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La Nuova Evangelizzazione, che, ancora oggi nel terzo millennio è oggetto di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, convegni, per la maggior parte dei cristiani praticanti è ancora considerata come una opzione, e non come una necessità urgente e possibile. Noi crediamo che per realizzarla sicuramente occorre da parte di tutto il popolo di Dio, come ci ricordava spesso Giovanni Paolo II, “un nuovo ardore, nuovi metodi e nuove espressioni”. L’Italia e l’Europa, anche se già evangelizzate, hanno bisogno di essere rievangelizzate. I battezzati hanno bisogno di essere rievangelizzati. Il mondo ha bisogno di speranza e non ci saranno grandi segni di speranza fino a quando, noi cristiani del XXI Secolo, non sapremo testimoniare un’esistenza bella, arricchita dalla gioia dei salvati, dall’amicizia e non prenderemo sul serio il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Andate, ammaestrate tutte le nazioni”, battezzate, insegnate, osservate “tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20), “siate testimoni” (At 1,8), “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), “amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12). Come membra vive dell’unico Corpo di Cristo vogliamo

  • essere testimoni di speranza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,1-3).
  • contribuire con tutte le nostre forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità (cfr. LG n°33)
  • far si che ogni cosa abbia Cristo come capo e Dio sia tutto in tutti (Ef 1,10;1 Cor 15,28)
  • e con Maria Regina della Pentecoste portare il fuoco dell'evangelizzazione in tutto il mondo e ad ogni creatura (anche agli audiolesi)

perché lo Spirito di Dio “ Ruah” soffio vitale, possa fare di ognuno di noi delle creature “realmente viventi”, nel corpo e nello spirito.


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Libro della vita di Santa Teresa d'Avila

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Teresa d’Avila

Libro della vita

 

 

JHS

PROLOGO

1. Vorrei che, come mi hanno ordinato e concesso ampia facoltà di descrivere il mio modo di orazione e le grazie che il Signore mi ha fatto, mi avessero dato anche la libertà di parlare molto minutamente e con chiarezza dei miei grandi peccati e della mia spregevole vita: mi sarebbe stato di grande conforto; ma non l’hanno voluto, anzi mi hanno imposto molte restrizioni a questo riguardo. Chiedo, perciò, per amore del Signore, che chi leggerà questo scritto della mia vita tenga presente che essa è stata così miserabile che non ho trovato un santo, tra quelli che si convertirono a Dio, con cui consolarmi, perché vedo che, dopo la chiamata del Signore, essi non tornavano ad offenderlo. Io, invece, non solo diventavo peggiore, ma sembrava che facessi ogni sforzo per respingere le grazie che Sua Maestà mi faceva, come colei che si vedeva obbligata, poi, a servirlo in maggior grado, e capiva di non poter pagare neanche la minima parte di ciò che gli doveva.

2. Sia sempre benedetto, per avermi aspettato tanto, colui che con tutto il mio cuore supplico di darmi la grazia di fare con assoluta chiarezza e verità questa esposizione che i miei confessori mi hanno ordinato (anche il Signore io so che lo vuole da molto tempo, senonché finora non ho osato tanto); il mio scritto sia a gloria e lode sua e giovi a me, perché d’ora innanzi i miei superiori, conoscendomi meglio, aiutino la mia debolezza, così che io possa soddisfare in parte, con i miei servigi, il mio debito verso il Signore, cui sia sempre resa lode da tutte le creature. Amen.

  

CAPITOLO 1

In cui descrive come il Signore cominciò a indirizzare la sua anima alla virtù fin dall’infanzia, e dell’aiuto che a tal fine rappresenta il fatto che siano virtuosi i genitori.

1. L’aver genitori virtuosi e timorati di Dio, unitamente a tutto il favore che il Signore mi concedeva, mi sarebbe bastato per crescere buona, s’io non fossi stata tanto spregevole. Mio padre amava leggere buoni libri e ne teneva diversi in lingua volgare perché anche i suoi figli li leggessero. A causa di queste letture e della cura che mia madre aveva di farci pregare e di renderci devoti di Nostra Signora e di alcuni santi, cominciò a destarsi in me la pietà, credo all’età di sei o sette anni. Mi era di aiuto il vedere che i miei genitori non favorivano che la virtù; di virtù essi ne avevano molte. Mio padre era un uomo di grande carità verso i poveri e di grande umanità verso i malati e anche verso i servi; tanta, che non si poté mai ottenere ch’egli tenesse degli schiavi perché ne aveva una grande pietà. E quando una volta ebbe a trovarsi in casa nostra una schiava di suo fratello, la trattava affettuosamente come i suoi propri figli; diceva che gli era di una pena intollerabile il fatto che non fosse libera. Era molto sincero. Nessuno lo udì mai imprecare o mormorare. E fu sempre molto onesto.

2. Anche mia madre aveva molte virtù, e trascorse la sua vita in gravi malattie. Grandissima la sua onestà; benché fosse di singolare bellezza, non diede mai occasione di pensare che vi facesse caso. Infatti, pur morendo a soli trentatré anni, già il suo modo di vestire era come quello di una persona attempata. Molto dolce e di notevole intelligenza. Soffrì molto nel corso della sua vita. Morì da vera cristiana.

3. Eravamo tre sorelle e nove fratelli. Tutti, grazie a Dio, somigliavano in virtù ai genitori, tranne me, sebbene fossi la più amata da mio padre; e, prima ch’io cominciassi a offendere Dio, forse tale preferenza non era senza motivo; per questo provo una grande pena quando ricordo le buone inclinazioni che il Signore mi aveva donato, e quanto male seppi trarre profitto da esse.

4. I miei fratelli, dunque, non mi intralciavano in nulla per distogliermi dal servire Dio. Ne avevo uno quasi della mia età, con il quale mi mettevo spesso a leggere le vite dei santi; era quello che più amavo, sebbene provassi grande amore per tutti, come tutti lo provavano per me. Nel vedere i martìri che le sante avevano sofferto per Dio, mi sembrava che comprassero molto a buon mercato la grazia di andare a godere di lui, e desideravo ardentemente morire anch’io come loro, non già per l’amore che mi sembrava di portargli, ma per godere presto dei grandi beni che leggevo esservi in cielo. E stando insieme con questo mio fratello, entrambi cercavamo di scoprire che mezzo potesse esserci a tal fine. Progettavamo, così, di andarcene nella terra dei mori, a mendicare per amore di Dio, nella speranza che là ci decapitassero. Credo che il Signore ci avrebbe dato il coraggio, in così tenera età, di attuare il nostro desiderio, se ne avessimo avuto i mezzi, senonché l’aver genitori ci sembrava il più grande ostacolo. Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione che pena e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva, pertanto, di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre! Nel pronunciare a lungo tale parola, piacque al Signore che mi restasse impresso nell’anima, fin dall’infanzia, il cammino della verità

5. Da quando capii che era impossibile andare dove mi uccidessero per il mio Dio, decidemmo, con mio fratello, di fare gli eremiti; e in un grande orto della casa ci adoperavamo, come potevamo, a costruire eremi, servendoci di piccole pietre, che poi cadevano a terra. E così non trovavamo nessun espediente che fosse di aiuto al nostro desiderio; ora mi sento piena di devozione pensando come Dio mi avesse concesso così presto ciò che ebbi poi a perdere per colpa mia.

6. Facevo elemosine come potevo, ma potevo poco. Cercavo la solitudine per recitare le mie preghiere, che erano molte, specialmente il rosario, di cui mia madre era assai devota, e per questo voleva che lo fossimo anche noi. Mi piaceva molto, quando giocavo con altre bambine, costruire monasteri e giocare «alle monachine». Mi sembra che io desiderassi esserlo, sebbene non nella stessa misura in cui desideravo le cose che ho già dette.

7. Ricordo che quando morì mia madre avevo poco meno di dodici anni. Non appena cominciai a capire ciò che avevo perduto, mi recai angosciata davanti a un’immagine di Nostra Signora e la supplicai con molte lacrime di farmi da madre, mi sembra che questa preghiera, anche se fatta con semplicità, mi abbia giovato, perché in modo evidente ho trovato ascolto in questa Vergine sovrana ogni volta che mi sono raccomandata a lei e, alla fine, mi ha richiamata a sé. Mi fa soffrire, ora, vedere e pensare a che cosa fosse dovuto il non esser rimasta salda nelle buone aspirazioni iniziali.

8. Oh, mio Signore!, poiché sembra che abbiate deciso che io mi salvi, piaccia alla Maestà Vostra che sia così; ma, avendomi elargito tante grazie come avete fatto, perché non ritenete conveniente – non per mio profitto, ma per vostra gloria – che non si macchiasse tanto la casa in cui di continuo dovevate dimorare? Mi affligge, Signore, anche dire ciò, perché so che la colpa fu tutta mia, in quanto non mi sembra, in realtà, che abbiate tralasciato di far nulla affinché io, fin da questa età, fossi totalmente vostra. Se voglio lamentarmi dei miei genitori, mi è ugualmente impossibile farlo, perché in essi non ho visto altro che bene e cura del mio bene. Fu appunto trascorsa quest’età quando cominciai a conoscere i doni di natura – che, a quanto si diceva, erano molti – elargitimi dal Signore e, mentre avrei dovuto rendergli grazie per essi, incominciai a servirmene per offenderlo, come ora dirò.

                                                                   

 

CAPITOLO 2

Tratta di come andò man mano perdendo queste virtù e di quanto importi, nella fanciullezza, frequentare persone virtuose.

 

1. Mi sembra che la causa prima d’ogni mio male stia in quanto ora dirò. A volte considero quale errore commettano i genitori che non si adoperano in tutti i modi perché i loro figli abbiano sempre davanti agli occhi esempi di virtù. Infatti, pur essendo mia madre così virtuosa come ho detto, del positivo che aveva non appresi nulla o quasi nulla, giunta all’uso della ragione: molto male, invece, mi arrecò qualcosa in lei di meno perfetto. Era appassionata di libri di cavalleria, senza, però, ricevere da questo passatempo il danno che ne ricevetti io, perché non trascurava per esso il suo lavoro, procurandone solo il rapido disbrigo nell’intento di darsi alla loro lettura. E forse lo faceva per non pensare alle sue grandi sofferenze e occupare i suoi figli in modo che non si sviassero dietro altre cose. Questo, però, rincresceva tanto a mio padre che bisognava far attenzione perché non se ne accorgesse. Io cominciai a prendere l’abitudine di leggerli, e da quel piccolo suo difetto ebbero inizio il raffreddarsi dei miei buoni desideri e le mie manchevolezze in tutto il resto. Né mi sembrava che vi fosse alcun male nello spendere tante ore del giorno e della notte in così vana occupazione e di nascosto da mio padre. Me ne estasiavo a tal punto che, se non avevo un libro nuovo, non mi sembrava di avere alcuna gioia.

2. Cominciai a portare abiti di lusso e a desiderare di piacere, cercando di far bella figura; a curare molto le mani e i capelli, a usare profumi e a far ricorso a tutte le possibili vanità, che erano molte, essendo io molto raffinata. Non avevo cattiva intenzione, perché non avrei voluto che mai nessuno offendesse Dio per causa mia. Ebbi per molti anni esagerata cura della mia persona e di altre ricercatezze nelle quali non scorgevo alcuna colpa. Ora so quanto nocive dovevano essere.

Avevo alcuni cugini che soli godevano della libertà di accedere in casa, giacché altre persone non vi erano ammesse a causa della gran riservatezza di mio padre. Avesse voluto Dio che si fosse guardato anche da costoro, perché ora conosco il pericolo di frequentare, nell’età in cui si deve cominciare a coltivare la virtù, persone che, lungi dal capire la vanità del mondo, inducono anzi ad ingolfarsi in esso. Erano quasi della mia età, un po’ più grandi di me. Stavamo sempre insieme; mi amavano molto. La conversazione si svolgeva su ciò che faceva loro piacere; così ascoltavo la storia delle loro simpatie e delle loro fanciullaggini per nulla buone; e il peggio fu che l’anima si abituò a ciò che fu causa di tutto il suo male.

3. Se mi fosse concesso dar consigli, direi ai genitori di fare molta attenzione, in questa età, alle persone che trattano con i loro figli, perché è un momento assai pericoloso, in cui la nostra natura è più portata al peggio che al meglio. Così accadde a me che avevo una sorella molto più grande di età, dalla cui bontà e onestà – che era molta – non imparavo nulla, mentre appresi tutto il male possibile da una parente che frequentava assiduamente la nostra casa. Era di un comportamento così leggero che mia madre aveva fatto di tutto per allontanarla, quasi presagisse il male che doveva venirmi da lei, ma disponeva di tante occasioni per introdursi da noi, che non v’era potuta riuscire. Affezionatami a questa parente, con lei si svolgevano la mia conversazione e le mie chiacchiere, perché non solo mi assecondava in tutti i passatempi che io desideravo, ma mi ci spingeva lei stessa, mettendomi anche a parte delle sue relazioni e vanità. Fino a quando cominciai a trattarla, che fu all’età di quattordici anni, o forse anche di più (voglio dire quando strinse con me tale amicizia che mi rese partecipe delle sue confidenze), non mi sembra che io avessi mai abbandonato il Signore per grave colpa, né perduto il timor di Dio, benché fosse più forte in me quello di mancare all’onore. Ciò, in verità, ebbe il potere di non farmi perdere del tutto l’onore, né mi sembra che in questo per nessuna cosa al mondo avrei potuto cambiare, né che ci fosse alcun amore umano che potesse indurmi a capitolare. Magari avessi avuto tanta forza per non andare contro l’onore di Dio quanta me ne dava il mio istinto per non perdere quello che credevo fosse l’onore del mondo! E non consideravo che lo perdevo per molte altre vie.

4. Nel cercarlo ponevo, infatti, da persona vana, somma cura, ma non facevo ricorso a nessun mezzo necessario per conservarlo: cercavo solo con ogni attenzione di non perdermi del tutto. mio padre e mia sorella soffrivano molto di quest’amicizia e me la rimproveravano spesso. Ma siccome non potevano eliminare le occasioni dell’ingresso di tale parente in casa, le loro diligenze non approdavano a nulla, tanto più che la mia astuzia in materia di cose nocive era grande. Talvolta, mi spaventa il danno che arreca una cattiva compagnia; se non ne avessi fatto esperienza, non potrei crederlo così grave; credo che il male sia peggiore specialmente nell’età giovanile. Vorrei che i genitori imparassero dal mio esempio a far molta attenzione a questo riguardo. Quella compagnia, infatti, mi cambiò a tal punto che non mi restò quasi più nulla della mia indole e dei miei propositi improntati a virtù. Anzi, mi sembra che questa parente e un’altra persona, dedita allo stesso genere di passatempi, mi lasciassero un’impronta profonda delle loro miserie.

5. Da ciò comprendo quanto vantaggio procuri una buona compagnia e sono convinta che se allora avessi frequentato persone virtuose, sarei rimasta salda nella virtù perché, potendo avere a quell’età chi mi avesse insegnato a temere Dio, l’anima sarebbe andata acquistando forze per non cadere. Invece, perduto interamente questo timore, mi rimase solo il sentimento dell’onore che mi tormentava in tutto quel che facevo anche se, appena pensavo che le mie azioni non si sarebbero risapute, mi arrischiavo a far cose che erano certamente e contro il mio onore e contro Dio.

6. Dapprima – a quanto mi sembra – mi pregiudicarono le circostanze che ho detto, ma non dovette essere colpa di quella parente, bensì mia, perché in seguito per fare il male bastò la mia astuzia perversa, aiutata dalle serve che avevo, nelle quali trovavo buona disposizione a ogni genere di malizia. Se, invece, qualcuna mi avesse consigliato bene, forse ne avrei approfittato, ma erano accecate dall’interesse, come io dall’affetto. Eppure non ero mai incline a gravi colpe – perché aborrivo per natura cose disoneste –, ma solo a passatempi di una piacevole compagnia; senonché, esposta all’occasione, il pericolo era ovvio e compromettevo anche mio padre e i miei fratelli. Me ne liberò Dio in modo che si vide bene come si adoperasse contro la mia volontà perché non mi perdessi del tutto, sebbene il mio comportamento non potesse restare così segreto da non procurare molto scapito al mio onore e sospetti in mio padre. Infatti, dopo neanche tre mesi, mi pare, che mi ero data a questa vanità, mi condussero in un monastero del luogo, dove si educavano persone della mia condizione, sebbene non di così spregevoli abitudini come me. Ciò fu fatto con tale abile segretezza che soltanto io e qualche parente lo sapemmo, perché si attese una circostanza che non doveva far apparire imprevedibile tale decisione: quella del matrimonio di mia sorella, dopo il quale non era opportuno che io, già orfana di madre, restassi sola in casa.

7. Era così grande l’amore che mio padre mi portava e così grande la mia abilità nel dissimulare che egli, non potendomi credere tanto colpevole, non mi fece mancare mai il suo affetto. Poiché era stato breve il tempo del mio traviamento, benché ne fosse trapelato qualcosa, probabilmente nessuno poteva affermare nulla di certo, anche perché io, temendo tanto per il mio onore, ponevo ogni mia cura nel far restare tutto segreto e non consideravo che non poteva esserlo per colui che tutto vede. Oh, mio Dio, quale danno reca al mondo non dare a questa riflessione la dovuta importanza e pensare che possa rimanere segreta una cosa che sia contro di voi! Sono sicura che si eviterebbero grandi mali se si capisse che quel che importa non è il guardarci dagli uomini, ma il guardarci dal dispiacere a voi.

8. I primi otto giorni soffrii molto, e più perché mi sorse il sospetto che si fosse capita la mia vanità che non per trovarmi lì. Già, infatti, ero stanca di essa, e non mancavo d’avere gran timore di Dio quando gli recavo offesa, procurando di confessarmi subito. Dopo un’iniziale grande inquietudine, passati otto giorni – e credo anche meno – mi sentivo molto più contenta che in casa di mio padre, e altrettanto contente erano tutte di stare con me, perché Dio mi aveva fatto la grazia di riuscire sempre gradita, dovunque mi trovassi, e così ero molto amata. E benché io allora fossi molto contraria a farmi monaca, godevo nel veder tante buone suore, perché lo erano molto le religiose di quella casa, di grande modestia, pietà e raccoglimento. Ciò nonostante, il demonio non cessava di tentarmi, procurando che quelli di fuori mi disturbassero con messaggi. Ma siccome non era impresa facile, la persecuzione finì presto e la mia anima cominciò a riprendere le buone abitudini della mia prima età; capii, così, quanto sia grande la grazia che Dio concede a chi egli pone in compagnia dei buoni. Mi sembra che Sua Maestà andasse pensando e ripensando per quale via potesse volgermi a sé. Siate voi benedetto, Signore, che tanto mi avete sopportato! Amen.

9. C’era una cosa che forse mi poteva essere di qualche discolpa – se di colpe non ne avessi avute tante – ed è che trattavo con chi mediante il matrimonio mi sembrava che potesse far finire tutto bene. Inoltre, informandomi dal mio confessore e da altre persone circa molte cose, mi sentivo dire che non andavo contro Dio.

10. Con noi educande dormiva una monaca per mezzo della quale, come ora dirò, sembra che il Signore abbia voluto cominciare a illuminarmi.

 

CAPITOLO 3

In cui si parla di come influì la buona compagnia a risvegliare i suoi pii desideri e in che modo il Signore cominciò a illuminarla sull’inganno in cui era caduta.

 

1. Cominciando, così a gustare la buona e santa compagnia di questa monaca, godevo di sentirla parlare così bene di Dio, perché era una grande santa, molto saggia; credo che la gioia di ascoltare tali discorsi non mi sia mai venuta meno. Prese a raccontarmi come ella fosse giunta a farsi monaca soltanto per aver letto ciò che dice il Vangelo: Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. Mi parlava del premio che il Signore concede a coloro che lasciano tutto per lui. Questa buona compagnia cominciò a sradicare da me le abitudini create dalle cattive compagnie, a ricondurre il mio pensiero a desideri di cose eterne e ad annullare in parte la grande avversione che avevo per la vita del chiostro, divenuta, anzi, grandissima. Così, se vedevo qualcuna versare lacrime quando pregava, o dare altri segni di virtù, ne avevo grande invidia, perché il mio cuore era così duro a questo riguardo che, se avessi letto tutta la passione, non avrei versato una lacrima; e ciò mi faceva soffrire.

2. Stetti un anno e mezzo in questo monastero, migliorandomi molto. Cominciai a recitare non poche orazioni vocali e a supplicare tutti di raccomandarmi a Dio affinché mi suggerisse lo stato in cui avrei dovuto servirlo. Tuttavia desideravo che non fosse quello monacale e che a Dio non piacesse ispirarmi proprio questo, sebbene temessi anche il matrimonio. Allo scadere del tempo in cui rimasi qui, già propendevo di più ad esser monaca, anche se non in quella casa, per certe pratiche di maggior rigore che avevo poi saputo che vi si osservavano e che erano, a mio giudizio, eccessive. Mi confermavano in questa opinione alcune delle più giovani, mentre se fossero state tutte di un unico parere, ne avrei tratto gran profitto. Inoltre avevo una grande amica in un altro monastero, il che influiva a che non mi facessi monaca, se monaca dovevo essere, se non dove stesse lei: badavo, insomma, più a compiacere il mio istinto naturale e la mia vanità che a procurare il bene dell’anima mia. Questi buoni pensieri di essere monaca mi venivano solo a volte, e poi se ne andavano, così che io non potevo convincermi a diventarlo.

3. Nel frattempo, sebbene io non trascurassi di prendere le mie medicine, il Signore, il cui vivo desiderio di dispormi allo stato che più a me si conveniva aveva più potere d’ogni medicina, mi mandò una così grave malattia che dovetti tornare a casa di mio padre. Quando fui guarita, mi condussero a far visita a una mia sorella – che abitava in un borgo – il cui amore per me era così grande che, se avessi assecondato il suo desiderio, non avrei mai dovuto lasciarla. Suo marito mi voleva egualmente molto bene, per lo meno mi circondava di attenzioni, e anche di questo devo essere molto grata al Signore, perché dappertutto mi ha sempre fatto trovare affetto, mentre io l’ho ricambiato di tutto da quella che sono.

4. Lungo la strada abitava un fratello di mio padre, vedovo, molto saggio e di grandi virtù, che il Signore andava disponendo per sé tanto che, sebbene in età avanzata, lasciò tutto quello che possedeva, si fece religioso e finì la sua vita in modo tale che credo goda ormai di Dio. Volle che mi trattenessi alcuni giorni con lui. La sua occupazione era quella di leggere buoni libri in volgare, e la sua conversazione aveva quasi sempre per argomento Dio e la vanità del mondo. Desiderava che io gli leggessi quei libri e, quantunque essi non mi piacessero, mostravo di averne diletto, perché ho sempre procurato di accontentare chiunque, anche se ciò dovesse pesarmi, tanto che, mentre tale inclinazione in altri sarebbe stata virtù, in me è stata un gran difetto, perché molte volte agivo sconsideratamente. Oh, Dio mio! per quali vie Sua Maestà mi andava disponendo allo stato in cui desiderava servirsi di me, tali che, senza che io volessi, mi costrinse a vincere me stessa! Sia benedetto per sempre! Amen.

5. Anche se i giorni in cui mi trattenni lì furono pochi, in virtù di quanto operavano nel mio cuore le parole di Dio, lette o ascoltate, e la buona compagnia, riuscii man mano a capire la verità delle cose che mi colpivano da bambina, cioè il nulla del tutto, la vanità del mondo, la brevità della vita, e a temere, se fossi morta, di andare a finire nell’inferno. E sebbene la mia volontà non fosse ancora incline allo stato monacale, capii ch’era lo stato migliore e più sicuro; pertanto, a poco a poco, mi confermai nella decisione di abbracciarlo.

6. Trascorsi tre mesi in questa lotta, incoraggiando me stessa con questo ragionamento: le fatiche e la sofferenza della vita religiosa non potevano superare le pene del purgatorio e, avendo io ben meritato l’inferno, non era poi molto vivere come in purgatorio, tanto più che, dopo, sarei andata diritta in cielo, e questo era il mio desiderio. Così, in tale slancio ad abbracciare uno stato, mi sembra che a spingermi fosse più un timore servile che l’amore. Il demonio mi insinuava, per dissuadermi, l’impossibilità di sopportare i disagi della vita religiosa, delicata com’ero. Da ciò mi difendevo ricordando le pene sofferte da Cristo, di fronte alle quali non era gran cosa che io soffrissi un poco per lui. Dovevo certo anche pensare – ma di quest’ultima riflessione non mi ricordo – ch’egli mi avrebbe aiutato a sopportare tali pene. In quei giorni fui assalita da molte tentazioni.

7. Ero stata colta, oltre che da attacchi di febbre, da gravi svenimenti, perché ho avuto sempre ben poca salute. Mi rianimò l’essere divenuta ormai amante di buoni libri. Lessi le lettere di san Girolamo che m’incoraggiarono tanto da farmi decidere a dire a mio padre quanto mi proponevo. Ciò significava quasi prender l’abito religioso, essendo io così ligia al punto d’onore che non credo sarei mai tornata indietro per nessuna ragione, una volta detta una parola. Egli mi amava talmente che non riuscii  in nessun modo ad ottenere il suo consenso, né mi valsero le preghiere di persone che indussi a parlargli. Tutto quel che si poté ottenere da lui fu che dopo la sua morte avrei potuto fare ciò che volessi. Io già temevo di me stessa: che, cioè, la mia debolezza non mi facesse tornare indietro; pertanto, non mi sembrò conveniente tale indugio e cercai di conseguire il mio scopo per altra via, come ora dirò.

 

 

CAPITOLO 4

Dice come il Signore l’aiutò a vincere se stessa per prendere l’abito religioso e parla delle molte malattie che Sua Maestà cominciò a mandarle.

 

1. Nel tempo in cui maturavo queste decisioni, avevo persuaso un mio fratello a farsi religioso, parlandogli della vanità del mondo, ed entrambi ci accordammo d’andare un giorno, di buon mattino, al monastero dove stava quella mia amica che io amavo molto. Riguardo a quest’ultima determinazione, mi sentivo così decisa che sarei andata in qualunque monastero ove pensassi di servire meglio Dio o dove mio padre l’avesse voluto, perché ormai non davo alcuna importanza al mio benessere, ma miravo soprattutto alla salvezza della mia anima. Ricordo bene, a dire il vero, che quando uscii dalla casa di mio padre, provai tanto dolore che non credo di sentirlo maggiore in punto di morte: mi sembrava che tutte le ossa mi si slogassero perché, non avendo ancora raggiunto un amor di Dio capace di rimuovermi dall’amore del padre e dei parenti, dovevo far solo ricorso a una forza così grande che, se il Signore non mi avesse aiutato, le mie considerazioni non sarebbero bastate a farmi andare avanti. In quel momento egli mi diede forza per vincere me stessa in modo che potei realizzare il mio progetto.

2. Quando vestii l’abito, subito il Signore mi fece capire quanto favorisca coloro che si fanno forza per servirlo. Nessuno, però, sospettava tanta lotta in me, in cui si vedeva solo una incrollabile risoluzione. Subito fui così felice d’aver abbracciato la vita monastica, che tale gioia non mi è mai venuta meno fino ad oggi, perché Dio cambiò l’aridità della mia anima in grandissima tenerezza. Mi davano molta gioia tutte le pratiche della vita religiosa; è bensì vero che a volte mi accadeva di spazzare in ore che prima ero solita occupare nel fare sfoggio di ornamenti, ma appunto ricordandomi che ero ormai libera da tutto ciò, provavo una gioia sconosciuta tale che me ne stupivo e non riuscivo a capire da dove provenisse. Quando ripenso a questo, non c’è cosa che mi si possa presentare, per quanto difficile sia, che esiterei ad affrontare. Perché ormai so, avendone fatto esperienza in molti casi, che se mi sforzo, in principio, di prendere la decisione di fare una cosa (giacché, essendo in onore di Dio, fino dal principio egli vuole – per nostro maggior merito – che l’anima provi quello sgomento, e quanto più grande esso sia, tanto maggiore e più dolcemente gradito, se si riesce a vincerlo, sarà, dopo, il premio), anche in questa vita Sua Maestà mi dà la ricompensa con tali doni che solo chi ne gode può saper valutare. Di questo ho fatto esperienza, come ho detto, e anche in cose molto gravi; pertanto, non consiglierei mai – se fossi persona capace di dar consigli – che, di fronte all’insistenza di una buona ispirazione, si tralasci di seguirla per paura: se si agisce chiaramente soltanto per Dio non c’è da temere alcun danno, essendo egli onnipotente. Sia per sempre benedetto! Amen.

3. Sarebbero dovute bastare, o mio sommo Bene e mio riposo, le grazie che fin qui mi avevate fatto, guidandomi con la vostra pietà e grandezza, attraverso tante vicende, a uno stato così sicuro e a una casa dove erano molte serve di Dio, dalle quali potevo prendere esempio, per crescere nel vostro servizio. Non so come proseguire, quando ricordo la cerimonia della mia professione, l’estrema decisione e la gioia con cui la celebrai e lo sposalizio che contrassi con voi. Non posso dirlo senza lacrime, e dovrebbero essere lacrime di sangue, e il cuore mi si dovrebbe spezzare, né sarebbe troppo dolore di fronte alle offese che in seguito vi recai. Mi sembra, ora, di aver avuto ragione a non volere una così grande dignità, visto che dovevo usare tanto male di essa. E voi, mio Signore, per quasi vent’anni in cui usai male di questa grazia, voleste essere l’offeso, perché io potessi migliorare. Sembra, mio Dio, che io non facessi altro se non promettervi di non mantener nulla di ciò che vi avevo promesso, anche se allora non era questa la mia intenzione; ma le mie azioni erano poi tali che non so più quali fossero le mie intenzioni, e da questo si vede meglio chi siete voi, mio Sposo, e chi sono io. E, in verità, molte volte il dolore per le mie grandi colpe è temperato dalla gioia che mi dà il pensiero che si possa conoscere la vostra infinita misericordia.

4. In chi, o Signore, essa può risplendere come in me, che ho tanto offuscato con le mie cattive azioni le immense grazie che avevate cominciato a farmi? Povera me, mio Creatore, che se voglio discolparmi, non posso addurre nessuna scusa, né v’è alcuno che abbia colpa all’infuori di me! Poiché se io avessi ricambiato anche in parte l’amore che cominciavate a dimostrarmi, non avrei più potuto amare altri che voi, e con questo si sarebbe rimediato a tutto. dal momento che non meritai tanta fortuna, mi giovi ora, o Signore, la vostra misericordia.

5. Il cambiamento di vita e di cibi mi fece male alla salute, e anche se la mia gioia era molta, ciò non fu una sufficiente difesa. Cominciarono ad aumentare gli svenimenti, e fui colta da un così violento mal di cuore da fare spavento a chi assisteva agli attacchi, con l’aggiunta di molti altri mali. Così passai il primo anno in cattive condizioni di salute, ma non mi sembra di aver offeso molto il Signore nel corso di esso. E, siccome il male era tanto grave da farmi restar di solito quasi fuori dei sensi – e alcune volte del tutto priva di conoscenza –, mio padre si adoperava con ogni premura a cercare un rimedio; ma, non essendo riusciti a darglielo i medici di qui, mi fece portare in un luogo che aveva gran fama circa la guarigione di altre malattie, ove gli dissero che avrebbero guarito anche la mia. Mi accompagnò quella monaca amica di cui ho parlato, che era un’anziana della casa. Nel monastero in cui stavo non c’era impegno di clausura.

6. Rimasi lì quasi un anno, e per tre mesi soffrendo enormi tormenti a causa delle cure cui venni sottoposta, cure così forti che io non so come riuscii a sopportarle; alla fine, nonostante la mia pazienza, il mio fisico, come dirò, non poté resistere oltre. La cura doveva cominciare all’inizio dell’estate, ed io ero andata lì al principio dell’inverno. Tutto questo tempo rimasi in casa di quella sorella che, come ho detto, abitava in un villaggio lì vicino, aspettando presso di lei il mese di aprile, perché la vicinanza del luogo mi evitava di andare troppo avanti e indietro.

7. Durante il viaggio di andata, quel mio zio di cui ho detto che abitava lungo la strada, mi diede un libro intitolato Terzo abbecedario, che cerca d’insegnare l’orazione di raccoglimento. Anche se in questo primo anno avevo letto buoni libri (poiché altri non volli più leggerne, ormai esperta del danno che mi avevano arrecato), non sapevo come procedere nell’orazione, né come raccogliermi; pertanto, mi rallegrai molto di averlo e decisi di seguire quel metodo con tutto il mio impegno. Poiché il Signore mi aveva ormai dato il dono delle lacrime e mi piaceva leggere, cominciai a raccogliermi un po’ in solitudine, a confessarmi spesso, e a indirizzarmi per quel cammino, avendo come guida quel libro, perché io un maestro, voglio dire un confessore che mi capisse, non l’avevo trovato, quantunque lo cercassi, e neanche riuscii a trovarlo nei vent’anni che seguirono. Ciò mi fu causa di molto danno facendomi tornare spesso indietro, e anche esponendomi al rischio di perdermi del tutto; mentre un buon confessore mi avrebbe almeno aiutato a sottrarmi alle occasioni di offendere Dio. Sua Maestà cominciò a concedermi tante grazie in questo inizio che, giunto il termine del tempo in cui mi trattenni qui (trascorsi quasi nove mesi in questa solitudine), benché non fossi così esente dall’offendere Dio come il libro consigliava e trascurassi molte cose, sembrandomi quasi impossibile tanta vigilanza, mi guardavo, però, dal commettere peccato mortale, e fosse piaciuto a Dio che lo avessi fatto sempre! Invece tenevo in poco conto i peccati veniali procurando così la mia rovina. Il Signore, dunque, cominciò a favorirmi tanto in questa via, che mi faceva grazia di concedermi un’orazione di quiete e qualche volta pure quella di unione, anche se io non intendevo che cosa fossero né l’una né l’altra, né il loro grande valore, mentre credo che per me sarebbe stato un gran bene saperlo. È vero che l’orazione di unione durava ben poco, non so se appena un’Ave Maria, ma ne restavano in me così grandi effetti che, pur non avendo in quel tempo neppure vent’anni, mi sembrava di tenere il mondo sotto i piedi. Ricordo, pertanto, che mi facevano pena quelli che lo seguivano, fosse anche solo in cose lecite. Mi sforzavo quanto più potevo di tenere presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore: era questa la mia maniera di pregare; così se pensavo a qualche momento della sua passione, me lo rappresentavo interiormente. Ciò nonostante spendevo la maggior parte del tempo a leggere buoni libri, che erano tutto il mio diletto. Dio, infatti, non mi ha dato la capacità di usare dell’intelletto, né di giovarmi dell’immaginazione, così ottusa in me che, nonostante gli sforzi per rappresentarmi – come procuravo di fare – l’umanità del Signore, non ci riuscivo mai. E sebbene attraverso l’incapacità do servirsi dell’intelletto, perseverando, si giunga più presto alla contemplazione, la via è però assai faticosa e penosa perché, se la volontà resta inattiva e manca all’amore un oggetto che lo occupi con la propria presenza, l’anima resta come immobile e senza appoggio, e gran pena producono la solitudine e l’aridità, e grandissima lotta i pensieri.

8. Alle persone che si trovano in questa condizione è necessaria una maggiore purezza di coscienza che non a quelle capaci di usare l’intelletto; perché chi riflette a ciò che è il mondo e a ciò che si deve a Dio, a quanto egli ha sofferto e a quanto poco lo si serve, e a ciò che dà in premio a chi lo ama, ne trae utile insegnamento per difendersi da pensieri e occasioni pericolose; ma chi non può giovarsi di questa capacità è più esposto a pericoli e bisogna che si dia molto alla lettura, perché da sé non può trarre alcun insegnamento. È quanto mai faticoso questo modo di procedere; e se il direttore spirituale costringe a sopprimere la lettura (che aiuta molto il raccoglimento di chi procede nel modo suddetto, anzi gli è necessario leggere, anche se poco, almeno al posto dell’orazione mentale che non può fare), se, dico, si è costretti a stare gran tempo in orazione senza questo aiuto, sarà impossibile rimanervi a lungo e, insistendo, se ne avrà danno alla salute, perché costa molta fatica.

9. Ora, mi pare di capire che fu il Signore a disporre che io non trovassi chi potesse darmi insegnamenti, perché [se mi avessero vietato l’aiuto del libro] credo che mi sarebbe stato impossibile durare diciotto anni in questo stato e in quest’aridità, per l’incapacità, come dico, di ragionare. In tutto questo tempo, a meno che non fosse dopo la comunione, io non osavo mai cominciare l’orazione senza un libro, giacché la mia anima temeva di farlo priva di tale aiuto, come se dovesse combattere contro molti nemici esterni. Con questo rimedio, che era come una compagnia o uno scudo in cui avrei ricevuto i colpi dei molti importuni pensieri, mi sentivo rincuorata, perché l’aridità non era il mio stato ordinario, ma sopravveniva sempre quando mi mancava un libro. Allora, l’anima restava subito sconvolta e i pensieri si disperdevano: con la lettura li raccoglievo di nuovo e mi sentivo l’anima come accarezzata. Spesso non c’era bisogno d’altro che di aprire il libro; a volte leggevo poco, a volte molto, secondo la grazia che il Signore mi faceva. A me sembrava, in quei primi tempi di cui parlo, che, avendo i libri e in certo modo la possibilità d’isolarmi, non ci sarebbe stata alcuna occasione pericolosa che potesse rimuovermi da tanto bene, e credo che, con l’aiuto di Dio, sarebbe stato così, se avessi avuto un maestro spirituale o altra persona che mi avesse insegnato a fuggire le occasioni sul nascere e mi avesse fatto uscire da esse al più presto, se vi fossi entrata. Mi sembrava infatti che, se allora il demonio mi avesse assalito apertamente, in nessun modo sarei tornata di nuovo a peccare. Ma egli fu tanto astuto e io così vile, che tutte le mie risoluzioni mi giovarono poco; moltissimo, invece, quando mi posi al servizio di Dio, per sopportare le terribili malattie che mi colpirono, con quella grande pazienza che Sua Maestà mi diede.

10. Molte volte, pensando, piena di ammirazione, alla infinita bontà di Dio, la mia anima si dilettava di vedere la sua magnificenza e misericordia. Sia egli sempre benedetto, avendo io costatato chiaramente che non tralascia di premiare, anche in questa vita, ogni mio buon desiderio. Per quanto meschine e imperfette fossero le mie opere, questo mio Signore le andava migliorando, perfezionando e avvalorando, e subito occultava colpe e peccati. Permette anche, Sua Maestà, che si accechino coloro che me li hanno visti commettere e glieli toglie dalla memoria; indora le colpe; fa risplendere una virtù che egli stesso pone in me, quasi costringendomi a mantenerla.

11. Ma voglio ritornare a quanto mi è stato comandato di scrivere, tanto più che, se volessi dire minutamente come il Signore agiva con me in quest’inizio, sarebbe necessaria un’intelligenza ben diversa dalla mia per esaltare ciò che gli devo a tale riguardo e mettere in evidenza la mia profonda indegnità e ingratitudine nell’averlo dimenticato completamente. Sia egli sempre benedetto per avermi tanto sopportata! Amen.

 

 

CAPITOLO 5

Prosegue nel parlare delle gravi malattie che ebbe, della pazienza che il Signore in esse le diede, e in che modo trasse dal male il bene, come si vedrà da un fatto che le accadde nel luogo dove si recò per curarsi.

 

1. Dimenticavo di dire che nell’anno del noviziato soffrii grandi inquietudini per cose in se stesse di poca importanza; ma è che, molte volte, venivo ripresa senza avere alcuna colpa. Io lo sopportavo a mala pena e con assoluta imperfezione, anche se la grande gioia di essere monaca finiva con il farmi sopportare tutto. siccome mi vedevano cercare la solitudine e talvolta piangere, a causa dei miei peccati, pensavano che si trattasse di scontentezza e se lo dicevano fra loro. Ero attaccata a tutte le pratiche religiose, ma non potevo soffrirne nessuna che comportasse disprezzo. Godevo di essere stimata, ero accurata in quel che facevo. Tutto mi sembrava virtù, anche se questo non mi servirà di discolpa, perché sapevo bene come cercare in tutto la mia soddisfazione, e poi l’ignoranza non annulla la colpa. Di qualche scusa mi può essere il fatto che il monastero non aveva basi di molta perfezione; io, da misera creatura, me ne andavo dove stava la mancanza e trascuravo ciò che v’era di buono.

2. Vi era, allora, una monaca affetta da una gravissima malattia assai dolorosa, perché si trattava di alcune fistole che le si erano aperte nel ventre a causa di un’ostruzione intestinale, attraverso le quali mandava fuori ciò che mangiava. Ne morì presto. Io vedevo tutte aver paura di quel male; a me destava grande invidia la sua pazienza e chiedevo a Dio che, se mi dava la stessa pazienza, mi mandasse pure tutte le malattie che volesse. Mi sembra che non ne temesse alcuna, essendo così disposta a guadagnare beni eterni, che ero decisa a conquistarmeli con qualunque mezzo. E ciò mi stupisce, non avendo ancora, a mio avviso, un amor di Dio quale mi sembra d’averlo avuto dopo che incominciai a praticare l’orazione, ma solo una luce che mi faceva apparire di poca stima tutto quanto finisce, e di molto pregio i beni che si possono guadagnare con il sacrificio di quanto ha fine, perché sono beni eterni. Anche in questo mi diede ascolto Sua Maestà, perché prima che fossero trascorsi due anni ero in tali condizioni che, sebbene non si trattasse di un male di quel genere, non credo che sia stata meno penosa e tormentosa la malattia da me sofferta per tre anni, come ora dirò.

3. Giunto il tempo d’iniziare la cura che stavo aspettando nel luogo dove, come ho detto, mi trovavo con mia sorella, mi condussero via di lì, con ogni riguardo e con tutte le comodità possibili, mio padre, mia sorella e quella monaca mia amica che era partita con me e che mi amava moltissimo. Qui il demonio cominciò a turbare la mia anima, anche se Dio seppe trarre da ciò molto bene. C’era un ecclesiastico che risiedeva in quel luogo dove andai a curarmi, di ottima condizione sociale e di grande intelligenza; era anche colto, se pur non eccedeva in cultura. Cominciai a confessarmi da lui, avendo sempre amato le lettere, anche se gran danno spirituale mi arrecarono i confessori semidotti in quanto non riuscivo ad averli mai di così buona istruzione come era mio desiderio. Ho visto per esperienza che è meglio, se si tratta di uomini virtuosi e di santi costumi, che non ne abbiano nessuna, anziché poca, perché in tal caso né essi si fidano di sé, ricorrendo a chi abbia una buona preparazione culturale, né io mi fido di loro. Un vero dotto non mi ha mai ingannato. Nemmeno gli altri credo che mi volessero ingannare, salvo che non ne sapevano di più. Io, invece, pensando che sapessero, ritenevo di non dover far altro che prestare loro fede, tanto più che mi davano consigli di una certa larghezza, cioè che indulgevano a una maggiore libertà; d’altronde, se mi avessero stretto un po’ i freni, io, miserabile qual sono, ne avrei cercato altri. Ciò che era peccato veniale mi dicevano che non era alcun peccato; ciò che era peccato gravissimo e mortale mi dicevano che era peccato veniale. Questo mi arrecò tanto danno che non è superfluo parlarne qui, per prevenire altre persone di così gran male; di fronte a Dio capisco che non mi serve di giustificazione, giacché era sufficiente che le cose di per sé non fossero buone perché dovessi guardarmene. Credo che a causa dei miei peccati Dio permise che essi s’ingannassero e ingannassero me. Io ingannai molte altre dicendo loro le stesse cose che erano state dette a me. Trascorsi in questa cecità credo più di diciassette anni, finché un padre domenicano molto dotto mi aprì gli occhi su molte cose, e i padri della Compagnia di Gesù mi disingannarono del tutto, riempiendomi di spavento con il rimproverarmi così cattivi inizi, come dirò in seguito.

4. Quando dunque cominciai a confessarmi dal suddetto ecclesiastico, egli mi si affezionò molto, perché allora, a partire da quando mi ero fatta suora, io avevo poco da confessare in confronto alle colpe che ebbi in seguito. La sua non era un’affezione sconveniente, ma per il fatto d’essere eccessiva, finiva con il non essere buona. Sapeva bene che non mi sarei indotta per nessun motivo a far nulla di grave contro Dio, e anch’egli mi assicurava lo stesso di sé e così discorrevamo parecchio. Ma allora, immersa in Dio come ero, ciò che mi faceva più piacere era parlare di cose a lui attinenti; e, poiché ero tanto giovane, il costatarlo riempiva di confusione il mio interlocutore il quale, per il grande affetto che lo legava a me, cominciò a rivelarmi la rovina della sua anima. E non era poca cosa, perché da quasi sette anni si trovava in una situazione assai pericolosa, avendo una relazione con una donna di quello stesso luogo; e ciò nonostante continuava a celebrare la Messa. Il fatto era ormai così noto che egli aveva perduto l’onore e la fama, ma nessuno osava redarguirlo. Io ne ebbi molta compassione, perché lo amavo molto, essendo allora questa la mia grande leggerezza e cecità, di ritenere virtù il serbarmi grata e fedele a chi mi amava. Sia maledetta tale fedeltà che si estende fino a far violare quella verso Dio! È una pazzia diffusa nel mondo che rese pazza anche me: dobbiamo a Dio tutto il bene che ci viene fatto e stimiamo virtù non rompere un’amicizia, anche se si tratta di andare contro di lui. Oh, cecità del mondo! Fosse a voi piaciuto, Signore, che io mi dimostrassi molto ingrata verso tutti, e non lo fossi stata minimamente contro di voi! Ma, per i miei peccati, è avvenuto proprio il contrario.

5. Cercai di sapere di più, informandomi meglio presso i suoi familiari; conobbi più a fondo la gravità del suo danno morale, ma vidi che il pover’uomo non aveva tanta colpa, perché quella donna sciagurata gli aveva fatto alcuni sortilegi mediante un piccolo idolo di rame, che gli aveva raccomandato di portare al collo per amor suo, e nessuno era riuscito a farglielo togliere. A dire il vero, io non credo a queste storie dei sortilegi, ma dico quello che ho visto per avvisare gli uomini di guardarsi dalle donne che cercano di adescarli in tal modo, e di esser convinti che, avendo esse perduto ogni pudore di fronte a Dio (mentre più degli uomini sono tenute a rispettarlo), non possono meritare la minima fiducia. Infatti non badano a nulla pur di conseguire il loro intento e assecondare quella passione che il demonio pone nel loro cuore. Benché io sia stata tanto miserabile, non sono mai caduta in alcuna colpa di tal genere né ho mai avuto l’intenzione di far del male né, anche se l’avessi potuto, avrei voluto forzare la volontà di qualcuno ad amarmi, perché da questo mi preservò il Signore; ma se mi avesse abbandonato avrei commesso anche riguardo a ciò il male che commettevo riguardo al resto, perché di me non c’è assolutamente da fidarsi.

6. Non appena seppi questo, dunque, cominciai a dimostrargli più amore. La mia intenzione era buona, ma non il mezzo di cui mi servivo; nell’intento di fare il bene, infatti, per quanto grande fosse, non dovevo lasciarmi andare neanche al minimo male. Di solito gli parlavo di Dio; questo doveva giovargli, ma credo che più utile allo scopo fu il fatto che egli mi amasse molto. Per farmi piacere, invero, si decise a darmi l’idoletto, che io feci gettare subito nel fiume. Appena se ne fu liberato, cominciò – come chi si svegli da un lungo sonno – a ricordarsi a poco a poco di tutto quello che aveva fatto in quegli anni e, spaventato di se stesso, dolendosi della sua perdizione, finì con il detestarla. Nostra Signora dovette aiutarlo molto, perché era molto devoto della sua concezione, la cui ricorrenza era da lui celebrata solennemente. Infine, cessò del tutto di vedere quella donna, e non si stancava di render grazie a Dio per averlo illuminato. Morì allo scadere esatto di un anno dal giorno in cui l’avevo conosciuto. Si era adoperato già molto nel servire Dio, perché nel suo affetto per me non scorsi mai nulla di male, quantunque potesse  essere forse più puro, ma ebbe anche tali occasioni che, se non avesse tenuto ben presente Dio, l’avrebbe offeso molto gravemente. Come ho già detto, quello ch’io capivo essere peccato mortale, non l’avrei fatto davvero, e ritengo che la costatazione di questa mia fermezza abbia contribuito al suo amore per me. Credo, infatti, che tutti gli uomini preferiscano le donne che vedono inclini alla virtù, e anche per quel che riguarda l’affezione terrena, credo che le donne ottengano da essi di più con questo mezzo, come dirò in seguito. Sono sicura che egli si sia salvato. Morì serenamente e del tutto fuori di quella situazione; sembra che il Signore l’abbia voluto salvare con questo mezzo.

7. Rimasi in quel luogo tre mesi, con grandissime sofferenze, perché la cura fu più forte di quel che consentisse la mia costituzione fisica. Dopo due mesi, a forza di medicine, ero ridotta quasi in fin di vita, e il mal di cuore ch’ero andata a curarmi era molto più forte, tanto che a volte mi sembrava che me lo dilaniassero con denti aguzzi, e si temé che si trattasse di rabbia. A causa della estrema mancanza di forza (non potendo, per la gran nausea, cibarmi di nulla che non fosse liquido), della febbre che non subiva interruzione, spossata oltre ogni dire, perché mi avevano dato una purga ogni giorno quasi per la durata di un mese, ero così consumata che mi si cominciarono a rattrappire i nervi, con dolori talmente intollerabili che non potevo aver riposo né giorno né notte e in più avevo una tristezza molto profonda.

8. Di fronte a questo bel guadagno, mio padre mi ricondusse a casa, dove tornarono a visitarmi i medici. Tutti mi diedero per spacciata perché dicevano che, oltre a tutto il resto, ero anche tisica. Di ciò m’importava poco; i dolori erano il mio tormento, perché li avevo in tutto il corpo, dalla testa ai piedi; quelli dei nervi sono intollerabili, a detta dei medici, e siccome i miei nervi si rattrappivano tutti, certamente – se io non ne avessi perduto il merito per colpa mia – sarebbe stato un duro ma meritorio tormento. Rimasi in questo grave stato circa tre mesi, durante i quali mi pareva impossibile che si potessero sopportare tanti mali insieme. Ora me ne stupisco e ritengo come una somma grazia del Signore la pazienza che egli mi diede, perché si vedeva chiaramente che mi veniva da lui. Mi giovò molto in questo l’aver cominciato a far orazione e l’aver letto la storia di Giobbe nei Moralia di san Gregorio, con la quale il Signore volle forse prevenirmi, affinché io potessi sopportare tutto con rassegnazione. Il mio colloquio era sempre con lui; pensavo spesso, ripetendole, a queste parole di Giobbe: Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano del Signore, perché non ne accetteremo anche i mali?. E mi sembrava che mi dessero coraggio.

9. Giunse la festa della Madonna di agosto; il mio tormento durava dall’aprile ed era stato assai maggiore negli ultimi tre mesi. Sollecitai la confessione, perché amavo sempre molto confessarmi spesso. Pensarono che tale richiesta fosse dovuta alla paura di morire e mio padre non mi lasciò confessare per non darmi altro dolore. Oh, esagerato amore della carne che, quantunque si trattasse dell’amore di un padre cattolico fervente – lo era infatti molto, e la sua non certo ignoranza –, avrebbe potuto arrecarmi un grave danno! Quella notte ebbi una crisi che mi fece restare fuori dei sensi quattro giorni o poco meno. In questo frattempo, mi amministrarono il sacramento dell’unzione e, pensando che spirassi da un momento all’altro, non facevano che indurmi a recitare il Credo, come se io potessi capire qualcosa. A volte, dovettero ritenermi proprio morta, tanto che dopo mi trovai perfino la cera sugli occhi.

10. Il dolore di mio padre per non avermi fatto confessare era grande; molte le sue lacrime e le sue preghiere. Benedetto sia colui che si degnò di ascoltarle! Quando già da un giorno e mezzo, infatti, nel monastero era aperta la mia sepoltura in attesa della salma, e in un convento dei nostri frati fuori di città era stato celebrato l’ufficio dei defunti, il Signore si compiacque di farmi riprendere conoscenza. Volli subito confessarmi e mi comunicai con molte lacrime; esse, però, a mio giudizio, non provenivano solo dal dolore e dal pentimento di avere offeso Dio, il che sarebbe bastato a salvarmi, se non bastava il fatto di essere stata tratta in inganno da coloro che mi avevano detto come alcune colpe non fossero peccati mortali, mentre poi ho visto con certezza che lo erano. Continuavo infatti ad avere dolori insostenibili, tanto da perdere spesso la conoscenza, anche se credo di aver fatto una confessione completa, accusandomi di tutto ciò in cui capivo d’aver offeso Dio, giacché Sua Maestà, fra le altre grazie, mi ha concesso anche quella di non aver mai tralasciato di confessare, dopo la mia prima comunione, alcuna cosa che credessi peccato, sia pure veniale. Ma, senza dubbio, la mia salvezza sarebbe stata molto in pericolo, se fossi morta allora, sia per il fatto che i confessori erano ben poco istruiti, sia perché io ero una miserabile, sia per molte altre ragioni.

11. È la pura verità se dico che, giunta a questo punto e considerando come il Signore mi abbia quasi risuscitata, mi sembra d’essere così sbigottita da stare quasi tremando dentro di me. Mi pare che sarebbe stato bene, anima mia, che tu considerassi il pericolo da cui il Signore ti aveva liberato, e se l’amore non bastava a farti cessare di offenderlo, avresti almeno dovuto farlo per timore, potendo egli mille altre volte darti la morte in occasioni più pericolose. Credo di non esagerare molto nel dire «mille altre volte» anche se chi mi ha imposto di essere moderata nel parlare dei miei peccati, debba rimproverarmene: sono già abbastanza abbelliti. Io lo prego per amore di Dio di non togliere nulla di quanto riguarda le mie colpe, poiché in esse si vedono di più la magnificenza di Dio e la sua pazienza verso un’anima. Sia egli per sempre benedetto! Piaccia a Sua Maestà che io muoia piuttosto che cessare mai d’amarlo!

 

 

CAPITOLO 6

Ove si dice quanto Teresa fu debitrice al Signore per averle dato la rassegnazione nelle sue grandi sofferenze, come ella prese per mediatore e avvocato il glorioso san Giuseppe e quanto ciò le giovò.

 

1. Dopo quei quattro giorni di crisi, rimasi in tale stato che solo il Signore può conoscere gli insostenibili tormenti di cui soffrivo: mi sentivo la lingua a pezzi a furia di mordermela, la gola chiusa da soffocarmi per non aver inghiottito nulla e per la grande debolezza, così che neanche l’acqua poteva passarvi; mi pareva di essere tutta slogata, con un grandissimo stordimento; tutta rattrappita, diventata come un gomitolo – perché tale fu il risultato del tormento di quei giorni –, senza poter muovere, se non mi aiutavano gli altri, né piede, né mano, né testa, neanche fossi stata morta; mi pare che potessi muovere solo un dito della mano destra. Per di più non si sapeva come aiutarmi perché tutto il corpo mi doleva tanto da non poter sopportare d’essere toccata. Se mi dovevano spostare, mi muovevano in due persone, dentro un lenzuolo, l’una da capo e l’altra da piedi. Rimasi n questo stato fino alla Pasqua di risurrezione. C’era di buono solo il fatto che, quando mi lasciavano in pace, spesso i dolori cessavano, e quel po’ di riposo bastava per farmi credere di star bene, temendo che mi dovesse venir meno la pazienza. Perciò fui molto felice quando mi sentii libera da così acuti e continui dolori, anche se i brividi di freddo della quartana doppia, che mi perdurava fortissima, erano insopportabili. Avevo, inoltre, una grandissima nausea.

2. Sollecitai subito con tanta insistenza il mio ritorno al monastero, che fui ricondotta lì. Così accolsero viva colei che aspettavano morta, ma il corpo era peggio che morto, da far pena a vederlo. Indicibile il punto di magrezza a cui ero giunta: non mi erano rimaste che le ossa. Durai in questo stato più di otto mesi; il rattrappimento, anche se andava migliorando, continuò per quasi tre anni. Sopportai tutto con grande rassegnazione e, tranne nei primi tempi, con grande gioia, perché ogni cosa mi sembrava un nonnulla, paragonata ai dolori e ai tormenti sofferti prima; ero molto rassegnata al volere di Dio, anche se avesse dovuto lasciarmi sempre in quello stato. Mi sembra che tutta la mia ansia di guarire fosse dovuta al desiderio di stare da sola in orazione, com’era mia abitudine, cosa che in infermeria non potevo fare. Mi confessavo assai spesso. Parlavo molto di Dio, così che tutte ne restavano edificate e si stupivano della pazienza che il Signore mi concedeva, giacché sembrava impossibile, senza l’aiuto di Sua Maestà, che io potessi sopportare tanto male con tanta gioia.

3. Gran cosa fu l’avermi egli dato la grazia dell’orazione, con la quale mi faceva capire in cosa consistesse l’amarlo. In quel breve periodo di tempo vidi nascere in me nuove virtù (sebbene non così forti da esser sufficienti a farmi sempre operare con rettitudine), come il non parlar male di nessuno, nemmeno in cose di poco conto, evitando di regola ogni mormorazione e tenendo ben presente che non dovevo volere né dire di altri quello che non volevo si dicesse di me. Rispettavo questa norma con somma cura, in qualunque occasione mi trovassi, benché non in modo così perfetto che alcune volte, quando si trattava di un’occasione superiore alle mie forze, non trasgredissi il mio proposito; ma di solito era così. E convinsi tanto di ciò quelle che stavano o trattavano con me, che ne contrassero anch’esse l’abitudine. Si capiva che dove ero io le spalle stavano al sicuro. Della stessa stima godevano le persone con le quali io avevo amicizia o vincolo di parentela o alle quali insegnavo; ciò nonostante, in altre cose devo rendere ben conto a Dio del cattivo esempio che davo. Sia compiaccia Sua Maestà di perdonarmi, per essere stata causa di tanti mali, anche se l’intenzione non era così cattiva come poi apparivano le opere.

4. Rimasi desiderosa di solitudine, amante di trattare e parlare di Dio e, se trovavo con chi farlo, ciò mi dava più gioia e distrazione che tutta la squisitezza – o, per meglio dire, la grossolanità – delle conversazioni mondane. Mi comunicavo e confessavo molto più spesso e desideravo farlo. Ero appassionata alla lettura di buoni libri e provavo un così profondo pentimento di aver offeso Dio, che molte volte non osavo – ricordo – fare l’orazione, perché temevo come un gran castigo l’enorme pena che avrei provato per averlo offeso. Questa pena andò poi crescendo fino a tal punto che non saprei a quale tormento paragonarla; e non era dovuta né poco né molto al timore, mai, ma all’impossibilità di sopportare il pensiero della mia ingratitudine, non appena ricordavo le grazie che il Signore mi faceva nell’orazione e vedevo quanto male lo ripagavo. M’irritavano le molte lacrime che versavo per le mie colpe, considerando la scarsa ammenda che ne facevo, se non bastavano né propositi, né la sofferenza in cui mi vedevo a non farmi ricadere, non appena se ne presentasse l’occasione: mi sembravano lacrime mendaci e mi sembrava che, cosciente di quanta grazia mi faceva il Signore nell’accordarmele, procurandomi un così profondo pentimento, la colpa, dopo, fosse più grave. Cercavo però subito di confessarmi e così, a mio giudizio, facevo da parte mia quello che potevo per ritornare in grazia. Tutto il danno stava nel fatto di non evitare radicalmente le occasioni e nello scarso aiuto che mi davano i confessori; se, invece, mi avessero prospettato il pericolo che correvo e l’obbligo che avevo di non continuare in quelle relazioni, senza dubbio, credo, mi sarei salvata, perché in nessun modo avrei potuto sopportare d’incorrere in peccato mortale solo un giorno, se ne fossi stata consapevole. Tutti questi segni del timore di Dio mi vennero dall’orazione, e per la maggior parte erano intessuti d’amore, perché non mi si presentava mai il pensiero del castigo. Tutto il tempo in cui fui ammalata ebbi gran cura della mia coscienza, quanto ai peccati mortali. Oh, mio Dio, desideravo tanto la salute per meglio servirvi, ed essa, invece, fu la causa di ogni mio male!

5. Nel vedermi, dunque, tutta rattrappita e in così giovane età, e nel vedere in che stato mi avevano ridotto i medici della terra, decisi di ricorrere a quelli del cielo perché mi guarissero, desiderando ancora la salute, anche se tiravo avanti con molta allegria. Pensavo talvolta che se, stando bene, mi dovevo dannare, era meglio che restassi così; tuttavia, pensavo anche che con la salute avrei potuto servire meglio Dio. Questo è il nostro errore, non abbandonarci totalmente nelle mani del Signore, il quale sa meglio di noi quanto ci conviene.

6. Cominciai a far celebrare Messe e a recitare orazioni approvate [dalla Chiesa], giacché non sono mai stata amante di certe devozioni praticate da alcune donne – con cerimonie che io non ho mai potuto soffrire e che a loro ispiravano religioso rispetto (in seguito si è capito che non erano convenienti perché superstiziose) – e presi per avvocato e patrono il glorioso san Giuseppe, raccomandandomi molto a lui. Vidi chiaramente che questo mio padre e patrono mi trasse fuori sia da quella situazione, sia da altre più gravi in cui erano in gioco il mio onore e la salvezza dell’anima mia, meglio di quanto io non sapessi chiedergli. Finora non mi ricordo di averlo mai pregato di un favore che egli non mi abbia concesso. È cosa che riempie di stupore pensare alle straordinarie grazie elargitemi da Dio e ai pericoli da cui mi ha liberato, sia materiali sia spirituali, per l’intercessione di questo santo benedetto. Mentre ad altri santi sembra che il Signore abbia concesso di soccorrerci in una singola necessità, ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe ci soccorre in tutte. Pertanto, il Signore vuol farci capire che allo stesso modo in cui fu a lui soggetto in terra – dove san Giuseppe, che gli faceva le veci di padre, avendone la custodia, poteva dargli ordini – anche in cielo fa quanto gli chiede. Lo hanno costatato alla prova dei fatti anche altre persone, alle quali io dicevo di raccomandarsi a lui, e ce ne sono ora molte ad essergli diventate devote, per aver sperimentato questa verità.

7. Cercavo di celebrarne la festa con tutta la solennità possibile, piena di vanità più che di spirito di devozione, perché volevo che si facesse tutto alla perfezione, con molta ricercatezza, pur essendo animata da buona intenzione. Era proprio questo il mio male: che quando il Signore mi faceva la grazia di poter compiere qualcosa di buono, lo riempivo di imperfezioni e di molti errori; invece, per il male, le ricercatezze e le vanità, mi adoperavo con ogni ingegnosa cura e diligenza. Il Signore mi perdoni. Vorrei persuadere tutti ad essere devoti di questo glorioso santo, per la grande esperienza dei beni che egli ottiene da Dio. Non ho conosciuto persona che gli sia sinceramente devota e gli renda particolari servigi, senza vederla più avvantaggiata nella virtù, perché egli aiuta molto le anime che a lui si raccomandano. Già da alcuni anni, mi pare, nel giorno della sua festa io gli chiedo sempre qualcosa e sempre mi vedo esaudita. Se la mia richiesta esce un po’ dalla retta via, egli la raddrizza per il mio maggior bene.

8. Se avessi autorità di scrittrice mi dilungherei a raccontare molto minuziosamente le grazie che questo glorioso santo ha fatto a me e ad altre persone, ma per non oltrepassare i limiti che mi sono stati imposti, in molte cose sarò più breve di quanto vorrei, in altre più lunga del necessario; agirò, insomma, come chi ha poca discrezione in tutto ciò che è bene. Solo chiedo, per amor di Dio, che ne faccia la prova chi non mi credesse, e vedrà per esperienza di quale giovamento sia raccomandarsi a questo glorioso patriarca ed essergli devoti. Dovrebbero amarlo specialmente le persone che attendono all’orazione, giacché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli nel tempo in cui tanto soffrì con Gesù Bambino, senza ringraziare san Giuseppe per essere stato loro di grande aiuto. Chi non dovesse trovare un maestro che gli insegni l’orazione, prenda questo glorioso santo per guida e non sbaglierà nel cammino. Piaccia a Dio che io non abbia sbagliato nell’arrischiarmi a parlarne perché, anche se mi professo a lui devota, nel modo di servirlo e di imitarlo ho sempre mancato. È stato lui a fare sì che io potessi alzarmi e camminare, e non essere più rattrappita; io, invece, da quella che sono, lo ricambiai con l’usar male di questa grazia.

9. Chi avrebbe detto che sarei ritornata così presto a cadere, dopo tante grazie di Dio, dopo che Sua Maestà aveva cominciato a darmi virtù tali che per se stesse m’incitavano a servirlo, dopo essermi vista quasi morta e in così gran pericolo di dannarmi, dopo essere risuscitata anima e corpo, con grande meraviglia di tutti coloro che mi vedevano viva? Che è ciò, Signor mio? Dobbiamo vivere una vita così piena di pericoli? Mentre scrivo questo, mi sembra che con il vostro aiuto e per vostra misericordia potrei dire, anche se non con la stessa perfezione, ciò che ha detto san Paolo: Non sono più io che vivo, ma voi, mio Creatore, che vivete in me, per il fatto che da alcuni anni, a quanto mi è dato d’intendere, voi mi reggete con la vostra mano, sì ch’io vedo dai desideri e propositi, di cui in qualche modo in questi anni ho dato prova, attuandoli in molte circostanze, di non far nulla contro la vostra volontà, neppure la minima cosa. Certo, credo di arrecare ugualmente molte offese a Vostra Maestà senza rendermene conto. Credo anche, però, di essere risolutamente decisa a non trascurare nulla di quanto mi si presenti di fare per amor vostro, e in alcune circostanze voi mi avete aiutato a riuscirvi. Non amo il mondo né cosa alcuna che gli appartenga, né credo che mi allieti nulla che non venga da voi; il resto mi appare, anzi, come una pesante croce. È vero che mi posso ingannare, e forse non ho i sentimenti che ho detto; ma voi certo vedete, mio Signore, che a me non sembra di mentire e temo – con tutta ragione – che non abbiate di nuovo ad abbandonarmi, perché ormai so fin dove arrivino la mia debole forza e la mia scarsa virtù se voi non continuate sempre a darmela aiutandomi a non lasciarvi. Piaccia a Vostra Maestà di non abbandonarmi neanche adesso in cui mi sembra rispondere al vero quanto ho detto di me. Non so come si desideri vivere, essendo tutto così incerto. Mi pareva ormai impossibile abbandonarvi interamente, mio Signore; ma, poiché tante volte vi ho abbandonato, non posso cessar di temere, ben sapendo che non appena vi allontanavate un poco da me, stramazzavo a terra. Siate benedetto per sempre, anche se io vi abbandonavo, voi non mi lasciaste mai così totalmente che io non tornassi a rialzarmi, con l’aiuto della vostra mano. E spesso, Signore, io non la volevo, né volevo capire che molte volte voi mi chiamavate di nuovo, come ora dirò.

 

 

CAPITOLO 7

Racconta in che modo andò perdendo le grazie che il Signore le aveva fatto e quale vita dissipata cominciò a condurre. Parla dei danni che derivano dalla mancanza di una stretta clausura nei monasteri di religiose.

 

1. Così, dunque, di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai a espormi a tali tentazioni e ad avere l’anima così guasta da tante vanità, che mi vergognavo di tornare ad avvicinarmi a Dio, con quella particolare amicizia, che è data dall’orazione; a questo contribuì il fatto che, aumentando i peccati, cominciò a mancarmi il gusto e il piacere delle pratiche di virtù. Io vedevo molto bene, o Signore, che ciò mi veniva a mancare, perché io mancavo a voi. Fu questo, appunto, il più terribile inganno che il demonio poteva tramarmi sotto l’apparenza dell’umiltà: cominciai a temere di fare orazione, vedendomi senza alcuna speranza di salvezza. Mi sembrava meglio seguire i molti, poiché quanto a essere spregevole, ero tra le peggiori creature, e recitare le preghiere d’obbligo vocalmente, piuttosto che darmi alla pratica dell’orazione mentale ed avere tanta familiarità con Dio, io che meritavo di stare con i demoni e che ingannavo la gente, perché esteriormente mantenevo buone apparenze. Di questo non si può incolpare la casa in cui stavo, perché con la mia astuzia mi adoperavo a godere di una buona opinione, pur non fingendo consapevolmente spirito cristiano, perché in materia d’ipocrisia e vanagloria, grazie a Dio, non ricordo di averlo mai offeso, per quanto io sappia; al primo impulso di farlo, provavo tanto dolore che il demonio se ne andava sconfitto e io restavo con la vittoria. Perciò a questo riguardo mi ha tentato sempre ben poco. Ma se, per caso, Dio avesse permesso che mi tentasse in ciò così fortemente come in altre cose, anche qui sarei caduta; Sua Maestà, però, finora mi ha preservato da questo (sia per sempre benedetto), anzi mi affliggeva molto godere di una buona opinione, conoscendo l’intimo dell’animo mio.

2. Il fatto di non essere considerata tanto miserabile dipendeva dal vedere che, pur essendo così giovane e fra tante occasioni, mi ritiravo spesso in solitudine a pregare e a leggere molto, che parlavo di Dio, che amavo far dipingere la sua immagine in molti luoghi, avere un oratorio e provvederlo di ciò che potesse ispirare devozione, che non mormoravo, e altre cose del genere, tutte con l’apparenza di virtù. Io poi, vana com’ero, sapevo dare importanza a quelle esteriorità che il mondo suole tenere in pregio, e per questo mi concedevano maggiore e più ampia libertà che non alle suore più anziane, e riponevano grande fiducia in me! Infatti, non credo che sarei mai giunta ad abusare di questa libertà e a far nulla che non fosse permesso, come parlare nel monastero attraverso fori o pareti, o di notte, né lo feci mai, perché il Signore mi sostenne con la sua mano. A me, che consideravo attentamente e seriamente molte cose, sembrava assai mal fatto il mettere a rischio per la mia cattiveria l’onore di tante religiose le quali, invece, erano buone, come se fosse ben fatto il resto che facevo! A dire il vero, però, il male inerente a questa ultima riflessione non era così grave come il male di cui ho parlato prima, benché fosse anch’esso grave.

3. Credo, pertanto, che mi fu di gran danno non stare in un monastero di clausura, perché la libertà di cui le buone religiose potevano godere tranquillamente (non erano tenute a privarsene, non essendovi l’impegno della clausura), per me, che sono vile, sarebbe stata certamente causa di finire all’inferno, se il Signore, con tanti mezzi d’aiuto, con tante sue specialissime grazie, non mi avesse tratto fuori da questo pericolo. E così mi sembra che un monastero di donne senza clausura rappresenti un grandissimo pericolo in quanto, nei confronti di quelle desiderose d’una vita rilassata, è piuttosto la strada per andare all’inferno che un rimedio per la loro debolezza. Questo non si pensi di riferirlo al mio monastero, perché in esso sono tante le religiose che servono con profonda sincerità e con assoluta perfezione il Signore che Sua Maestà, nella sua infinita bontà, non può tralasciare di aiutarle; e poi non è dei più liberi e vi si osserva compiutamente la Regola; quanto ho detto si riferisce ad altri che io conosco e ho visto.

4. Mi fa proprio una gran pena che il Signore abbia bisogno di ricorrere a particolari richiami – e non una volta, ma molte – perché quelle monache si salvino, tenuto conto di come sono autorizzati in tali monasteri gli onori e le distrazioni mondane e di quanto siano male intesi i loro obblighi. Piaccia a Dio che non reputino virtù ciò che è peccato, come molte volte facevo io; è, infatti, tanto difficile per loro capirlo, che ci vuole proprio la mano del Signore. Se i genitori accettassero il mio consiglio, direi ad essi che, non volendo badare a collocare le proprie figlie dove sia loro aperta la strada della salvezza, ma dove trovano più pericolo che nel mondo, badino almeno al loro onore e preferiscano maritarle molto umilmente che metterle in simili monasteri, a meno che abbiano assai buone propensioni, e piaccia a Dio che ne traggano vantaggio; oppure se le tengano in casa ove, se vogliono comportarsi male, la cosa non potrà restare nascosta se non poco tempo, e invece lì molto di più, finché il Signore non scopre ogni cosa; e allora non danneggiano solo se stesse, ma tutte. A volte quelle poverette non hanno nessuna colpa, perché seguono la strada che si trovano aperta davanti. Fa pena anzi, che molte, volendo appartarsi dal mondo e pensando di andare a servire il Signore e di allontanarsi da ogni pericolo, si trovino in mezzo a dieci mondi, senza sapere come difendersi né premunirsi, poiché la giovane età, la sensualità e il demonio le invitano e le inducono a far cose che sono proprie del mondo, in quanto vedono che lì tali cose sono stimate buone, per così dire. Mi sembra di poterle paragonare in parte ai disgraziati eretici, che si accecano volontariamente, facendo credere di seguire la via giusta e di esserne convinti, senza peraltro esserlo, perché nell’intimo una voce dice loro che è errata.

5. Oh, che enorme disgrazia, che enorme disgrazia è quella degli ordini religiosi – sia di uomini sia di donne – dove non si osserva la Regola, dove, in uno stesso monastero si seguono due strade: una di virtù e di religione, l’altra di rilassamento, e tutt’e due quasi ugualmente battute. Anzi, ho detto male ugualmente, perché per i nostri peccati è più battuta quella più imperfetta la quale, essendo più larga, è preferita. Quella della vera religione è così poco praticata che il frate o la suora che devono cominciare a seguire con impegno la loro vocazione hanno più da temere dai propri familiari che da tutti i demoni e devono avere più cautela e dissimulazione nel parlare dell’amicizia che desiderano stabilire con Dio, che non di altre amicizie e di altri desideri che il demonio introduce nei monasteri. Io non so perché ci meravigliamo che ci siano tanti mali nella Chiesa, quando coloro che dovevano essere i modelli da cui tutti imparassero virtù hanno così profondamente cancellata l’impronta lasciata dallo spirito dei santi negli ordini religiosi. Piaccia alla divina Maestà di porvi il rimedio che vede necessario! Amen.

6. Quando, dunque, incominciai a intrattenermi in queste conversazioni (non credendo – visto che esse erano in uso – che doveva venirmene all’anima il danno e la distrazione che poi capii dovuti ad esse, e sembrandomi che un’abitudine così comune come era, in molti monasteri, quella delle visite non avrebbe fatto più male a me che alle altre che pur vedevo buone, ma non consideravo che erano molto migliori di me e che quanto per me era un pericolo, per altre lo era assai meno, sebbene un po’ credo che lo fosse, se non altro per il tempo male speso), mentre stavo con una persona appena conosciuta, il Signore volle farmi capire che quelle amicizie non mi giovavano e volle ammonirmi e illuminarmi nella mia grande cecità. Mi si presentò davanti Cristo con un aspetto molto severo, facendomi conoscere quanto fosse addolorato di ciò. Lo vidi con gli occhi dell’anima più chiaramente di come potessi vederlo con quelli del corpo, e la sua immagine mi rimase così impressa che, pur essendo trascorsi da questa visione più di ventisei anni, mi sembra di averla ancora presente. Rimasi assai spaventata e turbata, tanto da non voler più vedere la persona con cui stavo parlando.

7. Mi fu di gran danno non sapere che si potesse vedere anche senza gli occhi del corpo e il demonio, confermandomi in questa opinione, mi fece credere che era impossibile, che era un’illusione, e che poteva essere opera di satana, e altre cose del genere, sebbene, in fondo, mi restasse l’impressione che fosse opera di Dio e non un inganno. Siccome, però, questo non mi garbava, cercavo di smentire me stessa. Così io, poiché non osavo parlarne con nessuno e in seguito fui di nuovo molto importunata a questo riguardo, ricevendo l’assicurazione che non c’era alcun male nel vedere quella tale persona, che non ci rimettevo l’onore, anzi lo guadagnavo, tornai alla stessa conversazione di prima e ne praticai anche altre, dopo questa, essendo stati molti gli anni in cui mi prendevo questa ricreazione pestilenziale che, peraltro – standoci dentro – non mi pareva così cattiva com’era, anche se a volte vedevo chiaramente che non era buona; ma nessuna mi procurò tanto sviamento come questa che ho detto, perché vi ero molto attaccata.

8. Un’altra volta, mentre stavo con la stessa persona vedemmo venire verso di noi – e lo videro anche gli altri lì presenti – un qualcosa simile a un grosso rospo, ma assai più agile nel muoversi di quanto non lo siano i rospi. Non riesco a capire come in pieno giorno potessero trovarsi siffatti schifosi animali nel luogo da cui veniva, né se n’erano mai visti, e l’impressione che mi fece mi pare andasse oltre un orrore naturale; nemmeno di questo potei più dimenticarmi. Oh, grandezza di Dio, con quanta sollecitudine e con quanta bontà cercavate di avvisarmi in tutti i modi, e quanto poco seppi approfittarne!

9. Vi era lì una monaca, mia parente, anziana, gran serva di Dio e di molta pietà. Anche lei talvolta mi ammoniva, e io non solo non l’ascoltavo, ma m’inquietavo con lei che mi sembrava scandalizzarsi senza ragione. Ho detto questo perché si conoscano la mia perversità, la grande bontà di Dio, e quanto meritassi l’inferno per così estrema ingratitudine; e anche perché, se piacerà al Signore che qualche monaca legga mai il mio scritto, tragga insegnamento dal mio esempio; io la scongiuro, per amore di nostro Signore, di fuggire da tali ricreazioni. Piaccia a Sua Maestà che io possa disingannare qualcuna delle molte che ho ingannato, dicendo loro che ciò non era male e rassicurandole, in così grande pericolo, per la mia cecità, non perché avessi intenzione di ingannarle; pertanto, per il cattivo esempio che diedi, fui – come ho detto – causa di molti mali, senza che me ne rendessi conto.

10. Nei primi giorni della mia malattia, prima che sapessi giovare a me stessa, avevo un grandissimo desiderio di giovare agli altri; tentazione molto comune nei principianti e che a me riuscì bene. Siccome amavo molto mio padre, desideravo, per il bene che a me sembrava di avere con l’attendere all’orazione – bene maggiore del quale non ritenevo che in questa vita potesse essercene alcuno –, che ne godesse anche lui. Pertanto, con rigiri, come meglio potei, cominciai a fare in modo che la praticasse. A questo scopo gli diedi alcuni libri. Essendo egli, come ho detto, tanto virtuoso, questa pratica gli fu così congeniale che in cinque o sei anni, mi pare, aveva fatto tali progressi che io ne lodavo molto il Signore e ne avevo grandissima consolazione. Furono molte le prove d’ogni genere ch’ebbe a soffrire; le sopportava tutte con perfetta rassegnazione; veniva spesso a vedermi, perché trovava conforto nel parlare delle cose di Dio.

11. Ormai, però, da tempo io mi ero così rovinata da non praticare più l’orazione e, vedendo ch’egli pensava che io ero quella di sempre, non potei resistere a non trarlo d’inganno. Infatti, da oltre un anno non facevo più orazione, sembrandomi maggiore umiltà. E questa, come dirò in seguito, fu la più grande tentazione che io ebbi a sostenere, tanto che a causa di essa avrei finito col perdermi del tutto poiché se, nonostante l’orazione, un giorno offendevo Dio, in altri, con il suo aiuto, tornavo a raccogliermi e ad allontanarmi dall’occasione. Siccome quel benedetto uomo di mio padre veniva con l’idea di prima, mi era duro vederlo inganno a tal punto da pensare che trattassi con Dio come di solito, e gli dissi che io non facevo più orazione, anche se gliene  tacqui la causa. Addussi come motivo di impedimento le mie malattie; benché, infatti, fossi guarita da quella più grave, fino ad oggi ne ho sempre avute e ne ho ancora di ben gravi e quantunque da poco tempo non mi attacchino più con tanta violenza, pure non mi danno tregua in nessun modo. Per esempio, ho avuto per vent’anni il vomito al mattino, tanto che mi accadeva di non poter fare colazione se non dopo mezzogiorno e a volte anche più tardi. Da quando, poi, ricevo più spesso la comunione, il vomito mi viene la sera, prima di andare a letto, con molta maggior sofferenza, perché devo provocarlo io stessa con penne o altre cose del genere; se tralascio di farlo, sto molto male, e quasi mai, mi sembra, sono esente da molti dolori, a volte assai gravi, specialmente di cuore, anche se il male, prima molto frequente, ora mi viene solo di tanto in tanto. Dei forti attacchi di paralisi, delle febbri e di altre infermità che ero solita avere spesso, sono guarita da otto anni. Ma a questi mali do così poca importanza, che molte volte perfino me ne rallegro, sembrandomi così di offrire qualcosa al Signore.

12. Mio padre credette, dunque, che questa fosse veramente la causa, perché egli non diceva mai bugie e mai avrei dovuto dirne io, coerente a quello di cui parlavo con lui. Aggiunsi, perché se ne convincesse meglio (ben comprendendo che a quel riguardo non esisteva discolpa) che era già molto se riuscivo ad attendere al coro, anche se nemmeno questo fosse motivo sufficiente per trascurare una pratica che non richiede forze fisiche, ma solo amore e abitudine. E il Signore ci dà sempre l’occasione favorevole per compierla, se lo vogliamo. Dico «sempre» perché, sebbene per determinate circostanze o anche infermità talvolta ci venga impedito di stare a lungo in solitudine, non mancano di esserci altri momenti in cui la salute ci permette di attendervi, senza dire che nella stessa malattia o in speciali avverse circostanze sta la vera orazione, se si tratta di anima amante, nell’offerta cioè a Dio di quella sofferenza, pensando per chi si soffre, conformandosi alla sua volontà con mille altre considerazioni del caso. In tal modo, l’anima fa esercizio d’amore, perché non bisogna praticarla necessariamente solo quando si disponga di tempo e di solitudine, né pensare che diversamente non possa esservi orazione. Con un po’ di attenzione, se ne può ricavare molto bene anche se il Signore con sofferenze di vario genere ci toglie il tempo di attendere all’orazione. Infatti, io ci ero riuscita quando avevo la coscienza pura.

13. Mio padre, però, per la stima che aveva di me e l’amore che mi portava, mi credette in pieno, anzi mi compassionò. Ma, avendo ormai raggiunto un ben alto grado di orazione, in seguito non si tratteneva più tanto con me e, dopo avermi vista, se ne andava dicendo che restare era una perdita di tempo, mentre io, pur sprecandone tanto in vanità, non me ne davo pensiero. Non fu soltanto lui, ma varie altre persone quelle che avviai nel cammino dell’orazione. Pur nel tempo in cui andavo dietro a queste vanità, non appena vedevo qualcuno portato alla preghiera, gli insegnavo il modo di meditare, lo aiutavo a fare progressi e lo provvedevo di libri, perché – come ho detto – avevo questo desiderio che altri servissero Dio, da quando cominciai a praticare l’orazione. Mi sembrava che, non servendo io il Signore come ben intendevo doversi fare, dovevo procurare che non andasse a vuoto ciò che Sua Maestà mi aveva fatto conoscere, in modo che altri lo servissero per me. Dico questo affinché si veda la mia grande cecità: lasciavo andare alla perdizione me stessa e procuravo che altri migliorassero.

14. In quel tempo mio padre fu colpito dalla malattia che lo condusse alla tomba e che durò alcuni giorni. Andai ad assisterlo, pur essendo più malata io nell’anima che non lui nel corpo, a causa delle mie molte vanità, sebbene non in modo tale – a quanto capivo – da essermi mai trovata in peccato mortale in tutto questo tempo della mia maggior dissipazione poiché, se ne fossi stata consapevole, in nessun modo sarei rimasta in tale stato. Soffrii molta pena durante la malattia di mio padre, e credo di averlo in parte ripagato di ciò che egli aveva sofferto nel corso delle mie infermità. Nonostante che io stessi molto male, mi sforzavo di servirlo e sebbene, mancandomi lui, mi venisse a mancare ogni bene e diletto di cui egli mi faceva godere sempre e pienamente, mi feci coraggio per non dimostrargli dolore e comportarmi, finché morì, come se non sentissi alcuna pena, anche se mi parve che mi strappassero l’anima, quando vidi estinguersi la sua vita, perché l’amavo molto.

15. È da lodare il Signore per la morte che egli fece, per il desiderio che aveva di morire, i consigli che ci diede dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi, per la preghiera di raccomandarlo a Dio e di chiedere misericordia per lui, per le esortazioni a servire sempre il Signore e a considerare che tutto finisce quaggiù. Fra le lacrime ci confidò il suo grande dolore di non averlo servito abbastanza e che avrebbe voluto essere frate in qualche Ordine dei più rigorosi. Sono sicurissima che quindici giorni prima il Signore gli abbia fatto intravedere che non sarebbe vissuto, perché nel periodo precedente a questo non lo pensava, benché stesse male; dopo, pur essendo molto migliorato, come riconoscevano i medici, non faceva alcun caso di ciò, ma era tutto preso a preparare la sua anima al trapasso.

16. Il suo male più forte fu un enorme dolore alle spalle che non gli cessava mai; a volte lo tormentava tanto da procurargli grande sofferenza. Io gli dissi, poiché era molto devoto di Gesù caricato della croce, di pensare che Sua Maestà con quel dolore gli voleva far provare qualcosa di ciò che egli aveva sofferto. Ne ebbe tanto conforto che mi sembra di non averlo mai più udito lamentarsi. Rimase tre giorni completamente privo di sensi. Il giorno in cui morì, il Signore lo fece tornare così interamente in sé che ne restammo sbigottiti, e durò in tale stato finché, giunto alla metà del Credo, che egli stesso recitava, spirò. Rimase come un angelo, e tale a me sembrava che fosse – per modo di dire – quanto ad anima e a disposizione spirituale che aveva straordinariamente buone. Non so perché ho detto questo, se non per condannare la mia miserabile vita perché, dopo aver visto tale morte e conosciuto una tal vita, almeno per il fatto di assomigliarmi un po’ a tale padre avrei dovuto migliorarmi. Il suo confessore, il quale era un domenicano molto dotto, diceva non dubitare che egli fosse andato direttamente in paradiso, perché era suo confessore da alcuni anni e lodava molto la sua purezza di coscienza.

17. Questo padre domenicano, che era molto virtuoso e timorato di Dio, mi fece molto bene, perché, avendolo scelto anche come mio confessore, si prese a cuore il bene dell’anima mia, e mi fece capire la rovina in cui mi trovavo. Mi faceva comunicare ogni quindici giorni; a poco a poco, trattandolo di più, gli parlai della mia orazione; mi disse di non abbandonarla mai, che assolutamente non poteva farmi altro che bene. Cominciai a tornare ad essa, anche se non evitavo le cattive occasioni, e non l’abbandonai più. Vivevo una vita piena di sofferenze perché, mediante l’orazione, vedevo meglio le mie colpe: da una parte mi chiamava Dio, dall’altra io seguivo il mondo; le cose di Dio mi davano una grande gioia, quelle del mondo mi tenevano legata. Sembrava che volessi conciliare questi due opposti – così nemici l’uno dell’altro – come sono la vita e le gioie spirituali e i piaceri e i passatempi dei sensi. Nell’orazione provavo grande sofferenza, perché lo spirito non era padrone, ma schiavo; pertanto non riuscivo a rinchiudermi nel mio intimo (che era il mio solo modo di procedere nell’orazione) senza rinchiudervi con me mille vanità. Trascorsi così molti anni; soltanto ora mi meraviglio che una creatura umana abbia potuto resistere tanto in questo stato senza romperla o con Dio o con il mondo: certo, lasciare l’orazione non era più in mio potere, perché mi teneva con le sue mani colui che così voleva darmi maggiori grazie.

18. Oh, mio Dio, se dovessi raccontare tutte le occasioni da cui in quegli anni il Signore mi liberava e come io tornassi a invischiarmi in esse, e i pericoli a cui mi sottrasse di perdere completamente la reputazione! Io, sempre a operare in modo da rivelarmi per quella che ero, e il Signore sempre a coprire le mie colpe e a mettere in luce qualche mia piccola virtù – se ne avevo – e ingrandirla agli occhi di tutti, in modo che tutti mi stimavano molto perché, anche se alcune volte trasparivano le mie vanità, vedendo in me altre cose che a loro sembravano buone, non potevano credere al resto. Questo perché colui che sa tutto aveva già visto che così doveva essere affinché, quando avessi poi testimoniato queste cose, le mie parole riscuotessero più credito e perché la sua sovrana liberalità guardava non ai miei grandi peccati, ma ai desideri che spesso avevo di servirlo e al dolore di non trovare in me la forza di farlo.

19. Oh, Signore dell’anima mia! Come potrò esaltare le grazie che in quegli anni mi avete fatto? Pensare che proprio mentre io più vi offendevo, voi, in poco tempo, mi disponevate, mediante un vivissimo pentimento, a godere dei vostri doni e favori! In verità, o mio Re, facevate ricorso al più raffinato e penoso castigo che poteva esserci per me, come chi ben capiva ciò che doveva riuscirmi più increscioso: punivate i miei misfatti con grandi favori. E non credo di dire insensatezze, anche se sarebbe bene che perdessi il senno ricordando ora di nuovo la mia ingratitudine e cattiveria. Era tanto più penoso per me ricevere grazie, quando ricadevo in grandi colpe, che ricevere castighi; una sola grazia mi par proprio che bastasse ad annientarmi, confondermi e farmi soffrire più che molte infermità e gravi pene messe insieme, mentre i castighi vedevo bene di meritarli e mi sembrava con essi di pagare in parte il debito dei miei peccati, benché tutto fosse poco nei confronti delle mie colpe che erano molte; ma vedermi oggetto di altre grazie quando avevo ricambiato così male quelle già ricevute, era un genere di tormento terribile per me. Credo lo sia per tutti coloro che hanno qualche conoscenza o amore di Dio, come si può capirlo anche dalle cose umane, se si ha un cuore virtuoso. La causa delle mie lacrime e del mio sdegno era che, nonostante quello che sentivo, mi vedevo sempre in condizioni tali da essere prossima a tornare a cadere, anche se i miei propositi e i miei desideri allora – cioè almeno in quel momento – mi apparivano incrollabili.

20. Gran male è per un’anima trovarsi sola tra tanti pericoli. A me sembra che, se io avessi avuto con chi parlare di tutto questo, mi avrebbe giovato a non ricadere, non foss’altro per vergogna, visto che non avevo timor di Dio. Perciò consiglierei a coloro che praticano l’orazione, specialmente al principio, di cercare l’amicizia e la conversazione di quelle persone che attendono allo stesso esercizio. È cosa di grande importanza, anche se non si tratti d’altro che di aiutarsi scambievolmente, tanto più, poi, che ci sono molti altri vantaggi. Io non so perché, se in materia di conversazione e affetti umani, anche non molto convenienti, si cercano amici con cui confidarsi e con cui godere di raccontare quei vani piaceri, non si debba permettere a chi comincia con sincerità ad amare e a servire Dio, di parlare con qualche persona delle proprie gioie e delle proprie pene, avendo di tutto quelli che si dedicano all’orazione. Giacché se è sincera l’amicizia che l’anima vuole avere con Sua Maestà, non deve aver timore di vanagloria: respingendola al primo attacco, ne uscirà con merito. Io credo che chi agirà con questa retta intenzione, gioverà a sé e a coloro che l’ascoltano, e ne uscirà più edotto; anche senza sapere come, sarà d’insegnamento ai suoi amici.

21. Chi parlando di ciò sentisse vanagloria, la sentirà ugualmente nell’ascoltare con devozione la Messa in pubblico, e nel fare altre pratiche che, sotto pena di non esser cristiani, sono d’obbligo, né si possono tralasciare per paura di vanagloria. Ciò è di così grande importanza per le anime che non sono consolidate nella virtù, avendo esse tanti nemici e amici che le incitano al male, che io non so come raccomandarlo. Mi sembra che il demonio si sia servito di questo stratagemma per un fine che gli sta molto a cuore: fare in modo che le anime si sottraggano a che si conosca la loro sincera intenzione di amare e di piacere a Dio, così come fa di tutto perché si scoprano certe disoneste affezioni che già sembra siano ormai talmente in uso – a quanto fa vedere – da ritenersi un’eleganza, e siano rese pubbliche le offese che si fanno a Dio.

22. Non so se dico sciocchezze; se è così, la signoria vostra strappi questo scritto; e se non lo è, la supplico di venire in aiuto alla mia semplicità, aggiungendo molto al mio pensiero, perché oggi si serve Dio in modo così superficiale che è necessario che coloro che lo servono si aiutino a vicenda per progredire, visto che sembra cosa buona l’andar dietro alle vanità e ai piaceri del mondo. Infatti, ben pochi fanno caso di chi persegue tali vanità; se però qualcuno comincia a darsi a Dio, ci sono tanti pronti a mormorare. Perciò è necessario procurarsi compagnia per difendersi, almeno finché si acquisti tanta forza che non pesi il patire, altrimenti ci si troverà in gravi angustie. Credo che per questo alcuni santi usavano recarsi nel deserto; è una forma di umiltà non fidarsi di sé e credere che Dio ci aiuterà per mezzo di coloro con i quali conversiamo. La carità, inoltre, cresce in virtù di questa comunicazione, e ci sono ancora innumerevoli beni che non oserei menzionare, se non avessi una grande esperienza dell’importanza che è in essi. È vero che io sono la più debole e vile di tutte le creature, ma ritengo che non avrà nulla da perdere chi, umiliandosi, anche se forte, attenderà a questa pratica, credendo a chi ne ha fatto esperienza. Di me posso dire che, se il Signore non mi avesse rivelato queste verità e dato il modo di trattare molto frequentemente con persone dedite all’orazione, a forza di cadere e rialzarmi, sarei andata a capofitto all’inferno; perché per cadere avevo molti amici pronti ad aiutarmi, ma per rialzarmi mi ritrovavo così sola da stupirmi ora di non essere rimasta sempre a terra; e lodo la misericordia di Dio, che era il solo a tendermi la mano. Sia egli per sempre benedetto! Amen.

 

 

CAPITOLO 8

Tratta del grande bene che le fece non allontanarsi completamente dall’orazione, per non perdere del tutto la sua anima, e di quale valido aiuto essa sia per riconquistare ciò che si è perduto. Esorta tutti a praticarla. Dice quanto giovi e come, anche se si torni a lasciarla, sia una grande fortuna servirsi per qualche tempo di un così prezioso bene.

 

1. Non senza motivo ho esaminato con attenzione tutto questo periodo della mia vita; capisco bene che non farà piacere a nessuno lo spettacolo di una condizione tanto spregevole e vorrei davvero che i miei lettori mi disprezzassero, vedendo un’anima così caparbia e ingrata verso chi le ha fatto tante grazie; eppure vorrei parlarne di più per dire quante volte in quel tempo venni meno a Dio.

2. Per [non] essermi appoggiata a questa salda colonna dell’orazione, trascorsi quasi vent’anni in questo mare tempestoso sempre cadendo e rialzandomi; ma rialzandomi male, perché tornavo a cadere. Conducevo una vita così lontana dalla perfezione che non facevo quasi più conto dei peccati veniali e, quanto ai mortali, anche se li temevo, non li temevo come avrei dovuto, perché non rifuggivo dai pericoli. Posso dire che tale vita è una delle più penose che mi sembra si possano immaginare, perché non godevo di Dio, né gioivo del mondo. Quando mi trovavo fra i piaceri mondani, mi dava pena il ricordo di ciò che dovevo a Dio; quando stavo con Dio mi turbavano le affezioni del mondo. Era una lotta così penosa che non so come potei sopportarla anche solo un mese, nonché tanti anni. Ciò nonostante, vedo chiaramente la grande misericordia che il Signore mi usò dandomi il coraggio, poiché mantenevo rapporti con il mondo, di praticare l’orazione. Dico il coraggio, perché io non so in quale cosa, di quante ne esistono quaggiù, sia necessario un coraggio maggiore di quello che comporta tradire il proprio Re, sapere che egli ne è al corrente e non allontanarsi dal suo cospetto. Infatti, anche se siamo sempre al cospetto di Dio, a me sembra che in modo speciale vi si trovino quelli che praticano l’orazione, perché sentono che egli li guarda, mentre gli altri possono restare più giorni senza mai ricordarsi che Dio li vede.

3. È pur vero che in questo tempo trascorsi molti mesi – e credo anche qualche anno – guardandomi dall’offendere il Signore, dedicandomi molto all’orazione e facendo ricorso ad alcune particolari attenzioni per non tornare ad offenderlo. E, siccome quanto scrivo deve rispondere ad assoluta verità, ora vengo a trattare di ciò. Ma ho un vago ricordo di questi giorni buoni, pertanto dovevano essere ben pochi, mentre molti i cattivi. Pochi, però, erano anche i giorni che passavo senza dedicare lungo tempo all’orazione, a meno che stessi molto male o fossi molto occupata. Quando stavo male, mi era più facile trovarmi con Dio; procuravo che altrettanto fosse delle persone con le quali trattavo, supplicavo a questo fine il Signore e parlavo molto di lui. Così, tranne l’anno di cui ho parlato, dei ventotto trascorsi da quando ho incominciato a praticare l’orazione, ne ho passati più di diciotto in questa battaglia e in questo contrasto di stare con Dio e con il mondo. Negli altri di cui ora mi resta da parlare, la causa della lotta fu diversa, anche se non fu piccola; ma per il fatto di essere, a quel che penso, al servizio di Dio e di conoscere la vanità del mondo, tutto mi è stato dolce, come dirò in seguito.

4. Lo scopo, dunque, per cui ho tanto insistito a parlare di ciò è, come ho già detto, anzitutto perché si costatino la misericordia di Dio e la mia ingratitudine, e poi perché si conosca il gran bene che Dio fa a un’anima quando la dispone a praticare e a desiderare l’orazione. Anche se non ha tutta la disposizione necessaria, purché perseveri in essa, per quanti peccati, tentazioni e cadute di ogni genere le frapponga il demonio, il Signore la trarrà al porto di salvezza, allo stesso modo in cui sembra abbia tratto me. Piaccia a Sua Maestà che io ritorni a perdermi.

5. Del bene che attinge chi pratica l’orazione, intendo dire l’orazione mentale, hanno parlato molti santi e buoni scrittori. Ne sia ringraziato il Signore! E se così non fosse, per poco umile che io sia, non sono però tanto superba d’arrischiarmi io a parlarne. Posso dire soltanto quello di cui ho fatto esperienza, ed è che, per quanti peccati faccia, chi ha cominciato a praticare l’orazione non deve abbandonarla, essendo il mezzo con il quale potrà riprendersi, mentre senza di essa sarà molto più difficile. E che il demonio non abbia a tentarlo, come ha fatto con me, a lasciare l’orazione per umiltà; sia convinto che la parola di Dio non può mancare, che con un sincero pentimento e con il fermo proposito di non ritornare ad offenderlo si ristabilisce l’amicizia di prima ed egli ci fa le stesse grazie, anzi, a volte, molte di più, se il nostro pentimento lo merita. Quanto a coloro che non hanno ancora incominciato, io li scongiuro, per amore del Signore, di non privarsi di tanto bene. Qui non c’è nulla da temere, ma tutto da desiderare, perché, anche se non facessero progressi né si sforzassero d’essere perfetti, così da meritare le grazie e i favori che Dio riserva agli altri, per poco che guadagnassero, giungerebbero a conoscere il cammino del cielo; e, perseverando nell’orazione, spero molto per essi nella misericordia di Dio, che nessuno ha preso mai per amico senza esserne ripagato; per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate (infatti, perché l’amore sia vero e l’amicizia durevole dev’esserci parità di condizioni e invece sappiamo che quella del Signore non può avere alcun difetto, mentre la nostra consiste nell’esser viziosi, sensuali, ingrati), cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, non essendo egli della vostra condizione, nel vedere, però, quanto vi sia di vantaggio avere la sua amicizia e quanto egli vi ami, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi.

6. Oh, bontà infinita del mio Dio, mi sembra di vedere chi siete voi e vedo anche quanto misera cosa sia io! Oh, delizia degli angeli, vedendo questa enorme differenza, vorrei consumarmi tutta d’amore per voi. Com’è vero: voi sopportate chi sopporta di stare con voi. Oh, come vi comportate da buon amico, Signor mio, come cominciate subito a favorirlo, sopportarlo e, aspettando che si conformi alla vostra condizione, con quanta pazienza, nel frattempo, tollerate la sua! Voi tenete conto, mio Signore, di tutti i momenti che dedica ad amarvi, e per un attimo di pentimento dimenticate quanto vi abbia offeso! So questo chiaramente per esperienza personale, e non capisco, o mio Creatore, perché tutti non cerchino di giungere a voi per mezzo di questa particolare amicizia. I cattivi, che non sono della vostra condizione, dovrebbero avvicinarvi per diventare buoni, acconsentendo che stiate con loro, sia pure un paio d’ore al giorno, benché essi stiano con voi turbati da mille sollecitudini e pensieri mondani, come facevo io. Per la violenza che essi devono farsi a voler rimanere in così incomparabile compagnia (voi sapete che in ciò, al principio, e qualche volta anche in seguito, non possono far di più), voi costringete, Signore, i demoni a non assalirli e fate loro diminuire di giorno in giorno le forze contro di essi, a cui, invece, le date perché vincano. No, vita di tutte le vite, voi non uccidete nessuno di quelli che confidano in voi e vi vogliono per amico, anzi sostenete la vita del corpo con maggior salute, dandola all’anima.

7. Non capisco il timore di coloro che esitano ad applicarsi all’orazione mentale, né so di che cosa abbiano paura. Fa bene il demonio, nell’intento di arrecarci, egli sì davvero, male, a ispirarcelo, se mediante la paura riesce a non farmi pensare ai peccati con cui ho offeso Dio, a tutto quel che gli devo, all’inferno, al paradiso e alle grandi pene e dolori che egli ha sofferto per me. Questa fu tutta la mia orazione quando stavo fra i pericoli anzidetti, e questa era la mia meditazione quando riuscivo a concentrarmi in essa perché, per alcuni anni, molte volte badavo più a desiderare che l’ora di stare in orazione finisse e ad ascoltare il suono dell’orologio, che non a darmi a buoni pensieri; e spesso non so a quale grave penitenza che mi fosse stata imposta io non mi sarei obbligata più volentieri che non raccogliermi nella pratica dell’orazione! In verità, era così intollerabile la violenza che il demonio e le cattive abitudini mi facevano perché non mi dedicassi all’orazione, e tale la tristezza che mi prendeva quando entravo in oratorio, che era necessario facessi appello a tutto il mio coraggio (che dicono non sia poco, e si è visto, infatti, come Dio me ne abbia dato assai più di quello che è proprio di una donna, anche se io l’ho impiegato male), e infine il Signore mi aiutava. Dopo essermi fatta, così, forza, sentivo più gioia e tranquillità di altre volte in cui avevo il desiderio di pregare.

8. Se dunque il Signore ha sopportato tanto tempo una creatura spregevole come sono io, ed è evidente che nell’orazione sta il rimedio di tutti i miei mali, chi, per cattivo che sia, avrà da temere? Perché, lo sia pur molto, non lo sarà per lungo tempo dopo aver ricevuto tante grazie dal Signore. E chi potrà non aver fiducia dopo aver visto quanto ha sopportato me, solo perché desideravo e procuravo di trovare tempo e luogo per starmene con lui? E ciò molte volte senza che lo volessi spontaneamente, ma in virtù della grande forza che mi facevo, o meglio, che il Signore mi dava modo di farmi. Ora, se a quelli che non lo servono, anzi l’offendono, l’orazione è così utile e così necessaria che nessuno può immaginare davvero danno maggiore che il non praticarla, perché dovranno astenersene coloro che servono Dio e vogliono servirlo? Davvero io non posso capirlo, tranne che non sia per voler sopportare con maggior pena le prove della vita, e chiudere a Dio la porta attraverso la quale egli darebbe loro gioia. Mi fanno proprio compassione questi che servono Dio a loro spese, perché a coloro che praticano l’orazione lo stesso Signore paga le spese; infatti, per un po’ di sforzo dà ad essi la grazia utile a superare le difficoltà.

9. Siccome di queste gioie che il Signore concede a coloro che perseverano nell’orazione si parlerà a lungo, qui non dirò altro, o meglio dirò solo che l’orazione è la porta d’ingresso per tali sublimi favori che Dio mi ha fatto; chiusa essa, non so proprio come potrà farli perché, anche se Dio vuole entrare in un’anima per goderne e farla godere, non c’è per lui via d’accesso, in quanto egli la vuole sola, pura e desiderosa di ricevere i suoi beni. Se gli ingombriamo la strada di ostacoli e non ci adoperiamo minimamente a toglierli, come potrà giungere a noi e come possiamo pretendere che ci conceda grandi grazie?

10. Affinché si veda la sua misericordia e il gran bene che fu per me il non aver lasciato l’orazione e la lettura, parlerò qui – poiché è cosa assai utile a sapersi – del martellamento a cui il demonio sottopone un’anima per guadagnarsela e degli accorgimenti misericordiosi con cui il Signore cerca di riprendersela affinché tutti si guardino da quei pericoli dai quali io non seppi guardarmi. Soprattutto per nostro Signore e per il grande amore con cui egli ottiene di richiamarci a sé, io scongiuro chiunque a fuggire le occasioni perché, una volta entrati in esse, non c’è da stare sicuri, essendo molti i nemici che ci danno guerra e troppo deboli le nostre forze per difenderci.

11. Vorrei saper descrivere la schiavitù in cui era allora la mia anima, perché ben capivo io di essere schiava, ma non riuscivo a capire di che cosa, né potevo credere del tutto che ciò di cui i confessori non mi facevano gran carico fosse così grave colpa come io la sentivo nel mio intimo. Uno di essi, al quale avevo manifestato questo scrupolo, mi disse anzi che, pur raggiungendo uno stato di elevata contemplazione, tali occasioni e amicizie non mi avrebbero arrecato alcun danno. Questo avveniva già all’ultimo, quando io cominciavo, con l’aiuto di Dio, a fuggire i pericoli più gravi, pur non sottraendomi del tutto alle occasioni. Sembrava loro che io facessi molto, vedendomi piena di buoni desideri e dedita all’orazione, ma la mia anima sentiva che non faceva tutto ciò che era tenuta a fare per colui a cui tanto doveva. Mi è ora motivo di pena il molto che essa soffriva e il poco aiuto che da tutti aveva, fuorché da Dio, e la grande libertà che le concedevano per i suoi piaceri e passatempi, dicendo che erano leciti.

12. Non era piccolo, inoltre, per me, il tormento che mi procuravano le prediche delle quali ero amantissima, al punto che se vedevo qualcuno predicare bene e con spirito di pietà, provavo per lui un affetto particolare, senza che io lo volessi né sapessi chi me lo metteva in cuore. Quasi mai la predica mi sembrava di così poco valore da non ascoltarla volentieri, anche se, stando a quanto dicevano gli altri ascoltatori, il predicatore non era bravo; se poi la predica era bella, mi procurava una gioia particolare. Parlare o sentir parlare di Dio non mi stancava quasi mai, e ciò da quando cominciai a praticare l’orazione. Se, però, da una parte le prediche mi erano di grande consolazione, dall’altra mi erano causa di tormento, facendomi conoscere che non ero neanche lontanamente quale dovevo essere. Supplicavo il Signore di aiutarmi, ma – a quanto ora mi sembra – doveva farmi difetto il fatto di non riporre tutta la mia fiducia in Sua Maestà e di non perderla totalmente in me. Cercavo rimedi, mi impegnavo con diligenza, ma evidentemente non capivo che tutto dà poco profitto se, deposta totalmente la fiducia in noi stessi, non la poniamo in Dio. Desideravo vivere, perché capivo bene di non vivere, ma di lottare contro un’ombra di morte, e non avevo alcuno che mi desse vita, né io potevo procurarmela. Chi poteva darmela aveva ragione di non soccorrermi, poiché tante volte mi aveva attirata a sé e io l’avevo sempre abbandonato.

 

 

CAPITOLO 9

Parla del modo in cui il Signore cominciò a risvegliare la sua anima, a illuminarla in così fitte tenebre e a rafforzare le sue virtù affinché non l’offendesse più.

 

1. Ormai, dunque, la mia anima era stanca e, anche se lo voleva, le sue cattive abitudini non la lasciavano riposare. Accadde un giorno che, entrando nell’oratorio, vidi una statua portata lì in attesa di una certa solennità che si doveva celebrare in casa e per la quale era stata procurata. Era un Cristo tutto coperto di piaghe, e ispirava tale devozione che, guardandola, mi turbai tutta nel vederlo ridotto così, perché rappresentava al vivo ciò che egli ebbe a soffrire per noi. Provai tanto rimorso per l’ingratitudine con cui avevo ripagato quelle piaghe, che pareva mi si spezzasse il cuore, e mi gettai ai suoi piedi con un profluvio di lacrime, supplicandolo che mi desse infine la forza di non offenderlo più.

2. Ero molto devota di santa Maria Maddalena e assai di frequente pensavo alla sua conversione, specie quando mi comunicavo; perché, sapendo che in quel momento il Signore stava certamente in me, mi prostravo ai suoi piedi, nella speranza che le mie lacrime non venissero disprezzate. Ma non sapevo quel che dicevo (facendo già molto chi mi consentiva di spargere lacrime per lui, visto che dimenticavo tanto presto quella pena), e così mi raccomandavo a questa gloriosa santa perché mi ottenesse il perdono.

3. Quest’ultima volta, però, l’essermi prostrata davanti alla statua che ho detto lì posta, credo mi abbia giovato di più, perché avevo perduto ogni fiducia in me e confidavo unicamente in Dio. Mi sembra d’avergli detto allora che non mi sarei alzata da lì finché non mi avesse concesso quello di cui lo supplicavo. Sono certa di essere stata esaudita, perché da allora andai molto migliorando.

4. Questo era il mio metodo di orazione: non potendo discorrere con l’intelletto, cercavo di rappresentarmi Cristo nel mio intimo e mi trovavo meglio, a mio giudizio, ricercandolo in quei tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo. Mi pareva che, essendo solo ed afflitto, come persona bisognosa di conforto, mi avrebbe accolta più facilmente. Di queste ingenuità ne avevo parecchie. Mi trovavo assai bene specialmente nell’orazione dell’Orto degli ulivi; lì gli tenevo compagnia; pensavo al sudore e all’afflizione che aveva sofferto; desideravo, potendo, tergergli quel sudore così penoso (ma ricordo che non osavo mai decidermi a farlo, perché mi venivano subito in mente i miei gravissimi peccati). Me ne stavo lì con lui fino a quando i miei pensieri me lo permettevano, essendo molti quelli che mi davano tormento. Per vari anni, la maggior parte delle sere, prima di addormentarmi – allorché per dormire mi raccomandavo a Dio – meditavo sempre un po’ su questo passo dell’orazione dell’Orto degli ulivi, fin da quando non ero ancora monaca, avendo sentito dire che si guadagnavano molte indulgenze. Sono convinta che con questa meditazione la mia anima si sia molto avvantaggiata perché cominciai a praticare l’orazione, senza sapere che cosa fosse, e diventò poi un’abitudine così regolare che non avrei potuto trascurare di farmi il segno della croce prima di addormentarmi.

5. Ma, tornando a ciò che dicevo circa il tormento di alcuni pensieri, è insito nel metodo di fare orazione senza servirsi dell’intelletto che l’anima o è molto concentrata, o è molto smarrita, dico smarrita quanto a riflessione. Se trae profitto, ne trae molto, perché dovuto all’amore. Ma per giungere a questo occorre gran fatica, salvo che si tratti di persone che Dio vuol far pervenire all’orazione di quiete in breve tempo, come è avvenuto ad alcune persone di mia conoscenza. Alle anime che vanno per questa strada giova molto un libro per raccogliersi presto. A me giovava anche la vista della campagna, dell’acqua e dei fiori; queste cose mi ricordavano il Creatore, intendo dire che mi scuotevano, m’inducevano al raccoglimento e mi servivano da libro; mi giovava anche pensare alla mia ingratitudine e ai miei peccati. In cose celesti e concetti elevati la mia intelligenza era così grossolana che mai e poi mai potei concepirli fino a quando il Signore non me ne fece venire a conoscenza in altro modo.

6. Ero così poco capace a raffigurarmi cose con l’intelletto che, se non si trattava di cose che vedevo realmente, non mi giovavo affatto della mia immaginazione, come accade, invece, ad altre persone che possono crearsi immagini su cui raccogliersi. Io potevo pensare a Cristo solo come uomo, ma anche così non potei mai figurarmelo nella mia anima, per quanto leggessi della sua bellezza e ne contemplassi le immagini, se non come chi è cieco o sta al buio, il quale, anche se parla con una persona e sa di trovarsi con lei, perché ha la certezza della sua presenza, voglio dire lo capisce e lo crede, tuttavia non la vede. Così accadeva a me quando pensavo a nostro Signore e per questo ho sempre amato le immagini. Infelici coloro che per propria colpa perdono siffatto bene! È evidente che non amano il Signore perché, se lo amassero, godrebbero nel vederne l’immagine, come quaggiù fa sempre piacere vedere il ritratto di coloro a cui si vuole bene.

7. In quel tempo mi dettero le Confessioni di sant’Agostino, forse per disposizione del Signore, perché io non cercai di averle non conoscendone l’esistenza. Io sono molto devota di sant’Agostino perché il monastero dove fui da secolare era del suo Ordine, e anche perché egli fu peccatore. Infatti, provavo molto conforto nei santi che il Signore rivolse al suo servizio dopo che erano stati peccatori, sembrandomi che mi fossero d’aiuto a sperare che come il Signore aveva perdonato a loro, poteva farlo anche con me. Solo una cosa mi angustiava, come ho già detto: che essi, chiamati dal Signore una sola volta, non tornavano a cadere, mentre io ero stata chiamata già tante volte; ciò mi procurava una grande sofferenza. Ma, considerando l’amore che mi portava, riprendevo coraggio, perché non ho mai diffidato della sua misericordia; di me, invece, assai spesso.

8. Oh, mio Dio, come mi spaventa l’ostinazione che dimostrò la mia anima, pur avendo tanti aiuti da Dio! Mi è causa ancora di timore il pensare al poco dominio che avevo su di me e ai molti ostacoli che mi costringevano a non risolvermi a darmi tutta a Dio. Appena diedi inizio alla lettura delle Confessioni, mi parve di ritrovarmi in esse e cominciai a raccomandarmi caldamente a questo glorioso santo. Quando giunsi alla sua conversione e lessi della voce che egli udì nell’orto, mi parve che il Signore la facesse udire a me, per quel che ebbe a sentire il mio cuore, e rimasi per lungo tempo tutta in lacrime, provando nel mio intimo una grande afflizione e pena. Oh, mio Dio, quanto soffre un’anima nel perdere la libertà che la rende padrona di sé e quanti tormenti patisce! Io ora mi meraviglio di come potessi vivere in tanta angoscia. Sia lodato Iddio che mi diede vita per farmi uscire da una morte così funesta!

9. Mi sembra che la mia anima ricevesse allora grandi forze dalla divina Maestà, che dovette udire i miei lamenti e avere pietà delle mie lacrime. Cominciò a crescere in me la propensione a stare più a lungo con Dio e ad allontanarmi dalle occasioni pericolose perché, in questo modo, subito ritornavo ad amare Sua Maestà. Capivo bene, a quel che credo, di amarlo, ma non comprendevo, come avrei dovuto intenderlo, in che cosa consistesse amare davvero Dio. Non avevo, mi pare, ancora finito di dispormi a servirlo, che Sua Maestà cominciava a ridonarmi le sue grazie. Si sarebbe quasi detto che ciò che gli altri cercano di acquistare con gran fatica, il Signore si adoperava, con me, a farmelo accettare. Infatti, in questi ultimi anni, era un continuo darmi grazie e favori. Che io lo supplicassi di concedermeli, non ho mai osato farlo, neanche per quanto poteva riguardare tenerezza di devozione; gli chiedevo solo che mi concedesse la grazia di non offenderlo e che mi perdonasse i miei grandi peccati; vedendoli così grandi, non osavo, deliberatamente, desiderare favori né grazie. Mi pareva già fin troppo buono verso di me, e fu davvero grande la sua misericordia a mio riguardo, nel consentire che gli restassi dinanzi, dopo avermi condotto alla sua presenza, giacché ben vedevo che se egli non si fosse adoperato a tal fine, io non vi sarei andata. Solo una volta in vita mia mi ricordo di avergli chiesto grazie, trovandomi in uno stato di grande aridità; ma quando m’accorsi di ciò che facevo, rimasi tanto confusa che la stessa vergogna di vedermi così poco umile mi diede ciò che avevo osato chiedere. Ben sapevo che era lecito chiedere questo, ma a me pareva che lo fosse solo per quelli che hanno la disposizione necessaria per aver cercato con tutte le loro forze di praticare la vera devozione, che consiste nel non offendere Dio ed essere disposti e pronti ad ogni forma di bene. Mi sembrava che quelle mie lacrime fossero lacrime di donnicciola, senza efficacia, poiché con esse non ottenevo ciò che desideravo. Eppure, ciò nonostante credo che mi siano valse a qualcosa perché, come ho detto, specialmente dopo queste due volte in cui furono dovute a così gran compunzione e sofferenza del mio cuore, comincia a dedicarmi di più all’orazione e ad occuparmi meno di cose che potessero essermi di danno; benché ancora non le abbandonassi del tutto, tuttavia, come ho detto, Dio mi veniva aiutando a distaccarmene. Poiché Sua Maestà non stava aspettando se non qualche buona disposizione in me, le grazie spirituali andarono crescendo nel modo che dirò; cosa insolita, perché il Signore non usa darle se non a coloro che vivono con maggior purezza di coscienza.

 

CAPITOLO 10

Comincia a esporre le grazie che il Signore le concedeva nell’orazione e ciò a cui possiamo contribuire con i nostri sforzi; sottolinea, inoltre, quanto sia importante conoscere le grazie che il Signore ci fa. Supplica colui al quale invia questo scritto di mantenere segreto quanto scriverà da qui in avanti, visto che le hanno ordinato di descrivere così minutamente le grazie ricevute dal Signore.

 

1. Come ho detto prima, c’era già stato un inizio per me, alcune volte, di quello che sto per dire, anche se per brevissimo tempo. Nel cercare di rappresentarmi il Signore e prostrarmi ai piedi di Cristo, nella maniera che ho detto, e talvolta anche durante la lettura, mi accadeva d’improvviso d’essere invasa da un così vivo sentimento della presenza di Dio, da non poter dubitare in alcun modo ch’egli fosse in me ed io tutta rapita in lui. Questo, non in maniera di visione, ma a quel modo che credo si chiami teologia mistica. Tale stato tiene l’anima sospesa in modo tale che essa sembra tutta fuori di sé: la volontà ama, la memoria mi pare sia quasi smarrita, l’intelletto non ragiona, a mio giudizio, ma non si perde; però, ripeto, è inoperoso, standosene come stupito per le molte cose che intende, perché Dio vuole che capisca come da solo non possa intendere nulla di ciò che Sua Maestà gli presenta.

2. Già prima avevo sentito assai di continuo una tenerezza che in parte, mi pare, può essere frutto dei nostri sforzi, una gioia che non appartiene del tutto ai sensi né allo spirito. È data solo da Dio, ma credo che a tal fine possiamo aiutarci molto, considerando la nostra miseria e la nostra ingratitudine verso Dio, quanto egli ha fatto per noi, la sua passione così dolorosa, la sua vita piena di tante tribolazioni, godendo nella contemplazione delle sue opere, della sua grandezza, del suo infinito amore e di molte altre cose in cui s’imbatte continuamente chiunque badi al proprio profitto spirituale, anche se non vada a cercarle con una precisa intenzione. Se a questo si aggiunge un po’ di amore, l’anima gioisce, il cuore s’intenerisce, vengono le lacrime; a volte pare che si spremano a forza, altre volte che le procuri il Signore, senza che si possano trattenere. Sembra che Sua Maestà ricompensi quella piccola concentrazione con un dono così generoso quale è la consolazione provata da un’anima nel vedere che piange per un Signore così grande, e non mi stupisco: ha più che ragione di consolarsi. In ciò è la sua letizia, in ciò il suo godimento.

3. Mi sembra opportuno il paragone che ora mi viene in mente: che queste gioie dell’orazione devono essere simili a quelle che si godono nel cielo ove, non vedendo i beati più di quel che il Signore, conforme ai loro meriti, vuole che vedano, e conoscendo essi i propri scarsi meriti, ognuno è contento del luogo in cui sta, pur essendoci enorme differenza tra un godimento e l’altro in cielo, assai più grande di quella che vi è quaggiù – sebbene sia grandissima – tra alcuni godimenti spirituali e altri. Veramente un’anima ancora agli inizi della sua esperienza, quando Dio le accorda questa grazia, crede quasi che non ci sia più nulla da desiderare e si reputa ben ricompensata di quanto ha compiuto in suo servizio. E ne ha ben ragione, perché una sola di queste lacrime che, come ho detto, possiamo quasi procurarci da noi – benché senza Dio non si faccia nulla –, non si può, a mio parere, comprare neppure con tutte le sofferenze del mondo, tanto è il guadagno che se ne trae: quale maggior guadagno, infatti, che avere una testimonianza di compiacere a Dio? Chi, pertanto, è arrivato a questo punto, lo lodi molto e si riconosca gran suo debitore perché, se non torna indietro, pare che egli già lo voglia per sua dimora e lo abbia scelto per il suo regno.

4. Non si preoccupi di certi sentimenti di umiltà, di cui intendo parlare, in base ai quali sembra umiltà non riconoscere che il Signore ci fa tanti doni. Cerchiamo, invece, di capire bene, proprio bene, come stanno le cose, cioè che Dio ce li dà senza alcun nostro merito, e siamone grati a Sua Maestà; perché, se non riconosciamo di ricevere doni, non siamo spinti ad amare. È certo che quanto più vediamo d’esser ricchi in virtù di essi, dopo aver riconosciuto d’essere poveri in noi stessi, tanto più profitto ce ne viene, e anche più vera umiltà. Inoltre, equivale a scoraggiare l’anima il farle credere che non è capace di grandi beni se, quando il Signore comincia a concederglieli, l’anima comincia a intimorirsi per paura di vanagloria. Dobbiamo credere che chi ci dà i beni ci darà la grazia, di fronte a un’eventuale tentazione del demonio in merito a ciò, di comprendere il suo inganno e la forza per resistergli; a patto, però, di camminare con semplicità davanti a Dio, procurando di accontentare solo lui, non gli uomini.

5. È segno evidente che amiamo di più una persona, quando ricordiamo spesso i benefici che ci ha fatto. Ora, se è lecito e anzi assai meritorio ricordarci che il nostro essere l’abbiamo da Dio, il quale ci ha creati dal nulla e ci mantiene in vita, e tutti gli altri benefici che ci sono venuti dalla sua morte e dalle sue sofferenze, benefici che molto prima di crearci aveva preparato per ciascuno di noi viventi, perché non mi sarà lecito riconoscere, vedere e considerare più e più volte che ero solita parlare di cose vane, e che ora il Signore mi ha concesso di non voler parlare d’altro se non di lui? Ecco qui un gioiello: se ricordiamo che ci fu donato e che ormai lo possediamo, necessariamente ci invita ad amare, ed è proprio questo il bene dell’orazione fondata sull’umiltà. Che dire, poi, nel vederci in possesso di altre gioie più preziose, come le hanno già ricevute alcuni servi di Dio, di disprezzo del mondo e anche di se stessi? È chiaro che dobbiamo ritenerci ancora più debitori e più obbligati a servire, a comprendere che non avevamo nulla di questo e a riconoscere la generosità del Signore, il quale ad un’anima così povera e vile e così priva di meriti come la mia, a cui sarebbe bastata la prima di queste gioie – ed era già tanto per me – volle dare più ricchezze di quante ne sapesse desiderare.

6. È necessario rinnovare le forze per servire Dio e cercare di non essere ingrati, perché ci concede i suoi doni a questa condizione: che se non facciamo buon uso del tesoro che ci dà e dell’alto stato in cui ci pone, ce lo riprenderà, facendoci restare molto più poveri di prima, per dare le sue gioie a coloro in cui risplendano con proprio ed altrui vantaggio. Ma come avvantaggerà sé ed altri e spenderà con larghezza chi non sa d’essere ricco? È impossibile, a mio giudizio, in conformità della nostra debole natura, avere coraggio per grandi cose, senza riconoscersi favoriti da Dio perché siamo così miserabili e così inclini a cose terrene, che difficilmente potrà disprezzare i beni di quaggiù con effettivo, assoluto distacco chi non comprende d’avere un pegno di quelli celesti. Questi doni, infatti, sono i mezzi di cui si serve il Signore per darci la forza che noi, per i nostri peccati, poi perdiamo. E difficilmente riuscirà a desiderare di essere malvisto e disprezzato da tutti, e a praticare le altre grandi virtù proprie delle anime perfette, chi non avrà qualche pegno dell’amore di Dio e, insieme, una viva fede. La nostra natura, infatti, è così debole che non seguiamo se non ciò che abbiamo presente; pertanto sono proprio questi favori a ridestare la fede e a fortificarla. Può anche darsi che io, misera come sono, giudichi tutti da me stessa, che ci saranno altri ai quali siano sufficienti le sole verità della fede per fare opere di grande perfezione, mentre io, da miserabile qual sono, ho avuto bisogno di tutti gli aiuti.

7. Ma ciò lo diranno essi; io dico, secondo quanto mi è stato ordinato, quello che è accaduto a me, e se non dovesse andar bene, colui al quale invio lo scritto – che saprà conoscere meglio di me le deficienze che presenta – lo strappi. Io, però, lo supplico per amor del Signore di pubblicare quello che ho detto fin qui della mia miserabile vita e dei peccati (a partire da questo momento gliene do piena autorizzazione, e la do ugualmente a tutti i miei confessori, come lo è colui al quale andrà questo scritto); se lo vorranno, lo facciano anche subito, me vivente, affinché non inganni più il mondo ove si pensa che ci sia in me qualcosa di buono; sì, non v’è dubbio, lo affermo con tutta verità, per quel che ora capisco di me, che ciò mi darà grande consolazione. Quanto a ciò che dirò da qui in avanti, non do questo permesso, né voglio dire che, se faranno vedere il mio scritto a qualcuno, dicano chi è costei che fece tali esperienze né chi le ha scritte. Perciò, non metto il mio nome né quello di nessuno, anzi, scrivendo, farò tutto il possibile per non essere riconosciuta; chiedo questo per amore di Dio. L’approvazione di persone tanto dotte e importanti è per me sufficiente a conferire autorità a quel qualcosa di buono che vi fosse, se il Signore mi darà la grazia di dirla, perché, in tal caso, il merito sarà tutto suo e non mio, non avendo io istruzione né virtù né formazione da dotti o da qualsiasi persona (solo quelli che mi hanno comandato di scrivere sanno che io scrivo questo, ma attualmente essi non sono qui), e rubando quasi il tempo, con fatica, perché ciò mi impedisce di filare, mentre mi trovo in una casa povera dove attendo a molte occupazioni. Se Dio mi avesse dato più capacità e memoria, almeno con la memoria potrei giovarmi di ciò che ho udito o letto, ma è pochissima quella di cui dispongo. Pertanto, se dirò qualcosa di buono, lo vuole il Signore per trarne qualche bene; ciò che vi sarà d’imperfetto viene invece da me, e la signoria vostra lo cancellerà. Sia in un caso, sia nell’altro, non è di alcun vantaggio dire il mio nome; mentre vivo è chiaro che non si deve parlare del bene; dopo morta non servirebbe ad altro che a sminuire il prestigio di quello stesso bene, screditandolo, per il fatto che è detto da persona tanto vile e spregevole.

8. E, pensando che la signoria vostra farà questo che le chiedo per amore del Signore, come gli altri che dovranno leggere il mio scritto, scrivo con libertà; diversamente ne avrei gran scrupolo, tranne che per dire i miei peccati, per i quali non ne ho alcuno. Del resto, basterebbe esser donna per farmi abbassare le ali; tanto più, poi, donna tanto miserabile. E così, ciò che può esservi in più del semplice racconto della mia vita, la signoria vostra lo tenga per sé, visto che ha tanto insistito perché manifestassi in qualche modo le grazie che Dio mi fa nell’orazione, se sarà conforme alle verità della nostra santa fede cattolica; e se invece non lo fosse, la signoria vostra lo bruci subito, perché io a ciò mi sottometto. Dirò quello che sperimento affinché, se conforme alla fede, possa recare alla signoria vostra qualche vantaggio; altrimenti la prego di trarre d’inganno la mia anima affinché il demonio non guadagni là dove credo di guadagnare io. Del resto, il Signore già sa, come poi dirò, che mi sono sempre adoperata a cercare chi mi illuminasse.

9. Per quanto chiaramente voglia parlare di queste cose di orazione, saranno sempre oscure per chi non ne ha esperienza. Parlerò di alcuni ostacoli che, a mio giudizio, si frappongono in questo cammino, e di altre cose pericolose, secondo ciò che il Signore mi ha insegnato per esperienza e di cui ho trattato con uomini molto dotti e con persone che fanno vita spirituale da molti anni. Si vedrà che in soli ventisette anni da quando pratico l’orazione, nonostante cammini tanto male e fra tanti inciampi in questa via, il Signore mi ha dato tale esperienza quale ne hanno altri che vi camminano da trentasette o da quarantasette anni con continui esercizi di penitenza e di virtù. Sia egli benedetto per tutto questo e si serva pure di me, per quello che egli è. Sa bene il mio Signore che io non cerco altro, scrivendo, se non che egli sia lodato ed esaltato un pochino, facendo vedere come di un letamaio così sudicio e maleodorante egli abbia fatto un giardino di così delicati fiori. Piaccia a Sua Maestà che io non torni per mia colpa a strapparli, ridiventando quella che ero. Questo io supplico, per amore del Signore, che la signoria vostra chieda, poiché sa chi sono io più chiaramente di quanto mi abbia permesso di scrivere.

 

 

 

CAPITOLO 11

Mostra perché non si giunga ad amare Dio con perfezione in breve tempo. Comincia a spiegarlo per mezzo di un paragone che illustra quattro gradi di orazione. Procede, in questo capitolo, a trattare del primo; è molto utile per i principianti e per coloro che non provano gioia nell’orazione.

 

1. Venendo, dunque, ora a parlare di quelli che cominciano ad esser servi dell’amore (giacché altro non mi sembra il determinarsi a seguire per la via dell’orazione colui che ci ha tanto amato), è un onore così grande che provo una gioia straordinaria nel ripensarvi. Infatti, ogni timore servile scompare immediatamente, se in questo primo stato procediamo come si deve. Oh, Signore dell’anima mia e mio solo bene! Perché non volete che quando un’anima è determinata ad amarvi procurando, per quanto è possibile, di staccarsi da ogni cosa per dedicarsi meglio all’amore di Dio, non abbia subito la gioia di elevarsi a possedere questo amore in modo perfetto? Ho detto male; avrei dovuto dire, deplorandolo: perché non lo vogliamo noi? Infatti, la colpa è nostra se non godiamo subito di tanto onore, in quanto se arrivassimo a possedere in modo perfetto il vero amore di Dio, esso comporterebbe ogni specie di beni. Ma noi siamo così avari e così lenti nel darci totalmente a Dio che, non volendo Sua Maestà che godiamo di un bene tanto prezioso senza pagarlo a caro prezzo, non giungiamo mai a disporci convenientemente a riceverlo.

2. Ben vedo che non c’è prezzo adeguato in terra per l’acquisto di un tale tesoro, ma se facessimo quanto è in nostro potere per non attaccarci a cose terrene, rivolgendo invece ogni nostra cura e ogni nostro atto a quelle del cielo, credo senza alcun dubbio che in breve tempo ci sarebbe dato questo bene, purché – ripeto – ci disponessimo subito a riceverlo, come fecero alcuni santi. Invece, ci sembra di dar tutto, e in realtà offriamo a Dio la rendita e i frutti, e ci tratteniamo la proprietà e il capitale. Ci decidiamo a essere poveri – cosa molto meritoria – ma spesso ritorniamo a porre ogni cura e diligenza a non farci mancare non solo il necessario, ma perfino il superfluo, e ad andare in cerca di amici che ce lo procurino, esponendoci a maggiori preoccupazioni e, forse, a più gravi pericoli, con il desiderare che non ci manchi nulla, di quelli in cui incorrevamo prima con il possesso delle nostre ricchezze. Ci sembra anche di rinunciare al pregiudizio dell’onore con il farci religiosi e con l’aver cominciato a condurre vita spirituale e a seguire la via della perfezione e, appena ci toccano in un punto di onore, non ricordandoci di averlo ormai dato a Dio, eccoci di nuovo a rivendicarlo e a voler riprenderglielo, come si dice, dalle mani, dopo averlo fatto volontariamente, a quanto sembra, padrone di esso. E così è di tutto il resto.

3. Bella maniera di cercare l’amore di Dio! E poi lo vogliamo subito a piene mani, come suol dirsi. Mantenere le nostre affezioni (visto che non cerchiamo di mettere in pratica i nostri desideri per non riuscire ad elevarli dalla terra) e, ciò nonostante, pretendere molte consolazioni spirituali, è assurdo; non mi sembra, infatti, che una cosa sia compatibile con l’altra. Pertanto, poiché non riusciamo a darci totalmente a Dio, anche l’elargizione di questo tesoro non è totale. Piaccia al Signore che Sua Maestà vada donandocelo a goccia a goccia, dovesse pur costarci tutte le sofferenze del mondo!

4. Grande misericordia egli usa a colui al quale dona la grazia e il coraggio di risolversi ad acquistare con tutte le sue forze questo bene perché, se persevera nella sua risoluzione, Dio, che non nega a nessuno il suo aiuto, a poco a poco renderà il suo coraggio capace di conseguire la vittoria. Dico coraggio, essendo innumerevoli gli ostacoli frapposti all’inizio dal demonio per impedire che s’intraprenda di fatto questa via, come chi conosce il danno che gliene viene, non solo per la perdita di quell’anima, ma di molte. Se, infatti, chi comincia a darsi all’orazione si sforza, con il favore divino, di raggiungere la vetta della perfezione, credo che non entrerà mai solo in cielo, ma traendosi dietro molta gente, come un buon capitano a cui Dio abbia affidato la sua compagnia. Perciò il demonio gli pone innanzi tanti pericoli e difficoltà che ha bisogno di non poco coraggio per non tornare indietro e, inoltre, di un grandissimo aiuto di Dio.

5. Parlando ora degli inizi di coloro che sono ormai decisi a perseguire questo bene e a conquistarlo (delle altre cose di cui avevo cominciato a dire circa la teologia mistica – credo che si chiami così – parlerò più avanti): in questi inizi sta proprio la maggior fatica, perché qui è dove si deve lavorare, anche se il Signore fornisce i mezzi per farlo, mentre negli altri gradi di orazione predomina il godimento, sebbene tutti, siano essi al principio, a metà o alla fine, portino le loro croci, per quanto diverse. Questo cammino, già percorso da Gesù Cristo, devono percorrere coloro che lo seguono, se non vogliono perdersi. E benedette queste croci che anche qui, in vita, ci vengono ripagate in sovrappiù!

6. Dovrò servirmi di qualche paragone, anche se, essendo donna, vorrei evitarli e scrivere semplicemente quello che mi hanno comandato, ma è così difficile esprimersi in questo linguaggio spirituale per chi, come me, non ha istruzione, che dovrò cercare di aiutarmi in qualche modo. Potrà darsi che il più delle volte non riesca a far calzare il paragone; vuol dire che servirà da passatempo alla signoria vostra il costatare la mia grande balordaggine. Mi sembra d’aver letto o udito il paragone che segue, ma non so dove né a che proposito, perché ho una cattiva memoria; è utile, però, al mio caso. Chi comincia deve pensare di cominciare a coltivare, per la gioia del Signore, un giardino in un terreno assai infecondo, pieno di erbacce. Sua Maestà strappa le erbe cattive e vi pianta le buone. Ora, supponiamo che questo sia già fatto quando un’anima si decide per l’orazione e ha cominciato a praticarla; con l’aiuto di Dio dobbiamo, da buoni giardinieri, procurare che quelle piante crescano e aver cura d’innaffiarle, affinché non muoiano e producano fiori di molta fragranza, per ricreare nostro Signore, in modo che venga spesso a dilettarsi in questo giardino e a godersi questi fiori di virtù.

7. Vediamo ora in che modo si può innaffiare un giardino, per capire cosa dobbiamo fare, se la fatica che ci costerà il nostro impegno sarà maggiore del guadagno e per quanto tempo essa durerà. A me sembra che un giardino si possa innaffiare in quattro modi:

- o con l’attingere acqua da un pozzo, il che comporta per noi una gran fatica;

- o con una noria e tubi, tirandola fuori mediante una ruota (io l’ho girata alcune volte), il che è di minor fatica del primo e fa estrarre più acqua;

- oppure derivandola da un fiume o da un ruscello: con questo sistema si irriga molto meglio, perché la terra resta più impregnata d’acqua, non occorre innaffiarla tanto spesso, e il giardiniere ha molto meno da faticare;

- oppure a causa di un’abbondante pioggia, in cui è il Signore ad innaffiarla senza alcuna nostra fatica, sistema senza confronto migliore di tutti quelli di cui ho parlato.

8. Ora, l’attuazione, in pratica, di queste quattro maniere di attingere l’acqua con cui si deve alimentare il nostro giardino, che senz’acqua andrebbe in rovina, è l’esempio che fa al mio caso. Mi pare che potrà chiarire qualcosa circa i quattro gradi d’orazione attraverso i quali il Signore, per sua bontà, ha fatto passare alcune volte la mia anima. Piaccia a lui, per tale bontà, che io riesca ad esprimermi in modo da giovare a una delle persone che hanno ordinato questo scritto. Il Signore lo ha condotto in quattro mesi molto più avanti del punto a cui ero giunta io in diciassette anni. Vi si è disposto meglio di me, e così irriga senza fatica questo giardino con tutte e quattro le acque; anche se l’ultima non gli venga data che a gocce; va però innanzi in modo tale che presto vi si addentrerà ben bene, con l’aiuto del Signore. Se il mio modo di spiegare gli sembrerà insensato, rida pure di me, perché ne avrò piacere.

9. Coloro che cominciano a fare orazione sono coloro che attingono l’acqua dal pozzo, con grande stento, come detto, dovendo affaticarsi a raccogliere i sensi; il che, essendo questi abituati a divagare, costa grande fatica. È necessario che vadano abituandosi a non curarsi minimamente di vedere o udire nulla, mettendo specialmente in pratica questa noncuranza nelle ore di orazione, a starsene in solitudine e, così appartati, pensare alla loro vita passata (anzi, questo, primi e ultimi, lo devono fare tutti spesso), insistendo più o meno in tale pensiero, come dirò in seguito. In principio, inoltre, dà loro pena il non riuscire a capire se si pentono davvero dei propri peccati, ma sì, se ne pentono, se si decidono a servire Dio con tanta sincerità. Devono cercare di meditare sulla vita di Cristo, e in questa meditazione l’intelletto finisce per stancarsi. Fin qui possiamo avvantaggiarci da noi, s’intende con la grazia di Dio, senza la quale si sa che non possiamo avere nemmeno un buon pensiero. Questo è cominciare ad attingere acqua dal pozzo. Voglia ancor Dio che possa trovarsene, ma almeno cerchiamo, da parte nostra, di andare ad attingerla e di fare tutto il possibile per innaffiare i fiori. Dio è così buono che anche quando, per motivi che Sua Maestà solo conosce – forse di gran vantaggio per noi – permette che il pozzo sia secco, se noi facciamo ciò che dobbiamo fare da buoni giardinieri, senz’acqua alimenterà i fiori e farà crescere le virtù. Chiamo qui «acqua» le lacrime e, in mancanza di queste, la tenerezza e il sentimento interiore di devozione.

10. Che deve, dunque, fare colui che da molti giorni non vede in sé altro che aridità, noia, ripugnanza, e tale mala voglia di andare ad attingere acqua, che se non ricordasse di far piacere e di rendere servizio al Signore del giardino e non si adoperasse a non perdere tutto ciò che spera di guadagnare con la grande fatica che costa gettare molte volte il secchio nel pozzo e tirarlo fuori senz’acqua, abbandonerebbe tutto? Gli accadrà spesso di non poter neppure alzare le braccia per far questo, né di avere un buon pensiero, poiché resta inteso che trarre l’acqua dal pozzo equivale a lavorare con l’intelletto. Allora, come dico, che farà in questo caso il giardiniere? Dovrà rallegrarsi, consolarsi e stimare come una grazia straordinaria il poter lavorare nel giardino di così grande imperatore. E poiché sa che con quel lavoro lo accontenta, e il suo intento non dev’essere quello di accontentare se stesso, ma Dio, gli renda gran lode per la fiducia che ripone in lui, avendo visto che senza alcuna paga fa tanta attenzione a ciò che gli è stato raccomandato, e lo aiuti a portare la croce, pensando che nella croce egli visse sempre. Non cerchi, del resto, quaggiù il suo regno né abbandoni mai l’orazione, deciso, anche se questa aridità debba durargli tutta la vita, a non lasciar cadere Cristo sotto il peso della croce. Verrà tempo che sarà ricompensato di tutto; non tema che il suo lavoro vada perduto; serve un buon padrone che lo sta guardando; non faccia caso dei cattivi pensieri; pensi che il demonio li faceva nascere anche a san Girolamo nel deserto.

11. Hanno però il loro premio queste fatiche, che so quanto siano gravi (come chi le ha sopportate molti anni, tanto che quando tiravo fuori una goccia d’acqua da questo benedetto pozzo, pensavo che Dio mi aveva fatto una vera grazia), e che mi sembrano richiedere più coraggio di quel che ci vuole per molte altre traversie del mondo. Ma ho visto chiaramente che Dio le ricompensa sempre ampiamente anche in questa vita. Sì, è così, non v’è dubbio: infatti, con un’ora sola delle dolcezze che egli mi ha poi concesso quaggiù di sé, mi sembra che restino ricompensate tutte le angosce lungamente sofferte per durare nell’orazione. Sono convinta che il Signore voglia dare alcune volte al principio, e altre alla fine, questi tormenti e le molte e varie specie di tentazioni che si presentano, per mettere alla prova coloro che lo amano e vedere se sapranno bere il suo calice e aiutarlo a portare la croce, prima di arricchirne l’anima con grandi tesori. E credo che per il nostro bene Sua Maestà voglia condurci attraverso queste prove, per farci capire che siamo ben poca cosa. Sono tanto sublimi le grazie che dopo ci concederà, che vuole farci vedere, prima di darcele, le nostre miserie per esperienza diretta, affinché non ci accada ciò che avvenne a Lucifero.

12. Che fate, Signor mio, che non sia per il maggior bene dell’anima che già sapete vostra, e che si sottomette a voi per seguirvi dovunque andiate, fino a morire sulla croce, decisa ad aiutarvi a portarla e a non lasciarvi solo con essa? Se ci si renderà conto di avere in sé questa determinazione, non c’è proprio di che temere, né vi è alcuna ragione di affliggersi, anime spirituali; una volta che ci si ponga in così alto grado com’è quello di voler trattare da sole a solo con Dio e abbandonare i passatempi del mondo, il più è fatto. Ringraziatene Sua Maestà e confidate nella sua bontà, che non è mai venuta meno ai suoi amici. Non vogliate indagare perché conceda tanta devozione a chi lo serve da molti anni. Teniamo per certo che tutto è per il nostro bene. Sua Maestà ci conduca dove voglia; ormai non apparteniamo più a noi stesse, ma a lui. Ci usa una grande misericordia nel permetterci di voler scavare nel suo giardino e star vicino al padrone di esso, che è sempre presso di noi. Se egli vuole che queste piante e questi fiori germoglino, alcuni con l’acqua attinta dal pozzo, altri senza di essa, che importa? Fate, o Signore, ciò che volete, purché io non abbia più ad offendervi né a perdere le mie virtù, se, unicamente per vostra bontà, me ne abbiate data qualcuna. Io voglio patire, Signore, perché voi patire; si adempia in me, pertanto, la vostra volontà, e non permetta la Maestà Vostra che un tesoro di così grande pregio come il vostro amore sia dato a chi vi serve solo per averne consolazioni.

13. Si deve notar bene – e lo dico perché lo so per esperienza – che l’anima la quale comincia a inoltrarsi risolutamente in questa via dell’orazione mentale e può riuscire a non far molto caso né delle consolazioni né degli sconforti che prova quando il Signore le concede o le nega questi piaceri e queste tenerezze, ha già percorso gran parte del cammino. Non tema di dover tornare indietro, per quanto possa inciampare, perché ha cominciato a erigere il suo edificio su salde fondamenta. È certo che l’amore di Dio non consiste nel versare lacrime né nel provare questi piaceri e tenerezze – che comunemente desideriamo e con i quali ci consoliamo – ma nel servire Dio con giustizia, con fortezza d’animo e umiltà. Ricevere di più mi sembra lo stesso che non dar nulla da parte nostra.

14. Per donnicciole come sono io, deboli e con scarsa fermezza, mi sembra che convenga, come Dio fa ora con me, favorirle di molti doni, affinché possano sopportare alcune tribolazioni a cui Sua Maestà ha voluto sottoporle; ma quando vedo che servi di Dio, uomini importanti, di cultura, d’intelligenza, fanno caso del fatto che Dio non concede loro devozione, è una cosa che solo a sentirla mi dà fastidio. Non dico che non debbano accettarla, se Dio gliela dà, e farne gran conto, perché significa che Sua Maestà ha ritenuto conveniente dargliela; ma dico che quando non l’hanno, non se ne affliggano e capiscano che non è necessaria, visto che Sua Maestà non la dà, e sappiano essere padroni di se stessi. Tengano per certo che questo è un errore – io l’ho visto e provato – e siano ben convinti che procedere nell’azione senza libertà di spirito e con animo debole è una imperfezione.

15. Questo non lo dico tanto per coloro che cominciano (anche se vi annetto grande importanza, essendo di grande vantaggio cominciare con questa libertà e determinazione), ma per gli altri, poiché ve ne saranno molti che hanno cominciato da un pezzo e non riescono mai a finire. Credo che il non aver abbracciato la croce fin da principio è in gran parte la causa che li rende afflitti, sembrando loro di non far nulla. Non possono sopportare che l’intelletto cessi di operare, mentre forse proprio allora aumenta e prende forza la volontà, ed essi non se ne accorgono. Dobbiamo pensare che il Signore non bada a queste cose le quali, anche se a noi sembrano colpe, non lo sono: Sua Maestà conosce bene la nostra miseria e l’inferiorità della nostra natura, molto meglio di noi stessi, e sa anche che queste anime desiderano solo pensare sempre a lui e amarlo. Questa è appunto la determinazione che egli vuole; quanto all’afflizione che noi ci procuriamo, non serve ad altro che a turbare l’anima la quale, se prima doveva rimanere un’ora senza trar profitto dall’orazione, adesso ne sarà incapace per lo spazio di quattro ore. Moltissime volte (io ne ho grandissima esperienza e so quanto sia vero per averci fatto particolare attenzione e averne parlato in seguito con persone spirituali) dipende da indisposizione fisica, poiché siamo così miserevoli, che questa povera anima partecipa delle miserie del corpo, di cui è come una piccola prigioniera; i cambiamenti di stagione, il mutamento degli umori fanno sì che molte volte, senza sua colpa, essa non possa far ciò che vuole e soffra ogni genere di patimenti. E quanto più, in tali circostanze, si voglia farle forza, tanto peggio è, perché il male dura più a lungo. Bisogna, invece, aver discrezione per capire quando dipende da queste cause e non opprimere la povera anima. Rendiamoci conto d’essere ammalati; si cambi l’ora dell’orazione, e molte volte per vari giorni, si sopporti come meglio si può questo esilio, perché è una grande disgrazia, per un’anima che ama Dio, vedersi vivere in questa miseria e non poter fare ciò che vuole, per il fatto di avere un ospite così cattivo com’è questo nostro corpo.

16. Ho detto «con discrezione», perché qualche volta sarà opera del demonio; pertanto, è bene non lasciare del tutto l’orazione, quando l’intelletto sia molto distratto e turbato, né tormentare di continuo l’anima costringendola a ciò che non può fare. Ci sono altre pratiche esteriori, come le opere di carità e la lettura, anche se a volte non si sarà disposti neppure a questo. Allora l’anima serva il corpo per amore di Dio, affinché sia poi esso a servire l’anima più spesso, e si prenda qualche onesto passatempo di conversazioni – che siano sante conversazioni – o faccia ricorso alla campagna, secondo quello che le consiglierà il confessore. In tutto ha molta importanza l’esperienza che fa conoscere ciò che ci conviene, e in tutto si serve Dio. Il suo giogo è soave ed è di gran guadagno non trascinare l’anima a viva forza, come si dice, ma guidarla con la soavità di tale giogo, per il suo maggior profitto.

17. Perciò ripeto il consiglio già dato – e anche se lo dico molte volte è poco male –, che ha grande importanza, che nessuno si tormenti né si affligga per aridità, inquietudini e distrazioni di pensieri. Se vuole conquistare la libertà dello spirito e non essere sempre pieno di tribolazioni, cominci a non aver paura della croce, e vedrà come anche il Signore l’aiuterà lui a portarla, e la gioia con cui procederà, e il profitto che trarrà da tutto, perché è evidente che se il pozzo non dà acqua, noi non possiamo mettercela. È altrettanto vero, però, che non dobbiamo distrarci, affinché, quando l’acqua ci sia, provvediamo ad attingerla, perché allora Dio vuole, con questo mezzo, moltiplicare ormai in noi le virtù.

 

 

CAPITOLO 12

Prosegue a parlare di questo primo stato. Dice fin dove possiamo arrivare da noi stessi, con l’aiuto di Dio, e il danno di voler elevare lo spirito a cose soprannaturali, prima che lo faccia il Signore.

 

1. Ciò che nel capitolo precedente ho cercato di far capire, sebbene abbia molto divagato in altre cose che mi sembravano particolarmente necessarie, è fino a che punto possiamo arrivare da noi, e come in questo primo grado d’orazione possiamo aiutarci un po’. Infatti, pensando e riflettendo a ciò che il Signore ha sofferto per noi, ci sentiamo muovere a compassione; ed è piacevole questa pena, come anche le lacrime che ne derivano, perché il pensiero della gloria che speriamo, dell’amore che il Signore ci ha portato e della sua risurrezione, ci suscita un godimento che non è del tutto spirituale né del tutto sensitivo, ma un godimento virtuoso, e la pena assai meritoria. Di tal genere sono tutte le cose che suscitano una devozione, al cui acquisto si giunge, in parte, con l’intelletto, benché, se Dio non la concede, non si possa meritarla né conseguirla. Conviene particolarmente a un’anima che egli non abbia portato più su di qui, non cercar di salire da sé – si badi molto a questa raccomandazione – perché non ne trarrebbe altro frutto che danno.

2. In questo stato l’anima può fare molti atti per risolversi a servire bene il Signore e risvegliare il proprio amore per lui; altri ancora può farne per aiutare l’aumento delle virtù, in conformità di ciò che dice un libro intitolato Arte di servire Dio, molto buono e adatto per coloro che si trovano in questo stato, in cui opera l’intelletto. S’immagini di trovarsi dinanzi al Cristo, cerchi d’innamorarsi della sua sacra umanità, tenendola sempre presente, di parlare con lui, chiedergli aiuto nel bisogno, piangendo con lui nel dolore, rallegrarsi con lui nelle gioie, senza dimenticarlo mai a causa di esse e senza andare in cerca di orazioni studiate, ma servendosi di parole che rispondano ai propri desideri e alle proprie necessità. È un metodo eccellente per far profitto, in brevissimo tempo. Chi si adopera a vivere in così preziosa compagnia e ad avvantaggiarsene il più possibile, amando veramente questo nostro Signore, a cui tanto dobbiamo, costui, a mio parere, è già molto progredito.

3. Per questo, come ho già detto, non dobbiamo preoccuparci affatto di non sentire devozione, ma ringraziare il Signore che ci permette di essere desiderosi di accontentarlo, anche se le nostre opere sono fiacche. Questo modo di portar Cristo in noi giova in ogni stato ed è un mezzo sicurissimo per trar profitto dal primo grado di orazione e giungere in breve tempo al secondo, nonché per essere negli ultimi al sicuro dai pericoli ai quali può esporci il demonio.

4. Ebbene, ciò è quanto possiamo fare da noi. Se qualcuno volesse procedere oltre ed elevare lo spirito ad assaporare dolcezze che ivi non gli si offrono, ciò equivale, a mio parere, a perder l’una e l’altra cosa, perché si tratta di dolcezze soprannaturali; e se viene meno l’intelletto, l’anima resta vuota e del tutto arida. Poiché questo edificio dev’essere interamente fondato sull’umiltà, quanto più ci avviciniamo a Dio, tanto più dobbiamo progredire in queste virtù, altrimenti va tutto perduto. E sembra in certo modo superbia che noi si voglia salire più in alto, perché Dio fa già troppo, per quello che siamo, ad avvicinarci a sé. Non si deve intendere con ciò che io mi riferisca all’elevarsi con il pensiero a meditare su cose alte del cielo o di Dio, sulle meraviglie che ci sono là, e sulla grande sua sapienza; perché anche se io non l’ho mai fatto (non ne ero capace, come ho detto, e mi sentivo tanto miserabile che, con l’aiuto di Dio, riuscivo a capire come il solo pensare alle bellezze della terra fosse non poco ardire, tanto più a quelle del cielo), altre persone possono giovarsene, specialmente se sono istruite; il che, a mio parere, è un gran tesoro, per questo esercizio, quando l’istruzione è unita all’umiltà. Pochi giorni fa l’ho costatato in alcuni studiosi i quali, pur avendo cominciato di recente l’orazione, hanno fatto in essa grandi passi, e ciò mi ispira un ardente desiderio che siano molti a dedicarsi alla vita spirituale, come dirò più avanti.

5. Ora, quand’io dico: «non s’innalzino finché Dio non li innalzi», uso un linguaggio spirituale; chi ne abbia qualche esperienza mi capirà, poiché non so dirlo altrimenti se non si riesce a capirlo così. Nello stato di teologia mistica di cui ho fatto cenno, l’intelletto cessa di operare, perché Dio ne sospende l’esercizio, come spiegherò meglio in seguito, se lo saprò fare e s’egli mi darà il suo aiuto a tal fine. Presumere o pensare di sospenderlo noi, è ciò che dico che non si deve fare, come non si deve cessare di operare con esso, perché diversamente resteremo freddi e istupiditi e non faremo né una cosa né l’altra, mentre quando è il Signore a sospenderlo e a fermarlo, gli dà lui stesso di che occuparsi e contemplare, e fa sì che, senza il ricorso alla ragione, intenda nello spazio di un Credo più di quel che noi possiamo intendere con tutte le nostre umane diligenze nel corso di molti anni. Ma pretendere di occupare da noi stesse le potenze dell’anima e di arrestarne l’attività, è una pazzia. E ripeto che, pur facendolo inavvertitamente, è segno di poca umiltà; anche se non c’è colpa, la pena c’è, perché sarà una fatica inutile e l’anima rimarrà con una certa amarezza, come chi, disponendosi a spiccare un salto, si sente afferrare dietro e vede che, dopo aver impegnato tutte le sue forze, si ritrova senza aver fatto nulla di ciò che voleva. Nello scarso profitto ricavato vedrà, chi voglia riflettere, che la causa è quella piccola mancanza di umiltà di cui ho parlato, perché ha questo di eccellente tale virtù, che non c’è azione a cui essa si accompagni che lasci l’anima afflitta. Mi sembra di essermi spiegata, ma forse sarà solo per me. Il Signore apra gli occhi a quelli che leggeranno il mio scritto e, per poca esperienza che abbiano, lo capiranno subito.

6. Ho trascorso vari anni leggendo molte cose senza intendere nulla di esse, e gran tempo in cui, anche se Dio mi concedeva di capire, non sapevo dir nulla per far capire a mia volta le stesse cose, e questo mi è costato non poco tormento. Ma quando Sua Maestà lo vuole, in un attimo insegna tutto, in modo che se ne rimane sbigottiti. In verità debbo dire una cosa; che, pur parlando con molte persone spirituali le quali si adoperavano a spiegarmi ciò che il Signore mi concedeva, perché lo sapessi esporre, era così grande la mia ottusità, che non me ne giovavo né molto né poco, o così voleva il Signore, perché non dovessi essere grata a nessuno se non a lui, essendo sempre stato Sua Maestà il mio maestro (sia egli di tutto benedetto! Mi è causa di grande confusione dire questo, ma è la pura verità). Senza che lo volessi né lo chiedessi (perché a questo riguardo, in cui sarebbe stata una virtù esser curiosa, non lo fui mai, bensì lo fui di altre cose del tutto vane), Dio in un attimo mi fece capire ogni suo favore con assoluta chiarezza, e mi diede la capacità di saperlo dire in modo tale che i miei confessori ne rimanevano stupiti ed io più di loro, perché meglio di loro conoscevo la mia ottusità. Questa grazia l’ho ricevuta da poco, ragion per cui non cerco più di apprendere ciò che il Signore non mi ha insegnato, tranne che non si tratti di cosa che riguardi la mia coscienza.

7. Ritorno ancora una volta ad avvertire quanto importi non elevare lo spirito se Dio non lo eleva, cosa che, quando avviene, s’intende subito. Altrimenti il pericolo è grave, specialmente per le donne, nel cui animo il demonio potrà far sorgere qualche illusione, benché sia convinta che il Signore non gli permetterà mai di rovinare chi cerca di avvicinarsi a lui con umiltà; anzi questi trarrà maggior profitto e guadagno proprio da ciò con cui il demonio ne desiderava vivamente la perdita. Mi sono dilungata tanto per il fatto che questa via dei principianti è la più battuta, e i consigli che ho dato sono molto importanti. Altri ne avranno trattato molto meglio di me, lo ammetto, e confesso di aver scritto con grande confusione e vergogna, anche se non con tutta quella che avrei dovuto avere. Sia benedetto il Signore che vuole e permette che una persona come me parli di cose sue così alte e sublimi.

CAPITOLO 13

Continua a parlare di questo primo stato e dà consigli per vincere alcune tentazioni a cui talvolta il demonio suole esporci. Mette in guardia contro di esse. È un capitolo molto utile.

 

1. Mi è sembrato opportuno parlare di alcune tentazioni che, come ho visto, si provano agli inizi – e qualche volta le ho avute anch’io – e dare alcuni consigli che mi sembrano necessari in proposito. Agli inizi, dunque, bisogna cercare di procedere con allegrezza e libertà di spirito, mentre alcune persone credono di dover perdere la devozione, se si distraggono un po’. È bene, sì, procedere temendo di sé, per non esporsi poco o molto a occasioni che offrono generalmente motivo di offendere Dio, precauzione indispensabile fino a quando non si è ben saldi nella virtù; e non sono molti ad esserlo tanto da potersi impunemente trascurare in occasioni che assecondano la loro indole. È sempre bene, finché viviamo, se non altro per umiltà, riconoscere la nostra misera natura, ma ci sono molte circostanze in cui – come ho detto – è ammesso prendersi una distrazione, anche per ritornare corroborati all’orazione. Occorre discrezione in tutto.

2. Bisogna avere grande fiducia, perché quello che giova molto non è limitare i nostri desideri, ma credere che con l’aiuto di Dio, impegnandoci a fondo, a poco a poco, anche se non subito, potremo arrivare dove arrivarono molti santi i quali, se non si fossero indotti a tali desideri e non avessero cercato a poco a poco di realizzarli, non sarebbero mai ascesi a uno stato così sublime. Sua Maestà vuole e ama le anime coraggiose, purché procedano con umiltà e diffidino di sé. Non ho mai visto nessuna di esse restare indietro nel cammino della perfezione, né ho mai visto nessuna anima codarda – sia pure ammantata di umiltà – fare in molti anni il cammino che le altre fanno in pochissimo tempo. Mi stupisce quanto profitto si ottenga in questa via con l’animarsi a grandi cose; anche se lì per lì l’anima non ne abbia le forze, spicca il volo e arriva molto in alto, pur stanca e a poco a poco, come l’uccellino di primo pelo.

3. Tempo addietro pensavo molto spesso a ciò che dice san Paolo: che in Dio si può tutto. Ben capivo che da me non potevo nulla. Questo mi giovò molto; e così pure quanto dice sant’Agostino: «Dammi, Signore, ciò che comandi e comanda ciò che vuoi». Molte volte pensavo che san Pietro non aveva perduto nulla gettandosi in mare, anche se dopo ne ebbe paura. Queste prime risoluzioni sono gran cosa, quantunque in questo primo stato occorra procedere con più cautela che negli altri, e ligi al prudente consiglio di un maestro, badando, però, che sia tale da non insegnarci a camminare come tartarughe e da accontentarci che l’anima si mostri capace solo di cacciar lucertoline. L’umiltà sia sempre tenuta presente, per rendersi conto che tali forze non possono provenire da noi.

4. Ma occorre capire bene come debba essere questa umiltà, perché credo che il demonio arrechi molto danno alle persone che praticano l’orazione, cui impedisce di progredire notevolmente, dando loro una falsa idea dell’umiltà, con il far apparire superbia il nutrire grandi desideri, il voler imitare i santi e l’anelare al martirio. Dice subito o fa capire che le azioni dei santi sono cosa da ammirarsi ma non da imitarsi da noi che siamo peccatori. Anch’io dico lo stesso, ma dobbiamo distinguere ciò che è da ammirare da ciò che è da imitare, perché non sarebbe certamente bene che una persona debole e ammalata si esponesse a frequenti digiuni e ad aspre penitenze, andandosene in un deserto, dove non potesse dormire né avesse da mangiare, e cose simili. Dobbiamo, invece, pensare che possiamo sforzarci, con l’aiuto di Dio, a riuscire a disprezzare il mondo, non stimare gli onori, non essere attaccati ai beni materiali. Ma abbiamo cuori così gretti, che ci sembra debba mancarci la terra sotto i piedi non appena decidiamo di trascurare un poco il corpo e darci allo spirito. Inoltre, ci sembra che aiuti il raccoglimento avere tutto quello che è necessario, perché le preoccupazioni turbano l’orazione. Mi addolora che si abbia così poca fiducia in Dio e così grande amor proprio da lasciarsi turbare da tali preoccupazioni. Ed è proprio così: quando lo spirito è così poco elevato, come nel caso suddetto, certe cose da nulla danno tanta pena quanta ne danno ad altri grandi cose di molta importanza. E nel nostro cervello presumiamo di essere spirituali!

5. Ora, a me sembra che con questo modo di procedere s’intenda conciliare il corpo con l’anima per non perdere la pace quaggiù e godere lassù di Dio. E così sarebbe in effetti, camminando con giustizia e conformati a virtù, ma si avanzerebbe a passo di lumaca, con il quale non si arriverebbe mai alla libertà di spirito. Mi sembra un modo di procedere assai buono per i coniugati, i quali devono condursi in conformità della loro vocazione, ma per un altro stato non approvo assolutamente tale modo di trarre profitto, e nessuno mi farà credere che sia buono, perché l’ho provato, e sarei rimasta sempre ad un punto se il Signore, nella sua bontà, non mi avesse insegnato un’altra via più breve!

6. Sebbene, in materia di desideri, li abbia avuti sempre grandi, cercavo tuttavia, come ho detto, di praticare l’orazione, ma di vivere a mio piacere. Credo, però, che se ci fosse stato qualcuno che mi avesse insegnato a volare, sarei riuscita ad attuare tali desideri; ma, a causa dei nostri peccati, sono così pochi, così rari i direttori spirituali esenti da eccessiva prudenza in proposito, che credo sia questo il motivo principale per cui i principianti non arrivano più presto a grande perfezione. Il Signore, infatti, non manca mai di aiutarci e non è per causa sua se non facciamo progressi: i manchevoli e i miserabili siamo noi.

7. Si possono anche imitare i santi nel cercare solitudine e silenzio e praticare molte altre virtù che non uccideranno certo i nostri vili corpi, che noi vogliamo trattare con ogni riguardo, per riuscire solo a rovinare l’anima. E il demonio, da parte sua, concorre moltissimo a renderli inabili ad alti compiti, non appena vede in noi un po’ di amore. Non cerca altro per farci credere che qualunque cosa ci ammazzerà e ci rovinerà la salute; perfino se versiamo qualche lacrima ci fa temere di diventare ciechi. Ci sono passata e per questo lo so, ma mi chiedo se si possa desiderare miglior vista e salute che perdere entrambe per una tale causa. Essendo tanto malata, fino a quando non presi la decisione di non badare al corpo, sono stata sempre come vincolata, del tutto inutile. Anche ora faccio ben poco, ma da quando Dio mi ha fatto capire questo inganno del demonio, non appena egli mi presentava il pericolo di perdere la salute, io dicevo: «m’importa poco di morire»; se mi suggeriva la necessità del riposo: «non già di riposo ho bisogno, ma di croce». Così per il resto. Vidi chiaramente che molto spesso, benché io, di fatto, sia molto malata, si trattava di una tentazione del demonio o della mia pigrizia. Infatti, da quando non mi uso tanti riguardi e non mi concedo agi, ho molta più salute. Perciò è di grande importanza, agli inizi, non nutrire pensieri deprimenti. E mi si creda in questo, perché lo so per esperienza; affinché la mia esperienza serva di lezione, potrà essere utile dire queste mie colpe.

8. C’è, inoltre, un’altra tentazione molto comune, e consiste nel desiderare, non appena si cominciano a gustare la pace e i vantaggi dell’orazione, che tutti siano molto spirituali. Desiderarlo non è male, ma cercare di ottenerlo potrebbe non essere cosa buona, se non si procede con molta discrezione e con abilità, in modo che non sembri un voler far da maestri. Chi vuole, infatti, ottenere qualche frutto in questa circostanza, è necessario che abbia virtù ben salde, altrimenti può essere di tentazione agli altri. Accadde proprio a me – e per questo lo so – quando, come ho detto, facevo sì che altre anime s’inducessero all’orazione: mentre da una parte mi udivano dire grandi cose dell’enorme vantaggio che procurava darsi all’orazione, dall’altra mi vedevano talmente povera di virtù, che il fatto ch’io praticassi l’orazione le rendeva incerte e turbate. E con tutta ragione, come mi hanno poi detto esse stesse, non riuscivano a capire in che modo le due cose potessero conciliarsi. Ne era anche causa, per il buon concetto che avevano di me, il non ritenere cattivo quello che in realtà lo era, per il fatto di vedere che io talvolta lo facevo.

9. Questa è opera del demonio, che sembra servirsi delle nostre buone qualità per giustificare, come può, il male che esige, giacché, poco che sia, in una comunità ha molto da guadagnare; tanto più che il male che facevo era enorme. Così, in molti anni, solamente tre persone si giovarono dei miei consigli; mentre, dopo che il Signore mi fortificò nella virtù, in due o tre anni se ne giovarono molte, come dirò in seguito. Oltre a questo, c’è un altro grave inconveniente, ed è che l’anima ne abbia a scapitare, perché ciò a cui dobbiamo soprattutto badare al principio è di attendere alla sua esclusiva formazione e far conto che sulla terra non ci siano altri che Dio e l’anima: questo sarà molto utile.

10. Un’altra tentazione presenta il demonio (e tutte hanno tale apparenza di zelo virtuoso che è necessario conoscerle e procedere con attenzione): consiste nell’affliggersi per i peccati e per le colpe che si vedono negli altri. Il demonio fa credere che sia solo una sofferenza nata dal desiderio che non si offenda Dio e dal dolore del suo onore vilipeso, a cui si dovrebbe porre subito rimedio. Ciò turba tanto da impedire di concentrarsi nell’orazione: e il maggior danno è pensare che sia virtù, perfezione e grande fervore di amor divino. Non mi riferisco, qui, alla pena che procurano i peccati pubblici, se diventati abituali in una Congregazione, o i mali che recano alla Chiesa le attuali eresie in cui vediamo perdersi tante anime, perché questa pena è molto buona e, come tale, non genera inquietudine. Ma la cosa più sicura per l’anima che si dia all’orazione è dimenticarsi di tutto e di tutti, attendendo a se stessa e ad accontentare Dio. Questo è molto importante perché, se dovessi dire gli errori che ho visto commettere nella fiducia della propria buona intenzione, non la finirei più. Procuriamo dunque di apprezzare le virtù e le buone opere che vedremo negli altri e coprire i loro difetti pensando ai nostri grandi peccati. È un modo di procedere che, anche se non raggiunge subito la perfezione, ci fa conquistare una grande virtù, quella di stimare gli altri migliori di noi; essa ha inizio proprio da qui, s’intende col favore di Dio, necessario in tutto – e, quando manca, sono inutili le nostre diligenze –, che dobbiamo supplicare di darci tale virtù, perché, se ci adopereremo con tutte le nostre forze a questo scopo egli, che non manca a nessuno, ce la darà.

11. Badino a questo consiglio anche coloro che argomentano con l’intelletto, traendo da un solo pensiero molte riflessioni e molti concetti; giacché a coloro che non possono operare con l’intelletto, come accadeva a me, non c’è da consigliare altro se non che abbiano pazienza fino a che il Signore dia loro di che occuparsi e luce per farlo. Possono così poco da sé che l’intelletto, invece di aiutarli, li impaccia. Ritornando dunque a quelli che discorrono con l’intelletto, dico che non devono spendere tutto il tempo in questo perché, anche se è molto meritorio, non sembra loro – essendo l’orazione fonte di gioia – che ci debba essere giorno di domenica né un istante di tregua dal lavoro (subito credono di perder il tempo, mentre io considero gran guadagno questa perdita). Invece, come ho detto, immaginino di essere alla presenza di Cristo e, senza stancare l’intelletto, restino a parlargli e a godere di lui, senza affaticarsi, ripeto, a far ragionamenti, ma esponendogli i bisogni spirituali, consapevoli d’essere indegni che egli sopporti di farli stare alla sua presenza. Ora facciano una considerazione, ora un’altra, perché l’anima non si stanchi di nutrirsi sempre d’un cibo. Sono cibi assai gustosi e proficui; se ci abituassimo a nutrirci di essi, ne avremmo un grande sostentamento per dar vita all’anima, e molti altri vantaggi.

12. Voglio spiegarmi meglio, perché queste cose di orazione sono tutte astruse e, se non si trova un maestro, assai difficili a capirsi; ciò fa sì che, pur volendo essere breve – e per la perspicacia di chi mi ha ordinato di scriverne sarebbe bastato solo appena accennarvi –, la mia incapacità non mi consente di dire e far capire in poche parole una cosa che è tanto importante spiegare bene. Siccome io ho sofferto molto, mi fa pena chi comincia a darsi all’orazione solo con l’aiuto di libri, essendo incredibile quanto sia diverso quello che si capisce dai libri da quello che poi si vede con l’esperienza. Ritornando dunque a ciò di cui parlavo, mettiamoci a meditare su un brano della passione, per esempio quello della flagellazione del Signore legato alla colonna. L’intelletto deve indagare i motivi, che s’indovinano, dei grandi dolori e della pena sofferta da Sua Maestà in quell’abbandono, e molte altre cose che potrà dedurre da questo passo, se il suo intelletto sa ragionare o se è persona dotta. È, questo, il modo di orazione in cui tutti devono cominciare, proseguire e finire, cammino eccellente e sicuro in sommo grado, fino a che il Signore non ci elevi ad altre cose soprannaturali.

13. Dico «tutti», ma ci sono molte anime che traggono più profitto da altre meditazioni che non da quelle della divina passione; perché allo stesso modo in cui vi sono molte dimore nel cielo, vi sono anche molte vie spirituali. Alcune persone traggono profitto dal considerarsi nell’inferno, altre nel cielo – e si abbattono nel pensare all’inferno –, altre dal meditare sulla morte. Alcune, di cuore tenero, provano gran travaglio nel pensare sempre alla passione e, invece, sollievo e profitto nel considerare la potenza e la grandezza di Dio nelle creature, l’amore che ha avuto per noi e che si rivela in tutte le cose. Ed è, questo, un modo mirabile di procedere, purché non si tralasci troppo la passione e la vita di Cristo, da cui ci è venuto e ci viene ogni bene.

14. È necessario che chi comincia ascolti consigli, per vedere da dove può trarre maggior frutto. Per questo bisogna che ci sia un maestro, purché abbia molta esperienza; perché, se non l’ha, può errare grandemente e guidare un’anima senza capirla né lasciare che essa stessa s’intenda; l’anima, infatti, sapendo che è grande merito sottostare al maestro, non osa scostarsi da ciò che le comanda. Io mi sono incontrata con anime soffocate e afflitte per l’inesperienza di chi le guidava, e ne ho avuto pena; qualcuna, persino, non sapeva più che cosa fare di sé perché, se non s’intende lo spirito, si affliggono l’anima e il corpo e si impedisce il progresso. Ne conobbi una il cui maestro da otto anni la costringeva a non uscire dal proprio conoscimento, mentre il Signore l’aveva già elevata all’orazione di quiete, e pertanto soffriva molto.

15. Tuttavia, la meditazione sulla conoscenza di sé non si deve mai tralasciare, perché non c’è anima che nel cammino dello spirito sia così gigante da non aver bisogno di ritornare spesso a essere bambina e a succhiare il latte materno (questo non lo si dimentichi mai, e forse lo dirò più volte, perché ha molta importanza), non essendoci uno stato di orazione così elevato che spesso non sia necessario rifarsi dal principio. La conoscenza di sé e dei propri peccati è il pane che in questo cammino dell’orazione si deve mangiare con tutti i cibi, anche con i più delicati, e senza di esso non ci si può sostenere. Ma si deve mangiare con discrezione, perché quando un’anima si vede ormai piena di devozione e capisce chiaramente di non aver nulla di buono, per s stessa, e si sente confusa di vergogna davanti a sì gran Re, vedendo quanto poco lo paghi per il molto che gli deve, che bisogno c’è di sprecare il tempo in questo? Dobbiamo, invece, passare ad altre cose che il Signore ci pone innanzi e che non vi è ragione di tralasciare, perché Sua Maestà sa meglio di noi ciò di cui ci conviene nutrirci.

16. Sicché è molto importante che il maestro sia avveduto, cioè di buon senso, e che abbia esperienza; se, in più, ha dottrina, è assai grande fortuna, ma se queste tre qualità non si possono trovare insieme, le più importanti sono le prime due, perché, avendone bisogno, i dotti a cui aprire il proprio animo si possono sempre trovare. Dico che ai principianti giova poco la dottrina, se non hanno spirito di orazione. Non dico con questo che non si debba trattare con i dotti, anzi, piuttosto che un’anima non proceda in base alla verità, preferisco che sia senza orazione. E la scienza è gran cosa, perché dà insegnamenti e luce a noi che poco sappiamo, sì che, giunti alle verità della sacra Scrittura, facciamo ciò che dobbiamo. Dio ci liberi dall’attendere a devozioni stolte.

17. Voglio spiegarmi meglio, perché mi sembra d’essermi perduta in molte cose. Ho avuto sempre questo difetto, di non essere capace di farmi capire – come ho detto – se non a prezzo di molte parole. Supponiamo, dunque, che una monaca cominci a fare orazione. Se chi la guida è un uomo semplice e gliene salta il ticchio, le farà credere che è meglio ubbidire a lui che al suo superiore e, senza malizia, ma pensando d’indovinarla, perché, se non è un religioso, gli sembra che si debba fare così. Se poi è una donna sposata, le dirà che è meglio, anche quando dovrebbe attendere alla casa, stare in orazione, benché abbia a scontentare suo marito; e così non saprà disporre il tempo né le cose perché vadano per la giusta via. Mancando egli di luce, non può darla agli altri, pur desiderandolo. Sebbene per queste cose non sembri che occorra lo studio, la mia opinione è sempre stata, come sempre lo sarà, che ogni cristiano cerchi possibilmente di trattare con chi ne sia ben fornito, e quanto più, tanto meglio; quelli che seguono il cammino dell’orazione ne hanno maggior bisogno degli altri, e più spirituali essi sono, più aumenta tale necessità.

18. Né ci si illuda dicendo che gli studiosi senza orazione non son fatti per chi la pratica (io ne ho trattati parecchi, in quanto da alcuni anni a questa parte mi sono adoperata a cercarli, stretta da maggior necessità, e sono sempre stata loro amica) perché, anche se alcuni non ne hanno esperienza, non rifuggono dalle cose spirituali né le ignorano. Infatti nella sacra Scrittura, che hanno continuamente tra mano, trovano sempre le verità attinenti allo spirito buono. Sono convinta che una persona di orazione che tratti con uomini dotti, se non lo vuole lei stessa, non sarà mai ingannata dal demonio con illusioni, perché credo che il demonio tema grandemente la scienza umile e virtuosa, sapendo che a causa di essa verrà scoperto e ne avrà la peggio.

19. Ho detto questo perché si crede che i dotti non siano fatti per gente di orazione, se non sono dotati di tale spirito. Certo, ripeto che è necessario un direttore spirituale, ma se egli non è un dotto, il danno è grave. Sarà di molto aiuto trattare con i dotti, purché siano virtuosi: anche se non hanno uno spirito di orazione, se ne trarrà vantaggio, perché Dio farà loro capire quello che devono insegnare, e li renderà perfino spirituali, perché possano giovarci. Parlo per mia personale esperienza, essendomi accaduto così con più di due persone. Dico pertanto che quando un’anima si rimette totalmente alla guida di un solo maestro, sbaglia molto se non lo cerca come l’ho descritto. Se è persona religiosa, deve già sottostare al suo prelato, cui può darsi che manchino le tre suddette qualità – e non sarà piccola croce – senza dovere, per giunta, andare di sua volontà a sottomettere il proprio giudizio a chi non sia avveduto. Questo io non sono mai riuscita a farlo, né mi sembra che convenga farlo. Se invece è secolare, ringrazi Dio di potersi scegliere la persona alla cui guida sottomettersi, e non perda questa santa libertà. È preferibile rimanere senza guida, finché non si trovi chi fa al caso, e il Signore concederà certo di trovarlo, se si procede in tutta umiltà e con desiderio di riuscire. Io lo lodo grandemente, e dovremmo sempre rendergli infinite grazie, noi donne e coloro che non hanno istruzione, per il fatto che ci sia chi, a costo di tante fatiche, ha raggiunto quella verità che noi, gente incolta, ignoriamo.

20. Molte volte mi stupisce la fatica che ai dotti, specialmente religiosi, è costato acquistare quella scienza della quale, senz’altra fatica se non quella di farne richiesta, io posso giovarmi. E pensare che ci sono persone che non vogliono approfittarne! Non lo permetta Iddio! Vedo quei religiosi costretti ai rigori della regola, che son grandi, con penitenze, cattivo nutrimento, soggetti all’obbedienza – il che alcune volte mi riempie, non c’è dubbio, di confusione –, con l’aggiunta di dormir male, affaticarsi sempre, ovunque trascinare la croce. Mi sembra davvero deprecabile che qualcuno, per sua colpa, perda un bene così grande. Ed è mai possibile che noi, che siamo liberi da queste sofferenze, e ci sediamo a tavola apparecchiata, come si dice, e viviamo a nostro agio, per il fatto di dedicarci un po’ di più all’orazione, dobbiamo aver la meglio su tante fatiche?

21. Siate benedetto, o Signore, per avermi fatto così inutile e incapace! Ma siate soprattutto benedetto perché spronate tante anime ad illuminarci. Dovremmo pregare incessantemente per chi ci illumina. Che saremmo senza di esse fra così grandi tempeste, come sono quelle che oggi sconvolgono la Chiesa? Se alcuni si sono mostrati infedeli, rifulgerà maggiormente la luce dei buoni. Piaccia al Signore di reggerli con la sua mano e di aiutarli affinché aiutino noi! Amen.

22. Mi sono molto dilungata dal soggetto di cui avevo cominciato a parlare, ma ogni soggetto è utile ai principianti, affinché possano avviarsi per un cammino così alto, in modo da rimanere sempre sulla retta via. Tornando, dunque, a quanto dicevo sulla meditazione della flagellazione di Cristo legato alla colonna, è bene fermarsi un momento a considerare le pene che ivi soffrì, perché le soffrì, chi è colui che le soffrì e l’amore con cui le soffrì, ma senza stancarsi a cercare queste considerazioni, stando soltanto lì con lui e facendo tacere l’intelletto. Se si può, occuparlo nel considerare che egli ci guarda, e fargli compagnia, parlargli, supplicarlo, umiliarci e deliziarci con lui, ricordando che non siamo degni di stare lì. Quando un’anima può far ciò, anche se è al principio della pratica di orazione, ne trarrà gran profitto, perché questo modo di pregare è assai vantaggioso, per lo meno tale è stato per la mia anima. Non so se riesco a spiegarmi; vostra paternità lo vedrà. Piaccia al Signore che io riesca sempre a contentarlo! Amen.

   

CAPITOLO 14

Comincia a spiegare il secondo grado di orazione, in cui il Signore concede già all’anima di sentire dolcezze particolari. La spiegazione tende a illustrare come siano ormai favori soprannaturali. È un capitolo degno di nota.

 

1. Poiché si è ormai detto con quanta fatica venga innaffiato questo giardino, quando a forza di braccia occorre cavar l’acqua dal pozzo, parliamo ora del secondo modo di tirar fuori l’acqua, preparato dal padrone del giardino in modo che, mediante il meccanismo di una ruota e di tubature, il giardiniere possa trarre più acqua con minor fatica, e possa riposarsi, senza bisogno di stare in continuo lavoro. Ebbene, questo modo, applicato all’orazione detta di quiete, è quello di cui ora voglio parlare.

2. A questo punto l’anima comincia a raccogliersi e raggiungere ormai uno stato soprannaturale a cui in nessun modo potrebbe arrivare con le sue forze, per quanto impegno mettesse. È vero che sembra che si sia alquanto stancata nel girare la ruota e lavorare d’intelletto per riempire i canali, ma ora l’acqua è più alta, perciò si lavora meno che a tirarla su dal pozzo; intendo dire che l’acqua è più vicina, perché la grazia si manifesta all’anima più chiaramente. Ciò determina un raccogliersi delle potenze spirituali in se stesse per godere meglio di quella gioia, ma non si perdono né si addormentano; soltanto la volontà agisce, in modo tale, però, che – senza sapere come – resta prigioniera, ossia acconsente ad essere incarcerata da Dio, come chi sa bene di essere prigioniero di chi ama. Oh, Gesù e Signor mio, com’è potente il vostro amore! Esso tiene il nostro così avvinto a sé, da non lasciargli libertà di amare in quel momento nient’altro che voi.

3. Le altre due potenze aiutano la volontà a diventare capace di godere di un bene così grande, sebbene alcune volte, quando la volontà è unita a Dio, accade che le siano di grande ostacolo. Ma allora la volontà non badi ad esse, standosene nel suo godimento e nella sua pace perché, se cercasse di raccoglierle, sarebbe una perdita per sé e per loro. Sono esse, infatti, come certe colombe che non si accontentano del cibo che ricevono senza fatica dal padrone della colombaia e vanno a cercarselo altrove, ma lo trovano così cattivo che tornano indietro. Altrettanto avviene delle altre facoltà: esse vanno e vengono, sperando che la volontà dia loro qualcosa di ciò che gode. Se il Signore vuole gettare ad esse un po’ di cibo, si fermano, altrimenti tornano a cercarlo: forse pensano di giovare alla volontà, mentre a volte, quando la memoria o l’immaginazione vogliono rappresentarle ciò che sta godendo, le fanno un danno. Bisogna, quindi, regolarsi in questi casi come dirò.

4. Tutto quello che ora avviene comporta grandissima letizia e così poca fatica che l’orazione non stanca, anche se dura a lungo, perché l’intelletto qui opera molto lentamente ed estrae assai più acqua di quella che non estraesse dal pozzo; le lacrime che qui Dio ci dà sono lacrime di gioia e, benché si sentano, sgorgano spontaneamente.

5. Quest’acqua di grandi favori e grazie che qui il Signore ci dona fa crescere le virtù in modo incomparabilmente maggiore che nella precedente orazione, perché l’anima va ormai elevandosi dalla sua miseria e va acquistando già una qualche conoscenza delle delizie del cielo. Credo che questa conoscenza la faccia maggiormente progredire e anche giungere più vicino alla vera virtù da cui derivano tutte le virtù, che è Dio. Infatti, Sua Maestà comincia a comunicarsi a quest’anima e vuole che essa lo senta. Arrivati a questo punto, si comincia subito a perdere l’avidità delle cose terrene, e poche grazie! Perché si vede chiaramente che quaggiù non si può avere neanche per un attimo quella gioia, né ci sono ricchezze, potenze, onori, piaceri che bastino a darci un solo istante di questa gioia, essendo un godimento vero che ci soddisfa pienamente. Nelle cose terrene è un miracolo, mi pare, intendere dove stia questa gioia, perché non manca mai un motivo di dubbio o di contrasto, mentre qui tutto è positivo, in quel momento. Un motivo di delusione verrà dopo, vedendo che quella gioia è finita e non si può né si sa come recuperarla; perché allora, se il Signore non vuole ridarla, poco giova farsi a pezzi con penitenze, orazioni e ogni genere di mortificazioni. Dio, nella sua grandezza, vuole che quest’anima intenda che Sua Maestà le è così vicino da non esservi più bisogno dell’invio di messaggeri: occorre solo che essa parli con lui e senza bisogno di emettere la voce, perché egli ormai le sta così vicino che dal movimento delle labbra la intende.

6. Sembra inopportuno dir questo, perché sappiamo che sempre il Signore ci ascolta ed è in noi. Non c’è dubbio che sia così, ma questo nostro Imperatore e Signore vuole che noi, a questo punto, comprendiamo che egli ci ascolta e quali siano gli effetti della sua presenza, e il suo particolare desiderio di cominciare a operare nell’anima, dandole grandi soddisfazioni interiori ed esteriori e facendole capire la differenza che, come ho detto, passa fra tali gioie e diletti e quelli del mondo. E così sembra riempire il vuoto che a causa dei nostri peccati avevamo fatto nella nostra anima. Questa soddisfazione alberga nella parte più intima dell’anima, che non sa da dove né in che modo le venga, né sa, spesso, cosa fare, né cosa volere, né cosa chiedere. Le sembra di aver trovato tutti i beni riuniti insieme e non sa che cosa ha trovato, e nemmeno io so come farlo capire, perché, per molte cose, sarebbe necessario aver studiato. Ora, per esempio, sarebbe stato bene spiegare che cosa siano le grazie generali e quelle particolari, perché ci sono molti che lo ignorano, e come il Signore voglia che qui l’anima veda con i propri occhi, come si dice, queste grazie particolari. Inoltre, la scienza mi sarebbe stata utile per molte altre cose che saranno forse errate; ma, poiché dovranno essere rivedute da persone che sanno riconoscere gli errori, sono tranquilla, perché so di poterlo essere, sia per quanto riguarda la forma, sia per quanto riguarda il concetto; sono infatti sicura che coloro ai quali lo scritto andrà in mano, sapranno vedere quanto vi è di errato e lo toglieranno.

7. Vorrei proprio riuscire a spiegare queste cose, perché si tratta degli inizi, e quando il Signore comincia a elargire tali grazie, l’anima stessa non le capisce né sa come regolarsi. Infatti, se il Signore la conduce per la via del timore, come ha fatto con me, e non c’è chi la intenda, soffre una gran pena, mentre le darebbe molta gioia vedersi descritta al vivo, in modo da rendersi conto chiaramente della via che segue. È molto utile, in ogni grado di orazione, sapere quel che si deve fare per poter progredire. Per non sapere cosa fare, ho sofferto molto e ho perduto molto tempo, e mi fanno gran pena le anime che, giunte a questo punto, si trovano sole. Pur avendo letto molti libri spirituali ho visto che essi, anche se toccano l’argomento in causa, spiegano ben poco, e se l’anima non ha molta esperienza, avrà da sforzarsi molto per comprendersi.

8. Desidererei vivamente che il Signore mi aiutasse a descrivere gli effetti prodotti nell’anima da quei favori che già cominciano a essere soprannaturali, affinché si possa capire da tali effetti se vengono dallo spirito di Dio. Dico «si possa capire», per quanto è possibile intendere su questa terra, ma è sempre bene procedere con timore e cautela perché, anche se vengono da Dio, a volte il demonio può trasfigurarsi in angelo di luce, e se l’anima non ha molta esperienza, non se ne accorgerà; deve avere davvero molta esperienza perché, per accorgersene, bisogna essere giunti quasi al sommo dell’orazione. Non mi è certo di aiuto, per questo lavoro, la ristrettezza del tempo – e così è necessario che Sua Maestà faccia quello che io non posso fare –, perché devo seguire la comunità e attendere a molte occupazioni (trovandomi in una casa di nuova fondazione, come si vedrà in seguito): pertanto scrivo molto irregolarmente e a brevi intervalli. Vorrei che m’aiutasse lui, perché quando il Signore ispira, si scrive più facilmente e con maggior chiarezza, come se si avesse davanti un modello e si dovesse far solo il lavoro di ricopiarlo. Ma se manca l’ispirazione, adattare un linguaggio a queste cose è più difficile che l’esprimersi in arabo, per così dire, anche se si sia praticata per molti anni l’orazione. Pertanto, mi sembra un grandissimo vantaggio, quando parlo di un grado di orazione, trovarmi in esso, vedendo chiaramente che non sono io a parlare, perché non dispongo i concetti con l’intelletto né, dopo, so come sia riuscita ad esprimerli. Questo mi accade molte volte.

9. Torniamo ora al nostro orto o giardino e vediamo come comincino questi alberi a riempirsi di linfa per fiorire e poi fruttificare, e così i fiori e i garofani, per dar profumo. Questo paragone mi piace, perché molte volte, agli inizi (e piaccia al Signore che io abbia ora cominciato a servire davvero Sua Maestà! Agli «inizi», intendo dire, di quella parte della mia vita di cui parlerò da qui in avanti) mi procurava grande gioia considerare la mia anima come un giardino in cui il Signore passeggiava. Lo supplicavo di aumentare il profumo dei piccoli fiori di virtù che sembravano sul punto di sbocciare, e di nutrirli, per amore della sua gloria – poiché io non volevo nulla per me –, tagliando quelli che voleva, poiché io sapevo bene che sarebbero cresciuti più belli. Dico «tagliare», perché in certi momenti nell’anima non c’è ricordo di questo giardino; sembra che sia completamente secco e che non debba esserci acqua per alimentarlo, né che ci sia mai stato nell’anima alcun germe di virtù. Si prova allora grande sofferenza, perché il Signore vuole che al povero giardiniere sembri perduto tutto ciò che ha fatto per alimentare e innaffiare il giardino. Allora è davvero il momento di sarchiare e sradicare le erbacce rimaste, per piccole che siano, di riconoscere che non ci sono diligenze che bastino, se Dio ci priva dell’acqua della sua grazia, e far poco conto del nostro nulla, anzi del nostro meno che nulla. Questo farà progredire l’anima nell’umiltà. I fiori torneranno a sbocciare.

10. Oh, mio Signore e mio bene! Io non posso dire questo senza lacrime e grande gioia della mia anima, se penso che voi vogliate, Signore, starvene così con noi, quando già siete presente nel santissimo Sacramento, come dobbiamo credere in modo certo, perché è così. In tutta verità, ci è lecito, dunque, fare questo paragone, che se non è per colpa nostra, possiamo godere di voi come voi di noi, poiché avete detto che la vostra delizia è stare con i figli degli uomini. Oh, Signor mio! cosa è mai questo? Ogni volta che ascolto queste parole ne provo gran conforto, e ciò anche quando ero assai colpevole. È possibile, Signore, che ci sia un’anima la quale, giunta a ricevere da voi simili grazie e doni, e a capire che voi godete di essa, torni ad offendervi, dopo tanti favori e così grandi prove del vostro amore, da non poter dubitare di esso, vedendone chiaramente le opere in sé? Sì, c’è sicuramente, e non una, ma molte volte l’ha fatto, e sono io. Piaccia alla vostra bontà, Signore, che sia io sola l’ingrata, quella che ha commesso così grande iniquità, che si è resa colpevole di così smisurata ingratitudine; anche da lei, però, la vostra infinita bontà ha già ricavato qualche bene: quanto maggiore è il male, tanto più risplende il bene delle vostre misericordie. E con quanta ragione io le posso cantare per sempre!

11. Vi supplico, mio Dio, di concedermi che ciò avvenga e che io possa cantarle in eterno, visto che vi siete compiaciuto di elargirmele così straordinariamente grandi da meravigliare coloro che le vedono e far spesso trasecolare me che allora mi effondo nelle vostre lodi, poiché sola e senza di voi io non potrei far altro che strappare di nuovo i fiori del mio giardino, in modo che questa mia terra miserabile si ridurrebbe allo stato di un letamaio come prima. Non permettetelo, Signore, né vogliate che si perda un’anima che a prezzo di tante sofferenze avete redento e che tante volte siete tornato a riscattare strappandola alle fauci dello spaventoso dragone.

12. La signoria vostra, padre, mi perdoni se divago dal mio soggetto e non se ne meravigli, poiché parlo di cose che mi riguardano. L’anima è così presa da ciò che scrive che, a volte, le è difficile non continuare nelle lodi di Dio in quanto, scrivendo, ripensa al molto che gli deve. Spero che la signoria vostra non ne sarà scontento, perché mi sembra che entrambi possiamo innalzare lo stesso canto, anche se in maniera differente; è, infatti, molto più quello che io devo al Dio, il quale mi ha perdonato di più, come la signoria vostra sa.

 

 

CAPITOLO 15

Prosegue nel medesimo argomento e dà alcuni consigli circa il modo di procedere nell’orazione di quiete. Dice che ci sono molte anime che giungono a questo grado di orazione, ma poche lo oltrepassano. Le cose di cui si parla qui sono molto necessarie e utili.

 

1. Adesso torniamo al nostro argomento. Questa quiete e raccoglimento dell’anima sono cose che si avvertono chiaramente per la pace e l’appagamento che producono, con grandissima gioia e riposo delle potenze spirituali e con soavissimo godimento. Sembra all’anima, non essendo mai giunta più in alto, che non le resti altro da desiderare e molto volentieri direbbe con Pietro che lì è il luogo dove fissare la sua dimora. Non osa muoversi né spostarsi, perché le sembra che quel bene le debba sfuggire di tra le mani; a volte non vorrebbe nemmeno respirare. Poveretta, non capisce che, come non poté far nulla per attirarsi quel bene, meno ancora potrà fare per conservarlo più di quanto il Signore vorrà. Ho già detto che in questa orazione di raccoglimento e di quiete non mancano di agire le potenze dell’anima; ma l’anima è così appagata di Dio che, mentre dura tale stato, anche se la memoria e l’intelletto si scombussolano, poiché la volontà è unita a Dio non perde la pace e la tranquillità, anzi a poco a poco essa riporta al raccoglimento l’intelletto e la memoria. Infatti, benché non sia del tutto immersa in Dio, è così occupata a contemplarlo, senza saper come, che le altre due potenze, per quanti sforzi facciano, non possono toglierle il suo appagamento e la sua gioia; tanto più che, senza molta fatica, essa si va adoperando perché questa piccola scintilla di amore di Dio non si spenga.

2. Piaccia a Sua Maestà di darmi grazia di far ben comprendere questa cosa, perché sono molte, moltissime le anime che arrivano a questo stato, e poche quelle che vanno avanti e non so di chi sia la colpa. Certamente non è Dio a venir meno, poiché se Sua Maestà dà la grazia di giungere fin qui, non credo che cesserà di concederne molte altre, se non a causa della nostra colpa. È molto importante che l’anima, arrivata a questo punto, si renda conto della grande dignità del suo stato, della somma grazia che il Signore le ha fatto, e di come ben a ragione debba distaccarsi dalla terra, visto che la sua bontà sembra renderla ormai cittadina del cielo, se non resta quaggiù per sua colpa. Sventurata lei se torna indietro! Io penso che sarà per precipitare in basso – come avrei fatto io, se la misericordia del Signore non mi avesse salvata – perché nella maggior parte dei casi ciò avverrà, io credo, per gravi colpe, essendo impossibile lasciare un sì gran bene senz’essere accecati da un grave male.

3. Prego pertanto, per amore del Signore, le anime alle quali Sua Maestà ha concesso così grande grazia di giungere a questo stato, di conoscersi bene e di valutarsi molto, con un’umile e santa presunzione, per non ritornare alle pentole d’Egitto. Se per debolezza e perversità, per indole misera e vile, ricadessero – come feci io –, abbiano sempre presente il bene perduto, siano diffidenti e camminino con timore, perché ne hanno motivo, perché se non tornano all’orazione andranno di male in peggio. Questa io chiamo vera caduta, abbandonare la strada che è stata fonte di tanto bene. Parlando a queste anime non dico già che non debbano più offendere Dio e non cadere in peccato (anche se sarebbe giusto che chi ha cominciato a ricevere tali grazie se ne guardasse bene, ma siamo tanto miserabili!). quello che raccomando vivamente è di non lasciare l’orazione, perché è lì dove si capisce ciò che si fa e dove si riceve dal Signore la grazia del pentimento e la forza per rialzarsi. Mi si creda, mi si creda davvero: allontanandosi dall’orazione, si corre grave pericolo. Non so se dico bene, perché – come ho già fatto osservare – giudico in base alla mia esperienza.

4. È, dunque, questa orazione una piccola scintilla del vero amore di Dio che il Signore comincia ad accendere nell’anima, volendo che essa intenda gradatamente in che cosa consista quest’amore pieno di dolcezze. La quiete e il raccoglimento, ossia tale piccola scintilla, se viene dallo spirito di Dio e non è un piacere suscitato dal demonio o prodotto dai nostri sforzi (per quanto riesca impossibile a chi ha esperienza non capire subito che non è cosa da potersi acquistare da noi stessi, ma la nostra natura è così avida di piaceri che fa ogni tentativo per alimentarla, pur restando assai presto senza alcun calore, perché per quanto voglia attivare il fuoco così da ottenere questo piacere, sembra non faccia altro che gettarci acqua per smorzarlo) se, dunque, questa piccola scintilla è accesa da Dio, per piccola che sia, scoppietta ben forte, e se non la soffochiamo per colpa nostra, è lei a dar l’avvio al grande fuoco dell’ardente amor di Dio che sprigiona fiamme, come dirò a suo luogo, e che Sua Maestà suscita nelle anime perfette.

5. È, questa scintilla, un segno e un pegno che Dio dà all’anima di averla scelta ormai per grandi cose, perché si prepari a riceverle, è un grande dono, molto più grande di quanto io possa dire. Ripeto, conosco molte anime che giungono fin qui, ma quelle che passano oltre, come dovrebbero, sono così poche che ho vergogna a dirlo; non già che siano poche in senso assoluto, anzi, devono essercene molte, perché se Dio ci sopporta, è per qualche cosa; dico solo quello che ho visto. Desidererei vivamente avvertirle di badare a non nascondere il loro talento, perché sembra che Dio le abbia scelte per profitto di molte altre, specialmente in questi tempi in cui sono necessari forti amici di Dio a sostegno dei deboli; pertanto, quelli che riconoscono in sé questa grazia, si reputino davvero tali, se sanno conformarsi alle leggi che richiede una buona amicizia anche nel mondo; altrimenti, come ho già detto, temano ed abbiano paura di far male a se stessi, e Dio voglia che sia soltanto a se stessi!

6. Ciò che deve fare l’anima durante l’orazione di quiete non è altro che attendervi con dolcezza e senza strepito. Chiamo «strepito» l’andar cercando con l’intelletto molte parole e considerazioni per render grazie di questo beneficio e rivangare il mucchio dei propri peccati e delle proprie mancanze per convincersi di non esserne degna. Tutto questo altera la quiete, perché l’intelletto si sforza di rappresentare le cose e la memoria si agita per ricordarle. Non c’è dubbio che queste due potenze a volte mi stanchino perché, pur avendo poca memoria, non mi riesce di dominarla. La volontà operi con calma e prudenza, e intenda che con Dio non si negozia bene a forza di braccia, e che questi ragionamenti sono come grossi pezzi di legna messi senza discernimento sulla scintilla per soffocarla; lo riconosca e con umiltà dica: «Signore, che posso fare io qui? Che ha da vedere la serva con il padrone e la terra con il cielo?» e altre parole d’amore che la circostanza le suggerisca, convinta della verità di quello che dice. E non badi all’intelletto, che è un seccatore, e se essa vuol renderlo partecipe di ciò che gode o si sforza di indurlo al raccoglimento – perché molte volte la volontà si troverà in quiete e unita a Dio, mentre l’intelletto sarà in gran scompiglio – è meglio che lo lasci andare, anziché corrergli dietro, e se ne stia a godere di quella grazia, raccolta in sé come ape prudente. Se, infatti, nell’alveare non entrasse nessuna ape e se ne andassero tutte per darsi la caccia a vicenda, difficilmente si potrebbe fare il miele.

7. L’anima, pertanto, se non fa attenzione a questo, perderà molto; specialmente se ha l’intelletto acuto, perché è allora quando esso comincia a coordinare discorsi e a cercar ragioni, pensando anche un pochino, se sono ben argomentate, di far qualcosa di buono. La sola ragione che qui può valere è intendere chiaramente che non ce n’è nessuna perché Dio ci faccia una grazia così grande, all’infuori, unicamente, della sua bontà. Cerchiamo di capire, piuttosto, che gli siamo molto vicini, chiediamo grazie a Sua Maestà e preghiamo per la Chiesa, per coloro che si raccomandano alle nostre preghiere e per le anime del purgatorio, non con rumore di parole, ma con vivo desiderio di essere esauditi. È un’orazione che comprende molte cose e mediante la quale si ottiene di più che con molti ragionamenti dell’intelletto. La volontà ridesti in sé alcune considerazioni offerte dalla stessa ragione nel vedersi tanto migliorata, per ravvivare il suo amore, e compia, insieme, alcuni atti d’amore chiedendosi, per esempio, che cosa debba fare per colui a cui deve tanto, senza peraltro – come ho detto – dar adito alla voce dell’intelletto, applicandolo alla ricerca di profonde ragioni. Giovano di più, a questo proposito, alcune pagliuzze poste qui con umiltà (e saranno meno che paglie, se le poniamo noi), che meglio attizzano il fuoco, anziché molta legna ammonticchiata con argomentazioni dottissime che – a nostro avviso – in un Credo soffocherebbero la fiamma. Questo avviso è utile per gli studiosi che mi hanno comandato di scrivere perché, essendo tutti, per la bontà di Dio, arrivati qui, può darsi che perdano il tempo in applicazioni della sacra Scrittura e, sebbene la dottrina sia loro di gran vantaggio prima e dopo, in questi momenti di orazione c’è ben poca necessità di essa, a mio parere, e serve solo ad indebolire la volontà, perché l’intelletto allora ha la percezione di essere vicino alla luce, con così assoluta chiarezza che anch’io, pur essendo quella che sono, sembro un’altra.

8. E così, stando in questa orazione di quiete, benché non capisca quasi nulla di ciò che recito in latino, specialmente del Salterio, mi è accaduto non solo di capire il versetto come suona in lingua volgare, ma anche di andare oltre e gioire di penetrare il senso del versetto stesso. Lasciamo stare il caso in cui dovessero predicare e insegnare, perché allora conviene servirsi della dottrina per aiutare quei poveretti di scarsa istruzione come me. La carità è sempre una gran cosa, soprattutto quella di giovare alle anime, facendolo apertamente per amor di Dio. Ma, in questi momenti di quiete lascino riposare l’anima nella sua pace, mettendo da parte le lettere; verrà il tempo di giovarsene al servizio del Signore, e di apprezzarle tanto che per nessun tesoro vorrebbero aver tralasciato di istruirsi, unicamente per servire Sua Maestà, essendo in ciò di molto aiuto per loro. Ma davanti alla sapienza infinita, mi credano, vale più un piccolo sforzo di umiltà e un atto di essa, che tutta la scienza del mondo. Qui non c’è da argomentare, ma da riconoscere sinceramente che cosa siamo e presentarci con semplicità davanti a Dio il quale vuole che l’anima si riveli sprovveduta, come lo è infatti al cospetto di lui, che si umilia tanto da sopportarla vicino a sé, pur essendo noi quello che siamo.

9. L’intelletto si muove anch’esso per ringraziare Dio in parole ornate, ma la volontà, tenendosi quieta e non osando nemmeno alzare gli occhi, come il pubblicano, farà più buon ringraziamento di quel che l’intelletto, mettendo a soqquadro la retorica, può forse fare. Infine, in questo stato non si deve lasciar del tutto l’orazione mentale, neppure certe preghiere orali, che alcune volte, volendolo e potendolo, si possono fare. Dico così perché, quando la quiete è profonda, difficilmente si può parlare, e lo si fa solo con grande sforzo. Si sente, a mio parere, quando lo spirito viene da Dio o è procurato da noi stessi con un inizio di devozione dataci da Dio e per la quale vogliamo, come ho detto, passare a questa quiete della volontà; in tal caso non produce alcun effetto, tutto finisce presto e si resta nell’aridità.

10. Se proviene dal demonio, ritengo che l’anima dotata di esperienza se ne accorgerà, perché lascia inquietudine, poca umiltà e poca disposizione per gli effetti prodotti dallo spirito di Dio, nessuna luce nell’intelletto né fermezza nella verità. Ma può fare poco o nessun danno, se l’anima indirizza a Dio la gioia e la dolcezza che prova in quello stato e pone in lui ogni suo pensiero e desiderio, come si è già dato avviso. Il demonio non può guadagnare nulla, anzi Dio permetterà che, a causa dello stesso diletto che produce nell’anima, perda molto, perché questa, pensando che venga da Dio, si darà spesso all’orazione, con vivo desiderio di lui. E se è un’anima umile e non curiosa, né ha cura dei diletti, ancorché spirituali, ma amante della croce, farà poco conto del piacere procurato dal demonio, mentre non potrà fare altrettanto se è spirito di Dio, che terrà, invece, in gran stima. Tutto ciò che presenta il demonio è una menzogna come lui, ma se vede che l’anima, per effetto di quel piacere e di quel diletto si umilia (perché di questo deve molto preoccuparsi: procurare in tutte le cose spirituali di uscirne con grande umiltà), non tornerà spesso all’assalto, vedendo che ne esce sconfitto.

11. Per questo e per molte altre ragioni, ho consigliato, parlando del primo grado di orazione – cioè il primo modo di attingere acqua –, che è importantissimo che le anime, entrando in orazione, comincino a distaccarsi da ogni genere di diletti e vi entrino risolute ad aiutare Cristo a portar la croce, come buoni cavalieri che senza soldo vogliono servire il loro re, ben sicuri di averne una ricompensa. Teniamo gli occhi costantemente fissi su quel vero ed eterno regno che aspiriamo a guadagnarci. È cosa molto importante averlo sempre presente, e specialmente in principio, mentre dopo si vedrà così chiaramente che, anziché cercare di ricordare la caducità delle cose di questo mondo, il nulla del tutto e il nessun conto che deve farsi del riposo terreno, sarà necessario, per vivere, dimenticarlo.

12. Sembra che queste considerazioni siano troppo terrene e lo sono, in verità, tanto che chi è già progredito nella perfezione terrebbe a disonore e si vergognerebbe se dovesse pensare di abbandonare i beni di questo mondo per il fatto che hanno fine, mentre, anche se durassero sempre, sarebbe felice di lasciarli per Dio; e con gioia tanto maggiore quanto più squisiti essi fossero, e più duraturi. In tali anime l’amore è ormai cresciuto ed è lui ad agire. Ma per i principianti tali considerazioni sono cosa di grandissima importanza – e non le ritengano vili, perché è grandissimo il vantaggio che se ne trae –; per questo insisto tanto. Ne avranno bisogno anche coloro che sono già molto avanti nell’orazione, in quelle circostanze in cui Dio vuol metterli alla prova e sembra che li abbandoni perché, come ho già detto e non vorrei che lo si dimenticasse, in questa vita che viviamo, anche se diciamo che l’anima cresce, e in verità cresce, non cresce come il corpo. Ma, mentre un bambino, dopo essere cresciuto ed aver acquistato una gran corporatura, preso ormai l’aspetto di un uomo, non torna a calare e ad avere un corpo di bambino, qui, invece, il Signore fa che questo avvenga (a quanto ho visto io per me, non so se per altri). Dev’essere per umiliarci a fin di bene e perché non ci accada di trascurarci mentre stiamo in questo esilio; pertanto, chi si trova più in alto, ha da temere di più e da fidarsi meno di sé. A volte, coloro la cui volontà è ormai così strettamente unita a quella di Dio che, pur di non commettere peccati, quando si vedono assaliti da tentazioni e presunzioni, si lascerebbero tormentare e soffrirebbero mille morti, per evitare il pericolo di offenderlo, hanno bisogno di giovarsi delle prime armi dell’orazione e tornare a pensare che tutto finisce e che c’è il cielo e l’inferno, e altre cose di tal genere.

13. Ritornando, dunque, a quello che dicevo, è fondamentale, per liberarsi dagli inganni e dai piaceri del demonio, avviarsi con decisione, fin dal principio, a seguire la via della croce, e a non desiderare altro, poiché nostro Signore stesso indica questo cammino di perfezione, dicendo: «Prendi la tua croce e seguimi». Egli è il nostro modello; non avrà nulla da temere chi segue i suoi consigli unicamente per compiacergli.

14. Dal profitto stesso che costaterà in sé, capirà che non è opera del demonio, perché, se anche tornerà a cadere, c’è una prova della presenza del Signore, ed è il fatto di rialzarsi presto, con altri segni che ora descriverò. Quando si tratta dello spirito di Dio, non è necessario andar cercando considerazioni da cui ricavare umiltà e confusione, perché è lo stesso Signore a darcele, in un modo assai diverso da quello con cui potremmo acquistarle mediante le nostre povere considerazioni, che non sono nulla in confronto della vera umiltà piena di luce che il Signore insegna, tale da generare una confusione che annienta. È notevolissima la conoscenza che Dio ci dà di noi stessi, affinché comprendiamo che non possediamo alcun bene di nostro; e tanto più chiaramente quanto più grandi saranno le sue grazie. Ci infonde un gran desiderio di progredire nell’orazione, e non lasciarla, per quante difficoltà possano sopravvenire. L’anima, pertanto, è disposta a tutto, sicura, pur con umiltà e timore, della sua salvezza. Non il timore servile, subito scacciato, ma, al suo posto, un sincero timore riverenziale, molto accresciuto. Vede nascere in sé un amor di Dio senza alcun interesse egoistico, desidera momenti di solitudine, per godere maggiormente di quel bene.

15. Infine, per non stancarmi, questa grazia è il principio di ogni bene, è il tempo in cui i fiori sono ormai sul punto di sbocciare. L’anima lo vede ben chiaramente e per nulla ormai potrà indursi a credere che Dio non sia stato con lei, fino a quando torni a costatare le proprie colpe e imperfezioni, ché allora teme di nuovo. Ed è bene che tema, sebbene ci siano alcune anime cui giova di più credere con certezza che quanto avviene è opera di Dio, che non tutti i timori possibili; perché, se per loro natura sono inclini all’amore e alla gratitudine, il ricordo della grazia ricevuta da Dio le farà tornare a lui più facilmente che non il pensiero di tutti i castighi dell’inferno; almeno così accadeva a me, benché tanto spregevole.

16. Siccome i segni dello spirito buono saranno descritti in seguito, non ne parlo ora qui, tanto più che mi costa molta fatica esporli con chiarezza. Credo che col favore di Dio riuscirò, in questo, a dir qualcosa di buono perché, a parte l’esperienza da cui ho imparato molto, sono cose su cui ho sentito alcune persone assai dotte e di gran santità, alle quali è doveroso prestar fede. Così le anime che per bontà di Dio arriveranno a questo stato potranno evitare le tribolazioni in cui mi sono trovata io.

CAPITOLO 16

Parla del terzo grado di orazione e spiega via via cose assai elevate: ciò che può fare l’anima che arriva a questo grado e gli effetti che operano tali grazie così grandi del Signore. È molto utile per elevare lo spirito a lodare il Signore e per consolare molto le anime che sono arrivate qui.

 

1. Cominciamo ora a parlare della terza acqua con cui si irriga questo giardino, cioè l’acqua corrente di fiume o di fonte. Ciò costa molto minor fatica, benché dia un po’ da fare immettere l’acqua nei canali. A questo punto il Signore vuole aiutare il giardiniere in modo tale da prenderne quasi il posto e far tutto lui. È come un sonno delle potenze dell’anima: esse non si perdono del tutto, ma non capiscono in che modo operino. Il piacere, la dolcezza e la gioia sono incomparabilmente maggiori di quelli dello stato precedente, perché l’acqua della grazia arriva alla gola, tanto che l’anima non può né sa come andare avanti né tornare indietro: vorrebbe godere dell’eccelsa gloria. È come uno con la candela in mano, cui manca poco per morire della morte tanto desiderata. In quell’agonia sta godendo con la maggiore gioia esprimibile: mi sembra che non sia altro se non un morire quasi completamente a tutte le cose del mondo e stare già godendo di Dio. Non so quali altri termini usare per dire e spiegare questo; l’anima non sa in tale stato cosa fare, se parlare o tacere, se ridere o piangere: è un glorioso delirio, una celeste follia, da cui si desume la vera sapienza, ed è, per l’anima, un modo di godere deliziosissimo.

2. Questa orazione il Signore me l’ha data largamente, credo cinque o sei anni fa, molte volte, ma siccome non la capivo, né l’avrei saputa esprimere, avevo deciso fra me, giunta a questo punto, di parlarne assai poco o nulla. Capivo bene che non era un’unione completa di tutte le potenze e vedevo anche molto chiaramente che era qualcosa di più della precedente, ma confesso che non sapevo precisare né intendere quale fosse questa differenza. Credo che si debba all’umiltà della signoria vostra, nel voler ricorrere a una persona così molto incapace come sono io, se il Signore mi ha concesso oggi, subito dopo la comunione, questa orazione, senza che io potessi far altro, e mi ha ispirato questi paragoni, insegnandomi il modo di esprimermi e ciò che in questo stato deve fare l’anima. Fui meravigliata di capire tutto in un attimo. Molte volte mi ero sentita come fuor di me, ebbra di quest’amore, e non avevo mai potuto intender come ciò avvenisse. Capivo bene che era opera di Dio, ma non riuscivo a capire come egli operasse perché, a dire il vero, le potenze gli sono quasi del tutto unite, ma non sono così assorbite in lui da non poter operare. Ho gioito moltissimo per averlo ora capito. Sia benedetto il Signore per avermi così favorita!

3. Qui le potenze non possono far altro che occuparsi completamente di Dio. Sembra che nessuna osi muoversi né potremmo smuoverle noi, a meno che con molto sforzo non volessimo distrarci, ma credo che neanche in tal caso potremmo riuscirci. Si dicono molte parole in onore di Dio, ma senza ordine (se il Signore stesso non vi pone ordine, perché l’intelletto qui non serve a nulla); l’anima vorrebbe gridare le sue lodi, e scoppia di gioia; è in preda a un’inquietudine piacevole. I fiori già sbocciano, già cominciano a emanare profumo. L’anima allora vorrebbe che tutti la vedessero e si accorgessero della sua gioia, per lodare Dio e aiutarla a glorificarlo e per renderli partecipi del suo gaudio, incapace di sopportarlo da sola. Mi sembra che sia come quella donna di cui parla il Vangelo che voleva chiamare e chiamava le vicine. Credo che tale sentimento doveva provare il re profeta Davide quando suonava e cantava sull’arpa le lodi di Dio. Di questo glorioso re io sono molto devota, e vorrei che lo fossero tutti, specialmente i peccatori come me.

4. Oh, mio Dio, come si sente mai un’anima che si trova in questo stato! Vorrebbe essere tutta lingua per lodare il Signore; dice mille santi spropositi, riuscendo sempre a contentare chi la tiene così. Io so di una persona alla quale, pur non essendo poetessa, accadeva di improvvisare strofe molto sentite nelle quali manifestava la sua pena; esse erano elaborate dal suo intelletto, ma erano solo uno sfogo dell’anima che, per godere maggiormente della gioia che una così deliziosa pena le dava, se ne lamentava con il suo Dio. Vorrebbe che tutto il suo corpo e la sua anima le si lacerassero per manifestare il godimento che in quella pena prova. Quali tormenti, allora, le si potranno presentare che non le sia piacevole affrontare per il suo Signore? Vede ora chiaramente che i martiri non ci mettevano niente del loro nel sopportare i tormenti, perché sa bene, l’anima, che la forza viene da un’altra parte. Ma quale sarà la sua pena nel rientrare in se stessa per vivere nel mondo e dover tornare alle cure e agli impegni che esso impone di adempiere! Mi sembra, pertanto, di non aver esagerato nel parlare, sempre in modo inadeguato, della gioia di cui il Signore vuole che in questo esilio goda un’anima. Siate per sempre benedetto, Signore, e tutte le creature vi lodino in eterno! Vogliate ora, mio Re, ve ne supplico, poiché quando scrivo queste cose non sono fuori di questa sana, celestiale follia, per vostra bontà e misericordia – avendomi voi fatto questa grazia senza alcun merito mio –, vogliate, dunque, che tutti coloro con cui dovrò trattare siano pazzi del vostro amore, o concedetemi di non trattare più con nessuno, o fate che io non tenga più in alcuna stima le cose del mondo, o tiratemi fuori da esso. Non può più, mio Dio, questa vostra serva sopportare tanti tormenti come quelli che soffre nel vedersi lontana da voi. Pertanto, se deve ancora vivere, non vuole riposo in questa vita e vi prega di non darglielo. Quest’anima vorrebbe sentirsi ormai libera; il mangiare la distrugge, il dormire l’angoscia; vede che il tempo le passa nel trascorrere una vita comoda, mentre nulla la può far vivere bene fuori di voi; le pare di vivere contro natura, perché ormai non vorrebbe più vivere in sé, ma in voi.

5. Oh, mio vero Signore e gloria mia, quale leggera e pesantissima croce avete preparato per coloro che giungono a questo stato! Leggera perché è soave, pesante perché arriva il momento in cui non si ha la capacità di sopportarla, eppure non si vorrebbe esserne liberi, se non fosse per vedersi già con voi. Se poi l’anima si ricorda che non vi ha servito in nulla e che, vivendo, vi può servire, vorrebbe caricarsi di una croce assai più pesante e non più morire sino alla fine del mondo. Non fa nessun conto del suo riposo, pur di rendervi un piccolo servizio; non sa che cosa desidera, ma bene intende che non desidera altra cosa che voi.

6. Oh, figlio mio (è così umile che vuole chiamarsi così colui al quale è diretto questo scritto, da lui stesso ordinatomi), tenete solo per voi le cose in cui vostra signoria veda che esco dai limiti, perché non c’è argomentazione valida a non farmi perdere il buon senso, allorché il Signore mi trae fuori di me stessa, né credo d’essere io a parlare da quando questa mattina mi sono comunicata; mi sembra un sogno quello che vedo e non vorrei vedere altro che anime malate della stessa malattia della quale ora io soffro. Supplico la signoria vostra: diventiamo tutti pazzi per amore di colui che per nostro amore fu chiamato tale! La signoria vostra dice di amarmi, voglio che me lo dimostri col disporsi a ricevere da Dio questa grazia; perché pochissimi sono coloro che io non veda pieni di eccessiva prudenza per ciò che loro conviene. Può anche darsi che io ne abbia più di tutti; non me lo permetta la signoria vostra, padre mio, che mi è anche padre oltre che figlio, perché è il mio confessore, colui al quale ho affidato la mia anima, e mi disinganni con saggia franchezza, che oggi nel mondo è così poco di moda.

7. Vorrei che tra noi cinque, che ora ci amiamo in Cristo, stabilissimo un accordo e, come altri oggi si uniscono in segreto per andare contro la Maestà divina e ordire cattiverie ed eresie, cercassimo di riunirci alcune volte per disingannarci reciprocamente, avanzare proposte circa il nostro possibile emendamento e compiacere meglio Dio, poiché non c’è nessuno che conosca così bene se stesso come ci conoscono quelli che ci guardano dal di fuori, se lo fanno con amore e con l’occhio sempre attento al nostro profitto. Però, dovremmo riunirci «in segreto» perché un tale linguaggio è fuori moda. Perfino i predicatori compongono i loro sermoni in maniera da non scontentare nessuno. L’intenzione sarà buona e sarà anche bene agire così, ma in tal modo pochi si emenderanno. Perché mai non sono molti quelli che per le prediche lasciano i pubblici vizi? Sa che cosa ne penso? Perché coloro che predicano hanno troppa prudenza. Non la perdono poiché non ardono del gran fuoco dell’amore di Dio, di cui ardevano gli apostoli, e così la loro fiamma scalda poco. Io non dico che debba essere così grande come quella degli apostoli, ma vorrei che fosse più viva di quello che vedo. Sa la signoria vostra cosa sarebbe di molta importanza a questo scopo? Aver in odio la vita e in poca stima l’onore: agli apostoli non importava, pur di dire una verità e sostenerla a gloria di Dio, perdere o guadagnare; infatti, chi sinceramente rischia tutto per Dio, tollera con lo stesso animo l’una e l’altra cosa. Non dico che io sia tale, ma vorrei esserlo.

8. Oh, che gran libertà considerare una schiavitù dover vivere e trattare secondo le leggi del mondo! Non appena la si ottenga dal Signore, non c’è schiavo che non rischi tutto per riscattarsi e tornare in patria. Siccome è questa la vera strada, non bisogna fermarsi nel percorrerla, non potendosi mai raggiungere così gran tesoro finché non sia finita la vita. Il Signore ci dia, a tal fine, il suo aiuto. La signoria vostra strappi quanto ho scritto, se le sembra opportuno, oppure lo consideri come una lettera per lei, e mi perdoni l’eccessiva temerità.

 

CAPITOLO 17

Continua a parlare di questo terzo grado di orazione. Finisce di esporre gli effetti che produce e dice quanto siano qui di ostacolo l’immaginazione e la memoria.

 

1. Ho parlato entro ragionevoli limiti di questo modo di orazione e di ciò che deve fare l’anima o, per meglio dire, di ciò che in lei fa Dio, il quale si assume lui l’ufficio di giardiniere e vuole che l’anima si riposi. La volontà non ha altro da fare che accettare le grazie di cui gode, mettendosi a disposizione per tutto ciò che in lei vorrà operare la grazia divina. Ci vuole coraggio, certo, perché è così grande il godimento che alcune volte sembra all’anima di essere sul punto di uscire da questo corpo. E che morte fortunata sarebbe!

2. Qui mi sembra che venga bene, come ho già detto alla signoria vostra, abbandonarsi completamente fra le braccia di Dio; se egli vuole portare l’anima in cielo, bene; se all’inferno, non se ne affligga, andandoci con il suo Bene; se vuol farla cessare di vivere, è proprio quel che si desidera; se farla vivere mille anni, va anche bene; Sua Maestà ne disponga come di cosa propria, poiché l’anima non appartiene più a se stessa; è tutta data al Signore; non si preoccupi d’altro. Dico dunque che, in così alto grado di orazione come è questo, quando Dio lo concede all’anima, questa può fare tutto ciò e anche più, essendo tali i suoi effetti e accorgendosi lei stessa che opera senza alcuna stanchezza dell’intelletto. Solo mi sembra che rimanga come stupita di vedere il Signore fare così bene il giardiniere, senza sottoporla a nessuna fatica, ma volendo unicamente che goda del profumo incipiente dei fiori. Con un solo suo intervento, per poco che duri, essendo tale il giardiniere, cioè il creatore dell’acqua, ne dà a dismisura; e quello che la povera anima non ha potuto fare, forse stancando in vent’anni l’intelletto, lo fa questo celeste giardiniere in un momento, ingrossando e maturando i frutti in modo che, se il Signore lo vuole, l’anima può sostentarsi con il ricavato del suo giardino. Ma non le permette di ripartirne i frutti con altri, fin tanto che non si sia fortificata bene con ciò di cui si è nutrita, affinché non abbia a consumarsi tutto in assaggi senza che ella ne tragga alcun vantaggio né ricompensa da coloro che ne fa partecipi, con il pericolo, forse, di morire di fame per mantenere e far mangiare altri a sue spese. Questo lo capiranno bene le persone intelligenti e sapranno applicarlo meglio di quanto io non sappia dire, pur sforzandomi di farlo.

3. In conclusione, le virtù sono ora più forti che nella passata orazione di quiete e l’anima non può non accorgersene, perché si sente cambiata e, senza saper come, comincia a operare grandi cose, grazie al profumo di quei fiori che il Signore fa sbocciare, affinché essa si veda in possesso di virtù, pur comprendendo bene che non le ha per merito suo, in quanto no avrebbe potuto guadagnarle neanche in molti anni, ma che in quel così breve spazio di tempo gliene ha fatto dono il celeste giardiniere. Qui l’umiltà provata dell’anima è molto maggiore e più profonda che nello stato precedente, perché vede più chiaramente di non aver fatto né poco né molto, niente altro se non acconsentire che il Signore elargisse le sue grazie, abbracciandole con la propria volontà. Mi pare che questo modo di orazione sia una ben manifesta unione di tutta l’anima con Dio; in esso sembra anche che Sua Maestà voglia permettere alle potenze d’intendere e godere quanto egli vi opera.

4. Questo accade alcune volte, anzi molte volte, quando la volontà è unita a Dio (lo dico affinché la signoria vostra veda che ciò è possibile e lo intenda quando lo abbia a sperimentare; io, invece, ne sono rimasta stordita e perciò ora ne parlo qui): si vede e s’intende chiaramente che la volontà è legata a Dio e ne gode e si vede anche chiaro che solo la volontà sta in molta quiete, mentre, dal canto loro, l’intelletto e la memoria sono così liberi da poter trattare d’affari e attendere a opere di carità. Tale condizione, benché sembri identica, è differente – in parte – dall’orazione di quiete, di cui ho già parlato perché lì l’anima non vorrebbe muoversi né agitarsi, godendo del santo ozio di Maria, mentre in quest’orazione può anche fare da Marta (così che fa quasi insieme vita attiva e contemplativa), attendere a opere di carità, a faccende convenienti al suo stato, a leggere, benché l’intelletto e la memoria non siano del tutto padroni di sé e ben capiscano che la parte migliore dell’anima è all’altro estremo. È come se stessimo parlando con uno, e dall’altra parte ci parlasse un altro: non potremmo intenderci bene né con l’uno né con l’altro. È una cosa che si avverte molto chiaramente e dà molta gioia e soddisfazione quando si prova; serve molto a disporre l’anima, quando ha il tempo di starsene in solitudine, libera da occupazioni, a una profondissima quiete. È lo stesso caso di una persona sazia, che non ha bisogno di mangiare e sente lo stomaco soddisfatto, in modo che non sarebbe disposta a mangiare qualunque cibo; peraltro, non così sazia che, se li vede buoni, tralasci di mangiarli volentieri. Essa non è soddisfatta dei piaceri del mondo, né allora li vorrebbe, perché ha in sé chi più la soddisfa; ha gioie più grandi da Dio, desidera soddisfare i suoi desideri, godere di più, stare con lui: questo è ciò che vuole.

5. C’è un’altra maniera di unione, che non è ancora intera unione, superiore a quella di cui ho appena finito di parlare, ma non tanto quanto quella della terza acqua. La signoria vostra, quando il Signore gliele concederà tutte, se già non le ha, avrà molto piacere di trovarle qui descritte e capire in che consistano, perché una cosa è che il Signore ci dia la grazia, un’altra è intendere che favore e che grazia sia, un’altra ancora saper dire e far capire come sia. Sebbene sembri necessaria soltanto la prima di queste tre cose perché l’anima non proceda confusa e timorosa, con maggior coraggio nella via del Signore, mettendosi sotto i piedi tutte le cose del mondo, tuttavia è un gran vantaggio e una grazia intendere cosa si è ricevuto. Per ognuna di tali grazie è doveroso che chi le ha ne lodi molto il Signore; e anche chi non le ha, avendone Sua Maestà fatto dono a qualcuno dei viventi, affinché potesse esserci d’aiuto. Ora, dunque, accade molte volte in questa specie di unione di cui intendo parlare (specialmente a me che il Signore ha favorito moltissime volte di questa grazia) che Dio assorbe la volontà e anche, a mio giudizio, l’intelletto, perché non ragiona, occupato a godere di Dio, come chi sta guardando e vede tante cose che non sa dove indirizzare lo sguardo; guardando una cosa ne perde di vista un’altra, e così non osserva nulla distintamente. La memoria resta libera e, insieme con essa, credo anche l’immaginazione che, vedendosi sola, scatena un’incredibile guerra e cerca di sconvolgere tutto. Mi riduce assai stanca e la detesto; spesso supplico il Signore di volermela togliere in questi momenti, se deve turbarmi tanto. Alcune volte gli dico: «Quando, mio Dio, la mia anima sarà tutta unita per lodarvi e non così spezzettata da non poter giovare a se stessa?». Qui vedo il male di cui è causa il peccato, il quale ci costringe a non fare ciò che vogliamo, a non stare sempre, cioè, occupati in Dio.

6. A volte mi accade – e oggi è stata una di queste volte, pertanto lo ricordo bene – che mi sento struggere l’anima dal desiderio che essa ha di vedersi unita con la sua parte maggiore, e ciò è impossibile, perché la memoria e l’immaginazione le fanno tanta guerra da non consentirle di prevalere. Anche se, mancando le altre potenze, non possono far nulla, neppure il male, fanno già molto col creare scompiglio. Dico «neppure il male» perché non hanno forza e non si concentrano in un punto; non essendo loro d’aiuto l’intelletto né poco né molto in quello che gli presentano, non si fermano in nulla, ma volteggiano qua e là come farfallette notturne importune, irrequiete, che svolazzano da una parte all’altra. Mi sembra che il paragone sia particolarmente appropriato perché anche se tali farfalle non hanno forza di fare il male, danno fastidio a chi le vede. Non so, per questo, che rimedio vi possa essere; Dio ancora non me ne ha insegnato alcuno, altrimenti lo userei volentieri per me, poiché – come dico – mi tormentano spesso. In questo stato si vedono ben chiaramente la nostra miseria e il grande potere di Dio; perché, mentre le potenze che restano libere ci molestano e stancano tanto, le altre che stanno con Sua Maestà ci danno un vero riposo.

7. Il rimedio che, in conclusione, ho trovato, dopo tanti anni di fatica, è quello di cui ho parlato nell’orazione di quiete: non badare all’immaginazione più di quanto non si badi a un pazzo e lasciarla alla sua ostinazione, che solo Dio le può togliere. Infine, qui non è che una schiava. Dobbiamo sopportarla con pazienza, come fece Giacobbe con Lia, perché è una grande grazia del Signore che possiamo godere di Rachele. Dico che è come schiava perché, in conclusione, non può, per quanto faccia, trascinare a sé le altre potenze; anzi, sono esse a tirarla spesso dalla loro parte senza alcuna fatica. A volte Dio ha la bontà di sentire compassione del suo smarrimento e della sua irrequietezza, desiderosa com’è di stare con le altre, e le consente di consumarsi al fuoco di quella divina fiamma in cui le altre sono già ridotte in cenere, perduto quasi il loro naturale essere nel godimento trascendente di così grandi beni.

8. In tutte queste maniere di unione di cui ho detto parlando di quest’ultima acqua di fonte, la gioia e il riposo dell’anima sono così grandi che molto chiaramente a tale gioia e diletto partecipa anche il corpo. Le virtù, ripeto, attingono un alto grado. Sembra che il Signore abbia voluto spiegare questi stati in cui si viene a trovare l’anima nel modo più chiaro, a mio parere, in cui si può farlo capire quaggiù. La signoria vostra ne parli con persona spirituale che sia giunta a questo punto e che sia dotta. Se la dovesse assicurare che mi sono spiegata bene, ritenga che è opera di Dio e ne ringrazi molto Sua Maestà perché, ripeto, con il tempo godrà molto di capire che cosa sia tutto questo; e finché non le dà la grazia d’intenderlo, le dà pur sempre quella di goderne. Quando Sua Maestà le avrà dato la suddetta grazia, con la sua intelligenza e dottrina lo capirà da questo che ho scritto. Sia lodato per tutti i secoli dei secoli! Amen.

 

 

CAPITOLO 18

In cui tratta del quarto grado di orazione; comincia a spiegare in modo eccellente la grande dignità a cui viene elevata dal Signore l’anima che si trova in questo stato. Serve per incoraggiare molto coloro che si danno all’orazione, a cercare di pervenire a così alto stato, raggiungibile anche sulla terra, sebbene non per nostro merito, ma per la bontà del Signore. Si legga con attenzione, perché l’esposizione è fatta con grande sottigliezza e contiene argomenti importantissimi.

 

1. Il Signore m’insegni le parole con cui io possa dire qualcosa della quarta acqua. Qui è molto necessario il suo aiuto, ancor più che per la terza, perché in quella l’anima sente di non essere morta del tutto, mentre qui possiamo dire che lo è, essendo realmente morta al mondo. Se non che, ripeto, è ancora in grado di capire d’essere quaggiù, di sentire la sua solitudine e di giovarsi di tutti i mezzi esterni per far intendere quello che prova, sia pure con segni. In tutta l’orazione, nelle varie forme di essa di cui ho parlato, il giardiniere lavora sempre un po’, benché in questi ultimi gradi il lavoro sia accompagnato da tanta gioia e consolazione che l’anima non vorrebbe mai lasciarlo; pertanto, non si sente come una fatica, ma come una gioia. Ma qui non c’è coscienza, c’è solo il godimento, senza sapere di che. Si sente di godere un bene dove si racchiudono, uniti, tutti gli altri beni, ma non si comprende tale bene. Tutti i sensi sono presi da questo godimento, in modo che nessuno resta libero di occuparsi in altre cose, esterne o interne. Prima era loro permesso – ripeto – di manifestare con alcuni segni la grande gioia che sentivano; qui l’anima gode incomparabilmente di più e può manifestare molto meno, perché il corpo rimane senza forza, né l’anima ne ha per poter comunicare quella gioia. In quel momento ogni cosa le sarebbe di grave imbarazzo e tormento, e disturberebbe il suo riposo. Aggiungo che se è unione di tutte le potenze, anche volendolo, l’anima non può occuparsi di nulla, trovandosi in questo stato, e se lo potesse non sarebbe più unione.

2. Come avvenga questo fatto che si chiama unione e cosa sia, non so spiegarlo. Se ne parla nella teologia mistica, ma non ne conosco i termini, e neanche so intendere che cosa sia la mente né in che differisca dall’anima o dallo spirito. Mi sembra che sia tutt’uno, anche se l’anima talvolta esce di se stessa come un fuoco che, ardendo, sprigiona fiamme, e talvolta aumenta con impeto: la fiamma sale, così, molto più in alto del fuoco, ma non per questo è di diversa natura, essendo la stessa fiamma che sta nel fuoco. Questo, le signorie vostre, con la loro dottrina, lo capiranno, perché non so dirne di più. Ciò che intendo spiegare è quello che l’anima prova quando sta in questa divina unione.

3. Si sa ormai cosa sia unione: due cose distinte in una. Oh, mio Signore, quanto siete buono! Vi lodino, mio Dio, tutte le creature, poiché ci avete tanto amato che possiamo con verità parlare di questa comunicazione che, pur in questo esilio, avete con le anime; e anche se esse sono virtuose, è sempre per effetto di grande larghezza e magnanimità: quella propria di voi, mio Signore, che date da par vostro. Oh, liberalità infinita, quanto sono meravigliose le vostre opere. Esse riempiono di ammirazione chi, per intendere queste verità, non ha in nessun modo l’intelletto occupato in cose della terra. Il fatto, poi, che concediate così sovrane grazie ad anime che vi hanno tanto offeso, certo non mi fa capire più nulla, e quando comincio a pensare a questo, non posso procedere oltre. Dove andare che non sia tornare indietro? Non so pertanto come ringraziarvi per così grandi grazie: a volte non trovo nulla di meglio che dire spropositi.

4. Molte volte, quando mi accade di ricevere queste grazie o quando Dio comincia a darmele (poiché, stando pienamente in esse, ho già detto che è impossibile far nulla) gli dico: «Signore, badate a quel che fate, non dimenticatevi così presto dei miei grandi peccati; visto che li avete dimenticati per darmene il perdono, vi supplico di ricordarvene per porre un limite alle grazie. Non versate, o mio Creatore, un così prezioso liquore in un vaso così incrinato, poiché avete visto già altre volte che io torno a spargerlo fuori; non ponete un simile tesoro dove ancora non si è perduto totalmente – come dovrebbe essere – il desiderio di umane consolazioni; sarebbe sciupato perché male speso. Come affidare il potere di questa città e le chiavi della sua fortezza a un governatore così vile che al primo assalto dei nemici li lascia entrare? Non sia così grande il vostro amore, eterno Re, da porre a rischio gioielli tanto preziosi! E come, mio Signore, dar motivo di ritenerli di poco conto il metterli nelle mani di un essere così spregevole, ignobile, fiacco, miserabile e di nessuna importanza come me perché, per quanto con il vostro favore – e non ne occorre poco, essendo come sono – mi sforzi di non perderli, non posso riuscire a farne trarre giovamento ad alcuno; infine, sono una donna, e non una donna virtuosa, ma spregevole. Porre i talenti in una terra così ingrata è come non solo nasconderli, ma sotterrarli. Voi, o Signore, non siete solito concedere simili ricchezze e grazie a un’anima se non perché essa giovi a molte altre. Voi sapete, mio Dio, che vi supplico di ciò fermamente, con tutto il cuore – come già ve ne ho supplicato alcune volte –, giacché ritengo giusto perdere il maggior bene che si possa avere sulla terra, perché voi lo diate a chi se ne gioverà meglio di me, per vostra maggior gloria».

5. Queste e altre cose mi è accaduto di dire molte volte. Poi ho costatato la mia stoltezza e poca umiltà, perché il Signore sa bene ciò che conviene fare e come la mia anima non aveva forze per salvarsi, se Sua Maestà non me ne avesse provveduto con tante grazie.

6. Intendo anche parlare delle grazie e degli effetti che tale unione lascia nell’anima, che cosa essa possa fare di suo, e se può aver parte nell’arrivare a così alto stato.

7. Accade, dunque, che si produca questa elevazione dello spirito o unione con l’amore celeste. A mio giudizio, c’è differenza fra unione ed elevazione in questa stessa unione. A chi non l’ha provato sembrerà di no, mentre a me pare che, pur essendo in fondo la stessa cosa, il Signore vi opera in modo diverso, e nel volo dello spirito aumenta molto il distacco dalle creature. Io ho visto chiaramente che è una grazia particolare, benché – ripeto – sia o sembri tutt’una con l’unione. Se è vero che un fuoco piccolo è anch’esso un fuoco come uno grande, si vede, però, bene la differenza tra l’uno e l’altro: in un fuoco piccolo, prima che un piccolo pezzo di ferro si arroventi, passa molto tempo; ma se il fuoco è grande, anche se il pezzo è grosso, in pochissimo tempo sembra cambiare del tutto natura. Così mi sembra sia di queste due specie di grazie del Signore e sono certa che chi è arrivato ai rapimenti lo intenderà bene. Se non ne ha fatto esperienza, invece, gli sembrerà uno sproposito, come può anche essere; infatti, se una persona come me vuol parlare di un tale argomento e far capire, anche in piccola parte, ciò alla cui spiegazione sembra impossibile, per mancanza di parole adeguate, dare anche solo l’avvio, non è improbabile che dica spropositi.

8. Ma credo che il Signore mi aiuterà nel mio intento, ben sapendo Sua Maestà che esso, dopo l’adempimento dell’obbedienza, non è altro se non quello di attrarre le anime a un bene così elevato. Non dirò nulla che non abbia lungamente sperimentato. È vero che, quando cominciai a scrivere di quest’ultima acqua, mi sembrava impossibile saperne trattare, più difficile che parlare in greco, talmente mi appariva irto di difficoltà. Pertanto, deposta l’idea, andai a comunicarmi. Sia benedetto il Signore che così favorisce gli ignoranti! Oh, virtù dell’obbedienza che tutto puoi! Dio illuminò la mia mente alcune volte con le parole e altre offrendomi il modo in cui dovevo dirle, perché, come già nella precedente orazione, sembra che Sua Maestà voglia dire anche qui quello che non posso né so dire. Questa è la pura verità; pertanto quello che vi sarà di male – è chiaro – viene dal mare di tutti i mali che sono io. Così dico che, se vi fossero persone – e ve ne devono essere molte – giunte ai gradi di orazione di cui il Signore ha fatto grazia a questa miserabile, che volessero trattarne con me, credendo d’essere fuori di strada, il Signore aiuterà la sua serva perché riesca a indicare il sentiero della verità.

9. Ora, parlando di quest’acqua che viene dal cielo per riempire e impregnare con la sua abbondanza tutto il giardino, se il Signore non smettesse mai di darla ogni volta che ve ne fosse bisogno, si capisce facilmente quale riposo ne avrebbe il giardiniere. E se non vi fosse mai inverno, ma sempre primavera, non mancando mai fiori né frutta, ben s’intende di quale gioia godrebbe; ma, finché viviamo, ciò è impossibile: bisogna sempre, quando manca un’acqua, procurare l’altra. Questa del cielo viene, molte volte, quando il giardiniere meno se l’aspetta. Veramente, da principio, è quasi sempre dopo una lunga orazione mentale: durante tale ascesa il Signore viene a prendere quest’uccellino e lo depone nel nido perché si riposi. Poiché lo ha visto volare a lungo e adoperarsi con l’intelletto, con la volontà e con tutte le sue forze a cercare Dio e compiacerlo, vuole dargliene il premio sin da questa vita; e che gran premio! È tale che basta un istante di gioia per ripagarlo di tutte le pene che possa aver sofferto.

10. Mentre l’anima sta così cercando il suo Dio, si sente, con grandissima gioia, quasi del tutto venir meno, per una specie di deliquio; a poco a poco le mancano il respiro e le forze fisiche, tanto che non può muovere neppure le mani, se non a prezzo di un grande sforzo; gli occhi le si chiudono senza che li voglia chiudere o, se ritiene aperti, non vede quasi nulla, né, se legge, riesce a pronunciare una sillaba e quasi neppure a distinguere le lettere; vede che ci sono lettere, ma poiché l’intelletto non le è di aiuto, non è capace di leggerle, pur volendo; ode ma non capisce quello che ode. Così che i sensi non le servono più, anzi le sono di danno perché le impediscono di stare in pace. Superfluo dire che non può parlare, poiché non riesce a mettere insieme una parola, né ha la forza, qualora ci riuscisse, di pronunciarla, perché ogni forza fisica si perde, mentre aumentano quelle dell’anima, per farla meglio godere della sua gioia. Il diletto esteriore che allora si prova è pur esso grande e sensibile.

11. Per quanto duri, questa orazione non è mai di danno, almeno a me non lo è mai stata, né ricordo che il Signore mi abbia una sola volta fatto questa grazia e che io – per malata che fossi – ne risentissi, anzi ne uscivo sempre migliorata. Ma che male può fare un bene così grande? Sono tanto evidenti i suoi effetti esteriori che non si può dubitare della grandezza della causa che li produce, e se, per l’eccesso della gioia, il Signore ci toglie le forze, è per ridarcele in maggior grado.

12. È vero che in principio è di così breve durata – almeno così era per me – che allora né mediante questi segni esteriori né con la sospensione dei sensi si fa conoscere. Ma si capisce bene dalla sovrabbondanza delle grazie quanto debba essere stato grande il fulgore del sole che lì risplendeva, se ha fatto struggere l’anima così. Si noti che, a mio parere, per quanto lungo sia il tempo della sospensione di tutte le potenze in cui si viene a trovare l’anima, è assai breve; è molto se dura una mezz’ora. Credo di non averlo mai avuto così a lungo. È vero che è difficile poter computare il tempo, perché si è fuori dei sensi, ma intendo dire che le potenze tutte insieme rimangono sospese per poco, essendovene sempre qualcuno che torna in sé. La volontà è quella che si mantiene assorta, ma le altre due potenze tornano presto a importunarla; perseverando essa nella quiete, si arrestano di nuovo; stanno per un po’ tranquille e pi riprendono la loro attività.

13. In quest’alternativa si possono passare, come si passano in realtà, alcune ore nell’orazione perché, una volta che le due potenze abbiano cominciato a gustare quel vino celeste e a inebriarsene, tornano facilmente a sospendersi per usufruirne di più: così si accompagnano alla volontà e godono tutt’e tre. Ma questo stato di sospensione completa, senza alcun disturbo dell’immaginazione – la quale, a mio parere, rimane anch’essa del tutto sospesa –, ripeto che dura poco, anche se le potenze non si riprendono così perfettamente da non restare alcune ore come stordite, mentre Dio torna di tanto in tanto ad attrarle a sé.

14. Ora veniamo a quello che l’anima sente nel proprio intimo in questo stato. Lo dica chi lo sa, perché è cosa che non si può intendere e tanto meno esprimere. Mi stavo domandando, mentre mi disponevo a scrivere di questo, tornando dalla comunione e uscita da questa stessa orazione di cui parlo, cosa facesse allora l’anima. Il Signore mi disse queste parole: «Si strugge tutta, figlia mia, per meglio immergersi in me; ormai non è più lei che vive, ma io; non potendo comprendere ciò che intende, il suo è un non intendere intendendo». Chi ne abbia fatto esperienza capirà qualcosa di questo, essendo tanto oscuro ciò che le avviene che non si può spiegare più chiaramente. Posso dire soltanto che l’anima si vede unita a Dio e ne ha una tale certezza che in nessun modo potrebbe non crederlo. Tutte le potenze, in questo momento, vengono meno, essendo sospese così totalmente che, come ho detto, non ci si accorge assolutamente che operino. Se si stava meditando su un brano della passione, se ne perde la memoria come se mai si fosse avuto presente; se si legge, non c’è più ricordo di ciò che si leggeva e non c’è la possibilità di fermarsi a meditare; se si prega, lo stesso. Sembra che a quella farfalletta importuna della memoria si brucino le ali e non possa più agitarsi. La volontà è certo tutta occupata nell’amore, ma non sa come ama. L’intelletto, se intende, non capisce come intenda, per lo meno non può comprendere nulla di ciò che intende. A me sembra che non intenda affatto perché – ripeto – non intende se stesso; non riesco a capire questo mistero.

15. Mi è accaduto all’inizio di essere vittima di una grave ignoranza, non sapere, cioè, che Dio è in tutte le cose e, poiché mi sembrava che mi stesse molto vicino, lo ritenevo impossibile. Eppure non potevo rinunciare a credere che stesse lì, perché mi sembrava di aver visto chiaramente la sua presenza. Quelli che non erano istruiti mi dicevano che vi era soltanto con la sua grazia. Ma non potevo convincermene perché, ripeto, mi pareva che fosse proprio presente, e questo dubbio mi dava pena. Me ne liberò un dottissimo religioso dell’Ordine del glorioso san Domenico, il quale mi disse che Dio è realmente presente e mi spiegò come egli si comunica alle nostre anime, dandomi così una grande consolazione. Bisogna notare e capire bene che sempre quest’acqua del cielo, questo insigne favore di Dio, arricchisce l’anima di grandissimi tesori, come ora dirò.

 

 

CAPITOLO 19

Prosegue nello stesso argomento, iniziando la spiegazione degli effetti che opera nell’anima questo grado di orazione. Esorta vivamente a non tornare indietro e a non lasciare l’orazione, anche se dopo questa grazia si torni a cadere. Parla dei danni che in questo caso ne verrebbero. È molto importante e di grande consolazione per i deboli e i peccatori.

 

1. Dopo questa orazione e questa unione, l’anima rimane presa da grandissima tenerezza, tanto che vorrebbe struggersi in lacrime, non di pena, ma di gioia e si trova bagnata di lacrime senza accorgersene né sapere quando né come pianse, ma le dà grande gioia vedere quell’impeto di fuoco mitigato dall’acqua che, al tempo stesso, lo fa aumentare. Sembra, il mio linguaggio, arabo, ma è proprio così. Mi è accaduto, a volte, in questo grado di orazione, di trovarmi così fuori di me da non sapere se la gioia che provavo fosse un sogno o una realtà; ma, vedendomi immersa nelle lacrime che sgorgavano senza pena con tanto impeto e rapidità da sembrare piovute da una nube del cielo, capivo che non era un sogno. Ciò mi accadeva all’inizio, quando l’orazione durava poco.

2. L’anima resta così piena di coraggio che, se in quel momento la facessero a pezzi per Dio, le sarebbe di grande gioia. È l’ora delle promesse e delle decisioni eroiche, degli ardenti desideri, il momento in cui comincia a disprezzare il mondo, vedendone chiaramente la vanità. È avvantaggiata molto di più e in più alto grado che nelle orazioni precedenti e la sua umiltà è più grande, perché sa con certezza che non è dovuto ad alcuna sua diligenza il conseguimento di quella meravigliosa e straordinaria grazia, non essendo intervenuta né per acquistarla né per conservarla. Vede benissimo d’essere profondamente indegna perché, in una stanza dove entra molto sole, non vi è ragnatela che rimanga nascosta; la sua miseria è evidente. È così lontana dalla vanagloria che le pare impossibile averla, costatando con i propri occhi il poco o nulla che può fare, perché qui non c’è stato quasi neanche il suo consenso. Infatti sembra che, suo malgrado, siano state chiuse le porte a tutti i sensi perché possa godere meglio del Signore. Resta, così, sola con lui; che altro deve fare se non amarlo? Non vede né ode, se non con grandi sforzi: c’è poco di cui compiacersi. In seguito le si presentano innanzi con grande verità la sua vita passata e la gran misericordia di Dio, senza che l’intelletto abbia bisogno di andarne in cerca, trovando lì pronto di che mangiare e intendere. Riconosce di meritare l’inferno e, vedendosi punita con il paradiso, si scioglie in lodi di Dio. Anch’io vorrei farlo ora. Siate benedetto, mio Signore, che da una melma così sporca come sono io fate uscire un’acqua così limpida perché sia degna della vostra mensa! Siate lodato, o delizia degli angeli, per voler elevare tanto un così misero verme!

3. Questi vantaggi restano per qualche tempo nell’anima; essa ormai, sapendo chiaramente che i frutti non sono suoi, può accingersi a condividerli con altri, senza che abbia a mancarne lei. Comincia a mostrarsi quale anima custode di tesori celesti che desidera spartire con altri, e a supplicare Dio perché non sia la sola ad essere ricca. Comincia a giovare al prossimo, quasi senza accorgersene né far niente di suo. Gli altri però se ne accorgono, perché ormai il profumo dei fiori è talmente aumentato da far loro desiderare di starle vicino. Comprendono che è ricca di virtù, vedendo i frutti così appetitosi, e vorrebbero mangiarne con lei. Se la terra di quest’anima è stata zappata a fondo con fatiche, persecuzioni, mormorazioni e malattie – giacché pochi possono giungere a tale stato senza tutto questo – e se si è ammorbidita con il distacco assoluto da ogni umano interesse, s’imbeve tanto di acqua che difficilmente potrà più inaridirsi. Ma se è terra ancora attaccata al mondo e tutta ingombra di spine, come lo ero io all’inizio, e non è ancora esente da occasioni né grata quanto merita una grazia così eccelsa, torna a inaridirsi. Se il giardiniere non ci bada, e il Signore, per sua bontà, non torna a far piovere, potrete pur considerare perduto il giardino. Così mi è accaduto alcune volte e, certo, è una cosa che mi spaventa né potrei crederla se non ne avessi fatto esperienza. A conforto di anime deboli come la mia, dico che non devono mai disperare né cessare di confidare nella grandezza di Dio. Anche se, dopo essere state su una cima così alta qual è quella a cui il Signore le ha fatte pervenire in questo stato, tornano a cadere, non si scoraggino, se non vogliono perdersi del tutto, perché le lacrime ottengono qualunque cosa: un’acqua attira l’altra.

4. Uno dei motivi che mi hanno incoraggiato, pur essendo quella che sono, a obbedire all’ordine di scrivere ciò e a dar conto della mia spregevole vita e delle grazie che mi ha fatto il Signore – quando, invece di servirlo, lo offendevo – è stato questo. Certo, io vorrei avere grande autorità per essere creduta a tale riguardo e supplico il Signore che me la dia. Ripeto che nessuno di quelli che hanno cominciato a praticare l’orazione si perda d’animo con il dire: «Se ritorno a essere un peccatore, andare avanti nell’esercizio dell’orazione è peggio». Io credo che lo sia se abbandona l’orazione, senza cercare di emendarsi dal peccato, mentre se non l’abbandona, sia certo che essa lo condurrà al porto della luce. In questo subii molti assalti da parte del demonio; soffrii tanto da credere che fosse poca umiltà praticare l’orazione, essendo così peccatrice che, come ho già detto, tralasciai di praticarla per un anno e mezzo, o almeno un anno, perché del mezzo non mi ricordo bene. Continuare così non sarebbe stato altro – né altro era – se non mettermi io stessa nell’inferno, senza bisogno di demoni che mi ci facessero andare. Oh, Dio mio, che enorme cecità! E come riesce bene il demonio nel suo intento col gravare in questo la mano! Il demonio sa bene che per lui è perduta l’anima perseverante nella pratica dell’orazione, e che tutte le cadute a cui la spinge le sono d’aiuto, per la bontà di Dio, a farle spiccare poi un balzo più alto nel suo servizio; si può ben capire quanto gli importi evitarlo.

5. Oh, Gesù mio! Che spettacolo vedere come a un’anima caduta in peccato, dopo essere giunta qui, voi, per vostra misericordia, tornate a dar la mano sollevandola! Come si rende essa conto allora delle infinite vostre grandezze e misericordie e della propria miseria! È questo il momento in cui, riconoscendo la vostra magnanimità, si sente davvero annientare; il momento in cui non osa alzare gli occhi o li alza solo per vedere ciò che vi deve; il momento in cui si fa devota della Regina del cielo perché vi plachi; il momento in cui invoca i santi che caddero dopo essere stati da voi chiamati, perché l’aiutino; il momento in cui le sembra troppo quel che le date, perché sa di non meritare neanche la terra che calpesta; il momento di accostarsi ai sacramenti, per la fede viva che la anima nel vedere la virtù che avete in essi riposta, di profondere lodi perché avete lasciato per le nostre piaghe medicina e unguento tali che non le rimarginano solo superficialmente, ma le fanno sparire del tutto. Questo la riempie di stupore, e chi, Signore dell’anima mia, non ha da stupirsi di una misericordia così grande e di così accresciuto favore a compenso di un tradimento così ripugnante ed esecrabile? È solo perché sono perversa se, scrivendo queste cose, non mi si spezza il cuore.

6. Con queste lacrimucce che qui piango, date da voi, perché quando vengono da me sono acqua di assai cattivo pozzo, mi sembra di ripagarvi di tanti tradimenti commessi, sempre peccando e cercando di distruggere le vostre grazie. Avvaloratele voi, mio Signore: schiarite un’acqua così torbida, non fosse altro che per impedire che ad alcuno venga la tentazione di avventare giudizi, come ho fatto io, nel chiedersi perché, o Signore, lasciavate da parte tante sante persone che vi hanno servito e hanno lavorato per voi, educate nella religione e veramente religiose – non come me che di religiosa avevo solo il nome – e non facevate loro, come vedevo chiaramente, le grazie che concedevate a me. Ma capisco, o mio Bene, che voi tenete in serbo il premio per darlo loro tutto in una volta, mentre la mia debolezza ne ha bisogno subito. Ormai esse, da forti, vi servono anche senza ricompensa, e voi le trattate come gente intrepida e non interessata.

7. Ciò nondimeno voi sapete, mio Signore, che molte volte io vi ho implorato di perdonare chi mormorava di me, perché mi sembrava che avessero ragione da vendere. Questo accadeva, Signore, quando, per vostra bontà, mi sorreggevate perché non vi offendessi tanto e io già cercavo di allontanarmi da tutto ciò che mi sembrava potesse dispiacervi: appena feci questo, voi, Signore, cominciaste ad aprire i vostri tesori in favore della vostra serva, come se non aveste aspettato altro se non che vi fosse in me volontà e disposizione a riceverli, data la rapidità con cui prendeste non solo a darmeli, ma anche a volere che si capisse che me li davate.

8. Quando furono noti tali favori, si cominciò ad avere buona opinione di colei che non tutti avevano ancora capito quanto fosse colpevole, benché molti indizi ne trasparissero. Ma all’improvviso si cominciò anche a mormorare e a perseguitarmi e, a mio parere, ben a ragione. Pertanto non nutrivo inimicizia per nessuno, ma supplicavo voi di considerare quanto buon diritto ci fosse per farlo. Dicevano che volevo passare per santa e che inventavo novità, mentre non ero ancora arrivata a osservare bene la mia Regola, né al livello delle ottime e sante monache che erano nel monastero (né credo di poter mai raggiungere tale livello, se Dio, nella sua bontà, non farà tutto lui), anzi ero solo capace di togliere le buone usanze e introdurne altre che non lo erano; per lo meno facevo tutto il possibile per introdurle, e nel male potevo molto. Pertanto, non avevano alcuna colpa se mi accusavano. E non erano solo monache, ma anche altre persone, che scoprivano i miei veri difetti, perché voi glielo permettevate.

9. Una volta, mentre recitavo le Ore, quando già da qualche tempo ero soggetta a questa tentazione, giunsi al versetto che dice: Tu sei giusto, Signore, e retti sono i tuoi giudizi; cominciai a pensare che gran verità essa fosse; infatti, in questa e in ogni altra cosa di fede, il demonio non ha mai avuto il potere di tentarmi in modo da farmi dubitare che voi, mio Signore, siate la fonte di ogni bene, anzi, mi sembrava che quanto più una verità non seguisse un ordine naturale, tanto più fermamente la ritenessi tale e m’ispirava profonda devozione. Nella vostra onnipotenza erano racchiuse, per me, tutte le meraviglie che potevate fare, e in ciò – come ripeto – non ho mai avuto dubbi. Chiedendomi, poi, perché, con la vostra giustizia, potevate permettere che molte vostre serve fedeli – come ho detto – non avessero i doni e le grazie che facevate a me, pur essendo io quella che ero, mi rispondeste: «Tu servimi e non pensare ad altro». Fu la prima parola che udii da voi, pertanto ne rimasi tutta sbigottita. Siccome in seguito spiegherò – insieme ad altre cose – questo modo di udire, non ne parlo qui, per non uscire fuori dal tema in questione, da cui credo d’essermi già molto allontanata. Quasi non so quel che mi dico. Si degni la signoria vostra, figlio mio, di tollerare queste digressioni, perché quando considero fino a che punto Dio mi ha sopportato e mi vedo in questo stato, non fa meraviglia che perda il filo del discorso. Piaccia al Signore che le mie dissennatezze siano sempre queste e non permetta più che io possa contravvenire alla sua legge in un sol punto! Piuttosto mi annienti all’istante.

10. basta già a far vedere le sue grandi misericordie il fatto che ha perdonato non una, ma molte volte tanta ingratitudine. A san Pietro perdonò una volta, a me molte; e con ragione il demonio mi tentava a non pretendere una stretta amicizia con colui che trattavo così manifestamente da nemica. Che grande cecità, la mia! Dove potevo credere di trovare rimedio se non in voi? Che follia fuggire dalla luce per andare sempre inciampando! Che umiltà piena di superbia creava in me il demonio nell’allontanarmi dalla colonna e dal bastone che dovevano sostenermi per evitare una così grave caduta! Oggi mi faccio il segno della croce, perché non mi sembra di aver mai corso pericolo così grande come in questa insidia che il demonio mi tendeva con il pretesto d’insegnarmi l’umiltà. Mi suggeriva il pensiero che, essendo così perversa, dopo aver ricevuto tante grazie, non potevo accostarmi all’orazione; che mi bastava recitare le preghiere d’obbligo, come tutte, e se non facevo bene neanche questo, come potevo pretendere di far di più? Era segno di poco rispetto e di tenere in poco conto i favori di Dio. Era bene pensare e capire questo, ma il grandissimo male fu di metterlo in pratica. Siate voi benedetto, Signore, per essere venuto in mio soccorso!

11. Così credo che il demonio dovette cominciare a tentare Giuda, solo che con me il traditore non osava farlo tanto scopertamente, ma a poco a poco sarebbe riuscito a gettarmi nello stesso abisso in cui gettò lui. Stiano attenti a questo, per amor di Dio, tutti coloro che praticano l’orazione. Sappiano che il tempo che io trascorsi senz’attendervi, la mia vita fu assai più disperata; vedete un po’ che buon rimedio mi dava il demonio e che bella umiltà: una grande inquietudine nel mio intimo. Ma come poteva riposare la mia anima? La sventurata si allontanava dal suo riposo, avendo sempre presenti le grazie e i favori ricevuti e vedendo che i piaceri di quaggiù le facevano nausea. Mi meraviglio come potesse accadere tutto ciò. Speravo sempre: non lasciavo mai la speranza (per quel che ora ricordo, perché devono esser passati più di ventun anni) di decidermi a tornare all’orazione, ma aspettavo di essere del tutto libera da ogni peccato. Oh, com’ero mal incamminata con questa speranza! Il demonio me l’avrebbe data fino al giorno del giudizio, per portarmi poi dritta all’inferno.

12. Poiché, dunque, pur attendendo all’orazione e alla lettura spirituale – cose con le quali potevo conoscere la verità e il cattivo cammino che seguivo – e importunando spesso il Signore con lacrime, ero così perversa da non sapermi difendere, una volta allontanatami da queste pratiche e abbandonatami a passatempi, con molte occasioni pericolose e pochi aiuti, anzi oserei dire nessuno, tranne l’aiuto per cadere, che cosa potevo sperare se non quello che ho detto? Credo che abbia gran merito davanti a Dio un religioso molto dotto dell’Ordine di san Domenico, che mi aprì gli occhi: egli – come ritengo d’aver detto – mi fece comunicare ogni quindici giorni; e meno male che cominciai a tornare in me! Anche se continuavo ad offendere il Signore, poiché non avevo smarrito del tutto la buona strada, sia pure a poco a poco, cadendo e rialzandomi, avanzavo in essa, e chi non lascia di andare avanti nel cammino, anche se tardi, alla fine arriva. Perdere la strada mi pare non sia altro che abbandonare l’orazione. Dio ce ne liberi per quello ch’egli è!

13. È chiaro da ciò – e lo si noti bene per amore del Signore – che, quantunque un’anima giunga a ricevere da Dio così speciali grazie nell’orazione, non deve mai fidarsi di sé, né esporsi in nessun modo ad occasioni, potendo sempre cadere. Ci si badi bene, perché è molto importante; l’inganno che qui può tramare il demonio, dopo tali favori, sebbene la grazia venga certo da Dio, è servirsene da traditore ai suoi fini, rivolgendosi a persone non progredite in virtù, né in mortificazione, né in distacco dal mondo. Infatti, in questo stato non sono ancora tanto forti da potersi esporre, come più avanti dirò, a occasioni pericolose, per quanto abbiano grandi desideri e generose risoluzioni… È, questa, una valida dottrina, e non mia, ma insegnatami da Dio; pertanto, vorrei che ne venissero a conoscenza altre persone ignoranti come me. Ripeto che, quantunque un’anima si trovi in questo stato, non deve, fidandosi delle sue forze, uscire all’attacco, perché avrà abbastanza da fare per difendersi. Qui sono necessarie armi per proteggersi dai demoni, e l’anima ancora manca di forze per combattere contro di essi e schiacciarli sotto i piedi, come fanno coloro che si trovano nello stato di cui parlerò in seguito.

14. Ecco l’inganno con cui il demonio ci prende al laccio: quando un’anima si è tanto avvicinata a Dio da vedere la differenza tra i beni del cielo e quelli della terra nonché l’amore che il Signore le dimostra, per effetto di quest’amore sente nascere fiducia e sicurezza di non più decadere da quello stato di godimento. Sembrandole di veder chiaramente il premio celeste, ritiene impossibile lasciare una felicità, che anche in questa vita è così piacevole e soave, per cose spregevoli e vili come sono i piaceri del mondo. Con questa sicurezza il demonio le toglie la diffidenza che deve avere di sé; pertanto, come ho detto, si espone a pericoli e comincia, con lodevole zelo, a distribuire i suoi frutti senza misura, persuasa di non dover più temere di sé. Questa convinzione non nasce da superbia, perché ben comprende l’anima che da sé non può nulla, ma dall’abbandonarsi senza discrezione a troppa confidenza in Dio, non considerando che è un uccellino di primo pelo. Può uscire dal nido perché Dio la porta fuori, tuttavia non è in grado di volare, perché le sue virtù non sono ancora ben salde e manca di esperienza per accorgersi dei pericoli, né conosce il danno che le viene dal confidare in sé.

15. In ciò fu la mia rovina; per queste cose, come, d’altronde, per tutto, è necessario avere un maestro e trattare con persone spirituali. Credo, però, che, quando un’anima con l’aiuto di Dio raggiunge questo stato, se essa non lo abbandonerà totalmente, egli non cesserà di favorirla né permetterà che si perda. Ma qualora, come ho detto, dovesse cadere, badi, badi bene, per amore del Signore, che il demonio non la inganni con il farle lasciare l’orazione come faceva con me, per falsa umiltà; l’ho già detto e vorrei dirlo ancora molte volte. Confidi nella bontà di Dio che è più grande di tutto il male che possiamo fare, e quando noi, riconoscendoci colpevoli, vogliamo tornare alla sua amicizia, dimentica la nostra ingratitudine né ricorda le grazie che ci ha fatte e per le quali meriteremmo il suo castigo. Anzi, le nostre colpe lo inducono a perdonarci più presto, come gente di casa sua, che ha mangiato, come suol dirsi, il suo pane. Ricordino le sue parole e considerino ciò che ha fatto nei miei riguardi: mi sono stancata prima io d’offenderlo, che lui di perdonarmi. Egli non si stanca mai di dare, né le sue misericordie possono esaurirsi: non stanchiamoci di riceverle. Sia benedetto per sempre, e tutte le creature lo lodino! Amen.

 

CAPITOLO 20

In cui tratta della differenza tra unione e rapimento, spiega in cosa consista il rapimento e accenna al bene di cui gode l’anima che il Signore, per sua bontà, fa giungere a questo stato. Parla dei suoi effetti. Capitolo degno di nota.

 

1. Vorrei saper spiegare, con l’aiuto di Dio, la differenza che passa fra l’unione e il rapimento, o elevazione, o volo dello spirito, come lo chiamano, o trasporto, che è tutt’uno; intendo dire che questi differenti nomi indicano la stessa cosa, che si chiama anche estasi. È di gran lunga superiore all’unione, per gli effetti più grandi che produce e per molte altre operazioni, perché l’unione sembra principio, mezzo e fine dell’estasi e si svolge all’interno dell’anima, ma, poiché l’estasi ha effetti molto più elevati, si svolge internamente ed esteriormente. Lo spieghi il Signore come ha fatto per il resto, perché certamente se Sua Maestà non mi avesse spiegato in che modo e con quali espressioni si può dire qualcosa, io non vi sarei riuscita.

2. Consideriamo ora come quest’ultima acqua, di cui abbiamo parlato, sia così copiosa che, se non fosse perché è un assurdo che ciò avvenga quaggiù, si potrebbe credere che questa nuvola della gran Maestà stia con noi, sulla terra. Quando, in ringraziamento di un così gran bene, corrispondiamo con opere in proporzione delle nostre forze, il Signore rapisce l’anima allo stesso modo (così ho sentito dire) in cui le nubi assorbono i vapori della terra, la nube sale poi in cielo e porta via l’anima con sé, cominciando a farle vedere le ricchezze del regno che le ha preparato. Non so se il paragone quadri, ma realmente, di fatto, succede così.

3. Durante questi rapimenti sembra che l’anima non sia più nel corpo, tanto che questo, sensibilmente, sente che gli viene a mancare il calore naturale e, a poco a poco, si raffredda, anche se con grandissima soavità e gioia. Qui non c’è alcun rimedio per resistere, mentre nell’unione, essendo noi ancora con i piedi per terra, un rimedio c’è: benché con dolore e violenza, si può quasi sempre resistere; ma qui il più delle volte non c’è via di scampo, anzi spesso, prevenendo ogni pensiero e ogni possibile cooperazione, viene un impeto tanto rapido e forte, che vedete e sentite sollevarsi questa nube e questa potente aquila prendervi sulle sue ali.

4. Dico che vi accorgete di ciò e vi sentite portare via, ma non sapete dove; sebbene tutto avvenga nella gioia, la nostra debole natura, all’inizio, ci è causa di timore, ed è pertanto necessario avere un’anima risoluta e coraggiosa – molto più che negli stati precedenti – per rischiare tutto, avvenga quel che vuole, abbandonarsi nelle mani di Dio e andare di buon grado dove ci porta, perché ci porta via, anche se ci è gravoso. E con tanta veemenza che spesso io avrei voluto resistere e lo tentavo con tutte le mie forze, specialmente certe volte, quando mi trovavo in pubblico – e molte altre, in privato – temendo di essere ingannata. Alcune volte ci riuscivo, rimanendone estremamente affranta, come resta sfinito chi lotta con un poderoso gigante; altre era impossibile perché se ne andava via l’anima, e per lo più la testa la seguiva, senza che io la potessi trattenere, e a volte anche il corpo giungeva a sollevarsi.

5. Questo, però, mi è accaduto di rado. Una volta, essendomi sopravvenuto mentre ero in ginocchio, in coro, con tutte le monache, ne provai una grande pena, sembrandomi una cosa talmente straordinaria che non avrebbe mancato, subito, di far rumore. Pertanto proibii alle monache (essendomi accaduto recentemente, dopo la mia nomina a priora) di parlarne. Altre volte, quando cominciavo ad accorgermi che il Signore stava per concedermi questa grazia, mi stendevo al suolo (e una volta lo feci alla presenza di alcune nobili dame nella festa del santo patrono durante la predica), ma, per quanto accorressero a trattenermi, si notava ugualmente. Supplicai molto il Signore di non volermi più concedere grazie che avessero manifestazioni esteriori, perché ero stanca ormai di essere considerata una persona importante, e Sua Maestà poteva ben darmi quella grazia senza che altri se ne accorgesse. Sembra che, nella sua bontà, abbia voluto ascoltarmi, perché d’allora in poi non mi è più accaduto. Però è passato solo poco tempo.

6. Quando volevo resistere, mi sembrava che mi sollevasse da terra una forza così potente, che non so a che cosa paragonarla, perché aveva molto maggior impeto delle altre forze spirituali; ne rimanevo stroncata, essendo una lotta tremenda che, poi, non serviva a nulla poiché, quando il Signore vuole, non c’è forza che valga contro la sua. Altre volte si compiace di accontentarsi di farci vedere la grazia che vorrebbe accordarci e come da parte sua non mancherebbe di farlo; e se gli resistiamo con umiltà, produce gli stessi effetti che avremmo se acconsentissimo.

7. Tali effetti sono grandi e uno di essi è quello di mostrare la somma potenza del Signore e come noi non possiamo far nulla, quando Sua Maestà lo vuole, per trattenere non solo l’anima ma neanche il corpo, non essendone più padroni; anche se non lo vogliamo, dobbiamo riconoscere che c’è un essere superiore dal quale sono elargite queste grazie, e che noi non possiamo nulla in alcuna cosa; ciò imprime nell’anima una profonda umiltà. Confesso anche che, all’inizio, provai un grande timore, anzi grandissimo, per il fatto di veder sollevare così un corpo da terra, sebbene sia lo spirito a trascinarlo con sé e, purché non gli resista, lo fa con grande dolcezza, senza che si perda l’uso dei sensi, per lo meno io ero in tale stato che potevo capire di essere sollevata. Ciò rivela una così grande maestà di chi può operare queste cose, da far rizzare i capelli in testa e da far restare con un gran timore di offendere un Dio così grande! È un timore, peraltro, compenetrato di grandissimo amore, che nasce in noi improvviso per colui che, come vediamo, lo nutre in così grande misura verso un così lurido verme, che non sembra contentarsi di trarre a sé in modo tanto reale l’anima, ma vuole anche il corpo, benché mortale e fatto di terra così sudicia com’è diventata per tutte le offese a lui arrecate.

8. Lascia anche un distacco straordinario, che non saprei dire com’è; forse posso dire che è diverso, in qualche modo, cioè supera quello causato dagli altri favori che avvengono solo nell’anima, perché, pur verificandosi allora, dal punto di vista spirituale, un completo distacco dalle cose terrene, nel rapimento sembra che il Signore metta in azione lo stesso corpo e si produce un modo nuovo di rimanere estranei alle cose terrene, così assoluto, che la vita riesce molto più gravosa.

9. Da ciò deriva una pena che noi non possiamo né procurarci né toglierci, una volta che sia venuta. Io desidererei molto spiegare questa grande pena, ma credo di non riuscirvi; tenterò, comunque, di dirne qualcosa. Si deve notare che ho ricevuto queste grazie solo molto recentemente, dopo tutte le visioni e rivelazioni di cui scriverò, posteriormente al tempo in cui, praticando abitualmente l’orazione, il Signore mi concedeva così grandi gioie e doni. Ora, mentre questi favori non cessano, alcune volte – anzi quasi sempre – provo questa pena di cui voglio parlare. È di maggiore e di minor grado, ma io intendo parlare di quando è di maggior grado, perché, sebbene più avanti dirò dei grandi impeti che m’investivano quando il Signore mi faceva dono dei rapimenti, essi non hanno a che vedere, a mio giudizio, con questa pena più di quanto ha a che vedere una cosa molto materiale con una molto spirituale, e credo di non esagerare troppo; a quella pena, infatti, anche se è l’anima a sentirla, poiché è unita al corpo, sembra che partecipino entrambi, e non vi è quell’estremo abbandono che è in questa, nella quale, come ho detto, noi non c’entriamo per nulla; solamente, a volte, d’improvviso viene un desiderio che non so come sia suscitato e, a causa di tale desiderio che penetra tutta l’anima istantaneamente, essa comincia a patire tanta sofferenza da innalzarsi molto sopra se stessa e sopra tutto il creato. Dio la rende tanto estranea alle creature che, per quanto faccia, non le sembra che ve ne sia nessuna sulla terra che possa darle compagnia, e neanche la vorrebbe, non desiderando altro se non morire in quella solitudine. Se le parlano, e vuol farsi tutta la forza possibile per rispondere, non ci riesce, perché il suo spirito, per quanto faccia, non esce da quella solitudine. E, pur sembrando che Dio allora sia lontanissimo, a volte comunica le sue grandezze nel modo più singolare che si possa pensare. Pertanto, non si riesce a dirlo, né credo che possa crederlo né intenderlo se non chi l’avrà provato. Non è, infatti, una comunicazione che serva a consolare l’anima, ma solo a farle vedere che ha ragione di affliggersi per essere lontana da quel bene che in sé racchiude ogni bene.

10. Con questa comunicazione cresce il desiderio, è spinta all’estremo la solitudine che si sente, e la pena è così sottile e penetrante che l’anima, trovandosi in quel deserto, mi pare possa dire testualmente (e forse il re profeta lo disse quando si trovava nella stessa solitudine, senonché a lui, come santo, Dio l’avrà fatta sentire con più intensità): Passai senza dormire le notti e sono come il passero solitario sul tetto. In quei momenti, questo versetto mi si fa tanto presente che mi sembra di vederlo convalidato in me, e mi consola costatando che altre persone – e che persone! – hanno sofferto così estrema solitudine. Sembra che l’anima non stia più in se stessa, ma sulla sommità o tetto di se stessa e di tutto il creato; anzi, mi sembra che stia perfino più su della parte più alta di se stessa.

11. Altre volte, sembra che l’anima abbia un estremo bisogno di Dio e vada dicendo a se stessa: Dov’è il tuo Dio? È da notare che io non conoscevo bene quale fosse la versione in volgare di questo versetto; ma, dopo averla conosciuta, mi era motivo di consolazione costatare che il Signore me l’aveva richiamato alla memoria senza che io lo procurassi. Altre volte, mi ricordavo di san Paolo che dice di essere crocifisso al mondo. Non dico che per me sia così, lo vedo bene; solo mi sembra che l’anima sia in questo stato perché non ha conforto dal cielo, non stando in esso, né lo vuole dalla terra, da cui è ormai fuori, ed è come crocifissa fra il cielo e la terra, fra grandi patimenti, senza che da nessuna parte le venga un soccorso. Infatti, quello che le viene dal cielo (che consiste, come ho detto, in una così mirabile conoscenza di Dio da superare ogni nostro desiderio) non serve che a darle maggior tormento perché aumenta il desiderio in tal modo che la gran pena, a mio parere, alcune volte fa perdere i sensi, anche se per poco tempo. Sembrano transiti di morte, salvo che tali sofferenze sono accompagnate da una così grande gioia che non saprei a cosa paragonarla. È un duro martirio gioioso, perché tutto ciò che di terreno può presentarsi all’anima, anche se si tratti di cose che di solito le piacevano molto, non è più da essa accettato; sembra che subito lo getti lontano da sé. Ben comprende di non voler altro che il suo Dio, e di lui non ama un particolare attributo, lo vuole nell’insieme di tutti i suoi attributi e non sa nemmeno ciò che vuole. Dico «non sa» perché l’immaginazione non le pone dinanzi nulla né, a mio parere, operano le potenze per molta parte del tempo in cui dura questo stato; come nell’unione e nel rapimento le sospendeva la gioia, qui è la pena a sospenderle.

12. Oh, Gesù, se potessi spiegare bene alla signoria vostra queste cose, almeno perché mi dicesse di che si tratta, visto che la mia anima si trova ora sempre in questo stato! Per lo più, quando si vede libera da occupazioni è invasa da tali ansie di morte, e teme, appena le sente arrivare, di dover morire. Ma, una volta immersa in esse, vorrebbe passare tutto il tempo che le resta da vivere in questo patimento, anche se è così eccessivo che chi lo soffre a mala pena può sopportarlo. Pertanto, alcune volte perdo quasi del tutto le pulsazioni, a quanto dicono quelle tra le consorelle che talora mi assistono e che ormai capiscono bene di cosa si tratta. Inoltre, c’è una notevole espansione dei tendini e le mani sono così rigide che a volte non le posso congiungere. Il dolore ai polsi e al corpo, che mi dura fino al giorno dopo, è tale da farmi sentire come slogata.

13. Io ben penso, talvolta, che se la cosa continua così, a Dio piacendo, finirò col lasciarci la vita perché, a mio parere, un simile tormento è sufficiente a farmi morire; solo che io non merito tale grazia. In quel momento il mio unico desiderio è quello di morire: non mi ricordo del purgatorio, né dei grandi peccati commessi per i quali ho meritato l’inferno; dimentico tutto nell’ansia di vedere Dio, e quel deserto di solitudine mi è più caro di qualunque compagnia del mondo. Se c’è qualcosa che potrebbe darmi conforto è trattare con persone che avessero provato questo stesso tormento. Pensare che, per quanto l’anima se ne lamenti, non vi è alcuno che sembri riesca a crederle! [14.] Le dà anche tormento il fatto che questa pena vada aumentando tanto che non vorrebbe più solitudine come prima, né compagnia alcuna se non quella di anime con cui potersi lamentare. È come uno che, avendo il laccio al collo e sentendosi soffocare, cerchi di prendere fiato. Mi sembra, pertanto, che quel desiderio di compagnia nasca dalla nostra debolezza perché, esponendoci la sofferenza a un pericolo di morte (e questo, certo, lo fa; io mi sono vista talvolta in tale pericolo per le mie gravi malattie o per altre circostanze – come ho detto – e credo di poter affermare che, nel caso di cui parlo, il pericolo è così grande come negli altri), la tendenza naturale dell’anima e del corpo a non separarsi spinge a chiedere aiuto per riprendere fiato e a cercare rimedi, per vivere, nel parlare, nel lamentarsi e distrarsi, ben contro la volontà dello spirito, cioè la parte superiore dell’anima, che non vorrebbe uscire da questa pena.

15. Non so se comprendo nel giusto modo queste cose e se le riporto bene, ma, secondo il mio parere, è proprio così. Pensi la signoria vostra che riposo possa io avere in questa vita, da quando quello che avevo – cioè l’orazione e la solitudine in cui il Signore mi dava tanta consolazione – si è mutato quasi abitualmente in questo tormento. Peraltro, è così gioioso e prezioso che l’anima ora lo desidera più di tutti i doni che era solita avere. Le sembra più sicuro perché è la via della croce e ha in sé una gioia molto grande, perché il corpo non partecipa che alla pena, mentre l’anima, che pur ne patisce, gode, però, essa sola della consolazione di tale patimento. Non capisco come ciò possa avvenire, ma è così, e non cambierei questa grazia che il Signore mi fa (un bene della sua mano, come ho detto, in nessun modo acquistato con i miei sforzi, perché assolutamente soprannaturale) per tutte quelle di cui parlerò in seguito; non dico solo prese insieme, ma neppure separatamente. Non tralasci di ricordare quello che, in conclusione, è il tema di questo libro e lo stato in cui ora il Signore mi tiene: dico che questi trasporti vengono dopo i doni già detti, dei quali mi ha favorita l Signore.

16. Standomene dunque, all’inizio, con timore (come mi accade quasi sempre quando ricevo una grazia dal Signore fino a che, andando avanti, Sua Maestà non mi rassicura), egli mi disse di non temere e di stimare questa grazia più di tutte le altre che mi aveva fatto, perché in tale pena l’anima si perfeziona, affinandosi e depurandosi come l’oro nel crogiolo, affinché egli possa meglio applicarvi gli smalti dei suoi doni, ed espia quelle colpe per cui avrebbe dovuto stare in purgatorio. Avevo ben capito che era una grande grazia, ma dopo questo ne rimasi assai più certa. Tanto più che il mio confessore la riconobbe come cosa buona. D’altronde, benché io avessi ragione di temere, a causa della mia miseria, non ho mai potuto credere il contrario. Anzi, quello che mi faceva temere era proprio il fatto che si trattava di un bene troppo grande, avendo presente quanto poco l’avessi meritato. Sia benedetto il Signore che è così buono! Amen.

17. Mi sembra di essere andata fuori tema, perché ho cominciato a parlare di rapimenti, mentre questo che ho detto trascende il rapimento, pertanto lascia gli effetti di cui ho parlato.

18. Ora torniamo al rapimento, e a ciò che di solito accade quando si verifica. Ripeto che spesso mi sembrava che mi lasciasse il corpo così leggero da annullare tutta la sua naturale pesantezza e, alcune volte, in tale misura che quasi non mi accorgevo di toccare la terra con i piedi. Durante il rapimento, infatti, il corpo resta spesso come morto, senza potersi muovere minimamente, nella posizione in cui il rapimento lo coglie: o in piedi, o seduto, o con le mani aperte, o chiuse, in conformità di come si trovava. E sebbene di rado si perdano i sensi, a me è accaduto alcune volte di perderli del tutto – poche volte, però, e per poco tempo. Ordinariamente rimangono turbati; è vero che, pur non potendo compiere alcuna azione esterna, non cessano d’intendere né di udire, ma come da lontano. Non dico che l’anima intenda o oda quando è nel grado più alto del rapimento (per lo più intendo quello in cui si perdono le potenze, essendo strettamente unite a Dio), perché allora non vede, né ode, né sente, a mio parere, ma, come ho detto nella precedente orazione di unione, questa totale trasformazione dell’anima in Dio dura poco; però, mentre dura, nessuna potenza rientra in sé e sa quel che avviene. Finché siamo sulla terra, non se ne deve capire nulla, almeno non lo vuole Dio per non esserne noi capaci. Io questo lo so per esperienza.

19. La signoria vostra mi chiederà come mai alcune volte il rapimento duri tante ore. Spesso, come ho detto nell’orazione passata, ciò di cui ho fatto esperienza è che si gode a intervalli. Molte volte l’anima s’inabissa in Dio o, per meglio dire, Dio l’inabissa in sé; la tiene così un po’ di tempo, poi rimane assorta solo la volontà. Mi sembra che l’agitarsi delle altre due potenze sia come l’ombra dell’asta di un orologio solare che non sta mai ferma; solo quando il Sole di Giustizia lo vuole, la fa fermare. Il rapimento, ripeto, dura poco, ma poiché lo slancio e l’elevazione dello spirito sono stati grandi, anche se le altre due potenze tornano ad agitarsi, la volontà resta assorta; questa, come regina di tutto, domina le azioni del corpo poiché, visto che le altre due potenze vogliono disturbarla con l’agitazione della loro attività, affinché non la disturbino anche i sensi, fa che restino sospesi – di nemici bisogna averne meno possibile –, così volendo il Signore. Per lo più gli occhi stanno chiusi, anche se non vogliamo chiuderli, e se qualche volta, come ho già detto, restano aperti, non si vede né si distingue nulla.

20. Qui è molto meno ciò che si può fare da sé, affinché, quando le potenze tornino a riunirsi, non occorra un grande sforzo. Pertanto, chi riceve da Dio questa grazia, non si perda d’animo vedendo il suo corpo del tutto immobilizzato per molte ore e, talvolta, l’intelletto e la memoria distratti. In verità, ordinariamente tali potenze sono occupate nelle lodi di Dio o nello sforzo di conoscere e capire quello che in loro è avvenuto, e non sono ben deste neppure per questo: somigliano a una persona che ha molto dormito e sognato, e ancora non è del tutto sveglia.

21. Insisto molto su ciò perché so che oggi vi sono – anche in questa città – persone a cui il Signore concede tali grazie, e se coloro che le dirigono non ne hanno fatto esperienza, crederanno forse – specialmente se mancano di dottrina – che nel rapimento esse siano come morte. Fa pena vedere quanto si patisce a causa dei confessori che, come poi dirò, non capiscono queste cose. Forse io non so quel che dico; la signoria vostra vedrà se qualche volta l’indovino, poiché il Signore le ha già dato esperienza di ciò, sebbene, essendo avvenuto solo da poco tempo, potrebbe non averci riflettuto tanto come me. Così, per quanti tentativi io faccia, per molto tempo nel corpo non ci sono forze sufficienti a farlo muovere: tutte le ha portate via con sé l’anima. Molte volte, se era molto malato e pieno di forti dolori, si ritrova guarito e più valido, essendo una grazia ben grande quella che lì ci viene data, e il Signore alcune volte, ripeto, vuole che ne goda anche il corpo, ormai ubbidiente ai desideri dell’anima. Dopo che questa ritorna in sé, se il rapimento è stato grande, le accade di passare uno, due, e anche tre giorni, con le potenze così assorte che, come imbambolata, non sembra ancora rinvenuta.

22. Qui nasce nell’anima il tormento di dover ritornare a vivere; qui, cadutole ormai il primo pelo, le sono nate le ali perché possa volare bene, e spiega già la bandiera per la causa di Cristo; sembra che il capitano di questa fortezza salga, o meglio sia fatto salire sulla torre più alta, per issarvi il vessillo di Dio. Guarda a quelli di sotto come chi è in salvo e non teme ormai i pericoli, anzi li desidera, avendo lì, in certo modo, certezza della vittoria. Qui si vede assai chiaramente il poco conto che si deve fare di tutte le cose di quaggiù e la nullità di esse. Chi sta in alto scopre molte cose. Non vuole più avere una volontà sua, non vorrebbe, cioè, avere libero arbitrio; pertanto, supplica di ciò il Signore e gli dà le chiavi della sua volontà. Ecco qui il giardiniere divenuto castellano, che non vuole fare altro se non la volontà del Signore, né esser padrone di sé né di nulla, neppure di un frutto di questo giardino. Se in esso c’è qualcosa di buono, lo ripartisca Sua Maestà, perché d’ora in poi non vuole più nulla di proprio, ma solo fare ciò che è totalmente conforme alla sua gloria e alla sua volontà.

23. Di fatto, accade realmente tutto questo se i rapimenti sono veri e l’anima ne ha gli effetti e i vantaggi di cui si è detto. In caso contrario, direi di dubitare molto che provengano da Dio, piuttosto propenderei a credere che si tratta di quegli arrabbiamenti di cui parla san Vincenzo. Quello che io so e ho visto per esperienza è che l’anima, qui, in un’ora e anche meno, resta padrona di tutto e con una così piena libertà da non potersi più riconoscere. Vedendo chiaramente che tale favore non è opera sua, non sa come le sia concesso un così gran bene. Ma intende distintamente il grande profitto che deriva da ognuno di questi rapimenti. Nessuno può crederlo, se non l’ha provato per esperienza; pertanto, non si crede alla povera anima: avendola vista così imperfetta, e vedendo che ora, d’un tratto, aspira a cose tanto sublimi (infatti immediatamente l’anima manifesta il suo intento di non contentarsi di servire il Signore nel poco, ma al massimo delle sue possibilità), pensano tutti che sia vittima di una tentazione o di una follia. Se capissero che ciò non nasce da lei, ma dal Signore a cui ha ormai dato le chiavi della sua volontà, non si stupirebbero.

24. Sono convinta che un’anima pervenuta a questo stato più non parla né fa nulla da sé, ma di tutto ciò ch’essa deve fare ha cura questo augusto Re. Oh, Dio mio, come si vede chiaramente il senso del versetto di Davide e come si capisce che egli aveva ragione, e con lui tutti quelli che gli si uniranno, nel chiedere ali di colomba! S’intende bene che lo spirito spicca il volo per innalzarsi al di sopra di tutte le cose create e, anzitutto, al di sopra di se stesso, ma è un volo soave, volo gioioso, volo senza rumore.

25. Che sovranità acquista un’anima quando il Signore la eleva a tale altezza, da cui domina con lo sguardo tutte le cose di questo mondo, senza esserne irretita! Come si vergogna del tempo in cui lo fu! Quanto la sgomenta la sua passata cecità e quale pietà prova per coloro che sono ancora ciechi, specialmente se si tratta di persone di orazione, già favorite da Dio dei suoi doni! Vorrebbe gridare per far loro capire quanto siano in errore e lo fa, anche, alcune volte, ma allora le piovono addosso una infinità di persecuzioni: è ritenuta poco umile e accusata di voler insegnare a coloro dai quali avrebbe da imparare; specialmente se è donna, non esitano a condannarla, e con ragione, ignorando l’impeto che la muove, tale che a volte non può resistere a non disingannare chi ama e che desidera veder libero dal carcere di questa vita, perché non è né le appare altra cosa quella in cui è vissuta lei.

26. Si rammarica del tempo in cui badava al punto d’onore e dell’inganno in cui era di reputare onore quello che il mondo chiama onore: ora vede che è una grandissima menzogna da cui tutti siamo illusi. Capisce che il vero onore non è menzognero, ma risponde a verità, e consiste nello stimare ciò che è stimabile e non far nessun conto di ciò che nessun conto merita, essendo nulla e meno di nulla tutto quello che ha fine e non è a gloria di Dio.

27. Ride di sé, del tempo in cui apprezzava il denaro, ed era avida di averlo; benché io di quest’avidità non abbia mai dovuto, in verità, confessarmi colpevole, tuttavia è grande colpa tenerlo in qualche conto. Se con esso si potesse comprare il bene di cui ora mi vedo in possesso, lo stimerei molto, ma so che un tale bene si acquista col lasciare tutto. In cosa consiste, dunque, ciò che si acquista con questo denaro a cui aneliamo? È cosa di valore? È cosa durevole? E allora a qual fine lo cerchiamo? Misero guadagno ci procuriamo, pagandolo a così caro prezzo! Molte volte con il denaro ci guadagniamo l’inferno, comprando fuoco eterno e pene senza fine. Oh, se tutti riuscissero a considerarlo come terra senza alcun frutto, come andrebbe meglio il mondo, in piena concordia e senza intrighi! Con quanta amicizia si tratterebbero gli uomini! Se venisse meno ogni interesse di onore e di denaro, io sono sicura che si rimedierebbe a tutto!

28. L’anima vede anche l’accecamento che procurano i piaceri, le inquietudini e gli affanni che con essi si comprano già in questa vita. E che inquietudini! Che misere soddisfazioni! Che inutile fatica! Qui scorge non solo le ragnatele del suo intimo e i grandi peccati, ma anche qualunque pulviscolo vi sia, per quanto piccolo possa essere, perché il sole rifulge in pieno. Pertanto, nonostante ogni suo sforzo per raggiungere la perfezione, se la colpisce in pieno questo Sole, si vede tutta assai torbida. È come l’acqua posta in un bicchiere: se il sole non la investe, sembra molto chiara; se è investita dal sole, si vede che è tutta piena di corpuscoli. Il paragone calza alla perfezione, perché prima che l’anima giunga a questa estasi, le sembra di porre ogni cura a non offendere Dio, facendo quanto può, in conformità delle sue forze, per evitarlo; ma, giunta qui, dove la colpisce in pieno questo Sole di giustizia che la costringe ad aprire gli occhi, vede tanti difetti, che vorrebbe subito richiuderli; non essendo ancora così simile all’aquila reale da poter fissare bene il sole, per poco che li tenga aperti, si vede tutta torbida e si ricorda allora del versetto che dice: Chi sarà giusto, o Signore, innanzi a te?

29. Quando fissa questo sole divino, il suo fulgore l’abbaglia; quando guarda se stessa, il fango le offusca la vista, così che la colombella rimane cieca. Accade, pertanto, moltissime volte che resti proprio cieca del tutto, assorta, attonita, priva di sensi di fronte alle molte grandezze che vede. Qui acquista la vera umiltà perché non le importa di dire bene di sé, né che altri lo dicano. Il Signore distribuisce i frutti dell’orto e non lei, e così nulla le si attacca alle mani; tutto il bene che ha viene indirizzato a Dio; se qualcosa di ce di sé, è per la sua gloria. Sa che in quel giardino non ha nulla di suo e, anche volendolo, non potrebbe ignorarlo, perché lo vede con i suoi stessi occhi. Il Signore, suo malgrado, glieli fa chiudere alle cose del mondo, affinché li tenga aperti per comprendere la verità.

 

 

 

CAPITOLO 21

Continua a parlare di quest’ultimo grado di orazione, completandone la trattazione. Esprime la sofferenza dell’anima, che in esso si trova, di tornare a vivere nel mondo e parla della luce che le offre il Signore per vederne gli inganni. Contiene una profonda dottrina.

 

1. Ora, per completare la trattazione dell’argomento di cui stavo parlando, dico che qui non c’è bisogno del consenso dell’anima a Dio; glielo ha già dato e sa di essersi volontariamente rimessa nelle sue mani e di non poterlo ingannare, perché è onnisciente. Non è come in terra, dove la vita è tutta piena di inganni e di doppiezze e in cui, quando pensate di aver conquistato l’affetto di una persona, in base a ciò che vi dimostra, venite a scoprire che era tutta una menzogna. Non si può ormai più vivere fra tanti imbrogli, specialmente se vi sia di mezzo un qualche interesse. Felice l’anima alla quale il Signore fa conoscere la verità! Oh, come sarebbe adatto questo stato per i re! Come sarebbe di maggior vantaggio per essi cercare di guadagnarselo, anziché mirare alla conquista di un gran dominio! Quanta giustizia vi sarebbe nel loro regno! Quanti mali si eviterebbero e quanti se ne sarebbero evitati! Qui non si teme di perdere la vita né l’onore per amor di Dio. Che gran bene, questo, per chi, come re, è più obbligato di tutti i sudditi ad aver di mira l’onore del Signore perché deve essere loro di esempio! Pur di accrescere di un punto la fede e d’illuminare almeno un po’ gli eretici, un tale re sarebbe disposto – e con ragione – a perdere mille regni. È una cosa ben diversa, infatti, guadagnare un regno eterno, tale che, con una sola goccia d’acqua che di esso l’anima beva, prova nausea per tutto ciò che è terreno. Che ne sarebbe,  poi, se s’immergesse totalmente in essa?

2. Oh, Signore! Se voi mi deste modo di proclamarlo a gran voce, non mi crederebbero, lo so, come non credono a molti che lo sanno dire ben diversamente da me, ma io, almeno, ne rimarrei soddisfatta. Mi sembra che, pur di far conoscere una sola di queste verità, terrei in poco conto la vita. Non so, dopo, che cosa farei, perché non c’è da fidarsi di me, ma sebbene sia quella che sono, provo tale bisogno di dire questo a chi comanda, da restarne distrutta. Quando non ne posso più, mi rivolgo di nuovo a voi, mio Signore, supplicandovi di porre rimedio a tutto. voi ben sapete che assai volentieri mi priverei delle grazie che mi avete concesso, purché ciò non mi facesse incorrere nel pericolo d’offendervi, per darle ai re, essendo loro impossibile, con questo, permettere le cose che oggi permettono, e se ne avrebbero grandissimi beni.

3. Oh, mio Dio! Fate che intendano i loro obblighi, giacché avete voluto renderli così famosi in terra, che quando muore qualcuno di essi, in cielo ne appaiono i segni, come ho sentito dire. Certo, pensando a questo, mi sento piena di devozione, per il fatto che voi, mio Re, vogliate far loro intendere anche così l’obbligo di imitarvi in vita, poiché, in qualche modo, la loro morte è accompagnata da segni celesti, come avvenne per la vostra morte.

4. Presumo forse troppo. La signoria vostra strappi tutto, se quanto dico le sembra inopportuno, e creda che parlerei meglio in loro presenza, se potessi farlo, o pensassi di esser creduta; è certo che li raccomando vivamente a Dio e vorrei essere esaudita. Tutto consiste nel rischiare la vita, che io molte volte desidero perdere, e sarebbe avventurarsi a guadagnar molto per poco prezzo, perché non si può vivere vedendo con i propri occhi il grande inganno in cui si è indotti e la cecità che ne consegue.

5. Arrivata a questo punto, l’anima non è solo animata da desideri di servire Dio; Sua Maestà le dà le forze per effettuarli. Non le si presenta occasione in cui pensi di poterlo servire che non colga a volo, e crede di non far nulla, perché – come dico – vede chiaramente che tutto è nulla, se non serve a compiacere Dio. Il tormento è che a persone così inutili come me non si presenti alcuna occasione. Vi piaccia, o mio Bene, che venga un giorno in cui io possa pagare un po’ del molto che vi devo. Disponete voi, Signore, le cose come più vi piacerà, ma in modo che questa vostra schiava vi possa servire in qualche cosa. Anche altre erano donne, eppure hanno fatto per amor vostro azioni eroiche; io non so far altro che chiacchierare, e per questo voi non volete, mio Dio, mettermi alla prova; tutto il mio servizio si esaurisce in parole e desideri, e neppure in questo ho piena libertà, perché forse potrei sbagliare in tutto. fortificate voi la mia anima, o Bene di tutti i beni, o Gesù mio, e dopo averla disposta a tal fine, stabilite il modo in cui possa far qualcosa per voi, non essendovi alcuno capace di ricevere tanto senza pagare nulla. costi quel che costi, Signore, non vogliate che io mi presenti davanti a voi a mani vuote, poiché il premio sarà dato in conformità delle opere. Eccovi la mia vita, il mio onore e la mia volontà; vi ho dato tutto, sono vostra, disponete di me secondo il vostro volere. Vedo bene, mio Signore, quanto poco io valga, ma giunta fino a voi, salita in cima a questa torre da cui si vedono tante verità, se voi non vi allontanate da me, riuscirò a fare qualunque cosa. Se, invece, mi lasciate – sia pure per poco – ritornerò dov’ero prima, cioè sulla via dell’inferno.

6. Oh, che pena per un’anima, giunta a questo stato, dover trattare di nuovo con tutti, assistere all’assurda farsa di questa vita e spendere il tempo nel soddisfare i bisogni del corpo, col mangiare e dormire! Tutto la stanca e non sa come trovare una via di scampo; si vede incatenata e prigioniera; pertanto, sente più al vivo la schiavitù del corpo e la miseria della vita. Riconosce quanto avesse ragione san Paolo di supplicare Dio d’esserne liberato e lo invoca con lui, implorandone anch’essa la liberazione, come ho detto altre volte. Qui, però, lo fa con tale impeto che spesso sembra voglia uscire dal corpo per andare in cerca di tale libertà, visto che nessuno la trae fuori dalla schiavitù. È come una schiava in terra straniera. Ciò che più l’affligge è non trovare molti che uniscano le loro lagnanze alle sue, chiedendo la stessa cosa, e che ordinariamente ci sia, invece, in tutti il desiderio di vivere. Oh, se non fossimo attaccati a nulla, né riponessimo la nostra felicità nelle cose terrene, la pena che ci dà il vivere sempre senza di lui mitigherebbe grandemente la paura della morte per il desiderio di godere della vera vita.

7. Alcune volte penso che se una come me, grazie a questa luce che il Signore mi ha dato, pur essendo così tiepido il mio amore e così incerto il mio vero riposo, poiché le mie opere non l’hanno meritato, spesso soffre tanto di vedersi in questo esilio, quale sarà stata la sofferenza dei santi? Che cosa avranno sofferto san Paolo, la Maddalena e altri come loro, in cui era così grande la fiamma dell’amor divino? Doveva essere un continuo martirio. Ho l’impressione che un qualche sollievo – e perciò le frequento con piacere – mi venga dalle persone che nutrono questi stessi desideri, purché siano desideri accompagnati da opere; dico opere perché vi sono alcuni i quali credono di essere distaccati da tutto e tali si proclamano, e dovrebbero esserlo, come richiede la loro condizione e, a volte, i molti anni che battono il cammino della perfezione; ma l’anima di cui parlo distingue lontano le mille miglia quelli il cui distacco è solo a parole da quelli che hanno già confermato le parole con i fatti, perché vede lo scarso profitto degli uni e il molto profitto degli altri, cosa ben evidente per chi ha un po’ di esperienza.

8. Si è, in questo modo, parlato degli effetti dei rapimenti provenienti dallo spirito di Dio. Questi, però, possono essere più o meno grandi; dico meno, perché da principio, anche se tali effetti esistono, non sono comprovati dalle opere, pertanto non si può capire che ci siano. Va anche aumentando la perfezione, con lo sforzo di far scomparire ogni traccia di ragnatele, e ciò richiede un po’ di tempo; quanto più crescono nell’anima l’amore e l’umiltà, tanto più viva è la fragranza che emana da questi fiori di virtù a vantaggio proprio e altrui. Vero è che, in uno solo di questi rapimenti, il Signore può operare in tal modo da lasciare all’anima ben poco lavoro per l’acquisto della perfezione; nessuno potrà immaginare, se non ne fa esperienza, ciò che il Signore qui dona all’anima, perché, a mio parere, non vi è alcuna nostra diligenza che possa farci giungere a tanto. Non dico che con l’aiuto del Signore e giovandosi per lunghi anni dei mezzi insegnati da coloro che hanno scritto sull’orazione, sia nei primi gradi che nei medi, non si possa giungere con molte fatiche alla perfezione e a un grande distacco dal mondo, ma non in così breve tempo come qui, dove il Signore opera senza alcuna nostra fatica, e prontamente libera l’anima dalla terra e la fa padrona di tutto quanto in essa si trova, anche se in quest’anima non vi siano meriti maggiori di quelli che erano nella mia, il che è tutto dire, perché io non ne avevo quasi nessuno.

9. La ragione per cui Sua Maestà fa questo è perché lo vuole e, volendolo, lo fa; e anche se non ci sia nell’anima la disposizione dovuta, la dispone lui a ricevere il bene che egli le dona. Pertanto, non tutte le volte lo concede perché le anime lo abbiano meritato coltivando accuratamente il giardino, benché sia indubitabile che non tralasci di favorire chi compie bene il suo lavoro e cerca di staccarsi dal mondo. Talora, però, come ho detto, vuol mostrare la sua grandezza nel terreno più ingrato che vi sia, e lo dispone a ogni bene, in modo da far credere che l’anima non possa più tornare a vivere offendendo Dio com’era solita. Ha la mente così abituata a intendere ciò ch’è realmente verità, che tutto il resto le sembra gioco da bambini. Ride, alcune volte, dentro di sé, quando vede persone gravi, di orazione e di religione, fare molto caso di certi punti d’onore che ella già tiene sotto i piedi. Dicono che, per maggior profitto, bisogna conservare la dignità del proprio stato e agire con discrezione. Ma, l’anima sa perfettamente che trae molto più profitto in un sol giorno rinunziando, per amor di Dio, alla dignità del proprio stato, che non in dieci anni, rispettandola.

10. Così vive una vita di sofferenze ed è sempre caricata della croce, ma fa grandi progressi: quando si manifesta a coloro che la trattano, è già assai vicina alla vetta; di lì a poco sale più in alto ancora, perché Dio le va facendo sempre maggiori grazie. Ormai è sua ed è lui ad averne cura; sembra che l’assista continuamente, perché non l’offenda e sembra che la favorisca e la sproni perché lo serva. Quando la mia anima giunse a ricevere da Dio una grazia così grande, i miei mali cessarono, poiché il Signore mi diede la forza di liberarmene, allontanandomi dalle occasioni e dalle persone che solevano distrarmi come se non esistessero più, anzi, mi era d’aiuto ciò che prima soleva recarmi danno; tutto era un mezzo per conoscere meglio Dio, amarlo, capire quanto gli dovevo e pentirmi di quello che ero stata.

11. Mi rendevo ben conto che questo non proveniva da me, né l’avevo acquistato con il mio zelo, non avendo ancora avuto il tempo per adoperarmi a tal fine. Sua Maestà mi aveva dato la forza necessaria a conseguirlo, solo per la sua bontà. Fino ad oggi, quando il Signore ha cominciato a farmi la grazia di questi rapimenti, tale forza è andata sempre aumentando. Egli nella sua misericordia mi ha tenuto per mano, perché non tornassi indietro. Così stando le cose, mi sembra di non far nulla da parte mia, ma di vedere chiaramente che è il Signore a fare tutto. credo, pertanto, che quando un’anima riceve da Dio queste grazie e cammina con umiltà e timore, sapendo che tutto le viene dal Signore stesso e nulla, o quasi nulla, da sé, può frequentare qualsiasi genere di persone, per quanto sviate e viziose esse siano, la lasceranno indifferente e non potranno rimuoverla dai suoi propositi; anzi, come ho detto, le saranno di aiuto come mezzo per ricavare maggior profitto. Sono anime ormai forti quelle che il Signore sceglie per il bene di altre anime, anche se tale forza non viene da loro. Poco alla volta, man mano che il Signore avvicina l’anima alla cima, le comunica più arcani segreti.

12. In queste estasi si hanno vere rivelazioni, grandi grazie e visioni; tutto serve a rendere l’anima umile, a fortificarla, a farle disprezzare le cose di questa vita e a conoscere meglio l’eccellenza del premio che il Signore tiene riservato per coloro che lo servono. Piaccia a Sua Maestà che la grandissima generosità da lui usata con questa miserabile peccatrice serva perché coloro che leggeranno queste pagine si sforzino e s’incoraggino a lasciar tutto completamente per amor di Dio. Se egli ci ricompensa con tanta magnanimità che anche in questa vita si vede chiaramente il premio e il guadagno di chi lo serve, che sarà nell’altra vita?

 

CAPITOLO 22

In cui si vede quale norma sicura sia, per i contemplativi, non elevare lo spirito a cose alte, se non è il Signore a farlo, e come il mezzo per la più alta contemplazione sia l’umanità di Cristo. Parla di un inganno cui soggiacque un tempo. È un capitolo molto utile.

 

1. Voglio dire una cosa, a mio parere importante; se alla signoria vostra sembrerà opportuna, servirà a metterla in guardia, poiché potrebbe averne bisogno. In alcuni libri sull’orazione si dice che, sebbene l’anima non possa arrivare da sola a questo stato – essendo una condizione del tutto soprannaturale e opera unicamente di Dio – potrà però aiutarsi, distaccando lo spirito da tutte le cose create ed elevandolo con umiltà, dopo aver trascorso molti anni nella via purgativa e aver fatto progressi in quella illuminativa. Non so bene perché dicano «illuminativa»; penso che sia quella di coloro che progrediscono nella via della perfezione. Tali libri raccomandano, inoltre, vivamente di allontanare da sé ogni immagine corporea per accedere alla contemplazione della divinità, perché dicono che, per coloro che sono ormai giunti tanto avanti, è d’imbarazzo e d’impedimento a una più perfetta contemplazione anche l’umanità di Cristo. Citano in proposito ciò che disse il Signore agli apostoli circa la venuta dello Spirito santo, cioè quando stava per ascendere in cielo. A me sembra che se gli apostoli avessero avuto la fede che ebbero dopo la venuta dello Spirito santo, quando, cioè, cedettero che Gesù era Dio e uomo, l’umanità di Cristo non sarebbe stata loro d’ostacolo; quelle parole, infatti, non furono dette alla Madre di Dio, che pure l’amava più di tutti. Chi scrive questi libri ritiene dunque che, trattandosi di opera esclusiva dello spirito, qualsiasi immagine corporea possa essere di disturbo o di impedimento, e che considerarsi concretamente circondati da ogni parte da Dio e in lui sommersi è quello a cui devono tendere i nostri sforzi. Questa mi sembra che possa essere una buona via da seguire, qualche volta, ma allontanarsi del tutto da Cristo e riguardare il suo corpo divino alla stregua delle nostre miserie o di ogni altra cosa creata, non lo so ammettere. Piaccia a Sua Maestà che io sappia farmi capire!

2. Io non voglio contraddirli, perché sono persone dotte e spirituali che sanno quello che dicono e sono molti i sentieri e le vie per i quali Dio conduce le anime. Voglio soltanto qui dire come ha condotto la mia – delle altre cose non voglio occuparmi – e il pericolo in cui mi sono vista per volermi conformare a ciò che leggevo. Sono certa che chi è giunto all’unione senza passare oltre (intendo dire ai rapimenti, alle visioni e alle altre grazie che Dio concede alle anime), riterrà quanto dicono la migliore cosa da farsi, come lo credevo io, che se avessi persistito in tale convinzione, credo che non sarei mai giunta dove ora mi trovo, perché, a mio parere, essi s’ingannano. Può darsi che l’ingannata sia io, ma voglio dire quello che mi è accaduto.

3. Poiché non avevo un maestro e leggevo quei libri, con l’aiuto dei quali pensavo di riuscire a poco a poco a capire qualche cosa (e mi resi conto in seguito che se il Signore non me lo insegnava, ben poco avrei potuto imparare dai libri, non essendo riuscita a capire nulla né sapendo quel che facevo, fino a quando Sua Maestà non me lo fece intendere per esperienza), appena cominciai ad avere un po’ d’orazione soprannaturale, cioè di quiete, procurai di allontanarmi da ogni cosa corporea, pur non osando elevare gradatamente l’anima, il che mi sembrava – spregevole com’ero – una temerarietà. Avevo, però, l’impressione – ed era proprio così – di sentire la presenza di Dio e cercavo di starmene raccolta in lui. È un’orazione soave e molto gioiosa, se Dio ci aiuta. E, vedendo il profitto e il piacere che ne traevo, non solo sarebbe stato impossibile farmi tornare alla considerazione della umanità di Cristo, ma – a dire il vero – sembrava anche a me un ostacolo. Oh, Signore dell’anima mia e mio bene, Gesù Cristo crocifisso! Non c’è una sola volta in cui mi ricordi di questo pensiero senza provarne una gran pena: mi sembra, infatti, di aver commesso un gran tradimento, sia pure per ignoranza.

4. Tutta la vita ero stata piena di devozione per Cristo (questo mi accadde quasi alla fine – cioè poco prima che il Signore mi facesse queste grazie dei rapimenti e delle visioni – e, giunta a tal punto, durai ben poco tempo in tale opinione); pertanto, tornavo sempre alla mia abitudine di ricrearmi con questo mio Signore, specialmente dopo la comunione. Avrei voluto avere sempre davanti agli occhi il suo ritratto e la sua immagine, non potendo averlo scolpito nell’anima come desideravo. È mai possibile, mio Signore, che io abbia potuto pensare anche solo per un’ora che voi mi sareste stato d’impedimento per un bene maggiore? Da dove sono venuti a me tutti i beni se non da voi? Non voglio credere d’aver avuto in ciò colpa, perché me ne affliggerei molto: certo si trattava d’ignoranza e voi, nella vostra bontà, voleste apportarvi un rimedio mandandomi chi mi traesse d’inganno e poi facendo sì che io vi vedessi tante volte, come più innanzi dirò, perché intendessi meglio quanto fosse grande il mio errore, lo dicessi ad altre persone, come ho fatto, e lo scrivessi ora qui.

5. Credo che questo sia il motivo per cui molte anime, dopo essere giunte all’orazione di unione, non progrediscono né arrivano a una più grande libertà di spirito. Mi sembra vi siano due ragioni su cui appoggiare la mia asserzione; forse quanto dico non avrà valore, ma lo dico per averne fatto esperienza. La mia anima, infatti, stava molto male fino a quando il Signore non la illuminò; tutte le sue gioie erano a sorsi, e una volta venute meno, non trovava quella compagnia che ebbe poi per affrontare sofferenze e tentazioni. La prima è che in quel metodo si nasconde, così di soppiatto e dissimulata che non si avverte, un po’ di mancanza di umiltà. E chi sarà mai come me tanto superbo e miserabile da non ritenersi molto ricco e molto ben ripagato se, dopo essersi tormentato tutta la vita con quante penitenze, orazioni, persecuzioni si possano immaginare, può stare avendone il consenso del Signore, ai piedi della croce con san Giovanni? Non so in quale cervello possa nascere l’idea di non esserne contento se non nel mio, e così venne irrimediabilmente a perdere dove avrei potuto guadagnare.

6. Supposto, poi, che la natura o qualche infermità non permettano di pensare alla passione, per essere troppo penosa, chi ci impedisce di stare con lui dopo la risurrezione, giacché l’abbiamo così vicino nel sacramento in cui si trova ormai glorificato? E potremo contemplarlo non già tormentato e straziato, grondante sangue, stremato dai viaggi, perseguitato da coloro a cui ha fatto tanto bene, disconosciuto dagli stessi apostoli. Certo, non sempre c’è chi sopporti di pensare ai tanti tormenti da lui sofferti, ma eccolo qui, senza pena, pieno di gloria, mentre incita gli uni e incoraggia gli altri, nostro compagno nel santissimo Sacramento, tanto da far credere, prima di salire al cielo, che non si sia sentito di separarsi neppure un momento da noi. E che abbia potuto io, mio Signore, allontanarmi da voi nell’intento di servirvi meglio! Almeno, quando vi offendevo non vi conoscevo, ma che, conoscendovi, abbia pensato di trarne maggior profitto seguendo questa strada, oh, che strada sbagliata battevo, Signore! Anzi, come mi sembra, ero del tutto fuori strada, se voi non mi aveste messo su di essa; e nel vedervi accanto a me ho visto, insieme, ogni bene. Non mi ha più colpito alcun dolore che, guardandovi come eravate dinanzi ai giudici, non mi sia stato facile sopportare. Con la presenza di un amico così buono e con l’esempio di un così valente capitano, che per primo si espose ai patimenti, tutto si può sopportare. Egli ci dà aiuto e coraggio, non ci viene mai meno, è un vero amico. Io vedo chiaramente, e l’ho visto dopo quell’inganno, che per essere graditi a Dio e per ottenere che ci doni speciali grazie, egli vuole che si passi attraverso questa sacratissima umanità di Cristo, in cui Sua Maestà disse di compiacersi. Ne ho fatta l’esperienza moltissime volte, me lo ha detto il Signore; ho visto chiaramente che dobbiamo entrare da questa porta, se vogliamo che la divina Maestà ci riveli i suoi grandi segreti.

7. Pertanto, la signoria vostra, signore, non cerchi altra strada, anche se si trova all’apice della contemplazione; per tale cammino non correrà rischi. Questo nostro Signore è la fonte di ogni nostro bene. Egli c’indicherà la strada; guardando alla sua vita, vi troveremo un modello senza uguali. Che vogliamo di più di un così fedele amico al nostro fianco, che non ci abbandonerà nelle sventure e nelle tribolazioni, come fanno quelli del mondo? Fortunato colui che lo amerà sinceramente e lo avrà sempre vicino a sé! Guardiamo al glorioso san Paolo che sembrava avesse continuamente sulla bocca il nome di Gesù, come colui che lo teneva bene impresso nel cuore. Io, dopo aver compreso questa verità, ho considerato attentamente la vita di alcuni santi, grandi spiriti contemplativi, e ho visto che non seguivano altra strada: san Francesco lo fa vedere con le stigmate, sant’Antonio di Padova con il bambino Gesù, san Bernardo con il godere dell’umanità di Cristo, e ancora lo provano santa Caterina da Siena e molti altri che vostra signoria conoscerà meglio di me.

8. Il metodo di escludere tutto ciò che è corporeo dev’essere buono certamente, se lo indicano persone tanto spirituali; ma, a mio parere, si deve seguire solo quando l’anima sia già molto progredita perché, prima d’aver raggiunto un alto grado, è evidente che il Signore si deve cercare attraverso le creature. Tutto dipende da come opera la grazia del Signore in ciascun’anima; di questo non mi occupo. Ciò che vorrei far capire è che la sacratissima umanità di Cristo non ha niente a che fare con le altre cose corporee. Bisogna intendere bene questo punto su cui vorrei sapermi spiegare meglio.

9. Quando Dio vuole sospendere tutte le potenze, come abbiamo visto nei modi di orazione di cui si è parlato, è chiaro che, anche se non lo vogliamo, questa umana presenza ci lascia. E sia pure così, alla buon’ora! E benedetta sia tale perdita che serve a farci godere in maggior misura quello che ci sembra di perdere! Allora, infatti, l’anima è tutta impegnata ad amare colui che l’intelletto si è sforzato di conoscere; ama ciò che esso non è riuscito a capire e gode di quello di cui non avrebbe mai potuto godere così a fondo se non col perdere se stessa, nell’intento – ripeto – di guadagnare maggiormente. Ma, che noi a bella posta procuriamo di disabituarci dal cercare con tutte le nostre forze di aver sempre dinanzi – e piacesse al Signore che fosse davvero sempre! – questa sacratissima umanità, è ciò che – ripeto – non mi sembra ben fatto. È, come suol dirsi, un camminare per aria, perché allora l’anima sembra andare senza appoggio, pur nella ferma convinzione di essere piena di Dio. È molto importante, finché viviamo in veste umana, aver presente il Signore come uomo; in ciò sta il secondo inconveniente cui ho accennato. Il primo, come avevo cominciato a dire, è una certa mancanza di umiltà, per cui l’anima tende ad elevarsi prima che sia il Signore a farlo, non contentandosi di meditare su un fatto così prodigioso, volendo esser Maria prima d’aver faticato come Marta. Quando il Signore vuole che lo sia, fosse anche dal primo giorno, non c’è nulla da temere, ma non invitiamoci da noi stessi, come credo d’aver già detto altrove. Questo neo di poca umiltà, anche se non sembra nulla, al fine di voler avanzare nella contemplazione è molto dannoso.

10. Tornando al secondo inconveniente, noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler fare gli angeli, stando sulla terra – e così saldamente come ci stavo io – è una pazzia; ordinariamente, invece, il pensiero ha bisogno d’appoggio, benché talvolta l’anima esca così fuori di sé, e molte altre volte sia così piena di Dio, da non aver bisogno, per raccogliersi, di alcuna cosa creata. Ma questo non avviene molto di frequente; pertanto, al sopraggiungere di impegni, persecuzioni, sofferenze, quando non si può avere più tanta quiete, o in caso di aridità, Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia. Prendendoci l’abitudine, poi, è molto facile sentircelo vicino, anche se alcune volte avverrà di non poter fare né una cosa né l’altra. Per questo è bene, come ho detto, non adoperarci a cercare consolazioni spirituali; qualsiasi cosa succeda, stiamo abbracciati alla croce, che è una grande cosa. Il Signore restò privo di ogni consolazione; fu lasciato solo nelle sue sofferenze; non abbandoniamolo noi, perché egli ci aiuterà a salire più in alto meglio di quanto avrebbe potuto fare ogni nostra diligenza e si allontanerà quando lo riterrà conveniente o quando vorrà trarre fuori l’anima da se stessa, come ho detto.

11. Dio si compiace molto nel vedere un’anima prendere umilmente per mediatore suo Figlio e amarlo tanto che, pur volendo Sua Maestà elevarla a un altissimo gradi di contemplazione, come ho detto, se ne riconosce indegna, dicendo con san Pietro: Allontanatevi da me, Signore, perché sono uomo peccatore. Io l’ho provato; Dio ha condotto per questa strada la mia anima; altri, ripeto, ne seguiranno una più breve. Ciò che io ho capito è che tutto questo edificio dell’orazione dev’essere fondato sull’umiltà e che quanto più un’anima si abbassa nell’orazione, tanto più Dio la innalza. Non ricordo che mi abbia fatto nessuna delle grandi grazie di cui parlerò più avanti, se non quando mi sentivo annientata dalla vista della mia profonda miseria. Perfino, per aiutarmi a conoscermi meglio, Sua Maestà mi faceva capire cose che da sola non avrei saputo immaginare. Sono convinta che quando l’anima fa da parte sua qualche sforzo per aiutarsi in questa orazione di unione, anche se lì per lì sembra trarne profitto, tornerà presto a cadere, come avviene di un edificio senza fondamenta, e temo che non si arriverà mai alla vera povertà di spirito, la quale consiste nel non cercare conforti o piaceri nell’orazione – ora che si sono lasciati quelli della terra – ma trovare consolazione nelle sofferenze, per amore di colui che in essi sempre visse, e mantenersi tranquilla nelle pene e nelle aridità. Quantunque abbia a soffrirne un po’, non giungerà mai a quella inquietudine e a quella pena di alcune persone che, se non s’impegnano sempre a lavorare con l’intelletto e a far pratiche di devozione, pensano che tutto sia perduto, come se un così gran bene potesse essere merito dei loro sforzi. Non dico che non ci si debba impegnare ad ottenerlo e a stare ben raccolti davanti a Dio, ma che, se non si riesce ad avere neppure un buon pensiero, come altra volta ho detto, non ci si disperi. Siamo servi inutili, di che cosa pensiamo mai di essere capaci?

12. Il Signore vuole che ce ne rendiamo conto e che diventiamo come asinelli che portano su l’acqua con la noria di cui si è parlato. Essi, anche se hanno gli occhi bendati e non capiscono quello che fanno, tireranno fuori più acqua che il giardiniere con tutto il suo zelo. Bisogna camminare su questa strada con libertà, mettendosi nelle mani di Dio. Se Sua Maestà vuole innalzarci a far parte della sua corte e dei suoi intimi, seguiamolo di buon grado; in caso contrario, serviamolo in umili occupazioni e guardiamoci, come ho detto talvolta, dal metterci noi nel posto migliore. Dio ha cura dei nostri interessi più di noi e sa quello che conviene a ciascuno. A che serve governarsi da sé, quando si è già data a Dio tutta la propria volontà? A mio parere, questo è assai meno tollerabile qui che nel primo grado di orazione e arreca molto più danno, perché si tratta di beni soprannaturali. Se uno ha una brutta voce, per quanto si sforzi di cantare, non riuscirà a farla diventare bella; se, invece, Dio vuol dargliela buona, non ha bisogno di sgolarsi per migliorarla. Supplichiamolo, dunque, sempre di farci grazie, ma con umiltà, anche se con piena fiducia nella magnanimità di Dio. E poiché ci è permesso di stare ai piedi di Cristo, procuriamo di non allontanarcene, stiamoci comunque sia, imitando la Maddalena: quando l’anima sarà diventata forte, Dio la condurrà nel deserto.

13. Pertanto la signoria vostra, finché non avrà trovato chi abbia più esperienza di me e ne sappia di più, si attenga a ciò che ho detto qui. Trattando con persone che cominciano a godere di Dio, non creda loro quando diranno che hanno l’impressione, aiutandosi, di trarre maggior profitto e godere di più. Oh, quando Dio vuole, come viene in modo scoperto, senza questi miseri aiuti! Egli allora, per quanto noi facciamo per resistergli, rapisce lo spirito, come un gigante prenderebbe una pagliuzza, e non c’è resistenza che valga. È mai possibile credere che, se egli vuol far volare un rospo, aspetti che il rospo voli da se stesso? Ebbene, il nostro spirito mi sembra ancor più pesante ed esposto a maggior difficoltà nell’innalzarsi se non è Dio a sollevarlo, perché è gravato di terra e di mille impedimenti, e poco gli giova la volontà di volare. Anche se volare è più confacente alla sua natura che non a quella del rospo, è così invischiato nel fango che, per sua colpa, non ne è più capace.

14. Voglio, dunque, concludere così: che quando pensiamo a Cristo, dobbiamo sempre ricordarci dell’amore con il quale ci ha fatto tante grazie, e di quello, immenso, che ci ha testimoniato Dio col darcene tale pegno. Amore chiama amore, e anche se siamo agli inizi e tanto miserabili, cerchiamo di riflettere sempre su questa verità e di stimolarci all’amore, giacché se il Signore ci facesse una volta la grazia di imprimercelo nel cuore, tutto ci diventerebbe facile, e potremmo in brevissimo tempo e senza alcuna fatica darci alle opere. Ce lo conceda Sua Maestà – che conosce quanto ne abbiamo bisogno – per l’amore che ci ha portato e che il suo glorioso Figliolo ci ha dimostrato a costo di tante sofferenze! Amen.

15. Una cosa vorrei domandare alla signoria vostra: quando il Signore comincia a fare a un’anima grazie così sublimi, come è quella di elevarla a una perfetta contemplazione, non sarebbe logico ch’essa diventasse subito del tutto perfetta? Sì, certamente, sarebbe giusto, perché chi riceve così grande grazia, non dovrebbe più cercare conforti terreni. Perché, dunque, l’anima solo nel rapimento, quando è ormai più abituata a ricevere grazie, sembra che provi gli effetti più sublimi? Perché, quanto più alti sono, tanto maggiore è il suo distacco dalle cose terrene mentre il Signore, nell’istante stesso in cui scende su di lei, potrebbe santificarla, come farà poi, con l’andare del tempo, lasciandola perfetta in ogni virtù? Questo è ciò che vorrei sapere, e non lo so; anzi so che è ben diversa la forza che Dio dà all’anima agli inizi, quando non dura più che un batter d’occhio, tanto che quasi non si avverte se non per gli effetti che lascia, da quella che si prova quando tale grazia dura più a lungo. E molte volte mi chiedo se non sia perché l’anima non si dispone subito come conviene; pertanto il Signore a poco a poco l’avvia a una salda determinazione e le dà virile coraggio perché rinunci completamente a tutto. come lo fece in breve tempo con la Maddalena, lo fa con altre persone, in proporzione della libertà che esse gli lasciano di operare. Ma purtroppo noi non vogliamo indurci a credere che anche in questa vita Dio ci dia il cento per uno.

16. Mi è venuto in mente quest’altro paragone: essendo tutt’uno quello che si dà ai proficienti e agli incipienti, è come un cibo mangiato da molte persone; quelle che ne mangiano poco rimangono solo con un buon sapore per poco tempo; quelle che ne mangiano di più ne hanno aiuto per sostentarsi; quelle che ne mangiano molto ne ricevono vita e forza. L’anima può nutrirsi tante volte di questo cibo di vita e con tale abbondanza da non trovare più gusto in alcun cibo che non sia questo, vedendo quanto bene ne tragga e avendo ormai fatto l’abitudine a un sapore così squisito che vorrebbe cessare di vivere piuttosto di dover adattarsi ad altri cibi, capaci solo di toglierle il buon sapore che quello le ha lasciato. Anche una santa compagnia non ci procura, frequentandola, tanto profitto in un giorno quanto in molti, perché solo stando a lungo con tale persona possiamo, con l’aiuto di Dio, diventare come lei. Insomma, tutto sta in ciò che Sua Maestà vuole e nella disposizione della persona che egli vuole favorire, giacché importa molto, per chi comincia a ricevere questa grazia, decidersi a distaccarsi da tutto e a tenerla nella stima dovuta.

17. Mi sembra anche che Sua Maestà vada provando ora l’uno, ora l’altro, per vedere chi lo ama; e, per avvivare la nostra fede – se per caso fosse spenta – nelle ricompense che ci darà, si manifesta mediante tale supremo diletto, dicendo: «Badate, questa è solo una goccia di un infinito mare di beni». Così non tralascia di far nulla in favore di quelli che ama e, nella misura in cui vede che sono pronti ad accoglierlo, egli dona e si dona; ama chi lo ama, e che buon amante e che buon amico egli è! Oh, Signore dell’anima mia, chi può trovare parole adeguate per far intendere quali favori concedete a chi ha fiducia in voi, e che cosa perde chi, giunto a questo stato, resta attaccato a se stesso! Non vogliate permetterlo, Signore, giacché voi fate assai più di questo, venendo in un albergo così misero come il mio. Siate benedetto per sempre, in eterno!

18. Torno a supplicare la signoria vostra che, se di quanto ho scritto sull’orazione, vuol trattare con persone spirituali, si accerti che lo siano davvero, perché se non conoscono che una via, o si sono fermate a metà, non potranno cogliere certo nel segno. Vi sono alcuni che, condotti subito da Dio per un cammino molto elevato, credono che allo stesso modo possano avvantaggiarsi gli altri in tale stato, e acquietare l’intelletto, senza servirsi dell’aiuto di cose corporee. Ma chi lo farà, resterà secco come un pezzo di legno. Altri, ancora, avendo avuto un po’ di orazione di quiete, pensano subito che, come sono giunti a questo grado, possono passare all’altro e, invece di avvantaggiarsi, come ho detto, perderanno il vantaggio ottenuto. Pertanto, occorre in tutto esperienza e discrezione. Il Signore, nella sua bontà, ce le dia!

 

CAPITOLO 23

In cui riprende la narrazione della sua vita e dice come e con quali mezzi cominciò a procedere con maggior perfezione. È utile, per le persone che si impegnano a dirigere le anime nella vita di orazione, sapere come debbano comportarsi agli inizi e conoscere il vantaggio che a lei procurò l’essere stata ben indirizzata.

 

1. Voglio ora riprendere la storia della mia vita, dal punto in cui l’ho lasciata, dilungandomi più del dovuto per far meglio capire ciò che seguirà. Da qui innanzi sarà un libro nuovo, voglio dire una vita nuova, perché quella di cui ho parlato finora era mia, ma quella che ho vissuto da quando ho cominciato a spiegare cose attinenti all’orazione è la vita di Dio in me, a quanto mi sembra, poiché ritengo che sarebbe stato impossibile altrimenti svincolarsi in così poco tempo da abitudini e opere tanto cattive. Sia lodato il Signore che mi liberò da me stessa!

2. Appena, dunque, cominciai a fuggire le occasioni e a darmi di più all’orazione, il Signore cominciò a elargirmi le sue grazie, come chi non desiderava altro – a quel che si vide – se non che io volessi riceverle. Sua Maestà prese a darmi assai di frequente l’orazione di quiete e molte volte anche quella di unione, che durava a lungo. Ma, poiché in quei giorni si erano verificati casi di donne tratte in inganno dal demonio con grandi illusioni, cominciai a temere, specialmente per la grande gioia e la dolcezza che provavo, e a cui spesso non potevo sottrarmi, anche se, d’altra parte, in me ci fosse l’assoluta persuasione che provenissero da Dio, specialmente quando stavo in orazione e vedevo che ne uscivo assai migliorata e più forte. Ma appena mi distraevo tornavo a temere e a pensare se per caso il demonio non volesse, facendomi credere che era cosa buona, sospendere l’intelletto per privarmi dell’orazione mentale e della possibilità di meditare sulla passione e di servirmi dell’intelligenza, il che – non avendo conoscenza di queste cose – mi sembrava il maggior danno.

3. Siccome, però, Sua Maestà voleva ormai illuminarmi, affinché non l’offendessi più e conoscessi quanto gli dovevo, questa paura aumentò in modo tale che mi fece cercare con diligenza persone spirituali con cui trattarne. Avevo già notizia di alcune, essendosi stabiliti qui i padri della Compagnia di Gesù per i quali io – pur non conoscendone alcuno – nutrivo grande affezione, solo per aver saputo del loro metodo di vita e di orazione, ma non mi credevo degna di parlare ad essi, né tanto forte da seguirne i consigli; e questa era una ragione di maggior timore, perché trattare con loro, essendo quale ero, mi sembrava sconveniente.

4. Rimasi in questa perplessità per qualche tempo finché, ormai spossata da tante lotte e timori interiori, mi decisi a parlare con una persona spirituale per chiederle che tipo di orazione fosse quella che io praticavo e pregarla che mi illuminasse, se ero in errore, essendo disposta a fare tutto il possibile per non offendere Dio; in quanto era la costatazione di mancanza di forza in me – ripeto – che mi rendeva così timorosa. Che grande inganno, mio Dio, quello di allontanarmi dal bene, per voler essere buona! In questo, senza dubbio, deve adoperarsi molto il demonio, quando si comincia a praticare la virtù, perché io non riuscivo ad averla vinta su me stessa. Egli sa che l’infallibile risorsa di un’anima è trattare con gli amici di Dio, pertanto non c’era modo che mi decidessi a far questo. Aspettavo anzitutto di emendarmi – come quando lasciai l’orazione – e forse non mi sarebbe mai stato possibile, essendo ormai così invischiata in certe piccole cattive abitudini, di cui non riuscivo a capire il danno, che era necessario l’aiuto di un altro che mi tendesse la mano per farmi rialzare. Sia benedetto il Signore che fu il primo a porgermi la sua!

5. Quando mi accorsi che il mio timore cresceva man mano che procedevo nell’orazione, mi sembrò che in questo dovesse esserci un grande bene o un grandissimo male, rendendomi ormai ben conto che quanto avveniva in me era cosa soprannaturale, perché a volte non potevo opporvi resistenza ed era escluso che potessi averlo quando volevo. Pensai di non aver altro rimedio se non cercare di mantenere la coscienza pura ed evitare ogni occasione, sia pur di peccati veniali, perché se si trattava dello spirito di Dio, il profitto era evidente; se, invece, si trattava del demonio, procurando io di contentare il Signore e di non offenderlo, poco danno avrebbe potuto farmi, anzi il danno sarebbe stato suo. Decisa a questo e supplicando sempre Dio che mi aiutasse, procurai di fare quanto ho detto per alcuni giorni, ma vidi che la mia anima non aveva la forza di ascendere da sola a tanta perfezione, a causa di certi attaccamenti a cose le quali, benché in sé non molto cattive, bastavano per rovinare tutto.

6. Mi parlarono di un dotto ecclesiastico di questa città, di cui il Signore cominciava a far conoscere alla gente la bontà e la vita edificante. Cercai di mettermi in contatto con lui per mezzo di un santo cavaliere di questa stessa città. È sposato, ma di vita così esemplare e virtuosa e di così grande orazione e carità che da tutto il suo essere emanano bontà e perfezione. E lo dico con molta ragione, perché gran bene è venuto a molte anime per mezzo suo, possedendo egli talenti tali che, sebbene il suo stato non gli sia di aiuto, non può fare a meno di operare con essi: è molto intelligente e affabile con tutti; la sua conversazione, per nulla pesante, è così dolce e garbata e insieme così retta e santa, che dà gran piacere a chi tratta con lui; parlando, mira unicamente al maggior bene delle anime con le quali conversa e non sembra preoccuparsi d’altro che adoperarsi per chi vede soffrire e accontentare tutti.

7. Ebbene, questo benedetto e santo uomo, con la sua avvedutezza mi sembra sia stato il principio della salvezza per la mia anima. La sua umiltà mi sbigottisce perché, praticando l’orazione, per quel che credo, da poco meno di quarant’anni (non so se due o tre anni di meno), tutta la sua vita è improntata alla perfezione che il suo stato sembra permettergli. Sua moglie, infatti, è così gran serva di Dio e così piena di carità che egli certo non si perderà mai per causa di lei; in conclusione, scelta da Dio proprio per colui che sapeva doveva essere un suo grande servo. Alcuni suoi congiunti erano imparentati con i miei ed egli aveva anche frequenti rapporti con un altro gran servo di Dio, sposato con una mia cugina.

8. Per questa via procurai d’incontrare quell’ecclesiastico di cui ho parlato, gran servo di Dio e suo grande amico, dal quale pensai di confessarmi, scegliendolo per mio direttore spirituale. E allorché mi fu presentato perché mi parlasse, io, profondamente turbata nel vedermi alla presenza di un uomo così santo, lo misi a parte della mia anima e del mio modo di fare orazione, ma egli non volle confessarmi, dicendo di essere molto occupato, ed era vero. Cominciò con santa risolutezza a trattarmi da anima forte, come dovevo ragionevolmente essere per il grado di orazione in cui vide che mi trovavo, esigendo che non offendessi più Dio in alcun modo. Io, quando vidi la sua determinazione a trarmi subito fuori da quei difettucci dai quali, come ho detto, non avevo forza di liberarmi con tanta perfezione, me ne afflissi, rendendomi conto che considerava la questione della mia anima come cosa che dovesse essere risolta all’istante, mentre io ritenevo che ci fosse bisogno di molto maggior cautela.

9. Infine, capii che non con quei mezzi che egli mi suggeriva avrei trovato la strada per emendarmi, essendo adatti ad anime più perfette, mentre io, benché fossi già avanti nelle grazie di Dio, ero solo al primo principio in virtù e mortificazione. Certamente, se avessi dovuto trattare unicamente con lui, credo che la mia anima non avrebbe mai progredito, perché il dispiacere che provavo nel vedere che non facevo – né mi sembrava che potessi farlo – quanto egli mi diceva, bastava per farmi perdere ogni speranza e abbandonare tutto. A volte mi meraviglio che, essendo egli una persona dotata di grazie particolari per avviare le anime all’unione con Dio, non abbia saputo intendere la mia né assumerne la direzione, ma vedo che fu tutto per mio maggior bene, affinché conoscessi e trattassi con persone così sante come quelle della Compagnia di Gesù.

10. Da allora rimasi d’accordo con quel santo cavaliere che mi venisse a trovare qualche volta. Qui si vide la sua grande umiltà nell’acconsentire a trattare con una persona così miserabile come me. Cominciò a visitarmi e a incoraggiarmi, dicendomi che non pensassi di dovermi staccare da tutto in un sol giorno, perché a poco a poco lo avrebbe fatto Dio, e che anch’egli era stato alcuni anni senza riuscire a spuntarla in cose di assai scarsa importanza. Oh, umiltà, che gran bene fai a coloro nei quali alberghi e che si legano a chi ti coltiva! Ai fini del mio emendamento, mi parlava questo santo (cui mi sembra di poter con ragione dar questo nome) di alcune debolezze – tali almeno parevano alla sua umiltà – che, in rapporto al suo stato, non erano né mancanze, né imperfezioni, mentre in rapporto al mio sarebbero state gravissime. Non dico questo senza motivo; sembra, infatti, che mi dilunghi in minuzie, ma sono così importanti perché un’anima cominci a trarre profitto e sia tratta a volare – anche se, come si dice, è ancora sprovvista di penne – che non può crederlo se non chi ne ha fatto esperienza. E siccome spero in Dio che la signoria vostra possa aiutare molte anime, dico qui che tutta la mia salvezza fu data dal fatto che egli mi sapesse curare, avesse l’umiltà e la carità di intrattenersi con me e la pazienza di sopportarmi, pur vedendo che non mi correggevo mai del tutto. procedeva con tatto, a poco a poco, per darmi modo di vincere il demonio. Cominciai a nutrire per lui così grande amore che non c’era per me maggior conforto di quello offertomi dai giorni in cui lo vedevo, benché fossero pochi. Quando tardava, subito mi affliggevo molto, sembrandomi che non venisse a farmi visita per la mia enorme cattiveria.

11. Quando egli, man mano, si rese conto delle mie grandi imperfezioni (e saranno stati anche peccati, benché quando trattavo con lui mi fossi molto migliorata), e quando gli esposi le grazie che Dio mi faceva per esserne illuminata, mi disse che una cosa non si accordava con l’altra, che quelli erano doni di persone già molto avanti nella virtù e nella mortificazione, e che non si poteva fare a meno di temere molto, perché in alcune cose gli sembrava di scorgere il senno dello spirito cattivo. Comunque, non si pronunziò in modo definitivo, ma mi raccomandò di riflettere su tutto ciò che potevo capire della mia orazione e di riferirglielo. E la difficoltà era proprio che io non sapevo dire né poco né molto in che cosa consistesse la mia orazione, perché questa grazia di saper capire che cosa sia e di saperne parlare, Dio me l’ha data da poco tempo.

12. Quando mi disse questo, con la paura che già avevo, grande fu la mia afflizione, e molte le mie lacrime, poiché certamente desideravo accontentare Dio e non potevo persuadermi che lì c’entrasse il demonio, ma temevo che, a causa dei miei peccati, Dio mi rendesse cieca perché non lo intendessi. Leggendo alcuni libri, per vedere se riuscivo, col loro aiuto, a dire quale orazione praticassi, ne trovai uno dal titolo La salita del monte dove si parla dell’unione dell’anima con Dio; ivi era indicato tutto quello che io provavo in me in quel non pensare a nulla, che era appunto quanto più spesso dicevo: che, cioè, in quell’orazione non potevo pensare a nulla. segnai con alcune linee le parti che facevano al mio caso e gli diedi il libro affinché sia lui, sia l’altro ecclesiastico di cui ho parlato, santo servo di Dio, lo esaminassero e mi dicessero che cosa dovevo fare. Se fosse loro sembrato opportuno, avrei lasciato del tutto l’orazione. Infatti, che ragione c’era per cui dovessi espormi a tali pericoli? Se dopo quasi vent’anni che la praticavo non ne avevo tratto alcun guadagno, ma solo inganni del demonio, era meglio non praticarla, nonostante che anche questo mi riuscisse duro, perché io avevo già provato quale fosse lo stato della mia anima senza orazione. Così vedevo tutto irto di difficoltà, come chi, trovandosi nel gorgo di un fiume, dovunque si diriga, teme maggior pericolo e sta quasi per affogare. È questo un tormento assai grande e di tal genere ne ho provati molti, come dirò più avanti; benché non sembri cosa molto importante, forse gioverà sapere attraverso quali prove debba passare lo spirito.

13. È certamente grande la pena che si soffre e bisogna aver tatto, specialmente con le donne perché, a causa della loro debolezza, potrebbe riuscire molto dannoso il dir loro apertamente che in esse opera il demonio. Bisogna considerare bene tutto, allontanarle dai pericoli in cui possono incorrere e raccomandar loro di fare attenzione a mantenere il segreto e mantenerlo noi stessi come si conviene. Dico questo perché mi è costata gran sofferenza che non l’abbiano mantenuto alcune persone con cui avevo parlato della mia orazione. Esse, parlandone e chiedendo l’una all’altra, a fin di bene, mi hanno fatto un gran danno, perché si sono divulgate cose che, non essendo adatte a tutti, sarebbe stato bene restassero segrete, e sembrava, inoltre, che a divulgarle fossi io. Credo però che non ne abbiano colpa, avendolo permesso il Signore perché io avessi a soffrire. Non dico che parlassero di ciò che tratto con loro in confessione, ma poiché erano persone che io mettevo a parte dei miei timori, affinché mi illuminassero, mi sembra che avrebbero dovuto tacere; ciò nonostante, non ho mai osato nascondere loro nulla. ripeto, dunque, che si usi molta discrezione, incoraggiando le anime e dando tempo al tempo, perché il Signore verrà loro in aiuto, come ha fatto con me. In caso diverso, piena di paura e di timori com’ero, ne avrei avuto grandissimo danno. Mi meraviglio, con il forte mal di cuore che avevo, di non esserne rimasta pregiudicata nella salute.

14. Quando gli ebbi dato il libro e fatto all’incirca una relazione della mia vita e dei miei peccati come meglio potei (non era una confessione, essendo egli un secolare, piuttosto una spiegazione di quanto fossi colpevole), i due servi di dio si preoccuparono con grande carità e amore di vedere ciò che mi conveniva fare. Giunse la risposta che aspettavo con viva trepidazione, dopo aver supplicato molte persone che mi raccomandassero a Dio ed essermi dedicata in quei giorni maggiormente all’orazione. Il cavaliere venne da me molto afflitto e mi disse che, secondo l’assoluto parere d’entrambi, ero vittima del demonio; che quanto occorreva fare era parlare con un padre della Compagnia di Gesù il quale, non appena io lo chiamassi, dicendo di averne bisogno, sarebbe venuto; che l’informassi di tutta la mia vita e del mio stato con una confessione generale, con assoluta chiarezza; aggiungendo che, in virtù del sacramento della confessione, Dio lo avrebbe maggiormente illuminato, tanto più che nelle cose dello spirito quei padri hanno grande esperienza, e raccomandandomi di non discostarmi in nulla da ciò che mi avrebbe detto, perché correvo un gran pericolo se non trovavo chi mi guidasse.

15. Ciò mi procurò tanto timore e tanta pena che non sapevo cosa fare, tranne piangere in continuazione. Un giorno, mentre stavo in oratorio piena d’angoscia, ignara di quel che sarebbe stato di me, lessi in un libro – che forse il Signore mi pose tra le mani – come san Paolo dicesse che Dio era molto fedele e mai permetteva che fosse ingannato dal demonio chi lo amava. Questo mi consolò moltissimo. Cominciai ad occuparmi della mia confessione generale e a mettere per iscritto in una relazione, quanto più chiaramente seppi e potei fare, tutto il male e il bene della mia vita, senza tralasciare di dire nulla. ricordo che, vedendo, dopo aver scritto, tanto male e quasi nulla di bene, ne provai un’angoscia e un’afflizione grandissime. Mi dava anche angustia che in casa mi vedessero trattare con persone così sante come i padri della Compagnia di Gesù; temevo per la mia cattiveria, perché mi sembrava di sentirmi maggiormente obbligata, trattando con loro, a non essere più una miserabile creatura e a rinunciare ai miei passatempi; se non l’avessi fatto, sarebbe stato peggio per me. Così mi accordai con la sagrestana e la portinaia affinché non lo dicessero a nessuno. Mi giovò a poco, perché si trovò in portineria, quando mi chiamarono, chi lo disse a tutto il convento. Quanti ostacoli e paure frappone il demonio a chi vuol giungere a Dio!

16. Aperta tutta la mia anima a quel servo di Dio – era molto devoto, e anche molto perspicace – egli, come chi ben conosceva questo linguaggio, mi spiegò che cos’era e m’incoraggiò molto. Disse che evidentemente si trattava dello spirito di Dio e che dovevo riprendere l’orazione, perché non ero ben fondata, né avevo ancora ben cominciato a intendere che cosa fosse la mortificazione (ed era così, perché mi sembra che non ne sapessi neanche il nome). Non solo non dovevo in nessun modo lasciare l’orazione, ma attendervi con tutte le mie forze, visto che Dio mi faceva grazie così particolari. Che sapevo io se per mezzo mio il Signore voleva avvantaggiare molte persone? E aggiunse altre cose con cui sembra che profetizzasse quello che poi Dio ha fatto con me, per concludere che sarei stata molto colpevole se non avessi corrisposto alle sue grazie. In tutto quanto diceva mi sembrava che in lui parlasse lo Spirito santo per risanare la mia anima, tanto profondamente s’imprimevano in essa le sue parole.

17. Si verificò in me una completa rivoluzione; mi diresse in tal modo che mi parve d’essere del tutto trasformata. Che gran cosa è intendere un’anima! Mi disse di concentrare ogni giorno l’orazione su un punto della passione, di cercare di trarne profitto non pensando ad altro che all’umanità di Cristo e di resistere, per quanto potevo, a quei miei raccoglimenti e a quelle dolcezze interiori, in modo da non dare adito ad essi fino a che egli non mi desse ordini diversi.

18. Mi lasciò consolata e rinvigorita, e il Signore che aiutò me, aiutò anche lui perché comprendesse la mia condizione e il modo con cui doveva guidarmi. Restai fermamente decisa a non allontanarmi in nulla da ciò che avrebbe comandato, e così ho fatto fino ad oggi. Sia lodato il Signore che mi ha dato la grazia di obbedire ai miei confessori, sia pure imperfettamente! Essi sono stati quasi sempre questi benedetti padri della Compagnia di Gesù e sebbene – ripeto – li abbia seguiti imperfettamente, la mia anima cominciò ad averne un evidente miglioramento, come ora dirò.

CAPITOLO 24

Prosegue nell’argomento iniziato e dice come la sua anima andò avvantaggiandosi da quando cominciò ad obbedire, e quanto poco le giovasse resistere ai favori di Dio, che egli le dava in un modo sempre più perfetto.

 

1. Dopo questa confessione la mia anima restò così docile da sembrarmi che non vi sarebbe stato nulla a cui non fosse disposta. Cominciai così a cambiare in molte cose, anche se il confessore non mi faceva alcuna pressione, anzi pareva che badasse poco a tutto, e questo mi animava di più, perché mi conduceva per la via dell’amore di Dio e mi lasciava libera, senza altri obblighi, eccetto quelli che io mi imponessi per amore. Rimasi così quasi due mesi, facendo quanto potevo per resistere ai doni e alle grazie di Dio. Nelle forme esteriori era evidente il cambiamento, poiché il Signore ormai cominciava a darmi la forza di fare certe cose che, a giudizio di persone che mi conoscevano, anche della stessa casa, sembravano eccessive. E, rispetto a quel che facevo prima, avevano ragione di ritenerle eccessive, ma rispetto agli obblighi che l’abito e la professione m’imponevano, restavo sempre in debito.

2. Dall’opporre resistenza alle gioie spirituali e ai doni di Dio guadagnai che Sua Maestà mi desse un insegnamento. Prima, infatti, mi sembrava che per ricevere doni nell’orazione occorresse stare in grande raccoglimento e quasi non osavo muovermi. Dopo mi accorsi che ciò aveva ben poca importanza, perché quanto più cercavo di distrarmi, tanto più il Signore mi avvolgeva di soavità e di beatitudine tale che mi sembrava di esserne completamente circondata e di non poterne uscire da nessuna parte, come infatti era. Mi adoperavo a resistere con tanto impegno da provarne angustia; più grande era, però, l’impegno del Signore nel concedermi grazie e nel farsi conoscere molto più del solito in questi due mesi, affinché capissi meglio che resistergli non dipendeva più da me. Cominciai a innamorarmi nuovamente della sacratissima umanità di Gesù Cristo. L’orazione prese a consolidarsi come un edificio posto su salde fondamenta e mi affezionai di più alla penitenza che avevo trascurato a causa delle mie gravi infermità. Quel santo uomo che mi confessò mi disse che un po’ di penitenza non mi poteva fare alcun danno, e che forse Dio mi mandava tanti mali proprio perché, non facendola io, me la voleva imporre lui stesso. Mi ordinò di adempiere alcune mortificazioni non molto piacevoli per me. Io facevo tutto, perché mi sembrava che me lo ordinasse il Signore, dandogli la grazia di ordinarmelo in modo che io gli obbedissi. La mia anima cominciava già a sentir dolore di ogni offesa a Dio, per quanto piccola potesse essere, tanto che se avevo qualcosa di superfluo, non potevo ritirarmi in raccoglimento fin quando non me ne fossi spogliata. Pregavo molto il Signore di tenermi con la sua mano e di non permettere – trattando io con i suoi servi – che tornassi indietro, poiché mi sembrava che sarebbe stato un grave delitto e che essi avrebbero perduto credito per causa mia.

3. In questo tempo, arrivò in città il padre Francesco, già duca di Gandia, che da alcuni anni, dopo aver abbandonato tutto, era entrato nella Compagnia di Gesù. Il mio confessore e il cavaliere che, come ho detto, era venuto anch’egli da me, procurarono che gli parlassi e lo informassi della mia orazione, sapendo che era molto avanti nel ricevere favori e grazie da Dio il quale, tenuto conto del molto che aveva lasciato per lui, lo compensava fin da questa vita. Orbene egli, dopo avermi ascoltata, mi disse che si trattava dello spirito di Dio e che gli sembrava non fosse ormai il caso di resistergli oltre, anche se fino allora avessi agito bene, aggiungendo di cominciare sempre l’orazione con un brano della passione e di non opporre resistenza se, in seguito, il Signore mi rapisse lo spirito, lasciando fare a Sua Maestà, senza procurare io tale elevazione. Essendo già molto avanti in questa via, mi diede medicina e consiglio adatti, perché a tale riguardo è molto importante l’esperienza. Disse che sarebbe stato un errore continuare a resistere. Ne rimasi assai consolata e così anche il cavaliere, il quale si rallegrò molto di sentirgli dire che si trattava dello spirito di Dio, e continuò a darmi aiuto e consigli in tutto quel che poteva, e poteva molto.

4. In quel tempo trasferirono il mio confessore altrove e io ne soffrii moltissimo, temendo di ritornare ad essere una miserabile e sembrandomi impossibile trovarne un altro come lui. La mia anima rimase come in un deserto, piena di sconforto e di paura; non sapevo più che fare di me. Una mia parente ottenne di condurmi a casa sua e io mi adoperai subito a cercarmi un altro confessore tra i padri della Compagnia. Piacque al Signore che stringessi amicizia con una vedova, signora di nobili natali, molto dedita all’orazione, che aveva consuetudine di trattare con loro. Mi fece confessare dal suo confessore e rimasi in casa sua molti giorni. Abitava vicino ai padri e io ne ero assai lieta, perché potevo frequentarli più spesso, essendo grande il vantaggio che la mia anima traeva anche solo dal conoscere la santità dei loro costumi.

5. Questo padre cominciò ad avviarmi a maggior perfezione. Mi diceva che non dovevo tralasciare nulla per soddisfare completamente Dio. E lo faceva con molta abilità e dolcezza perché la mia anima, lungi ancora dall’essere forte, era assai fiacca, specialmente in fatto di rinuncia a certe amicizie che avevo. Anche se per causa loro non offendevo Dio, vi ero molto attaccata, tanto che mi sembrava un’ingratitudine lasciarle. E così dicevo al mio confessore che, poiché con esse non offendevo Dio, non v’era motivo di essere ingrata. Egli mi rispose di raccomandare la cosa al Signore, recitando per alcuni giorni il Veni Creator, affinché m’illuminasse su quel che era meglio fare. Un giorno, dopo essere stata a lungo in orazione e aver supplicato il Signore di aiutarmi a contentarlo in tutto, cominciai a dire l’inno e, mentre lo stavo recitando, mi colse un rapimento così improvviso che mi fece quasi uscire fuori di me, né potei mai dubitarne, essendo stato ben evidente. Fu la prima volta che il Signore mi fece la grazia di un rapimento. Udii queste parole: «Non voglio più che tu abbia conversazione con gli uomini, ma con gli angeli». Mi spaventai molto, perché il trasporto dell’anima fu grande e queste parole mi furono dette nella parte più intima dello spirito. Pertanto mi produssero sgomento anche se, d’altro canto, mi causarono grande conforto, che mi rimase, una volta passato lo spavento dovuto – credo – alla novità del caso.

6. Tutto ciò si è adempiuto perfettamente, perché da allora in poi non ho mai più potuto concepire amicizia, né aver consolazione, né amore speciale se non per coloro che so che amano Dio e procurano di servirlo, senza poter fare altrimenti, né m’importa che siano parenti o amici. Se non è una persona che ama Dio e che pratica l’orazione, mi è una croce assai penosa trattare con chiunque. È proprio così, mi pare, senza alcuna eccezione.

7. Da quel giorno mi sentii così animata a lasciare ogni cosa per amore di quel Dio che in un solo momento – mi sembra, infatti, che non fosse più di un momento – aveva voluto trasformare del tutto la sua serva, che non fu più necessario alcun comando. Il confessore, d’altronde, vedendomi così attaccata a quelle pratiche, non aveva osato impormene risolutamente la rinuncia. Forse aspettava che il Signore operasse il mio cambiamento, come infatti fece; io stessa disperavo di uscirne fuori perché lo avevo tentato altre volte, soffrendone a tal punto che avevo finito col lasciar perdere ogni tentativo, tanto più che mi sembrava che non fosse cosa sconveniente. Con questo rapimento, invece, il Signore mi diede la libertà e la forza di attuare tale rinuncia. Lo dissi al confessore e abbandonai tutto, secondo il suo comando. Fu di grande profitto anche alle persone con cui trattavo vedermi animata da questa risoluzione.

8. Sia eternamente benedetto Dio, per avermi dato in un solo istante la libertà che io non ero mai riuscita a conquistare, nonostante tutte le diligenze usate in molti anni e pur ricorrendo molte volte a tali sforzi che ne restava pregiudicata la mia salute. Ora, invece, trattandosi dell’opera di chi può tutto ed è il vero padrone del mondo, non mi procurò alcuna fatica.

 

CAPITOLO 25

In cui spiega come si debbano intendere quelle parole che Dio rivolge all’anima, senza che l’orecchio le oda; quali inganni possano esservi e come riconoscerli. È molto utile per coloro che saranno in questo grado di orazione, perché contiene molta dottrina, che è spiegata molto chiaramente.

 

1. Mi sembra opportuno spiegare che cosa sia questo parlare di Dio all’anima, e ciò che questa sente, affinché la signoria vostra se ne renda conto, accadendomi molto frequentemente dal giorno in cui ho detto che il Signore mi fece tale grazia come si vedrà da quanto sto per dire. Sono parole ben distinte, che non si odono con il senso dell’udito, ma si intendono ben più chiaramente che se si udissero, e fare a meno di sentirle, per molto che si resista, è inutile. Se tra noi, infatti, quando non vogliamo udire una cosa, possiamo tapparci le orecchie o attendere ad altro in modo che, pur udendo, non s’intende ciò che si ode, qui è impossibile. Bisogna ascoltarlo anche se non si vuole e l’intelletto è obbligato a essere ben desto, per intendere ciò che Dio gli vuol far capire. Non c’è volere o non volere che tenga, perché colui che può tutto, vuole che ci rendiamo conto di dover fare la sua volontà, mostrandosi così veramente padrone di noi. Ho fatto di questo lunga esperienza, perché la mia resistenza durò quasi due anni, a causa del gran timore che avevo, e anche ora qualche volta ci provo, ma poco mi giova.

2. Vorrei spiegare gli inganni che qui possono esserci, anche se mi sembra che, per chi ha molta esperienza, si tratterà di poco o niente (ma dev’essere grande l’esperienza), e la differenza che c’è quando parla lo spirito buono e quando invece lo spirito cattivo, e avvertire che può anche trattarsi di parole prodotte dallo stesso intelletto – cosa assai probabile – o di frasi che il nostro spirito rivolge a se stesso. Non so se questo sia possibile, ma fino ad oggi mi è sembrato di sì. Quando è spirito di Dio, sono parole veritiere, come ho visto e comprovato in molte cose che mi furono dette due o tre anni fa, e che si sono tutte avverate in pieno, né alcuna, finora, è risultata falsa; ma c’è altro da cui si vede chiaramente che opera lo spirito di Dio, come poi si dirà.

3. A me sembra che, quando una persona sta raccomandando una cosa a Dio vivamente, potrebbe credere molto facilmente di sentire una qualche risposta circa l’esaudimento o no della sua richiesta, ma chi ha sentito le parole di Dio nel modo anzidetto, vedrà chiaramente di che cosa si tratta, perché la differenza è grande. Se, poi, è un discorso fabbricato dall’intelletto, per quanto ingegnoso sia il suo intervento, si capisce che è lui a comporlo e a parlare, non diversamente da quando si va svolgendo un discorso per altri o si ascolta ciò che altri dice. L’intelletto vedrà subito che in quel momento non ascolta, poiché opera, e le parole che egli fabbrica sono come cosa sorda, frutto della fantasia, prive della chiarezza che hanno le altre; qui, inoltre, è in nostro potere distrarci come tacere, se parliamo; là, invece, è impossibile farlo. Altro segno, poi, ancor più caratteristico, è che le parole dell’intelletto non operano, mentre quelle del Signore sono parole ed opere, e anche se non sono parole di devozione, ma di rimprovero, subito dispongono l’anima come conviene; le infondono capacità, tenerezza; le danno luce, gioia e quiete, e se era in uno stato di aridità, d’inquietudine o di turbamento, ciò le viene portato via come può farlo materialmente una mano, e anche meglio, poiché sembra che il Signore voglia far capire ch’egli è potente e che le sue parole sono opere.

4. Mi sembra che ci sia la stessa differenza che c’è tra parlare e ascoltare, né più né meno. Quando parlo, come ho detto, vado indirizzando il mio discorso con l’intelletto, ma se mi parlano, non faccio altro che ascoltare, senza alcuna fatica. Nel primo caso, è un qualcosa che non sappiamo ben precisare, essendo come mezzo addormentati; nell’altro, invece, è una voce così chiara che non si perde una sillaba di ciò che dice. E ciò accade, talvolta, quando l’intelletto e l’anima sono così sconvolti e distratti, che non riuscirebbero a mettere insieme un discorso sensato. Ecco, invece, che trovano bell’e pronte e ascoltano così sublimi sentenze quali, pur stando in gran raccoglimento, non riuscirebbero mai a concepire, e fin dalla prima parola – come ho detto – l’anima è tutta trasformata. Specialmente durante il rapimento, in cui le potenze sono sospese, come si potrebbero intendere cose che prima non erano mai venute in mente? In che modo verranno in mente allora, mentre l’intelletto è quasi inattivo e l’immaginazione è come trasognata?

5. Si tenga presente che, quando si hanno visioni o si sentono queste parole, ciò non è mai, a mio parere, nel momento in cui l’anima è proprio unita a Dio nel rapimento, perché allora – come ho già spiegato, credo parlando della seconda acqua – si perdono completamente tutte le potenze e, a mio parere, in tale stato non si può né vedere, né intendere, né udire. L’anima è tutta in potere altrui e, in questo tempo che è assai breve, non mi pare che il Signore le lasci alcuna libertà. Passato questo breve tempo, quando l’anima si trova ancora nel rapimento, avviene ciò che dico, perché le potenze sono ridotte a tali che, benché non si perdano del tutto, sono quasi inoperanti, come assorte e incapaci di metter insieme un ragionamento. Sono, quindi, tanti i segni per capire la differenza di cui si parla, che ci si può ingannare una volta, non molte.

6. Aggiungo inoltre che, se un’anima è dotata d’esperienza e sta attenta, lo costaterà molto chiaramente perché, prescindendo dagli altri segni dai quali si vede ciò che ho detto, se le parole provengono da noi, non producono alcun effetto, né l’anima le accetta, mentre se vengono da Dio (anche se non vuole e sulle prime non vi dà credito), ritenendole vaneggiamenti dell’intelletto, quasi al modo stesso in cui non si farebbe caso di una persona di cui si sa che delira, è come se udisse una persona di gran santità e dottrina, di cui si sa che non ci può mentire. Ma il mio è un paragone grossolano perché queste parole, a volte, hanno in sé tale maestà che, pur non tenendo presente chi le dice, se sono di rimprovero, ci fanno tremare, e se sono di amore, ci fanno struggere di tenerezza. Per di più, come ho detto, sono cose che erano ben lontane dalla nostra mente, rivelatrici, in un solo istante, di così profonde verità che sarebbe stato necessario molto tempo per poterle concepire, e in nessun modo mi sembra che si possa pertanto ignorare che sono cose non provenienti da noi. Non c’è, quindi, motivo di dilungarmi di più, poiché mi sembrerebbe strano che una persona di esperienza possa ingannarsi, se essa stessa non si vuole deliberatamente ingannare.

7. Mi è accaduto molte volte, avendo qualche dubbio, di non credere a ciò che mi veniva detto e di pensare di essere vittima di qualche illusione (questo, dopo che tutto era finito, perché nel momento della grazia il dubbio è impossibile), e di veder poi adempiuta ogni cosa, passato molto tempo, in quanto le parole del Signore s’imprimono nella mente in modo tale che non si possono dimenticare, mentre quelle dell’intelletto sono come un lampo del pensiero, che passa e si dimentica. Avviene delle parole divine come di un fatto reale di cui, anche se col passare del tempo si dimentica qualcosa, non si perde del tutto la memoria: si ricorderà almeno che ci sono state dette, tranne che non sia passato molto tempo o siano parole di favore e di dottrina, ma le profezie mi pare non si possano dimenticare; almeno è così per me, benché abbia poca memoria.

8. Torno a dire che mi sembra impossibile, tranne che un’anima sia tanto priva di coscienza da voler fingere (il che sarebbe un gran male), affermando di udire rivolgersi parole, mentre non è così, che non veda chiaramente d’esser lei a mettere insieme e a pronunziare discorsi dentro di sé, se ha compreso lo spirito di Dio, altrimenti potrebbe rimanere tutta la vita in questo inganno, credendo di udire parlare, cosa del tutto inconcepibile. O quest’anima vuole intendere o no: se è così disfatta per quanto intende che, ad evitare mille timori e molte altre ragioni di turbamento, vorrebbe assolutamente non intendere nulla, desiderando starsene quieta nella sua orazione senza queste grazie, come potrebbe dar tanto agio all’intelletto di mettere insieme discorsi? Per far questo ci vuole tempo; qui, invece, senza alcun indugio, ci troviamo di colpo istruiti e intendiamo cose per concepire le quali credo sarebbe stato necessario un mese. Lo stesso intelletto e la stessa anima restano meravigliati nell’intendere alcune verità.

9. Così stanno le cose, e chi ne ha esperienza vedrà che tutto quanto ho detto risponde esattamente al vero. Ringrazio Dio di averlo saputo esporre in questo modo e termino col dire che, a mio giudizio, se queste parole sono dell’intelletto, quando lo vogliamo, possiamo udirle: ad esempio, ogni volta che stiamo in orazione potremmo immaginarci di udirle; invece non è così se sono parole di Dio, anzi si possono passare molti giorni in cui, benché si voglia sentire qualcosa, riesce impossibile, mentre altre volte, pur non volendolo, come ho detto, si è obbligati a udirle. Mi sembra che a chi volesse ingannare gli altri, dicendo di udire da Dio ciò che proviene da sé, costerebbe poco aggiungere che ha udito la voce di Dio con le orecchie del corpo. Proprio così, perché io non avevo mai pensato che ci fosse un altro modo di udire e d’intendere fino a che non l’ho costatato per esperienza, e l’esperienza, come ho detto, mi è costata molto cara.

10. Quando opera il demonio, non solo non lasciano buoni effetti, ma ne lasciano di cattivi. Questo mi è accaduto non più di due o tre volte e subito sono stata avvisata dal Signore che si trattava del demonio. Tralasciando la grande aridità che resta, l’anima prova un’inquietudine al modo stesso di quella che io ho provato molte altre volte in cui il Signore ha permesso che subissi grandi tentazioni e sofferenze di diversa natura, e benché mi tormenti ancora spesso, come più avanti dirò, è un’inquietudine che non si riesce a capire da dove venga. Sembra che l’anima resista, si agiti e si affligga, senza sapere di che, non essendo cattivo ciò che il demonio dice, ma buono. Forse dipende dal fatto che uno spirito sente la presenza dell’altro. Il piacere e la gioia che il demonio produce sono, a mio parere, molto diversi; egli potrebbe ingannare chi non ne abbia o non ne abbia mai avuti da Dio.

11. Chiamo propriamente piacevole una ricreazione soave, forte, penetrante, gioiosa e tranquilla, mentre certe devozioncelle fatte di lacrime e di piccoli sentimenti – fiorellini che appassiscono al primo venticello di persecuzione – non le chiamo devozioni. Anche se ispirate da buoni principi e santi sentimenti, non sono però tali che bastino a distinguere gli effetti dello Spirito buono da quelli dello spirito cattivo. È bene, pertanto, procedere sempre con grande cautela, perché le persone che non sono andate più avanti di questo stadio nell’orazione potrebbero facilmente cadere in inganno se avessero visioni o rivelazioni… Io non ebbi mai alcuna di queste ultime grazie fino a che Dio, per sua bontà, non mi concesse l’orazione di unione, eccetto quella prima volta che ho detto, in cui molti anni fa vidi Cristo. E, se fosse piaciuto a Sua Maestà che avessi capito allora, come ho capito dopo, che quella era una vera visione, m’avrebbe giovato non poco. Nessuna dolcezza resta nell’anima per le parole del demonio, ma una specie di spavento e un gran disgusto.

12. Sono perfettamente sicura che Dio non permetterà mai al demonio d’ingannare un’anima che in nessuna cosa si fida di sé ed è così forte nella fede da sentirsi disposta, per un punto di essa, a subire mille morti. E con questo amore per la fede che Dio infonde subito e che è fede viva e incrollabile, l’anima cerca sempre di procedere in conformità della dottrina della Chiesa, interrogando ora gli uni, ora gli altri, come chi ha già così salda base in queste verità che tutte le rivelazioni che si possono immaginare non la smuoverebbero d’un punto da ciò che insegna la Chiesa, neanche se vedesse aperto il cielo. Se qualche volta, invece, il suo pensiero sembrasse vacillare e si soffermasse in cuor suo a dire: «Infine, se Dio mi dice questo, può anche essere vero, come lo era quello che rivelava ai santi» (non dico che ella ci creda, ma che il demonio comincia a tentarla con un primo impulso di dubbio e che fermarsi in esso sarebbe evidentemente un gravissimo male; però anche questi impulsi molte volte nella presente circostanza non ci saranno, se l’anima mantiene quella forza che il Signore dà a colui al quale elargisce queste grazie, anzi le sembrerà di essere capace di stritolare i demoni in difesa anche della più piccola tra le verità insegnate dalla Chiesa). [13.] Se, dunque, non sentisse in sé questa risoluta fermezza e la devozione o le visioni non l’aiutassero a ritrovarla, non si ritenga sicura, perché il danno, pur non avvertendosi subito, a poco a poco potrebbe diventare grande. Per quel che vedo e so per esperienza, la convinzione che si tratti di un favore di Dio è data dalla sua conformità alla sacra Scrittura; e non appena abbia a discostarsene, credo che lo riterrei come opera del demonio con una certezza incomparabilmente maggiore di quella con cui ritengo che è opera di Dio, per quanto grande sia questa certezza. In tal caso, non è necessario andare in cerca di prove né investigare di quale spirito si tratti, poiché è così chiaro questo segno per credere che si tratta del demonio, che se allora tutto il mondo mi assicurasse che si tratta di Dio, non lo crederei. Sta di fatto che, quando è il demonio, sembra che tutti i beni si nascondano e fuggano dall’anima, a giudicare da come essa resta disgustata, agitata, priva di ogni buon effetto, perché anche se par che il demonio le ispiri desideri, non sono forti; l’umiltà che lascia in essa è falsa, inquieta e senza dolcezza. Credo che chi abbia esperienza dello spirito buono lo capirà.

14. Ciò nonostante, il demonio può sempre tramare molti inganni; pertanto, a questo riguardo non vi sarà mai nulla tanto sicuro quanto temere continuamente, procedere sempre con cautela, avere un maestro che sia dotto e non nascondergli nulla; così facendo, non ci potrà venire alcun danno, anche se a me ne sono venuti molti per certi timori esagerati che nutrono alcune persone. Mi accadde specialmente una volta in cui si erano riuniti molti servi di Dio che stimavo molto – e con ragione – giacché, sebbene io ormai non trattassi se non con uno, e solo quando egli me lo comandava parlassi ad altri, essi, amandomi molto e temendo che potessi essere ingannata, discutevano di frequente tra di loro circa il modo di venirmi in aiuto. Io stessa avevo un grandissimo timore, quando non stavo in orazione, mentre quando vi stavo e il Signore mi faceva qualche grazia, subito mi rassicuravo. Credo che fossero cinque o sei, tutti gran servi di Dio e il mio confessore mi disse che dichiaravano concordemente trattarsi del demonio. Non dovevo, quindi, comunicarmi tanto spesso e dovevo cercare di distrarmi in modo da evitare la solitudine. Io, come ho detto, ero estremamente timorosa e vi contribuiva anche il mal di cuore, tanto che non osavo molte volte star sola in una stanza neppure di giorno. Quando vidi che tante persone affermavano quello che io non riuscivo a credere, fui presa da grandissimo scrupolo, sembrandomi segno di poca umiltà da parte mia, perché tutti erano di una vita senza confronto più santa della mia, ed erano persone dotte, alle quali non v’era ragione di non credere. Mi sforzavo quanto potevo di convincermi di quanto dicevano pensando che, in base alla mia misera vita, essi dovevano certo dire la verità.

15. Uscita dalla chiesa con questa afflizione, entrai in un oratorio, dopo che da più giorni mi avevano tolto la comunione e proibito la solitudine, che erano il mio unico conforto, e non avevo una persona con cui trattare, perché tutti mi erano contrari. Mi sembrava che alcuni si burlassero di me quando parlavo di questo, come se vaneggiassi; altri consigliavano il confessore di guardarsi da me, altri dicevano chiaramente che ero vittima del demonio. Soltanto il confessore, pur condividendo il loro pensiero, per mettermi alla prova, come venni a sapere in seguito, cercava sempre di consolarmi e mi diceva che anche se fossi vittima del demonio, non recando io offesa a Dio non mi avrebbe potuto far nulla; tutto sarebbe finito, e che di ciò pregassi molto Dio, come facevano anche lui, tutte le persone che egli confessava e molte altre. Io m’impegnavo con tutte le mie forze nella preghiera e mi raccomandavo a quanti sapevo essere servi di Dio, affinché Sua Maestà mi conducesse per un altro cammino. E in queste continue suppliche al Signore rimasi per circa due anni.

16. Al pensiero che il demonio potesse venirmi a parlare tanto spesso, non c’era per me alcun conforto possibile. Ora che non mi ritiravo mai in solitudine neppure per pregare, il Signore mi faceva entrare in raccoglimento anche in mezzo alle conversazioni e, senza ch’io potessi evitarlo, mi diceva tutto quello che gli piaceva, e dovevo ascoltarlo, mio malgrado.

17. Me ne stavo dunque sola, senza avere una persona con cui consolarmi, incapace di pregare e di leggere, come sgomenta da tanta tribolazione e dal timore di poter essere ingannata dal demonio, tutta sconvolta e spossata, senza sapere cosa fare di me. Mi sono vista in questa afflizione altre volte, anzi molte volte, anche se non mi sembra d’essere mai giunta a questo estremo. Rimasi così quattro o cinque ore, senza che per me ci fosse alcun conforto né dal cielo né dalla terra, lasciata dal Signore a patire nel timore di mille pericoli. Oh, mio Signore, quale vero amico voi siete, e quanto potente, poiché potete ciò che volete, e non smettete mai di amare chi vi ama! Vi lodino tutte le creature, Signore dell’universo! Oh, poter gridare al mondo intero quanto voi siete fedele ai vostri amici! Tutte le cose mancano, ma voi, Signore di tutte, non mancate mai! È poco ciò che lasciate patire a chi vi ama. Oh, mio Signore, con quanta delicata cura, con quanta dolcezza li sapete trattare! Oh, felice chi non ha mai esitato ad amare altri che voi! Sembra, o Signore, che voi mettiate rigorosamente alla prova chi vi ama, affinché nell’eccesso del patimento si intenda l’eccesso ancor più grande del vostro amore. Oh, Dio mio, potessi avere ingegno, dottrina, e disporre di parole nuove per esaltare le vostre opere come lo sente l’anima mia! Mi manca tutto, mio Signore, ma se voi non mi lasciate senza la vostra protezione, io non mancherò a voi. Si levino pure contro di me tutti i dotti, mi perseguitino tutte le creature, mi tormentino tutti i demoni, ma non mancatemi voi, Signore, perché ho già fatto esperienza del guadagno che si ricava dal confidare solo in voi.

18. Mentre, dunque, ero in così grande angoscia (fino allora non avevo cominciato ad avere nessuna visione), bastarono queste sole parole per dissiparla e acquietarmi del tutto: «Non aver paura, figlia mia, sono io e non ti abbandonerò, non temere». Mi sembra, tenuto conto dello stato in cui ero, che sarebbero state necessarie molte ore per indurmi a calmarmi e che nessuno vi sarebbe potuto riuscire. Ed eccomi, grazie a queste sole parole, così tranquilla, piena di forza, di coraggio, di sicurezza, di pace e di luce, che in un istante sentii la mia anima trasformata, e credo che avrei potuto sostenere contro tutti che quelle grazie erano opera di Dio. Oh, com’è buono Dio! Oh, com’è potente e misericordioso il Signore! Non solo ci dà il coraggio, ma ci porge anche il rimedio. Le sue parole sono opere. Oh, Dio mio, come si rafforza la fede e cresce l’amore!

19. Per questo, certamente molte volte ricordavo quando il Signore comandò ai venti di acquietarsi allorché in mare infuriava la tempesta e dicevo: «Chi è questi a cui obbediscono tutte le mie potenze, che in un momento fa luce in una così grande oscurità, rende tenero un cuore che sembrava di pietra e fa piovere un’acqua di dolci lacrime dove sembrava che dovesse esserci a lungo siccità? E perché? Io desidero servire questo Signore; non pretendo altro se non contentarlo; non voglio gioia né riposo né alcun bene se non fare la sua volontà» (giacché ben certa di questo, a mio parere, lo potevo affermare). Se, dunque, questo Signore è così potente, come io vedo e so, se i demoni sono suoi schiavi – e di ciò non si può dubitare, perché è verità di fede – essendo io serva di questo Re e Signore, che male possono essi farmi? Perché io non debbo aver forza di combattere contro tutto l’inferno? Prendevo in mano una croce e mi sembrava davvero che Dio me ne desse il coraggio; in breve spazio di tempo, infatti, mi vidi così trasformata che non avrei temuto di lottare con essi a corpo a corpo, sembrandomi facile, con quella croce, poterli sgominare tutti. Pertanto, gridavo loro: «Venite ora avanti tutti, poiché, essendo io serva del Signore, voglio vedere che cosa mi potete fare».

20. E davvero mi parve ch’essi mi temessero, perché io rimasi tranquilla e talmente priva di timore nei loro riguardi che scomparvero totalmente le paure che mi solevano tormentare, e anche se alcune volte li vedevo come dirò in seguito, non solo quasi non ne avevo più paura, ma mi sembrava che i demoni l’avessero di me. Mi rimase un tale dominio su di essi, dono certamente del Signore di noi tutti, da non dar loro ormai più importanza che se fossero mosche. Mi sembra che siano così codardi che, vedendosi disprezzati, restano senza forza. Tali nemici non sanno attaccare di fronte se non coloro che vedono pronti ad arrendersi, o quando Dio permette che tentino e tormentino i suoi servi per il maggior bene di questi. Piacesse a Sua Maestà che temessimo ciò che dobbiamo temere e capissimo che può venirci maggior danno da un peccato veniale che da tutto l’inferno messo assieme, perché è proprio così.

21. Questi demoni ci incutono tanto spavento, in quanto siamo noi a volerci spaventare con il nostro attaccamento agli onori, alle ricchezze e ai piaceri, perché allora essi, trovando i loro alleati in noi che siamo nemici di noi stessi, amando e desiderando ciò che dovremmo aborrire, ci causano un gran danno, in quanto con le nostre stesse armi li facciamo combattere contro di noi, ponendole nelle loro mani, mentre dovremmo difenderci con esse. E questo è davvero un peccato. Se, invece, noi disprezziamo tutto per amor di Dio, ci stringiamo alla croce e cerchiamo di servirlo veramente, il demonio fugge da queste pratiche nel cammino della verità come dalla peste. È amico della menzogna e menzogna lui stesso; non verrà mai a patti con chi cammina nella verità. Ma, quando vede che l’intelletto è offuscato, si adopera come meglio può per accecarlo del tutto; perché, accorgendosi che uno è tanto cieco da riporre il suo appagamento in cose vane, come lo sono le cose di questo mondo che sembrano un gioco da bambini, si convince che costui è un bambino, lo tratta quindi come tale e osa lottare con lui una e più volte.

22. Piaccia al Signore che io non sia di costoro, ma che Sua Maestà mi doni la grazia d’intendere per riposo ciò che è riposo, per onore ciò che è onore, per diletto ciò che è diletto e non tutto il contrario. Un gesto di disprezzo verso tutti i demoni e avranno paura di me. Non capisco le paure di chi grida: Demonio! demonio! mentre potremmo dire: Dio! Dio! e far tremare tutti gli spiriti maligni. Sì, perché sappiamo ormai che non possono muoversi se il Signore non lo permette. Perché, dunque, nutrire questi timori? È fuor di dubbio che io ormai ho più paura di chi ne ha tanta del demonio, che del demonio stesso, perché lui non mi può far nulla, mentre costoro, specialmente se sono confessori, possono arrecarmi gran turbamento. Infatti ho trascorso alcuni anni in così grande sofferenza che ora mi meraviglio di come l’abbia potuto sopportare. Sia benedetto il Signore che mi ha prestato il suo valido aiuto!

 

CAPITOLO 26

Prosegue nel medesimo argomento. Racconta e spiega cose che le sono accadute e che, facendole deporre ogni timore, l’hanno convinta che era lo spirito buono a parlarle.

 

1. Ritengo come una delle maggiori grazie che il Signore m’abbia fatto, questo coraggio che mi ha dato contro i demoni, essendo un grandissimo inconveniente che l’anima proceda smarrita, nel timore di qualcosa d’altro che non sia l’offendere Dio, quando abbiamo un re onnipotente, un così grande Signore che tutto può e tutti assoggetta a sé. E non c’è da temere nulla se – come ho detto – si cammina davanti a Sua Maestà con verità e coscienza pura. A questo scopo, ripeto, vorrei avere tutti i timori di questo mondo: per non offendere per un solo attimo colui che in quello stesso attimo ci può annientare, mentre se Sua Maestà è contento di noi, non v’è alcuno che ci possa osteggiare senza uscirne sconfitto. Si potrà dire che questo è vero, ma quale anima sarà così retta da contentare in tutto Dio e perciò da non dover temere? Non la mia, certamente, che è assai spregevole, inutile e piena di infinte miserie. Ma Dio non si comporta come gli uomini, perché comprende le nostre debolezze; l’anima, poi, da grandi indizi sente se lo ama davvero. L’amore di chi giunge a questo stato, infatti, non resta nascosto come agli inizi, ma erompe, con grande impeto e desiderio di vedere Dio, come dirò in seguito o come è già stato detto: tutto la stanca, tutto l’annoia, tutto la tormenta, tranne ciò che fa con Dio o per Dio. Non v’è riposo che la riposi, perché si vede priva del suo vero riposo; ed è cosa tanto chiara che, come dico, non le può passare inosservata.

2. Altre volte mi è accaduto di trovarmi in grandissime tribolazioni, essendo oggetto di gravi mormorazioni – per un certo affare di cui parlerò – da parte di quasi tutta la città in cui vivo e del mio Ordine, e afflitta da molte ragioni di inquietudine, e di udire il Signore dirmi «Di che temi? Non sai che io sono onnipotente? Io adempio quello che ho promesso» (e infatti poi tutto si è adempiuto perfettamente), rimanendo subito piena di una tale forza che mi sembrava d’essere nuovamente disposta a intraprendere altre opere, per servirlo, anche a prezzo di maggiori fatiche e di nuove sofferenze. Questo mi è accaduto tante volte che non potrei contarle; speso mi faceva rimproveri, come me ne fa ora quando commetto mancanze, e tali che bastano ad annientare un’anima, ma almeno comportano un emendamento, perché Sua Maestà – come ho detto – dà il consiglio e il rimedio. Altre volte mi ricordava i miei peccati di un tempo, specialmente quando voleva farmi qualche grazia particolare, e allora sembrava alla mia anima di trovarsi già al giudizio finale, venendole presentata la verità con così chiara rivelazione da non saper dove nascondersi. C’erano volte in cui mi avvisava di alcuni pericoli nei riguardi miei e di altre persone, cose che, spesso, dovevano avvenire tre o quattro anni dopo, e tutte si sono avverate. Potrà darsi che ne riferisca alcune. Perciò, sono tanti i segni per capire se c’è l’intervento di Dio che, a mio parere, è impossibile non accorgersene.

3. La via più sicura è quella (che seguo, senza la quale non avrei pace, com’è per tutte noi donne che non abbiamo istruzione), poiché in essa non può esservi alcun danno, bensì molto vantaggio, come mi ha detto più volte il Signore, e consiste nel non tralasciare di aprire tutta la mia anima e comunicare tutte le grazie che egli mi fa a un confessore che sia dotto, e poi obbedirgli ciecamente. Avevo un confessore che mi mortificava molto e alcune volte mi affliggeva e mi procurava grande sofferenza, per la viva inquietudine che destava in me; eppure fu quello, mi pare, che più mi giovò. Benché l’amassi molto, a volte ero tentata di lasciarlo, sembrandomi un impedimento all’orazione quelle pene ch’egli mi cagionava. Ma ogni volta che mi decidevo a far questo, udivo subito una voce che mi diceva di non farlo, con un rimprovero così acerbo che mi abbatteva più di quanto non facesse il confessore. Alcune volte ne ero stremata: tormenti da una parte e rimproveri dall’altra, e di tutto avevo bisogno, perché la mia volontà non era ancora domata. Una volta il Signore mi disse che non sarei riuscita ad obbedire se non ero disposta a patire, che guardassi a ciò che egli aveva patito e tutto mi sarebbe stato più facile.

4. Una volta un confessore, dal quale mi ero confessata in principio, mi consigliò, visto che si trattava dello spirito buono, di tacere e non farne parola con nessuno, essendo ormai meglio tacere. A me il consiglio non dispiacque, perché soffrivo tanto nel dire tali cose al confessore e ne provavo tale vergogna che a volte mi costava molto più che confessare peccati gravi, specialmente quando le grazie erano grandi e mi sembrava che non sarei stata creduta e sarei diventata oggetto di burla. Soffrivo tanto a questo pensiero, temendo fosse una mancanza di rispetto alle meravigliose grazie di Dio, che per questo volevo tacere. Ma poi capii che ero stata mal consigliata da quel confessore, che in nessun modo dovevo tacere nulla a chi mi confessava, essendo questa la via più sicura mentre, facendo il contrario, poteva darsi che a volte mi ingannassi.

5. Sempre, quando il Signore mi ordinava qualche cosa nell’orazione, se il confessore me ne imponeva un’altra, lo stesso Signore tornava a dirmi di ubbidire al confessore, poi Sua Maestà gli faceva cambiare parere, così che ci tornasse su, uniformando il comando al suo volere. Quando si proibì la lettura di molti libri in lingua volgare, io ne soffrii molto, perché la lettura di alcuni mi procurava gioia, e non potendo ormai più leggere perché quelli permessi erano in latino, il Signore mi disse: «Non darti pena, perché io ti darò un libro vivente». Io non riuscivo a capire che cosa quelle parole potessero significare, non avendo ancora avuto visioni; in seguito, di lì a pochissimi giorni, lo capii molto bene, perché ebbi tanto da pensare e da raccogliermi in quello che vedevo, e il Signore mi ha dimostrato tanto amore nell’istruirmi in varie maniere, che ho avuto ben poca, anzi quasi nessuna necessità di libri. Sua Maestà è stato il solo libro dove ho letto le supreme verità. Benedetto sia tale libro che lascia impresso quello che si deve leggere e praticare, in modo che non si può dimenticare! Chi, vedendo il Signore coperto di piaghe e afflitto da persecuzioni, non abbraccia le sue pene, non le ama e non le desidera? Chi, vedendo qualcosa della gloria che dà a coloro che lo servono, non riconosce che tutto quanto possiamo fare e patire è nulla, in attesa di tale premio? Chi, vedendo i tormenti che soffrono i dannati, non considera gioia, al loro confronto, i tormenti di questa terra e non riconosce il molto che deve al Signore per essere stato liberato tante volte da quella situazione?

6. Poiché, con la grazia di Dio, si parlerà più a lungo di queste cose, voglio andare avanti col racconto della mia vita. Piaccia al Signore che io abbia saputo spiegarmi in quello che ho detto! Sono certa che chi ne ha esperienza mi capirà e vedrà che in qualche cosa ho colto nel segno; a chi non l’ha, non mi meraviglio se tutto possa sembrare una pazzia; basta che l’abbia detto io perché ne resti scusato, né farò mai di questo colpa a nessuno. Il Signore mi consenta di riuscire a compiere la sua volontà! Amen.

CAPITOLO 27

Nel quale si parla di un altro modo con cui il Signore istruisce le anime e, senza parlare, fa loro intendere la sua volontà in modo meraviglioso. Cerca anche di spiegare una grazia insigne concessale dal Signore con una visione non immaginaria. È un capitolo molto degno di nota.

 

1. Tornando, dunque, al racconto della mia vita, ero immersa in quella penosa afflizione, mentre si pregava fervidamente, come ho detto, perché il Signore mi conducesse per un’altra via che fosse più sicura, essendo questa – dicevano – troppo sospetta. Io, però, benché ne supplicassi il Signore, per molto che mi sforzassi di desiderare un’altra strada, vedendo il grande miglioramento della mia anima, eccetto alcune volte in cui ero molto tormentata dalle cose che mi dicevano e dai timori che mi comunicavano, non riuscivo a desiderarlo, pur chiedendolo sempre. Mi sentivo del tutto trasformata e non potevo far altro se non rimettermi nelle mani di Dio, il quale sapeva ciò che mi conveniva, affinché compisse in me completamente la sua volontà. Vedevo che per questa via mi dirigevo al cielo, mentre prima me ne andavo all’inferno. Che dovessi desiderare di cambiarla o credere che fosse opera del demonio, non mi si poteva indurre a farlo, e anche se mi adoperavo nei limiti del possibile a crederlo e a desiderarlo, non ci riuscivo. Offrivo a questo scopo ciò che facevo, se era qualche opera buona; prendevo per protettori alcuni santi, perché mi liberassero dal demonio; facevo novene, mi raccomandavo a sant’Ilarione e a san Michele Arcangelo, che invocavo con rinnovata devozione, e importunavo molti altri santi perché il Signore mi mostrasse la verità, intendo dire perché ottenessero che Sua Maestà me la manifestasse.

2. Dopo due anni di continue preghiere mie e di altre persone per quanto si è detto, cioè perché il Signore mi conducesse per altra strada e mi mostrasse la verità, continuando egli a parlarmi assai spesso, mi accadde questo: mentre un giorno ero in orazione, per la festa del glorioso san Pietro, vidi o, per meglio dire, sentii, perché né con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima vidi nulla, vicino a me Gesù Cristo. Mi sembrava molto vicino e capivo – così almeno mi parve – che era proprio lui a parlarmi; ignorando in modo assoluto che si potessero avere simili visioni, in principio fui presa da grande spavento e non facevo che piangere, anche se poi una sola sua rassicurante parola bastava a lasciarmi tranquilla e lieta come al solito, senza alcun timore. Mi sembrava che Gesù Cristo mi camminasse sempre a fianco e, poiché non era una visione immaginaria, non vedevo in che forma, ma sentivo ben chiaramente che stava sempre al mio lato destro e che era testimone di tutto quanto facevo; e mai, se mi raccoglievo un poco o non fossi molto distratta, potevo ignorare che mi era vicino.

3. Andai subito, molto turbata, a dirlo al mio confessore. Mi chiese in che forma lo vedessi; io gli risposi che non lo vedevo. Mi chiese allora come potessi sapere che era Cristo. Gli dissi che non sapevo come, ma che mi era impossibile non accorgermi che mi era vicino, che lo vedevo e lo sentivo chiaramente: il raccoglimento dell’anima era molto maggiore e più continuo che nell’orazione di quiete, gli effetti erano ben diversi dai soliti e la cosa era molto evidente. Non facevo che portare paragoni per farmi capire, ma certamente, per questo genere di visioni, a mio parere, non ce n’è alcuno che vada bene. Pertanto, essendo delle più sublimi (come mi disse poi un santo uomo, di spirito assai elevato, chiamato fra Pietro d’Alcántara, di cui in seguito parlerò più a lungo e anche altri grandi teologi), poiché fra tutte, è quella ove meno si può intromettere il demonio, non c’è modo per noi, qui, che sappiamo poco, di spiegarla, ma i dotti la sapranno spiegare meglio. Se dico, infatti, di non vederlo né con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima, perché non è visione immaginaria, come posso capire e affermare che sta presso di me più chiaramente che se lo vedessi? Dire che è come se una persona sta al buio e non può vederne un’altra presso di sé, o che è cieca, non è esatto. Vi è qualche somiglianza, ma non molta, perché questa tale persona percepisce con i sensi e ode parlare o sente muovere l’altra, se la tocca. Qui non avviene nulla di tutto questo e neppure si è al buio, perché Dio si manifesta all’anima con una luce più chiara del sole; non dico che si vede il sole né alcun chiarore, ma una luce che, senza mostrarsi, illumina l’intelletto, affinché l’anima goda di un bene così grande e porta con sé molti altri vantaggi.

4. Non è come la presenza di Dio che si avverte molto spesso specialmente da chi attende all’orazione di unione o di quiete, allorché sembra, disponendosi a cominciare tale orazione, di trovare subito con chi parlare e di capire d’essere ascoltati per gli effetti spirituali e i sentimenti che proviamo di ardente amore, di fede e di altre risoluzioni piene di tenerezza. Questo è un grande dono di Dio, e lo stimi molto chi l’abbia ricevuto, perché si tratta di un’orazione assai elevata, ma non di una visione. In essa, infatti, si comprende che Dio è lì per gli effetti che – come dico – produce nell’anima, mediante i quali Sua Maestà vuol farsi sentire. Ma, qui si vede chiaramente che è presente Gesù Cristo, figlio della Vergine. Là sono evidenti soltanto alcuni effetti della divinità; qui, insieme con essi, si vede anche che ci accompagna e vuol farci grazie la sacratissima umanità di Cristo.

5. Mi domandò, dunque, il confessore: «Chi le ha detto che era Gesù Cristo?». «Egli stesso me l’ha detto, molte volte», risposi io, ma prima che me lo dicesse, avevo ben capito che era lui, anzi, me l’aveva detto prima ancora, quando io non lo vedevo. Se una persona che non avessi mai visto, ma di cui solo avessi avuto notizia, venisse a parlarmi mentre sono cieca o al buio, e mi dicesse chi è, io potrei crederlo, ma non potrei affermare con certezza che si tratti di quella persona, come se l’avessi vista, mentre qui sì, perché il Signore, pur senza che lo si veda, ci si imprime nell’anima con una conoscenza così chiara che sembra impossibile dubitarne. Egli, infatti, vuole restare scolpito nell’intelletto in modo che se ne abbia la certezza, come e più che se si vedesse con gli occhi, perché in questo caso, a volte, ci rimane il sospetto di aver visto con la fantasia, mentre qua, anche se lì per lì possa sorgere tale sospetto, la certezza è così soverchiante che il dubbio non ha forza.

6. Qui Dio istruisce l’anima anche in altro modo e le parla senza parlare, come ho detto. È un linguaggio così celestiale, che quaggiù non si può spiegare, per molto che vogliamo dire, se il Signore non ce lo insegna mediante l’esperienza. Egli pone nella parte più intima dell’anima ciò che vuole che essa intenda, presentandoglielo senza immagini né forme di parole, ma nel modo della visione di cui ho detto. Si noti bene questo modo con cui il Signore fa capire all’anima, insieme con ciò che egli vuole, grandi verità e misteri, perché molte volte è proprio così che io intendo, quando il Signore mi spiega qualche visione avuta, e mi sembra che qui il demonio possa intromettersi meno, per le ragioni che seguono; se esse non sono buone, vuol dire che m’inganno.

7. Questa specie di visione e di linguaggio è cosa tanto spirituale che nelle potenze e nei sensi non c’è nessun movimento, a mio parere, da cui il demonio possa spiare nulla. questo avviene, però, solo qualche volta e per breve tempo, mentre altre volte mi sembra che né le potenze siano sospese né i sensi sopiti, ma perfettamente in sé, il che nella contemplazione non avviene spesso, anzi assai di rado; ma quelle volte che avviene, noi non operiamo né facciamo nulla: sembra che tutto sia opera del Signore. È come se nello stomaco si trovasse un cibo che non abbiamo mangiato né sappiamo noi stessi come vi sia entrato, eppure siamo certi che c’è; ma mentre, per quanto riguarda il cibo, non si sa che cibo sia né chi ve l’abbia posto, qui invece lo sappiamo. Solo si ignora in che modo vi sia stato posto, perché non si vede né s’intende ciò che l’anima non si era mai indotta a desiderare, non sapendo neppure che una tale grazia fosse possibile.

8. Nelle parole che abbiamo detto prima, Dio fa in modo che l’intelletto stia attento, anche contro sua voglia, a intendere ciò che egli dice, perché in quello stato sembra che l’anima abbia nuove orecchie per udire e che Dio la costringa ad ascoltare e a non distrarsi. È come se a una persona di buon udito non si permettesse di tapparsi le orecchie e le si parlasse da vicino e a gran voce: anche se non volesse, deve udire e, infine, qualcosa fa, stando attenta a capire ciò che le viene detto. Qui l’anima non fa nulla, perché le viene tolto anche il poco che faceva in passato, ch’era solo l’ascoltare. Trova tutto bell’e pronto, come già cucinato e mangiato, né ha da fare altro che goderne, come uno che, senza aver appreso e nemmeno aver studiato mai nulla, né essersi mai affaticato per imparare a leggere, si scopra ormai dotto in ogni scienza, ignorando in che modo né da chi gli sia venuta, poiché non aveva fatto alcuno sforzo nemmeno per imparare l’abbiccì.

9. Quest’ultimo paragone mi sembra che spieghi qualcosa di tal dono celestiale, perché l’anima si ritrova in un attimo sapiente e vede con tanta chiarezza il mistero della santissima Trinità e altri misteri molto elevati, che non c’è teologo con il quale non ardirebbe discutere la verità di queste altissime rivelazioni. La riempie di meraviglia il fatto che basti una sola di queste grazie per mutare totalmente un’anima e non farle amare più nulla, se non colui il quale, senza alcuna fatica, vede che la rende capace di accogliere così grandi beni, le rivela i suoi segreti e la tratta con tali ineffabili prove d’amicizia e d’amore. Alcune di queste grazie generano perfino sospetto, per essere causa di così grande meraviglia e per essere fatte a chi le ha così poco meritate, che senza una fede assai viva non si potrebbe credere. Pertanto, mi propongo di parlare di poche fra quelle che il Signore ha concesso a me – se non mi verrà ordinato altrimenti – limitandomi ad alcune visioni che possono essere di vantaggio in qualche cosa, o perché non si spaventi chi ne sarà favorito dal Signore, sembrandogli cosa impossibile, come facevo io, o per indicargli il modo e il cammino attraverso cui mi ha condotto il Signore, che è appunto ciò che mi hanno comandato di scrivere.

10. Tornando, dunque, a questa maniera d’intendere, a me sembra che il Signore voglia in tutti i modi che l’anima abbia una qualche idea di ciò che avviene in cielo, e mi sembra anche che allo stesso modo in cui lassù si ha la facoltà d’intendere senza bisogno di parole (cosa che io non ho mai saputo con certezza fino a quando il Signore per sua bontà volle che ne avessi conoscenza e me la mostrò in un rapimento), così avviene qui, dove Dio e l’anima si comprendono, non appena Sua Maestà lo vuole, senza bisogno di alcun artifizio che serva alla manifestazione dell’amore vicendevole fra questi due amici. Come quaggiù, se due persone si amano molto e sono d’intelligenza sveglia, anche senza alcun segno sembra che si comprendano, solo col guardarsi, così dev’essere in tale circostanza in cui, senza che noi possiamo capire come, questi due amanti si guardano fissamente; al modo stesso in cui lo sposo parla alla sposa nel Cantico dei Cantici, a quanto mi sembra d’aver udito, è ciò che avviene qui.

11. Oh, mirabile benignità di Dio, che così vi lasciate guardare da occhi che hanno potuto finora guardare tanto male come quelli della mia anima! Questa vista, Signore, lasci in loro l’abitudine di non guardare più cose spregevoli, e di non essere contenti d’altro che di voi! Oh, ingratitudine dei mortali! Fino a che punto sarà capace di giungere? So per esperienza che è vero quanto dico e che quanto si può dire è la minima parte del bene che voi fate a un’anima, innalzandola a tali vette. O anime, che avete cominciato a praticare l’orazione e che avete una vera fede, quali beni potete cercare ancora in questa vita – lasciando da parte ciò che si acquista per l’eternità – che regga il confronto con il più piccolo di questi?

12. Siate certi che Dio dona se stesso a coloro che per lui abbandonano tutto. Non ha preferenza per questo o per quello, ama tutti indistintamente; nessuno, per cattivo che sia, può addurre scuse, dopo che egli ha avuto tanto amore per me da elevarmi a questo stato. Badate che ciò che dico non è che una minima parte di ciò che si può dire. Ho detto solo quanto è necessario per spiegare questa maniera di visione e questa grazia che Dio fa all’anima, ma non riesco a dire ciò che si sente quando il Signore le fa intendere i suoi segreti e le sue magnificenze. È una gioia tanto superiore a quelle che si possono provare quaggiù, che ben a ragione fa disprezzare tutti i piaceri della vita i quali, tutti insieme, non sono che immondizia. Dà disgusto prenderli qui come termine di confronto – anche se fosse dato di goderne eternamente – con quelli che il Signore concede, i quali non sono che una goccia del gran fiume ricco d’acqua che ha preparato per noi.

13. È proprio una vergogna, e io l’ho, certamente, di me; e se in cielo si potesse provare vergogna, io lassù dovrei a ragione provarne più di tutti! Perché pretendere tanti beni, diletti e gloria senza fine, unicamente a spese del buon Gesù? Non piangeremo almeno con le figlie di Gerusalemme, visto che non l’aiutiamo a portare la croce con il cireneo? O, forse, con i piaceri e i passatempi, dobbiamo godere di ciò che egli ci ha guadagnato a prezzo di tanto sangue? È impossibile. E con vani onori pensiamo di riparare al disprezzo da lui sofferto perché noi potessimo regnare eternamente? È assurdo; si sbaglia, si sbaglia strada; non arriveremo mai lassù. La signoria alzi la voce per proclamare queste verità, poiché a me Dio non ha concesso la facoltà di farlo. Io lo vorrei ripetere sempre a me stessa, ma ho cominciato così tardi ad ascoltare e intendere la voce di Dio – come si vede da questo scritto – che parlare di ciò mi procura gran vergogna, pertanto preferisco tacere; dirò solo una considerazione che faccio alcune vote. Piaccia al Signore di condurmi al punto che possa godere del bene a cui si riferisce!

14. Che gloria relativa e che gioia sarà per i beati che già godono di gaudi celesti il vedere che, sia pur tardi, non tralasciarono di far nulla di quanto fosse loro possibile, né di dargli, in tutti i modi alla loro portata, quanto poterono, secondo le proprie forze e la propria condizione, e di più chi poteva di più! Come si troverà ricco colui che ha lasciato tutte le ricchezze per Cristo, come si vedrà onorato colui che per suo amore non volle onori, godendo solo di vedersi molto umiliato, quanto sapiente colui che si compiacque di essere stimato pazzo, poiché tale fu il nome dato alla stessa Sapienza! Come sono pochi adesso tutti costoro, a causa dei nostri peccati! Sembra proprio che ora siano spariti quelli che la gente stimava pazzi vedendoli compiere azioni eroiche, da veri amanti di Cristo. Oh mondo, mondo, come vai guadagnando in onore, per essere pochi quelli che ti conoscono!

15. Arriviamo al punto di pensare che si serve maggiormente Dio se si è stimati saggi e prudenti. E si dice che si deve agire così perché così vuole la discrezione; ci sembra subito che sia poco edificante non comportarsi col decoro e l’autorità che il nostro stato richiede; perfino al frate, al prete e alla monaca sembra una cosa strana e un motivo di scandalo per i deboli il portare un abito vecchio e rammendato, come anche stare in grande raccoglimento e praticare l’orazione, tale è l’andazzo del mondo e tanto si sono dimenticati i grandi impeti di perfezione che avevano i santi. E penso che ciò sia il peggiore danno nel quadro delle sventure che si verificano ai nostri giorni, mentre non vi sarebbe scandalo per nessuno se i religiosi dimostrassero con le opere, come dicon a parole, il poco conto che si deve fare del mondo. Sono scandali, questi, da cui il Signore sa cavare grandi beni. E se alcuni si scandalizzano, altri si sentono pungere la coscienza. Se almeno vi fosse qualcuno che rendesse immagine della vita di Cristo e dei suoi apostoli, perché ora ve n’è più che mai bisogno!

16. Che bell’esempio di un tal genere di vita ci è offerto dal benedetto fra Pietro d’Alcántara che ora Dio ci ha tolto! Sembra che il mondo non sia più capace di sopportare tanta perfezione: si dice che le costituzioni fisiche sono più deboli e che i tempi sono cambiati. Eppure questo santo era un uomo del nostro tempo, ma il suo spirito era forte come nei tempi passati, perciò teneva il mondo sotto i piedi. Ed anche senz’andare scalzi né far così aspra penitenza come lui, vi sono molti modi – come ho detto altre volte – per calpestare il mondo, che il Signore ci insegna quando ci vede con coraggio. E quanto ne diede a questo santo di cui parlo, se per quarantasette anni poté fare quella così aspra penitenza che tutti sanno! Voglio dirne qualcosa che so rispondente del tutto a verità.

17. Ne parlò con me e con un’altra persona: con questa, perché per lei non aveva segreti, e con me, per l’affetto che mi portava, ispiratogli dal Signore, affinché potesse difendermi e incoraggiarmi in un momento in cui ne avevo tanto bisogno, come ho già detto e ancora dirò. Mi sembra che mi dicesse che da quarant’anni dormiva solo un’ora e mezzo tra notte e giorno, e che vincere il sonno era stata in principio la sua più faticosa penitenza; proprio a questo scopo stava sempre in ginocchio o in piedi. Per dormire si metteva a sedere, con la testa appoggiata a una piccola trave conficcata nella parete. Coricarsi non avrebbe potuto, anche volendolo, perché la sua cella, com’è noto, non era più lunga di quattro piedi e mezzo. In tutti questi anni non si mise mai il cappuccio, per quanto il sole ardesse o per quanta pioggia si rovesciasse, né calzatura ai piedi, né alcun indumento fuorché un abito di bigello, senz’altro che gli ricoprisse le carni, e questo di strettissima misura; sopra di esso portava un mantello della stessa stoffa. Mi diceva che nei grandi freddi se lo toglieva e lasciava aperta la porta e la finestrina della cella affinché, ponendosi poi di nuovo il mantello e chiudendo la porta, il corpo si riavesse un po’ e potesse riposare più riparato. Mangiare ogni tre giorni era per lui cosa ordinaria e, poiché io me ne stupivo, mi disse che era molto facile per chi ne avesse preso l’abitudine. Da un suo confratello seppi che gli accadeva di stare otto giorni senza mangiare, perché era soggetto a grandi rapimenti e impeti di amore di Dio, dei quali io, una volta, fui testimone.

18. La sua povertà era estrema e grande la sua mortificazione fin dalla giovinezza, in cui mi disse che gli era accaduto di stare tre anni in una casa del suo Ordine senza conoscere alcun frate se non dalla voce, perché non alzava mai gli occhi. Pertanto, ignorando i luoghi dove doveva necessariamente recarsi, lo faceva seguendo gli altri. E così faceva anche nelle strade. Da molti anni non guardava le donne; mi diceva che per lui vedere o non vedere era lo stesso. Ed essendo molto vecchio quando io lo conobbi, era di così estrema magrezza che sembrava fatto di radici d’albero. Nonostante questa sua assoluta santità, era molto affabile, anche se di poche parole, tranne quando veniva interrogato; e allora diceva cose molto acute, perché era dotato di un ingegno assai perspicace. Vorrei dire ancora di più, senonché ho paura che la signoria vostra mi chieda che c’entra tutto ciò, e con tale timore ne ho scritto. Pertanto, vi pongo fine dicendo che egli morì come era vissuto, istruendo e ammonendo i suoi frati. Quando vide di essere agli estremi, disse il salmo: Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto e, inginocchiatosi, morì.

19. In seguito, è piaciuto al Signore che io avessi da lui più aiuto di quando era in vita, ricevendone consiglio in molte circostanze. L’ho visto più volte circonfuso di eccelso splendore. La prima volta che mi apparve mi disse che era stata la sua una felice penitenza, avendogli meritato tale premio. Mi era anche apparso un anno prima di morire, quando era lontano alcune leghe da qui; avevo saputo che sarebbe morto e lo avvertii di ciò. Appena spirato, mi apparve e mi disse che andava a riposare. Io non gli credetti e ne parlai con alcune persone; dopo otto giorni giunse la notizia che era morto o, per meglio dire, che aveva cominciato a vivere per sempre.

20. Ecco, dunque, finite le aspre penitenze della sua vita in così grande gioia! Mi sembra che egli ora mi consoli molto di più di quando stava qui. Una volta il Signore mi disse che avrebbe sempre esaudito chi gli avesse chiesto qualcosa in suo nome. Infatti, ho visto sempre soddisfatte le richieste che gli ho raccomandato di porgere al Signore. Sia per sempre benedetto! Amen.

21. Ma quante chiacchiere ho fatto per indurre la signoria vostra a non tenere in alcun conto le cose si questa vita, come se non lo sapesse o non fosse già deciso a lasciare tutto e, anzi, non l’avesse già fatto! C’è tale perdizione nel mondo che, anche se tutto il vantaggio del dirlo sia solo la stanchezza, per me, di scriverne, tuttavia mi è di sollievo vedere che quanto dico è totalmente a mia condanna. Il Signore mi perdoni le offese che in tal senso gli ho recato, e la signoria vostra il fatto di annoiarla in modo inopportuno. Sembra che io voglia obbligarla a far penitenza per i peccati da me commessi a questo riguardo.

 

CAPITOLO 28

In cui tratta delle straordinarie grazie che il Signore le concesse e di come le apparve per la prima volta. Spiega cosa sia una visione immaginaria. Riferisce i grandi effetti che lascia quando proviene da Dio. è un capitolo molto utile e importante.

 

1. Tornando al nostro argomento, passai soltanto pochi giorni con questa persistente visione, ma con tale vantaggio che ero sempre in orazione. Procuravo anche, in tutte le mie azioni, di comportarmi in modo da non scontentare colui di cui vedevo chiaramente la presenza. E se pure, a volte, temevo ancora per tutto quello che mi dicevano, il timore mi durava poco, perché il Signore mi rassicurava. Un giorno, mentre stavo in orazione, egli volle mostrarmi solo le mani: erano di così straordinaria bellezza che non potrei descriverla. A tale vista rimasi molto sconvolta, come avviene sempre in principio, di fronte a qualsiasi nuova grazia soprannaturale concessami dal Signore. Dopo pochi giorni vidi anche quel suo divino volto e credo di esserne rimasta completamente rapita. Non potevo capire perché il Signore mi si mostrasse così, a poco a poco, mentre in seguito mi avrebbe fatto la grazia di vederlo interamente, finché poi mi resi conto che Sua Maestà mi andava guidando secondo quanto richiedeva la mia naturale debolezza. Sia per sempre benedetto, perché, non potendo una creatura così miserabile e vile, quale io sono, sopportare tanta gloria tutta in un colpo, egli, come chi ben lo sapeva, nella sua benignità mi andava gradatamente disponendo a riceverla.

2. Sembrerà alla signoria vostra che non ci volesse un grande sforzo per guardare mani e volto di tanta bellezza, ma i corpi glorificati sono talmente belli che la vista di una gloria di così trascendente splendore in essi rifulgente sconvolge la ragione. E io ne provavo tanto sbigottimento da restarne tutta turbata e alterata, anche se poi finivo con l’avere così chiara e sicura conoscenza e tali effetti, che presto ogni timore svaniva.

3. Un giorno che era la festa di san Paolo, mentre stavo a Messa, mi apparve tutta la sacratissima umanità di Cristo, in quell’aspetto sotto il quale lo si suole rappresentare risorto, con quella gran bellezza e maestà di cui ho scritto particolarmente alla signoria vostra quando me ne diede espresso ordine, e mi costò molta pena, perché non è cosa da dirsi senza sentirsi annientare; ma, l’ho detto nel miglior modo che mi fosse possibile, pertanto non c’è motivo di ripeterlo ora qui. Dirò soltanto che, quand’anche in cielo non vi fosse altra gioia per la vista, se non la grande bellezza dei corpi glorificati, se ne avrebbe già una immensa beatitudine, specialmente nel contemplare l’umanità di Gesù Cristo nostro Signore. Se infatti è così sulla terra dove Sua Maestà si mostra in conformità di quanto può sopportare la nostra miseria, che sarà dove si godrà pienamente di un tale bene?

4. La visione di cui parlo è immaginaria e non ho mai visto né questa né alcun’altra con gli occhi del corpo, ma con quelli dell’anima. Chi ne sa più di me dice che la visione precedente è più perfetta di questa, la quale, a sua volta, lo è molto più di quelle che si vedono con gli occhi corporali. Dicono che queste ultime sono di ordine inferiore ed è in esse dove il demonio può operare illusioni, anche se io allora, non potendo intendere ciò, desideravo, invece, giacché mi era concessa questa grazia, di poter vedere con gli occhi del corpo, affinché il confessore non mi dicesse che era un’illusione. E anche a me, passata la visione, accadeva – subito, subito dopo – di pensare d’essere vittima di un’illusione, tanto che mi affliggevo di averlo detto al confessore, temendo di averlo ingannato. E così scoppiavo in pianto e poi andavo a dirglielo. Egli mi chiedeva se mi era parso che fosse proprio così o se avessi voluto ingannarlo. Io gli rispondevo che era la verità, che a me non sembrava di mentire, né avevo avuto tale intenzione, né per nulla al mondo avrei detto una cosa per un’altra. Egli, che lo sapeva bene, faceva di tutto per calmarmi e io soffrivo tanto di andargli a dire queste cose, che non so come il demonio mi mettesse in testa che potessi fingere se non perché mi tormentassi da me stessa. Ma il Signore si diede tanta premura nel farmi questa grazia e chiarirmi questa verità, che ben presto scomparve da me il dubbio che si trattasse di un inganno. E dopo vidi ben chiaramente la mia balordaggine, perché neppure se fossi stata molti anni a sforzarmi d’immaginare uno spettacolo così bello avrei potuto né saputo figurarmelo, trattandosi di qualcosa che trascende ogni umana immaginazione, anche solo per il candore e lo splendore.

5. Non è uno splendore che abbaglia, ma una bianchezza soave e un infuso splendore, che dà molto godimento alla vista senza stancarla, come non la stanca la chiarezza che aiuta a vedere tale divina bellezza. È una luce così diversa dalla nostra che la luce del sole sembra offuscata, in confronto a quella chiarezza e a quello splendore che ci si presenta alla vista, tanto che dopo non si vorrebbe più aprire gli occhi. È come vedere un’acqua molto limpida scorrere sopra un cristallo che riverbera i raggi del sole, di fronte a un’acqua assai torbida che scorre alla superficie della terra sotto un cielo nuvoloso. Non già che si veda sole o luce paragonabili a quella del sole; sembra, insomma, una luce naturale, mentre la luce del sole appare una cosa artificiale. È una luce che non ha notte, ed essendo sempre luce, nulla può turbarla. Infine, è tale che, per quanto grande possa essere l’ingegno di una persona, nessuno riuscirebbe a immaginarsela, pur sforzandovisi tutta la vita. E Dio ce la mette innanzi così all’improvviso che non si avrebbe il tempo di aprire gli occhi se fosse necessario farlo, ma non importa che siano aperti o chiusi: quando il Signore vuole, si vede anche senza volerlo. Non vi è distrazione che valga, né possibilità di resistere, né diligenze né attenzioni sufficienti per opporvisi. Io l’ho ben sperimentato, come dirò.

6. Ciò che ora vorrei dire è il modo in cui il Signore si manifesta in queste visioni; non, però, che io voglia spiegare come sia possibile che questa luce potente penetri i nostri sensi interiori e s’imprima nella nostra intelligenza una così viva immagine di lui da farci sembrare che sia veramente lì presente, perché questa è impresa da dotti. Il Signore non ha voluto spiegarmi come ciò avvenga, ed io sono così ignorante e così lenta a comprendere che non sono riuscita ancora a capirlo, benché abbiano cercato in tutti i modi di spiegarmelo. Ed è fuori dubbio che, sebbene alla signoria vostra io sembri dotata di vivo ingegno, non l’ho affatto. In molte circostanze, invero, ho sperimentato che non capisco più di quello che mi viene dato da mangiare, come suol dirsi. A volte, il mio confessore si stupiva della mia ignoranza, ma io non riuscii mai a capire, e neanche lo desideravo, in che modo Dio potesse far questa cosa o potesse avvenire quest’altra, e non lo chiedevo, sebbene – come ho detto – già da molti anni trattassi con persone molto dotte. Se una cosa era peccato o no, questo sì m’interessava saperlo; quanto al resto, a me bastava pensare che tutto era opera di Dio, di fronte a cui non c’era motivo di meravigliarsi, ma solo di lodarlo. Le cose più difficili a comprendersi m’ispirano particolarmente devozione e tanto più quanto più sono difficili.

7. Dirò, dunque, quello che ho visto per esperienza. Il modo in cui opera il Signore, la signoria vostra lo dirà meglio, spiegando tutto ciò che vi sarà di oscuro e che io non saprò dire. Mi sembrava proprio, sotto certi aspetti, che quanto vedevo non fosse che un’immagine, ma sotto molti altri no, bensì lo stesso Cristo, dalla chiarezza con cui si era compiaciuto di mostrarmisi. Alcune volte, però, la visione si verificava in modo così confuso, che mi pareva un’immagine, ma ben diversa da quelle di quaggiù, per quanto perfette possano essere, come io ne ho viste alcune, davvero molto belle. Sarebbe un grosso sbaglio pensare che vi possa essere tra loro una qualche somiglianza; la somiglianza è né più né meno quella che passa tra una persona viva e il suo ritratto che, per quanto sia ben fatto, non può essere così naturale da non apparire, infine, una cosa morta. Ma fermiamoci a questo paragone che qui calza a proposito e rende esattamente il mio pensiero.

8. Non ho inteso, anzi, fare un paragone, perché i paragoni sono sempre imperfetti, ma dire la verità, essendovi qui la stessa differenza che passa tra una persona viva e il suo ritratto, né più né meno. Infatti, se è un’immagine, è un’immagine viva, non un uomo morto, ma Cristo vivo, il quale rivela che è uomo e Dio, facendosi vedere non come quando stava nel sepolcro, ma come quando ne uscì ormai risorto. E a volte ci viene davanti con tanta maestà da non far sorgere alcun dubbio che sia proprio il Signore, specialmente dopo la comunione nella quale già sappiamo che è lì presente, come ci insegna la fede. Si mostra allora così padrone di quella dimora che all’anima, tutta disfatta, sembra di sentirsi consumare in Cristo. Oh, Gesù mio, come far comprendere la maestà con cui vi manifestate!  E come l’anima vi senta Signore della terra e del cielo, e di altre mille, infinite terre e cieli che potreste creare! Dalla maestà con cui vi presentate, l’anima intende che ciò non sarebbe nulla per voi, poiché siete il padrone di ogni cosa.

9. Qui si vede chiaramente, Gesù mio, quanto poco, dinanzi a voi, possano tutti i demoni e come chi vi soddisfa possa calpestare tutto l’inferno. Qui si vede perché i demoni abbiano dovuto tremare di spavento quando discendeste al limbo, desiderando mille altri più profondi inferni per sfuggire a una così grande maestà, ed io mi rendo conto che voi volete far capire all’anima quanto essa sia grande e quanto sia potente questa sacratissima umanità congiunta alla divinità. Da ciò è facile immaginare che cosa sarà, nel giorno del giudizio, vedere la maestà di questo Re e vederne l’inflessibilità verso i cattivi. Qui è il momento della vera umiltà, lasciata nell’anima dalla vista della sua miseria, che essa non può assolutamente ignorare; qui prova gran turbamento e sincero pentimento dei suoi peccati tanto che, anche vedendo che Dio le dimostra amore, non sa dove nascondersi, e si sente distruggere. Questa visione, quando il Signore vuole mostrare all’anima più largamente la sua grandezza e maestà, ritengo che abbia tanta forza che mi sembra impossibile da parte di alcuno sopportarla se non interviene il Signore ad aiutarlo in modo soprannaturale, facendolo entrare nel rapimento o nell’estasi, perché allora la gioia che prova gli fa perdere la visione di quella divina presenza. Ma è vero che poi ciò si dimentica? Impossibile, perché quella maestà e bellezza restano talmente impresse, che non si possono assolutamente dimenticare, eccetto quando il Signore vuole che l’anima soffra una grande aridità e solitudine, come dirò più innanzi, nel quale stato sembra dimenticarsi anche di Dio. L’anima è ormai un’altra: sempre assorta, sembra che cominci di nuovo ad amare Dio di un ardente amore di altissimo grado, a mio giudizio. Anche se, infatti, la visione precedente, in cui dissi che Dio si manifesta senza immagine, è più elevata, al fine che s’imprima nella memoria come richiede la nostra debolezza e che tenga bene occupato l’intelletto, è molto efficace il fatto che ci venga presentata e resa l’immagine di tale divina presenza. Del resto, queste due specie di visione vengono quasi sempre insieme: accade così perché con gli occhi dell’anima si vedono l’eccellenza, la bellezza e la gloria della sacratissima umanità di Cristo, e nell’altro modo di cui si è parlato si capisce che è Dio, che è potente, che tutto può, tutto ordina, tutto governa e tutto  riempie del suo amore.

10. Bisogna apprezzare molto questa visione che, a mio parere, è scevra di pericoli, vedendosi dai suoi effetti che il demonio qui non ha alcuna forza. Mi sembra che tre o quattro volte abbia voluto presentarmi con una falsa immagine lo stesso Signore in siffatto modo, col prendere, cioè, apparenza di carne, ma non può, con questo, contraffare la gloria di quando appartiene a Dio. Ricorre a tali immagini per distruggere la vera visione vista dall’anima; così, cercando essa di resistere, si agita, si irrita e si angustia tanto da perdere la devozione e il diletto che prima aveva, restando incapace di fare orazione. Ciò mi accadde da principio, come ho detto, tre o quattro volte. È cosa talmente diversa che, anche chi avesse avuto soltanto l’orazione di quiete credo se accorgerebbe dagli effetti che sono stati detti a proposito delle voci soprannaturali. Ed è anche molto evidente che se l’anima non vuole lasciarsi ingannare, non credo che possa essere ingannata, purché proceda con umiltà e semplicità. Chi poi avesse avuto una vera visione di Dio, se ne accorgerebbe quasi subito poiché, anche se comincia con piacere e gioia, l’anima la rigetta. E anche, a mio parere, dev’essere diversa la gioia, senza alcuna parvenza di amore puro e casto, e così ben presto si fa conoscere per quello che è. Pertanto, dove c’è esperienza, credo che il demonio non possa fare alcun danno.

11. Ora, che tutto questo sia immaginazione, è assolutamente impossibile, non ha alcun fondamento, perché solo la bellezza e la bianchezza di una mano superano ogni nostra immaginazione; che si possa, inoltre, in un solo momento, senza averne alcun ricordo né aver mai pensato ad esse, vedere presenti cose che neppure in un lungo spazio di tempo si sarebbero potute mettere insieme con l’immaginazione, essendo di gran lunga superiori a ogni umano intendimento, è proprio un assurdo. Anche ammesso che in ciò avessimo qualche potere, si vede chiaramente il contrario per un’altra ragione di cui ora parlerò; infatti, se questa visione potesse esser creata dall’intelletto, certamente non si avrebbero gli effetti che essa produce, né alcun altro, perché sarebbe come chi volesse tentare di dormire e rimanesse invece sveglio, non venendogli sonno; egli, desiderandolo, perché ne ha bisogno o perché si sente la testa debole, procura con ogni sforzo di assopirsi e a volte gli pare di riuscirci, ma se non è vero sonno, non gli sarà di aiuto, non darà forza alla sua testa che, anzi, talora, resterà più svigorita. Così in parte avverrebbe qui; l’anima rimarrebbe fuori di sé, ma non con sostegno e forza, anzi stanca e inquieta. Nella vera visione non si può esaltare adeguatamente la ricchezza che lascia; perfino il corpo ne riceve salute e ne esce confortato.

12. Questa, con altre ragioni, io opponevo a coloro che mi dicevano trattarsi di opera del demonio o della mia fantasia – il che avvenne molte volte – e ricorrevo a paragoni, nei limiti delle mie possibilità e come il Signore me li ispirava. Ma tutto ciò giovava a poco perché, essendoci in città persone molto sante (al cui confronto io ero un’anima persa) che Dio non conduceva per questa via, sorgeva subito in esse una causa di timore, forse a causa dei miei peccati; le notizie giravano dall’una all’altra, in modo che molti conoscevano quanto mi accadeva senza che io ne parlassi con nessuno tranne che con il mio confessore e con coloro ai quali egli mi ordinava di parlare.

13. Io dissi una volta che se coloro i quali asserivano questo mi avessero detto che una persona da me ben conosciuta e con la quale avessi appena finito di parlare non era quella che io m’immaginavo, perché lo sapevano con certezza, senza dubbio io avrei creduto più ad essi che ai miei propri occhi, ma se questa persona mi avesse lasciato alcuni gioielli ed essi mi fossero rimasti nelle mani come pegni di molto amore, mentre prima non li avevo, vedendomi così ricca da povera che ero, non avrei potuto credere loro, neanche volendolo. E questi gioielli io li potevo mostrare, perché chiunque mi conoscesse vedeva chiaro che la mia anima era trasformata, come asseriva il mio confessore, essendo ben profondo il mutamento in ogni cosa, e non occulto, ma palese, sì che tutti potevano rendersene conto. Siccome prima ero tanto perversa, dicevo di non poter credere che se il demonio operava così per ingannarmi e condurmi all’inferno, ricorresse a un mezzo tanto contrario allo scopo, com’era quello di spogliarmi dei vizi e dotarmi di forza e di virtù, perché vedevo chiaramente che, mediante una sola di queste visioni, io restavo trasformata.

14. Il mio confessore che, come ho detto, era un padre veramente santo della Compagnia di Gesù, rispondeva con questi stessi argomenti, a quanto io seppi. Era assai discreto e di grande umiltà, e questa sua umiltà mi cagionò parecchie tribolazioni perché, pur essendo uomo di preghiera e di grande dottrina, non si fidava di sé, per il fatto che il Signore non lo guidava per questo cammino. Ebbe a soffrire molto e in vari modi per causa mia. Seppi che gli dicevano di guardarsi da me, per non lasciarsi ingannare dal demonio col credere qualcosa di ciò che gli dicevo, recandogli esempi di altre persone. Tutto questo mi affliggeva. Temevo di non poter trovare più alcuno da cui confessarmi e che, anzi, tutti dovessero fuggirmi, e non facevo che piangere.

15. Fu una provvidenza di Dio che egli abbia voluto continuare ad ascoltarmi, ma era così gran servo di Dio che, per amor suo, avrebbe affrontato ogni cosa. Pertanto mi diceva di non offendere Dio, di non allontanarmi da ciò che egli mi prescriveva e di non aver paura che avesse a mancarmi; sempre m’incoraggiava e mi rasserenava. Mi imponeva di continuo di non tacergli nulla e io gli obbedivo. Mi diceva che, così facendo, anche se si fosse trattato di cose del demonio, non mi avrebbe potuto danneggiare, anzi il Signore avrebbe tratto fuori un bene dal male che lui voleva arrecare all’anima mia, il cui perfezionamento egli procurava di farmi raggiungere in tutto ciò che poteva. Io, piena di paura com’ero, gli obbedivo ciecamente, anche se imperfettamente; per causa mia egli ebbe continue tribolazioni  durante i tre anni e più in cui mi confessò, perché, permettendo il Signore che fossi oggetto di grandi persecuzioni e che fossi giudicata male in molte cose, anche in quelle delle quali ero innocente, se la prendevano con lui che veniva incolpato al posto mio, senza che avesse alcuna colpa.

16. Gli sarebbe stato impossibile, se non fosse stato uomo di così grande santità e se il Signore non gli avesse dato coraggio, sopportare tante pene perché, da una parte, doveva rispondere a quelli cui sembrava che andassi in perdizione e che non gli credevano, dall’altra, doveva tranquillizzare me e liberarmi dai timori che avevo, mentre li accresceva. D’altronde, mi doveva pur rassicurare, perché dopo ogni visione – trattandosi di cosa nuova – Dio permetteva che mi restassero grandi timori. Tutto dipendeva dal fatto di essere stata ed essere tanto peccatrice. Egli mi consolava con molta clemenza. E se si fosse fidato un po’ più di se stesso, io non avrei patito tanto, perché Dio gli faceva capire in tutto la verità, ricevendo egli luce, a quanto credo, dallo stesso sacramento.

17. Quei servi di Dio che sul mio conto non si sentivano sicuri erano in frequenti rapporti con me. Poiché io parlavo liberamente di alcune cose alle quali essi attribuivano una diversa intenzione (ne amavo molto uno, cui la mia anima doveva moltissimo e che era un gran santo e soffrivo infinitamente nel vedere che non mi capiva, mentre egli desiderava moltissimo il mio profitto, e che il Signore mi desse luce), tutto quanto dicevo – ripeto – senza badarci, sembrava loro segno di poca umiltà. Appena scorgevano in me qualche difetto – e c’era da vederne molti – subito condannavano tutto. Se mi chiedevano qualcosa, io rispondevo con franchezza, senza darmi eccessivo pensiero di quel che dicevo, e subito sembrava loro che volessi istruirli, ritenendomi sapiente. Tutto veniva riferito al mio confessore solo perché essi, certamente, desideravano il mio profitto; ed egli, giù, a rimproverarmi!

18. Trascorsi molto tempo in queste afflizioni che mi venivano da ogni parte, ma con la grazia che mi faceva il Signore riuscivo a sopportarle. Dico tutto ciò per far comprendere quanta fatica costi non avere, in questo cammino spirituale, una guida dotata di esperienza, perché se il Signore non mi avesse aiutato tanto, non so che cosa sarebbe stato di me. Ce n’era a sufficienza per farmi perdere la testa, e a volte mi vedevo ridotta a tali estremi da non saper far altro che alzare gli occhi al Signore, perché la contraddizione dei buoni, per una donnicciola vile, debole e timorosa come me, a dirsi, sembra cosa da nulla, ma io che nella vita ho sofferto grandissime pene, so che queste prove sono delle più terribili. Piaccia al Signore che con esse io abbia in parte servito alla sua gloria; che lo abbiano servito coloro i quali mi condannavano e mi contraddicevano ne sono ben certa, essendo tutto dovuto al desiderio del mio maggior bene.

 

CAPITOLO 29

Prosegue il tema iniziato e racconta alcune grandi grazie che il Signore le fece e le cose che le diceva per rassicurarla e insegnarle come rispondere a chi la contraddiceva.

 

1. Mi sono allontanata molto dall’argomento. Cercavo di dire quali ragioni ci siano per ritenere che le visioni non provengano dalla nostra immaginazione. Infatti, come potremmo raffigurarci di proposito l’umanità di Cristo, ritraendo con arte mediante l’immaginazione la sua grande bellezza? Non basterebbe poco tempo se si volesse creare un’immagine che le fosse alquanto somigliante. È ben vero che possiamo in certo modo rappresentarcela nella immaginazione e restare a contemplarne per un certo tempo le fattezze e la bianchezza, perfezionandola a poco a poco e imprimendocela nella memoria. Questo, chi può impedirlo, se ce la siamo potuta modellare con l’intelletto? Nella visione di cui parliamo, invece, non c’è ripiego possibile, perché dobbiamo contemplarla quando, come e quale il Signore vuole presentarcela e non possiamo aggiungere né togliere nulla; né, per quanto facciamo, è in nostro potere vederla o cessare di farlo quando vogliamo; volendo, poi, guardare qualcosa in particolare, si perde subito la visione di Cristo.

2. Per due anni e mezzo il Signore mi fece questa grazia molto frequentemente; ora, saranno più di tre anni che non me la concede più altrettanto spesso, avendola sostituita con un’altra più elevata, come forse dirò in seguito. Mentre egli mi parlava, ammiravo quella sua grandezza bellezza e la dolcezza con cui la sua divina, bellissima bocca pronunciava quelle parole che, a volte, peraltro, erano dette con severità. Estremamente desiderosa di conoscere il colore dei suoi occhi o la sua statura, per poterlo poi dire, non ci sono riuscita, né i miei sforzi a tal fine servono mai a nulla, anzi, mi tolgono la visione del tutto. anche se a volte vedo che mi guarda con affettuosa indulgenza, tuttavia il suo sguardo ha tanta forza che l’anima non può sopportarlo ed entra in così alto rapimento da perdere, per goderne in modo più completo, questa meravigliosa vista. Qui, dunque, non c’è da volere o non volere; si vede chiaramente che la volontà del Signore è che non ci sia altro in noi se non umiltà e contrizione, accettazione di quanto ci viene dato e lode per chi ce lo dà.

3. Questo accade in tute le visioni, nessuna esclusa; noi non possiamo far nulla e i nostri sforzi sono del tutto inutili, sia per vedere di meno, sia per vedere di più; il Signore vuol farci capire chiaramente che questa non è opera nostra, ma una grazia sua, così potremo avere molto minor superbia, anzi il fatto di considerare che come il Signore ci toglie la possibilità di vedere ciò che vogliamo, ci può togliere questi favori e questa sua grazia, lasciandoci completamente abbandonati, ci fa essere umili e pavidi e ci esorta a procedere con timore finché viviamo in questo esilio.

4. Quasi sempre il Signore mi si presentava come risorto, anche quando mi apparve nell’ostia, tranne alcune volte in cui, per incoraggiarmi, se mi trovavo in tribolazioni, mi mostrava le sue piaghe; talvolta mi appariva in croce, talvolta nell’orto, raramente con la corona di spine, e anche sotto il peso della croce, qualche volta, secondo le mie necessità – ripeto – o di altre persone, ma sempre la sua carne appariva glorificata. Raccontare tutto questo mi è costato molti oltraggi e sofferenze e molti timori e persecuzioni. Ad alcune persone sembrava così evidente che io fossi invasa dal demonio, che volevano esorcizzarmi. Di questo mi importava poco, ma soffrivo quando vedevo che i confessori avevano paura di confessarmi o quando sapevo che veniva loro detto qualcosa. Ciò nonostante, non poteva mai dispiacermi d’aver avuto quelle visioni celestiali e non avrei cambiato una sola di esse con tutti i beni e diletti del mondo. Le ho sempre ritenute una straordinaria grazia del Signore, sembrandomi esse un tesoro inestimabile, come lo stesso Signore molte volte mi assicurava. Io sentivo crescere il mio amore per lui di giorno in giorno; andavo a lamentarmi con lui di tutte le mie pene e uscivo sempre dalla preghiera consolata e con nuove forze. Non osavo contraddire coloro che mi avversavano, vedendo che era peggio perché lo ritenevano un segno di poca umiltà. Ne trattavo solo con il mio confessore il quale, quando mi vedeva afflitta, faceva di tutto per consolarmi.

5. Siccome le visioni andavano aumentando, un sacerdote che prima mi sosteneva – era quello da cui mi confessavo qualche volta, quando non poteva venire il padre ministro – cominciò a dire che erano evidentemente opera del demonio. Mi comandarono, visto che non c’era possibilità di sottrarvisi, di farmi sempre il segno della croce quando avessi qualche visione e di respingerla con un gesto di disprezzo, ritenendo per certo trattarsi del demonio, il quale così non sarebbe più venuto e di non aver paura, perché Dio avrebbe vegliato su di me, liberandomi da esso. Quest’ordine mi procurò gran pena, perché non potendo fare a meno di credere che si trattasse di Dio, era una cosa terribile per me sottostarvi. E nemmeno, come ho detto, potevo desiderare che quelle visioni mi fossero tolte; ma, infine, facevo quanto mi veniva comandato. Supplicavo ardentemente Dio di liberarmi dal pericolo d’essere ingannata; questo lo facevo sempre con molte lacrime. E così pure supplicavo san Pietro e san Paolo perché il Signore mi aveva detto – apparendomi la prima volta nel giorno della loro festa – che essi mi avrebbero protetta dall’essere ingannata; infatti, molte volte me li vedevo al lato sinistro molto chiaramente, anche se non in visione immaginaria. Questi gloriosi santi erano miei protettori particolari.

6. Il dover fare un gesto di disprezzo mi procurava un’enorme pena quando mi appariva la visione del Signore, perché nel vederlo lì, dinanzi a me, neanche se mi avessero fatta a pezzi, avrei potuto credere che fosse il demonio; era un genere di penitenza assai gravoso per me. Per non star di continuo a farmi il segno della croce, tenevo in mano una croce; questo lo facevo sempre, il gesto di disprezzo non tanto di frequente, perché ne soffrivo molto. Mi ricordavo degli oltraggi a lui recati dagli ebrei e lo supplicavo di perdonarmi perché lo facevo per obbedire a chi lo rappresentava, e di non attribuirmelo a colpa perché me lo comandavano i ministri da lui posti nella sua Chiesa. Mi rispondeva di non preoccuparmene, che facevo bene ad obbedire e che egli avrebbe fatto in modo che si conoscesse la verità. Quando mi tolsero l’orazione, mi parve che fosse sdegnato; mi ingiunse di dir loro che quella era una tirannia. Mi addiceva, inoltre, varie ragioni per farmi capire che non si trattava del demonio; ne dirò qualcuna in seguito.

7. Una volta, mentre tenevo in mano la croce che era attaccata al rosario, me la prese con la sua mano e, quando me la restituì, era fatta di quattro grandi pietre assai più preziose dei diamanti, senza paragone, non essendovi quasi possibilità di confronto tra le cose della terra e quelle viste spiritualmente, di fronte alle quali i diamanti sembrano falsi e difettosi. Vi erano le cinque piaghe di bellissima fattura; mi disse che da allora in poi l’avrei sempre vista così; infatti non vedevo più il legno di cui era fatta, ma solo queste pietre; tuttavia non le vedeva nessuno, tranne me. Appena cominciarono a impormi queste prove e a comandarmi di resistere, le grazie aumentarono sensibilmente. Pur cercando di distrarmi, non lasciavo più di stare in orazione, neanche dormendo, a quanto mi sembrava, perché in tale stato l’amore cresceva e aumentavano le pene che io raccontavo al Signore, dicendogli anche di non poterle più sopportare, e che mi era impossibile, sebbene lo volessi e mi sforzassi di farlo, tralasciare di pensare a lui. Ciò nonostante, obbedivo quanto potevo, ma potevo poco o nulla a questo riguardo. Il Signore, da parte sua, non mi dispensò mai dal farlo; anzi, mi esortava ad obbedire, rassicurandomi, peraltro, insegnandomi ciò che dovevo dire ai miei oppositori – come fa anche ora – e adducendomi così evidenti motivi da rendermi perfettamente sicura.

8. Dopo poco tempo Sua Maestà, come mi aveva promesso, cominciò a indicare più chiaramente che era lui, perché in me aumentava tanto l’amore di Dio da non sapere chi me lo infondesse, essendo del tutto soprannaturale e non essendo io a procurarmelo. Mi sentivo morire dal desiderio di vedere Dio e non sapevo dove avrei dovuto cercare la mia vera vita se non nella morte. Mi assalivano così grandi impeti d’amore divino che, sebbene non fossero insopportabili come quelli di cui ho già parlato altrove né tanto importanti, tuttavia erano tali che non sapevo che cosa fare; nulla più mi soddisfaceva, non capivo più cosa accadesse in me e mi sembrava proprio che mi strappassero l’anima. Oh, sovrano accorgimento del Signore, che arte delicata usavate con la vostra miserabile schiava! Vi nascondevate a me e al tempo stesso mi stringevate con il vostro amore, dandomi una morte così piacevole che l’anima mia non sarebbe voluta più uscirne.

9. Chi non ha provato questi slanci così veementi non può farsene un’idea, perché non si tratta di emozioni di cuore né di certe devozioni che sogliono dare molte volte tali impulsi da sembrare, nell’impossibilità di contenerli, che soffochino lo spirito; questo avviene in un’orazione di grado inferiore e bisogna evitarli procurando di reprimerli con dolcezza, acquietando l’anima. È come quando certi bambini sono presi da un pianto così convulso da sembrare che stiano per soffocare, e appena si dà loro da bere si calma quell’eccessivo accoramento. Così qui: la ragione corra, dunque, a stringere le briglie, perché potrebbe intervenire l’azione della stessa natura. Consideriamo che potrebbe non essere tanto perfetto, che potrebbero averci molta parte i sensi e calmiamo questo bambino con una carezza che lo muova ad amare Dio con tenerezza e non, come suol dirsi, a forza di pugni. Raccogliamo questo amore in noi stessi, sì che non faccia come la pentola che, bollendo troppo perché vien posta legna al fuoco senza discrezione, riversa tutto al di fuori. Moderiamo, invece, gli incentivi di tal fuoco e procuriamo di smorzare la fiamma con lacrime soavi e non angosciose, come lo sono quelle nate da tali sentimenti, che recano un gran danno. Io le ebbi, al principio, qualche volta, e mi lasciavano la testa così confusa e lo spirito così stanco, che il giorno seguente e anche per più giorni non mi sentivo di riprendere l’orazione. Pertanto, in principio, occorre gran discrezione perché tutto proceda con dolcezza e lo spirito si riveli operante interiormente; si procuri di evitare ogni manifestazione esterna.

10. Questi altri impulsi sono diversissimi. Non siamo noi a porre la legna, ma sembra che, acceso già il fuoco, subito vi siamo gettati dentro per bruciare. Non è l’anima a inasprire il dolore della piaga, per l’assenza del Signore, ma è una saetta che le si conficca a volte nelle viscere e nel cuore così al vivo da lasciarla incapace di capire cosa abbia o cosa voglia. Solo intende di volere Dio e che la saetta pare abbia la tempera di un’erba che l’induce ad odiare se stessa per amore del Signore, in servizio del quale rinunzierebbe volentieri alla vita. Non si può magnificare né dire il modo con cui Dio ferisce l’anima e l’enorme sofferenza che produce, perché la trae fuori di sé, ma questa pena è così piacevole che non c’è nessun godimento nella vita terrena capace di offrire maggior piacere. L’anima vorrebbe sempre, come ho detto, giungere a morire di un tal male.

11. Questa pena e questa gioia unite insieme mi facevano uscire di senno perché non riuscivo a capire come ciò potesse essere. Oh, che cos’è per l’anima vedersi ferita! Si sente, cioè, in modo tale da potersi dire ferita per così eccellente causa, e vede chiaramente di non aver fatto nulla per attirarsi questo amore, ma che dal sommo amore, di cui Dio la privilegia, sembra sia caduta a un tratto su di lei quella scintilla che la fa ardere tutta. Oh, quante volte ricordo, quando mi trovo in questo stato, quel verso di Davide: Come la cerva anela ai corsi d’acqua, che mi sembra di vedere realizzarsi testualmente in me.

12. Quando questi impeti non sono molto forti, sembra all’anima di potersi calmare un po’, per lo meno cerca qualche rimedio, non sapendo che cosa fare, con alcune penitenze, ma il corpo è ormai insensibile ad esse e non sente dolore nemmeno nel versare sangue, quasi fosse morto. Cerca allora altri espedienti e maniere che servano a procurarle qualche sofferenza per amor di Dio, ma quel primo dolore è così forte che non so quale tormento fisico glielo potrebbe togliere. Siccome il rimedio non è qui, queste nostre medicine sono di troppo basso livello per un male di così alto livello. Si calma un po’ e ha una qualche tregua, se chiede a Dio di darle un rimedio per il proprio male, ma non ne vede alcuno all’infuori della morte, perché con essa pensa di godere totalmente il suo bene. Altre volte l’impeto è così forte che non si può fare né questo né altro; il corpo resta come morto, non si possono muovere né piedi né mani, anzi, se si sta in piedi, si ricade su se stessi come una cosa inerte, senza poter neppure respirare; si emettono solo alcuni gemiti, non forti, perché non si ha più energia, ma intensi di sentimento.

13. Il Signore, mentre ero in tale stato, volle alcune volte favorirmi di questa visione: vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea, cosa che non mi accade di vedere se non per caso raro. Benché, infatti, spesso mi si presentino angeli, non li vedo materialmente, ma come nella visione di cui ho parlato in precedenza. In questa visione piacque al Signore che lo vedessi così: non era grande, ma piccolo e molto bello, con il volto così acceso da sembrare uno degli angeli molto elevati in gerarchia che pare che brucino tutti in ardore divino: credo che siano quelli chiamati cherubini, perché i nomi non me ridicono, ma ben vedo che nel cielo c’è tanta differenza tra angeli e angeli, e tra l’uno e l’altro di essi, che non saprei come esprimermi. Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere quei gemiti di cui ho parlato, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi d’altro che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto. È un idillio cos’ soave quello che si svolge tra l’anima e Dio, che supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che mento.

14. I giorni in cui durava questo stato ero come trasognata: non avrei voluto vedere né parlare con alcuno, ma tenermi stretta alla mia pena che per me era la beatitudine più grande di quante ve ne siano nel creato. Questo mi è accaduto alcune volte, allorché il Signore volle che io avessi quei rapimenti così grandi che, anche stando tra persone, non potevo opporre loro resistenza, pertanto con mio grande rammarico cominciarono a divulgarsi. Da quel momento sento meno questo tormento, bensì sento quello di cui ho parlato prima in altro luogo – non ricordo in quale capitolo – che è molto diverso per molti aspetti ed è di maggior valore. Infatti, quando ha inizio la pena di cui parlo, sembra che il Signore rapisca l’anima e l’immerga nell’estasi; non c’è tempo, pertanto, di sentir pena né di patire, perché subito sopraggiunge il godimento. Sia benedetto per sempre il Signore che fa tante grazie a chi risponde così male ai suoi immensi benefici!

 

CAPITOLO 30

Riprende la narrazione della sua vita e dice come il Signore la soccorse nelle sue molte tribolazioni col far venire nella città dov’ella si trovava fra Pietro d’Alcántara, santo religioso dell’Ordine del glorioso san Francesco. Tratta anche delle grandi tentazioni e delle pene di cui talvolta soffriva.

 

1. Vedendo, dunque, il poco o nulla che potevo fare per non avere così grandi impeti, cominciavo anche a temerli, perché non riuscivo a capire come dolore e gioia potessero stare insieme. Sapevo già che se si fosse trattato di dolore fisico e di gioia spirituale era ben possibile, ma che una così estrema pena spirituale fosse congiunta a una così straordinaria gioia mi disorientava. Ancora non cessavo di sforzarmi di resistere, ma riuscivo a tanto poco che a volte mi stancavo. Mi rifugiavo nella croce con la quale volevo difendermi da chi si era servito di essa per difendere tutti noi. Vedevo che nessuno mi capiva, rendendomi di ciò perfettamente conto, ma non osavo dirlo che al mio confessore perché altrimenti sarebbe stato evidente che non avevo umiltà.

2. Il Signore si compiacque di rimediare in gran parte alla mia pena – anzi, per allora, del tutto – facendo venire in questa città il benedetto fra Pietro d’Alcántara del quale ho già parlato e delle cui penitenze ho detto qualcosa; fra l’altro, mi fu assicurato che per venti anni continui aveva portato un cilicio fatto di lamine metalliche. È autore di alcuni piccoli libri di orazione, scritti in volgare, che ora sono molto diffusi, essendo molto utili per coloro la praticano, in quanto chi scrive è persona di notevole esperienza nell’orazione. Osservò con assoluto rigore la prima regola del beato san Francesco, oltre ad adempiere quelle pratiche di cui ho già detto qualcosa.

3. La vedova, serva di Dio e mia amica, di cui ho parlato, venne a sapere che quest’uomo straordinario si trovava qui; ella conosceva il bisogno che ne avevo perché sapeva delle mie afflizioni e si adoperava molto per alleviarle; era così grande la sua fede che non poteva fare a meno di credere che fosse spirito di Dio quelli che tutti ritenevano opera del demonio. siccome è persona molto intelligente e segreta, alla quale il Signore faceva parecchie grazie nell’orazione, Sua Maestà volle illuminarla su ciò che i dotti non sapevano. I mie confessori mi permettevano di sfogarmi con lei circa alcune cose, perché per molti motivi aveva la capacità d’intenderle, a volte partecipava alle grazie che il Signore mi faceva, in quanto le trasmettevo avvertimenti assai utili per la sua anima. Appena, dunque, lo seppe, affinché potessi trattare con lui con maggiore libertà, senza dirmi nulla, mi ottenne dal provinciale il permesso di stare otto giorni a casa sua. Sia qui, sia in alcune chiese, gli parlai spesso questa prima volta del suo soggiorno in città, e poi comunicai con lui molte volte in tempi diversi. Lo misi al corrente in breve della mia vita e del mio modo di procedere nell’orazione con la maggior chiarezza possibile (perché questo l’ho fatto sempre: parlare con assoluta chiarezza e semplicità a coloro cui apro la mia anima: perfino i primi moti di essa vorrei che fossero loro noti, e le cose più dubbie e sospette le mettevo in chiaro con ragioni che erano a mio danno); pertanto, senza doppiezze e infingimenti, gli aprii la mia anima.

4. Quasi subito vidi che mi capiva per esperienza, e ciò era proprio quello di cui io avevo bisogno, perché allora non potevo comprendere me stessa come ora, per potermi spiegare; solo più tardi Dio mi ha concesso di poter intendere e riferire le grazie che egli mi fa, ed era quindi necessario esser passati attraverso quell’esperienza per capirmi in pieno e per spiegarmi di che si trattava. Egli m’illuminò moltissimo perché, non foss’altro nelle visioni che non erano immaginarie, io non riuscivo a capire di che cosa si trattasse, ma mi sembrava che nemmeno in quelle che vedevo con gli occhi dell’anima capivo come avvenissero, perché, come ho detto, credevo che si dovesse dare importanza solo a quelle che si vedono con gli occhi del corpo, e di queste non ne avevo.

5. Questo sant’uomo mi illuminò e mi spiegò tutto, esortandomi a non affliggermi, ma a lodare Dio ed essere certa che era il suo spirito ad agire in me perché, a parte le verità della fede, non poteva esserci cosa più vera né più degna di essere creduta. Ero per lui motivo di grande consolazione e mi favoriva con la sua protezione e la sua bontà in ogni cosa; sempre, in seguito, ebbe frequenti rapporti con me, confidandomi i suoi progetti e le sue attività. E vedendomi animata dai desideri che egli aveva già realizzato – poiché il Signore me li infondeva fortissimi – e da tanto coraggio, godeva di trattare con me, perché per colui che Dio fa giungere a questo stato non v’è piacere né consolazione pari a quella di incontrarsi con persone a cui sembra che il Signore abbia dato l’avvio ad esso. Infatti allora, a quanto mi sembra, non dovevo essere più in là degli inizi, e piaccia a Dio che ora sia andata avanti!

6. Ebbe per me grandissima compassione. Mi disse che era uno dei più grandi tormenti di questa terra quello che avevo patito, cioè il contrasto dei buoni, e che mi restava ancora molto da soffrire perché avevo sempre bisogno di assistenza e in questa città non c’era alcuno che mi potesse capire, ma che egli ne avrebbe parlato con il mio confessore e con uno di quelli che più mi davano motivo di soffrire, cioè quel cavaliere ammogliato di cui ho già parlato. Quest’ultimo, proprio perché nutriva per me maggior affetto, mi faceva tanta guerra, ed è un’anima timorata e santa che, avendomi vista poco prima tanto colpevole, non riusciva a persuadersi di quanto mi accadeva. Quel sant’uomo mantenne la sua promessa, parlando con entrambi, e adducendo ragioni e argomenti perché si rassicurassero e mi lasciassero in pace. Il confessore ne aveva poco bisogno; il cavaliere, invece, tanto, che neppure questo bastò a rassicurarlo del tutto, ma giovò perché non mi spaventasse più come prima.

7. Rimanemmo d’accordo che d’allora in poi gli avrei scritto quello che ancora mi fosse accaduto e che ci saremmo raccomandati molto a Dio, poiché era così grande la sua umiltà da tenere in qualche considerazione le preghiere di questa miserabile, ed io ne ero piena di confusione. Mi lasciò del tutto consolata e soddisfatta. Mi disse di continuare nell’orazione con assoluta fiducia, sicura che era opera di Dio; se mi sorgesse qualche dubbio, per maggior tranquillità informassi sempre di tutto il confessore e così vivessi sicura. Ma neanche in questo modo io riuscivo ad avere una sicurezza completa, perché il Signore mi conduceva per la via del timore, come era il credere d’essere vittima del demonio quando mi dicevano che lo ero. In conclusione, nessuno poteva ispirarmi timore o sicurezza tali che io potessi prestare fede più ad essi che a quanto il Signore mi infondeva nell’anima. Così, anche se egli riuscì a confortarmi e a rasserenarmi, non gli diedi ascolto a tal punto da liberarmi del tutto dei miei timori, specialmente quando il Signore mi lasciava nelle sofferenze spirituali di cui ora parlerò. Ciò nonostante, ripeto, rimasi molto consolata. Non mi stancavo di ringraziare Dio e il mio glorioso padre san Giuseppe, perché mi sembrava fosse stato lui a condurmi quell’uomo che era commissario generale della Custodia di San Giuseppe, a cui io molto mi raccomandavo, come pure a Nostra Signora.

8. Mi accadeva alcune volte – e anche ora mi accade, sebbene non di frequente – di essere in grandissime pene spirituali insieme a tormenti e dolori fisici così intensi da non sapere come darmi aiuto. Altre volte avevo mali fisici ancor più gravi ma, poiché ero esente da quelli spirituali, li sopportavo allegramente. Quando, invece, venivano tutti insieme, la sofferenza era così atroce da opprimermi indicibilmente. Dimenticavo allora tutte le grazie che il Signore mi aveva fatto; me ne restava solo un ricordo come di cosa sognata, che serviva a darmi pena; l’intelligenza mi si offuscava tanto da farmi sorgere mille dubbi e sospetti: mi sembrava di non aver saputo comprendere quanto mi era accaduto, che forse era frutto della mia fantasia. E pensavo che bastava che mi fossi ingannata io, senza dover ingannare anche i buoni. Mi pareva d’esser così perversa che ritenevo dovuti ai miei peccati tutti i mali e le eresie da cui era invaso il mondo.

9. Questa era una falsa umiltà creata dal demonio per turbarmi e provare se gli riusciva di trascinare la mia anima alla disperazione. Ormai ho acquistato tale esperienza nel riconoscere l’opera del demonio che egli, accorgendosi che ne ho la consapevolezza, non mi tormenta più, in questa forma, così spesso come una volta. Che sia un’umiltà diabolica si vede chiaramente dall’inquietudine e dal turbamento con cui comincia, dal tumulto che produce nell’anima per tutto il tempo che dura, dall’oscurità e dall’afflizione in cui la immerge, dall’aridità e dall’incapacità di attendere alla preghiera e a ogni opera buona. Sembra che soffochi l’anima e immobilizzi il corpo perché non possa trar vantaggio da nulla. Invece la vera umiltà – benché l’anima si riconosca spregevole e soffra di vedere cosa siamo ed esageri molto la propria perversità, nella stessa misura di cui si è detto nel caso precedente con assoluta convinzione – non è accompagnata da inquietudine, né turba l’anima né la getta nelle tenebre né l’inaridisce, anzi la solleva e, al contrario dell’altra, comporta quiete, soavità, luce. È una pena che, tuttavia, conforta l’anima per la costatazione di quale grande favore le faccia Dio nel dargliela e come sia giusta. Si rammarica di aver offeso Dio, ma d’altra parte le procura distensione la sua misericordia. Ha in sé quella luce che la fa sentire piena di confusione e lodare Sua Maestà per averla sopportata tanto tempo. Invece, nell’altra umiltà che viene dal demonio non c’è luce per alcun bene, e sembra che Dio metta tutto a ferro e a fuoco; le è presente la sua giustizia, e se anche conserva la fede nella sua misericordia, non avendo il demonio tanto potere da fargliela perdere, essa è tale da non offrirle conforto, anzi la considerazione di tanta misericordia è motivo di maggior tormento, perché sembra che imponga maggiori obblighi.

10. È, questo, un inganno del demonio tra i più penosi, sottili e dissimulati che ho visto tendere da lui; pertanto, ho voluto avvisare la signoria vostra affinché, se avesse a tentarla in tal modo, disponga di qualche lume per accorgersene, sempre che le lasci la capacità di poterlo fare. E non pensi, che per questo occorra esser letterati e sapienti perché io, sebbene sia del tutto digiuna di cultura, appena uscita dalla tentazione, ne vedo bene tutta la stoltezza. E mi rendo conto che ciò avviene perché lo vuole e lo permette il Signore, permettendo al demonio di tormentarci, come già fece con Giobbe, sebbene per me – miserabile qual sono – non faccia ricorso allo stesso rigore.

11. Ricordo di aver avuto una tentazione di questo genere l’antivigilia del Corpus Domini, festa di cui sono devota, anche se non come dovrei; allora, mi durò solo per quel giorno, mentre altre volte mi è durata otto, quindici giorni, e anche tre settimane, se non di più, specialmente nella settimana santa, in cui solevo darmi con particolare piacere all’orazione. Accade che d’improvviso il demonio mi irretisca l’intelletto in cose a volte tanto frivole, che in altre circostanze mi riderei di esse, e lo metta sottosopra come vuole, con l’anima incatenata lì, non più padrona di sé, incapace di pensare ad altro che alle balordaggini che egli le mette in mente: cose che non hanno, si può dire, alcun valore, alcun senso, e solo servono per soffocare l’anima in modo tale che non ci si raccapezza più. Così, a volte, mi sembrava che i demoni stessero come giocando a palla con l’anima mia, senza che essa potesse liberarsene. Non si può dire quanto si soffra in tale circostanza; l’anima va n cerca di un riparo, e Dio permette che non lo trovi; solo le rimane, sempre, la facoltà del libero arbitrio, ma non chiara. Io dico che è come se si avessero gli occhi bendati o come se una persona, essendo andata molte volte per una strada, ormai, data la facilità di rintracciarla, anche di notte e all’oscuro, sa dove potrebbe inciampare, perché lo ha visto di giorno, e si guarda da quel pericolo; allo stesso modo l’anima, per non offendere Dio, sembra che proceda in virtù dell’abitudine, prescindendo, beninteso, dall’aiuto che le offre il Signore, che è quanto occorre soprattutto in tale circostanza.

12. La fede, allora, è affievolita e addormentata come ogni altra virtù, anche se non del tutto perduta, perché l’anima ben crede a ciò che insegna la Chiesa, ma solo a parole, e le sembra, per altro verso, di essere così oppressa e intorpidita che la conoscenza di Dio è quasi come qualcosa udita da lontano. L’amore è così tiepido che, se ode parlare di Dio, ascolta e crede a quello che ode, perché lo dice la Chiesa, ma non c’è ricordo in essa di ciò che ha sperimentato in se stessa. Andare a pregare o stare in solitudine non è che una maggiore angoscia perché il tormento che sente, senza sapere di che, è insopportabile; a mio giudizio, è un facsimile di quello dell’inferno. Ciò accade, come il Signore mi ha fatto capire in una visione, perché l’anima arde in sé, senza capire da chi né da dove il fuoco sia acceso in essa, né come schivarlo o come soffocarlo. Anche cercare sollievo nella lettura è come se non si sapesse leggere: una volta mi accadde di mettermi a leggere la vita di un santo per vedere se ne assimilavo la verità e se riuscivo a consolarmi con l’esempio delle sue sofferenze. Ne lessi quattro o cinque volte altrettante righe ma, vedendo che, nonostante fosse scritto in volgare, l’ultima volta ne capivo meno della prima, la lasciai. Ciò mi è accaduto spesso, ma di questa volta ho particolare ricordo.

13. Peggio, poi, intrattenersi a conversare con qualcuno, perché il demonio mette addosso un sentimento di tale accesa irritazione, che sembra che io abbia voglia di mangiarmi vivi tutti e che altro non possa fare. Mi pare di far qualcosa nel cercare di dominarmi o, meglio, è il Signore a farlo, trattenendo con la sua mano chi, come me, si trova in questo stato, affinché non dica né faccia contro il suo prossimo nulla che sia ad esso causa di danno e di offesa di Dio. Quanto ad andare dal confessore, è fuor di dubbio che spesso mi accadeva quello che sto per dire: che i confessori da me allora frequentati e che ancora oggi frequento, pur essendo veramente santi, mi rivolgevano parole di rimprovero con una tale asprezza che, quando più tardi gliele ripetevo, ne rimanevano stupiti essi stessi e mi dicevano che non era dipeso dalla loro volontà perché, quantunque da parte loro si proponessero risolutamente di non farlo più, mossi ormai da compassione, e anche presi da scrupolo per avermi causato tante sofferenze fisiche e spirituali, e volessero consolarmi benevolmente, non ci riuscivano. Non già che dicessero parole cattive – voglio dire che suonassero offesa a Dio – ma le più sgradevoli che siano consentite a un confessore. Forse intendevano mortificarmi; mentre, però, in altre circostanze sarei stata disposta ad accettarle volentieri, allora tutto mi era causa di tormento. Inoltre talvolta credevo di ingannarli; allora andavo da loro e molto seriamente li avvertivo della possibilità d’inganni da parte mia. Sapevo bene che di proposito non l’avrei mai fatto né che mai avrei detto loro una bugia, ma tutto mi faceva paura. Uno di essi un giorno, conosciuta la mia tentazione, mi disse di non darmene pena perché, anche se avessi voluto ingannarlo, egli aveva sufficiente buon senso per non lasciarsi ingannare. Queste parole mi consolarono molto.

14. Alcune volte, anzi, quasi abitualmente – o almeno in generale –, appena fatta la comunione, mi calmavo e, talvolta anche solo accostandomi al sacramento, mi sentivo di colpo, all’istante, così riconfortata nell’anima e nel corpo da restarne sbigottita. Era come se in un attimo si dileguassero tutte le tenebre dell’anima e, levatosi il sole, vedessi chiaramente tutte le balordaggini che mi avevano irretita. Altre volte, come ho già detto precedentemente, bastava una sola parola che mi dicesse il Signore, come ad esempio: «Non ti affliggere! Non aver paura!», oppure avere una visione, per sentirmi perfettamente bene, come se non avessi avuto nulla. godevo di Dio, e mi lamentavo con lui chiedendogli come mai permettesse che io patissi tanti tormenti; ma ciò era ben compensato perché quasi sempre, dopo, ne seguivano abbondanti grazie. Sembra proprio che l’anima esca da un crogiolo come l’oro, più raffinata e depurata per contemplare il Signore in sé. Così, quelle sofferenze che prima sembravano insopportabili diventano in seguito cosa di poca importanza, e si desidera tornare a soffrirle, se così volesse il Signore perché, anche se ci opprimono maggiori tribolazioni e persecuzioni, sopportandole senza offendere il Signore, ma contenti di patire per lui, tutte servono a nostro maggior profitto. Io, però, non le sopporto come devono essere sopportate, ma con molta imperfezione.

15. Altre volte mi sopravvenivano, e mi sopravvengono tuttora, sofferenze di altro genere che sembravano togliermi completamente la possibilità di pensare e desiderare di fare alcunché di buono, oppressa com’ero da un’anima e da un corpo del tutto inutili, ridotti esclusivamente a un peso. Però non avevo, a causa di ciò, quelle tentazioni e inquietudini di cui ho parlato, ma solo un disgusto, non si di che, e l’anima insoddisfatta di tutto. Cercavo, in gran parte a viva forza, di darmi a qualche buona opera esteriore, per stare occupata, ma so bene quanto poco valga un’anima quando le si nasconde la grazia. Ciò non mi procurava, però, molta pena, perché il vedere la mia pochezza mi era causa di una certa soddisfazione.

16. A volte non mi sento per niente capace di concepire un pensiero sensato, né su Dio né su qualsiasi cosa buona, né di fare orazione, pur trovandomi in solitudine; solo sento di conoscere Dio. Mi rendo conto che tutto il male, qui, mi viene dall’intelletto e dall’immaginazione. La volontà mi pare, infatti, quieta e ben disposta, ma l’intelletto è talmente turbato da sembrare un pazzo furioso che nessuno è capace di immobilizzare. Non sono in grado di tenerlo fermo neppure per lo spazio di un Credo. Alcune volte ne rido, riconosco la mia miseria e, lasciandolo libero, lo sto a guardare, per vedere che cosa fa e, oh, meraviglia! – sia resa gloria a Dio – mai si rivolge a cose cattive, ma solo a cose senza alcun interesse: a quello che ci sia da fare qui, là, o altrove. Allora capisco meglio l’enorme grazie che mi fa il Signore quando immobilizza questo pazzo nella contemplazione perfetta. Penso cosa sarebbe se coloro che mi stimano santa mi vedessero in preda a tale delirio. E mi fa gran compassione veder l’anima in così cattiva compagnia. Vorrei fosse libera, pertanto dico al Signore: «Quando, o mio Dio, arriverò a vedere la mia anima tutta unita a lodarvi, in modo che le potenze tutte godano di voi? Non permettete, Signore, che io sia ormai più fatta a pezzi e che ognuno di essi, come sembra, se ne vada per conto suo!». Questo mi accade assai spesso; alcune volte vedo che molto vi contribuisce la mia poca salute. Mi torna di frequente in mente il danno che ci ha fatto il peccato originale perché mi sembra che da esso dipenda la nostra incapacità di godere durevolmente di tanto bene, ma anche i miei peccati debbono averci gran parte perché, se non ne avessi commessi tanti, non sarei così combattuta nella virtù.

17. Soffrii anche un altro gran tormento: siccome mi sembrava di capire tutti i libri di orazione che leggevo e di aver già avuto dal Signore quel lume che da essi potevo ricevere, ritenevo di non averne bisogno. Pertanto non leggevo altro che le vite dei santi perché, riconoscendomi così manchevole al loro confronto nel servizio di Dio, mi pareva che il loro esempio giovasse a incoraggiarmi. Credere di essere arrivata ad avere quel gradi di orazione mi sembrava segno di ben poca umiltà; e, poiché non riuscivo a pensare altrimenti, ne provavo molta pena, finché alcune persone dotte e il benedetto fra Pietro d’Alcántara non mi dissero di non curarmene. Vedo bene che, sebbene il Signore mi abbia dato le grazie di cui favorisce le anime sante, sono tutta un’imperfezione, tranne nei desideri e nell’amore in cui mi accorgo che il Signore mi ha concesso la grazia di poterlo servire almeno un po’. Mi sembra proprio di amarlo davvero; ma ciò che mi affligge sono le mie opere e le molte imperfezioni che vedo in me.

18. Altre volte sono presa, direi, da un intontimento spirituale in cui non mi sembra di fare né bene né male, di andare, come si dice, dietro agli altri, senza pena e senza gioia, indifferente alla vita e alla morte, al piacere e al dolore. Mi pare che l’anima faccia come un asinello che si pasce e si sostenta di ciò che gli danno da mangiare, nutrendosi quasi senza accorgersene. Infatti l’anima in questo stato non può non essere sostenuta da qualche sublime grazia di Dio, poiché non le pesa vivere una così misera vita e la sopporta serenamente, ma non ne sente moti interiori né effetti per rendersene conto.

19. Mi viene ora in mente che è come un navigare con un vento molto tranquillo e un fare molta strada senza accorgersene. Al contrario, negli altri stati gli effetti sono così notevoli che l’anima quasi subito vede il proprio miglioramento, poiché subito comincia ad essere agitata da desideri e non riesce a sentirsi mai soddisfatta. Questo comportano i grandi slanci d’amore di cui ho parlato, per chi li riceve da Dio. avviene come in certe piccole sorgenti, che io ho visto sgorgare da terra, dove lo zampillo della rena verso l’alto è continuo. Mi sembra che questo esempio o paragone ritragga in modo autentico lo stato delle anime arrivate fin qui: vibrando sempre d’amore, pensano di continuo a nuove imprese e non sono capaci di stare in sé, come quell’acqua sembra non riesca a star dentro la terra, ma ne sgorga fuori di getto. Questo è lo stato abituale di tali anime, che non hanno riposo né sanno contenersi, per l’amore che da esse trabocca. Ormai sono tutte impregnate di quest’acqua e vorrebbero che ne bevessero anche gli altri, visto che esse ne hanno d’avanzo, affinché le aiutassero a lodare Dio. Oh, quante volte mi sono ricordata dell’acqua viva di cui parlò il Signore alla samaritana! Quel brano del Vangelo mi è molto caro. E per certo ne ero devota fin da bambina quando, senza ancora capire questo bene come adesso, supplicavo spesso il Signore di darmi  quell’acqua, e nella mia stanzetta avevo un quadro che rappresentava il Signore vicino al pozzo con sotto la scritta: Domine, da mihi aquam.

20. Si può anche paragonare questo amore a un gran fuoco che ha bisogno di aver sempre di che ardere per non spegnersi. Così è per le anime di cui parlo, le quali, anche a costo di grandi loro sacrifici, vorrebbero gettare continuamente legna su questo fuoco perché non si spegnesse. Da parte mia, mi accontenterei di poterci gettare anche qualche fuscello, come talora mi accade di fare, e anche spesso; a volte ne rido, altre me ne affliggo molto. L’impulso interiore mi incita a servire Dio in qualche modo e io, non essendo capace di altro, lo faccio mettendo mazzolini di fiori davanti alle immagini sacre, spazzando, riordinando un oratorio, attendendo a certi lavoracci così meschini che mi fanno vergognare. Se faccio un po’ di penitenza, si tratta di ben poca cosa, e di tal specie che, se non fosse perché il Signore guarda alla mia buona volontà, so che non avrebbe alcun valore, e io stessa mi burlo di me. Non è certo poco il tormento delle anime a cui Dio dà per sua bontà in esuberanza questo fuoco del suo amore, nel sentirsi forze fisiche inadeguate per far qualcosa in suo onore. È una pena assai grande perché, mancando loro le forze di gettare un po’ di legna su questo fuoco e morendo dalla paura che si spenga, mi pare che si consumino in se stesse e brucino fino a ridursi in cenere e si struggono in lacrime: un tormento indicibile, anche se gioioso.

21. Renda grandi lodi a Dio l’anima che è giunta fin qui, ricevendo da lui le forze fisiche necessarie per far penitenza, o dottrina, talento e libertà per predicare, confessare e avvicinare i peccatori a Dio. Non può capire il bene che possiede se non ha provato che cosa voglia dire non riuscire a far nulla al servizio del Signore e ricevere da lui sempre molto. Sia benedetto di tutto e gli angeli tutti gli rendano gloria! Amen.

22. Non so se faccio bene a raccontare tanti piccoli particolari. Poiché la signoria vostra mi ha ripetuto l’ordine di non badare a non dilungarmi e di non omettere nulla, dico man mano con chiarezza e verità quello che ricordo. Ma non potrò fare a meno di tralasciare molte cose perché ciò richiederebbe troppo tempo, e probabilmente non sarebbero di alcuna utilità.

  

 

 

CAPITOLO 31

Tratta di alcune tentazioni esteriori con le apparizioni del demonio e dei tormenti che questi le dava. Tratta anche di alcune cose molto utili ad ammonimento delle anime che seguono il cammino della perfezione.

 

1. Avendo già parlato di alcune tentazioni e agitazioni interiori e segrete che il demonio mi causava, voglio ora parlare di quelle quasi pubbliche di cui mi faceva oggetto, nelle quali non si poteva ignorare che si trattava di lui.

2. Una volta, mentre stavo in un oratorio, mi apparve al lato sinistro con un aspetto abominevole; siccome mi parlò, gli guardai soprattutto la bocca, che era spaventosa. Da suo corpo sembrava sprigionarsi una gran fiamma molto chiara, senza ombre. Mi disse con voce terribile che se ero riuscita a liberarmi dalle sue mani, egli avrebbe saputo riagguantarmi. Ne ebbi terrore e mi feci, come potei, il segno della croce; egli allora sparì, ma ritornò subito. Ciò mi accadde due volte. Non sapevo che cosa fare; avevo lì l’acqua benedetta e la gettai da quella parte: non comparve mai più.

3. Un’altra volta mi tormentò per cinque ore, in cui soffrii tali terribili dolori e tale turbamento fisico e morale che mi pareva di non poterne più. Le persone che si trovavano con me erano spaventate e non sapevano che fare, e io non sapevo come difendermi. Ho l’abitudine, quando i dolori e il male fisico sono proprio intollerabili, di fare, come posso, in cuore atti di rassegnazione, supplicando il Signore di servirsi ai suoi fini delle mie sofferenze, di darmi pazienza e di lasciarmi in quello stato sino alla fine del mondo. E allorché questa volta vidi che soffrivo tanto duramente, cercavo di aiutarmi con questi atti e con queste determinazioni, per poterlo sopportare. Il Signore volle infine farmi capire che si trattava del demonio perché vidi presso di me un piccolo negro, orribile, che digrignava i denti come disperato di perdere dove sperava di guadagnare. Appena lo vidi ne risi in cuor mio, e non ebbi alcuna paura, essendoci lì con me alcune suore le quali, però, non sapevano come aiutarmi né che rimedio opporre a tanto tormento, perché il demonio mi faceva dare grandi colpi, senza che io potessi resistergli, col corpo, con la testa, con le braccia; ma la cosa peggiore era l’interiore turbamento, tale che in nessun modo potevo trovare pace. Non osavo chiedere acqua benedetta per non impaurirle e perché non capissero di che si trattava.

4. So, per ormai vecchia esperienza, che non c’è mezzo migliore dell’acqua benedetta per mettere in fuga il demonio e impedirgli di tornare. Fugge anche dinanzi alla croce, ma poi torna. Dev’essere ben grande la virtù dell’acqua benedetta; io, per lo meno, quando me ne servo, provo una particolare e ben percepibile consolazione. Proprio così: nella maggior parte dei casi sento un sollievo che non saprei spiegare, come un diletto interiore che mi conforta tutta l’anima. Questa non è una fantasia, né una cosa che mi sia accaduta una sola volta, ma moltissime volte, e che ho osservato con grande attenzione. Diciamo che è come il refrigerio che si sente in tutta la persona quando, avendo molto caldo e molta sete, si beva una brocca d’acqua fresca. Penso quanto sia grande tutto ciò che è nell’ordine liturgico, e m’inonda di gioia vedere come le parole rituali abbiano la virtù di trasmettere tanta forza all’acqua da renderla così diversa da quella che non è benedetta.

5. Poiché, dunque, il tormento non cessava, dissi: «Se non vi facessi ridere, chiederei un po’ d’acqua benedetta». Me la portarono e me la gettarono addosso, ma senza alcun risultato. Allora io la gettai lì dove stava il demonio, che fuggì all’istante, e sparirono, insieme, tutti i miei mali, quasi mi fossero tolti con la mano; solo che io rimasi così sfinita, come se mi avessero dato molte bastonate. Fu per me molto utile vedere che il demonio può fare tanto male, permettendoglielo il Signore, anche in un corpo e in un’anima che non gli appartengono; che cosa farà mai quando ne sia il padrone? Ciò rinsaldò il mio desiderio di liberarmi da così malvagia compagnia.

6. Un’altra volta, poco tempo fa, mi accadde la stessa cosa, anche se non durò molto, e io ero sola. Chiesi un po’ d’acqua benedetta. Le consorelle che entrarono dopo che i demoni già se n’erano andati (le quali erano due monache molto degne di fede, che per nulla al mondo avrebbero detto bugie), sentirono un pessimo odore, come di zolfo; io non lo sentii, ma durò tanto che fu ancora possibile avvertirlo. Un’altra volta, stando in coro, fui presa da un grande impeto di raccoglimento; me ne uscii perché le altre non se ne accorgessero, anche se udirono tutte, lì presso, dalla parte dove ero andata, grandi colpi, mentre io sentivo vicino a me un parlottio, come di persone che complottassero qualche cosa. Parlavano anche forte, ma ero così immersa nell’orazione da non capire nulla e da non avere alcun timore. Questo accadeva tutte le volte in cui il Signore mi concedeva la grazia di esser utile a qualche anima con la mia opera di persuasione. Mi avvenne, in proposito, un fatto che ora racconterò e di cui vi sono molti testimoni, in particolare il mio attuale confessore, il quale lo vide comprovato per iscritto da una lettera, e benché io non gli dicessi chi ne era l’autore, egli sapeva benissimo chi fosse.

7. Venne da me un sacerdote che da due anni e mezzo si trovava in peccato mortale, uno dei più abominevoli che io abbia mai udito, e in tutto questo tempo né l’aveva confessato, né aveva cercato di emendarsi, pur continuando a celebrare la Messa. Gli altri peccati, sì, li confessava, ma questo diceva che gli era impossibile confessarlo, essendo troppo brutto. E desiderava ardentemente liberarsene, ma da solo non ci riusciva. Ebbi di lui molta compassione, e gran dolore mi procurò veder offendere Dio in quel modo. Gli promisi di pregare vivamente il Signore di aiutarlo, e far sì che gli altri, migliori di me, lo pregassero. Scrissi subito a una certa persona alla quale mi disse che potevo mandare le lettere. E così, nella sua prima confessione, si accusò di quel peccato, poiché Dio volle, per le suppliche delle molte sante persone alle quali l’avevo raccomandato, usare verso quest’anima la sua misericordia; anch’io, quantunque così miserabile, avevo fatto per lui con molta diligenza tutto quello che avevo potuto. Mi scrisse di esser già tanto migliorato che da più giorni non cadeva in quel peccato, ma che il tormento procuratogli dalla tentazione era così grande che gli sembrava di essere all’inferno, stando a quanto pativa, e perciò lo raccomandassi a Dio. Io tornai a raccomandarlo alle mie consorelle, che presero molto a cuore la cosa, e per le cui preghiere il Signore mi avrebbe fatto questa grazia. Si trattava di una persona che nessuno avrebbe potuto indovinare chi fosse. Da parte mia supplicai Sua Maestà di far sì che avessero tregua quei tormenti dati dalle tentazioni e che quei demoni venissero a tormentare me, purché non avessi da offendere in nulla il Signore. Fu così che passai un mese di grandissimi tormenti; i due fatti che le ho raccontato mi accaddero allora.

8. Piacque, infatti, al Signore che egli fosse lasciato in pace come mi fu scritto, dopo che io gli ebbi fatto sapere ciò che avevo sofferto in quel mese. La sua anima, così, prese forza e restò completamente libera, tanto che egli non cessava di ringraziare il Signore e me, come se io avessi fatto qualche cosa, mentre era la convinzione da lui raggiunta che il Signore mi favorisse di grazie, a giovargli. Diceva che quando si sentiva fortemente turbato, leggeva le mie lettere e la tentazione spariva; era molto stupito di quello che io avevo sofferto e di come egli fosse rimasto libero da ogni tormento. Altrettanto stupita ne ero io, ma avrei sopportato quella sofferenza per molti anni ancora, pur di vedere libera quell’anima. Di tutto sia lodato il Signore perché molto può l’orazione di coloro che lo servono, come credo che facciano le sorelle di questa casa. Se non che, essendo io quella che le inducevo a pregare, i demoni si adiravano, credo, soprattutto con me, e il Signore lo permetteva a causa dei miei peccati.

9. In quel periodo, una notte pensai anche che mi strangolassero; dopo che fu gettata molta acqua benedetta, vidi fuggire una gran turba di essi, come chi corre a precipizio. Sono tante le volte in cui questi spiriti maledetti mi tormentano, ed è ormai così poca la paura che m’incutono, poiché vedo che se il Signore non lo consente, non possono muoversi, che se volessi raccontare tutto, stancherei la signoria vostra e mi stancherei io stessa.

10. Quanto ho detto serva di aiuto per i veri servi di Dio a non preoccuparsi degli spauracchi messi lì dai demoni per incutere timore; sappiano che ogni qualvolta si riesca a disprezzarli, essi perdono forza e l’anima acquista molto maggior padronanza di sé. Dai loro assalti si ricava sempre qualche vantaggio di cui non parlo, per non dilungarmi; voglio solo narrare un fatto che mi accadde la sera del giorno dei Morti. Mentre stavo in un oratorio, dopo aver recitato un notturno, dicendo alcune orazioni molto devote poste in fondo al nostro breviario, il demonio venne a mettersi sopra il libro per impedirmi di finire l’orazione; io mi feci il segno della croce ed egli fuggì. Ricominciata la preghiera, tornò; credo siano state tre le volte che dovetti ricominciarla senza riuscire a finirla, finché non gli ebbi gettato addosso acqua benedetta. Vidi allora uscire subito dal purgatorio alcune anime a cui doveva restare poco tempo per liberarsi dalla pena e pensai che il demonio aveva forse voluto ritardarne la liberazione. Poche volte l’ho visto assumere una figura; molte, invece, senza alcuna figura, al modo di quelle visioni in cui, come ho detto, si vede chiaramente la presenza di qualcuno, pur mancando la figura.

11. Voglio raccontare anche quest’altro fatto che mi stupì moltissimo. Il giorno della SS.ma Trinità, mentre ero in estasi nel coro di un certo monastero, vidi una gran lotta tra angeli e demoni e non riuscivo a capire il significato di quella visione. Prima che fossero trascorsi quindici giorni, lo si capì bene per una certa contesa sorta tra persone di orazione e altre che non lo erano, da cui venne un gran danno alla casa in cui era sorta; fu una lotta che durò lungo tempo e causò molta sofferenza. Altre volte mi vedevo intorno una gran turba di essi, e mi sembrava di essere circonfusa di una luce chiarissima che non permetteva loro di avvicinarsi. Capivo allora che Dio vegliava su di me perché non si accostassero in modo da farmi recare offesa a lui. Da quello che poi ho costatato in me più volte, mi sono resa conto che la visione era vera. Il fatto è che io sono così convinta del loro scarso potere – se non agisco contro Dio – che non ne ho quasi affatto paura; infatti, la loro forza è nulla se non trovano anime vili e pronte alla resa, contro le quali danno prova del loro potere. A volte, nelle tentazioni di cui ho già parlato, mi sembrava che mi si risvegliassero tutte le vanità e le debolezze del passato e dovevo raccomandarmi molto a Dio. Poi subentrava il tormento di credere, visto che mi venivano quei pensieri, che tutto doveva essere opera del demonio, finché il confessore non mi metteva in pace. Mi sembrava, infatti, che neanche un primo moto di pensieri cattivi dovesse avere chi riceveva tante grazie dal Signore.

12. Altre volte mi era causa di grande tormento, e lo è tuttora, il vedere che si fa molta stima e si dice molto bene di me, specialmente se si tratta di persone autorevoli. Di questo ho sofferto e soffro molto, perché rivolgo subito lo sguardo alla vita di Cristo e dei santi e, vedendo che essi non conoscevano altra via se non quella del disprezzo e delle ingiurie, mi sembra di camminare alla rovescia. E ne provo tale smarrimento che non oso alzare la testa e non vorrei farmi vedere, cosa che invece non mi accade quando sono oggetto di persecuzioni, in cui, anche se il corpo ne soffre e da una parte io ne sia afflitta, l’anima è tanto padrona di sé che io non so come questo possa essere, ma è così: l’anima sembra allora che stia proprio nel suo regno e tenga tutto sotto i suoi piedi. La pena di cui parlo m’assaliva e mi durava a volte molti giorni; credevo che fosse virtù e, in un certo senso, umiltà, ma ora vedo chiaramente che era una tentazione. Me lo spiegò bene un padre domenicano, dottissimo. Al pensiero che queste grazie elargitemi dal Signore si sarebbero venute a sapere pubblicamente, il tormento era così grande da sconvolgermi l’anima. Giunsi a tali estremi che, ripensandoci, credo che sarei stata disposta, anziché sopportarlo, a essere seppellita viva. E così, quando cominciarono quei grandi raccoglimenti e rapimenti  ai quali nemmeno in pubblico potevo resistere, rimanevo in seguito talmente piena di vergogna che non avrei voluto farmi più vedere da nessuno.

13. Trovandomi, una volta, in una grande pena per questo motivo, il Signore mi domandò di che temessi, visto che gli effetti non potevano essere che due: o che mormorassero di me o che lodassero lui, facendomi così intendere che quanti avessero creduto al suo intervento l’avrebbero glorificato, e quanti non vi credevano mi avrebbero condannato senza colpa; essendo entrambe le cose di vantaggio per me, non dovevo angustiarmi. La tentazione giunse a tal punto che volevo andarmene da questa città e portare la mia dote in un altro monastero in cui la clausura era molto più stretta che in quello dove mi trovavo in quel momento. Avevo sentito parlare del grande rigore a cui s’informava; apparteneva anche esso al mio Ordine ed era molto lontano, e proprio questo mi avrebbe dato serenità: stare dove nessuno mi conoscesse, ma il mio confessore non me lo permise mai.

14. Questi timori m’inceppavano molto la libertà dello spirito, tanto che finii col capire che non erano dovuti a una vera umiltà, se mi causavano una così grande inquietudine. Il Signore m’insegnò questa verità: essere fermamente convinta che in me non v’era nulla di buono che non venisse da lui e che come non mi dispiaceva sentir lodare altre persone, anzi mi rallegrava e confortava molto il vedere in esse la manifestazione di Dio, così non doveva neppure dispiacermi che mostrasse in me le sue opere.

15. Caddi pure in un’altra esagerazione, cioè quella di supplicare Dio e fare preghiere speciali affinché, quando a qualcuno sembrasse di scorgere qualcosa di buono in me, Sua Maestà gli svelasse i miei peccati, in modo che vedesse come ricevessi quelle grazie senza alcun merito, cosa che io desidero sempre molto. Il mio confessore mi disse di non farlo, ma fino a poco tempo fa, se vedevo che una persona aveva di me una gran buona opinione, con rigiri o come potevo, le facevo conoscere i miei peccati e così mi sembrava di aver pace; ma anche di questo mi hanno fatto sentire scrupolo.

16. Ciò, infatti, a mio parere, non procedeva da vera umiltà, ma dal fatto che una tentazione ne suscitava molte altre. Mi sembrava di ingannare tutti quanti mentre, anche se è vero che s’inganna chi crede che in me ci sia qualcosa di buono, io non desideravo ingannare nessuno, né ho mai voluto farlo; è solo il Signore a permetterlo per qualche suo fine. Pertanto, anche con i confessori, se non lo avessi visto necessario, non avrei parlato di nessuna cosa che mi fosse causa di grande scrupolo. Ora capisco che tutti questi piccoli timori, pene e parvenze di umiltà erano dovuti a grande imperfezione e a scarsa mortificazione, perché a un’anima che si affida alle mani di Dio non importa che di lei si dica bene piuttosto che male, purché – beninteso – sia convinta, come il Signore le fa la grazia di capire, che di suo non ha nulla. Si fidi di chi le dà tali favori, che sa perché li rende pubblici, e si prepari alla persecuzione, inevitabile ai nostri tempi, quando il Signore vuol far conoscere che concede a un’anima simili grazie, perché allora ha mille occhi addosso, mentre addosso a mille anime di altra fatta non ce n’è neppure uno.

17. In verità, non v’è poca ragione di temere, pertanto il mio timore non era dovuto ad umiltà, ma a pusillanimità. Infatti, l’anima che Dio permette sia esposta agli occhi del mondo, deve prepararsi ad essere martire del mondo perché, anche se essa non vuol morire al mondo, il mondo stesso la ucciderà. Certo, è l’unica cosa buona che veda in esso, questa di non perdonare alcun difetto a coloro che praticano la virtù, finché, a forza di mormorazioni, non li induca a correggersi. Aggiungo che, se uno non è perfetto, gli occorre più coraggio per cercare di diventarlo che non per essere subito martire, perché la perfezione non si raggiunge in breve tempo, a meno che si tratti di persone a cui il Signore voglia concedere questa grazia per speciale privilegio. Il mondo, quando vede qualcuno avviato per tale strada, esige che sia perfetto e mille miglia lontano scopre in lui una mancanza, che forse è virtù, ma siccome in chi lo condanna la stessa cosa proverrebbe da vizio, giudica che sia così anche nell’altro. Egli non dovrebbe né mangiare né dormire né, come si dice, respirare; più è tenuto in considerazione, più si è indotti a dimenticare, sembra, che è ancora di carne e ossa. Per quanto perfetta abbia l’anima, vive ancora sulla terra, soggetto alle sue miserie, benché le tenga sempre più sotto i piedi. È perciò necessario, come dico, un gran coraggio perché la povera anima non ha ancora cominciato a camminare e già pretendono che voli; ancora non ha vinto le passioni e già esigono che in difficili occasioni resti così salda come leggono che avveniva ai santi confermati in grazia. È motivo di lode per il Signore quanto accade in questa circostanza, ed è anche motivo di gran pena per il nostro cuore perché moltissime anime che, poverine, non sanno farsi valere, tornano indietro. E così credo che sarebbe stato anche della mia se il Signore, nella sua infinita misericordia, non avesse fatto tutto lui: finché egli non è intervenuto con la sua bontà in mio favore, la signoria vostra avrà visto che non facevo altro se non cadere e rialzarmi.

18. Vorrei sapermi spiegare, perché credo che a questo riguardo molte anime s’ingannino, pretendendo di volare prima che il Signore dia loro le ali. Mi pare di aver già riportato questo paragone, ma qui calza a proposito. Ne parlerò perché vedo alcune anime molto afflitte a causa di ciò. Esse cominciano con gran desiderio e fervore, fermamente decise a progredire nella virtù;  e alcune, per quanto appare all’esterno, lasciano tutto per lui, ma quando vedono in altre persone più avanzate in questo cammino maggiori doni di virtù concessi loro da Dio, tali che da soli non possiamo ottenerli, e leggono in tutti i libri di orazione e contemplazione che per salire a tale dignità si devono fare cose che esse non possono riuscire a fare, si scoraggiano; per esempio, non preoccuparsi che si dice male di noi, anzi esserne contenti, più di quando se ne dice bene; tenere in poco conto l’onore; staccarsi dai propri parenti, al punto da non voler trattarli, anzi averli a noia, se non sono persone di orazione, e molte altre cose di tal genere che, a mio parere, devono essere concesse da Dio, perché mi sembra che siano beni soprannaturali, o almeno contrari alla nostra naturale inclinazione. Tali anime, perciò, non si affliggano; sperino nel Signore, perché quanto ora è solo nei loro desideri, Sua Maestà farà sì che giungano ad averlo di fatto, purché continuino nell’orazione e facciano, da parte loro, tutto quello che possono. È molto necessario, per la debolezza di questa nostra natura, avere una gran fiducia, non perdersi d’animo e pensare che, sforzandoci, non mancheremo di uscirne con vittoria.

19. Siccome ho molta esperienza di questo, dirò qualcosa che serva di avvertimento alla signoria vostra. Non pensi mai d’aver già acquistato una virtù, anche se le sembra di sì, se non ne fa la prova con il suo contrario. Finché viviamo, dobbiamo esser molto guardinghi e non distrarci, perché subito ci si riattacca alla terra se Dio non ci ha fatto del tutto la grazia di conoscere quello che è il mondo. In questa vita non c’è nulla che sia esente da molti pericoli. Pochi anni fa, mi sembrava non solo di non essere attaccata ai miei parenti, ma persino di esserne annoiata, ed era certo così perché non potevo sopportare neppure la loro conversazione. A causa di un certo affare di grande importanza che ci fu proposto, dovetti stare con una mia sorella alla quale prima volevo molto bene, ma, benché sia migliore di me, non mi trattenevo a conversare con lei perché, essendo in uno stato diverso dal mio, cioè sposata, la conversazione non poteva sempre svolgersi su quello che io avrei voluto, perciò cercavo di stare sola quanto più potevo. Tuttavia, mi accorsi che le sue pene mi angustiavano, mi preoccupavano molto più che non quelle degli altri; così capii che non ero libera quanto pensavo e che avevo bisogno di fuggire le occasioni affinché questa virtù che il Signore aveva cominciato a darmi potesse crescere. E d’allora in poi, con la sua grazia, ho sempre cercato di farlo.

20. Quando il Signore comincia a darci una virtù dobbiamo tenerla in gran conto e non esporci in nessun modo al pericolo di perderla, com’è per cose riguardanti l’onore e molte altre, perché la signoria vostra non creda che siamo completamente distaccati dal mondo tutti noi che pensiamo di esserlo: bisogna star sempre attenti a questo. Qualsiasi persona senta in sé un qualche attaccamento al punto d’onore, se vuole avanzare in virtù, mi creda, si getti dietro le spalle questo legame, perché è come una catena che nessuna lima può rompere, tranne che lo faccia Dio in virtù della nostra orazione e di tutti i nostri sforzi. Mi sembra proprio un impaccio tale su questo cammino che resto sgomenta al pensiero del danno che ne deriva. Vedo alcune sante persone le cui opere sono talmente grandi da stupire la gente. Ma, Dio mio, perché hanno ancora l’anima attaccata alla terra? Perché non è ancora arrivata al vertice della perfezione? Come si spiega? Che cosa è a trattenere chi ha fatto tanto per Dio? Ahimè, è che è schiava del punto d’onore! E il peggio consiste nel fatto che non vuole riconoscerlo d’averlo, e ciò perché a volte il demonio le fa credere di essere obbligati a osservarlo.

21. Mi credano, dunque, credano per amor del Signore a questa piccola formica che parla per volere di Dio: se non si tolgono questo verme d’addosso, anche se non rovinerà tutto l’albero, perché alcune virtù resteranno, esse, però, saranno completamente bacate. Non è un albero fiorente, ma un albero che non cresce e impedirà di crescere anche a quelli che gli stanno vicino; i frutti di buon esempio che dà sono guasti e di poca durata. Lo ripeto spesso: per piccolo che sia, il punto d’onore è come un errore di tono o di battuta nel suono dell’organo, che basta, esso solo, a rompere l’armonia di tutta la musica; è una cosa che nuoce molto all’anima, in qualsiasi stato, ma in quello dell’orazione è senz’altro una peste.

22. Noi cerchiamo di raggiungere Dio mediante l’unione, pretendiamo di seguire i consigli di Cristo, gravato d’ingiurie e di false imputazioni, e poi vogliamo conservare per intero il nostro onore e la nostra reputazione. Non è possibile giungere alla meta senza seguire un cammino coerente. Il Signore si unisce all’anima solo se noi ci sforziamo e facciamo di tutto per perdere i nostri diritti in molte cose. Qualcuno dirà: non ho modo né mi si offre occasione di far ciò. Ma io credo che a chi avrà preso questa determinazione il Signore non vorrà far perdere un così gran bene: Sua Maestà preparerà tante occasioni per far acquistare all’anima questa virtù che non avrà da desiderarne. Mano all’opera, dunque!

23. Voglio parlare di certe inezie, vere cose di poco conto, che facevo al principio, o almeno di qualcuna di esse: le pagliuzze che, come ho detto, cercavo di porre sul fuoco, perché di più non sapevo fare. Il Signore accetta tutto. Sia per sempre benedetto! Tra gli altri difetti avevo quello di conoscere poco il quotidiano ufficio divino, le rubriche e le cerimonie del coro, per pura negligenza e perché ero presa da altre cose del tutto vane. Vedevo che varie novizie avrebbero potuto farmi da maestre, ma ricordo che mi astenevo dall’interrogarle per non far conoscere la mia ignoranza. Subito si pensa che si è tenuti a non essere di cattivo esempio; questo accade di frequente. Quando però Dio mi aprì un po’ gli occhi, anche se una cosa la sapevo, bastava il minimo dubbio perché ne interrogassi le più giovani, né per questo perdetti onore e reputazione; anzi, a mio parere, piacque al Signore di darmi, in seguito, più memoria. Cantavo male e soffrivo tanto se non avevo studiato bene la parte che mi spettava (non già per mancare davanti al Signore, poiché questo sarebbe stato virtù, ma per le molte persone che mi udivano) da agitarmi a tal punto, per puro rispetto umano, che rendevo molto meno di quello che sapevo. In seguito presi la decisione, quando non ero ben preparata, di dire che non la sapevo. Da principio mi costava molto, ma poi giunsi a provarne piacere. E così, cominciando a non preoccuparmi di far conoscere la mia ignoranza, mi avveniva di cantare molto meglio perché era questo falso punto d’onore a impedirmi di fare ciò che io tenevo ad onore; ognuno infatti lo mette dove vuole.

24. Con queste inezie, che non sono niente – come assolutamente niente sono io che me ne affliggevo –, man mano si vanno compiendo sforzi, e così, anche a piccole cose come queste, essendo fatte per amore di Dio, il Signore dà molta importanza e ci aiuta a compierne di più grandi. Quanto all’umiltà, ricordo che, vedendo tutte le consorelle progredire nella virtù, solo io no, perché non sono mai stata buona a nulla, quando uscivano dal coro, mettevo in ordine, piegandoli, tutti i loro mantelli. Mi sembrava, così, di servire quegli angeli che lì cantavano le lodi di Dio, finché – non so come – esse vennero a saperlo e ne ebbi non poca vergogna, perché la mia virtù non arrivava ad accettare che queste cose si sapessero, e non credo fosse per umiltà, ma perché temevo avessero a ridersi di me, trattandosi di sciocchezze.

25. Oh, mio Signore, che vergogna mi dà vedere in me tante colpe e raccontare tante piccole cose, granelli di rena che non avevo neppure la forza di sollevare da terra per amor vostro, involti com’erano in mille miserie! Ancora non sgorgava l’acqua della vostra grazia al di sotto di questa rena per lanciarla in alto. Oh, mio Creatore, potessi almeno, accanto alle grazie da voi ricevute, raccontare qualche mio atto buono di un certo rilievo, tra tante mie infedeltà! Proprio così, mio Signore, e non so come il mio cuore possa sopportarlo né come chi leggerà questo scritto potrà fare a meno di disprezzarmi, vedendo che, dopo aver così male corrisposto a grazie straordinarie, non abbia vergogna di raccontare questi servizi miserevoli quanto me. Sì, mio Signore, ne arrossisco! Ma il non aver altro da dire da parte mia, mi fa narrare queste mie piccole, umili cose iniziali, per alimentare la speranza in chi ne compirà di grandi, perché se il Signore ha apprezzato, come sembra, questi miei atti, apprezzerà ben di più i suoi. Piaccia a Sua Maestà di farmi la grazia di non restare sempre agli inizi! Amen.

 

 

CAPITOLO 32

In cui narra come il Signore l’abbia trasportata in spirito in un luogo dell’inferno che, per i suoi peccati, si era meritata. Di ciò che in esso vide dà solo un’idea, rispetto a quello che fu tale spettacolo. Comincia a raccontare come poté fondare il monastero di San Giuseppe, dove ora si trova.

 

1. Passato molto tempo da quando il Signore mi aveva fatto già molte delle grazie suddette e anche altre, assai notevoli, mentre un giorno ero in orazione, mi sembrò di trovarmi ad un tratto tutta sprofondata nell’inferno, senza saper come. Capii che il Signore voleva farmi vedere il luogo che lì i demoni mi avevano preparato e che io avevo meritato per i miei peccati. Tale visione durò un brevissimo spazio di tempo, ma anche se vivessi molti anni, mi sembra che non potrei mai dimenticarla. L’entrata mi pareva come un vicolo assai lungo e stretto, come un forno molto basso, scuro e angusto; il suolo, una melma piena di sudiciume e di un odore pestilenziale in cui si muoveva una quantità di rettili schifosi. Nella parete di fondo vi era una cavità come di un armadietto incassato nel muro, dove mi sentii rinchiudere in un spazio assai ristretto. Ma tutto questo era uno spettacolo persino piacevole in confronto a quello che qui ebbi a soffrire. Ciò che ho detto, comunque, è mal descritto.

2. Quello che sto per dire, però, mi pare che non si possa neanche tentare di descriverlo né si possa intendere: sentivo nell’anima un fuoco di tale violenza che io non so come poterlo riferire; il corpo era tormentato da così intollerabili dolori che, pur avendone sofferti in questa vita di assai gravi, anzi, a quanto dicono i medici, dei più gravi che in terra si possano soffrire – perché i miei nervi si erano tutti rattrappiti quando rimasi paralizzata, senza dire di molti altri di vario genere che ho avuto, alcuni dei quali, come ho detto, causati dal demonio – tutto è nulla in paragone di quello che ho sofferto lì allora, tanto più al pensiero che sarebbero stati tormenti senza fine e senza tregua. Eppure anche questo non era nulla in confronto al tormento dell’anima: un’oppressione, un’angoscia, una tristezza così profonda, un così accorato e disperato dolore, che non so come esprimerlo. Dire che è come un sentirsi continuamente strappare l’anima è poco, perché morendo, sembra che altri ponga fine alla nostra vita, ma qui è la stessa anima a farsi a pezzi. Non so proprio come descrivere quel fuoco interno e quella disperazione che esasperava così orribili tormenti e così gravi sofferenze. Non vedevo chi me li procurasse, ma mi pareva di sentirmi bruciare e dilacerare; ripeto, però, che il peggior supplizio era dato da quel fuoco e da quella disperazione interiore.

3. Stavo in un luogo pestilenziale, senza alcuna speranza di conforto, senza la possibilità di sedermi e stendere le membra, chiusa com’ero in quella specie di buco nel muro. Le stesse pareti, orribili a vedersi, mi gravavano addosso dandomi un senso di soffocamento. Non c’era luce, ma tenebre fittissime. Io non capivo come potesse avvenire questo: che, pur non essendoci luce, si vedesse ugualmente ciò che poteva dar pena alla vista. Il Signore allora non volle mostrarmi altro dell’inferno; inseguito, però, ho avuto una visione di cose spaventose, tra cui il castigo di alcuni vizi. Al vederli, mi sembravano ben più terribili, ma siccome non ne provavo la sofferenza, non mi facevano tanta paura, mentre in questa prima visione il Signore volle che io sentissi davvero nello spirito quelle angosce e afflizioni, come se le patissi nel corpo. Non so come questo sia avvenuto, ma mi resi ben conto che era per effetto di una grande grazia e che il Signore volle farmi vedere con i miei occhi da dove la sua misericordia mi aveva liberato. Sentir parlare dell’inferno è niente, com’è niente il fatto che abbia alcune volte meditato sui diversi tormenti che procura (anche se poche volte, perché la via del timore non è fatta per la mia anima) e con cui i demoni torturano i dannati e su altri ancora che ho letto nei libri; non è niente, ripeto, di fronte a questa pena, che è ben altra cosa. C’è la stessa differenza che passa tra un ritratto e la realtà; bruciarsi al nostro fuoco è ben poca cosa in confronto al tormento del fuoco infernale.

4. Rimasi spaventata e lo sono tuttora mentre scrivo benché siano passati quasi sei anni tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso, dove sono. Così non c’è una volta in cui io sia afflitta da qualche sofferenza o dolore che non mi sembri una sciocchezza tutto quello che si può soffrire quaggiù, convinta che, in parte, ci lamentiamo senza motivo. Torno pertanto a dire che questa è una delle maggiori grazie che il Signore mi ha fatto, perché mi ha aiutato moltissimo, sia per non temere più le tribolazioni e le contraddizioni di questa vita, sia per sforzarmi a sopportarle e ringraziare il Signore di avermi liberato, come ora mi pare, da mali così terribili ed eterni.

5. D’allora in poi, ripeto, tutto mi sembra facile in paragone di un attimo di quella sofferenza ch’io ebbi lì a patire. Mi meraviglio come, avendo letto molti libri in cui si dice qualcosa delle pene dell’inferno, non le temessi, né facessi di esse il dovuto conto. Che cosa pensavo? Come potevo trovare sollievo in cose che mi avrebbero condotta in un così orribile luogo? Siate per sempre benedetto, mio Dio! Come chiaramente avete rivelato di amarmi di più di quel che mi amassi io! Quante volte, Signore, mi avete liberato da così tenebroso carcere, e quante volte io, poi, sono tornata a mettermici contro la vostra volontà?

6. Questa visione mi procurò anche una grandissima pena al pensiero delle molte anime che si dannano (specialmente quelle dei luterani che per il battesimo erano già membri della Chiesa) e un vivo impulso di riuscire loro utile, essendo, credo, fuori dubbio che, per liberarne una sola da quei tremendi tormenti, sarei disposta ad affrontare mille morti assai di buon grado. Spesso considero che se vediamo qui una persona, a cui vogliamo particolarmente bene, oppressa da grandi pene e sofferenze, sembra che il nostro stesso istinto ci induca a compassione e, quanto più gravi sono le sue sofferenze, tanto più opprimono anche noi. Come dunque si può resistere a vedere un’anima condannata per l’eternità al maggiore dei supplizi? Nessun cuore può sopportarlo senza provarne grande angoscia. Se quaggiù, infatti, pur sapendo che, in conclusione, le sofferenze hanno un fine e al termine della vita cesseranno con essa, siamo presi da tanta compassione, di fronte a queste altre che sono eterne e al gran numero di anime che ogni giorno il demonio trascina con sé, mi chiedo come possiamo aver pace.

7. Questo è anche il motivo per cui desidero che in cosa di tanta importanza non ci si ritenga soddisfatti se non dopo aver fatto, da parte nostra, tutto ciò che possiamo, senza tralasciare nulla, e piaccia al Signore di assisterci con la sua grazia a tal fine. Considero inoltre che allora, sebbene fossi molto colpevole, avevo una certa preoccupazione di servire Dio e non commettevo alcuna di quelle mancanze che il mondo tollera come cose da nulla, oltre a soffrire grandi infermità con molta rassegnazione, anche se me la dava il Signore: non ero incline a mormorare e a sparlare del prossimo, né mi sembra che fossi capace di voler male ad alcuno, né ero ambiziosa, né ricordo di aver mai avuto tale invidia che fosse di grave offesa al Signore, né mancavo di altre buone disposizioni perché, pur essendo assai misera, vivevo costantemente nel timore di Dio. E, ciò nonostante, ho veduto il luogo che i demoni mi avevano preparato! Se è pur vero che, per le mie colpe, mi sembra che avrei meritato anche più grave castigo, prescindendo da ciò, ripeto che quello era un tormento terribile e che è pericoloso per l’anima esser soddisfatta di sé e riposare tranquilla, quando va cadendo ad ogni passo in peccato mortale. Bisogna, invece, per amore di Dio, allontanarsi dalle occasioni pericolose e il Signore ci aiuterà come ha fatto con me. Piaccia a Sua Maestà di non ritirare da me la sua mano, affinché non debba nuovamente cadere, avendo già visto il luogo dove andrei a finire. Non lo permetta il Signore, per quello che egli è! Amen.

8. Dopo aver avuto questa visione e dopo che il Signore, nella sua bontà, volle rivelarmi altri grandi segreti sulla gloria che riserva agli eletti e le pene che prepara ai dannati, poiché desideravo di trovare il modo di fare penitenza per evitare un così gran male ed acquistare qualche merito conveniente a un così gran bene, cercavo di fuggire ogni umano consorzio e appartarmi totalmente dal mondo. Il mio spirito era sempre inquieto, ma non si trattava di un’inquietudine agitata, anzi soavemente grata; era ben evidente che veniva da Dio e che Sua Maestà aveva conferito all’anima calore perché potesse assimilare alimenti più solidi di quelli di cui si nutriva.

9. Pensando a ciò che avrei potuto fare per Dio, vidi che la prima cosa da farsi era conformarmi alla mia vocazione religiosa osservando la mia Regola con la maggiore perfezione possibile. Benché la casa in cui mi trovavo annoverasse molte serve di Dio dalle quali egli era assai ben servito, le monache, a causa della grande povertà in cui essa versava, uscivano spesso per recarsi altrove dove, però, potevano stare con assoluto decoro e rispetto del loro abito, anche perché la Regola non era osservata sulla base del suo primitivo rigore ma, come in tutto l’Ordine, secondo la Bolla di mitigazione. Vi erano poi altri inconvenienti che mi facevano apparire la vita troppo agiata, essendo la casa grande e piena di comodità. Ma questo dell’uscire spesso era già un grave inconveniente per me, anche se io ero proprio quella che particolarmente ne usufruivo perché alcune persone, a cui i prelati non potevano dire di no, avevano piacere che stessi in loro compagnia, ed essi, sollecitati da continue preghiere, me lo imponevano; pertanto, in questo modo, potevo star ben poco nel monastero, e il demonio doveva cooperare in parte a impedire che restassi in casa perché, malgrado tutto, riferendo ad alcune consorelle ciò che m’insegnavano i miei direttori, facevo loro un gran bene.

10. Avvenne una volta che una persona, con la quale mi trovavo, dicesse a me e ad altre lì presenti che, qualora avessimo voluto vivere alla maniere delle scalze, si sarebbe anche potuto fondare un monastero. Siccome questo rispondeva ai miei desideri, cominciai a parlarne con quella vedova mia amica, già ricordata, che condivideva il mio desiderio e che cominciò a darsi da fare per procurare le rendite necessarie. Ora vedo che questi sforzi approdavano a poco e che solo il desiderio di realizzare il nostro intento ce li faceva sembrare utili. Io d’altronde, essendo molto soddisfatta della casa in cui mi trovavo perché mi piaceva molto e avevo una cella adatta a me, tardavo a decidermi. Ciò nonostante, concordammo di raccomandare caldamente la cosa a Dio.

11. Un giorno, dopo la comunione, Sua Maestà mi ordinò con decisione di fare quanto era possibile per attuare tale intento, promettendomi che il monastero si sarebbe certo fondato, e che in esso egli avrebbe trovato motivo di compiacimento. Doveva essere dedicato a san Giuseppe che sarebbe stato di guardia a una porta, nostra Signora avrebbe vegliato sull’altra, ed egli, Gesù Cristo, sarebbe stato con noi: così il monastero avrebbe brillato come una stella di vivissimo splendore. Mi disse anche che, sebbene gli Ordini religiosi fossero rilassati, non dovevo credere che egli vi fosse poco servito e che considerassi che cosa sarebbe del mondo se non vi fossero i religiosi. Mi ordinò di riferire al mio confessore quanto mi ingiungeva di fare e di dirgli che egli lo pregava di non opporsi a ciò e di non essermi in alcun modo di intralcio.

12. Questa visione comportava grandi effetti e le parole che il Signore mi rivolgeva erano tali che non potevo dubitare che si trattasse di lui. Ne provai una grandissima pena, perché previdi in parte le grandi inquietudini e le grandi sofferenze che ciò mi sarebbe costato. Inoltre, mi trovavo molto bene in quella casa e, sebbene di questo mi fossi precedentemente occupata, non era mai stato con vera risoluzione né certezza della riuscita. Ora, però, mi sembrava di esservi costretta e, poiché prevedevo che l’iniziativa avrebbe comportato grandi sofferenze, ero in dubbio su ciò che dovessi fare. Ma furono tante le volte che il Signore tornò a parlarmene, prospettandomi così numerose ed evidenti ragioni per ritenere che questa era la sua precisa volontà, che non potei far altro se non dirlo al mio confessore, mettendogli per iscritto tutto quello che mi era accaduto.

13. Egli non osò dirmi concretamente di abbandonare tale idea, ma vedeva che, ragionando umanamente, essa non aveva possibilità di riuscita, perché la mia amica, che doveva far erigere il monastero, aveva pochissima e quasi nessuna disponibilità finanziaria. Mi disse di parlarne al mio superiore e di attenermi alle sue decisioni. Non ero solita trattare di queste visioni con il superiore, ma quella signora parlò con lui, dicendogli che desiderava fondare questo monastero, e il provinciale, che ama la perfezione religiosa, aderì volentieri all’idea, le promise tutto l’appoggio necessario e le disse che egli ne avrebbe riconosciuto l’istituzione. Trattarono, inoltre, delle rendite occorrenti che, per molte ragioni, non volevamo fossero più di tredici. Prima d’iniziare le trattative scrivemmo al santo fra Pietro d’Alcántara, mettendolo al corrente di tutto, e su tutto ci diede il suo parere, raccomandandoci di non abbandonare l’impresa.

14. Era appena corsa la voce in città di tale progetto che si scatenò addosso a noi una tale persecuzione da non potersi raccontare in breve per iscritto: chiacchiere, risate, si considerava pazzia il nostro disegno; di me si diceva che avrei fatto meglio a starmene nel mio monastero; si perseguitava con tanto accanimento la mia compagna da renderle penoso il vivere. Io non sapevo che cosa fare, perché mi pareva che in parte avessero ragione. Mentre ero così tormentata e mi raccomandavo a Dio, Sua Maestà cominciò a consolarmi e a incoraggiarmi. Mi disse che da ciò potevo costatare quanto avessero sofferto i santi che avevano fondato Ordini religiosi e che mi attendevano ben più grandi persecuzioni di quelle che potessi immaginare, ma che non dovevamo preoccuparcene minimamente. Mi disse anche alcune cose da comunicare alla mia compagna, e quello che più mi stupì fu che dopo tali parole rimanemmo così consolate di quanto era accaduto e così piene di coraggio da poter far fronte a tutti. Infatti, non vi era quasi alcuna persona nell’intera città, neppure tra quelle dedite all’orazione, che non ci fosse ostile e a cui il nostro progetto non sembrasse una grande pazzia.

15. Furono tante le chiacchiere e tale la levata di scudi nel mio stesso monastero, che al provinciale parve arduo lottare da solo contro tutti: mutò, quindi, parere e non volle accettare la proposta. Disse che le rendite non erano sicure, che erano poche, che l’opposizione era grande, e mi sembrava che in tutto avesse ragione; infine, fece marcia indietro, negando la sua approvazione al progetto. A noi, che già credevamo di aver vinto le prime difficoltà, ciò diede grandissima pena; specialmente io rimasi scoraggiata nel vedere l’ostilità del provinciale, perché la sua approvazione sarebbe valsa a discolparmi di fronte a tutti. Non c’era, poi, nessun confessore disposto ad assolvere la mia compagna, se non rinunziava a tale iniziativa, perché ognuno diceva ch’era obbligata a far cessare lo scandalo.

16. Ella, allora, andò da un religioso dell’Ordine di san Domenico, molto dotto e gran servo di Dio, per parlargli del nostro progetto ed informarlo di tutto. Ciò avvenne ancora prima che il provinciale recedesse dall’iniziativa, non essendoci alcuno nell’intera città che ci volesse dare un consiglio, e questo perché poi si dicesse che agivamo solo di nostra testa. La signora di cui parlo informò, dunque, questo sant’uomo di tutto, mettendolo a conoscenza anche della rendita di cui disponeva del suo maggiorascato, con vivo desiderio che egli ci aiutasse, perché era allora il più grande teologo della città, e anche nel suo Ordine ben pochi gli erano superiori. Anch’io gli esposi tutto quello che pensavamo di fare e qualcuno dei motivi che ci inducevano a ciò. Non gli parlai assolutamente di alcuna rivelazione, limitandomi alle ragioni naturali che mi spingevano a questo intento, perché volevo che mi consigliasse solo in conformità di esse. Ci disse di dargli otto giorni di tempo per rispondere e ci chiese se eravamo disposte a fare quanto ci avrebbe comunicato. Gli risposi di sì, ma, anche se la mia risposta era tale, e credo che avrei mantenuto l’impegno (perché in quel momento non vedevo alcuna via d’uscita), non perdevo mai la certezza che il monastero si sarebbe fondato. La mia compagna, però, aveva più fede di me e non avrebbe mai acconsentito a una rinuncia, qualunque cosa le dicessero.

17. Io, sebbene – come ho detto – mi sembrasse impossibile che la cosa non riuscisse, sono talmente convinta che sia vera la rivelazione la quale non contrasti con la sacra Scrittura e le leggi della Chiesa, cui dobbiamo obbedienza, che, pur essendo certa che la mia veniva da Dio, se quel teologo mi avesse detto che non avremmo potuto realizzare il nostro proposito senza offendere Dio e tradire la nostra coscienza, credo che subito avrei abbandonato l’idea e avrei cercato altri mezzi; ma il Signore allora non mi offriva che questo. Dopo, quel buon servo di Dio mi disse che si era assunto il compito di esaminare il nostro progetto col fermo proposito di far di tutto per dissuadercene, essendogli ormai giunta notizia del chiasso che se ne faceva in città e sembrando anche a lui, come a tutti, una pazzia; inoltre un gentiluomo, appena saputo che noi eravamo andate da lui, lo aveva fatto avvisare di guardar bene a quel che faceva e di non aiutarci. Ma poi, quando aveva cominciato a pensare a quello che ci doveva rispondere e a considerare il progetto e lo scopo di esso, il modo di vita e la Regola che volevamo instaurare, era rimasto pienamente convinto che sarebbe stato a gloria di Dio e che non si doveva abbandonarlo. Pertanto ci rispose di affrettarci a concluderlo e ci suggerì i mezzi a cui far ricorso e la via da seguire: anche se le rendite erano scarse, bisognava almeno un poco confidare in Dio; se qualcuno avesse avuto da dire qualcosa in contrario, andasse pur da lui che gli avrebbe saputo rispondere. Così, da allora, ci aiutò sempre, come dirò in seguito.

18. Ne traemmo motivo di grande consolazione, tanto più che certe persone, prima assolutamente contrarie, cominciavano a placarsi e alcune ci venivano in aiuto. Fra esse era quel santo gentiluomo di cui ho già fatto menzione, il quale, virtuoso com’è, sembrandogli che il nostro progetto fosse indirizzato a grande perfezione, perché aveva tutto il suo fondamento nell’orazione, anche se i mezzi gli apparivano comportare molte difficoltà e nessuna speranza di riuscita, si arrese al pensiero che poteva esser cosa di Dio, che lo stesso Signore ispirava. Altrettanto fece quel maestro, che è l’ecclesiastico servo di Dio con cui ho detto d’aver parlato per primo, specchio di tutta la città, ove Dio l’ha chiamato per la salvezza e il profitto di un gran numero di anime; anch’egli venne a prestarmi il suo aiuto nella mia impresa. Stando le cose in questi termini, e aiutandoci sempre con molte preghiere, comprammo una casa in un buon luogo, anche se piccola, ma di questo non m’importava nulla, perché il Signore mi aveva detto di cominciare in ogni modo, ché dopo avrei visto quello che egli avrebbe fatto. E come l’ho visto bene! Così, pur rendendomi conto della scarsità delle rendite, ero convinta che il Signore per altre vie avrebbe avviato felicemente le nostre cose e ci avrebbe aiutato.

 

 

CAPITOLO 33

Prosegue sullo stesso argomento della fondazione del monastero del glorioso san Giuseppe. Racconta come le ordinarono di non occuparsene più, e fino a quando smise di interessarsene; racconta anche alcune prove a cui dovette sottostare e come il Signore la consolava in esse.

 

1. Quando gli affari erano dunque a questo punto, così prossimi alla conclusione che mancava un giorno alla stesura del contratto, fu proprio il momento in cui il padre provinciale cambiò parere. Credo che ne fosse causa, a quanto si vide in seguito, una disposizione divina perché, grazie alle molte preghiere, il Signore andava perfezionando l’opera e disponendo le cose così che si effettuasse in altro modo. Avendo quel padre rifiutato il suo assenso, subito il confessore mi ordinò di non occuparmene oltre, nonostante le grandi sofferenze e le pene che – come sa il Signore – mi era costato portarla fino a quel punto. Abbandonata l’impresa e rimasto tutto in tronco, si andò convalidando l’opinione che si era trattato di una stramberia di donne e crebbero le mormorazioni contro di me, sebbene fino allora io avessi agito con l’autorizzazione del mio provinciale.

2. Ero molto malvista da tutto il mio monastero, avendo tentato di fondarne uno di più stretta clausura. Le mie consorelle dicevano che era un recare loro offesa, perché potevo servire Dio anche lì dove non mancavano religiose migliori di me, che non amavo la casa e che avrei fatto meglio a procurare rendite per essa anziché per altri fini. Alcune ritenevano che dovessi esser gettata in prigione, altre – ben poche – si volgevano un tantino in mia difesa. Io vedevo che per molti riguardi avevano ragione e talvolta cercavo di giustificarmi, ma siccome non potevo dire il movente principale, che era il comando del Signore, non sapendo che cosa fare, tacevo. D’altronde, Dio mi faceva la grazia di non trarre da ciò motivo di agitazione, tanto che abbandonai l’idea con tale facilità e letizia, come se non mi fosse costato nulla. E questo non poteva crederlo nessuno, neppure le stesse persone di orazione che trattavano con me, le quali pensavano che dovessi essere molto afflitta e confusa; persino il mio confessore non riusciva a crederlo. Io, ritenendo di aver fatto tutto il possibile, non mi sentivo più obbligata ad adempiere il comando del Signore e me ne stavo tranquilla nel mio monastero dove potevo vivere a mio agio. Mi era, nondimeno, impossibile rinunziare a credere che la fondazione si sarebbe fatta: non vedevo alcuna via per attuarla, né sapevo il come, né il quando, ma la stimavo cosa cortissima.

3. Ciò che più mi afflisse fu quando una volta il mio confessore, come se io avessi fatto qualcosa contro la sua volontà (doveva essere senza dubbio volontà del Signore che non mi mancassero tribolazioni anche da quella parte che mi avrebbe procurato maggiori sofferenze), nel cumulo di persecuzioni in cui mi sembrava che egli avesse dovuto confortarmi, mi scrisse che, per quanto era accaduto, dovevo convincermi che la mia era soltanto un’illusione, che ne facessi ammenda d’allora in poi col non perseguirne più la riuscita e non parlarne più, avendo visto io stessa lo scandalo che ne era conseguito, e altre cose ancora, tutte causa di gran pena. L’idea dello scandalo fu quella che mi addolorò più di tutto il resto, sembrandomi che se ero stata io la causa e avevo avuto la colpa che si recasse offesa a Dio, se le mie visioni erano un’illusione, tutta la mia orazione doveva essere un inganno e io ero un’illusa e una traviata. Questo timore mi strinse il cuore in tal modo da procurarmi un gran turbamento e una grandissima afflizione. Ma il Signore, che non mi è venuto mai meno, che in tutte queste sofferenze di cui ho parlato molte volte mi confortava e m’incoraggiava in una maniera che qui non serve ricordare, mi disse allora di non angustiarmi perché in quella faccenda io avevo ben servito e non offeso Dio; di fare ciò che mi ordinava il confessore, cioè starmene, per il momento, in silenzio aspettando che venisse il tempo propizio per riprendere il lavoro. Rimasi così contenta e consolata che la persecuzione ordita contro di me mi sembrò nulla.

4. In questa circostanza il Signore mi mostrò la grande utilità delle persecuzioni e dei patimenti sofferti per amor suo, perché fu così grande l’aumento dell’amore di Dio nella mia anima, insieme con molti altri vantaggi, che io ne restavo stupita; ecco perché non posso fare a meno di desiderare sofferenze. Gli altri credevano che io fossi piena di mortificazione e certo lo sarei stata se il Signore non mi avesse favorita in così grande occorrenza di tanta grazia. Proprio allora mi vennero quei grandi impeti d’amore di Dio di cui ho parlato, insieme con rapimenti sublimi; io, però, tacevo e di tali grazie non parlavo con nessuno. Quel sant’uomo del padre domenicano continuava intanto ad essere persuaso, come lo ero io, che la fondazione si sarebbe fatta e, siccome io non volevo occuparmene, per non tradire l’obbedienza al mio confessore, egli ne trattava con la mia compagna: scrivevano a Roma e preparavano la strada.

5. Anche qui il demonio cominciò, da una persona all’altra, a fare in modo che si sapesse che io avevo avuto qualche rivelazione su tale faccenda, e alcune persone, allora, vennero da me spaventate per dirmi che correvano tempi duri e che poteva darsi che fossi imputata di qualche colpa e denunziata all’Inquisizione. Ciò mi parve divertente e mi fece ridere perché, a questo riguardo, non ho mai avuto paura, ben sapendo che, in fatto di fede, sarei stata pronta ad affrontare mille morti piuttosto di far credere che trasgredissi una minima cerimonia della Chiesa o andassi contro una verità della sacra Scrittura. Risposi, quindi, che di ciò non temessero perché sarebbe stato molto pericoloso per la mia anima se in essa vi fosse alcunché da fornire motivo di temere l’Inquisizione; che se avessi pensato che ci fosse di che temerla, io stessa mi sarei accusata, e se era già in atto un’imputazione, il Signore mi avrebbe fatto assolvere e ne avrei avuto un guadagno. Trattai di ciò con quel mio padre domenicano il quale, ripeto, era così dotto che potevo sentirmi ben sicura del suo parere. Gli parlai, allora, con la maggiore chiarezza possibile di tutte le visioni, del modo di orazione e delle grandi grazie che il Signore mi faceva; lo supplicai di considerare attentamente ogni cosa, dirmi se vi fosse alcunché di contrario alla sacra Scrittura ed espormi il suo parere su tutto. Egli mi rassicurò ampiamente e mi pare che quanto ebbi a dirgli giovasse anche a lui perché d’allora in poi, sebbene fosse già molto virtuoso, si diede maggiormente all’orazione e si ritirò in un convento del suo Ordine che era un vero romitaggio, per poterla praticare meglio; ivi rimase più di due anni, finché non lo rimossero da quel ritiro l’obbedienza – a cui si piegò con grande rammarico –, per il bisogno che si aveva di un religioso del suo valore.

6. Io, da una parte, fui molto spiacente quando se ne andò – anche se non feci nulla per impedirglielo –, avendo gran bisogno di lui. Capivo, però, che era per il suo bene perché il Signore, mentre un giorno soffrivo profondamente per la sua partenza, mi aveva esortato a confortarmi e a non aver pena, essendo egli indirizzato a buon fine. Difatti, tornò da lì con l’anima così tanto progredita nelle vie dello spirito che per nulla al mondo, mi disse, avrebbe voluto non esserci andato. E io potevo dire la stessa cosa perché, se prima mi rassicurava e consolava soltanto con la sua dottrina, ora lo faceva anche in virtù della sua esperienza spirituale, perché, in fatto di cose soprannaturali, ne aveva acquistata molta. Sua Maestà ce lo ricondusse proprio nel momento in cui vide che ci sarebbe stato necessario per averne aiuto in quest’opera da lui stesso voluta, cioè la fondazione del monastero.

7. Rimasi, così, in silenzio, senza occuparmi né parlare di tale cosa, cinque o sei mesi durante i quali il Signore non mi diede mai ordini al riguardo. Non capivo quale ne fosse la causa, ma non potevo togliermi dalla mente che la fondazione si sarebbe fatta. Verso la fine di questo periodo, essendo partito dalla città il rettore della Compagnia di Gesù, Sua Maestà ne fece venire un altro molto dedito alle cose spirituali, dotato di grande energia, d’ingegno e di buona dottrina, proprio nel momento in cui ne avevo estremo bisogno, perché il mio confessore era soggetto a un superiore e, siccome i padri della Compagnia considerano tanto la virtù da non far nulla che non sia conforme al volere dei prelati, quantunque capisse bene il mio spirito e desiderasse il mio maggior profitto, non osava decidersi in alcune cose, per varie sue particolari ragioni. Ora, il mio spirito era preso da così grandi impeti d’amore, che soffrivo molto di doverlo frenare, tuttavia non mi allontanavo da ciò che egli mi comandava.

8. Un giorno, mentre ero molto afflitta, sembrandomi che il confessore non mi credesse, il Signore mi disse di non tormentarmi, perché quella pena presto avrebbe avuto termine. Mi rallegrai molto, pensando che ciò significasse che dovevo morire di lì a poco e, quando lo rammentavo, ne traevo motivo di gioia profonda. In seguito vidi chiaramente che si trattava dell’arrivo del nuovo rettore perché non ebbi più motivo di pena per il fatto che questo rettore non poneva restrizioni al padre ministro, mio confessore, anzi gli diceva di consolarmi, di non aver paura non essendoci nulla da temere, di non guidarmi per una via troppo angusta, ma di lasciare che in me operasse lo spirito del Signore; a volte, infatti, sembrava, a causa di quei grandi impeti d’amore, che l’anima non potesse neanche respirare.

9. Il rettore venne a trovarmi e il confessore m’impose di parlare con lui con tutta libertà e chiarezza. Io, di solito, provavo una grandissima ripugnanza a parlare delle cose dell’anima mia, ma quella volta, entrata nel confessionale, sentii nel mio spirito qualcosa che né prima, né dopo ricordo di aver sentito con nessuno, né saprei dire di cosa si trattasse, né potrei farlo neppure servendomi di paragoni, perché era una gioia spirituale, una intima persuasione che quell’anima avrebbe capito e sarebbe andata d’accordo con la mia, sebbene – ripeto – non so come questo sia avvenuto. Se, infatti, gli avessi già parlato o se mi avessero dato di lui informazioni straordinarie, non mi sarei stupita di provare gioia prevedendo che mi avrebbe compresa; ma non ci eravamo mai scambiata una parola né era persona della quale io avessi avuto prima alcuna notizia. Ho poi visto chiaramente che il mio spirito non si era ingannato perché, sotto ogni aspetto, per me e per la mia anima è stato proficuo avere rapporti con lui, il cui tratto è adattissimo per le persone che il Signore sembra già aver fatto avanzare, facendole egli correre, non andare passo passo, e avendo per metodo di distaccarle da tutto e mortificarle. Anche per questo, come per molte altre cose, sembra che il Signore gli abbia dato un grandissimo talento.

10. Appena cominciai a trattarlo, notai subito il suo stile e vidi che era un’anima pura, santa e dotata particolarmente da Dio del dono della conoscenza degli spiriti. Ne provai molta consolazione. Poco dopo essere entrata in rapporto con lui, il Signore cominciò a farmi di nuovo pressioni perché riprendessi a trattare la faccenda del monastero e perché esponessi al mio confessore e a questo rettore molte ragioni e considerazioni perché non mi ostacolassero. Qualcuna incuteva loro paura, perché questo padre rettore non ebbe mai dubbi che si trattasse dello spirito di Dio, esaminandone tutti gli effetti con molta cura e attenzione. Dopo molti avvenimenti, nessuno osò ostacolarmi.

11. Il mio confessore tornò a darmi il permesso di adoperarmi con tutte le forze per la realizzazione del progetto. Vedendo chiaramente le difficoltà che mi si presentavano, sia perché ero sola, sia perché i mezzi di cui disponevo erano molto scarsi, rimanemmo d’accordo che tutto si svolgesse in assoluto segreto; pertanto feci in modo che una mia sorella, residente fuori di qui, comprasse la casa e la facesse adattare come per suo uso, con denari, per l’acquisto, che il Signore ci procurò per vie diverse, che qui sarebbe troppo lungo dire. Da parte mia, stavo molto attenta a non far nulla che contravvenisse all’obbedienza, ma sapevo che, parlandone ai miei superiori, tutto sarebbe andato perso, come la volta precedente, e forse anche peggio. Per trovare il denaro, comprare la casa, stipularne il prezzo e adattarla allo scopo, ebbi molte difficoltà, e alcune affrontate completamente da sola (è vero che la mia compagna faceva quanto poteva, ma poteva ben poco, così poco che era quasi niente; il suo aiuto consisteva, infatti, in null’altro che prestare il suo nome e il suo favore; tutto il grosso del lavoro era mio), preoccupazioni di ogni genere, tali che ora mi stupisco di averle potuto superare. Alcune volte, quando ero afflitta, dicevo: «Perché, Signore, mi comandate cose che mi sembrano impossibili? Benché donna, se almeno fossi libera! Ma, impastoiata da tanti ostacoli, senza denari e senza sapere dove trovarli né per il Breve né per qualunque altra necessità, che posso fare, Signore?».

12. Una volta, trovandomi in tale situazione da non sapere che fare né come pagare alcuni operai, mi apparve san Giuseppe, mio vero padre e protettore, e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato; pertanto pattuissi pure il prezzo. Così feci, senza avere neppure un soldo e il Signore mi provvide in tal maniera da far meravigliare quanti lo seppero. La casa mi sembrava troppo piccola, tanto che non credevo che si potesse riuscire a destinarla a un monastero e volevo comprarne un’altra vicino alla nostra, anch’essa molto piccola, per farvi la chiesa. Ma non avevo soldi per comprarla, né v’era modo di contrattarla e non sapevo cosa fare. Una mattina, appena ricevuta la comunione, il Signore mi disse: «Ti ho già detto di entrare come puoi» e, con un’esclamazione, aggiunse: «Oh, cupidigia del genere umano, che hai sempre paura ti debba mancare la terra sotto i piedi! Quante volte io ho dormito a ciel sereno per non aver dove mettermi!». Rimasi molto spaventata e vidi che aveva ragione. Andai alla casetta, feci uno schizzo dei locali e mi accorsi che, sebbene assai piccolo, ne veniva fuori un monastero completo. Pertanto, non mi preoccupai di comprare l’altra casa, ma procurai di sistemare questa in modo che ci si potesse abitare, alla buona, senza ricercatezza, non badando ad altro se non a che non fosse di danno alla salute, come si deve far sempre.

13. Il giorno di santa Chiara, mentre stavo per comunicarmi, mi apparve questa santa splendente di bellezza; mi disse di sforzarmi d’andare innanzi nell’opera intrapresa, perché ella mi avrebbe aiutata. Cominciai a nutrire per lei una grande devozione, tanto più che le sue promesse sono risultate così veritiere che un monastero di suore del suo Ordine, vicino al nostro, ci aiuta a mantenerci. E la cosa più importante è che, a poco a poco, ha perfezionato a tal punto il mio desiderio di rinuncia a tutto che la povertà osservata da questa gloriosa santa nella sua casa si osserva anche da noi e viviamo di elemosina. Non mi è costato poca fatica ottenere l’autorizzazione del santo Padre a mantenerci salde in questa Regola, senza discostarcene né aver mai rendite. Il Signore fa molto di più e lo si deve forse alle preghiere di questa santa gloriosa perché, senza esserne richiesto, ci provvede completamente di tutto il necessario. Sia egli benedetto per ogni cosa! Amen.

14. In quello stesso tempo, il giorno dell’Assunta, in un convento dell’Ordine del glorioso san Domenico, stavo meditando sui molti peccati che in passato avevo lì confessato e su altre cose della mia vita miserabile, allorché fui presa da un rapimento così grande che mi trasse quasi fuori di me. Mi sedetti e mi pare di non aver neppure potuto vedere l’elevazione né seguire la Messa, tanto che poi me ne rimase lo scrupolo. Mentre ero in questo stato, mi sembrò di vedermi rivestire di una veste bianchissima e splendente e, al principio, non vidi chi me la ponesse. In seguito scorsi alla mia destra nostra Signora e alla sinistra il mio padre san Giuseppe che me la metteva indosso e capii che ero ormai purificata dei miei peccati. Vestita che fui e piena di grandissima felicità e gioia, mi parve che nostra Signora mi prendesse le mani, dicendomi che la mia devozione al glorioso san Giuseppe le faceva molto piacere, che la fondazione del monastero da me desiderata si sarebbe fatta e che in essa nostro Signore ed entrambi loro due vi sarebbero stati fedelmente serviti; che non temessi vi potesse mai essere in ciò un’incrinatura, anche se la giurisdizione sotto cui mi trovavo non fosse di mio gusto, perché essi ci avrebbero protette e che già suo Figlio ci aveva promesso di stare sempre con noi; come pegno che ciò si sarebbe avverato mi dava un gioiello. Mi parve, infatti, che mi mettesse al collo una bellissima collana d’oro, da cui pendeva una croce di grande valore. Quest’oro e queste pietre sono così diversi da quelli della terra che non si possono fare paragoni: la loro bellezza è assai lontana dal potersi qui immaginare; l’intelletto non arriva a capire la materia di cui è fatta la veste, né ad avere un’idea del candore di cui Dio la fa risplendere, di fronte al quale quello di quaggiù sembra un qualcosa di fuligginoso, per così dire.

15. Anche se non potei distinguere nessuna delle sue fattezze in particolare, ma solo vederne nel complesso la forma del viso, la bellezza di nostra Signora era straordinaria, così vestita di bianco, con grandissimo splendore, non abbagliante, ma soave. Non vidi, invece, altrettanto chiaramente il glorioso san Giuseppe, anche se vidi bene che stava lì, come avviene delle visioni di cui ho parlato nelle quali non si vede alcuna figura. Nostra Signora mi sembrava molto giovane. Dopo che stettero un po’ con me, procurandomi grandissima gioia e felicità come mai mi pareva d’aver provato, tanto che non avrei voluto mai staccarmene, mi sembrò di vederli salire al cielo fra una moltitudine di angeli. Rimasi molto sola, ma così confortata, elevata e raccolta in orazione e così piena di dolcezza da non potere per un po’ di tempo né muovermi né parlare, come fuori di me. Provavo un ardente desiderio di consumarmi per Dio e tutto avvenne in modo tale e con tali effetti che non potei mai dubitare, per quanto lo procurassi, che non era cosa di Dio. Mi lasciò molto confortata e in una gran pace.

16. Quanto a ciò che la Regina degli angeli aveva detto circa la giurisdizione, mi dispiaceva molto non affidare il nuovo monastero all’Ordine, ma il Signore mi aveva detto che non conveniva dargli questo potere, esponendomi anche le ragioni per cui in nessun modo sarebbe stato il caso di farlo, esortandomi ad inviare un messaggio a Roma per una certa via che m’indicò e promettendomi che da lì mi avrebbe fatto venire la risposta. E così, inviato il messaggio, seguendo la via indicatami dal Signore, mentre prima non riuscivamo a concludere mai le trattative, l’affare riuscì benissimo. Dagli avvenimenti che seguirono si vide quanto fosse stato utile darne la giurisdizione al vescovo, ma allora io non lo conoscevo e non sapevo ancora quale superiore egli fosse. Il Signore volle che fosse così buono da appoggiare questa casa come era necessario per le molte opposizioni che si levarono contro di essa – come dirò in seguito – e la portasse allo stato in cui ora si trova. Benedetto sia colui che ha disposto così ogni cosa! Amen.

 

 

CAPITOLO 34

Racconta come in questo tempo fu opportuno che s’allontanasse dalla città, esponendone il motivo, e come il suo superiore le ordinasse di recarsi presso una dama molto illustre che era grandemente afflitta, per consolarla. Comincia a narrare ciò che ivi le avvenne e la grande grazia che le fece il Signore di essere il mezzo per incitare una persona di alto rango a servirlo con molto fervore, ricevendone poi aiuto e protezione. È un capitolo degno di nota.

 

1. Nonostante facessi molta attenzione perché nulla trapelasse, era impossibile attendere a una tale opera così in segreto che qualcuno non se ne accorgesse: c’era chi ci credeva e chi no. Temevo molto che, alla venuta del provinciale, se gliene avessero detto qualcosa, mi avrebbe ordinato di non occuparmene, il che sarebbe stato subito la fine di tutto. il Signore provvide in questo modo: si diede il caso che in una grande città distante da qui più di venti leghe, si trovasse una signora che era in grande afflizione per la morte del marito; era addolorata a tal punto da far temere per la sua salute. Le giunse la notizia di questa povera peccatrice e il Signore volle che gliene parlassero bene, certo in vista di altri beni che ne sarebbero venuti. Tale signora, che era di elevata condizione, conosceva benissimo il padre provinciale; avendo saputo che io mi trovavo in un monastero da cui era permesso uscire, il Signore le mise in cuore un così gran desiderio di vedermi, sembrandole di poter avere da me quel conforto che da sola non riusciva a darsi, che subito si adoperò in tutti i modi possibili per farmi andare lì, scrivendo al provinciale che allora era molto lontano. Egli m’inviò un comando formale, perché in virtù dell’obbedienza partissi subito con una compagna; l’ordine mi arrivò la notte di Natale.

2. Mi fu causa di non poca angoscia e inquietudine vedere che mi si voleva far andare lì, perché si pensava che in me vi fosse qualcosa di buono: sentendomi tanto miserabile, non potevo sopportarlo. Mi raccomandai molto al Signore e per tutto il tempo del mattutino o gran parte di esso, stetti in grande rapimento. Il Signore mi disse di andare e di non dare ascolto ai pareri contrari, perché ben pochi mi avrebbero consigliato senza temerità. Inoltre mi disse che, se pur non mi sarebbero mancate sofferenze, Dio sarebbe stato molto servito, e che per questa faccenda del monastero conveniva che io stessi lontana fino all’arrivo del Breve, avendo il demonio, con la venuta del provinciale, ordito una grande trama; che non temessi di nulla, perché anche là egli mi avrebbe aiutato. Le sue parole mi lasciarono piena di coraggio e di consolazione. Riferii tutto al rettore, il quale mi disse che in nessun modo desistessi dal partire, nonostante altri, invece, mi dicessero che non dovevo acconsentire a ciò, che era un inganno del demonio perché là avessi a subire danni e che ne avvertissi il provinciale, rispondendogli.

3. Obbedii al rettore e, forte di quanto avevo udito nell’orazione, partii senza timore, anche se mi sentivo piena di confusione, pensando al motivo per cui mi facevano partire e vedendo quanto si ingannassero. Questo faceva sì che importunassi maggiormente il Signore affinché non mi abbandonasse. Mi dava grande consolazione sapere che nella città in cui mi recavo esisteva una casa della Compagnia di Gesù, e mi pareva, col sottomettermi a ciò che essi mi ordinassero, come facevo qui, di poter essere alquanto sicura. Piacque al Signore che quella dama avesse tanto conforto dalla mia compagnia, che cominciò a mostrare un evidente miglioramento e ogni giorno si sentiva più sollevata. Ciò fece molta impressione perché, come ho detto, il dolore la faceva soffrire molto e il Signore dovette operare tale grazia per le molte preghiere che le buone persone di mia conoscenza facevano per me, perché mi andasse tutto bene. La signora aveva un gran timor di Dio ed era così virtuosa che il suo profondo spirito cristiano suppliva ad ogni mia deficienza. Prese a volermi molto bene; anch’io gliene volevo molto vedendo la sua bontà, ma quasi tutto era per me una croce perché le sue cortesie mi procuravano una grande sofferenza e il fatto che mi si apprezzasse tanto mi riempiva di paura. La mia anima era così intimorita che non osavo sviare da me l’attenzione, e neanche il Signore cessava di vegliare su di me perché, mentre ero lì, mi concesse grazie straordinarie, con l’aiuto delle quali ebbi tanta libertà di spirito e tanto disprezzo per tutte le cose che vedevo – e tanto più quanto più erano preziose – che continuavo a trattare con signore di così elevata condizione, servire le quali mi sarebbe stato di grande onore, con la stessa libertà che avrei usata se fossi stata una loro pari.

4. trassi da ciò un grandissimo vantaggio e glielo dissi; vidi, cioè, che era una donna anche lei, soggetta a passioni e debolezze come me; quanto poco conto si debba fare dell’essere di nobile famiglia e come, quanto più è elevata la condizione, tanto più aumentino pensieri e sofferenze, con una tale preoccupazione di mantenere la dignità richiesta dal proprio stato, che non lascia vivere in pace: bisogna mangiare, ad esempio, fuori tempo e fuori regola, perché tutto deve essere conforme al proprio stato e non alla propria costituzione fisica, fino a dover mangiare, spesso, cibi adatti non al proprio gusto, ma alla propria condizione. Così finii addirittura con l’aborrire il desiderio di essere una gran dama. Dio mi liberi dal mancare di riguardo a chi lo è, perché, ad esempio, benché questa signora di cui parlo fosse una delle più grandi del regno, credo che ce ne siano poche più umili e più semplici di lei. Io ne avevo, e ne ho tuttora, compassione, vedendo come a volte, per adempiere le esigenze del suo stato, non segua la sua inclinazione. Quanto ai domestici, ad esempio, non bisogna dar loro che pochissima confidenza, quantunque ella ne avesse di buoni, né si deve parlare più con uno che con un altro, altrimenti il favorito sarà malvisto dai compagni. Si tratta, insomma, di una tale schiavitù, che è una delle menzogne in uso nel mondo quella di chiamare signori simili persone, che non mi sembrano se non schiavi di mille cose.

5. Piacque al Signore, nel tempo che trascorsi in quella casa, di far progredire nel suo servizio le persone che vi abitavano, anche se non ero esente da pene per l’invidia che alcune di esse avevano del grande affetto nutrito per me da quella signora. Forse pensavano che avessi qualche interesse particolare. Ma il Signore, certo, permise che simili cose e altre di diverso genere mi affliggessero, perché non mi estasiassi degli agi in cui, peraltro, vivevo e si compiacque di trarmi fuori da tutto con profitto della mia anima.

6. Mentre ero lì, capitò un religioso, assai ragguardevole, col quale io, molti anni prima, alcune volte avevo trattato; e, trovandomi a Messa in una chiesa del suo Ordine – che era vicina alla casa in cui abitavo – mi venne il desiderio di conoscere lo stato della sua anima, perché desideravo che fosse un gran servo di Dio, e mi alzai per andargli a parlare. Siccome, però, ero già raccolta nell’orazione, mi parve poi che fosse un perdere tempo (d’altronde, chi me lo faceva fare?) e tornai a sedermi. Mi sembra che furono tre le volte in cui la cosa si ripeté. Infine il buon angelo vinse sul cattivo: andai a chiamarlo e venne a parlarmi al confessionale. Cominciammo a interrogarci a vicenda – essendo molti anni che non ci vedevamo – sulla nostra vita, e avendogli detto che la mia era stata piena di pene interiori, egli insisté perché gli dicessi quali fossero tali sofferenze. Gli risposi che erano cose da tenere segrete e che non potevo dirgliele. Mi replicò che, poiché sapeva tutto il padre domenicano di cui ho parlato, che era suo intimo amico, gliele avrebbe poi dette lui; pertanto, non dessi a ciò alcuna importanza.

7. Fatto sta che né lui poté non insistere, e neanche io, mi pare, potei tacere. Nonostante il fastidio e la vergogna che ero solita provare quando trattavo di queste cose, con lui, ora, come già con il rettore di cui ho parlato, non ebbi alcuna difficoltà a farlo, anzi motivo di gran conforto. Gli raccontai tutto sotto segreto di confessione. Mi sembrò più avveduto che mai, pur avendolo sempre stimato come uomo di grande intelligenza. Considerai le notevoli attitudini e le doti che aveva, con le quali, se si fosse dato interamente a Dio, avrebbe potuto trarre molto vantaggio, poiché questo mi accade da alcuni anni che, se incontro una persona di cui sia soddisfatta, voglio subito vederla darsi completamente a Dio, con tale ansietà che a volte non so dominarmi. E, quantunque desideri che tutti lo servano, il desiderio è assai più vivo per queste persone che io più stimo, in favore delle quali importuno molto il Signore. Mi accadde così con il religioso di cui parlo.

8. Mi pregò di raccomandarlo molto a Dio, ma non c’era bisogno di dirmelo, perché ormai io ero in tale disposizione da non poter fare altro. Me ne andai nel luogo ove ero solita star sola in orazione e, entrata in un profondo raccoglimento, cominciai a parlare con il Signore in un modo balordo, come spesso faccio, senza sapere ciò che dico, perché è l’amore a parlare, e l’anima è così fuori di sé da non farmi badare alla distanza che c’è tra essa e Dio; sentendosi da lui amata, dimentica se stessa, le sembra d’essere tutta in lui, come una cosa sua propria, senza alcuna separazione, e dice spropositi. Ricordo che, dopo averlo pregato con molte lacrime di rivolgere quell’anima con tutto il fervore al suo servizio perché, pur ritenendola virtuosa, ciò non mi bastava e la volevo perfetta, gli dissi così: «Signore, non dovete negarmi questa grazia! Pensate che è un soggetto adatto ad essere nostro amico».

9. Oh, grande bontà e generosità di Dio! Come non guarda alle parole, ma al desiderio e all’amore con cui si dicono! Come ha potuto sopportare che una persona come me gli abbia parlato con tanto ardire? Oh, sia per sempre benedetto!

10. Ricordo che quella sera, durante le ore di orazione, fui presa da grande angoscia per il dubbio di non essere in grazia di Dio e, non potendo sapere se lo fossi o no, non per la curiosità di saperlo, ma perché preferivo morire anziché vedermi in una vita dove non ero sicura di non essere morta, non essendovi, a mio giudizio, morte più dura del pensiero di aver offeso Dio, ero soffocata da questa pena e lo supplicai di non permetterlo, tutta accesa d’amore e inondata di lacrime. Allora capii che ben potevo rincuorarmi ed avere la certezza di essere in grazia, perché un tale amor di Dio e il fatto che Sua Maestà facesse quei favori e comunicasse all’anima quei sentimenti, non erano compatibili con un’anima che fosse in peccato mortale. Rimasi piena di fiducia che il Signore avrebbe esaudito la mia supplica nei riguardi di quel religioso. Mi disse di riferirgli alcune sue parole; questo mi pesava molto, perché non sapevo come dirgliele, in quanto il recare messaggi a terze persone è – come ho detto – la cosa che più mi rincresce sempre di fare, specialmente se sono messaggi per chi non so come li prenderà o se si farà beffe di me. Mi procurò, pertanto, una grande sofferenza. Alla fine ne rimasi così convinta che promisi a Dio, mi pare, di non trascurare di dirgliele; ma, sentendone gran vergogna, le misi per iscritto e gli diedi il foglio.

11. Ben si vide che venivano da Dio per l’effetto che produssero in lui; decise fermamente di darsi all’orazione, anche se non lo fece subito. Il Signore, volendolo tutto per sé, gli mandava a dire per mezzo mio certe verità che, a mia insaputa, gli giungevano così a proposito da lasciarlo pieno di meraviglia, e certo era il Signore a disporre la sua anima a ritenerle provenienti da lui. Io, benché miserabile, lo supplicavo continuamente di volgerlo tutto a sé e di fargli detestare i piaceri e gli agi della vita. Ed egli – sia sempre lodato! – mi ha esaudita così efficacemente che ogni volta che quel padre mi parla, mi sconcerta e, se non lo avessi visto, metterei in dubbio che in così breve tempo Dio gli abbia fatto tante grazie e che lo tenga così immerso in sé da far sembrare che sia morto a ogni cosa della terra. Sua Maestà lo sorregga con la sua mano perché, se continua di questo passo, come spero nel Signore che farà, essendo ben fondato nella conoscenza di se stesso, sarà uno dei suoi servi più insigni, e gioverà a molte anime, avendo acquistato in poco tempo molta esperienza nelle cose dello spirito: doni, questi, che Dio dà quando e come vuole, senza badare al tempo né ai servizi resigli. Non dico che tali servizi non abbiano valore, ma che molte volte il Signore non dà ad alcuni, in vent’anni, quella contemplazione che ad altri dà in uno. Sua Maestà sa perché. È un errore, perciò, credere che con gli anni si possa comprendere ciò che in nessun modo si riesce a capire se non per via di esperienza. E in questo errore cadono molti come ho detto, pretendendo di conoscere gli spiriti senza essere spirituali. Non dico che chi non è spirituale, se è dotto, non possa guidare chi lo è; per quanto riguarda, infatti, le cose esteriori e per quelle, fra le interiori, che sono di ordine naturale, può servirsi dell’intelletto, e per quanto riguarda quelle soprannaturali, basarsi sulla sacra Scrittura; ma per tutto il resto non si affanni né speri di capire quello che non intende, né soffochi le anime che, ormai sollevate a questa altezza, sono dirette da un maestro ben più grande e non mancano di guida.

12. Non si meravigli di queste cose, né le giudichi impossibili – al Signore tutto è possibile –; procuri, invece, di rinforzarsi nella fede e di farsi umile, considerando che il Signore, in questa scienza, può rendere più dotta una povera vecchietta che non lui, con tutto il suo sapere. Con questa umiltà gioverà alle anime e a sé più che non col voler passare da contemplativo senza esserlo perché – ripeto – se non ha esperienza e se non ha la vera, profonda umiltà di riconoscere che sono cose che egli non capisce, ma non per questo sono impossibili, profitterà poco lui e farà profittare ancor meno quelli con cui tratta; mentre se possiede vera umiltà, non tema che il Signore permetta che s’inganni lui né che abbia a ingannare gli altri.

13. Questo padre di cui parlo, dunque, avendo ricevuto da Dio molti favori, studioso com’è, ha procurato di investigare tutto a cui per mezzo dello studio poteva giungere. Di quello che non capisce per difetto d’esperienza, s’informa da chi ne ha, e così, aiutato dal Signore che gli dà una grande fede, ha giovato molto a se stesso e ad alcune altre anime: la mia è una di esse, perché il Signore, conoscendo le sofferenze in cui mi sarei trovata, e dovendo chiamare a sé qualcuno di coloro che mi guidavano, mi pare che abbia voluto procurare che me ne restassero altri, i quali mi hanno aiutata in ben dure sofferenze e mi hanno fatto un gran bene. Il Signore lo ha cambiato quasi del tutto, in modo ch’egli stesso, per così dire, non si riconosce; gli ha dato forze fisiche per fare penitenza, forze che prima non aveva, essendo malato; lo ha reso coraggioso per ogni genere di opere buone e gli ha concesso altri doni dai quali è ben chiaro che egli è stato chiamato da Dio in modo speciale. Sia benedetto per sempre!

14. credo che tutto il bene gli venga dalle grazie che il Signore gli ha fatto nell’orazione; esso non è un bene fittizio, perché poi il Signore ha voluto provarlo in alcune cose, e dalle prove egli è uscito come chi ben conosce quanto sia certo il merito che si acquista nel soffrire persecuzioni. Spero nella grandezza del Signore, perché da lui venga molto bene ad altri del suo Ordine e al suo stesso Ordine. Questo già si comincia a notare. Nelle mie grandi visioni il Signore mi ha detto alcune cose davvero mirabili riguardanti lui, il rettore della Compagnia di Gesù, di cui ho parlato e altri due religiosi dell’Ordine di san Domenico, specialmente uno, del quale mi ha anche fatto conoscere i progressi di cui già mi aveva parlato lui stesso. Ma le rivelazioni sul padre di cui adesso sto parlando sono state molte.

15. Voglio ora qui raccontarne una. Un giorno, mentre mi trovavo con lui in parlatorio, era così grande l’amore di Dio che la mia anima e il mio spirito vedevano ardere in lui, da farmi rimanere trasecolata, perché consideravo la magnificenza di Dio che in così breve tempo aveva elevato un’anima a tanta altezza e mi sentivo confusa nel vedere con quanta umiltà ascoltava alcune cose di orazione che io gli dicevo. Avendone io, invece, così poca per trattarne con una tale persona, il Signore credo che lo consentisse in virtù del mio grande desiderio di vederlo progredire in larga misura. Mi era di grande aiuto stare con lui, tanto che mi pareva restasse acceso nella mia anima un nuovo fuoco che m’incitava a servire Dio con rinnovato ardore. Oh, Gesù mio, che cosa non fa mai un’anima infiammata del vostro amore! Come dovremmo stimarla e supplicare il Signore di lasciarla in questa vita! Chi arde dello stesso amore dovrebbe, potendolo, seguire queste anime nella loro ascesa.

16. Grande cosa è per un malato trovarne un altro, colpito dal suo stesso male: trae vivo conforto dal non vedersi solo, ed entrambi si aiutano molto a patire, come anche ad acquistare merito; si sostengono egregiamente a vicenda, ormai decisi a rischiare mille volte la vita per Dio e con il desiderio che se ne offra loro l’occasione. Sono come soldati che, per guadagnare il bottino e farsi ricchi con esso, sospirano la guerra, sapendo di non poterlo diventare se non in tal modo; è questo il loro intento: sforzarsi di arricchire la propria anima. Oh, gran dono è quello per cui il Signore dà luce d’intendere quanto si guadagni soffrendo per lui! Non lo si capisce bene se non si abbandona tutto, perché chi è attaccato a qualcosa, è segno che l’apprezza; se l’apprezza, per forza gli deve dispiacere lasciarla, e tutto, quindi, è imperfezione e rovina. Cade qui a proposito il proverbio che dice: «Chi va con i perduti è perduto». Quale maggiore perdizione, infatti, qual maggiore accecamento e quale maggiore sventura che stimare molto ciò che non è niente?

17. Ritornando, dunque, a quel che dicevo, nel godere immensamente di contemplare quell’anima, perché mi pareva che il Signore volesse mostrarmi chiaramente i tesori che aveva posto in essa, e nel considerare la grazia che mi aveva fatto servendosi a questo scopo di me – che me ne stimavo indegna –, mi sentivo spinta a stimare di più tali beni e obbligata, per essi, a una riconoscenza maggiore che se fossero stati dati a me. Rendevo, pertanto, lode al Signore, vedendo come andasse adempiendo i miei voti e come avesse ascoltato la mia preghiera di risvegliare persone così fatte. Mentre la mia anima era in tale stato da non poter più contenere in sé tanta gioia, uscì fuori di sé perdendosi per guadagnare di più; perse la facoltà di fare considerazioni e di udire quella lingua divina in cui sembrava che parlasse lo Spirito santo, e fu presa da un grande rapimento che mi trasse quasi fuori dei sensi, anche se per breve tempo. Vidi Gesù Cristo, circondato di immensa gloria e maestà, mostrare viva compiacenza per ciò che stava accadendo; me lo disse facendomi vedere chiaramente che a tali conversazioni egli si trova sempre presente e quanto gli piaccia che gli uomini si dilettino nel parlare di lui. Un’altra volta, mentre il padre era lontano da qui, lo vidi in una grande gloria, condotto in alto dagli angeli. Per mezzo di questa visione capii che la sua anima progrediva molto; ed era così perché, essendogli stata lanciata un’atroce calunnia che ledeva molto il suo onore, da una persona alla quale egli aveva fatto un gran bene, salvandogli anima e onore, lo aveva sopportato con viva gioia. Aveva, inoltre, compiuto altre opere importanti al servizio di Dio e sofferto varie persecuzioni.

18. Non mi sembra sia il caso ora di aggiungere altro. Se, in seguito, alla signoria vostra che conosce tutto sembrerà opportuno, se ne potrà scrivere, a gloria del Signore. Le predizioni, di cui ho parlato e di cui parlerò, di questo monastero, e altre cose che lo riguardano, si sono tutte avverate; alcune il Signore me le predisse tre anni prima che accadessero, altre più presto, altre più tardi. Io le riferivo sempre al mio confessore e a questa mia amica vedova con la quale, come ho detto, avevo il permesso di parlare. Venni, poi, a sapere che le rivelava ad altre persone, e queste sanno che non mento né Dio permetta che mai, tanto meno in cose di tale gravità, io non dica l’assoluta verità.

19. Essendo morto improvvisamente un mio cognato, mentre io me ne stavo in gran pena perché non aveva potuto confessarsi, mi fu detto nell’orazione che sarebbe morta così anche mia sorella e che dovevo andare da lei per cercare di prepararla a questo passo. Lo riferii al mio confessore e, poiché egli non mi lasciava partire, tornai a udire quell’ordine; allora, visto ciò, mi disse di andare da mia sorella, perché tanto, non c’era nulla da perdere. Ella stava in campagna e quando arrivai, senza dirle nulla della predizione, cercai di illuminarla come potei su ogni cosa e la indussi a confessarsi spesso e a tenere sempre presente la sua anima. Ella era assai buona e seguì i miei consigli. Dopo quattro o cinque anni che aveva preso questa abitudine e che aveva assiduamente vigilato su di sé morì senza che nessuno s ne accorgesse e senza potersi confessare. Per fortuna, avendone presa l’abitudine, si era confessata da poco più di otto giorni. Quando seppi della sua morte, pertanto, ne provai grande gioia. Stette pochissimo in purgatorio; dopo neppure otto giorni, credo, appena fatta la comunione, mi apparve il Signore il quale volle che vedessi come la stava portando in paradiso. In tutti gli anni intercorsi tra la predizione e la morte, non dimenticai mai quanto mi era stato rivelato e neanche la mia compagna la quale, appena mia sorella morì, venne da me piena di sbigottimento nel vedere come la predizione si fosse avverata. Sia resa sempre lode a Dio che si prende tanta cura delle anime perché non si perdano!

   

CAPITOLO 35

Prosegue sullo stesso argomento della fondazione di questa casa del glorioso padre san Giuseppe. Racconta in che modo il Signore le ordinò che vi si osservasse la santa povertà, la causa per cui se ne andò via da quella signora con cui stava ed altre cose che le accaddero.

 

1. Mentre, dunque, stavo con questa signora di cui ho parlato, dove rimasi più di mezzo anno, piacque al Signore che di me avesse notizia una mantellata del nostro Ordine, che viveva più di settanta leghe lontano dalla città in cui ero. Trovandosi a passare da quelle parti, deviò un po’ dal suo itinerario per parlarmi. Il Signore le aveva dato, lo stesso anno e mese che a me, l’ispirazione di fondare un altro monastero dell’Ordine e, animata da questo desiderio, ella aveva venduto tutto ciò che possedeva ed era andata a Roma a piedi scalzi per ottenerne l’autorizzazione.

2. Donna di grande penitenza e orazione, il Signore le faceva molte grazie, e la Madonna, apparendole, le aveva imposto di attuare il suo proposito. Aveva tanto vantaggio su di me nel servizio del Signore che io mi vergognavo davanti a lei. Mi fece vedere le autorizzazioni che recava da Roma e, nei quindici giorni che rimase con me, concertammo come fondare questi monasteri. Fino a quando non parlai con lei, non conosceva il divieto della nostra Regola – prima della mitigazione – di possedere qualcosa di proprio né io pensavo di fondare le case senza rendita, nell’intento di eliminare ogni preoccupazione del necessario, e non consideravo le preoccupazioni, ben più gravi, che comporta avere una proprietà. Questa benedetta donna, invece, illuminata dal Signore, aveva ben capito, pur essendo analfabeta, quello che io ignoravo, nonostante avessi ripetutamente letto le Costituzioni. Appena me lo disse, mi sembrò cosa molto opportuna, benché temessi che non me lo avrebbero permesso, sostenendo che commettevo una pazzia e che non dovevo far nulla che esponesse le altre a un motivo di sofferenza. Se, invece, fossi stata sola, non avrei esitato né poco né molto, anzi mi avrebbe procurato molta gioia il pensiero di seguire i consigli di Cristo, nostro Signore, se mi fosse stato possibile, nello stato in cui ero, di andar mendicando per amor di Dio e di non possedere né casa né nulla di mio, ma temevo che se il Signore non avesse dato tali aspirazioni anche alle altre, esse sarebbero vissute scontente, e temevo anche che ciò fosse causa di qualche distrazione, avendo visto alcuni monasteri poveri non molto raccolti, senza riflettere che il fatto di non essere raccolti era la causa della loro povertà e non la povertà causa di distrazione, la quale non rende mai ricchi, e Dio non manca mai a coloro che lo servono; insomma, la mia fede era debole, ciò che non avveniva per quella gran serva di Dio.

3. Abituata com’ero a chiedere consiglio a tante persone per ogni cosa, in questa non trovavo quasi nessuno del mio parere: né il mio confessore né i dotti con cui trattavo. Adducevano tante ragioni che non sapevo che cosa fare perché, conoscendo ormai che era una prescrizione della Regola e sembrandomi rispondente a maggior perfezione, non potevo indurmi a possedere una rendita. E, anche se qualche volta riuscivano a convincermi, tornando a raccogliermi in orazione e vedendo il Signore sulla croce così povero e nudo, non potevo sopportare il pensiero di essere ricca, e lo supplicavo con le lacrime agli occhi di far sì che potessi vivere povera come lui.

4. Vedevo, inoltre, grandi inconvenienti nel possesso di una rendita che mi appariva come una tale fonte di inquietudine e anche di distrazione, che non facevo altro se non discuterne con i dotti. Ne scrissi a quel religioso domenicano, che ci aiutava; mi rispose con due fogli di quattro pagine ciascuno, pieni di confutazioni e di ragioni teologiche per indurmi a non farlo, aggiungendo che scriveva così dopo aver studiato a fondo la questione. Io gli risposi che per non seguire la mia vocazione, il voto di povertà che avevo fatto e i consigli di Cristo in tutta la loro perfezione, non intendevo ricorrere alla teologia né giovarmi della sua dottrina, e di ciò volesse scusarmi. Se, invece, trovavo qualcuno che mi sosteneva, ne avevo grande gioia. In questo mi aiutava molto la signora con la quale vivevo; alcuni, invece, all’inizio mi dicevano che sembrava loro una cosa buona, poi, riflettendoci meglio, trovavano nell’assoluta povertà tanti inconvenienti che, cambiato parere, si adoperavano con tutte le loro forze a dissuadermene. Rispondevo loro che se essi mutavano così presto di opinione, preferivo attenermi al loro primo parere.

5. In quel tempo, in seguito alle mie preghiere, il santo fra Pietro d’Alcántara che questa signora non aveva mai visto, grazie al Signore, venne in casa sua. Egli, amante com’era della povertà che praticava da tanti anni, ben sapendo quale ricchezza si racchiuda in essa, mi fu di grandissimo aiuto e mi ordinò che per nessun motivo tralasciassi di seguire con tutto l’impegno il mio proposito. Forte ormai di questo parere e di questa protezione che mi venivano da chi meglio d’ogni altro poteva darmeli, perché conosceva queste cose per lunga esperienza, decisi di non consultare più nessuno.

6. Un giorno, mentre insistevo nel raccomandare a Dio la fondazione del monastero, il Signore mi disse di non rinunziare in nessun modo a fondarlo povero, perché questa era la volontà di suo Padre e sua, ed egli mi avrebbe aiutata. Il che avvenne in un grande rapimento i cui effetti furono tali da non farmi dubitare che non venissero da Dio. Un’altra volta mi disse che le rendite sono fonte di disorientamento, ed altre cose in lode della povertà, assicurandomi che a chi lo serviva non sarebbe mancato mai il necessario per vivere; del resto, come ho detto, la mancanza del necessario io non l’ho mai temuta per me. Il Signore cambiò anche la disposizione d’animo del padre Presentato, intendo dire di quel religioso domenicano che mi aveva scritto di non fondare il monastero senza una rendita. Ero ormai molto contenta, sia per quello che avevo udito, sia per il parere di tali uomini; decidendo di vivere solo dell’amore di Dio, mi sembrava di possedere tutte le ricchezze del mondo.

7. Frattanto il mio provinciale mi revocò l’obbedienza all’ordine che mi aveva dato di star lì, lasciandomi libera di partire subito o di aspettare ancora un po’. In quei giorni nel mio monastero dovevano esserci le elezioni e mi avvisarono che molte suore volevano darmi la carica di priora. Questo solo pensiero era per me di così gran tormento che, mentre sarei stata pronta a sopportare per Dio senza difficoltà qualunque genere di martirio, a questo non potevo indurmi in alcun modo. Prescindendo dall’enorme fatica di governare un numero così grande di monache e da altre cose che non amo, come non amo alcuna carica e non ne ho mai voluto accettare, mi sembrava di gran pericolo per la mia coscienza. Ringraziai, pertanto, Dio di non trovarmi lì e scrissi alle mie amiche di non darmi il voto.

8. Mentre ero felice di non trovarmi in quel trambusto, il Signore mi disse che dovevo assolutamente partire perché, se desideravo la croce, là se ne stava preparando una buona per me, e non dovevo rifiutarla; mi facessi, dunque, coraggio, perché egli mi avrebbe aiutato, e partissi subito. Me ne afflissi molto e non facevo che piangere, pensando che la croce fosse quella di diventare priora; non potendo, come ho detto, persuadermi in nessun modo che tale carica convenisse alla mia anima, non riuscivo a rassegnarmi. Raccontai ciò al mio confessore; mi ordinò di cercare di partire subito, perché evidentemente tutto questo era più perfetto. Tuttavia, poiché faceva molto caldo, bastava che mi trovassi là per le elezioni, e potevo, quindi, trattenermi ancora alcuni giorni, ad evitare che il viaggio potesse nuocermi. Ma il Signore aveva disposto altrimenti, e dovetti fare com’egli voleva, perché era così grande la mia inquietudine che non potevo più darmi all’orazione. Mi sembrava di mancare a ciò che il Signore mi aveva ordinato e che, stando lì a mio bell’agio, non volessi espormi a fatiche e che, quindi, tutto il mio amore per Dio si esaurisse in parole, giacché non vi era ragione che, potendo stare dov’era maggiore perfezione, non lo dovessi fare; se anche avessi dovuto morire, che morissi! E, insieme, avevo una tale angoscia nell’anima, una così assoluta privazione, operata dal Signore, del gusto spirituale dell’orazione!… Insomma, ero ridotta in tale stato e ormai il mio tormento era così grande che supplicai quella signora di volermi permettere di andar via, anche perché il mio confessore – vedendomi in quello stato – mi disse di partire, ispirato da Dio come me.

9. Ella soffriva tanto che io la lasciassi che questo era per me un altro tormento. Le era costato molta fatica riuscire ad ottenere dal provinciale, tempestandolo di sollecitazioni di ogni specie, il permesso di avermi con sé. Mi parve una cosa insperata, tenuto conto del suo dispiacere, che finisse con l’acconsentire. Siccome era molto timorata di Dio e le avevo detto, fra molte altre cose, che gli si poteva rendere un gran servizio e le avevo fatto sperare la possibilità che tornassi a vederla, cedette, ma con molta pena.

10. Quanto a me, invece, non mi dispiaceva di partire perché, avendo compreso che ciò era più perfetto e a maggior gloria di Dio, per la gioia di poterlo accontentare superavo il dispiacere di lasciare quella signora che vedevo soffrire tanto, e altre persone alle quali dovevo molto, specialmente il mio confessore, che apparteneva alla Compagnia di Gesù, e col quale mi trovavo molto bene; ma quanto più grandi erano i motivi di conforto che perdevo per amore del Signore, tanto maggiore era la gioia di perderli. Non capivo come ciò avvenisse, perché vedevo chiaramente trattarsi di due opposti sentimenti: gioire, confortarmi e rallegrarmi di ciò che mi pesava sul cuore, che era il lasciare quella casa, dove mi sentivo confortata e serena e avevo la possibilità di stare molte ore in orazione. Sapevo che andavo a gettarmi nel fuoco, perché il Signore mi aveva detto che avrei dovuto sopportare una grande croce, anche se non immaginavo che fosse tanto pesante come poi vidi. Ciò nonostante, vi andavo allegramente, e mi struggevo dal desiderio di trovarmi presto nella battaglia, visto che il Signore lo voleva; così Sua Maestà mi dava il coraggio necessario, infondendolo nella mia debolezza.

11. Come dico, non riuscivo a capire come ciò avvenisse, ma mi venne in mente questo paragone: se io, possedendo un gioiello o un altro oggetto che mi sia molto caro, vengo a sapere che una persona che amo più di me e che voglio accontentare a prezzo del mio stesso piacere lo desidera, provo, nel privarmi di esso, una gioia maggiore di quella che me ne dava il possesso, pur di far contenta quella persona. E, poiché tale gioia di soddisfare il suo desiderio supera il mio stesso piacere, si annulla la pena della mancanza del gioiello o di ciò che amo, e di perdere il piacere che mi dava. Pertanto, sebbene avessi voluto dispiacermi di abbandonare persone così afflitte nel separarsi da me, ed essendo io, per natura, così riconoscente che ciò sarebbe bastato in altri tempi a procurarmi una grande afflizione, ora, anche volendolo, non riuscivo a provare alcuna pena.

12. Fu molto importante, per la fondazione di questa benedetta casa, il non prorogare neanche di un giorno la partenza, che non so come la cosa si sarebbe potuta concludere se allora mi fossi trattenuta lì. Oh, grandezza di Dio! Spesso resto trasecolata quando penso a tutto ciò e vedo come il Signore volesse particolarmente aiutarmi perché si realizzasse questo piccolo angolo di paradiso, come io credo che sia tale recesso di cui Sua Maestà si diletta. Mi disse, infatti, un giorno, nell’orazione, che questa casa era per lui un paradiso di delizie. E sembra che egli stesso abbia scelto le anime che sono venute a lui, fra le quali mi trovo anch’io, con grandissima confusione. Io non avrei davvero potuto desiderarle così perfette per un monastero di tanta austerità, povertà e orazione. E ci stanno con tanta gioia e allegria che ognuna si sente indegna di aver meritato di venirci, specialmente quelle che il Signore ha chiamato dalle molte vanità e dai piaceri del mondo, in cui avrebbero potuto vivere felici, in conformità delle sue leggi, dando loro qui gioie accresciute in tal misura che vedono chiaramente di avere da lui il cento per uno di ciò che hanno lasciato e non cessano di ringraziarlo. Altre le ha cambiate di bene in meglio. A quelle più giovani dà forza e conoscenza, affinché non desiderino altra cosa e comprendano che il distaccarsi da tutti i beni terreni, anche in termini umani, fa vivere più tranquilli. Alle più anziane e di poca salute ha dato e dà le forze necessarie per poter sopportare le asprezze e le penitenze di tutte le altre.

13. Oh, mio Signore, come è evidente la vostra potenza! Non c’è bisogno di cercare ragioni per indurci a fare quello che volete perché, al di sopra di ogni umana ragione, voi rendete ogni cosa possibile in modo così chiaro che fate ben vedere come non occorra altro, per trovare tutto facile, se non amarvi sinceramente e abbandonare davvero tutto per voi. Cade qui a proposito dire che fingete di renderci gravosa la legge, perché io non la vedo tale, Signore, né vedo come sia stretto il sentiero che conduce a voi. Non è un sentiero, ma una strada maestra, una strada su cui, chi l’intraprenda, va innanzi con maggiore sicurezza: perché sono molto lontani le gole e i dirupi ove poter cadere, cioè le occasioni di offendervi. Chiamo sentiero, e sentiero stretto e pericoloso, quello che da una parte ha una valle profonda, dove si può cadere, e dall’altra un burrone; alla minima inavvertenza si precipita in fondo e ci si riduce a pezzi.

14. Chi vi ama veramente, o mio Bene, cammina con sicurezza per un’ampia strada maestra; lungi sta il burrone; al minimo inciampo voi, Signore, gli date la mano. A perderlo non basta né una caduta né molte, se ama voi e non le cose del mondo, perché cammina nella valle dell’umiltà. Non riesco a capire che cosa ci sia da temere a mettersi sulla strada della perfezione. Il Signore, per quello che egli è, ci dia la capacità d’intendere quanto sia dannoso sentirci sicuri in così evidenti pericoli, quali sono quelli che s’incontrano seguendo la corrente del mondo, e come la vera sicurezza sia nel cercare di progredire continuamente nel cammino di Dio. Fissi gli occhi su di lui, non c’è d’aver paura che questo sole di giustizia venga meno e ci lasci camminare fra le tenebre con il pericolo di perderci se non siamo noi i primi ad abbandonarlo.

15. Non si ha paura di vivere in mezzo ai leoni, di cui ognuno sembra voglia portarsi via un pezzo di noi, cioè in mezzo a ciò che il mondo chiama onori, piaceri e altre simili soddisfazioni, e qui pare che il demonio faccia temere anche di animaletti da nulla. Mille volte ciò mi è causa di meraviglia  centomila vorrei sciogliermi in lacrime e gridare a tutti il mio accecamento e la mia perversità, per vedere di aiutare un po’ la gente ad aprire gli occhi. Glieli apra colui che, per sua bontà, può farlo, e non permetta che io ricada nella mia passata cecità! Amen.

 

 

CAPITOLO 36

Prosegue nell’argomento iniziato e dice come si giunse alla conclusione della vertenza e si fondò il monastero del glorioso san Giuseppe, i grandi contrasti e le persecuzioni che ci furono contro le religiose, dopo la vestizione, le grandi tribolazioni e le tentazioni che ella soffrì e come da tutto il Signore la fece uscire vittoriosa, a sua lode e gloria.

 

1. Partita ormai da quella città, facevo la strada molto contenta, decisa a sopportare di buon animo tutto quel che al Signore piacesse. La notte stessa del mio ritorno giunse da Roma il dispaccio con il Breve che autorizzava la fondazione del monastero, tanto che io ne fui stupita, e altrettanto lo furono quelli che sapevano con quanta fretta mi avesse il Signore indotta alla partenza, quando conobbero la grande necessità che c’era di tale fondazione e la favorevole circostanza che egli mi aveva preparato, perché in città trovai il vescovo, il santo fra Pietro d’Alcántara e un gentiluomo gran servo di Dio, in casa del quale quest’ultimo aveva alloggio, essendo una persona in cui i servi di Dio trovavano appoggio e protezione.

2. Tutti e due finirono col far decidere il vescovo ad accogliere il monastero sotto la sua giurisdizione, il che non fu poca cosa, trattandosi di un monastero povero, ma egli era tanto ben disposto verso persone che vedeva risolute a servire il Signore, che subito prese a favorirci. Chi fece tutto, anzi, fu questo santo vecchio, prima approvando il progetto, poi dandosi da fare con gli uni e con gli altri affinché ci aiutassero. Se io non mi fossi trovata lì in tale circostanza – come ho già detto – non so proprio come si sarebbe potuto fare, perché quel sant’uomo rimase poco in città, credo che non furono neppure otto giorni, e quasi sempre molto infermo: di lì a poco, infatti, il Signore lo chiamò a sé. Sembrava che Sua Maestà lo avesse conservato in vita fino alla conclusione di questo affare, essendo molto tempo, non so se più di due anni, che stava assai male.

3. Su fece tutto in gran segreto, perché altrimenti non si sarebbe potuto far nulla, tenuto conto dell’ostilità della gente, come si vide in seguito. Intanto, il Signore permise che si ammalasse un mio cognato; poiché sua moglie era assente, aveva un così gran bisogno di assistenza che mi permisero di andare da lui. Questa circostanza servì a non far trapelare nulla, nonostante che qualcuno continuasse a nutrire sospetti. Tuttavia, nessuno ancora ci credeva. Fu davvero una cosa sorprendente che la sua malattia non durasse più del tempo che occorreva per la conclusione dell’affare; dopo, essendo necessario che egli stesse bene perché io restassi  libera ed egli lasciasse sgombra la casa, il Signore gli diede così buona salute da riempirlo di meraviglia.

4. Ebbi molto da fare, oltre che per assistere il malato, per sbrigare, ora con l’uno, ora con l’altro, le pratiche dei permessi e sorvegliare gli operai affinché si sbrigassero ad adattare a monastero la casa, i cui lavori erano molto indietro. La mia compagna non era con me, perché ci parve più opportuno che se ne stesse lontana per meglio dissimulare la cosa. Io vedevo che tutto dipendeva dal far presto, per molte ragioni, una delle quali era il timore, che continuamente avevo, di sentirmi ordinare d’andarmene. Furono tante le mie tribolazioni da farmi pensare se non fosse questa la croce, benché, in fondo, mi sembrasse leggera di fronte a quella cui, come avevo udito dal Signore, dovevo sobbarcarmi.

5. Sistemata, infine, ogni cosa, piacque al Signore che il giorno di san Bartolomeo prendessero l’abito alcune religiose e si collocasse nella cappella il santissimo Sacramento, e così, con tutte le autorizzazioni e con piena validità, fu fondato il monastero del gloriosissimo nostro padre san Giuseppe, nell’anno 1562. Alla vestizione fui presente io con altre due monache della casa dell’Incarnazione, che per caso si trovavano fuori di lì. Poiché la casa ove fu eretto il monastero era quella in cui stava mio cognato, il quale, come ho detto, l’aveva comprata a nome suo, per dissimulare meglio la cosa, io vi stavo col dovuto permesso e non facevo nulla senza chiedere il parere dei dotti, per non allontanarmi di un punto dall’obbedienza. Essi, vedendo che la fondazione, per più motivi, sarebbe stata di gran vantaggio per tutto l’Ordine, anche se procedevo con grande segretezza e all’insaputa dei miei superiori, mi dicevano che potevo farlo; qualora, invece, mi avessero detto che in ciò era anche una minima imperfezione, avrei abbandonato, credo, non uno, ma mille monasteri. Su questo non c’è dubbio perché, sebbene desiderassi quella fondazione per meglio separarmi da tutto il resto e conformarmi alla mia vocazione religiosa con maggiore perfezione e in più stretta clausura, il mio desiderio era tale che, se avessi saputo che era a maggior servizio di Dio rinunziarvi, lo avrei fatto – come l’avevo già fatto la volta precedente – in tutta pace e tranquillità.

6. Mi parve, dunque, d’essere in paradiso, quando vidi che si collocava il santissimo Sacramento, che si erano trovate quattro orfane povere – giacché con dote non si prendevano – e gran serve di Dio (fin da principio, infatti, si cercò di ammettere nel monastero persone sul cui esempio si potesse fare assegnamento per realizzare il nostro intento di condurre una vita di grande perfezione e orazione), e che si era portata a termine un’opera che sapevo a servizio del Signore e di onore all’abito della sua gloriosa Madre: perché questi erano i miei desideri. Mi fu anche di grande consolazione aver fatto ciò che il Signore mi aveva tanto raccomandato e di aver creato in questa città una chiesa in più, intitolata al mio glorioso padre san Giuseppe che non ne aveva. Non già che credessi di averne alcun merito io; non l’ho mai creduto, né lo credo, convinta che ha fatto tutto il Signore. Quello che ci misi da parte mia era così pieno di imperfezioni che, piuttosto, ritengo si dovesse farmene una colpa, non un merito; tuttavia, mi rendeva felice costatare che Sua Maestà, pur essendo io tanto misera cosa, avesse voluto scegliermi come strumento per compiere un’opera così grande e ne ero tanto soddisfatta da sentirmi come fuori di me e immersa in una profonda orazione.

7. Finito tutto da circa tre o quattro ore, il demonio mi sconvolse con una battaglia spirituale che ora racconterò. Mi fece sorgere il dubbio che quanto avevo fatto potesse essere mal fatto, di aver mancato all’obbedienza nell’agire senza l’autorizzazione del provinciale (mi sembra che a quest’ultimo dovesse alquanto dispiacere il fatto che io avessi posto il monastero sotto la giurisdizione dell’Ordinario, senza avergliene prima parlato, benché d’altro canto, siccome non aveva voluto riconoscerlo e io rimanevo sottoposta a lui, non mi pareva che dovesse importargliene molto). Inoltre, il demonio mi faceva sorgere il dubbio che le monache potessero non essere contente di vivere in tanta austerità, che potesse mancar loro da mangiare, che potesse essere stato tutto una follia e m’induceva a chiedermi perché avevo voluto imbarcarmi in questa impresa, visto che avevo già un monastero in cui vivere. Tutti gli ordini del Signore, i molti consigli e le tante preghiere che duravano da più di due anni, tutto era cancellato dalla mia memoria, come se non fosse mai stato. Mi ricordavo solo delle mie opinioni; la fede e ogni altra virtù erano in me come sospese, fino a mancarmi la forza di farle operare e difendermi dagli assalti.

8. Il demonio mi insinuava, inoltre, che non potevo rinchiudermi in una casa così rigorosa, perché molto inferma. Come avrei potuto sopportare così dure penitenze, venendo da una casa così spaziosa e piacevole, dove mi ero trovata sempre tanto bene e avevo tante amiche? Chissà se avrei poi trovate simpatiche le nuove consorelle! Insomma, mi ero assunta obblighi gravosi che forse mi potevano essere causa di disperazione ed era probabilmente questo ciò a cui aspirava il demonio: farmi perdere la pace e la tranquillità, in modo che in tanto turbamento non avrei potuto darmi all’orazione e avrei perduto la mia anima. Cose di tal fatta mi faceva tutte insieme presenti il demonio, tanto che non mi era possibile pensare ad altro con l’aggiunta di tali angosce, tenebre e oscurità nell’anima, che non riesco a descriverle. Vedendomi in questo stato, andai a visitare il santissimo Sacramento, benché non riuscissi a raccomandarmi a Dio. Mi sembrava d’aver l’affanno, come chi sta in agonia. Né potevo osare di parlarne con qualcuno, perché non avevo ancora un confessore designato.

9. Oh, Dio mio, quanto è miserabile questa vita! Non vi è in essa gioia sicura, né cosa alcuna esente da mutamento. Era passato così poco tempo da quando mi sembrava che non avrei cambiato la mia gioia con alcun’altra della terra e ora la stessa causa di quella gioia mi tormentava a tal punto da non saper che fare di me. Oh, se considerassimo attentamente gli avvenimenti della nostra vita, ognuno vedrebbe per esperienza in quanto poco conto si debbano tenere i piaceri e i dispiaceri che essa procura! Questo, mi pare, fu certamente uno dei momenti più duri della mia vita. Sembrava che lo spirito presagisse quanto avrebbe sofferto, benché nessuna sofferenza sarebbe stata pari a questa, se fosse durata. Ma il Signore non permise che la sua povera serva soffrisse troppo e, avendomi sempre aiutato nelle tribolazioni, non mi abbandonò nemmeno in questa: mi diede un po’ di luce tanto da farmi scoprire la verità di vedere che tutto era opera del demonio, il quale voleva spaventarmi con menzogne. Allora cominciai a ricordarmi dei miei generosi propositi di servire il Signore e dei miei desideri di soffrire per lui. Pensai che se volevo realizzarli non dovevo andare in cerca di riposo e che, se avevo difficoltà, con esse mi procuravo meriti e se avevo contrarietà, accettandole per amor di Dio, mi sarebbero servite per purificarmi. Di che temevo, dunque? Poiché desideravo le sofferenze, quelle erano proprio buone, in quanto nelle più grandi contrarietà stava il maggior profitto. Perché, dunque, devo perdermi d’animo nel servizio di colui a cui tanto dovevo? Con queste ed altre considerazioni, facendomi una grande forza, promisi davanti al santissimo Sacramento di far quanto potevo per ottenere il permesso di venire in questa casa e d’impegnarmi ad osservarvi la clausura, non appena l’avessi potuto fare in buona coscienza.

10. Nell’istante stesso in cui feci questa promessa, il demonio fuggì e mi lasciò tranquilla e contenta, e tale sono sempre rimasta. Tutto ciò che in questa casa si osserva circa clausura, penitenza e il resto, mi è estremamente dolce e leggero. La gioia è così grande che, a volte, mi chiedo che cosa potrei scegliere di più piacevole in questo mondo. Non so se ciò influisca a farmi avere molto maggior salute di quanta ne abbia mai avuta, o se – essendo necessario e giusto ch’io faccia tutto quello che le altre fanno – il Signore voglia darmi la consolazione di poterlo fare, anche se con fatica; certo che tutte le persone che conoscono le mie infermità si meravigliano del fatto che io possa sopportare questa vita. Sia benedetto colui che concede ogni bene e per la cui potenza si può fare ogni cosa.

11. Uscii da quella lotta molto stanca, ma ridendomi del demonio che vidi chiaramente esserne l’autore. Credo che il Signore l’abbia permesso perché, non avendo io mai saputo che cosa fosse sentirsi scontenta d’essere monaca, nemmeno per un attimo, in più dio ventotto anni che lo sono, potessi conoscere la grande grazia che mi aveva fatto con la vocazione religiosa e il tormento da cui mi aveva liberato, e anche perché, se vedessi qualcuna stare in quell’angustia, non me ne meravigliassi, ma ne avessi pietà e potessi consolarla. Passata dunque questa burrasca, volevo prendermi dopo pranzo un po’ di riposo perché tutta quella notte non avevo quasi potuto chiudere occhio e molte altre ne avevo passate fra continue sofferenze e preoccupazioni, oltre alla grande stanchezza di tutti i giorni. Ma, essendosi saputo nel mio monastero e in città quanto si era fatto, si fece un gran parlare per i motivi che ho già detto e che sembravano ragionevoli. Subito la priora m’inviò l’ordine di ritornare là immediatamente. Io, ricevuto l’ordine, lasciai le mie monache in grande afflizione e partii subito. Sapevo bene di andare incontro a molte tribolazioni, ma siccome la fondazione era un fatto compiuto, me ne importava ben poco. Mi misi a pregare, supplicando il Signore di aiutarmi, e il mio padre san Giuseppe di ricondurmi nella sua casa. Offrii a Dio quello che avrei dovuto soffrire e partii assai contenta che mi si presentasse l’occasione di patire per lui e di poterlo servire. E così me ne andai, sicura che subito mi avrebbero gettata in prigione, il che mi avrebbe fatto molto piacere perché avrei potuto non parlare con nessuno e riposare un po’ in quella solitudine di cui avevo tanto bisogno: ero, infatti, molto stanca per aver trattato continuamente con la gente.

12. Quando, appena arrivata, esposi le mie ragioni alla priora, si calmò un poco; la comunità, poi, avvertì il provinciale rimettendo la causa nelle sue mani. Quando giunse, mi presentai a lui con vera, grande gioia di soffrire qualcosa per amore del Signore, perché nella presente circostanza sapevo di non aver offeso in nulla né Sua Maestà né l’Ordine. Anzi, quanto all’Ordine, avevo cercato con tutte le mie forze di favorirne lo sviluppo e per questo ero pronta a sacrificare anche la vita, perché il mio desiderio era quello di osservare la Regola con assoluta perfezione. Mi ricordai del giudizio di Cristo, di fronte al quale il mio mi parve una cosa da nulla. Mi accusai come se fossi molto colpevole e tale dovevo sembrare a chi non conosceva i motivi delle mie azioni. Dopo il severo rimprovero del provinciale, quantunque non fosse fatto con tutto quel rigore che avrebbe meritato la colpa e le accuse che molti gli presentavano a mio riguardo, io, decisa a non discolparmi, lo pregai, invece, di perdonarmi e di punirmi e di non essere irritato con me.

13. In alcune cose, certo, io vedevo che mi condannavano a torto, come, ad esempio, accusandomi di aver agito per esser tenuta in una certa considerazione, per farmi un nome e cose simili; ma in altre vedevo chiaramente che dicevano la verità: che ero, cioè, la peggiore di tutte, che, non avendo osservato le molte pratiche religiose di quella casa, non si capiva come pensassi di osservarle in un’altra dov’erano più rigorose, che scandalizzavo la gente e che volevo introdurre novità. Questo, però, non mi turbava né mi affliggeva minimamente, anche se dimostravo di soffrirne, affinché non sembrasse che tenevo in poco conto quanto mi dicevano. Infine il provinciale mi comandò di rendere conto del mio operato davanti a tutte, e dovetti farlo.

14. Siccome avevo la coscienza tranquilla e il Signore mi aiutava, lo feci in modo tale che né il provinciale né le monache lì presenti trovarono di che ammonirmi. Parlai poi da sola più chiaramente con il provinciale, che rimase molto soddisfatto e mi promise, non appena – affermatasi la fondazione – la città fosse ritornata tranquilla, di darmi il permesso di ritornare in quel monastero. Infatti, come ora dirò, la città era in gran subbuglio.

15. Dopo due o tre giorni si riunirono il governatore, alcuni consiglieri comunali e membri del capitolo. Tutti unanimemente dissero che in nessun modo si doveva permettere la fondazione di un  monastero che era di evidente danno al bene pubblico, che bisognava togliere il santissimo Sacramento e che a nessun patto avrebbero tollerato che la cosa continuasse. Convocarono tutti gli Ordini affinché due teologi di ciascun Ordine dessero il loro parere. Alcuni tacquero, altri ci condannarono e infine conclusero che il monastero si dovesse subito sopprimere. Solo un Presentato dell’Ordine di san Domenico, sebbene fosse contrario non alla fondazione del monastero, ma alla povertà cui si conformava, disse che non era cosa da poter far sparire così, su due piedi, che bisognava rifletterci bene, perché tempo per questo ce n’era, che era un caso di competenza del vescovo, ed altre cose del genere che ottennero effetti molto positivi. Con la furia che avevano, fu una vera fortuna che non attuassero subito il loro disegno. Infine, così doveva essere, perché così voleva il Signore e ben poco potevano tutti contro la sua volontà. Adducevano le loro ragioni ed erano animati da giusto zelo; peraltro, pur senza offendere Dio, facevano soffrire me e le poche persone che favorivano il mio intento, le quali dovettero sostenere un’aspra persecuzione.

16. Era così grande il subbuglio della gente che in città non si parlava d’altro: tutti mi condannavano e ricorrevano chi al provinciale e chi al mio monastero. Di tutto quello che dicevano contro di me non avevo alcuna pena, come se non dicessero nulla; solo temevo che potesse essere soppresso il monastero. Questa preoccupazione mi affliggeva molto, come anche vedere che perdevano credito e soffrivano grandi tribolazioni le persone che mi aiutavano; per quanto dicevano di me mi pareva piuttosto di provarne gioia. E se la mia fede fosse stata un po’ più viva, non avrei avuto nessuna apprensione, ma il fatto è che l’essere alquanto scarsi in una virtù è sufficiente ad assopirle tutte. Pertanto fui in gran pena nei due giorni che in città si ebbero le adunanze che ho detto, e mentre ero così afflitta, il Signore mi disse: «Non sai che io sono onnipotente? Di che temi?», assicurandomi che il monastero non sarebbe stato soppresso. Queste parole mi confortarono molto. L’assemblea cittadina inviò una denuncia ufficiale al consiglio reale: venne ordine di aprire un’inchiesta per sapere com’era andata la cosa.

17. Ed ecco iniziarsi un lungo processo: la città mandò alcuni delegati alla Corte e dovevano andarci anche quelli da parte del monastero, ma non vi erano denari e io non sapevo come fare. Vi provvide il Signore perché il padre provinciale non mi impedì mai di occuparmene; essendo tanto amante di tutto ciò che mira alla perfezione morale, anche se non mi aiutava, non voleva ostacolarmi. Però, non mi permise di tornare al mio monastero, se non dopo aver visto come andava a finire la cosa. Quelle serve di Dio, intanto, se ne stavano sole, ma facevano più loro con le loro preghiere che non io con quanto andavo negoziando, benché fosse necessario occuparsi attivamente anche di questo. A volte, sembrava che tutto fosse finito, come, in particolare, il giorno prima della venuta del provinciale, in cui la priora mi ordinò di non occuparmene più: era la fine di tutto. Allora andai dal Signore e gli dissi: «Signore, questa casa non è mia, è stata fatta per voi. Ora che non vi è più nessuno ad occuparsene, ci pensi Vostra Maestà». Rimasi così fiduciosa e serena, come se tutti facessero trattative per me, e subito ebbi la sensazione che la cosa si sarebbe realizzata.

18. Un sacerdote, gran servo di Dio, che sempre mi aveva aiutato, amante di ogni perfezione, si recò alla Corte per occuparsi di questa faccenda e s’impegnò molto in essa. Anche quel santo gentiluomo di cui ho già parlato fece moltissimo nella presente circostanza, per favorirci in tutti i modi, e per questo motivo ebbe a soffrire molte tribolazioni e persecuzioni: io lo consideravo e lo considero ancora come un padre. Il Signore animava di tanto zelo quelli che ci aiutavano, che ognuno di essi si adoperava per noi come per una propria causa da cui dipendessero il proprio onore e la propria vita; non pensavano ad altro se non che si trattava di una cosa in cui sembrava loro di servire il Signore. Sua Maestà mostrò chiaramente di aiutare quell’ecclesiastico, maestro di teologia, di cui ho parlato, che era anch’egli fra coloro che mi aiutavano, mandato dal vescovo a rappresentarlo in una grande adunanza tenutasi a questo riguardo, in cui egli era solo contro tutti. Alla fine riuscì a calmare gli animi con il suggerire alcuni espedienti che contribuirono molto a tirarla per le lunghe; ma nessuno era in grado di evitare che di lì a poco non tornassero a giocarsi la vita, come si dice, pur di sopprimere il monastero. Questo servo di Dio di cui parlo, fu quello che aveva dato l’abito alle nuove religiose e collocato il santissimo Sacramento nella cappella: per questo si era visto oggetto di una grande persecuzione. La lotta durò quasi mezzo anno, ma raccontare minutamente le grandi sofferenze che si patirono sarebbe troppo lungo.

19. Mi meravigliavo nel vedere l’accanimento del demonio contro povere donnicciole e mi chiedevo come tutti i nostri avversari potessero credere che dodici monache e una priora – perché di più non possono essere – e di vita così austera, fossero di tanto danno alla città. Se ci fossero stati danni o errori, sarebbero ricaduti su loro stesse, ma asserire che potesse esserci un danno per la città non aveva alcun ragionevole fondamento, mentre essi ne trovavano tanti che ci avversavano in buona fede. Venivano a dirci che se la casa avesse avuto rendite, non ci avrebbero ostacolate e ci avrebbero lasciato proseguire. Io ero ormai così stanca, più che delle mie, delle sofferenze di tutti i miei sostenitori, che mi sembrava non sarebbe stato male avere una rendita finché tornasse la calma, e poi lasciarla. E credevo, a volte, nella mia miseria e imperfezione, che forse era la volontà del Signore; non avendo altra via d’uscita, ero ormai in quest’ordine di idee.

20. Si era già cominciato a trattarne quando, la sera precedente al giorno in cui si doveva definire l’accordo, mentre ero in orazione, il Signore mi disse di non farlo perché, se avessimo cominciato ad aver rendite, non ci avrebbero più permesso di lasciarle, e aggiunse altre cose. La stessa notte mi apparve il santo fra Pietro d’Alcántara, che era già morto, e prima di morire, avendo conosciuto i grandi contrasti e le grandi persecuzioni di cui eravamo oggetto, mi aveva scritto di rallegrarsi che la fondazione si facesse fra così grandi opposizioni perché, se il demonio la ostacolava tanto, era segno che il Signore sarebbe stato molto servito in questo monastero, e che in nessun modo dovevo acconsentire ad avere rendite. E su questo punto nella lettera era tornato due o tre volte concludendo che, se avessi agito così, tutto sarebbe andato secondo i miei desideri. Io l’avevo già visto altre due volte dopo la sua morte, circonfuso di gloria; pertanto, non ebbi paura, anzi mi rallegrai molto, perché appariva sempre come corpo glorificato, pieno di un tale splendore che il vederlo mi dava immensa gioia. Ricordo che la prima volta in cui lo vidi, parlandomi della sua grande felicità, fra l’altro mi disse che era stata una fortunata penitenza quella da lui fatta, per avergli meritato un premio così grande.

21. Poiché credo d’aver detto già qualcosa di questo, qui aggiungo solo che questa volta si mostrò severo e mi disse di non accettare assolutamente rendite; quindi, dopo avermi chiesto perché non volevo seguire il suo consiglio, subito disparve. Io ne rimasi spaventata e immediatamente, il giorno dopo, riferii quanto mi era accaduto a quel cavaliere che era la persona a cui ricorrevo in ogni mia necessità, come a colui che più aveva a cuore la cosa, aggiungendo che non dovevano più in alcun modo farsi trattative per una rendita, e che si mandasse pur avanti la causa. Egli, che a questo riguardo era ben più fermo di me, se ne rallegrò molto, e poi mi disse quanto a malincuore avesse aderito a quell’accomodamento.

22. In seguito si mosse di nuovo un’altra persona, gran serva di Dio e piena di grande zelo: poiché la cosa era avviata bene, consigliava di rimetterla nelle mani dei dotti. Ecco qui, per me, un’altra causa di grandi inquietudini, perché alcuni di coloro che mi aiutavano aderirono a tale proposta e questo fu un inganno del demonio, tra i peggiori di quanti ne avesse mai ordito. In tutto ebbi l’aiuto del Signore. Insomma, detto così, non si può far capire quello che soffrimmo in due anni, da quando si cominciò questa casa a quando tutto fu concluso. Ma questi ultimi sei mesi e i primi sei furono i più penosi.

23. Ora, quando in città cominciò a tornare un po’ di quiete, arrivò il padre Presentato domenicano che, pur da lontano, ci aiutava; il Signore lo fece venire nel momento più opportuno; ci fu, infatti, di grande aiuto e sembrò che Sua Maestà ne avesse disposto la venuta solo a questo fine, perché egli mi disse in seguito di essere venuto senza alcun motivo e di aver saputo solo per caso quanto accadeva. Si trattenne il tempo necessario e, prima di partire, si adoperò ad ottenere, per mezzo d’intermediari, che il nostro padre provinciale mi desse il permesso di venire in questa casa, con alcune mie compagne – sembrava impossibile che lo desse così presto – per recitare l’Ufficio divino e insegnarlo a quelle che vi erano. Il giorno che vi entrammo fu, per me, di immensa consolazione.

24. Mentre attendevo all’orazione in chiesa, prima di entrare nel monastero, ed ero quasi in rapimento, vidi Cristo che pareva mi accogliesse con grande amore e mi mettesse sul capo una corona, ringraziandomi di quanto avevo fatto per la Madre sua. Un’altra volta, mentre eravamo tutte nel coro in orazione, dopo la Compieta, vidi nostra Signora circonfusa di eccelsa gloria, in un bianco mantello, sotto il quale sembrava proteggerci tutte. Compresi allora quale alto grado di gloria il Signore avrebbe conferito alle religiose di questa casa.

25. Quando cominciammo a recitare l’Ufficio, il popolo dimostrò grande devozione per il nostro monastero. Si accettarono altre monache e il Signore cominciò a toccare il cuore di quelli che più ci avevano perseguitato, inducendoli a favorirci molto e a farci elemosine. Così venivano ad approvare quello che avevano tanto biasimato; a poco a poco rinunciarono a continuare la causa, dicendo di essere ormai convinti che la fondazione era opera di Dio perché, nonostante tanto contrasti, Sua Maestà aveva voluto che andasse avanti. Oggi non vi è nessuno a cui sembri che sarebbe stato meglio rinunziare a farla, e tutti hanno tanta cura di provvederci di elemosina che, pur non facendo noi la questua, né chiedendo nulla ad alcuno, il Signore li spinge a mandarcela e andiamo avanti senza che ci manchi il necessario; spero nella sua bontà che sia sempre così. Poiché le religiose son poche, se faranno il proprio dovere come, grazie a Sua Maestà, fanno ora, sono sicura che non mancherà mai loro il necessario e che non avranno bisogno di rendersi moleste con l’importunare la gente, avendo cura di esse il Signore, come ha fatto finora.

26. È per me una grande consolazione vedermi in questa casa con anime così distaccate, il cui unico intento è cercare di progredire nel servizio di Dio. La solitudine è la loro gioia e il solo pensiero che venga a visitarle qualcuno, anche dei parenti più stretti, che non sia loro d’aiuto ad accenderle maggiormente d’amore per il loro Sposo, è per esse un fastidio. Pertanto, in questa casa non viene nessuno che non tratti di Dio; in caso contrario, né resterebbero soddisfatti i visitatori né le monache che ricevono le visite. Esse non fanno altro che parlare di Dio e, pertanto, non intendono né sono intese se non da chi parla il loro stesso linguaggio. Noi, qui, osserviamo la Regola di nostra Signora del Carmine, che è adempiuta senza mitigazione, cioè come fu riordinata da fra Ugo, cardinale di Santa Sabina, ed emanata nel 1248 dal papa Innocenzo IV, l’anno quinto del suo pontificato.

27. Mi sembra che abbiano fruttato bene tutte le sofferenze patite. Ora, anche se la Regola comporta un certo rigore, perché non si mangia mai carne senza necessità, il digiuno è di otto mesi e si hanno altre restrizioni, come si può vedere nella stessa Regola primitiva, alle consorelle ciò appare sempre poco e osservano altre penitenze che ci sono sembrate necessarie per adempiere la regola stessa con maggior perfezione. Io spero nel Signore che l’opera incominciata progredisca molto, come egli stesso mi ha detto.

28. L’altra casa che quella mantellata di cui ho parlato volle fondare, ebbe anch’essa l’aiuto del Signore, ed è sorta in Alcalá; non sono mancate neppure a lei molte opposizioni né ha potuto evitare grandi sofferenze. So che in essa si osservano compiutamente le pratiche religiose, in conformità di questa nostra Regola primitiva. Piaccia al Signore che sia tutto a gloria e lode sua e della gloriosa Vergine Maria, di cui portiamo l’abito! Amen.

29. Forse la signoria vostra si sarà annoiato della mia lunga relazione su questo monastero, eppure è molto breve di fronte alle tante tribolazioni sofferte e alle meraviglie che il Signore vi ha operato, cose tutte delle quali esistono molti testimoni che potrebbero confermarle con giuramento. Pertanto supplico la signoria vostra, per amore di Dio, di strappare, nel caso lo creda opportuno, le altre parti di questo manoscritto, ma di conservare quanto riguarda il monastero, affidandolo, dopo la mia morte, alle consorelle che staranno qui. Le nuove venute ne saranno molto incoraggiate a servire Dio e a fare il possibile, non solo perché l’opera incominciata non vada in rovina, ma perché progredisca sempre più, vedendo quanto il Signore si è adoperato per il suo compimento, mediante uno strumento imperfetto e misero come sono io. E poiché il Signore ha voluto dimostrare così particolare interesse in favore di questa fondazione, credo che farà molto male e sarà severamente punita la religiosa che cominciasse a introdurre un rilassamento nella perfezione a cui egli stesso con il suo aiuto ha dato l’avvio, perché fosse agevole praticarla. Si può ben notare, infatti, quanto sia facile a tollerarsi, come si possa praticarla senza fatica e la grande opportunità che hanno le religiose che vogliono godere in solitudine del loro sposo Cristo Gesù, di stare sempre con lui. Questo, infatti, è ciò a cui devono sempre aspirare: star sole con lui solo. Pertanto, non saranno più di tredici, sapendo, per molti consigli avuti e avendolo costatato per esperienza, quanto convenga non oltrepassare questo numero per non perdere lo spirito a cui ci informiamo e vivere di elemosina senza chiederla. E si creda sempre di preferenza a chi, con innumerevoli sofferenze e con l’aiuto delle preghiere di molte persone, ha cercato la soluzione migliore. Sarà facile convincersi che è questo ciò che conviene, considerando la grande gioia e allegria, la scarsa fatica e la salute più prospera del solito di cui tutte godiamo da quando stiamo in questa casa. E chi giudicasse troppo duro questo genere di vita, ne incolpi il suo scarso spirito interiore, non la Regola che qui si osserva, giacché persone delicate e di pochissima salute, ma ricche di tale spirito, possono osservarla con grande facilità; e se ne vada in un altro monastero dove potrà salvarsi anche seguendo il proprio spirito.

 

 

CAPITOLO 37

Tratta degli effetti che restavano in lei dopo aver ricevuta qualche grazia dal Signore. Espone una validissima dottrina. Dice come si debba procurare e quanto si debba stimare l’acquisto di un grado maggiore di gloria, senza tralasciare, per nessuna difficoltà, beni che sono eterni.

 

1. Mi dispiace trattare ancora delle grazie che mi ha fatto il Signore. Quelle di cui ho parlato sono già troppe perché si possa credere che egli le abbia concesse a un essere così miserabile come sono io, ma per obbedire al Signore che me lo ha ordinato e alle loro signorie, dirò alcune cose a gloria sua. Piaccia a Sua Maestà che la vista di tanti favori accordati a una creatura così miserabile sia di vantaggio a qualche anima – cosa non farà egli per chi l’abbia fedelmente servito? – e si sforzino tutti di contentarlo, poiché anche in questa vita dà tali pegni.

2. Anzitutto bisogna rendersi conto che, in queste grazie che Dio concede all’anima, il godimento è più o meno grande perché in alcune visioni la gioia, il piacere, la consolazione superano talmente i diletti dati in altre, che io mi meravigliavo di così gran differenza di godimento fin da questa vita. Accade, infatti, che in talune visioni o rapimenti, il Signore ci dia tanta gioia e diletto che sembra impossibile desiderare di più in questo mondo, e l’anima, in effetti, non lo desidera né saprebbe chiedere una gioia maggiore. Però, dal momento che il Signore mi ha fatto comprendere la grande differenza che vi è in cielo tra il godimento degli uni e quello degli altri, vedo bene che anche quaggiù non c’è misura quando il Signore si compiace di accordare dei doni. E così neppure io vorrei averla nel servirlo e vorrei consacrare tutta la mia vita, le mie forze, la mia salute al suo servizio e non perdere per mia colpa neanche in minima parte la possibilità di godere di più. Pertanto, se mi chiedessero cosa preferisco, se rimanere su questa terra, con tutte le sofferenze che essa comporta, sino alla fine del mondo, e poi salire in cielo con un po’ di gloria in più, oppure andar subito in cielo senza soffrire alcuna tribolazione, ma con un po’ di gloria in meno, ben volentieri accetterei tutte le sofferenze del mondo, pur di godere un pochino di più nell’intendere le grandezze di Dio, poiché vedo bene che chi meglio lo intende, più lo ama e lo loda.

3. Non dico che non mi accontenterei e non mi riterrei fortunata di stare in cielo anche nel posto più basso, perché, avendo io meritato di averlo bassissimo nell’inferno, il Signore, così facendo, mi userebbe una gran misericordia e piaccia a Sua Maestà che io possa andare lassù e non guardi ai miei peccati. Dico solo che qualunque cosa mi dovesse costare, se io potessi, e il Signore me ne desse la grazia, soffrire grandi tribolazioni, non vorrei perdere nulla per colpa mia. Me infelice: con tanti peccati avevo perduto ogni cosa!

4. Si noti ancora che da ogni grazia che il Signore mi accordava, di visione o di rivelazione, la mia anima traeva sempre grandi vantaggi e, da alcune visioni, grandissimi. La visione di Gesù Cristo mi lasciò impressa la sua incomparabile bellezza che ho sempre davanti. Per questo sarebbe bastato vederlo una sola volta; a maggior ragione, quindi, avendolo visto tante volte, quante il Signore ha voluto farmi la grazia. Ne trassi un vantaggio grandissimo di cui ora parlerò. Avevo un difetto assai grave da cui mi erano venuti danni enormi, ed era questo: quando mi accorgevo che una persona mi voleva bene, se mi andava a genio, mi affezionavo tanto ad essa da averla sempre nella mente. Non già che avessi l’intenzione di offendere Dio, ma godevo di vederla e di pensare a lei e alle buone qualità che io le trovavo. Ciò mi procurava tanto danno da farmi perdere totalmente l’anima. Ma, dopo aver visto la gran bellezza del Signore, non trovai più nessuno che al suo confronto mi piacesse né mi occupasse la mente. Mi bastava gettare mentalmente lo sguardo sull’immagine che di lui portavo scolpita nell’anima, per sentirmi così libera da questa tentazione, che da quel momento in poi tutto ciò che vedo mi sembra ripugnante in confronto all’eccellenza e alle attrattive del Signore. Non v’è scienza né diletto di nessun genere che possa esser degno di considerazione, in paragone a quello di udire una sola parola pronunciata da quella bocca divina, tanto più, poi, se le parole son molte. Ritengo, quindi, impossibile, a meno che il Signore, in castigo dei miei peccati, non permetta che io ne perda la memoria, che alcun altro possa occuparla in modo tale che, tornando a ricordarmi di lui anche solo per un attimo, non resti libera da altro pensiero.

5. Ecco quanto mi accadde con qualche mio confessore. Io amo sempre molto quelli che mi dirigono perché, convinta come sono che facciano le veci di Dio, mi sembra di rivolgere sempre il mio affetto particolarmente ad essi e, siccome non vedevo in ciò alcun pericolo, glielo dimostravo. Essi, timorati e servi di Dio com’erano, temevano che mi attaccassi in qualche modo a loro con un particolare vincolo affettivo, sia pur santo, e mi mostravano il proprio disappunto. Questo mi avveniva dopo essermi del tutto sottomessa a far ciò che mi ordinavano, perché prima non mi affezionavo così a loro. Io ridevo fra me, vedendo come s’ingannassero, e, pur non dicendo sempre ad essi chiaramente, come lo sentivo in me, quanto poco ormai fossi attaccata a chiunque, non mancavo di rassicurarli; essi, poi, trattandomi di più, si accorgevano di ciò che dovevo al Signore; pertanto, questi timori a mio riguardo li avevano solo all’inizio. La visione di nostro Signore, essendo anche accompagnata da una continua conversazione con lui, aumentò molto il mio amore e la mia fiducia. Mi rendevo conto che, pur essendo Dio, egli è anche uomo, e come tale non si meraviglia della debolezza umana, conoscendo la nostra misera natura soggetta a molte cadute a causa del primo peccato che egli è venuto a riparare. Posso trattare con lui come con un amico, benché sia il Signore; capisco, infatti, che egli non è come quelli che quaggiù stimiamo signori, i quali ripongono tutta la loro grandezza in un fittizio sfoggio di autorità. Bisogna attenersi a ore determinate per parlare con loro e non lo possono fare che persone segnalate. Se si tratta di un poveretto che ha qualche affare da sbrigare, non parliamo dei giri, dei favori da chiedere, delle fatiche che gli dovrà costare avere una udienza. Se poi si vuole parlare con il re, la gente povera e non nobile è fuori causa; bisogna che faccia ricorso ai suoi favoriti e si può essere certi che non sono di quelli che tengono il mondo sotto i piedi, perché questi dicono la verità, non hanno timori né devono averne, non sono fatti per le corti, dove non si può agire con franchezza, ma tacere se qualcosa sembra un male, senza neanche pensare che tale sia, per non cadere in disgrazia.

6. Oh, Re della gloria e Signore di tutti i re, il vostro regno non è difeso da fragili barriere, perché è eterno, e per voi non c’è bisogno di intermediari! Basta guardarvi per vedere, dalla maestà che mostrate, che voi solo meritate il nome di Signore; non avete bisogno di scorta né di guardie perché vi riconoscano Re. Difficilmente quaggiù si può riconoscere un re quando è solo. Per quanto egli si sforzi d’essere riconosciuto come tale, nessuno gli crede, non avendo nulla che lo distingua dagli altri. Per essere creduto re, gli occorre qualche insegna esteriore, e pertanto è giusto che usi di uno sfoggio fittizio di autorità perché, se non lo facesse, non godrebbe di alcuna considerazione. Dalla sua persona, infatti, non appare alcuna potenza, e l’autorità deve venirgli da altre cose. Oh, Signor mio, oh, mio Re! Se qui si potesse descrivere la Vostra Maestà! È impossibile riconoscere che siete la stessa Maestà, la cui contemplazione fa restare sbigottiti, ma più ancora stupisce, Signor mio, insieme con essa, vedere la vostra umiltà e l’amore che dimostrate a una creatura come me. Passato quel primo senso di timore e di sbigottimento che nasce dalla vista della Maestà Vostra, si può trattare con voi e parlarvi liberamente di ogni cosa, pur restando un più grande timore, quello di offendervi, ma non per paura del castigo, mio Signore, perché questo non ha alcuna importanza in confronto al timore di perdervi.

7. Ecco, quindi, i vantaggi che si traggono da questa visione, senza parlare di altri molto grandi che restano nell’anima. Quando una visione viene da Dio, lo si vede dagli effetti che produce, purché l’anima sia nella luce, perché a volte, come ho già detto, il Signore può non voler concedergliela, lasciandola nelle tenebre. Allora, non fa meraviglia che abbia molta paura quella che si vede così miserabile come lo sono io. Proprio poco tempo fa mi è accaduto di stare otto giorni con l’impressione che non ci fosse in me neanche la possibilità di riconoscere ciò che devo a Dio né il ricordo delle sue grazie. Avevo l’anima trasognata e non sapevo perché, né a che cosa fosse rivolta: non certo a cattivi pensieri, ma mi sentivo così incapace di averne di buoni, che ridevo di me stessa, compiacendomi di vedere la miseria in cui cade un’anima quando dio non opera continuamente in lei. Essa si rende conto di non essere senza di lui, in questo stato, in cui non si hanno quelle grandi sofferenze che, come ho detto, ho provato altre volte, ma per quanto metta legna e faccia quel po’ che può da parte sua, non riesce a far ardere il fuoco dell’amor di Dio, ed è grande sua misericordia se si vede il fumo, dal quale capire che il fuoco non è spento del tutto. torna ad accenderlo il Signore, senza cui l’anima si rompe invano la testa a soffiare e a sistemare la legna: sembra, anzi, che lo soffochi sempre di più. Credo che il meglio da farsi sia che l’anima si arrenda all’evidenza dei fatti, riconoscendo che da sola non può far nulla e attenda, come ho detto, ad altre opere meritorie, perché il Signore, forse, le toglie l’orazione proprio perché si dedichi a queste opere e veda per esperienza quanto poco essa possa per se stessa.

8. È vero che oggi, mentre godevo del Signore, ho avuto l’ardire di lamentarmi di Sua Maestà, dicendogli: «Come! Non vi basta, Dio mio, di tenermi in questa misera vita, e che io per amor vostro l’accetti, e voglia vivere dove tutto m’impedisce di godervi, e debba mangiare, dormire, occuparmi di affari e trattare con la gente? Io sopporto ogni cosa per amor vostro, ma ben sapete, Signore, quanto ciò mi sia di tormento, e perché allora vi nascondete nei pochi istanti di cui dispongo per godere di voi? Com’è compatibile tutto questo con la vostra misericordia? Come può sopportarlo l’amore che nutrite per me? Credo, Signore, che se potessi nascondermi a voi come voi vi nascondete a me, il vostro amore per me non lo sopporterebbe: voi, infatti, ve ne state con me e mi vedete sempre. No, questo è intollerabile, mio Signore; vi supplico di considerare che è fare ingiuria a chi tanto vi ama».

9. Queste ed altre cose del genere mi è accaduto di dire, pur avendo visto quanto era blando il castigo preparato per me nell’inferno, in paragone di quel che avrei meritato. Ma, a volte, l’amore mi fa perdere il senno a tal punto che non sono più padrona di me e con piena convinzione esplodo in questi lamenti, sopportata sempre dal Signore. Sia lodato questo Re così buono! Potremmo mai parlare ai re della terra con tanto ardire? Non mi meraviglio che non si osi parlare così con il re, essendo giusto che se ne abbia rispetto, come anche che lo si abbia per le prime autorità del regno; ma ora il mondo è arrivato a tal punto che sarebbe necessaria una vita più lunga per imparare le precise cerimonie e i nuovi modi di convenienze sociali, se si vuole spendere anche un po’ di tempo al servizio di Dio. Mi faccio il segno della croce nel vedere quello che accade. Sta di fatto che, quando sono venuta in questa casa, non sapevo ormai più come vivere perché le persone, trattando le quali si cade in qualche distrazione e a cui non si rende un omaggio superiore a quanto meritano, non se la prendono a ridere, ma se la prendono così seriamente per offesa che occorre vi giustifichiate spiegando le vostre buone intenzioni, in quanto è stata – come ho detto – solo una distrazione, e piaccia a Dio che lo credano!

10. Torno a dire che, senza dubbio, io non sapevo come vivere, poiché una povera anima prova una grande sofferenza: da una parte, le comandano di tener sempre occupato il pensiero in Dio, essendo necessario volgerlo a lui per liberarsi da molti pericoli; dall’altra parte, vede che deve guardarsi dal contravvenire minimamente alle usanze del mondo, sotto pena di non evitare di essere occasione di risentimento per coloro che fanno consistere il loro onore nel conformarvisi. Ero proprio stanca e non finivo mai di chiedere scusa, perché non potevo, pur sforzandomi di riuscirci, evitare di commettere, a questo riguardo, molte mancanze che, come ho detto, agli occhi del mondo non sono piccole. Forse che per noi degli Ordini religiosi – che giustamente in tali casi dovremmo essere scusati – c’è una giustificazione? No, perché dicono che i monasteri devono essere corte di convenienze sociali e conoscerle. Io davvero non riesco a capirlo; mi sono chiesta se mai qualche santo abbia detto che i monasteri devono essere delle «corti», cioè scuole d’insegnamento per coloro che vogliono diventare cortigiani del cielo, e che gli altri lo abbiano inteso alla rovescia. Non so, infatti, come chi dev’essere costantemente impegnato a contentare Dio e a disprezzare il mondo, possa darsi pensiero di questo, preoccupandosi tanto di soddisfare in cose mutevoli coloro che vivono nel mondo stesso. Se si potessero almeno imparare d’un colpo, pazienza! Ma oggi, solo per i titoli delle lettere ci vorrebbe una scuola che insegni anche, per così dire, come scriverle, perché ora bisogna lasciare il margine da una parte ora dall’altra, e bisogna dare dell’illustre a chi non si dava prima neppure del magnifico.

11. Non so dove si andrà a finire, perché non ho ancora cinquant’anni e nel corso della mia vita ho visto tanti cambiamenti che non so più come vivere. Che sarà di coloro che nascono adesso, se vivranno a lungo? Compatisco sinceramente le persone spirituali costrette a vivere nel mondo per qualche santo scopo, essendo terribile la croce che devono portare per questo motivo. Se si potessero mettere tutti d’accordo a voler passare per ignoranti ed essere considerati tali in questa scienza, si libererebbero da una gran schiavitù.

12. Ma in quante sciocchezze mi sono cacciata! Per trattare delle grandezze di Dio, ho finito col parlare delle bassezze del mondo. Poiché il Signore mi ha fatto la grazia di averlo lasciato, voglio uscirne del tutto; se la vedano un po’ coloro che con tanti sacrifici sostengono queste cose da nulla. Piaccia a Dio che non le debbano pagar care nell’altra vita, dove non ci saranno mutamenti! Amen.

 

 

CAPITOLO 38

In cui parla di alcune straordinarie grazie che il Signore le fece, sia per la rivelazione di qualche segreto del cielo, sia per altre grandi visioni e notizie di cui si degnò di favorirla. Parla degli effetti che le lasciavano e il grande vantaggio che ne traeva la sua anima.

 

1. Una notte, mentre stavo così male che volevo sottrarmi dal fare orazione, presi un rosario per pregare vocalmente, cercando di non raccogliermi col pensiero, anche se esteriormente lo ero, perché mi trovavo in un oratorio. Ma contro il volere di Dio ben poco giovano questi sforzi. Ben presto fui presa da un rapimento di spirito così violento che mi fu impossibile resistere. Mi parve di trovarmi in cielo; le prime persone che v’incontrai furono mio padre e mia madre, e vidi tali meraviglie – in così breve spazio di tempo come ce ne vuole per dire un’Ave Maria – che ne rimasi trasecolata, sembrandomi una grazia straordinaria. Quanto alla brevità del tempo, può darsi che sia stato anche più lungo, ma a me parve proprio brevissimo. Ebbi il timore che si trattasse di un inganno; sebbene non mi sembrasse tale, non sapevo che cosa fare, perché sentivo una gran vergogna di parlarne con il confessore, e non credo che fosse per umiltà, ma per il fatto che, probabilmente, si sarebbe burlato di me dicendo: «Ma vedi un po’ che san Paolo o che san Girolamo abbiamo qui, che riesce a vedere le cose del cielo!». Poiché solo questi gloriosi santi avevano avuto tali visioni, i miei timori crescevano e non facevo che piangere a dirotto, sembrandomi di non approdare a nulla. Infine, benché assai a malincuore, andai dal confessore al quale non osavo mai tacere alcuna cosa, nemmeno ciò che più mi costava dire, per il grande timore che avevo d’essere ingannata. Egli, vedendomi così travagliata, mi consolò molto e mi disse tante cose adatte a togliermi di pena.

2. Con l’andare del tempo, mi è accaduto, e talvolta mi accade ancora questo: il Signore mi scopre via via più grandi segreti; siccome non c’è nulla da fare per l’anima, se vuol vedere più di quello che egli le mostra, essendole impossibile, ogni volta io non vedevo più di quello che il Signore voleva farmi vedere. Era però tanto, che il meno di ciò che mostrava era sufficiente a lasciarmi sbigottita e ad avvantaggiarmi l’anima nel farle conoscere e disprezzare tutte le cose del mondo. Io vorrei poter dare un’idea del meno che vedevo, ma pensando come riuscirvi, trovo che è impossibile, perché solo la differenza tra la luce che vediamo qui e quella che appare lì, dove tutto è luce, non permette alcun confronto; di fronte ad essa perfino la luce del sole sembra molto offuscata. Insomma, neanche la più raffinata immaginazione riuscirà mai a descrivere non solo quella luce, ma neppure una delle grandi meraviglie che il Signore mi ha svelato, dandomi, insieme, una gioia così straordinaria che non si può esprimere, essendo tutti i sensi pervasi da un godimento di tale alto grado e di così gran dolcezza che non ci sono parole per dirlo; e, pertanto, è meglio non aggiungere altro.

3. Una volta rimasi più di un’ora in questo stato durante il quale mi sembrava che il Signore mi facesse vedere cose meravigliose, standomi molto vicino, finché mi disse: «Guarda, figlia mia, che cosa perdono coloro che mi sono nemici. Non tralasciare di farglielo sapere». Ahimè, Signor mio, quanto poco potranno giovare le mie parole a chi è reso cieco dalle sue azioni, se la Maestà vostra non gli dà luce! Alcune persone a cui l’avete data si sono certo migliorate per la conoscenza delle vostre grandezze, senonché le vedono, mio Signore, rivelate a un essere così miserabile e vile come son io, che mi pare già molto se vi sia stato qualcuno che mi abbia creduto. Siano benedetti il vostro nome e la vostra misericordia poiché io, per lo meno, ho riscontrato un evidente miglioramento spirituale. L’anima mia, dopo queste visioni, avrebbe voluto starsene sempre lassù, e non tornare più a vivere nel mondo di cui le era rimasto un gran disprezzo per tutto. Mi sembrava spazzatura, e capisco quanta bassezza sia da parte nostra fermarsi a occuparsene.

4. Una volta, mentre stavo con quella signora di cui ho parlato ed ero in preda a una crisi di cuore, perché, come ho detto, ho avuto forti attacchi di questo male, anche se ora non è più così, mi accadde che ella, caritatevole com’era, mi facesse tirar fuori gioielli d’oro e di pietre preziose – ne aveva di gran valore, specialmente uno di diamanti molto pregiati –, convinta, certo, di sollevarmi, mentre io tra me e me sorridevo di compassione nel vedere in che cosa gli uomini ripongono la loro stima, ricordando quello che il Signore ci tiene preparato, e pensavo che, malgrado ogni mio sforzo, non sarei mai riuscita a tenere quelle cose in qualche conto, a meno che il Signore non mi togliesse il ricordo di altre. Ciò conferisce all’anima una superiorità così grande che non credo possa esser compresa se non da chi la possiede: è un distacco totale e assoluto, che non comporta alcuno sforzo da parte nostra perché opera esclusiva di Dio, il quale fa vedere così al vivo queste verità che esse restano talmente impresse da rendere evidente che non avremmo potuto acquistarle da noi in quel modo e in così breve tempo.

5. Mi restò anche ben poco timore della morte, di cui sempre ho avuto molta paura; ora essa mi sembra cosa assai facile per chi serve Dio, perché in un attimo l’anima si vede libera da questo carcere e attinge il suo riposo. E mi pare che il volo dello spirito in cui Dio mostra tante meraviglie nei rapimenti di cui ho detto, sia molto simile a quando, uscita dal corpo, l’anima si vede in un attimo nel possesso di ogni bene. Lasciando da parte i dolori con cui si è strappati alla vita, perché non bisogna badarci, io credo che la morte di coloro i quali abbiano amato veramente Dio e abbiano rinunciato alle cose di quaggiù, debba essere molto dolce.

6. Quella visione mi aiutò anche molto, credo, a conoscere la nostra vera patria e a capire che qui noi siamo pellegrini. È una gran cosa vedere ciò che ci attende in cielo e sapere dove dovremo vivere. Come, quando ci si deve trasferire stabilmente in un altro paese, ci è di grande aiuto, per sopportare la fatica del viaggio, l’aver già visto che è un paese dove si può star assai confortevolmente, così è per l’anima alla quale, con questa visione, riesce facile considerare le cose del cielo e procurare di stabilire lì la sua conversazione. Questo è di gran profitto perché solo la vista del cielo induce l’anima al raccoglimento; avendo, infatti, il Signore voluto mostrarci qualcosa di quel che vi è lassù, mi viene fatto di pensare – e mi accade spesso – che coloro nei quali trovo compagnia e conforto siano quelli di lassù, i soli a sembrarmi veramente vivi, mentre questi di quaggiù mi paiono così morti che nessuno potrebbe farmi compagnia, specialmente quando sono presa da quegli slanci d’amore.

7. Tutto ciò che vedo con gli occhi del corpo mi appare sogno e finzione; non desidero se non quello che ormai ho visto con gli occhi dell’anima e, sentendomene ancora lontana, questo, per me, equivale a morire. Infine, è enorme la grazia che il Signore fa dando simili visioni, perché sono di grande aiuto all’anima anche per portare la pesante croce della vita, ove nulla la soddisfa, tutto la disgusta. E se il Signore non volesse, a volte, cancellarle dalla memoria quanto ha visto, benché poi torni a ricordarsene, non so come resisterebbe a vivere. Sia egli sempre benedetto e lodato! Piaccia a Sua Maestà, per il sangue versato da suo Figlio per me, che, avendomi voluto far intendere qualcosa di beni così eccelsi, io possa cominciare in qualche modo a goderne e non mi accada quanto avvenne a Lucifero che, per colpa sua, perse tutto. Non lo permetta, essendo quello che egli è, perché a volte io lo temo molto, anche se, d’altra parte, mi sento quasi sempre sicura della misericordia di Dio che, avendomi liberata da tanti peccati, non vorrà ritirare da me la sua mano, perché io abbia a perdermi. Io supplico la signoria vostra, padre, di chiedere sempre questo al Signore per me.

8. Ma tutte le suddette grazie non sono così grandi, a mio parere, come quella di cui parlerò, per molti motivi, specialmente per i molti beni che io ne trassi e la grande forza di cui l’anima restò corroborata, sebbene, anche considerato a sé, ognuno di questi vantaggi sia così grande che non si possono stabilire confronti.

9. Una vigilia della Pentecoste, dopo la Messa, me ne andai in un luogo molto appartato, dove spesso mi ritiravo a pregare e mi misi a leggere nel Cartusiano ciò che riguardava questa festa. Leggendo i segni dai quali gli incipienti, i proficienti e i perfetti possono capire se lo Spirito santo è in loro, considerati questi tre stati, mi parve – a quanto potevo giudicare – che, per la bontà di Dio, tale spirito fosse anche in me. Ne ringraziai il Signore e mi ricordai di aver letto lo stesso passo altre volte, quando ero del tutto priva di quei segni: ciò mi appariva così chiaramente come ora vedevo l’opposto in me; pertanto, riconobbi l’importanza della grazia concessami dal Signore e, considerando il luogo che mi ero meritata nell’inferno per i miei peccati, rendevo grandi lodi a Dio per il cambiamento operatosi nella mia anima, tale che mi sembrava di non riconoscermi. Mentre facevo queste considerazioni fui presa da un gran rapimento, senza che ne capissi il motivo; pareva che l’anima volesse uscirsene dal corpo, incapace di contenersi in sé e di attendere oltre un tanto bene. Era un trasporto così impetuoso e, a mio giudizio, così diverso da quello avuto altre volte, che non potevo dominarmi. Non capivo cosa avesse né cosa volesse la mia anima per essere così turbata. Cercai un appoggio, non potendo reggermi neppure seduta perché mi veniva meno ogni forza fisica.

10. In questo stato, vidi sulla mia testa una colomba molto diversa dalle nostre perché non aveva penne, come queste, e le sue ali erano fatte di piccole conchiglie che emanavano un grande splendore. Era più grande delle solite colombe e mi pareva di udirne il frullo delle ali. Avrà volato per lo spazio di un’Ave Maria, ma l’anima nello stato in cui era, fuori di se stessa, la perse di vista; il mio spirito, in compagnia di un così gradito ospite, si rasserenò, mentre, a mio parere, una grazia così sublime avrebbe dovuto turbarlo e sbigottirlo; ma appena cominciai a godere di quell’apparizione, scomparve ogni timore, venne, col godimento, la pace, e io rimasi in estasi.

11. La gioia di questo rapimento fu grandissima. Passai la maggior parte di quella festa così sbalordita e istupidita, da non sapere che cosa facessi né come avessi potuto essere oggetto di un favore e di una grazia così eccelsi. Dalla grande gioia mi pareva di non udire né vedere nulla. Mi accorsi di aver fatto, da quel giorno, un enorme progresso per un più elevato amor di Dio e per l’aumento di forza nelle virtù. Sia egli benedetto e lodato per sempre! Amen.

12. Un’altra volta vidi la stessa colomba sulla testa di un padre dell’Ordine di san Domenico, salvo che mi sembrò che i raggi e lo stesso splendore delle ali si estendessero molto di più; intesi con ciò che egli avrebbe condotto molte anime a Dio.

13. Un’altra volta vidi nostra Signora che poneva un manto bianchissimo indosso al Presentato di questo stesso Ordine, di cui ho parlato qualche volta. Mi disse che, per il servizio che le aveva reso nell’aiutare la fondazione di questo monastero, gli dava quel manto come segno che ella avrebbe sempre vegliato, d’allora in poi, sulla purezza dell’anima sua, evitandogli di cadere in peccato mortale. Sono sicura che è stato così perché di lì a pochi anni morì, e furono tali sia la sua vita, tutta intessuta di penitenza, sia la sua morte, tutta improntata a santità, che non c’è da averne alcun dubbio. Un frate che aveva assistito alla sua morte mi disse che, prima di spirare, gli aveva detto che san Tommaso gli stava vicino. Morì pieno di gioia e del desiderio di abbandonare questo esilio. In seguito mi è apparso qualche volta, circonfuso di gloria, e mi ha detto alcune cose. Era così dedito all’orazione che alla fine della sua vita, pur volendo evitarla a causa della grande debolezza, non vi riusciva, perché soggetto di continuo ai rapimenti. Mi scrisse poco prima di morire chiedendomi a quale mezzo avrebbe potuto far ricorso, perché appena finiva di celebrare la Messa, restava a lungo in estasi, senza poterlo evitare. Infine, Dio gli diede il premio per il molto che lo aveva servito in tutta la sua vita.

14. Ho visto anche alcune delle grandi grazie elargite dal Signore al rettore della Compagnia di Gesù di cui talvolta ho fatto menzione, ma non voglio qui parlarne per non dilungarmi troppo. Una volta ebbe a soffrire una grande pena per una spietata persecuzione che gli procurò una profonda afflizione. Mentre, un giorno, ascoltavo la Messa, nel momento dell’elevazione vidi Cristo in croce: m’incaricò di riferirgli alcune sue parole di conforto, con altre intese a prevenirlo di ciò che sarebbe accaduto, ricordargli quello che egli aveva patito per lui e prepararlo a soffrire ancora. Ne ebbe gran conforto e coraggio, ed è poi tutto avvenuto come il Signore mi aveva detto.

15. Grandi cose ho visto, inoltre, circa tutto l’Ordine di questo padre, che è quello della Compagnia di Gesù: ne ho visto a volte i religiosi in cielo con in mano bianche bandiere e, ripeto, ho visto altre cose ancora, degne di molta ammirazione; pertanto nutro una grande venerazione per quest’Ordine, avendo trattato molto con i suoi membri, la cui vita è apparsa conforme a quanto su di essi Dio mi ha fatto capire.

16. Una sera, mentre ero in orazione, il Signore cominciò a dirmi alcune parole che mi fecero tornare in mente quanto la mia vita fosse stata cattiva e mi riempirono di confusione e di dolore perché, anche se non pronunciate con rigore, producono un tale sentimento di pena da far morire. Serve di più, per conoscere la nostra miseria, una sola di queste parole che più giorni passati a considerarla in continuazione, perché in esse è scolpita una innegabile verità. Mi ricordò, dunque, le affezioni e la vanità che avevo avuto e mi disse che dovevo apprezzare molto che egli mi permettesse di concedere a lui il mio affetto, dopo averlo così male impiegato, e che si degnasse di accettarlo. Altre volte mi disse di ricordarmi del tempo in cui sembrava che io avessi per onore andare contro il suo; altre, di ricordarmi ciò che gli dovevo, avendomi egli fatto maggiori grazie proprio mentre io più l’offendevo. Quando commetto qualche mancanza, e non sono mai poche, Sua Maestà me le fa vedere in modo tale che mi sento annientare e, poiché ne ho sempre molte, ciò avviene di frequente. Mi accadeva a volte, dopo aver ricevuto un rimprovero dal confessore, di voler trovare conforto nell’orazione e di sentirmi lì rimproverare davvero.

17. Tornando, dunque, a quello che dicevo, quando il Signore cominciò a ricordarmi la mia misera vita, pur mettendomi a piangere, siccome allora – a quanto mi pareva – non avevo commesso nulla di male, pensai che mi volesse fare qualche grazia, perché di solito, prima che io riceva qualche grande favore dal Signore, egli mi umilia profondamente per farmi vedere più chiaramente quanto sia indegna di meritarlo. Pensavo, dunque, che così facesse. Di lì a poco, infatti, il mio spirito fu preso da un tale rapimento che mi parve quasi d’essere uscita dal corpo, per lo meno non mi rendevo conto di vivere in esso. Vidi l’umanità sacratissima di Cristo in così smisurata gloria come non mai. Mi si offrì alla vista in modo chiaro e ammirabile nel seno del Padre: non saprei, però, dire in che forma, perché mi parve di essere in presenza della divinità senza vedere nulla. Rimasi così stupita e fuori di me, che credo di aver passato vari giorni senza poter rinvenire. Mi sembrava d’aver sempre presente quella maestà del Figlio di Dio, quantunque non nella forma di allora. Questo lo capivo bene, ma tale vista resta così impressa nell’immaginazione che – per quanto sia trascorsa rapidamente – non si può dimenticarla per qualche tempo, ed è di grande conforto e anche profitto.

18. Ho avuto questa stessa visione altre tre volte. A mio giudizio, è la più elevata di quante il Signore me ne abbia concesse e produce effetti straordinari. Sembra che purifichi l’anima in modo sorprendente e che tolga quasi ogni forza alla nostra sensualità. È una grande fiamma che sembra bruciare e distruggere tutti i desideri della vita. Sebbene, grazie a Dio, io non li avessi ormai rivolti a cose vane, tuttavia mi fu ben chiaro come tutto quaggiù è vanità e quale vanità delle vanità siano gli imperi del mondo. È un grande insegnamento per elevare i desideri alla pura verità. Resta il suggello di una devozione che io non so spiegare, ma che è molto diversa da quella che possiamo qui procurarci da noi. L’anima prova terrore nel pensare come abbia osato e come qualcuno possa osare di offendere una maestà così grande.

19. Ho già parlato altre volte degli effetti di queste visioni e cose simili, ma, come ho detto, i vantaggi sono più o meno grandi; quelli di quest’ultima, peraltro, sono grandissimi. Quando andavo a comunicarmi e mi ricordavo della imponente maestà che avevo visto, pensando che quella stessa cosa era nel santissimo Sacramento, e spesso il Signore me la faceva vedere nell’ostia, i capelli mi si rizzavano in testa e mi sentivo annientare. Oh, Signor mio, se voi non velaste la vostra grandezza, chi oserebbe venire a voi tante volte per unire con la vostra immensa Maestà un’anima così piena di sozzure e di miserie? Siate benedetto, Signore! Vi lodino gli angeli e tutte le creature per aver commisurato tutto alla nostra debolezza, in modo che, godendo di così sovrane grazie, non ci atterrisca la vostra gran potenza, tanto da non farci osare di goderne, deboli e misere creature come siamo.

20. Ci sarebbe potuto accadere come a quel contadino la cui avventura sono certa che andò così: aveva trovato un tesoro che superava di molto i suoi modesti desideri. Vedendosene in possesso, fu preso da una tale malinconia che a poco a poco venne a morire, unicamente di tristezza e della preoccupazione di non sapere che farne. Se non l’avesse trovato d’un colpo, ma glielo avessero dato poco per volta, sostenendolo con esso, sarebbe stato più felice di quando era povero e non gli sarebbe costato la vita.

21. Oh, ricchezza dei poveri, come mirabilmente sapete sostentare le anime a cui, senza che vedano d’un colpo così grandi ricchezze, le andate mostrando a poco a poco! Io, nel contemplare una così grande maestà celata in così piccola cosa come è un’ostia, non posso fare a meno di ammirare la vostra grande sapienza. Non so come il Signore mi dia forza e coraggio per avvicinarmi a lui; se egli, che mi ha fatto e mi fa così straordinarie grazie, non me li desse, non mi sarebbe possibile dominarmi e rinunziare a proclamare a gran voce così grandi meraviglie. Cosa non deve, dunque, provare una miserabile come me, carica di abominazioni, che ha speso la sua vita avendo così poco timore di Dio, nell’avvicinarsi a questo Signore di così grande maestà, quando vuole che la mia anima lo veda? Come può accostare la sua bocca che ha proferito tante parole contro di lui a quel corpo gloriosissimo pieno di purezza e di misericordia? L’anima che non lo ha servito prova più rammarico e afflizione per l’amore che manifesta quel volto di tanta bellezza con quella sua espressione tenera e dolce, di quanto non provi timore per la maestà che in lui vede. Che cosa, allora, avrò provato io che ho visto due volte ciò che dirò?

22. Certo, mio Signore e gloria mia, starei quasi per dire che, in qualche modo, in queste grandi afflizioni della mia anima ho fatto qualcosa in vostro servizio. Ahimè! Non so cosa dico, quando scrivo queste cose e mi sembra, quasi, di non esser io a parlare, perché, richiamandole alla memoria, mi sento turbata e quasi fuori di me; ma, poiché non possiamo avere neppure un pensiero buono se voi non ce lo date, non c’è motivo per alcuna gratitudine; io sono la debitrice, Signore, e voi l’offeso.

23. Un giorno, mentre andavo a comunicarmi, vidi con gli occhi dell’anima, più chiaramente che con quelli del corpo, due demoni, di un aspetto abominevole. Mi pareva che le corna cingessero la gola del povero sacerdote e vidi il mio Signore con la maestà che ho detto, fra quelle mani, nell’ostia che egli si preparava a darmi, segno evidente che erano mani di uno che lo offendeva: capii che quell’anima si trovava in peccato mortale. Come poter dire, Signor mio, l’orrore di vedere la vostra bellezza in mezzo a così abominevoli figure? I demoni stavano innanzi a voi come sbigottiti e tremanti ed era evidente che sarebbero fuggiti volentieri, se voi li aveste lasciati andar via. Ne ebbi tale turbamento che non so come potei comunicarmi e rimasi in gran timore ritenendo che, se si trattava di una visione proveniente da Dio, egli non avrebbe permesso che io vedessi lo stato peccaminoso di quell’anima. Ma il Signore stesso mi disse di pregare per lui, aggiungendo che l’aveva permesso per farmi conoscere il valore delle parole della consacrazione, in virtù delle quali Dio è lì presente, per quanto possa essere indegno il sacerdote che le pronuncia e per mostrarmi la sua grande bontà nel porsi fra le mani di un suo nemico, pur di operare il mio bene e quello di tutti. Mi resi conto allora di quanto i sacerdoti siano obbligati più degli altri ad essere virtuosi, di come sia atroce ricevere indegnamente questo santissimo Sacramento e di quanto potere abbia il demonio su un’anima in peccato mortale. Ne trassi gran vantaggio e più chiara conoscenza di ciò che dovevo a Dio. Sia egli benedetto per sempre!

24.Un’altra volta mi accadde una cosa analoga che mi spaventò moltissimo. Mi trovavo in un luogo dov’era morta una certa persona che, a quanto seppi, era vissuta assai male e per molti anni; ma negli ultimi due anni era stata inferma e in alcune cose sembrava si fosse emendata. Morì senza confessarsi; ciò nonostante, mi pareva che non avrebbe dovuto dannarsi. Senonché, mentre ne vestivano e avvolgevano la salma nel lenzuolo funebre, vidi una quantità di demoni che prendevano quel corpo come se volessero giocarci, ma anche farne giustizia, perché con grossi arpioni se lo passavano l’un l’altro, il che fu causa di un grande spavento. E, vedendolo portare alla sepoltura con gli onori e le cerimonie d’uso per tutti, pensavo alla bontà di Dio che, non volendo che quell’anima fosse infamata, faceva rimanere occulto il fatto che gli era stata nemica.

25. Ero quasi inebetita per quello che avevo visto. Durante tutto l’Ufficio non notai alcun demonio, ma quando il corpo fu calato nel sepolcro, era tale il numero di quelli che stavano già dentro per prenderlo, che io rimasi come fuori di me di fronte a tale spettacolo e mi ci volle non poco coraggio per dissimulare il mio turbamento. Mi chiedevo che cosa avrebbero fatto di quell’anima, se s’impadronivano in quel modo del suo misero corpo. Piacesse al Signore che questo che io vidi – spettacolo davvero spaventoso – potessero vederlo tutti coloro che si trovano in peccato mortale, perché mi pare che sarebbe assai efficace per indurli a vivere come si deve. Tutto ciò mi ha fatto conoscere meglio quanto debba a Dio e da quali mali egli mi abbia liberata. Finché non ne parlai con il mio confessore mi rimase una gran paura, nel dubbio che fosse un inganno del demonio per infamare quell’anima, benché non fosse proprio in fama di santità; è certo che, quando me ne ricordo, inganno o no, mi si rinnova la paura.

26. Giacché ho cominciato a parlare di visioni di morti, voglio dire alcune cose che il Signore si è compiaciuto di farmi conoscere a proposito di qualche anima. Ne dirò poche, per essere breve, e perché non le ritengo necessarie, cioè di alcun profitto. Mi annunciarono che era morto un religioso nostro ex provinciale, che al momento del decesso lo era di un’altra provincia, col quale io avevo avuto rapporti e a cui ero debitrice di alcuni buoni servigi. Era un uomo pieno di virtù, ma non appena seppi della sua morte, rimasi molto turbata, temendo della sua salvezza, perché era stato superiore per vent’anni, il che mi è sempre causa di gran timore, sembrandomi assai pericoloso aver la direzione delle anime. Pertanto, in grande agitazione, mi recai in un oratorio, ove offrii in suo suffragio tutto il bene che avevo fatto nella mia vita, ed essendo ben poca cosa, supplicai il Signore di supplire con i suoi meriti a ciò di cui aveva bisogno quell’anima per uscire dal purgatorio.

27. Mentre stavo chiedendo questo al Signore con tutto il fervore possibile, mi sembrò di vederlo uscire dalla terra, alla mia destra, e salire al cielo con indicibile letizia. Egli era ormai molto vecchio, ma io lo vidi dell’età di circa trent’anni, e forse anche meno, con un grande splendore nel viso. Questa visione scomparve presto; ne rimasi, però, così confortata, che la sua morte non poté più darmi pena, malgrado vedessi molte persone assai afflitte per lui, che era molto amato. Era così grande la consolazione della mia anima, che non me n’importava più nulla, né era possibile dubitare che la visione fosse buona, voglio dire che non fosse un’illusione. Non erano passati più di quindici giorni dalla sua morte; tuttavia, non trascurai di raccomandare che si pregasse per lui, e lo feci anch’io, salvo che non potevo farlo con quell’impegno che ci avrei messo se non avessi avuto quella visione. Quando, infatti, il Signore mi mostra l’ascesa al cielo di un’anima, e poi voglio raccomandargliela, non posso fare a meno di pensare che è come fare elemosina a un ricco. Seppi in seguito – perché morì assai lontano da qui – quale morte Dio gli aveva concesso. Fu di così grande edificazione che lasciò tutti pieni di meraviglia, così per la lucidità di mente come per le lacrime e l’umiltà con cui era spirato.

28. Era morta in questa casa da poco più di un giorno e mezzo una monaca che era una gran serva di Dio. Mentre una religiosa stava leggendo una lezione dell’Ufficio dei defunti che si recitava nel coro per lei, io stavo in piedi, per aiutarla a dire il responsorio. A metà della lezione la vidi e mi parve che la sua anima uscisse dalla stessa parte della precedente visione e se ne andasse in cielo. Questa non fu una visione immaginaria, come la prima; fu come le altre di cui ho parlato, ma sono tutte visioni che non lasciano dubbi.

29. Sempre in questa mia stessa casa morì un’altra monaca, di circa diciotto o vent’anni. Era stata sempre ammalata, ma, ciò nonostante, gran serva di Dio, sempre assidua al coro e molto virtuosa. Pensai che, certamente, non sarebbe passata per il purgatorio, avendo sofferto tante malattie da avere molti meriti perché le fosse risparmiato. Infatti, circa quattro ore dopo la sua morte, mentre si recitavano le Ore prima di seppellirla, la vidi uscire dal medesimo luogo e andarsene in cielo.

30. Un giorno, mentre ero in un collegio della Compagnia di Gesù, in preda a quelle grandi sofferenze di anima e di corpo che qualche volta, come ho detto, avevo e tuttora ho, mi sentivo talmente affranta da essere incapace – a quanto ricordo – anche di concepire un buon pensiero. La notte stessa era morto in quella casa un fratello della Compagnia: mentre lo raccomandavo a Dio come potevo e ascoltavo la Messa che un altro padre gesuita celebrava in suo suffragio, caddi in un profondo raccoglimento e lo vidi salire in cielo con molta gloria, accompagnato dal Signore. Capii che egli lo accompagnava per un particolare favore.

31. Era molto ammalato anche un religioso del nostro Ordine, di straordinaria virtù: mentre ascoltavo la Messa, entrai in raccoglimento e vidi che era morto e che saliva al cielo senza passare per il purgatorio. A quanto seppi dopo, era morto nella stessa ora in cui l’avevo visto. Mi stupii del fatto che non fosse passato per il purgatorio; ma mi fu detto che, essendo stato un religioso fedelmente rispettoso della sua Regola, le Bolle dell’Ordine gli erano state utili a renderlo esente dal purgatorio. Non so perché mi fu rivelato questo, ma credo perché capissi che l’abito non fa il monaco; voglio dire che non basta portare l’abito religioso per godere dei benefici di questo stato di maggior perfezione che è la vita monastica.

32. Non voglio parlar oltre di queste cose perché, come ho detto, non c’è motivo di farlo, anche se sono molte le visioni di cui il Signore mi ha fatto la grazia. Ma in tutte quelle che ho avuto non ho mai visto nessun’anima che abbia evitato di entrare nel purgatorio, tranne quella del padre anzidetto, quella del santo fra Pietro d’Alcántara e quella del padre domenicano di cui ho parlato. Di alcuni il Signore si è compiaciuto di farmi vedere il grado di gloria che hanno e il posto che occupano in cielo, e grande è la differenza che c’è tra gli uni e gli altri.

 

 

CAPITOLO 39

Prosegue sullo stesso argomento delle insigni grazie che il Signore le ha fatto e dice come le abbia promesso di aiutare le persone che ella gli avrebbe raccomandato, segnalando vari casi in cui il Signore le ha concesso questo favore.

 

1. Un giorno stavo pregando insistentemente il Signore perché restituisse la vista a una persona a cui ero molto obbligata, che l’aveva perduta quasi del tutto. Mi faceva una gran pena, ma temevo che, per i miei peccati, il Signore non mi avrebbe ascoltata. Mi apparve allora come altre volte e, mostrandomi la piaga della mano sinistra, con l’altra ne tirò fuori un grosso chiodo che vi era infilato. Mi sembrava che, insieme al chiodo, tirasse fuori la carne; il suo grande dolore, che mi straziava, era evidente. Mi disse di non temere, perché chi aveva tanto sofferto per me, a maggior ragione avrebbe fatto quello che gli chiedevo. Mi promise che non ci sarebbe stato nulla che io gli chiedessi che egli non avrebbe fatto, ben sapendo che io non gli avrei mai chiesto alcuna cosa che non fosse conforme alla sua gloria. Pertanto avrebbe esaudito la preghiera che in quel momento gli rivolgevo; anche quando non lo servivo, potevo vedere io stessa che non gli avevo mai chiesto nulla che egli non mi avesse concesso, meglio e più di quanto avessi potuto chiedere; a maggior ragione l’avrebbe fatto ora che sapeva che io l’amavo, perciò non ne dovevo dubitare. Non erano ancora passati, credo, otto giorni, che quella persona riacquistò la vista. Il mio confessore lo venne a sapere subito. Può anche darsi che ciò non fosse per le mie preghiere, ma siccome io avevo avuto quella visione, ne fui così certa che ne ringraziai Sua Maestà come di una grazia fatta a me.

2. Un’altra volta c’era una persona molto ammalata di una malattia assai penosa, che non dico per non sapere di che genere fosse. Era intollerabile ciò che soffriva da due mesi, in preda ad un tormento da cui si sentiva dilaniare. Andò a vederla il mio confessore, che era quel rettore già ricordato, e, avendone gran pena, mi pregò di farle una visita, anche perché si trattava di una persona per la quale potevo farlo, essendo mia parente. Ci andai e ne ebbi tanta compassione, che cominciai a pregare il Signore con molta insistenza per la sua salute. La grazia mi parve molto evidente, questa volta, perché subito, il giorno dopo, era completamente guarita da quel male.

3. Un giorno mi sentivo profondamente afflitta, perché avevo saputo che una persona, verso la quale ero molto obbligata, voleva fare una cosa assolutamente contraria a Dio e al suo stesso onore, ed era ormai ben decisa a ciò. Era tanta la mia pena che non sapevo cosa fare, perché non pareva ci fosse più alcun rimedio a cui ricorrere per distoglierla dal suo proposito. Supplicai Dio con tutto il mio cuore che trovasse lui un rimedio, ma finché non mi fossi vista esaudita, la mia pena non poteva certo calmarsi. Me ne andai, così sconvolta, in uno di quei romitori ben appartati di questo monastero e precisamente in quello in cui è dipinto Cristo alla colonna; e mentre supplicavo il Signore di farmi questa grazia, udii il suono di una voce soavissima, come una musica sottile. Mi si rizzarono i capelli in testa dallo spavento: avrei voluto capire quello che mi diceva, ma non mi fu possibile, perché durò solo un attimo. Passata poi la paura, che passò ben presto, mi rimase una tale serenità, una tale gioia e una tale dolcezza nell’anima, che io mi stupii che soltanto l’udire una voce, percepita con le orecchie del corpo, senza capire nulla, avesse potuto operare in essa tutto questo. Ciò mi fece intendere che lamia preghiera sarebbe stata esaudita e, pertanto, sparì del tutto l’angoscia dal mio cuore, come se ciò fosse già avvenuto, benché ancora non lo fosse e solo più tardi io l’ottenessi. Lo dissi ai miei confessori perché allora ne avevo due, molto dotti e gran servi di Dio.

4. Seppi di una persona che, dopo essersi decisa a servire fedelmente Dio ed aver praticato per qualche tempo l’orazione, in cui Sua Maestà le faceva molte grazie, l’aveva abbandonata per via di certe occasioni in cui era incappata, dalle quali non sapeva ancora allontanarsi e che erano molto pericolose. Mi dispiacque moltissimo, perché era una persona che amavo molto e alla quale dovevo molto. Credo che per più di un mese non feci altro che supplicare Dio di richiamarla a sé. Un giorno, mentre ero in orazione, vidi accanto a me un demonio che, pieno di rabbia, faceva a pezzi certi fogli che aveva in mano; ne fui molto consolata, sembrandomi che la mia preghiera fosse stata esaudita. E, infatti, fu così, perché seppi in seguito che quella persona aveva fatto con profonda contrizione una confessione generale ed era ritornata così sinceramente a Dio, che spero in lui perché debba sempre grandemente progredire. Sia egli per tutto benedetto! Amen.

5. Questa grazia di togliere alcune anime da gravi peccati e di trarne altre a maggior perfezione per le mie suppliche, il Signore me l’ha concessa molte volte. Se dovessi raccontare tutte quelle che egli mi ha fatto, liberandone molte dal purgatorio, e le altre cose straordinarie che mi ha concesso, finirei per stancarmi e stancherei chi mi legge, e molto più per quanto riguarda la salute delle anime che per quella dei corpi. È cosa notoria, della quale esistono parecchi testimoni. Da principio ne avevo molto scrupolo perché – a prescindere dal fatto di riconoscere che tali grazie dipendevano soprattutto dalla bontà di Dio – non potevo rinunziare a credere che il Signore le facesse per le mie preghiere, ma sono ormai tante queste cose e così conosciute da altre persone che non mi dà pena la mia convinzione, ne lodo Sua Maestà e, se mi sento confusa per vedermi ancor più debitrice verso di lui, ciò, a quanto mi sembra, fa crescere il mio desiderio di servirlo e avviva il mio amore. Quel che più mi stupisce è che le cose che il Signore non ritiene conveniente accordare, non posso, pur volendo, chiedergliele se non con grande debolezza, senza energia né calore e, per quanti sforzi faccia, non riesco a pregarlo come per altre cose di cui accoglierà la richiesta, che sento di poter sollecitare spesso e con grande insistenza. Anche se mi accade di trascurare di farlo, sembra che qualcuno me lo richiami alla mente.

6. La differenza di questi due modi di pregare è così grande che non so come spiegarla: nel primo caso, pur pregando per cose che mi toccano da vicino (perché non tralascio di supplicare il Signore, anche se non sento in me quel fervore che ho per le altre cose), mi avviene come a chi ha la lingua impacciata, il quale vuol parlare e non può e, se parla, lo fa in modo tale da rendersi conto di non esser capito. Invece, nel secondo caso, sono come chi parla chiaro e spedito e sente di essere ascoltato volentieri. Nel primo caso è come chiedere, tanto per intenderci, con orazione vocale; nell’altro come farlo in una di quelle elevate contemplazioni nelle quali il Signore si manifesta in modo tale da far capire che ci ascolta, che si compiace delle nostre richieste e che le vuole esaudire. Sia benedetto per sempre chi mi dà tanto mentre io gli do così poco! Infatti, mio Signore, che cosa fa chi non si consuma tutta per voi? E quanto, quanto, quanto – potrei dirlo altre mille volte – sono ancora lontana da ciò! Per questo (e per molti altri motivi) non dovrei più voler vivere, perché non vivo in conformità di quel che vi devo. Con quante imperfezioni mi vedo! Con quanta rilassatezza nel servirvi! Non c’è dubbio che, a volte, vorrei proprio esser priva di sentimento, per non sentire tutto il male ch’è in me. Vi rimedi colui che lo può!

7. Mentre ero in casa di quella signora di cui ho parlato, dovevo stare molto attenta e aver sempre presente la vanità che comportano tutte le cose umane, perché lì ero molto stimata e molto lodata e mi si offrivano tante cose alle quali avrei ben potuto attaccarmi, se avessi guardato a me, ma colui che vede con gli occhi della verità badava a non ritirare da me la sua mano.

8. Ora che parlo di «occhi della verità», ricordo le grandi pene che soffrono le anime a cui Dio ha svelato la verità, nell’occuparsi delle cose di quaggiù, dove essa è tanto oscurata, come mi disse una volta il Signore. Infatti, molte delle cose che qui scrivo non vengono dalla mia testa, ma dettate dal mio divino Maestro; perciò, quando dico: «ho inteso così» oppure «il Signore mi ha detto», mi faccio grande scrupolo di aggiungere o di togliere anche una sola sillaba. Quando, invece, non ricordo esattamente tutto, parlo in nome mio, perché qualcosa di mio può anche darsi che ci sia. Non chiamo mio quello che v’è di buono, ben sapendo che in me non c’è nulla di buono, tranne ciò che mi ha dato il Signore senza alcun merito mio, ma quanto «è detto da me» senza che ne abbia avuto conoscenza per via di rivelazione.

9. Ma ahimè, Dio mio, quante volte vogliamo giudicare anche le cose spirituali come quelle del mondo, in base alle nostre vedute personali, che spesso ci discostano molto dalla verità! Ci sembra di dover valutare il nostro profitto in rapporto agli anni che abbiamo trascorso in qualche esercizio di orazione, pretendendo quasi di stabilire una misura per colui che senza alcuna misura dà i suoi doni quando vuole, e che può dare a uno in sei mesi più che a un altro in molti anni. Questa è una cosa che ho costatato in modo così evidente in tante persone che mi meraviglio come si possa ancora cadere in errore.

10. Sono certa, però, che non cadrà in quest’inganno chi possieda il talento di conoscere gli spiriti e a cui il Signore abbia dato una vera umiltà, perché egli giudica dagli effetti, dalle risoluzioni e dall’amore, e Dio gli infonde luce per conoscerli. In base a ciò fa stima del progresso e del profitto delle anime, non in base agli anni, poiché, ripeto, in sei mesi uno può aver progredito di più che non un altro in venti; il Signore, come ho detto, dà i suoi doni a chi vuole, e anche a chi meglio si dispone a riceverli. Ecco perché io vedo ora venire in questa casa alcune ragazze giovanissime, le quali, non appena Dio le tocca con la sua grazia, dando loro un po’ di luce e di amore, non appena, dico, le favorisce dei suoi doni, non aspettano più altro, né badano a nulla e, incuranti di quel che mangeranno, si chiudono per sempre in una casa senza rendite, come chi non fa stima della vita per amor di colui da cui sa d’essere amato. Abbandonano tutto, non vogliono più aver volontà, né pensano che una così stretta clausura potrebbe renderle infelici, ma si offrono tutte quante in sacrificio a Dio.

11. Con quanto piacere le riconosco in ciò superiori a me e come dovrei essere piena di vergogna dinanzi a Dio! Infatti, quello che Sua Maestà non è riuscito a ottenere da me in tanti anni, quanti ne son passati da quando ho cominciato a praticare l’orazione e a ricevere grazie, l’ha ottenuto da loro in tre mesi e anche, da qualcuna, in tre giorni, nonostante che le grazie ad esse concesse siano inferiori alle mie; ma pur sempre egli le ricompensa con generosità, e certamente non sono pentite di quanto hanno fatto per lui.

12. Per questo io vorrei che ricordassimo i molti anni – noi che molti ne abbiamo – di professione o, chi no sia religioso, di orazione, e non per tormentare coloro che in poco tempo ci sorpassano, facendoli tornare indietro, perché si adeguino al nostro passo e voler che chi vola come un’aquila, con le grazie che riceve da Dio, cammini come un pulcino impastoiato. Volgiamo, invece, lo sguardo a Sua Maestà e, se vedremo che quelle anime sono umili, allentiamo le briglie, perché il Signore, che fa loro tante grazie, non permetterà che precipitino in basso. Esse confidano in Dio, appoggiandosi alla conoscenza della verità della fede, e perché non dovremo fidarci di loro e vogliamo misurarle col nostro metro, in base alla bassezza dell’animo nostro? Non è così che si deve fare; se non riusciamo a conseguire i loro grandi effetti ed emularle nelle determinazioni, che senza esperienza non si possono intendere, umiliamoci e non condanniamole, altrimenti, mirando apparentemente al loro profitto, finiremo col toglierlo a noi e perderemo l’occasione che il Signore ci offre per umiliarci e conoscere quel che ci manca e quanto più di noi queste anime siano staccate dal mondo e vicine a Dio, poiché Sua Maestà si unisca a loro così intimamente.

13. Io l’intendo soltanto così e non vorrei pensarla diversamente. Un’orazione di data recente, che produce effetti straordinari, subito riconoscibili (essendo impossibile rinunziare a tutto, solo per contentare Dio, senza la forza di un grande amore), io la preferisco a quella che dura da vari anni, ma che non è mai riuscita, alla fine come al principio, a indurci a far qualcosa per Dio, tranne che non si ritengano per effetti di gran virtù e mortificazione certe inezie, piccole come granelli di sale, che non hanno peso né volume, tanto che un uccellino se le potrebbe portare via nel becco. Fa pena l’importanza che diamo a certe piccole cose che facciamo per il Signore, fossero pur molte. Eppure, io mi comporto così e dimentico ad ogni istante le grazie ricevute. Non dico che Sua Maestà, nella sua bontà, non apprezzi tali atti, ma vorrei io non tenerli in alcun conto e neppure accorgermi di farli, perché non sono nulla. Voi perdonatemi, mio Signore, e non vogliate farmene una colpa, perché, siccome non vi servo in nulla, con qualche piccola cosa mi debbo consolare. Se, invece, vi servissi in cose maggiori, non farei caso di questi nonnulla. Beate le persone che vi servono con grandi opere! Se l’invidia e il desiderare d’essere simile a loro potessero valermi a qualcosa, non resterei molto indietro alle altre nel contentarvi; ma non sono buona a nulla, mio Signore. Datemi un po’ di forza voi che tanto mi amate.

14. Uno di questi giorni, dopo l’arrivo da Roma del Breve che autorizzava il nostro monastero a vivere senza rendite e concludeva l’affare di questa fondazione, che mi pare sia costato non poche tribolazioni, mentre, assai consolata da tale conclusione, lodavo il Signore che si era compiaciuto di servirsi di me, mi accadde di cominciare a ripensare alle cose che mi erano accadute. In ognuna di quelle in cui mi sembrava d’aver fatto qualcosa di buono, trovavo una quantità di difetti e di imperfezioni, a volte per mancanza di coraggio, e spesso per poca fede, perché fino ad oggi, in cui vedo adempiuto tutto ciò che il Signore mi diceva circa l’immancabile fondazione di questa casa, non sono mai riuscita a persuadermene con certezza, sebbene, al tempo stesso, non potessi dubitarne. Non so come ciò fosse, perché molte volte, mentre da una parte la fondazione mi pareva impossibile, dall’altra mi sembrava una cosa talmente sicura da non poter credere che non si sarebbe fatta; infine, pervenuta alla conclusione che quanto c’era di buono l’aveva fatto il Signore e io il cattivo, smisi di pensarci e non vorrei più ricordarmene, per non ritrovarmi innanzi a tanti difetti. Sia benedetto colui che, quando vuole, sa ricavare il bene da tutto! Amen.

15. Dicevo, dunque, che è pericoloso calcolare gli anni passati in orazione perché, anche se si abbia umiltà, può forse restare una certa persuasione di meritare qualcosa per aver servito Dio. Non dico che non ci sia merito, e sarà ben ricompensato, ma sono certa che qualunque persona spirituale pensi di meritare i favori di Dio per i molti anni trascorsi nell’orazione, non arriverà mai alla vetta della perfezione. Non è già molto che Dio l’abbia sostenuta con la sua mano, precludendole la possibilità di arrecargli offesa, come faceva prima di praticare l’orazione? E vuole, come suol dirsi, intentargli un processo per il suo stesso denaro? Non mi sembra, questa, profonda umiltà. Può anche essere che lo sia, ma per me è vera temerarietà; io, invece, quantunque abbia poca umiltà, non credo di aver mai osato fare una cosa simile. Sarà certo perché, non avendo mai servito davvero, non ho mai chiesto nulla; se per caso l’avessi fatto, ne vorrei forse più di tutti gli altri la ricompensa da lui.

16. Non dico che un’anima non faccia progressi e che Dio non le darà una ricompensa, se l’orazione è stata umile; dico che deve dimenticare gli anni trascorsi in essa, perché tutto ciò che possiamo fare non è che uno schifo di fronte a una sola goccia di sangue sparsa dal Signore per noi. E se, quanto più lo serviamo, tanto più il nostro debito aumenta, che mai chiediamo, dunque, visto che per un maravedì in acconto del nostro debito, ci dà in cambio mille ducati? Per amor di Dio, lasciamo stare questi calcoli che spettano a lui. Se i confronti sono sempre odiosi, anche nelle cose di quaggiù, che sarà in quelle che Dio solo conosce? Sua Maestà ce lo ha dimostrato chiaramente quando pagò agli ultimi la stessa somma che ai primi.

17. Ho scritto questi tre fogli in tanti giorni e in tante volte diverse – perché ho avuto e ho poco tempo, come ho detto – da essermi dimenticata di quello che avevo cominciato a dire, cioè la seguente visione. Mentre ero in orazione, mi vidi sola, in un gran campo, attorniata da una moltitudine di gente di diversa condizione; mi sembrava che tutti avessero armi in mano per colpirmi: alcuni lance, altri spade, altri daghe e altri stocchi molto lunghi. Insomma, io non potevo fuggire da nessuna parte senza espormi a un pericolo di morte, ed ero sola, senza poter trovare alcuno che mi difendesse. Con l’anima stretta d’angoscia e non sapendo che fare, alzai gli occhi al cielo, e vidi Cristo, non nel cielo, ma librato nell’aria, ben alto su di me, che di là mi tendeva la mano e mi proteggeva, tanto che io non temevo più tutta quella gente la quale, anche volendolo, non avrebbe potuto farmi alcun male.

18. Questa visione, che potrebbe sembrare di nessuna utilità, mi fu invece di grandissimo profitto perché riuscii a capirne il significato. Poco dopo, infatti, mi vidi quasi in quella stessa situazione e capii che quella visione rappresentava il mondo, dove sembra che ogni cosa sia armata per colpire la povera anima nostra. Lasciamo da parte coloro che sono tiepidi nel servizio di Dio, gli onori, le ricchezze, i piaceri e altre cose simili da cui l’anima, senza rendersene conto, si trova irretita, o per lo meno è chiaro che tutte quante tentano d’irretirla. Io parlo di amici, parenti e, quel che più mi stupisce, di persone assai virtuose; mi vidi così assediata da ogni parte che, pur pensando tutti, certo, di fare il mio bene, io non sapevo come difendermi né a che partito appigliarmi.

19. Oh, Dio mio, se dovessi dire quanti generi e qualità di tribolazioni ebbi a soffrire in quel tempo, oltre quelle che ho già raccontato, che grande ammonimento sarebbe per disprezzare senza eccezione ogni cosa di questo mondo! Fu questa, credo, la maggiore persecuzione, fra quante ne ho sofferte. Alle volte, ripeto, mi vedevo così incalzata da ogni parte che il mio unico rimedio era quello di alzare gli occhi al cielo e d’invocare Dio. Ricordavo bene quanto avevo appreso da questa visione. E mi fu di gran profitto per non fidarmi troppo di nessuno perché, all’infuori di Dio, non c’è nessuno che sia fedele. In queste grandi tribolazioni egli, come mi aveva mostrato in quella visione, mi mandava sempre qualcuno a tendermi una mano da parte sua e, non essendo io attaccata a nulla che non fosse il desiderio di compiacere il Signore, tale aiuto bastava a sostenere quel po’ di virtù che avevo nel nutrire tale desiderio. Sia benedetto per sempre!

20. Una volta, mentre ero molto inquieta e turbata, in preda a una battaglia e a una lotta interiore che m’impedivano di raccogliermi, mentre il pensiero se ne andava dietro cose imperfette (mi sembrava di non sentire ancora quel distacco che adesso sono solita avere), vedendomi così misera, ebbi paura che le grazie ricevute dal Signore fossero illusioni; in conclusione, la mia anima era immersa nelle più fitte tenebre. Mentre ero in tale angoscia, il Signore cominciò a parlarmi e mi disse di non affliggermi, perché, vedendomi in quello stato, avrei capito quale misera cosa fossi, senza di lui, e come non ci sia alcuna sicurezza finché viviamo in questa carne mortale. Mi fece comprendere il valore della nostra lotta e dei nostri contrasti in vista del premio che ci attende e mi parve che avesse compassione di tutti noi che viviamo in questo mondo. Mi esortò a non pensare che egli mi avesse dimenticato, perché non mi avrebbe mai abbandonato, ma era necessario che facessi quanto era in me per servirlo. Questo mi disse il Signore con bontà ed amore e aggiunse altre parole, che non credo sia il caso di ripetere e che mi furono di grande gioia.

21. Sua Maestà, dimostrandomi grande amore, ecco quali parole mi dice spesso: «Ormai sei mia e io sono tuo». Quelle che io sono solita ripetergli e, a mio giudizio, le dico con sincerità, son le seguenti: «Che m’importa, Signore, di me? M’importa solo di voi». Quando ricordo che cosa sono io, le sue parole e la gioia che esse comportano mi riempiono di tale confusione che, come credo d’aver detto altre volte e come dico ora alcune volte al confessore, mi pare sia necessario più coraggio per ricevere queste grazie che per sopportare i più grandi tormenti. Allorché accade ciò, perdo quasi il ricordo delle mie azioni e non vedo che la mia miseria, senza intervento dell’intelletto; pertanto, a volte, mi sembra cosa soprannaturale.

22. Talora sono presa da una così viva ansia di comunicarmi, che non so come descriverla. Avvenne una mattina che piovesse tanto da non farmi ritenere possibile uscire di casa. Ma, una volta uscita, l’impeto di quel desiderio mi travolse a tal punto che, anche se mi avessero puntato lance al petto, non mi sarei fermata, tanto meno poteva trattenermi un po’ d’acqua! Giunta in chiesa, fui presa da un gran rapimento. Mi parve di vedere aprirsi il cielo, e non per un semplice varco, come altre volte. Mi fu mostrato il trono che ho detto alla signoria vostra di aver già visto, e sopra quello un altro, dove, per una rivelazione che non so dire, anche se non lo vidi, capii che stava la Divinità. Mi sembrava che il trono fosse sorretto da certi animali di cui credo di aver udito la descrizione, e pensai che essi fossero il simbolo degli evangelisti. Non vidi né come fosse il trono, né chi vi sedesse sopra, ma solo una moltitudine di angeli che mi parvero di una bellezza senza confronto, superiore a quella degli angeli fino allora visti in cielo. Pensai che fossero serafini o cherubini, perché la loro gloria è assai diversa da quella degli altri, e mi apparivano infiammati d’amore di Dio. La differenza, come ho detto, è grande e così grande anche il gaudio che allora sentivo in me, da non potersi descrivere né dire, né poter mai essere immaginato da chi non ne abbia fatto esperienza. Mi resi conto che lì era riunito tutto quanto di meglio si possa desiderare, pur non vedendo nulla. Mi fu detto, non so da chi, che l’unica cosa ch’io allora potessi fare era capire che non capivo nulla e considerare che tutto è niente in paragone di quel bene. Fu così che, dopo, la mia anima si vergognava al pensiero di potersi soffermare in qualsiasi cosa terrena, tanto più, poi, di legarsi ad essa, perché l’universo intero mi sembrava, ormai, un formicaio.

23. Mi comunicai, ascoltai la Messa, e non so come potei ascoltarla. Mi parve che la visione fosse durata pochissimo tempo; fu grande, quindi, la mia meraviglia quando, al battere dell’orologio, mi accorsi d’essere rimasta due ore in quel rapimento e in quella gloria. Ero, poi, stupita del fatto che, avvicinandosi questo fuoco di vero amore di Dio, che sembra venire dall’alto (infatti, per quanto lo desideri, lo cerchi e mi consumi per averlo, se non è per volere di Dio, come ho detto altre volte, non posso far nulla per ottenerne nemmeno una scintilla), par quasi che esso estingua nel vecchio uomo i difetti, la tiepidezza e le miserie e, al modo della fenice che – a quanto ho letto – rinasce diversa dalla stessa cenere dopo che il fuoco l’ha bruciata, così si trasforma l’anima in questo fuoco, uscendone con nuovi desideri e con grande forza. Non sembra più quella di prima, ma sembra che cominci con rinnovata purezza a percorrere il cammino del Signore. Mentre pregavo Sua Maestà che fosse così anche per me, e che potessi ritornare a servirlo con nuovo ardore, mi disse: «Hai fatto un bel paragone; bada di non dimenticarlo, per cercare di migliorarti sempre più».

24. Un’altra volta, mentre ero nello stesso dubbio di cui ho parlato poco fa, cioè se queste visioni provenissero o no da Dio, mi apparve il Signore il quale mi disse severamente: «Oh, figli degli uomini, fino a quando sarete duri di cuore?». Mi esortò, poi, ad esaminare bene una cosa in me: se mi ero data a lui totalmente o no; se sì, come era in effetti, dovevo tenere per certo che non avrebbe mai permesso che mi perdessi. Quella esclamazione mi aveva procurato grande sofferenza. Egli, allora, tornò a dirmi con gran tenerezza e bontà che non mi affliggessi, che ormai sapeva che da parte mia avrei affrontato qualunque cosa per il suo servizio; che avrebbe esaudito ogni mio desiderio (e fu infatti così per quello di cui allora lo supplicavo); che considerassi come in me l’amore per lui andasse sempre aumentando, per convincermi che non c’era di mezzo il demonio; che non pensassi che Dio avrebbe mai consentito al demonio di aver tanta parte nell’anima dei suoi servi da potermi dare così grande chiarezza di intelligenza e tranquillità d’animo com’era quella che avevo. Mi fece infine osservare che, dopo l’assicurazione avuta da tante e tali persone circa la divina provenienza delle mie visioni, avrei fatto male a non crederlo.

25. Un giorno, mentre recitavo il salmo Quicumque vult, riuscii a capire così chiaramente esservi un Dio solo in tre Persone, che ne rimasi assai sorpresa e consolata. Ciò mi aiutò molto a meglio conoscere la grandezza di Dio e le sue meraviglie; così, quando penso alla santissima Trinità o ne sento parlare, mi sembra di capirne qualcosa e ne sono felice.

26. Un giorno in cui ricorreva la festa dell’Assunzione della Regina degli angeli e nostra Signora, il Signore volle farmi questa grazia: in un rapimento mi fece vedere la sua ascesa al cielo, la letizia e la solennità con cui fu ricevuta e il posto che occupa. Non saprei dire come ciò sia avvenuto. Fu una gioia straordinaria per il mio spirito la vista di tanta gloria; me ne rimasero grandi effetti e progredii molto nel desiderare maggiormente di soffrire grandi pene e di servire questa Signora che tanto ha meritato.

27. Stando un giorno in un collegio della Compagnia di Gesù, mentre i fratelli di quella casa prendevano la comunione, vidi sulle loro teste un sontuoso baldacchino. Lo vidi due volte. Quando, invece, si comunicavano altre persone non lo vedevo.

 

 

CAPITOLO 40

Prosegue nel descrivere le grandi grazie che il Signore le ha fatto. Da alcune si possono ricavare insegnamenti molto utili; questo, infatti, è stato, come si è detto, il suo principale intento, dopo quello di obbedire: scrivere cose che possono giovare alle anime. Con questo capitolo termina il racconto scritto della sua vita. Sia esso a gloria del Signore! Amen.

 

1. Una volta, mentre ero in orazione, sentivo in me una così grande dolcezza che, considerandomi indegna di tal bene, cominciai a pensare quanto avrei meritato piuttosto di stare in quel luogo che avevo visto preparato per me all’inferno, giacché – come ho detto – non dimentico mai la triste situazione in cui allora mi vidi. Con questa considerazione la mia anima andò infiammandosi sempre più e mi venne un tale rapimento che non so descriverlo. Mi sembrò che il mio spirito si riempisse e compenetrasse di quella maestà che avevo veduto altre volte, e in essa compresi una verità che è il compimento di tutte le verità. Non so dire come ciò sia avvenuto, perché non vidi nulla; mi fu detto, senza che vedessi da chi, ma ben comprendendo che era la stessa Verità a parlare: «Non è poco quello che faccio per te, anzi, è una delle grazie per cui tu mi devi molto, perché tutto il male del mondo deriva dal non conoscere chiaramente le verità della sacra Scrittura; di quanto è lì detto non mancherà di avverarsi neanche una virgola». A me pareva di aver sempre creduto così e che così credessero tutti i fedeli. Allora mi disse: «Ahimè, figlia mia, come son pochi quelli che mi amano veramente! Se mi amassero, infatti, io non nasconderei loro i miei segreti. Sai tu che cosa vuol dire amarmi veramente? Comprenderai chiaramente ciò che ora non intendi, dal profitto che ne trarrà la tua anima».

2. E infatti l’ho visto; sia lodato il Signore, perché da allora in poi mi appare così pieno di vanità e di menzogna tutto ciò che non è rivolto al servizio di Dio, che non saprei dire come lo intendo e la pena che mi fanno coloro che vedo all’oscuro di questa verità. Con questo ebbi altri vantaggi di cui ora parlerò, anche se molti non saprò descriverli. Il Signore, in tale circostanza, mi disse una parola speciale, di grandissimo favore. Non so come ciò sia avvenuto, perché non vidi nulla, ma rimasi in una condizione di spirito che mi è ugualmente impossibile descrivere: con una enorme forza, sinceramente disposta a far di tutto per adempiere gli insegnamenti della sacra Scrittura nei minimi particolari. Per questo fine, mi pare, non sarei indietreggiata di fronte a nessun ostacolo.

3. Mi rimase impressa una tale cognizione di questa divina verità apparsami nel rapimento, senza sapere né come né perché, da farmi sentire uno straordinario rispetto per Dio, di cui rivela la maestà e la potenza in modo ineffabile; posso, quindi, capire che è una gran cosa. Mi restò un vivo desiderio di non parlare se non di cose indubitabili, di gran lunga superiori a quelle che sono oggetto delle conversazioni del mondo, pertanto cominciai a soffrire di vivere in esso. Mi lasciò anche in cuore una gran tenerezza, gioia e umiltà; mi sembra proprio che, pur senza che abbia capito come, il Signore in questo rapimento mi favorì molto. Non mi sorse alcun sospetto che potesse trattarsi di illusione; non vidi nulla, ma capii il gran bene che si ricava dal non far conto di ciò che non possa avvicinarci di più a Dio e che cosa sia per un’anima procedere nella verità alla presenza della stessa Verità. Capii, cioè, che il Signore volle farmi intendere di essere la stessa Verità.

4. Tutto quello che ho detto d’aver inteso mi fu comunicato a volte per mezzo di parole. Intesi altissime verità circa questa verità, meglio che se me l’avessero insegnato molti dotti. Non credo, infatti, che costoro in nessun modo avrebbero potuto imprimermele così profondamente nell’anima, né darmi una così chiara convinzione della vanità di questo mondo. La verità cui faccio riferimento nel dire d’averla capita è l’essenza della Verità, senza principio né fine, da cui dipendono tutte le altre verità, come tutti gli altri amori da questo Amore e tutte le grandezze da questa Grandezza, benché sia un parlare oscuro il mio, in confronto alla chiarezza con cui il Signore si degnò di farmi intendere tutto ciò. E come appare evidente la potenza di questa Maestà che, in così breve tempo, lascia grandi effetti e tali verità impresse nell’anima! Oh Grandezza e Maestà mia! Che fare mai, mio onnipotente Signore? Considerate a chi state dando grazie così sublimi! Non vi ricordate che questa mia anima fu un abisso di menzogne e un pelago di vanità, e per mia esclusiva colpa perché, pur avendomi voi dato una naturale avversione per la menzogna, io stessa ho procurato in molte cose di coltivarla? Come si può mai sopportare, mio Dio, come si può indulgere a dare tanto amore e tante grazie a chi se ne è resa così immeritevole?

5. Una volta, mentre stavo recitando le Ore con la comunità, l’anima mia si sentì improvvisamente raccolta e mi parve che fosse come uno specchio luminoso in ogni parte, senza nulla, né dietro né ai lati né in alto né in basso, che non risplendesse. Al suo centro mi apparve nostro Signore Gesù Cristo, come sono solita vederlo. Mi sembrava riflesso in ogni parte della mia anima così chiaramente come in uno specchio, e a sua volta lo specchio – io non so come – si rifletteva tutto nel Signore stesso, per una comunicazione altamente amorosa che non so riferire. So che questa visione mi fu di gran profitto e lo è sempre quando mi ricordo di essa, specialmente dopo la comunione. Mi resi conto che, se un’anima è in peccato mortale, questo specchio si copre di una fitta nebbia e diventa assai scuro, cosicché il Signore non vi può più apparire né essere visibile, sebbene sia sempre presente quale datore della vita. Negli eretici lo specchio è come se fosse rotto, il che è assai peggio che se fosse oscurato. Ma è difficile far capire queste cose, perché altro è vedere e altro è dire. Io ne trassi, ripeto, gran profitto e mi rammaricai molto di aver oscurato tante volte con il peccato la mia anima, privandomi della vista del Signore.

6. Questa visione mi sembra assai proficua per le anime che si danno al raccoglimento, perché insegna a contemplare il Signore nell’intimo di se stessi, considerazione che colpisce di più ed è molto più fruttuosa che non il pensare a lui fuori di noi, come ho detto altre volte, e com’è scritto in alcuni libri di orazione che insegnano il modo di cercare Dio. Lo dice specialmente il glorioso sant’Agostino, il quale non lo trovava né nelle pubbliche piazze, né tra i piaceri né ovunque lo cercasse, come dentro se stesso. Ed è evidente che questo è il modo migliore, perché non occorre andare in cielo né uscire da noi stessi, cosa che stanca lo spirito, distrae l’anima e non dà risultati altrettanto vantaggiosi.

7. Voglio qui dare un avviso a chi avesse un grande rapimento: che in esso accade, trascorso quel momento in cui l’anima è nello stato di unione (quando le potenze sono completamente assorte, il che, come ho detto, dura poco), che l’anima rimanga ancora raccolta e neanche esteriormente possa tornare in sé, restando le due potenze, memoria e intelletto, come in preda a delirio, specialmente all’inizio. Mi chiedo se provenga dal fatto che la nostra naturale debolezza non può sopportare una così intensa attività dello spirito che infiacchisce l’immaginazione. So che ciò accade ad alcune persone le quali farebbero bene, a mio parere, a sforzarsi sospendere, per il momento, l’orazione, ricuperando più tardi quel tempo che perdono, non subito, perché potrebbero averne molto danno; l’esperienza fa fede di questo e di quanto sia opportuno controllare le nostre forze fisiche.

8. In tutto ci vuole esperienza e un maestro, perché, una volta che l’anima sia giunta a questo stato, le si presenteranno molte circostanze in cui sarà necessario confidarsi con qualcuno. Se, pur cercandolo, non lo trova, non le mancherà l’aiuto del Signore, come non è mancato a me, essendo quella che sono. Credo, infatti, che siano pochi ad aver fatto esperienza di tante cose, e se manca l’esperienza è escluso che si possa porgere aiuto ad altri, senza esser causa d’inquietudine e di tormento. Ma il Signore terrà conto anche di questo, pertanto è meglio trattare con il proprio confessore, che sia sperimentato. L’ho già detto altre volte, come, forse, avrò anche fatto per tutto ciò che vado scrivendo, ma non essendone sicura, lo ripeto, perché è molto importante, specialmente per le donne. Infatti, sono molto più numerose le donne che gli uomini che ricevono queste grazie da Dio, come udii dal santo fra Pietro d’Alcántara (e ho visto io stessa), il quale diceva che le donne in questo cammino fanno maggiori progressi degli uomini, e recava di ciò eccellenti ragioni, che qui non è il caso di riferire, tutte in favore delle donne.

9. Stando un giorno in orazione, mi fu mostrato in rapidissima visione, senza che vedessi nulla di preciso, ma con assoluta chiarezza, come tutte le cose si vedano in Dio e come egli le contenga in sé. Io non so proprio spiegarlo, ma restò bene impresso nella mia anima, ed è una delle grandi grazie che il Signore mi ha fatto e che più mi è causa di confusione e di vergogna, al ricordo dei peccati commessi. Credo che se il Signore mi avesse concesso prima tale visione e se la concedesse a coloro che l’offendono, non si avrebbe più il cuore né l’ardire di farlo. Ripeto, non posso affermare di aver visto nulla di preciso, ma credo che qualcosa si debba vedere, tant’è vero che posso fare un paragone; solo che tutto si svolge in modo così sottile e delicato che l’intelletto non può arrivare a comprenderlo, o io non me ne intendo di queste visioni che non mi sembrano immaginarie, anche se qualcuna deve esserlo, almeno in parte. Poiché l’anima è in rapimento, le potenze non sanno poi configurare le cose come lì il Signore le presenta e vuole che se ne goda.

10. Diciamo che la Divinità è simile a un fulgidissimo brillante, molto più grande dell’universo, oppure a uno specchio, secondo quanto ho detto dell’anima nella precedente visione, tranne che è assai più rilucente, superiore a ogni possibile descrizione. Tutto quello che facciamo si vede in esso, essendo tale che racchiude tutto in sé e non c’è nulla che esorbiti dalla sua grandezza. Mi fu causa d’immensa meraviglia vedere in così breve spazio di tempo tante cose riunite qui, in questo splendido brillante, e mi è anche di enorme pena il pensiero che in quella purezza di luce si riflettono cose tanto ripugnanti quali i miei peccati. Ogni volta che me ne ricordo, non so come sopportarlo, e allora rimasi così piena di vergogna da non sapere, mi pare, dove nascondermi. Oh, se potessi far capire questa verità a coloro che commettono peccati assai gravi e disonesti, affinché sappiano che non sono occulti e che giustamente Dio se ne offende, perché commessi sotto i suoi occhi, senza alcun rispetto della sua presenza. Mi resi conto con quanta ragione si meriti l’inferno anche per un solo peccato mortale, perché non si può capire quale grave oltraggio sia commettere davanti a così grande maestà cose tanto lontane dalla sua divina essenza. E vidi anche meglio la sua misericordia, poiché continua a sopportarci pur sapendo che questo ci è noto.

11. Considerai che, se una cosa come questa lascia così sgomenta l’anima, che sarà mai il giorno del giudizio, quando la divina Maestà ci si mostrerà chiaramente e vedremo le offese che le abbiamo fatto? Oh, Dio mio, in che cecità sono vissuta finora! Molte volte mi sono spaventata ricordando quello che ho scritto, e la signoria vostra non si meravigli d’altro che di sapermi ancora viva, dopo che ho visto tali cose e ho considerato che cosa io sono. Sia benedetto per sempre chi mi ha tanto sopportata!

12. Un giorno, mentre attendevo all’orazione in grande raccoglimento, soavità e quiete, mi parve d’essere circondata dagli angeli e molto vicina a Dio. Cominciando a supplicare Sua Maestà in favore della Chiesa, mi fu reso noto il gran bene che un certo Ordine avrebbe fatto negli ultimi tempi e il coraggio con cui i suoi uomini avrebbero sostenuto la fede.

13. Una volta, mentre pregavo innanzi al santissimo Sacramento, mi apparve un santo il cui Ordine era stato alquanto rilassato. Teneva tra le mani un gran libro; lo aprì e mi disse di leggere alcune parole scritte a grossi caratteri e ben leggibili, che dicevano: «In futuro quest’Ordine fiorirà e avrà molti martiri».

14. Un’altra volta, stando in coro a Mattutino, mi si presentarono, ponendomisi di fronte, sei o sette religiosi, che sembravano di questo medesimo Ordine, con le spade in mano. Penso che ciò voglia significare che devono difendere la fede; infatti, un’altra volta, mentre ero in orazione, ebbi un rapimento e mi parve di stare in aperta campagna, dove molti uomini combattevano fra loro, e i religiosi di quest’Ordine lottavano con grande impeto: avevano volti bellissimi e pieni di fuoco; molti nemici vinti erano gettati a terra, altri uccisi. Mi sembrava che tale battaglia fosse contro gli eretici.

15. Questo santo glorioso l’ho visto più volte; mi ha detto varie cose, mi ha ringraziato delle preghiere che faccio per il suo Ordine e mi ha promesso di raccomandarmi al Signore. Non voglio dire quali siano questi Ordini, perché altri non abbiano ad offendersi (se il Signore vorrà, lo rivelerà), ma ogni Ordine o, per meglio dire, ciascun religioso che vi appartiene, per se stesso, dovrebbe procurare che il Signore, giovandosi di lui, concedesse al suo Ordine la fortuna di servirlo in così grave situazione quale è quella in cui si trova oggi la Chiesa. Felici quelle vite che saranno spese a questo scopo!

16. Una volta un tale mi disse di pregare il Signore perché gli facesse conoscere se adempiva il suo servizio accettando un vescovato. Dopo la comunione, il Signore mi disse: «Quando avrà capito con assoluta verità e chiarezza che la vera signoria sta nel non aver nulla, allora potrà accettarlo», facendo così intendere che chi deve assumere qualche dignità prelatizia deve essere ben lontano dal desiderarla o volerla, tanto meno ricercarla.

17. Queste e molte altre grazie, che qui non credo utile raccontare, il Signore ha fatto e fa di continuo a questa peccatrice. quanto ho detto, infatti, può bastare a far conoscere la mia anima e lo spirito che Dio mi ha dato. Sia benedetto per sempre colui che ha avuto tanta cura di me!

18. Una volta, per consolarmi, mi disse con molto amore di non affliggermi, perché in questa vita non si può essere sempre allo stesso modo: alcune volte avrei avuto molto ardore, altre sarei stata del tutto priva di esso, alcune volte mi sarei sentita calma, altre inquieta e fra tentazioni, ma dovevo sperare in lui e non temere.

19. Un giorno stavo pensando se non fosse una forma di attaccamento il compiacermi di stare con le persone con le quali tratto della mia anima e nutrire affetto per coloro che vedo gran servi di Dio, dai quali traggo motivo di conforto. Il Signore, allora, mi disse che se a un malato, giunto in pericolo di morte, sembra di dovere a un medico la sua guarigione, non sarebbe un segno di virtù non dimostrargli gratitudine e affetto. E io che cosa avrei fatto se non ci fosse stato l’aiuto di quelle persone? La conversazione con i buoni non è dannosa, solo le mie parole dovevano essere ponderate e sante; pertanto continuassi a trattarli: che non avrei certo avuto danno, ma vantaggio. Ne rimasi molto consolata perché a volte, sembrandomi, la mia, una forma d’attaccamento, volevo troncare ogni rapporto con loro. Il Signore mi ha consigliato sempre in tutto, fino a dirmi come comportarmi con i deboli e con alcune altre persone, né ha mai distolto la sua attenzione da me.

20. Spesso mi affligge vedermi così poco dedita al suo servizio e vedermi obbligata a occuparmi più di quanto vorrei nei bisogni di questo mio corpo così debole e misero. Una volta, mentre ero in orazione, venne l’ora di andare a dormire: io soffrivo grandi dolori e stavo per essere colta dal mio consueto vomito. Vedendomi così schiava del corpo, mentre il mio spirito, da parte sua, reclamava tempo per sé, mi sentii tanto oppressa che cominciai a piangere dirottamente e accoratamente. Questo mi è accaduto non una, ma, come dico, molte volte. E mi pareva di provare una tale irritazione contro me stessa da avermi, per così dire, in odio. Ma di solito capisco di non odiarmi e non manco di procurarmi quello che vedo essermi necessario. E piaccia al Signore che io non dedichi a me stessa molte più cure del necessario, come forse faccio qualche volta! Questa volta di cui parlo, mentre ero in tale pena, mi apparve il Signore e mi consolò molto, dicendomi che facessi e sopportassi quelle cure per amor suo, perché la mia vita era ancora necessaria. E così, dal giorno che mi son decisa a servire con tutte le mie forze questo mio Signore e consolatore, credo di non aver più provato alcuna pena, perché anche se egli mi lascia alquanto soffrire, non tarda a consolarmi, in modo che il mio desiderio di patire non vale proprio nulla. Ora, quindi, mi sembra che non ci sia altro scopo di vivere che questo, ed è quanto chiedo a Dio con più decisa volontà. Gli dico a volte con tutta l’anima: «Signore, morire o patire; non vi chiedo altro per me». Mi conforta sentir battere l’orologio, perché mi sembra di avvicinarmi un pochino di più al momento di vedere Dio, costatando che è passata un’ora di vita.

21. Altre volte mi sento in tale stato che né mi dispiace di vivere né mi sembra di aver voglia di morire, immersa in una tiepidezza e in una oscurità totali; è uno stato in cui, come ho detto, mi trovo spesso a causa di grandi sofferenze. E avendo voluto il Signore che si conoscano pubblicamente le grazie che egli mi fa (quando mi predisse, alcuni anni fa, che così sarebbe stato, io me ne afflissi molto e fino ad ora non ho sofferto poco a causa di ciò, come la signoria vostra sa bene, perché ognuno le interpreta a modo suo), mi è di conforto pensare che non è stato per mia colpa, perché ho avuto grande cura ed estremo scrupolo di non parlarne se non con i miei confessori o con persone a cui essi le riferivano, e non per umiltà, ma perché, come ho detto, mi costava fatica parlarne con i miei stessi confessori. Ormai, però, grazie a Dio, anche se la gente, animata da buone intenzioni, mormora molto di me, e c’è chi teme di trattarmi e perfino di confessarmi, e chi mi carica di accuse, m’importa poco di tutto, perché capisco che in questo modo il Signore ha voluto salvare molte anime (avendolo visto chiaramente e sapendo quanto egli sarebbe pronto a soffrire per una sola di esse). Non so se a ciò contribuisca il fatto che Sua Maestà mi abbia rinchiusa in un angolino di così stretta clausura, dove ormai pensavo che, come se fossi morta, nessuno si sarebbe più ricordato di me. L’isolamento, però, non è stato quale avrei voluto, perché sono pur costretta a parlare con qualche persona, ma, stando al riparo da ogni sguardo, ho l’impressione che il Signore si sia compiaciuto di farmi entrare in un porto, dove spero nella sua bontà di essere al sicuro.

22. Trovandomi ormai fuori dal mondo e in piccola e santa compagnia, vedo le cose come dall’alto e m’importa ben poco di ciò che si possa dire o sapere sul mio conto. Più di tutto quel che si può dire di me, m’interessa anche il minimo progresso di un’anima, perché da quando sono in questa casa, il Signore si è compiaciuto di far sì che tutti i miei desideri mirino a tale scopo. E mi ha concesso una vita ch’è una specie di sogno, tanto che quasi sempre mi sembra di sognare ciò che vedo: non sento più né grandi gioie né grandi dolori. Se alcunché talvolta me li procura, passano in così breve tempo che ne resto stupita, lasciandomi l’impressione di una cosa sognata. E ciò è tanto vero che, anche se dopo volessi rallegrarmi di quella gioia o affliggermi di quel dolore, mi sarebbe impossibile, come lo sarebbe a una persona saggia addolorarsi o bearsi di un sogno fatto. Il Signore ha ormai affrancato la mia anima da ciò che, per il fatto di non esser io mortificata né morta alle cose del mondo, mi suscitava quelle impressioni, e non vuole ch’io ritorni nel mio accecamento.

23. In questo modo ora io vivo, signore e padre mio. La signoria vostra supplichi Dio o di chiamarmi a sé o di darmi la possibilità di servirlo. Piaccia a Sua Maestà che questo mio scritto sia di qualche utilità alla signoria vostra. A causa del poco tempo disponibile, l’ho composto a fatica, ma sarebbe una fatica benedetta se fossi riuscita a dire qualcosa per la quale si renda lode al Signore, sia pure una sola volta. Con questo mi riterrei ben ricompensata, anche se la signoria vostra lo bruciasse poi subito.

24. Non vorrei, però, che ciò fosse prima che lo vedessero le tre persone che la signoria vostra sa, perché sono stati e sono i miei confessori. Se merita disapprovazione, è bene ch’essi perdano la buona opinione che hanno di me; altrimenti, essendo dotti e virtuosi, so che ne riconosceranno l’ispiratore e glorificheranno colui che ha parlato per mezzo mio. Sua Maestà tenga sempre la signoria vostra sotto la sua mano e ne faccia un così gran santo che con la luce del suo spirito possa illuminare questa miserabile creatura, poco umile e molto audace, che ha osato indursi a scrivere di cose tanto sublimi. Piaccia al Signore che in ciò non abbia errato, avendo avuto l’intento e il desiderio di far bene, obbedire e procurare che per mio mezzo si lodasse alcun poco il Signore, cosa di cui da molti anni lo supplico. E, poiché per la realizzazione di tale scopo mi mancano le opere, mi sono arrischiata a mettere un po’ d’ordine in questa mia vita disordinata, non impiegandovi più cura e tempo di quello che è stato necessario per scriverla, ma adoperandomi a raccontare le mie vicende con tutta la semplicità e la verità possibili. Il Signore, che è potente e può fare quel che vuole, mi conceda di riuscire a compiere in tutto la sua volontà e non permetta che si perda quest’anima che egli con tanti accorgimenti e per tante vie ha strappato tante volte all’inferno e ricondotto a sé! Amen.

 

 

LETTERA CONCLUSIVA DI TERESA

NELL’INVIARE IL LIBRO DELLA VITA

 

JHS

1. Lo Spirito santo sia sempre con la signoria vostra! Amen. Non sarebbe inopportuno far rilevare alla signoria vostra il servizio resole con questo scritto, per obbligarla ad avere molta cura di raccomandarmi a nostro Signore. Potrei ben farlo, avuto riguardo a quello che ho sofferto nel ritrarmi per iscritto e nel ricordare tante mie miserie, benché, per esser sincera, posso dire di aver sofferto più nello scrivere le grazie che il Signore mi ha fatto che non le offese da me arrecate a Sua Maestà.

2. Mi sono dilungata secondo l’ordine della signoria vostra; ora, però, la signoria vostra deve fare quanto mi ha promesso, cioè strappare tutto ciò che non le sembrerà conveniente. Non avevo ancora finito di rileggere il manoscritto, quando la signoria vostra ha mandato a ritirarlo. Può darsi che alcune cose siano mal dette e altre ripetute, perché ho avuto così poco tempo a disposizione, che non potevo mai rivedere quanto scrivevo. Supplico la signoria vostra di correggerlo e di farlo ricopiare, nel caso che debba essere inviato al padre Maestro d’Avila, perché può darsi che qualcuno riconosca la mia grafia. Desidero molto che quel padre lo veda, poiché con questo intento ho cominciato a scriverlo. Se, infatti, a lui sembrerà ch’io segua la strada giusta, ne sarò assai consolata. Da parte mia, ormai, non mi resta altro da fare. La signoria vostra si regoli in tutto e per tutto come meglio crede, ma consideri d’essere obbligato a chi le affida così la sua anima.

3. Quella della signoria vostra io la raccomanderò tutta la mia vita a nostro Signore. Pertanto, lei si affretti a darsi al suo servizio, per venirmi meglio in aiuto. La signoria vostra vedrà, da quanto è scritto qui, il gran bene che si acquista nel darsi del tutto – come lei ha già cominciato a fare – a chi si dà a noi senza misura.

4. Sia benedetto per sempre! E io spero nella sua misericordia perché possiamo ritrovarci dove la signoria vostra ed io vedremo più chiaramente i grandi favori che ci ha fatto e dove lo loderemo per sempre. Amen.

Questo libro fu terminato nel giugno del 1562

 

 

 

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