, Dio si servirà anche di questo mezzo; ma le benedizioni che dànno la fecondità al ministero sono riservate alla preghiera dell’uomo di orazione; preghiera così potente, da far uscire dal seno di Dio gl’inebrianti profumi di un’azione irresistibile sulle anime.

Anche San Pio X, con la sua autorevole parola mette in rilievo la tesi del nostro modesto lavoro:

«All’Azione Cattolica, poiché si propone di restaurare tutte le cose in Cristo mediante l’apostolato dell’azione, le è necessaria la grazia divina, e questa non si dà che all’apostolo che è unito a Cristo. Soltanto quando avremo formato Gesù Cristo in noi, potremo più facilmente darlo alle famiglie e alla società. Epperò quanti sono chiamati a dirigere o si dedicano a promuovere il movimento cattolico, devono essere cattolici a tutta prova, (...) di pietà vera, di maschie virtù, di puri costumi».

Quanto diciamo della preghiera va applicato all’altro elemento della vita interiore: alla sofferenza, cioè a tutto quello che viene ad urtare la nostra natura, sia dal di fuori come dal di dentro. Si può soffrire come un pagano, come un dannato o come un santo. Per soffrire veramente con Cristo bisogna cercare di soffrire da santo. Allora la sofferenza serve al nostro personale profitto e per applicare all’anima il mistero della Passione: «Completo nella mia carne quel che manca alle sofferenze di Cristo a beneficio del suo Corpo che è la Chiesa» (Col. 1, 21). Nel commentare questo passo, dice sant’Agostino: «I patimenti di Gesù Cristo erano completi, ma soltanto nel capo: mancavano ancora i suoi patimenti nelle sue mistiche membra». Praecessit Christus in capite: Gesù Cristo ha sofferto, ma come capo; sequitur in corpore: ora tocca al suo corpo mistico soffrire. Ogni sacerdote può dire: «Questo corpo sono io, perché sono un membro di Cristo; ciò che manca alle sofferenze di Cristo, bisogna che lo completi io a beneficio del suo Corpo ch’è la Chiesa».

La sofferenza è il più gran sacramento, diceva il padre Faber. Questo profondo teologo ne mostra la necessità e ne deduce le glorie; tutti gli argomenti del celebre oratoriano si possono applicare alla fecondità dell’azione per mezzo dell’unione dei sacrifici dell’operaio evangelico con il Sacrificio del Calvario, e perciò con la partecipazione all’efficacia infinita del Sangue divino.

 

2. La vita interiore rende l’apostolo un santificatore mediante il buon esempio

Nel discorso sulla montagna, il Maestro chiama i suoi Apostoli «sale della terra» e «luce del mondo» (Mt. 5, 3).

Sale della terra, possiamo esserlo nella misura in cui siamo santi. A che mai potrebbe ancora servire il sale insipido? «Cosa mai potrà essere purificato da ciò ch’è impuro?» (Eccl. 35, 4). Esso vale solo per essere buttato sulla strada e calpestato.

L’apostolo pio invece, vero sale della terra, sarà un autentico agente di conservazione in mezzo a questo mare di corruzione ch’è la società umana. Qual faro splendente nella notte, lux mundi, lo splendore del suo esempio, più che quello della sua parola, dissiperà le tenebre addensate dallo spirito del mondo e farà risplendere l’ideale della vera felicità, tracciato da Gesù nelle otto Beatitudini.

Il fattore maggiormente capace di condurre i fedeli ad una vita cristiana, è precisamente la virtù di colui che ha la missione d’insegnarla. Per contro, le sue debolezze allontanano da Dio in un modo quasi irresitibile: «Per colpa vostra, il nome di Dio viene bestemmiato fra i popoli» (Rom. 2, 24). Per questo l’apostolo, più che le belle parole sulle labbra, deve aver la fiaccola del buon esempio in mano e praticare lui per primo, in modo eccellente, le virtù che predica. Colui che ha la missione di dire grandi cose è tenuto a farne di simili, dice san Gregorio Magno.

Fu giustamente notato che il medico del corpo può guarire i suoi malati senza godere di buona salute. Ma per guarire le anime bisogna avere la propria anima ben sana, perché in questo caso si dà qualcosa di sé stessi.

Gli uomini hanno il diritto di essere esigenti verso chiunque pretenda d’insegnare a loro a riformarsi. Essi sanno rapidamente discernere se la condotta è coerente con la predica, o se la morale di cui ci si ammanta non è che una maschera ingannevole. In base al risultato di questo confronto, essi accordano o rifiutano la fiducia.

Che potenza avrà il sacerdote nel parlare della preghiera, se il popolo lo vedrà spesso a colloquio con l’Ospite troppo spesso abbandonato nel Tabernacolo! Come sarà ascoltata la sua parola se, predicando il lavoro e la penitenza, si dimostra laborioso e mortificato! Apologeta della carità fraterna, troverà dei cuori attenti se, cercando di diffondere nel gregge il buon odore di Cristo, rispecchierà nella sua condotta la dolcezza e l’umiltà del divino Modello: «Vero modello del gregge» (1 Pt. 5, 3).

Il professore che non ha vita interiore, crede aver fatto il suo dovere mantenendosi esclusivamente sul terreno di un programma d’esame. Ma se avesse vita interiore, una frase sfuggita dal suo labbro o dal suo cuore, una emozione manifestata sul volto, un gesto espressivo, anzi il suo stesso modo di fare il segno di croce, di dire una preghiera prima o dopo la lezione, fosse anche una lezione di matematica, potrebbe avere sugli scolari maggior influenza di una predica.

La suora dell’ospedale e dell’orfanotrofio ha nelle mani un potere e dei mezzi efficaci per far nascere nelle anime, pur mantenendosi prudentemente nel proprio campo, un amore profondo per Gesù Cristo e per i suoi insegnamenti. Se invece manca di vita interiore, non sospetterà neppure l’esistenza di quel potere o non riuscirà a promuovere altro che atti di pietà puramente esteriori e nulla di più.

Il Cristianesimo non si è diffuso tanto in virtù di frequenti e lunghe discussioni, quanto con lo spettacolo dei costumi cristiani così opposti all’egoismo, all’ingiustizia e alla corruzione dei pagani. Nel suo famoso libro Fabiola, il cardinale Wiseman mette bene in rilievo quale potente efficacia aveva l’esempio dei primi cristiani sull’animo dei pagani, anche di quelli più prevenuti contro la nuova religione. In questo libro noi assistiamo al cammino progressivo e quasi irresistibile di un’anima verso la luce. I nobili sentimenti, le virtù modeste o eroiche che la figlia di Fabio nota in certe persone di tutte le condizioni e di tutte le classi sociali, attirano la sua ammirazione. Ma quale cambiamento si operò in lei, quale rivelazione fu per la sua anima, quando scoprì che tutti coloro di cui ammirava la carità, l’abnegazione, la modestia, la dolcezza, la moderazione, il culto della giustizia e della castità, appartenevano a quella setta che sempre le era stata descritta come esecrabile! Da quel momento ella divenne cristiana.

Dopo la lettura di questo libro si è costretti ad esclamare: Ah!, se i cattolici, se i loro uomini di azione avessero almeno un poco di quello splendore di vita cristiana descritta dall’illustre cardinale, e che altro non è se non la pratica del Vangelo! Come sarebbe allora irresistibile il loro apostolato verso questi pagani moderni, troppo spesso prevenuti contro il cattolicesimo dalle calunnie dei settari, dal carattere acerbo delle nostre polemiche o da un modo di rivendicare i propri diritti che sembra provenire più dall’orgoglio ferito che non dal desiderio di difendere gli interessi di Dio!

Com’è potente l’irradiazione esterna di un’anima unita a Dio! Nel vedere il padre Passerat che celebrava la Santa Messa, il giovane Desurmont si decise ad entrare nella Congregazione Redentorista, della quale doveva poi diventare nobile decoro.

Il popolo ha di queste intuizioni che non possono ingannarsi: se predica un uomo di Dio, corre in massa; ma se la condotta di un uomo di azione non corrisponde più a quanto ci si aspetta da lui, l’opera sua, per quanto abilmente condotta, è compromessa e va forse verso una irreparabile rovina.

«Vedano le vostre buone opere e ne glorifichino il Padre» (Mt. 5, 16), diceva Nostro Signore. San Paolo raccomanda spesso il buon esempio ai suoi due discepoli Tito e Timoteo: «In ogni cosa mostrati modello di buone opere» (Tit. 2, 7). «Sii modello dei fedeli nella parola, nella condotta, nella fede e nella castità» (1 Tim. 4, 12). Egli stesso esclama: «Quello che avete veduto in me, mettetelo in pratica» (Fil. 4, 9). «Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor. 11, 1). Il suo linguaggio di verità si basa su quella sicurezza e quello zelo che sono ben lungi dall’escludere l’umiltà e che facevano già esclamare Gesù Cristo: «Chi mai potrà rinfacciarmi un qualche peccato?» (Gv. 8, 46).

Solo a questa condizione, cioè alla sequela di Colui del quale è scritto «Incominciò ad operare e ad insegnare» (At. 1, 1), l’apostolo diventerà «un operaio che non ha di che vergognarsi» (2 Tim. 2, 15).

«Soprattutto, figli carissimi – diceva Leone XIII – ricordate che la purezza e santità di vita è la condizione indispensabile del vero zelo e la miglior garanzia del successo».

Un uomo santo, perfetto e virtuoso, diceva santa Teresa, fa realmente maggior bene alle anime che numerosi altri i quali sono soltanto istruiti e più dotati.

«Se l’animo non è temperato, sarà difficile promuovere negli altri il bene», dichiara san Pio X, ed aggiunge: «Quanti si dedicano a promuovere il movimento cattolico, devono (...) essere di vita così intemerata, da essere per tutti di esempio efficace».

 

3. La vita interiore produce nell’apostolo l’irraggiamento soprannaturale. Quanto questo sia efficace

Uno degli ostacoli più gravi alla conversione di un’anima sta nel fatto che il Signore è un Dio nascosto: «Deus absconditus» (Is. 45, 15).

Ma, come effetto della sua bontà, Dio si manifesta in qualche modo per mezzo dei suoi santi e delle anime fervorose. Il soprannaturale traspare così agli occhi dei fedeli, i quali percepiscono qualcosa del mistero di Dio.

Cos’è dunque questa effusione del soprannaturale?

Non sarà forse lo sfolgorìo della santità, lo splendore dell’influsso divino che la teologia chiama spesso grazia santificante, o, meglio ancora, il risultato dell’ineffabile presenza delle Persone divine nelle anime da loro santificate?

San Basilio non la spiegava diversamente: quando lo Spirito Santo si unisce alle anime purificate dalla sua grazia, le rende più spirituali. Come il sole rende più scintillante il cristallo che tocca o penetra col suo raggio, così lo Spirito santificatore rende più luminose le anime in cui abita, e per la sua presenza esse divengono come tanti focolari che diffondono intorno a sé la grazia e la carità.

Questa manifestazione del divino che trapelava in tutti i gesti e perfino nel riposo dell’Uomo-Dio, noi la percepiamo in certe anime dotate di una più intensa vita interiore. Le meravigliose conversioni operate da certi Santi con la fama delle loro virtù, le schiere di aspiranti alla vita perfetta che venivano a porsi alla loro sequela, manifestano chiaramente il segreto del loro silenzioso apostolato. Al sèguito di sant’Antonio si popolano i deserti dell’Oriente, per l’opera di San Benedetto sorge quell’innumerevole falange di santi monaci che civilizzano l’Europa; una influenza senza pari viene esercitata da san Bernardo nella Chiesa, sui re e sui popoli; al suo passaggio, san Vincenzo Ferreri suscita l’indescrivibile entusiasmo d’innumerevoli moltitudini, determinandone soprattutto la conversione; alla sequela di sant’Ignazio sorge quella schiera di valorosi uno solo dei quali, san Francesco Saverio, basta per rigenerare alla fede un incalcolabile numero di pagani. Soltanto l’irraggiamento della potenza di Dio stesso attraverso umani strumenti può spiegare tali prodigi.

Ma quando tra le persone poste alla testa d’importanti opere non ce n’è nessuna che abbia una vera vita interiore, che sventura! Il soprannaturale sembra eclissato e la potenza di Dio appare incatenata. E’ allora, ci dicono i santi, che una nazione decade e che la Provvidenza sembra concedere ai malvagi ogni potere di nuocere.

Le anime, sappiatelo bene!, percepiscono come per istinto l’irradiazione del soprannaturale, senza neanche poter definire chiaramente ciò che provano. Guardate come va volentieri il peccatore ai piedi del sacerdote ad implorare il perdono, riconoscendo Dio stesso nel suo rappresentante! Al contrario, dal momento in cui l’integrale concezione della santità cessa di essere l’ideale obbligatorio dei ministri di una qualche setta cristiana, non è forse vero che questa si trova immancabilmente costretta a sopprimere la Confessione?

«Giovanni non faceva alcun prodigio» (Gv. 10, 41): san Giovanni Battista attirava le folle senza fare miracoli. Il santo Curato di Ars aveva una voce troppo debole per essere udito dalla folla che gli si assiepava d’intorno. Ma se non lo udivano, lo vedevano: vedevano in quel sacerdote un tabernacolo vivente e bastava questa vista per soggiogare e convertire i presenti. Ad un avvocato che tornava da Ars, domandarono cosa l’aveva colpito di più. Rispose: «Ho visto Dio in un uomo».

Concedetemi di riassumere tutto questo con una similitudine un po’ grossolana. E’ noto il seguente esperimento di fisica: una persona posta sopra un isolatore viene messa in contatto con una macchina elettrica; il suo corpo si carica di elettricità e, se gli si avvicina, scocca una scintilla che dà la scossa a chi lo tocca. Così è dell’uomo interiore. Una volta staccato dalle creature, si stabilisce tra Gesù e lui un’energia incessante, come una corrente continua. L’apostolo, divenuto un accumulatore di vita soprannaturale, condensa in sé un fluido divino che varia adattandosi alle circostanze e a tutti i bisogni dell’ambiente in cui agisce. «Egli emanava una potenza che guariva tutti» (Lc. 6, 19); parole ed azioni altro non sono in lui che emanazioni di questa forza latente, ma capace di rovesciare tutti gli ostacoli, di ottenere conversioni ed accrescere il fervore.

Quanto più in un cuore albergano le virtù teologali, tanto più tali emanazioni aiutano a far nascere le stesse virtù nelle anime.

 

Mediante la vita interiore l’apostolo irradia la fede. – La presenza di Dio in lui si manifesta alle persone che l’ascoltano.

Sull’esempio di S. Bernardo – del quale si diceva: «Dovunque andasse, manteneva la solitudine della propria anima» – egli si isola dagli altri e in tal modo si crea una solitudine interiore. Ma s’intuisce che non è solo, che ha nel cuore un Ospite misterioso ed intimo col quale torna continuamente ad intrattenersi e dal quale riceve direzione, consigli e ordini. Si sente che è sostenuto e guidato da Lui e che le parole proferite dalla sua bocca non sono che l’eco fedele di quelle emanate da questo Verbo interiore: «quasi discorsi di Dio» (1 Pt. 4, 11). Più che la logica e la forza degli argomenti, dunque, a manifestarsi è il Verbo interiore, il Verbum docens, che parla attraverso la sua creatura: «Le parole che vi dico non sono mie, ma del Padre che è in me: è Lui che opera» (Gv. 14, 10). Si tratta di un influsso profondo e duraturo, ben più profondo che l’ammirazione superficiale o la devozione passaggera suscitate da un uomo senza vita interiore. Questi potrà anche spingere l’uditorio ad esclamare: «com’è vero, com’è interessante!»; ma questo è un sentimento assolutamente incapace di condurre di per sé alla fede soprannaturale e di far vivere di questa fede.

Fra Gabriele, converso trappista, nelle sue umili funzioni di vice-locandiere, ravvivava la fede di numerosi visitatori molto meglio di quanto avrebbe potuto fare un dotto sacerdote il cui linguaggio parlasse più alla mente che al cuore. Il generale De Miribel andava spesso a conversare con l’umile frate e si compiaceva di dire: «Vado a ritemprarmi nella fede».

Mai come ai giorni nostri si è tanto predicato, discusso e scritto sapienti trattati di apologetica; eppure forse mai come oggi, almeno considerando la massa dei fedeli, la fede è stata così poco viva. Troppo spesso coloro che hanno la missione d’insegnare sembra che considerino l’atto di fede solo come un atto dell’intelligenza, mentre esso costituisce anche un atto della volontà. Essi dimenticano che credere è un dono soprannaturale e che, tra accettare i motivi di credibilità e compiere l’atto di fede, c’è di mezzo un abisso. Dio solo e la buona volontà di chi viene istruito possono colmare questo abisso, ma quanto aiuta in questo il riflesso della luce divina prodotta dalla santità di colui che insegna!

 

Con la vita interiore, l’apostolo irradia la speranza. – L’uomo di orazione non può fare a meno di irradiare la speranza: la sua fede l’ha definitivamente confermato nella convinzione che la felicità non si trova che in Dio e solo in Dio. Com’è convincente dunque la sua parola quando parla del Cielo! Di quali risorse dispone per consolare! Il modo migliore di farsi ascoltare dagli uomini sta nell’offrire a loro il segreto di portare allegramente la Croce, destino comune ad ogni mortale. Questo segreto sta nella speranza del Paradiso e nell’Eucaristia.

Com’è viva la parola consolatrice dell’uomo che può senza mentire applicare a se stesso il detto «La nostra patria sta nei Cieli»! (Fil. 3, 20). Un altro potrà parlare delle gioie della patria celeste con frasi più fiorite e con maggior abilità, ma i suoi discorsi resteranno senza frutto. Invece il primo, con una parola sola, ma convincente e rivelatrice dell’animo di chi la pronuncia, riuscirà a calmare quel turbamento, consolare quell’angoscia, fare accettare con rassegnazione un dolore straziante. La virtù della speranza si è comunicata irresistibilmente da un uomo interiore ad un’anima che non era mai stata riscaldata e che stava sprofondando nella disperazione.

 

Con la vita interiore, l’apostolo irradia la carità. – Ogni anima sollecita della propria santificazione mira soprattutto al possesso della carità. Lo scopo dell’uomo interiore è la compenetrazione tra Gesù e l’anima, è il «rimane in me e io in lui».

Tutti i predicatori più esperti sono d’accordo nell’ammetterlo: in un ritiro o in una missione, sebbene le prediche iniziali sulla morte, sul giudizio e sull’inferno siano sempre indispensabili e salutari, la predica sull’amore di Gesù Cristo produce ordinariamente una più salutare impressione; se poi essa viene pronunciata da un vero apostolo che sappia comunicare all’uditorio i sentimenti che l’animano, assicura il successo e produce le conversioni.

Che si tratti di sottrarre un’anima al peccato mortale o di portarla dal fervore alla perfezione, l’amore di Gesù è sempre la leva impareggiabile. Il cristiano immerso nel fango, ma capace d’intuire nel suo simile un amore ardente, acceso per le realtà invisibili, e d’altra parte capace di ammettere la delusione e la vuotezza degli amori terreni, incomincia a provare il disgusto del peccato. Egli ha compreso qualcosa di Dio, qualcosa dell’immenso amore di Gesù per la sua creatura, ha sentito come un sussulto della grazia latente del suo battesimo e della sua prima Comunione. Gesù vivo si è mostrato a lui, perché le tenerezze del suo cuore sono traspirate nel volto e nella voce del suo ministro. Egli ha intravisto un ben altro amore, un amore nobile, puro, ardente, e ha detto a se stesso: «In questo mondo è dunque possibile amare con un amore superiore a quello delle creature».

Basterà solo qualche altra più intima manifestazione del Dio-Amore per mezzo del suo araldo, e l’anima uscirà dall’abbiezione in cui era impantanata e non si spaventerà più dei sacrifici necessari per conquistare il tesoro dell’amore divino, fino allora rimastole quasi sconosciuto.

Anche senza bisogno di sviluppare ulteriormente questa prospettiva, s’intuisce quali aumenti d’amore e perciò quali progressi il vero pastore può assicurare alle anime già uscite dal peccato oppure già fervorose. Anche se non sono rivestiti del carattere sacerdotale, questi uomini di azione faranno nascere intorno a loro, con quest’ardente carità, la più eccellente delle virtù teologali.

 

Con la vita interiore, l’apostolo irradia la bontà. – Secondo san Francesco di Sales, lo zelo che non è caritatevole procede da una carità che non è veritiera. Gustando per mezzo dell’orazione la soavità di Colui che la Chiesa chiama «oceano di bontà», l’anima arriva a trasformarsi. Anche se fosse naturalmente portata all’egoismo e alla durezza di cuore, a poco a poco questi difetti scompariranno. Nutrendosi di Colui in cui apparve la benignità di Dio verso il mondo – «Apparve la benignità e l’amore del Salvatore Dio nostro per l’uomo» (Tit. 2, 11) – di Colui ch’è l’immagine e l’espressione adeguata della Bontà divina – «Immagine della sua bontà» (Sap. 7, 26) – l’apostolo partecipa alla beneficenza di Dio e prova il bisogno di essere diffusivo come Lui.

Più un cuore è unito a Gesù Cristo, più esso partecipa alla qualità principale del Cuore divino ed umano del Redentore: la bontà. Indulgenza, benevolenza, compassione, tutto in lui si moltiplica, e la sua generosità e la sua dedizione giungeranno sino all’immolazione gioiosa e magnanima.

Trasfigurato dall’amore divino, l’apostolo si attirerà facilmente la simpatia delle anime: «Piacque per la bontà e l’alacrità dell’anima sua» (Eccl. 40, 4). Le sue parole ed i suoi atti saranno improntati alla bontà, ma ad una bontà disinteressata e priva di somiglianza con quella ispirata dal desiderio della popolarità o da un sottile egoismo.

«Dio ha voluto – scrisse Lacordaire – che nessun bene si potesse fare all’uomo se non amandolo, e che l’insensibilità fosse eternamente incapace sia di dargli la luce che d’ispirargli la virtù». Difatti ci si fa un vanto di resistere alla forza che vuole imporsi; diventa un’impuntatura sollevare obiezioni alla scienza che pretende di convincere sempre; ma poiché non sentiamo alcuna umiliazione a essere disarmati dalla bontà, cediamo facilmente al fascino dei suoi modi.

Una piccola Suora dei Poveri, una Suora dell’Assunzione o una Figlia della Carità potrebbero citare una quantità di conversioni fatte senza discussioni, usando la sola forza di una bontà infaticabile e spesso eroica.

Davanti a questi miracoli di abnegazione, l’empio o il peccatore esclamano: «Qui c’è Dio! Lo vedo proprio quale Egli si definisce: il buon Dio». E buono dev’essere davvero, se il trattare con Lui trasforma un essere tanto delicato in uno capace di annientare il proprio orgoglio e di far tacere le più legittime ripugnanze.

Questi angeli terreni mettono in pratica la definizione data dal padre Faber: «La bontà è l’effusione di se stesso negli altri; essere buono vuol dire mettere gli altri al posto di sé stesso. La bontà ha convertito un maggior numero di peccatori che non lo zelo, l’eloquenza o l’istruzione, e queste tre cose non hanno mai convertito nessuno senza che la bontà vi abbia svolto un qualche ruolo. Insomma, la bontà ci rende come tanti dèi gli uni per gli altri. E’ appunto la manifestazione di questo sentimento negli uomini apostolici che attira a loro i peccatori portandoli quindi alla conversione».

Ed aggiunge: «La bontà si dimostra ovunque il miglior pioniere del Preziosissimo Sangue. (...) Indubbiamente, i castighi del Signore sono spesso il principio di quella sapienza che si chiama conversione; ma bisogna colpire gli uomini con la bontà, altrimenti il timore non produrrà che infedeli». Abbiate il cuore di una madre, diceva San Vincenzo Ferreri. Sia che dobbiate incoraggiare o intimorire, mostrate a tutti una profonda e tenera carità e fate che il peccatore senta ch’essa ispira le vostre parole. Se volete essere utili alle anime, cominciate col ricorrere a Dio di cuore, affinché Egli diffonda in voi questa carità che è il compendio di tutte le virtù, e possiate così raggiungere efficacemente, per mezzo di essa, lo scopo che vi siete proposto.

Tra la bontà naturale, semplice frutto del temperamento, e la bontà soprannaturale di un’anima apostolica, c’è tutta la distanza che separa l’umano dal divino. La prima potrà far nascere il rispetto e forse la simpatia per l’operaio evangelico, e talvolta farà deviare verso la creatura un’affezione che doveva rivolgersi a Dio; ma non riuscirà mai a determinare le anime a fare, e solamente per amore di Dio, il sacrificio necessario per tornare al loro Creatore. Solo la bontà che deriva dall’intimità con Gesù può operare questo.

L’ardente amore per Gesù e la vera dedizione per le anime permettono all’apostolo tutte le audacie compatibili con il tatto e la prudenza. Un illustre laico mi ha raccontato che un giorno, conversando con San Pio X, egli si era lasciato sfuggire qualche parola mordace contro un nemico della Chiesa. Il Papa allora gli aveva detto: «Figlio mio, io non approvo il vostro linguaggio. Per punizione ascolterete la storia seguente. Un sacerdote che io conosco molto bene, appena giunto nella sua prima parrocchia, credette suo dovere visitare tutte le famiglie, non esclusi gli ebrei, i protestanti e gli stessi massoni, e poi annunziò dal pulpito che ogni anno avrebbe rinnovata la visita. Grande agitazione tra i suoi confratelli, che andarono a lamentarsi dal Vescovo. Questi chiamò l’accusato e gli fece un’aspra ammonizione. Il curato rispose modestamente: “Eccellenza, Gesù nel Vangelo ordina al pastore di condurre all’ovile tutte le sue pecorelle: oportet illas adducere. Ma come riuscirvi, senza andare alla loro ricerca? D’altronde io non transigo sui princìpi e mi limito a dimostrare il mio interessamento e la mia carità a tutte le anime che Dio mi ha affidato, anche a quelle fuorviate. Ho annunziato queste visite dal pulpito, ma se è vostro desiderio che me ne astenga, degnatevi di darmene il divieto per iscritto, per far sapere che io non faccio altro che obbedire ai vostri ordini”. Il Vescovo, colpito dall’assennatezza di un tal linguaggio, non insistette. D’altra parte, l’avvenire diede ragione al sacerdote, il quale ebbe la gioia di convertire alcuni dei fuorviati e di obbligare tutti gli altri al rispetto della nostra santa Religione. Più tardi, per volontà di Dio, quell’umile parroco è diventato il Papa che vi sta dando questa lezione di carità, figlio mio. Restate pertanto irremovibile sui principi, ma la vostra carità si estenda a tutti gli uomini, fossero anche i peggiori nemici della Chiesa».

 

Con la vita interiore l’apostolo irradia l’umiltà. – E’ facile comprendere che la bontà e la dolcezza di Gesù attiravano le moltitudini; ma si può attribuire lo stesso potere alla sua umiltà? Non dubitiamone.

«Senza di me non potete fare nulla» (Gv. 15, 5). Innalzato dal Creatore alla dignità di cooperatore, l’apostolo diventa uno strumento di operazioni soprannaturali, ma a condizione che vi si manifesti il solo Gesù. Più saprà cancellarsi e diventare impersonale, più Gesù avrà cura di manifestarsi. Se non c’è questa impersonalità, frutto della vita interiore, l’apostolo pianterà e irrigherà invano: non germoglierà nulla.

L’umiltà vera ha un fascino speciale la cui fonte è Gesù stesso. Essa respira il divino. Allo zelo che l’uomo impiega nel far scomparire se stesso per far sì che sembri agire solo Gesù – «Bisogna ch’Egli cresca e io diminuisca» (Gv. 3, 30) – il Signore corrisponde il dono, concesso al suo ministro, di guadagnare sempre più i cuori.

In tal modo, l’umiltà diventa uno dei più potenti mezzi d’azione sulle anime. Diceva san Vincenzo de’ Paoli ai suoi sacerdoti: «Credetemi, noi non saremo mai adatti a compiere l’opera di Dio, se non ci convinceremo che da noi stessi siamo capaci più di rovinare tutto che di costruire qualcosa».

Può darsi che qualcuno si stupisca del mio frequente ritornare su certi pensieri; lo faccio perché mi sembra che soltanto ripetendoli potrò inciderli nello spirito dei miei cari lettori mostrandone loro tutta l’importanza.

Modi di procedere arroganti e arie presuntuose, non hanno forse spesso gran colpa nella sterilità delle opere?

Il cristiano «moderno» pretende di salvaguardare la propria indipendenza; accetterà di obbedire a Dio, ma a Dio solo. Dal ministro di Dio non accetterà ordini né direttive e neppure consigli, se non vi leggerà l’autentica firma di Dio.

Per questo è necessario che l’apostolo sappia talmente occultarsi e scomparire mediante il sacrificio dell’umiltà, frutto della vita interiore, da arrivare al punto di essere, agli occhi di quelli che l’ascoltano e lo giudicano, nient’altro che la trasparenza di Dio, realizzando in sé la parola del Maestro: «Chi è maggiore fra voi, sarà vostro servitore. Voi non definitevi maestri e non fatevi chiamare dottori» (Mt. 29, 31).

Il semplice aspetto dell’uomo di vita interiore diventa un insegnamento della scienza della vita, che è la scienza della preghiera (Sant’Agostino). E perché questo? Perché con l’umiltà egli ispira la dipendenza da Dio. Questa dipendenza, in cui l’anima si mantiene di continuo, si manifesta con l’abitudine di ricorrere a Dio in ogni occasione, sia per prendere una decisione, sia per trovare consolazione nelle difficoltà, sia soprattutto per ottenere la forza sufficiente a trionfarne.

Nel Breviario, al Comune dei Confessori non Pontefici, si leggono le seguenti parole con le quali san Beda commenta tanto mirabilmente l’espressione «piccolo gregge»: «Il Salvatore chiama ‘piccolo’ il gregge degli eletti, sia perché lo paragona alla moltitudine dei reprobi, sia più ancora per il suo appassionato zelo per l’umiltà; per quanto numerosa ed estesa sia ormai la sua Chiesa, Egli vuole tuttavia ch’essa cresca sino alla fine del mondo sempre nell’umiltà, arrivando così al regno promesso all’umiltà».

Questo testo s’ispira alle forti lezioni che Gesù Cristo dà ai suoi Apostoli quando, per esempio, essi vogliono ritorcere a proprio vantaggio la loro vocazione all’apostolato, mostrandosi pieni di ambizione e di gelosia. «Voi sapete – dice a loro il Maestro – che i capi delle nazioni le dominano ed i grandi esercitano il potere sopra di esse. Ma tra voi non sarà così; anzi, chi vorrà tra voi diventare il maggiore vi faccia da ministro e chi vorrà tra voi essere il primo, diventi vostro servo» (Mt. 20; Lc. 22).

Ma in tal modo non sin finirà con l’indebolire l’autorità? Risponde Bourdaloue: ci sarà sempre abbastanza autorità tra voi se ci sarà abbastanza umiltà; ma se l’umiltà svanisce, l’autorità diventa pesante ed insopportabile.

Senza la vera umiltà, l’apostolo cade in uno di questi eccessi: o diventa troppo bonaccione, o più spesso tende a diventare un tiranno.

Lasciamo qui da parte la questione dottrinale. Supponiamo che l’apostolo sia sufficientemente illuminato da preservare la sua intelligenza tanto da una tolleranza senza limiti quanto da un’asprezza di zelo, entrambe sconvenienze criticate da Dio; supponiamo che suoi principi siano perfettamente sani e che la sua scienza sia esatta. Posto questo, affermo che un tale apostolo, senza l’umiltà, non riuscirà a tenere il giusto mezzo tra i due estremi e che la vigliaccheria, o più spesso l’orgoglio, si manifesteranno nella sua condotta.

O, cedendo ad una falsa umiltà, egli sarà pusillanime, lascerà che la carità degeneri in debolezza, sarà l’uomo delle concessioni esagerate, delle riconciliazioni ad ogni costo, e il suo zelo nel preservare i princìpi scomparirà con mille pretesti, motivazioni di prudenza e calcoli meschini.

Oppure il naturalismo e la cattiva tendenza della volontà metteranno in gioco l’orgoglio, la suscettibilità, l’Io. Ne deriveranno odi personali, «autoritarismo», rancori, dispetti, rivalità, antipatie, parzialità, ambizioni, vendette, gelosie, desideri troppo umani di privilegi, calunnie, maldicenze, parole aspre, mondano spirito di parte, asprezza nel difendere i princìpi, eccetera.

Invece di restare il vero fine alla cui ricerca si nobilitano le nostre passioni, la gloria di Dio verrà ridotta da questo apostolo alla condizione di mezzo e di pretesto per puntellare, sviluppare e giustificare quelle stesse passioni in ciò che hanno di troppo umano. I minimi attacchi alla gloria di Dio o alla Chiesa provocheranno scatti d’ira in cui lo psicologo scoprirà la difesa della personalità dell’operaio apostolico o dei privilegi della propria casta in quanto società puramente umana, ben più che la dedizione alla causa di Dio, unica ragione dell’esistenza della Chiesa come società perfetta stabilita da Nostro Signore.

La sicurezza di dottrina e il sano discernimento non bastano a preservare da queste deviazioni, perché l’apostolo privo di vita interiore, essendo perciò privo di vera umiltà, verrà influenzato dalle proprie passioni. Solo l’umiltà, conservandolo nella rettitudine di giudizio e distogliendolo dall’agire per impressioni, darà maggior equilibrio e stabilità nella sua vita. Unendolo a Dio, lo farà partecipare, per così dire, alla immutabilità divina; simile alla fragile edera che diviene forte e stabile, della fortezza incrollabile della quercia, quando con tutte le sue fibre s’attacca al robusto tronco di questa regina delle foreste.

Non si esiti a riconoscerlo: senza l’umiltà, seppure non cadremo nel primo eccesso, la nostra natura ci trascinerà al secondo, oppure oscilleremo ora verso l’uno ed ora verso l’altro, a seconda delle circostanze o delle passioni. In tal modo si realizzeranno quelle parole di san Tommaso: «L’uomo è un essere mutevole; è costante solo nella sua incostanza».

Il logico risultato di un apostolato così difettoso sarà o il disprezzo per una autorità pusillanime o la diffidenza, e spesso l’odio, verso un’autorità che non riflette quella di Dio.

 

Con la vita interiore l’apostolo irradia fermezza e dolcezza. – Molte volte i Santi hanno attaccato con la massima forza l’errore, lo scandalo e l’ipocrisia. San Bernardo, oracolo del suo secolo, può essere considerato come uno dei Santi il cui zelo ha si è irradiato con maggiore fermezza. Leggendo la sua vita, però, il lettore saprà distinguere fino a qual punto la vita interiore avesse reso impersonale questo uomo di Dio. Egli non ricorre mai alla fermezza, se non dopo aver constatato con evidenza l’inefficacia degli altri mezzi. Spesso anzi li alterna: dopo aver manifestato, per vendicare i princìpi, una santa indignazione e domandato rimedi, riparazioni, garanzie e promesse, nel suo grande amore per le anime lo si vede dedicarsi ben presto, con una dolcezza materna, alla conversione di quelli che in coscienza aveva dovuto combattere. Pur spietato con gli errori di Abelardo, sapeva farsi amico di colui che aveva vittoriosamente ridotto al silenzio.

Se vede che i princìpi sono fuori questione e si tratta solo dei mezzi da usare, egli si batte facendo il possibile per evitare che gli ecclesiastici ricorrano a metodi violenti. Venuto a sapere che si vuol mandare in rovina e massacrare gli ebrei in Germania, sùbito lascia il suo chiostro per correre in loro difesa e predicare una crociata di pace. In un memorabile documento riportato dal padre Ratisbonne nella sua vita di San Bernardo, il gran rabbino di quella nazione manifesta la sua ammirazione per il monaco di Chiaravalle, «senza del quale – disse – nessuno di noi sarebbe rimasto vivo in Germania»; egli invita le future generazioni ebraiche a non dimenticare mai il debito di gratitudine che hanno verso il santo abate. Diceva san Bernardo in quell’occasione: «Noi siamo i soldati della pace, l’esercito dei pacifici: ‘Deo et paci militantibus’. La persuasione, l’esempio e l’abnegazione sono le sole armi degne dei figli del Vangelo».

Nulla potrà sostituire la vita interiore nell’ottenere questo spirito impersonale che caratterizza lo zelo di tutti i Santi.

Nel Chiablese, prima che vi giungesse San Francesco di Sales, tutti gli sforzi erano falliti. I caporioni del protestantesimo si preparavano ad una lotta accanita: la setta calvinista aveva persino deciso di uccidere il santo vescovo di Ginevra. Ma questi si presentò irradiando dolcezza e umiltà; in lui si vide un uomo in cui l’annientamento dell’Io faceva risplendere l’amore di Dio e del prossimo. La storia riferisce i rapidi e quasi inverosimili risultati di quell’apostolato.

Ma anche lui, il dolce San Francesco di Sales, quando era necessario, sapeva dimostrare una fermezza inesorabile. Per rafforzare i risultati ottenuti dalla soavità della sua parola e dall’esempio delle sue virtù, egli non esitava ad invocare la forza delle leggi civili. Così il santo vescovo consigliò al Duca di Savoia di prendere severe misure contro la perfidia degli eretici.

I Santi non facevano che imitare il Maestro. Nel Vangelo vediamo il Salvatore accogliere con misericordia i peccatori, mostrarsi amico di Zaccheo e dei pubblicani e pieno di bontà per gl’infermi, gli afflitti ed i piccoli. Tuttavia Egli stesso, la dolcezza e la mansuetudine incarnata, non esita ad impugnare la sferza per scacciare i mercanti dal Tempio. E quando parla di Erode o condanna i vizi degli Scribi e degli ipocriti Farisei, che severità, che vigore nelle sue frasi!

Soltanto in certi casi rarissimi, dopo aver adoperato inutilmente tutti i mezzi, oppure quando si vede chiaramente che questi sarebbero inutili, soltanto allora e a malincuore, per impedire lo scandalo, e perciò per carità, si può ricorrere a procedimenti che sembrano violenti.

Fatte queste eccezioni, e sempre che non siano in causa i princìpi, è la mansuetudine che deve dominare nella condotta dell’operaio evangelico. «Si acchiappano più mosche con poche gocce di miele che con un barile di aceto», diceva san Francesco di Sales.

Ricordiamo il rimprovero che il Signore fece ai suoi Apostoli quando, irritati e umiliati nella loro umana dignità e non certo spinti da zelo puro e disinteressato, volevano ricorrere alla violenza domandando che discendesse fuoco dal cielo sulla regione di Samaria, che si era rifiutata di accoglierli. «Voi non sapete di quale spirito siete!», rispose Gesù (Lc. 9, 55).

Un vescovo francese, la cui fermezza sui princìpi è citata come modello, visitava di recente, nella sua città episcopale, famiglie in lutto in cui la grande guerra aveva fatto alcune vittime. Facendosi tutto a tutti, andò a portare la sua consolazione ad un calvinista che piangeva il figlio caduto in battaglia con onore, e gli rivolse parole cordiali e commosse. Colpito da questo atto di umile carità, quel protestante esclamava poi: «E’ possibile che un Vescovo tanto nobile per la sua nascita e tanto distinto per la sua istruzione si sia degnato, nonostante la nostra diversità di religione, a varcare la soglia della mia modesta dimora? Il suo contegno e le sue parole mi hanno penetrato il cuore». L’industriale presso il quale lavorava, nel raccontare questo fatto, aggiungeva: «Per me, questo protestante è per metà convertito; o per lo meno il Vescovo, con la sua dolcezza, ne ha avvicinato la conversione ben più d’interminabili e vivaci discussioni».

Quel pastore d’anime aveva manifestato la mansuetudine del Signore; il protestante aveva come visto davanti a sé il Salvatore ed era costretto ad ammettere: «Una Chiesa nella quale vi sono Vescovi che rispecchiano così perfettamente Colui che io ammiro nel Vangelo, dev’essere la vera Chiesa».

La vita interiore mantiene nello stesso tempo l’intelletto e la volontà al servizio del Vangelo. Né l’indolenza, né la violenza ingiustificata faranno traviare l’anima che vede ed opera secondo il Cuore di Gesù; soltanto da questo adorabile Cuore essa attinge la sua prudenza ed il suo ardore; qui sta il segreto del suo successo. Al contrario, la mancanza di vita interiore, e perciò la manifestazione delle umane passioni, danno la spiegazione di tante sconfitte.

 

Con la vita interiore l’apostolo irradia la mortificazione. – Un altro principio che feconda le opere è lo spirito di mortificazione. Tutto si riassume nella Croce. Finché non avremo fatto penetrare nelle anime il mistero della Croce, le avremo soltanto sfiorate. Ma chi potrà far accettare un mistero che ripugna a quell’orrore della sofferenza tanto naturale all’umana creatura? Solo colui che potrà dire col grande Apostolo: «Sono crocifisso insieme a Cristo» (Gal. 2, 19), solo coloro che portano in loro stessi Gesù mortificato: «Portiamo sempre nel nostro corpo il martirio di Gesù, affinché anche la Sua vita si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor. 4, 10). Mortificarsi è riprodurre il «Cristo non cercò la propria soddisfazione» (Rom. 15, 3), significa rinunziare a se stessi in ogni circostanza, significa giungere ad amare ciò che non piace, significa infine tendere all’ideale di essere una vittima continuamente immolata.

Ma senza la vita interiore non è possibile giungere a questo radicale rovesciamento dei nostri più tenaci istinti.

Mentre il Poverello di Assisi, attraversando in silenzio le vie della città, predica col suo solo aspetto il mistero della Croce, l’apostolo non mortificato ripeterebbe invano gli splendidi accenti di Bossuet nel suo discorso sul Calvario. Il mondo è talmente impantanato nelle concupiscenze che, per demolire la sua cittadella, non bastano davvero gli argomenti comuni e neppure gli spunti grandiosi. Ci vuole la Passione resa come percepibile per opera della mortificazione e del distacco del ministro di Dio.

«Inimicos Crucis Christi!», ripeterebbe San Paolo, «nemici della Croce di Cristo» quei numerosi cristiani che concepiscono la religione come una forma di snobismo, un’abitudine a pratiche esteriori trasmesse per tradizione, compiute regolarmente e con rispetto, certo, ma senza collegarle affatto all’emendazione della vita, alla lotta contro le passioni e all’introduzione dello spirito del Vangelo nei costumi. «Questo popolo fa finta di onorarmi – potrebbe ripetere il Signore – ma lo fa solo con le labbra, perché il suo cuore è lontano da me» (Mt. 15, 8, che cita Is. 29, 13).

«Inimicos Crucis Christi!», nemici della Croce, quei cristiani rammolliti che ritengono indispensabile circondarsi di tutte le comodità, piegarsi a tutte le esigenze del mondo, abbandonarsi ai suoi disordinati piaceri, seguire appassionatamente tutte le mode... e poi si sentono urtati da quella parola ch’essi non comprendono più, ma che pure Gesù disse a tutti: «Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo» (Lc. 13, 3). La croce è divenuta per loro uno scandalo, conformemente all’espressione di san Paolo (1 Cor. 1, 23). Eppure, senza la vita interiore, può l’apostolo produrre dei cristiani diversi da questi?

Una numerosa partecipazione popolare a certe funzioni religiose soddisferà senza dubbio il cuore del vero sacerdote. Ma lo lascerà senza entusiasmo, se non potrà attribuire tale partecipazione che all’abitudine, ad una fedeltà rispettabile verso certe usanze di famiglia, a certe usanze che non scomodano per nulla il corso della vita; oppure se ne troverà la causa nel piacere di gustare una buona musica, di ammirare un magnifico apparato liturgico, oppure di assistere ad un esercizio di eloquenza ammirato solo per il suo aspetto formale.

Almeno, sembrerebbe, non potrà rifiutare questo entusiasmo davanti alla Comunione frequente.

Mi torna alla mente un ricordo del mio viaggio negli Stati Uniti. Attraversando certe parrocchie, ero entusiasta nell’apprendere che numerosi uomini erano fedeli alla Comunione del primo venerdì del mese. Ma un santo prete di New York mi disse: «L’uomo guarda la faccia ma Dio scruta il cuore. Non dimenticate che siete in un Paese in cui il rispetto umano è sconosciuto e dove dappertutto regna il gusto del sensazionale. Riservate la vostra ammirazione per quelle parrocchie in cui l’accorto osservatore può constatare che le Comunioni frequenti manifestano davvero, se non la completa emendazione della vita, almeno sforzi sinceri di vita cristiana e un desiderio leale di non venire a compromesso con l’intemperanza, la sfrenata ricerca del denaro, eccetera».

Lungi da me il pensiero di svalutare le più minime tracce di vita cristiana, di qualsiasi tipo. Con queste mie parole intendo piuttosto deplorare quella triste incapacità – in cui potremmo cadere, per la mancanza di vita interiore – di non produrre altro che risultati molto miseri, benché non disprezzabili.

Il Signore vuole da noi soltanto il cuore: per conquistarlo, per possedere la nostra volontà, per animarci a seguirlo nella via della rinunzia, Egli è venuto a rivelare all’uomo le sublimi verità della fede.

Di far nascere questa rinunzia, base di ogni perfezione morale,  ne sarà capace solo l’apostolo abituato alla vita interiore, ch’è tutta fondata sul «rinneghi se stesso» (Mt. 16, 24); ne sarà invece incapace colui che segue troppo da lontano il Salvatore carico della croce: «Nessuno può dare ciò che non ha».

Se egli stesso è codardo nell’imitare Gesù Crocifisso, come potrà predicare al suo popolo quella guerra santa contro le passioni, alla quale Nostro Signore ci chiama?

Solo l’apostolo disinteressato, umile e casto può trascinare le anime a lottare contro le ondate sempre crescenti della cupidigia, dell’ambizione e dell’impudicizia. Soltanto colui che conosce la scienza del Crocifisso è abbastanza potente da opporre una diga a quella continua ricerca delle comodità, a quel culto del piacere che minacciano di sommergere tutto e di rovesciare le famiglie e le nazioni.

Predicare Gesù crocifisso: così san Paolo riassume il suo apostolato; siccome egli vive di Gesù, e di Gesù crocifisso, riesce a far gustare alle anime il mistero della Croce e ad insegnar loro a viverlo. Troppi apostoli moderni non hanno abbastanza vita interiore per approfondire questo mistero di vita, per esserne penetrati ed irradiarlo intorno a loro. Troppo esclusivamente essi considerano nella religione gli aspetti filosofici, sociali o addirittura estetici, capaci solo di interessare l’intelligenza o di eccitare la sensibilità e l’immaginazione; troppo lusingano la loro tendenza a vedere nella religione soprattutto una scuola di poesia sublime e di arte incomparabile. La religione ha certamente tutte queste qualità; ma vederla soltanto sotto questi aspetti secondari, significa assolutamente deformare il piano del Vangelo elevando a scopo ciò che è soltanto un mezzo. Il Cristo del Getsemani, del Pretorio e del Calvario, trasformarlo in un bellimbusto, è un sacrilegio. Dopo il peccato originale, la penitenza, la riparazione e la lotta spirituale sono divenute condizioni indispensabili di vita, e la Croce di Gesù Cristo ce lo ricorda in ogni circostanza. Allo zelo del Verbo Incarnato per la gloria del Padre Suo, non basta ottenere degli ammiratori: vuole avere imitatori.

Nella sua enciclica del 1° novembre 1914, Benedetto XV ha invitato i veri apostoli a tracciare un più profondo solco, allo scopo di strappare le anime dall’amore delle comodità, dall’egoismo, dalla leggerezza dei gusti, dall’oblio dei beni soprannaturali. Ciò significa fare appello alla vita interiore dei ministri del divino Crocifisso.

Quel Dio che tanto ci ha dato esige che il cristiano, fin dall’età della ragione, unisca alla sanguinosa Passione di Gesù qualcosa di se stesso, cioè quello che potremmo chiamare il sangue della sua anima, ossia i sacrifici necessari per osservare le leggi divine. Ma come potrà il fedele compiere generosamente questi sacrifici dei beni, dei piaceri e degli onori, se non è attirato dall’esempio di un pastore di anime che sia per primo abituato allo spirito di sacrificio?

Dinanzi allo spettacolo delle reiterate vittorie del nemico infernale, ci si domanda ansiosamente: donde verrà la salvezza della società? Quando toccherà alla Chiesa di trionfare? E’ facile rispondere con le parole del Maestro divino: «Questo genere di demoni lo si può scacciare solo con la preghiera e il digiuno» (Mt. 17, 20). Quando dalle schiere del sacerdozio e della religiosa milizia uscirà una pleiade di uomini penitenti che facciano risplendere in mezzo ai popoli il mistero della Croce, allora questi popoli, contemplando nel sacerdote o nel religioso mortificato le riparazioni per i peccati del mondo, comprenderanno la Redenzione operata dal Sangue di Gesù Cristo. Solo allora l’esercito di Satana indietreggerà; avendo Dio finalmente trovato anime riparatrici, solo allora non risuonerà più attraverso i secoli l’eco terribile del doloroso lamento del Signore oltraggiato: «Ho cercato fra loro un uomo che vi ponesse rimedio, che si levasse a difesa del popolo per evitare che lo sterminassi, ma non l’ho trovato!» (Ez. 22, 30).

Oualcuno ha voluto spiegare perché mai un semplice segno di croce fatto dal padre de Ravignan produceva un effetto così magico sugli indifferenti e persino sugli stessi empi venuti ad ascoltarlo per mera curiosità. La conclusione delle domande rivolte a molti uditori, fu che l’austerità della vita intima del predicatore si manifestava in maniera avvincente in quel segno di croce che lo univa al mistero del Calvario.

 

 

 

4. La vita interiore dà all’operaio evangelico la vera eloquenza

Intendo parlare qui dell’eloquenza apportatrice di grazia, capace di convertire le anime e condurle alla virtù. Ne ho già parlato incidentalmente e perciò mi limito a poche parole.

Nell’ufficio di S. Giovanni Evangelista si legge questo responsorio: «Riposando sul petto del Signore, egli bevve alla sorgente che scaturiva dallo stesso Sacro Cuore, e diffuse in tutto i mondo i fiumi della grazia divina». In queste poche parole, quale profonda lezione per tutti coloro che, come predicatori o scrittori o catechisti, hanno la missione di diffondere la parola divina! Con queste incisive espressioni la Chiesa svela ai suoi sacerdoti la sorgente della vera eloquenza.

Tutti gli evangelisti sono ugualmente ispirati, tutti hanno il loro scopo provvidenziale; tuttavia ognuno ha una propria eloquenza.

San Giovanni più degli altri possiede quella che giunge alla volontà per mezzo del cuore, in cui versa la grazia del Verbo divino. Il suo Vangelo, con le lettere di san Paolo, è il libro preferito dalle anime che trovano la vita terrena vuota di senso senza l’unione con Gesù Cristo.

Donde proviene a San Giovanni quest’affascinante eloquenza? Da quale monte sgorga quel fiume le cui acque benefiche irrigano il mondo intero? Il testo liturgico ce lo dice: é un fiume che sgorga dal Paradiso, «quasi unus ex Paradisi fluminibus Evangelista Ioannes».

A che servono tante alte montagne e tanti ghiacciai? «Non sarebbe più utile – dirà l’ignorante – se queste immense alture di terra si livellassero distendendosi in pianura?» Egli non pensa che, senza quelle alte cime, le pianure e le valli sarebbero sterili come il deserto del Sahara. Sono infatti proprio le montagne che, con i fiumi di cui sono serbatoi, danno fertilità alla terra.

L’alta vetta del Paradiso, da cui scaturisce la sorgente che alimenta il Vangelo di San Giovanni, altro non è che il Cuore di Gesù: «Evangelii fluenta de ipso sacro Dominici pectoris fonte potavit»; appunto perché l’Evangelista, con la vita interiore, ha udito i battiti del Cuore dell’Uomo-Dio e l’ immensità del suo amore per gli uomini, la sua parola è apportatrice del Verbo divino: «Verbi Dei gratiam diffudit».

Allo stesso modo, si può dire che gli uomini di vita interiore sono in un certo senso fiumi del Paradiso. Con le loro preghiere e immolazioni attirano dal Cielo sulla terra le acque vive della grazia e allontanano o abbreviano i castighi meritati dal mondo. Inoltre, andando ad attingere – nel più alto dei cieli, dal cuore di Colui nel quale risiede la vita intima di Dio – l’acqua viva della vita, la versano con abbondanza sulle anime: «Haurietis aquas de fontibus Salvatoris». Chiamati ad annunciare la parola di Dio, lo fanno con un’eloquenza di cui essi soli hanno il segreto. Essi raccontano il Cielo alla terra; essi illuminano, riscaldano, consolano, fortificano. Senza tali qualità unite insieme, l’eloqueza sarà incompleta; ma il predicatore non potrà riunirle se non vivendo di Gesù.

Son davvero io uno di coloro che, per dare forza dell’azione alla propria eloquenza, contano soprattutto sulla preghiera, sulla visita al Ss.mo Sacramento, sulla Messa, sulla Comunione? Se così non è, potrò essere un rumoroso cymbalum tinniens, potrò rimbombare come un bronzo, velut aes sonans, ma non sarò mai il canale dell’amore, di quell’amore che rende irresistibile l’eloquenza degli amici di Dio.

Il quadro della verità cristiana, esposto da un predicatore istruito ma di pietà mediocre, può commuovere le anime, avvicinarle a Dio ed anche accrescere la loro fede. Ma per impregnarle del vivificante sapore della virtù è necessario aver gustato lo spirito del Vangelo e, per mezzo della meditazione, averne fatta la sostanza della propria vita.

Ripetiamo ancora che solo lo Spirito Santo, principio di ogni fecondità spirituale, opera le conversioni e diffonde le grazie che spingono a fuggire il vizio e praticare la virtù. La parola dell’operaio evangelico, impregnata dell’unzione dello Spirito santificatore, diviene un canale vivente che riversa l’azione divina. Prima della Pentecoste gli Apostoli avevano predicato quasi senza frutto; ma dopo il loro ritiro di dieci giorni, tutto pregno di vita interiore, lo Spirito di Dio li invade e li trasforma; i loro primi esempi di predicazione sono pesche miracolose. Altrettanto vale per i seminatori del Vangelo; mediante la vita interiore, essi sono veramente apportatori di Cristo, piantano ed irrigano efficacemente e allora lo Spirito Santo garantisce la crescita. La loro parola è ad un tempo il buon seme che cade e la pioggia che feconda; il sole che fa crescere e maturare non manca mai.

«Il solo risplendere è vano, il solo riscaldare è poco; la perfezione sta nel risplendere riscaldando», dice san Bernardo, che continua: «Specialmente agli Apostoli e agli uomini apostolici è stato detto: La vostra luce risplenda davanti agli uomini; essi vengono notati perché accesi, anzi infuocati».

L’apostolo attinge l’eloquenza evangelica dalla vita d’unione con Gesù mediante la meditazione e la custodia del cuore, ma l’attinge anche dalle Scritture studiate e gustate con passione. Per lui ogni parola rivolta da Dio all’uomo, ogni detto uscito dalle adorabili labbra di Gesù, è un diamante di cui ammira le varie sfaccettature alla luce del dono della sapienza, così particolarmente sviluppato in lui. Ma siccome egli non apre il Libro sacro se non dopo aver pregato, non solo ne ammira gli insegnamenti, ma li assapora come se lo stesso Spirito Santo li avesse dettati solo per lui.

Quanta unzione perciò quando, salito sul pulpito, cita la parola di Dio, e quale diversità tra i lumi che ne fa scaturire lui e le ingegnose o sapienti applicazioni che può trarne un predicatore assistito dai soli lumi della ragione e da una fede pressoché astratta e morta! Il primo mostra la verità viva che avvolge le anime con una realtà che non vuole solo illuminarle ma anche vivificarle. Il secondo non sa parlarne se non come di una equazione algebrica, indubbiamente esatta, ma fredda e senza legami con la vita intima; egli lascia la verità astratta, o, per così dire, allo stato di semplice memoriale, o tutt’al più capace solo di eccitare i cuori per via del cosiddetto carattere estetico del cristianesimo. «La maestà delle Scritture mi sbalordisce e la semplicità del Vangelo mi parla al cuore», confessava il sentimentale Rousseau. Ma che importavano alla gloria di Dio queste vaghe e sterili emozioni?

Il vero apostolo, invece, possiede il segreto di mostrare il Vangelo nella sua verità, non soltanto sempre attuale, ma anche sempre operante e continuamente rinnovata, perché divina, per l’anima che ne entra in contatto. Senza fermarsi a gustarne il sentimento, egli giunge, mediante la parola divina, fino a quella volontà in cui risiede la corrispondenza alla vera vita; le convinzioni da lui prodotte generano amore e risoluzione. Egli solo possiede la vera eloquenza evangelica.

Non vi può essere vita interiore completa senza una tenera devozione a Maria Immacolata, che è il canale per eccellenza di tutte le grazie, e soprattutto delle grazie più elette. L’apostolo abituato al continuo ricorso a Maria – senza del quale san Bernardo non può comprendere come si possa essere vero figlio di questa incomparabile Madre – nell’esporre il dogma sulla Madre di Dio e degli uomini, trova parole che non solo colpiscono e commuovono gli uditori, ma trasmettono a loro questo stesso bisogno di ricorrere, in ogni difficoltà, alla Dispensatrice del Sangue divino. Basta che questo apostolo lasci parlare la sua esperienza ed il suo cuore, per guadagnare le anime alla Regina del Cielo e, per mezzo di Lei, gettarle nel Cuore di Gesù.

 

 

5. Poiché la vita interiore genera altra vita interiore, i suoi risultati sulle anime sono profondi e duraturi

Bisognerebbe che questo capitolo, che ho aggiunto alle prime edizioni del libro, fosse scritto in forma di lettera indirizzata al cuore di ognuno dei miei confratelli.

Già abbiamo considerato che le opere dipendono soprattutto dalla vita interiore dell’operaio evangelico. Ma la preghiera e la riflessione mi hanno spinto ad analizzare l’infecondità delle opere sotto un altro aspetto, e credo di essere nel vero formulando la seguente proposizione:

Un’opera non mette profonde radici, non è veramente stabile né si perpetua, se l’operaio evangelico non ha generato anime alla vita interiore. Ora, questo non può farlo se non è egli stesso fortemente nutrito di vita interiore.

Nel paragrafo 3 della seconda parte, ho citato le parole del canonico Timon-David sulla necessità di formare in ogni istituzione un gruppo di ferventissimi cristiani che esercitino, a loro volta, un vero apostolato sui loro compagni. Tutti comprendono quanto sia prezioso questo fermento e fino a qual punto questi collaboratori possano moltiplicare la potenza di azione dell’apostolo. Egli non lavora più da solo, ma i suoi mezzi d’azione sono centuplicati.

Mi affretto a ripetere che soltanto l’uomo di azione veramente interiore ha vita sufficiente per produrre altri focolai di vita feconda. Ad ottenere zelatori capaci di far propaganda e di esercitare un’influenza per cameratismo, per spirito di corpo o per rivalità, riescono anche le opere laiche, alle quali basta far perno su fanatismo o rivalità, su settarismo o una misera gloria, su interesse o ambizione. Ma per suscitare degli apostoli secondo il Cuore di Gesù Cristo, apostoli che partecipino alla sua dolcezza e alla sua umiltà, alla sua disinteressata bontà e al suo zelo esclusivo per la gloria di Dio, non si può sperare in altra leva che l’intensa vita interiore.

Finché un’istituzione non ha potuto produrre questo risultato, la sua esistenza è effimera ed è quasi certo che non sopravviverà al suo fondatore. Per contro, non c’è da dubitare che la ragione della continuità di certe istituzioni sta ordinariamente nel solo fatto che la vita interiore ha potuto generare altra vita interiore.

Ne porto un esempio.

Il padre Allemand, morto in odore di santità, al tempo della Rivoluzione Francese aveva fondato a Marsiglia l’Opera Giovanile per gli studenti e gli operai. Questa istituzione conserva ancora il nome del Fondatore e continua, dopo oltre un secolo, a godere di un’ammirabile prosperità. Ben poco dotato dal punto di vista naturale, quasi cieco, timido e senza talento oratorio, questo sacerdote, umanamente parlando, era incapace della prodigiosa attività richiesta dalla sua impresa.

I lineamenti sgraziati del suo volto avrebbero portato i giovani a burlarsi di lui, se la bellezza della sua anima non si fosse manifestata nello sguardo e in tutto il suo contegno. In virtù di questa bellezza, l’uomo di Dio aveva su quella irrequieta gioventù un tale ascendente da dominarla e imporle rispetto, stima ed affetto. Allemand volle tutto costruire solamente sulla vita interiore e fu capace di formare, in seno alla sua opera, un gruppo di giovani ai quali non esitava a domandare, in tutta la misura permessa dalla loro condizione, una vita interiore integrale, un’assoluta custodia del cuore, la meditazione mattutina, eccetera; insomma la completa vita cristiana quale la comprendevano e la praticavano i cristiani dei primi secoli.

Questi giovani apostoli, succedendosi, continuarono davvero ad essere in Marsiglia l’anima di quell’istituzione che diede alla Chiesa tanti Vescovi e dà tuttora tanti sacerdoti, missionari, religiosi e migliaia di padri di famiglia, che sono in quella città marittima il maggior cardine delle opere parrocchiali e formano una schiera che non solo è l’onore del commercio, dell’industria e delle professioni, ma costituisce un vero focolaio di apostolato.

Padri di famiglia, ho detto; queste parole mi richiamano il solito ritornello che si ode un po’ovunque: «L’apostolato è relativamente facile sui giovani, sulle ragazze e sulle madri di famiglia, ma quando lo si vuole esercitare sugli uomini, diventa spesso impossibile. Eppure, finché non avremo ottenuto che i capi di famiglia diventino non solo cristiani ma apostoli anche loro, l’influenza pur tanto apprezzabile della madre cristiana sarà paralizzata o effimera e non giungeremo mai ad assicurare il regno sociale di Gesù Cristo. Orbene, in questa parrocchia, in questo sobborgo, in questo ospedale, in questa officina, non c’è nulla da fare per portare gli uomini a divenire profondamente cristiani».

Ma confessando così la nostra incapacità, non forniamo forse il più delle volte una patente d’insufficienza a quella vita interiore che da sola potrebbe ispirarci i mezzi per impedire che un così gran numero di uomini sfugga all’azione della Chiesa? Alle fatiche di una intensa preparazione, alle prediche capaci di far nascere la convinzione, l’amore e profonde risoluzioni nelle menti e nei cuori degli uomini, non preferiamo forse i facili successi oratori davanti alla gioventù o alle donne? Solo la vita interiore ci potrebbe sostenere nelle fatiche delle semine ignote, ardue e a lungo infruttuose, in apparenza. Solo essa ci farebbe comprendere quanta potenza darebbe alla nostra azione la fatica della preghiera e della penitenza, e quanto i nostri progressi nell’imitazione di tutte le virtù di Gesù Cristo moltiplicherebbero l’efficacia del nostro apostolato fra gli uomini.

Rimasi così sorpreso dai particolari che si raccontavano intorno ad un circolo militare di una grande città della Normandia, che stentavo a credere a tali successi. Come mai, per esempio, i soldati andavano al circolo molto più numerosi quando vi si teneva una lunga serata d’adorazione in riparazione delle bestemmie e delle dissolutezze commesse in caserma, che non quando si dava un concerto musicale o una rappresentazione teatrale? Ma dovetti arrendermi all’evidenza e cessò anche la sorpresa, quando mi venne descritto fino a qual punto il cappellano militare comprendeva il Tabernacolo e quali apostoli aveva saputo formare attorno a sé.

Dopo un tal esempio, che pensare di certi apostoli per i quali cinema, teatro e ginnastica sembrano quasi formare il programma di un quinto vangelo annunciato per la conversione dei popoli?

In mancanza d’altro, l’uso di questi mezzi per attirare i giovani o per tenerli lontani dal male otterrà certamente qualche risultato, ma troppo spesso così limitato ed effimero! Dio mi guardi dal raffreddare lo zelo di quei cari confratelli che non possono né concepire né usare altro metodo e – come ho verificato da giovane – temono sùbito che i loro istituti diventino deserti, non appena gli si propone di consacrare meno tempo a preparare quei moderni divertimenti che considerano come condizione sine qua non del successo. Mi limito dunque a metterli in guardia contro il pericolo di dar troppa importanza a questi mezzi ed auguro a loro la grazia di comprendere la tesi del canonico Timon-David, di cui già ho riportato una conversazione.

Un giorno (avevo appena due anni di sacerdozio) quel venerando sacerdote era costretto a dirmi fraternamente, ma non senza una certa pietà, alla fine di una conversazione:

«Non potestis portare modo; solo più tardi, quando lei sarà progredito nella vita interiore, mi comprenderà meglio. Tutto considerato, oggi lei non può trascurare tali mezzi; li adoperi dunque senza esitare, in mancanza d’altro. Per conto mio, conservo senza problemi i miei giovani operai e impiegati e ne attiro altri, benché da noi non ci sia quasi altro che quei giochi antichi e sempre nuovi che, oltre non costare nulla, distendono l’animo con la loro stessa semplicità».

Aggiunse poi argutamente: «Le avevo mostrato relegati nel solaio gli strumenti di musica che anch’io in principio consideravo indispensabili; guardate che proprio ora viene verso di noi la nostra fanfara, giudicatela voi». Infatti, dopo alcuni minuti, sfilava davanti a noi un folto gruppo di quaranta o cinquanta giovani dai dodici a diciassette anni. Che baccano! Chi non sarebbe scoppiato dalle risa alla vista di quella buffa schiera che lo sguardo allegro del vecchio canonico contemplava con soddisfazione? Egli mi disse:

«Osservi quello che marcia a ritroso in testa al gruppo ed agita quella grossa bacchetta come un direttore d’orchestra e poi la porta comicamente alle labbra quasi fosse un clarinetto. E’ un sott’ufficiale in licenza, uno dei nostri migliori apostoli. Per quanto può, fa la Comunione quotidiana, ma soprattutto non tralascia mai la mezz’ora di orazione mentale. Straordinario trascinatore, quest’angelo di pietà s’ingegna di utilizzare tutti i suoi talenti perché i giochi dei ragazzi non vengano a languire. Magnifico nello scovare risorse per riuscirci, egli tiene vivo l’entusiasmo di questi fanciulli; ma nulla sfugge al suo occhio di aiutante e al suo cuore di apostolo».

Non potevo trattenere le risa dinanzi a quel gruppo di musicisti che eseguivano i canti più in voga a quei tempi: Un canard déployant ses ailes; As-tu vu la casquette, eccetera. Quando il direttore d’orchestra dava l’attacco, si cambiava ritornello. Ogni esecutore simulava uno strumento: alcuni con le mani alla bocca a forma di conchiglia, altri con un foglio di carta che vibrava tra le labbra, pochi altri con uno zufolo, eccetera; in prima fila c’era un trombone e una grancassa: il primo era imitato da due bastoni ad uno dei quali la mano imprimeva un regolare movimento avanti-indietro; la seconda era costituita da un vecchio bidone da petrolio. I volti raggianti di tutti quei ragazzi mostravano che erano letteralmente presi dal gioco. «Seguiamo la fanfara», mi disse il canonico. In fondo al viale s’alzava una statua della Vergine. «In ginocchio, amici! – ordinò il direttore di banda.- Un’Ave maris Stella alla nostra buona Madre e poi un po’ di Rosario». Quel piccolo mondo rimase qualche minuto in silenzio, poi cominciò a rispondere alle Avemaria con raccoglimento, come fosse stato in chiesa. Quei piccoli meridionali, quasi tutti con gli occhi bassi, che fino a qualche minuto prima erano veri folletti, s’erano mutati improvvisamente in angioletti degni dei quadri del Beato Angelico. «Non dimenticate – soggiunse la mia guida – che questo è il termometro dell’istituzione. Trattenere con giochi semplici ed entusiasmanti i nostri giovani anche oltre i vent’anni; ottenere che desiderino riprendere qui, nelle ore di preghiera e di orazione, uno spirito innocente divertendosi con un nonnulla; giungere soprattutto a far pregare, ma pregare davvero, anche in mezzo ai giochi. Ecco a quanto mirano i nostri apostoli». La banda si alzò per nuovi saggi artistici, dei quali risuonò l’ampio cortile. Poco dopo era il gioco delle aste a furoreggiare. Notai intanto che il sottufficiale, alzandosi dopo l’Ave maris stella, aveva sussurrato alcune parole all’orecchio di due o tre, i quali sùbito, allegramente e come obbedendo ad un’usanza praticata da tutti, andarono a posare giubbotto e scarpe da gioco e si diressero verso la cappella per passarvi un quarto d’ora davanti al divin Prigioniero.

Aggiunse allora il canonico con profonda soddisfazione: «La nostra ambizione deve mirare a formare zelatori che abbiano un amore di Dio così intenso che, anche quando avranno lasciato l’istituto e fondato una famiglia, rimangano apostoli premurosi di comunicare gli ardori della loro carità al maggior numero possibile di anime. Se il nostro apostolato mirasse solo a formare dei bravi cristiani, ah quanto sarebbe angusto il nostro ideale! Dobbiamo creare legioni di apostoli, affinché quella cellula matrice della società che è la famiglia diventi a sua volta un centro di apostolato. Ora, solo una vita di sacrificio e d’intimità con Gesù ci darà la forza e il segreto di realizzare questo programma integrale. Soltanto a questa condizione la nostra azione sarà potente in mezzo alla società e si compirà la parola del Maestro: Sono venuto per portare il fuoco sulla terra e che posso desiderare se non che divampi?» (Lc. 12, 49).

Solamente molto più tardi, purtroppo, riuscii a comprendere la portata delle viventi lezioni del canonico, così profondo nella sua psicologia e nella sua tattica, e a fare un confronto sotto lo sguardo di Dio – per il quale i successi apparenti non sono nulla – tra i risultati dei diversi mezzi adoperati. Secondo che sono semplici come il Vangelo o complessi come tutto ciò che è troppo umano, questi mezzi possono servire a valutare un’opera e coloro che l’animano.

Contro Golia, con cui avevano già vanamente combattuto bene armati i potenti d’Israele, si avanzò il giovane David. Una fionda, un bastone e cinque pietre del torrente: il fanciullo non richiedeva di più. Ma quel suo grido: «Nel nome del Dio degli eserciti!» (1 Re, 27, 45), era lanciato da un’anima già capace di arrivare alla santità.

Oggi si parla molto dei dopo-scuola organizzati dai laicisti. Ma per quanto essi abbiano a loro disposizione enormi somme ufficialmente  destinate dallo Stato, magnifici locali, eccetera, i dopo-scuola promossi dalla Chiesa, nonostante la loro povertà, non ne dovranno temere la concorrenza e attireranno il meglio della gioventù, se sono basati sulla vita interiore e dotati dell’attrattiva di ciò che innanzitutto affascina il giovane: cioè il loro ideale.

Chiudo con un ultimo esempio, che servirà ad analizzare l’uomo di azione che sembra trascinare le anime al Signore fino al punto di farne degli apostoli, ma che in realtà suscita soltanto entusiasmi nati dall’umana simpatia per la sua persona e dal magnetico influsso che esercita intorno a sé. Felici di trattare con un pio ammaliatore, inorgogliti dal vedere che si occupa di loro, i giovani seguaci si raduneranno attorno a lui come in una corte e, soprattutto per fargli piacere, faranno a gara per accettare le pratiche anche più penose che sembrano riflettere una vera devozione.

Una congregazione di ottime suore catechiste era diretta da un religioso di cui fu poi scritta la vita. Quest’uomo di vita interiore disse un giorno ad una superiora locale: «Madre, credo opportuno che suor X  tralasci almeno per un anno di fare il Catechismo» – «Ma, padre, non pensatelo neppure: è la migliore insegnante e i fanciulli accorrono da tutti i quartieri della città, attirati dai suoi modi meravigliosi! Toglierla dal Catechismo significherebbe provocare la diserzione della maggior parte di quei fanciulli!» – «Ho assistito, inosservato, al suo Catechismo – rispose il Padre.- E’ vero che incanta i fanciulli, ma in modo troppo umano. Faccia prima un altro anno di noviziato e poi, meglio formata nella vita interiore, con il suo zelo e l’impiego dei suoi talenti, ella santificherà l’anima sua e quelle dei fanciulli. Attualmente però, senza accorgersene, ella è un ostacolo all’azione diretta del Signore su queste anime che si stanno preparando alla prima Comunione... Vedo, Madre, che la mia insistenza vi rattrista. Ebbene, accetto un compromesso. Conosco suor Y, anima interiore benché priva di grandi talenti. Domandate alla vostra superiora generale d’inviarvela per qualche tempo. La prima andrà ancora a fare il Catechismo per un quarto d’ora, giusto per calmare i vostri timori di diserzione; poi, a poco a poco, si ritirerà completamente. Vedrete allora che i fanciulli pregheranno meglio e canteranno con più devozione. Il loro raccoglimento e la loro docilità avranno un carattere più soprannatturale: questo sarà il termometro».

Quindici giorni dopo, come poté constatarlo anche la superiora, suor Y teneva lezione da sola e tuttavia il numero dei ragazzi aumentava. Era veramente Gesù che insegnava il catechismo per mezzo suo; con il suo sguardo, con la sua modestia, con la sua dolcezza, con la sua bontà, con il suo modo di fare il segno di croce, con il suo tono di voce, essa esprimeva Gesù Cristo. Suor X sapeva spiegare con più talento e rendere interessanti gli aspetti più aridi; ma suor Y faceva di più. Senza dubbio ella non trascurava nulla per preparare le sue spiegazioni ed esporle con chiarezza, ma il suo segreto era ciò che dominava nel suo cuore: l’unzione. Ed è per mezzo di questa unzione che le anime si trovano veramente a contatto con Gesù.

Nelle lezioni di Catechismo di Suor Y c’erano molto meno di quelle chiassose esclamazioni, di quegli sguardi attoniti, di quelle fascinazioni che avrebbero potuto essere ugualmente prodotte dall’interessante conferenza di un esploratore o dall’emozionante racconto di una battaglia. C’era invece un’atmosfera di raccolta attenzione: quei fanciulli stavano nella sala come se fossero in chiesa. Nessun mezzo umano veniva impiegato per impedire la distrazione o la noia. Quale misterioso influsso dominava dunque quell’uditorio? Non inganniamoci: era quello di Gesù che agiva direttamente. Un’anima interiore che spiega le lezioni di Catechismo, è infatti come una cetra che risuona solo sotto le dita del divino Artista; e nessun’arte umana, per quanto meravigliosa sia, può paragonarsi all’azione di Gesù.

 

 

6. Importanza della formazione delle élites e della direzione spirituale

Ritorno ancora sull’avvincente conversazione, riportata più sopra, che ebbi con il reverendo canonico Timon-David. Una parola uscita dal labbro di questo così esperto direttore di opere giovanili avrà certamente colpito il lettore.

Usando la pittoresca e metaforica parola di «stampelle», il venerando canonico riassumeva il suo pensiero sull’uso di certi divertimenti moderni per la gioventù (teatro, fanfara, cinema, giochi costosi e complicati, eccetera). Tali divertimenti, peraltro spesso occasione di strapazzo e di logoramento, più che a riposare e a dilatare l’animo o a conservare la salute fisica, tendono a lusingare la vanità e a sovreccitare l’immaginazione e la sensibilità. D’altra parte, la parola «stampelle» non si applica affatto a quei giochi assai ricreativi, benché molto semplici, che distraggono l’animo, fortificano il corpo e hanno accontentato tante cristiane generazioni.

Se paragoniamo, ma senza intenderlo bene, il parere di quel saggio canonico con quello di altri eccellenti organizzatori di apostolato, si può pensare che egli generalizzi troppo il caso in cui le «stampelle» possono essere buttate via.

Tralasciando le opere create soprattutto per alleviare le miserie corporali, le altre istituzioni per i giovani possono essere divise in due classi: quelle che accettano solo i migliori e quelle che escludono solo le pecore rognose.

Ma noi riteniamo che anche in quest’ultimo caso si debba formare un nucleo di soggetti scelti capaci, con il loro fervore, di evidenziare agli occhi degli altri il fine principale dell’istituzione: guidare tutti i suoi membri ad una vita non superficialmente ma profondamente cristiana. Altrimenti sarà una «opera profana diretta da un ecclesiastico», secondo la maliziosa espressione di un ottimo professore di liceo, il quale sospettava che la facciata clericale nascondesse quelle stesse miserie che condanniamo nelle istituzioni sottratte all’influenza della Chiesa.

I direttori che allontanano facilmente dalle loro associazioni i soggetti riconosciuti incapaci di essere incorporati nell’élite, trovano che sia perfetto il termine «stampelle» per esprimere fino a che punto considerano secondari certi mezzi di cui sanno fare a meno o usano quasi a malincuore. E certamente essi sono ben lungi dal mancare di argomenti in difesa della loro tesi.

Per loro, la restaurazione della società, e della Patria in particolare, potrà venire solo mediante una più intensa irradiazione della santità della Chiesa. E’ appunto con questo mezzo, più che con le conferenze di apologetica, che il cristianesimo si sviluppò tanto rapidamente nei primi secoli della sua storia, nonostante la potenza dei suoi nemici, le prevenzioni di ogni sorta e la generale corruzione.

Essi troncano ogni discussione con risposte di questo genere: «Potete citare un fatto, anche uno solo, che dimostri che la Chiesa, in tutto quel periodo, abbia avuto bisogno di inventare nuovi divertimenti per strappare dalla turpitudine degli spettacoli pagani le anime che doveva conquistare?»

Uno di questi direttori, alludendo alla sete di danaro e alla frenesia per il cinema che oggi appassiona le folle avide di divertimento, mi diceva: «Quel detto dei Romani – panem et circenses – oggi potremmo tradurlo così: merenda e cinematografo». Considerate invece un sant’Ambrogio e un sant’Agostino, per esempio, entrambi prodigiosi trascinatori di anime. Si potrà forse scoprire nella loro vita un solo tratto che ce li mostri nell’organizzare istituzioni tese a procurare alle loro pecorelle divertimenti capaci di far dimenticare i piaceri offerti dal paganesimo? E dove si potrà leggere che san Filippo Neri, per convertire Roma tanto intorpidita dallo spirito del Rinascimento, abbia avuto bisogno delle «stampelle» che suscitavano il buonumore del canonico Timon-David?

E’ certo invece che la Chiesa primitiva, come abbiamo già accennato, seppe organizzare un’incomparabile e numerosa élite le cui virtù stupivano i pagani e strappavano l’ammirazione alle anime leali, anche a quelle più prevenute per i loro princìpi, tradizioni e costumi contro la religione cristiana. E le conversioni fiorivano, anche negli ambienti inaccessibili al clero.

Davanti a queste lezioni del passato, dobbiamo domandarci se noi, nel nostro secolo, non abbiamo un’eccessiva fiducia non solo in certi divertimenti frastornanti, ma anche in molti altri mezzi (pellegrinaggi, feste, congressi, discorsi, pubblicazioni, sindacati, azione politica, eccetera), impiegati oggi su larga scala e indubbiamente utilissimi, ma che sarebbe deplorevole mettere al primo posto. La predicazione per mezzo dell’esempio sarà sempre la leva principale:  solo gli esempi trascinano. Le conferenze, i buoni libri, le riviste cattoliche e perfino le eccellenti prediche devono gravitare attorno a questo programma fondamentale: organizzare l’apostolato sul popolo mediante l’esempio di cristiani ferventi che fanno rivivere Gesù Cristo ed emanano il profumo delle sue virtù.

I sacerdoti che si lasciano assorbire da tutte le altre funzioni del loro ministero, dedicandosi insufficientemente a quella principale – cioè alla formazione delle élites mediante la gran propaganda svolta dal buon esempio – non possono poi meravigliarsi se dai noi i tre quarti degli uomini (e, in moltre altre nazioni, una parte anche maggiore) rimangono rigidi nella loro indifferenza e credono che la Chiesa sia solo una rispettabile istituzione, socialmente utile, certo, ma non l’insostituibile risorsa di ogni esistenza individuale, la chiave di volta delle famiglie e delle nazioni, e soprattutto il grande Faro della Verità e della Vita eterna!

«Qual è dunque questa religione capace d’ illuminare, di fortificare e d’infiammare così il cuore umano?», esclamavano i pagani davanti ai meravigliosi effetti prodotti dalla silenziosa lega dell’azione con il buon esempio.

Ma la forza di quella lega che esisteva tra i primi cristiani non proveniva soltanto dal praticare il motto «evita il male» (Ps. 36). La fuga dalle azioni condannate dal Decalogo non sarebbe bastata per suscitare, insieme all’ammirazione, un potente desiderio d’imitare. Il trascinamento operato dagli esempi si ricollega soprattutto al motto «fa’ il bene» (Ps. 36). Ci voleva tutto lo splendore delle virtù evangeliche, quali furono proposte al mondo nel discorso della montagna.

Un uomo di stato, illustre ma miscredente, mi diceva un giorno: «Se la Chiesa sapesse scolpire più profondamente nei cuori il testamento del suo Fondatore – Amatevi a vicenda – essa diventerebbe la grande potenza indispensabile alle nazioni». Non si potrebbe fare la stessa riflessione a proposito di altre virtù?

Con la sua profonda comprensione dei bisogni della Chiesa, San Pio X aveva spesso vedute di una rara esattezza. L’ Ami du Clergé riportava un interessante colloquio del Santo Pontefice con un gruppo di Cardinali. Chiese il Papa: «Qual’è la cosa oggi più necessaria per la salvezza della società?» «Fondare scuole cattoliche», rispose uno. «No». «Moltiplicare le chiese», rispose un altro. «Neppure». «Promuovere le vocazioni ecclesiastiche», disse un terzo. «No, no – replicò San Pio X – Ciò che attualmente è più necessario, è avere in ogni parrocchia un gruppo di laici che siano ad un tempo molto virtuosi, illuminati, risoluti e veramente apostoli».

Altri particolari mi permettono di affermare che questo santo Papa, alla fine della sua vita, attendeva la salute del mondo solo dalla formazione, per mezzo del clero zelante, di fedeli che traboccassero di apostolato, con la parola e con l’azione, ma soprattutto con l’esempio. Nelle diocesi in cui esercitò il suo ministero prima di diventare Papa, egli dava meno importanza al registro de statu animarum che non all’elenco delle persone che sapevano fare dell’apostolato. Egli era dell’avviso che si potevano formare élites in ogni ambiente. Perciò classificava i suoi sacerdoti secondo il risultati che il loro zelo e la loro capacità avevano ottenuto su questo punto.

Il giudizio di questo santo Pontefice dà un’autorità particolare al sentimento di coloro che dirigono le istituzioni della prima categoria da me classificata. Se nella formazione delle élites sta la sola e vera strategia per agire sulle masse, è dunque uno sbaglio conservare soggetti di cui non si ha più seria speranza di rendere ferventi, quando in tal modo ci si espone al pericolo di abbassare il livello delle élites, fino al punto che restano tali soltanto di nome.

Gli altri direttori, quelli che si limitano a scartare i soggetti contagiosi, non restano però privi di argomenti per protestare contro l’espressione «stampelle» usata per certi mezzi da loro ritenuti non poco efficaci.

Essi evidenziano a quali pericoli si esporrebbero le anime che venissero escluse dalle loro istituzioni; la necessità di accontentarsi di un infimo numero di reclute qualora si badasse soltanto alle élites; l’atmosfera avvelenata dall’ambiente in cui vivono coloro che debbono essere evangelizzati, eccetera. Sarebbe ingiusto e crudele, dicono, trascurare le masse e volerle raggiungere solo con l’esempio dei migliori, senza tentare di agire direttamente sui mediocri, non fosse altro che per impedir loro di cadere più in basso, e preparare così dei candidati alle élites.

Ho ascoltato con gran rispetto queste diverse opinioni, espresse da direttori o direttrici di opere per la gioventù, persone di sicura buona fede e di indiscutibile zelo. Non cercherò di conciliare queste opinioni. Dato però che scrivo soprattutto per i miei venerabili confratelli nel sacerdozio, preferisco domandarmi quale sarebbe la risposta del santo sacerdote Allemand o quella del canonico Timon-David, se fossero invitati ad armonizzare le due tesi scegliendo un giusto mezzo. Entrambi avevano questo progetto:

1) Tra le centinaia di giovani cristiani appartenenti all’istituzione, selezionare una minoranza, anche infima, capace di desiderare vivamente e praticare seriamente la vita interiore.

2) Riscaldare poi fino all’incandescenza quelle anime, facendole amare appassionatamente il Signore, ispirandole l’ideale delle virtù evangeliche, isolandole il più possibile dal contatto degli altri studenti, impiegati, operai eccetera, finché la loro vita interiore non fosse giunta al punto da renderli veramente immuni dal contagio.

3) Infine, giunto il momento, comunicare a questi giovani lo zelo per le anime, onde utilizzarli per meglio agire sui loro compagni.

Mi porterebbe troppo lontano lo stabilire con precisione quel minimo che i due sacerdoti esigevano dai non ferventi per mantenerli per qualche tempo nell’istituzione. Preferisco attirare l’attenzione sul considerevole ruolo che’essi attribuivano alla direzione spirituale nella realizzazione del loro progetto.

Dirigendo personalmente ciascun giovane, il padre Allemand eccelleva nel suscitare in lui un santo entusiasmo per la perfezione e nel convincerlo che la miglior prova della devozione al Sacro Cuore è l’imitazione delle virtù del divino Modello.

Quanto al canonico Timon-David, ottimo confessore, abile nello scoprire e curare le piaghe delle anime, era inoltre un eccellente direttore spirituale. Nessuno più di lui sapeva infiammare i cuori di amore per la virtù ed esortare i suoi collaboratori a non accontentarsi, nella direzione delle anime, dei princìpi della teologia morale propri della via purgativa, ma a servirsi della direzione per orientare verso la via illuminativa. Nulla eguagliava la sua sollecitudine nel trasformare i suoi sacerdoti collaboratori in direttori di anime.

Entrambi consideravano come insufficienti le brevi esortazioni prima dell’assoluzione nella confessione settimanale, le prediche nella riunione generale dei giovani, l’ordinamento della vita liturgica e persino le così attraenti conferenze tenute ai migliori. Ritenevano cosa indispensabile la direzione mensile data a ciascuno in particolare.

Erano convinti che, dopo la preghiera e l’immolazione, il mezzo più efficace per ottenere dalla grazia da Dio quelle élites che possono rigenerare il mondo, fosse l’azione del vero sacerdote con tutto il suo ministero, ma specialmente con la direzione spirituale.

Usciamo ora dal ristretto campo delle opere per la gioventù ed abbracciamo con lo sguardo tutto il vasto campo che la Chiesa deve coltivare: istituzioni di ogni sorta, parrocchie, seminari, comunità e missioni.

Nessuno è capace di guidare se stesso. Tutti hanno debolezze da vincere, tendenze da regolare, doveri da compiere, rischi da correre, occasioni pericolose da evitare, difficoltà da superare e dubbi da chiarire. Se per tutto questo è necessario un aiuto, tanto più lo sarà per camminare verso la perfezione.

Il sacerdote mancherebbe, e talvolta gravemente, al suo dovere di maestro e medico delle anime, se le privasse del grande aiuto supplementare del confessionale e di quell’indispensabile propulsore di vita interiore che è la direzione spirituale.

Disgraziate quelle istituzioni nelle quali i confessori, sempre a corto di tempo, prima dell’assoluzione non riescono a dare altro che una pia ma vaga esortazione, spesso uguale per tutti, invece di offrire la cura specifica che un medico esperto e zelante avrebbe saputo scegliere secondo lo stato di ciascun malato. Nonostante la sua fede nell’efficacia del Sacramento, il penitente è allora esposto al rischio di ridurre il ministro a un «distributore automatico», simile a quegli apparecchi delle stazioni ferroviarie che lasciano cadere meccanicamente dolciumi.

Fortunati invece gli oratori, le scuole, gli orfanotrofi, eccetera, in cui il confessore conosce l’arte della direzione spirituale ed è convinto che bisogna prima di tutto mettere in pratica quest’arte, se vuole ottenere che tutte le anime capaci di vibrare per un ideale si lancino risolutamente negli esercizi della vita interiore.

Quanti padri e madri di famiglia hanno visto straordinariamente accresciuta la loro influenza su figli ed amici, perché avevano trovato un vero direttore!

Quali tesori da valorizzare nell’anima di un fanciullo! Questa è l’età in cui l’albero va prendendo la sua piega, e spesso definitivamente, o da una parte o dall’altra.

Essendo mancata nei teneri anni una direzione adatta alla loro età e alle loro disposizioni, molti saranno gli adulti che non potranno più essere annoverati tra i bei fiori del giardino di Gesù. Quante vocazioni sacerdotali e religiose avrebbero potuto sbocciare!

Talvolta, in una parrocchia o in una missione, anche per parecchie generazioni, continuerà l’impulso dato da un sacerdote che era ben altro che un mediocre distributore di assoluzioni. Insieme ad Ars e a Mesnil-Saint-Loup, si potrebbero citare altre località che sono veri focolai di vita spirituale in mezzo alla generale tiepidezza, perché ebbero la fortuna di avere un direttore zelante, prudente e pieno di esperienza.

Provai una profonda e commossa ammirazione quando, nel mio viaggio in Giappone, circa 15 anni fa, ebbi la fortuna d’incontrare alcuni membri di numerose famiglie cristiane ritrovate, circa mezzo secolo fa, nella regione di Nagasaki. Cosa inaudita! Circondati da pagani, costretti a nascondere la loro religione, privi di sacerdoti da più di tre secoli, questa élite di fedeli aveva ricevuto dai loro padri non solo la fede ma anche il fervore. Dove trovare uno slancio iniziale tanto potente da poter spiegare la forza e la durata d’una fedeltà così straordinaria? La risposta è facile. I loro antenati avevano avuto in San Francesco Saverio un meraviglioso formatore di élites.

Come potranno certi seminari minori diventare vivai di futuri sacerdoti, se mancano di direttori spirituali? La maggior parte dei loro scolari, se non avranno chi li guidi per tempo alla perfezione, come potranno elevarsi sopra la mediocrità nell’esercizio del loro sacerdozio? Queste anime che van cercando la loro via, saranno già fortunate se la loro aspirazione alla vita sacerdotale non verrà falsata dal fascino abbagliante delle doti naturali di certi professori che manifestano l’indifferenza per la vita interiore e il disprezzo di una regolare direzione spirituale.

La prova che in molte comunità religiose, di vita attiva come di vita contemplativa, molte persone vegetano proprio per la mancanza di direzione spirituale, sta nel mutamento radicale che spesso ho potuto constatare in anime tiepide che, dal momento in cui hanno finalmente avuto un direttore coscienzioso, sono ritornate al fervore della loro professione.

Certi confessori sembrano dimenticare che le anime consacrate che dirigono sono obbligate a tendere alla perfezione, ed hanno un reale bisogno di essere aiutate e stimolate per realizzare quei continui progressi ai quali possono applicarsi le parole del Salmo – «Ha deciso in cuor suo di elevarsi, passando di virtù in virtù» (Ps. 83) – e per diventare allora veri apostoli della vita interiore.

Quanti sacerdoti sarebbero ben più fervorosi e troverebbero tutta la loro felicità nella vita eucaristica e liturgica e nel progresso delle anime, se il confessore che hanno scelto si dimostrasse veramente amico guidandoli alla direzione mensile, con tatto e con decisione, orientandoli verso quella perfezione alla quale egli stesso dovrebbe tendere ancor più che i religiosi!

Non abbiamo forse evidenziato quale importante ruolo viene attribuito dagli agiografi al direttore spirituale della maggior parte di coloro di cui narrano la vita?

La Chiesa non conterebbe forse un maggior numero di Santi, se le anime generose, soprattutto le anime sacerdotali e religiose, fossero più seriamente dirette?

Senza la direzione intima svolta dal sacerdote sui genitori di santa Teresa del Bambin Gesù e, più tardi, senza l’azione diretta dei rappresentanti di Dio su questa eletta del Signore, riceverebbe la terra quella pioggia di rose di cui è inondata dal Cielo?

Nei suoi scritti, il padre Desurmont ritorna sovente su questo pensiero: per certe anime, la salvezza è legata alla santità; o tutto o nulla; o l’amore ardente per Gesù o il culto del mondo e la direzione di Satana; o la santità o la dannazione.

Non sarà dunque arbitrario temere che ricevano dolorose sorprese, al momento del loro giudizio particolare, quei sacerdoti che, per non aver studiato l’arte della direzione spirituale e per non aver accettato la fatica che richiede la sua pratica, sotto certi riguardi sono responsabili della mediocrità delle anime o anche della loro perdita. Bravi amministratori, ottimi predicatori, pieni di sollecitudine per i malati e per i poveri, essi hanno però trascurato questa grande tattica usata dal Salvatore: trasformare la società mediante le élites. Il piccolo drappello di discepoli che Gesù stesso scelse e formò e che lo Spirito Santo in seguito infiammò, è bastato per incominciare la rigenerazione del mondo.

Salutiamo con rispetto quei sempre più numerosi vescovi che, dietro l’esempio di Pio X, considerano che ai loro seminari maggiori sia molto più utile tenere un solo corso di ascetica e di mistica che non tante conferenze di sociologia.

Per evidenziare l’importanza della direzione, essi esigono che prima di tutto i seminaristi vi si attengano fedelmente per il loro progresso spirituale e che tutti i professori ne abbiano una stima particolare, dimostrandola con l’irraggiamento della loro vita interiore.

Di più, essi vogliono che tutti gli aspiranti al sacerdozio apprendano quanto si riferisce al regimen animarum, a quest’arte che poggia su principi ben stabiliti e su saggi consigli vissuti da coloro che ne hanno fatta l’esperienza. E’ soprattutto quest’ars artium a confermare che il sapere deve necessariamente tradursi nel saper fare.

Se consultiamo gli autori considerati nella Chiesa come maestri di vita spirituale, quante false nozioni e quanti pregiudizi dobbiamo sfoltire riguardo la direzione!

Certe persone sanno molto bene deviare la direzione dal suo scopo, se il sacerdote lascia che il suo zelo ondeggi senza bussola e non regge il timone con mano ferma.

Talvolta si tratta di una seduta piena di sterili chiacchiere o di sdolcinate moine che lusingano l’amor proprio oppure diminuiscono la responsabilità personale, tendendo al quietismo; talvolta abbiamo una scuola di bigotteria e di sentimentalismo in cui si fomenta il gusto delle emozioni sensibili o quello di una religiosità ridotta a pratiche esteriori; ora è una specie di ufficio notarile in cui si viene a consultare abitualmente per i minimi incidenti della vita, per gli affari temporali e le brighe familiari. E in quante altre vie possono disgraziatamente smarrirsi e i direttori e le anime dirette!

Il sacerdote deve pertanto vigilare per evitare che il carattere della direzione venga falsato. Tutto deve convergere verso il fine tracciato da questa definizione: la direzione spirituale consiste nell’insieme metodico e regolare di consigli che una persona (specie il sacerdote), avendo la grazia di stato, la scienza e l’esperienza, dà ad un’anima retta e generosa per farla progredire verso una solida pietà ed anche verso la perfezione.

In primo luogo si tratta di un allenamento della volontà, di questa facoltà maestra che San Tommaso chiama vis unitiva, la sola, in ultima analisi, in cui risiede l’unione con il Signore e l’imitazione delle sue virtù.

Il direttore degno di questo nome sa rendersi conto non solo delle cause intime delle mancanze, ma anche delle diverse inclinazioni dell’anima. Ne analizza le difficoltà e ripugnanze nel combattimento spirituale; fa risplendere l’ideale, prova, sceglie e controlla il mezzo per viverlo; segnala gli scogli e le illusioni; scuote il torpore, incoraggia, rimprovera e consola, se occorre, ma soltanto per ritemprare la volontà contro lo scoraggiamento o la disperazione.

Finché l’anima, conservando qualche attaccamento al peccato, rimane nella via purgativa, la direzione spirituale è ordinariamente legata alla confessione. Ma quando l’anima è seriamente orientata verso il fervore, allora la direzione può più facilmente venir separata dalla confessione. Appunto perché non venga confusa con questa, certi sacerdoti la vogliono dare soltanto dopo l’assoluzione e di solito la dànno solo una volta al mese a quelli che si confessano ogni settimana.

Non è nel programma di questo libro trattare il modo di esercitare la direzione. Essendo però convinto che molti sacerdoti devono prendere più sul serio quest’arte spirituale, è per me una grande gioia, lo confesso, il tentare di offrire a certi confratelli, che esitano a studiare opere voluminose, una breve sintesi di ciò che di meglio è stato scritto su questo argomento. Questo compendio non solo faciliterà l’osservazione e la classificazione delle anime, ma suggerirà con precisione i mezzi indicati per il duc in altum adatto ai principali stati di vita.

Ciascun’anima è come un mondo a sé, con le sue proprie sfumature. Tuttavia, in base alle comuni caratteristiche, si possono classificare i cristiani in alcuni guppi. Credo che sia utile tentare questa classificazione, prendendo come pietra di paragone il peccato o l’imperfezione da una parte, e la preghiera dall’altra. Con questo schema, mi auguro di portare qualcuno dei miei confratelli a riflettere sulla necessità di avviare uno studio che permetta di conoscere le regole pratiche per dirigere ciascun’anima secondo il suo stato.

Per quanto riguarda le due prime categorie qui sotto elencate, il sacerdote non potrà agire direttamente sulle loro anime; ma almeno, se è un buon direttore, potrà guidare ben più efficacemente i parenti e gli amici che desiderano sottrarre all’indurimento persone che sono a loro care e che Dio non ha ancora definitivamente respinto.

a) Indurimento

Peccato mortale: ristagnamento in questo peccato, per ignoranza o per coscienza maliziosamente falsata. Soffocamento o assenza dei rimorsi.

Preghiera: deliberata soppressione di ogni ricorso a Dio.

b) Verniciatura cristiana

Peccato mortale: considerato come un male leggero e facilmente perdonabile; l’anima vi si lascia andare facilmente per qualunque occasione o tentazione. Confessione quasi senza contrizione.

Preghiera: macchinale, senza attenzione o sempre fatta per interessi temporali. Rare e superficiali riflessioni su se medesimo.

c) Pietà mediocre

Peccato mortale: poco combattuto; rara fuga dalle occasioni; ma serio pentimento e vere confessioni.

Peccato veniale: patteggiamento con questo peccato, che viene considerato come un male insignificante; conseguenza: tiepidezza della volontà. Non si fa nulla per prevenirlo, sradicarlo e scoprirlo.

Preghiera: abbastanza ben fatta, di tanto intanto. Passeggere velleità di fervore.

d) Pietà intermittente

Peccato mortale: sinceramente combattuto. Fuga abituale delle occasioni. Pentimenti vivissimi. Penitenze di riparazione.

Peccato veniale: talvolta deliberato. Lotta debole. Pentimenti superficiali. Esame particolare, ma senza costanza.

Preghiera: insufficiente risoluzione di essere fedele alla meditazione, che l’anima tralascia quando prova aridità o vi sono tante occupazioni.

e) Pietà costante

Peccato mortale: mai. Al massimo, rarissime sorprese violente ed improvvise. Perciò, spesso peccato mortale dubbio seguìto da ardente compunzione e da penitenza.

Peccato veniale: vigilanza per evitarlo e combatterlo. Raramente è deliberato. Vivamente pianto ma poco riparato. Esame particolare continuo, ma limitato alla fuga dai peccati veniali.

Imperfezioni: l’anima evita di scoprirle per non combatterle, oppure le scusa facilmente. La rinunzia è ammirata ed anche desiderata ma poco praticata.

Preghiera: fedeltà costante a qualunque costo all’orazione, spesso affettiva. Alternanza di consolazioni e aridità penosamente subite.

f) Fervore

Peccato veniale: mai deliberato. Talvolta per sorpresa o solo mezzo avvertito. Vivamente pianto e seriamente riparato.

Imperfezioni: condannate, sorvegliate e combattute sinceramente, per essere più gradito a Dio. Qualche volta deliberate ma subito detestate. Atti frequenti di rinunzia. Esame particolare che mira al perfezionamento in una virtù.

Preghiera: orazione mentale volenterosamente prolungata. Orazione piuttosto affettiva e anche di semplicità. Alternanza di grandi consolazioni e di prove angosciose.

g) Perfezione relativa

Imperfezioni: energicamente prevenute con grande amore. Quando sopravvengono, c’é solo mezza avvertenza.

Preghiera: vita abituale di orazione, anche se ci si prodiga all’esterno. Sete di rinunzia, di distacco e di amore divino. Fame dell’Eucaristia e del Cielo. Grazie di orazione infusa di diversi gradi. Frequenti purificazioni passive.

h) Eroismo

Imperfezioni: solo di primo impulso.

Preghiera: doni soprannaturali di contemplazione, accompagnati talvolta da fenomeni straordinari. Accentuate purificazioni passive. Disprezzo di sé fino all’oblio. Preferenza delle sofferenze alle gioie.

i) Santità consumata

Imperfezioni: appena apparenti.

Preghiera: il più delle volte, unione trasformante. Matrimonio spirituale. Purificazioni di amore. Sete ardente di sofferenze e umiliazioni.

* * *

Sono fin troppo rare le anime elette che raggiungono gli ultimi tre stati; in loro il peccato veniale diventa sempre più raro. Per questo si comprende che i sacerdoti aspettino l’occasione di dirigere tali soggetti prima ancora di studiare quello che i migliori autori suggeriscono perché la loro direzione sia prudente e sicura.

Ma non si può scusare quel confessore che – per mancanza di zelo nell’imparare e nell’applicare ciò che si riferisce alle quattro classi: della pietà mediocre, della pietà intermittente, della pietà costante o del fervore – lascia ammuffire tante anime in una squallida tiepidezza o fermarsi molto al di sotto del grado di vita interiore al quale Dio le destinava.

Per quanto riguarda i punti da toccare nella direzione dei principianti, possiamo forse ridurle ai quattro seguenti:

1 – Pace: Esaminare se l’anima è nella vera pace e non in quella che dà il mondo o che deriva dall’assenza di lotta. Altrimenti, cercare di stabilirla in una relativa pace nonostante le sue difficoltà. Questo è alla base di ogni direzione: la calma, il raccoglimento e la fiducia.

2 – Ideale: Dopo aver riuniti gli elementi necessari per classificare un’anima e per conoscerne i punti deboli, le forze vive di carattere e di temperamento e il grado di tendenza alla perfezione, cercare i mezzi adatti a ravvivare il suo desiderio di vivere più seriamente di Gesù Cristo e ad abbattere tutti gli ostacoli che in essa si oppongono allo sviluppo della grazia. In una parola, con questo punto si mira a spingere l’anima a guardare sempre più in alto, semper excelsior.

3 – Preghiera: Verificare come l’anima fa le sue preghiere e, in particolare, esaminare il suo grado di fedeltà alla meditazione, il suo genere di orazione, gli ostacoli che incontra e i risultati che ne ottiene. Inoltre, esaminare il profitto che trae dai Sacramenti, dalla vita liturgica, dalle devozioni particolari, dalle giaculatorie e dall’esercizio della presenza di Dio.

4 – Rinunzia: Esaminare su che cosa e specialmente in che modo fa l’esame particolare, come esercita la rinunzia (se per odio del peccato oppure per amore di una virtù), come pratica la custodia del cuore e perciò la vigilanza e la lotta spirituale in spirito di orazione, lungo la giornata.

A questi quattro punti principali si può ridurre l’essenziale della direzione spirituale. Si possono esaminare tutti e quattro ogni mese, oppure soffermarsi alternativamente su uno di essi per non dilungarsi troppo.

In tal modo, paralizzando in un’anima i germi di morte e ravvivando i germi di vita, il sacerdote zelante arriverà ad appassionarsi per l’esercizio di quest’arte suprema. Lo Spirito Santo poi, di cui è fedele ministro, non gli sarà avaro di quelle ineffabili consolazioni che costituiscono una delle maggiori felicità del sacerdozio in questa vita, e gliele accorderà nella misura in cui egli si sacrificherà per applicare alle anime i princìpi che ha studiato. Chi più di san Paolo provò le consolazioni dell’apostolato? Ma quale ardente fuoco doveva consumarlo, se poté scrivere: «Per tre anni non ho mai smesso, giorno e notte, di ammonire ciascuno di voi fra le lacrime»! (At. 20, 31).

«Caro dottore, so che vostro figlio vuole dedicarsi al sacerdozio. Se egli e i suoi confratelli, quando dovranno curare le anime, prenderanno esempio dalla vostra dedizione e dalla vostra coscienza professionale nel diagnosticare la malattia e nel prescrivere i rimedi e il regime che devono restituire al malato una florida salute, credo che né ebrei, né massoni, né protestanti potranno impedire in mezzo a noi il trionfo della fede». Tali parole di ammirazione e di riconoscenza erano rivolte, alla mia presenza, da un prelato al medico che con duri sforzi era riuscito a strapparlo da una crisi mortale e a restituirlo, poco dopo, a rinnovato vigore.

L’applicazione della scienza e l’esercizio dell’abnegazione saranno certamente benedetti da Dio. Ma quale potenza sovrumana acquisteranno questi due fattori, quando il sacerdote che li usa sarà di quelli che non possono comprendere il loro sacerdozio senza la ricerca della santità!

Se in ogni parrocchia, in ogni missione, in ogni comunità e a capo di ogni associazione cattolica vi fossero dei veri direttori di anime, che santa rivoluzione avverrebbe nel mondo! Allora anche quelle istituzioni (orfanotrofi, asili, ricoveri, eccetera) in cui si devono ospitare soggetti appena accettabili, si baserebbero sempre su questo programma: formare delle élites e isolarle dai mediocri per quanto è possibile, fino a che non si sia riusciti a lanciarle ad un accorto ma ardente apostolato verso gli altri.

Chiunque voglia giudicare le istituzioni dai risultati che Gesù se ne attende, giunge necessariamente a questa conclusione: dovunque c’è un focolare di vera direzione spirituale, non c’è bisogno delle famose «stampelle» per ottenere in abbondanza frutti meravigliosi. Invece l’uso simultaneo di tutte le «stampelle» possibili e più in voga, potrà solo mascherare l’assenza di questa direzione nell’istituto, ma non certo attenuarne la necessità.

Quanto più i sacerdoti saranno zelanti nel perfezionarsi nell’arte della direzione e nel dedicarvisi, tanto più diminuirà ai loro occhi la necessità di usare quei mezzi esteriori che, all’inizio, erano utili per mettersi in contatto con i fedeli, attirarli, raccoglierli, coinvolgerli, trattenerli e conservarli sotto l’influenza della Chiesa, la quale, fedele al suo scopo, non è pienamente soddisfatta se non quando le anime sono intimamente incorporate a Gesù Cristo.

 

7. La vita interiore mediante l’Eucaristia compendia tutta la fecondità dell’apostolato

Il fine dell’Incarnazione, e perciò di ogni apostolato, consiste nel divinizzare l’umanità: «Cristo si è fatto uomo affinché l’uomo potesse diventare Dio» (S. Agostino). «L’unigenito Figlio di Dio, volendo farci partecipare alla sua divina natura, assunse la nostra, affinché, una volta diventato uomo, noi diventassimo dèi» (S. Tommaso, Officio del Corpus Domini)

Ora, è nell’Eucaristia, o meglio nella Vita eucaristica, e cioè nella vita interiore robusta, alimentata dal divino banchetto, che l’apostolo assimila la vita divina. Ecco la parola del Maestro, perentoria, che non lascia luogo ad equivoci: «Se non mangerete il Corpo del Figlio dell’Uomo e non berrete il suo Sangue, non riceverete la Vita» (Gv. 6, 54). La vita eucaristica è la vita del Signore in noi, non solo per l’indispensabile stato di grazia, ma anche per una sovrabbondanza della sua azione: «Sono venuto affinché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv. 10, 10). Se l’apostolo deve sovrabbondare di vita divina per riversarla nei fedeli, e se può trovarne la sorgente solo nell’Eucaristia, come si potrà supporre che sue opere siano efficaci senza l’azione svolta da questo Sacramento in coloro che – direttamente o indirettamente – devono essere i dispensatori di quella vita per mezzo di queste opere?

E’ impossibile meditare sulle conseguenze del dogma della Presenza reale, del Sacrificio dell’altare o della Comunione, senza concluderne che il Signore ha voluto istituire questo Sacramento per farne un focolare di ogni attività, di ogni dedizione, di ogni apostolato veramente utile alla Chiesa.

Se tutta la Redenzione gravita attorno al Calvario, tutte le grazie di questo mistero derivano dall’Altare. Ma allora l’operaio della parola evangelica che non viva dell’Altare non avrà che una parola morta, una parola che non salva, perché procedente da un cuore che non è abbastanza impregnato del Sangue che redime.

Realizzando un profondo disegno, sùbito dopo l’ultima cena, nella sua parabola della vite e dei tralci, il Signore sviluppa con insistenza e precisione l’inutilità dell’azione che non è animata dallo spirito interiore: «Come il tralcio non può dare frutto se non rimane unito alla vite, così nemmeno voi lo potete, se non rimanete in me» (Gv. 15, 4).

Ma sùbito dopo Egli ci mostra quanto valore avrà invece l’azione esercitata dall’apostolo che vive di vita interiore, della vita eucaristica: «Se uno rimane in me e io in lui, costui porterà molti frutti» (Gv. 15, 5). «Costui», lui solo; Dio agisce potentemente solo per mezzo di lui poiché, come scrisse sant’Atanasio, «noi siamo fatti altrettanti dèi dalla carne di Cristo». Quando il predicatore o il catechista mantengono in loro il Sangue divino, quando il loro cuore è bruciato dal fuoco che consuma il Cuore eucaristico di Gesù, com’è allora viva, ardente ed infiammata la loro parola! E quando gli eletti da Dio per queste opere ravvivano il loro zelo nella Comunione e diventano i portatori di Cristo, come s’irraggiano gli effetti dell’Eucaristia in una scuola o in un ospedale o in un oratorio, eccetera!

Per quanto il demonio sia abile nel mantenere le anime nell’ignoranza, o lo spirito superbo e impuro cerchi d’inebriarle di orgoglio o di affogarle nel fango, l’Eucaristia, vita del vero apostolo, fa sentire la sua azione superiore ad ogni altra contro il nemico della salvezza.

Per mezzo dell’Eucaristia si perfeziona l’amore. Questo vivente memoriale della Passione ravviva nell’apostolo il fuoco divino quando tende a spegnersi; gli fa rivivere il Gethsemani, il Pretorio, il Calvario; gli comunica la scienza del dolore e dell’umiliazione. L’operaio apostolico parla agli afflitti un linguaggio capace di farli partecipare alle consolazioni attinte a questa scuola sublime.

Egli parla il linguaggio delle virtù di cui Gesù Cristo rimane il Modello, poiché ognuna delle sue parole è come una goccia di sangue eucaristico versata sulle anime. Se però non ha questo riflesso di vita eucaristica, la parola dell’uomo di azione non produrrà che un effetto momentaneo. Si potrà forse scuotere le facoltà secondarie od occupare gli accessi della piazzaforte, ma la rocca – cioè il cuore, la volontà – rimarrà per lo più inespugnabile.

La fecondità dell’apostolato di un’anima corrisponde quasi sempre al grado acquisito di vita eucaristica. Il contrassegno di un apostolato efficace, infatti, sta nel riuscire a comunicare alle anime la sete di partecipare frequentemente e praticamente al banchetto divino. Ma questo risultato non viene ottenuto, se non nella misura in cui è l’apostolo stesso a vivere veramente di Gesù-Ostia.

Come san Tommaso d’Aquino, che infilava la testa nel Tabernacolo per trovare la soluzione di una problema, così anche l’apostolo va a confidare tutto all’Ospite divino, e la sua azione sulle anime è la realizzazione delle sue confidenze all’Autore della vita.

Il grande Pontefice e padre san Pio X, il Papa della Comunione frequente, è anche il Papa della vita interiore. La sua prima parola, rivolta specialmente agli uomini di azione, fu «restaurare tutto in Cristo» (Ef. 12, 19). Questo è il programma d’un apostolo che vive dell’Eucaristia e che vede i progressi della Chiesa solo in proporzione ai progressi che le anime fanno nella vita eucaristica.

O voi, opere del nostro tempo, tanto numerose eppure così spesso sterili! Come mai non avete rigenerato la società? Voi siete ben più numerose che nei tempi passati, certo, eppure non avete saputo impedire che l’empietà devastasse, e con gravi danni, la vigna del padone (Mt. 13, 24-30). Com’è potuto succedere?

E’ successo perché non siete sufficientemente radicate nella vita interiore, nella vita eucaristica, nella vita liturgica ben compresa. Gli uomini di azione che vi dirigono hanno forse potuto irradiare razionalità, ingegno ed anche una certa qual pietà; sono riusciti a gettar fasci di luce e a promuovere certe pratiche di devozione: risultati apprezzabili, certo. Ma, non avendo attinto a sufficienza alla Sorgente della vita, essi non hanno potuto propagare quell’ardore che muove le volontà. Invano avrebbero preteso di far nascere quelle abnegazioni nascoste ma irresistibili, quei fermenti attivi dei popoli, quegl’ insostituibili focolai d’attrazione soprannaturale che – senza chiasso, ma anche senza sosta – propagano l’incendio tutt’intorno e penetrano lentamente ma sicuramente in tutte le classi di persone alle quali possono arrivare. La loro vita in Gesù era troppo debole per ottenere simili risultati.

Per preservare le anime dal contagio del male, nei secoli passati bastava opporvi una pietà ordinaria. Ma oggi, a un virus cento volte più violento e inoculato dalle attrattive del mondo, bisogna contrapporre una medicina vivificante ben più energica. Mancardo i laboratori capaci di produrre efficaci antidoti, le opere si sono limitate a produrre un fervore sentimentale, grandi slanci che poi si sono spenti più rapidamente di quanto si erano accesi; oppure esse sono riuscite a coinvolgere solo infime minoranze. I seminari e i noviziati non hanno più dato quegli sciami di sacerdoti, di religiosi e religiose abbastanza inebriati del Vino eucaristico. E così quel fuoco, che mediante queste anime elette avrebbe dovuto propagarsi ai pii laici dediti all’azione, è rimasto nascosto. La Chiesa ha ricevuto pii apostoli, certo, ma rarissimamente operai evangelici che, in forza della loro vita eucaristica, avessero quella pietà integrale fatta di custodia del cuore e di zelo, quella pietà ardente, attiva, generosa e pratica, che si chiama vita interiore.

Alle volte si ode valutare come «buona» o addirittura «ottima» una parrocchia, solo perché i suoi fedeli salutano rispettosamente il parroco, lo trattano con deferenza, gli manifestano una certa simpatia, all’occorrenza gli prestano perfino qualche servizio, sebbene la maggior parte di loro trascuri l’assistenza alla Messa della domenica per lavorare, abbandoni i Sacramenti, rimanga nell’ignoranza in materia di religione, nell’intemperanza e nella bestemmia e lasci molto a desiderare quanto a condotta morale. Che pena! Sarebbe dunque «ottima» questa parrocchia? Si potrà chiamare «cristiana» questa gente dalla vita completamente pagana?

Piangiamo dunque tali tristi risultati, noi operai evangelici, perché non siamo andati alla scuola in cui il Verbo istruisce i predicatori, perché non abbiamo attinto più profondamente la parola di vita, cuore a cuore col Dio dell’Eucarestia! Dio non ha più parlato attraverso la nostra bocca; questo è fatale. Smettiamola di stupirci se la nostra umana parola è rimasta quasi sterile.

Noi non siamo apparsi alle anime come un riflesso di Gesù e della sua vita nella Chiesa. Perché il popolo credesse in noi, bisognava che brillasse sulla nostra fronte un raggio di quell’aureola che illuminava Mosè quando, scendendo dal Sinai, ritornava dagli israeliti. Agli occhi degli ebrei, quell’aureola era una testimonianza dell’intimità del loro capo con Colui che lo mandava. Alla nostra missione, era necessario non solo che apparissimo uomini retti e convinti, ma anche che un raggio dell’Eucarestia lasciasse intravvedere al popolo quel Dio vivo al quale nulla può resistere.

Predicatori, oratori, conferenzieri, catechisti, professori! Se abbiamo ottenuto solo risultati imperfetti, è perché non abbiamo riflettuto in noi la vita divina.

Apostoli che ci lamentiamo per gl’insuccessi delle nostre opere! Noi che sappiamo che, in ultima analisi, l’uomo è ordinariamente mosso solo dal desiderio di essere felice; domandiamoci allora se gli uomini hanno visto in noi quell’irraggiamento della felicità eterna ed infinita di Dio che avremmo ricevuto dall’unirci a Colui che, pur nascosto nel Tabernacolo, costituisce la gioia della Corte celeste. Il Divino Maestro non dimenticò questo nutrimento necessario ai suoi apostoli: «Vi dico queste cose affinché la vostra gioia sia piena» (Gv. 15, 11), disse dopo l’ultima Cena, per ricordarci fino a qual punto l’Eucarestia sarà la sorgente di tutte le grandi gioie di questa vita.

Ministri del Signore! Per vostra colpa il Tabernacolo è rimasto muto, la pietra dell’Altare fredda, l’Ostia un memoriale rispettato ma quasi inerte, e le anime abbandonate nelle loro vie perverse. Ma come avremmo potuto sottrarle dal fango dei loro illeciti piaceri? Abbiamo parlato a queste anime delle gioie della religione e della retta coscienza, certo; ma poiché non abbiamo saputo dissetarci a sufficienza alle acque vive dell’Agnello, siamo riusciti solo a balbettare nel descrivere quelle gioie ineffabili il cui desiderio avrebbe spezzato le catene della triplice concupiscenza più efficacemente delle terribili parole sull’inferno. Di quel Dio che è tutto amore, le anime hanno visto in noi soprattutto il severo legislatore e il giudice tanto inesorabile nei suoi decreti quanto rigoroso nei suoi castighi. Le nostre labbra non hanno saputo parlare il linguaggio del Cuore di Colui che ama gli uomini, perché i nostri colloqui con questo Cuore sono stati tanto rari quanto poco intimi.

Non scarichiamo la nostra colpa sullo stato di profonda corruzione della società. Possiamo infatti vedere – in parrocchie da gran tempo scristianizzate, ad esempio – quanto ha potuto operare la presenza di sacerdoti saggi, attivi, dedicati e capaci, ma soprattutto amanti dell’Eucarestia. Nonostante tutti gli sforzi dei ministri di Satana, questi sacerdoti, purtroppo rari, «diventati terribili agli occhi del diavolo», attingendo la forza da quel focolare di forza che è il braciere del Tabernacolo, hanno saputo forgiare armi invincibili che la congiura di tutti i diavoli non ha potuto spezzare.

Per loro la preghiera all’Altare non è stata sterile, perché sono diventati capaci di comprendere quelle parole di San Francesco d’Assisi: «L’orazione è la sorgente della grazia; la predicazione è il canale che distribuisce le grazie che noi abbiamo ricevuto dal Cielo; i ministri della Parola di Dio sono scelti dal gran Re perché portino al popolo quanto essi stessi hanno appreso e raccolto dalla sua bocca, soprattutto davanti al Tabernacolo».

Il grande motivo di speranza sta nel vedere attualmente una generazione di uomini di azione che non si accontentano più di promuovere solo comunioni da parata, ma sanno facilitare la fioritura delle anime dei veri comunicanti.

 

 

 

PARTE QUINTA

ALCUNI PRINCIPI ED AVVISI PER LA VITA INTERIORE

 

 

Capitolo I

Alcuni consigli per la vita interiore degli uomini d’azione

 

 

– I – Alcuni consigli per la vita interiore degli uomini d’azione

Portare il mio caro lettore ad ammettere che la tesi ricordata in questo volume è convincente, sarebbe già un risultato buono ma insufficiente. Il vero fine di questo libro sta nello spingere l’anima a dire: «Io voglio vivere sempre di più questa tesi».

Bisogna quindi dire fraternamente all’uomo di azione, all’apostolo che ha letto queste pagine: «La tua approvazione della tesi rimarrà pressoché sterile, se non è unita a precise risoluzioni d’intensificare la tua vita interiore».

Questa quinta parte serve quindi ad aiutarlo a ritemprarsi nelle disposizioni necessarie affinché la vita interiore fecondi sempre di più le sue opere.

Convinzioni

Lo zelo non è efficace se l’azione di Gesù Cristo non vi si unisce.

Gesù è l’agente principale, noi siamo solamente i suoi strumenti.

Gesù Cristo non benedice le opere dell’uomo che confida solo nei propri mezzi.

Gesù Cristo non benedice le opere basate unicamente sull’attività naturale.

Gesù Cristo non benedice le opere in cui l’amor proprio prende il posto dell’amore divino.

Guai a colui che rifiuta di lavorare per l’opera a cui Dio lo chiama!

Guai a chi s’impegna nell’azione senza esser sicuro della volontà di Dio!

Guai a colui che nelle opere vuol condursi senza dipendere veramente da Dio!

Guai a colui che, nell’esercizio dell’azione, non usa i mezzi per conservare o ricuperare la vita interiore!

Guai a colui che non sa ordinare la vita interiore e la vita attiva in modo che questa non abbia da nuocere a quella!

Principi

I Principio – Non dedicarsi ad un’opera per pura inclinazione naturale, ma consultare Dio allo scopo di potersi assicurare che si agisce sotto l’ispirazione della sua grazia e per manifestazione moralmente certa della sua volontà.

II Principio – E’ imprudente e dannoso rimanere troppo tempo in un periodo di eccessive occupazioni che metterebbero l’anima in uno stato incompatibile con gli esercizi essenziali della vita interiore. Bisogna allora, specialmente per i sacerdoti e per i religiosi, applicare anche alle opere più sante le parole: «Strappalo e gettalo via da te» (Mt. 5, 29).

III Principio – Allo sregolato debordamento della vita attiva bisogna imporre, se necessario anche con la violenza, un regolamento che determini l’impiego abituale del tempo, stabilito col consiglio di un saggio sacerdote di esperienza e di vita interiore.

IV Principio – Per il bene personale e per quello degli altri, bisogna innanzitutto coltivare la vita interiore. Quanto più si è occupati, tanto più c’è bisogno di questa vita e dunque tanto più se ne deve essere assetati e si devono usare i mezzi perché questa sete non rimanga un desiderio sterile sfruttato abitualmente dal demonio per addormentare le anime e mantenerle nell’illusione.

V Principio – Se accade che l’anima venga a trovarsi, per autentica volontà di Dio, molto occupata e quindi nell’impossibilità morale di prolungare i suoi esercizi di pietà, essa possiede un termometro infallibile che le indica se davvero si mantiene nel fervore. Se effettivamente ha sete di vita interiore, se con tutta la sua buona volontà approfitta di tutte le occasioni per compierne le pratiche essenziali, allora essa può restare in pace e far sicuro affidamento sulle grazie speciali che Dio serba per lei: in esse troverà la forza sufficiente per progredire nella vita spirituale.

VI Principio – Finché l’uomo di azione non giunge a conservarsi nel raccoglimento e nella dipendenza dalla grazia che devono accompagnarlo ovunque, egli si trova in uno stato insufficiente di vita interiore. Per questo indispensabile raccoglimento non occorre sforzo alcuno: basta un’abituale occhiata che parta più dal cuore che dalla mente, uno sguardo sicuro, retto, penetrante per discernere se, nell’azione, si rimane sotto l’influenza di Gesù.

Avvisi pratici

1. Scolpirsi bene in mente che l’anima non può progredire nella vita interiore, senza il regolamento sopraccennato e senza la ferma volontà di attenervisi abitualmente, in particolare riguardo all’ora della sveglia rigorosamente stabilita.

2. A base della vita interiore, come elemento indispensabile, mettere la preghiera del mattino. «Chi ha ben deciso di fare a qualsiasi costo la sua mezz’ora di orazione mattutina, ha già fatto metà del cammino», dice santa Teresa. Senza la preghiera, la giornata passerà quasi necessariamente nella tiepidezza.

3. La Messa, la Comunione, la recita del Breviario e le funzioni liturgiche sono miniere incomparabili di vita interiore, che vanno sfruttate con fede e fervore sempre crescenti.

4. Come la meditazione e la vita liturgica, anche l’esame particolare e quello generale devono condurre all’abituale custodia del cuore, per la quale viene realizzata l’unione del vigilate e dell’orate. Restando attenta a tutto ciò che accade nel suo interno e alla presenza della Ss.ma Trinità in lei, l’anima acquista l’istinto di ricorrere a Gesù in tutte le circostanze, ma soprattutto quando prevede il pericolo di dissiparsi o di indebolirsi.

5. Ne deriva il bisogno di pregare incessantemente con le Comunioni spirituali e le giaculatorie, che sono ben facili da fare, se lo si vuole davvero, anche in mezzo alle occupazioni più assorbenti, e che sono piacevolmente variabili, adattandole ai bisogni speciali del momento, alle circostanze attuali, ai pericoli, alle difficoltà, alla rilassatezza, alle delusioni, eccetera.

6. Un devoto studio della Sacra Scrittura, soprattutto del Nuovo Testamento, deve trovare il suo posto ogni giorno o per lo meno più volte alla settimana, nella vita di un sacerdote. – La lettura spirituale del pomeriggio è un dovere quotidiano che un’anima generosa deve ben guardarsi dal trascurare. La mente ha bisogno di porsi alla presenza delle verità soprannaturali, dei dogmi generatori della pietà e delle conseguenze morali che ne derivano e che tanto facilmente si dimenticano.

7. In virtù di questa custodia del cuore che ne sarà come la preparazione remota, la confessione settimanale sarà sicuramente pregna di sincera contrizione e di vero dolore e caratterizzata da un fermo proposito che diventerà sempre più leale e risoluto.

8. Il ritiro spirituale annuale è utilissimo ma insufficiente; il ritiro mensile (di una giornata intera o almeno di mezza), fatto allo scopo di rimettere l’anima in equilibrio, è quasi indispensabile all’uomo di azione.

Capitolo II

L’orazione, elemento indispensabile della vita interiore e perciò dell’apostolato

 

– II – L’orazione, elemento indispensabile della vita interiore e perciò dell’apostolato

Un vago desiderio di vita interiore, formulato dopo un’affrettata lettura di un libro, non può dare alcun risultato. E’ necessario che questo desiderio si radichi in una risoluzione precisa, ardente e pratica.

Molti uomini d’azione mi hanno chiesto di avere un facile mezzo per realizzare il loro proposito di vita interiore, esponendo alcune risoluzioni generali. Rispondere a tale desiderio equivarrebbe ad aggiungere una specie di appendice a questo volume.

Rispondo tuttavia volentieri; sono infatti persuaso da una parte che l’uomo di azione, sia esso sacerdote o laico, non potrà veramente approfittare della lettura di ciò che finora ho scritto, se non è ben deciso a consacrare ogni mattina un po’ di tempo all’orazione mentale; e d’altra parte ritengo che, se il sacerdote vuol progredire nella vita interiore, non può trascurare di servirsi della vita liturgica e di esercitarsi nella custodia del cuore.

Credo sia più pratico adottare, nell’esporre questi tre punti, la formula della risoluzione personale. Non pretendo d’introdurre un nuovo metodo di orazione, ma cerco di utilizzare l’essenziale dei metodi migliori.

Risoluzione di orazione 1

«Voglio essere fedele all’orazione del mattino».

1. E’ necessaria questa fedeltà?

Sacerdote! Negli esercizi spirituali della mia ordinazione ho udito queste gravi parole: «Sacerdos alter Christus!» Ho allora capito che, se non vivo specialmente di Gesù, non sono affatto un sacerdote secondo il suo Cuore, non sono affatto un’anima sacerdotale. Come sacerdote, io devo vivere nell’intimità di Gesù, Egli lo esige da me: «Non vi chiamerò più servi, ma vi chiamerò amici» (Gv. 15, 15).

Ma la mia vita con Gesù Principio, Mezzo e Fine, si sviluppa nella misura in cui Egli è la Luce della mia intelligenza e di tutti i miei atti interni ed esterni, l’Amore regolatore di tutte le affezioni del mio cuore, la Forza nelle mie prove, lotte e fatiche, l’Alimento di quella Vita soprannaturale che mi fa compartecipe della vita stessa di Dio. Ebbene, questa vita con Gesù, assicurata dalla mia fedeltà all’orazione, è senza questo mezzo moralmente impossibile.

Come oserei offendere con un rifiuto il Cuore di Colui che mi offre questo mezzo di vivere in amicizia con Lui?

Altro aspetto importante, benché privativo, della necessità della mia orazione: secondo l’economia del piano divino, essa è efficace contro i pericoli inerenti alla mia debolezza, ai miei rapporti col mondo, a certi miei doveri.

Se prego, sono come rivestito di un’armatura di acciaio e sono invulnerabile alle frecce del nemico; ma se la tralascio, ne sarò certamente colpito. Perciò molte colpe, che io non avverto o avverto a mala pena, mi saranno imputate nella loro causa.

«O orazione o gravissimo pericolo di dannazione per il sacerdote a contatto col mondo», dichiarava senza esitazioni il pio, dotto e prudente padre Desurmont, uno dei più sperimentati predicatori di esercizi agli ecclesiastici.

«Per l’apostolo, non c’è via di mezzo tra il progressivo pervertimento e la santità» (se non acquisita, almeno desiderata e ricercata soprattutto con l’orazione quotidiana), diceva a sua volta il cardinale Lavigerie.

Ogni Sacerdote può applicare alla sua orazione queste parole ispirate dallo Spirito Santo al Salmista: «Se la tua legge non fosse stata la mia meditazione, io sarei già morto nell’afflizione» (Ps. 118, 92). Questa legge arriva fino al punto di obbligare il sacerdote a riprodurre in sé lo spirito di Nostro Signore.

Un sacerdote vale quanto la sua orazione. Vi sono due categorie di sacerdoti:

1. I sacerdoti la cui risoluzione è così decisa, che la loro orazione non potrebbe essere ritardata nemmeno da pretesti di convenienza, di occupazioni, eccetera. Solamente un caso rarissimo di forza maggiore potrà farla rinviare ad un altro momento della mattinata, ma nulla di più.

Questi veri sacerdoti si preoccupano di ottenere buoni risultati dalla loro orazione e vogliono ch’essa sia distinta dal ringraziamento della Messa, dalla lettura spirituale e più ancora dalla preparazione di una predica. Essi desiderano efficacemente la santità; finché persevereranno così, la loro salvezza è moralmente certa.

2. I sacerdoti che, avendo preso solo una mezza risoluzione, rinviano la loro orazione e perciò la tralasciano facilmente, snaturandone il fine oppure non imponendosi nessun vero sforzo per riuscirvi. Conseguenze: fatale tiepidezza, sottili illusioni, coscienza addormentata o falsata... un cammino che scivola verso l’abisso.

E io, a quale delle due categorie voglio appartenere? Se esito a scegliere, è segno che ho fallito i miei esercizi spirituali.

Tutto si connette. Se tralascio la mia mezz’ora di orazione, finirà che perfino la Santa Messa – e quindi la mia Comunione – diventeranno presto senza frutti personali e potranno essermi imputate di peccato; la recita penosa e quasi macchinale del mio Breviario non sarà più calda e gioiosa espressione della mia vita liturgica. Poca vigilanza, mancanza di raccoglimento e quindi niente più giaculatorie, niente più lettura spirituale, ahimé!; apostolato sempre meno fecondo; nessun esame leale delle mie colpe e tanto meno esame particolare; confessioni per abitudine e talvolta dubbie... in attesa del sacrilegio!

La rocca, sempre meno difesa, è abbandonata all’assalto di una legione di nemici; dapprima si aprono solo brecce... ma ben presto crollano le rovine.

2. Che cosa dev’essere la mia orazione?

Ascensio mentis in Deum. «Tale ascesa – dice San Tommaso – essendo un atto della ragione non speculativa ma pratica, presuppone gli atti della volontà».

L’orazione mentale è dunque un vera fatica, soprattutto per gli incipienti. Fatica per staccarsi un momento da ciò che non è Dio. – Fatica per restare mezz’ora fissi in Dio e riuscire a prendere un nuovo slancio verso il bene. – Fatica senza dubbio penosa all’inizio, ma che voglio accettare con generosità. – Fatica che però sarà ben presto coronata dalla più grande consolazione che si possa avere sulla terra: la pace nell’amicizia e nell’unione con Gesù.

«L’orazione – dice Santa Teresa – non è che un colloquio amichevole in cui l’anima parla, cuore a cuore, con Colui dal quale si sente amata».

Colloquio cordiale. Sarebbe un’empietà supporre che Dio, il quale, ben più che impormi questa conversazione, me ne infonde il bisogno e spesso l’attrattiva, non voglia anche facilitarmela. Anche se da molto tempo l’ho abbandonata, Gesù mi ci richiama teneramente e mi offre un’assistenza speciale per questo linguaggio della mia fede, della mia speranza e della mia carità che dovrà essere la mia orazione, come la chiama il Bossuet.

Vorrò forse resistere a questo appello di un Padre che invita anche il figlio prodigo ad ascoltare la sua Parola, a intrattenersi familiarmente con Lui, ad aprirgli il mio cuore e ad ascoltare i battiti del suo?

Colloquio semplice. Sarò spontaneo: parlerò dunque a Dio da tiepido, da peccatore, da dissipatore oppure da fervoroso. Con l’ingenuità di un fanciullo, gli esporrò il mio stato d’animo e non parlerò se non il linguaggio che esprime sinceramente ciò che sono.

Colloquio pratico. Il fabbro non immerge il ferro nel fuoco per renderlo ardente e luminoso, ma perché diventi malleabile. Così l’orazione deve illuminare la mia intelligenza e riscaldare il mio cuore, ma solo affinché l’anima mia diventi così flessibile da poter essere martellata, perdendo i difetti o la forma dell’uomo vecchio e ricevendo le virtù o la forma di Gesù Cristo.

Il mio colloquio dunque punterà ad elevare la mia anima fino alla santità di Gesù, affinché Egli la possa modellare a sua immagine. «Tu, o Signore Gesù, tu formi e plasmi il mio cuore con la tua mano dolcissima e misericordiosissima, ma anche fortissima» (S. Agostino).

3. Come farò la mia orazione?

Per tradurre in pratica la definizione e lo scopo, mi atterrò a questo metodo logico:

– Porrò la mia mente, ma soprattutto la mia fede e il mio cuore, davanti a nostro Signore che m’insegna una verità o una virtù.

– Ecciterò la mia sete di adeguare la mia anima all’ideale intravisto.

– Deplorerò tutto ciò che gli si oppone.

– Prevedendo gli ostacoli, mi deciderò a superarli.

– Chiederò con insistenza la grazia efficace per riuscirvi, ben convinto che da solo non concluderei nulla.

Come un viaggiatore spossato, ansante, cerco di dissetarmi; alla fine... Video: scopro una fonte. Ma essa zampilla su un’erta roccia... Sitio: più contemplo quell’acqua limpida, che mi permetterebbe di continuare il viaggio, più si accentua in me il desiderio di dissetarmi, nonostante gli ostacoli... Volo: ad ogni costo voglio raggiungere quella sorgente e mi sforzo di arrivarci, ma purtroppo devo constatare la mia impotenza... Volo tecum: arriva una guida, che non aspetta altro che io le chieda di aiutarmi; essa mi conduce anche nei passaggi più scabrosi; ben presto posso dissetarmi a lunghi sorsi. Così le acque vive della grazia zampillano dal Cuore di Gesù.

La mia lettura spirituale della sera, elemento così prezioso di vita interiore, ha riacceso il mio desiderio di fare all’indomani l’orazione... Prima di coricarmi, considero sommariamente, ma in modo chiaro e  preciso, il soggetto dell’orazione, come pure il frutto specifico che desidero ricavarne, ed eccito davanti a Dio il desiderio di profittarne.

L’ora della meditazione è venuta. Voglio staccarmi dalla terra, costringere la mia immaginazione a rappresentarmi una scena viva e parlante che io sostituisco alle mie preoccupazioni, alle mie distrazioni, eccetera. Rappresentazione rapida e a grandi linee, ma abbastanza convincente da commuovermi e gettarmi alla presenza di quel Dio, la cui attività tutta amorosa vuol avvolgermi e penetrarmi. Ed eccomi in relazione con un Interlocutore Vivente, Adorabile e Amabile.

Dapprima adoro profondamente; ciò s’impone da sé. Seguono poi atti di annientamento, di contrizione, di fedeltà, di preghiera umile e fiduciosa, affinché sia benedetto questo colloquio col mio Dio.

Video

Colpito dalla vostra viva presenza, o Gesù, e quindi liberato dall’ordine puramente naturale, vado a cominciare il mio colloquio col linguaggio della fede, più fecondo delle analisi della mia ragione. A questo scopo, leggo o richiamo alla mente, con cura, il punto da meditare; lo riassumo e concentro in esso la mia attenzione.

O Gesù, siete Voi che mi parlate e m’insegnate questa verità; voglio dunque ravvivare e accrescere la mia fede su ciò che Voi mi presentate come cosa assolutamente certa, perché fondata sulla vostra Veracità.

E tu, o anima mia, ripeti continuamente: lo credo; ripetilo con sempre maggior forza. Come un bimbo che recita la lezione assegnata, ripeti moltissime volte che tu abbracci questa dottrina e le sue conseguenze per la tua eternità. «O Gesù, questo è vero, assolutamente vero, perciò lo credo. Voglio che questo raggio di sole della Rivelazione sia come il faro della mia giornata. Rendete la mia fede più ardente; ispiratemi un vigoroso desiderio di vivere questo Ideale e una santa collera contro tutto ciò che gli è contrario. Voglio divorare questo alimento di verità e assimilarmelo».

Ma se, dopo alcuni minuti passati nell’eccitare la mia fede, rimango inerte davanti alla verità che mi si presenta, non insisterò oltre. Vi esporrò filialmente, o mio buon Maestro, il dolore che provo per questa mia impotenza e Vi pregherò di supplirvi.

Sitio

Dalla frequenza e soprattutto dal vigore dei miei atti di fede, vera partecipazione ad un raggio dell’Intelletto divino, dipenderà il grado di esultanza del mio cuore, linguaggio della carità affettiva.

Sia che nascano da sé sia che vengano eccitati dalla mia volontà, gli affetti sono fiori che la mia anima di fanciullo sparge ai piedi di Gesù che parla: atti di adorazione, riconoscenza, amore, gioia, adesione alla volontà divina e distacco da tutto il resto, avversione, odio, timore, collera, speranza, abbandono.

Il mio cuore sceglie uno o più di questi sentimenti, se ne impregna, Ve li manifesta, o Gesù, e Ve li ripete molte volte, teneramente e lealmente, ma con tutta semplicità.

Se la mia sensibilità mi offre il suo aiuto, io l’accolgo, poiché mi può essere utile anche se non è necessario. Un’affezione calma ma profonda è più sicura e più feconda delle emozioni superficiali. Queste ultime non dipendono da me e non sono mai il termometro della vera e fruttuosa orazione. Quello che è sempre in mio potere e che importa soprattutto, è lo sforzo per scuotere il torpore del mio cuore e fargli ripetere: «Mio Dio, voglio unirmi a Voi; voglio annientarmi dinanzi a Voi; voglio cantare la mia gratitudine e la mia gioia di compiere la vostra volontà. Non voglio più mentire dicendovi che Vi amo e che detesto tutto ciò che Vi offende», eccetera.

Benché mi sia sinceramente sforzato, può talvolta accadere che il mio cuore rimanga freddo ed esprima fiaccamente le sue affezioni. Allora, o Gesù, vi esprimerò umilmente la mia desolazione e il mio desiderio; prolungherò volentieri i miei gemiti, nella convinzione che, lamentandomi così dinanzi a Voi per questa mia sterilità, acquisterò uno speciale diritto ad unirmi agli affetti del vostro divino Cuore in un modo efficacissimo, sebbene nell’aridità, nel buio e nel freddo.

Quant’è bello, o Gesù, l’Ideale che scorgo in Voi! Ma la mia vita è in armonia con questo Esemplare perfetto? Compio questa indagine sotto il vostro sguardo profondo, o divino Interlocutore che, se ora siete tutto misericordia, sarete invece tutto giustizia quando v’incontrerò nel giudizio particolare, in cui con un solo sguardo scruterete i più segreti moventi dei minimi atti della mia esistenza. Vivo di questo Ideale? Se morissi in questo istante, o Gesù, non trovereste la mia condotta in piena antitesi con esso?

Su quali punti desiderate, o Maestro Buono, che io mi corregga? Aiutatemi a scoprire dapprima gli ostacoli che m’impediscono di imitarvi, poi le cause interne o esterne e le occasioni prossime o lontane delle mie mancanze.

La vista delle mie miserie e delle mie difficoltà, o mio Redentore, obbliga il mio cuore ad esprimervi confusione, dolore, tristezza, rimpianti amari, sete ardente di migliorare, offerta generosa e senza riserve di tutto il mio essere. «Voglio piacere a Dio in tutto».

Volo

Mi avanzo maggiormente nella scuola del volere.

E’ il linguaggio della carità effettiva. Gli affetti hanno fatto nascere in me il desiderio di correggermi; ne ho individuato gli ostacoli; ora tocca alla mia volontà di dire: «voglio toglierli». O Gesù, il mio ardore nel ripetervi questo «voglio», dipende dal mio fervore nel ripetere: credo, amo, mi pento, detesto.

Se talvolta questo «voglio» non scaturisce con quell’energia che speravo, o mio amato Salvatore, deplorerò questa debolezza della mia volontà e, lungi dallo scoraggiarmi, non mi stancherò di ripetervi quanto desidero partecipare alla vostra generosità nel servizio del Padre celeste.

Alla mia risoluzione generale di lavorare per la mia salvezza e per amare Dio, unisco la risoluzione di applicare la mia orazione alle difficoltà, alle tentazioni ed ai pericoli della giornata. Ma soprattutto avrò cura di ritemprare con amore più ardente quel proposito che è oggetto del mio esame particolare (difetto da combattere o virtù da praticare); lo fortificherò con motivi che attingerò dal Cuore del Maestro e, da abile stratega, individuerò i mezzi capaci di assicurarne l’esecuzione, prevedendo le occasioni e preparandomi alla lotta.

Se intravedo uno specifico pericolo di dissipazione, d’immortificazione, di umiliazione, di tentazione, una decisione grave eccetera, mi dispongo per quel momento alla vigilanza, alla lotta e soprattutto all’unione con Gesù e al ricorso alla Madonna.

Nonostante tutte queste precauzioni, potrà capitarmi di cadere ancora; ma che differenza tra queste cadute di sorpresa e le altre! Via gli scoraggiamenti!, perché so che Dio è glorificato dal mio continuo ricominciare per rendermi più risoluto, più diffidente di me stesso, più sollecito nel ricorrere a Lui. Solo a questo prezzo potrò riuscire.

Volo tecum

«Obbligare uno storpio a camminare bene è meno assurdo che voler riuscire senza di Voi, o mio Salvatore» (S. Agostino). Le mie risoluzioni non sono forse rimaste sterili perché l’ «io posso tutto» non è derivato dall’ «in Colui che mi dà forza»? . Arrivo dunque al punto della mia orazione che, sotto certi aspetti, è il più importante: la supplica o il linguaggio della speranza.

Senza la vostra grazia, o Gesù, io non posso far nulla. Questa grazia non la merito a nessun titolo, ma so che le mie insistenze, lungi dallo stancarvi, costituiranno la misura del vostro soccorso, se esse riflettono la mia sete di essere vostro, la diffidenza di me stesso e la mia fiducia illimitata, direi folle, nel vostro Cuore. O bontà infinita, imitando la cananea del Vangelo (Mt. 15,22-29), mi prosterno ai vostri piedi e con la sua insistenza, tutta speranza e umiltà, Vi chiedo non qualche briciola, ma una vera partecipazione a quel banchetto di cui avete detto: «Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio».

Divenuto per grazia membro del vostro Corpo mistico, io partecipo alla vostra vita e ai vostri meriti, e prego per mezzo vostro, o Gesù. O Padre santo, io prego per il Sangue divino che grida misericordia; potrete Voi respingere la mia preghiera? E’ il grido del mendicante quello che elevo a Voi, o Ricchezza inesauribile: «Esaudiscimi, perché io sono misero e povero» (Ps. 85, 1). Rivestitemi della vostra forza e glorificate la vostra potenza nella mia debolezza. La vostra bontà, le vostre promesse e i vostri meriti, o Gesù, e per contro la mia miseria e la mia confidenza, sono i soli titoli della mia supplica per ottenere, mediante la mia unione con Voi, la custodia del cuore e la forza in questo giorno.

Se sopraggiunge un ostacolo, una tentazione, un sacrificio da imporre ad una qualche mia facoltà, il testo o il pensiero che io prendo come mazzetto spirituale mi farà respirare il profumo di preghiera che ha circondato le mie risoluzioni e, nel momento critico, alzerò nuovamente il grido della supplica efficace. Quest’abitudine, frutto della mia orazione, ne sarà pure la pietra di paragone: «dai loro frutti li riconoscerete».

Quando sarò giunto a vivere di fede e di sete abituale di Dio, solo allora il lavoro del Video potrà essere talvolta soppresso, perché il Sitio e il Volo scaturiranno fin dal principio dell’orazione, che trascorrerà tutta nel produrre affetti e offerte, nel confermare la mia risoluta volontà e nel mendicare – direttamente da Gesù o da Maria Immacolata, dagli Angeli o dai Santi – una unione più intima e più costante con la divina volontà.

* * *

Il santo Sacrificio mi aspetta: l’orazione mi ci ha preparato. La mia partecipazione al Calvario, in nome della Chiesa, e la mia Comunione saranno come una continuazione della mia orazione . Nel ringraziamento estenderò le mie richieste agl’interessi della Chiesa, alle anime affidatemi, ai defunti, alle mie opere, a parenti, amici, benefattori, nemici, eccetera.

La recita delle varie ore del mio caro Breviario, in unione con la Chiesa, per Essa e per me, le frequenti e fervorose giaculatorie, le comunioni spirituali, l’esame particolare, la visita al SS.mo Sacramento, la lettura spirituale, il Rosario, l’esame generale eccetera, verranno a segnare il mio cammino, a ravvivare le mie forze e conservare lo slancio del mattino, affinché nulla nella mia giornata sfugga all’azione del Signore. Grazie a questo slancio, il ricorso a Gesù, dapprima frequente e poi abituale, direttamente o per mezzo di sua Madre, farà cessare le contraddizioni tra la mia ammirazione per la sua dottrina e la mia vita emancipata, tra la mia pietà e la mia condotta.

A questo punto debbo trattenere il mio cuore che, nel suo desiderio di essere veramente utile agli uomini di azione, vorrebbe dedicare una risoluzione speciale all’esame particolare.

Cedendo a questo pensiero, infatti, temo di allungare troppo il mio libro. Eppure dalla lettura di san Cassiano, di parecchi Padri della Chiesa, come pure di sant’Ignazio, di san Francesco di Sales e di san Vincenzo de’ Paoli, impariamo che l’esame particolare e quello generale sono corollari necessari della meditazione e si connettono alla custodia del cuore.

D’accordo col suo direttore, l’anima s’è decisa a prendere di mira più direttamente, nella meditazione e nel corso della giornata, quel tal difetto o quella tale virtù, sorgente principale di altri difetti o virtù.

Numerosi sono i cavalli che tirano il carro e l’occhio li controlla tutti costantemente. Ma al centro dell’attracco ve n’è uno su cui si concentra l’attenzione dell’auriga: se difatti quello va troppo a destra o troppo a sinistra, tutti gli altri si sbandano.

L’analisi dell’anima mediante l’esame particolare, per constatare se c’è progresso, regresso o stazionarietà su un punto ben determinato, non è che un elemento della custodia del cuore.

Capitolo III

La vita liturgica, sorgente di vita interiore e perciò di apostolato

 

 

 

 

– III – La vita liturgica, sorgente di vita interiore e perciò di apostolato

Risoluzione di vita liturgica

Mediante la Messa, il Breviario e le altre funzioni liturgiche, in qualità di membro o ambasciatore della Chiesa, voglio unirmi sempre più alla sua vita e quindi rivestirmi sempre più di Gesù, anzi di Gesù Crocifisso, specialmente se sono suo ministro.

1. Che cos’è la Liturgia?

O Gesù, siete Voi quello che io adoro come centro della Liturgia; siete Voi che date unità a questa Liturgia che posso così definire: «il culto pubblico, sociale e ufficiale reso dalla Chiesa a Dio», oppure: «l’insieme dei mezzi che la Chiesa ci ha dato – specialmente nel Messale, nel Rituale e nel Breviario – e di cui essa si serve per esprimere la sua religione verso l’adorabile Trinità, come pure per istruire e santificare le anime».

O anima mia, è nel seno stesso dell’adorabile Trinità che tu devi contemplare l’eterna Liturgia con la quale le tre Persone si celebrano a vicenda la vita divina e la santità infinita, in quell’inno ineffabile della generazione del Verbo e della processione dello Spirito Santo: Sicut erat in principio...

Ma Iddio ha voluto esser glorificato anche fuori di sé. Crea gli Angeli ed il Cielo risuona delle loro acclamazioni: «Sanctus, Sanctus, Sanctus»; crea il mondo visibile e questo manifesta la sua potenza: «I cieli narrano la gloria di Dio».

Apparve Adamo; in nome della creazione, egli cominciò l’inno della lode, eco dell’eterna Liturgia. Abele, Noè, Melchisedech, Abramo, Mosè, il Popolo di Dio, Davide e tutti i santi dell’antica Legge la cantano a gara. La Pasqua israelitica, i sacrifici e gli olocausti, il culto solenne reso a Jahvé nel suo tempio, le danno una forma ufficiale. Ma tutto questo non fu che un inno imperfetto, soprattutto dopo la caduta: «Non è affatto bella la lode pronunciata dal peccatore» (Eccl. 15, 9).

Voi solo, o Gesù, Voi solo siete l’inno perfetto, poiché Voi siete la gloria vera del Padre. Nessuno può glorificare degnamente il Padre vostro se non per mezzo vostro: «Per Lui, con Lui e in Lui, a Te Dio Padre onnipotente, sia reso ogni onore e gloria». Voi siete l’anello di congiunzione tra la Liturgia terrena e la Liturgia celeste, alla quale associate più direttamente i vostri eletti. La vostra incarnazione è giunta ad unire, in un modo sostanziale e vivente, l’umanità e l’intera creazione alla Liturgia divina. E’ un Dio che loda Dio: lode piena e perfetta che ha il suo vertice nel Sacrificio del Calvario.

Prima di abbandonare la terra, o Divino Salvatore, avete istituito il Sacrificio della Nuova Legge per rinnovare la vostra immolazione ed avete anche istituito i Sacramenti per poter comunicare la vostra vita alle anime.

Ma avete lasciato alla vostra Chiesa la cura di circondare questo Sacrificio e questi Sacramenti con simboli, cerimonie, esortazioni, preghiere, eccetera, perché meglio onorasse il mistero della Redenzione, ne facilitasse la comprensione ai suoi figli, li aiutasse a trarne maggior profitto ed eccitasse nelle loro anime un rispetto misto a timore.

A questa stessa Chiesa avete dato la missione di continuare fino alla fine dei secoli la preghiera e la lode che il vostro Cuore non ha mai cessato d’innalzare al Padre vostro durante la vita mortale e che incessantemente gli offre tuttora nel Tabernacolo e negli splendori della gloria celeste.

Con l’amore di Sposa che ha per Voi e con la sollecitudine di Madre che il vostro Cuore ha trasfuso in Lei per noi, la Chiesa ha soddisfatto a questo suo duplice compito. Così si sono formate quelle meravigliose raccolte che contengono tutti i tesori della Liturgia.

D’altronde, la Chiesa unisce la sua lode a quella resa a Dio in Cielo dagli Angeli e dagli eletti; in tal modo essa si prepara a quella che sarà la sua eterna occupazione.

Questa lode e questa preghiera della Chiesa si divinizza unendosi a quella dell’Uomo-Dio e la liturgia della terra si fonde con quella delle Gerarchie celesti nel Cuore di Gesù, facendo eco a quell’eterna lode che scaturisce da quel focolare di amore infinito che è la Ss.ma Trinità.

2. Che cos’è la vita liturgica?

Le leggi della vostra Chiesa, o Signore, esigono a rigore da me solo la fedele osservanza dei riti e l’esatta pronunzia delle parole.

Ma senza dubbio Voi desiderate che la mia buona volontà vi offra di più. Volete che la mia mente e il mio cuore approfittino delle ricchezze nascoste nella Liturgia per unirmi più intimamente alla vostra Chiesa e per giungere quindi ad unirmi più strettamente a Voi.

Attirato dall’esempio dei vostri servi più fedeli, o mio Buon Maestro, voglio sedere con sollecitudine nel ricco banchetto al quale la Chiesa m’invita, sicuro di trovare nell’Ufficio divino, nelle formule, nelle cerimonie, collette, epistole, Vangeli eccetera, che accompagnano l’augusto Sacrificio della Messa e l’amministrazione dei Sacramenti, un nutrimento tanto sano quanto abbondante per lo sviluppo della mia vita interiore.

Alcune riflessioni sull’idea-madre che abbraccia gli elementi liturgici e sui frutti dai quali si riconosceranno i miei progressi, mi preserveranno dall’illusione.

* * *

Ogni rito sacro può essere paragonato ad una pietra preziosa; ma quei riti che si riferiscono alla Messa e all’ufficio, a qual valore e splendore vengono innalzati, se io so incastonarli in quel meraviglioso insieme formato dal ciclo liturgico!

Mantenuta per tutto un periodo sotto l’influsso di un Mistero, nutrita da ciò che la Scrittura e la Tradizione hanno di più istruttivo e di più affettivo su questo soggetto, orientata costantemente verso un medesimo ordine di idee, la mia anima deve necessariamente subire l’influenza di una tale attenzione e trovare, nei sentimenti suggeritile dalla Chiesa, un nutrimento tanto sostanziale quanto saporito per approfittare della grazia speciale che Dio riserva ad ogni periodo, ad ogni festa di questo ciclo.

Il mistero non soltanto giunge a penetrarmi come una verità che viene assimilata con la meditazione, ma afferra tutto quanto il mio essere, coinvolgendo anche le mie facoltà sensibili per eccitare il mio cuore e determinare la mia volontà. Non si tratta più di un semplice memoriale del passato, un semplice anniversario, ma di un fatto che ha il carattere di un avvenimento presente di cui la Chiesa fa un’attuale applicazione e al quale partecipa realmente.

Nel tempo natalizio, per esempio, festeggiando presso l’altare la venuta del Divino Infante, la mia anima può ripetere: «Oggi Cristo è nato, oggi è apparso il Salvatore; oggi cantano gli Angeli sulla terra».

In ogni periodo del ciclo liturgico, il Messale ed il Breviario mi manifestano un nuovo raggio dell’amore di Colui che è per noi ad un tempo Re, Maestro, Medico, Consolatore, Salvatore e Amico. All’altare come a Betlemme, a Nazaret come sulle sponde del lago di Tiberiade, Gesù vi si manifesta come Luce, Amabilità, Tenerezza, Misericordia, ma vi si mostra soprattutto come Amore personificato perché è la sofferenza personificata, l’agonizzante del Getsemani e il Riparatore del Calvario.

Così la liturgia dà alla vita eucaristica il suo pieno sviluppo e la vostra Incarnazione, o Gesù, che ha ravvicinato Dio a noi, mostrandocelo visibile in Voi, continua a renderci l’identico servizio ad ogni mistero che festeggiamo.

In tal modo, per mezzo della Liturgia, io partecipo alla vita della Chiesa e a quella vostra, o Gesù. Con essa assisto ogni anno a tutti i misteri della vostra vita nascosta, pubblica, sofferente e gloriosa, con essa ne raccolgo i frutti. Inoltre, le feste periodiche della Madonna e dei Santi che meglio hanno imitato la vostra vita interiore, mettendomi sott’occhio i loro esempi, mi danno un aumento di luce e di forza per riprodurre in me le vostre virtù e infondere nelle anime dei fedeli lo spirito del vostro Vangelo.

Come potrei io realizzare nel mio apostolato quel desiderio di san Pio X, cioè far sì che, con la mia azione, i fedeli giungano a partecipare attivamente ai santi Misteri ed alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa, che è, come dice questo Papa, la «sorgente principale ed indispensabile» del vero spirito cristiano, se io stesso passo accanto ai tesori della Liturgia, senza nemmeno sospettarne le meraviglie?

Per dare maggiore unità alla mia vita spirituale e unirmi sempre più alla vita della Chiesa, tenderò a collegare alla Liturgia, per quanto è possibile, i miei altri esercizi di pietà. Per esempio, per la mia meditazione sceglierò un soggetto che si riferisce al periodo o alla festa del ciclo liturgico; a seconda dei tempi, nelle mie visite al Ss.mo Sacramento m’intratterrò più volentieri con Gesù Bambino, Gesù sofferente, Gesù glorioso, Gesù vivente nella sua Chiesa, eccetera. Anche le letture private sul Mistero o sulla vita del santo di cui si onora la memoria, daranno il loro contributo a questo piano di spiritualità liturgica.

O Maestro adorabile, preservatemi dalle contraffazioni della vita liturgica; esse sono dannose ad ogni vita interiore, soprattutto perché diminuiscono la lotta spirituale.

Preservatemi da una pietà che faccia consistere questa vita liturgica soltanto in godimenti poetici o in un affascinante studio di archeologia religiosa, oppure che tenda al quietismo e ai suoi derivati, cioè all’indebolimento di tutto ciò che muove la vita interiore: timore, speranza, desiderio della salvezza e della perfezione, lotta contro i difetti e lavoro per acquistare la virtù.

Datemi la convinzione, o Signore, che in questo secolo di occupazioni assorbenti e pericolose, la vita liturgica, per quanto perfetta essa sia, non può dispensare dall’orazione mattutina.

Allontanate da me il sentimentalismo ed la bigotteria che fanno consistere la vita liturgica nelle impressioni e nelle emozioni, lasciando quindi la volontà in balìa della fantasia e della sensibilità.

Certo, voi non volete affatto che io rimanga insensibile a tutto quanto la Liturgia contiene di bello e di poetico. Tutto il contrario! Con i suoi canti e le sue cerimonie, la Chiesa infatti si rivolge appunto alle facoltà sensibili col fine di penetrare più profondamente le anime dei suoi figli, di presentare meglio alle loro volontà i veri beni, e di innalzarli più sicuramente, più facilmente e più completamente verso Dio.

Posso dunque assaporare tutta l’inalterabile e salutare freschezza dei dogmi messi in rilievo dalla Liturgia; posso lasciarmi commuovere dinanzi allo spettacolo pieno di maestà di una Messa solenne; posso gustare le preghiere dell’assoluzione o i riti così commoventi del Battesimo, dell’Estrema Unzione, delle esequie, eccetera.

Ma non devo mai dimenticare che tutte le risorse offerte dalla sacra Liturgia non sono altro che mezzi per giungere al fine unico dell’intera vita interiore: far morire l’uomo vecchio, perché al suo posto possiate vivere e regnare Voi, o Gesù.

Avrò pertanto la vera vita liturgica quando, penetrato di spirito liturgico, utilizzerò la Messa, le preghiere e i riti ufficiali per aumentare la mia unione con la Chiesa, e così progredire nella partecipazione alla vita interiore di Gesù Cristo, e perciò alle sue virtù, riflettendola meglio agli occhi dei fedeli.

3. Spirito liturgico

Questa vita liturgica, o Gesù, presuppone una speciale attrattiva per tutto ciò che ha relazione con il culto.

Questa attrattiva, ad alcuni Voi la date gratuitamente. Altri invece sono meno privilegiati; ma se ve la domandano aiutandosi con lo studio e la riflessione, l’otterranno.

La meditazione, che io farò più tardi sui vantaggi della vita liturgica, accrescerà in me la sete di acquistarla a qualunque costo. Mi fermo ora a considerare i caratteri che distinguono questa vita e le danno un posto importante nella spiritualità.

Unirsi anche da lontano al vostro Sacrificio, con la Chiesa, mediante il pensiero e l’intenzione; fondere la propria preghiera con la preghiera ufficiale e continua della vostra Chiesa, è cosa ben grande, o Gesù! Il cuore del semplice battezzato vola in tal modo più sicuramente verso Dio, perché portato dalle vostre lodi, adorazioni e azioni di grazie, dalle vostre riparazioni e domande.

Secondo le parole di san Pio X, prendere parte attiva e cooperare ai sacri Misteri e alla preghiera pubblica e solenne, con una assistenza pia ed illuminata, con la brama di trar profitto dalle feste e dalle cerimonie, o meglio ancora col servire la Messa rispondendo alle sue preghiere, oppure prestando il proprio concorso alla recita o al canto degli uffici, è infatti il mezzo per entrare in comunicazione più diretta col pensiero della nostra Chiesa, e per attingere il vero spirito cristiano alla sua sorgente principale ed insostituibile.

Quale nobile missione, o Santa Chiesa, in virtù dell’ordinazione sacerdotale o della professione religiosa, in unione con gli Angeli e i Beati, in qualità di vostro titolato ambasciatore, presentarsi ogni giorno davanti al trono di Dio per esprimere la preghiera ufficiale!

Ma quale dignità incomparabilmente più sublime ancora e al di sopra di ogni espressione, allorché, qual ministro consacrato, io divengo un altro Voi stesso, o mio divino Redentore, amministrando i Sacramenti e specialmente celebrando il santo Sacrificio!

 

Primo principio. – Come membro della Chiesa, devo essere convinto che, quando partecipo da cristiano ad una cerimonia liturgica, io sono unito a tutta la Chiesa, non solo mediante la Comunione dei Santi, ma anche in virtù di una cooperazione reale ed attiva ad un atto di religione che la Chiesa, Corpo mistico di Gesù Cristo, offre a Dio come società; devo anche esser convinto che, per mezzo di tale unione, la Chiesa facilita maternamente la formazione della mia anima nelle virtù cristiane.

La vostra Chiesa, o Gesù, forma una società perfetta i cui membri, strettamente uniti tra loro, sono destinati a formare una società ancor più perfetta e più santa: quella degli eletti.

Come cristiano, io sono membro di questo Corpo di cui Voi siete il Capo e la vita. Così Voi mi considerate, o divino Salvatore; e io vi procuro una gioia speciale quando, presentandomi a Voi, vi considero come mio Capo e considero me stesso come una pecorella di questo ovile di cui Voi siete l’unico Pastore e che racchiude nella sua unità tutti i miei fratelli della Chiesa militante, purgante e trionfante.

Il vostro Apostolo m’insegna questa dottrina che mi dilata l’anima ed allarga il mio spirito quando dice: «Come in un sol corpo noi abbiamo molte membra, così noi, sebbene molti, formiamo un unico corpo in Cristo e individualmente siamo l’uno membro dell’altro» (Rm. 12, 4-5). «Come il corpo – dice altrove – è uno ma ha molte membra, e tutte le membra del corpo, sebbene molte, formano un sol corpo, così è di Cristo» (1 Cor. 12, 12).

Questa è l’unità della vostra Chiesa indivisibile nel suo insieme e nelle sue parti, tutta intera nel suo insieme e tutta intera in ciascuna delle sue parti, unita nello Spirito Santo, unita a voi, o Gesù, e, mediante questa unione, introdotta nell’unica ed eterna società del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La Chiesa è l’assemblea dei fedeli che, sotto il governo di una medesima autorità, sono uniti dalla medesima fede e dalla medesima carità, e tendono al medesimo fine, cioè all’incorporazione in Cristo, con i medesimi mezzi che si riassumono nella grazia, i cui canali ordinari sono la preghiera ed i Sacramenti.

La grande preghiera, il canale preferito della grazia, è la preghiera liturgica, la preghiera della Chiesa, più potente della preghiera dei privati ed anche delle associazioni, per quanto potenti e raccomandate dal Vangelo siano la preghiera individuale e quella associativa.

Incorporato alla vera Chiesa, figlio di Dio e membro di Cristo per il Sacramento del Battesimo, io acquisto il diritto di partecipare agli altri Sacramenti, ai divini uffici, ai frutti della Messa, alle indulgenze ed alle preghiere della Chiesa; posso beneficiare di tutte le grazie e di tutti i meriti dei miei fratelli.

Per mezzo del Battesimo, io sono segnato da un carattere indelebile che mi deputa al culto di Dio secondo il rito della religione cristiana. Per la consacrazione battesimale, io divengo membro del Regno di Dio e faccio parte della stirpe eletta, del regale sacerdozio, della nazione santa.

Perciò io partecipo come cristiano al ministero sacro, benché in un modo remoto e indiretto, per mezzo delle mie preghiere, della mia parte di offerta, del mio contributo al sacrificio della Messa e alle funzioni liturgiche, moltiplicando i sacrifici spirituali con la pratica delle virtù, come raccomanda San Pietro, compiendo ogni cosa per piacere a Dio e unirmi a lui, e facendo del mio corpo un’Ostia viva, santa e gradita a Dio. E’ questo che mi fate intendere, o santa Chiesa, quando dite ai fedeli per mezzo del sacerdote: «Pregate, fratelli, affinché il mio e vostro sacrificio...» Dice ancora il sacerdote nel Canone: «Ricordati, o Signore, di tutti i presenti, per i quali noi ti offriamo, od essi stessi ti offrono, questo sacrificio di lode». E poco dopo: «Accetta placato, o Signore, questa offerta della sottomissione nostra e di tutta la tua famiglia».

Invero la Sacra liturgia è talmente l’opera comune di tutta la Chiesa, cioè del sacerdote e del popolo, che il mistero di questa unità vi è sempre presente realmente per la forza indistruttibile della Comunione dei Santi proposta alla nostra fede dal Simbolo degli Apostoli. Il divino Ufficio e la Santa Messa, che sono la parte principale della Liturgia, non si possono celebrare senza che tutta la Chiesa vi sia associata e misteriosamente presente.

Così nella Liturgia tutto si fa in comune, a nome di tutti, a vantaggio di tutti: tutte le preghiere vengono dette al plurale.

Da questo stretto legame, che unisce tutti i membri tra loro mediante la stessa fede e la partecipazione ai medesimi Sacramenti, nasce nelle anime quella carità fraterna che è il segno distintivo di coloro che vogliono essere imitatori di Gesù Cristo e camminare alla sua sequela: «Dall’amore che avrete gli uni per gli altri, conosceranno che siete miei discepoli» (Gv. 13, 35). E questo vincolo fra i membri della Chiesa si rafforzerà tanto più, quanto più essi parteciperanno, mediante la Comunione dei Santi, alla grazia ed alla carità del Capo che comunica a loro la vita soprannaturale e divina.

Tali verità sono il fondamento della vita liturgica e questa, a sua volta, mi ci riconduce continuamente.

Quale amore per voi, o santa Chiesa di Dio, accende nel mio cuore questo pensiero: io sono vostro membro, sono membro di Cristo! Quale amore m’infonde per tutti i cristiani, perché sono tutti miei fratelli e tutti insieme formiamo una sola cosa in Cristo! Quale amore per il mio divino Capo Gesù Cristo!

Nulla di ciò che vi riguarda potrebbe lasciarmi indifferente; sono triste se vi vedo perseguitata, mi rallegro nel conoscere le vostre conquiste e i vostri trionfi.

Quale gioia quando penso che, nel santificarmi, contribuisco ad accrescere la vostra bellezza e lavoro per la santificazione di tutti i figli della Chiesa, miei fratelli, ed anche per la salvezza della grande famiglia umana!

O Chiesa santa di Dio, per quanto dipende da me, voglio che voi diventiate più bella, più santa e più numerosa, poiché la bellezza del vostro insieme risulta dalla perfezione di ciascuno dei vostri figli, fusi in quella stretta solidarietà che fu l’idea principale della preghiera di Gesù dopo la Cena ed il vero testamento del suo Cuore: «Affinché siano una cosa sola! Affinché siano compiuti nell’unità!» (Gv. 17, 21, 23).

O Chiesa, Madre mia, quanta stima sento in me per la vostra preghiera liturgica! Essendo io vostro membro, essa è anche la mia preghiera, ma lo è soprattutto quando vi assisto o vi coopero. Tutto ciò che voi avete è mio e tutto quello che è mio vi appartiene.

Una goccia d’acqua da sé non è nulla; ma se è unita al mare, partecipa alla sua potenza ed alla sua immensità; altrettanto accade alla mia preghiera unita alla vostra. Agli occhi di Dio, per il quale tutto è presente ed il cui sguardo abbraccia il presente, il passato ed il futuro, essa fa una sola cosa con quel concerto di lodi che la Chiesa, dalla sua fondazione sino alla fine dei tempi, eleva al trono dell’Eterno.

Voi, o Gesù, volete che la mia preghiera sia, sotto certi aspetti, utilitaristica, bisognosa e interessata; ma, stabilendo l’ordine delle domande del Pater Noster, mi avete insegnato quanto desiderate che la mia pietà sia in primo luogo consacrata lodare Dio e che, lungi dall’essere egoista, gretta e isolata, mi faccia abbracciare nelle mie suppliche tutti i bisogni dei miei fratelli.

Con la vita liturgica, facilitatemi questa pietà elevata e generosa che, senza danno della lotta spirituale, dà a Dio, e largamente, la lode; pietà caritatevole, fraterna e cattolica che abbraccia tutte le anime e s’interessa di tutte le sollecitudini della Chiesa.

O Santa Chiesa, è vostra missione generare continuamente nuovi figli al vostro divino Sposo e di crescerli «fino alla misura della pienezza dell’età di Cristo» (Ef. 4, 13). Ciò vuol dire che avete ricevuto, e con abbondanza, i mezzi per raggiungere questo fine. L’importanza che attribuite alla Liturgia prova la sua efficacia per iniziarmi alla lode divina e sviluppare i miei progressi spirituali.

Nella sua vita pubblica, Gesù parlava «come uno che ha autorità» (Mt. 7, 29): così parlate anche voi, o Chiesa, Madre mia. Depositaria del tesoro della Verità, avete coscienza della vostra missione; dispensatrice del Sangue redentore, conoscete tutte le risorse di santificazione che il divino Salvatore vi ha confidato.

Voi non vi rivolgete alla ragione dicendole: «esamina, studia!», ma fate appello alla mia fede dicendomi: «Abbi fiducia in me! Non sono forse tua madre? Che altro desidero se non di vederti ogni giorno crescere nella rassomiglianza al divino Modello? Chi conosce il Cristo meglio di me, sua Sposa? Dove troverai meglio lo spirito del tuo Redentore, se non nella Liturgia, autentica espressione dei miei pensieri e dei miei desideri?»

Sì, o Madre santa ed amata, mi lascerò condurre e formare da voi con la semplicità e la fiducia di un fanciullo, dicendo a me stesso: «E’ con mia Madre che prego; sono le sue stesse parole ch’ella mette sul mio labbro per impregnarmi del suo spirito e trasfondere nel mio cuore i suoi sentimenti».

Con voi adunque, o Santa Chiesa, io gioirò: gaudeamus, exultemus; con voi gemerò: ploremus; con voi darò lode: confitemini Domino; con voi implorerò misericordia: miserere; con voi spererò: speravi, sperabo; con voi amerò: diligam. Mi associerò con ardore alle richieste che formulate nelle vostre ammirabili preghiere, affinché le salutari emozioni, che volete far sgorgare dalle parole e dai sacri riti, penetrino più profondamente nel mio cuore, lo rendano più docile alle ispirazioni dello Spirito Santo e arrivino a fondere la mia volontà con quella di Dio.

 

Secondo principio. – Quando, in una funzione liturgica, io agisco come rappresentante della Chiesa, Dio desidera che gli esprima la mia virtù di religione avendo coscienza del mandato ufficiale dal quale vengo onorato e desidera che faccia progressi in tutte le virtù, unendomi in tal modo sempre di più alla vita della Chiesa.

In qualità di rappresentante della vostra Chiesa, affinché in suo nome ed a nome di tutti i suoi figli io offra incessantemente a Dio, per vostro mezzo, o Gesù, il sacrificio della lode e della supplica, io sono «persona pubblica che è voce dell’intera Chiesa», secondo la felice espressione di San Bernardino da Siena .

In ogni funzione liturgica deve pertanto realizzarsi nella mia persona come uno sdoppiamento, simile o quello che avviene in un ambasciatore. Nella sua vita privata, questi è un privato cittadino come gli altri; ma quando, rivestito delle insegne della sua carica, egli parla od agisce in nome del suo Principe, egli diventa nello stesso istante il rappresentante e, sotto certi aspetti, la persona stessa del suo Sovrano.

Altrettanto mi accade quando compio le mie funzioni liturgiche. Al mio essere individuale si aggiunge una dignità che mi riveste di una missione pubblica; allora io posso e debbo considerarmi come delegato ufficiale di tutta la Chiesa.

Se prego, se recito il mio ufficio, anche da solo, non lo faccio più soltanto a mio nome. Le formule che uso non me le sono scelte, ma è la Chiesa che me le pone sulle labbra. E’ perciò la Chiesa che prega per mia bocca, parla ed agisce per mezzo mio, come il Re parla ed agisce per mezzo del suo ambasciatore. Allora io sono veramente la Chiesa tutta intera, come ben scrisse San Pier Damiani. Per mezzo mio, la Chiesa si unisce alla divina Religione di Gesù Cristo e rivolge alla Ss.ma Trinità l’adorazione, il ringraziamento, la riparazione e la supplica.

D’altronde, se ho una certa coscienza della mia dignità, non potrò incominciare il mio Breviario, per esempio, senza che si operi nel mio essere un’azione misteriosa che m’innalza al di sopra di me stesso, al di sopra del corso naturale dei miei pensieri, per gettarmi in pieno nella convinzione di essere come il mediatore tra il Cielo e la terra.

Che sciagura se dimenticassi queste verità! I Santi ne erano penetrati e ne vivevano. Dio si aspetta che io me ne ricordi, quando compio una funzione. La Chiesa, con la vita liturgica, mi aiuta continuamente a non dimenticare mai che sono un suo rappresentante, e Dio esige che a questo titolo corrisponda nella pratica una vita esemplare.

O mio Dio, infondetemi una profonda stima per questa missione che la Chiesa mi confida!

Quale stimolo vi troverei contro la mia viltà nella lotta spirituale! Ma datemi anche il sentimento della mia grandezza di cristiano e concedete che io abbia verso la vostra Chiesa un animo di fanciullo, affinché possa approfittare largamente dei tesori di vita interiore accumulati nella santa Liturgia.

 

Terzo Principio. – Come sacerdote, quando consacro l’Eucaristia ed amministro i Sacramenti, debbo ravvivare la mia convinzione che sono ministro di Gesù Cristo e perciò alter Christus, e ritenere per certo che dipende da me il saper trovare, nell’esercizio delle mie funzioni, le grazie speciali per acquistare le virtù necessarie al mio sacerdozio.

I vostri fedeli, o Gesù, formano un sol Corpo, ma in quel Corpo le membra non svolgono tutte la stessa funzione (Rom. 12, 4): «esistono infatti varietà di doni» (1 Cor. 12, 4).

Avendo Voi voluto lasciare visibilmente alla Chiesa il vostro Sacrificio, le avete pure affidato un sacerdozio il cui scopo principale consiste nel continuare la vostra immolazione sull’Altare, nel distribuire il vostro Sangue mediante i Sacramenti e nel santificare il vostro Corpo mistico infondendogli la vostra vita divina.

In qualità di sommo Sacerdote, Voi avete decretato da tutta l’eternità di scegliermi e consacrarmi come vostro ministro, allo scopo di esercitare il vostro sacerdozio per mezzo mio. Mi avete comunicato i vostri poteri per compiere, con la mia cooperazione un’opera più grande della creazione dell’universo, cioè il miracolo della transustanziazione, e mediante questo prodigio, restare l’Ostia e la religione della vostra Chiesa.

Come comprendo le espressioni entusiastiche usate dai Santi Padri per celebrare la grandezza della dignità sacerdotale! Le loro parole mi costringono logicamente a considerarmi, in virtù della comunicazione del vostro sacerdozio, come un altro Voi stesso: Sacerdos alter Christus.

E c’è davvero indentificazione tra Voi e me, perché la vostra Persona e la mia sono talmente unite, che queste parole: «Questo è il mio Corpo; questo è il calice del mio Sangue», le fate vostre nell’istante in cui io le pronuncio. Io vi presto le mie labbra, per poter dire senza mentire: «mio Corpo», «mio Sangue».

Basta che io voglia consacrare, perché lo vogliate anche Voi; la vostra volontà è fusa con la mia. Nell’atto più grande che possiate fare quaggiù, la vostra anima è legata alla mia. Vi presto ciò che ho di più mio, la mia volontà: e la vostra si fonde subito con la mia.

Voi agite talmente per mezzo mio che, se invece di dire sulla materia del sacrificio: «Questo è il mio Corpo», osassi dire: «Questo è il Corpo di Gesù Cristo», la consacrazione sarebbe invalida.

L’Eucaristia siete Voi stesso, o Gesù, sotto le apparenze del pane. Ed ogni Messa viene a mettere in piena luce ai miei occhi che il sacerdote siete Voi stesso, o Sacerdote Unico, sotto le apparenze di un uomo che Voi avete scelto come vostro ministro.

Alter Christus! Io sono chiamato a rivivere queste parole ogni volta che amministro gli altri Sacramenti. Voi solo potete dire come Redentore: «Io ti battezzo; io ti assolvo», esercitando così un potere tanto divino quanto quello di creare. Ebbene, anch’io pronunzio queste medesime parole e gli Angeli vi assistono, più riverenti che non al Fiat che fecondò il nulla, poiché esse, o meraviglia!, sono capaci di formare Dio in un’anima e produrre un figlio di Dio che partecipa alla vita intima della divinità.

In ogni funzione sacerdotale mi sembra di sentirmi dire: «Figlio mio, come potresti pensare che, avendoti fatto alter Christus per questi divini poteri, io possa tollerare che nella tua condotta abituale tu sia un senza-Cristo o addirittura un contro-Cristo? Ma come! Nell’esercizio di queste funzioni tu operi identificandoti con Me, e un momento dopo Satana verrebbe a prendere il mio posto per fare di te, con il peccato, una specie di anticristo o ti addormenterebbe sino al punto di farti volontariamente dimenticare l’obbligo d’imitarmi e di lavorare per ‘rivestirti di me’, secondo l’espressione del mio Apostolo?

«Absit! Quando la tua fragilità è la sola causa delle tue quotidiane mancanze, sùbito pentite e riparate, tu puoi contare sulla mia misericordia. Ma accettare a sangue freddo un partito preso d’infedeltà e poi tornare senza rimorso alle tue sublimi funzioni, ciò equivarrebbe certamente a provocare la mia collera!

«Tra le tue funzioni e quelle del sacerdozio dell’antica Legge c’è un abisso. Eppure, se i miei profeti minacciavano Sion a causa dei peccati del popolo e dei governanti, ascolta quanto avvenne per la prevaricazione dei sacerdoti: ‘Il Signore ha scatenato il suo furore, ha sparso la furia della sua ira, ha gettato il fuoco su Sion, che ne è stata divorata fino alle fondamenta. (...) E questo è accaduto per le iniquità commesse dai suoi sacerdoti’ (Lam. Ger., 4, 11-13).

«Per questo, con quanto vigore la mia Chiesa proibisce al sacerdote di salire l’altare e di conferire i Sacramenti, se gli rimane sulla coscienza anche un solo peccato mortale! Per mia ispirazione, la Chiesa va oltre e ti obbliga all’alternativa tra la pietà o l’impostura. Devi deciderti a vivere di vita interiore; altrimenti, dall’inizio alla fine della Messa, mi esprimerai ciò che non pensi e mi domanderai ciò che non desideri. Spirito di compunzione e di purificazione delle minime colpe e perciò custodia del cuore; spirito di adorazione e perciò di raccoglimento; spirito di fede, di speranza e di carità, e perciò direzione soprannaturale della condotta esteriore e delle tue azioni: tutto questo è intimamente legato alle parole sacre ed alle cerimonie».

Mi rendo conto, o Gesù, che indossare i paramenti sacri senza essere risoluto a sforzarmi di acquistare le virtù ch’essi simboleggiano, sarebbe una specie di ipocrisia. D’ora innanzi voglio che genuflessioni, segni e formule non siano più un vano simulacro che nasconde il vuoto, la freddezza, l’indifferenza per la vita interiore, aggiungendo alle mie mancanze quella di una menzognera rappresentazione in faccia all’Eterno.

O Signore, fate che un santo timore s’impadronisca di me, ogni volta che mi accosto ai vostri tremendi misteri e mi rivesto dei paramenti liturgici. Fate che le preghiere con cui accompagno questo atto, le formule del Messale e del Rituale, così piene di unzione e di forza, mi esortino a scrutare il cuore per vedere se è veramente in armonia col vostro, o Gesù, desiderando lealmente e efficacemente d’imitarvi con la vita interiore.

Via i sotterfugi, o anima mia! Essi mi farebbero credere che basti essere alter Christus soltanto nelle funzioni sacre e che per il resto, purché non sia un anticristo, possa dispensarmi dal lavorare per rivestirmi di Gesù.

Dato che sono non solamente ambasciatore di Gesù Cristo crocifisso, ma anche un altro Lui stesso, come potrei pretendere di adagiarmi in una pietà comoda ed accontentarmi di virtù civili?

Invano cercherei di persuadermi che il claustrale sia tenuto più di me a sforzarsi d’imitare Gesù acquistando la vita interiore. Sarebbe un grave errore basato su di una confusione.

Per tendere alla santità, il religioso si obbliga a usare certi mezzi, come i voti di obbedienza e di povertà e l’osservanza della regola. Come sacerdote non sono tenuto a questi mezzi, ma sono tenuto a perseguire e a realizzare l’identico scopo, e a maggior titolo dell’anima consacrata alla quale non sia stata affidata la distribuzione del Sangue divino.

Me sventurato, dunque, se mi cullassi in una illusione senza dubbio colpevole, giacché per dissiparla mi basterebbe ricorrere all’insegnamento della Chiesa e dei suoi Santi; illusione la cui falsità mi apparirebbe alle porte dell’eternità.

Me sventurato, se non sapessi approfittare delle mie funzioni per riconoscere le vostre esigenze, o se rimanessi sordo alla voce che mi fanno udire i sacri oggetti che mi circondano: altare, confessionale, fonte battesimale, vasi, tessuti ed ornamenti sacri. «Imitamini quod tractatis». «Purificatevi, perché portate i vasi del Signore» (Is. 52, 12). «Offrono a Dio incenso e pane, pertanto devono essere santi» (Lev. 20, 6).

Sarei ancor meno scusabile se restassi sordo a questi richiami, o Gesù, perché ognuna delle mie funzioni è occasione di una grazia attuale che mi offrite per modellare l’anima mia a vostra immagine e somiglianza.

E’ la Chiesa che richiede questa grazia; è il suo cuore sollecito di rispondere alla vostra attesa, che ha cura di me come della pupilla dell’occhio; è essa che, prima della mia ordinazione, mi ha fatto risaltare le gravi conseguenze della mia identificazione con Voi:

«Imponi, o Signore, al mio capo l’elmo della salvezza (...) Cingimi col cingolo della purezza (...) affinché mi perdoni tutti i miei peccati. Fa ch’io aderisca sempre ai tuoi comandi e non permettere che mi separi mai da Te», eccetera. Non sono più solo a rivolgere queste richieste in mio favore, ma sono tutti i veri fedeli, tutte le anime fervorose a Voi consacrate, tutti i membri della gerarchia ecclesiastica, che fanno propria la mia povera preghiera. E’ il loro grido che si leva verso il vostro trono; è la voce della vostra Sposa quella che vi giunge. E se i vostri ministri, essendo risoluti a conseguire la vita interiore, adeguano i loro cuori alle loro funzioni, queste suppliche rivolte da loro in nome della vostra Chiesa vengono sempre esaudite da Voi.

Anziché escludermi con la mia negligenza volontaria dai suffragi che io indirizzo al Padre vostro per la comunità dei fedeli, in occasione Messa e nell’amministrazione dei Sacramenti, io voglio approfittare di tali grazie, o Gesù. Ad ogni mio atto sacerdotale aprirò pienamente il mio cuore alla vostra azione e allora Voi vi infonderete i lumi, le consolazioni e le energie che, nonostante gli ostacoli, mi permetteranno d’identificare i miei giudizi, affetti e deliberazioni ai vostri, come il sacerdozio m’immedesima con Voi, o Sacerdote Eterno, quando per mio mezzo vi rendete Vittima sull’altare, o Redentore delle anime.

* * *

Riassumo in poche parole i tre princìpi dello spirito liturgico.

Cum Ecclesia. – Quando mi unisco alla Chiesa come semplice cristiano, questa unione m’invita a penetrarmi degli stessi suoi sentimenti.

Ecclesia. – Quando impersonifico la Chiesa stessa in qualità di ambasciatore presso il trono di Dio, ancor più fortemente sono incitato a far mie le sue aspirazioni, per essere meno indegno di rivolgermi alla Maestà tre volte santa e per esercitare con la mia preghiera ufficiale un apostolato più fecondo.

Christus. – Ma quando, con la partecipazione al Sacerdozio di Cristo, io sono alter Christus, quali parole potranno mai tradurre i vostri richiami, o Gesù, affinché io assimili sempre di più la vostra divina rassomiglianza, manifestandovi così ai fedeli e trascinandoli alla vostra sequela con l’apostolato dell’esempio?

4. Vantaggi della vita liturgica

a) La Liturgia favorisce la permanenza del soprannaturale in tutte le mie azioni

Quanta difficoltà provo, o mio Dio, ad agire ordinariamente per un motivo soprannaturale! Spinto da Satana e dalle creature, il mio amor proprio sottrae continuamente la mia anima e le sue facoltà alla dipendenza da Gesù che vive in me.

Quante volte lungo la giornata, questa purità di intenzione, la sola che può rendere meritevoli le mie azioni e fecondo il mio apostolato, viene viziata per mancanza di vigilanza o di fedeltà! Solamente a prezzo di continui sforzi io posso, con l’aiuto divino, ottenere che la maggior parte dei miei atti abbiano la grazia come principio vivificatore che li diriga a Dio come a loro fine.

Per questi sforzi mi è indispensabile la meditazione. Ma quale differenza quando questi sforzi si esercitano in seno alla vita liturgica! La meditazione e la vita liturgica sono due sorelle che si aiutano a vicenda. La meditazione che faccio prima della Messa e prima del Breviario mi getta nel soprannaturale. La vita liturgica mi fornisce il mezzo di passare la giornata nella mia meditazione.

Alla vostra scuola, o santa Chiesa, quanto mi diventa facile acquistare l’abitudine di rendere al mio Creatore e Padre il culto che gli è dovuto! Sposa di Colui che è l’adorazione, l’azione di grazie, la riparazione e la mediazione per eccellenza, attraverso la Liturgia Voi mi comunicate quella sete che Gesù Cristo aveva di glorificare il Padre suo. Dare gloria a Dio: ecco il fine primario che vi siete proposta nello stabilire la liturgia.

Non è forse vero che, se io vivo della vita liturgica, sarò tutto impregnato della virtù di religione, dal momento che tutta la Liturgia altro non è che la pratica continua e pubblica di questa virtù, la più eccellente dopo quelle teologali?

Manifestando la dipendenza da Dio di tutte le mie facoltà, la pietà, la vigilanza e la lotta spirituale possono svilupparsi se io utilizzo i lumi della fede. Ma quanto ha bisogno il composto umano di esser aiutato dall’insieme di tutte le sue facoltà, per fissare lo spirito ai beni eterni, rendere il cuore entusiasta e avido di profitto spirituale, ed eccitare la volontà a domandare con frequenza questi beni e perseguirli senza tregua!

La Liturgia prende tutto quanto il mio essere. Con un complesso di cerimonie, di genuflessioni, inchini, simboli, canti, testi indirizzati agli occhi, alle orecchie, al sentimento, all’immaginazione, all’intelligenza e al cuore, essa mi orienta tutto intero verso Dio; essa mi ricorda che tutto in me – os, lingua, mens, sensus, vigor – tutto deve riferirsi a Dio.

Tutto ciò di cui la Chiesa si serve per rappresentarmi i diritti di Dio e i suoi titoli a ricevere il mio culto di filiale omaggio e di appartenenza totale, tutto sviluppa in me la virtù di religione e quindi lo spirito soprannaturale.

Nella Liturgia tutto mi parla di Dio, delle sue perfezioni, dei suoi benefìci; tutto mi riconduce a Dio; tutto mi dimostra la sua Provvidenza che incessantemente mi offre i mezzi per la mia santificazione attraverso prove, soccorsi, avvertimenti, incoraggiamenti, promesse, lumi e persino minacce.

Così la Liturgia mi mantiene in continuo colloquio con Dio e mi fa manifestare la mia religione sotto le forme più diverse.

Se mi dedico a questa formazione liturgica col desiderio di trarne profitto, come mai, dopo i numerosi e ripetuti esercizi quotidiani richiesti dalle mie funzioni di ecclesiastico, la virtù della religione non metterebbe in me più profonde radici? Come mai non dovrei giungere ad un’abitudine, ad uno stato d’animo e perciò alla vera vita interiore?

* * *

La Liturgia, che scuola della presenza di Dio, anzi della presenza del nostro Dio qual’è stata manifestata dall’Incarnazione! O meglio, è una scuola di presenza di Gesù e della Carità.

L’amore si alimenta con la conoscenza dell’amabilità dell’essere amato, con le prove di amore ch’egli ci ha dato, ma soprattutto con la sua presenza, dice S. Tommaso.

La Liturgia ci riproduce, ci spiega e ci applica le diverse manifestazioni della vita di Gesù Cristo in mezzo a noi; ci mantiene in un’atmosfera soprannaturale e divina, continuando – per così dire – la vita di nostro Signore, e manifestando in tutti i misteri l’amabilità e la tenerezza del suo cuore.

Attraverso la Liturgia siete Voi stesso, o mio Gesù, che continuate la vostra grande lezione e la vostra grande manifestazione d’amore. Io vi comprendo sempre di più, ma non al modo dello storico, cioè attraverso il velo dei secoli, né come spesso vi conosce il teologo, cioè attraverso le ardue speculazioni, voi siete del tutto vicino a me. Siete sempre presso di me, siete sempre l’Emmanuele, il Dio-con-noi, con la vostra Chiesa e perciò con me. Voi siete uno con cui ogni membro della vostra Chiesa vive e che la Liturgia mi porta a mettere in ogni circostanza in primo piano, come modello e scopo del mio amore.

Col ciclo delle feste, con le lezioni prese dal vostro Vangelo e dagli scritti dei vostri Apostoli, con i raggi meravigliosi con cui essa illumina i vostri Sacramenti ma soprattutto l’Eucarestia, la Chiesa vi fa vivere in mezzo a noi e ci fa udire i battiti del vostro Cuore.

Credere che Gesù vive e vuole agire in me, se non ci pongo ostacoli: quale leva di vita soprannaturale mi fornisce la meditazione di questa verità! Ma il nutrirmi frequentemente del dogma della grazia, con i mezzi vari e sensibili che mi offre la Liturgia lungo la giornata; nutrirmi di Gesù che prega, che agisce con ognuno dei membri di cui Egli è la vita, che supplica per loro e perciò anche per me: tutto questo significa mantenermi sotto l’influsso del soprannaturale, significa vivere in unione con Gesù e stabilirmi nel suo amore.

Tutte le forme di amore – di compiacenza, di benevolenza, di elezione, di speranza – splendono nelle mirabili collette, nei salmi, nelle cerimonie e nelle preghiere, penetrandomi l’anima.

Come renderà forte e generosa la mia vita interiore questo modo di rappresentarmi Gesù vivo e sempre presente! E quando, per vivere del soprannaturale, dovrò compiere un atto di distacco o di abnegazione, o dovrò mantenere un obbligo difficile, o dovrò sopportare una sofferenza o un’ingiuria, oh, allora la lotta spirituale, la virtù e la prova perderanno il loro aspetto doloroso e ripugnante se, invece di vedere la nuda croce, io ci vedrò attaccato Voi, o mio Salvatore, che, mostrandomi le vostre piaghe, mi chiedete quel sacrificio come prova del mio amore!

Che prezioso appoggio mi dà inoltre la Liturgia, ripetendomi che il mio amore non va esercitato da solo! Non sono solo a lottare contro il naturalismo che tenta continuamente d’impantanarmi. Preoccupandosi della mia incorporazione in Cristo, la Chiesa mi segue maternamente, mi fa partecipare a tutti i meriti di milioni di anime con cui sono in comunione e che parlano l’identico mio linguaggio ufficiale di amore, e mi rincuora assicurandomi che il Paradiso e il Purgatorio sono con me per incoraggiarmi ed assistermi.

* * *

A mantenere le azioni dell’anima mia rivolte verso Dio, nulla contribuisce quanto il ricordo dell’eternità.

Tutto nella Liturgia mi richiama i Novissimi. Le espressioni «vita eterna», «cielo», «inferno», «morte», «nei secoli dei secoli», e altre equivalenti, vi ritornano frequentemente.

I suffragi, gli uffici per i defunti, le esequie, mi mettono dinanzi agli occhi la morte, il giudizio, le ricompense e i castighi senza fine, il prezzo del tempo e le purificazioni indispensabili da farsi quaggiù o in Purgatorio per entrare in Cielo.

Le feste dei Santi mi parlano della gloria di coloro che mi hanno preceduto in questa vita, mostrandomi la corona che mi è riservata se io cammino sulle loro orme e seguo i loro esempi.

Con queste lezioni, la Chiesa mi grida continuamente: «O anima cara, se vuoi restare fedele alla tua divisa, pensa all’eternità; Dio sia in tutto, sempre e dovunque».

O divina Liturgia, io dovrei parlare di tutte le virtù per riconoscere tutti i benefici di cui ti sono debitore. In grazia dei passi scelti della Scrittura che presenti continuamente al mio sguardo, in grazia dei riti e dei simboli che mi rivelano i divini misteri, la mia anima si trova costantemente sollevata dalla terra ed orientata a volte verso le virtù teologali, a volte verso il timore di Dio, l’orrore del peccato e dello spirito del mondo, verso il distacco, la compunzione, la fiducia o la gioia spirituale.

b) La Liturgia mi aiuta potentemente a conformare la mia vita interiore a quella di Gesù Cristo

Tre sono i sentimenti, o mio adorato Maestro, che dominano nel vostro Cuore: una dipendenza totale dal Padre vostro e perciò una perfetta umiltà; una carità ardente ed universale per gli uomini; lo spirito di sacrificio.

Umiltà perfetta. – Nel venire in questo mondo, o Signore, Voi diceste: «Padre, eccomi pronto a compiere la vostra volontà» (Eb. 10, 5-7). Nel Vangelo ricordate spesso che tutta la vostra vita intima si riassume nell’incessante desiderio di piacere in ogni cosa al Padre vostro. Obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil. 2, 8), siete la stessa obbedienza, o Gesù. Ed anche ora obbedite ai vostri sacerdoti, poiché alla loro parola voi discendete sulla terra: «il Signore ha obbedito alla voce di un uomo» (Gios. 10, 14).

A quale scuola mi mette la Liturgia per farmi imitare la vostra sottomissione, se il mio cuore aderisce ai minimi riti con il desiderio di formarsi allo spirito di dipendenza da Dio, doma senza debolezze questo «io» avido di libertà, e piega il mio giudizio e la mia volontà, che sono sempre portati a non imitare quello spirito fondamentale che Voi, o mio Gesù, siete venuto ad insegnare con i vostri esempi, ossia il culto della divina volontà!

Ogni volta che costringo la mia personalità a cancellarsi per obbedire alla Chiesa come a Voi stesso, quale esercizio prezioso per la formazione dell’anima mia! E quando dovrò piegare il mio orgoglio nelle circostanze più difficili, quali effetti produrrà questa fedeltà alle minime prescrizioni delle rubriche!

Ma c’è di più. Ricordandomi la certezza della vostra vita in me e la necessità della vostra grazia per formulare meritoriamente anche un solo pensiero, la Liturgia combatte quella presunzione e quello spirito di sufficienza che potrebbero distruggere l’intera mia vita interiore. Le parole «per Dominum nostrum», che concludono quasi tutte le preghiere liturgiche, mi ricordano, qualora lo dimentichi, che da solo non posso far nulla, assolutamente nulla, se non peccare o compiere atti senza merito. Tutto m’infonde la necessità di ricorrere con frequenza a Voi; tutto mi ripete che Voi esigete da me questo ricorso supplichevole, affinché la mia vita non devii verso miraggi ingannatori.

Mediante la Liturgia, la Chiesa insiste con sollecitudine per persuadere i suoi figli della necessità della supplica; fa della Liturgia una vera scuola di preghiera e perciò di umiltà. Con le sue formule, con i Sacramenti e i sacramentali, essa m’insegna che tutto mi viene dal vostro prezioso Sangue, e che il grande mezzo per raccoglierne i frutti è quello di unirmi con umile preghiera al vostro ardente desiderio di applicarceli.

O Gesù, fate che io approfitti di queste continue lezioni, per accrescere il vivissimo sentimento della mia piccolezza e per convincermi che, in quell’Ostia che è il vostro Corpo mistico, io non sono che un’umile particella e che, nell’immenso concerto di lodi che voi dirigete, io non sono che una debole voce.

Fate pure che, grazie alla Liturgia, io capisca sempre meglio che soltanto per mezzo dell’umiltà posso rendere sempre più pura questa particella e sempre più limpida questa voce.

 

Carità universale. – Il vostro Cuore, o Gesù, ha esteso a tutti gli uomini la sua missione redentrice.

Al sitio che voi gridaste al mondo spirando e che continuate a far sentire dall’Altare, dal Tabernacolo e persino dal seno della vostra gloria, deve corrispondere nell’anima, anche in quella del semplice cristiano, un vivo desiderio di prodigarsi per i fratelli, una sete ardente per la salute di tutti gli uomini e per la diffusione del Vangelo, un grande zelo per favorire le vocazioni sacerdotali e religiose, e insistenti preghiere perché i cristiani comprendano l’estensione dei loro doveri e le anime consacrate la necessità della vita loro interiore.

Ma tali desideri devono infiammare ben di più l’anima dei vostri ministri: a loro i riti ricordano che hanno ricevuto da Voi un posto d’onore nel vostro Corpo mistico, affinché v’incorporino il maggior numero possibile di anime; ricordano che sono corredentori e mediatori, i quali devono piangere «tra il vestibolo e l’altare» (Gl. 2, 17) i peccati del mondo, e devono santificarsi non solo per se stessi, ma anche per poter santificare gli altri, formare, istruire e guidare le anime e far circolare in esse la vostra vita: «Io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati» (Gv. 17, 19).

O santa Chiesa del Redentore, Madre di tutti i miei fratelli vostri figli, come si può vivere della vostra Liturgia senza partecipare agli slanci provati dal Cuore del vostro Sposo divino per la salute delle sue creature e per la liberazione delle anime che gemono nel Purgatorio?

E’ vero che io beneficio di una parte privilegiata dei frutti della Messa che celebro e del Breviario che recito. Ma Voi volete che la parte principale vada innanzitutto all’insieme delle anime di cui siete sollecita: «... che Ti offriamo per la tua santa Chiesa cattolica». Voi usate mille mezzi per dilatare il mio cuore e per conformare la mia vita interiore a quella di Gesù.

O amata vita liturgica, accrescete il mio filiale amore per la Santa Chiesa e per il Padre comune dei fedeli. Rendetemi più devoto e più sottomesso ai miei superiori gerarchici e più unito a tutte le loro sollecitudini. Aiutatemi a non dimenticare che Gesù vive in ognuno di coloro con i quali io sono in contatto quotidiano e che Egli li porta nel suo cuore. Fate che io irraggi su di loro indulgenza, sostegno, pazienza e premura, in modo da riflettere la mansuetudine del dolce Salvatore. Mantenetemi nella convinzione che io non posso andare in Cielo se non per mezzo della Croce; che le mie lodi, le mie adorazioni, i miei sacrifici e tutti gli altri atti non hanno valore per il Cielo se non in virtù del Sangue di Gesù; che questo Cielo debbo guadagnarmelo in collaborazione con tutti i cristiani, poiché è con tutti gli eletti che dovrò godermelo continuando con loro, per mezzo di Gesù e per tutta l’eternità, il concerto di lodi al quale sono già associato qui sulla terra.

 

Spirito di sacrificio. – O Gesù, sapendo che l’umanità non poteva essere salvata se non col sacrificio, Voi avete trasformato tutta la vostra vita terrena in una perenne immolazione.

Identificato con Voi, sacerdote con voi nel celebrare la Messa, o divino Crocifisso, voglio essere Ostia con Voi. In Voi tutto gravita attorno alla vostra Croce; in me tutto graviterà attorno alla mia Messa. Essa sarà il centro ed il sole delle mie giornate, come il vostro Sacrificio è l’atto centrale della Liturgia.

Richiamandomi incessantemente il pensiero del Calvario, per mezzo dell’altare e del Tabernacolo, il pensiero del Calvario, la Messa sarà per me una scuola di spirito di sacrificio. Facendomi partecipare ai sentimenti della vostra Chiesa, essa me ne comunicherà i vostri, o Gesù, e così si realizzeranno in me le parole di S. Paolo: «Abbiate in voi stessi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo» (Fil. 2, 5) e quelle che mi vennero dette nel giorno della mia ordinazione: «Imitate le cose che trattate».

Messale, Rituale e Breviario mi ricordano nei modi più vari, perlomeno con gl’innumerevoli segni di croce, che dopo il peccato il sacrificio è diventato la legge dell’umanità e che esso non ha alcun valore se non è unito al vostro. Perciò, o mio divino Redentore, io vi renderò ostia per ostia; farò di me stesso un’immolazione totale, fusa con l’immolazione da Voi operata una volta sul Golgota e rinnovata tante volte quante sono le Messe che ogni momento si succedono senza interruzione nel mondo intero.

La Liturgia mi faciliterà questa oblazione di me stesso e mi farà contribuire maggiormente a completare le sofferenze che mancano alla vostra Passione, a vantaggio del vostro Corpo mistico ch’è la Chiesa.

Darò il mio contributo a questa grande ostia fatta dei sacrifici di tutti i cristiani. E quest’ostia salirà al cielo per espiare i peccati del mondo e far discendere sulla Chiesa militante e purgante i frutti della vostra Redenzione.

Così io avrò la vera vita liturgica. Difatti, o Gesù crocifisso, rivestirmi di voi, unirmi fattivamente al vostro Sacrificio realizzando l’olocausto di me stesso per mezzo del «rinneghi se stesso», è appunto questo il fine al quale vuole condurmi la vostra Chiesa, o mio Salvatore, infondendomi i vostri sentimenti attraverso le sue preghiere e le sue sante cerimonie, introducendo nel mio cuore ciò che in Voi dominava tutto: lo spirito di sacrificio.

Così io diventerò una di quelle pietre vive e prescelte che, levigate dalla prova – «levigata dai colpi del salutare scalpello e dalle innumerevoli battute del martello del fabbro» – sono destinate a partecipare alla costruzione della celeste Gerusalemme.

c) La vita liturgica mi fa vivere la vita del Cielo

«La nostra patria è nei Cieli», diceva san Paolo (Phil. 2, 5). Ma dove potrei imparare a realizzare questo programma più facilmente che nella Liturgia? Questa Liturgia della terra non è forse l’imitazione della Liturgia celeste descritta dal prediletto san Giovanni nella sua Apocalisse? Quando canto o recito il mio ufficio, che altro faccio se non compiere quella stessa funzione che gli Angeli si ritengono onorati di svolgere davanti al trono dell’Eterno? Anzi, la dossologia di ogni Salmo o di ogni inno e la conclusione di ogni orazione non mi gettano forse in adorazione davanti alla Ss.ma Trinità?

Le innumerevoli feste dei Santi mi fanno vivere come nell’intimità dei miei fratelli del Paradiso, che mi proteggono e pregano per me. Le feste della  Beatissima Vergine mi ricordano che io ho lassù una buonissima ed onnipotente Madre, la quale non si darà pace finché non mi vedrà salvo ai suoi piedi nel Regno del Figlio suo.

E’ mai possibile che tutte queste feste, che i misteri del nostro dolcissimo Salvatore – il Natale, la Pasqua e soprattutto l’Ascensione – non m’infondano quella nostalgia del Cielo considerata da san Gregorio come un pegno di predestinazione?

5. Pratica della vita liturgica

O buon Maestro, vi siete degnato di farmi conoscere che cosa è la vita liturgica. Come potrei ora addurre le esigenze del mio ministero come pretesto per sottrarmi allo sforzo che mi domandate per praticarla? Sicuramente mi rispondereste che compiere le funzioni religiose secondo i vostri desideri, non richiede più tempo che compierle meccanicamente. Mi ricordereste l’esempio di tanti vostri servi, come il beato padre Perboyre, i quali, benché  da Voi incaricati di continue ed assorbenti occupazioni fino ad un grado davvero intenso, erano tuttavia elette anime liturgiche.

a) Preparazione remota

Fate, o mio buon Salvatore, che il mio desiderio di vita liturgica si manifesti attraverso un grande spirito di fede per tutto ciò che si riferisce al culto divino.

I vostri Angeli e i vostri Santi vi vedono faccia a faccia; nulla può distogliere il loro spirito dalle auguste cerimonie che costituiscono uno degli elementi della loro indescrivibile gioia. Ma io, ancora sottoposto a tutte le debolezze della natura umana, come potrò mantenermi alla vostra presenza, quando vi parlo assieme alla Chiesa, se voi non sviluppate in me quel dono della fede che ho ricevuto nel Battesimo?

Spero di non considerare mai le funzioni liturgiche come un servizio da sbrigare il più presto possibile o da sopportare per incassarne gli onorari. Spero che non oserò mai parlare al Dio tre volte santo o compiere i riti con quella mancanza di rispetto che avrei vergogna di manifestare verso il più umile dei servi. Non vorrò mai scandalizzare proprio con ciò che dovrebbe edificare. Eppure, se cominciassi col non vigilare più su me stesso riguardo lo spirito di fede, come prevedere dove potrei arrivare?

Mio Dio, se fossi già su questa china, degnatevi di trattenermi, o piuttosto datemi una fede talmente viva che, colpito dell’importanza che hanno veramente ai vostri occhi gli atti liturgici, io abbia la gioia di sentire nuovamente la loro sublimità entusiasmare sempre più la mia volontà.

Come potrei avere il minimo spirito di fede, se non avessi nessuno zelo nel conoscere e osservare le Rubriche? I più bei pensieri sulla Liturgia non potrebbero scusare la mia negligenza davanti a Voi, mio Dio. Non importa se non provo alcuna attrattiva naturale per quest’opera; mi basta che la mia obbedienza vi sia gradita e che sappia ch’essa mi sarà di gran profitto. Nei miei ritiri, non mancherò mai di esaminarmi su questo punto riguardo al Messale, al Rituale e al Breviario.

La vostra Chiesa, o Gesù, per il suo culto ha specialmente utilizzato la ricchezza dei Salmi. Se io ho lo spirito liturgico, nei versetti del Salterio la mia anima saprà vedere Voi, raffigurato soprattutto nella vostra vita di dolore, saprà che quell’intima parola, quei sentimenti che il vostro cuore rivolgeva a Dio durante la vostra vita mortale, si trovano in molte belle composizioni profetiche che voi avete ispirato al Salmista. In una mirabile sintesi anticipata, io vi troverò i principali insegnamenti del vostro Vangelo.

Sotto quei veli io intenderò la voce della Chiesa che continua la vostra vita di prova e, nelle sofferenze e nei trionfi, manifesta a Dio sentimenti uguali a quelli del suo Sposo divino: sentimenti dei quali ogni anima, in cui si manifesta la vostra vita, può appropriarsi tanto nelle tentazioni, nei rovesci, nelle lotte, nelle tristezze, negli scoraggiamenti, nelle delusioni, quanto nelle vittorie e nelle consolazioni.

Riservando alla Sacra Scrittura una parte delle mie letture, svilupperò il gusto per la Liturgia e faciliterò la mia attenzione alle parole. La riflessione mi permetterà di scoprire in ogni testo liturgico un’idea centrale intorno alla quale gravitano i diversi insegnamenti.

In tal modo, o anima mia, quali armi potrai forgiarti contro l’instabilità della tua immaginazione, soprattutto se saprai far tesoro dei simboli! La Chiesa li adopera per parlare ai sensi un linguaggio che li cattura rendendo sensibili le verità rappresentate. Nel giorno della ordinazione sacerdotale, essa mi ha detto: «Riconoscete quello che fate». Alle cerimonie, ai tessuti, agli oggetti, alle vesti sacre, a tutto, la Chiesa mia Madre dà una voce significativa. Se non ho la chiave di questo insegnamento, come potrò illuminare l’intelligenza e conquistare il cuore dei fedeli che la Chiesa vuole attirare con un linguaggio tanto semplice quanto grandioso?

b) Preparazione immediata

«Prima di pregare, disponi l’anima tua» (Eccl. 18, 23). Immediatamente prima della Messa e ad ogni ripresa del Breviario, farò un atto calmo ma energico di raccoglimento per distogliermi da tutto ciò che non si riferisce a Dio e per fissare la mia attenzione in Lui. Colui al quale sto per parlare è Dio.

Ma egli è anche mio Padre. A quel timore reverenziale che prova perfino la Regina degli Angeli quando parla al suo divino Figlio, io unirò la spontanea ingenuità che dà un animo di fanciullo anche al vecchio che si rivolge alla Maestà infinita.

Tale atteggiamento semplice e ingenuo dinanzi al Padre mio, rifletterà schiettamente la mia convinzione di esser unito a Gesù Cristo e di rappresentare la Chiesa, quantunque indegnamente, e rifletterà anche la certezza di avere gli Spiriti della Milizia celeste come compagni della mia preghiera: «Alla presenza degli Angeli inneggerò a Te» (Ps. 137).

Questo, anima mia, non è più per te il tempo di ragionare o di pensare, ma di tornare con un animo di bambino. Quando eri appena giunto all’età della ragione, accettavi tutto quanto di diceva tua madre come espressione di un’assoluta verità. Con la stessa semplicità ed ingenuità, devi ora ricevere da tua Madre, la Chiesa, quanto ti presenta come alimento della tua fede.

Com’è indispensabile questo ringiovanimento dell’anima! Quanto più mi farò un’animo di fanciullo, tanto più approfitterò dei tesori della Liturgia, mi lascerò penetrare dalla poesia che ne promana, ed in uguale misura progredirà in me lo spirito liturgico.

Allora la mia anima entrerà facilmente in adorazione e ci resterà durante la funzione (cerimonie, Breviario, Messa, Sacramenti, eccetera) alla quale prendo parte in qualità di membro o ambasciatore della Chiesa, o come ministro di Dio.

Dal mio modo di avviare l’adorazione dipendono in gran parte non solo il profitto e il merito dell’atto liturgico, ma anche le consolazioni che Dio lega alla sua perfetta esecuzione e che devono sostenermi nelle fatiche apostoliche.

Voglio dunque adorare; con uno slancio della mia volontà, per rendere a Dio quest’omaggio, voglio unirmi alle adorazioni dell’Uomo-Dio; più che sforzo della mente, sarà uno slancio del cuore.

Lo voglio con la vostra grazia, o Gesù; e questa grazia la chiederò ad esempio mediante il «Deus in adiutorium» nel Breviario, e recitando diligentemente l’"Introibo" nella messa.

Lo voglio; e quello che Voi esigete da me è appunto questo volere filiale ed affettuoso, forte ed umile, unito al vivo desiderio del vostro aiuto.

Se ottengo che la mia intelligenza presenti alla fede begli orizzonti, oppure che la mia sensibilità le offra qualche pia emozione, la mia volontà se ne avvantaggerà per adorare con più facilità. Ma mi ricorderò sempre del principio per cui l’unione con Dio sta, in ultima analisi, nella parte superiore dell’anima, nella volontà. E quand’anche la sua sorte consistesse in tenebre ed aridità, restando fredda e secca, questa facoltà prenderà il suo slancio appoggiandosi unicamente sulla fede.

c) Compimento delle funzioni liturgiche

Il compiere bene le funzioni liturgiche è un dono della vostra munificenza, o mio Dio. «Omnipotente e misericordioso Iddio, alla cui generosità dobbiamo che i tuoi fedeli possano servirti degnamente e lodevolmente...».

Degnatevi di concedermi questo dono, o Signore; durante l’atto liturgico voglio rimanere adoratore. Questa parola riassume tutti i metodi.

La mia volontà ha gettato e mantiene il mio cuore davanti alla Maestà di Dio. Io racchiudo tutto il mio lavoro in quelle tre parole – digne, attente, devote – della preghiera «Aperi», che esprimono molto bene quale dev’essere l’atteggiamento del mio corpo, della mia intelligenza e del mio cuore.

Digne. – Con il contegno rispettoso, con la pronunzia esatta delle parole, pronunciandole con maggior lentezza nelle parti principali, con la scrupolosa osservanza delle rubriche, con il tono di voce, con la maniera di fare i segni di croce, le genuflessioni, eccetera, il mio corpo manifesterà non solo che sono ben conscio della Persona alla quale mi rivolgo, di ciò che dico e di quale apostolato posso talvolta esercitare, ma anche che è il mio cuore ad agire.

Nelle corti dei sovrani terreni, anche i semplici servitori stimano grandi le minime cariche e prendono, inconsciamente, un contegno maestoso e solenne. Questa distinzione, che si manifesta nell’atteggiamento d’animo e nella dignità del comportamento nell’esercizio delle funzioni, non potrò forse arrivare ad acquistarla, io che faccio parte della guardia d’onore del Re dei re e del Dio di ogni maestà?

Attente. – Il mio spirito sarà pieno di ardore per succhiare dalle parole e dai sacri riti tutto ciò che potrà nutrire il mio cuore.

A volte la mia attenzione si fermerà al senso letterale dei testi; sia seguendo ogni frase, sia meditando a lungo per tutto il tempo della recita su di una parola che più mi ha colpito, finché non sentirò il bisogno di scoprire in un altro fiore il miele della devozione, in entrambi i casi io resto fedele al «mens concordet voci».

A volte la mia intelligenza si occuperà del mistero del giorno o dell’idea principale del tempo liturgico. Ma il suo ruolo resterà secondario, se paragonato a quello della volontà, di cui sarà soltanto la provveditrice, per aiutarla a mantenersi in adorazione o a ritornare a questo atteggiamento.

Anche se sopraggiungeranno frequenti distrazioni, senza stizza né impacci né precipitazione, ma soavemente, come tutto ciò che si fa col vostro aiuto, o Gesù, e fortemente, come tutto ciò che vuol restare generosamente fedele a questo aiuto, io voglio ritornare all’atto di adorazione.

Devote. – Questo è il punto capitale. Tutto deve contribuire a rendere l’Ufficio e ogni funzione liturgica un esercizio di pietà e perciò un atto del cuore.

«La fretta è la morte della devozione»: parlando del Breviario e più ancora della Messa, S. Francesco di Sales dà come principio questa massima. M’impongo quindi di consacrare circa mezz’ora alla mia Messa, affinché non solamente il Canone, ma anche tutte le altre parti vengano recitate piamente. Allontanerò, senza pietà, qualunque pretesto per compiere alla svelta questo atto centrale della mia giornata. Se l’abitudine mi fa troncare certe parole o cerimonie, mi sforzerò di procedere con molta calma in queste parti difettose, anche esagerando nei tempi.

Fatte le debite proporzioni, estenderò questa risoluzione a tutte le altre funzioni liturgiche: Sacramenti, benedizioni, sepolture, eccetera. Quanto al Breviario, avrò cura di prevedere in quali momenti lo reciterò; giunto quel momento, mi ci atterrò ad ogni costo. A qualunque prezzo, voglio che questa recita sia veramente una preghiera del cuore.

Ah sì, o mio divino Mediatore! Mantenete in me l’orrore della precipitazione, quando tengo il vostro posto o agisco in nome della Chiesa. Persuadetemi che la precipitazione paralizza quel gran sacramentale che è la Liturgia e m’impedisce di conservare quello spirito di orazione senza il quale, pur sembrando un sacerdote molto zelante, ai vostri occhi non potrò esser altro che un tiepido, o meno ancora. Scolpite nella mia coscienza questa frase tanto terribile, capace di farmi tremare: «maledetto colui che compie con negligenza l’opera di Dio!» (Ger. 48, 10).

A volte, con uno slancio del cuore, abbraccerò in una sintesi di fede il senso generale dei mistero ricordato dal ciclo liturgico e ne nutrirò la mia anima.

Altre volte compirò un atto lungamente assaporato, un atto di fede o di speranza, di desiderio o di pentimento, d’offerta o d’amore.

Altre volte invece mi basterà un semplice sguardo: sguardo intimo e costante su un mistero, su una perfezione di Dio, su uno dei vostri attributi, o Gesù, sulla vostra Chiesa, sul mio nulla, sulle mie miserie e sui miei bisogni, sulla mia dignità di cristiano, di sacerdote, di religioso; questo sguardo sarà del tutto diverso dall’atto dell’intelligenza durante uno studio teologico; sarà uno sguardo che accresce la fede, ma soprattutto l’amore; uno sguardo che è solo un pallido riflesso della visione beatifica, certo, ma che realizza già su questa terra quello che Voi avete promesso alle anime pure e ferventi: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt. 5, 8).

Così ogni cerimonia diventerà una rasserenante diversione, vero respiro di quella mia anima che tendeva ad essere soffocata dalle occupazioni.

O sacra Liturgia, qual balsamo fornisci alla mia anima con le diverse funzioni! Bel lungi dall’essere una onerosa servitù, esse costituiranno una delle più grandi consolazioni della mia vita.

Come potrebbe essere altrimenti, dal momento che io, continuamente richiamato da te alla dignità di figlio e ambasciatore della Chiesa, di membro e ministro di Gesù Cristo, andrò sempre più rivestendomi di Colui che è la gioia degli eletti?

Unendomi a Lui, imparerò a trarre profitto dalle croci di questa vita mortale per seminare le future messi della mia eterna felicità; con la mia vita liturgica, più efficace di qualunque apostolato, avrò la coscienza di trascinare dietro di me altre anime nella via della salvezza e della santità.

Capitolo IV

La custodia del cuore

 

 

 

– IV – La custodia del cuore, chiave di volta della vita interiore e perciò essenziale per l’apostolato

Risoluzione di custodire il cuore

Io voglio che il mio cuore sia abitualmente sollecito di preservarsi da ogni macchia e di unirsi sempre più al vostro Cuore, o Gesù, in tutte le mie occupazioni, conversazioni, ricreazioni, eccetera.

L’elemento privativo, ma indispensabile, di tale risoluzione mi fa rigettare ogni macchia nell’intenzione e nel compimento dell’azione.

Questa risoluzione sarà il vero termometro del valore pratico della mia meditazione del mattino e della mia vita liturgica, poiché la mia vita interiore sarà quella che è la custodia del cuore: «Custodisci con ogni cura il tuo cuore, poiché da esso proviene la vita» (Pv. 4, 23).

La meditazione e la vita liturgica mi ridanno lo slancio per unirmi a Dio, ma è la custodia del cuore che permette al viaggiatore di usufruire del nutrimento, preso prima del cammino o nelle soste, per mantenersi sempre nella baldanzosa andatura iniziale.

Questa custodia del cuore altro non è che la sollecitudine abituale, o almeno frequente, di preservare tutti i miei atti, man mano che si presentano, da tutto ciò che potrebbe viziare la loro intenzione o la loro esecuzione. Sollecitudine calma, spontanea, senza sforzo, allo stesso tempo umile e forte, perché basata sul ricorso filiale a Dio e sulla fiducia in tale ricorso.

Si tratta di un lavoro più del cuore e della volontà che non della mente, la quale deve rimanere libera per compiere i miei doveri. Ben lungi dall’intralciare la mia azione, la custodia del cuore la perfeziona, regolandola secondo lo spirito di Dio e adattandola ai miei doveri di stato.

Tale esercizio voglio praticarlo ad ogni ora. Esso consisterà in uno sguardo gettato dal cuore sulle azioni presenti e in un’attenzione moderata alle diverse parti di un’azione, man mano che la compio. Sarà l’osservanza esatta dell’ «age quod agis». La mia anima, come vigile sentinella, eserciterà la sua sollecitudine su tutti i movimenti del cuore, su tutto ciò che accade nel mio interno: impressioni, intenzioni, passioni, inclinazioni, insomma su tutti i miei atti interni ed esterni: pensieri, parole e azioni.

Naturalmente questa custodia del cuore esigerà un certo raccoglimento e non la si potrà praticare se la mia anima è dissipata. Ma con la frequenza di questo esercizio acquisterò a poco a poco l’abitudine che lo renderà facile.

«Quo vadam et ad quid?» Cosa farebbe Gesù? Come agirebbe al mio posto? Cosa mi consiglierebbe? Cosa mi chiede in questo momento? Queste sono le domande che verranno spontaneamente alla mia anima avida di vita interiore.

Quando mi sentirò portato ad avvicinarmi a Gesù per mezzo di Maria, la custodia del cuore rivestirà allora un carattere maggiormente affettivo. Ricorrere a questa buona Madre diventerà per il mio cuore un incessante bisogno.

Così si realizzerà quel «restate in Me ed Io in voi» (Gv. 15, 4) che riassume tutti i principi della vita interiore. Ciò che voi, o Gesù, esprimete come frutto dell’Eucaristia – «egli rimane in Me ed Io in lui» – la mia anima vuole ottenerlo con quella custodia del cuore che mi unirà a voi.

«Rimane in Me...»: si, io mi considererò come veramente a casa mia nel vostro divino Cuore, col diritto di disporre di tutte le vostre ricchezze usando gl’illimitati tesori della grazia santificante e l’inesauribile miniera delle vostre grazie attuali.

«...ed Io in lui». Per mezzo della mia custodia del cuore, anche Voi, o mio amato Salvatore, sarete veramente presente nell’anima mia. E affinché i miei sforzi tendano ad assicurare l’esercizio continuo della vostra regalità sulle mie facoltà, io veglierò per non compiere nulla al di fuori di voi, ma la mia ambizione giungerà sino a voler mettere in ognuna delle mie azioni una forza d’amore sempre più grande.

Il risultato della mia custodia del cuore sarà l’abitudine all’interiore raccoglimento e alla lotta spirituale, una vita laboriosa e regolata ed un incalcolabile aumento di meriti.

Così, o Gesù, la mia unione indiretta con Voi per mezzo delle mie opere, cioè per mezzo delle relazioni che avrò con le creature secondo la vostra volontà, diverrà la continuazione dell’unione diretta con Voi per mezzo della meditazione, della vita liturgica e dei Sacramenti. In entrambi i casi, questa unione procederà dalla fede e dalla carità e si compirà sotto l’influsso della grazia. Nell’unione diretta ho in mira Voi stesso e Voi solo, o mio Dio; in quella indiretta invece mi applico ad altre cose, ma poiché lo faccio per obbedire a voi, queste cose alle quali dedico la mia attenzione divengono mezzi voluti da Voi per unirmi a Voi: nel lasciarvi, vi ritrovo! Siete sempre Voi quello che io cerco e sempre col medesimo cuore, ma rimanendo nella vostra volontà, la quale è il solo faro che la custodia del cuore mi fa sempre fissare per indirizzare la mia attività al vostro servizio. In entrambi i casi posso dunque esclamare: «Il mio bene è aderire a Dio» (Ps. 62, 28).

E’ pertanto errato credere che, per unirmi a Voi, o mio Dio, io debba rinviare l’azione oppure attendere che sia terminata. E’ errato supporre che certi lavori, per loro natura o a causa del tempo in cui vanno eseguiti, possano dominarmi ed impacciare talmente la mia libertà da impedirmi di unirmi a Voi. No, voi mi volete libero; non volete che l’azione mi domini; volete che io ne sia il padrone e non lo schiavo. A questo scopo, se sono fedele alla custodia del cuore, voi mi offrite la vostra grazia.

Dal momento dunque che il pratico senso soprannaturale, mediante i molteplici avvenimenti, le circostanze e i particolari disposti dalla vostra Provvidenza, mi ha fatto capire che una tale azione è davvero voluta da voi, non devo sottrarmene né compiacermene. Devo incominciarla e continuarla, ma unicamente per fare la vostra volontà, perché altrimenti l’amor proprio ne vizierebbe il valore e ne diminuirebbe il merito. Una volta capito ciò che voi volete e come lo volete, o Gesù, se poi lo compio perché siete voi che lo volete, la mia unione con voi non solo non diminuirà, ma anzi s’intensificherà.

1. Necessità della custodia del cuore

Mio Dio, voi siete la Santità stessa e quaggiù ammettete alla vostra intimità un’anima solo nella misura in cui essa si applica per distruggere o evitare tutto ciò che può macchiarla.

Pigrizia spirituale nell’innalzare il mio cuore a voi, affetto disordinato per le creature, asprezze ed impazienze, rancore, capricci, mollezza, ricerca delle comodità, facilità a parlare (senza giusta ragione) dei difetti altrui, dissipazione, curiosità senza alcun rapporto con la gloria di Dio, pettegolezzi, loquacità, giudizi vani e temerari sul prossimo, vana compiacenza di sé,  disprezzo per gli altri, critica della loro condotta, ricerca della stima e della lode, sfoggio di ciò che torna a proprio vantaggio, presunzione, ostinazione, gelosia, mancanza di rispetto all’autorità, mormorazioni,  mancanza di mortificazione nel bere e nel mangiare, eccetera... che formicaio di peccati veniali, o almeno d’imperfezioni volontarie, può invadermi e privarmi delle abbondanti grazie che mi avete riservato da tutta l’eternità!

Che mai saranno la meditazione e la vita liturgica, se non mi portano progressivamente a mantenere la mia anima tanto raccolta da poter vegliare anche contro le mancanze di mera fragilità, se non mi aiutano a rialzarmi con prontezza ogni volta che la mia volontà comincerà a cedere, se non m’incitano in certi casi ad impormi una sanzione?

Se manca la custodia del cuore, io posso paralizzare la vostra azione in me, o Gesù! Le Messe, le Comunioni, le confessioni, gli altri esercizi di pietà, la speciale protezione della divina Provvidenza per la mia eterna salvezza, la sollecitudine del mio Angelo custode, perfino la vostra stessa materna vigilanza su di me, o Madre Immacolata, tutto può essere paralizzato e reso sterile per colpa mia.

Se manco di buona volontà nell’impormi quella violenza alla quale alludete, o Gesù, con quelle parole – «sono i violenti a conquistarselo» (Mt. 11, 12) – Satana cercherà senza posa di sorprendere il mio cuore per traviarlo ed indebolirlo, e giungerà fino a pervertire la mia coscienza con l’illusione.

Alcune cadute che tu, o anima mia, ritieni essere dovute a mera fragilità, forse agli occhi di Dio sono già di più grave natura. Come potresti affermare il contrario, se tu non pratichi l’esercizio della custodia del cuore e non tendi a realizzare il programma di consacrare a Gesù l’intenzione di ogni azione?

Senza questa risoluzione della custodia del cuore, non solo mi vado accumulando tremende e lunghe espiazioni per il Purgatorio, ma, seppure evito ancora il peccato mortale, sono sulla china che mi ci porta fatalmente. Non ci pensi, anima mia?

2. La presenza di Dio, fondamento della custodia del cuore

O Ss.ma Trinità, se sono in stato di grazia, come spero, Voi abitate nel mio cuore con tutta la vostra gloria, con tutte le vostre infinite perfezioni, come abitate nel Cielo, benché nascosta sotto il velo della fede.

Non c’è istante in cui non tenete l’occhio su di me per scrutare le mie azioni. La vostra giustizia e la vostra misericordia operano continuamente in me. In risposta alle mie infedeltà, talvolta mi ritirate le vostre grazie elette o cessate di disporre maternamente degli avvenimenti che dovrebbero tornare a mio vantaggio, talvolta mi colmate di nuovi benefici per richiamarmi a Voi.

Se la vostra abitazione in me fosse la cosa più importante e la più degna di considerazione ai miei occhi, starei io così spesso e per tanto tempo senza pensarci? Non è forse dalla mancanza d’attenzione a questo fatto fondamentale della mia esistenza, che provengono gli insuccessi che fino ad ora sono seguiti ai miei tentativi di custodia del cuore?

Le giaculatorie, succedendosi regolarmente lungo la giornata, avrebbero dovuto ricordarmi questa amorosissima abitazione di Dio in me. Ti sei finora impegnata abbastanza, anima mia, nel ripetere qualche giaculatoria, almeno una volta ogni ora? Hai approfittato abbastanza della tua quotidiana meditazione e della tua vita liturgica, per rientrare di tanto in tanto, anche solo per alcuni istanti, nel santuario intimo del tuo cuore, adorandovi la Bellezza infinita, l’Immensità, l’Onnipotenza, la Santità, la Vita, l’Amore, insomma il Bene supremo e perfetto che si degna di abitarvi e che è il tuo Principio e il tuo Fine?

E le comunioni spirituali? Che posto occupano nella mia giornata? Eppure esse sono in ogni momento a mia disposizione, non solo per ricordarmi la presenza della Ss.ma Trinità, ma anche per accrescere questa inabitazione divina con una nuova infusione del Sangue redentore nella mia anima!

In che conto ho tenuto finora questi tesori posti sulla mia via? Mi sarebbe bastato chinarmi per raccogliere questi diamanti e ornarmene la corona. Come sono lontano da quelle anime che, pur continuando i loro lavori o le loro conversazioni, ritornano al loro Ospite divino migliaia di volte al giorno! Avendo preso questa abitudine, il loro cuore è inchiodato là dove sta il loro tesoro.

3. La devozione alla Madonna facilita la custodia del cuore

O Immacolata Madre mia, la parola del vostro Figlio sul Calvario mi ha costituito vostro figlio adottivo, affinché voi mi aiutiate a conservare il mio cuore unito alla Ss.ma Trinità per mezzo di Gesù.

Voglio che le giaculatorie sempre più frequenti che vi rivolgerò mirino soprattutto a questa custodia del cuore, allo scopo di purificarne le tendenze, le intenzioni, gli affetti e le decisioni.

Non voglio più ignorare questa vostra dolce voce: «Fermati, figlio mio, risana il tuo cuore! No, non è vero che in questo momento tu cerchi solamente la gloria di Dio!» Quante volte, durante le mie dissipazioni o le mie occupazioni sregolate, mi avete rivolto questo materno invito e quante volte, ahimé, l’ho soffocato!

Madre mia, d’ora innanzi ascolterò questo richiamo del vostro Cuore, e la mia fedeltà vi risponderà con una decisione energica e integra. Forse non avrà che la durata di un lampo, ma sarà sufficiente perché possa pormi l’una o l’altra di queste domande: «Per chi faccio l’azione che compio? E come agirebbe Gesù al mio posto?» Quando diventa un’abitudine, questa intima indagine costituisce la custodia del cuore. Essa mi permetterà di mantenere le mie facoltà e le loro tendenze, fin nei loro minimi dettagli, in un’abituale e sempre più perfetta dipendenza da quel Dio che abita in me.

4. Come s’impara la custodia del cuore

Io gemo nel vedere che, durante il mio lavoro, resto estraneo alla presenza di Dio per lunghi intervalli di tempo; gemo nel costatare che, durante questo tempo di vita esteriorizzata, mi sfuggono molte mancanze.

Qualunque sia lo stato dell’anima mia – mescolanza di fervore e imperfezioni oppure evidente tiepidezza – voglio incominciare da oggi a rimediarvi esercitandomi nella custodia del cuore.

Durante la mia orazione mattutina determinerò, ma risolutamente e chiaramente, un momento del mio lavoro nel quale, pur compiendo con ardore l’opera voluta da Dio, mi sforzerò di vivere il più perfettamente possibile di vita interiore, di custodia del cuore, cioè di vigilanza sotto il vostro sguardo, o Gesù, ricorrendo a voi come se avessi fatto voto di scegliere il più perfetto.

Cominciando con non più di cinque minuti, al mattino e alla sera (64), punterò più alla perfezione di questo esercizio che non alla sua durata; mi sforzerò di compierlo sempre meglio e di agire in mezzo al lavoro, anche e soprattutto se assorbente, imitando i santi nella purezza d’intenzione, nella custodia del cuore in tutte le mie facoltà, nella generosità di condotta, insomma agendo come avrebbe fatto Gesù stesso, se avesse compiuto l’identico lavoro.

Questo sarà un tirocinio di vita interiore pratica; sarà una reazione alla mia abitudine di dissiparmi e di svagarmi. Io desidero Gesù, voglio il suo Regno e voglio che esso continui in me, durante il tempo delle occupazioni esteriori. Non voglio più che l’anima mia sia come un corridoio aperto a tutti i venti mettendosi nell’impossibilità di vivere unita a Gesù, ma voglio anzi che sia vigilante, supplicante e generosa.

In quel breve momento il mio occhio, senza sforzo ma con precisione, vigilerà sulle diverse intenzioni della mia anima, che non si perdonerà nulla. La mia buona volontà sarà a sua volta ardentemente decisa a non risparmiare nulla per vivere con perfezione durante quel breve intervallo. Il mio cuore, da parte sua, sarà risoluto a ricorrere con frequenza al Signore per mantenersi in questo esercizio di santità.

Questo esercizio sarà franco, cordiale e compiuto con espansione di animo. Per mantenermi alla presenza di Dio e negare alle mie facoltà ed ai miei sensi tutto ciò che sa di naturale, mi saranno certamente necessarie la vigilanza e la mortificazione. Ma non mi accontenterò di questa parte privativa. Mirerò soprattutto a temprare questo esercizio in una intensa carità che dia alle mie azioni tutta la loro perfezione e tutto il loro valore, facendomi compiere con la massima cura l’ «age quod agis», dapprima con la purezza d’intenzione e poi con un ardore, una impersonalità ed una generosità sempre crescenti.

Nell’esame generale della sera (o a quello particolare, se prendo come argomento questo esercizio) farò una rigorosa analisi di tali momenti di custodia del cuore più stretta, incondizionata e fatta presso Gesù. Durante questo esercizio di custodia del cuore, cioè di vita interiore unita alla vita attiva, se avrò constatato di non essere stato abbastanza vigilante, fervente, supplichevole, amante, allora m’imporrò per punizione una piccola penitenza: anche solo la privazione di un po’ di vino o di frutta, senza farmi notare, oppure una breve preghiera a braccia in croce, o qualche colpo di riga o d’un oggetto duro sulle dita.

Che meravigliosi risultati produrrà questo esercizio! Che scuola di custodia del cuore! Che nuove vedute su peccati ed imperfezioni di cui prima non sospettavo nemmeno l’esistenza!

Quest’istanti benedetti a poco a poco irraggeranno virtualmente su quelli che li seguiranno. Tuttavia li prolungherò solo se avrò quasi esaurito quanto posso intravedere dell’orizzonte di santità, di perfezione d’esecuzione e d’intensità d’amore.

Più che alla durata, mirerò alla qualità. E la mia aspirazione a non limitarmi a pochi minuti si accentuerà nella proporzione in cui avrò visto più esattamente quel che io sono e ciò che Voi attendete da me, o Gesù. A poco a poco, familiarizzandomi con questo salutare esercizio, ne contrarrò il bisogno, ne acquisterò l’abitudine e Voi scoprirete all’anima mia, così purificata, i segreti della vita di unione con Voi.

5. Condizioni della custodia del cuore

La trama della mia vita è quasi tutta più o meno macchiata. E’ proprio da questa convinzione, dalla quale Satana cerca distrarmi, che nasce la diffidenza verso me stesso e verso le creature. Questo fattore, innestato sul mio desiderio di appartenere a Gesù, produrrà necessariamente:

– vigilanza sincera, esatta, dolce, calma, fiduciosa nella grazia e basata sulla repressione della dissipazione e degli eccessi della premura naturale;

– rinnovamento frequente delle mie riflessioni;

– ricominciamenti continui, pieni di fiducia nella misericordia di Gesù verso l’anima che lotta veramente per arrivare alla custodia del cuore;

– certezza crescente di non combattere da solo ma unito a Gesù che vive in me, a Maria mia Madre, al mio Angelo custode e ai Santi;

– convinzione che questi potenti alleati mi assistono in ogni istante purché io mantenga questa custodia del cuore e non mi allontani dalla loro assistenza;

– ricorso cordiale e frequente a tutti questi divini soccorritori, affinché mi aiutino a fare «ciò che Dio vuole» e a farlo «nel modo che vuole» e «perché lo vuole».

Oh, come si trasformerà la mia vita, o Gesù, se io conserverò il mio cuore unito a Voi! La mia intelligenza potrà essere interamente applicata all’azione in corso; ma voglio giungere ad effettuare in me, anche nelle occupazioni più assorbenti, ciò che ho potuto constatare in anime estremamente occupate il cui cuore tuttavia non cessava di respirare in Voi.

Se ho ben compreso cosa sia la custodia del cuore, il respiro dell’anima mia nell’atmosfera di amore che siete Voi, o Gesù, ben lungi dal diminuire la libertà d’azione necessaria alle mie facoltà per compiere i doveri del mio stato, non farà anzi che aumentarla, rendendo la mia vita serena, illuminata, forte e feconda.

Invece di essere lo schiavo del mio orgoglio, del mio egoismo o della mia pigrizia, invece di gemere sotto la schiavitù delle passioni e delle impressioni, io diventerò sempre più libero. E di questa mia perfezionata libertà potrò farvi, o mio Dio, frequenti omaggi di sottomissione. Così mi stabilirò nella vera umiltà, fondamento senza il quale la vita interiore non sarebbe che inganno; così svilupperò in me quello spirito fondamentale della sottomissione – «submissio ad Deum» – che riassume tutta la vita intima del Salvatore.

Col partecipare alla fiamma d’amore che vi rese, o Gesù, sempre così attento e docile alla volontà del Padre vostro, io meriterò di partecipare in Cielo a quella gloria di cui gioisce la vostra umanità in ricompensa della sua ammirabile dipendenza di umiltà e d’amore: «Cristo si fece obbediente fino alla morte (...), perciò Dio lo ha esaltato» (Fil. 2, 9).

 

 

 

– V – L’apostolo ha bisogno di un’ardente devozione a Maria Immacolata

Come membro di quell’Ordine Cistercense così strettamente consacrato a Maria, come figlio di quel San Bernardo che per mezzo secolo fu apostolo incomparabile dell’intera Europa, come potrei dimenticare che il santo abate di Chiaravalle attribuiva a Maria tutti i suoi progressi nell’unione con Gesù e tutti i suoi successi nell’apostolato?

Tutti sanno quale fu, in mezzo ai popoli e presso i re, in seno ai Concili e sul cuore dei Papi, l’apostolato di colui che rimane il più illustre figlio del Patriarca San Benedetto. Tutti esaltano la santità, il genio, la profonda scienza delle Sacre Scritture e la penetrante unzione dell’ultimo Padre della Chiesa.

Ma ciò che riassume maggiormente l’ammirazione dei secoli per questo santo Dottore, è il titolo che gli venne decretato di Cytharista Mariae, «Cantore di Maria»; egli non fu sorpassato da nessuno di coloro che hanno celebrato le glorie della Madre di Dio.

San Bernardino da Siena, san Francesco di Sales, Bossuet, sant’Alfonso e san Luigi Grignion de Montfort, tutti attingono a piene mani dai tesori di san Bernardo, quando vogliono celebrarla e trovare argomenti per sostenere quella verità messa in rilievo dal nostro santo Dottore: «Tutto ci viene per mezzo di Maria».

«Vediamo, o fratelli, con quali sentimenti di devozione ha voluto che noi onorassimo Maria quel Dio che ha posto in lei la pienezza di ogni bene. Se c’è in noi qualche speranza, qualche grazia, qualche pegno di salvezza, riconosciamo che tutto questo ci viene da Colei che è ricolma di delizie. (...) Se togliete questo sole che rischiara il mondo, non ci sarà più giorno. Se togliete Maria, questa stella del mare, che rimarrà di questo nostro vasto mare, se non profonda oscurità, ombra di morte e fitte tenebre? E’ dunque dal più intimo dei nostri cuori, dal fondo stesso delle nostre viscere e dei nostri desideri, che dobbiamo onorare la Vergine Maria, perché questa è la volontà di Colui che volle ricevessimo tutto per mezzo di Lei».

Fortificato da questa dottrina, non esito a stabilire che l’apostolo, qualunque cosa faccia per la sua salvezza, per il suo progresso spirituale e per la fecondità del suo apostolato, rischia di costruire solo sulla sabbia, se la sua attività non poggia su di una specialissima devozione alla Madonna.

1. Ne ha bisogno per la vita interiore personale

L’apostolo non è sufficientemente devoto verso sua Madre, se la sua fiducia in Lei è priva di entusiasmo e se il culto che Le rende è quasi solo esteriore. Come suo Figlio, la Vergine «intuetur cor», guarda solamente ai nostri cuori, e non ci considera come suoi veri figli se non a misura del vigore con cui il nostro amore corrisponde al suo.

Cuore fermamente convinto delle grandezze, dei privilegi e delle missioni di Colei che è ad un tempo Madre di Dio e Madre degli uomini;

Cuore penetrato da questa verità per cui la lotta contro i difetti, l’acquisto delle virtù, il regno di Gesù Cristo nelle anime e perciò la sicurezza della salvezza e della santificazione, sono in proporzione del grado di devozione verso Maria;

Cuore dominato dal pensiero che nella vita interiore tutto diventa più facile, più sicuro, più soave e più rapido, quando si agisce con Maria;

Cuore traboccante di filiale fiducia, qualunque cosa avvenga, verso Colei di cui conosce per esperienza le delicatezze, le premure, le tenerezze, le misericordie e le generosità;

Cuore sempre più infiammato di amore verso Colei ch’esso non separa da nessuna delle sue gioie, che unisce a tutte le sue pene e per la quale passano tutti i suoi affetti.

Tutti questi sentimenti riflettono bene il cuore di San Bernardo, modello dell’uomo di azione. A tutti sono note le parole che sgorgarono dall’anima del santo Abate quando, spiegando ai suoi monaci il passo evangelico «Missus est», esclamava:

«O tu che, in mezzo al flusso e riflusso di questo mondo, ti accorgi che, invece di camminare sulla solida terra, vai navigando in mezzo alle burrasche: se non vuoi morire nella tempesta, tieni l’occhio fisso su questa stella. Se infuriano i venti delle tentazioni, se urti contro gli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei scosso dai marosi della superbia, dell’ambizione, della maldicenza, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria. Se la collera o l’avarizia o la cupidigia assalgono la fragile imbarcazione dell’anima tua, eleva gli occhi a Maria. Se, accasciato dall’enormità delle tue mancanze, confuso per le immonde piaghe della tua coscienza, spaventato dall’orrore del Giudizio, ti senti assalito dalla tristezza e dalla disperazione, pensa a Maria. Maria non sia mai lontana dal tuo labbro, mai lontana dal tuo cuore; e per ottenere il suffragio delle sue preghiere non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se la segui non ti perdi; se la preghi non disperi; se la contempli non cadi in errore; col suo appoggio non cadi; sotto la sua protezione non temi; con la sua guida non ti stanchi; se Ella ti è propizia raggiungerai il porto».

Essendo costretto a limitarmi, ma volendo offrire ai miei confratelli nell’apostolato una sorta di riassunto dei consigli di San Bernardo per arrivare ad essere veri figli di Maria, credo di non poter fare di meglio che invitarli fraternamente a leggere con attenzione quel così solido e prezioso scritto: «La vie spirituelle à l’école du Bienheureux Grignion de Montfort», scritto dal padre Lhoumeau.

Assieme alle opere di sant’Alfonso, i commentari del padre Desurmont, gli scritti del padre Faber e del padre Giraud di la Salette, nessun altro libro meglio di questo del padre Lhoumeau rieccheggia gli scritti di san Bernardo, del resto citati ad ogni passo. Solida base teologica, unzione, carattere pratico, nulla manca per ottenere il risultato che perseguiva incessantemente l’abate di Chiaravalle: plasmare cioè il cuore dei suoi figli a immagine del suo e dare a loro l’antica caratteristica degli autori cistercensi: il bisogno del ricorso abituale a Maria e la vita d’unione con Lei.

Termino con la parola consolante che la illustre cistercense santa Geltrude, chiamata dal Guéranger «Geltrude la Grande», udì dalle labbra della Ss.ma Vergine: «Il mio amatissimo Gesù non va chiamato mio Figlio unigenito bensì mio Primogenito. Lo concepii per primo nel mio seno, ma dopo di lui, o meglio per mezzo di lui, ho concepito tutti voi perché diveniate suoi fratelli e miei figli, adottandovi nelle viscere della mia materna carità». Nelle opere di questa santa patrona delle Trappiste, tutto riflette lo spirito del padre san Bernardo, riguardo alla vita di unione con Maria.

2. Ne ha bisogno per la fecondità dell’apostolato

Sia che l’uomo di azione debba sottrarre le anime al peccato, sia che debba far sbocciare in loro le virtù, deve sempre aver come primo scopo quello di far nascere in loro Gesù Cristo, sull’esempio di san Paolo. Ora, secondo Bossuet, Dio, avendo voluto darci una volta Gesù Cristo per mezzo della Ss.ma Vergine, non muta più il suo disegno: avendo Ella generato il capo, deve generare anche le membra.

Isolare Maria dall’apostolato, sarebbe ignorare un aspetto essenziale del piano divino. «Tutti i predestinati – dice sant’Agostino – sono in questo mondo nascosti nel seno della Ss.ma Vergine ove sono conservati, nutriti, custoditi e cresciuti da questa buona Madre, finché non li genererà alla gloria dopo la morte».

Dopo l’Incarnazione, conclude giustamente san Bernardino da Siena, Maria ha acquistato una sorta di giurisdizione su ogni missione temporale dello Spirito Santo, per cui nessuna creatura riceve grazie se non dalle sue mani.

Ma il vero devoto di Maria diventa a sua volta onnipotente sul cuore di questa sua Madre. Quale apostolo potrà dunque dubitare dell’efficacia del suo apostolato, se con questa devozione egli dispone dell’onnipotenza di Maria sul Sangue redentore?

Per questo noi vediamo che tutti i più grandi apostoli sono animati da una straordinaria devozione verso la Ss.ma Vergine. Vogliono sottrarre un’anima al peccato? Quale ardore di persuasione hanno, allora, perché si sono identificati, per l’orrore del male e l’amore della virtù, con Colei che si è definita l’Immacolata Concezione!

E’ alla voce di Maria che il Precursore riconobbe la presenza di Gesù e trasalì nel seno di sua madre. Quali accenti Maria potrà dare ai suoi veri figli per aprire a Gesù i cuori finora rimasti chiusi! Quali parole gli intimi della Madre della misericordia sanno trovare, per impedire che la disperazione s’impadronisca delle anime che per lungo tempo hanno abusato delle grazie!

C’è uno sventurato che ignora Maria? La sicurezza con cui l’uomo di azione gliela mostra vera Madre e rifugio dei peccatori, apre nuovi orizzonti agli occhi di quel peccatore.

Il santo Curato d’Ars incontrava talvolta dei peccatori che, accecati dall’illusione, si appoggiavano a qualche pratica esteriore verso la Santa Vergine per tranquillizzarsi, per peccare più facilmente e per non temere le fiamme eterne. Allora la sua parola diventava dominatrice, sia per mostrare al colpevole la mostruosità di una presunzione tanto ingiuriosa alla Madre di misericordia, sia per spingerlo ad usare quell’atto di devozione per implorare la grazia di sfuggire alle strette del Serpente infernale.

In un caso analogo, l’uomo d’azione poco devoto di Maria, con le sue parole dure e fredde, riuscirà solo a far abbandonare al povero naufrago quel relitto che avrebbe potuto diventare per lui la tavola di salvezza.

Maria vivente nel cuore dell’apostolo è la stessa eloquenza materna assicurata all’operaio evangelico per commuovere le anime nelle quali tutto è perduto. Pare che Gesù Cristo, per un’ammirabile delicatezza, abbia voluto riservare alla mediazione di sua Madre le conquiste più difficili dell’apostolato ed abbia voluto accordarle solo a coloro che vivono intimamente uniti a Lei. «Per opera tua, i nostri nemici vengono annientati».

Il vero figlio di Maria non si troverà mai privo di argomenti, di mezzi od perfino di espedienti, quando, nei casi quasi disperati, dovrà fortificare i deboli e consolare gl’inconsolabili.

Il decreto con cui alle Litanie lauretane è stata aggiunta l’invocazione «Mater Boni Consilii», si basa su quei titoli di «Tesoriera delle divine grazie» e di «Consolatrice universale» ben meritati da Maria. Come «Madre del Buon Consiglio», soltanto ai suoi veri devoti ella dà, come a Cana, il segreto per ottenere il vino della forza e della gioia, perché venga distribuito.

Ma è soprattutto quando si tratta di parlare alle anime dell’amor di Dio, che la rapitrice dei cuori – «raptrix cordium», secondo l’espressione di San Bernardo – la sposa dell’Amore sostanziale, mette sulle labbra dei suoi intimi le parole di fuoco che accendono l’amore per Gesù e mediante questo fanno germogliare tutte le Virtù.

Come apostoli, noi dobbiamo amare appassionatamente Colei che san Pio X chiamava Virgo Sacerdos e la cui dignità sorpassa in tutto quella dei sacerdoti e dei pontefici. Questo nostro amore ci dà il diritto di non considerare mai come perduta un’opera, se l’abbiamo incominciata con Maria e vogliamo continuarla con Lei. Maria infatti è fondamento e coronamento di tutto ciò che riguarda il Regno di Dio per mezzo del Figlio suo.

Ma guardiamoci bene dal credere di lavorare con Lei, se ci limitiamo ad erigerle altari o ad intonare canti in suo onore. Ciò che Ella vuole da noi è una devozione che ci permetta di affermare sinceramente che noi viviamo abitualmente uniti a Lei, che ricorriamo al suo consiglio, che i nostri affetti passano attraverso il suo Cuore e che rivolgiamo spesso le nostre richieste per mezzo suo. Ciò che Maria attende soprattutto dalla nostra devozione, è l’imitazione di tutte le virtù che ammiriamo in lei e l’abbandono incondizionato nelle sue mani, affinché Ella ci rivesta del suo divino Figlio.

A questa condizione di ricorrere abitualmente a Maria, noi imiteremo quel comandante del popolo di Dio che, prima di marciare contro il nemico, diceva a Deborah: «Se tu vieni con me, andrò; ma se non vieni, non andrò» (Giud. 4, 8), e compiremo davvero tutte le nostre opere con Lei. Ella parteciperà non solo alle decisioni principali, ma anche a tutti gl’imprevisti e perfino ai dettagli dell’esecuzione.

Uniti a Colei che per noi riassume tutti i suoi privilegi nel titolo di «Nostra Signora del Sacro Cuore», noi non correremo mai il rischio di falsificare le nostre opere permettendo ch’esse vadano contro la nostra vita interiore, che diventino un pericolo per l’anima e possano servire più a gloria nostra che a quella del nostro Dio. Al contrario, per mezzo delle opere noi giungeremo alla vita interiore e quindi alla sempre più intima unione con Colei che deve assicurarci il possesso di suo Figlio per tutta l’eternità.

 

 

 

EPILOGO

E’ ai piedi del trono di Maria Immacolata che depongo questo modesto lavoro.

Il perfetto modello dell’apostolato, amiamo meditarlo nel Cuore della Beatissima Vergine, quale ce lo raffigura il dipinto bizantino del VI secolo riprodotto su questo libro.

La Madonna porta nel suo petto il Verbo Incarnato, circondato da un alone luminoso. Come l’eterno Padre, ella conserva sempre in sé quel Verbo che ha donato al mondo. Secondo l’espressione di Rohault de Fleury, «il Salvatore brilla al centro del suo petto come una Eucaristia dai veli ormai squarciati». Gesù vive in lei; Egli è il suo cuore, il suo respiro, il suo centro e la sua vita: ecco una immagine della vita interiore.

Ma il divino Fanciullo svolge il suo apostolato. Il suo atteggiamento, il rotolo del Vangelo che tiene nella mano sinistra, il gesto della sua mano destra, il suo sguardo: tutto indica che insegna. E la Vergine si unisce alla sua parola. L’espressione del viso sembra dire che anch’ella vuole parlare. I suoi grandi occhi aperti cercano anime alle quali poter comunicare suo Figlio: ecco una immagine della vita attiva mediante la predicazione e l’insegnamento.

La sue mani tese come quelle degli oranti nelle catacombe, o del sacerdote che offre la santa Vittima, ci ricordano che la nostra vita interiore sarà profonda e il nostro apostolato sarà fecondo soprattutto mediante la preghiera e l’unione al Sacrificio di Gesù.

Maria vive di Gesù, mediante Gesù, della sua vita, del suo amore, dell’unione al suo Sacrificio; e Gesù parla in lei e mediante lei. Gesù è la sua vita ed ella è il porta-Verbo, il portavoce, l’ostensorio di Gesù.

E’ in questo modo che l’anima, votata a quell’opera per eccellenza che è l’apostolato, deve vivere di Dio allo scopo di poter efficacemente parlare di Lui. La vita attiva, ripetiamolo un’ultima volta, non dev’essere altro in essa che il traboccamento della vita interiore.

 

 

Appendice I

Spiegazione di alcuni termini usati nel libro (a cura del traduttore)

Americanismo

Movimento sorto negli Stati Uniti, alla fine dell’Ottocento, dalle idee del padre Hacker, fondatore della Società dei Missionari Paolisti. Ispirandosi al pragmatismo americano e al protestantesimo liberale, esso cercava di adattare la religione cattolica alle esigenze della «civiltà moderna». La morale veniva pertanto mitigata e il dogma relativizzato. Ricercando una ispirazione diretta dallo «Spirito Santo» e anteponendo la natura alla grazia, le virtù passive (obbedienza, castità...) venivano quindi screditate a vantaggio delle virtù attive (apostolato, impegno sociale). Il movimento venne condannato espressamente da Papa Leone XIII nella lettera Testem benevolentiae al card. Gibbons (1899). Le tendenze americaniste verranno poi rinnovate dalla eresia modernista, condannata da san Pio X con la enciclica Pascendi (1907) e dal progressismo cattolico, condannato da Pio XII con l’enciclica Humani generis (1952). (Cfr. mons. O’ Connel, L’américanisme d’aprés le p. Hecker, Paris 1897; mons. H. Delassus, L’americanisme et la conjuration antichrétienne, Paris 1900).

Causa efficiente

E’ ciò in forza del quale un ente esiste o agisce. Quando un ente non ha in sé la ragione proporzionata del proprio esistere, vuol dire che la riceve da una causa.

Causa esemplare

E’ il modello (interiore o esteriore) ad imitazione del quale un agente produce un suo effetto. (cfr. C. Fabro, Partecipazione e causalità, S.E.I., Torino 1961)

Causa finale

E’ l’oggetto al quale un ente tende, desiderandolo come suo bene, al fine di perfezionarsi.

Cause seconde

Sono quelle cause che agiscono solo in dipendenza da una causa «prima», cioè superiore. (Sulla causa in genere, cfr. C. Fabro, voce «Causa», in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1950, vol. III, coll. 1183-1189)

Concupiscenza

E’ il desiderio passionale di possedere e godere i beni terreni, specialmente materiali. Dopo il peccato originale, esso opera nell’uomo in maniera tendenzialmente disordinata, ossia contro la ragione. San Giovanni Evangelista (1Gv. 2, 16) insegna che la concupiscenza disordinata è triplice: concupiscenza degli occhi, concupiscenza della carne e superbia della vita.

Ex opere operantis

E’ l’atto considerato nel suo agente, ossia nel valore morale conferitogli dalla persona che lo compie. Ad esempio: la preghiera vale solo relativamente alle disposizioni di chi la dice.

Ex opere operato

E’ l’atto considerato in sé, indipendentemente dal valore morale che gli può conferire la situazione di chi lo compie. Ad esempio: nei Sacramenti, il rito viene considerato nella sua validità oggettiva e nei suoi effetti automatici e necessari garantiti dalla promessa del Redentore, indipendentemente dal valore morale del celebrante.

Grazia attuale

E’ l’influsso soprannaturale operato da Dio nell’anima, ma occasionale e passeggero, per favorire la santificazione del fedele che lo riceve nella sua situazione concreta. Ad esempio: illuminazioni, consigli, stimoli, attrazioni. In questo modo Dio muove l’anima a compiere atti salvifici.

Grazia santificante

E’ un dono soprannaturale dato da Dio all’anima, ma abituale e duraturo, per renderla somigliante a Dio in santità (giustificazione) e per farla diventare amica di Dio, finché essa non commette un peccato mortale. (Sulla grazia in genere, cfr. J. Daujat, Il cristiano e la grazia, Ed. Paoline, Roma 1960; M. Scheeben, Le meraviglie della grazia divina, Morcelliana, Brescia 1958)

Naturalismo

Tendenza filosofica secondo la quale non esisterebbe nulla al di fuori della natura; quindi, Dio viene negato oppure ammesso solo come origine di una realtà che Egli non potrebbe modificare né tantomeno elevare. Il N. nega il soprannaturale, includendolo nel naturale, e quindi nega la fede, includendola nella ragione. In pratica, l’uomo dovrebbe quindi regolarsi solo in base alla propria ragione, esaudendo solo i bisogni della natura. Il naturalismo è stato affermato da correnti filosofiche, come l’Umanesimo, il razionalismo e il positivismo, e politiche come il liberalismo e il socialismo (cfr. P. Emmanuel, Le naturalisme, D.P.F., Chiré 1998).

Orazione affettiva

E’ la preghiera svolta non con le labbra ma con gli affetti che sgorgano dal cuore, esprimendo il proprio amore per Dio aldilà di ogni discorso (cfr. S. Francesco di Sales, Filotea, II, c. 6). In questo modo l’anima penetra amorosamente nei misteri divini, supplendo alla scarsa conoscenza razionale di Dio. (cfr. H. Pinard de la Boullaye, L’oraison mentale à la portée de tous les fidèles, Paris 1949)

Orazione di semplicità

E’ la preghiera in cui gli affetti dell’anima sono ridotti al minimo o concentrati in uno solo, al fine di poter approfondire una verità divina. E’ tipica delle anime progredite nella vita spirituale e consiste più nell’ascoltare Dio che nel parlargli. (cfr. A. Tanquerey, L’oraison de simplicité dans les rapports avec la contemplation, Paris 1921)

Orazione infusa

E’ la preghiera in cui non è più l’uomo a parlare con Dio, ma Dio con l’uomo. In essa Dio opera nell’anima indipendentemente dagli atti di questa, anzi limitandoli al massimo per farsi sentire meglio. E’ il livello più alto di orazione, quello dei perfetti. (cfr. J. de Guibert, Theologia spiritualis, Roma 1946)

Matrimonio spirituale

E’ il più alto grado di contemplazione infusa, che realizza l’unione perfetta dell’uomo a Dio, celebrandola con mistiche nozze che introducono l’anima nella vita intima della Ss.ma Trinità. Questa unione è detta «trasformante», perché trasforma l’anima a somiglianza di Dio. (cfr. R. Garrigou-Lagrange, Perfection chrétienne et contemplation, Paris 1960)

Purificazione passiva

Mentre la purificazione attiva è la mortificazione fatta dall’anima su sé stessa – eliminando gli ostacoli che si oppongono alla perfezione spirituale (peccati, vizi, passioni disordinate) – la purificazione passiva è l’azione fatta da Dio sull’anima, manifestandone le imperfezioni e le tendenze naturali, purificandole a fondo e spingendo l’anima a rinunziare a sé stessa (S. Giovanni della Croce, Notte oscura, I, 1). Dapprima vengono purificati i sensi, poi gli affetti (cfr. card. Vivés y Tuto, Tractatus de purgationibus passivis, Ratisbona 1908)

Unione trasformante

Vedi: «Matrimonio spirituale».

Via illuminativa

E’ la strada che devono seguire i proficienti nella loro vita spirituale, lasciandosi illuminare da Dio sullo stato della loro anima, sulla loro missione, sul loro fine ultimo. E’ il secondo stadio del progresso spirituale.

Via purgativa

E’ la strada che devono seguire i principianti nella loro vita spirituale, purificandosi dai loro peccati, vizi e passioni disordinate mediante la mortificazione. E’ il primo stadio del progresso spirituale. (Sulle tre «vie», cfr. R. Garrigou-Lagrange, Les trois conversions et les trois voies, Paris 1951)

 

 

Appendice II

Autori poco noti citati nel libro

Abelardo

Filosofo e teologo bretone (1079-1142). Pur essendo uno dei chierici fondatori della Scolastica medioevale, la sua superbia e la sua brama di successo lo spinsero a vivere disordinatamente e ad affermare errori contro la fede, esagerando il ruolo della ragione umana nella conoscenza dei misteri divini. Per influenza di san Bernardo di Chiaravalle e di Guglielmo di Saint-Thierry, A. venne condannato dapprima dal Concilio di Soissons (1121) e poi dal Concilio di Sens (1141). Alla fine della vita si pentì e si riconciliò con la Chiesa, per opera del venerabile Pietro abate di Cluny. (Cfr. C. Ottaviano, Abelardo, Bocca, Torino 1940)

Allemand, Jean-Jacques

Sacerdote francese (1772-1836). Nato a Marsiglia, nel 1799 vi fondò l’Opera per la Gioventù, restaurando nella sua patria le opere di assistenza giovanile e ispirando una nuova spiritualità apostolica in favore degli umili. La sua opera fu proseguita poi dal padre Timon-David (vedi voce). (Cfr. J.J. Gaduel, Le directeur de la jeunesse: l’abbé Allemand, Lecoffre, Paris 1867)

Alvarez De Paz, Diego

Missionario gesuita spagnolo (1560-1620). Nato a Toledo, allievo del celebre Vàsquez, fu inviato in Perù, dove cristianizzò gli indigeni neo-convertiti lottando contro l’idolatria. Diventato rettore dei collegi di Quito e di Cuzco, e poi di quello di Lima, fu maestro di vita spirituale e primo teorico dell’orazione affettiva. Fra le sue opere: De exterminatione mali et promotione boni (1613); De studio orationis (1617); De vita spirituali ejusque perfectione (1618).

Bourdaloue, Jacques

Predicatore belga (1632-1703). Nato a Bourges, la sua grande pietà ed eloquenza lo fecero diventare uno dei più ascoltati predicatori dell’epoca, tanto da essere richiesto da corti e sovrani come Luigi XIV di Francia. I suoi Sermons sono un classico del genere. (Cfr. R. Daeschler, La spiritualité de Bourdaloue, Louvain 1927)

Caussade, Jean Pierre de

Gesuita francese (1675-1751). Fu rettore di istituti gesuiti in Francia (Nancy, Perpignan, Albi). Si dedicò esclusivamente alla direzione spirituale e alla predicazione degli esercizi ignaziani. Per le monache visitandine scrisse le Instructions sprittuelles sur les divers états d’oraison (1741). Solo nel XIX secolo il suo confratello p. Ramière scoprì e pubblicò una serie di suoi appunti di direzione spirituale col titolo L’abbandono alla divina Provvidenza (trad. it. Paoline, Roma 1990), libro discusso ma di grande successo.

Combalot, Théodore

Predicatore francese (1797-1873). Dopo un’adesione giovanile al liberalismo cattolico di Lamennais, si convertì e passò fra gli intransigenti, collaborando con Veuillot. Vivace polemista e scrittore, fu imprigionato dal governo massonico per il suo libro Sur la guerre faite à l’Eglise et à la société par le monopole universitaire. Al seguito di mons. Gaume, promosse una campagna contro la propaganda scolastica dei classici pagani contrapposti a quelli cristiani. Nel 1839 fondò l’Istituto dell’Assunzione, dedicato all’educazione delle giovani. Le sue Oeuvres oratoires sono state pubblicate postume. (cfr, mons. Ricard, L’abbé Combalot, missionnaire apostolique, Paris 1892)

De Ravignan, Gustave Xavier

Pradicatore gesuita francese (1795-1858). Nato a Bayonne da nobile famiglia, da magistrato diventò sacerdote e nel 1837 successe al p. Lacordaire come predicatore sul prestigioso pulpito della cattedrale parigina di Notre-Dame. I suoi famosi quaresimali e ritiri pasquali suscitarono numerose conversioni. Noto anche come apologista, pubblicò tra l’altro: Entretiens spirituels (1859); Conférences (1860); La vie chrétienne d’una dame dans le monde (1861).

De Sonis, Gaston

Generale francese (1825-1887). Nato nelle Antille, formatosi al collegio militare di Saint-Cyr, come ufficiale combatté a Montebello e a Solferino, poi come generale nella guerra franco-prussiana del 1870. Si dimise dall’incarico di Comandante a Rennes, per non cooperare all’espulsione dei religiosi ordinata dal governo massonico; diventò poi ispettore a Parigi. Celebre apostolo presso i militari in Francia e in Marocco, esponente del cattolicesimo intransigente, è considerato un maestro di vita spirituale laicale. (Cfr. mons. L. Baunard, Le général De Sonis d’après ses papiers, Paris 1903).

Desurmont, Achille

Sacerdote redentorista francese (1828-1898). Nato a Turcoing, docente di teologia pastorale, fu celebre educatore della gioventù studentesca, diffondendovi la dottrina morale di sant’Alfonso de’ Liguori. A lui si deve la proclamazione di sant’Alfonso come Dottore della Chiesa. Fra le sue opere: Le retour continuel à Dieu; La charité sacerdotale, Paris 1899.

Donoso Cortés, Juan

Uomo politico e studioso spagnolo, marchese di Valdegamas (1809-1853). Dopo una gioventù passata in simpatia con il liberalismo cattolico, si convertì diventando esponente del pensiero contro-rivoluzionario, amico di Veuillot. Pur avendo fatto una precoce e rapida carriera politica, si inimicò gli ambienti governativi europei pubblicando il celebre Saggio sul Cattolicesimo, il Liberalismo e il socialismo (Madrid, 1850, trad. ital. Rusconi, Milano 1979), in cui denunciava l’opera anticristiana svolta dal liberalismo e ne preannunciava il compimento nel socialismo. Con la sua densa Lettera al cardinal Fornari (1852), D. C. preparò la stesura di quello che poi sarà il Sillabo di Pio IX.

Dupanloup, Félix Antoine

Vescovo e scrittore francese (1802-1878). Nato in Savoia, educatore della gioventù, docente di eloquenza sacra all’Università della Sorbona, accademico di Francia, promosse le celebri Conferenze parigine di Notre-Dame. Nel 1849 divenne vescovo di Orléans, distinguendosi nella difesa dell’insegnamento cattolico. Nel 1862 però aderì al programma cattolico-liberale di Montalembert, attirandosi le critiche del cattolicesimo intransigente e di Papa Pio IX, e nel Concilio Vaticano I ostacolò la proclamazione dell’infallibilità pontificia. Fra le sue numerose opere: La pacification religieuse (1845); De la haute éducation intellectuelle (1857); De l’éducation en général (1862).

Du Perron, Jacques David

Cardinale francese (1556-1618). Nato in Normandia da famiglia calvinista, studiando i Padri della Chiesa si convertì al Cattolicesimo, diventò sacerdote e poi vescovo di Evreux nel 1563. Fu promotore della conversione di Enrico di Navarra dal calvinismo al cattolicesimo; diventato Enrico IV Re di Francia, questi nel 1595 lo nominò Consigliere di Stato; nel 1606 il Papa lo elesse a cardinale ed arcivescovo di Sens. Grande erudito e vivace polemista, difese il Papato dal calvinismo e dal gallicanesimo, come nella sua celebre controversia pubblica con il calvinista Duplessis-Mornay, a Parigi, che gli meritò il titolo di «Agostino di Francia». (Cfr. P. Feret, Le cardinal Du Perron, Paris 1877)

Faber, Frederick William

Scrittore e predicatore inglese (1814-1863). Pastore anglicano, nel 1845 si convertì al Cattolicesimo e diventò uno dei promotori del «Movimento di Oxford», che avvicinava alla vera Chiesa i ceti britannici più elevati. Ordinato sacerdote nel 1847 dal suo amico cardinale Wiseman, instaurò nella sua patria la congregazione dell’Oratorio, del quale diventò superiore. Considerato un maestro di vita spirituale, i  suoi sermoni e i suoi scritti, dotati di un singolare senso soprannaturale, convertirono molti anglicani, specie nel ceto intellettuale e nobiliare. Le sue opere sono state tradotte in italiano dall’editore Marietti (Torino 1861, 8 vv.).

Giraud, Sylvain

Missionario francese della Comunità di La Salette (1830-1888). Apostolo della devozione mariana, fu predicatore e promotore di ritiri spirituali. Ha scritto numerose opere, tra le quali: Pratique de la dévotion à Notre Dame (1863); De la vraie union avec Marie (1864); De l’union à Jésus Christ dans sa vie de victime (1870).

Guéranger, Prosper

Abate benedettino francese (1805-1875). Nominato da Gregorio XVI abate di Solesmes nel 1837, restaurò in Francia l’ordine benedettino, la spiritualità liturgica e soprattutto la liturgia romana, della quale era grande studioso. Amico e collaboratore del Papa Pio IX, fu promotore del dogma dell’infallibilità pontificia al Concilio Vaticano I, esponente del cattolicesimo intransigente e nemico del liberalismo cattolico. Fra le sue opere ricordiamo: Institutions liturgiques (1851); L’annéé liturgique (1866); L’Eglise ou la société de la louange divine (1875); Le sens chrétien de l’histoire (postuma). (Cfr. Paul Delatte, Dom Guéranger abbé de Solesmes, D.P.F., Chiré 1998)

Lacordaire, Henri Dominique

Predicatore e scrittore domenicano francese (1802-1827). Dopo una passione giovanile per il cattolicesimo liberale, con la condanna di Lamennais passò su posizioni più moderate. Diventato domenicano nel 1839, venne eletto priore provinciale e come tale restaurò il suo Ordine in Francia. Promosse le conferenze dal pulpito della basilica parigina di Notre Dame, che tenne per primo con grande successo. Fra le sue opere di scrittore, ricordiamo: Vie de saint Dominique (1841); Lettres à un jeunehomme sur la vie chrétienne (1858); Sermons et allocutions (1884). (Cfr. H. Noble, Le père Lacordaire apôtre et directeur, Paris 1908).

Lallemant, Louis

Gesuita francese (1588-1635). Direttore spirituale ed educatore della gioventù, preparò generazioni di gesuiti alle missioni per l’America ed ebbe grande influenza sulla spiritualità dell’epoca della Controriforma. Rettore del Collegio di Rouen durante il difficile periodo della guerra del 30 anni, scrisse solo la celebre Vie et doctrine spitiruelle (1694, trad. ital. Ed. Paoline, Roma 1980).

Lavigerie, Charles

Missionario e cardinale francese (1825-1892). Docente di storia ecclesiastica alla Sorbona, promosse le missioni nelle colonie francesi, diventando nel 1857 direttore delle Opere per l’Oriente. Nominato nel 1867 vescovo-cardinale di Algeri e delegato apostolico per l’Africa Occidentale, promosse l’abolizione della schiavitù. All’epoca di Leone XIII, fu criticato per i suoi tentativi di riconciliare la Santa Sede col governo massonico francese.

Lehodey, Vital

Sacerdote e scrittore cistercense francese (1857-1948). Entrato nel 1890 fra i trappisti, ne divenne abate nel 1895; promosse la fondazione di monasteri in Giappone. Maestro di vita interiore, sviluppò la spiritualità dei doni dello Spirito Santo e dell’abbandono alla divina Provvidenza. Fu grande amico di dom Chautard. Fra le sue opere: Les voies de l’oraison mentale (Paris 1908, trad. it. Le vie dell’orazione mentale, Marietti, Torino 1932); Le saint abandon (Paris 1919; trad ital. Il santo abbandono Ed. Paoline, Roma 1998); Directoire spirituel des cisterciens réformés (1910).

Lhoumeau, André Antonin

Sacerdote francese (1852-1920). Entrato nell’ordine monfortano, nel 1903 ne diventò superiore generale e ne promosse l’instaurazione in Inghilterra. Apostolo della devozione mariana, nel 1900 fondò la rivista «Revue des Prêtres de Marie». Fu anche noto musicologo. Fra le sue opere: La vie spirituelle à l’ecole de saint Louis Grignion de Montfort (Paris 1902); Les actes de l’oraison selon saint Thomas (1913); La Vierge Marie et les apotres des derniers temps (Tours 1919). (Cfr. F. Fradet, Le père Lhoumeau, Lille 1912).

Mermillod, Gaspard

Cardinale svizzero (1824-1982). Celebre predicatore, diventò vescovo di Losanna-Ginevra nel 1873. Per l’opposizione dei calvinisti, fu costretto all’esilio. Rifugiatosi a Roma, diventò cardinale e consultore della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici, per conto della quale compì numerose missioni diplomatiche. Esponente del cattolicesimo intransigente, lottò contro il protestantesimo e il liberalismo. I suoi celebri sermoni sui doveri sociali del cristiano, tenuti a Parigi tra il 1867 e il 1872, furono una preparazione prossima dell’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII. Nel 1884 fondò a Friburgo la celebre Unione Internazionale di Studi Sociali, prestigiosa scuola di dottrina sociale della Chiesa. Fu anche promotore della proclamazione di san Francesco di Sales come Dottore della Chiesa. Fra le sue opere: De la perpetuelle virginité de la Mère du Sauveur (1854); De pauperum operariorumque sublevanda miseria (1869); De l’intelligence et du gouvernement de la vie (1870).

Monsabré, Jacques Louis

Predicatore domenicano francese (1927-1907). Esponente del cattolicesimo intransigente, fu grande studioso e conferenziere. Nel 1857 successe al padre de Ravignan sul pulpito della basilica parigina di Notre Dame, dove espose e commentò l’intera dottrina cattolica in una serie di memorabili sermoni; fu anche apprezzato quaresimalista. Dal 1881 fu priore del convento domenicano di Le Havre. Fra le sue opere, tutte tratte dai suoi discorsi, ricordiamo: Exposition du dogme catholique (trad. ital. Marietti, Torino 1919, 12 vv.); Discours et panegyriques (Paris 1900); Retraites pascales (1907, 9 vv.); Méditations sur le Rosaire (1878); Or et alliage dans la vie dévote (1869); La prière (1906); La Vierge Marie (postuma).

Perboyre, beato Jean Gabriel

Missionario congregazionista francese (1802-1840). Dapprima dirtettore del noviziato congregazionista a Parigi, nel 1835 venne inviato in missione in Cina. Coinvolto nelle persecuzioni scatenatesi nell’Honan contro il Cattolicesimo, venne catturato nel 1839 e poi condannato a morte dal viceré per strangolamento. Nel 1889 fu proclamato beato da Leone XIII per la sua professione della fede; la sua festa cade il 7 novembre.

Ratisbonne, Théodore

Sacerdote francese (1802-1884). Nato a Strasburgo da famiglia ebraica, si convertì al cattolicesimo nel 1827, precedendo in questo il suo fratello Alphonse, al quale apparve la Madonna a Roma nel 1830. I due fratelli fondarono a Parigi, nel 1843, la Congregazione Nostra Signora di Sion, dedicata alla conversione degli ebrei. A differenza del fratello, Théodore operò soprattutto in Francia, dove promosse anche la Confraternita delle Madri Cristiane. Fra le sue opere di studioso, ricordiamo: Histoire de saint Bernard et de son siècle (Paris 1840, 2 vv.); Manuel de la mère chrétienne (Paris 1859); La question juive (Paris 1868); Le Pape (Paris 1870).

Rohault de Fleury, Claude

Sacerdote e scrittore cistercense (1640-1723). Nato a Parigi da nobile famiglia, fu dapprima celebre giurista, poi diventò sacerdote e monaco cistercense per influenza dell’amico Bossuet. Abate di Loc-Dieu prima e di Notre Dame d’Argenteuil poi, ebbe grande successo come educatore e direttore spirituale della gioventù, diventando confessore del futuro Re Luigi XV. Eletto all’Accademia di Francia nel 1696, scrisse numerose opere di erudizione giuridica, storica e soprattutto morale. Ricordiamo: Catéchisme historique (1683); Le soldat chrétien (1686); Discours sur la prédication (1688); Les moeurs des chrétiens (1690); Les devoirs des maitres et des domestiques (1691); varie vite di santi.

Rousseau, Jean Jacques

Filosofo e scrittore svizzero (1712- 1778). Nato a Ginevra da famiglia calvinista, per amore di una sua protettrice si convertì al Cattolicesimo, ma anni dopo per convenienza ritornò al calvinismo. Diventato esponente dell’illuminismo francese e collaboratore dell’Encyclopédie, fece fortuna come abile scrittore di opuscoli e romanzi sentimentali che inneggiavano alla natura e rifiutavano la civiltà. La sua opera di pedagogo contrastò con la scelta di abbandonare all’orfanatrofio i suoi 5 figli illegittimi. Il suo Contratto sociale fu il libro ispiratore del giacobinismo e del Terrore. La sua celebre Professione di fede diventò poi la radice del romanticismo religioso e del modernismo. Tendenzialmente anarchico, fece vita da vagabondo e da mantenuto, finendo i suoi giorni oppresso da manìe di persecuzione e quasi pazzo. Contro di lui scrissero valorosi apologisti cattolici, come Valsecchi, Muzzarelli, Bergier e il cardinale Gerdil. (Cfr. B. Groethuysen, Jean-Jacques Rousseau, Paris 1949; J. Maritain, Tre riformatori, cap. III: Rousseau o il santo della Natura, Morcelliana, Brescia 1980)

Suarez, Francisco

Teologo e scrittore gesuita spagnolo (1548- 1617). Nato a Granada da nobile famiglia, fu docente a Salamanca e Segovia, poi al Collegium Romanum di Roma, infine a Coimbra in Portogallo. Si distinse nelle maggiori controversie dell’epoca, da quella sulla grazia a quella sull’autorità politica e religiosa. Scrisse di teologia, filosofia e mistica, ma fu anche maestro del pensiero giuridico e uno dei fondatori del diritto internazionale. Difese la posizione cattolica dalle pretese assolutistiche di Giacomo I d’Inghilterra (1613). Fu definito «dottore esimio» da Papa Paolo V. Fra le sue numerose opere ricordiamo: De mysteriis vitae Christi (1592); De Sacramentis (1595); De virtute et statu religionis (1609); De gratia Dei (1617); De legibus (1617); Difesa della fede cattolica dagli errori della setta anglicana (1613). (Cfr. F. Klimke, Historia de la filosofìa, Labor, Barcelona 1947, pp. 325-338; F. Copleston, Storia della filosofia, Paideia, Brescia 1980, vol. III, ultimo capitolo).

Saint-Jure, Jean Baptiste de

Sacerdote gesuita alsaziano (1588- 1657). Nato a Metz, allievo del p. Lallemant, fu rettore dei collegi di Alençon, Amiens e Parigi. Fondò l’associazione «Amici di Gesù Cristo». Si distinse come maestro dei novizi ma soprattutto come scrittore ed erudito della spiritualità, studiando le vie ordinarie di santificazione. Fra le sue numerose opere, segnaliamo: De la connaissance et de l’amour du Fils de Dieu (1635); Méditations sur les plus grands mystères de la Foi (1637); L’homme spirituel (1646); Directoires sur les principales actions de la vie chrétienne (1652); L’union avec N.S. Jésus Christ (1655); L’homme religieux (1658)

Taigi, beata Anna Maria

Laica trinitaria, nata a Siena (1769-1837). Visse a Roma, da semplice madre di famiglia e come domestica della famiglia Chigi. Terziaria dell’Ordine della Ss.ma Trinità, fece vita umile e di austera penitenza. Ricevette da Dio singolari doni soprannaturali di sapienza, discernimento spirituale e di profezia, soprattutto sui gravi problemi religiosi e politici del tempo. A lei ricorsero vescovi, cardinali, Papi e uomini di Stato per ricevere consigli. Fu proclamata beata nel 1920 da Benedetto XV; la festa si celebra il 9 giugno. (Cfr. card. C. Salotti, La beata A.M. Taigi secondo la storia e la critica, Roma 1922).

Timon-David, Joseph Marie

Sacerdote congregazionista francese (1823-1891). Nacque, visse e morì a Marsiglia, dove proseguì l’opera del padre Allemand, sviluppandone notevolmente l’apostolato fra i giovani e gli studenti. Abile educatore, confessore e direttore spirituale, nel 1846, anticipando i tempi, aveva pronunciato un «voto di servitù alla classe operaia», bisognosa di assistenza spirituale e materiale. Fu fra i promotori delle «scuole popolari». Nel 1876 Pio IX approvò la sua comunità dei «Religiosi del Sacro Cuore». Esponente del cattolicesimo intransigente, fu finanziato dal conte di Chambord, protetto dal cardinale Mazenod ed amico di dom Guéranger e del padre Chautard. E’ in corso il suo processo di beatificazione. Scrisse poche ma importanti opere, come Méthode de direction des Oeuvres de la Jeunesse (1859) e Traité de la confession des enfants (1865). (Cfr. R. Sauvagnac, La pédagogie spirituelle du pére Timon-David, Heintz, Orem 1953; J. Chelini, Timon-David au coeur des jeunes, Paris 1988).

Wiseman, Nicolas

Cardinale e scrittore inglese (1802-1865). Nato in Spagna da famiglia irlandese, assieme a Newman, Manning e Faber fu uno dei promotori del «Movimento di Oxford», che avvicinò alla vera Chiesa gli ambienti colti e aristocratici della società anglicana, favorendo molte conversioni. Divenne celebre come predicatore, conferenziere e scrittore di opere sulla storia della Chiesa, soprattutto per il suo romanzo storico Fabiola (Londra 1855). Diventato arcivescovo-cardinale di Westminster, operò la restaurazione della gerarchia cattolica in Inghilterra.

Wyart, Téophile Sébastien

Abate cistercense francese (1839-1904). Dapprima maggiore delle esercito zuavo pontificio, poi eroe nella guerra franco-prussiana del 1870, diventò infine trappista nel 1877 e fu eletto abate generale cistercense nel 1902. Grande organizzatore, riuscì a federare le varie comunità riformate in un unico Ordine. Amico di Pio IX e poi di Leone XIII, assolse vari incarichi per conto della Santa Sede. Fu amico di dom Chautard. (Cfr. L.A. Fichaux, Dom Sébastien Wyart, Lille 1910).

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Opere di San Cirillo di Gerusalemme

San Cirillo da Gerusalemme

San Cirillo di Gerusalemme

Nato intorno al 315 a Gerusalemme o dintorni, Cirillo ricevette un’ottima formazione letteraria; fu questa la base della sua cultura ecclesiastica, incentrata nello studio della Bibbia. Ordinato presbitero dal Vescovo Massimo, quando questi morì o fu deposto, nel 348 fu ordinato Vescovo da Acacio, influente metropolita di Cesarea di Palestina, filoariano, convinto di avere in lui un alleato. Fu, perciò, sospettato di avere ottenuto la nomina episcopale mediante concessioni all’arianesimo.

Opere:
 
 
 


In realtà, ben presto Cirillo venne in urto con Acacio non solo sul terreno dottrinale, ma anche su quello giurisdizionale, perché Cirillo rivendicava l’autonomia della propria sede rispetto a quella metropolitana di Cesarea. Nel giro di una ventina d’anni, Cirillo conobbe tre esili: il primo nel 357, previa deposizione da parte di un Sinodo di Gerusalemme, seguito nel 360 da un secondo esilio ad opera di Acacio, e infine da un terzo, il più lungo – durò undici anni – nel 367 per iniziativa dell’imperatore filoariano Valente. Solo nel 378, dopo la morte dell’imperatore, Cirillo poté riprendere definitivo possesso della sua sede, riportando tra i fedeli l’unità e la pace.

In favore della sua ortodossia, messa in dubbio da alcune fonti coeve, militano altre fonti ugualmente antiche. Tra di esse, la più autorevole è la lettera sinodale del 382, dopo il secondo Concilio ecumenico di Costantinopoli (381), al quale Cirillo aveva partecipato con un ruolo qualificato. In tale lettera, inviata al Pontefice romano, i Vescovi orientali riconoscono ufficialmente la più assoluta ortodossia di Cirillo, la legittimità della sua ordinazione episcopale e i meriti del suo servizio pastorale, che la morte concluderà nel 387.

Conserviamo di lui ventiquattro celebri catechesi, che egli espose come Vescovo verso il 350. Introdotte da una Procatechesi di accoglienza, le prime diciotto di esse sono indirizzate ai catecumeni o illuminandi (photizómenoi); furono tenute nella Basilica del Santo Sepolcro. Le prime (1-5) trattano ciascuna, rispettivamente, delle disposizioni previe al Battesimo, della conversione dai costumi pagani, del sacramento del Battesimo, delle dieci verità dogmatiche contenute nel Credo o Simbolo della fede. Le successive (6-18) costituiscono una «catechesi continua» sul Simbolo di Gerusalemme, in chiave antiariana. Delle ultime cinque (19-23), dette «mistagogiche», le prime due sviluppano un commento ai riti del Battesimo, le ultime tre vertono sul crisma, sul Corpo e Sangue di Cristo e sulla Liturgia eucaristica. Vi è inclusa la spiegazione del Padre Nostro (Oratio Dominica): essa fonda un cammino di iniziazione alla preghiera, che si sviluppa parallelamente all’iniziazione ai tre sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia.

La base dell’istruzione sulla fede cristiana si svolgeva anche in funzione polemica contro pagani, giudeocristiani e manichei. L’argomentazione era fondata sull’attuazione delle promesse dell’Antico Testamento, in un linguaggio ricco di immagini. La catechesi era un momento importante, inserito nell’ampio contesto dell’intera vita, in particolare liturgica, della comunità cristiana, nel cui seno materno avveniva la gestazione del futuro fedele, accompagnata dalla preghiera e dalla testimonianza dei fratelli. Nel loro complesso, le omelie di Cirillo costituiscono una catechesi sistematica sulla rinascita del cristiano mediante il Battesimo. Al catecumeno egli dice: «Sei caduto dentro le reti della Chiesa (cfr Mt 13,47). Lasciati dunque prendere vivo; non sfuggire, perché è Gesù che ti prende al suo amo, per darti non la morte ma la risurrezione dopo la morte. Devi infatti morire e risorgere (cfr Rm 6,11.14)... Muori al peccato, e vivi per la giustizia fin da oggi» (Procatechesi 5).

Dal punto di vista dottrinale, Cirillo commenta il Simbolo di Gerusalemme col ricorso alla tipologia delle Scritture, in un rapporto «sinfonico» tra i due Testamenti, approdando a Cristo, centro dell’universo. La tipologia sarà incisivamente descritta da Agostino d’Ippona: «L’Antico Testamento è il velo del Nuovo Testamento, e nel Nuovo Testamento si manifesta l’Antico» (La catechesi ai semplici 4,8). Quanto alla catechesi morale, essa è ancorata in profonda unità alla catechesi dottrinale: il dogma viene fatto discendere progressivamente nelle anime, le quali sono così sollecitate a trasformare i comportamenti pagani in base alla nuova vita in Cristo, dono del Battesimo. La catechesi «mistagogica», infine, segnava il vertice dell’istruzione che Cirillo impartiva non più ai catecumeni, ma ai neobattezzati o neofiti durante la settimana pasquale. Essa li introduceva a scoprire, sotto i riti battesimali della Veglia pasquale, i misteri in essi racchiusi e non ancora svelati. Illuminati dalla luce di una fede più profonda in forza del Battesimo, i neofiti erano finalmente in grado di comprenderli meglio, avendone ormai celebrato i riti.

In particolare, con i neofiti di estrazione greca Cirillo faceva leva sulla facoltà visiva, a loro congeniale. Era il passaggio dal rito al mistero, che valorizzava l’effetto psicologico della sorpresa e l’esperienza vissuta nella notte pasquale. Ecco un testo che spiega il mistero del Battesimo: «Per tre volte siete stati immersi nell’acqua e per ciascuna delle tre siete riemersi, per simboleggiare i tre giorni della sepoltura di Cristo, imitando, cioè, con questo rito il nostro Salvatore, che passò tre giorni e tre notti nel seno della terra (cfr Mt 12,40). Con la prima emersione dall’acqua avete celebrato il ricordo del primo giorno passato da Cristo nel sepolcro, come con la prima immersione ne avete confessato la prima notte passata nel sepolcro: come chi è nella notte non vede, e chi invece è nel giorno gode la luce, così anche voi. Mentre prima eravate immersi nella notte e non vedevate nulla, riemergendo invece vi siete trovati in pieno giorno. Mistero della morte e della nascita, quest’acqua di salvezza è stata per voi tomba e madre ... Per voi ... il tempo per morire coincise col tempo per nascere: un solo e medesimo tempo ha realizzato entrambi gli eventi» (Seconda Catechesi Mistagogica 4).

Il mistero da afferrare è il disegno di Dio, che si realizza attraverso le azioni salvifiche di Cristo nella Chiesa. A sua volta, alla dimensione mistagogica si accompagna quella dei simboli: essi esprimono il vissuto spirituale che fanno, per così dire, «esplodere». Così la catechesi di Cirillo, sulla base delle tre componenti descritte – dottrinale, morale e, infine, mistagogica –, risulta una catechesi globale nello Spirito. La dimensione mistagogica attua la sintesi delle prime due, orientandole alla celebrazione sacramentale, in cui si realizza la salvezza di tutto l'uomo.

Si tratta, in definitiva, di una catechesi integrale, che – coinvolgendo corpo, anima e spirito – resta emblematica anche per la formazione catechetica dei cristiani di oggi.

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 27 giugno 2007

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La Messa san Cirillo di Gerusalemme

La Santa Messa

SAN CIRILLO DI GERUSALEMME

CATECHESI V MISTAGOGICA

Con lettura dell’Epistola cattolica di S.Pietro: “Deposta quindi ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza ecc.”

 

Passaggio ad altri argomenti

 

  1. Per la misericordia di Dio, nelle precedenti riunioni avete sentito parlare sufficientemente del battesimo, dell’unzione e della comunione del corpo e del sangue di Cristo. Ora si deve passare al seguito. Oggi si pone la corona all’edificio spirituale del vostro profitto.


 

La purificazione da ogni peccato

 

  2. Avete visto il diacono che dava da lavare al celebrante e ai presbiteri che stavano intorno all’altare di Dio. Non dava certamente l’acqua per lo sporco materiale che non c’era. All’inizio siamo entrati in chiesa senza avere lo sporco materiale. Ma lavarsi è simbolo che noi dobbiamo purificarci da ogni peccato e mancanza. Le mani sono simbolo dell’azione e noi lavandole alludiamo naturalmente alla purezza e alla irreprensibilità delle azioni. Non hai sentito il beato Davide che ha spiegato questo mistero :«Laverò le mie mani tra gli innocenti e circonderò il tuo altare, Signore»? Dunque lavarsi le mani non è essere soggetto all’imputazione dei peccati.

 

Il bacio del perdono

 

  3. Poi il diacono avverte a voce alta: «Prendetevi l’un l’altro e salutiamoci scambievolmente». Non pensare che questo bacio sia simile a quelli che avvengono sulla piazza tra amici comuni. Non è nulla del genere. Questo bacio unisce le anime tra loro e le induce ad ogni perdono. Il bacio è segno dunque che le anime si uniscono e cacciano ogni rancore. Per questo il Cristo disse: «Se tu stai facendo la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta sull’altare a va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi vieni a presentare la tua offerta». Dunque il bacio è riconciliazione e, per questo, santo, come dice ad alta voce il beato Paolo: «Salutatevi l’un l’altro nel bacio santo». E Pietro: «Salutatevi l’un l’altro nel bacio della carità».

 

In alto i cuori

 

  4. Poi il sacerdote esclama: «In alto i cuori». Veramente in quel terribile momento bisogna avere in alto il cuore verso Dio e non sulla terra e le cose terrene. Con forza il sacerdote ordina a quel punto di allontanare dalla mente tutti gli affanni della vita, le sollecitudini di casa, e di rivolgere il cuore al cielo, a Dio misericordioso. Allora voi rispondete: «L’abbiamo rivolto al Signore» obbedienti a ciò che voi confessate. Nessuno vi sia che quando con la bocca dice «l’abbiamo rivolto al Signore» abbia per distrazione la mente negli affanni terreni. Sempre bisogna ricordarsi di Dio. Se ciò è impossibile per la debolezza umana, almeno in quel momento bisogna desiderarlo.

 

Rendiamo grazie al Signore

 

  5. Dopo il sacerdote dice: «Rendiamo grazie al Signore». Veramente dobbiamo rendere grazie perché, pur essendo indegni, ci ha chiamato a tanta grazia, perché ci ha riconciliato da nemici, perché ci ha fatto degni dello spirito di filiazione. Allora voi rispondete: «È cosa degna e giusta». Nel rendere grazie noi facciamo una cosa degna e giusta. Egli ha compiuto una cosa più che giusta e ci ha beneficato degnandoci di siffatti beni.

 

Santo, santo, santo il Signore degli eserciti

 

  6. Dopo di ciò ci ricordiamo del cielo, della terra, del mare, del sole e della luna, delle stelle, di tutto il creato ragionevole e irragionevole, visibile e invisibile, degli angeli, degli arcangeli, delle virtù, delle potenze, delle signorie, dei principati, dei troni, dei cherubini dalle molte facce, dicendo fortemente con Davide: «Magnificate con me il Signore». Ci ricordiamo anche dei serafini che Isaia contemplò nello Spirito Santo mentre stavano intorno al trono di Dio. Con due ali nascondevano il volto, con due i piedi, e con due volavano dicendo: «Santo, Santo, Santo il Signore degli eserciti». Perciò noi diciamo la dossologia che ci è stata trasmessa dai serafini, perché partecipi dell’inno siamo partecipi delle schiere celesti.

 

 

Spirito Santo e santificazione

 

  7. Poi santificatici mediante gli inni spirituali, invochiamo Dio misericordioso di inviare lo Spirito Santo sulle offerte perché trasformi il pane in corpo di Cristo e il vino in sangue di Cristo. Ciò che lo Spirito Santo tocca viene santificato e trasformato.

 

Preghiere per le varie intenzioni

 

  8. Poi, dopo che si è compiuto il sacrificio spirituale, il rito incruento, su questa vittima di propiziazione, noi invochiamo Dio sulla pace comune delle chiese, sul buon ordine del mondo, sui re, sugli eserciti e gli alleati, sui malati e sugli afflitti. In una parola, su tutti quelli che hanno bisogno di aiuto noi tutti preghiamo, offrendo questo sacrificio.

 

Preghiera per i defunti

 

  9. Ci ricordiamo di quelli che sono morti, prima dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri perché Dio per le loro preghiere e mediazioni accolga la nostra supplica. Poi dei nostri santi padri e vescovi defunti e di tutti quelli che naturalmente si sono addormentati prima di noi. Crediamo che ci sia un grande vantaggio per le anime, per le quali viene offerta la supplica, quando è presente la santa e tremenda vittima.

 

Dio misericordioso

 

  10. Vi voglio persuadere con un esempio. So che molti dicono: Quale vantaggio ha un anima dopo che esce da questo mondo con i peccati o senza, se viene ricordata durante il sacrificio? Ammettiamo che un re abbia esiliato alcuni che l’hanno offeso. Se alcuni parenti intrecciando una corona gliela offrono per i condannati, il re non darà forse il perdono delle pene? Così noi, presentando a Lui le preghiere per i defunti anche se peccatori, non intrecciamo la corona, ma presentiamo il Cristo immolato per i nostri peccati, rendendoci propizio Dio misericordioso per loro e per noi.

 

Padre nostro

 

  11. Poi tu reciti la preghiere che il Salvatore trasmise ai suoi discepoli. Con coscienza pura chiamando Dio Padre dici: «Padre nostro che sei nei cieli». O grande misericordia di Dio. A coloro che l’avevano abbandonato e si erano trovati all’estremo dei mali, egli ha concesso un tale perdono e partecipazione di grazie da essere chiamato anche Padre. Padre nostro che sei nei cieli. I cieli potrebbero essere anche quelli che hanno l’immagine del cielo, tra i quali Dio abita e si muove.

 

Sia santificato il tuo nome

 

  12. «Sia santificato il tuo nome». Santo per natura è il nome di Dio, sia che lo diciamo sia che non lo diciamo. Tra i peccatori, talvolta, è profanato secondo il detto biblico: «Per voi il mio nome è sempre bestemmiato tra le nazioni». Noi preghiamo che in noi sia santificato il nome di Dio. Certo non preghiamo che dal non essere santo passi ad esserlo, ma che diventi santo in noi che ci santifichiamo e facciamo cose degne di santità.

 

Venga il tuo regno

 

  13. «Venga il tuo regno». È dell’anima pura dire con libertà: «Venga il tuo regno». Chi ha sentito Paolo: «Che il peccato non regni nel vostro corpo mortale» e si è conservato puro nell’azione, nel pensiero e nella parola, potrà dire a Dio: «Venga il tuo regno».

 

Sia fatta la tua volontà

 

  14. «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». Gli angeli beati e divini fanno la volontà di Dio come cantando Davide diceva: «Benedite il Signore, voi tutti angeli suoi, potenti nell’attuare la sua parola». Pregando dunque con intensità dici: Come negli angeli si fa la tua volontà, così anche sulla terra la si compie in me, o Signore.

 

Il pane sostanziale

 

  15. «Dacci oggi il nostro pane sostanziale». Il pane comune non è sostanziale, ma il pane santo è sostanziale, cioè ordinato per la sostanza dell’anima. Questo pane non ha posto nel ventre e non va a finire nella latrina, ma si estende per tutta la tua persona a vantaggio dell’anima e del corpo. «Oggi» sta per ogni giorno come dice Paolo: «Fino a quando si dice oggi».

 

Rimetti a noi i nostri debiti

 

  16. «E rimetti i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Abbiamo molti peccati perché sbagliamo in parole e in pensieri e facciamo molte cose degne di riprovazione. «Se diciamo che non abbiamo peccato, siamo menzogneri», come dice Giovanni. Noi stabiliamo un patto con Dio, pregandolo di perdonare i peccati, come anche noi rimettiamo i debiti al prossimo. Sapendo quali cose riceviamo in cambio, non siamo indecisi né indugiamo a perdonarci a vicenda. Le mancanze commesse verso di noi sono piccole, leggere e conciliabili, mentre quelle da noi fatte a Dio sono grandi e abbiamo bisogno solo della sua misericordia. Guarda dunque che per le offese piccole e leggere verso di te tu non abbia ad impedire il perdono di Dio dei tuoi gravissimi peccati.

 

Non c’indurre in tentazione

 

  17. «E non c’indurre in tentazione», Signore. C’insegna forse il Signore a pregare di non essere mai tentati? Perché dice altrove: «L’uomo non tentato non è provato» e di nuovo: «Considerate, fratelli, suprema gioia quando subite ogni sorta di tentazioni». Però entrare in tentazione non è farsi sommergere dalla tentazione. Infatti la tentazione sembra come un torrente di difficile passaggio. Alcuni che nelle tentazioni non si lasciano sommergere l’attraversano. Sono bravi nuotatori che non si fanno trascinare dal torrente. Gli altri che tali non sono, entrati ne vengono sommersi. Così, ad esempio, Giuda entrato nella tentazione dell’avarizia non la superò, ma sommerso materialmente e spiritualmente si impiccò. Pietro entrò nella tentazione di rinnegamento, ma superandola non ne fu sommerso. Attraversò il torrente con coraggio e non ne fu trascinato. Senti ancora in un altro passo il coro di santi perfetti, che ringrazia di essere scampato alla tentazione. «Tu ci hai provato, o Dio, come l’argento ci passasti al fuoco. Tu ci hai spinto nella rete, tu hai posto sulle nostre spalle le sofferenze; tu hai fatto passare gli uomini sulle nostre teste. Abbiamo attraversato il fuoco e l’acqua e ci hai sospinto verso il refrigerio». Vedi che parlano della loro traversata senza essere andati a fondo?. E tu «ci hai sospinto al refrigerio». Entrare nel refrigerio è essere liberato dalla tentazione.

 

Liberaci dal maligno

 

  18. «Ma liberaci dal maligno». Se il «non indurci in tentazione» significa non essere per nulla tentati, Gesù non avrebbe detto: «Ma liberaci dal maligno». Il maligno è il nostro avversario, il demonio, dal quale preghiamo di essere liberati.

 

  Al termine della preghiera dici: «Amen» sottolineando con l’amen che significa «così sia» ciò che è nella preghiera da Dio insegnata.

 

Le cose sante si santi

 

  19. Dopo il sacerdote dice: «Le cose sante ai santi». Sante sono le offerte che hanno ricevuto la venuta dello Spirito Santo. Santi anche voi che siete stimati degno dello Spirito Santo. Le cose sante si addicono ai santi. Poi voi dite: «Uno solo il santo, uno solo il Signore, Gesù Cristo». Veramente egli solo per natura è santo. Noi, tuttavia, siamo santi non per natura, ma per partecipazione, per esercizio e per preghiera.

 

La comunione dei santi misteri

 

  20. Dopo ascoltate un cantore che con melodia divina vi invita alla comunione dei santi misteri e dice: «Gustate e vedete come è buono il Signore». Non giudicate dalla laringe corporale ma dalla fede indubitabile, voi che mangiaste non il pane e il vino che gustate, ma quello che rappresenta il corpo e il sangue di Cristo.

 

Prendere con cura il pane corpo di Cristo

 

  21. Avvicinandoti non procedere con le palme delle mani aperte, né con le dita separate, ma con la sinistra fai un trono alla destra poiché deve ricevere il re. Con il cavo della mano ricevi il corpo di Cristo e dì: «Amen». Con cura santifica gli occhi al contatto del corpo santo e prendilo cercando di non perdere nulla di esso. Se tu ne perdi, è come se fossi amputato di un tuo membro. Dimmi: se qualcuno ti regalasse delle pagliuzze d’oro non le prenderesti, guardandoti con molta cura dal non perdere nulla di esse e dal non rovinarle? Non salvaguarderai maggiormente ciò che è più prezioso dell’oro e più stimato delle pietre preziose perché non cada neanche un frammento?

 

Il sangue di Cristo

 

 22. Dopo la comunione del corpo di Cristo avvicinati al calice del sangue. Senza stendere la mani, ma inchinandoti e con un gesto di adorazione e di venerazione dì: «Amen», e santificati prendendo il sangue di Cristo. Sino a quando l’umido è sulle labbra toccalo con le mani e santifica gli occhi, la fronte e gli altri sensi. Poi, in attesa della preghiera, rendi grazie a Dio che ti ha degnato di tali misteri.

 

Santificarsi alla venuta del Signore

 

  23. Conservate intatte queste tradizioni e voi stessi conservatevi irreprensibili. Non separatevi dalla comunione, e per macchia del peccato non privatevi di questi sacri e spirituali misteri. Il Dio della pace vi santifichi totalmente. Il vostro corpo, l’anima e lo spirito siano in ogni parte salvaguardati alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo, a cui sia gloria per i secoli dei secoli.

 

 

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L’eucarestia san Cirillo di Gerusalemme

Eucarestia

SAN CIRILLO DI GERUSALEMME

CATECHESI  IV MISTAGOGICA

Con lettura dell’Epistola di S.Paolo ai Corinti: «Io infatti ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso ecc.».

L’eucarestia

 

     1. Questa istruzione del beato Paolo vi rende pienamente consapevoli dei divini misteri di cui siete considerati degni, divenuti un solo corpo e un solo sangue con Gesù Cristo. Ora egli ha proclamato: «Nella notte in cui nostro Signore Gesù Cristo fu tradito, prese il pane e dopo aver reso grazie lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Poi prese il calice e rese grazie disse: Prendete e bevete, questo è il mio sangue». Gesù stesso si è manifestato dicendo del pane: «Questo è il mio corpo». Chi avrebbe ora il coraggio di dubitarne? Egli stesso l’ha dichiarato dicendo: «Questo è il mio sangue». Chi lo metterebbe in dubbio dicendo che non è il suo sangue?

 

Le nozze di Cana

 

     2. Egli di sua volontà una volta cambiò a Cana di Galilea l’acqua in vino, e non è degno di fede se muta il vino in sangue? Invitato alle nozze fisiche fece questo miracolo strepitoso. E noi non lo confesseremo molto più, avendo dato ai figli dello sposo la gioia del suo corpo e del suo sangue?

 

Portatori di Cristo

 

     3. Con ogni sicurezza partecipiamo al corpo e al sangue di Cristo. Sotto la specie del pane ti è dato il corpo, e sotto la specie del vino ti è dato il sangue perché tu divenga, partecipando al corpo e al sangue di Cristo, un solo corpo e un solo sangue col Cristo. Così diveniamo portatori di Cristo, essendosi diffusi il suo corpo e il suo sangue per le nostre membra. Così secondo il beato Pietro noi diveniamo  «partecipi della natura divina».

 

Il fraintendimento degli ebrei

 

     4. Una volta Cristo parlando ai giudei disse: «Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue, non avete in voi la vita». Quelli non intendendo spiritualmente le sue parole se ne andarono scandalizzati, credendo che il Salvatore li invitasse alla sarcofagia.

 

Il pane e il Logos

 

     5. C’erano nell’Antico Testamento i pani della proposizione i quali proprio perché dell’Antico Testamento sono terminati. Nel Nuovo Testamento è un pane celeste e un calice di salvezza che santificano l’anima e il corpo. Come il pane è proprio per il corpo, così il Logos è proprio per l’anima.

 

La fede non i sensi

 

     6. Non ritenerli come semplici e naturali quel pane e quel vino: sono invece, secondo la dichiarazione del Signore, il corpo e il sangue. Anche se i sensi ti inducono a questo, la fede però ti sia salda. Non giudicare la cosa dal gusto, ma per fede abbi la piena convinzione, tu che sei giudicato degno del corpo e del sangue di Cristo.

 

Il calice che inebria

 

     7. Il beato David te ne spiega la forza dicendo: «Tu hai preparato davanti a me una tavola di fronte ai miei oppressori». Questo è ciò che dice. Prima della tua venuta i demoni apprestavano agli uomini una tavola che era insozzata e inquinata e piena di forza diabolica. Ma dopo la tua venuta, o Signore, hai preparato una tavola davanti a me. Quando l’uomo ha detto a Dio: «Hai preparato davanti a me una tavola», che altro significa se non la mensa mistica e spirituale che Dio ci preparò di fronte all’avversario, cioè in opposizione ai demoni? E molto ragionevolmente. Quella tavola aveva la comunione con i demoni, questa la comunione con Dio.  «Tu mi ungesti la testa di olio». Con l’olio ti unse la testa sulla fronte mediante il sigillo di Dio, perché tu divenissi impronta del sigillo, tempio di Dio.  «Come è delizioso il tuo calice che mi inebria!». Tu vedi che qui si parla del calice che Gesù prese tra le mani e rendendo grazie disse: «Questo è il mio sangue sparso per molti in remissione dei peccati».

 

Le tue vesti siano sempre bianche

 

     8. Per questo anche Salomone alludendo a tale grazia dice nell’Ecclesiaste: «Mangia qui il tuo pane con gioia»; il pane spirituale cioè.  «Qui» indica la chiamata di salvezza che beatifica.  «E bevi il tuo vino di buon cuore»: il vino spirituale.  «Versa l’olio sulla tua testa». Non vedi che si allude al crisma mistico? E: «le tue vesti siano sempre bianche perché il Signore si è compiaciuto delle tue opere». Ora il Signore si è compiaciuto delle tue opere. Prima che ti avvicinassi alla grazia,  «vanità delle vanità» erano le tue opere.

     Ora che ti sei spogliato delle vesti antiche ed hai indossato spiritualmente quelle bianche, bisogna che sempre tu sia vestito di bianco. Non diciamo assolutamente questo, che tu vesta sempre di bianco, ma occorre che tu sia rivestito di candore, di splendore, e di spiritualità, perché tu possa dire con il beato Isaia: «Si rallegri la mia anima nel Signore: mi ha fatto indossare il mantello della salvezza, e mi ha ricoperto della tunica della letizia».

 

Il pane spirituale

 

     9. Avendo appreso queste cose, hai piena coscienza che ciò che ti pare pane non è pane, anche se al gusto è tale, ma corpo di Cristo, e il vino che pare vino non è vino, anche se il gusto l’avverte come tale, ma sangue di Cristo. Di ciò anticamente David cantando disse : «Il pane fortifica il cuore dell’uomo, e il suo volto brilla d’olio». Fortifica il tuo cuore, prendendo il pane come spirituale e si rallegri il volto della tua anima. Il tuo volto, discoperto in una coscienza pura, possa riflettere come in uno specchio la gloria del Signore e progredire di gloria in gloria nel Cristo Gesù nostro Signore: al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

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La Cresima San Cirillo di Gerusalemme

Sette Doni Spirito Santo

SAN CIRILLO DI GERUSALEMME

CATECHESI  III  MISTAGOGICA

Con la lettura tolta dalla prima epistola cattolica di Giovanni dalle parole: «Ora voi avete l’unzione (crismazione) ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza» fino a «e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta».

 

L’unzione

 

   1. Battezzati nel Cristo e di Lui rivestiti siete divenuti conformi al Figlio di Dio. Infatti Dio che ci ha predestinati all’adozione a figli, ci ha resi conformi al corpo glorioso di Cristo. Ormai divenuti partecipi di Cristo, siete naturalmente chiamati Cristi. Di voi dice il Signore: «Non toccate i miei Cristi». Siete divenuti Cristi ricevendo il sigillo dello Spirito Santo. Tutto si è compiuto in voi figuratamente, poiché siete le immagini di Cristo.

   Egli dopo che fu battezzato nel fiume Giordano e comunicò alle acque il contatto della sua divinità, ne risalì e su di lui scese lo Spirito Santo nel suo essere. Il simile si posava sul simile. Anche per voi ugualmente quando siete saliti dalla piscina delle sacre acque, fu conferito il crisma, il quale è figura di Colui che unse il Cristo. È lo Spirito Santo di cui il beato Isaia nella profezia parla in persona del Signore: «Lo Spirito del Signore è su di me. Per questo mi ha unto, per mandarmi ad evangelizzare i poveri».

 

L’unzione dello Spirito Santo

 

   2. Cristo non fu unto di olio o di profumo materiale dall’uomo, ma dal Padre, avendolo designato Salvatore di tutto il mondo, lo unse di Spirito Santo, come Pietro disse: «Dio unse Gesù di Nazaret di Spirito Santo». Il profeta David esclamava: «Il tuo trono, o Dio, è per i secoli dei secoli. Lo scettro di giustizia è lo scettro del tuo regno. Tu hai amato la giustizia e odiato l’iniquità. Per questo Dio, il tuo Dio, ti ha unto dell’olio di letizia sopra i tuoi eguali».

   Come il Cristo fu veramente crocifisso e sepolto e risuscitò, anche voi, per il battesimo, in similitudine siete stati degni di essere con lui crocifissi, sepolti e resuscitati. Così per il crisma. Egli è stato unto dell’olio spirituale di esultazione, cioè dello Spirito Santo chiamato olio di esultazione perché è l’autore della gioia spirituale. Voi siete stati unti di balsamo divenendo partecipi e compagni di Cristo.

 

Lo Spirito Santo Vivificatore

 

   3. Attento però a non pensare che quello sia un semplice balsamo. Come il pane dell’eucarestia, dopo l’invocazione dello Spirito Santo non è più semplice pane, ma corpo di Cristo, così anche questo sacro balsamo, dopo l’invocazione, non è più semplice balsamo, o come si potrebbe dire comune, ma crisma di Cristo, divenuto efficace della sua divinità per la presenza dello Spirito Santo. Ti vengono unti simbolicamente di quel balsamo la fronte e tutti gli altri sensi. Il corpo è unto di questo balsamo visibile, ma l’anima è santificata dallo Spirito Santo vivificatore.

 

L’unzione delle diverse parti del corpo

 

  4. Innanzi tutto siete stati unti sulla fronte per essere liberati dalla vergogna che il primo uomo prevaricatore portava ovunque, e per contemplare col viso scoperto la gloria del Signore come in uno specchio. Poi sugli orecchi perché abbiate gli orecchi di cui ebbe a dire Isaia: «Il Signore mi ha dato un orecchio per intendere». E il Signore nei vangeli: «Chi ha orecchi per intendere intenda». Poi sulle narici affinché, ricevendo il profumo di Dio, possiate dire: «Noi siamo per Dio il buon odore di Cristo tra quelli che sono salvi». Poi sul petto perché: «rivestiti della corazza della giustizia possiate resistere agli inganni del diavolo». Come il Salvatore, dopo il battesimo e la discesa dello Spirito Santo, uscì a combattere contro l’avversario, così anche voi dopo il santo battesimo e la mistica unzione, rivestiti della intera armatura dello Spirito Santo, resistete alla potenza avversaria e combattetela dicendo: «Posso tutto in Cristo che mi dà la forza».

 

Il nome cristiano

 

   5. Giudicati degni di questa santa cresima siete stati chiamati cristiani, inverando per la vostra rigenerazione anche il nome. Infatti, prima di essere degni del battesimo e della grazia dello Spirito Santo, non eravate sufficientemente meritevoli, ma v’incamminavate per divenire cristiani.

 

Le prefigurazioni bibliche

 

   6. Bisogna sapere che il simbolo della cresima si trova nell’antica Scrittura. Infatti, quando Mosè comunicò al fratello l’ordine di Dio di costituirlo sommo sacerdote, lo lavò nell’acqua e lo unse. Fu chiamato Cristo per questa unzione naturalmente simbolica. Così il sommo sacerdote elevando Salomone a Re lo unse dopo che si bagnò nel torrente Ghicon. Ma queste cose avvenivano loro simbolicamente. Invece, per voi non è in figura ma in verità, perché di chi fu unto in realtà dallo Spirito Santo è il principio della vostra salvezza. Egli è come la primizia e voi siete la massa di pasta. Se la primizia è santa, la santità si trasmetterà certamente alla massa di pasta.

 

Conservare l’unzione

 

   7. Conservate senza macchia la cresima che vi sarà maestra in tutto, se rimane in voi, come avete ora ascoltato le parole del beato Giovanni che ha fatto molte considerazioni sull’unzione. Essa è la santa e spirituale salvaguardia del corpo e la salvezza dell’anima.

   Di questa unzione sin dai tempi antichi il beato Isaia profetizzava dicendo: «Il Signore opererà per tutti i popoli su questo monte». Egli chiama monte anche altrove come quando dice: «Negli ultimi giorni sarà visibile il monte del Signore»; «berranno vino, berranno allegria, si ungeranno di balsamo». Per esortarti a comprendere questo balsamo, come mistico, dice: «Dai tutto questo ai popoli: il disegno del Signore è su tutti i popoli».

   Unti di questo sacro balsamo custoditelo puro e irreprensibile in voi progredendo nelle buone opere e divenendo accetti all’autore della nostra salvezza, Gesù Cristo: cui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

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Spiegazione del Battesimo San Cirillo di Gerusalemme

Battesimo

CATECHESI  II  MISTAGOGICA

Con lettura dell’Epistola ai Romani, dalle parole: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella sua morte» fino a «non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia».

La spiegazione dei riti del battesimo

     1. Sono a voi utili queste istruzioni quotidiane sui misteri e i nuovi insegnamenti che proclamano nuove situazioni, tanto più che voi siete stati rigenerati dal vecchio al nuovo. Per questo è necessario che io per ordine vi esponga il seguito della mistagogia di ieri per comprendere la simbologia dei riti che si sono svolti su di voi nell’interno dell’edificio.

 

Spogliarsi della tunica

     2. Appena entrati vi siete tolti la tunica. Ciò per la raffigurazione che si eliminava l’uomo vecchio con le sue abitudini. Spogliati siete rimasti nudi, imitando in ciò Cristo nudo sulla croce. Egli nella nudità spogliò i principati e le potestà trionfando a fronte alta sulla croce. Poiché nelle vostre membra si nascondevano le potenze avverse, non vi è più permesso portare la vecchia tunica. Non vi parlo minimamente della tunica visibile, ma dell’uomo vecchio che si corrompe nelle passioni ingannatrici. L’anima che una volta se ne sia spogliata non se ne rivesta di nuovo, ma dica con la sposa di Cristo nel “Cantico dei Cantici”: «Mi sono spogliata della tunica, perché indossarla?». Che meraviglia! Siete stati nudi davanti agli occhi di tutti e non vi siete arrossiti. Portavate veramente l’immagine del primo uomo Adamo, che nel paradiso era nudo e non si vergognava.

L’unzione

     3. Poi svestiti siete stati unti con l’olio esorcizzato, dalla cima dei capelli sino all’estremità del corpo, divenendo partecipi del buon ulivo che è Gesù Cristo. Recisi dall’oleastro siete stati innestati nell’ulivo buono e siete divenuti partecipi dell’abbondanza dell’ulivo. L’olio esorcizzato simboleggia la partecipazione all’abbondanza del Cristo che mette in fuga ogni traccia di potenza avversa. Come le insufflazioni dei Santi e la invocazione del nome di Dio e la preghiera riceve una tale forza che non solo purifica bruciando le tracce dei peccati, ma anche insegue le potenze invisibili del maligno.

Morte e vita

     4. Dopo per mano siete stati condotti alla santa piscina del divino battesimo come il Cristo dalla croce alla tomba che vi è davanti. Ognuno è stato interrogato se crede nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Avete fatto la confessione salutare e vi siete immersi per tre volte nell’acqua e di nuovo siete risaliti simboleggiando la sepoltura di tre giorni del Cristo. Come il nostro Salvatore passò tre giorni e tre notti nel cuore della terra, così anche voi con la prima emersione avete imitato il primo giorno del Cristo sottoterra e nella immersione la notte. Colui che è nella notte più non vede e chi, invece, è nel giorno vive la luce, così nella immersione, come nella notte, nulla vedete, ma nella emersione di nuovo vi trovate come nel giorno. Nello stesso tempo siete morti e rigenerati. Quest'acqua salutare fu la vostra tomba e la vostra madre. Ciò che disse Salomone per altre cose si può adattare a voi. Nel passo infatti disse: «C'è il tempo di nascere e il tempo di morire». Per voi l'inverso: il tempo di morire è il tempo di nascere. Un solo tempo ha conseguito le due cose: la vostra nascita ha coinciso con la morte.

La realtà della salvezza

     5. O cosa strana e paradossale! Non siamo veramente morti, né veramente seppelliti, né veramente crocifissi e risuscitati, ma l’imitazione in immagine è salvezza nella realtà. Il Cristo è stato realmente crocifisso, realmente seppellito e realmente è risorto. Ogni grazia ci è stata elargita perché partecipando alle sue sofferenze lo imitiamo guadagnando in realtà la salvezza. O misericordia senza misura! Cristo ha ricevuto i chiodi nelle sue mani pure ed ha sofferto; a me, invece, senza soffrire e penare, per la partecipazione è donata la salvezza.

Simbolo della passione di Cristo

     6. Nessuno creda che il battesimo conferisca solo la remissione dei peccati e la grazia dell’adozione di figlio, come il battesimo di Giovanni che procura soltanto la remissione dei peccati. Ma noi sappiamo esattamente che come è la purificazione dei peccati e l’intermediario del dono dello Spirito Santo, così è il simbolo della passione di Cristo. Per questo Paolo poco fa ha proclamato altamente: «Ignorate che quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi siamo stati sepolti con lui mediante il battesimo». Questo diceva forse per alcuni che ammettevano il battesimo come intermediario della remissione dei peccati e della figliolanza dell’adozione e non la partecipazione in figura della vera passione di Cristo.

Una stessa pianta

     7. Sappiamo dunque che quanto Cristo sopportò, l’ha sofferto in realtà e non in apparenza per noi e per la nostra salvezza, e noi diveniamo partecipi della sua passione. Paolo lo proclama con tutta franchezza: «Se siamo divenuti una stessa pianta con lui per la somiglianza nella sua morte, lo saremo anche per la resurrezione». Ben detto: «una stessa pianta». Qui fu piantata la vera vigna e noi, per la partecipazione al battesimo della morte, siamo divenuti una stessa pianta con lui. Approfondisci con molta attenzione le parole dell’Apostolo. Non dice: se siamo divenuti una medesima pianta con lui per la morte, ma per la somiglianza alla sua morte. In realtà in Cristo c’è stata la morte vera, l’anima si è separata dal corpo, la sua sepoltura fu vera e il suo santo corpo fu avvolto in un lenzuolo puro. In lui tutto è veramente avvenuto. Per noi è solo una somiglianza di morte e di sofferenze, ma per la salvezza non è somiglianza, ma verità.

Una nuova vita

     8. Abbastanza istruiti in queste cose vi prego di ritenerle a memoria perché io indegno vi possa dire: «Vi amo perché sempre vi ricordate di me, ritenendo le tradizioni che vi ho trasmesso». Dio è potente. Egli che da morti vi ha reso vivi, vi concede di condurre una nuova vita. A lui la gloria e la potenza ora e per i secoli. Amen.

 

 

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Eucaristia - Battesimo san Cirillo di Gerusallemme

Eucarestia

CATECHESI I MISTAGOGICA

Con lettura della prima epistola cattolica di Pietro, dalle parole: «Siate temperanti, vigilate» fino alla fine dell’epistola.

Riflettere sul battesimo

 

   1. Desideravo da tempo, o veri e amati figli della chiesa, di parlarvi di questi misteri spirituali e celesti. Ma ben sapendo che l’occhio ha più credibilità dell’orecchio, ho atteso la presente circostanza. Vi guiderò trovandovi più disponibili alle cose da dire per questa serata, nel prato del paradiso più luminoso e odoroso. Siete nelle condizioni migliori e più sensibili ai misteri divini, per il battesimo divino e vivificante. Dunque, bisogna ormai imbandire la tavola degli insegnamenti di perfezione. Ve li daremo con molta cura perché voi possiate percepire ciò che è avvenuto per voi in questa sera del battesimo.

Rinunzia a satana, il Faraone

 

   2. Siete prima venuti nella parte esterna dove si amministra il battesimo e rivolti verso occidente avete ascoltato e vi è stato ordinato di stendere la mano rinunziando a satana come se fosse presente. È necessario per voi sapere che questo nella storia antica era una figura. Quando il Faraone, tiranno aspro e crudele, angariava il popolo libero e generoso degli ebrei, Dio mandò Mosè a farli uscire da questa dura schiavitù degli egiziani. Le porte furono unte col sangue dell’agnello, perché lo sterminatore risparmiasse le case che avevano il segno del sangue, e il popolo degli ebrei fu inaspettatamente liberato. Mentre li inseguiva, dopo che si erano liberati, vide che straordinariamente il mare si apriva davanti a loro. Tuttavia andò avanti, calcando orma su orma e improvvisamente fu sommerso e inghiottito in mezzo al Mar Rosso.

 

Mosè e Cristo

 

   3. Trasferisciti con me ora dalla cose antiche alle nuove, dal simbolo alla realtà. Lì era Mosè, da Dio mandato in Egitto, qui Cristo dal Padre mandato nel mondo. Lì per fare uscire dall’Egitto il popolo oppresso, qui perché Cristo liberasse quelli che nel mondo sono oppressi dal peccato. Lì il sangue dell’agnello fu la deviazione dello sterminatore, qui il sangue dell’Agnello immacolato Gesù Cristo è il rifugio contro i demoni. Il tiranno inseguì l’antico popolo fino al mare, e il demonio audace, turpe e principe del male ti inseguì sino alle stesse sorgenti della salvezza. Quello fu sommerso nel mare, questo scomparve nell’acqua della salvezza.

 

La rinunzia a satana

 

   4. Tu poi ti senti ordinare di stendere la mano e dire come ad uno che ti è presente: «Rinunzio a te, satana». Voglio anche spiegarvi perché vi siete voltati ad occidente. È opportuno. L’occidente è il luogo delle tenebre visibili, una oscurità che essendo tenebrosa nelle tenebre ha il potere. Per questo simbolicamente guardando verso occidente, avete rinunziato a quel principe oscuro e tetro. Che cosa, stando in quella posizione, disse a ciascuno di voi? «Rinunzio a te, satana, cattivo e crudele tiranno e non temo più la tua forza. Cristo l’ha distrutta, partecipando con me al sangue e alla carne. Egli ha abolito mediante le sofferenze la morte con la morte in modo che io non sia più soggetto alla schiavitù. Rinunzio a te serpente ingannevole e capace di tutto. Rinunzio a te che sei insidioso e simulando amicizia hai compiuto ogni malvagità. Tu hai ispirato ai nostri protoparenti l’apostasia. Rinunzio a te, satana, autore e complice di ogni malvagità».

 

Le opere di satana

 

   5. Nella seconda parte della formula poi tu impari a dire: «E alle tue opere». Le opere di satana sono tutti i peccati, dai quali bisogna stare lontano, come chi fugge per sempre dal tiranno getta anche le sue armi. Ogni specie di peccato si inserisce nelle opere del diavolo. Inoltre sappi che quanto tu dici soprattutto in quel terribile momento viene scritto lettera per lettera nei libri invisibili di Dio. Dunque commettendo qualche cosa che sia, invece, contraria, sarai giudicato come spergiuro. Rinunzia perciò alle opere di satana, dico; ad ogni opera e pensiero che siano contrari alla parola promessa.

 

La pompa del diavolo

 

   6. Poi tu dici: «Ad ogni sua pompa». La pompa del diavolo è la mania del teatro, delle corse dei cavalli, della caccia e di ogni simile vanità, da cui pregando di essere liberato il santo chiede a Dio: «Distogli i miei occhi dal guardare le cose vane». Non ti sia gradita la passione per il teatro, ove si hanno gli spettacoli dissoluti dei mimi, che sono di violenza e di ogni indecenza, e le danze furiose di uomini effeminati. Nè la passione di quelli che nella caccia si espongono alle fiere per lusingare il loro sventurato stomaco. Per prendersi cura dei cibi per il ventre, diventano veramente cibo del ventre di bestie feroci. A dirla esplicitamente, per il dio ventre espongono la loro vita in combattimenti sui precipizi. Fuggi le corse dei cavalli, spettacolo frenetico che fa scadere le anime. Tutto questo è la pompa del diavolo.

 

La contaminazione

 

   7. Ma anche quello che si appende nei templi degli idoli e nelle feste, come carni, pani e altre simili cose contaminate dalla invocazione di demoni infami, è da inserire nella pompa del diavolo. Il pane e il vino dell’eucarestia prima della santa epiclesi dell’adorabile Trinità, erano pane e vino comuni. Dopo l’epiclesi, invece, il pane diventa corpo di Cristo e il vino sangue di Cristo. Allo stesso modo gli alimenti della pompa di satana, che sono per loro natura comuni, con l’invocazione dei demoni diventano impuri.

Il culto del diavolo

 

     8. Dopo ciò tu dici: «E al suo culto». Il culto del diavolo è la preghiera nei templi pagani e tutto ciò che si fa ad onore degli idoli insensibili: accendere le lampade e bruciare incenso alle sorgenti dei fiumi, come <fanno> alcuni ingannati dai sogni o dai demoni. Si arriva a questo credendo di trovare la guarigione dei mali corporali. Non partecipare a cose siffatte. Gli auspici, la divinazione, gli auguri, gli amuleti, le scritte sulle lamine, le magie, ed altri malefici e altre pratiche simili sono culto del diavolo. Fuggine dunque lontano. Se vi ricadi, dopo esserti allontanato da satana per aderire a Cristo, tu sperimenterai un tiranno più crudele. Egli prima ti trattava come un familiare e ti risparmiava una dura schiavitù, ora invece è molto inferocito contro di te. E tu sarai privato di Cristo e proverai quello. Non hai ascoltato la “Storia antica” che ci racconta di Lot e delle sue figlie? Non fu salvato con le figlie raggiungendo la montagna, mentre la moglie divenne una colonna di sale, immobilizzata per sempre nel ricordo della cattiva intenzione e del voltarsi indietro? Attenzione dunque a te stesso e non ritornare indietro, dopo aver messo la mano all’aratro, all’amara consuetudine di questa vita. Ma fuggi sulla montagna verso Gesù Cristo, la pietra non tagliata con le mani che ha riempito l’universo.

 

La professione di fede verso oriente

 

     9. Quando tu rinunzi a satana, cancellando ogni patto con lui, tu distruggi le vecchie alleanze con l’inferno. Ti si apre il paradiso di Dio, che piantò ad oriente da dove per la disubbidienza fu esiliato il  nostro primo genitore. E simbolo di ciò è il tuo voltarti da occidente ad oriente, regione della luce. Allora ti si disse di pronunziare: «Credo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo e in un solo battesimo di penitenza». Di questo, ti è stato largamente parlato, nelle catechesi precedenti, come la grazia di Dio ci ha concesso.

 

Sii vigile

 

     10. Rafforzato da queste parole, sii vigile. Infatti «il nostro avversario il diavolo - come si è letto prima - si aggira come un leone, cercando chi divorare». Nel passato divorava la morte che aveva il sopravvento. Dopo il sacro lavacro della rigenerazione, Dio ha tolto il pianto da ogni volto. Non piangerai più, spogliato dell’uomo vecchio, ma festeggerai, avendo indossato l’abito della salvezza Gesù Cristo.

 

Il Santo dei Santi

 

     11. Questo è avvenuto nell’edificio esteriore. Dio volendo, quando per ordine con i discorsi mistagogici entreremo nel Santo dei Santi, allora conosceremo i simboli delle cose che si compiono. A Dio gloria, potenza e grandezza con il Figlio e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli.

 

 

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La Risurrezione dei Morti san Cirillo da Gerusalemme

La Risurrezione Dai Morti di Marko Ivan Rupnik

"La Risurrezione Dai Morti di Marko Ivan Rupnik"

Cirillo di Gerusalemme

 

LE CATECHESI AI MISTERI

 

CATECHESI XVIII PREBATTESIMALE

 

 

Diciottesima catechesi dei battezzandi tenuta a Gerusalemme sul «Credo» “in una Chiesa santa cattolica e nella resurrezione della carne e nella vita eterna”. Lettura da Ezechiele “La mano del Signore fu su di me e mi rapì nello spirito del Signore e mi pose nel mezzo della pianura che era piena di ossa umane”, ecc.

 

 

La speranza della resurrezione

 

1. La radice di ogni opera di bene è la speranza della resurrezione. L’attesa della mercede, infatti, rafforza l’anima nella buona azione. Ogni operaio è pronto ad assoggettarsi alle fatiche se vede un guadagno delle fatiche stesse. Per quelli che lavorano senza la mercede scade l’anima con il corpo. Il soldato che si aspetta il premio del combattimento è pronto alle guerre. Nessuno militando per un re senza giudizio e che non riconosce i premi delle fatiche, è pronto ad affrontare la morte per lui. Così anche ogni anima che crede nella resurrezione giustamente ha cura di sé; quella che, invece, non crede nella resurrezione è consegnata alla rovina. Chi crede che il corpo attende la resurrezione ha cura della veste e non lo contamina con la fornicazione. Chi non crede alla resurrezione si dà alla fornicazione abusando del suo corpo come se fosse di un altro.

 Grande dottrina e lezione della santa Chiesa cattolica è la fede nella resurrezione dei morti. Grande e necessaria dottrina oppugnata da molti e comprovata dalla verità. I greci la combattono, i samaritani la negano, gli eretici la scherniscono. La contraddizione è multiforme, ma la verità è uniforme.

 

La decomposizione del cadavere

 

2. I greci e ugualmente i samaritani adducono contro di noi questi motivi. L’uomo che è morto cade, si decompone e tutto si dissolve in vermi che anche muoiono. Tanta putredine e decomposizione riceve il corpo!… In che modo dunque risorge? I pesci hanno mangiato i naufraghi ed i pesci stessi vengono mangiati. Orsi e leoni maciullandole hanno divorato anche le ossa di quelli che combattono contro le belve. Avvoltoi e corvi, beccano le carni di cadaveri giacenti per terra, volano per tutto il mondo. Dove si ricompone quel corpo? Può darsi che degli uccelli che l’hanno mangiato, chi muore in India, chi in Persia, chi nella terra dei goti. Vento e pioggia disperdono la stessa cenere di quelli che vengono cremati. Dove si ricompone il corpo?

 

A Dio tutto è vicino

 

3. Per te che sei piccolo uomo e debole, l’India è lontana dalla terra gotica e la Spagna dalla Persia. A Dio, invece, che tiene tutta la terra in un pugno, tutto è vicino. Non accusare Dio d’impotenza dalla tua debolezza, piuttosto considera la sua potenza. Il sole che è una piccola opera di Dio con la semplice diffusione dei raggi riscalda tutto il mondo, e l’aria che Dio fece circonda quanto è nel mondo. Dio artefice del sole e dell’aria è lontano dal mondo?

 Supponi che siano stati mischiati insieme semi diversi per natura (a te che sei debole nella fede propongo esempi di poco momento) e che questi diversi semi siano racchiusi in un solo tuo pugno. Per te che sei uomo è arduo o facile distinguere nel tuo pugno, riunire e assegnare al suo genere ciascuno dei semi diversi, secondo la propria natura? Dunque se tu sei capace di distinguere ciò che è contenuto nella tua mano, Dio non può distinguere e assegnare quanto è nel suo pugno? Considera ciò che dico: è empio negarlo.

 

La giustizia di Dio

 

4. Segui lo stesso criterio di giustizia ed entra in te stesso. Hai diversi domestici, alcuni sono buoni, altri cattivi. Tu rispetti i buoni e castighi i cattivi. Se tu sei giudice lodi i buoni e punisci gli scellerati. Se in te che sei uomo mortale si salva il senso del giusto, in Dio che è il re di tutto senza successore non c’è la rimunerazione della giustizia? È empio negarlo. Considera ciò che dico. Molti omicidi sono morti impuniti nel loro letto. Dov’è la giustizia di Dio? Spesso a un assassino reo di cinquanta omicidi venne solo per una volta tagliata la testa. Dove sconterà la pena per i quarantanove? Se dopo questo mondo non ci fosse un giudizio e una retribuzione, tu accuseresti Dio di ingiustizia.

 Non ti meravigliare per il differimento del giudizio. Chi è in gara dopo la fine della competizione è incoronato o vituperato. Mai l’arbitro incorona quelli che sono in gara, ma attende che tutti finiscano di gareggiare perché dopo la graduatoria distribuisca il premio e la corona. Così anche Dio, mentre il combattimento dura nel mondo aiuta parzialmente i giusti, poi li ricompensa pienamente, alla fine.

 

 La coscienza della resurrezione

 

5. Se la resurrezione dei morti per te non esiste perché condanni i violatori dei sepolcri? Se il corpo si dissolve e la resurrezione è senza speranza, perché chi viola il sepolcro incorre in una pena? Vedi che anche se tu neghi con le labbra, rimane piena in te la coscienza della resurrezione.

 

Morti risorgeremo

 

6. Un albero abbattuto rifiorisce e l’uomo abbattuto non rifiorisce? Ciò che è stato seminato e mietuto rimane sull’aia e l’uomo reciso da questo mondo non rimane sull’aia? I tralci della vite e i rami degli alberi completamente tagliati, trapiantati, ricevono la vita e portano frutto, l’uomo, poi, per il quale le piante esistono, una volta sotterrato non risorgerà? Al confronto delle fatiche quale è più grande, plasmare una statua che da principio non c’era, o rifare di nuovo con la stessa forma una che si era rotta? Dio che ci fece dal nulla, non potrà di nuovo far risorgere quelli che c’erano e sono morti?

 Ma tu non credi a quanto è scritto sulla resurrezione perché sei greco. Contempla dalla natura questo e rifletti sulle cose che sino ad oggi si vedono. Si semina il frumento, se piace, o qualsivoglia genere di semi. Appena cade, come se morisse, va in putrefazione ed è inutile al nutrimento. Ma quello putrefatto risorge verdeggiante e caduto piccolo risorge bellissimo. Il frumento è fatto per noi. Per il nostro uso il frumento e i semi sono fatti, non per se stessi. Quelle cose che per noi sono state create, morte rivivono, e noi, motivo per i quali esse vivono, morti non risorgeremo?

 

Dio ogni anno opera la resurrezione

 

7. È tempo d’inverno come vedi. Gli alberi sono come morti. Dove sono ora le foglie del fico? Dove i grappoli della vite? Nell’inverno questi sono morti e nella primavera verdeggianti e quando viene il tempo, allora, come dalla morte, rinasce la forza della vita. Dio guardando la tua infedeltà in queste cose fenomeniche opera ogni anno la resurrezione perché, vedendo ciò nelle cose inanimate, lo ritieni anche sulle animate. Le mosche e le api spesso annegate nell’acqua dopo un po’ risorgono, e il genere delle lamprede d’inverno rimane immobile e d’estate poi risorge. A te che pensi cose umili e vili ti vengono dati simili esempi. Ora chi concede ad esseri irragionevoli e deprecabili di vivere oltre la natura, egli stesso a noi, per i quali fece quelle cose, non la concederà?

 

La fenice

 

8. Ma I greci cercano una evidente resurrezione dei morti e dicono che anche se queste cose risorgono, non del tutto sono andate in putredine. Essi cercano di vedere apertamente l’animale putrefatto che risorge. Dio conosceva tale incredulità degli uomini e per questo creò l’uccello chiamato fenice. Esso, come scrive Clemente e i più narrano, è unigenito e venendo dalla terra d’Egitto a intervalli di cinquecento anni dimostra la risurrezione. <Lo dimostra> non nei luoghi deserti, ma perché sia conosciuto il mistero che avviene, in una città illustre in modo che l’incredibile sia toccato con mano.

 Costruitosi un nido di mirra, di incenso e di altri aromi in un ciclo completo di anni, entratovi, agli occhi di tutti muore e imputridisce. Poi, dalla putrefazione della carne morta, nasce un verme e questo crescendo prende la forma di un uccello. Credi alla cosa. Come del genere delle api, così vedi formarsi dai vermi e dalle liquidissime uova penne di uccelli, ossi e nervi che spuntano. Poi la suddetta fenice, mettendo le penne e divenuta perfetta quale era la prima fenice, vola nell’aria, come anche quella che era morta, mostrando agli uomini apertamente la resurrezione dei morti.

 Meraviglioso uccello è la fenice, ma uccello irragionevole che mai canta a Dio. Vola nell’aria, ma non sa che sia l’unigenito figlio di Dio. A questo animale irrazionale che non conosce il suo creatore è data la resurrezione dai morti. A noi, poi, che glorifichiamo Dio e osserviamo i suoi precetti non è data la resurrezione?

 

La vita e la resurrezione

 

Ma poiché è lontano e raro l’esempio della fenice, e <molti> non lo credono ancora, prendi una dimostrazione di quelle cose che ogni giorno accadono. Cento o duecento anni prima, tutti quelli che parliamo e ascoltiamo dove eravamo? Ignoriamo forse il principio della costituzione dei nostri corpi? Non sai che siamo nati da elementi deboli, informi e uniformi? L’uomo è formato da questo elemento uniforme e debole; e ciò che è debole divenuto carne si muta nella robustezza dei tendini e nello splendore degli occhi, nell’olfatto del naso, nell’udito degli orecchi, nella lingua che parla, nel cuore che palpita, nell’operosità delle mani, nella velocità dei piedi e in tutte le membra. E ciò che è debole diviene un fabbricatore di navi, costruttore di case, architetto e operaio di arte, soldato, principe, legislatore e re. Dio che, pertanto, ci fece da vili elementi non può farci risorgere quando siamo morti? Chi ha dato corpo a una cosa vilissima non può far di nuovo risorgere un corpo che è morto? Chi ha creato ciò che non c’era, non potrà far risorgere ciò che esisteva ma è morto?

 

Le dimostrazioni raziocinanti

 

 10. Eccoti una dimostrazione evidente della resurrezione dei morti nel cielo e tra gli astri attestata ogni mese. Infatti il corpo della luna completamente esaurito, in modo che nulla si vede più, di nuovo aumenta e si stabilisce in ciò che era prima. Per una dimostrazione perfetta della cosa, la luna, dopo una serie di anni sparita, si cambia manifestamente in sangue e di nuovo prende il corpo splendente. Dio ha preparato ciò perché tu, uomo, che sei formato dal sangue credessi alla resurrezione dei morti e ciò che vedi nella luna lo credessi anche per te. Con i greci usa queste argomentazioni. Con quelli che non recepiscono le Scritture combatti con armi non scritturistiche, ma prese solo dalle dimostrazioni raziocinanti. Da loro non è recepito né chi è Mosè, ne chi Isaia, né il Vangelo, né Paolo.

 

Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe

 

 11. Passa ora ai samaritani che accettano solo la Legge e non ammettono i profeti. Ad essi è inefficace come sembra la presente lettura di Ezechiele. Non accettano, come dicevo, i profeti. Come persuaderemo i samaritani? Veniamo ora agli scritti della Legge. Dio dice a Mosè: «Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» che ci sono e sussistono. Se Abramo, Isacco e Giacobbe fossero morti, egli sarebbe Dio di quelli che non esistono. Quando mai un re ha detto di essere il re dei soldati che non ha? Quando mai uno ha mostrato la ricchezza che non possiede? Bisogna che Abramo, Isacco e Giacobbe esistano perché Dio sia Dio di quelli che esistono. Non disse ero di quelli, ma sono. Si tratta del giudizio. Abramo dice al Signore: «Chi giudica tutta la terra non praticherà il giudizio?».

 

Analogie del Vecchio Testamento

 

 12. I samaritani insensati contestano e dicono: ammesso che le anime di Abramo, di Isacco e di Giacobbe rimangono, i loro corpi, però, non possono risorgere. Se fu possibile che la verga di Mosè, il giusto, divenisse drago, non è possibile che i corpi dei giusti vivano e risorgano? Ciò che è avvenuto contro natura, non può ricostituirsi secondo natura? Anche la verga di Aronne recisa e morta germogliò senza umore di acqua. Pur trovandosi al coperto, tuttavia, germogliò come nei campi. Era in luoghi aridi e in una notte diede i frutti delle piante da tempo irrigate. Se la verga di Aronne risuscitò dai morti, non può risuscitare Aronne? Dio che per conservargli il sommo sacerdozio compì il miracolo nel legno, non può dare la resurrezione ad Aronne? Una donna contro natura diventò sale. Se la carne si muta in sale, la carne non si può ricostituire in carne? La moglie di Lot divenne una statua di sale e non può risorgere la moglie di Abramo? Da quale potenza fu cambiata la mano di Mosè che in un’ora divenne come neve e poi ritornò come prima? Certamente per comando divino. Allora il comando divino era efficace, ora non più?

 

Gli increduli

 

 13. O samaritani, i più stolti di tutti, sin da principio come fu fatto l’uomo? Andate al primo libro della Scrittura che anche voi accettate: «E Dio formò l’uomo dalla polvere di terra». La polvere fu mutata in carne, e la carne non si può ricostituire di nuovo in carne? Bisogna chiedervi come furono fatti i cieli, la terra e il mare? Come il sole, la luna e gli astri? Come dalle acque gli uccelli e i pesci? Come dalla terra tutti gli animali? Tante miriadi di creature passarono dal non essere all’essere e noi uomini che abbiamo l’immagine di Lui non risorgeremo? Veramente la cosa è piena di incredulità e grande è la condanna contro gli increduli. Abramo chiama il Signore giudice di tutta la terra e quelli che imparano la Legge sono increduli. È scritto che l’uomo viene dalla terra ma quelli che leggono non credono.

 

Nella vita terrena il tempo del pentimento

 

 14. Questo per gli infedeli, ma per noi che crediamo vale ciò che risulta dai profeti. Alcuni che ricorrono ai profeti non credono alle Scritture e ci adducono:

     Non si alzeranno gli empi nel giudizio;

     Se l’uomo scende nell’Ade non ne sale più;

     Non ti loderanno i morti, o Signore;

Essi fanno cattivo uso di quello che è scritto bene.

Ma conviene andare incontro anche ad essi come è permesso.

  Se si dice che gli empi non risorgono nel giudizio significa questo: che risorgeranno non nel giudizio, ma nella condanna. Dio non ha bisogno di molta indagine; nel momento in cui gli empi risorgono li seguirà la condanna. Se si dice che i morti non loderanno te, o Signore, significa che solo in questa vita c’è spazio per la penitenza e il perdono. Quelli che lo utilizzano ti loderanno. Dopo il decesso non è lecito a quelli che muoiono nei peccati, come beneficati, lodare, bensì rimpiangere. La lode è di coloro che sono grati, il pianto è dei fustigati. Allora i giusti loderanno e quelli che sono morti nei peccati non hanno più tempo utile per il pentimento.

 

Le profezie dei profeti sulla resurrezione

 

 15. Per quanto concerne: «se l'uomo scende nell'Ade non ne sale più» vedi il seguito. È scritto infatti: «non ne sale più né ritorna alla propria casa». Tutto il mondo passerà ed ogni casa sarà distrutta. Come potrà tornare alla sua casa se ci sarà poi un'altra terra nuova? Bisognava che avessero ascoltato Giobbe che dice: «Per l'albero c'è la speranza. Se fu tagliato, di nuovo germoglierà e il suo virgulto non cessa. Se la radice invecchia nel terreno e il tronco perisce al suolo, germoglierà dall'umore dell'acqua e farà la chioma come una pianta giovane. L'uomo che muore scompare? Il mortale deceduto non c'è più?». Per infondere pudore e rossore (così è da leggere interrogativamente non c'è più) dice che il legno muore e risorge. Ma l'uomo per il quale gli alberi furono fatti, non risorgerà?

  Perché tu non creda che io forzi il testo leggi il seguito. Dopo aver detto, interrogando: «L'uomo deceduto non c'è più?», aggiunge «se, infatti, l'uomo muore, vivrà». E subito dice: «Aspetterò sino a quando di nuovo io divenga». E altrove ancora: «Egli resusciterà sulla terra la mia pelle che sopporta queste cose».

  Il profeta Isaia dice: «I morti risorgeranno e risusciteranno quelli che sono nelle tombe». Apertamente il profeta Ezechiele che ci sta vicino, dice: «Io aprirò i vostri sepolcri e vi porterò via da essi». E Daniele dice: «Molti di quelli che dormono sotto la polvere della terra risorgeranno, alcuni per la vita eterna, altri per l'obbrobrio eterno».

 

La resurrezione dei morti nella Sacra Scrittura

 

 16. Molti passi scritturistici testimoniano la resurrezione dei morti. Molte altre proposizioni abbiamo al riguardo. Ricordiamola solo di passaggio, e tralasciamo la resurrezione di Lazzaro al quarto giorno; tralasciamo per brevità di tempo il figlio della vedova, che risorse. E solo per ricordo si presenti la figlia del capo della sinagoga. Si dica anche che le pietre si spaccarono e molte salme di santi risuscitarono dalle tombe aperte. In primo luogo si ricordi che Cristo risuscitò dai morti.

  Ho tralasciato Elia e il figlio della vedova da lui resuscitato, ed Eliseo che due volte risuscitò durante la vita e dopo essere morto. Da vivo operò la resurrezione con un suo soffio. E perché non solo siano onorate le anime dei giusti, ma si creda che nei corpi dei giusti c'è una forza, un morto gettato nella tomba di Eliseo, appena ebbe a toccare il corpo del profeta, riprese la vita. Il corpo morto del profeta compì un'opera dell'anima. Egli giacendo morto diede la vita ad un morto, e diede la vita rimanendo ugualmente tra i morti. Perché? Se fosse risorto Eliseo la cosa si sarebbe ascritta alla sola sua anima. Per dimostrare che anche se l'anima non è presente, c'è una forza nel corpo dei santi, per l'anima giusta che tanti anni abitò in lui ed era al suo servizio. Non siamo increduli da sciocchi come se la cosa non fosse avvenuta. I sudari e i grembiuli che sono esteriori, accostati ai corpi dei malati, facevano sorgere le forze ai deboli. A più forte ragione il corpo del profeta poté risuscitare un morto.

 

Pietro e Paolo

 

 17. Molte cose sono da dire su questo se vogliamo esporre uno ad uno tutti fatti meravigliosi accaduti. Per la precedente stanchezza, il digiuno di venerdì e la veglia, le cose saranno dette di corsa. Con lo spargere poche parole ricevete come buona terra il seme facendolo fruttificare in abbondanza. È da ricordare che anche gli apostoli risuscitarono i morti. Pietro risuscitò Tabita a Ioppe e Paolo Eutico nella Troade, così tutti gli altri apostoli, per quanto non siano stati scritti i miracoli operati da ciascuno. Ricordate tutte le cose dette nella prima lettera ai Corinzi che Paolo scrisse contro quelli che dicevano: «In che modo i morti risorgono? In quale corpo vengono?». Inoltre: «Se i morti non risorgono neanche Cristo è risorto» e chiamò stolti quelli che non credono. Ivi è esposta tutta la dottrina della resurrezione dei morti. Inoltre, anche nella lettera ai Tessalonicesi scrisse: «Non vogliamo, fratelli, che ignoriate quanto concerne quelli che sono morti perché non abbiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza» e tutte le cose che seguono, specialmente: «e prima risorgeranno i morti in Cristo».

 

Lo splendore del corpo risorto

 

 18. Ricordate soprattutto questo che dice Paolo quasi mostrandolo col dito: «Bisogna che questo corpo corruttibile si rivesta d'incorruttibilità: e che questo corpo mortale si rivesta d'immortalità». Questo corpo risorgerà, non rimanendo debole quale è, ma esso stesso risorgerà. Si trasformerà rivestendosi della incorruttibilità, come il ferro accostato al fuoco diventa fuoco, o meglio come sa il Signore che lo risuscita.

  Questo corpo risorgerà. Non rimarrà tale, ma eterno. Non avrà bisogno di cibi per vivere, né di scale per la salita. Diviene spirituale, qualche cosa di mirabile e non siamo capaci di dire quale. Allora i giusti, dice, splenderanno come il sole, la luna e quasi splendore del firmamento. Dio prevedendo la infedeltà degli uomini concesse a piccolissimi vermi d’estate di emettere raggi luminosi dal corpo, perché da ciò che si vede si crede a quello che si aspetta. Chi dona una parte può anche dare tutto. Chi ha fatto risplendere di luce il verme molto più farà risplendere l'uomo giusto.

 

Il corpo della resurrezione

 

 19. Dunque risorgeremo tutti avendo corpi eterni ma non simili. Ma se uno è giusto riceve un corpo celeste perché possa degnamente muoversi tra gli angeli. Se qualcuno è peccatore riceve un corpo eterno capace di sopportare la pena dei peccati, perché bruciando nel fuoco eterno non si consuma mai. E giustamente Dio si comporta in questo modo con l'una e l'altra categoria. Nulla da noi viene fatto senza il corpo. Bestemmiamo con la bocca e preghiamo con la bocca. Fornichiamo con il corpo, col corpo siamo puri. Rubiamo con la mano, diamo l'elemosina con la mano ed altre cose simili. Poiché ad ogni cosa serve il corpo, anche nel futuro esso partecipa di quello che ha fatto.

 

Non perdere la salvezza celeste

 

 20. Risparmiamo, dunque, il corpo e non abusiamone come di cose altrui. Non diciamo come gli eretici che la veste del corpo è estranea, ma rispettiamola come propria. Dovremo rendere conto al Signore di tutte le cose fatte mediante il corpo. Non dire nessuno mi vede, non credere che non vi sia testimone per le cose fatte. Spesso non è presente l'uomo, ma il Creatore è un testimone leale, rimane fedele nel cielo e osserva quanto avviene. Le macchie del peccato rimangono nel corpo. Come per una piaga estesa nel corpo, anche se c'è stata una cura, rimane la cicatrice, così anche il peccato ferisce l'anima e il corpo, e i segni delle cicatrici rimangono in tutti. Si cancellano solo in quelli che ricevono il lavacro. Dio sana le antiche ferite dell'anima e del corpo mediante in battesimo. Contro le future premuniamoci noi stessi, tutti in comune, per custodire pura la veste del corpo e non perdere la realtà, la salvezza celeste, per una vile fornicazione o lascivia o qualche altro peccato, ma per ereditare il regno eterno di Dio, di cui con la sua grazia renda degni tutti voi.

 

La professione di fede

 

 21. Ciò sia detto a dimostrazione della resurrezione dei morti. La professione di fede da noi ripetuta per voi, con ogni diligenza, con le stesse parole sia da voi pronunziata e si fissi nella vostra memoria.

 

La spiegazione della fine del simbolo

 

22. La fede professata è contenuta nel seguito: «E in un solo battesimo di penitenza per la remissione dei peccati e nella santa Chiesa cattolica, e nella resurrezione della carne e nella vita eterna». Sul battesimo e sulla penitenza si è parlato nelle catechesi precedenti. Le cose dette sulla resurrezione dei morti sono state dette per spiegare: «e nella resurrezione della carne». Le cose che rimangono sono dette per: «nell'unica santa Chiesa cattolica». Di questa si potrebbe dire molto, ma lo diremo in breve.

 

La Chiesa cattolica

 

Si chiama cattolica perché si diffonde per tutto il mondo da un confine all’altro della terra; perché insegna universalmente e con esattezza tutti i principi che giovano alla conoscenza degli uomini nelle cose visibili ed invisibili, celesti e terrestri; perché è subordinato al suo culto tutto il genere umano, capi e sudditi, dotti e indotti; perché sana e cura da per tutto ogni specie di peccati dell’anima e del corpo che si commettono. Essa ha in sé ogni conclamata virtù nelle opere, nelle parole e in ogni carisma spirituale.

 

Le radici del termine Chiesa

 

È chiamata appropriatamente Chiesa perché convoca e raccoglie insieme tutti, come nel Levitico dice il Signore: «Riunisci tutta la comunità alla porta del tabernacolo del convegno». Degno di nota che il termine ecclesiason (cioè convoca) per la prima volta si legge qui nelle Scritture, quando il Signore costituì Aronne al sommo sacerdozio. Nel Deuteronomio Dio dice a Mosè: «Convocami il popolo ed ascolti le mie parole perché impari a temermi». Di nuovo ricorda il nome di Chiesa quando parla delle tavole. In queste erano scritte tutte le parole che il Signore disse per voi sul monte, in mezzo al fuoco, nel giorno della riunione. Quasi dicesse più apertamente: «Nel giorno in cui chiamati dal Signore vi riuniste». Il salmista canta: «Ti confesserò, Signore, nella grande chiesa, tra gran popolo ti loderò».

 

La Chiesa non più assemblea di Israele

 

 25. Prima il salmista aveva cantato: «Nella adunanza benedite Dio il Signore, dalle sorgenti di Israele». Per le insidie tese contro il Salvatore i giudei sono stati allontanati dalla grazia. Il Salvatore costruì per i gentili una seconda santa Chiesa di cristiani, sulla quale disse a Pietro: «E su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa». Di entrambe chiaramente profetando parlò David. Della prima chiesa che fu abbandonata: «Odio il convegno dei malvagi». Della seconda che fu edificata dice nello stesso salmo: «Signore, ho amato il decoro della tua casa». Subito di seguito: «Nelle adunanze ti loderò, Signore». Ripudiata quella che era in Giudea, per tutto il mondo le Chiese di Cristo si estesero, delle quali si dice nei salmi: «Cantate al Signore un canto nuovo, la sua lode nella Chiesa dei santi». Il profeta dice ai giudei cose consentanee: «Non mi compiaccio di voi, dice il Signore onnipotente». Subito continua:«Perché dal sorgere del sole sino al tramonto il mio nome è glorificato tra le genti». Di questa santa Chiesa cattolica scrive Paolo a Timoteo: «Perché tu sappia in che modo devi comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa di Dio vivo, colonna e fondamento della verità».

 

La Chiesa cattolica e la chiesa degli eretici

 

 26. Il nome di chiesa si addice a cose diverse, come della moltitudine nel teatro degli efesini è scritto: «Dopo aver detto ciò sciolse l’adunanza». Giustamente qualcuno potrebbe chiamare, e con fondamento, chiesa dei malvagi le adunanze degli eretici. Mi riferisco ai marcioniti, manichei ed altri. Perciò ti è data saldamente la fede «nell’una santa Chiesa cattolica» perché, fuggendo le riunioni degli abominevoli, tu aderisca in tutto alla santa Chiesa cattolica, nella quale sei rinato.

  Se poi passi per le città non chiedere semplicemente dov’è il «curiacon» (casa del Signore). Anche le eresie degli empi pretendono di chiamare «curiaca» le loro spelonche. Né dove si trova la chiesa, ma dove è la Chiesa cattolica. Questo è proprio il nome di quella santa e madre di noi tutti. Essa è la sposa di nostro Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio. È scritto infatti: «Come Cristo amò la Chiesa e si è sacrificato per essa» e il resto che segue. Essa è figura ed imitazione di quella in alto, Gerusalemme, che è libera e madre di tutti noi. Prima era sterile ed ora è di molta prole.

 

La pace, confine della Chiesa

 

 27. Fu ripudiata la prima, nella seconda Chiesa cattolica, come dice Paolo: «Dio al primo posto stabilì gli apostoli, al secondo i profeti, al terzo i dottori, poi le potenza, poi i carismi delle guarigioni, le assistenze, i governi, i generi delle lingue» ed ogni specie di virtù. Mi riferisco alla saggezza e all’intelletto, alla temperanza e alla giustizia, all’elemosina e alla misericordia, e alla pazienza invitta nelle persecuzioni. Questa Chiesa, con le armi della giustizia nella destra e nella sinistra, con la gloria e l’ignominia, per prima nelle persecuzioni e nelle tribolazioni ha cinto i santi martiri di corone intrecciate dei vari fiori della pazienza. Ora in tempo di pace per grazia di Dio riceve il dovuto onore dai re, dalle autorità e da uomini di ogni ceto e nazione. I re delle nazioni che abitano le singole regioni hanno i limiti del loro dominio. La sola vera santa Chiesa cattolica ha, per tutto il mondo, un potere infinito. Dio pose - come è scritto - la pace come confine ad essa. Se sulla Chiesa volessi parlare di ogni cosa mi occorrerebbero molte ore per il discorso.

 

L’impegno per la vita eterna

 

 28. Se siamo istruiti e ci comportiamo bene in questa Chiesa cattolica, avremo il Regno dei Cieli ed erediteremo la vita eterna, per la quale tutto sopportiamo per riceverla come guadagno dal Signore. Non è un obiettivo di piccole cose, ma l’impegno per la vita eterna. Perciò nella professione di fede impariamo che dopo le parole «e nelle resurrezione della carne», cioè dei morti, di cui abbiamo parlato, «crediamo nelle vita eterna» per la quale noi cristiani lottiamo.

 

La vita eterna

 

 29. Realmente e veramente il Padre è la vita che per mezzo del Figlio fa scaturire nello Spirito Santo doni celesti per tutti. Per la sua misericordia verso noi uomini sono stati promessi infallibilmente quelli della vita eterna. È da credere che questo è possibile. Bisogna credere non per la nostra debolezza ma guardando la sua potenza: «Tutto è possibile a Dio». Che ciò sia possibile e che aspettiamo la vita eterna lo dice Daniele: «Coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come stelle per sempre», ecc. Dice Paolo: «Così saremo sempre col Signore». Essere sempre col Signore significa vita eterna. Chiaramente il Salvatore dice nel Vangelo: «Quelli andranno al supplizio eterno, i giusti, invece, alla vita eterna».

 

Le vie per la vita eterna

 

 30. Molte sono le prove della vita eterna. Noi desideriamo acquistare questa vita eterna e le Sacre Scritture ci mostrano i modi dell’acquisto. Per la lunghezza del discorso addurremo poche testimonianze, lasciando le altre alla ricerca dei volenterosi. Ora <la si acquista> mediante la fede. È scritto, infatti: «Chi crede nel figlio ha la vita eterna», ecc. Di nuovo egli stesso dice: «In verità, in verità, vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a chi mi ha mandato ha la vita eterna», ecc. Ora mediante la predicazione del Vangelo. Dice infatti: «Chi miete riceve la mercede e porta il frutto per la vita eterna». Ora per il martirio e la confessione di Cristo. Dice infatti: «Chi odia la sua anima in questo mondo la custodirà per la vita eterna». E ancora con l’anteporre Cristo alle ricchezze e alla parentela: «e chiunque ha lasciato fratelli e sorelle, ecc. erediterà la vita eterna». Ora per l’osservanza dei precetti: «Non fornicare, non uccidere» e il resto che segue, come Gesù rispose a chi gli si era avvicinato chiedendogli: «Maestro buono che debbo fare per avere la vita eterna?». Ora recedendo dalla cattive azioni e servendo Dio. Dice infatti Paolo: «Liberáti dal peccato e divenuti servi di Dio avete il vostro frutto nella santificazione, e per fine la vita eterna».

 

Le vie alla vita eterna

 

 31. Molti sono i modi, e li ho tralasciati per l’abbondanza della materia, nella ricerca della vita eterna. Il Signore è molto misericordioso. Non una, non due, ma molte vie d’entrata aprì alla vita eterna perché tutti ne fruissero liberamente per quanto era in lui. Le cose che ci sono state dette in modo conveniente sulla vita eterna riguardano l’ultimo precetto, la fine di quelli che professiamo nel credo. Potessimo noi tutti, quelli che insegnano e quelli che ascoltano, per grazia di Dio conseguirla.

 

Preparare l’anima ai carismi celesti

 

 32. Del resto, fratelli carissimi, la parola di insegnamento vi esorta a preparare l’anima a ricevere i carismi celesti. Sulla santa ed apostolica fede a voi tramandata per la diffusione, abbiamo tenuto nei passati giorni della quaresima quante istruzioni per grazia di Dio ci erano lecite. Non che solo questo avremmo dovuto dire; molto è stato omesso e forse meglio da maestri più validi si sarebbe proposto alla riflessione. Il giorno della santa Pasqua si avvicina e la nostra carità in Cristo sarà illuminata dal lavacro della rigenerazione. Di nuovo sarete istruiti, Dio volendo, su cose appropriate: con quale pietà e ordine è necessario che i chiamati entrino; per quale motivo si compie ciascuno dei sacri misteri del battesimo; con quale devozione e ordine dopo il battesimo si deve andare al santo altare di Dio e lì gustare i misteri spirituali e celesti, perché la vostra anima, prima illuminata dalla parola d’insegnamento, conosca la grandezza di ogni carisma elargito da Dio.

 

Le catechesi mistagogiche

 

 33. Dopo il santo e salutare giorno di Pasqua, subito dal secondo giorno dopo il sabato, nei singoli giorni seguenti della settimana, dopo la sinassi, entrando nel luogo santo della resurrezione, ascolterete, Dio volendo, altre catechesi. In esse di nuovo sarete istruiti sui motivi di ciascuna delle cose avvenute ricevendo le prove del Vecchio e del Nuovo Testamento. Prima su ciò che è stato fatto antecedentemente al battesimo; poi in che modo siete stati purificati dai peccati, per mezzo del Signore, con il lavacro d’acqua nella parola; poi come siete divenuti sacerdotalmente partecipi del nome di Cristo, come vi è stato dato il sigillo della comunione dello Spirito Santo; dei misteri sull’altare del Nuovo Testamento, che qui hanno avuto inizio; che cosa di essi hanno tramandato le Sacre Scritture, e quale sia la loro efficacia e come avvicinarsi ad essi, il modo e quando è necessario riceverli. Alla fine di tutto vi dirò come nell’avvenire bisogna comportarsi con le opere e le parole nella dignità di grazia perché tutti voi possiate conseguire la vita eterna. E ciò, se Dio vuole, vi sarà spiegato.

 

La redenzione è vicina

 

 34. Per il resto fratelli, rallegratevi sempre nel Signore, lo ripeto, rallegratevi. La vostra redenzione è vicina e il celeste esercito degli angeli attende la vostra salvezza. Già si sente la voce di chi grida nel deserto: «Preparate la via del Signore». Grida il profeta: «Voi che avete sete venite all’acqua». E subito il seguito: «Ascoltatemi e mangiate ciò che è buono e la vostra anima godrà nei beni». E non molto dopo ascolterete la bella lettura che dice: «Sii raggiante, nuova Gerusalemme, poiché arriva la tua luce». Di questa Gerusalemme il profeta disse: «Dopo sarai chiamata città della giustizia; Sion città fedele» per la Legge che venne da Sion e la parola del Signore che venne da Gerusalemme. Di qui si sparse come la pioggia su tutta la terra.

  Il profeta per voi ad essa dice: «Gira intorno i tuoi occhi e vedi riuniti i tuoi figli». Essa risponde: «Chi sono questi che come nubi e come colombe con i colombini volano su di me?». Le nuvole per la parte spirituale, le colombe per la semplicità E di nuovo: «Chi udì tali cose? O chi vide così? La terra ha partorito in un sol giorno ed è nato il popolo d’un tratto? Sion partorì e diede alla luce i suoi figli». Tutto sarà pieno di gioia ineffabile per il Signore che dice: «Ecco faccio Gerusalemme ad esaltazione e il popolo a mio gaudio».

 

La misericordia di Dio

 

 35. Sia lecito dire a voi anche questo: «Rallegratevi cieli ed esulti la terra» ecc. Perché «Dio ha avuto misericordia della sua gente ed ha consolato i poveri del suo popolo». Questo avverrà per la misericordia di Dio che vi dice: «Io farò sparire le tue iniquità come nuvola e come nebbia i tuoi peccati». Voi che siete degni del nome di fedeli (e per voi è scritto: «Ai miei servi si impone un nome nuovo, che sarà benedetto sulla terra») direte con gioia: «Benedetto Dio e Padre del Signore Gesù Cristo che ha benedetto noi con ogni benedizione spirituale tra i celesti in Cristo, nel quale abbiamo la redenzione del suo sangue, il perdono dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia che sovrabbondò in noi» ecc. E di nuovo: «Dio che è ricco di misericordia, per la sua grande carità con la quale ci amò pur essendo noi morti per le cadute, ci ravvivò in Cristo». Così ancora lodate il Signore, l’autore dei beni, dicendo: «Quando apparve la benignità e la misericordia del salvatore nostro Dio, non per le opere di giustizia che noi facemmo, ma per la sua misericordia ci salvò, mediante il lavacro della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo che diffuse abbondantemente su di noi per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, perché giustificati dalla sua grazia divenissimo eredi nella speranza della via eterna». Lo stesso Dio e padre del nostro Signore Gesù Cristo, il padre della gloria vi dia lo spirito della sapienza e della rivelazione nella sua conoscenza. Vi custodisca con gli occhi della mente illuminati per tutto il tempo nelle opere, nelle parole e nei buoni pensieri. A lui gloria, onore e potenza per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo con lo Spirito Santo ora e sempre e per tutti i secoli infiniti.

 

 

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Il Maestro interiore Sant’Agostino

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Sant’Agostino

Il Maestro interiore

GLI SCOPI PRINCIPALI DEL LINGUAGGIO

 

Agostino: — Cosa ti sembra che intendiamo fare, quando parliamo?

Adeodato: — Per quanto ora mi viene in mente, o insegnare, o apprendere.

Agostino:: — Il primo di questi scopi lo vedo bene e sono d'accordo; è evidente infatti che, parlando, vogliamo insegnare. Ma apprendere, come?

Adeodato: — E come pensi, se non interrogando?

Agostino: — Ma anche in tal caso, per quanto comprendo, non si vuole far altro che insegnare. Ti chiedo infatti: tu interroghi per un motivo diverso da quello di insegnare ciò che vuoi al tuo interlocutore?

Adeodato: — E’ vero.

Agostino: — Vedi dunque che con il linguaggio miriamo soltanto a insegnare.

Adeodato: — La cosa non mi è del tutto chiara. Infatti se parlare equivale semplicemente a proferire parole, secondo me facciamo ciò anche quando cantiamo. E poiché spesso cantiamo da soli, cioè senza che sia presente qualcuno che apprenda, non penso che in questo caso vogliamo insegnare qualche cosa.

Agostino: — Io invece penso che vi è un modo di insegnare mediante il richiamo del ricordo e che è certamente importante, come lo mostrerà l'oggetto stesso di questa nostra conversazione. Se pero tu non ritieni che apprendiamo quando ricordiamo né che insegna chi fa ricordare, non ti contraddico. Stabilisco comunque due motivi per parlare: o per insegnare o per far ricordare qualche cosa a noi stessi e ad altri. E’ così che facciamo anche quando cantiamo, non ti pare?

Adeodato: — Niente affatto; è piuttosto raro infatti che io canti per ricordarmi di qualche cosa: lo faccio soltanto per diletto.

Agostino: — Capisco ciò che pensi. Ma non ti rendi conto che ciò che ti procura diletto nel canto è una certa modulazione del suono? E, poiché tale modulazione può essere aggiunta e tolta alle parole, altro è parlare, altro è cantare. Si canta con il flauto e con la cetra; anche gli uccelli cantano; e noi talora, pur senza proferire parole, moduliamo qualche suono musicale che si può chiamare canto ma non linguaggio. Hai qualche cosa da obiettare?

Adeodato: — No, nulla affatto.

Agostino: — Non ti pare dunque che il linguaggio sia stato istituito soltanto o per insegnare o per far ricordare?

Adeodato: — Sarei di questo avviso se non mi turbasse il fatto che sicuramente parliamo quando preghiamo e pur tuttavia non ci è consentito credere che insegniamo o facciamo ricordare qualche cosa a Dio.

Agostino: — Ritengo che non sappia che ci è stato prescritto di pregare nel chiuso delle nostre camerette (nome con cui si indica l’intimità dello spirito) unicamente perché Dio non chiede al nostro linguaggio né che gli faccia ricordare né che gli insegni qualche cosa per esaudire i nostri desideri. Chi parla dà un segno esteriore della propria volontà mediante un suono articolato; Dio invece deve essere cercato e invocato nella profondità stessa dell'anima razionale, che è chiamata l’"uomo interiore": ha voluto che questo fosse il suo tempio.

Non hai letto nell'Apostolo: Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi; e ancora: E’ nell'uomo interiore che Cristo abita?

E non hai notato la parola del Profeta: Parlate nei vostri cuori e pentitevi nelle vostre camere. Celebrate il sacrificio di giustizia e sperate nel Signore? E dove pensi che si possa celebrare il sacrificio di giustizia se non nel tempio dello spirito e nella camera del cuore? Ora, dove si deve sacrificare si deve anche pregare. Perciò la nostra preghiera non ha bisogno del linguaggio, cioè di parole che risuonano, a meno che non sia necessario esprimere il proprio pensiero, come avviene per i sacerdoti, non perché sia inteso da Dio, ma dagli uomini e questi, per un certo qual consenso in essi suscitato mediante questo ricordo, si rivolgano a Lui. O tu pensi diversamente?

Adeodato:— Sono pienamente d'accordo.

Agostino: — Non ti colpisce dunque il fatto che il sommo Maestro, quando insegnò ai discepoli a pregare, insegnò loro delle parole? Così facendo, sembra che non abbia fatto altro che insegnare come si deve parlare quando si prega.

Adeodato: — La cosa non mi colpisce affatto; infatti non le parole, ma le cose stesse insegnò mediante le parole con cui anche i discepoli avrebbero dovuto ricordare a se stessi chi dovevano pregare e che cosa dovevano chiedere, quando pregavano, come si è detto, nell’intimità dello spirito.

Agostino: — Hai ben compreso; nello stesso tempo, credo, ti rendi conto, sebbene qualcuno lo escluda, che, pur senza emettere alcun suono, tuttavia noi, per il fatto che pensiamo le parole stesse, parliamo nell'intimo della nostra anima. Così anche in questo caso il linguaggio non fa altro che richiamare il ricordo, poiché è la memoria che, rievocando le parole che sono in essa impresse, fa venire alla mente le cose stesse di cui le parole sono i segni.

Adeodato: — Comprendo e ti seguo.

 

 

IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE

Agostino: — E’ inteso dunque tra noi che le parole sono segni?

Adeodato: — E’ inteso.

Agostino: — Ma un segno può essere tale anche se non significa alcunché?

Adeodato: — No, non può.

Agostino: — Quante parole ci sono in questo verso: Si nihil ex tanta superis placet urbe relinqui?

Adeodato: — Otto.

Agostino: — Perciò ci sono otto segni?

Adeodato: — Sì.

Agostino: — Credo che tu comprenda questo verso.

Adeodato: — Abbastanza, penso.

Agostino: — Dimmi cosa significa ciascuna parola.

Adeodato: — In verità comprendo cosa significa si (se), ma non riesco a trovare nessun'altra parola che possa chiarirne il significato.

Agostino: — Qualunque sia la cosa significata da questa parola, riesci almeno a trovare dove si trova?

Adeodato: — Mi pare che si (se) significhi dubbio, e il dubbio dove si trova se non nell'anima?

Agostino: — Per il momento lo ammetto; passa alle altre parole.

Adeodato:— Nihil (niente) che altro significa se non ciò che non è?

Agostino: — Forse dici il vero; ma mi trattiene dal dare l'assenso ciò che hai ammesso in precedenza e cioè che non si dà segno che non significhi qualche cosa. Ora, ciò che non è in nessun modo può essere qualche cosa; perciò la seconda parola del verso citato non è un segno perché non significa alcunché. Erroneamente dunque si è convenuto tra noi che tutte le parole siano segni o che ogni segno significhi qualche cosa.

Adeodato: — Invero mi incalzi troppo; ma, quando non si ha nulla da significare, è proprio da sciocchi proferire qualche parola. Ora presumo che tu, nel parlare con me, non emetti alcun suono inutilmente, ma con tutti i suoni che escono dalla tua bocca mi dai un segno perché io comprenda qualche cosa. Di conseguenza non è opportuno che tu pronunci queste due sillabe quando parli, se con esse non intendi significare nulla. Ma se capisci che sono strumento indispensabile per l'enunciazione e che, nel risuonare alle nostre orecchie, esse ci insegnano qualche cosa o ci danno un avvertimento, allora certamente capisci anche ciò che vorrei dire, ma che non sono in grado di spiegare.

Agostino: — Che facciamo dunque? Con questa parola, più che la cosa stessa che non esiste, forse vogliamo significare quel particolare stato in cui l'anima non vede la cosa e tuttavia trova o pensa di aver trovato che non esiste?

Adeodato: — Forse è proprio ciò che mi sforzavo di spiegare.

Agostino: — Comunque la questione stia, andiamo avanti perché non ci capiti una cosa del tutto assurda.

Adeodato: — E quale?

Agostino: — Che subiamo qualche ritardo, nonostante "niente" ci trattenga.

Adeodato: — La cosa in verità sarebbe ridicola; tuttavia, pur non sapendo come, capisco che può accadere, anzi che è già accaduta.

Agostino: — A suo tempo, se Dio lo permetterà, comprenderemo meglio questa sorta di paradosso. Ora riportati a quel verso e cerca di spiegare, come puoi, il significato delle altre parole.

Adeodato: — La terza è la preposizione ex, in sostituzione della quale, penso, possiamo dire de.

Agostino: — Ma io non ti chiedo di dire, in sostituzione di una parola molto nota, un'altra egualmente molto nota e che ha lo stesso significato, se pure ha lo stesso significato; ma per ora ammettiamo che sia così. Naturalmente se il poeta, invece di ex tanta urbe, avesse detto de tanta e io ti chiedessi cosa significhi de, tu mi diresti ex perché sono due parole, cioè due segni che, secondo la tua opinione, significano una sola cosa. Ma io cerco proprio quel non so che di unico che è significato da questi due segni.

Adeodato: — Mi pare che significhi la separazione, dal luogo dove si trovava, di una cosa di cui si dice che proviene da là, sia che quel luogo non esista più, come avviene nel verso citato (infatti, benché la città non esistesse più, tuttavia da essa potevano provenire alcuni Troiani), sia che esso esista ancora, come diciamo, per esempio, che in Africa ci sono negozianti venuti dalla città di Roma.

Agostino: — Ti concedo che sia così e non enumero tutti i casi che forse sfuggono a questa tua regola. Ti è facile però renderti conto che hai spiegato parole con parole, cioè segni con segni, segni notissimi con segni ugualmente notissimi. Ora io vorrei che tu mi mostrassi, se ti è possibile, le cose stesse di cui queste parole sono i segni.

 

 

LA NATURA DEI SEGNI

Adeodato: — Mi meraviglio che non lo sappia o, piuttosto, che faccia finta di non saperlo; ma è assolutamente impossibile che dalla mia risposta tu ottenga ciò che vuoi, dal momento che stiamo conversando e non possiamo rispondere se non con le parole. Ora tu mi chiedi delle cose che, quali che siano, certamente non sono delle parole; pur tuttavia anche tu me le chiedi con parole. Comincia dunque tu a chiedere senza parole in modo che poi anche io ti risponda alla stessa maniera.

Agostino: — La tua richiesta è legittima, lo ammetto. Ma se io ti chiedessi cosa significhino le tre sillabe con cui si dice "parete", tu non potresti mostrarmi la parete con un dito? In tal caso vedrei la cosa stessa di cui questa parola di tre sillabe è segno con te che me la mostri, tuttavia senza proferire alcuna parola.

Adeodato: — Concedo che ciò è possibile soltanto per i nomi che significano corpi e a condizione che questi corpi siano presenti.

Agostino: — Diciamo forse che il colore è un corpo o non piuttosto che è una qualità del corpo?

Adeodato: — Una qualità.

Agostino: — Perché dunque anche essa può essere mostrata con un dito? O associ ai corpi anche le qualità dei corpi in modo che anche esse, quando sono presenti, si possono insegnare senza parole?

Adeodato: — Dicendo corpi, volevo intendere tutto ciò che è corporeo, ossia che si percepisce nei corpi.

Agostino: — Considera tuttavia se, anche in tal caso, tu non debba escludere alcune cose.

Adeodato: — Fai bene ad avvertirmi; infatti non avrei dovuto dire tutti gli oggetti corporei, ma tutti gli oggetti visibili. Ammetto che il suono, l'odore, il sapore, il peso, il calore e tutto ciò che riguarda gli altri sensi, sebbene non possano essere percepiti senza i corpi — e pertanto sono corporei —, tuttavia non si possono mostrare con un dito.

Agostino: — Non hai mai visto come le persone mediante i gesti conversano, per così dire, con i sordi e come questi, sempre con i gesti, domandano, rispondono, insegnano, indicano tutte le cose che vogliono o per lo meno moltissime di esse? E quando ciò avviene, non sono soltanto gli oggetti visibili che vengono mostrati senza parole, ma anche i suoni, i sapori e altre cose di questo genere. Anche i mimi nei teatri propongono e fanno comprendere intere storie senza parlare, per lo più con la danza.

Adeodato: — Non ho alcuna obiezione da opporti, se non che non solo io, ma neppure un mimo saltatore potrebbe mostrarti senza parole ciò che significa l'ex di cui sopra.

Agostino: — Forse dici il vero. Ma supponiamo che gli sia possibile; non dubiti, penso, che, qualunque sia il movimento del corpo con cui tenterà di mostrarmi la cosa significata da questa parola, tale movimento non sarà la cosa stessa, ma il suo segno. Anche il mimo, dunque, se non designerà una parola con una parola, di certo designerà un segno con un segno. Così tanto questo monosillabo ex quanto quel gesto del mimo significheranno una sola e determinata cosa, appunto quella che io vorrei che mi fosse mostrata senza segno.

Adeodato: — Scusa, come si può fare ciò che tu chiedi?

Agostino: — Seguendo il metodo adottato per la parete.

Adeodato: — Ma neanche la parete, come ha insegnato lo sviluppo del ragionamento, può essere mostrata senza segno. Il fatto di tendere il dito infatti non è la stessa cosa della parete, ma un segno dato perché si possa vedere la parete. Perciò non vedo niente che possa essere mostrato senza segno.

Agostino: — Suvvia! Se ti chiedessi cosa sia camminare e tu ti alzassi e compissi l'atto, non ti serviresti forse, per insegnarmelo, della cosa stessa piuttosto che delle parole o di qualche altro segno?

Adeodato:— Riconosco che è così e mi vergogno di non aver intuito una cosa tanto evidente. Con essa ormai me ne vengono in mente altre mille che si possono mostrare da se stesse e non mediante i segni, come mangiare, bere, sedere, stare in piedi, gridare e molte altre.

Agostino: — Or via, dimmi: se io ignorassi del tutto il significato di questa parola e ti chiedessi, nel momento stesso in cui cammini, cosa è camminare, come me lo insegneresti?

Adeodato: — Compirei la stessa azione un po' più velocemente in modo che, dopo la tua richiesta, tu sia indotto a riflettere dal fatto nuovo. Tuttavia non farei altro che ciò che dovrebbe essere mostrato.

Agostino: — Ma tu sai che altro è camminare e altro è affrettarsi? Chi cammina infatti non per questo si affretta e chi si affretta non necessariamente cammina: si parla di fretta anche nello scrivere, nel leggere e in molte altre attività. Così, se tu compissi la tua azione più celermente dopo la mia domanda, dovrei pensare che camminare non è altro che affrettarsi — questo sarebbe il fatto nuovo che tu avresti aggiunto — e pertanto mi sbaglierei.

Adeodato: — Ammetto che non possiamo mostrare un'azione senza segno se siamo interrogati su di essa nel momento in cui la compiamo. Infatti, se non aggiungiamo nulla, chi ci interroga penserà che ci rifiutiamo di mostrargliela e che vogliamo continuare a fare ciò che stavamo facendo senza curarci di lui. Ma se ci interroga su cose che possiamo fare, senza che le facciamo nel momento in cui ci interroga, possiamo mostrargli, facendolo dopo la sua richiesta, ciò che chiede mediante la cosa stessa piuttosto che con il segno, a meno che, per esempio, non mi chieda cosa sia parlare mentre sto parlando, perché, in tal caso, qualunque cosa gli dirò, per insegnarglielo è necessario che parli. E, a partire da ciò, insegnerò con sicurezza fino a che non gli avrò chiarito ciò che vuole, senza discostarmi dalla cosa stessa che vuole che gli sia mostrata e senza cercare dei segni al di fuori di questa cosa stessa per mostrargliela.

 

 

ALCUNI TIPI DI SEGNI

Agostino: — La risposta è veramente acuta. Considera dunque se siamo d'accordo che è possibile mostrare senza segni sia le azioni che non facciamo nel momento in cui siamo interrogati ma che possiamo compiere subito dopo, sia i segni stessi che noi facciamo. Quando parliamo infatti facciamo dei segni; da qui appunto il termine significare.

Adeodato: — Siamo d’accordo.

Agostino: — Quando dunque la domanda riguarda determinati segni, è possibile mostrare i segni con i segni; quando invece riguarda cose che segni non sono, è possibile mostrarle sia compiendole dopo la domanda, se possono essere compiute, sia dando segni capaci di far volgere la mente su di esse.

Adeodato: — Sì.

Agostino: — In questa tripartizione consideriamo in primo luogo, se credi, il caso in cui i segni sono mostrati dai segni. Ma soltanto le parole sono segni?

Adeodato: — No.

Agostino: — Mi pare dunque che, nel parlare, con le parole designiamo o le parole stesse o altri segni, come quando diciamo "gesto" o "lettera dell'alfabeto'' (perché le cose significate da queste due parole non sono altro che segni) oppure designiamo qualche altra cosa che segno non è, come quando diciamo "pietra" (questa parola è un segno; infatti significa qualche cosa, ma non è certamente segno ciò che essa significa). Comunque questo genere di segni, cioè quello in cui le parole significano oggetti che segni non sono, non rientra in quella parte che ci siamo proposti di trattare. Abbiamo infatti cominciato a considerare il caso in cui i segni sono mostrati dai segni e vi abbiamo individuato due parti, poiché mediante i segni insegniamo o facciamo ricordare o i medesimi segni o altri. Non ti pare che sia così?

Adeodato: — E’ evidente.

Agostino: — Dimmi dunque, a quale senso appartengono i segni che sono parole?

Adeodato: — All’udito.

Agostino: — E i gesti?

Adeodato: — Alla vista.

Agostino: — E che ne è delle parole scritte? Non sono parole? O dobbiamo considerarle più esattamente come segni di parole, di modo che la parola sia ciò che è proferito con un significato mediante la voce articolata? Ora la voce può essere percepita soltanto dall'udito; ne segue che, quando si scrive una parola, si fornisce agli occhi un segno mediante il quale ciò che concerne l'udito perviene alla mente.

Adeodato: — Sono pienamente d’accordo.

Agostino: — Penso che tu sia d'accordo anche che, quando diciamo nome, significhiamo qualche cosa.

Adeodato: — E’ vero.

Agostino: — E che cosa?

Adeodato: — Precisamente ciò con cui ogni cosa si denomina; per esempio, Romolo, Roma, virtù, fiume e molte altre cose.

Agostino: — E questi quattro nomi non significano nessuna cosa?

Adeodato: — Ma sì, parecchie cose.

Agostino: — Non c’è nessuna differenza fra questi nomi e le cose che essi significano?

Adeodato: — Senza dubbio, una differenza molto grande.

Agostino: — Vorrei udire da te quale sia.

Adeodato: — Questa, prima di tutto, che i nomi sono segni e le cose non lo sono.

Agostino: — Approvi che chiamiamo significabili gli oggetti che si possono significare con segni, ma che segni non sono, come chiamiamo visibili gli oggetti che si possono vedere? Così ne possiamo trattare con più comodità in seguito.

Adeodato: — Approvo certamente.

Agostino: — E che, i quattro segni che hai pronunciato poco fa non sono significati con nessun altro segno?

Adeodato: — Dunque mi sarei dimenticato, e mi meraviglio che tu lo pensi, di ciò che abbiamo trovato, e cioè che le parole scritte sono i segni dei segni che sono proferiti con la voce.

Agostino: — Dimmi in che cosa essi differiscono.

Adeodato: — Gli uni sono visibili, gli altri udibili. Perché non dovresti ammettere anche questo termine, se abbiamo ammesso significabili?

Agostino: — Certo che lo ammetto e mi piace. Ma ti chiedo di nuovo se questi quattro segni non possano essere significati con nessun altro segno udibile, come ti sei ricordato a proposito di quelli visibili.

Adeodato: — Ricordo che anche questo è stato detto poco fa. Avevo risposto appunto che il nome significa qualche cosa e avevo portato come esempio di tale modo di significare le quattro parole suddette. So anche che tanto il nome quanto i quattro segni sono udibili, se è vero che si proferiscono con la voce.

Agostino: — Che differenza c'è allora fra il segno udibile e le cose significate udibili, che sono anch'esse dei segni?

Adeodato: — Fra ciò che chiamiamo nome e le quattro parole che abbiamo portato come esempio del suo modo di significare vedo questa differenza, che l'uno è segno udibile di segni udibili mentre le altre sono anch'esse segni udibili ma non di segni bensì di cose, alcune delle quali visibili, come Romolo, Roma, fiume, e altre intelligibili, come virtù.

Agostino: — Accetto questa risposta e l’approvo. Ma sai che si chiama parola tutto ciò che è proferito con un significato mediante la voce articolata?

Adeodato: — Lo so.

Agostino: — Dunque anche nome è una parola, poiché vediamo che è proferito con un significato mediante la voce articolata. Quando diciamo di un uomo eloquente che si serve di parole appropriate, sicuramente vogliamo dire che si serve anche di nomi. Nella commedia di Terenzio, quando lo schiavo replica al vecchio padrone: "Per favore, buone parole", questi aveva già pronunciato anche molti nomi.

Adeodato: — Sono d’accordo.

Agostino: — Dunque ammetti che con le tre sillabe che pronunciamo quando diciamo parola viene significato anche il nome, e che perciò la parola è segno del nome?

Adeodato: — Lo ammetto.

Agostino: — Vorrei che mi rispondessi anche su questa questione. Poiché la parola è segno del nome, il nome è segno di "fiume" e "fiume" è segno di una cosa che può essere vista, di modo che tu hai potuto dire la differenza che c'è fra questa cosa e fiume, cioè il suo segno, e fra questo segno e il nome che è il segno di questo segno. Ora quale differenza c'è, a tuo avviso, fra il segno del nome che, come abbiamo accertato, è una parola, e il nome stesso di cui essa è il segno?

Adeodato: — Vedo questa differenza: ciò che è significato dal nome è significato anche dalla parola, poiché, come nome è una parola, così anche fiume è una parola; ma non tutto ciò che è significato dalla parola è significato anche dal nome. Infatti quel si che è all'inizio del verso da te proposto e questo ex, del quale ci siamo occupati per molto tempo per pervenire dove siamo sotto la guida della ragione, sono certamente parole, ma non sono nomi. E si trovano molti altri casi simili. Pertanto, poiché tutti i nomi sono parole, ma non tutte le parole sono nomi, è chiaro, secondo me, quale differenza ci sia fra la parola e il nome, cioè fra il segno del segno che non significa alcun altro segno e il segno del segno che significa altri segni.

Agostino: — Ammetti che ogni cavallo è un animale, senza che ciò comporti che ogni animale è un cavallo?

Adeodato: —
Chi ne dubiterebbe?

Agostino: — Fra nome e parola dunque vi è la stessa differenza che c'è fra cavallo e animale. Su ciò puoi essere d'accordo, a meno che non te lo impedisca il fatto che usiamo verbum anche in un altro senso, appunto per significare le parole che si coniugano secondo i tempi, come "scrive", "scrissi", "leggo", "lessi", parole che chiaramente non sono nomi.

Adeodato: — Hai messo in luce proprio ciò che mi faceva dubitare.

Agostino: — Ma il fatto non ti turbi. In effetti noi chiamiamo segno in senso generale tutto ciò che significa qualche cosa. Tra i segni si trovano anche le parole. In modo analogo chiamiamo segni le insegne militari; queste però sono tali in un senso particolare, che non si addice alle parole. Tuttavia, se ti dicessi che, come ogni cavallo è un animale senza che ogni animale sia un cavallo, così ogni parola è un segno senza che ogni segno sia una parola, tu, come suppongo, non ne dubiteresti.

Adeodato: — Ora comprendo e sono pienamente d’accordo che fra parola in senso generale e nome c'è la stessa differenza che c'è fra animale e cavallo.

Agostino: — Sai anche che, quando diciamo animale, altro è questo nome di quattro sillabe proferito dalla voce e altro è ciò che esso significa?

Adeodato: — L'ho già ammesso in precedenza per tutti i segni e i significabili.

Agostino: — Non ti pare che tutti i segni significhino altro da quello che sono, come è il caso del quadrisillabo animale, che non significa affatto ciò che è di per sé?

Adeodato: — No, di certo, perché la parola segno, quando la diciamo, significa non solo tutti gli altri segni, quali che essi siano, ma anche se stessa; infatti è una parola e tutte le parole sono segni.

Agostino: — E nel trisillabo parola, quando lo proferiamo, non avviene qualche cosa di simile? Se infatti il suddetto trisillabo significa tutto ciò che si proferisce con un significato mediante la voce articolata, anch'esso rientra in questa categoria.

Adeodato: — Sì.

Agostino: — Bene, e la cosa non sta allo stesso modo anche per il nome? Significa i nomi di tutti i generi e nome in latino è un nome di genere neutro. E se ti chiedessi a quale parte del discorso "nome" appartenga, mi potresti rispondere correttamente se mi dicessi una cosa diversa da nome?

Adeodato: — Dici il vero.

Agostino: — Ci sono dunque segni che, tra gli oggetti che significano, significano anche se stessi?

Adeodato: — Sì.

Agostino: — E non ti pare che il segno quadrisillabo "congiunzione" sia di questo tipo?

Adeodato: — No assolutamente, perché i termini che significa non sono nomi, mentre esso è un nome.

 

 

ALTRI TIPI DI SEGNI

Agostino: — Sei stato veramente attento. Ora considera se sia possibile trovare segni che si significano reciprocamente, in modo che come questo è significato da quello così quello è significato da questo. La cosa invero non sta così fra il quadrisillabo "congiunzione" e i termini che esso significa, vale a dire "se", "o", "perché", "infatti", "se non", "dunque", "poiché" e altri simili; infatti, mentre questi sono significati da quel solo quadrisillabo, nessuno di essi significa quel solo quadrisillabo. Adeodato: — Capisco e desidero sapere quali siano i segni che si significano reciprocamente. Agostino: — Tu dunque ignori che, dicendo nome e parola, diciamo due parole?

Adeodato: — No, lo so.

Agostino: — E che? Non sai che, dicendo nome e parola, diciamo due nomi?

Adeodato: — So anche questo.

Agostino: — Sai quindi che, come il nome è significato dalla parola, così la parola è significata dal nome.

Adeodato: — Sono d’accordo.

Agostino: — Puoi allora dire in che cosa differiscano tra loro, all'infuori del fatto che si scrivono e si pronunciano in maniera diversa?

Adeodato: — Forse; penso che sia per il motivo che ho detto poco fa. Infatti, quando diciamo parola, noi significhiamo tutto ciò che è proferito con un significato mediante la voce articolata. Da ciò segue che ogni nome, compreso lo stesso termine nome, è una parola; però non ogni parola è un nome, benché il termine parola sia un nome.

Agostino: — Ma se qualcuno affermasse e ti dimostrasse che, come ogni nome è una parola, così ogni parola è un nome, tu potresti trovare in che cosa essi differiscano, all'infuori che per il diverso suono delle lettere?Adeodato: — Non lo potrei e penso che non vi sia assolutamente differenza.

Agostino: — Bene. Ma se veramente tutto ciò che è proferito con un significato mediante la voce articolata è insieme parola e nome, ma parola per una ragione e nome per un'altra, allora non ci sarà nessuna differenza fra il nome e la parola?

Adeodato: — Non comprendo come ciò sia possibile.

Agostino: — Comprendi almeno che ogni oggetto colorato è visibile e che ogni oggetto visibile è colorato, sebbene queste due parole significhino in modo distinto e differente? Adeodato: — Lo comprendo.

Agostino: — E che diresti se è così, ossia che ogni parola è un nome e ogni nome è una parola, nonostante che questi due nomi o queste due parole, cioè nome e parola, abbiano un diverso significato?

Adeodato: — Vedo appunto che può accadere, ma attendo che tu mi mostri come accada.

Agostino: — Ti rendi conto, penso, che tutto ciò che viene proferito con un significato mediante una voce articolata colpisce l'orecchio perché possa essere percepito, ed è affidato alla memoria perché possa essere conosciuto.Adeodato: — Me ne rendo conto.

Agostino: — Avvengono dunque due operazioni quando proferiamo qualche cosa con voce articolata. Adeodato: — Sì.Agostino: — Che ne diresti se le parole (verba) prendessero il loro nome da una di queste operazioni, cioè da stimolare (verberare), e i nomi (nomina) dall'altra, cioè da conoscere (noscere)? Così il primo prenderebbe il nome in relazione all'udito e l'altro, il secondo, in relazione all'anima.

Adeodato: — Te lo concederò quando mi avrai mostrato come si possa dire correttamente che tutte le parole sono nomi. Agostino: — E’ facile. Come credo, infatti tu hai imparato e sai che il pronome è così detto perché sta per il nome, anche se denota la cosa con un significato meno completo rispetto al nome. Allo stesso modo, peraltro, ritengo, lo definisce l'autore che hai recitato al maestro di grammatica: il pronome è la parte del discorso che, posta in luogo del nome, ha lo stesso significato, ma meno completo.Adeodato: — Me ne ricordo e approvo. Agostino: — Vedi dunque che, secondo questa definizione, i pronomi possono essere esclusivamente in funzione dei nomi e possono essere usati soltanto al loro posto. Per esempio, in espressioni come "quest'uomo", "il re stesso", "la medesima donna", "quest'oro", "quell'argento", sono pronomi "questo", "lo stesso", "la medesima", "questo" e "quello", mentre sono nomi "uomo", "re", "donna", "oro", "argento". Questi ultimi infatti significano le cose in maniera più completa dei pronomi.

Adeodato: — Vedo e sono d'accordo.

Agostino: — Ora enuncia alcune congiunzioni, secondo le tue preferenze.

Adeodato: — E, anche, ma, altresì.

Agostino: — E non ti pare che siano dei nomi tutti questi termini che hai detto?

Adeodato: — No, affatto.

Agostino: — Per lo meno ti sembra che mi sia espresso correttamente dicendo "tutti questi termini" che hai detto?

Adeodato: — In maniera corretta, sicuramente. Ora comprendo in quale straordinario modo tu mi abbia mostrato che ho enunciato dei nomi, perché altrimenti non si sarebbe potuto dire correttamente "tutti questi termini". Pur tuttavia mi sembra che tu non abbia parlato correttamente, temo, perché ammetto che le quattro congiunzioni sono anche parole; di modo che si è potuto correttamente dire "tutti questi termini" perché si dice correttamente "tutte queste parole". Ma se mi chiedi quale parte del discorso siano le parole, non ti risponderò niente altro che "nome". Quindi il pronome è stato forse aggiunto a questo nome in modo che la tua espressione risultasse corretta. Agostino: — In verità ti sbagli, ma con perspicacia. Per liberarti dall'errore fai maggiore attenzione a ciò che dirò, se pure mi riuscirà di dire ciò che voglio. Trattare le parole con le parole infatti è tanto complicato quanto lo è intrecciare le dita e sfregarle l'una con l'altra; in questo caso a stento uno, a meno che non sia colui che compie questa azione, riesce a distinguere quali dita hanno prurito e quali dita vengono in aiuto di quelle che ce l'hanno. Adeodato: — Sono presente con tutto lo spirito perché il paragone mi ha reso attentissimo. Agostino: — Certamente le parole sono costituite da suoni e da lettere.

Adeodato: — Sì.

Agostino: — Dunque, per servirci di preferenza di quell’autorità che è per noi la più cara, cioè dell'apostolo Paolo quando dice: Nel Cristo non c'era il sì e il no, ma il sì era in lui, non bisogna pensare, credo, che in Cristo vi fossero le due lettere che proferiamo dicendo si, ma piuttosto ciò che da queste due lettere è significato.

Adeodato: — Dici il vero.

Agostino: — Comprendi dunque che chi ha detto il sì era in lui non ha detto niente altro che si chiama sì ciò che era in lui; allo stesso modo, se avesse detto la virtù era in lui, appunto si dovrebbe intendere che non ha detto altro se non che si chiama virtù ciò che era in lui. Non penseremo certo che in lui vi erano le due sillabe che proferiamo quando diciamo virtù e non quello che e da esse significato. Adeodato: — Comprendo e ti seguo. Agostino: — Bene. Non comprendi anche che non c'è differenza se si dice "si chiama virtù" o "si denomina virtù"? Adeodato: — E’ evidente.Agostino: — E’ evidente dunque anche che non c'è nessuna differenza se si dice "si chiama sì" o "si denomina sì" ciò che era in lui.

Adeodato: — Vedo che anche in questo caso non c'è differenza.

Agostino: — Comprendi ormai ciò che voglio mostrare? Adeodato: — Non ancora, in verità. Agostino: — Così non vedi che il nome è ciò con cui si denomina qualche cosa?Adeodato: — Sicuramente, non vedo nulla di più certo. Agostino: — Tu dunque vedi che "sì" è un nome poiché ciò che era in Cristo è chiamato "sì". Adeodato: — Non lo posso negare. Agostino: — Ma se ti chiedessi quale parte del discorso sia il "sì", penso che non diresti che è un nome, ma un verbo, sebbene il ragionamento ci abbia insegnato che è anche un nome. Adeodato: — E’ proprio come tu dici.

Agostino: — Dubiti ancora che le altre parti del discorso siano anche dei nomi nella maniera in cui l'abbiamo dimostrato?

Adeodato: — Non ne dubito, poiché riconosco che significano qualche cosa. Ma se, a proposito delle cose stesse che esse significano, mi chiedi come si chiamino singolarmente, ossia come si denominino, non potrei rispondere che dicendo che sono le parti del discorso che non chiamiamo nomi, ma che, come m'accorgo, siamo costretti a chiamare così.

Agostino: — Non temi che ci possa essere qualcuno che faccia crollare questo nostro ragionamento sostenendo che si deve attribuire agli apostoli autorità in materia di cose, ma non in materia di parole? In tal caso il fondamento della nostra persuasione non sarebbe così saldo come pensiamo. Infatti potrebbe darsi che Paolo, quantunque sia vissuto ed abbia ammaestrato in modo rettissimo, tuttavia si sia espresso poco correttamente dicendo il sì era in lui, tanto più che egli stesso confessa di essere inesperto nel parlare. Come ritieni che si possa ribattere all'autore di questa obiezione? Adeodato: — Non ho alcunché da ribattergli. Ti prego di trovare qualcuno di quelli che sono reputati sommamente esperti in fatto di parole: con la sua autorità tu potrai ottenere meglio ciò che desideri.Agostino: — Dunque la ragione stessa, senza il ricorso alle autorità, non ti sembra abbastanza idonea a dimostrare che tutte le parti del discorso significano qualche cosa e che da ciò esse traggono il loro appellativo. Ma se traggono l'appellativo, si denominano anche, e, se si denominano, sicuramente si denominano dal nome: è facile riscontrarlo nelle diverse lingue. Chi non vede infatti che, se chiedo come i Greci denominino ciò che noi denominiamo "chi'', mi viene risposto tij (tis); come i Greci denominino ciò che noi denominiamo "io voglio" mi viene risposto qhlw (thélo); come i Greci denominino ciò che noi denominiamo "bene", mi viene risposto kalos (kalòs); come i Greci denominino ciò che noi denominiamo "scritto", mi viene risposto to gegrammhnwn (to ghegramménon); come i Greci denominino ciò che noi denominiamo "e", mi viene risposto kai (kài); come i Greci denominino ciò che noi denominiamo "da", mi viene risposto apo (apò); come i Greci denominino ciò che noi denominiamo "oh!", mi viene risposto wi (oi)? E per tutte le parti del discorso che ho ora elencate si esprime correttamente chi pone la domanda nel modo indicato, la qual cosa non sarebbe possibile se non fossero nomi. Dunque, poiché possiamo provare con questo ragionamento che l'apostolo Paolo ha parlato correttamente e possiamo farlo indipendentemente dall’autorità di tutti gli esperti in fatto di parola, che bisogno c'è di cercare una persona illustre per rafforzare la nostra tesi? Ma ci può essere qualcuno troppo restio o troppo ostinato che ancora non si piega, dichiarando che in nessun modo si piegherà se non a quelle persone alle quali, per universale consenso, si attribuisce autorità nelle regole del dire. Che cosa di più autorevole di Cicerone si può trovare nella lingua latina? Ora Cicerone, nelle sue famosissime orazioni che portano il nome di Verrine, designò come nome la preposizione "davanti" (che tuttavia in quel passo è usata come avverbio). Ma può darsi che io non intenda troppo bene quel passo e che esso sia spiegato in modo diverso da me e da altri; perciò eccone un altro nei confronti del quale, penso, non si può obiettare nulla. I più reputati maestri di dialettica insegnano che una proposizione completa, che può essere affermativa o negativa, consta di un nome e di un verbo: è ciò che Tullio in un passo chiama enunciato. E quando si ha il verbo alla terza persona, dicono che il caso del nome deve essere il nominativo e dicono bene. Se dunque consideri la questione con me, riconosci, come credo, che, quando diciamo "l'uomo siede", "il cavallo corre", si hanno due enunciati. Adeodato: — Lo riconosco. Agostino: — Vedi che in ciascuno di essi c'è un nome — "uomo" nel primo, "cavallo" nel secondo — e un verbo — "siede" nel primo, "corre" nel secondo.

Adeodato: — Lo vedo.

Agostino: — Dunque, se dicessi soltanto "siede" o soltanto "corre", giustamente mi chiederesti chi o che cosa; infatti dovrei rispondere l'uomo o il cavallo o l'animale o qualsiasi altra cosa in modo che il nome congiunto al verbo completi l'enunciato, cioè la proposizione che può essere affermativa o negativa.

Adeodato: — Comprendo.

Agostino: — Fai ancora attenzione. Supponi che vediamo qualche cosa in lontananza e siamo incerti se si tratti di un animale o di un sasso o di qualche altra cosa; se io ti dico: "Poiché è un uomo, è un animale", non parlerei in modo avventato? Adeodato: — Senza dubbio: ma non parleresti in modo avventato se dicessi "se è un uomo, è un animale''.

Agostino: — Hai ragione. Pertanto nella tua frase il "se" piace tanto a me che a te, mentre nella mia il "poiché'' dispiace a tutti e due.

Adeodato: — Sono d’accordo.

Agostino: — Considera ora se queste due proposizioni, "se piace" e "poiché dispiace", siano enunciati completi. Adeodato: — Certamente lo sono.

Agostino: — Dimmi ora quali sono i verbi e quali i nomi in questi enunciati.

Adeodato: — Secondo me i verbi sono "piace" e "dispiace"; quanto ai nomi, quali altri se non "se" e "poiché"?

Agostino: — Quindi è sufficientemente provato che queste due congiunzioni sono anche nomi?

Adeodato: — Di certo, in modo sufficiente.

Agostino: — Sei in grado, da solo, di mostrare la medesima cosa secondo la medesima regola per le altre

parti del discorso?

Adeodato: — Sì.

 

 

I SINONIMI

Agostino: - Andiamo avanti dunque. Fin qui abbiamo trovato che tutte le parole sono nomi e tutti i nomi sono parole; ora dimmi se, a tuo avviso, anche tutti i nomi sono vocaboli e tutti i vocaboli sono nomi.

Adeodato: - In verità non vedo quale altra differenza ci sia fra queste cose all’infuori di quella del suono delle sillabe.

Agostino: - Per ora non avanzo obiezioni, sebbene non manchino quelli che vi ravvisano anche una differenza di significato. Ma per il momento non è il caso di prendere in considerazione questa opinione. Sicuramente però ti rendi conto che ormai siamo giunti ai segni che si significano reciprocamente, senza altra distinzione che quella del suono, e che significano se stessi insieme a tutte le altre parti del discorso.

Adeodato: - Non comprendo.

Agostino: - Dunque non comprendi che il nome è significato dal vocabolo e il vocabolo dal nome e ciò in modo tale che, escluso il suono delle lettere, non c'è nessuna differenza per quel che concerne il nome preso in senso generale? Invece, per quel che riguarda il nome preso in senso speciale, esso è una delle otto parti del discorso che, come tale, però non contiene le altre sette.

Adeodato: - Ora comprendo.

Agostino: - Ma è quanto ho detto, che cioè vocabolo e nome si significano reciprocamente.

Adeodato: - Comprendo, ma ti chiedo cosa hai inteso dire aggiungendo che significano se stessi insieme con le altre parti del discorso.

Agostino: - Il precedente ragionamento non ci ha forse insegnato che tutte le parti del discorso possono essere dette sia nomi che vocaboli, cioè possono essere significate tanto dal nome quanto dal vocabolo.

Adeodato: – Sì.

Agostino: – Bene. E se ti chiedessi come chiami il nome, cioè questo suono espresso con due sillabe, non mi risponderesti correttamente che lo chiami "nome"?

Adeodato: - Esatto.

Agostino: - Ma forse anche il segno di quattro sillabe che pronunciamo quando diciamo "congiunzione" significa se stesso in questo modo? No, perché questo nome non può essere posto fra le congiunzioni che significa.

Adeodato: - Lo ammetto.

Agostino: - E questo è quanto abbiamo detto affermando che il nome significa se stesso insieme con le altre cose che significa. E ciò, come puoi comprendere da te stesso, vale anche per il vocabolo.

Adeodato: – E’ facile ormai; mi viene in mente tuttavia che il nome si intende in senso generale e in senso specifico, mentre il vocabolo non rientra tra le otto parti del discorso. Perciò ritengo che vi sia qualche altra differenza tra loro, oltre alla diversità del suono.

Agostino: - Ma tu pensi che tra nomen e on o m a (ònoma) vi sia qualche altra differenza oltre a quella del suono per cui anche la lingua latina si distingue da quella greca?

Adeodato: - In questo caso in verità non vedo altra differenza.

Agostino: - Dunque siamo arrivati a quei segni che significano se stessi e che si significano reciprocamente l'uno con l'altro, e ciò che è significato dall'uno lo è anche dall'altro, per cui differiscono tra loro soltanto per il suono. Questo quarto caso l'abbiamo trovato ora; i tre precedenti riguardano il nome e la parola.

Adeodato: - Ci siamo veramente arrivati.

 

 

 


RIASSUNTO

Agostino: - Ora vorrei che tu mi riassumessi ciò che abbiamo trovato con la conversazione.

Adeodato: - Lo farò, per quanto mi è possibile. Mi ricordo che, in primo luogo, abbiamo cercato per un po' la ragione per cui si parla e abbiamo trovato che lo si fa per insegnare o per far ricordare, poiché anche quando interroghiamo non perseguiamo altro scopo che quello di insegnare, a colui che interroghiamo, ciò che vogliamo udire. Poi abbiamo trovato che il cantare, che pare che facciamo per diletto, non appartiene in senso proprio al discorso. Infine abbiamo trovato che, quando preghiamo Dio, che non possiamo pensare che impari o si ricordi di qualche cosa, le parole rispondono alla funzione o di ammonire noi stessi o di far sì che altri ricordino o imparino qualche cosa per mezzo nostro. Poi, dopo aver bene accertato che le parole sono segni e che non può essere segno ciò che non significa qualche cosa, tu mi hai proposto un verso perché io tentassi di mostrare cosa significhino le singole parole. Il verso era: Si nihil ex tanta superis placet urbe relinqui.

Ora, di tale verso non riusciamo a trovare cosa significasse la seconda parola (nihil), sebbene fosse ben nota e chiara. Giacché però mi pareva che non la inserissimo inutilmente nel parlare, ma in quanto con essa insegniamo qualche cosa all'ascoltatore, tu hai risposto che con questa parola forse si indica la disposizione dello spirito che cerca una cosa e che trova o ritiene di aver trovato che non esiste. Ma poi, evitando con una battuta non so qual profonda questione, ne hai rimandato il chiarimento a un'altra circostanza; non credere comunque che io mi sia dimenticato dell'impegno che hai preso.

Quindi, essendo intento a spiegare la terza parola (ex) del verso, mi sollecitavi a mostrarti la cosa stessa significata dalla parola anziché un'altra parola del medesimo significato. Avendo io detto che ciò era impossibile conversando, siamo venuti a parlare di quelle cose che si mostrano con il dito agli interlocutori. Ritenevo che tali fossero tutti gli oggetti corporei, invece abbiamo trovato che lo sono soltanto gli oggetti visibili. Quindi, non so come, siamo venuti a parlare dei sordi e dei mimi, i quali significano con i gesti, senza la voce, non solo gli oggetti che si possono vedere, ma molti altri e quasi tutto ciò che esprimiamo con le parole.

Ma abbiamo scoperto che anche i gesti sono segni. Allora abbiamo ricominciato a cercare in che modo possiamo mostrare senza alcun segno le cose stesse che sono significate dai segni, dal momento che non si può negare che quella parete, il colore e ogni oggetto visibile che viene mostrata tendendo il dito, sono mostrati con un segno. A questo punto, siccome dicevo sbagliando che era impossibile trovare qualche cosa di simile, ci siamo travati d'accordo nel sostenere che possiamo mostrare senza segni gli atti che non compiamo nel momento in cui ce li chiedono e che possiamo compiere dopo. Il linguaggio però non appartiene a questo genere di cose, perché è apparso abbastanza chiaramente che, se qualcuno ci chiede cosa sia il parlare mentre stiamo parlando, è facile mostrarglielo mediante l’atto stesso.

Abbiamo così imparato che si mostrano segni con segni o, sempre con segni, cose che segni non sono, oppure, senza segno, cose che possiamo compiere dopo che ne siamo stati richiesti. Di questi tre casi abbiamo cominciato a esaminare e discutere in modo più approfondito il primo. Dalla discussione è risultato chiaro quanto segue: che ci sono alcuni segni che non possono essere a loro volta significati dai segni che essi significano, come è il caso del quadrisillabo "congiunzione"; che ce ne sono altri che possono esserlo, come nel caso in cui diciamo "segno" e significhiamo anche parola e diciamo "parola" e significhiamo anche segno, perché "segno" e "parola" sono tanto due segni quanto due parole. É risultato manifesto anche che, in questa categoria in cui i segni si significano a vicenda, alcuni hanno un valore semantico non equivalente, altri sì e altri ancora hanno identico valore semantico. Infatti il bisillabo che proferiamo dicendo "segno" significa senz'altro tutto ciò con cui una cosa è significata, invece il trisillabo che proferiamo dicendo "parola" non è un segno di tutti i segni, ma soltanto di quelli che si proferiscono mediante la voce articolata. Da ciò appare chiaro che, quantunque la parola sia significata dal segno e il segno dalla parola, cioè il trisillabo sia significato dal bisillabo e viceversa, tuttavia il segno ha un valore semantico più esteso della parola, poiché le sue due sillabe significano più cose delle tre sillabe di "parola". Hanno invece un valore semantico equivalente la parola in senso generale e il nome in senso generale. Il ragionamento infatti ci ha insegnato che tutte le parti del discorso sono nomi perché ad essi si possono associare i pronomi, inoltre che di tutte le parti del discorso si può dire che denominino qualche cosa e nessuna è tale che, con l'aggiunta di un verbo, non possa dar luogo a un enunciato completo.

Ma, benché il nome e la parola abbiano un valore semantico equivalente, perché tutti i segni che sono parole sono anche nomi, non per questo tuttavia hanno un identico valore semantico. In modo abbastanza probabile abbiamo messo in luce che sono diverse le ragioni per cui sono chiamati parole e nomi; appunto abbiamo trovato che il primo termine (verbum) si riferisce alla percussione (verberatio) dell'orecchio e il secondo (nomen) al richiamo del ricordo (commemoratio) nell'animo. Lo si può comprendere peraltro dal fatto che, nel parlare molto correttamente diciamo: "Qual è il nome di questa cosa?" quando vogliamo affidarla alla memoria, e invece non abbiamo l’abitudine di dire: "Quale è la parola di questa cosa?". Infine, fra i segni che hanno non solo un valore semantico equivalente, ma anche identico e che differiscono tra loro soltanto per il suono delle lettere, abbiamo trovato nome e on o m a (ónoma). In verità mi era sfuggito che, nella categoria dei segni che si significano a vicenda, non ne abbiamo trovato nessuno che, tra le altre cose, significhi anche se stesso.

Questo è quanto ho potuto ricordare. Tu, che in questa conversazione, penso, non hai detto nulla che non sapessi e di cui non fossi certo, ormai potrai vedere se ho riferito bene e in modo ordinato.

 

 

I SEGNI E LE COSE

21. Agostino: - Hai ricordato abbastanza bene ciò che volevo e, lo confesso, queste distinzioni ora mi appaiono in modo molto più evidente di quando, cercando e discutendo, le tiravamo fuori da non so quale luogo nascosto. Ma, al punto in cui siamo, è difficile a dirsi dove io cerchi di giungere insieme a te attraverso giri tanto tortuosi. Tu forse credi che stiamo giocando e distogliendo lo spirito dalle cose serie con alcune questioncelle puerili o che stiamo trattando problemi di scarsa o limitata utilità; oppure, se prevedi che da questa discussione possa scaturire qualche cosa di importante, ormai desideri saperla subito o almeno vuoi sentirne parlare. Vorrei piuttosto che credessi che con questo discorso non ho inteso dar luogo a giochetti di poco valore perché, anche se può darsi che stiamo giocando, tuttavia la cosa non va valutata in senso puerile; inoltre, non sto pensando a beni di piccola o mediocre qualità.

Pertanto, se ti dico che è proprio la vita beata e sempiterna la meta alla quale, con la guida di Dio, cioè della verità stessa, vorrei che fossimo condotti per tappe successive, adatte al nostro debole piede, temo di apparire ridicolo, dal momento che ho intrapreso un tale cammino a partire non già dalle cose stesse che sono significate, ma dai segni. Mi perdonerai dunque se ti propongo alcuni esercizi preparatori: non lo faccio per il gusto di giocare, ma per esercitare le forze e l'acutezza della mente in modo da poter con esse non solo tollerare, ma anche amare il calore e la luce di quella regione in cui regna la vita beata.

Adeodato: - Continua pure come hai cominciato; non penserei mai che sia da disprezzare quanto hai ritenuto bene dire o fare.

Agostino: - Su, ora dunque consideriamo quella parte relativa ai segni che non significano altri segni, ma gli oggetti che chiamiamo significabili. E dimmi prima di tutto se l'uomo è uomo.

Adeodato: - A questo punto davvero non so se stia scherzando.

Agostino: - E perché?

Adeodato: - Perché ritieni di dovermi chiedere se l'uomo è altra cosa da un uomo.

Agostino: - Credo che riterresti che mi prenda gioco di te anche qualora ti chiedessi se la prima sillaba di questo nome è altra cosa da "uo" e la seconda altra cosa da "mo".

Adeodato: - Proprio così.

Agostino: - Ma tu negheresti che queste due sillabe congiunte danno "uomo".

Adeodato: - E chi lo negherebbe?

Agostino: - Ti chiedo dunque se tu sei queste due sillabe congiunte.

Adeodato: - No di certo; ma vedo dove vuoi arrivare.

Agostino: - Dillo pure, affinché non pensi che io voglia oltraggiarti.

Adeodato: - Tu ritieni di poter concludere che io non sono un uomo.

Agostino: - E che? Non sei anche tu della medesima opinione, dal momento che haí ammesso che sono vere tutte le precedenti affermazioni che conducono a questa conclusione?

Adeodato: - Non ti dirò ciò che penso prima di aver udito da te se, nel chiedermi se l'uomo è uomo, mi interrogavi su queste due sillabe o su ciò che esse significano.

Agostino: - Rispondi tu piuttosto in quale senso hai inteso la mia domanda: giacché, se è equivoca, tu dovevi stare in guardia e non rispondermi prima di essere certo in merito al senso della mia richiesta.

Adeodato: - Quale difficoltà poteva procurarmi questo equivoco, dal momento che ho risposto tanto in riferimento all'uno quanto in riferimento all'altro senso? Infatti in ogni modo l'uomo è uomo, perché queste due sillabe non sono altro che queste due sillabe e ciò che esse significano non è altro che ciò che è.

Agostino: - La risposta è certamente giudiziosa; ma perché hai preso nei due sensi soltanto il termine "uomo" e non anche tutte le altre parole di cui abbiamo parlato?

Adeodato: - In base a che cosa dovrei convincermi che non ho preso così anche le altre parole?

Agostino: - Per tralasciare il resto, se tu avessi preso la mia prima domanda esclusivamente nel senso del suono delle sillabe, non mi avresti risposto nulla: ti sarebbe potuto sembrare anche che non ti avessi posto alcuna domanda. Ma, quando ho pronunciato le tre parole e ho ripetuto quella di mezzo chiedendo se l'uomo è uomo, tu hai preso la prima o l'ultima non come segni ma come ciò che essi significano. Ciò risulta evidente dal fatto che hai ritenuto di dover rispondere subito, con prontezza e sicurezza, alla mia domanda.

Adeodato: - Dici il vero.

Agostino: - Perché dunque ti è piaciuto considerare solo la parola di mezzo sia dal punto di vista del suono che dal punto di vista del significato?

Adeodato: - Ecco, ora prendo in considerazione l’intera frase dal punto di vista del significato; infatti sono d'accordo con te che è assolutamente impossibile discutere se l'anima, nell'udire le parole, non si rivolge alle cose di cui esse sono segni. Perciò mostrami come sono stato tratto in inganno da questo ragionamento la cui conclusione è che io non sono un uomo.

Agostino: - No, piuttosto ti ripropongo la domanda in modo che tu possa scoprire da solo dove ti sei sbagliato.

Adeodato: - Fai bene.

Agostino: - Non ti chiederò quello che ti ho chiesto prima, perché me lo hai già concesso. Considera dunque più attentamente se la sillaba "uo" non è niente altro che "uo" e se la sillaba "mo" non è niente altro che "mo".

Adeodato: - Invero non ci vedo altro.

Agostino: - Considera anche se si ha "uomo" congiungendo le due sillabe.

Adeodato: - Mai te lo concederei. Abbiamo ammesso e a buon diritto che, dato un segno, si rivolge l'attenzione a ciò che esso significa e che dalla sua analisi si dà luogo a un enunciato affermativo o negativo. Invece, per quel che riguarda le due sillabe pronunciate separatamente, poiché esse risuonano senza alcun significato, abbiamo già concesso che valgono soltanto come suoni.

Agostino: - Tu dunque ammetti e ritieni per certo che alle domande si deve rispondere soltanto facendo riferimento alle cose che sono significate dalle parole?

Adeodato: - Non vedo perché non dovrebbe essere così, dal momento che si tratta di parole.

Agostino: - Vorrei sapere quali obiezioni opporresti a colui del quale si sente spesso dire per scherzo che aveva concluso la sua argomentazione sostenendo che un leone era uscito dalla bocca del suo interlocutore. Infatti aveva chiesto a quest'ultimo se ciò che esprimiamo a parole esce dalla nostra bocca; l'interlocutore non l`aveva potuto negare; quindi fece in modo - e ciò gli fu facile - che nel parlare egli nominasse il "leone". Ciò fatto, cominciò scherzosamente a deriderlo e a incalzarlo in modo che, avendo egli ammesso che tutto ciò che diciamo esce dalla nostra bocca e non potendo negare dì aver pronunciato la parola "leone", sembrava che quel brav'uomo avesse vomitato una bestia tanto feroce.

Adeodato: - In verità non sarebbe stato affatto difficile replicare a quel buffone: non gli avrei concesso che tutto ciò che diciamo esce dalla nostra bocca. Ciò che diciamo infatti lo esprimiamo con segni; ora, dalla bocca di colui che parla non esce la cosa che è significata, ma il segno con cui è significata, a eccezione del caso di cui abbiamo trattato poco fa, cioè quando si significano i segni stessi.

Agostino: - In questo modo avresti risposto bene a quell'uomo. Ma, come mi risponderai se ti chiedo: "uomo" è un nome?

Adeodato: - E che altro è se non un nome?

Agostino: - Ma allora, quando ti vedo, è un nome che vedo?

Adeodato: - No.

Agostino: - Vuoi dunque che dica che cosa ne consegue?

Adeodato: - Per favore, no; infatti io stesso ho dichiarato che non sono un uomo, rispondendoti che è un nome quando mi hai chiesto se uomo è un nome. Del resto avevamo già stabilito che è a partire dalla cosa significata che si ha enunciato affermativo o negativo.

Agostino: - Mi sembra tuttavia che non ti sia imbattuto invano in questa risposta: è la legge stessa della ragione, impressa nelle nostre menti, che ha vinto la tua vigilanza. Infatti, se ti chiedessi che cosa è l’uomo, tu forse risponderesti che è un animale; se invece ti chiedessi che parte del discorso è "uomo", in nessun altro modo mi potresti rispondere correttamente se non dicendo che è un nome. Così, poiché troviamo che uomo è sia nome che animale, diciamo che è nome dal punto di vista del segno e animale dal punto di vista del significato. Dunque a chi chiede se uomo è un nome, gli dovrei rispondere che lo è perché fa capire abbastanza chiaramente che vuole una risposta dal punta di vista del segno; se invece chiede se è un animale, gli risponderei affermativamente con maggiore spontaneità. Infatti, se mi chiedesse soltanto che cosa è l’uomo senza parlare di nome o di animale, la mente, per quella regola del linguaggio da noi condivisa, si porterebbe subito sull'oggetto significato dalle due sillabe e non risponderebbe altro che è un animale o, piuttosto, ne darebbe l'intera definizione, e cioè che é un animale razionale mortale. Non sei di questo avviso?

Adeodato: - Certamente sono di questo avviso. Ma, quando avremo concesso che è un nome, come potremo evitare quella conclusione troppa offensiva secondo cui non siamo uomini?

Agostino: - Come, pensi, se non dimostrando che la conclusione non è tratta dal nostro modo di rispondere affermativamente all'interlocutore? Del resto non c'è affatto da paventare neppure se dichiara di trarla da tale risposta; infatti perché dovrei temere di ammettere che non sono uomo, cioè che non sono queste due sillabe?

Adeodato: - Niente di più vero. Ma allora perché suona offensivo per l’animo quando sente dire "tu dunque non sei un uomo", dal momento che, secondo ciò che si è ammesso, non si potrebbe dire niente di più vero?

Agostino: - Perché, non appena le parole risuonano, sono indotto a pensare che la conclusione si riferisce a ciò che è significato da queste due sillabe, conformemente alla regola, che naturalmente ha grande valore, per la quale la mente, percepiti i segni, si porta subito sulle cose significate.

Adeodato: - Accetto ciò che dici.

 

 

I SEGNI E LA CONOSCENZA DELLE COSE

Agostino: - Parimenti vorrei che tu comprendessi che le cose significate valgono di più dei segni. Infatti tutto ciò che è per altro, necessariamente vale di meno rispetto a ciò per cui è. A meno che tu non sia di diversa opinione.

Adeodato: - Mi pare che in proposito non si debba acconsentire troppo in fretta; infatti, se diciamo "melma" (coenum), penso che questo nome sia di gran lunga superiore alla cosa che significa. Il fatto che, nell'udirlo, provochi disgusto non dipende dal suono della parola, anche perché coenum, in quanto nome, cambiata una sola lettera, diventa coelum (cielo).

Ma noi sappiamo quanto sia grande la differenza che c'è fra le cose significate da questi nomi. Pertanto non attribuirei mai al segno coenum ciò che detestiamo nella cosa che esso significa e appunto per questo lo reputo superiore alla cosa. Non è un caso dunque che udiamo più volentieri questo segno che non percepiamo la cosa con qualcuno dei sensi.

Agostino: - Dai prova di grande perspicacia. E’ falso dunque che tutte le cose valgono di più dei loro segni?

Adeodato: - Sì, così sembra.

Agostino: - Dimmi allora che cosa hanno avuto di mira, secondo te, coloro che hanno imposto un nome a una cosa tanto brutta e spregevole. Per dirla diversamente, li approvi o li disapprovi?

Adeodato: - Da parte mia non oso né approvarli né disapprovarli, e non so neppure a che cosa mirassero. Agostino: - Sai tu almeno che cosa hai di mira quando pronunci questo nome?

Adeodato: - Questo sì, certamente. Infatti intendo dare un segno per insegnare o far ricordare al mio interlocutore ciò che ritengo opportuno apprenda o ricordi.

Agostino: - E che? L'insegnare o il far ricordare oppure l'apprendere o il ricordare, che con questo nome tu puoi facilmente offrire o ricevere, non si devono ritenere di maggior valore del nome stesso?

Adeodato: - Concedo che anche la conoscenza ottenuta mediante tale segno è da preferire al segno, ma non per questo penso che sia così anche per la cosa.

Agostino: - Dunque, secondo la nostra tesi, mentre è falso che tutte le cose devono essere preferite ai loro segni, non è falso invece che tutto ciò che è per altro vale di meno di ciò per cui è. La conoscenza della melma appunto, per la quale questo nome è stato istituito, è da preferirsi al nome stesso che, a sua volta, come abbiamo stabilito, è da preferirsi alla melma stessa. E infatti per nessun altro motivo la conoscenza è da preferire al segno di cui si tratta se non perché è provato che il segno è per essa e non essa per il segno. Così è avvenuto per un divoratore o cultore del ventre, come lo chiama l'Apostolo, il quale diceva che viveva per mangiare. Un uomo sobrio che l'ascoltava non riuscì a sopportarlo e gli replicò: "Quanto sarebbe meglio che mangiassi per vivere". In ogni caso entrambi parlavano in base a questa medesima regola. Non per altro infatti il ghiottone fu rimproverato se non perché, col dire che viveva per il cibo, dava prova di stimare così poco la vita da considerarla di minor valore dei piaceri della gola. E se si loda giustamente l'uomo sobrio, lo si fa perché, comprendendo quale delle due cose si dovrebbe compiere per l'altra, cioè quale si dovrebbe subordinare all'altra, ammonì che si deve mangiare per vivere piuttosto che vivere per mangiare.

Allo stesso modo, a un chiacchierone amante delle parole che dicesse: "Insegno per parlare", forse anche tu e chiunque altro capace di giudicare rettamente le cose rispondereste: "Buon uomo, perché piuttosto non parli per insegnare?". Se ciò è vero e tu sai che lo è, vedi certamente quanto siano da considerare di minor pregio le parole rispetto a ciò per cui le usiamo. Il loro stesso uso, peraltro, è da preferire alle parole, perché le parole sono fatte per usarle e noi appunto le usiamo per insegnare. Di quanto dunque l'insegnare è migliore del parlare, di tanto il linguaggio è migliore delle parole. Di conseguenza il contenuto dell'insegnamento (doctrina) è di gran lunga migliore delle parole. Ma io vorrei sentire se per caso tu abbia qualche cosa da ribattere.

Adeodato: - Ammetto che il contenuto dell'insegnamento è migliore delle parole: ma non so se non ci sia nulla da obiettare contro la regola per cui tutto ciò che è per altro vale di meno rispetto a ciò per cui è.

Agostino: - Ne tratteremo in maniera più adeguata e approfondita un'altra volta; per ora quello che tu ammetti è sufficiente per ciò che cerco di stabilire. Tu concedi che la conoscenza delle cose ha maggior valore dei loro segni; pertanto non ti pare che la conoscenza delle cose che sono significate è da preferirsi alla conoscenza dei segni?

Adeodato: - Ma davvero ho concesso che la conoscenza delle cose è superiore alla conoscenza dei segni o non piuttosto che è superiore ai segni stessi? Su questo punto perciò esito a essere d'accordo con te. Forse che, se il nome "melma" è da preferirsi alla cosa che significa, anche la conoscenza di questo nome è da preferirsi alla conoscenza di questa cosa, sebbene il nome di per sé sia inferiore a questa conoscenza? In effetti quattro sono i termini: il nome e la cosa, la conoscenza del nome e la conoscenza della cosa. Siccome il primo è superiore al secondo, perché il terzo non dovrebbe esserlo rispetto al quarto? Ma, qualora non lo sia, per questo deve essere inferiore?

Agostino: - Vedo che hai tenuto presente in modo veramente mirabile quello che hai concesso e hai chiarito quanto pensavi. Ma, come credo, comprendi che questo nome di due sillabe che risuona dicendo "vizio" è superiore rispetto a ciò che significa, mentre la conoscenza di tale nome è di gran lunga inferiore rispetto alla conoscenza dei vizi. Ammesso che proponi alla considerazione i quattro elementi e cioè nome e cosa, conoscenza del nome e conoscenza della cosa: a buon diritto noi preferiamo il primo al secondo. Questo nome infatti, nel poema di Persio in cui si dice: "Ma costui è istupidito dal vizio", non solo non introduce alcunché di vizioso nel verso, ma anzi gli conferisce un certo ornamento, sebbene la cosa significata da questo nome, quale che sia il soggetto in cui si trova, lo renda inevitabilmente vizioso. Ma non va così per il terzo termine rispetto al quarto: vediamo che il quarto eccelle sul terzo. La conoscenza di questo nome infatti è di poco valore rispetto alla conoscenza dei vizi.

Adeodato: - E questa conoscenza, secondo te, è ancora da preferirsi anche se rende più infelici? Persio, fra tutte le pene che la crudeltà dei tiranni ha escogitato o la loro cupidigia fa scontare, considera superiore solo quella da cui sono tormentati gli uomini, costretti a riconoscere i vizi che sono incapaci di evitare.

Agostino: - Con questo modo di ragionare tu puoi dire che neppure la conoscenza delle virtù è da preferirsi alla conoscenza del nome relativo, perché vedere una virtù e non possederla è un supplizio con cui il medesimo poeta satirico si è augurato che fossero puniti i tiranni.

Adeodato: - Dio ci scampi da questa follia. Ormai comprendo che non si deve dare la colpa alle conoscenze in se stesse, attraverso le quali l'istruzione più alta e completa riempie l'anima; inoltre che gli uomini affetti da una malattia tale che, contro di essa, non possono giovarsi neppure di un rimedio così efficace, si devono considerare come i più miseri di tutti. Credo che anche Persio fosse di questo avviso.

Agostino: - Hai ben compreso; ma quale che sia l'opinione di Persio a noi cosa importa? In questa materia infatti non siamo soggetti all'autorità di queste persone. D'altronde qui non è facile spiegare se una conoscenza è da preferirsi a un'altra. Per ora mi è sufficiente quello che si è raggiunto, ossia che la conoscenza delle cose che sono significate, anche se non è migliore della conoscenza dei segni, tuttavia lo è dei segni stessi. Ora perciò esaminiamo più in dettaglio quale sia il genere di cose che, come dicevamo, si possono mostrare per se stesse, senza segni, come parlare, passeggiare, sedere, giacere e simili.

Adeodato: - Mi ricordo di ciò che si tratta.

 

 

LE COSE PRECEDONO I SEGNI

Agostino: - Secondo te, si possono mostrare senza segno tutte le azioni che siamo in grado di compiere subito dopo che siamo stati interrogati in proposito, o hai qualche eccezione da fare?

Adeodato: - Io, in verità, considerando e riconsiderando tutto questo genere di azioni, non ho trovato ancora niente che si possa insegnare senza segno, a eccezione forse del linguaggio e dell'insegnare, se per caso qualcuno ci chiede cosa sia l'atto di insegnare. Vedo infatti che qualunque atto io compirò per istruire qualcuno, dopo la sua richiesta, non potrò allontanarmi dalla cosa stessa che desidera che gli sia mostrata. Giacché, come si è detto, se qualcuno mi chiede cosa sia camminare quando ho finito di camminare o sto facendo altro e io tento di insegnargli senza segno ciò che mi ha chiesto mettendomi subito a camminare, come potrò metterlo in guardia dal pensare che il camminare si riduce unicamente a quel tanto che avrò camminato? Se pensa così, si ingannerà perché riterrà che non abbia camminato chiunque avrà camminato più o meno di me. E quello che ho detto di questa parola vale per tutto ciò di cui ho ammesso che si può mostrare senza segno, a eccezione dei due casi che abbiamo escluso.

Agostino: - Su ciò sono d'accordo; ma non ti pare che altro è parlare e altro insegnare?

Adeodato: - Certamente, perché, se fossero la medesima cosa, non si insegnerebbe che parlando; ma poiché insegniamo molte cose con altri segni oltre che con le parole, chi potrebbe dubitare di questa differenza?

Agostino: - E che, insegnare e significare non differiscono affatto o differiscono in qualche cosa?

Adeodato: - Penso che siano la medesima cosa.

Agostino: - Non si esprime correttamente chi dice che noi facciamo dei segni per insegnare?

Adeodato: - Certo, parla in modo corretto.

Agostino: - Bene. E se un altro dicesse che noi insegniamo per fare dei segni, non sarebbe facile smentirlo sulla base del principio stabilito sopra?

Adeodato: - Sì.

Agostino: - Se dunque facciamo dei segni per insegnare e non insegniamo per fare dei segni, altro è insegnare e altro è fare dei segni.

Adeodato: - Dici il vero ed erroneamente ho risposto che si tratta della medesima cosa.

Agostino: - Ora rispondi a questa domanda: chi insegna cosa sia insegnare lo fa facendo dei segni o in altro modo?

Adeodato: - Non vedo come sia possibile in altro modo.

Agostino: - È dunque errato ciò che hai detto poco fa, ossia che si può insegnare la cosa senza segni quando si chiede cosa sia l'insegnare. Vediamo infatti che neppure ciò si può fare senza segni dal momento che hai concesso che altro è fare dei segni e altro è insegnare. Se infatti sono due atti diversi, come è evidente, e se l'uno non può essere mostrato che mediante l'altro, vuol dire che esso non si mostra da sé, come ti era sembrato. Finora dunque non abbiamo trovato nulla che possa mostrarsi da se stesso all'infuori del linguaggio che, fra le altre cose, significa anche se stesso. Ma siccome anche il linguaggio è un segno, non c'è assolutamente nulla che, come sembra, si possa insegnare senza segni.

Adeodato: - Non ho alcun motivo per dissentire.

Agostino: - Da quanto detto dunque risulta che niente si può insegnare senza segni e che la conoscenza in sé è per noi più pregevole dei segni con cui conosciamo, sebbene non tutti gli oggetti che sono significati possano essere migliori dei loro segni.

Adeodato: - Mi pare che sia così.

Agostino: - Ma dimmi. Ricordi quanti giri abbiamo compiuto per ottenere un risultato così modesto? Infatti, da quando abbiamo cominciato a scagliarci contro le parole - ed è molto che lo facciamo -, ci siamo affannati per trovare le risposte a questi tre problemi: se si può insegnare qualche cosa senza segni; se ci sono segni che sono da preferire alle cose che essi significano; e se la conoscenza stessa delle cose è preferibile ai segni. Ma c'è una quarta questione su cui vorrei avere in breve una tua opinione, e cioè se, secondo te, le soluzioni che abbiamo trovato sono tali che ormai non se ne può più dubitare.

Adeodato: - Avrei voluto in verità che, dopo tanti giri e tortuosità, si fosse giunti a risultati certi; ma questa tua ultima domanda, non so come, mi inquieta e non mi consente di dare l'assenso. Mi sembra infatti che non me l'avresti posta se non avessi qualche cosa da obiettare. La complessità stessa delle cose mi impedisce di esaminare l'insieme e di rispondere con sicurezza; temo appunto che, fra tante pieghe, si nasconda qualche cosa su cui l'acutezza della mia mente non è in grado di far luce.

Agostino: - Accolgo con piacere la tua esitazione perché è il segno di uno spirito non avventato ed è la più grande salvaguardia della tranquillità intellettuale. E’ infatti assai difficile non turbarsi quando le opinioni che accettavamo con spontanea e piena adesione crollano di fronte a dimostrazioni in senso contrario e ci vengono quasi strappate dalle mani. Pertanto, come è bene cedere di fronte ad argomenti ben considerati e attentamente esaminati, così è pericoloso ritenere per conosciuto ciò che non lo è. C'è da temere appunto che, poiché spesso vengono demolite opinioni che si presumevano stabili e durature, cadiamo in tale avversione o tale apprensione nei confronti della ragione, che riteniamo di non dover prestare fede neppure alla verità più evidente.

Ma su, ora esaminiamo con l'animo più libero se a buon diritto hai ritenuto di dover dubitare. Ti pongo una questione. Supponi che un tale, inesperto della caccia agli uccelli che si pratica con panie e visco, s'imbatta in un uccellatore, naturalmente armato dei suoi strumenti, ma che non intende servirsene e procede per la sua strada. A questa vista il nostro uomo tratterrà il passo e, meravigliandosi, come capita, rifletterà fra sé e si chiederà a che cosa possa servire quell'attrezzatura. L'uccellatore, vedendosi osservato, per il desiderio di mettersi in mostra preparerà le canne e poi, scoperto nelle vicinanze un uccelletto, con il fusto di una canna e con il falcone lo immobilizzerà, gli metterà le mani sopra e lo catturerà. Quest'uomo non ha insegnato a colui che lo osserva ciò che voleva sapere, senza ricorrere ad alcun segno ma mediante la cosa stessa?

Adeodato: - Temo che si tratti di qualche cosa di simile a ciò che ho detto di colui che chiede che cosa sia camminare. Vedo che neanche nel caso della cattura degli uccelli l'operazione è stata mostrata nella sua totalità.

Agostino: - E' facile liberarti da questa preoccupazione. Aggiungo la clausola che l'osservatore sia abbastanza intelligente da capire tutta intera questa tecnica a partire da ciò che vede. Giacché, per il nostro assunto, è sufficiente che, se non tutte le cose, almeno alcune possano essere insegnate senza segni ad alcuni uomini.

Adeodato: - Ma anch'io posso aggiungere una clausola: se è abbastanza intelligente, una volta che gli è stato indicato con pochi passi cosa è il camminare, capirà in che cosa consiste nella sua totalità.

Agostino: - Fallo pure; da parte mia non solo non mi oppongo, ma anzi ti assecondo. Vedi dunque che ciascuno di noi ha stabilito che alcune cose si possono insegnare ad alcune persone senza segni e che quindi è falso ciò che pensavamo poco fa, ossia che non vi è assolutamente nulla che si possa mostrare senza segni. A partire da questi casi non sono una o due, ma mille le cose che vengono alla mente come tali che si possono mostrare di per sé senza il ricorso ad alcun segno. E allora, scusa, perché ne dubitiamo? Per non parlare dei tanti spettacoli che, in tutti i teatri, gli attori presentano senza ricorrere ai segni ma mediante le cose stesse, Dio e la natura non fanno sì che si mostrino da se stessi a coloro che li osservano questo sole, cioè la luce che inonda e riveste tutte queste cose, la luna e le stelle, le terre, i mari e gli innumerevoli esseri che vi sono generati?

E se consideriamo la questione con maggiore attenzione, forse non troverai nulla che si apprenda mediante i suoi segni. Quando infatti mi viene dato un segno, se io non so di che cosa è segno, esso non può insegnarmi nulla; se invece lo so, che cosa apprendo mediante il segno?

Così quando leggo Et sarabarae eorum non sunt mutatae, la parola non mi mostra la cosa che significa. Se infatti con tale nome si chiamano certi copricapo, forse che, una volta uditolo, ho appreso cosa è il capo e cosa sono i copricapo? Queste cose le conoscevo già; non ne ho acquistata nozione perché le ho sentite nominare da altri, ma perché le ho viste da me. Non è infatti quando per la prima volta le due sillabe della parola "capo" hanno colpito le mie orecchie, come non è quando per la prima volta ho sentito o letto sarabare che ne ho conosciuto il significato. Ma piuttosto, sentendo spesso dire "capo", ho notato e fatta attenzione alla circostanza in cui era pronunciato, così ho trovato che il termine designava una cosa che mi era già ben nota per averla vista. Prima di questa scoperta la parola per me era soltanto un suono; ho appreso che era un segno quando ho trovato di quale cosa era segno. Ma, come ho detto, questa cosa l'ho appresa non per mezzo del significato, ma per mezzo della vista. Perciò è il segno che si apprende attraverso la conoscenza della cosa e non già la cosa stessa attraverso l'emissione del segno.

Per comprendere meglio la questione, supponi che ora, per la prima volta, udiamo il termine "capo". Non sapendo se è soltanto il risuonare di una voce oppure se ha anche un significato, domandiamo che cosa è il capo. (Ricordati che desideriamo conoscere non la cosa significata, ma il segno stesso, conoscenza di cui evidentemente siamo privi fino a che ignoriamo di che cosa è segno). Se dunque alla nostra richiesta ci viene mostrata col dito la cosa stessa, nel vederla apprendiamo il segno che avevamo soltanto udito, ma non ancora conosciuto. Ora, poiché questo segno presenta due aspetti, il suono e il significato, certamente non abbiamo percepito il suono mediante il segno ma mediante l'udito percosso dal suono e il significato mediante la percezione della cosa significata. Il dito teso infatti non può significare niente altro che ciò verso cui esso è teso. Ora il dito non è teso verso il segno, ma verso quella parte del corpo che è chiamata capo; quindi, mediante questo gesto, non posso conoscere né la cosa che conoscevo già né il segno perché il dito non è teso verso di esso.

Ma non voglio occuparmi troppo del dito teso, poiché mi sembra che sia il segno dell'azione stessa del mostrare piuttosto che delle cose che sono da esso mostrate, come avviene, per esempio, quando diciamo "ecco"; infatti, nel pronunciare questo avverbio siamo soliti anche tendere il dito come se un segno solo per mostrare non sia sufficiente. Ora, se mi sarà possibile, cercherò soprattutto di persuaderti che non apprendiamo nulla con i segni che chiamiamo parole. Infatti, come ho detto, piuttosto che la conoscenza della cosa a partire dal suo significato, apprendiamo il valore della parola (ossia il suo significato che si nasconde nel suono) a partire dalla conoscenza della cosa significata.

E ciò che ho detto del capo lo potrei dire anche dei copricapo e di innumerevoli altre cose; ma queste le conoscevo già, mentre le famose sarabare non so ancora cosa siano. E se qualcuno me le indicasse con un gesto o me le dipingesse oppure mi mostrasse qualche cosa di simile, non direi che non me le ha insegnate - cosa che potrei provare facilmente se volessi dilungarmi un po' - ma dico qualche cosa di molto simile e cioè che non me le ha insegnate con le parole. Se poi, scorgendole davanti a me, mi avvertisse dicendo: "ecco le sarabare", apprenderei una cosa che non conoscevo, però non già per mezzo delle parole pronunciate, ma mediante la percezione diretta delle sarabare. Ne deriverebbe che conoscerei e apprenderei anche il valore di questo nome. Nell'apprendere la cosa infatti non è alle parole altrui che ho prestato fede, ma ai miei occhi; alle parole tuttavia forse ho creduto per prestare attenzione, cioè per cercare con lo sguardo la cosa da vedere.

 

 

L’UTILITÀ DEL LINGUAGGIO

Le parole hanno valore entro questi limiti; per valutarle quanto più è possibile dirò che ci stimolano soltanto a cercare le cose, ma non ce le presentano perché le conosciamo. Invero mi insegna qualche cosa soltanto chi mi presenta agli occhi o a qualche altro senso del corpo oppure alla mente stessa ciò che voglio conoscere. Dunque, con le parole apprendiamo soltanto le parole, anzi il suono e lo strepito delle parole. Se infatti non sono parole quelle che non sono segni, nell'ascoltare una parola non so se è tale fino a che non ne conosco il significato.

Dunque, con la conoscenza delle cose si ottiene anche la conoscenza delle parole, mentre con l'udire le parole non si apprendono neanche le parole. Infatti non apprendiamo le parole che conosciamo: oppure possiamo affermare che abbiamo apprese quelle che non conosciamo solo dopo che ne abbiamo percepito il significato, la qualcosa avviene non già con l'ascolto delle parole proferite, ma con la conoscenza delle cose significate. È un ragionamento verissimo e formulato in modo ineccepibile quello secondo cui, quando si proferiscono parole, o sappiamo ciò che significano o non lo sappiamo; se lo sappiamo, lo richiamiamo alla memoria piuttosto che apprenderlo; se invece non lo sappiamo, neppure lo richiamiamo alla memoria, ma forse siamo sollecitati a cercarlo.

Ammettiamo poi, dopo aver detto a proposito dei famosi copricapo, il cui nome è da noi percepito soltanto come un suono, che non possiamo conoscerli se non dopo averli visti e che ne possiamo conoscere meglio il nome solo dopo averli conosciuti, che tu obiettassi che abbiamo appreso solo per mezzo di parole come questi fanciulli hanno superato con la fede e la pietà le fiamme e il re, quali lodi hanno cantato a Dio, quali onori si sono meritati perfino dal loro nemico. In tal caso io ti risponderei che conoscevamo già tutto ciò che queste parole significano. Infatti sapevo già cosa sono tre fanciulli, la fornace, il fuoco, il re e, infine, cosa voglia dire illesi dal fuoco e tutto il resto che quelle parole significano. Quanto ad Anania, Azaria e Misael, essi mi sono ignoti tanto quanto le famose sarabare e i loro nomi non mi hanno aiutato per conoscerli né mi potranno ormai più aiutare.

Del resto confesso più di credere che di sapere che tutto ciò che si legge di quella storia sia avvenuto in quel tempo così come è scritto. Questa differenza era nota anche a coloro ai quali crediamo; dice infatti il Profeta: Se non crederete, non comprenderete, e di certo non 1'avrebbe detto se non avesse ritenuto che non c'è nessuna differenza. Dunque ciò che comprendo, lo credo anche; ma non tutto ciò che credo lo comprendo. E so tutto ciò che comprendo, ma non tutto ciò che credo. Del resto non ignoro quanto sia utile credere molte cose che ignoro; e appunto tra le cose utili metto anche la storia dei tre fanciulli.

Dunque, poiché non posso sapere un buon numero di cose, tuttavia so quanto è utile credervi.

Ma su tutte le realtà che comprendiamo interpelliamo la verità non in quanto risuona al di fuori di noi, ma in quanto presiede interiormente allo spirito stesso stimolati forse dalle parole. Ora, colui che noi interpelliamo è colui che insegna, il Cristo di cui si è detto che abita nell'uomo interiore, ossia la Potenza immutabile e la Sapienza eterna di Dio. E' essa che tutte le anime razionali interpellano, ma si apre a ciascuna nei limiti in cui può accoglierla secondo la propria buona o cattiva volontà. E se talora l'anima sbaglia, non avviene per difetto della Verità interpellata, come non è per difetto della luce esterna che gli occhi corporali spesso ci ingannano; questa luce, dobbiamo confessare, la interpelliamo relativamente alle cose visibili, perché ce le mostri secondo le nostre capacità di vedere.

 

 

LA VERITÀ INTERIORE

Ma se per i colori interpelliamo la luce e per le altre qualità che percepiamo con il corpo interpelliamo gli elementi di questo mondo, i corpi stessi che percepiamo e i sensi dei quali la mente si serve come interpreti per conoscere questa sorta di oggetti, per le cose intelligibili invece interpelliamo la verità interiore, mediante la ragione. Che cosa si può dire allora per mostrare che con le parole apprendiamo una cosa diversa dal suono che colpisce i nostri orecchi? In effetti tutti gli oggetti che percepiamo li percepiamo o con i sensi o con la mente; gli uni li chiamiamo sensibili, gli altri intelligibili o, per parlare alla maniera dei nostri autori, gli uni carnali, gli altri spirituali. Interrogati sui primi, se sono presenti, rispondiamo dicendo ciò che percepiamo, come quando, per esempio, ci si chiede quale o dove sia la luna nuova mentre la stiamo guardando. In questo caso chi interroga, se non vede lui stesso, crede alle parole, ma non sempre. Ad ogni modo non apprende se non vede egli stesso ciò che gli si dice, e perciò non apprende dal suono delle parole ma dalle cose stesse e dai suoi sensi, poiché le parole, mentre vede, hanno il medesimo suono di quando non vedeva.

Ma quando ci interrogano non più sulle cose che percepiamo direttamente, ma su quelle che abbiamo percepito in precedenza, allora il nostro discorso non riguarda più le cose stesse, ma le immagini che queste hanno impresso nella nostra memoria e che hanno ad essa affidato. In questo caso non so proprio come possiamo dire cose vere, dal momento che ce ne rappresentiamo false, a meno che parliamo non già di ciò che vediamo e percepiamo, ma di ciò che abbiamo visto e percepito. Così, portiamo nel profondo della nostra memoria queste immagini come documenti di cose percepite precedentemente e, quando ne facciamo oggetto di pensiero, abbiamo consapevolezza di non errare nel parlarne. Ma è per noi che queste immagini sono documenti; perciò chi ci ascolta, se le ha percepite lui stesso direttamente, non le apprende mediante le mie parole, ma le riconosce grazie alle immagini che egli stesso ha portato con sé. Se invece non le ha percepite, allora chi non comprende che crede alle parole piuttosto che istruirsi con le cose?

Quando poi si tratta di ciò che percepiamo con la mente, cioè con l'intelletto e la ragione, sicuramente esprimiamo ciò che intuiamo nella luce interiore della verità che inonda di chiarezza e di godimento quello che chiamiamo l'uomo interiore. Ma anche in tal caso chi ci ascolta, se vede anch'egli queste cose con il puro occhio interiore, conosce ciò che io dico con il proprio pensiero e non mediante le mie parole. Neanche a lui perciò insegno, pur dicendo la verità, perché la contempla da solo; infatti è ammaestrato non dalle mie parole, ma dalle cose stesse che gli si manifestano perché Dio gliele svela nell'interiorità, e quindi potrebbe senz'altro rispondere se fosse interrogato su di esse. Non c'è quindi nulla di più assurdo che pensare che è ammaestrato dal mio linguaggio chi potrebbe spiegare le cose stesse prima ancora che gliene parli, se fosse interrogato su di esse.

Accade spesso, è vero, che, interrogati, si comincia col negare ciò che successivamente, pressati con altre richieste, si è costretti ad ammettere. Ma ciò dipende dalla debolezza di chi guarda perché è incapace di riflettere la luce di verità sull'oggetto nella sua totalità. Allora è indotto a farlo in maniera parziale quando è interrogato sulle parti stesse di cui consta l'insieme che non riusciva a vedere nella sua totalità. E anche se vi è condotto dalle parole del suo interlocutore, tuttavia non sono tali parole che insegnano poiché esse ricercano soltanto se egli è idoneo ad apprendere interiormente allo stesso modo dell'interlocutore.

Così, ad esempio, ti potrei domandare, in merito a ciò che stiamo trattando, se con le parole non si possa insegnare nulla. La domanda dapprima ti sembrerebbe assurda perché non sei capace di abbracciare l'intera questione. Sarebbe quindi opportuno che, tenendo conto delle forze di cui disponi per ascoltare il maestro interiore, ti chiedessi: "Da chi hai appreso le cose che, stando alle mie parole, riconosci esser vere, di cui sei certo e che affermi di conoscere?" Tu forse risponderesti che te le ho insegnate io. Allora io soggiungerei: "E che, se ti dicessi che ho visto un uomo volare, le mie parole ti renderebbero così certo come se sentissi dire che i saggi sono migliori degli stolti?". Tu certamente lo negheresti e risponderesti che non credi alla prima affermazione o, anche se vi credessi, tuttavia non ne hai conoscenza, mentre conosci con assoluta certezza la seconda. Allora ti renderesti conto che, tanto relativamente alla prima, che non conosceresti nonostante la mia affermazione, quanto relativamente alla seconda, che invece conosceresti perfettamente, non hai appreso nulla dalle mie parole perché, se fossi interrogato su ciascuna delle due separatamente, confermeresti che la prima ti è ignota e la seconda nota. E quindi dovresti ammettere completamente la tesi che avevi precedentemente negata, poiché avresti acquisito una conoscenza chiara e certa delle parti che la compongono e cioè che, a proposito di tutto ciò che diciamo, l'uditore o ignora se è vero o non ignora che è falso oppure sa che è vero. Nel primo di questi tre casi egli crede, congettura o dubita; nel secondo nega decisamente e nel terzo afferma: in nessun caso però apprende. È indubbio infatti che dalle mie parole non ha appreso nulla tanto chi non sa nulla della cosa dopo le nostre parole, quanto chi sa di aver ascoltato falsità e chi, interrogato, sarebbe in grado di rispondere dicendo le medesime cose che sono state dette.

 

 

LE APORIE DEL LINGUAGGIO

Perciò, anche relativamente alle realtà che si percepiscono con la mente, chi non è capace di percepirle ascolta inutilmente le parole di chi le percepisce, se non per il fatto che è utile credervi fintanto che si ignorano. Ma chiunque è in grado di percepirle è interiormente discepolo della Verità, all'esterno è giudice di chi parla o, meglio, delle sue parole, perché per lo più conosce le cose di cui si parla, anche se le ignora chi ne parla. Ad esempio, un tale, che è seguace dell'epicureismo e che ritiene l'anima mortale, enuncia gli argomenti proposti sull'immortalità dagli uomini più saggi in presenza di un uditore capace di comprendere le verità spirituali. Questi giudica che l'altro dice il vero, mentre colui che parla non solo ignora se dice il vero, ma anzi lo considera completamente falso. Si deve dunque ritenere che insegna ciò che ignora? Eppure si serve delle medesime parole di cui si potrebbe servire se sapesse.

Alle parole dunque ormai non resta neppure la funzione di rivelarci il pensiero di colui che parla, perché non è certo se conosce le cose di cui parla. Aggiungi poi i mentitori e gli ingannatori: dal loro esempio puoi facilmente comprendere che le parole non solo non svelano il pensiero, ma anzi lo occultano. Non discuto affatto che le parole delle persone veritiere tendono e, in qualche modo, si impegnano a manifestare il pensiero di chi parla e che, per universale consenso, vi riuscirebbero se non si consentisse ai mentitori di parlare. Pur tuttavia abbiamo spesso sperimentato in noi e negli altri che le parole proferite non corrispondono alle cose che si pensano. Questo, secondo me, può accadere in due modi: in primo luogo, quando un discorso imparato a memoria e più volte ripetuto viene pronunciato pensando ad altro (questo ci capita spesso quando cantiamo un inno); in secondo luogo, quando ci escono alcune parole al posto di altre, contro la nostra volontà, per un errore della stessa lingua: neppure in questo caso l'udito percepisce i segni delle cose che abbiamo nella mente. Anche i mentitori certamente pensano alle cose che dicono al punto che, sebbene non sappiamo se dicono il vero, tuttavia sappiamo che hanno nella mente ciò che dicono, salvo che anche per loro non si verifichi uno dei due casi detti sopra. Se poi qualcuno sostiene che questi fenomeni avvengono solo qualche volta e ce se ne accorge quando accadono - benché restino spesso occulti e mi abbiano spesso ingannato quando ascoltavo - non faccio obiezione.

Ma a questi casi se ne aggiunge un altro, sicuramente assai frequente e sorgente di innumerevoli dissensi e controversie; è il caso di chi, parlando, significa ciò che pensa, ma per lo più soltanto per sé e per qualche altro, mentre per l'interlocutore e per alcuni altri non significa la medesima cosa. Così, supponiamo che un tale dica alla nostra presenza che l'uomo è inferiore per valore ad alcune bestie; noi, non riuscendo a sopportare la cosa, respingeremmo con grande energia un'affermazione così falsa e dannosa. Ma egli forse per valore intende le forze del corpo e con questo termine esprime ciò che pensa, per cui, né mente, né erra relativamente alle cose, né connette le parole imparate a memoria pensando ad altro né, per un errore di lingua, proferisce cose diverse da quelle che vuole: soltanto chiama ciò che pensa con un nome diverso dal nostro. A questo proposito saremmo subito d'accordo con lui se potessimo scorgere il suo pensiero; egli però non è riuscito ancora a manifestarcelo, nonostante abbia proferito le parole ed abbia spiegato la sua opinione.

Dicono che ad errori di questo tipo si può rimediare con le definizioni. Fanno rilevare infatti che,

se nella presente questione si definisse il valore, apparirebbe chiaro che la controversia non riguarda la cosa, ma la parola. Però, anche concedendo che sia così, quanti uomini capaci di definizioni è possibile trovare? Per di più contro l'arte del definire sono state avanzate molte obiezioni che in questa sede non è opportuno richiamare e che io, da parte mia, non approvo del tutto.

Lascio da parte il fatto che molte parole non le udiamo bene, eppure ne discutiamo a lungo e molto, come se le avessimo udite. Ad esempio, poco fa, a proposito di una parola punica, mentre io dicevo che significa misericordia, tu dicevi di aver udito dagli esperti di questa lingua che significa pietà. Ma io, opponendomi, asserivo che ti era del tutto sfuggito ciò che avevi udito; mi pareva infatti che non avessi detto pietà ma fede. Eppure eri seduto molto vicino a me e in nessun modo questi due nomi potevano ingannare l'udito per somiglianza di suono. Per molto tempo tuttavia ho ritenuto che non sapessi cosa ti era stato detto; invece ero io che non sapevo ciò che tu avevi detto. Infatti, se ti avessi inteso bene, non mi sarebbe sembrato affatto assurdo che pietà e misericordia in punico siano designate da un solo vocabolo. Queste cose accadono spesso, ma, come ho detto, mettiamole da parte perché non sembri che io accusi le parole della trascuratezza di chi ascolta o anche della sordità degli uomini. Sono più inquietanti i casi enumerati precedentemente, cioè quelli nei quali le parole sono state proferite in latino e percepite in maniera chiara e pur tuttavia non riusciamo a conoscere il pensiero di coloro che parlano, pur essendo della medesima lingua.

Comunque voglio concederti senza riserve che, quando le parole sono state afferrate dall'udito di uno che le conosce, possa essergli noto che il suo interlocutore ha pensato alle cose che tali parole significano. Ma con questo forse viene a sapere anche ciò che è ora in questione, cioè che gli ha detto la verità?

 

 

UNO SOLO É IL MAESTRO DI TUTTI

Forse che i maestri hanno per professione di far percepire e di far tenere a mente i loro pensieri anziché le discipline che pensano di trasmettere con le parole? E chi è preso da così sciocca curiosità da mandare il figlio a scuola perché apprenda ciò che il maestro pensa? Piuttosto, una volta che i maestri abbiano esposto con parole tutte le discipline che professano di insegnare, compresa quella relativa alla virtù e alla saggezza, allora i cosiddetti discepoli considerano in se stessi se ciò che è stato detto è vero, guardando naturalmente alla verità interiore secondo le loro forze. Quindi apprendono e, quando hanno scoperto nella propria interiorità che sono vere le cose dette, lodano i loro maestri, senza sapere che non lodano i maestri ma degli uomini dotti, ammesso che costoro sappiano ciò di cui fanno professione.

Dunque gli uomini si ingannano nel chiamare maestri quelli che non lo sono, perché il più delle volte non c'è intervallo fra il momento della parola e il momento della conoscenza; e, poiché apprendono immediatamente nell'interiorità dopo l’avvertimento di colui che parla, suppongono di aver appreso dal di fuori, da colui che ha richiamato la loro attenzione.

Ma tutta l'utilità delle parole che, a ben considerare, non è poca, se Dio lo consente, la esamineremo un'altra volta. Per ora ti ho già avvertito di non concederle più del dovuto, affinché non solo si creda, ma si incominci anche a comprendere la verità di ciò che è stato scritto per divina sollecitazione. Cioè di non considerare nessuno come nostro maestro sulla terra perché l'unico maestro di tutti è in cielo.

Poi cosa voglia dire "in cielo" ce lo insegnerà colui che ci fa dare dagli uomini con segni, dall'esterno, l'avvertimento a ricevere il suo insegnamento ritornando all'interno, verso di lui. Amare e conoscere lui costituiscono la vita beata che tutti proclamano di cercare, ma che pochi possono compiacersi veramente di aver trovata.

Ma ora vorrei che tu mi dicessi cosa pensi di tutto questo mio discorso. Se infatti riconosci che ciò che è stato detto è vero, qualora fossi stato interrogato su ciascuna delle affermazioni, avresti dovuto rispondere che le sapevi. Puoi dunque comprendere da chi le hai apprese; non certo da me perché, se ti avessi interrogato, mi avresti risposto su ogni cosa. Se invece non riconosci che è vero, non ti abbiamo insegnato né io né lui: io perché non sono mai in grado di insegnare, lui perché tu non sei ancora in grado di apprendere.

Adeodato: - Io, in verità, dall'avvertimento contenuto nelle tue parole ho appreso che con le parole non si fa altro che avvertire l'uomo perché apprenda e che ci sono poche possibilità che il linguaggio riveli qualche cosa del pensiero di colui che parla. Ho appreso inoltre che insegna, se si può dire il vero,

quegli soltanto che, mentre parlava dall'esterno, ci ha avvertito che abita nell'interiorità. Perciò, con l'aiuto della sua grazia, lo amerò tanto più ardentemente quanto più progredirò nell'apprendere.

Comunque ti sono molto grato del discorso che mi hai tenuto, soprattutto perché ha prevenuto e dissolto tutte le obiezioni che ero pronto a farti. Inoltre non hai lasciato da parte assolutamente nulla di ciò che mi rendeva dubbioso e su cui questo oracolo interiore non mi abbia risposto nel modo indicato dalle tue parole.

 

 

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