Lodi della Vergine Madre - Bernardo di Chiaravalle

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san Bernardo ai piedi della Vergine Maria 

 Bernardo di Chiaravalle

Lodi della Vergine Madre

 

PREFAZIONE

 

La devozione verso la Madonna mi spinge a scrivere qualche cosa, ma le occupazioni me lo impediscono. Ora però che la malattia non mi consente di partecipare alla vita comune, non voglio passare in ozio quel po’ di tempo che ho a disposizione, rubandone magari un poco anche al sonno della notte. Mi piace pertanto accingermi soprattutto a ciò che spesso da tempo desideravo, ossia, dire qualcosa in onore della Vergine Madre, commentando quel testo evangelico in cui san Luca narra la storia dell’Annunciazione del Signore. A questo lavoro non sono tenuto da alcuna necessità o utilità per i monaci, al profitto dei quali io sono obbligato a lavorare; tuttavia, dal momento che non mi sarà impedito per questo di essere sempre a disposizione dei loro bisogni, ritengo che essi non abbiano motivo di lamentarsi se io soddisfo alla mia devozione.

 

 


 

OMELIA I

 

L’Angelo Gabrielefu mandato da Dio in una città della Galilea chiamata Nazaret, ad una vergine promessa sposa ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe, e il nome della vergine era Maria ecc. (Lc 1, 26-27).

 

1. Perché mai l’Evangelista ha voluto indicare tante cose con il loro nome in questo passo? Credo che l’abbia fatto perché noi non trascurassimo nulla di quanto egli con tanta diligenza si è studiato di raccontare. Nomina infatti il Nunzio che viene inviato e il Signore da cui fu mandato, la Vergine alla quale è mandato, e anche lo Sposo della Vergine, la discendenza di entrambi, la loro città e la loro regione. E questo perché? Pensi forse che siano indicazioni superflue? No, certamente. Se infatti non cade una foglia senza una ragione, né cade sulla terra un passero all’insaputa del Padre celeste, potrei io forse pensare che dalla bocca del santo Evangelista sia uscita una parola superflua, specialmente nel racconto della storia sacra del Verbo (incarnato)? Non lo penso. Tutte quelle parole infatti sono piene di profondi misteri e spandono una celeste soavità, a condizione che uno le mediti con diligenza e sappia succhiare il miele dalla roccia (Dt 32, 13). In verità, in quel giorno i monti hanno stillato dolcezza, e i colli fecero scorrere latte e miele (G13, 18; Es 3, 8) quando dall’alto dei cieli stillava la rugiada e le nubi piovevano il giusto e la terra si apriva, germogliando con letizia il Salvatore (Is 45, 8; 35, 2); quando, manifestando il Signore la sua benignità, e dando la nostra terra il suo frutto, su quel monte eccelso, pingue e ferace, la misericordia e la verità si incontrarono, la giustizia e la pace si baciarono (Sal 84, 13. 11; 67, 16). Pure in quel tempo, questo beato Evangelista, uno, e non piccolo, tra gli altri monti, con il mellifluo linguaggio ci ha descritto il desiderato inizio della nostra salvezza e, quasi investito dal vento caldo (austro) e dai raggi del Sole di giustizia, ormai vicino a nascere ha sparso il profumo di celesti aromi. Si degni ancora Dio di mandarci la sua parola e spanda anche per noi; faccia soffiare il suo spirito, e ci renda intelligibili le parole del Vangelo: siano esse al nostro cuore più desiderabili che l’oro e le pietre molto preziose, e ci diventino anche più dolci che un favo di miele.

 

2. Dice dunque: L’Angelo Gabrielefu mandato daDio (Lc 1, 26). Non penso che questo Angelo sia di quelli inferiori, di quelli che sogliono di frequente portare annunzi dal cielo alla terra; ciò si deduce chiaramente dal suo stesso nome che significa Fortezza di Dio, e dal fatto che egli non viene mandato da un altro Angelo a lui superiore, ma viene detto mandato da Dio stesso. Perciò l’Evangelista ha precisato: Fu mandato da Dio; ovvero ha detto: Da Dio perché non si pensasse che Dio aveva rivelato il suo disegno a qualcuno degli spiriti beati, prima che alla Vergine, fatta eccezione per l’arcangelo Gabriele che tanto eccelleva tra i suoi compagni da apparire degno del suo nome, e degno di portare tale messaggio. Del resto al messaggio si adattava il suo nome. A chi infatti meglio conveniva annunziare Cristo, che è la virtù di Dio, se non a lui, il cui nome significava la stessa cosa? Forza di Dio è infatti lo stesso che virtù di Dio. Né disdice o è sconveniente chiamare con lo stesso nome il Signore e il suo messaggero, sebbene il medesimo nome sia attribuito per diversa ragione all’uno e all’altro. Cristo difatti è chiamato fortezza o virtù di Dio in senso diverso dall’Angelo: questi è detto virtù di Dio solo per partecipazione Cristo invece è tale per essenza, ed è lui che, più forte di quel forte armato che era solito custodire indisturbato la sua casa, venne a debellarlo con la sua potenza e così gli strappò la preda che teneva in suo potere. L’Angelo invece è stato chiamato fortezza di Dio, o perché ha meritato il privilegio di annunziare la venuta di questa Virtù di Dio, o per il fatto che doveva confortare la Vergine, per natura timorosa, semplice e vereconda perché non si spaventasse per la novità del miracolo; ciò che egli fece. «Non temere, o Maria, disse, hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1, 30). Si può anche ragionevolmente credere che sia lo stesso Angelo, anche se l’Evangelista non lo nomina, che ha confortato lo sposo di Maria, anche lui uomo umile e timorato. Giuseppe, gli dice, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa (Mt 1, 20). È pertanto conveniente che a Gabriele sia affidato questo compito; anzi appunto perché gli è imposto tale ufficio gli sta bene il nome con cui è chiamato.

 

3. Fu dunque mandato da Dio l’Angelo Gabriele (Lc 1, 26). Dove? In una città della Galilea chiamata Nazaret. Vediamo se da Nazaret, come dirà Natanaele (Gv 1, 46), può venire qualcosa di buono. Nazaret significa fiore. A me sembra che le parole e le promesse fatte da Dio ai Padri, Abramo cioè, Isacco e Giacobbe siano state come un seme della rivelazione divina gettato dal cielo sulla terra, del quale seme è scritto: Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato un seme, saremmo diventati come Sodoma e simili a Gomorra (Is 1, 9). Questo seme fiorì nelle meraviglie operate da Dio quando Israele uscì dall’Egitto, nelle figure e simboli misteriosi che lo accompagnarono durante tutto il viaggio per il deserto fino alla terra promessa, e in seguito nelle visioni e nei vaticini dei Profeti e nell’ ordinamento del regno e del sacerdozio fino all’ avvento di Cristo. Non a torto Cristo è considerato come frutto di questo seme e di questi fiori, secondo le parole di Davide: Il Signore elargirà il suo bene, e la nostra terra darà il suo frutto (Sal 84, 13) ; e ancora: Un frutto delle tue viscere io porrò sul tuo trono (Sal 131, 11). In Nazaret dunque viene annunziata la nascita di Cristo, perché nel fiore c’è la speranza del frutto. Ma, spuntato il frutto, il fiore cadde, perché apparendo la verità nella carne, la figura scomparve. Perciò è detto che Nazaret è una città della Galilea, cioè una città di passaggio, perché alla nascita di Cristo sono passate tutte quelle cose che ho detto sopra, le quali, come dice l’Apostolo «erano accadute loro come figure» (1 Cor 10, 11). Anche noi, che ormai possediamo il frutto, vediamo che quei fiori sono caduti; e mentre ancora si vedevano fiorire, si prevedeva che sarebbero passati. Per questo dice Davide: come l’erba che germoglia al mattino, che al mattino fiorisce e germoglia, e alla sera è falciata e dissecca (Sal 89, 6). Alla sera, cioè quando venne la pienezza dei tempi, in cui Dio mandò il suo Unigenito, fatto da donna, fatto sotto la legge, secondo ciò che ha detto: Ecco,faccio nuove tutte le cose (Ap 21, 5), le cose vecchie passarono e scomparvero, a quel modo che, appena il frutto comincia a crescere, i fiori cadono e inaridiscono. Per cui è ancora scritto: Seccò l’erba, e cadde il fiore; ma la Parola del Signore rimane per sempre (Is 40, 8).

 

4. Cristo pertanto è il buon frutto che rimane in eterno. Ma dov’è l’erba che è seccata? Risponda il Profeta: Ogni carne èfzeno (erba), e tutta la sua gloria è come ilfiore dell’erba (Is 40, 6). Se ogni carne è erba, dunque fu erba quel popolo carnale dei Giudei. Non è forse seccata l’erba, mentre quel popolo, vuoto di ogni contenuto spirituale, si contentò dell’arida lettera? Se non è caduto il fiore, dov’è dunque il regno, dove il sacerdozio, dove sono i Profeti, il tempio, dove infine quelle meraviglie di cui soleva gloriarsi dicendo: « Quanto abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato (Sal 77, 3). E ancora: le cose che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli (ivi 5)? Questo per spiegare perché sia stato detto:...a Nazaret, città della Galilea.

 

5. In questa città fu dunque mandato da Dio l’Angelo Gabriele. A chi fu mandato? Ad una Vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe (Lc 1, 27). Chi è questa Vergine così venerabile da essere salutata da un Angelo, e così umile da essere sposa di un falegname? Bel connubio della verginità con l’umiltà; molto piace a Dio quell’anima in cui l’umiltà dà pregio alla verginità, e la verginità adorna l’umiltà. Ma di quanta venerazione pensi che sia degna colei nella quale l’umiltà è esaltata dalla fecondità, e la maternità consacra la verginità? La senti proclamare vergine, la senti umile; se non puoi imitare la verginità dell’umile, imita l’umiltà della vergine. È virtù lodevole la verginità, ma è più necessaria l’umiltà. La prima è consigliata, l’altra è comandata. Alla prima sei invitato, alla seconda sei obbligato. Della verginità è detto: Chi può comprendere, comprenda» (Mt 19, 12); dell’umiltà è detto: Se non diventerete come questo bambino non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18, 3); alla prima è promessa una ricompensa, la seconda è di stretta necessità. Insomma, puoi salvarti senza verginità; senza umiltà non lo puoi. Può, dico, piacere l’umiltà che rimpiange la verginità perduta; ma senza umiltà oso dire che neppure la verginità di Maria sarebbe stata gradita a Dio: Su chi, dice, si poserà il mio Spirito, se non sull’umile e compunto di cuore? (Is 66, 2). Sull’umile, ha detto, non sul vergine. Se dunque Maria non fosse stata umile, non sarebbe disceso in lei lo Spirito Santo. E se non fosse disceso in lei lo Spirito Santo, neppure avrebbe concepito per opera di Lui. Come infatti avrebbe concepito da Lui senza di Lui? È dunque chiaro che, perché essa concepisse per opera dello Spirito Santo, Dio, come essa confessa, ha riguardato l’umiltà della sua serva (Lc 1, 48), piuttosto che la sua verginità, concepì però per la sua umiltà. Anzi, è chiaro anche che se la verginità piacque, certamente fu in vista della sua umiltà.

 

6. Che ne dici tu che ti insuperbisci della tua verginità? Maria, dimentica di sé, si gloria della sua umiltà; e tu, trascurando l’umiltà ti vanti della tua verginità? Dio, dice Maria, ha guardato l’umiltà della sua serva. E chi è questa serva? Una vergine santa, sobria, devota. Sei forse tu più casto di lei? più devoto? O forse la tua pudicizia è più gradita della castità di Maria, di modo che per renderti accetto a Dio senza umiltà ti basti la tua, mentre a Maria non bastò la sua? Infine, quanto più sei degno di onore per il singolare dono della castità, tanto maggior danno fai a te stesso per il fatto che ne deturpi lo splendore mescolandola con la superbia. Al punto che ti converrebbe piuttosto non essere vergine che insolentire a causa della tua verginità. Non è di tutti la verginità; molto di meno sono quelli che con essa hanno l’umiltà. Se dunque non puoi se non ammirare la verginità in Maria, studiati di imitarne l’umiltà, e per te è sufficiente. Che se sei anche vergine, e sei anche umile, chiunque tu sia, sei davvero grande.

 

7. Ma c’è ancora una cosa da ammirare in Maria, la verginità unita alla fecondità. Non si è mai sentito dire che una donna fosse insieme madre e vergine. Oh, se riflettessi anche di chi è madre, fin dove salirebbe la tua ammirazione per la sua grandezza? Non ne concluderesti che la tua ammirazione non potrà mai essere adeguata? Non la giudicherai forse, anzi la Verità stessa non la giudicherà degna di essere esaltata al di sopra degli stessi cori Angelici, lei che ha avuto Dio per figlio? Non osa forse Maria chiamare figlio colui che è Dio, e Signore degli Angeli? Dice infatti: Figlio, perché ci haifatto così? (Lc 2, 48) Quale degli Angeli oserebbe fare questo? È sufficiente per essi, e lo considerano già un grande onore, il fatto che, essendo spiriti per natura, li abbia Dio gratificati col farli e chiamarli Angeli, come dice Davide: Fa degli Spiriti i suoi Angeli (Sal 103, 4). Invece Maria, riconoscendosi Madre, chiama con fiducia figlio suo quella Maestà a cui gli Angeli servono. Né Dio disdegnò di essere chiamato quello che si degnò di farsi. Infatti poco appresso soggiunge l’Evangelista: Ed era sottomesso a loro (Lc 2, 51). Chi? A chi? Dio agli uomini: Dio, dico, al quale stanno sottomessi gli Angeli, al quale obbediscono i Principati e le Potestà, era sottomesso a Maria; e non solo a Maria, ma per Maria anche a Giuseppe. Ammira dunque l’una e l’altra cosa, e vedi tu cosa sia più degna di stupore, o la benignissima degnazione del Figlio, o l’eccellentissima dignità della Madre. Doppio motivo di meraviglia, doppio miracolo, e che Dio si faccia obbediente a una donna, umiltà senza esempio, e che una donna comandi a Dio, eccellenza senza uguale. A lode delle vergini si canta come di un loro privilegio che seguono l’agnello ovunque vada (Ap 14, 4). Di quali lodi sarà pertanto degna colei che anche gli va innanzi?

 

8. Impara, uomo, ad obbedire; impara, terra, a sottometterti; impara o polvere a ottemperare. Parlando del tuo Creatore l’Evangelista dice: Ed era loro sottomesso (Lc 2, 51) , a Maria cioè e a Giuseppe. Arrossisci, superba cenere! Dio si umilia, e tu ti esalti? Dio si sottomette agli uomini, e tu, bramoso di dominarli, ti metti avanti al tuo Creatore? Dio volesse che, quando penso tali cose, Egli si degnasse di rispondermi come quando sgridò l’Apostolo Pietro: Vattene da me, Satana, perché non pensi secondo Dio (Mt 16, 23). Perché tutte le volte che desidero di comandare agli uomini, mi sforzo di precedere il mio Dio, e allora veramente non penso secondo Dio. Di lui è detto infatti: Era loro sottomesso. Se non disdegni, o uomo, di imitare l’esempio di un uomo, certamente non sarà cosa indegna dite seguire il tuo Creatore. Forse non potrai seguirlo dovunque vada: accetta per lo meno di seguirlo mentre Egli scende a te. Cioè, se non puoi praticare la via sublime della verginità, segui Dio almeno per la via sicurissima dell’umiltà. Anche le vergini, se dovessero deviare da questa via retta, neppure esse, a dir vero, seguirebbero l’Agnello dovunque va. Segue l’Agnello colui che è umile, ma è impuro, lo segue chi è vergine, ma superbo, ma nessuno dei due può dire di seguirlo dovunque va, perché il primo non può seguire nel suo candore l’Agnello senza macchia, né il secondo si degna di scendere alla mansuetudine del medesimo Agnello che restò muto non solo davanti ai tosatori, ma ai suoi uccisori. Tuttavia sceglie la via più salutare il peccatore che segue Cristo nell’umiltà, che non chi si insuperbisce per la verginità, perché quello è purificato dalla sua immondezza mediante l’umiltà, mentre alla pudicizia di questo porta pregiudizio la sua superbia.

 

9. Ma felice Maria, cui non mancò né l’umiltà, né la verginità. E una verginità singolare, a cui la maternità non portò offesa, ma onore; e pure una umiltà speciale che non fu tolta, ma elevata dalla verginità feconda; una fecondità del tutto incomparabile, accompagnata dalla verginità e dall’umiltà. Quale di tutte queste cose non è meravigliosa? Quale non incomparabile? Quale non singolare? Farebbe meravigliare se tu non esitassi nell’esprimere il tuo pensiero, se cioè stimi più degna di ammirazione la stupenda fecondità in una vergine, o l’integrità in una madre, o la sublimità della Prole, o l’umiltà in una persona così eccelsa. Ma senza dubbio alle singole qualità è da preferirsi l’insieme di tutte, ed è incomparabilmente più bello e più felice il considerarle tutte riunite nella medesima persona di Maria. E quale meraviglia se Dio, che si legge e si vede ammirabile nei suoi Santi, si è dimostrato più ammirabile nella sua Madre?

Venerate dunque, o coniugi, l’integrità in una carne corruttibile; ammirate anche voi, sacre vergini, la fecondità nella vergine; imitate, uomini tutti, l’umiltà della Madre di Dio. Onorate, Angeli santi, la Madre del vostro Re, voi che adorate la Prole della nostra Vergine, che è nostro e vostro Re, riparatore del nostro genere umano, restauratore della vostra città. A Lui, così sublime tra di voi, fattosi così umile tra noi, salga da voi e da noi la riverenza dovuta alla sua dignità e l’onore e la gloria dovuti dalla sua degnazione nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 

OMELIA II

 

 

1. Non v’è dubbio che la Regina delle Vergini canterà con le altre, anzi, prima tra le altre Vergini, quel canto nuovo che è ad esse sole riservato nel Regno di Dio. Ma oltre quel cantico che le sarà comune con tutte e sole le vergini, penso che essa rallegrerà la città di Dio con un carme più dolce ed elegante, di cui nessun’altra delle vergini sarà in grado di esprimere e far risuonare le dolci melodie, perché riservato a lei sola, la vergine madre, e madre di un Dio. Ho detto che Maria è degna di lode non semplicemente perché è madre, ma per il Figlio che essa ha generato. È infatti Madre di Dio, e Dio, volendo glorificare singolarmente la sua Madre nei Cieli, ebbe cura di prevenirla in terra con una grazia singolare, in modo che concepisse in modo ineffabile, rimanendo intatta, e partorisse senza pregiudizio della sua integrità. Un tale parto conveniva alla Vergine, e Figlio della Vergine non poteva che essere Dio. Perciò il Creatore degli uomini, dovendo nascere da una creatura umana per farsi uomo, dovette scegliersi fra tutte, o piuttosto formarsi una tale madre che fosse degna di lui e a lui gradita. Volle pertanto fosse vergine e immacolata colei da cui egli doveva nascere immacolato per lavare le macchie di tutti: volle anche che fosse umile la madre che avrebbe generato lui, mite e umile di cuore, dando a tutti un necessario e salutarissimo esempio di queste virtù. Diede dunque alla Vergine la maternità dopo averle prima ispirato il voto di verginità e averla decorata con il merito dell’umiltà. Diversamente come avrebbe potuto nel seguito l’Angelo chiamarla piena di grazia, se vi fosse stato in lei qualcosa, anche minima, che non fosse dalla grazia?

 

2. Ricevette dunque Maria il dono della verginità perché fosse santa di corpo, lei che avrebbe concepito e partorito il Santo dei Santi; e ricevette il dono dell’umiltà per essere santa anche nella mente (spirito). Adorna di queste virtù come di gemme, e splendente di bellezza nel corpo e nello spirito, questa vergine regale, ammirata dai celesti comprensori per la sua bellezza e la sua grazia, ha attirato su di sé gli sguardi dei cittadini del cielo, sicché fu preso d’amore per lei il cuore del Re, che le mandò il celeste messaggero.

Questo è quello che l’Evangelista vuole dirci quando parla di un Angelo mandato da Dio alla Vergine. Da Dio, dice, ad una Vergine, vale a dire dall’eccelso ad un’umile fanciulla, dal Signore alla serva, dal Creatore ad una creatura. Quanta degnazione da parte di Dio! Quanta grandezza nella Vergine! Correte, madri, correte figlie, correte tutte voi che dopo di Eva e pr colpa di Eva siete partorite e partorite nella tristezza. Avvicinatevi al talamo verginale, entrate, se potete, nella camera avvolta di pudore della vostra sorella. Ecco, Dio manda un messaggio alla Vergine, ecco, l’Angelo parla a Maria. Accostate l’orecchio alla parete, e ascoltate quello che le annunzia, forse porterà consolazione anche a voi.

 

3. Rallegrati, padre Adamo, ma soprattutto tu, o madre Eva, esulta, voi che foste i progenitori di tutti gli uomini, ma ne foste pure uccisori, e, cosa più triste, prima uccisori che progenitori. Consolatevi entrambi per questa figlia, e per tale figlia; ma Eva maggiormente, che fu la prima causa del male, e ne trasfuse l’obbrobrio in tutte le donne. Sta per venire il tempo in cui tale obbrobrio sarà tolto, e l’uomo non avrà più motivo di lamentarsi della donna; cercando infatti imprudentemente di scusare se stesso, non aveva esitato ad accusarla crudelmente dicendo: La donna che hai dato, mi ha offerto di quelfrutto, e io ne ho mangiato (Gen 3, 12). Perciò corri, o Eva, da Maria, corri, madre dalla figlia; risponda la figlia per la madre, essa tolga la vergogna della madre, essa sia soddisfazione al padre per la madre, perché ecco, se l’uomo è caduto per causa della donna, d’ora in poi non si rialzerà se non per merito di una donna.

Che cosa dicevi Adamo? La donna che mi hai dato, mi ha offerto di quelfrutto, e io ne ho mangiato. Son queste parole piene di malizia che aumentano, più che togliere, la colpa. Tuttavia la Sapienza vinse la malizia quando Dio trovò nel tesoro inesauribile della sua pietà quell’occasione di perdono che aveva inutilmente tentato di far nascere da te quando ti interrogò. Ecco, ti viene data una donna in cambio di un’altra donna, una donna prudente invece di quella sciocca, umile, al posto di quella superba, la quale ti porge, in cambio del frutto della morte, il sapore della vita, e invece dell’amarezza di un cibo velenoso ti procura la dolcezza di un frutto. Cambia pertanto le tue parole di scusa iniqua in parole di ringraziamento, dicendo: «Signore, la donna che mi hai dato mi ha offerto il frutto della vita, e io ne ho mangiato, e divenne nella mia bocca più dolce del miele, perché per esso mi hai ridato la vita». Ecco, per questo fu mandato l’Angelo alla Vergine. O Vergine mirabile e degnissima di ogni onore! O donna sopra ogni altra veneranda e meravigliosa, che ha riparato il male dei progenitori e ridato la vita ai loro discendenti!

 

4. Fu mandato, è detto, l’Angelo ad una Vergine: vergine di corpo, vergine di mente, vergine di condotta, vergine insomma, quale la descrive l’Apostolo, santa nel corpo e nello spirito; e non la prima venuta o trovata per caso, ma scelta da secoli, predestinata dall’Altissimo e da lui preparata per sé, custodita dagli Angeli, predetta dai Padri, promessa dai Profeti. Scruta le S. Scritture, e vedi se è vero quello che dico. Vuoi che anch’io ne riporti qualche testimonianza? Per citarne alcune poche tra tante, non ti sembra che parli di questa vergine quando Dio dice al serpente: Porrò inimicizie tra te e la donna? (Gen 3, 15). E se ancora dubiti che si tratti proprio di Maria, ascolta quel che segue: Essa ti schiaccerà il capo (ivi). A chi è riservata questa vittoria se non a Maria? Fu essa senz’alcun dubbio che schiacciò il capo velenoso, perché ha resa vana ogni suggestione del maligno sia rispetto alle lusinghe della carne, sia rispetto alla superbia della mente.

 

5. E a chi altra pensava Salomone se non a Maria quando diceva: Chi troverà una donna forte? (Pr 31, 10) Conosceva infatti quell’uomo saggio la debolezza di questo sesso, il suo corpo fragile, la sua mente portata alla lascivia. Ma avendo letto che Dio aveva promesso, e lo trovava conveniente, che fosse vinto da una donna colui che per mezzo di una donna aveva vinto, pieno di ammirazione diceva: Chi troverà una donna forte?Come per dire: Se dunque la salvezza di noi tutti, e la restituzione dell’innocenza, e la vittoria sul nemico è posta nelle mani di una donna, la si deve prevedere di una eccezionale fortezza, perché possa essere idonea ad un’opera tanto grande. Ma dove trovarla? Ma perché non sembri di dire così perché dispera di trovarla, soggiunge profetando: Il pregio di lei è come delle cose portate da lontano, dagli ultimi confini della terra (Pr 31, 10) , cioè non vile, non piccolo, non mediocre, non terreno, ma celeste, non dal cielo prossimo alla terra, ma disceso dal più alto dei cieli.

Che cosa infine significava quel roveto veduto da Mosè, dal quale uscivano fiamme, ma che non si consumava se non Maria che partorisce senza provarne dolore? Che cosa figurava la verga di Aronne che fiorì senza essere innaffiata, se non Maria che concepì, pur non conoscendo uomo? Isaia enuncia il grande mistero di questo prodigio dicendo: Uscirà un pollone dal ceppo di Lesse, e un fiore spunterà dalla sua radice (Is 11, 1) , intendendo per verga la vergine, e per fiore della Vergine il suo Divin Figlio.

 

6. Ma se qui per fiore intendiamo Cristo, ciò sembrerà contrario a quanto dicevamo sopra, che cioè Cristo non è il fiore, ma il frutto: si può rispondere che la Verga di Aronne non solo mise fiori, ma anche fronde e fece frutto, e Cristo è simboleggiato in tutte queste cose, vale a dire nel fiore, nel frutto e nelle stesse fronde. Della verga di Mosè non si parla né di frutto, né di fiore, ma si dice che l’acqua da essa percossa si divide per lasciar passare il popolo, ovvero viene fatta scaturire dalla roccia per il popolo assetato. Non c’è alcun inconveniente che Cristo venga figurato da diverse cose sotto aspetti diversi, e nella verga sia significata la sua potenza, nel fiore la sua fragranza, nel frutto la dolcezza del suo sapore, e anche nelle fronde sia raffigurata la premurosa protezione che egli offre ai piccoli che ricorrono a lui, e che non cessa di proteggere all’ombra delle sue ali, sia dall’ardore dei desideri carnali, sia dalle afflizioni che provengono loro da parte degli empi. Buona e desiderabile ombra sotto le ali di Gesù, dove egli riserva un sicuro rifugio ai fuggiaschi e un gradito refrigerio agli affaticati. Abbi pietà di me, Signore Gesù, abbi pietà di me, poiché in Te confida l’anima mia, e all’ombra delle tue ali io mi rifugio,  finché sia passato il pericolo (Sal 56, 2). Nel passo di Isaia però, il fiore simboleggia il Figlio, la verga è figura della Madre, perché la verga fiorì senza il germe, e la vergine concepì senza opera di uomo. Il verde della verga non fu menomato dallo spuntare del fiore, né fu leso il pudore della Vergine quando questa divenne madre.

 

7. Citiamo ancora qualche altro passo della S. Scrittura che bene si adatta alla Vergine Madre e al suo divin Figlio. Che cosa significa quel vello di Gedeone, che, tosato dalla carne, ma senza ferire la carne, viene posto sull’aia, e ora è la lana, ora è l’aia ad essere bagnata dalla rugiada, se non la carne assunta (dal Verbo) dalla carne della Vergine senza offesa della sua verginità? In essa, come rugiada discesa dal cielo, si infuse tutta la pienezza della divinità, di modo che da tale pienezza tutti noi ricevessimo, non essendo veramente senza di essa che terra arida. Con questo fatto di Gedeone concorda molto bene quel detto profetico del Salmo: Scenderà come pioggia sul vello, e come acqua che irrora la terra (Sal 71, 6) dove è significata la stessa cosa detta prima, cioè l’aia impregnata di rugiada. Dio infatti fece dapprima scendere la pioggia abbondante, che aveva destinato al suo popolo (Sal 67, 10), nel seno della Vergine, scendendovi silenziosamente egli stesso in modo placido e senza strepito di umane operazioni; in seguito poi, per bocca di predicatori si diffuse in tutto il mondo, non più come rugiada sul vello, ma come pioggia che irrora la terra, questa volta con un certo quale strepito di parole, e risonanza di miracoli. Quelle nubi che portavano quest’acqua, cioè gli Apostoli, si erano difatti ricordati dell’ordine ricevuto quando erano stati inviati: Quanto vi dico nelle tenebre, ditelo alla luce, e ciò che udite all’orecchio, predicatelo sopra i tetti (Mt 10, 27). E così fecero: infatti per tutta la terra si sparse il loro suono, e fino ai confini del mondo le loro parole (Sal 18, 5).

 

8. Sentiamo anche Geremia che unisce nuovi ai vecchi vaticini, e non potendo mostrare presente il Messia, ne desiderava con ardore la venuta e con fiducia la prometteva: Dio, dice egli, ha creato una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo (Ger 31, 22). Chi è questa donna? E chi è questo uomo? E se è un uomo, come può essere cinto da una donna? O se può essere cinto da una donna, che razza di uomo è? E per parlare più chiaro, come può uno essere un uomo adulto e contemporaneamente nel seno di sua madre? Questo significa infatti essere cinto da una donna. Noi per uomini intendiamo coloro che, passata l’infanzia, la puerizia, l’adolescenza e la gioventù, sono arrivati vicino alla vecchiaia. Chi dunque ha raggiunto una tale maturità, come può essere cinto da una donna? Se avesse detto: «Una donna cingerà un bambino», ovvero «la donna cingerà il fanciullo», non sarebbe sembrato neppure una novità, né avrebbe fatto meraviglia. Ma disse invece: l’uomo; e perciò noi cerchiamo di comprendere quale sia questa novità che Dio ha operato sulla terra, che cioè la donna cingesse l’uomo, e questi riuscisse ad adattare le sue membra al piccolo seno della Vergine. Che miracolo è mai questo? Pub forse l’uomo, come chiedeva Nicodemo, entrare una seconda volta nel seno di sua madre e nascere di nuovo (Gv 3, 4)?

 

9. Ma io considero il concepimento e il parto verginale, per vedere se tra le parecchie cose nuove e meravigliose che vi scorge chi lo esamina con diligenza, vi trovi anche la novità che ho riferita dal Profeta Geremia. Ora qui ci è dato di scorgere la lunghezza che si fa breve, la larghezza che si fa stretta, l’altezza che si abbassa, la profondità che diventa piana. Ivi si può vedere la luce che non splende, il Verbo che si fa infante, cioè non parla, l’acqua che ha sete, il pane che ha fame. Vi puoi vedere, se fai attenzione, la potenza che è sorretta, la sapienza che è istruita, la fortezza che è sostenuta, infine, Dio divenuto lattante, lui che rifocilla gli Angeli, Dio che vagisce, ed è colui che consola i miseri. Vi vedrai rattristarsi la gioia, trepidare la fiducia, soffrire la salute, morire la vita, diventare debole la fortezza. Ma quello che è più meraviglioso, si vede qui la tristezza che rende lieti, la paura che dà coraggio, la passione che salva, la morte che dà la vita, l’infermità che rende robusti (che dà la forza). Chi non vi troverà quello che cercavo? Non è forse facile tra queste cose riconoscere la donna che circonda l’uomo quando si vede Maria che avvolge nel suo seno Gesù, l’uomo riconosciuto da Dio? Direi che Gesù fu uomo non solo quando già era detto uomo profeta, potente in opere e in parole, ma anche già quando la Madre carezzava le membra ancora tenere del Dio bambino nel suo grembo o quando ancora veniva formato nel suo seno. Era dunque Gesù un uomo prima ancora di nascere, non per età, ma per sapienza, non quanto al vigore del corpo, ma dell’animo, per la maturità dei sensi, non per lo sviluppo delle membra. Non ebbe infatti minore sapienza, o piuttosto non fu meno Sapienza Gesù appena concepito che quando nacque, quando fu piccolo di quando fu cresciuto.

Sia dunque nascosto nell’utero, sia quando vagiva nel presepio, sia quando più grandicello interrogava i dottori nel tempio, sia quando già uomo maturo insegnava al popolo, fu certamente ugualmente pieno di Spirito Santo. Né ci fu un’ora in tutta la sua vita in cui a quella pienezza che ebbe nell’utero fin dalla concezione, sopravvenisse qualche diminuzione, o vi si aggiungesse alcunché, ma perfetto fin dal principio, dal principio fu pieno dello Spirito di sapienza e di intelligenza, dello Spirito di consiglio e di fortezza, dello Spirito di scienza e di pietà e dello Spirito del timore del Signore.

 

10. Non ti faccia impressione quello che trovi scritto di lui in un altro passo: Gesù poi cresceva in sapienza, età e grazia presso Dio e presso gli uomini (Lc 2, 52). Poiché quanto è detto qui circa la sapienza e la grazia, si deve intendere non secondo ciò che era, ma secondo ciò che appariva; cioè, non che egli acquistasse qualcosa di nuovo che prima non aveva, ma sembrava che così avvenisse quando egli lo voleva. Tu, o uomo, quando cresci, non lo fai né quando, né quanto vuoi, ma la tua crescita è regolata e la tua vita ordinata, anche se tu non te ne accorgi. Il bambino Gesù invece, che dispone la tua, disponeva egli stesso la sua, e quando voleva e a chi voleva appariva sapiente, quando e a chi voleva appariva più sapiente, quando e a chi voleva si mostrava sapientissimo, sebbene in sé fosse sempre sapientissimo. Similmente anche, pur essendo sempre stato pieno di ogni grazia che gli spettava, sia presso Dio che presso gli uomini, la dimostrava a suo piacimento ora più, ora meno, secondo che conosceva convenire ai meriti di chi lo vedeva, o al bene della loro anima. Ma è chiaro che Gesù ebbe sempre un animo virile, anche se non sempre si presentò come un uomo fatto. Perché poi dovrei dubitare che egli fosse uomo fin dal seno materno, mentre non metto in dubbio che da allora fosse Dio? È infatti meno essere uomo che essere Dio.

 

11. Ma vedi se anche questa novità di Geremia non ci venga molto chiaramente spiegata da Isaia, che già ci ha parlato sopra dei fiori spuntati sulla verga di Aronne. Ecco, dice, la Vergine concepirà e partorirà un figlio (Is 7, 14). Ecco la donna, cioè la Vergine. Vuoi sapere anche chi sia l’uomo? E il suo nome sarà Emmanuele, vale a dire Dio con noi. La donna pertanto che cinge l’uomo è la Vergine che concepisce Dio. Vedi come concordino bene le cose meravigliose e le mistiche espressioni dei Santi. Vedi come sia stupendo questo singolare miracolo compiutosi riguardo alla Vergine e nella Vergine, miracolo preceduto da tanti altri miracoli, e da tanti oracoli promesso. Unico in realtà fu lo Spirito dei Profeti, e medesime sono le cose che essi previdero e predissero, anche se in modi, segni e tempi diversi. Ciò che fu mostrato a Mosè nel roveto ardente, ad Aronne nella verga e nel fiore, a Gedeone nel vello e nella rugiada, lo previde apertamente Salomone nella donna forte e nel suo prezzo, Geremia più chiaramente predisse nella donna che cinge l’uomo, chiarissimamente Isaia dichiarò circa la Vergine e l’Emmanuele, e infine Gabriele col suo saluto indicò la Vergine stessa. È infatti quella medesima di cui dice l’Evangelista: Fu inviato l’Angelo Gabriele da Dio ad una Vergine sposa di Giuseppe.

 

12. Ad una Vergine, dice, sposata. Perché sposata? Essendo eletta vergine, e, come è stato spiegato, una vergine che doveva concepire e partorire, fa meraviglia che essa fosse sposata, non dovendo poi consumare le nozze. Si potrà forse dire che questo sia capitato per caso? Non c’è da ricorrere al caso quando c’è una ragionevole causa a spiegarlo, una causa molto utile e necessaria e davvero degna del disegno divino. Dirò il mio pensiero, anzi quanto ne hanno pensato i Padri, prima di me. La ragione per lo sposalizio di Maria fu la stessa che ci fu per il dubbio di Tommaso. Era infatti usanza presso i Giudei che dal giorno dello sposalizio fino alle nozze propriamente dette, le spose fossero affidate alla custodia dello sposo, perché conservassero tanto più attentamente per sé la loro pudicizia quanto maggiormente si mostravano a lui fedeli. Come pertanto Tommaso dubitando e palpando diventa un tenace confessore della risurrezione, così anche Giuseppe, sposando Maria e sorvegliandola accuratamente nel tempo in cui gli era affidata, divenne un fedelissimo teste della sua pudicizia. Ottima convenienza delle due cose, e del dubbio di Tommaso, e dello sposalizio di Maria. Ci poteva essere infatti per noi un simile pericolo di inganno circa la verità della fede nell’uno e della castità nell’altra; ma con molta prudenza e bontà fu disposto che, al contrario, donde si temeva il sospetto, emergesse la ferma certezza. Io infatti, che sono debole, credo più facilmente a Tommaso che dubita e palpa che non a Cefa che sente e crede nella risurrezione di Cristo, e sono più facilmente persuaso della continenza della Madre dalla testimonianza dello Sposo che la custodisce e la conosce per esperienza, che non dalla protesta che la stessa Vergine ne fa per la sua coscienza.

Chi, mi domando, vedendola non sposata e gravida non l’avrebbe detta meretrice e non Vergine? Ma non era conveniente che si dicesse tale cosa della Madre del Signore. Era più sopportabile e più onesto che per un certo tempo si pensasse che Cristo era nato da un normale matrimonio che non da fornicazione.

 

13. Ma si dirà: «Non poteva Dio fornire qualche segno chiaro per cui non fosse infamata la nascita di Cristo, né venisse incriminata la Madre?». Lo poteva certamente, ma non poteva restare nascosto ai demoni quello che fosse conosciuto dagli uomini. Ora era necessario che l’arcano disegno divino fosse nascosto per qualche tempo al Principe di questo mondo, non che Dio potesse essere impedito o avesse qualcosa da temere da quello nel caso che avesse voluto compiere la sua opera apertamente; ma perché lui, che ha fatto quanto voleva non solo con potenza, ma anche con sapienza, come in tutte le sue opere è solito osservare certe norme di convenienza rispetto alle circostanze e ai tempi, così anche in questa sua così magnifica opera della nostra redenzione, ha voluto far mostra non solo di potenza, ma anche di prudenza. E pur potendo agire in modo diverso a suo piacimento, egli preferì tuttavia operare la riconciliazione dell’uomo con lui in quel modo e ordine con cui era caduto; sicché, come il diavolo per prima sedusse la donna, e poi fece cadere l’uomo per mezzo della donna, così prima fosse sedotto da una donna vergine, e poi venisse vinto apertamente dall’uomo Cristo; e così, mentre il disegno pietoso del Signore raggirava la frode della malizia, e la potenza di Cristo schiacciava la forza del maligno, Dio apparisse più prudente del diavolo e più forte di lui. Così conveniva che la Sapienza incarnata vincesse la spirituale malizia, per cui non solo si estendesse da un’estremità all’altra con forza, ma tutto disponesse anche con soavità. Si estese da una estremità all’altra, cioè, dal cielo fino all’inferno. Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti (Sal 138, 8). Da ambedue le parti si estese con forza, quando dal cielo cacciò il superbo, e negli inferi spogliò l’avaro. Ma conveniva che tutto disponesse con soavità, le cose celesti e le terrene, in quanto, cacciando dal cielo il ribelle, stabilisse gli altri nella pace, e venendo qui sulla terra a debellare l’empio, lasciasse a noi il tanto necessario esempio della sua umiltà e mansuetudine, e così, secondo il discernimento della divina Sapienza, apparisse soave ai suoi e forte ai nemici. Che cosa infatti avrebbe giovato che il diavolo fosse vinto da Dio, se noi rimanevamo superbi? Fu dunque necessario che Maria fosse sposata a Giuseppe: con questo il Santo veniva nascosto ai cani, la verginità veniva comprovata dallo sposo, veniva provveduto alla verecondia e all’onore della Vergine. Nulla di più saggio e di più degno della divina provvidenza. Con questa sola decisione veniva ammesso un testimonio ai segreti celesti e nello stesso tempo ne veniva escluso il nemico, e si conservava integro l’onore della Vergine Madre. Del resto, quando mai un uomo giusto avrebbe potuto perdonare ad una donna adultera? Ora sta scritto: Ma Giuseppe suo sposo, essendo giusto e non volendo denunziarla, pensò di rimandarla segretamente (Mt 1, 19). È detto bene: essendo giusto non volle denunziarla, perché, come non sarebbe stato giusto se, conoscendola colpevole, avesse consentito al suo peccato, similmente non sarebbe stato giusto se, persuaso della sua innocenza, l’avesse condannata. Essendo pertanto giusto, e non volendola esporre a condanna, decise di lasciarla segretamente.

 

14. Perché volle lasciarla? Dico, non il mio, ma il parere dei Padri. Giuseppe volle licenziare Maria per la stessa ragione per cui S. Pietro allontanava da sé il Signore dicendo: Allontanati da me, Signore, perché sono un uomo peccatore (Lc 5, 8); per lo stesso motivo anche il Centurione non voleva che il Signore entrasse in casa sua, dicendo: Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto (Mt 8, 8). Così dunque anche Giuseppe, ritenendosi indegno e peccatore, andava dicendo a se stesso che egli non doveva più oltre condurre vita comune con una donna di cui riconosceva con tremore la superiorità e la mirabile dignità. Egli vedeva tremando nella sposa gestante un certissimo indizio della divina presenza, e non potendo penetrare il mistero, voleva lasciarla. Pietro fu atterrito vedendo la grandezza della potenza, il Centurione fu spaventato dalla maestà della presenza di Cristo. Tremò anche Giuseppe, considerando come uomo la novità di questo così grande miracolo, la profondità di questo mistero; perciò pensò di licenziare di nascosto Maria. C’è da meravigliarsi se Giuseppe si ritiene indegno di essere il compagno della Vergine gravida, quando leggiamo che Santa Elisabetta non poteva stare alla presenza di lei se non con timore e riverenza? Disse infatti: A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me? (Lc 1, 43). Perciò dunque Giuseppe aveva deciso di lasciarla. Ma per quale ragione di nascosto, e non apertamente? Perché non si ricercasse la causa del ripudio, di cui si esigeva da lui una ragione. Ora, quale risposta avrebbe potuto dare lui, uomo giusto, ad un popolo di dura cervice, a un popolo incredulo e contraddittore? Se diceva quello che pensava, ciò che sapeva della purezza della Vergine sposa, i Giudei increduli e crudeli non avrebbero forse schernito lui e lapidata lei? Come avrebbero creduto alla Verità che nel seno di Maria taceva, coloro che l’avrebbero poi disprezzato quando avrebbe alzato la voce nel tempio? Che cosa avrebbero fatto a lui che ancora non appariva quei tali che in seguito gli avrebbero empiamente messo le mani addosso anche quando rifulgeva per miracoli? A ragione dunque Giuseppe, uomo giusto, per non essere costretto a mentire o a diffamare la sposa innocente, decise di lasciarla segretamente.

 

15. Se poi qualcuno pensasse diversamente e ammettesse che in realtà Giuseppe, come uomo, aveva dei dubbi sul conto di Maria, e appunto per questo sospetto non volle abitare con lei, senza tuttavia volerla esporre al disonore come sospetta, poiché era anche pio, e che perciò abbia pensato di lasciarla, rispondo brevemente che anche questo richiedeva un intervento chiarificatore di Dio. E così continua l’Evangelista: Mentre egli stava pensando a queste cose, di lasciarla cioè segretamente, gli apparve in sogno l’Angelo e gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo (Mt 1, 20). Per queste ragioni dunque Maria andò sposa a Giuseppe, o piuttosto, come dice l’Evangelista, ad un uomo di nome Giuseppe. Lo chiamava uomo, virum, non perché marito, ma perché uomo di virtù. O piuttosto perché, secondo l’Evangelista, è detto non semplicemente uomo, ma il suo uomo, così chiamato perché tale era ritenuto. Dovette dunque esser chiamato «il suo uomo» perché così doveva essere creduto, come meritò non di essere, ma di essere chiamato padre del Salvatore, come afferma l’Evangelista: Gesù aveva circa trent’anni quando cominciò il suo ministero, ed era ritenuto figlio di Giuseppe (Lc 3, 23). Non fu dunque marito della madre, né padre del Figlio, sebbene per una certa e, come fu detto, necessaria disposizione divina, tale sia stato per un certo tempo chiamato e creduto.

 

16. Chi e quale uomo sia stato questo Giuseppe lo possiamo congetturare da questo titolo con cui meritò di essere onorato da Dio, di essere detto e creduto padre di Dio (anche se nel senso di padre nutrizio) , lo deduciamo dal suo stesso nome di Giuseppe, che significa aumento. Nello stesso tempo pensiamo a quell’ antico grande Patriarca venduto in Egitto, e riconosciamo che il nostro, non solo ne ha ereditato il nome, ma ne ebbe la castità, l’innocenza e la grazia. A quel modo infatti che l’antico Giuseppe, venduto e condotto in Egitto per l’invidia dei fratelli, prefigurò la vendita di Cristo, questo, fuggendo l’invidia di Erode, portò Cristo in Egitto. Quello, restando fedele al padrone non volle peccare con la moglie di lui; questi, riconoscendo vergine la sua padrona, Madre del Suo Signore, la custodì fedelmente, mantenendosi vergine anche lui. A quello fu data l’intelligenza di sogni misteriosi; a questo fu dato di conoscere e di essere partecipe dei misteri celesti. L’antico Giuseppe mise in serbo il frumento, non per sé, ma per tutto il popolo; il nostro ricevette dal cielo il pane vivo, da conservare sia per sé che per tutto il mondo. Non v’è dubbio che sia stato un uomo buono e fedele questo Giuseppe al quale andò sposa la Madre del Salvatore. Servo fedele e prudente, dico, che il Signore scelse a sostegno della sua Madre, per provvedere al sostentamento della sua carne, e perché fosse sulla terra il solo coadiutore del grande disegno di Dio, a lui fedelissimo. Si dice inoltre che egli fosse della stirpe di Davide (Lc 1, 27). Veramente dalla famiglia di Davide, veramente discendeva da stirpe regale questo Giuseppe, nobile per nascita, ancor più nobile per i sentimenti. Vero figlio di Davide, non degenere dal padre suo. Davvero figlio di Davide, non solo per la carne, ma per la fede, per la santità, per la devozione; Dio lo ha trovato come un altro Davide secondo il suo cuore, lo mise a parte del segretissimo e sacratissimo arcano del suo cuore, come a un altro Davide manifestò le cose recondite e occulte della sua sapienza, e gli concesse di conoscere il mistero che nessuno dei principi di questo mondo conobbe. Infine ebbe la gioia, non solo di vedere e udire colui che molti re e profeti avrebbero desiderato di vedere, e non lo videro, di udirlo e non l’udirono, ma anche di portarlo in braccio, di guidarne i passi, di abbracciarlo, baciarlo, nutrirlo e custodirlo.

Si deve credere che, non solo Giuseppe, ma anche Maria discendesse dalla casa di Davide. Se non fosse così, non sarebbe andata sposa ad un uomo della casa di Davide. Erano dunque entrambi della casa di Davide; ma in Maria si compì la verità che il Signore aveva giurato a Davide, mentre Giuseppe restava come un testimonio consapevole dell’adempimento di questa promessa.

 

17. Il versetto si conclude così: Il nome della Vergine era Maria (Lc 1, 27). Diciamo brevemente qualche cosa anche su questo nome che viene interpretato «Stella del mare», e si adatta molto bene alla Vergine Madre. Essa infatti molto opportunamente viene paragonata ad una stella, perché come la stella emette raggi senza alcuna lesione di sé, così la Vergine partorì il Figlio senza danno della sua verginità. Né il raggio diminuisce lo splendore della stella, né il Figlio reca pregiudizio all’ integrità della Madre. Essa è dunque quella nobile stella sorta da Giacobbe, i cui raggi illuminano tutto il mondo, il cui splendore rifulge nei cieli e penetra negli inferi, e avvolgendo tutta la terra, e riscaldando più le menti che non i corpi, alimenta le virtù e distrugge i vizi. Essa è quella stella splendidissima e meravigliosa stella necessariamente elevata sopra questo mare grande e spazioso, radiosa per i suoi meriti, luminosa per i suoi esempi.

O tu che, nell’ ondeggiare delle vicende di questo mondo, più che camminare per terra, hai l’impressione di essere sballottato tra i marosi e le tempeste, non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella se non vuoi essere inghiottito dalle onde. Se soffiano i venti delle tentazioni, se t’incagli negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sbattuto dai cavalloni della superbia, dell’ambizione, della detrazione, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria. Se l’ira, o l’avarizia o la concupiscenza della carne sembrano sconquassare la navicella del tuo spirito, guarda Maria. Se turbato dell’enormità dei tuoi peccati, confuso per la coscienza della tua turpitudine, atterrito al pensiero del tremendo giudizio di Dio, cominci a sentirti risucchiare dal baratro della tristezza, dall’abisso della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. Maria ti sia sempre sulla bocca, sempre nel tuo cuore; e per ottenere l’aiuto della sua preghiera, non cessare di imitarne gli esempi. Seguendo lei, non andrai fuori strada, pregando lei non ti verrà meno la speranza, pensando a lei non sbaglierai. Se Maria ti regge, non cadrai, sotto la sua protezione non avrai timore, se essa ti guida non ti stancherai, se essa ti è propizia arriverai; e così sperimenterai in te stesso quanto a proposito sia stato detto: E il nome della Vergine era Maria.

Ma adesso è bene che ci fermiamo un poco, onde non sembri che noi abbiamo dato uno sguardo allo splendore di tanta luce solo di passaggio. Infatti, per usare le parole dell’apostolo: È cosa buona per noi stare qui (Mt 17, 4), e ci piace contemplare dolcemente in silenzio ciò che non riesce a spiegare un faticoso discorso. Intanto, dalla devota contemplazione di questa scintillante stella, ci disporremo con più fervore alle considerazioni che seguiranno.

 

 

 

OMELIA III

 

 

1. Volentieri, quando mi sembra opportuno, mi servo delle parole dei Santi, affinché almeno la bellezza dei recipienti renda più gradevole al lettore quanto in essi io gli servo. Comincerò ora dalle parole del Profeta: Guai a me, non perché, come il Profeta, ho taciuto, ma perché ho parlato, poiché io sono un uomo dalle labbra immonde (Cfr. Is 6, 5). Ahimè quante cose vane, quante cose false, quante cose turpi mi sovviene di aver vomitato da questa immondissima bocca, con la quale presumo ora di pronunziare parole celesti! Temo grandemente di sentirmi rivolgere da un momento all’ altro il rimprovero: Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza? (Sal 49, 16). Oh se anche a me venisse portato, non un solo carbone, ma un grande globo di fuoco che consumasse interamente la molta e inveterata ruggine dalla mia libidinosa bocca! Così potrei essere degno di commentare con il mio povero discorso il dolce e casto dialogo tra l’Angelo e la Vergine. Dice dunque l’Evangelista: E l’Angelo, entrato da lei, da Maria, cioè, disse: Ave, piena di grazia, il Signore è con te. Dove è entrato da Lei? Nel segreto, penso, della sua modesta stanzetta, dove forse ella, a porte chiuse, pregava in segreto il Padre suo. Sono soliti i santi Angeli essere presenti a coloro che pregano, e si compiacciono di coloro che vedono innalzare le mani pure nell’orazione; essi sono felici di offrire a Dio l’olocausto della santa devozione e farlo salire a lui come ostia di soave odore.

Quanto fossero gradite al cospetto di Dio le orazioni di Maria, lo diede a vedere l’Angelo, che, entrato da lei, la salutò con tanta riverenza. Né fu difficile all’Angelo entrare per la porta chiusa nella stanza della Vergine, potendo egli, per la sua natura, data la sottilità della sua sostanza, penetrare ovunque desideri, senza essere impedito da qualsivoglia serratura. Agli spiriti angelici non sono di ostacolo le pareti, ma tutte le cose visibili e tutti i corpi, per quanto solidi e spessi sono per essi penetrabili e aperti. Non c’è dunque da supporre che l’Angelo abbia trovato aperta la porta della Vergine, il cui proposito era di fuggire la compagnia degli uomini, di evitarne la conversazione, sia perché non ne venisse turbato il silenzio che favoriva la sua preghiera, sia per non esporre alla tentazione la sua virtù. La prudentissima Vergine teneva dunque chiusa anche in quel momento la porta della sua stanza, chiusa per gli uomini, non per gli Angeli. Questi perciò vi potevano entrare, ma nessun uomo vi aveva facile accesso.

 

2. Entrato dunque l’Angelo da lei disse: Ave, piena di grazia, il Signore è con te. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che anche Stefano era pieno di grazia, e che anche gli Apostoli furono pieni di Spirito Santo, ma in modo molto diverso da Maria. Del resto, né in S. Stefano abitò corporalmente la pienezza della divinità, come in Maria, né gli Apostoli concepirono come lei per opera dello Spirito Santo. Ave, disse, piena di grazia; il Signore è con te. Che meraviglia se era piena di grazia lei, con la quale stava il Signore? Ma quello piuttosto che fa meraviglia è che colui che aveva mandato l’Angelo alla Vergine fu trovato che stava con la Vergine. Fu dunque Dio più veloce dell’Angelo, poiché Egli prevenne sulla terra il suo pur sollecito ambasciatore? Non c’è da stupirsene. Infatti, mentre il Re stava nel suo recinto (nella sua dimora), il nardo della Vergine esalò il suo profumo (Ct 1, 11), e quel fumo aromatico salì al cospetto della sua gloria, e trovò grazia agli occhi del Signore, mentre i circostanti esclamavano: Chi è costei che sale dal deserto, come colonna di fumo (che si sprigiona) dagli aromi di mirra e d’incenso? (Ct 3, 6). E subito il Re, uscendo dal suo luogo santo, esultò come un gigante che percorre la via, e benché partito dalla sommità del cielo, spronato da vivissimo desiderio, con rapido volo giunse prima del messaggero alla Vergine che aveva amata, che si era scelta, dalla cui bellezza era stato affascinato. Vedendolo venire da lontano, la Chiesa piena di gioia e di esultanza grida: Eccolo che viene saltellando sui monti, valicando le colline (Ct 2, 8).

 

3. Con ragione il Re è rimasto affascinato dalla bellezza della Vergine. Questa aveva infatti messo in pratica gli ammonimenti che Davide suo padre le aveva rivolti: Ascolta, o figlia, guarda e porgi l’orecchio e dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, e se farai questo, il Re s’invaghirà della tua bellezza (Sal 44, 11. 12). Udì la Vergine, e vide, non come alcuni che, udendo, non ascoltano, e vedendo non capiscono, ma essa ha udito e creduto, ha veduto e ha compreso. Porse il suo orecchio, cioè, all’obbedienza e il suo cuore alla disciplina, e dimenticò il suo popolo e la casa di suo padre, perché non si curò di aumentare il suo popolo dandogli figli, né si preoccupò di dare un erede alla casa di suo padre; ma considerò come immondezza quanto avrebbe potuto avere dalla casa paterna di cose di questa terra, pur di guadagnare Cristo. Né venne meno al proposito, anche quando accettò Cristo come figlio, e non mancò al suo intendimento di restare vergine. Bene pertanto è detta piena di grazia, perché conservò la grazia della verginità, e acquistò inoltre la gloria della maternità.

 

4. Ave, disse, piena di grazia, il Signore è con te. Non disse: «Il Signore è in te», ma: il Signore è con te. Dio infatti che per la sua sostanza semplice è ugualmente tutto dappertutto, nelle creature razionali lo è in modo diverso che nelle altre, ed è presente ancora in modo diverso, quanto agli effetti, secondo che sono buone o cattive. Nelle creature irrazionali Egli è, senza però che esse lo comprendano. Da tutte le creature razionali Dio può essere compreso per la cognizione, ma solo dai buoni è posseduto anche per l’amore. Nei soli buoni dunque egli è in modo da essere anche con loro per la concordia della volontà. Infatti, mentre essi sottomettono le loro volontà alla giustizia, talmente che non disdice che Dio voglia ciò che essi vogliono, per il fatto che non dissentono dalla sua volontà, uniscono spiritualmente Dio a se stessi. Così avviene in tutti i Santi, ma in modo speciale in Maria, nella quale fu tanto grande il consenso che, non solo unì a sé la sua volontà, ma anche la sua carne, formando dalla sua sostanza e da quella della Vergine un solo Cristo, o piuttosto dalle due risultasse un solo Cristo: il quale, anche se non tutto da Dio, né tutto dalla Vergine, fu tuttavia tutto di Dio e tutto della Vergine, né due figli, ma un solo figlio dell’uno e dell’altra. Disse dunque: Ave, o piena di grazia, il Signore è con te. E non solo è con te il Signore Figlio che tu rivesti della tua carne, ma anche il Signore Spirito Santo per opera del quale concepisci, è il Signore Padre che ha generato colui che tu concepisci. Il Padre, dico, è con te, lui che fa anche tuo il suo Figlio. È con te il Figlio, il quale, per compiere in te il mirabile mistero (della sua incarnazione), in modo meraviglioso dischiude per sé il tuo seno, lasciandoti intatto il segno della tua verginità. È con telo Spirito Santo, che con il Padre e il Figlio santifica il tuo seno. Dunque, il Signore è con te.

 

5. Benedetta tu fra le donne (Lc 1, 28). Mi piace aggiungere a queste parole di Elisabetta quelle che seguono: E benedetto il frutto del tuo grembo (Lc 1, 42). Non perché tu sei benedetta è benedetto il frutto del tuo grembo; ma tu sei benedetta perché egli ti ha prevenuta con la dolcezza delle sue benedizioni. Veramente è benedetto il frutto del tuo grembo, nel quale sono benedette tutte le genti, dalla cui pienezza anche tu hai ricevuto insieme con gli altri, sebbene in modo differente dagli altri. E perciò tu sei certamente benedetta, ma tra le donne, egli invece è benedetto non tra gli uomini, non tra gli angeli, ma, dice l’Apostolo, egli è Dio sopra tutte le cose benedetto nei secoli (Rm 9, 5).

 

6. Benedetto dunque il frutto del tuo grembo. Benedetto per il suo profumo, benedetto per il sapore, benedetto per la sua bellezza. Sentiva la fragranza di questo frutto odoroso colui che diceva: Ecco l’odore del mio figlio, come l’odore di un campo pieno che il Signore ha benedetto (Gen 27, 27). Non è forse veramente benedetto colui che il Signore ha benedetto? Del sapore di questo frutto esclamava uno che lo aveva gustato: Gustate e vedete come è soave il Signore (Sal 33, 9), e altrove: Quanto è grande la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono (Sal 30, 20). E un altro ancora: Se pure avete gustato che è dolce il Signore (1 Pt 2, 3). E lo stesso Frutto, ci invita a sé dicendo: Chi mangia di me avrà ancora fame, e chi beve di me avrà ancora sete (Eccli 24, 29). Così diceva appunto a causa della dolcezza del suo sapore, per cui, una volta gustato, eccita maggiormente l’appetito.

Frutto veramente buono, che per le anime che hanno fame e sete della giustizia è cibo e bevanda. Abbiamo parlato dell’odore, abbiamo detto del sapore: diciamo ora della bellezza. Se infatti quel frutto di morte (del paradiso terrestre) fu non solo gustoso al palato, ma anche, come dice la Scrittura, bello a vedersi, quanto più dobbiamo cercare la bellezza vivificante di questo frutto della vita, nel quale, come attesta il Sacro testo, gli Apostoli desiderano fissare lo sguardo? (1 Pt 1, 12). Vedeva in spirito questa bellezza, e bramava di vederla anche con gli occhi del corpo colui che diceva: Da Sion lo splendore della sua bellezza (Sal 49, 2). E perché non ti sembri che parli di una bellezza ordinaria, pensa a quanto è scritto in un altro salmo: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, perciò Dio ti ha benedetto per sempre (Sal 44, 3).

 

7. Benedetto dunque il frutto del tuo seno, che Dio ha benedetto fin dall’eternità, e per la cui benedizione tu pure sei benedetta fra le donne, perché non è possibile che una pianta cattiva produca un frutto buono. Benedetta tu, dico, fra le donne, perché sei sfuggita a quella generale maledizione: Nel dolore partorirai i tuoi figli (Gen 3, 16), e anche quell’altra, secondo la quale in Israele è maledetta la donna sterile (Es 23, 26), e sei stata favorita di una singolare benedizione, evitando la sterilità e il dolore nel parto. Dura necessità e pesante giogo per tutte le figlie di Eva! Se partoriscono, lo fanno nel dolore; se non partoriscono sono considerate maledette. E per evitare il dolore devono rinunciare a partorire, e sono costrette a farlo se vogliono evitare la maledizione. Che cosa farai, o Vergine, che senti, che leggi queste cose? Se divieni madre, lo sarai nel dolore; se resti sterile incorrerai nella maledizione. Che cosa scegli, o Vergine prudente? Sono alle strette da ogni parte (Dn 13, 22), dice lei; tuttavia, è meglio per me incorrere nella maledizione e rimanere casta piuttosto che concepire cedendo alla concupiscenza e poi partorire giustamente nel dolore. Di qua infatti vedo la maledizione, ma non il peccato; di là invece c’è il peccato e insieme la sofferenza. E poi, questa maledizione che altro è se non la disistima degli uomini? In realtà la donna sterile è detta maledetta solamente perché è oggetto di disonore e di disprezzo come cosa inutile e improduttiva, e questo unicamente in Israele. Ma a me non importa nulla di dispiacere agli uomini, dal momento che posso come vergine casta offrirmi a Cristo. O Vergine prudente, o Vergine devota, chi ti ha insegnato che a Dio piace la verginità? Quale legge, quale giustizia, quale pagina del Vecchio Testamento prescrive o consiglia o esorta a vivere non carnalmente nella carne e a condurre sulla terra una vita angelica? Dove avevi letto, o Vergine beata: La sapienza della carne è morte (Rm 8, 6), e: Non seguite la carne nei suoi desideri? (Rm 13, 14). Dove avevi letto delle vergini che cantano un canto nuovo che nessun altro può cantare e che seguono l’Agnello ovunque vado,? (Ap 14, 3-4). Dove avevi letto che sono lodati coloro che si son fatti eunuchi per il regno dei cieli? (Mt 19, 12). Dove avevi letto: Noi viviamo nella carne, ma non militiamo secondo la carne (2 Cor 10, 3) ; e che fa bene chi sposa la sua figliola, e chi non la sposa fa meglio? (1 Cor 7, 38). Dove avevi sentito dire: Vorrei che tutti voifoste come me? (1 Cor 7, 7). E: Secondo il mio parere è meglio per l’uomo se rimane così (1 Cor 7, 40)? Riguardo alle Vergini, dice non ho nessun ordine del Signore, ma do un consiglio (1 Cor 7, 25). Ma tu non hai avuto né precetto, né consiglio, né esempio, tranne l’unzione che di tutto ti istruiva, e la divina Parola, viva ed efficace, fattasi tuo maestro prima di farsi tuo Figlio, che ti istruiva la mente prima di rivestirsi della tua carne. Tu consacri dunque la tua verginità a Cristo, e non sai che devi offrirti a Lui anche come madre. Scegli di essere disprezzata in Israele, e per piacere a colui al quale ti sei offerta non temi di incorrere nella maledizione della sterilità, ed ecco che la maledizione si muta in benedizione, e la sterilità viene ricompensata con la fecondità.

 

8. Apri il seno, o Vergine, dilata il tuo grembo, prepara il tuo utero, perché ecco sta per compiere in te grandi cose colui che è potente, talmente che, invece della maledizione d’Israele, tutte le generazioni ti chiameranno beata. Non aver timore della fecondità, perché non ti toglierà l’integrità. Concepirai, ma senza peccato. Sarai gravida, ma senza sentire il peso. Partorirai, ma senza tristezza. Non conoscerai uomo, e partorirai un figlio. Quale figlio? Sarai madre di colui che ha Dio per Padre, il Figlio dello splendore del Padre sarà la corona della tua carità. La Sapienza del cuore del Padre, sarà il frutto del tuo grembo verginale. Insomma, darai alla luce Dio, e da Dio concepirai. Fatti dunque animo, Vergine feconda, casta puerpera, madre intatta, perché non sarai ormai più maledetta in Israele, né annoverata tra le sterili. E se ancora tu fossi considerata maledetta da Israele secondo la carne, non perché sterile, ma perché invidiata per la tua fecondità, ricordati che anche Cristo portò la maledizione della croce, e nei cieli ti ha benedetta come sua madre; ma anche sulla terra tu sei chiamata benedetta dall’Angelo e giustamente proclamata beata da tutte le generazioni della terra. Benedetta dunque tu fra le donne, e benedetto frutto del tuo grembo.

 

9. Maria, udito ciò, fu turbata alle sue parole, e si domandava che cosa potesse significare quel saluto (Lc 1, 29). È proprio delle vergini, che sono veramente tali, essere sempre timorose e mai sicure, e per evitare le cose pericolose, stanno in guardia anche dove non c’è pericolo, sapendo che esse portano un tesoro prezioso in vasi di creta, e che è sommamente arduo vivere come angeli in mezzo agli uomini, camminare sulla terra alla guisa degli abitatori del cielo, e condurre una vita casta in una carne mortale. E perciò qualunque cosa accada di nuovo o d’improvviso le insospettisce, quasi vi potesse essere nascosta un’insidia, un tranello teso contro di loro. Ecco perché anche Maria si turbò al discorso dell’Angelo. Si turbò, non si agitò. Sono turbato, dice il Salmista, e senza parole. Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani (Sal 76, 5-6). Così dunque anche Maria si turbò e rimase senza parole, ma pensava che cosa significasse quel saluto. Il turbarsi fu proprio della verecondia verginale, il non agitarsi derivò dalla sua fortezza, il tacere e pensare dalla prudenza. Pensava poi che cosa significasse quel saluto. Sapeva, la vergine prudente, che spesso l’angelo di Satana si trasforma in angelo di luce, e perché era certamente umile e semplice, non si attendeva affatto dall’Angelo Santo alcunché di simile; e per questo pensava che cosa significasse quel saluto.

 

10. Allora l’Angelo osservò la Vergine, e accorgendosi facilmente dei pensieri che si rivolgevano nella sua mente, la consola, la rassicura, e chiamandola familiarmente per nome, la persuade con benignità a non aver paura. Non temere, dice Maria, hai trovato grazia presso Dio (Lc 1, 30). Non c’è qui nessun inganno, nessuna falsità. Non sospettare nessun raggiro, nessuna insidia. Non sono un uomo, ma uno spirito, un Angelo di Dio, non di Satana. Non temere, Maria: hai trovato grazia presso Dio. Oh se sapessi quanto piace all’Altissimo la tua umiltà, quanta sublimità ti è riservata presso di lui, non ti giudicherei indegna né che un angelo ti parli, né che egli ti onori con il suo ossequio. Perché mai infatti penseresti di non meritare la grazia degli angeli, dal momento che hai trovato grazia presso Dio? Hai trovato ciò che cercavi, hai trovato quello che nessuno prima di te è riuscito a trovare, hai trovato grazia presso Dio. Quale grazia? La pace tra Dio e gli uomini, la distruzione della morte, la restaurazione della vita. Questa è la grazia che hai trovato presso Dio. E questo ne è per te il segno: Ecco concepirai e partorirai un Figlio, egli porrai nome Gesù (Lc 2, 12). Comprendi, Vergine prudente, dal nome del Figlio promesso quanto grande e quanto speciale grazia sia quella che tu hai trovato presso Dio. E lo chiamerai Gesù. La ragione di questo nome viene data da un altro Evangelista, che mette in bocca all’Angelo questa interpretazione: Egli infatti salverà il suo popolo dai loro peccati (Mt 1, 21).

 

11. Leggo (nella S. Scrittura) che vi furono in passato due altri Gesù, i quali erano figura di quel Gesù di cui stiamo parlando: furono entrambi dei capi, uno di essi fece uscire il suo popolo da Babilonia, l’altro lo introdusse nella terra promessa. Questi due difendevano dai nemici coloro a cui presiedevano, ma forse che li salvavano dai loro peccati? Ma questo nostro Gesù salva dai suoi peccati il suo popolo, e lo introduce nella terra dei viventi. Egli infatti salverà il suo popolo dai loro peccati. Chi è costui che rimette anche i peccati? (Lc 7, 49). Oh si degni il Signore Gesù annoverare anche me peccatore tra il suo popolo, perché salvi anche me dai miei peccati! Infatti è davvero beato quel popolo che ha per Dio questo Signore Gesù, perché Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati. Temo però che molti dicano di appartenere al suo popolo mentre egli non li considera dei suoi; temo che a parecchi, i quali sembrano appartenere al suo popolo in quanto sono molto religiosi, egli dica un giorno: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me (Mt 15, 8). Conosce infatti il Signore Gesù quelli che sono suoi; conosce coloro che egli ha scelto fin da principio. Perché mi chiamate, dice egli, «Signore, Signore», e nonfate quello che dico? (Lc 6, 46). Vuoi sapere se appartieni al suo popolo, o piuttosto, vuoi essere del suo popolo? Fa’ quello che Gesù dice, ed egli ti considererà del suo popolo. Fa’ ciò che comanda nel Vangelo il Signore Gesù, quello che comanda nella Legge e nei Profeti, quello che comanda per mezzo dei suoi ministri che sono nella Chiesa; obbedisci ai suoi rappresentanti, i tuoi superiori, non solo quando sono buoni e miti, ma anche a quelli difficili, e impara da Gesù stesso che è mite ed umile di cuore, e apparterrai al beato popolo suo che si è scelto come erede, sarai anche tu del suo popolo, degno di lode, che Dio ha benedetto dicendo: Tu sei opera delle mie mani, o Israele, mia eredità (Is 19, 25). E perché non pensi con invidia che si parli qui di Israele secondo la carne, te ne dà una prova dicendo: Un popolo che non conoscevo mi ha servito, all’udirmi subito mi obbedivano (Sal 17, 45).

 

12. Ma sentiamo che cosa lo stesso Angelo pensi di colui al quale ha già imposto il nome prima ancora che fosse concepito. Dice infatti: Questi sarà grande, e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo (Lc 1, 32). È detto bene grande egli che meriterà di essere chiamato Figlio dell’Altissimo. Come non sarebbe grande, lui la cui grandezza non ha confini? E chi è grande come il nostro Dio? (Sal 76, 14). Davvero grande chi è tanto grande quanto Altissimo, perché lui pure è l’Altissimo. Il Figlio dell’Altissimo infatti non crederà di fare un furto considerandosi uguale all’Altissimo. Giustamente deve essere giudicato di aver pensato ad un furto Lucifero, il quale, creato dal nulla e costituito nella forma angelica, osò paragonarsi al suo Creatore, pretendendo per sé quello che è proprio del Figlio dell’Altissimo, il quale non fu fatto, ma da Dio generato nella forma di Dio. L’Altissimo Padre, per quanto onnipotente, non poteva però formare una creatura simile a sé, come non poteva generare un Figlio che non gli fosse uguale. Ma solo l’Unigenito, che non fece ma generò onnipotente da onnipotente, Altissimo da Altissimo, eterno da coeterno, in tutto può paragonarsi a lui, senza commettere né rapina, né ingiuria. A buon diritto dunque questi sarà grande, lui che sarà chiamato Figlio dell’Altissimo.

È quello che comanda per mezzo dei suoi ministri che sono nella Chiesa; obbedisci ai suoi rappresentanti, i tuoi superiori, non solo quando sono buoni e miti, ma anche a quelli difficili, e impara da Gesù stesso che è mite ed umile di cuore, e apparterrai al beato popolo suo che si è scelto come erede, sarai anche tu del suo popolo, degno di lode, che Dio ha benedetto dicendo: Tu sei opera delle mie mani, o Israele, mia eredità (Is 19, 25). E perché non pensi con invidia che si parli qui di Israele secondo la carne, te ne dà una prova dicendo: Un popolo che non conoscevo mi ha servito, all’udirmi subito mi obbedivano (Sal 17, 45).

 

13. Ma sentiamo che cosa lo stesso Angelo pensi di colui al quale ha già imposto il nome prima ancora che fosse concepito. Dice infatti: Questi sarà grande, e sarà chiamato Figlio dell’Altissmo (Lc 1, 32). È detto bene grande egli che meriterà di essere chiamato Figlio dell’Altissimo. Come non sarebbe grande, lui la cui grandezza non ha confini? E chi è grande come il nostro Dio? (Sal 76, 14). Davvero grande chi è tanto grande quanto Altissimo, perché lui pure è l’Altissimo. Il Figlio dell’Altissimo infatti non crederà di fare un furto considerandosi uguale all’Altissimo. Giustamente deve essere giudicato di aver pensato ad un furto Lucifero, il quale, creato dal nulla e costituito nella forma angelica, osò paragonarsi al suo Creatore, pretendendo per sé quello che è proprio del Figlio dell’Altissimo, il quale non fu fatto, ma da Dio generato nella forma di Dio. L’Altissimo Padre, per quanto onnipotente, non poteva però formare una creatura simile a sé, come non poteva generare un Figlio che non gli fosse uguale. Ma solo l’Unigenito, che non fece ma generò onnipotente da onnipotente, Altissimo da Altissimo, eterno da coeterno, in tutto può paragonarsi a lui, senza commettere né rapina, né ingiuria. A buon diritto dunque questi sarà grande, lui che sarà chiamato Figlio dell’Altissimo.

 

14. Ma perché questi sarà e non piuttosto «è» grande, egli che è sempre ugualmente grande, non ha di che crescere, né sarà maggiore dopo essere concepito che prima? O forse ha detto appunto: sarà, perché egli che era grande Dio, sarà un grande uomo? Bene, dunque: questi sarà grande: grande uomo, grande dottore, grande profeta. Così si dice di lui nel Vangelo: Un grande Profeta è sorto fra noi (Lc 7, 16). E un certo minore Profeta promette che verrà quello stesso grande Profeta: Ecco, dice, verrà un grande Profeta, che restaurerà Gerusalemme (Zc 12, 1-9). E tu, o Vergine lo partorirai piccolo, lo nutrirai piccolo, piccolo lo allatterai; ma vedendolo piccolo, pensalo grande. Sarà, infatti, grande, perché Dio lo magnificherà al cospetto dei re, così che lo adorino tutti i re, e tutte le nazioni servano a lui. L’anima tua perciò magnifichi il Signore, perché egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo. Sarà grande, e grandi cose farà per te lui che è potente, e il suo nome è santo. Quale nome infatti può essere più santo di quello di colui che sarà chiamato Figlio dell’Altissimo? Anche da noi piccoli sia magnificato il grande Signore, che per farci grandi, ha fatto se stesso piccolo. Un pargolo, dice il Profeta, ci è nato, ci fu dato un figlio (Is 9, 6). È nato per noi, non per sé, che nato in modo molto più mirabile del Padre prima dei tempi, non aveva bisogno di nascere nel tempo della madre. Non è nato per gli Angeli, i quali possedendolo grande, non lo cercavano piccolo. Per noi dunque è nato, a noi fu dato perché a noi era necessario.

 

15. Profittiamo di questo pargolo nato e dato a noi, realizzando quello per cui ci è nato e ci fu donato. Si è fatto nostro, usiamone a nostro vantaggio, si è fatto nostro Salvatore, usiamone per la nostra salvezza. Eccolo il pargolo in mezzo a noi. O Pargolo desiderato dai piccoli! O veramente pargolo, ma per la malizia, non per la sapienza! Sforziamoci di diventare come questo pargolo; impariamo da lui che è mite e umile di cuore, affinché non sia senza ragione che il grande Dio si è fatto piccolo uomo, perché non sia morto invano, invano sia stato crocifisso. Impariamo la sua umiltà, imitiamo la sua mansuetudine, abbracciamo la sua dilezione, partecipiamo ai suoi dolori, laviamoci nel suo sangue. Offriamolo come propiziazione per i nostri peccati, perché per questo egli è nato ed è stato a noi dato. Offriamolo agli occhi del Padre, offriamolo anche agli occhi suoi, perché da una parte il Padre non risparmiò il proprio Figlio, ma per noi tutti lo ha sacrificato, e dall’altra il Figlio stesso annientò se stesso, prendendo la forma di servo. Egli ha consacrato se stesso alla morte, ed è stato annoverato tra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori (Is 53, 12) perché non perissero. Non possono perdersi coloro per i quali il Figlio prega che non periscano, e per i quali il Padre consegnò alla morte il Figlio perché vivano. Dobbiamo dunque sperare il perdono ugualmente da entrambi tutti e due uguali per la pietà e misericordia, che hanno pari potenza nella volontà, un’unica sostanza nella divinità, nella quale un solo Spirito Santo vive e regna con loro Dio per tutti i secoli dei secoli.

 

 

OMELIA IV

 

 

1. Non v’è dubbio che tutto ciò che diciamo a lode della Madre, appartiene anche al Figlio, e viceversa, quando onoriamo il Figlio non smettiamo di glorificare la Madre. Poiché se, secondo Salomone, il figlio saggio è gloria del padre (Pr 13, 1), quanto è maggiormente glorioso diventare la madre della stessa Sapienza? Ma perché tentare di lodare la Vergine, della quale già tessono le lodi i Profeti, l’Angelo e l’Evangelista? Io pertanto non lodo, non oso farlo; ma ripeto con devozione ciò che per bocca dell’Evangelista ha già spiegato lo Spirito Santo. Disse infatti ancora l’Angelo: Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre (Lc 1, 32). Sono parole dell’Angelo alla Vergine riguardo al Figlio promesso, con le quali si promette che possederà il regno di Davide. Nessuno dubita che il Signore Gesù sia disceso dalla stirpe di Davide. Ma mi domando come Dio gli abbia dato il trono di Davide suo padre, dal momento che egli non regnò in Gerusalemme, anzi, quando le turbe volevano farlo re, egli non accettò, e anche davanti a Pilato protestò: Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18, 36). E poi che grande cosa si promette a lui che siede sui Cherubini, che il Profeta vide sedere su di un trono eccelso ed elevato, di sedere sul trono di Davide suo padre? Ma noi conosciamo un’ altra Gerusalemme, diversa da quella attuale, nella quale ha regnato Davide, molto più nobile e più ricca di questa. Penso che qui venga significata quella Gerusalemme celeste, secondo il modo di dire, che spesso troviamo nelle Scritture di nominare il significante per la cosa significata. In realtà Dio gli diede il trono di Davide suo padre quando fu costituito da lui Re su Sion suo santo monte. Ma qui si comprende meglio di quale regno abbia parlato il Profeta, perché non disse: «in Sion» ma «sopra Sion». Forse è stato detto sopra perché in Sion regnò Davide: Un frutto delle tue viscere io porrò sul tuo trono (Sal 131, 11) , e un altro Profeta ha detto di lui: Siederà sul trono di Davide e sopra il suo regno (Is 9, 7). Vedi come dappertutto trovi sopra? Sopra Sion, sopra il trono, sopra il soglio, sopra il regno. Il Signore Dio gli darà dunque il trono di Davide suo padre, non quello tipico, ma quello vero, non temporale, ma eterno, non terreno, ma celeste. E vengono queste cose dette di Davide, perché il suo regno, il suo trono temporale era figura di quello eterno.

 

2. E regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine (Lc 1, 32-33). Anche qui, se prendiamo per casa di Giacobbe quella temporale, come regnerà in eterno sudi essa che non è eterna? Dobbiamo dunque cercare una casa di Giacobbe che sia eterna, sulla quale regni in eterno colui il cui regno non avrà fine. E poi infine non è forse quella di Giacobbe una casa ribelle, che empiamente lo ha rinnegato e insipientemente respinto davanti a Pilato, quando a lui che, mostrando loro Gesù, diceva: Dovrò crocifiggere il vostro Re? (Gv 19, 15) ad una voce gridò: Non abbiamo Re all’infuori di Cesare? (ivi). Cerca pertanto presso l’apostolo Paolo, ed egli ti spiegherà chi è Giudeo veramente e chi lo è solamente in apparenza, e quale è la circoncisione secondo lo spirito e quale quella che si fa nella carne, e ti insegnerà a distinguere l’Israele spirituale da quello carnale, e i figli di Abramo secondo la fede e i figli secondo la carne. Così egli dice: Non tutti infatti  quelli che discendono da Israele sono Israeliti, né quelli che sono seme di Abramo sono suoi figli (Rm 9, 6-7). Continua il ragionamento e dì: «Non tutti quelli che discendono da Giacobbe sono da ritenersi casa di Giacobbe. E Giacobbe è lo stesso che Israele». Considera nella casa di Giacobbe solo coloro che si dovranno trovare perfetti nella fede di Giacobbe, o piuttosto riconoscerai in essi la spirituale ed eterna casa di Giacobbe sulla quale regnerà in eterno il Signore Gesù. Chi di noi, secondo l’interpretazione del nome di Giacobbe, vorrà soppiantare il diavolo dal suo cuore, lottare contro i vizi e le concupiscenze perché non regni il peccato nel suo corpo mortale, ma regni in lui Gesù adesso perla grazia e in eterno per la gloria? Beati coloro nei quali Gesù regnerà in eterno, perché anch’essi regneranno con lui, e questo regno non avrà fine. Oh quanto è glorioso quel regno nel quale si sono radunati i re, si sono riuniti per lodare e glorificare colui che è sopra tutti Re dei re e Signore dei Signori, nella splendidissima contemplazione rifulgeranno i giusti come il sole nel regno del loro Padre! Oh se Gesù si ricordasse anche di me peccatore, secondo la bontà che egli usa con il suo popolo, quando verrà il suo regno! Oh se in quel giorno, quando consegnerà a Dio Padre suo il regno, si degnasse di visitarmi con la sua salvezza, perché io possa vedere la felicità dei suoi eletti e godere della gioia del suo popolo, e lodarti anch’io con la tua eredità. Vieni frattanto, o Signore Gesù, togli via gli scandali dal tuo regno, che è l’ anima mia, perché tu, come è tuo diritto, regni in essa. Viene infatti l’avarizia, e pretende per sé un trono in me; viene la iattanza, e brama di dominarmi, la superbia anche vuole essere mio re. La lussuria dice: «Io regnerò»; l’ambizione, la detrazione, l’invidia e l’ira lottano in me per il possesso di me, per avere su di me il sopravvento e la supremazia. Ma io, per quanto posso, resisto, e aiutato (dalla grazia) non cedo. Protesto di volere Gesù come mio Signore; a lui mi sottometto, perché riconosco di essere sua proprietà. Lui considero come mio Dio e mio Signore, e dico: «Non ho altro Re all’infuori di Gesù». Vieni dunque, Signore, disperdili con la tua potenza e regnerai tu in me, perché sei tu il mio Re o Dio mio, che decidi vittorie per Giacobbe (Sal 43, 5).

 

3. Allora Maria disse all’Angelo: Come è possibile? Non conosco uomo (Lc 1, 34). Dapprima rimase in prudente silenzio, quando ancora dubbiosa pensava che cosa significasse quel saluto, preferendo umilmente non rispondere che parlare a vanvera senza sapere. Ma poi rassicurata, e dopo aver bene riflettuto mentre all’esterno parlava l’Angelo, e Dio all’interno la persuadeva — era infatti con lei il Signore, come aveva detto l’Angelo: Il Signore è con te — così dunque rincuorata dalla fede che cacciava il timore, e dalla gioia che prendeva il posto della timidezza, Maria disse all’Angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Non dubita del fatto, ma chiede circa il modo e l’ordine. Non chiede cioè se questo avverrà, ma come avverrà. Quasi dicesse: «Sapendo il mio Signore, testimone della mia coscienza, il voto della sua serva di non conoscere uomo, per quale legge o in quale ordine piacerà a lui che si compia questo? Se sarà necessario che io venga meno al mio voto per partorire un tale figlio, io sono contenta di tale figlio, ma mi dispiace per il proposito; tuttavia, sia fatta la sua volontà. Se invece concepirò restando vergine, e tale rimarrò nel parto, il che non è impossibile se a lui piacerà, allora saprò veramente che egli ha riguardato l’umiltà della sua serva». Come dunque avverrà questo, poiché non conosco uomo? L’Angelo le rispose: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo (Lc 1, 34-35). Più sopra è stato detto che Maria era piena di grazia; e adesso in che senso si dice: Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo stenderà la sua ombra su di te? Fu forse possibile che fosse piena di grazia e non avesse ancora lo Spirito Santo, che è il datore delle grazie? E se già lo Spirito Santo era in lei, come le si promette che egli verrà di nuovo? Forse per questo non è stato detto semplicemente: «Verrà in te», ma «sopravverrà», perché già c’era prima in lei molta grazia, ma ora le viene annunziato che sopravverrà per la pienezza di una grazia più abbondante che effonderà su di lei. Ma essendo già piena, come potrà ricevere ancora quel di più? E se è capace di ricevere ancora qualche cosa, come si può dire che prima fosse piena? O forse la prima grazia aveva soltanto riempito il suo spirito, e la seguente doveva compenetrare anche il suo grembo, in quanto cioè la pienezza della divinità che prima abitava in lei, come in molti Santi, spiritualmente, doveva cominciare ad abitare in essa anche corporalmente, come in nessun altro Santo?

 

4. Dice dunque l’Angelo: Lo Spirito Santo sopravverrà in te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Che cosa vuol dire: Su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo? Chi pub capire capisca (Mt 19, 12). Chi infatti, tranne forse colei che sola meritò di farne la felicissima esperienza, sarebbe in grado di comprendere e discernere con la sua ragione in quale maniera quello splendore inaccessibile si sia infuso nelle viscere della vergine, e come, perché essa fosse in grado di sopportare che colui che è inaccessibile entrasse in lei, dalla particella animata di quel corpo a cui si unì, egli facesse ombra al resto del corpo? E forse massimamente per questo è stato detto: su te stenderà la sua ombra, perché si trattava di un mistero, e ciò che la Trinità sola e con la sola Vergine volle operare fu fatto conoscere solo a colei a cui fu dato di farne esperienza. Diciamo dunque: Lo Spirito Santo scenderà sudi te, e con la sua potenza di fecondità, e la potenza dell’Altissimo stenderà su di te la sua ombra, cioè: la potenza e la sapienza di Dio, Cristo, coprirà e nasconderà, adombrandolo nel suo segretissimo consiglio, il modo con cui tu concepirai per opera dello Spirito Santo, in modo che sia noto solo a lui e a te. Come se l’Angelo rispondesse alla Vergine: «Perché chiedi a me quello che tra poco sperimenterai in te? Lo saprai, lo saprai, e felicemente lo saprai, ma te lo farà conoscere lui che lo realizzerà in te. Io sono mandato solo per annunziare il verginale concepimento, non per operarlo. Solo chi lo concede può spiegarlo, solo chi lo riceve può apprenderlo. Perciò anche il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio» (Lc 1, 35). Che è quanto dire: Poiché non concepirai per opera di uomo, ma dello Spirito Santo, concepirai la potenza dell’Altissimo, cioè il Figlio di Dio: Perciò il Santo che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio, vale a dire: non solo colui che, venendo dal seno del Padre nel tuo grembo stenderà su di te la sua ombra, ma anche quello che da te assumerà, sarà ormai chiamato Figlio di Dio, a quel modo che anche colui che è generato dal Padre prima dei secoli, sarà ormai considerato pure figlio tuo. Così dunque quello che è nato dal Padre sarà tuo, e quello che da te nascerà sarà del Padre, non però due figli, ma uno solo. E sebbene uno sia nato da te e l’altro dal Padre, non vi sarà un Figlio del Padre e un Figlio tuo (distinto dal primo), ma un solo Figlio di entrambi.

 

5. Perciò il Santo che da te nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio. Vedi con quanta riverenza ha detto: il Santo che nascerà da te. Perché questa semplice parola Santo, senza aggiunte? Credo perché non trovò nessun nome che esprimesse in modo più degno e appropriato quell’eccellente, magnifico e venerabile che dalla purissima carne della Vergine, con la propria anima, doveva essere unito all’Unico (Figlio) del Padre. Se avesse detto: «santa carne», ovvero «santo nome», o «santo bambino», gli sarebbe sembrato di dire poco. Perciò disse in modo indefinito Santo perché quello che la Vergine generò fu senza dubbio santo, e singolarmente Santo, sia per la santificazione dello Spirito, sia per l’assunzione da parte del Verbo.

 

6. E l’Angelo aggiunse: Ed ecco Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei nella sua vecchiaia (Lc 1, 36). Che ragione c’era di annunziare alla Vergine anche il concepimento da parte di questa donna sterile? Volle forse l’Angelo confermare con un recente miracolo la Vergine ancora dubbiosa e incredula a quanto le aveva predetto? Certamente no. Leggiamo come l’incredulità di Zaccaria fu da questo stesso Angelo castigata; di Maria invece non leggiamo che sia stata rimproverata di qualche cosa a questo riguardo, anzi, sappiamo che la sua fede fu lodata per bocca di Elisabetta: Beata te, disse, che hai creduto, perché si compiranno le cose dette a te dal Signore. Ma a Maria Vergine viene annunziato che la parente sterile ha concepito anche lei, onde al gaudio sia aggiunto altro gaudio, mentre al miracolo si unisce un altro miracolo. Ora era necessario che in anticipo un grande incendio di letizia e di amore infiammasse il cuore di colei che stava per concepire con il gaudio dello Spirito Santo il Figlio diletto del Padre. Solo infatti un cuore pieno di devozione e di gioia era adatto ad accogliere tanta sovrabbondanza di dolcezza e di allegrezza. Ovvero la gravidanza di Elisabetta viene annunziata a Maria perché la Vergine la conoscesse per mezzo dell’Angelo prima di saperlo da altri; la cosa infatti ben presto si sarebbe divulgata dappertutto, né conveniva che la Madre di Dio sembrasse tenuta all’oscuro dei disegni del Figlio, se fosse rimasta ignara di quelle cose che così da vicino si compivano sulla terra. Ovvero piuttosto il concepimento di Elisabetta fu annunziato a Maria affinché, mentre veniva informata sulla venuta e del Salvatore, e del Precursore, tenendo a mente il tempo e l’ordine degli avvenimenti, essa fosse in grado di disporre in seguito la verità agli scrittori e ai predicatori del Vangelo, essendo stata da principio istruita dal cielo su tutti i misteri. O ancora, la maternità di Elisabetta viene annunziata a Maria, affinché, sentendo che questa è anziana e gravida, pensi di recarle aiuto, lei che è nel fiore dell’età, e così, mentre Maria si affretta a visitarla, venga dato luogo e occasione al piccolo Profeta Giovanni di offrire le primizie del suo ufficio (di Precursore) al Signore più piccolo ancora, e mentre fanno a gara la devozione delle madri e dei figli, eccitata dall’uno e dall’altro, ne risulta un insieme meraviglioso di prodigi.

 

7. Non si pensi però che così grandi meraviglie siano operate dall’Angelo che le ha preannunziate. Se cerchi chi ne sia il realizzatore (l’autore), senti che cosa dice l’Angelo: Nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 37); come se dicesse: Queste cose io prometto con tanta fiducia, contando, non sulla mia, ma sulla potenza di colui che mi ha mandato, perché nulla è impossibile a Dio. Che cosa infatti ci può essere di impossibile per lui che ha fatto tutte le cose per mezzo del Verbo? Mi colpisce anche questo nelle parole dell’Angelo, che egli non ha detto: Non sarà impossibile presso Dio ogni fatto, ogni opera, ma ogni Parola. Di proposito ha detto: ogni parola, perché come è facile agli uomini dire quello che vogliono, anche quando poi non possono per nulla farlo, così è facile, anzi immensamente più facile a Dio tutto quello che essi possono esprimere con la parola. Dico più chiaro: se per gli uomini fosse così facile fare come dire quello che vogliono, anche per essi non sarebbe impossibile ogni parola: ma invece ha ragione il proverbio che asserisce esserci molta distanza tra il dire e il fare, ma questo presso gli uomini, non presso Dio, nel quale si identifica il parlare col fare, il volere con il parlare; perciò presso Dio solo non sarà impossibile ogni parola. Per esempio: i Profeti poterono prevedere e predire che la Vergine e la sterile avrebbero concepito e partorito; ma potevano forse essi far sì che esse concepissero o partorissero? Ma Dio che diede loro di poter prevedere, come poté facilmente preannunziare allora per bocca loro quello che volle, così con la stessa facilità può adesso realizzare da se stesso ciò che aveva promesso. In realtà in Dio la parola non è diversa dall’intenzione, perché egli è la verità, né l’azione differisce dalla parola, perché è potenza, né il modo discorda dal fatto, perché è sapienza, e per questo non sarà impossibile presso Dio ogni parola.

 

8. Hai sentito, o Vergine, il fatto, hai sentito anche il modo in cui esso avverrà: entrambi meravigliosi, entrambi giocondi. Giubila, o figlia di Sion, ed esulta grandemente, figlia di Gerusalemme. E poiché al tuo orecchio è stato dato annunzio di gioia e di letizia, vogliamo anche noi sentire da te la lieta risposta che desideriamo, onde finalmente esultino le ossa umiliate. Hai udito il fatto, e hai creduto; credi anche circa il modo che ti è stato spiegato. Hai udito che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà per opera dello Spirito Santo, non per opera d’uomo. L’Angelo aspetta una risposta; è ormai tempo infatti che ritorni a colui che l’ha mandato. Aspettiamo anche noi una parola di compassione, o Signora, noi sui quali miserevolmente grava la sentenza di condanna. Ed ecco che ti è offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, noi saremo immediatamente liberati. Siamo stati tutti creati dal sempiterno Verbo di Dio, ed ecco moriamo; una tua breve risposta ci può risanare e richiamare alla vita. Te ne supplica, o Vergine pia, Adamo piangente, esule dal paradiso con la misera stirpe. Questo implorano Abramo, Davide e gli altri santi Patriarchi, cioè, i padri tuoi, che abitano anch’ essi nella regione dell’ ombra di morte. Questo aspetta tutto il mondo, prostrato ai tuoi piedi: e giustamente, perché dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione degli schiavi, la liberazione dei dannati, insomma, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutta la tua famiglia umana. Da questo, o Vergine, la tua risposta. O Signora, rispondi, pronunzia quella parola che la terra, gli inferi e gli abitanti del cielo aspettano. Lo stesso Re e Signore di tutti, quando si è invaghito della tua bellezza, altrettanto desidera anche la tua risposta di consenso, dalla quale fa dipendere la salvezza del mondo. Sei piaciuta a lui nel silenzio: ora gli piacerai pronunziando una parola, mentre ti grida dal cielo: O bella tra le donne, fammi sentire la tua voce (Ct 1, 7).Se dunque tu gli fai udire la tua voce, egli ti farà vedere la nostra salvezza. Non è forse questa che chiedevi con gemiti, che per giorni e notti pregando sospiravi? E allora? Sei tu a cui è fatta questa promessa, o dobbiamo aspettare un’altra? No, no, li proprio tu e non un’altra. Tu sei quella Vergine promessa, quella vergine aspettata, desiderata, dalla quale il tuo santo padre Giacobbe, vicino a morire, sperava la vita eterna, dicendo: Aspetterò la tua salvezza, o Signore, nella quale infine e per la quale lo stesso Dio nostro Re ha disposto dall’eternità di operare la salvezza sulla nostra terra.

Perché dunque sperare da un’altra quello che è offerto a te? Perché sperare da un’altra quello che ora si compirà in te, purché tu dia con una parola il tuo consenso? Rispondi dunque presto all’Angelo, anzi, attraverso l’Angelo rispondi al Signore. Rispondi una parola, e accogli la Parola: pronunzia la tua e accogli la divina; proferisci la parola che passa, e abbraccia quella eterna. Perché indugi? Perché tremi? Credi, acconsenti e accogli. L’umiltà si faccia audace, la verecondia fiduciosa. In questo momento non è conveniente affatto che la verginale semplicità dimentichi la prudenza. In questo solo caso, o Vergine prudente, non temere la presunzione, perché anche se è gradita la verecondia nel silenzio, ora però e più necessaria la pietà che ti spinga a parlare. Apri, o Vergine beata, il cuore alla fiducia, le labbra alla parola, le tue viscere al Creatore. Ecco, l’aspettato da tutte le genti sta fuori e bussa alla porta. Oh, se mentre tu indugi egli passasse oltre, e tu dovessi ricominciare a cercare l’amato dell’anima tua! (Cfr. Ct 3, 1). Alzati, corri, apri! Sorgi con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo consenso!

 

9. Ecco, disse Maria, l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola (Lc 1, 38). La grazia divina di solito si accompagna con l’ umiltà. Dio infatti resiste ai superbi, ma dà la grazia agli umili (1Pt 5, 5). Ecco, dice, l’ancella del Signore. Qual è questa sublime umiltà che viene meno negli onori, e non diviene insolente nella gloria? Viene prescelta a Madre di Dio, e si nomina ancella: non è segno di mediocre umiltà il non dimenticare di esserlo quando viene offerta una gloria così grande. Non è grande cosa essere umile nell’abiezione; veramente grande e rara virtù l’umiltà negli onori. Se avvenisse che la Chiesa, tratta in inganno dalle mie ipocrisie, promuovesse me, misero omiciattolo a qualche posto onorifico, anche mediocre, permettendo ciò Iddio per i miei peccati o a causa di quelli dei sudditi, io subito, dimentico di quello che sono stato, mi stimerei quale sono reputato dagli uomini, i quali non vedono il cuore. Credo alla riputazione, invece di badare alla coscienza, attribuisco non l’onore alle virtù, ma le virtù agli onori, stimandomi tanto più santo quanto più posto in alto. Si possono vedere parecchi nella Chiesa, divenuti nobili da ignobili che erano, passati dalla povertà alla ricchezza, subito gonfiarsi, dimenticare la primitiva abiezione, vergognarsi della loro origine e disprezzare i parenti rimasti nell’ombra di una povera condizione. Si possono anche vedere uomini danarosi rincorrere gli onori ecclesiastici, ostentare una santità che non hanno, avendo mutato l’abito, ma non il cuore, stimandosi degni della dignità a cui sono pervenuti con i loro intrighi e attribuendo ai loro meriti, se oso dirlo, quello che hanno ottenuto con il denaro. Ometto quelli che sono accecati dall’ambizione: e l’onore stesso che ottengono è per essi materia di superbia.

 

10. Ma vedo, e questo è più penoso, che taluni dopo aver disprezzato la pompa del mondo, nella scuola dell’umiltà imparano piuttosto la superbia, e sotto le ali del Maestro mite ed umile diventano maggiormente insolenti e più impazienti nel chiostro di quanto lo sarebbero stati nel mondo. Ma quel che è peggio è che parecchi nella casa di Dio non sopportano di essere tenuti in poco conto, mentre a casa loro non potevano essere che gente trascurabile; sicché dove gli onori sono ambiti da molti, essi non meritarono di trovar posto, ma vogliono apparire degni di onore dove gli onori sono da tutti disprezzati. Vedo ancora altri, e anche questo è doloroso, i quali, dopo essersi aggregati alla milizia di Cristo, si immischiano di nuovo in affari secolari, nuovamente si immergono nelle cupidigie terrene, molto preoccupati di innalzare muri, trascurando i costumi, sotto pretesto anche del bene comune, vendono parole ai ricchi e ossequi alle matrone, non dando ascolto a quanto prescritto dal loro Sovrano di non desiderare le cose altrui e di non muovere lite per rivendicare le cose proprie, non dando retta a quanto l’Apostolo per ordine del Re divino proclama altamente: È già un delitto per voi il fatto di avere liti. Perché non sopportate piuttosto di venir frodati? (1 Cor 6, 7) Così dunque hanno crocifisso a sé il mondo e se stessi al mondo costoro che prima erano appena conosciuti nel loro villaggio o paese, e ora vanno in giro per le città, frequentano le curie e son diventati conoscitori di re e famigliari ai principi? Per non dire del loro abito nel quale si ricerca non il calore, ma il colore, e si dà più importanza al culto delle vesti che a quello delle virtù? Peggiori delle donnicciole schiave della moda, lo dico con vergogna, tali monaci affettano il lusso negli abiti, che non rispondono più ad una necessità, né rispettano la forma stabilita nell’ordine, e rappresentano solo più un ornamento, e non un’armatura per i soldati di Cristo che dovrebbero prepararsi alla battaglia, e innalzare contro le potestà dell’aria la bandiera della povertà, molto temuta dagli avversari. Invece essi, mostrando nella mollezza degli abiti un segno di pace, senza combattere si danno inermi in mano ai nemici. Tutti questi mali non hanno che questa origine: abbiamo messo da parte quell’umiltà per la quale avevamo lasciato il mondo, e allora, trascinati di nuovo dalle vane passioni dei secolari, siamo come cani che ritornano al vomito.

 

11. Sentiamo pertanto noi tutti che siamo in questa condizione che cosa ha risposto colei che veniva prescelta a Madre di Dio, ma non dimenticava l’ umiltà. Ecco, disse, l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola. Si faccia indica un desiderio, non esprime un dubbio, e dicendo: Si faccia  di me secondo la tua parola mostra piuttosto l’affetto di chi desidera che l’aspettativa di un effetto come di chi dubita. Ma non c’è difficoltà a intendere quel «si faccia» come l’espressione di una preghiera. Nessuno infatti chiede nell’orazione se non ciò che crede e opera. Ora Dio vuole essere pregato anche riguardo a ciò che promette. E perciò prima promette molte cose che ha deciso di concedere, affinché dalla promessa sia eccitata la devozione, e così quello che avrebbe dato gratuitamente, lo meriti la devota orazione.

Così il pio Signore, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino, ci sprona a farci dei meriti a nostro vantaggio: egli ci previene dandoci quello che poi egli premia, agisce gratuitamente, ma in modo da non premiarci senza nostro merito. Questo comprese la Vergine prudente, quando al dono preveniente della gratuita promessa, unì il merito della sua orazione, dicendo: Si faccia di me secondo la tua parola. Si faccia di me secondo la tua parola riguardo al Verbo. Il Verbo che era in principio presso Dio, si faccia carne dalla mia carne secondo la tua parola. Venga a me il Verbo, non pronunciato che passi, ma concepito che rimanga, rivestito cioè di carne, non di aria. Venga a me il Verbo, non solo a colpire l’orecchio, ma visibile agli occhi, che si possa palpare con le mani, portare in braccio. Né si faccia per me parola scritta e muta, ma incarnata e viva, non scritto con muti segni su pelli di morte, ma in forma umana impressa nelle mie caste viscere, e questo, non mediante l’opera di una penna morta, ma per opera dello Spirito Santo.

Si faccia cioè a me come a nessun altro prima di me e a nessun altro dopo di me. Ora molte volte e in vari modi Dio ha parlato un tempo ai Padri per mezzo dei Profeti. Ad alcuni parlò nell’orecchio, ad altri parlò per la loro bocca, ad altri si manifestò nelle opere delle loro mani, come riferisce la Scrittura. Quanto a me prego che il Verbo di Dio s’incarni nel mio grembo, secondo la tua parola. Non voglio che venga a me solennemente declamato, o da figure rappresentato, o con l’immaginazione sognato, ma nel silenzio ispirato, personalmente incarnato, corporalmente inviscerato. Il Verbo pertanto, che in sé non poteva, né aveva bisogno di essere fatto, si degni di essere fatto in me e a me secondo la tua parola. E sia fatto in generale a tutto il mondo, ma specialmente sia fatto in me secondo la tua parola.

Ho esposto il brano evangelico così come ho potuto, e non ignoro che non piacerà a tutti; anzi che per questo sarò oggetto di indignazione da parte di molti, e, o sarò giudicato di aver fatto cosa superflua, odi essere un presuntuoso, in quanto ho osato mettere mano a un nuovo commento dopo che i Padri avevano già commentato molto diffusamente questo testo medesimo. Ma se uno parla dopo i Padri senza nulla dire contro i Padri, penso che ciò non debba dispiacere, né ai Padri, né ad alcun altro. Dove poi ho riferito cose già dette dai Padri, mentre cerco di evitare così ogni forma di presunzione perché non venga a mancare il frutto della devozione, ascolterò con pazienza quelli che mi accusano d’aver fatto cosa superflua. Sappiano tuttavia coloro che mi deridono per un commento ozioso e per nulla necessario, che io non ho tanto inteso fare un’esposizione del Vangelo, quanto di prendere occasione dal Vangelo per dire quello di cui mi era dolce parlare. Ma se ho peccato, seguendo questa mia devozione più che l’utilità comune, la pia Vergine Maria, a cui con somma devozione ho dedicato quest’umile lavoro, sarà abbastanza potente per ottenermene il perdono presso il suo misericordioso Figlio.

 

 

 

SERMONE PER LA NATIVITÀ DI MARIA SANTISSIMA

 

L’ acquedotto

 

 

1. Nel Cielo si gode per la presenza della Vergine Madre, la terra ne venera la memoria. Lassù visione di tutta la sua grandezza, qui il ricordo di lei; là vi è la sazietà, quaggiù come una piccola pregustazione di primizie; lassù la realtà, quaggiù il nome. Signore, dice, il tuo Nome è per sempre, e il tuo ricordo di generazione in generazione (Sal 134, 13). Generazione e generazione, di uomini, s’intende, non di angeli. Vuoi sapere che il suo nome e la sua memoria è tra noi, e la sua presenza è in cielo? Così pregherete, dice il Signore: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo Nome (Mt 6, 9). Preghiera fedele, che fin dall’inizio ci fa sapere che noi siamo figli adottivi di Dio, ancora pellegrini sulla terra, affinché sapendo che fino a quando non saremo in cielo, e saremo pellegrini lontani dal Signore, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, cioè la presenza del Padre. Ben a proposito il Profeta, parlando di Cristo, dice: Spirito è davanti alla nostra faccia il Cristo Signore. All’ombra di lui vivremo tra le genti (Lam 4, 20). Tra i beati del cielo invece non si vive all’ ombra, ma piuttosto nello splendore. Tra i santi splendori, dice il Salmo, dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato (Sal 109, 3). Questo dice il Padre.

 

2. Ma la Madre ha generato quel medesimo splendore, però nell’ombra, quella stessa ombra con cui l’Altissimo l’adombrò. A ragione canta la Chiesa, non la Chiesa dei Santi che è lassù nello splendore, ma quella che nel frattempo è pellegrina sulla terra: All’ombra di colui che ho bramato, mi sono seduta, e dolce è il suo frutto al mio palato (Ct 2, 3). Aveva chiesto che le fosse indicata la luce meridiana dove pasce lo sposo; ma dovette contentarsi dell’ombra in luogo della luce piena, e ricevere per il momento un assaggio invece della sazietà. Infine non dice: «Sotto l’ombra di lui che (l’ombra) avevo desiderata, ma mi sono seduta all’ombra di lui (lo sposo) che avevo desiderato. Non aveva cercato l’ombra di lui, ma lui stesso, il vero meriggio, luce piena da luce piena: È il suo frutto, continua, è dolce al mio palato, come dicesse: al mio gusto. Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi permetterai di inghiottire la mia saliva? (Gb 7, 19) Fino a quando si continuerà a dire: Gustate e vedere come è soave il Signore? (Sal 33, 9) Certamente è soave al gusto e dolce al palato, per cui ben a ragione anche (solo) per questo prorompe in parole di ringraziamento e di lode.

 

3. Ma quando si potrà dire: Mangiate, amici, bevete e inebriatevi o carissimi? (Ct 5, 1) /giusti, dice il Profeta, banchetteranno, ma al cospetto di Dio (Sal 67, 4), ma non nell’ombra. E parlando di sé dice: Mi sazierò quando apparirà la tua gloria (Sal 16, 15). Anche il Signore dice agli Apostoli: Voi avete perseverato con me nelle mie prove: e io vi preparo un regno come il Padre mio l’ha preparato per me, affinché mangiate e beviate alla mia mensa. Ma dove? Nel mio Regno, dice (Lc 22, 28-30). Beato davvero chi mangerà il pane nel Regno di Dio. Sia santificato pertanto il tuo Nome, per il quale frattanto in qualche modo sei in mezzo a noi, o Signore, abitando per la fede nei nostri cuori, poiché il tuo Nome è stato invocato su di noi (Ef 3, 17). Venga il tuo Regno. Venga ciò che è perfetto e sparisca ciò che è parziale (Cfr. 1 Cor 13, 10). Ora, dice l’Apostolo, raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione (Rm 6, 22), e il fine è la vita eterna. La Vita eterna, fonte perenne che irriga tutta la superficie del paradiso.

E non solo la irriga, ma la inebria, fonte degli orti, pozzo delle acque vive che sgorgano impetuose, e fiume impetuoso che rallegra la città di Dio (Sal 45, 5). E chi è questo fonte della vita se non Cristo Signore? Quando si manifesterà Cristo vostra Vita, anche voi sarete manifestati con lui nella gloria (Col 3, 4). In verità la stessa pienezza si è annichilita per essere per noi giustizia e santificazione e perdono, senza che apparisse ancora la vita o la gloria, o la beatitudine. Questa fonte arrivò fino a noi, le sue acque furono portate sulle piazze, anche se lo straniero non ne berrà. Quella vena celeste è discesa attraverso l’acquedotto, non portando l’abbondanza della fonte, ma cadendo come una pioggia di grazia sui nostri cuori riarsi, a chi più a chi meno. L’acquedotto è pieno, in modo che gli altri possano attingere dalla sua pienezza, ma non riceverne la pienezza stessa.

 

4. Voi avete già capito, se non sbaglio, quale sia questo acquedotto che, ricevendo la pienezza della sorgente dal cuore dello stesso Padre, l’ha data per noi alla luce, anche se non come è, ma quale potevamo comprenderla. Sapete infatti a chi fu detto: Ave, o piena di grazia (Lc 1, 28). O ci meravigliamo che si sia potuto trovare una creatura capace di divenire un tale e così grande acquedotto, simile a quello visto dal Patriarca Giacobbe, la cui sommità toccasse i cieli, anzi, oltrepassasse i cieli e arrivasse a quel vividissimo fonte delle acque che sono sopra i cieli? Se ne meravigliava anche Salomone, e quasi disperando che tale creatura ci potesse essere, diceva: Una donna forte chi la troverà? E in realtà per tanto tempo al genere umano mancarono i rivoli della grazia, non essendovi ancora così desiderabile acquedotto di cui parliamo. Né fa meraviglia che si sia fatto attendere così a lungo, se si pensa ai lunghi anni che Noè, uomo giusto, impiegò per costruire l’arca, nella quale si salvarono poche, cioè, otto persone (Gen 6, 9) , e questo per un tempo abbastanza breve.

 

5. Ma in che modo questo nostro acquedotto raggiunse un fonte così elevato? Non in altra maniera che mediante un veemente desiderio, mediante una fervida devozione, una pura orazione, come sta scritto: L’orazione del giusto penetra i cieli (Eccli 35, 21). E chi fu giusto se non la giusta Maria, dalla quale ci è nato il Sole di giustizia? Come dunque ella arrivò all’inaccessibile Maestà, se non bussando, chiedendo, cercando? Alla fine trovò quello che cercava, Lei, a cui fu detto: Hai trovato grazia presso Dio (Lc 1, 30). Che cosa? È piena di grazia, e trova ancora grazia? Era proprio degna di trovare quello che cercava, non bastandole la propria pienezza, né poteva starsene contenta del suo bene, ma come sta scritto: Chi beve me avrà ancora sete: (Eccli 24, 29): essa chiede la sovrabbondanza per la salvezza di tutti. Lo Spirito Santo sopravverrà in te, le dice l’Angelo, e ti infonderà quel prezioso balsamo in tanta abbondanza e pienezza da farlo traboccare abbondantemente da ogni parte. È così, già i nostri volti brillano per l’unzione dell’olio. Già esclamiamo: Olio effuso è il tuo Nome, (Sal 103, 15) e la tua memoria di generazione in generazione (Sal 101, 13). Non è però sparso invano quest’olio, e se sparso, non viene sprecato. Per questo infatti le giovinette, cioè le anime semplici, amano lo Sposo, e non poco, e l’unguento che scende dal capo, non solo cade sulla barba, ma arriva fino ai bordi del vestito.

 

6. Osserva, o uomo, il disegno di Dio, il disegno della Sapienza, il disegno della pietà. Prima di irrorare l’aia, la celeste rugiada scese tutta sul vello: stando per redimere il genere umano, ne depose tutto il prezzo in Maria! Per quale ragione fece questo? Forse perché Eva venisse scusata per mezzo della Figlia, e il lamento dell’uomo contro la donna, d’ora in poi non avesse più ragione di essere. Non dirai più, o Adamo: La donna che mi hai dato mi ha presentato il frutto proibito; dirai piuttosto: «La donna che mi hai dato mi ha dato da mangiare il frutto benedetto». Piissimo disegno; ma non è tutto, forse c’è n’è ancora un altro nascosto. Del resto questo è poca cosa, se non erro, per i vostri desideri. È un latte dolce; se premiamo più forte, ne verrà fuori un bel burro grasso. Guardando più a fondo voi scorgerete con quanto affetto e devozione abbia voluto che noi onorassimo Maria colui che ha posto in lei la pienezza di ogni bene, sicché se in noi c’è qualche speranza, qualche grazia, qualche speranza di salvezza, sappiamo che tutto ciò ci viene da lei che sale ricolma di delizie. Vero giardino di delizie, sul quale non solo soffia, ma che investe sopravvenendo dall’alto quel divino austro, perché si diffondano in abbondanza i suoi aromi, vale a dire i carismi delle grazie. Togli questo sole che illumina il mondo, dove sarà giorno? togli Maria, questa stella del mare, un mare grande e spazioso: che cosa ne resta se non un mondo tutto avvolto nella caligine e nell’ombra di morte e in tenebre densissime?

 

7. Veneriamo dunque questa Maria con tutto l’ardore dei nostri cuori, con i più teneri sentimenti di affetto e di devoto ossequio, perché tale è la volontà di Colui che ha voluto che noi ricevessimo tutto per mezzo di Maria. Questa è la volontà sua, ma per il nostro bene. Per tutto infatti provvedendo a tutti i miseri, egli conforta il nostro cuore trepidante, esercita la fede, rafforza la speranza, scaccia la diffidenza, rialza chi è pusillanime. Avevate timore di accostarvi al Padre. Atterrito al solo udirne la voce, correvi a nasconderti tra il fogliame: allora ti ha dato Gesù come mediatore. Che cosa non otterrà dal Padre un tale Figlio? Sarà infatti esaudito per la sua pietà: il Padre infatti ama il Figlio. Hai ancora paura di andare anche da lui? È tuo fratello e carne tua, provato in tutto, eccetto il peccato, perché fosse misericordioso (Eb 4, 15). Questo ti ha dato Maria come fratello. Ma forse anche in lui temi la divina maestà, perché pur essendosi fatto uomo, rimase tuttavia Dio. Vuoi avere un avvocato anche presso di lui? Ricorri a Maria. In Maria c’ è la pura umanità, non solo pura perché incontaminata, ma pura per singolarità di natura. Né dubiterei che anch’essa sarà esaudita per la sua pietà. Il Figlio esaudirà certamente la Madre, come il Padre esaudirà il Figlio. Figliuoli miei, questa è la scala dei peccatori, questa è la mia massima fiducia, questa è tutta la ragione della mia speranza. E che? Può forse il Figlio non accogliere la supplica (della Madre) o non venire esaudito (dal Padre)? Può egli non ascoltare e non essere ascoltato? Né l’uno, né l’altro. Tu hai trovato, disse l’Angelo, grazia presso Dio (Lc 1, 30). Felice espressione. Maria troverà sempre grazia, e la grazia è la sola cosa di cui abbiamo bisogno. La Vergine prudente cercava non la sapienza, come Salomone, non le ricchezze, non gli onori, non la potenza, ma la grazia. È infatti solo la grazia che ci salva.

 

8. Perché desideriamo altre cose, o fratelli? Cerchiamo la grazia, e chiediamola per mezzo di Maria, perché essa trova quello che cerca e nulla le è rifiutato di quello che essa chiede. Cerchiamo la grazia, ma la grazia presso Dio; fallace è infatti la grazia presso gli uomini. Cerchino altri il merito, noi sforziamoci di trovare grazia. Non è forse per grazia di Dio che siamo qui? Davvero è grazie alla Misericordia del Signore se non siamo consunti noi (Lam 3, 22). Chi noi? Noi spergiuri, noi omicidi, noi adulteri, noi ladri, veramente rifiuto di questo mondo. Interrogate le vostre coscienze, fratelli e constatate che ove abbondò il delitto, sovrabbondò la grazia. Maria non pretende il merito, ma cerca la grazia. Essa ripone tanta fiducia nella grazia e non si insuperbisce, che è presa da timore al saluto dell’Angelo. Maria, dice il Vangelo, si domandava che senso avesse quel saluto (Lc 1, 29). Si riteneva, infatti, indegna di venire così salutata da un Angelo. E forse diceva tra sé: «Donde viene a me che un Angelo del Signore venga da me?» Non temere, Maria, non stupirti che venga un Angelo; viene uno che è più grande anche dell’Angelo. Non meravigliarti che venga a te l’Angelo del Signore: anche il Signore dell’Angelo è con te. E poi, perché non potresti vedere l’Angelo tu che già vivi come un Angelo? Perché un Angelo non dovrebbe visitare una compagna della vita degli Angeli? Come non saluterebbe una concittadina dei Santi e familiari di Dio? Davvero angelica vita infatti è la verginità, e coloro che non si sposano né si maritano saranno come Angeli di Dio.

 

9. Vedi come anche in questo modo il nostro acquedotto raggiunge la fonte, né penetra ormai i cieli con la sola orazione, ma anche con l’ integrità che la rende vicina a Dio, come dice il Saggio? Era infatti la Vergine Santa di corpo e di spirito (1 C or 7, 34) , e ad essa si addicevano in modo speciale le parole: La nostra patria è nei cieli (Fil 3, 20). Santa, ripeto, di corpo e di spirito, perché non resti alcun dubbio su questo acquedotto. Esso è invero altissimo, ma sempre incorrotto. Orto chiuso, fonte sigillato (Ct 4, 12), tempio del Signore, sacrario dello Spirito Santo (dall’off. BVM in Sabato). Né è una vergine stolta, non le manca infatti l’olio, ma ne ha pieno il vaso di riserva. Essa ha disposto delle ascensioni nel suo cuore (Sal 83, 6), ascendendo sia con le sue opere, sia con la sua orazione. Maria si reca in fretta sulla montagna e saluta Elisabetta (Lc 1, 39-40) e si ferma circa tre mesi per aiutarla, così da poter dire, lei Madre ad un altra madre (Elisabetta) quello che molto tempo dopo il Figlio (Gesù) avrebbe detto al figlio (Giovanni) : Lascia fare, ora, così dobbiamo compiere ogni giustizia (Mt 3, 15). Veramente sale sui monti Maria, la cui giustizia è come i monti più alti. Questa è la terza ascensione della Vergine, ed è scritto che una corda a tre capi è difficile a rompersi: la sua carità cercava con fervore la grazia, nella sua carne splendeva la verginità, nel servizio alla vecchia Elisabetta eccelleva l’umiltà. Se infatti chiunque si umilia sarà esaltato, che cosa di più sublime che l’umiltà di Maria? Elisabetta si stupiva della sua venuta, e diceva: A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me? (Lc 1, 43). Ma ora si meravigli piuttosto che, sull’esempio del Figlio, essa non sia venuta per essere servita, ma per servire. Giustamente perciò quel Cantore divino, pieno di ammirazione per lei, esclamava: Chi è costei che sorge come aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati? (Ct 6, 9). Davvero ella sorge sopra tutto il genere umano, sale fino agli Angeli, ma li oltrepassa ancora e si innalza sopra ogni celeste creatura. Di fatti essa deve attingere necessariamente al di sopra degli Angeli l’acqua viva per farla discendere sugli uomini.

 

10. Come avverrà questo, dice, poiché non conosco uomo? Santa veramente di corpo e di spirito, che possedeva l’integrità del corpo, e il proposito di rimanere vergine. L’Angelo le rispose: Lo Spirito Santo sopravverrà in te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Non interrogare me, le dice, sono cose superiori a me, e io non posso spiegarle. Lo Spirito Santo, non lo Spirito Angelico, scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà, non io. Non fermarti agli Angeli, Vergine santa: la terra chiede che per tuo mezzo le venga dato qualcosa di più sublime che plachi la sua sete. Sorpassatili di poco, troverai l’amato dell’anima tua.

Ho detto: di poco, non perché il tuo Diletto non sia incomparabilmente più alto, ma perché tra lui e gli angeli non troverai null’altro. Oltrepassa dunque le Virtù e le Dominazioni, i Cherubini e i Serafini, e arriverai a lui del quale cantano in coro, ripetendo a vicenda: Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio degli eserciti (Is 6, 3). Il Santo infatti che da te nascerà sarà chiamato Figlio di Dio (Lc 1, 35). Fonte della Sapienza il Verbo del Padre nell’alto dei cieli (Eccl 1, 5). Questo Verbo, per mezzo di te si farà uomo, sicché colui che dice: Io sono nel Padre, e il Padre è in me (Gv 14, 10), dica pure nello stesso tempo: Io sono uscito da Dio e sono venuto (Gv 8, 42). In principio, è detto, era il Verbo. Già scaturisce la fonte, ma per il momento resta in se stessa. E il Verbo era presso Dio, in una luce inaccessibile; e da principio il Signore diceva: Io nutro pensieri di pace e non di sventura (Ger 29, 11). Ma il tuo pensiero è dentro dite, o Signore, e noi non sappiamo quello che tu pensi. Chi infatti conosceva i sentimenti del Signore, o chi era suo consigliere? Pertanto il pensiero di pace è disceso facendosi opera di pace: Il Verbo si fece carne, e ormai abita tra noi. Abita nei nostri cuori per la fede, anche nella nostra memoria, abita nel pensiero, ed è disceso fino all’immaginazione. Come avrebbe potuto prima formarsi una immagine di Dio, non forse facendosi con il cuore un idolo?

 

11. Era del tutto incomprensibile e inaccessibile, invisibile e inescogitabile. Ma ora ha voluto farsi comprendere, farsi vedere, farsi pensare. In che modo, mi chiedi? Eccolo che giace nel presepio, riposa in braccio alla Vergine, predica sul monte, passa le notti in preghiera, ovvero pende dalla croce, è coperto dal pallore della morte, scende libero e comanda negli inferi, ovvero ancora lo vedi risorgere il terzo giorno, mostrare agli Apostoli il luogo dei chiodi, segni della sua vittoria, e infine ascendere al cielo davanti ai loro occhi. Tutti questi pensieri rispondono a verità, alimentano la pietà e la santità. Quando penso a qualcuna di queste cose, io penso Dio, che è per ogni cosa il Dio mio.

Meditare queste cose io chiamo sapienza, e giudico prudenza il rievocare il dolce ricordo di questi fatti, prefigurati nei frutti abbondanti spuntati dalla Verga sacerdotale di Aronne, e che Maria, attingendoli dal cielo, in modo più copioso ha messo a vostra disposizione. Dal cielo veramente, e da sopra gli Angeli, perché essa ha ricevuto il Verbo dal cuore stesso del Padre, come sta scritto: Il giorno al giorno trasmette la parola (Sal 18, 3). Davvero giorno è il Padre: e giorno da giorno è la salvezza di Dio. Non è giorno forse anche la Vergine? E quale giorno! Giorno veramente fulgido Maria, che avanza come Aurora che sorge, bella come la luna, splendente come il sole (Ct 6, 9).

 

12. Considera come Maria arriva fino agli Angeli per la pienezza della grazia, e supera quando sopravviene in lei lo Spirito. Negli angeli c’è la carità, la purezza, l’umiltà. Quale di queste cose non fu eminente in Maria? Ma questo è stato dimostrato sopra, per quanto ci fu possibile spiegare. Ora vediamo la sua sopraeminenza. A quale degli Angeli è stato mai detto: Lo Spirito Santo sopravverrà in te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra: perciò il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio? E poi: La verità è germogliata dalla terra (Sal 84, 12), non dalla creatura angelica; essa ha assunto non la natura degli angeli, ma il seme di Abramo. È grande cosa per l’Angelo l’essere servitore ministro di Dio; ma Maria meritò qualcosa di più sublime, quella di esserne Madre. La maternità pertanto della Vergine è gloria sovraeminente, e per il singolare privilegio a lei concesso, essa è divenuta tanto più eccellente degli angeli quanto più il suo titolo di Madre è differente da quello di servi (ministri). Già ta per umiltà, ricevette ancora questa grazia di diventare madre senza concorso d’uomo e senza i dolori del parto. Tutto questo è ancora poco: quello che è nato da lei è chiamato il Santo, ed è il Figlio di Dio.

 

13. Per il resto, fratelli, dobbiamo fare tutto perché il Verbo che, uscito dalla bocca del Padre, è venuto a noi per mezzo della Vergine, non se ne ritorni vuoto, ma ancora, per mezzo della medesima Vergine Maria, rendiamo grazia per grazia. Vada il pensiero frequente mentre ancora ne sospiriamo la presenza, e le grazie che scendono a noi siano fatte risalire alla loro origine, per ridiscenderne in maggiore abbondanza. Se invece non ritornano alla fonte, si disseccano, e infedeli nel poco, non meritiamo di ricevere ciò che è massimo. È poca cosa il pensiero unito al desiderio della presenza, poco in confronto con quello che desideriamo grande è ciò che meritiamo; è molto al di sotto il desiderio, molto superiore è il merito. Saggiamente la sposa si rallegra non poco di questo poco. Avendo infatti detto: Dimmi dove pascoli, dove riposi nel meriggio, (Ct 1, 6) ricevendo piccole cose invece di quelle immense, e in cambio del pasto meridiano offrendo un sacrificio vespertino non mormora affatto, né si rattrista, come d’ordinario succede, ma ringrazia, e in tutto si mostra più devota. Sa infatti che se sarà fedele nell’ombra della memoria, otterrà senza dubbio la luce della presenza. Pertanto Voi che vi ricordate del Signore, non tacete e non lasciatelo stare in silenzio (Is 62, 6-7). Poiché coloro che hanno presente il Signore non hanno bisogno di esortazione, e quello che dice un altro Profeta: Loda il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio o Sion (Sal 147, 1), sono parole di congratulazione, più che di ammonizione. Coloro che camminano nella fede hanno bisogno di essere ammoniti di tacere e di non lasciare stare in silenzio il Signore. Egli parla infatti, di pace per il Suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore (Sal 84, 9) , ascolterà quelli che ascoltano lui, e parlerà a quelli che parlano a lui. Diversamente, se tu taci, fai tacere anche lui. Non tacere dunque. Da che cosa? Dalla lode di Dio. Non tacete, e non dategli requie fino a che stabilisca sulla terra la lode di Gerusalemme. La lode di Gerusalemme è lode gioconda e decorosa. Non è possibile pensare che gli Angeli, cittadini di Gerusalemme, prendano piacere e si ingannino a vicenda in una lode vana.

 

14. Sia fatta la tua volontà, o Padre, come in cielo, così in terra (Mt 6, 10) affinché la lode di Gerusalemme sia stabilita sulla terra. E adesso che cosa c’è? In Gerusalemme un Angelo non cerca la sua gloria da un altro Angelo, e sulla terra l’uomo brama di essere lodato da un altro uomo? Esecrabile perversità! Ma lasciamola a coloro che ignorano Dio, a coloro che si sono dimenticati del Signore loro Dio (1 Cor 15, 34). Voi che vi ricordate del Signore, non tacete, non cessate di lodarlo, fino a che la sua lode si stabilisca e sia resa perfetta sulla terra. C’è infatti un silenzio irreprensibile, anzi, lodevole. C’è anche un discorso non buono. Altrimenti non avrebbe detto il Profeta: È buona cosa per l’uomo attendere in silenzio la salvezza di Dio (Lam 3, 26). È cosa buona tacere dalla millanteria, è buono astenersi dalla bestemmia, dalla mormorazione, dalla detrazione. Avviene che uno, esasperato da un lavoro lungo e faticoso, mormora dentro di sé, e giudica coloro che vigilano per la sua anima, consapevoli del conto che ne devono rendere. È questo un grido che rompe ogni silenzio, il grido di un animo indurito che fa tacere, in quanto non permette che venga percepita la voce della parola. Un altro, per la pusillanimità dello spirito, si lascia prendere dalla disperazione e questa è una bestemmia che non sarà rimessa né in questa vita, né nella futura. Un altro ancora s’inorgoglisce nel suo cuore e leva con superbia il suo sguardo, stimandosi più di quello che è, e dice: La mia mano potente (Dt 32, 27) , e pensa di essere qualche cosa, mentre non è nulla. Che cosa direbbe a costui Colui che parla di pace? Dice infatti: Tu dici: Io sono ricco, e non ho bisogno di nessuno (Ap 3, 17). Ora la Verità risponde così: Guai a voi, ricchi, perché avete la vostra consolazione (Lc 6, 24). E al contrario: Beati, dice, quelli che piangono, perché saranno consolati (Mt 5, 5). Tacciano dunque in noi la lingua maldicente, la lingua blasfema, la lingua millantatrice, perché è bene in questo triplice silenzio aspettare la salvezza di Dio, e dì così: Parla Signore, perché il tuo servo ti ascolta (1 Re 3, 10). Quelle parole in realtà non sono rivolte a Lui, ma contro di Lui, come diceva Mosè agli Ebrei che mormoravano: La vostra mormorazione non è contro di noi, ma contro il Signore (Es 16, 8).

 

15. Astieniti da tali parole, senza tuttavia tacere del tutto, per non costringere Dio al silenzio. Parla a lui accusandoti in umile confessione della tua vanità, onde ottenere perdono per le colpe passate. Parla ringraziando, invece della mormorazione, per ottenere una grazia più abbondante per il presente. Parla nell’ orazione, contro la diffidenza, per conseguire la gloria del futuro. Confessa, ripeto,i peccati passati, per i benefici presenti rendi grazie, e poi prega con più fervore per il futuro, di modo che anche Dio non taccia il suo perdono, non cessi di largire i suoi doni, e non venga meno nelle sue promesse. Non tacere tu, ripeto, e fa’ in modo che lui non stia in silenzio. Parla tu, affinché parli anche lui e possa dire: Il mio diletto è a me, e io a lui. Parola gioconda, parola dolce. Non è davvero parola di mormorazione, ma voce della tortora. E non dire: Come canteremo i canti del Signore in terra straniera? (Sal 136, 4). Ormai non sarà più considerata straniera quella di cui dice lo Sposo: La voce della tortora si è udita nella nostra terra (Ct 2, 12). L’aveva infatti sentito dire: Prendeteci le piccole volpi e forse per questo uscì in grido di esultanza, dicendo: Il mio Diletto è a me e io a lui. Davvero voce di tortora, che, con una singolare pudicizia resta fedele al suo compagno, sia vivo che morto, sicché né la morte, né la vita la separa dall’amore di Cristo. Considera infatti se ci sia qualche cosa che abbia potuto alienare questo diletto dalla sua amata, e impedirgli di restare fedele, anche qualora la diletta abbia peccato o gli abbia voltato le spalle. Ammassi di nuvole cercavano di offuscare i raggi del sole: così le nostre iniquità si frapponevano tra noi e Dio, minacciando di separarci da lui; ma il sole divenne caldo, e tutta quella nuvolaglia si è dissipata. Diversamente, quando mai saresti tornato da lui se egli non ti fosse rimasto fedele, se non avesse gridato: Ritorna, Sunamita, ritorna, ritorna, perché ti vediamo?. Sii dunque anche tu fedele a lui, e nessuna calamità o fatica ti faccia allontanare da lui.

 

16. Lotta con l’angelo, non soccombere, perché il regno di Dio patisce violenza e i violenti lo rapiscono (Mt 11, 12). Non lasciano forse intendere la lotta le parole: Il mio Diletto a me, e io a lui?Egli ti ha fatto conoscere il suo amore; mostragli anche il tuo. In molte cose infatti ti mette alla prova il Signore tuo Dio. Spesso se ne va, volta altrove la faccia, ma non perché sia adirato. È una prova, non segno di riprovazione. Il tuo Diletto ti ha sopportato; sopporta anche tu il tuo Diletto, sopporta, agisci virilmente. Non lo hanno vinto i tuoi peccati, anche tu non lasciarti vincere dai suoi flagelli, e otterrai la benedizione. Ma quando? Quando spunterà l’aurora, quando sarà finito il giorno, quando avrà stabilito la lode di Gerusalemme sulla terra. Ecco che un uomo lottava con Giacobbe fino al mattino (Gen 32, 24). Al mattino fammi sentire la tua misericordia, perché in te ho sperato, Signore. Non tacerò, non ti lascerò stare in silenzio fino al mattino, né digiuno, possibilmente. Tu ti degni in realtà pascerti, ma tra i gigli. Il mio diletto a me, e io a lui che si pasce tra gigli (Ct 2, 16). Veramente anche sopra, se ricordate, è stato chiaramente indicato che la voce della tortora si ode quando compariscono i fiori. Ma bada che vi è indicato il luogo, non il cibo, né vi è espresso di che cosa si pasce il Diletto, ma tra quali cose. Forse egli si pasce, non di cibo, ma della compagnia dei gigli, non si ciba di gigli, ma sta in mezzo a loro. E veramente i gigli piacciono più per il profumo che per il sapore, e sono adatti per essere veduti più che mangiati.

 

17. Così dunque si pasce (lo sposo) tra i gigli fino a che spiri la brezza del giorno, e alla bellezza dei fiori succeda l’abbondanza dei frutti. Nel frattempo è l’ora dei fiori, non dei frutti, mentre cioè siamo più nella speranza che nella realtà, e camminando nella fede e non nella visione, ci consoliamo più con la speranza che nell’ esperienza (dei beni eterni). Considera infine la delicatezza del fiore, e ricorda quello che dice l’Apostolo: Portiamo questo tesoro in vasi di creta. A quanti pericoli sono esposti i fiori. Come è facile per un giglio essere perforato dagli aculei delle spine! Giustamente canta il Diletto: Come giglio tra le spine, così la mia amica tra le fanciulle (Ct 2, 2). Non era tra le spine colui che diceva: Io ero pacifico in mezzo a coloro che detestavano la pace? (Sal 119, 7) Del resto, anche se il giusto germoglia come il giglio, lo sposo non si pasce presso un giglio solo, né si compiace della singolarità. Senti come egli dimori ove vi sono più gigli. Dove vi sono due o tre radunati in mio nome, mi trovo in mezzo a loro (Mt 18, 20). Gesù ama sempre il mezzo, il Figlio dell’uomo mediatore tra Dio e gli uomini, riprova sempre gli angoli, le pieghe. Il mio diletto è a me e io a lui che si pasce tra i gigli. Cerchiamo di avere gigli, fratelli, estirpiamo spine e triboli e affrettiamoci a sostituirli con gigli, perché si degni di pascersi anche tra noi qualora si degni di scendere a noi il Diletto.

 

18. Presso Maria egli si pasceva, e abbondantemente, a causa della moltitudine di gigli. Non era forse un giglio il decoro della verginità, l’ornamento dell’umiltà, la sovraeminenza della carità? Avremo anche noi dei gigli, anche se di molto inferiori. Ma neanche tra questi disdegnerà di pascersi lo sposo, a condizione che le azioni di grazie di cui abbiamo parlato, siano dotate di ilare devozione, che la nostra orazione sia resa accetta dalla purezza d’intenzione, e la nostra confessione ci avrà ottenuto, con il perdono, di fare candide le nostre vesti, come è scritto: Se i vostri peccati fossero come scarlatto, diverranno come la neve, e se fossero rossi come porpora, diverranno bianchi come la lana (Is 1, 18). Del resto, qualunque sia la cosa che ti disponi a offrire, ricordati di affidarla a Maria,onde per il medesimo canale per cui la grazia è discesa a noi, ritorni al largitore della grazia. A Dio infatti non mancavano mezzi per infonderci, come voleva, la sua grazia, anche senza questa acqua, ma egli ha voluto darci questo veicolo. Forse le tue mani sono sporche di sangue o infette di regali, perché non le hai tenute pure da ogni cupidigia. Dunque quel poco che desideri offrire, fallo passare per le mani degnissime e accettissime di Maria se non vuoi subire un rifiuto. Esse in realtà sono come candidissimi gigli; né avrà a ridire quell’amatore di gigli di non aver trovato tra i gigli qualsiasi cosa che egli avrà trovato tra le mani di Maria.