san Leopoldo Mandic

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Testo a cura di Leo Lazzarotto - Edizione riveduta e corretta - Luglio 1995

PADRE LEOPOLDO MANDIC

SANTO DELLA RICONCILIAZIONE

Nacque il 12 maggio 1866 a Castelnuovo (Herceg Novi), alle Bocche di Cattaro, terra conquistata dai turchi nel 1538 e, successivamente, da Venezia (nel 1687). Dal 1814 appartenne all'impero austroungarico; dal 1918 allo stato sovrano della Jugoslavia. Attualmente appartiene alla regione del Montenegro. Materialmente la sua famiglia era quasi povera - il «palazzo» indicato nella foto proveniva da antenati benestanti -, ma era ricca di vita: dodici figli, Bogdan era l'ultimo, e di virtù cristiana. Quell'ampiezza di cuore sarà la sua eredità più preziosa. Un giorno stava giocando con amichetti sulla piccola spiaggia davanti alla sua casa. Erano in palio dei patacconi e un compagno di gioco, a forza di perdere, ne rimase senza, si arrabbiò e disse una parolaccia. Bogdan prese di tasca tutti i suoi e li offrì al perdente dicendo: "Son tutti tuoi, se prometti di non dir più parolacce". Le destre, stringendosi, fissarono il patto. Un buon inizio; per gli amici bisogna esser disposti a sacrificare qualcosa di proprio.

 

 

 

La prima e fondamentale amicizia

 

 

Nacque tanto esile e mingherlino che solo dopo un mese poterono portarlo alla chiesa parrocchiale e battezzarlo, con il nome di Bogdan, che significa «dono di Dio»: un nome felice. Battesimo: l'atto che ci rende figli di Dio e, come ci chiamerà Cristo, suoi amici. Per Bogdan quella sarà sempre la prima amicizia e ad essa ogni altra sarà subordinata. Da allora, come dovrebb'essere per ogni buon cristiano, egli amò Dio in tutti e sopra tutti, e tutti amò in Dio.

È un modo di arricchire vita e cuore. Ogni amicizia in cui Dio non entri è incompleta e passeggera. E ogni amicizia da cui Dio sia escluso può diventare complicità.

 

Frate cappuccino e sacerdote

È facile sognare, difficile è realizzare i sogni. Bogdan partì per il seminario cappuccino di Udine nel 1882 e, dopo due anni, passò al convento di Bassano del Grappa per l'anno di prova e di verifica (noviziato). Una vita che altri, anche più santi e forti di lui, avrebbero pensata insopportabile, pazzesca. Lui, cambiato il nome in fra Leopoldo, l'affrontò con coraggio. Dopo il noviziato, riprese gli studi con un impegno che gli poteva venire solo da ideali e propositi speciali. Giunse al sacerdozio il 20 settembre 1890, a Venezia. Non poté nemmeno andare a celebrare la prima s. Messa solenne a Castel-nuovo, tra i suoi. Per farsi in qualche modo presente, inviò ai familiari la sua fotografia.

Ancora rinunce. Ma da quel giorno aveva in mano uno strumento di bene immenso: il potere di rimettere i peccati, cioè di liberare i fedeli dal male peggiore che un uomo possa farsi, quello di separarsi da Dio, con il pericolo di restarne separato in eterno. Per questo gli pareva ancora poco essersi legato, con lo stato religioso e sacerdotale, ad obblighi così impegnativi. L'amicizia si misura sui bisogni altrui, non sui comodi propri.

 

 

Amicizia silenziosa

Rimasto qualche anno a Venezia come confessore, padre Leopoldo fu poi mandato in diversi conventi della sua provincia religiosa. Dimorò a Zara, a Bassano del Grappa, a Capodistria e a Thiene. I superiori sapevano di poterne disporre liberamente e

lui, nonostante un suo sogno speciale, che diremo, si lasciava spostare a piacimento. Tanto, del bene poteva farne sempre e dappertutto; poteva, soprattutto, confessare e far tornare amici, nella grazia, Dio e gli uomini.

Ma in quella corrente di amicizia era preso anche lui. I suoi penitenti si abituavano presto a considerarlo più un amico che un giudice. Ne rimpiangevano la partenza e anche dopo anni gli scrivevano, se non potevano andare da lui. E lui rispondeva, rubando ore al sonno o al tanto lavoro.

L'amicizia non è rumorosa o fragorosa, né canta a voce spiegata le proprie bellezze ed opere. Non è un impetuoso torrente, che scroscia tra ì sassi e travolge quanto incontra; è come un placido fiume, che porta vita a vallate fertili e silenziose.

Amicizia generosa

 

Padre Leopoldo attirava penitenti con la sua assiduità e più ancora con la sua bontà. Una bontà perfino esagerata, secondo alcuni, che talvolta glielo facevano notare. Egli, in quei casi, indicava il crocifisso e diceva: "E Lui, allora? Lui è arrivato a morire, per le anime!". E s'incoraggiava ad essere ancor più largo di bontà e di cure per i suoi penitenti-amici, a scapito anche della sua già misera salute.

 

 

 

Il Signore (Paron) e la Vergine santa (Parona)

 

Oltre ai penitenti, padre Leopoldo sapeva di trovare in ogni convento l'altare dell'Eucaristia e quello della Madonna. Erano i suoi preferiti per le visite e le preghiere. È bello avere amici sulla terra, ma è più consolante sapere di averne in cielo. Padre Leopoldo aveva parecchi santi, cominciando da s. Francesco, ai quali si sentiva particolarmente affezionato e obbligato; ma sopra tutti c'era, naturalmente, la Vergine santissima e, infinitamente più su, Dio. Questi era per lui «el Paron benedeto» e la Madonna era «la Parona benedeta». Per il «Paron» affrontava tutto. Diceva: "Se lo vuole Lui, allora va bene!". E ad andar bene erano anche le sofferenze interne ed esterne, le rinunce, la croce che Gesù si degnava di dividere un po' con lui. E valeva la pena di procurare al «Paron benedeto» quanti più amici era possibile, cioè tutti coloro che andavano da lui per confessarsi.

 

Quanto alla «Parona», il suo confessionale poteva essere povero e freddo, ma faceva il possibile perché qualche fiore ne ornasse l'immagine. E la pregava senza soste, le affidava i casi più difficili suoi o di penitenti. Per loro arrivava a scriverle letterine, che diremmo di un bambino, se non le sapessimo di un santo, tanto erano candide ed affettuose. Dev'essere bello vivere in quel clima spirituale, in quell'atmosfera sopraffina fatta di santità e di grazia e di amicizie esaltanti. Gli amici terreni non ne perdono nulla; anzi lassù il buon ossigeno possiamo attingerlo anche per loro, che nell'amarci e nel venire amati si sentiranno in comunanza con Dio e con le sue creature più elette.

Il suo sogno

Nell'affrontare la vita religiosa e sacerdotale, Bogdan era stato sorretto da un sogno segreto: essere un giorno missionario nella sua terra, ricca di storia, ma ancor più di contrasti religiosi. Riportare alla Chiesa cattolica quanti se ne erano separati. Quel sogno non poté realizzarsi nella forma ch'egli si era proposta. Com'era possibile mandare alla dura vita di missione un esserino così fragile? Per abbreviargli la vita? Quando fu a Capodistria e a Zara, pensò che... un passo ancora... E lo pensò anche a Fiume, dove fu mandato nel 1923, ma ne fu richiamato subito dall'affetto dei padovani prima ancora che dai superiori. Arrendersi, allora?

L'amore non è meno industrioso dell'intelligenza, e padre Leopoldo trovò un modo tutto suo per essere missionario; lui che, come diceva, si sentiva un uccellino in gabbia, con il cuore oltremare. Immagino che ogni penitente che entrava da lui fosse invisibilmente accompagnato: egli avrebbe ascoltato ed assolto lui, ma offrendo il tutto a beneficio di uno dei suoi «orientali». E per quelli pregava e offriva la s. Messa, quando poteva. Arrivò presto a fare, di questa sua attività nascosta, un voto che rinnovava continuamente.

Quanti propositi e progetti, anche a bene degli amici, sfumano nella nostra vita! Ma non sfumano, se a loro bene opera, di nascosto, quel comune amico, Dio, che preghiamo per loro.

Fino in fondo

A Padova padre Leopoldo fu mandato nel 1909: vi rimase fino alla morte, salvo un periodo d'internamento durante la prima guerra mondiale e la ricordata breve parentesi di Fiume. E Padova gli diede subito molto lavoro, cioè molti penitenti-amici a cui prestare il servizio di confessore. Erano persone di ogni classe sociale: ricchi e poveri, dotti e ignoranti, anime buone, che avevano solo bisogno d'una "spolveratina" e anime infan

gate fino al collo. E lui aveva per ciascuno la parola adatta: usualmente tenera e solo all'occorrenza incisiva e severa. Un

esercizio continuo di amore verso Dio e verso le anime. Vera-mente, lui non era persuaso (salvo il valore del sacramento, in

cui era Dio a dare il perdono) di offrire molto: erano loro piuttosto , i penitenti-amici, a dargli occasione di fare un po' di bene a sconto dei suoi peccati e a fargli guadagnare, insieme, il pane

che mangiava in convento e il posticino che il «Paron» gli avrebbe dato in cielo.

Con il tempo sopravvennero a padre Leopoldo malanni vari, ma lui ci badava poco o nulla; le anime valevano più della sua pelle. Anche ridotto a rimanere in una cella del convento, continuava a riceverne. Ne confessò una cinquantina anche la vigilia della morte.

 

Il suo «salotto»

A chiamare «salotto» il confessionale di padre Leopoldo fu uno dei suoi penitenti. Lo chiamò, anzi, il «salotto della cortesia», "Venga, signore, venga!", diceva, se coglieva qualche titubanza nei meno abituati. Agli spaesati, che nemmeno sapevano come conportarsi: "Venga, signore, si accomodi!". Successe che uno si accomodò sulla poltroncina, anziché sull'inginocchiatoio. E lui, per non umiliarlo, ne ascoltò la confessione inginocchiato.La gentilezza continuava fino al termine del colloquio. Spesso, alla fine, egli lanciava l'invito: "Torni, signore, torni; saremo buoni amici".

Non se n'è andato del tutto

Padre Leopoldo morì il 30 luglio 1942, alle sette del mattino. Si stava vestendo per la s. Messa, alla quale non rinunciava neanche quando era in gravi condizioni. Un malore lo colse e si ripeté a breve distanza. Spirò mentre pronunciava le ultime parole della Salve Regina: estremo saluto alla «Parona benedeta». La notizia si sparse subito e moltissimi poterono visitarne la salma. I funerali furono un trionfo. La sua tomba, al cimitero civico, fu meta di molte visite e di molta venerazione, finché, nel 1963, la salma fu trasportata in un'apposita cappella funebre, eretta presso la sua celletta-confessionale. Quando fu esaminata e «riconosciuta» per le esigenze del processo di beatificazione, la si trovò intatta, e incorrotta riposa ancora nella sua tomba. Neanche il suo confessionale è andato distrutto: com'egli aveva previsto e predetto, esso è rimasto incolume fra le rovine di un furioso bombardamento aereo (14 maggio 1944), a ricordo dell'immensa bontà che il Signore aveva ivi dimostrato nel perdonare tanti peccati, nel riallacciare amicizia e grazia con tante anime, che si erano allontanate da Lui.

Possiamo aggiungere che esso è rimasto anche a testimoniare il lungo e faticoso lavoro di s. Leopoldo, che di quelle ristabilite amicizie era strumento efficace.

Un amico povero ma dalla «mano d'oro»

Agli amici, mentr'era vivo, padre Leopoldo non poteva certo offrire, almeno direttamente, aiuti materiali. Come indicano i suoi oggetti personali conservati ed esposti, era un fedele osservante dell'impegno di povertà per il Regno. Se, poi, qualcosa gli veniva regalato dagli amici, non lo teneva per sé: c'erano poveri, fuori del convento, e malati, anche in convento, che ne avevano più bisogno.

Ora s. Leopoldo è invocato per grazie spirituali, ma molto, forse ancor più, per la salute e per altre necessità materiali. L'importante è non voler sfruttare gli amici celesti solo per «salute e valute», dimenticando i valori più alti.

Forse abbiamo anche noi qualche amico dalla «mano d'oro»: quello che, senza poterci dare granché, sa, però, fare un po' di tutto e ci aiuta volentieri con opere e consiglio. La «mano d'oro» di padre Leopoldo era quella di un amico specialmente dello spirito: per oltre mezzo secolo si alzò innumerevoli volte a benedire e ad assolvere.

 

In quell'atteggiamento - scarna e artritica ma incorrotta - è ora conservata e venerata in un prezioso reliquiario.

Amici di ogni genere

 

 

Gli amici-penitenti di padre Leopoldo erano di ogni gens pò un professore d'università, che capiva tutto al volo, entrare uno zoticone al quale bisognava ripetere le cose più volte. Dopo il ragazzino con le sue bugie e i suoi capricci, ecco l'anziano che, sentendosi vicino al giudizio di Dio, veniva in tempo a «sistemare i conti». E dopo il monsignore: "Qualche preghiera distratta, Padre, e qualche parola che era meglio non dire", il peccatore ad ampio raggio: "Di tutto, Padre, ss ucciso o rubato... almeno direttamente". Anche ora gli amici-devoti di s. Leopoldo sono di ogni Molti, quando possono, vengono a visitarne la tomba e il confessionale - anche Giovanni Paolo II, il 12 settembre 1982 - e lasciano il ricordo del loro passaggio su un grosso volume nella celletta-confessionale. Quei volumi sono già alcune centinaia, con le firme di persone dalle provenienze più diverse. Prendo una pagina, anche se non del tutto a caso: fra le tante, la firma di un cardinale, il grazie di un giornalista ebreo di Parigi, l'invocazione d'una signora giunta dalle Filippine... Testimonianze della santità e dell'intercessione di p. Leopoldo e amabile richiamo ad esserne decisi imitatori.

 

La glorificazione

Per i migliori tra i suoi figli la Chiesa riserba - dopo lunghi, minuziosi processi e dopo il chiaro intervento divino in miracoli ufficialmente riconosciuti - la glorificazione suprema: beatificazione e canonizzazione. A padre Leopoldo questi onori sono stati conferiti prima del tempo fissato dalle leggi ecclesiastiche vigenti, con una eccezione che lo ha onorato ancor di più. Egli fu dichiarato beato il 2 maggio 1976 da Paolo VI (foto sotto) e proclamato santo il 16 ottobre 1983 da Giovanni Paolo II (a sinistra).

Con quegli atti la Chiesa affermò che Leopoldo è un fedele giunto con certezza alla gloria eterna, che può, quindi, essere proposto a noi come esempio di vita e come intercessore di grazia.

Tale è adesso padre Leopoldo, anzi, san Leopoldo Mandic, sacerdote e confessore. Quest'ultimo termine non designa chi ha esercitato il ministero delle confessioni, ma chi ha professato eroicamente, nella vita quotidiana, la fede cristiana.

Santo e amico

E adesso che è santo possiamo ancora considerarlo amico? Non c'è da preoccuparsi; Dio stesso si dice amico dei buoni e Cristo disse ai suoi: "lo non vi chiamo servi, ma amici". Venerazione ed amicizia non si escludono. Anche i santi si sentono amici nostri: apparteniamo al loro stesso destino di gloria. Del resto, noi ne baciamo volentieri le immagini e le reliquie, come ha fatto anche il papa, e il bacio è segno tipico di amore e di amicizia.

Non si pongono il problema i bambini della «Piccola Casa di P. Leopoldo» (sotto), che sono felici di averne una statua anche sul luogo dei loro giochi. Per essi, come per tanti altri bambini, padre Leopoldo, anche se diventato san Leopoldo, continua ad essere «il nonno», il cui amore va ricambiato ascoltandone i suggerimenti e invocandone la bontà.

Per essere amicizia, anche la nostra devozione ai santi ha bisogno di semplicità e umiltà, di affetto e di vita cristiana fedele.

 

Per richiedere biografie, immagini, reliquie di san Leopoldo e per riferire grazie a lui attribuite, rivolgersi a : Santuario San Leopoldo Mandic Piazza Croce 44, - 35123 Padova – Tel 0498802727 – fax 049 8802465.

II Santuario pubblica una rivista mensile: Portavoce di san Leopoldo Mandic, per diffonderne il messaggio e per sostenere la vita cristiana dei suoi devoti, sparsi in tutto il mondo.