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La Nuova Evangelizzazione, che, ancora oggi nel terzo millennio è oggetto di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, convegni, per la maggior parte dei cristiani praticanti è ancora considerata come una opzione, e non come una necessità urgente e possibile. Noi crediamo che per realizzarla sicuramente occorre da parte di tutto il popolo di Dio, come ci ricordava spesso Giovanni Paolo II, “un nuovo ardore, nuovi metodi e nuove espressioni”. L’Italia e l’Europa, anche se già evangelizzate, hanno bisogno di essere rievangelizzate. I battezzati hanno bisogno di essere rievangelizzati. Il mondo ha bisogno di speranza e non ci saranno grandi segni di speranza fino a quando, noi cristiani del XXI Secolo, non sapremo testimoniare un’esistenza bella, arricchita dalla gioia dei salvati, dall’amicizia e non prenderemo sul serio il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Andate, ammaestrate tutte le nazioni”, battezzate, insegnate, osservate “tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20), “siate testimoni” (At 1,8), “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), “amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12). Come membra vive dell’unico Corpo di Cristo vogliamo

  • essere testimoni di speranza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,1-3).
  • contribuire con tutte le nostre forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità (cfr. LG n°33)
  • far si che ogni cosa abbia Cristo come capo e Dio sia tutto in tutti (Ef 1,10;1 Cor 15,28)
  • e con Maria Regina della Pentecoste portare il fuoco dell'evangelizzazione in tutto il mondo e ad ogni creatura (anche agli audiolesi)

perché lo Spirito di Dio “ Ruah” soffio vitale, possa fare di ognuno di noi delle creature “realmente viventi”, nel corpo e nello spirito.


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I Doni dello Spirito Santo

I Doni dello Spirito Santo

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I DONI DELLO SPIRITO SANTO

 

Prima parte

«SE TU CONOSCESSI IL DONO DI DIO…»

 

 

AVVERTENZA

Prima di esaminare i singoli doni dello Spirito Santo è, non solo utile, ma necessario prepararci ad accoglierli. Di questa preparazione parliamo nei primi cinque capitoli.

A nostro avviso occorre anzitutto fare l'esperienza della seconda conversione (capitolo primo), è necessario essere evangelicamente piccoli (capitolo secondo), accogliere nella nostra vita l'esperienza della croce e valorizzarla (capitolo terzo), intuire i misteri racchiusi nel mistero dello Spirito Santo (capitolo quarto), comprendere come le virtù, per essere esercitate in modo perfetto fino a vivere le beatitudini, hanno assolutamente bisogno dei doni dello Spirito (capitolo quinto).

Siamo così disposti ad esaminare i singoli doni dello Spirito, ascendendo dal timore di Dio alla sapienza. In questo esame dei doni dello Spirito, ci siamo frequentemente soffermati sulle virtù che i doni perfezionano, ad es. la fortezza, la pietà, la fede, la speranza. Non abbiamo trattato della carità, che sarà oggetto di uno studio a parte e abbiamo sempre concluso ogni dono con la beatitudine che gli corrisponde, riservandoci di trattare in un nuovo libro questo importante argomento.

 

I.

LA PRIMA E SECONDA CONVERSIONE

 

« Fossero tutti profeti!...»

Nel libro dei Numeri leggiamo che Dio prese lo spirito che era in Mosè, ossia lo spirito di Dio, e lo infuse in settanta anziani, che cominciarono a profetizzare (cf. Num. 11,24-30).

Il significato principale di « profezia » è quello di parlare in nome di Dio (pro-femi: parlare al posto di qualcuno), il senso di predire il futuro, come intendiamo noi di solito, quando parliamo di profeti e profezie, nella Bibbia, è un significato secondario. I profeti parlano in nome di Dio. Mosè è un profeta. Gesù è il massimo profeta: le sue parole sono parole del Padre. Ebbene i settanta anziani, riuniti presso la tenda del convegno, furono momentaneamente profeti: caddero in estasi, lodando Dio. Avvenne che anche due anziani, Eldad e Medad, rímasti nell'accampamento, furono investiti dallo spirito di Dio e comiciarono a profetizzare.

Allora un giovane corse da Mosè a riferire il fatto. Intervenne anche il giovane Giosuè che era al servizio di Mosè e disse: « Mosè, signore mio, impediscili! » (11,28). Ma Mosè rispose, con cuore grande e senza alcuna invidia: « Sei tu geloso per me? », ossia, non è lo spiríto tuo che è sceso su di loro, ma lo spirito mio, che è spirito di Dio; ma se non sono geloso io, perché devi esserlo tu al posto mio? « Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito! » (11,29).

Con questa preghiera, inizio questa riflessione sullo Spirito Santo e i suoi doni, perché possiamo, per grazia, diventare tutti profeti nel popolo del Signore e, prima di tutto, nella nostra famiglia, nella nostra comunità. Il Signore doni a tutti noi l'abbondanza del suo Spirito.

Essere profeti, senza desiderare di essere rapiti in estasi; anzi, è meglio sottrarsi alle estasi e a tutti i fenomeni straordinari della mistica, come facili cause d'inganno, ma nel senso di parlare in nome di Dio, adorarlo, ringraziarlo, lodarlo; essere in stato di preghiera continua, ossia in continuo rapporto d'amore con Cristo, col Padre, con lo Spirito, ripieni dei suoi doni: la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà, il timore di Dio.

Dobbiamo soprattutto essere profeti con la nostra vita, agendo sotto l'influsso dei doni dello Spirito, irradiando i saporiti frutti dello Spirito su tutti i nostri fratelli e sorelle: la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza (spirito di servizio), la bontà, la fedeltà, la mitezza (sempre unita all'umiltà), il dominio di sé (o libertà del cuore), perché, come dice Paolo « Se viviamo dello Spirito, camminiamo secondo lo Spirito » (Gal 5,25).

Lo Spirito ci porta a Gesù: « Quando verrà lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annunzierà » (Gv 16,13-14).

Inoltre, tramite Gesù, giungiamo al Padre: « Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno va al Padre, se non per mezzo mio » (Gv 14,6); ma è anche vero, dice Gesù, che « Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio » (Gv 6,65).

Andare al Padre... venire a Gesù... lasciarsi guidare dallo Spirito... è un invito alla conversione continua, alla seconda conversione.

 

Gli inviti alla conversione

Fra i tanti inviti che risuonano nel Nuovo Testamento alla conversione, ne ricordiamo tre in particolare. Il primo invito ci viene da Gesù. Gesù chiamò a sé un bambino e lo pose in mezzo ai suoi discepoli e disse: « In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,2-3).

Pensando alla realizzazione di questa conversione « Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto » (Lc 10,21).

Il secondo invito ci viene da s. Paolo nella lettera agli Efesini: « Dovete deporre l'uomo vecchio con la condotta di prima, l'uomo che si corrompe dietro le passioni

ingannatrici (dell'egoismo) e dovete rivestire... l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera » (Ef 4,22-23).

L'uomo nuovo è Cristo Gesù, perciò più espressamente Paolo dirà ai Galati: « Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo » (3,27) e ai Romani « Rivestitevi di Gesù Cristo » (13,14).

Conversione, come dice la parola latina « conversio », è rovesciare il vestito e molto più del vestito, è trasformare progressivamente, con la potenza dello Spirito, tutta la nostra vita nella vita di Cristo, come tante volte ci ripete Paolo « Per me il vivere è Cristo » (Fil 1,21); « Cristo è la mia vita » (cf. Col 3,4); « Vivo io non più io, è Cristo che vive in me » (Gal 2,20).

Il terzo invito lo leggiamo nell'Apocalisse, nelle lettere scritte ai vescovi delle sette chiese dell'Asia Minore. Le ricordo in particolare, perché l'una o l'altra può essere il ritratto della nostra situazione personale. All'angelo o vescovo della chiesa di Efeso: « Ho da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il candelabro dal suo posto » (Ap 2,4-5). All'angelo o vescovo della chiesa di Smirne: « Conosco la tua tribolazione, la tua povertà, tuttavia sei ricco... Non temere ciò che stai per soffrire... Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita » (Ap 2,9-10). All'angelo o vescovo della chiesa di Pergamo: « Ho da rimproverarti alcune cose (la sua debolezza nel combattere le eresie e la sua permissività nel tollerare alcuni compromessi con i culti pagani, la partecipazione ai banchetti sacri ecc.). Ravvediti, altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca » (Ap 2,14.16).

All'angelo o vescovo di Tiatira: « Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza, e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime. Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Iezabèle, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi... Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuol ravvedere dalla sua dissolutezza. Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, se non si ravvederanno dalle opere che ha loro insegnate » (Ap 2,19-20).

All'angelo o vescovo della chiesa di Sardi: « Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro, senza che tu sappia in quale ora io verrò da te » (Ap 3,1-3).

All'angelo o vescovo della chiesa di Filadelfia: « Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome... anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona » (Ap 3,8-11).

Infine all'angelo o vescovo di Laodicea: « Conosco le tue opere; tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido... sto per vomitarti. Tu dici; ‘Sono ricco..., non ho bisogno di nulla’, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, un cieco e nudo... Ravvediti... Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (Ap 3,15-20).

Ecco la conversione: ascoltare la voce di Gesù, ascoltare Gesù che batte alla porta del nostro cuore, aprirgli la porta e sedersi a banchetto con lui. Se accogliamo Gesù al banchetto della nostra vita, diventa il banchetto di Gesù e accoglieremo al banchetto della nostra vita tutti, specialmenté i più piccoli, i più poveri, i bisognosi nel corpo e i miserabili nello spirito. Sono gli « storpi », gli « zoppi », i « ciechi » della parabola evangelica (cf. Lc 14,13-14), presenti spesso in ogni famiglia, in ogni comunità: persone di carattere difficile, persone menomate, sviate...

Vogliamo considerare prima la conversione (metànoia) nella predicazione di Gesù, nel Vangelo, e poi nella catechesi apostolica. C'è una differenza molto importante.

Gesù predicava a persone che dovevano ancora prendere la decisione di entrare nel regno; gli apostoli invece parlano di conversione a persone che sono già entrate nel

regno e hanno alle spalle una lunga permanenza nella Chiesa. Nella loro predicazione si profila la necessità di una seconda conversione, che riguarda molto da vicino anche noi.

Ma non si può capire e tanto meno realizzare questa seconda conversione, senza aver ben capito la prima conversione di cui parla Gesù nel Vangelo.

 

La prima conversione

L'invito di Gesù, all'inizio della sua predicazione, è così espresso da Marco: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi (metanoeite) e credete al vangelo » (1,15)...

L'invito alla conversione non è nuovo. Risuona spesso nell'AT, specialmente nei profeti, e risuona nella predicazione dell'ultimo profeta dell'AT, Giovanni Battista: « Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino » (Mt 3,2); « Io vi battezzo con acqua per la conversione » (Mt 3,11).

Ma la novità presentata da Gesù è la connessione strettissima fra il convertirsi e il credere al Vangelo. Il Vangelo è prima di tutto una persona, è Gesù. Quindi la vera conversione consiste nella fede, ossia nell'aderire con tutta la propria persona e vita a Gesù.

Per Gesù, convertirsi, non è solo cambiare vita, cambiare mentalità, cambiare condotta: un impegno morale ascetico, che porta alla salvezza; per Gesù, prima viene la salvezza e poi la conversione. Bisogna prima credere nella lieta Novella che la salvezza è offerta a tutti come dono gratuito di Dio. La salvezza è Gesù stesso, è accogliere lui, la sua vita e, in lui, morire progressivamente all'uomo vecchio e rinascere all'uomo nuovo, ossia lasciarsi trasformare dallo Spirito in Gesù, collaborare alla realizzazione in noi del mistero di morte e di vita, mistero pasquale e pentecostale..., il mistero nascosto da secoli in Dio e rivelato negli ultimi tempi (cf. Ef 3,9).

È una decisione vitale che Gesù esprime in due brevi parabole, riferite da Matteo: « Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra » (13,44-46).

Il regno dei cieli è Gesù stesso. È la proposta che Gesù fa al giovane ricco: « Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dàllo ai poveri... vieni e seguimi » (Mt 19,21). È una scelta radicale che darà un'impronta completamente nuova alla vita del giovane... ma il giovane non accetta: « ... se ne andò triste, perché aveva molte ricchezze » (Mt 19,22). Non accetta Dio, perché adorava già un idolo... Quanti idoli si adorano anche diversi dalla ricchezza!...

Per esprimere la radicalità della scelta evangelica Gesù ricorre a delle espressioni paradossali: « Se il tuo occhio destro ti è motivo d'inciampo, cavalo e gettalo via da te... Se la tua mano destra ti è motivo d'inciampo troncala e gettala via da te... » (Mt 5,29-30). Sì, per il regno dei cieli, per Gesù, bisogna essere disposti a rinunciare anche alla salute, alla vita fisica, come fecero i martiri, come hanno fatto e fanno tanti cristiani che non vogliono rinnegare la fede.

Bisogna essere disposti anche a strapparsi un affetto dal cuore, se non è in armonia con il cuore di Cristo, altrimenti adoriamo un idolo. Possediamo la libertà del cuore, la preziosa libertà interiore?

Occorre distaccarsi anche dai doni spirituali, che possono diventare motivo di vanto, di superiorità sugli altri. « Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo forse profetato il tuo nome? Nel tuo nome non abbiamo cacciato demoni e non abbiamo fatto nel tuo nome molti prodigi? Allora dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti! Andate via da me, operatori d'iniquità » (Mt 7,22-23).

Quando i settantadue discepoli ritornano, pieni di gioia, dalla missione affidata loro da Gesù di annunciare il Vangelo: « Signore, anche i demoni ci obbediscono, quando invochiamo il tuo nome », Gesù risponde: « Io vedevo satana precipitare dal cielo come una folgore... Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi, ma piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli » (Lc 10,17-18.20).

 

Dalle parole all'esempio

Non è facile convertirsi come Gesù vuole. Ecco perché alla fine della sua predicazione e della sua vita ritorna su questa esigenza della conversione.

Da tanto tempo i suoi discepoli sono con lui e non si sono ancora convertiti, né personalmente né comunitariamente.

Luca ha appena narrato l'istituzione dell'eucaristia, con quelle parole così significative, che sono anche un pressante invito a convertirsi dall'egoismo: « Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me »... « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi » (22,19.20), e subito l'evangelista racconta come sorse una gran discussione fra i discepoli di Gesù: « Chi di loro poteva essere considerato più grande » (Lc 22,24).

Gesù, con pazienza infinita, li ammaestra: « Chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve... Io sto in mezzo a voi come colui che serve » (Lc 22,26-27).

In questo contesto si ambienta molto bene la lavanda dei piedi narrata da Giovanni, una vera sintesi del mistero e della storia della salvezza (cf. 13,1-20).

Rileviamo i sei verbi che l'evangelista usa, non tanto per descriverci l'episodio, quanto per rivelarci i significati di ciò che descrive: Gesù « si alzò da tavola, e pose le vesti e, preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli... Quando... ebbe lavato loro piedi, ... prese, le vesti, sedette di nuovo... » (Gv 13,4-5.12).

Stare a tavola esprime, secondo la mentalità ebraica, intimità di vita. È la comunione del Verbo col Padre, ossia, come dice Paolo, nell'inno cristologico della lettera ai Filippesi: « Cristo... pur essendo di natura divina » (Fil 2,6) e Giovanni: « In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio » (Gv 1 1). « Si alzò da tavola... » (Gv 13,4) ossia « Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio » (Fil 2,6). « Depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita » (Gv 13,4) ossia « Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini » (Fil 2,7); « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare (pose la sua tenda) in mezzo a noi » (Gv 1,14).

« E cominciò a lavare i piedi dei discepoli... » (Gv 13,5), ossia « Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,7-8): è il servizio totale della vita.

Quando ebbe lavato i piedi dei discepoli, Gesù « riprese le vesti, sedette di nuovo...» (Gv 13,12). È l'esaltazione di Cristo, la sua risurrezione e ascensione, fino a sedersi alla destra del Padre: « Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome... Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre » (Fil 2,9-11).

Così la lavanda dei piedi ci presenta in immagine il mistero e la storia della salvezza, realizzati, non solo in Cristo, ma in ognuno di noi. L'umiliazione e l'esaltazione del Cristo sono la nostra umiliazione ed esaltazione. Questa è la nostra continua conversione: « Sapete ciò che vi ho fatto?... Se... io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri » (Gv 13,12.14).

« Lavarci i piedi!... » è l'atteggiamento di disponibilità, di servizio, nella nostra quotidianità, verso tutti, secondo le esigenze della giustizia e della carità e le nostre possibilità, dicendo di « sì » alla vita di Cristo nella nostra vita, facendo come lui la volontà del Padre (cf. Gv 4,34).

La nostra conversione è la nostra quotidiana oblazione e immolazione nell'oblazione-immolazione del Cristo, non nelle grandi cose, ma nelle piccole cose, per amare non « a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità » (1 Gv 3,18).

« Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi » (Gv 13,15), come se Gesù dicesse: non solo nella liturgia del rito eucaristico, ma nella liturgia della vostra vita: « Fate questo in memoria di me » (Lc 22,19). « Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica » (Gv 13,17).

Quello che Gesù ha espresso in linguaggio parabolico (lavanda dei piedi), lo specifica nei celebri discorsi dell'ultima cena e nella cosiddetta preghiera sacerdotale (cf. Gv 13-17).

In particolare Gesù ci presenta la realtà e l'esigenza di essere uniti alla sua oblazione-immolazione (cf. allegoria della vita: Gv 15,1-17), per fare di tutta la nostra vita una preghiera eucaristica (cf. Gv 17).

In parole semplici: chi vive con gioia il servizio della lavanda dei piedi ai fratelli ed è disposto a donare la vita per Cristo e per i fratelli è in stato di conversione continua e rende grazie a Dio con la preghiera eucaristica, non solo nella liturgia del rito, ma nella liturgia della vita e della storia: « È veramente cosa buona e giusta rendere grazie e innalzare a te l'inno di benedizione e di lode, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore... ».

Essendo chiamati a fare della nostra vita una continua oblazione d'amore a Dio e ai fratelli, dobbiamo, come Cristo, alzarci spesso, nella nostra giornata, dal trono di figli di Dio, deporre, come Gesù, le vesti, cingere ai fianchi un asciugatoio e lavare i piedi dei nostri fratelli, con la disponibilità al loro servizio; quindi riprendere le vesti e sederci di nuovo sul trono dei figli di Dio, poiché siamo « chiamati figli di Dio e lo siamo realmente » (1 Gv 3,1).

Tuttavia ci chiediamo: questa meravigliosa vocazione all'oblazione d'amore, che sempre implica l'immolazione, non pretendiamo, in modo inconscio, di realizzarla pelagiamente, ossia soprattutto con le nostre forze? Non è necessaria una rinnovata, profonda conversione allo Spirito?

Nella nostra vita dobbiamo partire da zero, con Dio solo come ricchezza, nulla e ben poco di nostro, « come bambini appena nati », dice s. Pietro (1 Pt 2,2), come chi è sorpreso all'improvviso dal Regno che viene, ossia da Gesù, « mentre si trova nel campo e non torna a casa per prendere il mantello » (Mt 24,18).

Questa è la conversione nel Vangelo: un lasciare tutto per avere il TUTTO avere il Regno, Gesù.

Paolo ci dà l'esempio della perfetta conversione: « Tutto ormai io reputo una perdita (spazzatura) di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore » (Fil 3,8).

« Conoscere » nella Bibbia di possedere, è l'unione dgllo sposo con la, sposa.

Umilmente tuttavia l'Apostolo riconosce: « Fratelli, io non ritengo di essere giunto alla perfezione; questo soltanto io so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta » (Fil 3,13), e la meta è la sublimità della conoscenza di Cristo Gesù: possedere Lui o meglio essere posseduti da Lui.

Facciamo nostra la preghiera di Paolo per i primi cristiani, nella lettera agli Efesini, perché abbiano a « conoscere » l'amore di Cristo: « Piego le ginocchia davanti al Padre, ... perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria (= amore), di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore. Che Cristo abiti per la fede ( = adesione vita a vita) nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi ( = i cristiani in grazia) quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e « conoscere » l'amore di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio » (Ef 3,14-19)... « Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia » (Gv 1,-16). Per questo « Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria (= amore), gloria come di unigenito dal Padre, pieno (per noi) di grazia e di verità » (Gv 1,14).

La corsa di Paolo per conquistare Cristo, come egli è stato conquistato da lui, mi fa ricordare che tante volte anche noi abbiamo preso la rincorsa per saltare il nostro piccolo o grande Mar Rosso, per trovarci nella libertà della Terra Promessa; ma lo slancio si è andato affievolendo e ci siamo arrestati sulla riva del mare; siamo rimasti nell'Egitto dei nostri egoismi, delle nostre passioni, dei nostri affetti troppo umani, dei nostri peccati. Ora il Signore ci invita a ritentare la corsa e il salto, fidando nella preghiera allo Spirito. Con lui ce la farai. Prendi la rincorsa e non fermarti, finché non sei fra le braccia del Padre che ti attende, di Cristo che ti vuole unire a sé.

 

La seconda conversione

La conversione all'oblazione d'amore è solo in parte frutto del nostro sforzo; è frutto specialmente della grazia, della preghiera continua, del nostro rapporto con Cristo nello Spirito.

Parliamo della conversione secondo la catechesi apostolica. Riflettiamo sulle lettere inviate alle sette chiese dell'Asia Minore, presentate dall'Apocalisse (cf. 2,1-29; 3,1-22).

La preoccupazione di fondo di queste lettere è chiara: come ridestare il primitivo fervore o il primitivo amore all'interno di comunità cristiane, che lo hanno più o meno smarrito o corrono il rischio della tiepidezza?

È un problema di conversione, che facilmente riguarda anche noi e le nostre famiglie, le nostre comunità religiose. Dopo un certo periodo di tempo dal loro inizio, corrono il rischio del rilassamento, della tiepidezza: « Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese » (Ap 2,7.11.19.29...)…

Così conclude ognuna delle sette lettere. È un ammonimento rivolto anche a noi.

È Gesù che parla mediante il suo Spirito: « Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice... ».

Gesù è presentato come il « Primo e l'Ultimo... il Vivente » (Ap 1,17-18), 1'« Amen » (Ap 3,14), ossia Colui che ha detto e dice sempre di « Sì » al Padre.

Cristo - scrive Paolo - non fu « sì » e « no » (come tante volte lo siamo noi), ma in lui c'è stato il « Sì ». Tutte le promesse di Dio in lui sono diventate « Sì » (2 Cor 1,19-20). Anche Maria fu un « Amen », un « Sì » continuo alla volontà del Padre.

Lo Spirito di Gesù comincia così tutte le sette lettere: « Conosco le tue opere! ». Segue l'approvazione per le opere buone compiute nella comunità ecclesiale e la disapprovazione delle opere cattive. A questo punto, in cinque delle sette lettere, interviene l'appello alla conversione: « Ravvediti », « Svegliati », ossia « Convertiti », « Ricorda... da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima » (2,5; cf. 2,16.22). « Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio » (3,2); « Mostrati zelante e ravvediti » (3,19).

Bisogna, come ho detto, rovesciare il vestito e più del vestito.

La seconda conversione appare come una conversione dalla fede teorica, alla fede concreta delle opere e come dice Giovanni: « Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità » (1 Gv 3,18).

Le opere della seconda conversione sono le opere dello Spirito, senza le quali, secondo s. Giacomo, la fede stessa « rimane inerte » (2,20). Dobbiamo convertirci e irradiare i frutti dello Spirito.

Propriamente, secondo Paolo, « frutto dello spirito » è uno solo, « la carità » (agàpe) (Gal 5,22). Ma il campo della carità è immenso. Ecco perché Paolo ne precisa i segni: la « gioia » e la « pace »; le manifestazioni (senza alcuna pretesa di esaurirle): la « pazienza », la « bontà », la « benevolenza »; le condizioni, perché la carità sia ben radicata, fiorisca e dia frutti: la « fedeltà », ossia la fede intesa come adesione di tutta la persona, di tutta la vita a Cristo (cf. Gal 5,6); la « mitezza », che è sempre accompagnata dall'umiltà (cf. Mt 11,29) ed è l'unica via che percorre la carità; il « dominio di sé », ossia lasciarsi guidare nei pensieri e nei desideri, nelle parole e nelle opere, non dalle esigenze del nostro egoismo, ma dallo Spirito di Dio (Gal 5,22: TOB, nota ).

Tutto questo diventa realtà nella nostra vita, se ci lasciamo crocifiggere con Cristo dallo Spirito (cf. Gal 2,20; Eb 9,14): « Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo secondo lo Spirito » (Gal 5,24-25).

Ma l'irradiazione abituale, quotidiana dei frutti dello Spirito richiede un lungo e complesso cammino. La potatura del Padre è quella necessaria immolazione del nostro egoismo o, come scrive Paolo, della nostra « carne, con le sue passioni e i suoi desideri » (Gal 5,24), senza la quale non possiamo agire sotto l'influsso dei doni dello Spirito e irradiare i suoi frutti (cf. Gal 5,22.25; cf. Gv 15,2).

« Io sono la vite, voi i tralci - continua Gesù - Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto... Rimanete nel mio amore » (Gv 15,5.9).

Secondo il significato del verbo greco « menein en » Gesù ci invita a lasciarci avvolgere, penetrare, permeare dal suo amore, a riposare nel suo amore, a perseverare nel suo amore.

L'amore di Gesù è l'amore stesso del Padre, è lo Spirito d'amore, lo Spirito Santo, che sarà, almeno in parte, descritto da questo libro. Suppone l'esercizio delle virtù morali e teologali; reso facile dall'influsso costante dei doni dello Spirito e accompagnato dalla pratica delle beatitudini.

Sono queste le opere che dimostrano che siamo dei salvati, dei risorti, dei glorificati in Cristo (cf. Rom 8,30). Sono i frutti della salvezza, della santità, che ci dispongono alla gloria.

Nell'allegoria della vite e dei tralci Gesù dice chiaramente: « Ogni tralcio che porta frutto, (il Padre) lo pota, perché porti più frutto » (Gv 15,2).

Questa è la conversione continua, in ogni momento della vita, allo Spirito, ai suoi doni, ai suoi frutti, alle beatitudini; è la seconda, necessaria conversione.

Noi possiamo avere tanti doni, tanti carismi, fare miracoli, guarire gli ammalati, predire il futuro, avere visioni; ma senza i doni dello Spirito, l'irradiazione dei suoi frutti, che ci portano a praticare tutte le virtù abitualmente e con diletto, ci sentiamo dire da Gesù: « Non vi ho mai conosciuti; andate via da me, operatori d'iniquità » (Mt 7,23).

Con tutte le nostre doti, con tutti i nostri carismi, senza i doni, senza i frutti dello Spirito e la pratica delle beatitudini, siamo simili a un albero di Natale, carico di doni luccicanti, messi lì nottetempo da papà e mamma; ma l'albero di Natale è effimero, posticcio; dopo un po' si toglie, perché secca o addirittura non è un vero albero, è di plastica; è fuori tempo e fuori luogo; lo si mette in solaio.

Se invece viviamo dei doni dello Spirito, ne irradiamo i frutti, pratichiamo le beatitudini, siamo alberi veri, come dice il salmo: « Sarà come albero piantato - lungo

i corsi d'acqua - darà frutto a suo tempo - e le sue foglie non cadranno mai, - riusciranno tutte le sue opere » (S al 1,3).

L'acqua che feconda quest'albero è l'acqua che ci ha dato Gesù, lo Spirito Santo: « Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7,37-38). In Gesù fonte dello Spirito, anche noi diventiamo fonti che irradiano lo Spirito..., diffondendo i suoi frutti... « Un colpo di lancia gli trafisse il costato e subito ne usci sangue ed acqua » (Gv 19,34)... « Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto » (Gv 19,37)... « Rimanete nel mio amore » (Gv 15,9). Lasciamoci avvolgere, penetrare, permeare, portare dallo Spirito, riposiamo nello Spirito, perseveriamo nello Spirito, momento per momento, situazione per situazione, nell'umile quotidianità.

 

Pieni di gioia

Di tutti i frutti dello Spirito, terminando queste nostre riflessioni sulla seconda conversione, voglio ricordare in particolare la gioia, in un mondo tanto triste e senza gioia. La conversione è per la gioia. Convertirsi è bello, è una delle gioie più grandi che può sperimentare l'uomo. Quel contadino, che aveva trovato il tesoro nascosto nel campo, andò pieno di gioia a vendere tutto per comprare quel campo. Invece, il giovane ricco, che non ebbe il coraggio di vendere tutti i suoi beni, per darne il ricavato ai poveri « Se ne andò triste » (Mt 19,22). All'invito di Gesù: va', vendi, dona, vieni, seguimi..., rispose: NO, e « se ne andò triste ».

« Convertirsi » è incontrare lo Sposo e come si può essere tristi: « Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? » (Mc 2,19).

Convertirsi è fare l'esperienza di Maria di Magdala con Gesù risorto: « Donna perché piangi? »... « Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'abbiano posto »... e, « voltatasi indietro, vide Gesù » (Gv 20,1314). Convertirsi è voltarsi indietro, verso Gesù, è orientarsi decisamente verso di lui. Allora Gesù ti chiama per nome: « Maria! » (Gv 20,16), segno di intimità, di familiarità, ... e il cuore è pieno di gioia.

Ma c'è qualcosa di ancor più straordinario nella nostra seconda conversione; oltre alla nostra gioia, c'è la gioia di Dio: « C'è più gioia in cielo - dice Gesù – per un peccatore convertito, che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione » (Lc 15,7)... « Vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio, per un solo peccatore che si pente » (Lc 15, 10)... Si tratta della gioia di Dio (TOB, nota b); Dio è indicato implicitamente secondo l'uso ebraico (cf. Lc 10,8: TOB, nota e).

Questa è una realtà misteriosa, commovente: io posso accrescere la gioia di Dio o diminuirla... Non si tratta certo della gioia intima, trinitaria; ma dei misteriosi rapporti che Dio ha col mondo e in particolare con l'uomo che può dire sì o di no all'amore di Dio, suscitando una misteriosa tempesta di gioia o di dolore in lui.

Questo è certo che Dio non è felice appieno, finché c'è un figlio fuori della porta che si rifiuta di entrare, sia esso il figliuol prodigo o il figlio maggiore (cf. Lc 15,11-32).

Come resistere a questo pensiero? Come non dire subito: oggi, oggi stesso voglio convertirmi, o Gesù, « Attirami dietro a te, corriamo (verso il Padre). - M'introduca il re nelle sue stanze, - gioiremo e ci rallegreremo per te - ricorderemo le tue tenerezze più del vino. - A ragione ti amano! (Ct 1,4).

Preghiamo con la liturgia: « Irriga, o Padre buono, - i deserti dell'anima - coi fiumi d'acqua viva (lo Spirito Santo) - che sgorgano dal Cristo » (Vespri del lunedì).

« Illumina col tuo Spirito - l'oscura notte del male, - orienta il nostro cammino - incontro al Padre. Amen (Lodi: giovedì della prima settimana).

 

II.

IL DISARMO DEL CUORE

 

« Siate Santi... »

« Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro sono santo » (Lev 19,21; cf. 1 Pt 1,16).

Dinanzi a questo invito di Dio, tante persone, anche molto generose, si domandano, a volte tormentandosi: come posso io farmi santo? Sono sempre lo stesso, gli stessi difetti, gli stessi peccati... L'invito di Dio per me risuona invano. Non diventerò mai santo...

Ecco lo scoraggiamento, l'inerzia spirituale, frutto di superbia e anche di ignoranza.

Ci risponde Paolo: « Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare (tanto meno sappiamo che cosa sia conveniente fare); ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori (il Padre) sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli (lo Spirito) intercede per i credenti secondo i disegni di Dio » (Rom 8,26-27).

Iniziamo le nostre riflessioni con queste consolanti parole di Paolo, che ci tolgono dalla dolorosa solitudine della nostra fragilità e debolezza.

Non siamo soli; se lo vogliamo, il Paraclito è con noi in ogni situazione. Paraclito da (Parà kaléo) è colui che, chiamato (kaléo), viene accanto (parà) a noi, anzi dentro di noi. Perciò invochiamolo: « Vieni, Santo Spirito... ».

Se vogliamo vivere più intensamente, più santamente la nostra vita cristiana, secondo la volontà di Dio: « Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione » (1 Ts 4,3), umilmente dobbiamo riconoscere che non abbiamo le forze per realizzare questo precetto del Signore, Solo Dio è sorgente di ogni santità; solo lui santifica. Da qui il dono prezioso che egli ci fa dello Spirito Santo.

 

Le « braccia » del Padre

Dice s. Ireneo, con efficace immagine: sono due le braccia, con le quali il Padre, con amore infinito, vuole stringerci a sé, il Cristo e lo Spirito.

Sono infatti i due più preziosi doni del Padre, dei quali ci parla s. Giovanni nella sua prima lettera; anzitutto il dono di Cristo: « In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui » (1 Gv 4,9); e, poco più innanzi, ci parla del dono dello Spirito: « Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito » (1 Gv 4,13). Lo Spirito è fonte di comunione d'amore con Dio.

Giovanni conclude con un grido di gioia incontenibile: « Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi... ». Questo è il grande mistero, sostegno della nostra vita, alimento della nostra contemplazione: è importante amare Dio; ma è molto più importante lasciarsi amare da Dio, lasciarsi possedere da Dio: « L'amore che Dio ha per noi... Dio è amore e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui » (1 Gv 4,16).

Nella ss.ma Trinità, ogni persona è santa, tuttavia la santità... è l'aspetto misterioso dello Spirito. Per questo lo chiamiamo Spirito Santo. E' la santità di Dio personificata, che si comunica a noi come dono santificante, dà vita e divinizza.

La pienezza della vita cristiana e la maturità della vita religiosa le possiamo raggiungere solo per mezzo dello Spirito, il quale ci infonde la santità stessa di Dio. Egli ha dato inizio alla nostra santità nel giorno stesso del battesimo, quando, oltre alla grazia santificante, che ci ha resi figli di Dio, oltre alle virtù teologali e morali, ci ha offerto i suoi doni, i suoi frutti, i suoi carismi.

Egli stesso, lo Spirito, è il Dono per eccellenza del Padre, sempre accordato a coloro che sinceramente lo chiedono. Dice Gesù: « Io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto... Se dunque voi che siete cattivi (si rivolge ai papà e alle mamme, la cui bontà, per quanto grande sia, non può essere confrontata con l'indicibile bontà di Dio) sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo (il migliore di tutti i doni) a coloro che glielo chiedono! » (Lc 11,9.13).

E il Dono, l'Amore di Dio personificato, che viene sempre concesso, anche se Dio ordinariamente mette a prova la nostra fede, la nostra preghiera, perseveranza, fiducia, facendoci attendere. « Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza... Non perdiamoci d'animo, poiché lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili... » (Rom 8,26). Come può questa appassionata preghiera dello Spirito non essere esaudita, quando è la preghiera stessa di Dio?

 

La liturgia della vita

Se è vero che a partire dall'incarnazione la Chiesa è piena della Trinità: « Et Verbum caro factum est... E il Verbo si è fatto carne... » (Gv 1,14) per volontà del Padre e per opera dello Spirito Santo, nel seno di Maria (cf. Lc 1,35), è anche vero che, a partire dal giorno della pentecoste, la Chiesa è piena dello Spirito di santità e, malgrado le sue terrene fragilità, genera santi.

Anche oggi la forza della pentecoste non si è esaurita; anzi si è rafforzata, specie dopo il Concilio: lo prova la diffusione dei movimenti carismatici.

È volontà del Padre che facciamo nostro lo Spirito, per soddisfare l'urgente bisogno che ha il nostro mondo di santi; non di santi che facciano imprese straordinarie, miracoli; ma di santi « quotidiani », che fanno le cose di ogni giorno, uomini e donne come tutti noi, ma straordinari nell'amore, nella preghiera, nella generosa accettazione della croce, la cui vita sia una liturgia continua, un'oblazione d'amore continua, come dice Paolo: « Vi esorto, ... fratelli, per la misericordia di Dio ad offrire voi stessi, come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale...; trasformatevi, rinnovando la vostra mente ( = la vostra interiorità, il vostro cuore), per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto » (Rom 12,1-2).

Quando un cristiano fa della sua vita, come Paolo, una liturgia di lode, offrendo se stesso in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, ha compreso il mistero essenziale, profondo e prezioso della croce; ha compreso che l'amore non sta solo nel fare le opere di bene, ma ugualmente nell'accettare l'amore espresso dalle croci quotidiane, come un dono, per cui ringraziare, di cui gioire, un dono da restituire con amore al suo Signore (solo così comincia ad essere vero discepolo di Cristo), come un dono da vivere con Cristo crocifisso e da restituire al Padre per la salvezza e santità sua e del mondo intero. Appaiono tante mani; ma, in realtà, una sola è la mano che ti offre la croce: quella del Padre.

Così corrispondiamo agli impulsi dello Spirito, così si realizza la nostra santità.

L. Bloy concludeva il suo romanzo: Una povera donna con questa frase giustamente famosa: « Non c'è che una sola tristezza: quella di non essere santi... ».

Lo Spirito Santo, Spirito della gioia, ci renda suoi collaboratori, per cancellare o almeno diminuire nel mondo l'immensa, sconfinata tristezza di non essere santi.

 

Bambini, ... ma quali bambini?

Tendere alla santità è tendere alla maturità cristiana e religiosa, è aprirci all'azione libera, potente, rigeneratrice dello Spirito.

Il Nuovo Testamento usa spesso l'esempio del bambino e lo presenta in un duplice senso: quello dell'immaturità, a differenza della persona adulta, matura, e quello della piccolezza, della semplicità di cuore, della povertà di spirito, segni di massima maturità spirituale.

Nel primo significato di immaturità, così parla l'autore della lettera agli Ebrei, dopo essersi soffermato sul sacrificio, sul sacerdozio di Cristo e sulla partecipazione dei suoi lettori cristiani a questi sublimi misteri (cf. 4,14-16; 5,1-10). Constata amaramente: « Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili, da spiegare (non in se stesse, ma a causa dei suoi cristiani tiepidi e non ferventi), perché siete diventati lenti (pigri, indolenti...) a capire...: siete diventati bisognosi di latte (l'unico alimento di cui gli infanti possono nutrirsi) e non di cibo solido (il cibo degli adulti, delle persone mature). Ora, chi si nutre di latte è ignaro della dottrina della giustizia (ossia la dottrina che solo i cristiani maturi possono comprendere), perché è ancora bambino. Il nutrimento solido è per gli uomini fatti (maturi) » (Eb 5,11-14).

È un brano, questo, della lettera agli Ebrei, che ci fa riflettere; può servirci per una buona revisione di vita. S. Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, è chiaro e schietto: « Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali (vivificati e guidati dallo Spirito), ma come ad esseri carnali (che seguono le esigenze della natura corrotta, dell'egoismo), come a neonati in Cristo (cristiani immaturi). Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci... c'è tra voi invidia e discordia... » (1 Cor 3,1-3).

Quindi 1'« uomo carnale » è, secondo Paolo, il più grande ostacolo all'effusione dello Spirito. L'« uomo carnale » è l'uomo chiuso nel suo egoismo, che asseconda i suoi comodi, i suoi capricci, le sue passioni: la superbia, l'impazienza, la sensualità, l'invidia, la gelosia..., in altre parole « le opere della carne », delle quali ci offre una lunga lista Paolo, nella lettera ai Galati (cf. 5,19-21).

L'« uomo carnale » non è ancora reso libero dallo Spirito, perché non vuole essere liberato; è l'uomo che non ha ancora esperimentato lo Spirito nella sua trasformante novità, non l'ha ancora accolto.

 

Un rimedio concreto

È proposto dall'apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi.

La Chiesa di Corinto era una Chiesa fervente, ma anche divisa. Vi erano egoismi, invidie, discordie, come può avvenire, disgraziatamente in una famiglia, in un'associazione, in una comunità religiosa: una Chiesa con molti cristiani infanti, immaturi, perché molto carenti nella carità. A questi cristiani immaturi, ammalati di « carnalità », Paolo propone come stile di vita, il mistero della croce.

« La parola della croce infatti - scrive Paolo - è stoltezza per quelli che vanno in perdizione; ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio » (1 Cor 1,18).

« Mentre i Giudei chiedono i miracoli (come garanzia della veridicità dell'annunzio evangelico, come chiedevano gli scribi e i farisei a Gesù: ` Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno... ') (Mt 12,38) e i Greci cercano la sapienza (ossia una dottrina che soddisfi l'intelligenza), noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini » (1 Cor 1,22-25).

Non è che la domanda di un miracolo e la ricerca di una dottrina che soddisfi l'intelligenza siano in se stesse cose cattive, tuttavia devono disapprovarsi, quando sono poste come condizioni per l'accettazione della fede nel messaggio evangelico. La fede è fede sulla sola Parola di Dio.

Paradossalmente le due esigenze del « miracolo » e della « sapienza » sono proprio realizzate dal mistero della croce. Difatti è la realizzazione, da parte di Dio, del suo sapientissimo disegno di salvezza (« il mistero nascosto da secoli » in Dio: Col 1,26); è la massima manifestazione della potenza del suo amore: « O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! - esclama Paolo, nella lettera ai Romani -. Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!... A lui gloria nei secoli. Amen » (Rom 11,33.36).

Quindi Paolo presenta la sua esperienza personale, dopo lo smacco subìto all'areopago di Atene, quando si era servito della sapienza umana per annunciare il Vangelo e gli areopagiti erano scoppiati a ridere, sentendo parlare del giudizio di Dio e della risurrezione dei morti. « Anch'io, o fratelli - confessa umilmente l'Apostolo - quando venni tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza (come aveva cercato di fare tra i membri dell'areopago di Atene). Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza, con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza (lui solo può convincere le menti e soprattutto trasformare i cuori; in lui è tutta la nostra speranza), perché la nostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio » (1 Cor 2,1-5).

Paolo presenta il mistero della croce, come il mistero dell'Amore crocifisso, il mistero di una persona che ci ama con un amore infinito, fino ad affrontare la morte per la nostra salvezza e vuole, per amore, identificarsi con noi, trasformarci in lui: è il mistero della « Kénosi » di Cristo, ossia della sua umiltà (che è tutto un insegnamento, perché impariamo anche noi come si vive e come si soffre per il trionfo della carità), è il mistero del suo abbassamento fino ad annientare se stesso per nostro amore: « Cristo Gesù - esclama pieno di stupore Paolo -, pur essendo di natura divina... spogliò (o meglio svuotò) se stesso, assumendo la condizione di servo... umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,5-8).

Contemplando Cristo crocifisso, non solo comprendiamo « l'amore che Dio ha per noi » (1 Gv 4,16), ma comprendiamo anche lo stile di Dio, la sua predilezione per gli umili: « Su chi volgerò lo sguardo? Sull'umile e su chi ha lo spirito contrito » (Is 66,2).« Se tu ti innalzi - afferma s. Agostino - egli si allontana da te, se invece ti abbassi egli si inchina verso di te ». « Dio sceglie nel mondo ciò che è debole, ignobile, disprezzato » (1 Cor 1,27-28) per realizzare le meraviglie del suo amore... I piccoli, gli umili, i sofferenti, gli emarginati che hanno fede ( cioè aderiscono a Cristo), essi sono il luogo teologico dove, si manifesta la potenza dello Spirito di Dio.

Ho etto: contemplando il Crocifisso, comprendiamo il più importante mistero ella nostra vita spirituale: « l'amore che Dio ha per noi » (1 Gv 4,16) e possiamo esclamare: ecco il sacramento dell'Amore crocifisso di Dio!

E’ allora urgente per i Corinzi, come per ciascuno di noi, vivere l'umiltà di Cristo, il suo abbassamento, il suo annientamento, per entrare nella via della carità, per essere disponibili all'azione dello Spirito.

 

L'uomo spirituale

Il cristiano maturo, ossia spirituale (nel senso di « guidato dallo Spirito ») capisce e vive il mistero della croce come mistero di morte per la vita. Accetta di essere sepolto « con Cristo nella morte » (Rom 6,3), di essere « configurato alla sua passione » (Fil 3,10).

Può sembrare un linguaggio strano alla nostra sensibilità moderna; ma per chi ha fede è di grande consolazione. Come si illumina e acquista un senso quella realtà così difficile da essere accettata dall'uomo: la realtà della sofferenza, il mistero della croce!

Noi tutti, all'inizio della nostra vita cristiana, siamo stati battezzati nella morte di Cristo (cf. Rom 6,3-7). È una morte misteriosa, ma insieme fortunata e gioiosa, perché è morire al peccato, ossia alla velenosa radice della sofferenza e della morte.

Il mistero del peccato, noi non lo capiremo mai, è un mistero ancor più drammatico di quello della sofferenza e della morte.

Per un paradosso assurdo, tanti uomini del nostro tempo rifiutano il peccato come colpa; ne ammettono il fatto, ma senza una responsabilità personale; hanno perso il senso del peccato; quando il peccato è la fonte di tutti i mali, perché è il rifiuto dell'amore, è rifiuto di Dio, della vita, della salvezza, è scegliere la morte, la perdizione.

L'unico che ha compreso e abbracciato il mistero del peccato nella sua tenebrosa, abissale profondità è caduto in agonia e ha sudato sangue, Cristo Gesù. Come si può dire che il peccato si può ammettere come sbaglio, come insuccesso, ma non come colpa?

È doloroso constatare che un atteggiamento simile, irresponsabile, è adottato anche da certi religiosi e religiose che ritengono inutile la riparazione, non ci pensano, la trascurano, quando è una delle realtà più necessarie, in un mondo che affoga sempre più nell'ingiustizia, nella violenza, nell'edonismo e nel materialismo, nello sfruttamento e nella sopraffazione, nel rifiuto di Dio e del Vangelo.

 

Una morte per la vita

Quindi, accettare di essere sepolti con Cristo nella morte significa lasciar distruggere in noi l'uomo vecchio con i suoi vizi e le sue concupiscenze; morire al mondo e alle sue brame malvagie, come afferma Paolo: « Ogni giorno io affronto la morte » (1 Cor 15,31) e risorgere ad ogni istante, per la potenza dello Spirito, a maggior pienezza di vita, ossia di grazia, di pratica dei frutti dello Spirito.

Questa è la morte misteriosa e la preziosa risurrezione che ogni vero cristiano, ogni anima religiosa deve bramare, perché sono feconde di pienezza di vita, di crescita nella carità. In questo senso siamo felici di ascoltare le parole di Paolo: « Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, nostra vita, si manifesterà, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria » (Col 3,3-4).

È una realtà finale, che già possiamo vivere nel presente, più ci lasciamo trasformare dallo Spirito in Cristo, più agiamo sotto l'influsso dei suoi doni, più irradiano i suoi frutti, pratichiamo i suoi carismi, viviamo le beatitudini.

La morte con Cristo è, in realtà, una morte alla morte, una morte per la vita. Gesù l'ha detto: « Chi ascolta la mia parola... ha la vita eterna... è passato dalla morte alla vita » (Gv 5,24). Chi crede in Gesù, ossia aderisce a lui totalmente « anche se è morto, vivrà... chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno » (Gv 11,25-26).

Al contrario, chi non crede, ossia non aderisce totalmente a Cristo salvezza e vita, sceglie la morte, la perdizione: « Morirete nel vostro peccato » (Gv 8,21) dice Gesù ai Giudei che lo rifiutavano. Il peccato di tutti i peccati è quello dell'incredulità, la non adesione a Cristo.

Gesù lo ripete, pochi versetti dopo: « Se non credete che lo Sono (probabilmente allusione alla grande rivelazione del nome di Dio al Sinai: ` Io sono colui che sono! ' Es 3,14), morirete nei vostri peccati » (Gv 8,24). Purtroppo il « profumo di Cristo » (2 Cor 2,15) è diventato, e lo può diventare anche per noi, secondo la forte espressione di Paolo, « fetore di morte » (2 Cor 2,16).

 

Per la rovina e la risurrezione

L'uomo è sempre di fronte a una scelta drammatica fra la vita e la morte, dopo la venuta di Cristo. È una scelta che impegna la responsabilità personale. Accettare Cristo è decidersi per la vita e per la salvezza; rifiutarlo ad occhi aperti, volontariamente, a mano alzata, direbbe la Scrittura, come i giudei ricordati da Giovanni (cf. Gv 8,21.24), è la scelta della morte, è la possibilità della perdizione eterna. Si realizza così la predizione del vecchio Simeone riguardo al bambino Gesù: « Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele » (Lc 2,34)... e oltre Israele.

Il mistero della croce, la cui accoglienza è così essenziale nella nostra vita spirituale, purché sia guidata dallo Spirito, ci ha portato lontani nelle nostre considerazioni sul mistero della morte per la vita, sul mistero di Cristo nostra vita: « Ora quelli che sono di Cristo Gesù - conclude Paolo - hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se, pertanto, viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito » (Gal 5,24-25).

La beatitudine dei poveri in spirito, dei piccoli, degli umili, degli inermi è la sintesi di tutte le beatitudini: « Egli, da ricco che era si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8,9)... « Svuotò se stesso assumendo la condizione di servo... umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,7-8)...

« Si è fatto povero... svuotò se stesso... umiliò se stesso... ». Questo essere inermi, senza forza, alla mercé di tutti è l'aspetto più conturbante e profondo di Cristo nel mistero della croce.

Così si manifesta al massimo la mitezza e l'umiltà del Crocifisso: è senza pretese, se non quella di donarsi per amore; è paziente, debole, misericordioso, privo di ogni prestigio e di ogni potenza: è un amore inerme (senza armi)...

Quando Paolo, nell'inno alla carità, presenta le caratteristiche di questa virtù, ha sotto gli occhi, in amorosa contemplazione, l'unico Cristo che egli conosce: quello « crocifisso » (1 Cor 2,2): « La carità (Cristo) è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia; non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non conserva rancore; non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » (1 Cor 13,4-7).

Noi concludiamo: davvero l'amore di Cristo è un amore disarmato, senza pretese, un amore che vuole solo donare; è l'amore di colui che ha detto: « Non sono ve40

nuto per essere servito, ma per servire e dare la mia vita per la moltitudine » (Mt 20,28). E l'amore di Cristoservo, l'amore inerme di chi ci impoverisce per arricchire tutti noi.

Per rivivere Cristo-servo, quando impareremo che la vita si valorizza, non esigendo, ma donando (Cf. Mc 8,35)? Inoltre, nella misura in cui dono, ricevo...

Dobbiamo tuttavia essere realistici. L'egoismo è talmente radicato in noi, che non possiamo fare della nostra vita un dono d'amore continuo, esperimentare abitualmente che il servire è gioia; abbiamo bisogno della forza che ci viene dal Dono del Padre e del Cristo: il dono dello Spirito.

Quando permetteremo allo Spirito che operi in noi il disarmo del cuore, il disarmo dal nostro egoismo, dai nostri piccoli o grandi attaccamenti, dalle nostre passioni, dal nostro orgoglio, dalla nostra impazienza, dalle nostre pigrizie spirituali, per armarci della sola armatura di Cristo, la carità, l'amore oblativo? Questa è 1'« armatura di Dio » di cui parla Paolo agli Efesini (Cf. 6,11.13-20); mentre così esorta i Romani, e l'esortazione dell'Apostolo è rivolta anche a noi: « Gettiamo via... le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce... Rivestitevi del Signore Gesù Cristo... » (Rom 13,12.14).

La forza divina per questa impresa, superiore alle forze umane, la mette a nostra disposizione lo Spirito, se lo supplichiamo senza mai stancarci e se siamo docili alle sue ispirazioni e buone mozioni.

A volte i suoi progetti possono essere diversi dai nostri progetti. Progetto contro progetto. Non importa. Fidiamoci di lui. Preghiamolo incessantemente, perché egli conosce i misteri del cuore di Dio, oltre che il mistero del nostro cuore e noi vogliamo agire secondo il progetto del cuore di Dio su di noi (Cf. Rom 8,26-27).

 

« Questa è l'opera di Dio... »

Il progetto di Dio è fondamentalmente uno solo. Lo dice Gesù rispondendo ai giudei che gli chiedono: « Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? ». Gesù dice: « Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato » (Gv 6,28-29) ossia aderire totalmente, con tutta la nostra vita, a Cristo.

Dirà un giorno Paolo, scrivendo ai Romani: « Noi riteniamo infatti che l'uomo è giustificato per la fede » (3,28) e Lutero aggiungeva nella sua traduzione della lettera ai Romani: per la sola fede; aggiunta fedele al pensiero di Paolo, se per fede si intende, biblicamente, l'adesione totale della persona, della vita a Dio, a Cristo: « Questa è l'opera di Dio...! ».

« Il Padre mio opera sempre e anch'io opero » (Gv 5,17). L'opera del Padre e del Cristo avviene tramite lo Spirito per la trasformazione del nostro cuore nel cuore di Cristo; è la trasformazione della nostra interiorità, perché, cambiato il cuore dell'uomo, disarmato dall'egoismo, dalle passioni che lo corrompono; tutto l'uomo è buono: i pensieri, i desideri, gli affetti, le parole, le azioni sono buoni (cf. Mt 5,8; 15,18-20).

S. Pietro, nella sua prima lettera, ci dice: « Ad immagine del Santo (Cristo) che vi ha chiamati, diventate santi anche voi, in tutta la vostra condotta » (1 Pt 1,15). In questo senso siamo chiamati « cristiani », non solo perché il nostro nome deriva da Cristo; ma, molto di più, perché la nostra vita, la nostra santità sono il prolungamento della vita, della santità di Cristo.

Così pregava la b. Elisabetta della Trinità, rivolgendosi a « Cristo, crocifisso per amore...: Ti prego di rivestirmi di te, di identificare tutti i movimenti della mia anima a quelli dell'anima tua, di sommergermi, di invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un'irradiazione della tua. Vieni in me adoratore, come riparatore e salvatore ».

E rivolgendosi allo Spirito Santo: « O fuoco consumatore, Spirito di amore, discendi in me, perché si faccia nell'anima mia quasi un'íncarnazione del Verbo; che io gli sia un prolungamento di umanità, nella quale egli possa rinnovare tutto il suo mistero ».

 

« Come in uno specchio »

Compito dello Spirito è la nostra trasformazione in Cristo o, come dice Paolo, formare in noi l'immagine del Cristo: morire all'uomo vecchio e rinascere all'uomo nuovo, Cristo Gesù (cf. Rom 8,29; Ef 4,22-24). « Noi tutti, contemplando e riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima ímmagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore » (2 Cor 3,18).

Spieghiamo questo versetto difficile e splendido: « Noi tutti, contemplando e riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore (ossia la carità di Cristo), veniamo trasformati in quella medesima immagine (quella di Cristo: trasformati in Cristo), di gloria in gloria (di carità in carità), secondo l'azione dello Spirito del Signore » (2 Cor 3,18). Essere ad immagine del Cristo significa essere ad immagine del Padre: « Cristo è immagine del Dio invisibile... » (Col 1,15); la « Gloria di Dio... rífulge sul volto di Cristo » (2 Cor 4,6).

Essendo noi trasformati ad immagine del Cristo, dobbiamo vivere e comportarci come lui, come figli di Dio: « Risplenda la vostra luce davanti agli uomini..., vedano le vostre opere buone (quelle inculcate nel discorso della montagna) e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli » (Mt 5,16).

 

Mistici ed estatici

Il vero cristiano maturo, che vuole dare quotidianamente una risposta d'amore alla scelta d'amore del Cristo: « Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi » (Gv 15,16), deve essere un « mistico » e un « estatico ». Sono parole che non devono renderci diffidenti o farci paura.

Il vero « mistico » non si estrania dall'umile realtà quotidiana, dal mondo, dalla storia.

S. Teresa d'Avila fu una grande mistica e insieme una donna di un senso pratico stupefacente, una conoscitrice unica degli uomini e delle donne del suo tempo.

« Mistico » è l'uomo e la donna che hanno compreso come la carità, che è Dio stesso, « Dio è carità » (1 Gv 4,16), è tutto, perciò diventa la norma, secondo la quale regola tutta la sua vita; vive la carità nei suoi rapporti con Dio; vive la carità verso il prossimo, soprattutto con la pratica dei frutti dello Spirito (cf. Gal 5,22); vive la carità con se stesso. Chi non accetta se stesso e non si ama, è impossibile che accetti gli altri e li ami; diffonderà solo la sua irritazione e scontentezza.

In parole semplici: la carità è l'opzione fondamentale del « mistico », come l'egoismo è l'opzione fondamentale dell'uomo carnale.

Con la carità si semplifica tutto, perché dove c'è la carità non c'è più bisogno di alcuna legge; la carità è legge a se stessa e si manifesta nei saporiti frutti dello Spirito. A questo punto potremmo esclamare: fossero tutti nel popolo di Dio dei « mistici »!

Il vero « mistico », che vive la carità, è anche un « estatico », prendendo questa parola non per significare l'estasi, fenomeno straordinario e accidentale della mistica; ma nel senso ben più importante di « uscire da se stessi », ossia fuori dal ripiegamento su se stessi, sul proprio egoismo, per proiettarci verso Dio, verso i fratelli.

« Estatico » allora è identico a « mistico », è l'uomo che sceglie la carità come norma della sua vita e rifiuta l'egoismo; è l'uomo che « va, vende tutto quello che ha, viene e segue Gesù » (cf. Mt 19,21), come Gesù ha proposto al giovane ricco: « Se vuoi essere perfetto!... » (Mt 19,21).

Quel giovane non si era accorto di avere a portata di mano un bene superiore a tutti i beni della terra: l'amore di Gesù. « Gesù, fissatolo, lo amò » (Mc 10,21). Il rilievo è di Marco.

È lo sguardo d'amore di Gesù che dobbiamo sempre sentire su di noi, pregando di avere sempre la prontezza d'amore della Maddalena nel rispondere all'amore con l'amore, sentendoci (interiormente) chiamare per nome: « Maria! » « Essa allora voltatasi verso di lui gli disse...: ` Rabbuní ' Maestro mio! » (Gv 20,16).

 

La sapienza di essere piccoli

Con il dono dello Spirito, vivendo sotto l'influsso dei suoi doni e irradiando i suoi frutti, l'uomo esperimenta un senso di profonda liberazione, esperimenta la novità della vita che scaturisce dallo Spirito: « Tutti quelli che sono mossi dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio » (Rom 8,14). « Voi... avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: ` Abbà, Padre! '. Lo Spirito stesso testimonia al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Rom 8,15-16).

« Abbà, Padre! » è l'appellativo con cui il bambino si rivolge al padre suo: papà. È un appellativo tanto familiare, quanto sconosciuto nel vocabolario religioso del giudaismo; è l'espressione dell'intimità filiale, piena di familiarità e di tenerezza, usata da Gesù verso il Padre suo: « Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però, non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu » (Mc 14,36). Come figli di Dio, siamo partecipi dell'intimità di Gesù col Padre: « E che voi siete figli - scrive ancora Paolo ai Galati - ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: « Abbà, Padre! » (4,6).

Ci è così manifestata un'altra realtà meravigliosa: la nostra preghiera è preghiera dello Spirito; sono quei « gemiti inesprimibili », di cui parla Paolo nella lettera ai Romani (8,26); « gemiti » che sono onnipotenti sul cuore del Padre e sono certamente esauditi, perché conformi al disegno di amore che Dio ha su ciascuno di noi.

Siamo così penetrati nel secondo senso usato dalla Scrittura e specialmente dal Vangelo, quando ricorrono all'esempio del bambino: colui che è piccolo, umile, semplice di cuore, povero in spirito. Sono tutte manifestazioni di grande maturità spirituale.

Per questi piccoli esulta, nello Spirito, il cuore di Cristo, perché a loro, e non ai sapienti e agli intelligenti (ossia a coloro che sono pieni della loro scienza, di se stessi e non fanno spazio a Dio), sono stati rivelati i misteri del regno dei cieli (cf. Lc 10,21).

I piccoli sono gli « ànàwìm-i>, i poveri in spirito, i miti, gli umili, primo fra tutti Gesù: « Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro (pace, serenità, gioia) per le vostre anime » (Mt 11,29); poi la Vergine santa: « Eccomi, sono la serva del Signore » (Lc 1,38).

Non si tratta solo di umiltà, ma di fede, ossia di adesione completa a Dio (la beatitudine della fede di Maria: Lc 1,45) e di amore. Essere servi del Signore, nella Bibbia, è un titolo di gloria: « Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente... » (Lc 1,49), « perché ha guardato l'umiltà della sua serva... » (Lc 1,48).

Riflettiamo a fondo sul mistero dell'Annunciazione, della Visitazione, sul Magnificat di Maria...!

 

L'opzione fondamentale

Come Maria, anche noi, se siamo posseduti e guidati dallo Spirito, riscontriamo come segno evidente di questa presenza e guida dello Spirito, la carità, come opzione fondamentale della nostra vita, ossia la carità deve essere assolutamente presente nei nostri pensieri, desideri, affetti, parole, azioni, con tutti i frutti della carità, che sono poi i saporiti frutti dello Spirito.

Come l'egoismo è l'opzione fondamentale dell'uomo « carnale »; la carità è l'opzione fondamentale dell'uomo « spirituale ». Uso questo aggettivo riferendomi all'uomo posseduto e guidato dallo Spirito.

La carità è il « vincolo della perfezione », dice s. Paolo ai Colossesi (3,14). È l'anima di tutte le virtù e deve essere presente in ogni azione del cristiano: « Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli... se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze agli affamati e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova » (1 Cor 13,1-3).

L'inno alla carità di Paolo dimostra all'evidenza come la carità sia il « vincolo della perfezione » (Col 3,14) e come debba essere presente in tutte le virtù: « La carità è paziente, è benigna la carità... » ecc. (1 Cor 13,4 ss.). La prima lettera di Giovanni, che sembra la presentazione del suo Vangelo, è chiamata la lettera della carità e spiega il meraviglioso mistero dell'amore oblativo, che è realtà piena e perfetta in Dio: « Dio è carità; e chi rimane nella carità rimane in Dio e Dio rimane in lui » (1 Gv 4,16).

L'uomo è più o meno perfetto e santo, secondo la partecipazione più o meno piena a questa carità, che è Dio stesso: « Noi abbiamo riconosciuto (fatto esperienza di vita) e creduto (aderito con tutta la nostra persona) all'amore che Dio ha per noi » (1 Gv 4,16). Ecco l'uomo perfetto, il santo.

La sorgente di questa carità non è nell'uomo, ma nello Spirito: è lo Spirito che la irradia: « L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato » (Rom 5,5). « Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui (Dio) ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito » (1 Gv 4,13).

La realizzazione massima, umana e divina, di questa carità è Cristo, sacerdote e vittima: « In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4,10).

È il mistero dell'Amore crocifisso. Ecco perché Paolo dice di conoscere un solo Cristo « e questi crocifisso » (1 Cor 2,2). « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20).

Versetto di importanza fondamentale, nel quale Paolo ci presenta la sua personale esperienza e definisce, nello stesso tempo, l'esistenza del vero cristiano come comunione « nella fede del Figlio di Dio », ossia come abbandono totale alla volontà del Padre (Cf. Gv 4,34). Come per Paolo, così per noi bisogna che muoia l'uomo carnale (Cf. Gal 6,14), tenendo presente che la nostra vita, come quella dell'Apostolo, trascorre nella condizione mortale dell'uomo peccatore; ma, per la fede, è già vita del Cristo glorioso, siamo aperti al suo amore e sacrificio, viviamo del suo amore oblativo (Cf. TOB: note f e g, a Gal 2,20).

 

III.

LA VIA CHE PERCORRE LO SPIRITO

 

L'umiltà è la via della verità e della carità. È l'unica via che Dio percorre per giungere fino a noi. È la condizione essenziale per l'effusione dello Spirito in noi.

 

Non solo sentirsi, ma farsi umili

Ricordiamo la « discussione » degli apostoli durante l'ultima cena, proprio dopo l'istituzione dell'eucaristia, su chi di loro fosse « il più grande » (cf. Lc 22,14-20.2427). Ricordiamo la risposta di Gesù, non solo con le parole, ma con quel gesto sorprendente e indimenticabile della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-20).

A Gesù non stava tanto a cuore la lavanda materiale dei piedi, quanto la comprensione del suo significato profondo: l'abbassarsi dinanzi a Dio e ai fratelli, avere non solo un umile sentire di se stessi, ma farsi piccoli, disponibili al dono, al servizio; essere miti e umili come lui è mite e umile di cuore: « Beati voi, se comprendendo queste cose, le metterete in pratica » (Gv 13,17). È il richiamo alla pratica della prima beatitudine: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli » (Mt 5,3). Il regno dei cieli è Gesù. Beati i poveri, i miti, gli umili che permettono a Gesù di rivelarsi in loro stessi, nella loro vita, povero, mite, umile.

Cinquanta giorni dopo, gli apostoli sono nella stessa sala del Cenacolo. Con loro c'è Maria, l'umile ancella che irradia umiltà. Non discutono più fra loro chi sia il più grande; ma sono « assidui e concordi », perseveranti e con un cuor solo « nella preghiera con le donne e Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di lui » (At 1,14). Si dispongono così, senza divisioni causate dall'orgoglio, ma con la preghiera e l'amore fraterno al grande evento della loro vita: « Il giorno della Pentecoste..., venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di un vento impetuoso che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa in cui si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo... » (At 2,1.4).

Non sono più gli stessi uomini, gretti, meschini, orgogliosi, che litigano per occupare i posti più importanti, per essere superiori agli altri e comandarli... tutte miserie umane scomparse; il loro cuore è pieno dello Spirito di Dio. E' avvenuta in loro quella seconda conversione, di cui abbiamo parlato e alla quale, penso, tutti sospiriamo.

L'umiltà, assieme alla preghiera e all'amore fraterno, è la migliore preparazione per ricevere l'effusione dello Spirito.

Ma che cosa significa esattamente essere umili?

 

Che cos'è l'umiltà?

Ascoltiamo Gesù che ci dice: « Imparate da me che sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29).

Gesù è umile perché è sceso, si è abbassato... « Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8,9).

Trovandosi nella condizione di Dio, nella gloria - dice s. Paolo nell'inno cristologico della lettera ai Filippesi 2,6 ss. - ha assunto la condizione di servo, si è umiliato « facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,8).

Una volta iniziata questa discesa vertiginosa da Dio a schiavo, non si è fermato; ha continuato a scendere tutta la vita fino a inginocchiarsi dinanzi ai suoi apostoli per lavare loro i piedi e non si è arrestato, finché non è giunto a un punto al quale nessuna creatura può arrivare: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me 50

e io in lui » (Gv 6,56); « Prendete e mangiate; questo è il mio corpo, che è dato per voi » (Mt 26,26; Lc 22,19); « Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue... versato per voi » (Mt 26,27; Lc 22,20). « Fate questo in memoria di me... » (1 Cor 11,24-25): rivivete, attualizzate il mio amore, rivivendo la mia umiltà, nel dono totale di voi stessi: « Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore (il suo farsi umile per noi: cf. Fil 2,6-8), finché egli venga » (1 Cor 11,26).

Gesù, nel suo estremo abbassamento di morte, è raggiunto dalla potenza del Padre nella tomba e, tramite lo Spirito, vivifica il suo corpo, lo risuscita, lo innalza al di sopra dei cieli, donandogli un « Nome che è al disopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi... » (Fil 2,9-10). Così è diventato « il Signore a gloria di Dio Padre » (Fil 2,11) « Chi si umilia sarà esaltato » (Lc 14,11) 1.

Vista in Gesù, l'umiltà, non è solo questione di sentimento sincero e convinto, un umile sentire di se stessi; anche questo, ma è soprattutto una questione di essere umili, di farsi umili.

L'umiltà è la disponibilità a scendere, a farsi piccoli, semplici, deboli e addolorati con chi è semplice, debole, addolorato, farsi « tutto a tutti », per portare tutti a Cristo, come dice l'Apostolo (cf. 1 Cor 9,22).

Personalmente pratico l'umiltà quando mi trovo accanto a una persona colpita da un grande dolore e non trovo le parole adatte per consolarla. Mi sento così piccolo, così impotente da riuscire solo a esercitare la carità della presenza e della preghiera.

Pratico l'umiltà quando, come sacerdote, avvicino, specialmente in confessione, persone senza cultura religiosa, a volte rozze, poco sensibili ai valori spirituali e morali. L'adeguarmi con pazienza e bontà al loro livello mi costa molto, mi costringe ad abbassarmi. È una buona pratica dell'umiltà; come è una buona pratica dell'umiltà, per un sacerdote, la celebrazione dell'eucaristia, l'annuncío della parola di Dio, che ti schiaccia, ti opprime, ti fa sentire così piccolo, così inadeguato a portare il peso dell'Infinito, ad esprimerne l'inesauribile ricchezza!

 

Umiltà e carità

L'umiltà è quindi la disponibilità a farsi piccoli, tutto a tutti nel servizio verso Dio e verso gli uomini, disponibili con amore, quindi disinteressatamente, senza calcoli.

L'umiltà è gratuità: « Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato, perché non hanno da ricambiarti » (Lc 14,13). Quanti poveri, storpi, zoppi e ciechi, non solo fisicamente, possiamo invitare al banchetto della nostra vita, sia in famiglia, in comunità, nella grande Chiesa, nella società!

Nella gratuità, l'umiltà è sorella gemella della carità, è un aspetto di 'quell'« agàpé » o amore gratuito, di cui Paolo tesse l'elogio nel cap. 13 ° della prima lettera ai Corinzi: « La carità è paziente, è benigna la carità, non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse » (vv. 4-5), ossia la carità è umile, come l'umiltà è caritatevole. Non c'è carità senza umiltà. Un superbo, un orgoglioso non saranno mai caritatevoli. L'umiltà è la via della carità, che giunge fino al cuore di Cristo, al cuore del Padre. La via, che scende da Dio a noi, è la via che sale da noi a Dio.

Essere umile, secondo Gesù, è donare se stessi, totalmente, senza calcoli, secondo quel misterioso detto del Signore: « Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita, per causa mia e del Vangelo la salverà » (Mc 8,35). La vita si guadagna donandola con umile generosità. Chi crede di valorizzare e salvare la propria vita, pensando egoisticamente solo a se stesso, come il « ricco stolto » (cf. Lc 12,16-21), la sciupa e la perde; chi invece la dona per amore di Cristo, la valorizza e la salva. Non si tratta tanto del dono dell'avere, quanto del dono del nostro essere.

Quando cerchi il consenso, il plauso per il bene che fai, manchi di umiltà, perché il tuo servizio non è gratuito: ricerchi l'approvazione e la lode, hai già ricevuto la tua ricompensa (cf. Mt 6,2.5).

S. Teresa d'Avila ha scritto: « Mi chiedevo una volta perché Dio ami tanto l'umiltà, e mi venne in mente d'improvviso, senza alcuna mia riflessione, che ciò dev'essere perché egli è somma Verità e che l'umiltà è verità ».

S. Paolo conferma: « Se uno pensa di essere qualcosa, mentre è nulla, inganna se stesso » (Gal 6,3).

Non c'è alcun bene in noi che sia completamente nostro in ogni campo: fisico..., morale..., psichico..., spirituale: « Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l'avessi ricevuto? » (1 Cor 4,7).

Per Paolo l'umiltà è soprattutto sobrietà spirituale, è una valutazione sobria, sana, non eccessiva, non esaltata di noi stessi.

Non possiamo negare i doni che Dio ci ha dato; sarebbe falsa umiltà, sarebbe pigrizia, dannosa svalutazione di noi stessi, con conseguente depressione psichica.

Non dobbiamo sopravvalutarci; sarebbe presunzione, orgoglio. Occorre il sano, sereno equilibrio. Dice bene s. Paolo: « Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi; ma valutatevi in maniera di avere di voi una giusta valutazione » (Rom 12,3). Nell'originale greco la frase suona: « Valutatevi in modo sobrio... ».

Tutto il brano della lettera ai Romani (12,3-16) è una presentazione pratica di come si esercita l'umiltà e la carità, poiché sono sorelle gemelle e camminano sempre insieme.

Ascoltiamo l'Apostolo: « Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi... Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza, chi fa opere di misericordia, le compia con gioia... Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo, siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell'ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili » (Rom 12,8.10-16).

Le cose troppo alte sono quasi sempre dei vacui desideri, sogni irrealizzabili. Amiamo invece la quotidianità, le umili cose di ogni giorno, anche se monotone, senza alcuna varietà...; facciamole con amore. Piccola è la materialità delle umili cose, grande è invece l'amore che le anima, ha un valore infinito, perché è partecipazione alla carità di Dio, è palpitare nello Spirito. Le umili cose di ogni giorno fatte con amore: ecco l'umiltà, la sobrietà.

Così realizziamo « la sincerità del cuore » lodata dal salmista: « Ma tu vuoi la sincerità del cuore e nell'intimo m'insegni la sapienza... Uno spirito contrito è sacrificio

a Dio; un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi » [Sal 51 (50), 8.191.

 

« Tu sei umiltà! »

L'umiltà che contempliamo in Gesù è il riflesso di un'umiltà ancora più misteriosa: l'umiltà di Dio-Padre, di Dio-Figlio, di Dio-Spirito Santo.

Contempliamo Iddio: « Mio Dio, mio tutto! » S. Francesco d'Assisi si sente il cuore colmo della preghiera del povero, lo stupore e, in una sua orazione: « Laudi di Dio Altissimo », gli dà una delle attribuzioni più delicate e profonde: « Tu sei umiltà! »... Se umiltà significa abbassarsi per amore, Dio è umiltà. Quando fa qualcosa « al di fuori della vita trinitaria, non può che abbassarsi, scendere, umiliarsi. Ed è quello che ha fatto, iniziando dalla creazione. La storia della salvezza, dal primo peccato... alla vicenda di Abramo... alla vicenda dell'Esodo (pensate a tutta la pazienza di Dio con gli Israeliti mormoratori, duri di cervice e di cuore) non è che la storia dei successivi abbassamenti di Dio, sino a farsi uomo come noi, a morire in croce per noi, a farsi nostro cibo e nostra bevanda.

S. Francesco esclama: « Ecco ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine, ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l'altare » e, parlando dell'eucaristia, esclama: « Guardate, frati, l'umiltà di Dio! ».

Non solo l'incarnazione, la passione, l'eucaristia sono atti di umiltà di Dio; ma la discesa dello Spirito Santo, nella pentecoste, come ogni effusione dello Spirito, è un amoroso atto di umiltà di Dio, che scende al livello di noi uomini. Nella pentecoste assume i poveri, anche se potenti segni del fuoco e del vento; nell'effusione dello Spirito si serve della semplice imposizione delle mani, dell'umile preghiera, del semplice amore fraterno di un sacerdote... Lo Spirito fa di noi, povere creature, il suo tempio: « Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? » (1 Cor 6,19); « Glorificate dunque Dio nel vostro corpo » (1 Cor 6,20); « Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione » (Ef 4,30). L'umiltà di Dio-Padre, l'umiltà del Cristo, l'umiltà dello Spirito! Ringraziamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che hanno voluto « abbassarsi » per nostro amore, e ci danno continuamente esempi meravigliosi di umiltà, non ultimo quello della grazia: « Se qualcuno mi ama... il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui » (Gv 14,23). E dove è il Padre e il Figlio, ivi è il loro amore: lo Spirito Santo... Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo ospiti nella piccola casa dell'anima mia!... L'anima mia trasformata in paradiso, perché dove è Dio, ivi è il paradiso!...

Mi sembra ora capire meglio, perché s. Francesco, nel Cantico delle creature, scrive: « Laudatu sii, mi Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et humele,

et pretiosa et casta ». L'acqua è una bellissima immagine dell'umiltà di Dio. L'acqua scende sempre e, anche quando sale, per il fenomeno dei vasi comunicanti, sale per scendere, fino a raggiungere il punto più basso. Tende sempre a occupare l'ultimo posto.

Dice molto bene Urs von Balthasar: « L'uomo non può cadere tanto in basso col suo peccato, da non trovare Cristo ancor più basso per rialzarlo ». Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di noi, peccatori.

Il gesuita francese Frangois Varillon ha scritto un piccolo, meraviglioso libro su l'umiltà di Dio. Leggendolo si comprende meglio come l'umiltà sia l'aspetto più profondo dell'amore di Dio.

In verità, Dio solo è umile. Noi non siamo umili, se non nella misura in cui riconosciamo la nostra mancanza di umiltà e allora balbettiamo a Gesù come Pietro:

« Signore, allontanati da me che sono un peccatore! » (Lc 5,8).

E' commovente essere amato da Uno che è ricchissimo, onnipotente..., è tutto..., ed è molto umile.

Dio non ci guarda dall'alto in basso, facendoci pesare la nostra meschinità, le nostre colpe... Quando ci prostriamo umilmente in adorazione dinanzi a Dio, come il pubblicano della parabola evangelica (cf. Lc 18,13), noi non ci abbassiamo più di Dio... Egli si mette a nostro livello... faccia a faccia, bocca a bocca... L'adorazione, secondo il senso della parola latina: « adoratio = ad os oris » (« os » è la bocca), è un bocca a bocca con Dio, i due respiri si fondono... Il superbo fariseo si pone troppo in alto (cf. Lc 18,11-12) e non incontra il volto di Dio, con le sue labbra, per il bacio intimo nell'umile adorazione, come invece lo incontra il pubblicano prostrato nella polvere...

Rimango incantato dinanzi alla discrezione, alla tenerezza di Dio, manifestazioni commoventi della sua umiltà.

Soltanto Dio rispetta in maniera assoluta la nostra libertà. Egli la crea, ma non la viola mai. Dio non grida, non impone. Dio suggerisce, propone, invita. Non dice:

« voglio », ma « se vuoi ». I comandamenti di Dio, la volontà di Dio, visti nella luce dell'amore e secondo la retta interpretazione biblica, sono il cammino della vita, sono le dieci parole della luce, sono orientamenti, proposte d'amore. Se l'uomo li accetta, valorizza la vita, se non li accetta, sciupa la vita, vi introduce il disordine, il dolore, la morte, come la storia prova a iosa ogni giorno.

Dio non rimprovera. Lascia questo compito alla coscienza di ognuno di noi: « Egli - afferma Giovanni in uno splendido versetto della sua prima lettera - è più grande del nostro cuore »... (Gv 3,20), piccolo, gretto, meschino.

Rimane nascosto con molta discrezione, invisibile, per rispettare la nostra libertà, per non essere irresistibile. La voce di Dio si distingue a malapena dal silenzio.

Mi incanto anche sulla tenerezza di Dio... Nel mondo di Dio non esiste nulla di freddo, di arido... tutto è effusione d'amore in una tenerezza indicibile... Mi si presenta spontanea la scena di Gesù che prende in braccio i bambini e li benedice: « Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo proibite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio... E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro, li benediceva » (Mc 10, 14.16).

La tenerezza di Gesù è manifestazione sensibile della tenerezza del Padre: « Chi ha visto me, ha visto il Padre... » (Gv 14,9).

Ripenso alle parole del profeta Michea, come a un meraviglioso programma propostomi dalla tenerezza del Padre: « O uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio » (Mi 6,8).

Ripenso alla scena tanto commovente descritta dal profeta Osea e l'applico ad ogni anima che dice di « sì » all'amore di Dio: « Quando Israele era giovinetto io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio... Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano (« cammina umilmente con il tuo Dio »)... Io lo traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare » (Os 11,1.3-4).

Ricordo il racconto che fa Claudel della sua conversione. Si era trovato, lui, miscredente, a Notre-Dame di Parigi. Erano i vespri del natale 1886. All'improvviso era stato colpito da una rivelazione ineffabile: aveva esperimentato, in un istante, il sentimento dolce e straziante dell'innocenza e dell'infanzia eterna di Dio. Perché un sentimento dolce e straziante? Perché, se eterna è l'infanzia di Dio, eterna è la sua agonia.

Per questo parliamo di umiltà di Dio... e tutto questo lo affermiamo soprattutto contemplando Cristo... e Cristo crocifisso... in agonia sino alla fine del mondo.

Gesù ci unisce a sé nel chiamare Dio col nome di « Abbà » e ci rivela l'umiltà e la disponibilità del Padre. Donandoci la potenza del suo Spirito, il quale, non in nome suo, ma in nome nostro, grida « Abbà-Padre » ci rivela la disponibilità, l'umiltà dello Spirito: « E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: AbbàPadre! » (Gal 4,6; cf. Rom 8,15.26-27).

Ormai abbiamo in noi lo stesso Padre e lo stesso Spirito di Gesù. Siamo così spinti a compiere gli stessi gesti, ad affrontare gli stessi rischi d'amore..., a vivere la stessa umiltà del Padre, del Figlio incarnato e dello Spirito. « Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48). « Questa è l'opera di Dio: credere (aderire) in colui (Cristo) che egli ha mandato » (Gv 6,29).

Dio è umiltà! Che cosa abbiamo scoperto? Abbiamo scoperto il vero motivo per cui dobbiamo essere umili: per essere veri figli del nostro Padre celeste, perché la nostra anima sia sposa del Cristo, per esperimentare l'effusione dello Spirito.

Ricordiamo quello che diceva Gesù ai giudei: « Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! » (Gv 8,39).

Essere figli di Abramo, più che un vanto, è una responsabilítà...; così essere figli del Padre, avere come sposo Cristo, essere ripieni dello Spirito, è una responsabilità che ci spinge alla pratica dell'umiltà e della carità e di tutti i frutti dello Spirito sotto l'influsso dei suoi doni. Come sono terribili le parole che Gesù dice ai giudei: « Voi avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Quello era omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre di menzogna » (Gv 8,44)! Chi è superbo mente. L'umile non ha mai paura della verità, anche se costa. L'umiltà è verità.

 

Umiltà con te stesso

La pratica dell'umiltà è identica a quella della carità. Sono virtù che si praticano nei riguardi di Dio, del prossimo, di noi stessi. Umili con Dio, con i fratelli, con noi stessi.

Ricordiamo il precetto della carità: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore... amerai il prossimo tuo come te stesso » (Mt 22,37-38).

Il termine di confronto dell'amore verso il prossimo è l'amore verso noi stessi. Vi è quindi un giusto amore, una giusta umiltà verso noi stessi, che dobbiamo praticare: né sopravvalutarci presuntuosamente né disprezzarci disfattisticamente. Anche qui la carità e l'umiltà sono insieme unite.

Chi non ha un giusto amore verso se stesso; chi è scontento, insoddisfatto, irritato con se stesso, lo è anche con il prossimo. Così è dell'umiltà. Dobbiamo essere umili con noi stessi: accettare con serenità i nostri limiti e le nostre doti, i nostri successi e insuccessi, i nostri atti di virtù e anche i nostri difetti, i nostri peccati, non per approvarli e ripeterli, ma per testimoniare che Dio solo è perfetto, Dio solo è santo; Cristo è la nostra perfezione, la nostra santità: « Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze - scrive Paolo, riferendosi in particolare al suo apostolato - perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12,9-10).

Essere umili con noi stessi vuol dire esperimentare il bisogno di appoggiarci a Dio, come i bambini che si appoggiano e confidano nei loro genitori, confidare pienamente in lui solo, non principalmente nella nostra intelligenza, nella nostra abilità, nelle amicizie.

Dice il Salmo 130, il salmo degli umili: « Signore, non si inorgoglisce il mio cuore, - e non si leva in alto con superbia il mio sguardo; - non vado in cerca di cose grandi, - superiori alle mie forze. - Io sono tranquillo e sereno - come bimbo svezzato in braccio a sua madre, - come un bimbo svezzato è l'anima mia. - Speri Israele nel Signore, - ora e sempre ».

Quante volte ci accusiamo dinanzi a noi stessi e dinanzi a Dio dei nostri difetti e peccati e crediamo di essere sinceri; ma appena una persona, un fratello, una sorella, si azzardano a rilevarli, sono scintille; ci offendiamo e irritiamo: sono dei pettegoli, degli antipatici accusatori.

L'umiltà più difficile dobbiamo praticarla col nostro prossimo, soprattutto con le persone che ci sono concretamente più vicine, con cui viviamo, in famiglia, in comunità, in associazione, specialmente se sono persone dal carattere difficile o imprevedibile.

 

L'umiltà dei coniugi

Quando si parla della famiglia e del matrimonio in particolare, si insiste, e giustamente, sulla necessità dell'amore. Tuttavia il vero amore è una realtà così delicata e profonda che l'uomo e la donna rischiano solo di sfiorarla e facilmente travisarla.

Mi domando se non sarebbe meglio spendere una parola in più per l'umiltà nel matrimonio, perché i coniugi tengano sempre sgombra la via preferita dallo Spirito, per effondersi come amore, la via dell'umiltà.

Il discorso vale anche per l'amicizia.

Maria, alle nozze di Cana, disse a Gesù, con fiduciosa umiltà: « Non hanno più vino » (Gv 2,3) e ottenne per i giovani sposi e i loro convitati « il vino buono » (Gv 2,10), simbolo del vero amore.

Se è vero che il matrimonio nasce dall'amore fra l'uomo e la donna, è altrettanto vero, ma non ci si pensa, che nasce anche dall'umiltà e si conserva con l'umiltà. Innamorarsi di una persona è uno dei più profondi atti di umiltà che si possano fare. Significa, per un giovane, andare dalla ragazza del cuore e dirle: io non basto a me stesso, non sono sufficiente a me stesso, ho bisogno di te. È come stendere la mano e chiedere in dono a una creatura il suo essere, la sua vita, il suo cuore. Così la ragazza fa verso il giovane che ama.

Disse Dio: « Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile » (Gen 2,18). Quando Dio gli presentò la donna, l'uomo uscì nel primo canto nuziale: « Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna (ìshà in ebraico), perché dall'uomo (ish) è stata tolta. Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una sola carne » (Gen 2,23-24).

Dio ha fatto la creatura umana bisognosa d'amore; ha iscritto l'umiltà nella sua stessa carne, quando l'ha creata maschio e femmina, due esseri incompleti e complementari. La creatura umana completa è la persona coniugale che si realizza nel matrimonio.

Il matrimonio dunque come nasce dall'amore, nasce dall'umiltà; fiorisce nell'amore e nell'umiltà.

Per questo s. Paolo rivolge ai cristiani e, in particolare ai coniugi, questa meravigliosa esortazione: « Rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi » (Col 3,12-13).

L'umiltà, la comprensione e il perdono sono come l'olio che scioglie, giorno per giorno, ogni principio di ruggine.

L'umiltà, la comprensione, il perdono abbattono i piccoli muri di malintesi, di risentimento, prima che diventino grossi muri che non si possono più demolire; facilitano il dialogo su ogni problema, con sincerità, al momento opportuno, con carità, senza chiudersi in se stessi. Occorre vigilare perché l'egoismo e quindi l'orgoglio ferito non instaurino tra i coniugi la logica del ripicco, della rivincita, della vendetta. Non bisogna dare ascolto alla voce che grida dentro: perché devo essere sempre io a cedere, a umiliarmi? Fare il primo passo, aprire il dialogo, non è perdere, ma vincere; vincere il vero nemico dell'amore, l'orgoglio, figlio primogenito dell'egoismo.

L'umiltà vicendevole è verità vicendevole, una virtù simpatica. Il riconoscere serenamente i propri limiti e difetti; la comprensione, il dialogo, il perdono; lo sforzo quotidiano di correggerli sono una preziosa garanzia di vitalità per il matrimonio.

 

Umiltà nella comunità

Come i coniugi nel matrimonio, così qualsiasi associazione, qualsiasi comunità familiare o religiosa deve tenere sgombra la via preferita dallo Spirito, per effondersi come amore, la via dell'umiltà.

L'umiltà riconosce che, nella comunità, solo Dio è necessario, solo Dio è perfetto e santo, solo Cristo è il Signore, quindi l'umiltà restituisce il potere a Dio, come dice l'Apocalisse: « A colui che siede sul trono e all'Agnello, lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli... Amen » (5,13-14).

L'umiltà deve trasparire nei superiori, negli animatori della comunità, in chi ha qualche ufficio o responsabilità. Bisogna che si lascino ammonire, correggere e anche contestare dai fratelli, senza reagire subito da offesi; bisogna che non siano superiori in eterno e ritornino di tanto in tanto all'umile sottomissione dell'obbedienza. Solo Dio è necessario; ... Cristo, ... lo Spirito.

Preghiamo lo Spirito, perché ci dia l'amore al nascondimento, all'ultimo posto. Lì di certo ci trova lo Spirito, come vi trovò Maria e la riempì della sua potenza. Siamo deí servitori, come Gesù, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per tutti; come Maria, umile serva di Dio e degli uomini.

L'umiltà nella comunità è importante come l'isolante nell'elettricità. Più alta è la tensione che passa in un filo, più deve essere spesso ed efficiente l'isolante. Più ricche e forti sono le personalità che vivono insieme, più grande e convinta deve essere l'umiltà. I fili di rame (materiale nobile) servono a trasportare la corrente, l'isolante, fatto di umile materia inerte, è indispensabile perché la corrente non si disperda, perché non avvengano dei corti circuiti, che possono scatenare incendi indomabili e mandare tutto in fumo.

Constatando come siamo suscettibili, permalosi anche dinanzi a una piccola osservazione che ci colpisca sul vivo, siamo ben convinti che l'umiltà è davvero un bene che scende da Dio: « Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce », dice s. Giacomo (1,17). È un dono che dobbiamo implorare con preghiera perseverante.

L'umiltà non è una pianta che cresce spontaneamente sulla nostra terra. L'umiltà è frutto della sapienza del cuore, dono di Dio: « Ma tu vuoi la sincerità del cuore e nell'intimo mi insegni la sapienza » [Sal 51 (50), 8].

Chi è veramente umile è sapiente. Penso a papa Giovanni. Chi è superbo, orgoglioso, presuntuoso, oltre ad essere ridicolo e antipatico, è stupido.

Facciamo nostra la bellissima preghiera del libro della Sapienza e, domandando la sapienza, domandiamo l'umiltà: « Dio dei padri e Signore di misericordia..., - dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono – e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, - perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, - uomo debole e di vita breve... - Anche il più perfetto tra gli uomini, - privo della tua sapienza, - sarebbe stimato un nulla... - Mandala dai cieli santi, - dal tuo trono glorioso, - perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica - e io sappia che cosa ti è gradito » (Sap 9,1-10, passim).

E lo stesso che pregare: « Mi assista, Signore, la tua umiltà: sia con me nella fatica, perché io sappia che cosa ti è gradito ».

 

IV.

MISTERI NEL MISTERO

 

Ricordiamo le meravigliose parole che Gesù rivolse alla Samaritana; sentiamole rivolte a ognuno di noi, perché, sotto l'immagine dell'acqua viva, Gesù ci offre il dono dello Spirito: « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva » (Gv 4,10).

Rispondiamo anche noi, come la donna di Samaria: « Signore..., dammi di quest'acqua... » (Gv 4,15). Continuiamo con le parole di Paolo, così piene di stupore, da diventare sublime preghiera: « Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci darà ogni cosa insieme con lui? » (Rom 8,31-32).

 

I due doni del Padre

Veramente, se il Padre ci ha dato, con il Cristo e con lo Spirito, i suoi due massimi doni, non ci potrà negare ogni altro dono, utile o necessario, per ricambiare il suo amore e percorrere la via della santità.

Riguardo al Padre consideriamo che il suo amore è eterno: « Di un amore eterno ti ho amato » (Ger 31,3), preveniente, gratuito.

Ritorna sempre l'invito allo stupore contemplativo del « grande amore che Dio ha per noi » (1 Gv 4,16). Difatti, più che parlare di dono di Dio, dobbiamo parlare del dono che « è Dio stesso », dono così intimo, da stabilire in noi la sua dimora, il paradiso del suo amore: « Se uno mi ama... il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14,23).

« Noi abbiamo riconosciuto (fatto esperienza di vita) e creduto (aderito) al grande amore che Dio ha per noi. Dio è amore e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui » (1 Gv 4,16). È, a nostro avviso, il versetto centrale, a cui converge tutta la Scrittura.

L'amore di Dio è così sorprendente che supera ogni aspettativa dell'uomo.

Si domandava Salomone dedicando lo splendido tempio di Gerusalemme: « Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ti ho costruito! » (1 Re 8,27). Ebbene, il vero tempio di Dio, oltre ad essere l'umanità del Cristo, è il cuore di ogni uomo che ama Dio e.vive nella sua grazia.

Diceva Gesù alla Samaritana: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre... E’ giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori » (Gv 4,21.23).

Questo culto « in spirito e verità » si realizza in noi tramite lo Spirito: « Egli... prenderà del mio e ve lo annunzierà » (Gv 16,14). « Il Consolatore, lo Spirito Santo... vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà (= attualizzerà) tutto ciò che io vi ho detto » (Gv 14,26).

Tramite lo Spirito si realizza la celebre profezia di Ezechiele: « Vi darò un cuore nuovo (rinnovato dallo Spirito), metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne » (Ez 36,26).

Diventa attuale l'invito alla gioia del profeta Zaccaria: « Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché,. ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te » (2,14), più ancora, in te, nel tuo cuore.

 

Il mistero dell'amore oblativo

Dio ci sorprende sempre col suo amore e non finiremo mai di scoprirlo e di stupirne, con una gioia così grande, da sovrabbondare dal cuore e sentirci come schiacciare.

Egli ci parla da amico, da innamorato; egli così grande, noi così piccoli; egli così perfetto e noi così imperfetti; egli così santo e noi così peccatori... !

Ascoltiamo le commoventi parole con le quali Giovanni inizia la sua prima lettera, chiamata lettera della carità: « Ciò che era fin da principio (prima del tempo, da tutta l'eternità, ossia il Verbo di Dio, che nel tempo si è fatto uomo), ciò che noi abbiamo udito (non basta), ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi (non basta), ciò che noi abbiamo contemplato (non basta), ciò che noi abbiamo toccato (letteralmente ` palpato ' per esprimere la realtà dell'umanità del Cristo contro i Ddceti) ossia il Verbo della vita... noi lo annunziamo a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia (alcuni manoscritti hanno: (la vostra gioia') sia perfetta » (1 Gv 1,1-2.3-4).

Come dice Gesù: « Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena » (Gv 15,11). Se il Vangelo ricolma di gioia coloro che lo accolgono, a maggior ragione riempie di gioia coloro che lo annunciano.

In un'effusione di amore oblativo Dio ha creato tutte le cose: « E Dio vide che ogni cosa era buona » (Gen 1,12.18.25). Il creato è come un grande tempio, che deve contenere l'immagine di Dio, ossia l'uomo: « Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza... Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò (notate la ripetizione) maschio e femmina li creò » (Gen 1,26-27).

L'uomo e la donna non sono solo l'effusione, ma l'esplosione dell'amore oblativo di Dio; sono il sacramento, quindi la manifestazione sensibile del suo amore, a condizione che facciano della loro vita un'oblazione d'amore continua.

Dice Paolo: « Quelli che il Padre da sempre ha conosciuto (siamo noi che Dio ama di un amore eterno, cf. Ger 3 1,3), li ha predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo... » (Rom 8,29).

Cristo è « immagine » perfetta del Padre (Col 1,15) e come il Padre ha fatto dell'amore oblativo la caratteristica della sua vita.

Solo con l'amore oblativo noi, figli di Dio, siamo ad immagine del Cristo e quindi ad immagine del Padre (cf. Rom 8,16-17).

Questa conformità, nell'amore oblativo, all'immagine del Figlio è operata dallo Spirito con la nostra collaborazione, attraverso la progressiva trasformazione del cuore.

Così la nostra vita, soprattutto il nostro volto, irradia lo splendore di Cristo. Contempliamo Cristo e riflettiamo Cristo (cf. 2 Cor 3,18).

Scrivendo agli Efesini, Paolo afferma: in Cristo, il Padre, « ci ha scelti, prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi, per opera di Gesù Cristo... » (1,4-5).

Predestinazione, elezione! Vedete come Paolo insiste sull'amore preveniente, gratuito..., sull'amore oblativo di Dio, che attende la risposta del nostro amore oblativo! Ecco il grande mistero che non contempleremo mai a sufficienza e non esauriremo mai: « L'amore che Dio ha per noi! » (1 Gv 4,16).

Questo amore oblativo ci è ricordato ogni giorno dalle formule eucaristiche della consacrazione nella messa: « Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi... » « Questo è il calice del mio sangue... versato per voi... ».

Noi diamo la risposta del nostro amore oblativo, alla piccola elevazione, concludendo la grande preghiera eucaristica, prima del Padre nostro, quando, in unione all'amore oblativo del Cristo, partecipi del suo sacerdozio e del suo stato di vittima, ci offriamo al Padre: « Per Cristo con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen ». « Sì » con tutto il mio cuore, con tutta la mia vita.

Questo « Amen » deve realizzarsi in ogni situazione della nostra giornata, nell'umile quotidianità, con la pratica dei frutti dello Spirito, che sono le esigenze stesse dell'eucaristia: la carità che si manifesta nei segni della gioia e della pace; la pazienza, la bontà, la benevolenza; a condizione che siamo umili (miti), fedeli a Cristo, dominati e guidati, non dal nostro egoismo, ma dallo Spirito di Dio.

Scrive Paolo ai Romani: « Vi esorto..., fratelli, ... a offrire i vostri corpi (voi stessi) come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale » (Rom 12,1). Paolo si rivolge a cristiani appena convertiti e li esorta ad essere degli offerti, oblati: « un sacrificio vivente... a Dio ».

Fare della nostra vita un'oblazione d'amore nell'oblazione d'amore di Cristo, ci impegna a dare una voce e un cuore a tutte le creature che lodano il Signore, ma non hanno la possibilità di amarlo, perché prive del dono della libertà.

Ci impegna a dare voce e cuore a tutti quei nostri fratelli e sorelle che, immersi nel male, pensano solo al loro egoismo e non ricambiano l'amore oblativo di Dio.

Fare della nostra vita un'oblazione d'amore nell'oblazione di Cristo, significa amare, immolarsi, riparare.

Così esercitiamo la nostra sacerdotalità e vittimalità, in unione al sacerdozio di Cristo e al suo stato di vittima: « Con un'unica oblazione - afferma la lettera agli Ebrei - egli (Cristo) ha reso perfetti per sempre (nella sacerdotalità e nello stato di vittima) quelli che vengono santificati » (10,14; Cf. Eb 5,7-10).

Oblazione è essere per gli altri e prima di tutti per 1'Altro: il Padre, Cristo e, in Cristo, per tutti gli uomini, nostri fratelli, specialmente i più poveri, i più deboli.

Non c'è oblazione senza immolazione, ossia bisogna sacrificare il nostro egoismo nell'essere per gli altri. Dall'oblazione-immolazione scaturisce la riparazione. Si coopera così all'avvento di un mondo nuovo, meno egoista, meno violento, più umano. Si realizza « la civiltà dell'amore ».

Ripetiamo anche noi con s. Agostino: « Il tuo dono ci accende e ci porta verso l'alto. Noi ardiamo e ci muoviamo. Saliamo la salita del cuore, cantando il cantico delle ascensioni ».

Non è tanto un canto della voce, quanto un canto della vita che si esperimenta, con tanta pace e gioia. Ora, questo amore oblativo, prima di essere conquista nostra, è dono di Dio..., però è un dono che non si riceve passivamente, occorre la collaborazione attiva del nostro libero sì d'amore. È una grande grazia e una grande responsabilità. Per l'amore oblativo siamo ad immagine di Dio e di Cristo.

 

Il « bacio » del Padre e del Figlio

Questo dono di Dio dell'amore oblativo è l'inno di carità eterna, cantato nell'intimo della vita trinitaria ed è una persona, lo Spirito Santo. È l'amore che il Padre dona al Figlio e il Figlio ricambia al Padre; è, secondo i Padri, il bacio eterno, scambievole del Padre e del Figlio...: « Dio è carità!... » (1 Gv 4,16).

Questo inno e questo bacio eterno di carità, secondo « il mistero nascosto da secoli » in Dio (Col 1,26) ha avuto una risonanza esterna, una manifestazione sacramentale nel creato, opera d'amore; si è manifestato in modo meraviglioso, perfetto in Cristo e deve manifestarsi in ogni uomo che crede in lui, poiché ogni credente in Cristo è, in modo speciale, sintesi (microcosmo) e sacerdote dell'universo. Per questo afferma Paolo: « L'amore di Dio (ossia l'amore che Dio ha per noi) è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rom 5,5).

Il dono vitale dello Spirito è all'origine di tutti i doni, in modo particolare del dono infinito del Figlio di Dio fatto carne, Cristo Gesù. L'angelo disse a Maria: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo (ricorda la famosa nube dell'Esodo nella quale era presente Dio, come guida, salvatore e liberatore del suo popolo: cf. Es 40,34-38). Colui che nascerà da te sarà dunque santo (ossia apparterrà esclusivamente a Dio), Figlio di Dio » (Lc 1,35).

Come lo Spirito è all'origine del Cristo storico, così il Cristo storico è all'origine dell'effusione dello Spirito: « E chinato il capo, rese lo spirito » (Gv 19,30); « Subito ne uscì sangue ed acqua » (Gv 19,34); « Ricevete lo Spirito Santo » (Gv 20,22).

Scrive Giovanni nella sua prima lettera, la lettera della carità: « Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui (in Dio) ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito » (1 Gv 4,13), e pochi versetti prima aveva detto: questo è il comandamento di Dio « che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri... Da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato » (1 Gv 3,24).

Chiaramente il dono dello Spirito è legato alla fede in Cristo, ossia all'adesione con tutto il nostro cuore, la nostra persona, la nostra vita a lui, come singoli e come comunità.

È lo Spirito di Gesù. « Il Consolatore, ... che il Padre manderà nel mio nome » (Gv 14,26); « Prenderà del mio e ve l'annunzierà » (Gv 16,14). « Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; ... fiumi di acqua sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7,37-38). Lo Spirito è il dono del Cristo trafitto in croce, del Cuore di Cristo (Cf. Gv 19,34).

I testi di Paolo e di Giovanni sono preziosi per il nostro discernimento spirituale. Il dono dello Spirito, accompagnato sempre da una grande pace, da un'intensa serenità, è il segno-esperienza-sacramento che la vita trinitaria palpita nel nostro cuore, pulsa nella nostra vita. Per l'amore oblativo che ci caratterizza e si manifesta in tutte le azioni, pensieri, desideri, affetti della nostra vita, siamo sacramenti... testimoni della Trinità ss.ma.

1. Lo Spirito è fonte in noi di conoscenza: « Abbiamo ricevuto... - afferma Paolo - lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato » (1 Cor 2,12). È la conoscenza biblica, non puramente intellettuale, ma sapienziale, esperienza di vita dei meravigliosi doni dell'amore di Dio, quelli del battesimo.

2. Lo Spirito è fonte in noi di carità, perché è lo Spirito di amore e il suo unico vero frutto è la carità, con tutte quelle manifestazioni di cui ci parla Paolo nella lettera ai Galati (Cf. 5,22). Lo Spirito Santo fa del nostro cuore, con la carità, il cielo di Dio, perché « Dio è carità... » (1 Gv 4,16; Cf. Gv 14,16.23).

3. Lo Spirito Santo è fonte in noi di vita. È la vita della grazia quaggiù, per la quale possiamo continuamente pregare Dio con quel grido pieno di speranza e di abbandono: « Abbà, Padre! » (Rom 8,15) e prima di noi e con noi lo grida lo Spirito nei nostri cuori: « Abbà, Padre! » (Gal 4,6) e, lassù, la vita della gloria: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d'uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9; cf. Is 64,3; Ger 3,16).

Purtroppo abbiamo molti fratelli infelici, che hanno steso sul loro cuore un velo, a volte tanto pesante da sembrare una coltre mortuaria, per cui sono poco o nulla sensibili alle realtà dello Spirito, non percepiscono i suoi desideri, i suoi impulsi, i suoi gemiti inesprimibili: sono troppo carnali (= egoisti). Dobbiamo desiderare e pregare perché si convertano alla preghiera e alla carità, allora « quel velo sarà tolto » (2 Cor 3,16), in modo che « tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria ( = amore) del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine (quella di Cristo) con una gloria sempre più grande (più cresciamo nell'amore oblativo) secondo l'azione del Signore » (2 Cor 3,18), per essere nel mondo « il buon profumo di Cristo » (2 Cor 2,15).

 

Mistero nel mistero

Fra le Persone della ss.ma Trinità la rivelazione più misteriosa e piena di sorprese è quella dello Spirito Santo. Il Figlio si offre a noi, nella sua umanità, in Cristo Gesù: lo vediamo, lo ascoltiamo, lo contempliamo, lo tocchiamo. Il suo volto, i suoi occhi, ci affascinano. E, in Cristo, contempliamo il Padre; nel volto di Cristo contempliamo il volto del Padre.

Si realizza in Cristo la preghiera del Salmista: « Su di noi faccia risplendere il suo volto » [Sal 67(66),21. « Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto » (Sal 4,7), « Di te ha detto il mio cuore: ` Cercate il suo volto '; il tuo volto io cerco, Signore » [Sal 27(26),81. Quando nella Bibbia si parla di volto si intende la persona. Il volto di una persona, amabile e sereno o corrucciato e triste, ci rivela i sentimenti intimi di quella persona. La benevolenza del Padre noi la esperimentiamo al massimo nella bontà indicibile di Cristo Gesù, tanto che Paolo, scrivendo a Tito, dice: « È apparsa la benevolenza di Dio (ossia la grazia, l'amore che il Padre ha per noi in Cristo Gesù), apportatrice di salvezza per tutti gli uomini... » (2,11).

Come l'amabile volto del Cristo ci rivela l'amabile volto del Padre, così il cuore del Cristo ci rivela il cuore del Padre: « Chi ha visto me, ha visto il Padre » (Gv 14,9). « Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10,30). Lo Spirito invece è molto misterioso: non ha volto e neppure una denominazione che possa suscitare un'immagine umana, ad es. di amico, di sposo ecc. In tutte le lingue « spirito » è un nome comune che denota il fenomeno naturale del « vento » o del « respiro », in ebraico: « ruah »; in greco: « pneuma »; il latino: « spiritus ».

Eppure lo Spirito Santo è persona come il Padre e il Figlio, tuttavia non possiamo metterci dinanzi a lui e contemplare il suo volto...

Per conoscerlo dobbiamo immergerci nel profondo di noi stessi, poiché lo Spirito manifesta la sua azione nel nostro cuore con dei segni spesso imprevedibili, a volte irresistibili: « Voi lo conoscete - dice Gesù in Giovanni - perché egli dimora presso di voi; è in voi » (Gv 14,17: TOB). Sono le sue ispirazioni, mozioni, i suoi doni, frutti, carismi...

 

Simboli dello Spirito

La Bibbia, servendosi dei simboli naturali del vento, del fuoco, dell'acqua, del respiro ecc. non vuole dirci chi è lo Spirito, darcene un ritratto; ma piuttosto presentarcelo in azione, sempre all'opera nel mondo e soprattutto nei nostri cuori.

Lo Spirito è come il vento, dice Gesù: « Il vento soffia dove vuole, ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va... » (Gv 3,8).

Con la sua violenza il vento può abbattere le case, sradicare i cedri, affondare le navi (cf. Ez 13,13; 27,16), come può portare le nubi e fecondare la terra con la pioggia (cf. Pro 30,4; Gb 28,25). Può disseccarla e renderla arida (cf. Es 14,21; 30,27-33), oppure rinfrescarla con una brezza leggera (cf. 1 Re 19,12). Lo Spirito, come il vento viene dal cielo, agisce sulla terra e la trasforma: « Mandi il tuo spirito, sono creati (lo Spirito di Dio è all'origine dell'essere e della vita) e rinnovi la faccia della terra » [Sal 104(103), 301.

Lo Spirito' è sempre presentato in rapporto alla vita. Suoi simboli, oltre il vento, sono il respiro, condizione di vita per l'uomo e l'acqua viva, trasparente, pura e purificata, l'acqua che scende gratuitamente dal cielo per abbeverare, rianimare, fecondare la terra dura e sterile. Dove è l'acqua, ivi è la vita, altrimenti c'è il deserto.

Dice il salmo: « O Dio, tu sei il mio Dio, ... di te ha sete l'anima mia. A te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz'acqua » [Sal 63(62),21. E il profeta Isaia: « Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigata la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata » (Is 55,10-11). Questa è l'efficacia trasformatrice, vitale dello Spirito.

S. Giovanni della Croce parla di tre possibili parole dello Spirito: quelle discorsive (chiaro il senso), quelle formali, ossia sono poche parole sotto forma di brevi illuminazioni) e quelle sostanziali. Secondo il Santo queste ultime sono le uniche parole che dobbiamo accogliere ad occhi chiusi; non sono parole che si esprimono come le nostre, ma parlano al cuore, trasformano nell'intimo l'uomo, lo cambiano, sono creatrici; sono simili all'acqua, di cui parla il profeta Isaia, che irriga la terra, la feconda e la fa germogliare e non ritorna a Dio senza aver operato ciò che Dio vuole, senza aver compiuto ciò per cui l'ha mandata.

Con le altre parole invece (le discorsive e le formali) bisogna essere cauti, anzi molto cauti, specialmente se sono accompagnate da fenomeni mistici straordinari (locuzioni interiori, profezie, visioni, ecc.) allora bisogna trascurarle, rifiutarle, non tanto in quello che propongono di bene: maggior carità, più spirito di servizio, ma se spingono a iniziative o a decisioni da prendere, che coinvolgono terze persone.

Il demonio può ben trasformarsi in angelo di luce, anche se poi lascia sempre un sentore di puzza (= turbamento). Supplichiamo invece lo Spirito perché pronunci spesso in noi le sue parole sostanziali e trasformi il nostro cuore nel Cuore di Gesù.

L'acqua è dunque un simbolo privilegiato dello Spirito, specialmente in Palestina ove, se manca l'acqua, avanza il deserto (cf. Dt 11,11-15; 28,23-24; Is 5,6).

I profeti associano facilmente l'abbondanza delle acque all'effusione dello Spirito: « Io farò scorrere acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Spanderò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri; cresceranno come erba in mezzo all'acqua, come radici lungo acque correnti » (Is 44,3-4). « Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure da tutti i vostri idoli... » (Ez 36,25).

Tutti i simboli naturali dello Spirito: il vento, l'acqua, il fuoco, oltre a venire, di solito, dall'alto, sono caratteristici per la loro leggerezza, trasparenza, purità, in opposizione alla terra che è pesante, inerte, arida; in opposizione alla carne che è pure pesante, fragile, mortale, corruttibile: « Egli sa di che siamo spalmati, ricorda che noi siamo polvere. Come l'erba sono i giorni dell'uomo; come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce » [Sal 103 (102), 14-16; cf. Gen 6,3; Is 40,6; Ger 17,5; Gb 10,41.

 

Lo Spirito nell'Antico Testaménto

Le manifestazioni dello Spirito di Dio sono molte nell'AT: quelle più antiche non presentano lo Spirito come « Santo », ossia fonte di santità, ma come fonte di azioni straordinarie ed estatiche, come negli anziani di Mosè (cf. Num 11,24-30), come in Sansone, Gedeone, Samuele, Saul, Davide (cf. Gdc 6,34; 15,14; 1 Sam 10,6-10; 11,6-10; 16,13, ecc.).

Voglio ricordare solo due testi dell'Antico Testamento che si realizzano perfettamente in Gesù: quello di Ezechiele: « Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi » (Ez 36,26-27) e l'altrettanto famoso passo di Isaia: « Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore » (Is 11,1-2).

Rileviamo che in questa versione, secondo il testo masoretico, manca il dono della pietà, che troviamo invece nella versione greca dei LXX e nella Vulgata latina. Teniamo conto che, nell'AT, « pietà » e « timore di Dio » spesso si identificano, difatti il timore di Dio non è il timore dello schiavo, ma il rispetto pieno di amore del figlio verso il padre, ossia la pietà filiale.

 

Lo Spirito in Gesù

Quindi il Messia, Cristo Gesù, sarà pieno di Spirito Santo. Notiamo però subito questa differenza: mentre lo Spirito investe con forza le persone dell'AT prescelte per una missione e le trascina: Gedeone, Sansone, Saul, Davide, i profeti, nulla di simile avviene in Gesù, nessun segno di forza, tutto in lui è semplice e spontaneo; al massimo è « condotto dallo Spirito » (Mt 4,1; Lc 4,1); perfino i miracoli fluiscono da lui come gesti usuali. La presenza dello Spirito è talmente connaturata con Gesù che gli evangelisti la pongono in risalto solo in momenti straordinari, decisivi, per rilevare la presenza misteriosa dello Spirito, che accompagna Gesù lungo tutta la sua esistenza e spiega il suo modo di agire.

Momenti decisivi, ad esempio, sono: l'incarnazione, il battesimo, le tentazioni di Gesù.

1. L'annuncio a Maria: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio » (Lc 1,35). Si spiega così perché Gesù è pienamente a suo agio con lo Spirito e perché lo Spirito non trova in Gesù alcun ostacolo: l'umanità di Gesù è totalmente opera sua, col concorso libero di Maria. Gesù è « Santo », come lo Spirito Santo: « Sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio... » (Lc 1,35). Queste parole rivelano ciò che lo Spirito è e ciò che fa: è la santità personificata di Dio; fa essere santi, fa essere figli di Dio.

2. Nel battesimo di Gesù, Giovanni si aspettava che lo Spirito si rivelasse come un fuoco divorante e purificatore (cf. Mt 3,11-12), invece si manifesta in modo molto semplice e insieme divino, a guisa di colomba, simbolo di amore, di intimità, mentre i cieli si aprono. Sempre lo Spirito viene dall'alto e si manifesta all'uomo come potenza di Dio (cf. At 2,1-4). Nel battesimo di Gesù non si manifesta con alcuna potenza. 1 personaggi dell'AT, invasi dallo Spirito, subito compivano la loro missione; Gesù invece rimane immobile « in preghiera », dice Luca (3,21), sembra che non avvenga in lui nulla di straordinario. In realtà lo Spirito realizza un incontro d'amore tra il Padre e l'umanità del Figlio. Gesù accetta l'unzione, non solo come Messia, ma come Servo di Jahvé (cf. Is 52,15-53,12; Mt. 12,17-21) « fino alla morte e alla morte in croce » (Fil 2,8).

È l'atto più grande di amore che Gesù esprime al Padre e a tutti noi; ecco perché il Padre manifesta su di lui la sua compiacenza: « Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto » (Lc 3,22). Si tratta di una compiacenza, in seguito a un'elezione, in vista di una missione: quella di realizzare « il mistero nascosto da secoli » in Dio (Col 1,26), il mistero della redenzione. Per questo mi è piaciuto sceglierti, per questo pongo in te la mia compiacenza.

3. La prima manifestazione palese dello Spirito in Gesù è di condurlo « nel deserto per essere tentato dal diavolo » (Mt 4,1).

Proprio dinanzi a satana e alle sue attrazioni si manifesta la vera natura di Gesù, il segreto della sua persona, la sua qualità di Figlio, capace solo di ascoltare la voce del Padre e di nutrirsi della volontà del Padre.

Le tentazioni rivelano la potenza del Padre in Gesù e l'impotenza di satana; rivelano anche quale via Dio ha scelto per strappare il mondo a satana: l'umiltà e l'obbedienza del Figlio, Verbo incarnato.

La vittoria di Gesù su satana è così la vittoria dello Spirito, per cui, di fronte ad ogni tentazione, Cristo è e rimane il Figlio.

La potenza dello Spirito in Gesù contro i demoni continuerà a manifestarsi nella sua vita pubblica: « Che c'entri con noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io sono chi tu sei: il santo di Dio » (Mc 1,24; cf. Mt 8,29).

 

Lo Spirito nella vita pubblica di Gesù

Nella sinagoga di Nazaret, proprio all'inizio della sua missione, Gesù afferma che in lui si è realizzata la profezia di Isaia: « Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l'unzione (così Gesù parla dello Spirito che ha ricevuto in occasione del battesimo e che sta all'inizio della sua missione e del suo messaggio), per annunciare la buona novella ai poveri... » (Lc 4,18). Tutta l'azione di Gesù è mossa e guidata dallo Spirito. Per la potenza dello Spirito compie i miracoli: « La potenza del Signore (ossia dello Spirito) gli faceva operare guarigioni » (Lc 5,17). « Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti » (Lc 6,19, cf. 8,46).

Nello Spirito Santo Gesù esulta di gioia nella sua preghiera al Padre, perché ai piccoli ha rivelato i misteri del Regno di Dio: « In questo stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose (i misteri della salvezza) ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli (gli umili, i miti, i poveri in spirito). Sì, o Padre, perché così a te è piaciuto » o, meglio, « così tu hai disposto nella tua benevolenza » (Lc 10,21).

I piccoli sono la mèta del cammino eterno della benevolenza del Padre: « Di un amore eterno ti ho amato e per fedeltà ti attiro a me » (Ger 31,3: TOB).

 

Lo Spirito e i discepoli di Gesù

Già da questi passi si comprende come lo Spirito di amore, di salvezza, di intimità e di santità deve comunicarsi da Gesù ai suoi discepoli.

Finché Gesù è in vita è talmente pieno dello Spirito che lo Spirito agisce solo tramite Gesù.

Bisogna che Gesù parta da questo mondo, perché si diffonda direttamente la potenza dello Spirito negli uomini e si comprenda donde venga: dal Padre e dal cuore di Cristo: « Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7,37-38). Cristo è la fonte dell'acqua viva, ossia dello Spirito, come sarà manifestato espressamente nella trafittura del costato: « E subito ne uscì sangue ed acqua » (Gv 19,34). È una verità affascinante. Chi aderisce a Cristo, ossia il credente, diventa a sua volta, in Gesù, fonte principale, fonte secondaria di irradiazione dello Spirito, dei suoi doni, dei suoi frutti.

Giovanni continua: « Questo egli (Gesù) disse riferendosi allo Spirito, che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato » (Gv 7,39). Il momento per eccellenza della glorificazione di Gesù è quello della sua morte e risurrezione.

Di fatto, Giovanni così presenta la morte di Gesù: « Dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: ` Tutto è compiuto! '. E, chinato il capo, rese lo spirito » (Gv 19,30), intendendo in senso letterale: « spirò » (morì, rese l'ultimo respiro) e in senso mistico: effuse lo Spirito, come farà nella prima apparizione pasquale ai discepoli: « Alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo » (Gv 20,22). E' la pentecoste giovannea.

Per questo Gesù aveva detto: « E bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò » (Gv 16,7), perché « rimanga con voi per sempre » (Gv 14,16). « Non vi lascerò orfani... » (Gv 14,18). « Egli (lo Spirito) mi glorificherà (manifestandovi il mio amore e l'amore del Padre), perché prenderà del mio e ve l'annunzierà » (Gv 16,14). « Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto » (Gv 14,26).

I discepoli sono vissuti con - Gesù, ne ricordano i gesti e le parole, ma non ne hanno compreso il significato profondo. Questo è compito dello Spirito, che li condurrà alla comprensione progressiva della realtà di Gesù (specialmente il mistero della sua divinità, come vediamo nel vangelo di Giovanni) e del significato profondo delle sue parole e dei fatti che lo riguardano (ad es. la trafittura del costato). Così lo Spirito guida alla comprensione della « verità tutta intera » (Gv 16,13) e l'attualizza (« vi ricorderà ») nella vita dei discepoli.

In tal modo lo Spirito continua e perfeziona la missione di Gesù: è il Paraclito [colui che chiamato (invocato) viene accanto a noi], è il Consolatore nel senso anche di « confortatore » (colui che dà pace, gioia, forza, cf. 2 Cor 1,3-7).

Lo Spirito ci accompagna, ci illumina, ci conserva nell'unità della carità in ogni momento della vita, poiché, come Gesù è stato in ogni istante della sua vita testimone della carità del Padre, così siamo anche noi, nello Spirito, in ogni situazione, nella quotidianità, i testimoni della verità e della carità del Padre, nel Cristo.

 

Non rattristate lo Spirito, ... non estinguertelo...

Purtroppo, a volte, testimoniamo dinanzi ai nostri fratelli e sorelle il nostro egoismo, la nostra mancanza di disponibilità; testimoniamo la nostra scontentezza, la nostra impazienza, il nostro orgoglio, la nostra pigrizia, la nostra sensualità, vanità, invidia, gelosia, il nostro arrivismo, la nostra ambizione... Così rendiamo impossibile la testimonianza dello Spirito, lo rattristiamo: « Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio », dice Paolo nella lettera agli Efesini (4,30) e rischiamo anche di spegnerlo: « Non spegnete lo Spirito », scrive ancora Paolo ai Tessalonicesi (1 Ts 5,19).

Ho parlato di ambizione, di arrivismo... Sembra inconcepibile, specialmente in un sacerdote, in un religioso, in una suora, eppure, a volte, è una ben triste realtà. Veramente se un sacerdote, un religioso, una suora si preoccupano più della carriera che del servizio ai fratelli, sono degli aborti, dei falliti, perché rifiutano lo Spirito, lo rattristano, lo estinguono e si condannano a vivere solo una vita che è una morte anticipata dinanzi a Dio.

 

La potenza d'amore dello Spirito

La nostra vicenda è quella stessa degli apostoli. Finché Gesù era con loro, li ha custoditi e difesi (cf. Gv 17,12) e, quando li ha dovuti abbandonare, non li ha lasciati orfani neppure un istante, li ha affidati allo Spirito, perché fosse sempre con loro (cf. Gv 14,16), e compito dello Spirito è di condurci sempre a Gesù, farci comprendere la profondità delle sue parole e dei suoi gesti, trasformarci in lui.

Quello che è successo dopo la morte di Gesù riguardo allo Spirito lo sappiamo dai Vangeli e soprattutto dagli « Atti degli Apostoli », libro nel quale il protagonista non è né Pietro né Paolo né qualsiasi altro apostolo, ma lo Spirito Santo. I primi due capitoli degli Atti corrispondono ai primi due capitoli del vangelo dell'infanzia del Cristo storico: è il vangelo dell'infanzia del Cristo mistico, ossia della Chiesa.

In ambedue i vangeli dell'infanzia, protagonista è lo Spirito e collaboratrice principale è Maria: « Lo Spirito Santo scenderà su di te... » (Lc 1,35) e il figlio di Dio si fa carne nel seno di Maria, Cristo Gesù. « Tutti questi (gli apostoli) erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù... » (At 1,14) ed ecco la nascita della Chiesa, il Cristo mistico: « Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco (il vento e il fuoco scaturiscono dalla stessa potenza divina, lo Spirito Santo) che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue... » (At 2,2-4).

Il giorno della pentecoste è, per la Chiesa, ciò che per Cristo fu il giorno del battesimo.

Mentre Gesù era in preghiera: « Il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba... » (Lc 3,21-22), non di fuoco, poiché Gesù non ha bisogno di essere purificato né trasformato.

La colomba, simbolo nuziale, esprime l'unione intima, profonda di amore che esiste fra Gesù e il Padre, per cui, come abbiamo detto e lo ripetiamo, Gesù è disposto a fare in tutto la volontà del Padre, non solo come Messia, ma come Servo di Jahvé, fino alla morte e alla morte di croce. Per questo risuona la voce del Padre: « Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto » (Lc 3,4).

Ripetiamo, il giorno della pentecoste è per la Chiesa e quindi per ognuno di noi come il giorno del battesimo di Gesù: lo Spirito è effuso, perché noi, sia che viviamo sia che moriamo siamo di colui (Cristo) che ci ha amati e ha dato la sua vita per noi (cf. Rom 14,8; Gal 2,20). La missione dello Spirito è quella di trasformarci in Gesù: « Il Padre mio opera sempre e anch'io opero » (Gv 5,17). L'opera del Padre e del Figlio in noi avviene tramite lo Spirito. E come lo Spirito è in Gesù con tutta la sua pienezza: « Lo Spirito del Signore è sopra di me... » (Lc 4,18), con tutti i suoi doni, spingendolo a parlare e ad agire, per realizzare la sua missione di salvezza e di santità, così lo Spirito Santo è in noi con i suoi doni, già preannunciati da Isaia (cf. 11,2).

Si realizza così l'appassionata preghiera dello stesso profeta Isaia: « Tu, Signore, tu sei nostro Padre; da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore...? Ritorna per amore dei tuoi servi... Siamo diventati come coloro... sui quali il tuo nome non è stato mai invocato., Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti » (Is 63,16-17.19).

Nel NT i cieli si sono aperti e la preghiera dell'AT è stata esaudita con la nascita di Cristo: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama » (Lc 2,14) e con l'effusione dello Spirito (cf. At 2,2).

 

L'« istinto di Dio » nella nostra vita

Lo Spirito Santo, con i suoi sette doni, dispone l'uomo a seguire abitualmente e spontaneamente le sue buone illuminazioni e buone mozioni. È il mistero della grazia attuale... Così l'uomo pensa, desidera, ama, parla, agisce, non in modo semplicemente umano, ma divino. Precisiamo che non è un modo di agire, che avviene una volta ogni tanto; ma è uno stile di vita. Si pensa, si ama, si agisce abitualmente, come per istinto divino, sotto l'influsso dello Spirito, vivendo dei suoi doni, irradiando i suoi frutti, esercitando i suoi carismi e praticando le beatitudini, con molta spontaneità, proprio come un fiore (un giglio, un gelsomino...) spande il suo profumo spontaneamente: « Noi siamo... dinanzi a Dio, il profumo di Cristo » (2 Cor 2,15), proprio come da una fonte scaturisce continuamente acqua fresca e limpida.

Ecco perché lo Spirito Santo è stato anche chiamato « l'istinto di Dio » nel cuore dell'uomo.

Lo Spirito di Dio agisce in noi in due modi: o semplicemente vegliando perché i nostri pensieri, affetti, parole, azioni siano in armonia con le esigenze della giustizia, della pietà, della carità o prendendo lui l'iniziativa e diventando la fonte dei nostri pensieri, affetti, parole, azioni, coi suoi doni, senza che venga meno la nostra libertà, anzi è necessario il nostro « sì », rinnovato continuamente con la nostra implorazione: « Vieni, Santo Spirito...! ». In questo caso la nostra collaborazione è fatta più di abbandono che di attività.

Paolo afferma: « Tutti quelli che sono mossi dallo Spirito di Dio sono figli di Dio » (Rom 8,14) e s. Teresa d'Avila, con acuta sensibilità femminile, per rappresentare l'abbandono allo Spirito, rievoca l'immagine del bambino portato in braccio da sua madre e ricorda il commovente salmo 131(130): « lo sono tranquillo e sereno - come un bimbo svezzato in braccio a sua madre - come un bimbo svezzato è l'anima mia » [Sal 131 (130), 21.

Nel primo caso (quando lo Spiritó semplicemente veglia su di noi e ci assiste) siamo più noi i protagonisti della nostra vita; nel secondo caso (quando lo Spirito prende l'iniziativa e diventa fonte dei nostri pensieri, parole, azioni) è lui il protagonista principale della nostra vita. Nel primo caso noi siamo come una barca spinta avanti a forza di braccia, con fatica (è l'esercizio delle virtù); nel secondo caso sono state aggiunte alla barca sette vele (i setti doni dello Spirito) ed essa va avanti, velocemente, spinta dal vento, ossia dalla potenza dello Spirito Santo.

Abbiamo detto, con i doni dello Spirito, l'uomo agisce più in un modo divino che umano, pur conservando la sua personalità, le sue caratteristiche psicologiche e temperamentali. Lo Spirito non ha bisogno di distruggere nulla di ciò che è umanamente positivo, ma sa adattarsi e conformare meravigliosamente il suo influsso alla persona, senza violentarne la libertà.

Che l'uomo, sotto l'azione dei doni, agisca in modo divino, scaturisce dal fatto che i doni dello Spirito sono manifestazioni, esperienze della carità divina (basta esaminarli e viverli) e « Dio è carità » (1 Gv 4,16), perciò, vivendo sotto l'influsso dei doni dello Spirito, noi partecipiamo alla vita trinitaria, il nostro modo di vivere è più divino che umano.

Inoltre, come afferma Leone XIII, nella sua enciclica sullo Spirito Santo « Divinum Illud Munus » (9.5.1897), i doni ci sospingono a vivere le beatitudini evangeliche, ossia a fare spazio, in noi, alla vita di Gesù povero, mite, afflitto, misericordioso, puro di cuore, perseguitato, in modo che « Cristo è la nostra vita » (cf. Col 3,4): « Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me » (Gal 2,20) e la vita di Gesù è una vita divina in una realtà umana.

Inoltre le beatitudini evangeliche, praticate in terra, sono un preannuncio della beatitudine eterna del cielo, « quasi fiori sbocciati - scrive Leone ,XIII - prenunzianti la beatitudine sempiterna ».

 

V.

LE VIRTÙ MORALI E TEOLOGALI APERTE AI DONI E AI FRUTTI DELLO SPIRITO

 

L'argomento delle virtù morali, elevate dai doni dello Spirito, rese saporite come suoi frutti, è un argomento molto importante e pratico nella vita spirituale per tutti i cristiani, ma specialmente per certi religiosi e suore, molto sensibili ai valori dei voti, delle regole, delle pratiche di pietà..., ma molto difettosi nella pratica delle virtù umane e morali, persino, a volte, nevrotici, scostanti, duri, impacciati, introversi, meschini.

Le virtù umane regolano, in modo particolare, i contatti col prossimo, specialmente con le persone con cui viviamo, in famiglia, in comunità e con gli estranei.

La cortesia, la semplicità, la lealtà, la sincerità, la fedeltà alla parola data, l'onestà, la buona educazione, il rispetto, la generosità, il disinteresse, la riconoscenza, la giusta valutazione delle doti del prossimo, la gioia per le sue fortune, il dolore per le sue disavventure sono un insieme di virtù e di atteggiamenti che dimostrano, nella persona, maturità, equilibrio, dimenticanza di sé, distacco dal proprio egoismo, capacità di rapporti interpersonali e di amicizia. Se poi ricordiamo il detto di Gesù « Ogni volta che avete fatto una di queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me » (Mt 25,40) e lo pratichiamo, allora agiamo sotto l'influsso delle virtù teologali e sotto l'influsso della « scienza », dono prezioso dello Spirito. Le virtù morali, umane acquistano così una dimensione mistica, di unione d'amore col Padre, col Figlio, con lo Spirito Santo.

 

Una parola ai religiosi e alle suore

La piccola sorella Magdeleine, fondatrice delle piccole Sorelle di p. Carlo de Foucauld, morta a 91 anni il 6 novembre 1989, dà un esempio meraviglioso di umanità e soprannaturalità nel suo testamento spirituale alle sue suore.

« Non coltiverai in te soltanto le virtù religiose, perché sarebbero anormali e contro natura, se non fossero innestate su delle virtù umane... Ti sforzerai di sviluppare in te le qualità umane di audacia, di coraggio, di virilità e di distruggere i difetti umani di pusillanimità e di timidezza.

Così pure ti sforzerai di distruggere energicamente in te stessa i difetti femminili di sensibilità e di immaginazione eccessiva, ma eviterai lo scoglio che consisterebbe nel distruggere al tempo stesso le qualità femminili di delicatezza e di dono di sé, che metterai al servizio degli altri, in una totale dimenticanza di te stessa.

La tua formazione religiosa dovrà essenzialmente tener conto dei concetti di buon senso e di giudizio, di prudenza e di giustizia umana, le cui esigenze devono passare davanti alle illusioni di carità, come prendere delle iniziative, fare delle cose, senza buon senso, contro ogni prudenza e contro la giustizia. Questo è mancare alla carità.

Il tuo desiderio di nascondimento, di piccolezza e di abiezione sarebbe illusorio, se ti impedisse di rendere onore a Cristo Gesù con la tua grandezza d'animo e con la tua larghezza di spirito. Evita ogni meschinità. Non scandalizzarti per dei nonnulla. E soprattutto respingi il formalismo e il fariseismo in tutte le loro forme...

Non cercare di togliere dalla tua strada tutte le difficoltà, le tentazioni e i pericoli. Essi fanno parte della tua vocazione di religiosa e di evangelizzatrice.

Sta in guardia contro il pericolo sottile di una rassegnazione troppo passiva e dell'illusione di un troppo facile abbandono alla Provvidenza, che sarebbe come un'abdicazione della volontà umana. Cerca invece di sviluppare al massimo la tua volontà... senza scordare la grazia.

Non ti sarà chiesto, in nome della modestia religiosa, di vivere con gli occhi bassi, ma di spalancarli per ben vedere accanto a te tutte le miserie e anche tutte le bellezze della vita umana e dell'universo intero.

Non ti sarà chiesto, in nome dell'amore di Cristo, di staccarti dall'amore dei tuoi cari... Ti si dirà che l'amicizia umana, quando è retta e pura, è troppo bella per essere distrutta o diminuita.

In suo nome (di Gesù) ti si parlerà del grande desiderio di amicizia che dobbiamo avere verso tutti gli esseri umani, andando ad essi semplicemente perché li amiamo e lo vorremmo testimoniare loro gratuitamente, cioè senza attendere nessuna riconoscenza, nessun risultato, fosse anche di apostolato.

Con il pretesto di mantenerti nell'umiltà, non ti sarà chiesto di distruggere il tuo modo di giudicare, di soffocare la tua personalità, di negare o dissimulare i tuoi talenti... Non fare a Dio l'ingiuria di disprezzare un suo dono, di seppellire uno dei suoi talenti. Sviluppa al massimo la tua personalità, ma unicamente per metterla al servizio di Cristo. Non a tutti sono date le stesse intuizioni, le stesse grazie, la stessa vocazione. Non cercare di entrare nello stesso stampo, ma prova a scoprire il tuo orientamento personale, per farlo fiorire nel quadro della vocazione comune delle piccole Sorelle di Gesù.

Anche il celibato per il regno rifletta, sì, l'esclusiva, fortissima centralità di Cristo, che richiede un amore indiviso e senza riserve per il Signore. È la dimensione mistica del celibato, che principalmente, a causa di Gesù e del Vangelo, ci fa religiosi. Ma tutto, compreso il celibato, deve essere vissuto nell'esigenza di intense relazioni col prossimo ».

Difatti nelle costituzioni delle piccole Sorelle si legge: « Amare... sino in fondo, in una consacrazione totale al Padre e ai fratelli » come ha detto Gesù, difendersi « dall'abitudine e dall'indifferenza che inaridiscono le forze vive dell'amore » (Cst. 45). « Il voto di castità consacrata non chiede di restringere il proprio cuore, ma di allargarlo alle dimensioni del mondo, amando come Gesù ha amato » (Cst. 46), « aprendoci all'amicizia fraterna, necessaria per l'equilibrio affettivo » (Cst. 46)... Quale grande virtù umana è l'EQUILIBRIO!

Solo così abbiamo degli uomini e delle donne, dei religiosi e delle religiose maturi affettivamente, non degli eterni adolescenti, incerti e in perenne crisi, che combinano pasticci. Non bisogna negare o annientare la propria affettività, ma gestirla con la luce e la. forza dell'invocazione allo Spirito.

Vi voglio ricordare anche la bella raccomandazione della regola di Taizé: « Lasciati conquistare da una sovrabbondanza di amicizia per tutti » (p. 49); « Il celibato non significa una rottura degli affetti, né indifferenza. Esso può essere accettato solo per donarsi ancor più al prossimo con l'amore stesso di Cristo » (p. 43). Il voto di castità è un voto di carità, di dono totale a Dio e ai fratelli.

 

Il mozzo, i raggi, la ruota

Come abbiamo detto, i frutti dello Spirito, pur avendo gli stessi contenuti delle virtù morali, li approfondiscono, li rendono stabili e soprattutto li nobilitano, rendendoli amabili, attraenti, saporiti. I doni dello Spirito perfezionano le virtù.

Noi sappiamo che un atto è naturalmente virtuoso quando è conforme a ragione. Chi agisce guidato dal sentimento, secondo gli umori del momento, per simpatia o antipatia, se piace o non piace, è irragionevole, è ingiusto e pecca.

Inoltre, perché ci sia vera virtù, non basta un solo atto, ad es. di umiltà, di pazienza, per dire che si è umili o pazienti; si richiede la prontezza, la facilità, il diletto nella ripetizione degli atti di umiltà, di pazienza. Solo così c'è la virtù.

Infine la virtù sta nel giusto mezzo, nell'equilibrio. Notiamo subito che la carità comprende tutte le virtù, ne è l'anima: « Al di sopra di tutto - dice l'Apostolo - vi sia la carità che è il vincolo della perfezione » (Col 3,14) e s. Giovanni della Croce afferma: « Tutte le virtù stanno nell'anima quasi distese nell'amore di Dio », ove ben si conservano, impregnate d'amore, proprio come si mette la verdura sott'olio, perché non si corrompa e si conservi sana. L'esempio è banale, ma efficace.

Stando la virtù nel giusto mezzo, ogni virtù morale non è mai sola, richiede la sua virtù complementare... fa eccezione la carità, come virtù teologale e morale, la quale non ha alcuna virtù complementare, poiché la misura della carità è di amare senza misura.

Mi spiego con un'immagine. Rappresentiamoci la ruota di una carro: al centro sta il mozzo che tiene unite tutte le parti della ruota: è la carità. I raggi sono formati dai doni dello Spirito, in particolare, per le virtù morali, il timore di Dio per la temperanza, la fortezza (dono dello Spirito) per la fortezza (virtù), la pietà per la giustizia e il consiglio per la prudenza. Sulla circonferenza stanno le virtù. Non possediamo una determinata virtù se, all'estremità diametralmente opposta, non possediamo la virtù complementare.

Ad es. la bontà (benevolenza) suppone come virtù complementare la fortezza, che, esagerata, diventa austerità, rigidezza, severità. Se la bontà manca di energia, diventa dabbenaggine, debolezza.

L'umiltà vera non consiste nel farsi pestare sotto i piedi, nel dire che si è buoni a nulla... La sua virtù complementare è la sincerità, l'amore alla verità, il rispetto per la propria dignità di persona umana, riconoscendo sinceramente e con semplicità le proprie doti e i propri talenti, altrimenti si cade nel disfattismo.

La semplicità della colomba ha la sua virtù correlativa nella prudenza e nell'astuzia del serpente, altrimenti si cade nella semplicioneria.

La generosità ha la sua virtù complementare nella frugalità, nella parsimonia, per non scialacquare, e la parsimonia nella generosità, per non cadere nell'avarizia; il vero zelo ha il suo complemento nella discrezione, per non essere imprudenti, per non stancare l'anima alla gente, facendo più male che bene; ma anche la discrezione deve essere stimolata dallo zelo, per non stare con le mani in mano, inoperosi, concludendo nulla.

L'amore alla solitudine, al raccoglimento deve essere controbilanciato dall'impegno nell'azione, dalla solidarietà col prossimo, altrimenti si cade nella pigrizia, nel pietismo o egoismo spirituale; come gli eccessivi rapporti col prossimo, senza il raccoglimento e la preghiera, ci disperdono nell'attivismo, nella superficialità.

La fortezza, lo spirito d'iniziativa devono essere controbilanciati dalla dolcezza e dalla prudenza, per non cadere nella temerarietà e la dolcezza deve essere sostenuta dalla fortezza, per non diventare timidi e deboli; dolcezza e fortezza, ad esempio, nell'esprimere l'amore alla verità e alla giustizia, anche di fronte all'autorità, non imitando i quattro animali e i ventiquattro anziani dell'Apocalisse che si prostrano, dicendo incessantemente « Amen, Alleluja » (19,4).

È necessario considerare seriamente questa dottrina. Le persone equilibrate che si conservano nel giusto mezzo sono rare, tanto che è « normale essere anormali », non casi clinici; ma un po' anormali, sì.

La santità invece è dimostrata dall'insieme armonioso delle virtù morali, animate dalla carità. Equilibrio, virtù rara! Non sono le grazie di orazione e di contemplazione che costituiscono la santità. Sono infatti doni divini che accrescono la nostra responsabilità, anche se sono dei grandi mezzi e stimoli di santità, spingendoci ad amare Dio e il prossimo, a praticare tutte le virtù, approfondite e perfezionate dallo Spirito Santo mediante i suoi doni, per essere irradiate, con grande amabilità, mediante i suoi frutti, i frutti dello Spirito.

 

L'esempio di Cristo

È interessante studiare, nel Vangelo, Gesù e constatare la complementarità delle sue virtù.

- La mansuetudine, la dolcezza che ha coi poveri, coi bimbi e la santa ira contro i profanatori del tempio. - La pazienza con le persone rozze, con i suoi discepoli ignoranti e le invettive contro la cecità dei giudei, dei dottori della legge, l'ipocrisia dei farisei.

- Il profondo amore al silenzio, al raccoglimento, le notti trascorse in preghiera e la dedizione alle turbe, all'apostolato.

- Il suo amore alla castità e la semplice spontaneità nel trattare con la samaritana, l'adultera, la Maddalena, la peccatrice e tutte le donne.

- La profonda umiltà nelle sofferenze della passione e la somma dignità, espressa di solito col silenzio e con poche, essenziali parole, dinanzi a Caifa, a Pilato, a Erode.

Una prova meravigliosa, di equilibrio Gesù la esprime nell'episodio dell'adultera (cf. Gv 8,1-11). Gesù deve distruggere il peccato, ma salvare i peccatori. Gesù è mite, umile di cuore, ma è anche forte e coraggioso.

Lo dimostra il suo atteggiamento di fronte agli accusatori della donna. Poteva essere lapidato anche lui come difensore di un'adultera.

Gesù non difende il peccato della donna, ma contesta coraggiosamente il diritto degli accusatori a condannare quella povera creatura, perché, a loro volta, potevano essere accusati, forse, di peccati d'adulterio o di peccati ancor più gravi... Gesù misteriosamente, con padronanza divina, scrive sulla sabbia, poi si erge e dice agli accusatori della donna: « Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei » (Gv 8,7). E chinatosi di nuovo riprende a scrivere per terra.

Gli accusatori, udite le parole di Gesù, ad uno ad uno se ne vanno, cominciando dai più vecchi.

Gesù rimane solo con l'adultera. Dopo aver usato il suo intelligente coraggio, può ora usare la sua divina misericordia verso quella debole donna.

Non può approvare il suo peccato, ma lo sa perdonare: « Donna dove sono (i tuoi accusatori)? Nessuno ti ha condannata? »... « Nessuno, Signore! »... « Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più » (Gv 8,10-11).

La stessa situazione si ripete con la donna peccatrice, che piange ai piedi di Gesù, li asciuga con i capelli e li cosparge di olio profumato... (cf. Lc 7,36-50).

Simone il fariseo critica Gesù che si lascia toccare da una peccatrice, ma, in realtà, anche lui è colpevole, perché ha trascurato i doveri di ospitalità verso Gesù; alla donna invece « sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato » (Lc 7,47): « La tua fede ti ha salvata, va in pace » (Lc 7,50).

E' meravigliosa questa armonia, questo equilibrio in Gesù fra il coraggio intelligente e la sua bontà delicata, piena di misericordia! Gesù non è solo il nostro modello, è la nostra vita.

 

« Dimmi con chi vai... »

Sul piano naturale è compito della prudenza conservare il giusto mezzo. Evitare l'eccesso e il difetto nella pratica delle virtù sul piano soprannaturale, al quale, come figli di Dio, siamo elevati, è opera dello Spirito Santo. Egli ci conserva nel giusto mezzo, mediante i suoi santi doni.

Ecco perché, prima di ogni decisione, prima di agire o non agire, prima di parlare o non parlare, dobbiamo consultare lo Spirito.

Abbiamo questa felice abitudine di consultare lo Spirito, se lo invochiamo continuamente: « Vieni, santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce... - Vieni padre dei poveri (siamo tutti poveri), vieni datore dei doni, vieni luce dei cuori. - Consolatore perfetto (chi non ha bisogno di consolazione e di forza?), ospite dolce dell'anima (fonte di amore, pace, gioia), dolcissimo sollievo (nelle tante tristezze, preoccupazioni, angosce che, affliggono la nostra vita).

C'è un proverbio popolare che dice: « Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei ». Noi, con chi camminiamo nella nostra vita?

Col Padre? E allora lo dimostriamo col bisogno del silenzio, del raccoglimento, della preghiera, della vita interiore, dell'abbandono, dell'adorazione, della lode, del ringraziamento: è il clima trinitario.

Col Figlio..., Cristo Gesù? E allora lo dimostriamo, essendo miti e umili di cuore come lui, essendo creature eucaristiche, ossia che fanno della loro vita una messa continua, esperimentandolo come fratello e come sposo dell'anima. Ricordate tutta la meravigliosa vicenda del Cantico dei Cantici. Leggete, meditate, contemplate questo profondo dramma e idillio d'amore della Scrittura. Nello Sposo vedete Cristo e nella sposa l'anima vostra.

« Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei ». Camminiamo con lo Spirito? E allora lo dimostriamo con l'irradiazione dei suoi frutti, dei suoi preziosi doni, dei suoi carismi. L'autentica preghiera ha sempre rapporto con la vita, impronta la vita, e la vita diventa. sacramento, ossia segno sensibile, testimonianza di una realtà invisibile, misteriosa, che anche le persone, a contatto con noi, colgono... Difatti, quando uno vive di autentica preghiera, si dice: è un'anima di preghiera, ossia, quando prega, non dice distratte parole e, quando parla, rivela un rapporto d'amore con Qualcuno, ossia con Dio; lo irradia attorno a sé.

Camminiamo solo con noi stessi o con altri simili a noi, allora facilmente siamo egoisti e, con l'egoismo, ci accompagna, di preferenza, almeno uno dei suoi due figli o l'orgoglio o la lussuria o tutti e due insieme e, con loro, ci accompagnano un po' tutti i vizi: la vanità, l'invidia, la gelosia, l'ambizione, la maldicenza, la pigrizia, l'impazienza, la golosità, l'ira... assieme a una superficialità e a un vuoto spaventosi, accompagnati spesso da un senso di insoddisfazione e scontentezza, bene espressi nel grido di s. Agostino: « O Signore, hai fatto il nostro cuore per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te ».

- Preghiamo e sospiriamo, perché compagno della vostra vita siano il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: « Se qualcuno mi ama - dice Gesù nel vangelo di Giovanni - il Padre mio lo amerà e verremo a lui e porremo la nostra dimora in lui » (Gv 14,23). Dove è il Padre e il Figlio, ivi è il loro amore, lo Spirito Santo. Così siamo familiari di Dio, commensali della ss.ma Trinità.

Camminiamo con la ss.ma Trinità, se prima di ogni decisione, prima di agire o non agire, prima di parlare o non parlare consultiamo lo Spirito, al quale Gesù ci ha affidati prima della sua passione: « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro consolatore, perché rimanga con voi per sempre lo Spirito di verità... Egli mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza... » (Gv 14,16-17; 15,26-27).

La prima testimonianza è quella della preghiera vissuta e irradiata... « Lo Spirito - scrive Paolo = viene in aiuto alla nostra debolezza... intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili... secondo i disegni di Dio, ... (così) tutto concorre al bene di coloro che amano Dio »... (perché) siamo dei « conosciuti » dei « chiamati », dei « giustificati », dei « glorificati » (cf. Rom 8,26-30).

« Che diremo... in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rom 8,31).

Se è con noi lo Spirito di Dio, è con noi la prudenza, che ci fa agire col giusto equilibrio, è con noi la carità, che purifica l'anima dai « no » all'amore, i « no » del peccato, dell'egoismo; agiamo sotto l'influsso dei doni dello Spirito. La vita è abbellita dall'esperienza della gioia e della pace, è profumata da tutti gli atti, non solo delle virtù teologali, ma delle virtù morali, resi amabili, attraenti, simpatici come frutti dello Spirito che irradiamo. Diventiamo sacramenti e testimoni della sua presenza in noi.

 

Una pratica soave e spontanea

Molte persone, pur sinceramente desiderose della santità, rimangono prigioniere delle loro paure, pusillanimità, scoraggiamenti, pigrizie, del loro orgoglio, in una parola del loro egoismo e contristano lo Spirito (cf. Ef 4,30), perché gli impediscono di effondersi e manifestarsi in loro con tutta la sua vitalità e novità... Sono anime che non hanno ancora iniziato a « conoscere » il « grande amore che Dio ha per noi » con il dono di Cristo e dello Spirito (cf. 1 Gv 4,7-16).

La pratica delle virtù diventa in noi tanto più facile e perfetta, quanto più siamo stimolati e sostenuti dai doni dello Spirito Santo. Caratteristica dei doni è di rèndere pronta, dilettevole la pratica delle virtù e la santità sta appunto, non nelle visioni e nelle rivelazioni, non nel fare miracoli e neppure nelle grazie mistiche, ma nella pratica eroica delle virtù. Viviamo così le beatitudini evangeliche.

Voglio ricordare l'esempio di s. Teresa di Lisieux: da piccola, pensando a un sacrificio che l'attendeva durante il giorno diventava triste; poi, progredendo nella vita spirituale, esperimentò uno stato di accettazione; da suora diventava triste se non prevedeva un qualche sacrificio da offrire a Gesù. Così scrive nella sua autobiografia: « La pratica delle virtù mi diventò soave e spontanea. Al principio il mio viso tradiva spesso la lotta; ma, a poco a poco, questa impressione scomparve e la rinuncia mi diventò facile fin dal primo istante... ».

Ricordiamo anche l'affermazione di s. Francesco d'Assisi: « Quello che prima mi sembrava amaro e ripugnante, mi si convertì in attrattiva per l'anima e per il corpo ». Ed eccolo abbracciare e baciare il lebbroso, dare la mano e stringere amicizia con il lupo, parlare agli uccelli ecc.

È evidente l'influsso dello Spirito, che rende serena e dilettevole non solo la pratica delle virtù, ma anche l'accettazione della croce e ti fa irradiare amore, pace, gioia, mitezza e bontà... Il segreto è tutto qui: vivere, aprendoci sempre più all'influsso dello Spirito; permettergli di farci santi, come lui è santo: Spirito Santo.

 

Virtù, doni, frutti

Di per sé le virtù teologali, in quanto si riferiscono a Dio, per lo loro eccellenza e preziosità, sono superiori ai doni dello Spirito, tuttavia hanno bisogno del servizio dei doni, proprio come un padrone ha bisogno di un servo devoto che lo svegli, gli ricordi gli impegni assunti, gli appuntamenti, lo stimoli ad essere puntuale, fedele ecc. Così la fede, come abbiamo già detto, aiutata dal dono dell'intelletto, penetra nei misteri di Dio, nella sua intimità.

La speranza, aiutata dal dono della scienza, va oltre le creature, vedendo in loro il riflesso della bellezza di Dio, l'impronta della sua intelligenza e della sua potenza..., così dalle creature l'uomo sale al Creatore.

Infine la carità diventa, con la sapienza, gusto delle realtà divine e, con la pietà, esperienza della tenerezza paterna di Dio, dell'intimità nuziale del Cristo.

Anche le virtù morali sono facilitate, nella loro pratica, dai doni dello Spirito. Si manifestano perfezionate e saporite nei frutti dello Spirito.

I frutti dello Spirito sono come un raggio di luce. L'unico frutto dello Spirito, come abbiamo già detto, è la carità (cf. Gal 5,22); ma come il raggio di luce, passando attraverso un prisma, si scompone nei colori dell'arcobaleno, così la carità si rivela nei vari frutti dello Spirito, perciò la carità è gioiosa, piena di pace, paziente, disponibile, piena di bontà, fedele, mite e umile, padrona di sé (cf. Gal 5,22).

I frutti sono le virtù morali mature. Chi ne fruisce e li gusta per primo è l'uomo che, guidato dallo Spirito, li vive e li pratica. E' una fruizione anzitutto tipicamente contemplativa, che rícolma il cuore di gioia e di pace; ne segue anche una carica apostolica. I frutti dello Spirito sono saporiti anche per il prossimo. E' bello vivere con persone che sprizzano gioia, irradiano pace, sono comprensive, servizievoli, piene di bontà; sono persone che manifestano un grande attaccamento a Cristo, sono miti e umili come il Cuore di Gesù e, in tutto, si orientano secondo la carità, perché sono dominate e guidate dallo Spirito e non dal loro egoismo. Veramente chi vive e pratica i frutti dello Spirito rivela, in modo sensibile, non solo il volto amabile di Cristo, ma il volto tenerissimo del Padre: « Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli » (Mt 5,16), Se siamo docili ai doni dello Spirito e pratichiamo i suoi frutti, siamo il « buon profumo di Cristo » (2 Cor 2,15).

Chi vive i frutti dello Spirito è testimone del « grande amore che Dio-Padre ha,per noi » (1 Gv 4,16), è « prolungamento dell'umanità » di Cristo, in mezzo agli uomini.

« Il regno di Dio - scrive Paolo ai Romani - non è questione di cibo o di bevanda; ma di giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Chi serve Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere di pace e alla edificazione vicendevole » (Rom 14,17-18).

Rileviamo una differenza essenziale che esiste fra i carismi, i doni e i frutti dello Spirito. Mentre i carismi non sono tutti in una persona: chi ne ha uno, chi ne ha un altro; invece i frutti dello Spirito, come del resto i doni, non sono divisi: chi ha un frutto, un dono dello Spirito ha, più o meno, tutti gli altri. Dico, più o meno, perché sulla pratica dei doni e sulla manifestazione dei frutti influiscono anche il nostro temperamento, la nostra generosità.

 

Il buon terreno

Considerate la parabola del seminatore, raccontata da Matteo (cf. 13,3-9.18-23). Noi, grazie a Dio, non siamo né strada, né sassi, né spine, speriamo di essere terreno buono che, però, non è fertile in modo uguale: « Il seme cadde nella terra buona e diede frutto, dove il cento, il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi da intendere, intenda » (Mt 13,8). Quindi la fertilità del nostro terreno, ossia la bontà della nostra vita, non dipende solo dall'influsso dello Spirito; ma Dio vuole che dipenda anche dal nostro temperamento e dalla corrispondenza più o meno generosa della nostra libera volontà: al 100%, al 60%, al 30%.

Ecco perché Paolo ci esorta: « Mortificate dunque quella parte di voi stessi che appartiene alla terra... », soprattutto « quella cupidigia - insaziabile (ossia l'egoismo) che è idolatria... Rivestitevi dunque, come amati da Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e - perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti » (Col 3,5.12-15), letteralmente: « Vivete in azioni di grazie ». Preziosità della preghiera di lode, di ringraziamento, la preghiera eucarística!

Una porta può servire a due scopi: può essere aperta, spalancata per far entrare in casa persone buone, amiche; può tenersi chiusa, perché non entrino persone cattive, ladri ecc... Così è della, porta di casa nostra: escludiamo le opere della carne, dell'egoismo (cf. Gal 5,19-21), accogliamo invece i doni e i frutti dello Spirito (cf. Gal 5,22-23): « Ora quelli che sono di Cristo Gesù - scrive Paolo - hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo secondo lo Spirito » (Gal 5,24-25).

 

L'acqua e la vite

Ci domandiamo ancora come può lo Spirito lavorare in noi, perché agiamo secondo i suoi doni e irradiamo i suoi frutti?

Dell'uomo giusto dice Geremia: « È come un albero piantato lungo l'acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell'anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti » (17,12; cf. Sal 1,3; Ez 47,12). È evidente l'esperienza contemplativa dell'uomo giusto e la sua unione d'amore con Dio: ne è posseduto, invaso, proprio come l'albero affonda le sue radici nel terreno ricco di acqua, attingendo dall'acqua fecondità e vita. Un insegnamento ancor più profondo ci viene da Gesù stesso, quando nel vangelo di Giovanni paragona se stesso alla vite e i suoi discepoli ai tralci: « Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può da sé portare frutto, se non rimane unito alla vite, così nemmeno voi se non rimanete in me... Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,4-5).

Rileviamo che, mentre i carismi, che pure sono grazie dello Spirito, possiamo esercitarli anche se non siamo discepoli del Signore, i doni e i frutti dello Spirito non possiamo viverli e diffonderli se non siamo uniti, almeno implicitamente, ma realmente a Cristo.

Come possiamo irradiare pace e gioia, se noi siamo senza pace e senza gioia a causa del peccato? Come possiamo essere sapienti, timorati di Dio, pii, forti, pieni del discernimento dello Spirito, se siamo schiavi dell'ingiustizia, della lussuria? « Se uno è in Cristo - dice Paolo - è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove » (2 Cor 5,17) e Gesù: « Ogni albero buono produce frutti buoni... ogni albero cattivo produce frutti cattivi » (Mt 7,17).

Tutto questo vale anche per coloro, ed è consolante crederlo, che, senza loro colpa, non conoscono Dio; ma cercano, secondo la loro coscienza, di fare la volontà di Dio: «Non chi mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio » (Mt 7,21). Verità e realtà teologiche

Prima di approfondire i doni dello Spirito, crediamo opportuno richiamare alcune verità e realtà teologiche per la comprensione dell'importanza dei doni nella nostra vita spirituale e nel nostro impegno di santità.

Voglio anzitutto ricordare l'immagine di Gesù riguardo allo Spirito: « Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va » (Gv 3,8), ossia è massimamente libero, perché è Spirito di carità. I suoi doni sono per noi come porte e finestre aperte; non chiudiamole col nostro egoismo, lasciamole aperte, perché il soffio dello Spirito possa penetrare tutto il nostro essere, farsi sentire in tutte le situazioni della vita.

I doni dello Spirito, ricordiamolo, sono necessari e questa necessità risulterà ancora più evidente nei doni contemplativi della scienza, dell'intelletto, della sapienza:

1. Perché noi siamo imperfetti e incostanti nell'esercizio delle virtù, sia morali che teologali: « imperfettamente conosciamo, imperfettamente amiamo », scrive s. Tommaso. Inoltre la vita della grazia che abbiamo ricevuto nel battesimo è soprannaturale, ossia non connaturale all'uomo. Da qui la necessità che Dio ci aiuti in modo speciale, perché la pratica delle virtù morali e teologali, ci diventi spontanea, facile e abbiamo ad operare, non più in modo umano, ma divino... e questo avviene con i doni dello Spirito Santo.

2. I doni dello Spirito sono necessari, perché il fine della nostra vita è la visione intuitiva di Dio e solo lo Spirito può prepararci ad essa. Egli, infatti, « scruta anche le profondità di Dio » (1 Cor 2,10) e ci può far compiere, per partecipazione, atti trinitari nella conoscenza (fedeintelletto), nel possesso e nella carità (speranza-scienza e carità-sapienza).

3. Secondo s. Tommaso e s. Giovanni della Croce il distacco da tutto, ossia l'amore di Dio sopra ogni cosa e la pratica del precetto della carità, si attua solo con i doni dello Spirito Santo. Sono quindi necessari questi doni per raggiungere la santità; difatti, non sono dati solo come aiuto nell'esercizio delle virtù morali e teologali, ma per praticarle in modo eroico e perfetto. È santo chi pratica le virtù morali e teologali, perfezionate dai corrispondenti doni dello Spirito Santo.

Le nostre virtù saranno quindi sempre imperfette e il nostro servizio di Dio sempre scadente, finché non intervengono i doni dello Spirito Santo. Senza questi doni, siamo sempre alla buccia della vita spirituale. Fra la buccia e la polpa di una banana c'è una bella differenza. Siamo forse mangiatori di bucce?

Chi vive sotto l'influsso abituale dei doni dello Spirito vive nella contemplazione ed è celebre l'affermazione del Lallemant e, insieme, profondamente vera:

« Senza contemplazione (ossia al di fuori dell'influsso dei doni) non si faranno mai grandi progressi nella virtù e non saremo mai capaci di farvi progredire gli altri. Non riusciremo mai a liberarci interamente dalle nostre debolezze e imperfezioni. Con la contemplazione si farà di più, per sé e per gli altri, in un mese, di quel che si farebbe, senza di essa, in dieci anni ».

Tutto questo è evidente, perché, se agiamo solo secondo le virtù, agiamo in modo prevalentemente umano e perciò in modo molto imperfetto, quando invece agiamo sotto l'influsso dei doni, agiamo in modo prevalentemente divino e, per partecipazione, trinitario.

 

« Il Maestro dell'ora »

Siamo profondamente convinti, come afferma il Gardeil che lo Spirito Santo è il « Maestro dell'ora », per santificare il momento presente. Siamo convinti, con molti teologi, che ogni nostro atto, anche minimo, è perfetto, se compiuto sotto l'influsso abituale dei doni dello Spirito. È bello pensare che, non solo gli eventuali atti eroici, ben rari e sempre eccezionali, si compiano sotto l'influsso dello Spirito Santo; ma la nostra umile, dimessa quotidianità, ossia ciò che è ordinario nella nostra vita, è compiuto sotto l'influsso dello Spirito Santo.

Faccio un esempio: la vita di virtù, continuata in modo eroico dalla piccola Teresa nel compimento del suo dovere quotidiano, anche dopo la prima emottisi del Venerdì santo 1896, la sua decisione eroica di resistere sino alla fine: « Se muoio lo vedranno bene» rivelano evidentemente che la piccola Teresa agisce sotto l'influsso del dono della fortezza.

Anche la piccola mandriana, di cui parla il Joret nel suo libro: « La contemplazione mistica » (p. 303, n. 1), che non riusciva mai a finire la recita completa del « Padre nostro », perché ci commuoveva fino alle lacrime, pensando che era veramente figlia di Dio, si trovava sotto l'influsso del dono della pietà.

Del resto, per stare agli esempi della vita quotidiana, chi legge attentamente gli scritti di s. Teresa di Lisieux rileva con chiarezza l'influsso dei doni dello Spirito, specialmente della scienza, dell'intelletto, della sapienza.

L'influsso abituale dei doni negli atti più quotidiani della piccola Teresa si rivela nel compimento costante e perfetto dei minimi doveri, fatti con facilità e gioiosa serenità. È una conferma dell'affermazione di s. Tommaso: i doni eccedono la perfezione comune delle virtù, non per la materia delle opere, ma per il modo in cui i singoli atti sono fatti. Un conto è aggiungere mattone a mattone, facendo il lavoro faticoso del muratore, un conto è aggiungere mattone a mattone, con entusiasmo, con gioia, perché si costruisce la casa del Signore...; un conto è lavorare da schiavi, un conto è lavorare da figli...; grande è la differenza che esiste fra il mercenario e il buon pastore.

I doni e i frutti dello Spirito non sono solo per anime privilegiate, ma per tutti gli uomini di buona volontà e massimamente per i cristiani, per i sacerdoti e per le anime religiose, perché tutti siamo chiamati alla salvezza e alla santità: « Dio vuole tutti gli uomini salvi » (1 Tm 2,4); « Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione » (1 Ts 4,3). Ora, i doni e i frutti dello Spirito sono assolutamente necessari per la salvezza e per la santità.

 

Malattie e rimedi

Tutto questo è evidente, se facciamo due considerazioni: una negativa e una positiva. Negativa anzitutto: a causa del peccato d'origine e dei nostri peccati personali siamo impastati di egoismo, che, secondo s. Giovanni, si manifesta nella triplice concupiscenza: la concupiscenza della carne, ossia i desideri sregolati della natura corrotta, con le opere malvagie che ne conseguono, enumerate realisticamente da Paolo nella lettera ai Galati (cf. 5,19-21): opere di sensualità, d'idolatria, di libertinaggio, di gelosia, di invidia ecc.; la concupiscenza degli occhi, ossia la cupidigia di avere per sé egoisticamente tutto ciò che si vede come bello, attraente, utile, attaccandosi disordinatamente alle persone e alle cosè; la superbia della vita è l'autosufficienza orgogliosa di chi basta a se stesso e non gl'importa nulla né di Dio né degli uomini.

Secondo s. Tommaso noi siamo colpiti da quattro malattie: la stoltezza, l'ignoranza, la pigrizia e la durezza. Siamo stolti quando ci lasciamo guidare nel pensare, nell'amare, nel parlare, nell'agire non dalla ragione e dalla fede, ma dai nostri istinti, emozioni, fantasie, simpatie, antipatie, gelosie, invidie, ambizioni ecc. e così diventiamo dissennati, irragionevoli, insipienti di mente e di cuore.

Siamo ignoranti quando rifiutiamo la luce ínteriore riguardo ai veri valori della vita, che non sono certo il denaro, il potere, il piacere... ecc.

Siamo pigri quando siamo chiusi con la nostra mente alla luce della verità, che ci spinge al confronto, alla revisione di vita; ci stimola, ci rimprovera; mentre noi siamo egoisticamente abbarbicati ai nostri comodi.

Siamo duri di cuore quando rimaniamo chiusi all'amore, non disponibili agli altri...: comprendiamo e amiamo solo noi stessi e le persone che ci sono simpatiche e utili, in una parola: siamo egoisti.

Come rimedio alla triplice concupiscenza e alle quattro malattie, Dio ci offre i doni del suo Spirito: la sapienza ossia il gusto delle realtà divine; l'intelletto, per la loro comprensione intima, profonda; il consiglio per evitare ogni imprudenza e non agire con precipitazione; la fortezza per non cedere alle seduzioni del male e superare la paura del fare il bene; la scienza per vedere nelle persone e nelle cose la bellezza, sapienza, potenza di Dio; la pietà per esperimentare la bontà del cuore, la tenerezza paterna di Dio ed esprimergli la nostra tenerezza di figli; il santo timore di Dio per ritenere come maggior male della vita il rifiutarci all'amore di Dio e nutrire verso di lui un rispettoso amore di figli.

Rimedi sono pure i frutti dello Spirito... e la pratica delle beatitudini...

Quante volte siamo in preda alle concupiscenze e alle malattie spirituali e neppure ce ne accorgiamo!

 

Vieni, Santo Spirito!

Chiediamo appassionatamente e con lacrime al Signore che effonda in noi il suo Spirito... « Manda il tuo Spirito e tutto sarà ricreato e rinnoverai la faccia della terra... » [cf. Sal 104 (103), 301.

« Vieni Santo Spirito ». Solo tu puoi compiere in noi un profondo lavoro di purificazione, solo tu puoi donarci la gioia di essere salvati e santificati.

La prima considerazione negativa riguardo alla necessità dei doni e dei frutti dello Spirito è finita in positivo.

Soffermiamoci ora sulla considerazione positiva, sempre per confermarci riguardo alla necessità dei doni e dei frutti dello Spirito Santo.

Dio ci chiama a raggiungere un fine superiore alle nostre forze umane ossia a vederlo e goderlo « faccia a faccia » (1 Cor 13,12).

S. Giovanni scrive: « Carissimi, già fin d'ora siamo figli di Dio; ma ancora non è apparso ciò che saremo. Sappiamo che quando egli apparirà saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è » (1 Gv 3,2).

Anche Paolo, pur rapito al terzo cielo, dopo aver contemplato la gloria del paradiso, può solo balbettare: udii « parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare » (2 Cor 12,4) e, come assorto, continua: « Occhio non vide, orecchio non udì, la mente non può concepire ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano » (1 Cor 2,9).

Concludendo, afferma s. Giovanni: « Chiunque ha questa speranza purifica se stesso, come Egli (Dio) è puro » (1 Gv 3,3).

La purificazione interiore ci dispone alla contemplazione e al possesso di Dio.

Anzi i frutti, i doni dello Spirito, perfezionati nella pratica delle beatitudini, posseggono una grande forza trasformante, ci dispongono e ci fanno esperimentare fin

da questa vita, anche se in maniera imperfetta, la vita beata del cielo.

Come dice Paolo: queste realtà divine, « a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito » (1 Cor 2,10) e ce le fa pregustare coi suoi frutti, i suoi doni, le sue beatitudini.

O Spirito Santo, Amore del Padre e del Figlio, ispirami sempre, ciò che devo pensare, ciò che devo dire, e come devo dirlo, ciò che devo tacere, ciò che devo scrivere, come devo agire, e ciò che devo fare, come devo amare, per cercare la tua gloria il bene delle anime, e la mia santificazione. O Spirito di Dio è in te tutta la mia fiducia. Amen.

 

Seconda parte

 

« CAMMINIAMO... SECONDO LO SPIRITO » (Gal 5,25)

NOSTRO ORGANISMO SPIRITUALE (secondo s. Agostino e s. Tommaso)

 

 

VI.

VIENI, DATORE DEI DONI

 

La sequenza della pentecoste inizia supplicando per ben quattro volte lo Spirito Santo, perché si effonda su di noi: « Vieni, Santo Spirito... vieni, Padre dei poveri; vieni, datore dei doni, vieni luce dei cuori ».

Noi ci soffermiamo sull'implorazione: « Vieni, datore dei doni ». Il Dono di tutti i doni è lo stesso Spirito Santo. Dice Giovanni nella sua prima lettera: « L'amore è da Dio... Da questo riconosciamo che noi dimoriamo in lui ed egli in noi, perché ci ha fatto dono del suo Spirito » (1 Gv 4,7.13).

Il dono dello Spirito l'abbiamo ricevuto nel Battesimo e con lui tutti gli altri doni, oltre alla grazia, alle virtù, ai frutti, ai carismi dello Spirito, alle beatitudini...

Noi ci soffermiamo sui doni dello Spirito ricordati nel famoso testo di Isaia: « Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici » (Is 11,1). Il profeta si riferisce a un re futuro, il Messia, novello Davide: « Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore » (Is 11,2).

Come su Saul e su Davide, ma in modo più completo e definitivo il Messia sarà pieno di Spirito Santo ed effonderà i suoi doni, i quali sono sei, secondo il testo ebraico; ma nella versione greca dei LXX e nella versione latina della Vulgata sono sette: è stato aggiunto il dono della « pietà ». Difatti al versetto terzo del capitolo undici, Isaia parla una seconda volta del timore di Dio: « Si compiacerà del timore del Signore », tradotto dal termine pietà. La Scrittura infatti mette in relazione la pietà filiale, con l'amoroso rispetto che un figlio deve al Padre suo o timore filiale.

I Padri latini, cominciando da s. Ilario di Poitiers (+ 367), seguito da s. Ambrogio e da s. Agostino, presentano un ordine ascendente dei doni, partendo riguardo all'uomo, non dalla sapienza come Isaia, ma dal timore di Dio, secondo il detto del Siracide: « Inizio della sapienza è il timore del Signore » (1,12; cf. 1,18; Pro 9,10; 15,33). Partendo dal timore del Signore l'uomo arriva alla sapienza. Così dice s. Agostino: « Lo Spirito scende a noi, cominciando dalla sapienza e finisce al timore del Signore; noi, cominciando dal timore, finiamo a lui con la sapienza: « Nos àutem ascendentes incipimus a timore, perficimur in sapientia ».

Il dono più sublime è indubbiamente quello della sapienza, perché mette l'uomo più intimamente a contatto con Dio E' il gusto di Dio, del suo amore, un anticipo della beatitudine eterna. E' il dono tipico della contemplazione. S. Tommaso divide i doni in speculativi o contemplativi (« speculare » è indagare contemplando) e pratici. I primi riguardano il cuore nella sua aspirazione a Dio: sono la sapienza, l'intelletto, la scienza; i secondi riguardano l'agire dell'uomo nelle realtà terrene, sempre in rapporto a Dio e sono la pietà, il consiglio, la fortezza, il timore di Dio.

Questa distinzione dei doni in contemplativi e pratici non è da prendersi rigidamente, poiché tra i doni c'è un influsso reciproco. Averne uno, è possedere in qualche modo anche gli altri. Nell'attività c'è la contemplazione e nella contemplazione c'è l'azione.

S. Tommaso presenta una seconda divisione dei doni dello Spirito: quelli che rendono pronta l'intelligenza all'ispirazione dello Spirito, ossia la sapienza, l'intelletto, il consiglio e la scienza e quelli che agiscono in particolare sulla volontà e sulla sensibilità, rendendole docili agli impulsi dello Spirito e sono la fortezza, la pietà e il santo timore di Dio. Anche questa distinzione non va presa in modo rigido: non c'è influsso dei doni sull'intelligenza, che non tocchi anche la volontà, la sensibilità e viceversa.

Tratteremo dei doni dello Spirito in senso ascendente, iniziando dal santo timore di Dio, che perfeziona la virtù della temperanza.

 

Il timore di Dio

Scrive il Siracide: « Il timore del Signore è gloria e vanto, gioia e corona di esultanza. Il timore del Signore allieta il cuore... fa fiorire la pace e la salute... Radice della sapienza è temere il Signore; i suoi rami sono lunga vita » (1,9-10.16.19).

Quando l'uomo ha deciso di assecondare l'invito di Dio, di intraprendere « il santo viaggio » [Sal 84 (83), 6] ed essere ospite nella casa del Signore; cioè, quando l'uomo comincia a camminare nella via della perfezione, il primo dono che riceve da parte dello Spirito è il santo timore di Dio, ossia l'anima è talmente conquistata da Dio che ritiene essere il più grande male allontanarsi da lui, rifiutando il suo amore. L'anima assume verso Dio un atteggiamento filiale e insieme riverenziale, teme il peccato più di ogni altro male al mondo.

In questo consiste essenzialmente il santo timore di Dio: è un amoroso rispetto di noi figli verso Dio nostro padre. In questo amoroso rispetto è la condizione per giungere alla sapienza, ossia al gusto del suo amore.

Ricordiamo la meravigliosa preghiera del salmo 84 (83), uno dei salmi delle ascensioni: « Quanto sono amabili le tue dimore, - Signore degli eserciti! - L'anima mia languisce - e brama gli atri del Signore. - Il mio cuore e la mia carne - esultano nel Dio vivente. - Anche il passero trova la casa, - la rondine il nido, - dove porre i suoi piccoli, - presso i tuoi altari - Signore degli eserciti, mio re e mio Dio. - Beato chi abita la tua casa: - sempre canta le tue lodi! - Beato chi trova in te la sua forza - e decide nel suo cuore il santo viaggio. - Passando per la valle del pianto - la cambia in una sorgente, - anche la prima pioggia - l'ammanta di benedizioni. - Cresce lungo il cammino il suo vigore, - finché compare davanti a Dio in Sion... Per me un giorno nei tuoi atri - è più che mille altrove... - Signore degli eserciti, - beato l'uomo che in te confida » [Sal 84 (83) 1-8.11.13].

Il rispettoso amore filiale verso Dio-Padre suscita nell'anima un'umile fiducia nella potenza di Dio, il desiderio di piacergli in tutto, la speranza di camminare nel suo amore, per esperimentarlo e gustarlo sempre più profondamente col sublime dono della sapienza.

Ma per giungere a questa meta sublime bisogna prima esperimentare la sapienza del cuore, che è sapienza della vita.

 

Il senso di Dio

Dicono i Proverbi: « Il timore del Signore è il principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l'istruzione » (1,7) e ancora: « Il timore del Signore è una scuola di sapienza. - Prima della gloria c'è l'umiltà » (15,33).

Comprendiamo come nella Bibbia il timore del Signore è la saggezza profondamente religiosa di quegli uomini che hanno il senso di Dio.

Come il « germoglio che spunta dal tronco di lesse » gli uomini che hanno il senso di Dio si compiacciono « del timore del Signore », non si comportano da stolti, insipienti: « Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare » (Cf. Is 11,1.3.9).

Questa saggezza o sapienza della vita, pervasa dal senso di Dio, noi l'abbiamo esperimentata in certe umili persone del popolo, persone spesso anziane, nutrite di preghiera, di parola di Dio, di saggezza antica, espressa in proverbi, persone tanto umane!

È una sapienza che si esprime in un complesso di consigli pratici, i quali aiutano a comportarsi bene nella vita personale, a prendere decisioni giuste, prudenti, piene di umanità, di comprensione, di umiltà, di moderazione, di amore, sotto lo sguardo di Dio.

Gesù nel Vangelo afferma che « uomo saggio » è colui che ascolta le sue parole e le mette in pratica, costruendo la casa della sua vita sulla roccia. Tutte le difficoltà, le traversie possono abbattersi su quella casa, ma non crolla, perché è fondata sulla roccia (Cf. Mt 7,24-25). Ecco come « il timore del Signore è inizio della sapienza », ossia l'uomo, guidato dal dono del santo timore di Dio, amore rispettoso e filiale, non si lascia stoltamente affascinare dalla bramosia del denaro, dei beni materiali, del potere; dalle ambizioni e dai piaceri; rifugge da ogni violenza, menzogna, iniquità, ingiustizia, anzi ne sente orrore, nausea; pone così delle solide fondamenta per valorizzare saggiamente la sua vita. Questa è la sapienza della vita.

Chi possiede il dono del santo timore di Dio, non ha paura di Dio, non si nasconde come Adamo ed Eva dopo il peccato (Cf. Gen 3,8-10); non si comporta come il servo infingardo, che nasconde il talento perché ha paura della severità del padrone (Cf. Mt 25,24-30); non fa il bene per paura del giudizio di Dio, dei suoi castighi, dell'inferno; ma è invaso da una profonda consapevolezza della maestà di Dio, dinanzi alla quale si prostrano gli angeli e i santi; consapevolezza accompagnata da confidente fiducia, da piena sottomissione alla volontà di Dio e da una persuasione convinta, profonda del nostro nulla, secondo la bella, ripetuta implorazione del pellegrino russo: « Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore » « ... di noi peccatori... ».

 

I frutti del timore di Dio

1. Il più prezioso frutto del santo timore di Dio è l'umiltà e niente più dell'umiltà attira lo sguardo compiacente di Dio: « Su chi volgerò lo sguardo? - dice il Signore - sull'umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola » (Is 66,22). Il vuoto attira la Pienezza, il nulla attira il Tutto.

2. Oltre all'umiltà, la consapevolezza profonda della maestà di Dio, di essere alla presenza della sua santità, suscita in noi l'esigenza di una grande purità di cuore, di contrizione e conversione continua: « Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; - un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi » [Sal 51 (50), 19].

D'altra parte, ci sentiamo attratti interiormente dalla maestà e santità di Dio: Abyssus abyssum invocat... (Ps 41,8); l'abisso del nostro nulla si protende verso l'abisso della santità di Dio...: « Di te ha sete l'anima mia - dice il salmista - a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua » [Sal 63 (62), 2]. Esperimentiamo contemporaneamente la potenza amorosa della paternità di Dio.

Nasce così, col profondo rispetto, una fiducia senza limiti in un Padre tanto onnipotente nell'amore, un profondo affetto filiale, un desiderio grande di appartenergli, di non essere mai separati da lui. Proprio come prega il salmista: « Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore. Ma la roccia del mio cuore è Dio... Il mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore Dio ho posto il mio rifugio » [Sal 73 (72), 26.28]... « Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo... » [Sal 139 (138), 1-2].

Così inizia il famoso salmo 138, il salmo della maestà di Dio, di Dio che tutto vede, tutto penetra, tutto conosce; ovunque è presente, ti avvolge, ti avvinghia in ogni direzione. Il salmo esprime tutto questo con immagini semplici, ma efficaci che abbracciano tutta la vita dell'uomo: sedersi-alzarsi; camminare-sostare; alle spalle e davanti; pensieri e parole; vicino-lontano; nelle altezze e nelle profondità; di giorno e di notte; con la luce e con le tenebre...: « Non c'è creatura che possa nascondersi dinanzi a lui - dice l'autore della lettera agli Ebrei - ma tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi... » (4,13).

« Signore, tu mi scruti e mi conosci, - tu sai quando seggo e quando mi alzo. - Penetri da lontano i miei pensieri, - mi scruti quando cammino e quando riposo. - Ti sono note tutte le mie vie; - la mia parola non è ancora sulla lingua - e tu, Signore, già la conosci tutta. - Alle spalle e di fronte mi circondi - e poni su di me la tua mano. - Stupenda per me la tua saggezza, - troppo alta, e io non la comprendo. - Dove andare lontano dal tuo spirito, - dove fuggire dalla tua presenza? - Se salgo in cielo, là tu sei, - se scendo negli inferi, eccoti. - Se prendo le ali dell'aurora - per abitare all'estremità del mare, - anche là mi guida la tua mano - e mi afferra la tua destra. - Se dico: Almeno l'oscurità mi copra - e intorno a me sia la notte; - nemmeno le tenebre per te sono oscure, - e la notte è chiara come il giorno; - per te le tenebre sono come luce... » [Sal 139 (138), 1-12].

Afferma il Bellarmino, commentando quest'ultimo versetto: « L'occhio del Signore è più luminoso dello stesso sole e penetra tutte le tenebre; quando l'uomo è avvolto dall'oscurità, Dio ha una visione luminosa; nulla può restargli nascosto... ».

Da tutto il salmo 138 risalta la maestà onnipresente di Dio che ti sgomenta e insieme ti attira, ti affascina, ti avvince. È spontaneo nell'uomo, dinanzi a questa Maestà, come prima reazione, un senso di timore, di angoscia e insieme l'attrazione verso questo Dio misterioso, che appare come un vortice e un gorgo accecante di luce, un Dio che vuoi conoscere, a cui vuoi unirti, perché ovunque ti segue, ovunque ti avvolge, ti penetra, non per giudicarti, ma per dimostrarti il suo amore, per sostenerti e mantenerti in vita. Per questo ti attira dolcemente, fortemente, irresistibilmente... Da qui l'abbandono confidente, completo in lui come se cercassi rifugio nel grembo materno, ricordato nel salmo 139 (138): « Sei tu che hai creato le mie viscere - e mi hai tessuto nel seno di mia madre. - ... Non ti erano nascoste le mie ossa - quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. - Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi - e tutto era scritto nel tuo libro; - i miei giorni erano fissati, - quando ancora non ne esisteva uno... » (vv. 13.15-16).

Il grembo della madre all'inizio della vita, come luogo sicuro di riposo e di pace, richiama al salmista il grembo oscuro della terra, alla morte, quando l'uomo, ormai stanco del cammino, verrà accolto alla fine dei suoi giorni. Ecco come dal santo timore della maestà onnipresente di Dio nasce la conoscenza del mistero di Dio e l'abbandono fiducioso al suo onnipotente amore: « Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, - provami e conosci i miei pensieri: - vedi se percorro una via di menzogna - e guidami sulla via della vita » (vv. 23-24).

 

« Cammina umilmente con il tuo Dio »

Il primo atteggiamento dell'uomo dinanzi alla maestà di Dio, al suo mistero che lo sgomenta, è quello di fuggire: « Dove andare lontano dal tuo spirito? - dove fuggire dalla tua presenza? - Se salgo in cielo, là tu sei, - se scendo negli inferi, eccoti. - Se prendo le ali dell'aurora - per abitare all'estremità del mare, - anche là mi guida la tua mano - e mi afferra la tua destra » (vv. 7-10)...! Impossibile ogni tentativo di fuga da Dio! Col salmista abbiamo percorso tutte le dimensioni dello spazio e del tempo, e ovunque ci siamo ritrovati alla presenza di Dio, ovunque egli ci ha presi fra le sue mani: « ... mi guida la tua mano... mi afferra la tua destra... » (v. 10).

Così il nostro sforzo di allontanarci da Dio, la nostra fuga si è cambiata, per l'indomabile amore di Dio verso di noi, in un camminare con lui: « Cammina umilmente con il tuo Dio », esorta il profeta Michea (6,8): un camminare sulla via e verso la mèta dove Dio vuole condurci: questa via e questa mèta scopriamo, sorpresi e commossi, che sono Dio stesso: « Chi cammina nella carità, cammina in Dio e Dio cammina in lui » (1 Gv 4,16); « Io sono la via... la verità, la vita... » (Gv 14,6).

« Come la cerva anela ai corsi d'acqua, - così l'anima mia anela a te, o Dio. - L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: - quando verrò e vedrò il volto di Dio? » [Sal 42 (41), 2-3] « Di te ha sete l'anima mia, - a te anela la mia carne, - come terra deserta, - arida, senz'acqua » [Sal 63 (62), 2-3].

Il nostro cammino diventa così il cammino stesso di Dio e allora preghiamo col salmista: « A te si stringe l'anima mia - e la forza della tua destra mi sostiene » [Sal 63 (62), 9].

Ripensiamo allora a tutte le vicende della nostra vita spirituale... anche ai momenti più tristi, più peccaminosi e il cuore ci si gonfia di commozione per il « grande amore che Dio » ha avuto e « ha per noi » (1 Gv 4,16)! Come è vera l'affermazione della piccola Teresa: « Tutto è grazia ». « Per coloro che amano Dio tutto coopera al loro bene » (Rom 8,28) « etiam peccata » « anche i peccati », afferma s. Agostino, seguito da s. Tommaso d'Aquino.

Diciamo col salmista: « Quando si agitava il mio cuore - e nell'intimo mi tormentavo, - io ero stolto e non capivo, - davanti a te stavo come una bestia... »

[Sal 73 (72), 21-22]. Ecco il momento della fuga da Dio... al quale segue il momento del cammino con Dio, dopo la conversione: « Ma io sono con te sempre: - tu mi hai preso per la mano destra. - Mi guiderai con il tuo consiglio - e poi mi accoglierai nella tua gloria... - Il mio bene è stare vicino a Dio... » [Sal 73 (72), 23-24.28].

Siamo giunti così alla mèta..., il seno di Dio. Questa è la vicenda di chi dà la mano a Dio e pone la sua fiducia in lui: dal grembo materno, attraverso il grembo della terra, al grembo del Padre. Per questo ha pregato Gesù: « Padre, voglio che anche quelli che tu mi hai dato siano con me, dove sono io... » (Gv 17,21)... e il « Figlio unigenito... è nel seno del Padre » (Gv 1,18).

Spontanea la lode e il ringraziamento col salmista all'amore indicibile di Dio: « Ti lodo, perché mi ha fatto come un prodigio; - sono stupende le tue opere, - ... Quanto profondi i tuoi pensieri, - quanto grande il loro numero, o Dio; - se li conto sono più della sabbia, - se li credo finiti, con te sono ancora...! » [Sal 139 (138), 14.17-18].

Riconosciamo che sono meravigliosi i frutti del dono dello Spirito, il santo timore di Dio.

Esso ci apre il cuore alla fiducia e ci spinge a vivere la virtù teologale della speranza, con tutti i frutti che la accompagnano.

 

Beati i poveri in spirito

Inoltre il santo timore di Dio ci introduce nella pratica della prima beatitudine: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli » (Mt 5,3). Di questa beatitudine per ora ci interessa solo la connessione fra il santo timore di Dio e la povertà in spirito.

È una connessione evidente, se si considera che frutti tipici del santo timore di Dio sono: l'umiltà, l'esigenza di una grande purità di cuore, di distacco da ogni persona o cosa che ci possa allontanare o addirittura farci rifiutare l'amore di Dio; l'esigenza di una conversione continua, soprattutto convertirci dall'amore del nostro io, l'egoismo, l'idolo più pericoloso che tende a sostituire Dio nel nostro cuore, alla carità, alla gratuità, all'oblatività, alla disponibilità, poiché « Dio è carità e chi cammina nella carità cammina in Dio e Dio cammina in lui » (1 Gv 4,16).

La maestà e santità di Dio, esperimentate col santo timore di Dio, ci fanno esperimentare anche come siamo piccoli, addirittura dei nulla dinanzi a lui: testimoniamo così 1'« unum necessarium » della nostra vita: Dio, Dio solo! È la gioia di dare gloria alla sua maestà e onnipotenza d'amore: « Celebrate il Signore, perché è buono; - perché eterna è la sua misericordia... Lo dica chi teme Dio: - eterna è la misericordia... Il Signore è con me, non ho timore; - che cosa può farmi l'uomo? - Mia forza e mio canto è il Signore, - egli è stato la mia salvezza. - Grida di giubilo e di vittoria, - nelle tende dei giusti: - la destra del Signore ha fatto meraviglie... - Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, - perché sei stato la mia salvezza... - Sei tu il mio Dio... e ti esalto. - Celebrate il Signore, perché è buono: - perché eterna è la sua misericordia » [Sal 118 (117), 1.4.6.1415.21.28.29].

 

 

VII.

IL DONO DELLA FORTEZZA

 

È il dono con il quale lo Spirito « viene in aiuto alla nostra debolezza » (Rom 8,26), fortifica la nostra volontà, ci rende perseveranti nella preghiera, specialmente nella contemplazione, non lasciandoci scoraggiare dalle aridità e oscurità, ci rende saldi nell'esercizio delle virtù e stabili nei propositi di santità.

Questa fortezza non è in noi, ma in Dio: lui è il nostro « Amen », la nostra « Roccia ». Per questo preghiamo col salmista: « Ti amo, Signore, mia forza, - Signore mia roccia, mia fortezza, mio liberatore: - mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; - mio scudo e baluardo, mia potente salvezza... - Tu, Signore, sei luce alla mia lampada; - il mio Dio rischiara le mie tenebre. - Con te mi lancerò contro le schiere, - con il mio Dio scavalcherò le mura... » [Sal 18 (17), 2-3.29-30].

Il Signore è buono, è grande nell'amore; ma noi, a volte, siamo così vergognosamente deboli nella nostra volontà, da non progredire nella via del Signore. Siamo proprio come il terreno sassoso di cui parla Gesù nella parabola del seminatore. Il seme della Parola cade abbondante: l'ascoltiamo, l'accogliamo con gioia, ma purtroppo siamo più sasso che terra e la Parola non può mettere radici; siamo incostanti..., appena giunge una difficoltà, una tribolazione, ci scoraggiamo e smettiamo di camminare nella via della santità (cf. Mt 13,20).

Abbiamo sempre bisogno di ripetere col salmista: « Ti amo, Signore, mia forza, - Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore: - mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; - mio scudo e baluardo, mia potente salvezza » [Sal 18 (17), 2-3]. Con te, o Dio, faremo cose grandi... - Il Dio che mi ha cinto di vigore - e ha reso integro il mio cammino; - mi ha dato agilità come di cerve, - sulle alture mi ha fatto stare saldo; - ha addestrato le mie mani alla battaglia, - le mie mani a tender l'arco di bronzo. - Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza, - la tua destra mi ha sostenuto, - la tua bontà mi ha fatto crescere. - Tu mi hai cinto di forza per la guerra - hai piegato sotto di me i miei avversari - ... Come polvere al vento li ho dispersi, - calpestati come fango della terra » [Sal 18 (17), 33-36.40-43].

Se noi agiamo solo con la virtù naturale della fortezza, cadiamo spesso in difetti più o meno gravi; siamo tante volte deboli nella pratica del bene..., incostanti nella preghiera, nella vita interiore, nella contemplazione, facili a cedere alla vanagloria, allo scoraggiamento, vittime della preoccupazione, dell'ansietà, dell'eccessiva immersione e tensione negli impegni, nel lavoro ecc.

Col dono della fortezza l'anima rimane abitualmente calma, sicura, decisa, padrona di se stessa, distaccata interiormente dalle cose, dalle persone, dalle gioie terrene.

In particolare il dono della fortezza introduce e accompagna l'anima nella comprensione ed esperienza del mistero della croce, la sostiene nel suo amore e ardore di unione con Cristo crocifisso, l'aiuta a perseverare in talune esperienze spirituali molto dolorose, come la contemplazione oscura, il cammino della pura fede e del puro amore, le purificazioni passive, la notte dei sensi e più ancora la notte dello spirito.

Frutto del dono della fortezza è il sereno abbandono in Dio: « Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? » [Sal 27 (26), 1]; « O Dio, mia roccia di salvezza, in te la mia speranza » [cf. Sal 62 (61), 3.6].

« Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore... mio scudo e baluardo, mia potente salvezza... » [Sal 18 (17), 2.3].

« Con te mi lancerò contro le schiere, con il mio Dio scavalcherò le mura » [Sal 18 (17), 30].

 

Lottare con Dio

È evidente che la forza del salmista è la forza stessa di Dio. Col dono della fortezza, lo Spirito Santo mette a nostra disposizione la sua forza.

Per ottenerla è necessario lottare con Dio. Emblematico è l'episodio di Penuel: Giacobbe che lotta con Dio (cf. Gen 32,23-33) e diventa immagine del combattimento spirituale, dell'efficacia di una preghiera insistente.

Di notte, Giacobbe porta tutto quello che possiede (persone, beni) al di là del torrente Iabbog... e lui rimane solo al di qua del guado, ed ecco, un Essere misterioso, in forma d'uomo, lotta con lui fino allo spuntare dell'aurora. Giacobbe non cede, tanto che l'Essere misterioso deve colpirlo all'articolazione del femore e slogarlo. Tuttavia Giacobbe non cede ancora; esige di essere benedetto. Sappiamo che la benedizione biblica non consisteva in parole vuote o vani auguri, ma realizzava ciò che diceva. Giacobbe nel genere delle benedizioni era molto esperto. Aveva già sottratto la benedizione della primogenitura ad Esaù, diventando erede dei beni paterni, ora voleva la benedizione di quell'Essere misterioso e quindi il possesso di tutti i suoi beni. Quell'Essere misterioso gli domanda allora come si chiama. Alla risposta, Giacobbe si sente dire: « Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto » (Gen 32,29).

Nella vita spirituale non ci si può riposare; dobbiamo lottare con Dio. Dio ci mette alla prova con le aridità, con le oscurità, con le tentazioni, con la notte dei sensi, a volte anche con la notte dello spirito. Quando Dio vuole che un'anima sia tutta sua, la stritola. Come si fa con le olive, per spremere l'olio buono, mentre la sansa dell'uomo vecchio coi suoi vizi e le sue concupiscenze viene messa in disparte e gettata via.

« Figlio mio - dice il Siracide - se vuoi servire il Signore, preparati alla prova... » (2,1). Non dobbiamo perderci d'animo, scoraggiarci. Come Giacobbe dobbiamo giungere a strappare la benedizione a Dio, anche se usciamo dalla lotta malconci, zoppicanti. Che Dio imponga a ognuno di noi il nome emblematico di Israele, ossia « Dio si mostri forte », forte in ognuno di noi. Allora non lotteremo più con la nostra forza, ma con la forza di Dio... e con la forza di Dio tutto è possibile.

Esclama Giacobbe pieno di meraviglia: « Ho visto Dio, faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva » (Gen 32,31). La visione diretta di Dio comporta per l'uomo la morte; ma con la forza di Dio si può uscirne vivi. Ora, col dono della fortezza lo Spirito Santo mette a nostra disposizione la forza di Dio.

 

Le armi della fede

Bisogna lottare con Dio con le armi della fede. Anche se il cielo fosse come una cappa di piombo su di noi (ricordate l'esperienza della piccola Teresa verso la fine della sua vita), anche se una voce infernale ci ripetesse invidiosa che siamo degli illusi, che Dio non c'è, che non c'è una vita eterna, che, dopo la morte, ci attende il nulla, il nulla eterno..., dobbiamo continuare a rinnovare il nostro attaccamento a Dio; non dobbiamo lasciarlo (come Giacobbe nella lotta) e ripetere contro ogni dubbio: « Credo, Signore, aiuta la mia incredulità » (Mc 9,23): « Aumenta la nostra fede » (Lc 17,5).

Dice il Salmo: « Se dovessi camminare in una valle oscura, - non temerei alcun male, perché tu sei con me. - Il tuo bastone e il tuo vincastro - mi danno sicurezza » [Sal 23 (22), 4]. Ripetiamo con forza: « Il Signore è con me », anche se non lo vedo, anche se non lo sento: « Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza » [Sal 89 (88), 27].

Gesù è molto esigente riguardo alla fede. La richiede per tutti i miracoli. La nostra fede non deve fondarsi sui miracoli; ma solo sulla sua parola.

Dopo lo sconvolgente discorso nella sinagoga di Cafarnao, nel quale ha proposto a tutti la sua carne come cibo e il suo sangue come bevanda, dopo che molti dei suoi discepoli lo hanno abbandonato (cf. Gv 6,66), Gesù dice ai dodici, disorientati: « Forse anche voi volete andarvene? » (Gv 6,67) e Pietro risponde: « Signore, da chi andremo? Tu hai le parole di vita eterna » (Gv 6,68). Ed ecco la sua professione di fede anche a nome degli altri apostoli: « Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio » (Gv 6,69). Se le armi della fede le usiamo con Dio, a maggior ragione dobbiamo usarle con noi stessi e col prossimo: sono le scelte di fede, le scelte evangeliche, sulle quali non si insiste mai a sufficienza.

 

Le armi della speranza e della carità

Dobbiamo combattere con le armi della speranza, specialmente quando tutto va male, ricordando che le ore disperate sono le ore di Dio; proprio come Abramo che « sperò contro ogni speranza », « in spe contra spem credidit » (Rom 4,18), sicuro che Dio gli avrebbe ridonato un figlio e una discendenza, anche attraverso il dramma della morte (cf. Gen 22,1-18). Conservare sempre il desiderio di Dio, la fiducia in lui, anche se è un desiderio doloroso, è una fiducia sofferta e senza luce.

Sentiamo ripetere ad ognuno di noi queste parole commoventi di Dio in Isaia: « Io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra (come un buon papà il suo bambino) e ti dico: Non temere, io ti vengo in aiuto. Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d'Israele; io vengo in tuo aiuto - oracolo del Signore, - tuo redentore è il Santo d'Israele ». E se tante sono le difficoltà, tanti i nemici, non temere: « Ecco, io ti rendo come una trebbia acuminata, nuova, munita di molte punte; tu trebbierai i monti e li stritolerai; ridurrai i colli in pula... Tu, invece, gioirai nel Signore, ti vanterai del Santo d'Israele » (Is 41,13-16).

Non scoraggiamoci mai; è un peccato di superbia. Il Signore « dà agli umili la sua grazia » (Gc 4,6). Ricordiamo le parole di Gesù: « Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio » (Lc 9,62), e ancora: « In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono » (Mt 11,11-12) ossia coloro che non si scoraggiano, ma perseverano nella lotta contro ogni ostacolo che impedisce l'entrata nel regno di Dio. Sull'uso delle armi della speranza riguardo a noi stessi e al prossimo parleremo ampiamente, soffermandoci sul dono della scienza.

Combattiamo con le armi della carità, anche quando il Signore si nasconde, è assente, peggio ancora, sembra che ci respinga lontano da sé. Preghiamo col salmista: anche « se dovessi camminare in una valle oscura, - non temerei alcun male, perché tu sei con me. - Il tuo bastone e il tuo vincastro - mi danno sicurezza » [Sal 23 (22), 4]. Viviamo i frutti dello Spirito con noi stessi e nei rapporti col nostro prossimo. Il discorso sui frutti dello Spirito è molto ampio e molto pratico. Per non dilungarci lo affronteremo a parte.

 

Altre armi

Non solo con le armi delle virtù teologali dobbiamo lottare con Dio, ma con le armi efficaci dell'umiltà, della fiducia, della semplicità, della piccolezza, dell'abbandono.

Sono armi a cui Dio non può resistere: « Dio resiste ai superbi; dà invece la sua grazia agli umili » (1 Pt 5,5). È come se Dio fosse calamitato dall'umíltà. Il tutto che è Dio non trova ostacoli nella creatura che si ritiene un nulla dinanzi a lui; la pienezza che è Dio è come risucchiata dal vuoto che l'umile, con l'aiuto dello Spirito, realizza in sé.

Nell'esperienza di Dio è sempre il più debole che vince, come è dimostrato nella lotta fra Dio e Giacobbe. Giacobbe si riconosce il più debole, perché vuole a tutti i costi essere benedetto da Dio. Esce malconcio, zoppicante dalla lotta con Dio, ma vittorioso.

Anche noi, i più deboli, saremo vittoriosi se combattiamo con le armi della fede, della speranza, della carità; con le armi dell'umiltà, della semplicità, della piccolezza, dell'abbandono e, come ora diremo, della preghiera.

È di fondamentale importanza amare la nostra piccolezza e, come la piccola Teresa, non volere, a tutti i costi, diventare grandi, non per un complesso di sentimentale infantilismo, ma per realizzare l'insegnamento di Gesù: « Se non... diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,3), cioè senza pretese, poveri in spirito, perciò abbandonati completamente nelle mani di Dio.

Il regno dei cieli è prima di tutto la scoperta di Cristo, la vita di unione con lui.

Così, chi è « piccolo » è il « più grande nel regno dei cieli » (Mt 18,4), ossia è, in realtà, il più adulto, il più maturo... della maturità di Dio, al quale fa il più ampio spazio nella sua anima e nella sua vita. Essere piccoli!... Essere pieni di Dio!

Non c'è posto nel regno di Dio per chi si ritiene adulto, autosufficiente, per chi è pieno di sé e non lascia spazio a Dio, per chi è superbo, egoista, presuntuoso, orgoglioso: « Dio resiste ai superbi, ma dà la sua grazia agli umili » (Pro 3,34) o, come ha pregato la Vergine: « Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore..., ha innalzato gli umili » (Lc 1,51-52).

 

« Il Signore è il mio pastore... »

La preghiera più spontanea della persona umile, semplice, fiduciosa, che vive l'abbandono in Dio, mi sembra il famoso salmo 23 (22). Vivere questo salmo è colmare la nostra debolezza con la forza di Dio: è lui il mio pastore, non posso temere più nulla nella mia vita. « Il Signore è il mio pastore: - non manco di nulla; - su pascoli erbosi mi fa riposare, - ad acque tranquille mi conduce. - Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, - per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura, - non temerei alcun male, perché tu sei con me. - Il tuo bastone e il tuo vincastro - mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa - sotto gli occhi dei miei nemici; - cospargi di olio il mio capo. - Il mio calice trabocca. - Felicità e grazia mi saranno compagne - tutti i giorni della mia vita, - e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni ».

Diceva il filosofo H. Bergson: « Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto come questi versetti del salmo 22: « Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla...; anche se dovessi camminare in una valle oscura, - non temerei alcun male perché tu sei con me... ».

Ricordo anche la bella poesia di H. Newman, ispirata al salmo 22: « Conducimi, luce gentile, nell'oscurità che mi circonda, conducimi! La notte è oscura e io sono lontano dal focolare..., conducimi! ».

Il salmo è costruito su due immagini, ambedue in un clima di intimità e grande familiarità: l'immagine del pastore e delle sue pecore; l'immagine dell'ospite e dei suoi commensali. Spontaneamente vediamo la realizzazione delle immagini di questo salmo in Cristo Gesù: « Io sono il buon pastore; il buon pastore offre la vita per le pecore » (Gv 10,11). « Le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce » (Gv 10,4). E ancora, per l'ospitalità: « La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui » (Gv 6,55-56).

L'affermazione che caratterizza il salmo 22 è posta anche materialmente al centro: « Tu sei con me » (v. 4). Nasce spontaneo un senso di sicurezza, quindi di fiducia, anche se il cammino avviene nelle tenebre: « Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? » [Sal 27 (26), 1].

Fra le tante attribuzioni in rapporto alla vita che ha avuto questo salmo, preferisco quella che lo presenta come il canto di addio a Sion e al suo santuario da parte di un pellegrino che, dopo aver goduto la felicità di stare nella casa del Signore, di partecipare alle liturgie sólenni del tempio, ritorna al suo villaggio e implora la protezione divina per il viaggio di ritorno; sente nostalgia della casa del Signore e sospira di ritornarvi un giorno a dimorarvi per sempre: « Il Signore è il mio pastore... Se dovessi camminare in una valle oscura... tu sei con me... Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni » (vv. 1.4.6).

Per questo, ricordate il bel salmo 121 (120), ove si rappresenta il pellegrino che lascia Gerusalemme e rivolge un ultimo sguardo alla santa città e al tempio, posti in alto: « Alzo gli occhi verso i monti: - da dove mi verrà l'aiuto? - Il mio aiuto viene dal Signore - che ha fatto cielo e terra. - Non lascerà vacillare il tuo piede - non si addormenterà il tuo custode - ... il Signore è come ombra che ti copre - e sta alla tua destra. - Di giorno non ti colpirà il sole, - né la luna di notte. – Il Signore ti proteggerà da ogni male - egli proteggerà la tua vita. - Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, - da ora e per sempre » [Sal 121 (120), 1-3.5-8].

Ad ogni modo, il pellegrino del salmo 22 è la figura emblematica dell'anima di chi fa un'esperienza profonda d'intimità e dice con commossa convinzione: « Il Signore è con me » (v. 4). La preghiera di intimità, ripetuta ogni giorno, diventa preghiera di continuità: fa di tutta la vita un atto di carità. Si realizza l'affermazione di Giovanni: « Dio è carità, chi cammina nella carità cammina in Dio e Dio in lui... Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi!... » (1 Gv 4,16).

La memoria dell'intimità col Signore è radice della fiducia nel presente e della speranza per il futuro. Veramente « il Signore è il mio pastore; non manco di nulla... » né nel passato, se sono stato una sua docile pecorella, né nel presente, né nel futuro. I pascoli, ai quali mi conduce, non sono quelli della steppa, bruciati dal sole incandescente (chiara allusione alle esperienze umane senza Dio), dove vagherei senza trovare un ruscello, un pozzo, dell'erba fresca; ma per luoghi segreti, per piste sicure, il pastore mi conduce ai pascoli dove l'erba e l'acqua sono abbondanti..., dove posso riposare sereno e soddisfatto (chiara immagine dell'esperienza d'intimità con Dio). Sono « acque tranquille », acque di riposo, quelle di Dio, ossia di « pace »: è il riposo sabbatico che ricolma il cuore di pace, di serenità, di sicurezza, anticipazione del riposo eterno nella casa del Padre.

Il « giusto cammino » sono i « sentieri della giustizia » che conducono diritto alla mèta, alla salvezza, alla santità e tutto questo, dice Paolo, « a lode della sua gloria » (Ef 1,12) ossia del suo amore gratuito, del suo disegno d'amore per ognuno di noi, che si realizza nella nostra salvezza e santità.

 

Nell'intimità...

Il dialogo del Salmo si fa più intimo e personale con l'uso dell'« io »-« tu »: « Se anche andassi per una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me... ».

Il gregge procede nel suo cammino in una gola rocciosa, immersa in un'oscurità profonda, ove si avverte, invisibile, ma reale, la presenza del pericolo. Il termine ebraico « salmawet » racchiude la parola « morte » (mawet) al superlativo: è una densa tenebra, una valle infernale...: potremmo dire: « Se anche dovessi passare per le tenebre dell'inferno non temerei alcun male, perché tu sei con me!... ».

Il pastore procede sicuro e chi lo segue affronta con serenità e sicurezza tutti i pericoli e le tempeste della vita a fianco del pastore: « Non temere: io sono con te » (Gen 26,24); è 1'« Emmanuele: Dio con noi » (Mt 1,23). Ed ecco i due simboli della sicurezza: « Il tuo bastone e il tuo vincastro »: il bastone come arma di difesa contro i lupi e le bestie feroci; il vincastro come segno di guida sicura per le pecore.

Il viaggio del pastore e del suo gregge è verso una mèta sicura: verso una tenda ospitale, ove si arrestano le tenebre malefiche, ove brilla la luce. Al centro della tenda ospitale c'è una stuoia distesa per terra, con la mensa imbandita, secondo le premure caratteristiche dell'ospitalità orientale, tipica dei nomadi, dei beduini: « Davanti a me tu prepari una mensa... » (v. 5) e l'ospitalità è caratterizzata da due atti suggestivi: l'unzione e la coppa: « Cospargi di olio il mio capo. - Il mio calice trabocca » (v. 5).

L'unzione con olio profumato avviene prima che l'invitato si sieda a mensa. L'olio dà forza, si usa per gli atleti, tonifica i muscoli; l'olio è medicinale, protegge la pelle; è simbolo di pace, di gioia, di splendore. La coppa è traboccante, simbolo di pienezza... La sete è totalmente estinta; l'anima è pienamente soddisfatta e in pace.

C'è una presenza importuna che però dà ancor più risalto all'atmosfera di serenità e di gioia che si è creata nella tenda ospitale: « ... sotto gli occhi dei miei nemici... » (v. 5), che si aggirano impotenti intorno alla tenda. Chi segue Cristo è sotto la protezione diretta di Dio: « Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! - Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali - si saziano dell'abbondanza della tua casa - e li disseti al torrente delle tue delizie » [Sal 36 (35), 8-9].

Difatti nell'ultimo versetto del salmo la tenda ospitale diventa simbolo della sacra tenda dell'alleanza: « la casa del Signore » (v. 6). Chi ha seguito Dio, è guidato alla casa del Signore da due virtù di Dio personificate: Felicità e Grazia mi saranno compagne. Veramente l'amore di Dio non conosce soste, è fedele, attento, forte, proprio come lo è il pastore col suo gregge: è un amore che ci accompagna, se ci abbandoniamo a lui, in ogni istante della nostra vita.

Ed ecco il sospiro e la decisione dell'orante, che devono essere la nostra stessa decisione: « Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni » (v. 6), ossia per tutta la mia vita..., per sempre. E' la gioia dell'anima che ha incontrato Dio e ha fatto l'esperienza del suo amore. È un chiaro invito a perseverare nella preghiera d'intimità, nella contemplazione: « Una sola cosa ho chiesto al Signore - questa sola io cerco: - abitare nella casa di Dio - tutti i giorni della mia vita - per gustare la dolcezza di Dio - e ammirare il suo santuario - ... Di te ha detto il mio cuore: « Cercate il suo volto »; - il tuo volto io cerco, o Signore! » [Sal 27 (26), 4.8].

 

L'arma della preghiera

Dopo aver scelto per la lotta con Dio le armi delle virtù teologali e le armi dell'umiltà, della fiducia, della semplicità, della piccolezza, dell'abbandono ho ancora un'arma efficacissima che debbo sempre usare, quella della preghiera assidua. È l'onnipotenza di Dio nelle mie mani.

Scrive Paolo nella lettera ai Colossesi: « Vi saluta Epafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio » (Col 4,12).

Ricordiamo la promessa insistente di Gesù: « Qualunque cosa chiederete nel nome mio (ossia nella persona di Cristo glorioso ‘sempre vivo ad intercedere per noi’ presso il Padre - cf. Eb 7,25), la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio (così il Padre manifesta, tramite Cristo, il suo potente amore santificante). Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome io la farò » (Gv 14,1314).... « Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena » (Gv 16,24)...

« La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la vostra gioia sia perfetta » (1 Gv 1,3-4). Il Vangelo è lieta novella per chi lo annuncia e per chi lo accoglie. E che cosa il nostro cuore sospira più della gioia, della felicità? Ne conosciamo il segreto: la comunione col Padre, col Figlio e di conseguenza con lo Spirito, comunione d'amore che ha la sua fonte nella preghiera d'intimità.

Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, così parla della fortezza cristiana: « Non sapete che nelle corse, allo stadio, tutti corrono; ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo » (1 Cor 9,24). Paolo sta parlando delle carni immolate agli idoli e come sia lecito ai cristiani mangiarle, poiché nessun idolo esiste ma solo Dio; tuttavia, se l'uso di questo diritto scandalizza i cristiani deboli, allora i cristiani forti, per carità, sacrifichino i loro diritti, proprio come gli atleti si privano di tutto per conquistare il premio: « Ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile » (1 Cor 9,25).

E presenta il suo esempio personale: « Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo tengo soggetto, perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato » (1 Cor 9,26-27).

 

Il coraggio delle scelte evangeliche

Occorre fortezza e coraggio per guidare la nostra vita, in ogni situazione secondo il Vangelo e le esigenze della carità, nei contrasti, nelle incomprensioni, nei malintesi. Le scelte evangeliche sono spesso ardue e superiori alle normali forze umane. Da qui la necessità che intervenga la fortezza dello Spirito: « Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano (anche temporaneamente)... e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una misura pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo (per accogliere il grano l'orientale solleva i lembi del proprio vestito) perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio » (Lc 6,27-28.35-38).

Occorre il coraggio delle scelte evangeliche, senza badare se tu hai ragione e gli altri hanno torto. Tante volte se ascolti la ragione è impossibile fare una scelta di fede. Secondo la ragione Cristo non doveva andare in croce.

Così, occorre coraggio per non servire due padroni: « Non potete servire Dio e il denaro » (Mt 6,24); è necessario avere forza e coraggio per assumere nella propria vita uno stile di rinuncia, scegliendo quello che meno piace, come ci esorta vigorosamente s. Giovanni della Croce, per mortificare il nostro egoismo, ostacolo principale al trionfo in noi dell'amore di Dio.

Dice Gesù: « Se qualcuno vuole venire dietro a me; rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita (accumulando beni, soddisfacendo il proprio io), la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia (rinunciando a tutto per mio amore), la troverà » (Mt 16,24-25). Come è difficile far morire in noi l'uomo vecchio, per nascere a Cristo! Come spesso rifuggiamo da questa esperienza di morte per la vita! Come è necessaria la fortezza che viene dallo Spirito! La fortezza che ci fa accettare la croce come amore!

Se noi ci diamo alla fuga, non vogliamo morire al nostro egoismo, per vivere la vita di Cristo, siamo degli stolti anche umanamente parlando. È vero che pagare il prezzo della croce costa, morire al nostro egoismo costa, ma quale gioia e pace in cuore, se accettiamo di vivere questa dura esperienza! Se invece rimaniamo prigionieri del nostro « io », soffriamo molto di più, siamo dei poveri infelici e rendiamo infelici anche le persone che ci circondano.

Come è vero che se vogliamo salvare la nostra vita (con le esigenze dell'egoismo) la perdiamo; se invece perdiamo la nostra vita per amore di Gesù (accettando l'esperienza della croce, scegliendo la rinuncia ai nostri vizi e capricci, per amore, come stile di vita) la salviamo! Si racconta nella vita di s. Francesco che, un giorno, all'inizio della sua conversione, non sapendo ancora co1me realizzare la vita di perfezione alla quale si sentiva chiamato, entrò per pregare nella chiesa di S. Maria degli Angeli. Si stava celebrando la messa e il sacerdote leggeva il vangelo di Matteo, ove Gesù dice ai suoi apostoli: « Non procuratevi né oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento » (Mt 10,9-10) « Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date » (Mt 10,8). Udite queste parole, esultante di Spirito Santo, Francesco esclamò: « Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore »... E sappiamo come Francesco scelse madonna Povertà come sposa della sua vita.

Splendido esempio di chiarezza interiore, seguita da una scelta di vita altrettanto chiara e decisa. Per molti cristiani, molti religiosi e suore vale invece il rimprovero che fa Dio al suo popolo per bocca per profeta Osea: « Il vostro amore è come una nube del mattino (che presto si dissolve), come la rugiada che, all'alba, svanisce » (Os6,4).

 

« Mi vanterò delle mie debolezze... »

Di fronte alle tante prove e sofferenze della vita esperimentiamo come abbiamo bisogno del dono della fortezza dello Spirito, per non perderci d'animo, per non scoraggiarci, per non cadere nell'inerzia, nella pigrizia spirituale: « tanto..., è tutto inutile! ».

È il momento allora di ripetere la preghiera del salmista: « In te mi rifugio, Signore, - ch'io non resti confuso in eterno. - Liberami, difendimi per la tua giustizia, - porgimi ascolto e salvami. - Sii per me rupe di difesa, - baluardo inaccessibile, - perché tu sei mio rifugio e mia salvezza... - Sei tu, Signore, la mia speranza, - la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. - Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, - dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno; - a te la mia lode senza fine... - E ora, nella vecchiaia e nelle canizie, - Dio, non abbandonarmi... - Allora ti renderò grazie sull'arpa, - per la tua fedeltà, o mio Dio; - ti canterò sulla cetra, o Santo d'Israele [Sal 71 (70), 1-3.5-6.18.22].

Ripetiamo con Paolo: « Tutto posso in colui che mi dà forza » (Fil 4,13); « Quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12,10).

Paolo giunse ad esperimentare in modo esasperato la sua estrema dedolezza: « Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi... A causa di questo, per ben tre volte, ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Ed ecco la conclusione dell'Apostolo che vale tanto anche per noi: « Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo... quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12,7-10). Diciamo con profonda convinzione e umiltà: « Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, Tu solus Altissimus, Iesu Christe! ».

È consolante che non sia la nostra forza, abilità a renderci santi, ma la nostra debolezza, la nostra povertà; sono i luoghi teologici per accogliere la forza di Cristo, la potenza santificatrice dello Spirito.

Comprendiamo come l'unica grandezza dinanzi a Dio è la nostra piccolezza: « Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,3). Quante volte ci lamentiamo anche noi come Sion: « Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato! » e Dio, infinitamente paziente, ci risponde: « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco ti ho disegnato sulle palme delle mie mani... » (Is 49,14-16).

Assumiamo allora l'atteggiamento di abbandono totale e confidente del salmista: « Io sono tranquillo e sereno - come bimbo svezzato in braccio a sua madre, - come bimbo svezzato è l'anima mia. - Speri Israele nel Signore - ora e sempre » [Salmo 131 (130), 2-3]. « In te confido e in pace mi addormento » (Liturgia della compieta).

 

La beatitudine della giustizia

Al dono della fortezza corrisponde la beatitudine della giustizia: « Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati » (Mt 5,6).

« Aver fame e sete » esprime nella Scrittura l'intensità del desiderio, il bramare qualcosa o qualcuno con tutte le forze.

Tutti conosciamo l'inizio dei due splendidi salmi 42 e 62: « Come la cerva anela ai corsi d'acqua, - così l'anima mia anela a te, o Dio. - L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: - quando verrò e vedrò il volto di Dio? [Sal 42 (41) 2-3]; « O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, - di te ha sete l'anima mia, - a te anela la mia carne, - come terra deserta, - arida, senz'acqua » [Sal 63 (62), 2]. La giustizia in Dio è il suo amore che giustifica.

La fame e la sete di Dio è la brama di Dio, il desiderio ardente della sua giustizia, di fare la sua volontà, di esperimentare la sua grazia, la sua bontà, la sua misericordia. Sono realtà divine che si sono manifestate personalmente in Cristo Gesù. Perciò sono beati coloro che hanno fame e sete di Gesù, perché saranno saziati. Gesù sarà la loro forza: « Tutto posso in Colui che è la mia forza » (Fil 4,13), come già a lungo abbiamo spiegato; « Quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12,10), della fortezza di Cristo.

 

 

 

 

 

 

 

 

VIII.

LA PIETA’ E IL DONO DELLA PIETA

 

L'apostolo Pietro ebbe a Giaffa la visione della grande tovaglia calata dal cielo sulla terra, nella quale « c'era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo » (At 10,12) e sentì l'invito: « Alzati, Pietro, uccidi e mangia! » (v. 13). Pietro non voleva mangiare degli animali immondi, perché proibiti dalla legge; ma la voce gli disse: « Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più immondo » (v. 15).

Pietro rimase perplesso sul significato di quella visione; lo capì in seguito, quando incontrò il centurione Cornelio che, pur essendo pagano, era « uomo giusto e timorato di Dio » (v. 22), pregava e faceva molte elemosine.

Dio aveva mostrato a Pietro « che non si deve dire profano e immondo nessun uomo » (v. 28); « In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone; ma chi lo teme, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto » (jvv. 34-35). E, mentre Pietro parlava, lo Spirito Santo scese su Cornelio e su tutti quelli che erano con lui in casa e ascoltavano l'apostolo, tanto che Pietro ordinò che fossero battezzati.

Questo episodio degli Atti degli Apostoli prova all'evidenza l'affermazione di Gesù: lo Spirito è come il vento, è massimamente libero: « Ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va » (Gv 3,8); lo Spirito può effondere i suoi doni anche sui pagani.

Ciò che è avvenuto nella primitiva Chiesa, si ripete in tutti i tempi e anche nei nostri tempi.

 

« Io ti amo terribilmente... »

Vi presento una preghiera trovata sul corpo di un soldato americano, ucciso durante lo sbarco nell'Africa del Nord, nella seconda guerra mondiale.

Ascoltami, o Dio!

Fino a oggi non t'avevo mai parlato ma ora desidero dirti:

« Come ti va? » Ascoltami, o Dio: m'avevano detto che tu non esistevi

e, come un idiota, io ci avevo creduto.

Ma l'altra sera, dal fondo della buca d'una bomba, ho veduto il tuo cielo.

All'improvviso, mi son reso conto che m'avevano detto una menzogna.

Se mi fossi preso la briga di guardar bene le cose che hai fatto tu,

avrei capito sùbito che quei tali si rifiutavano di chiamare gatto un gatto. Io mi chiedo, o Dio, se tu acconsentiresti a stringermi la mano e tuttavia ho la sensazione che tu comprenderai... Strano che sia stato necessario ch'io venissi in questo posto d'inferno

per avere il tempo di vedere il tuo volto.

Io ti amo terribilmente, ecco quello che voglio che tu sappia.

Ci sarà ora una battaglia spaventosa.

Chissà? Può darsi ch'io arrivi da te questa sera stessa.

Non siamo stati buoni compagni fino ad ora ed io mi domando,

mio Dio, se tu m'aspetterai sulla porta. Guarda, ecco che piango!

Proprio io, mettermi a frignare! Ah, se ti avessi conosciuto prima... Andiamo, bisogna ch'io parta.

Che cosa buffa: dopo che t'ho incontrato non ho più paura di morire.

Arrivederci!

 

Rilevate l'azione dei doni dello Spirito: la pietà in quel confidenziale rivolgersi a Dio: « Come ti va? »; la scienza: « Dal fondo della buca d'una bomba ho veduto il tuo cielo » e ancora: « Quei tali si rifiutavano di chiamare gatto un gatto ». Il dono della pietà: « Io mi chiedo, o Dio, se tu acconsentiresti a stringermi la mano » e ancora il dono della scienza: dovevo venire « in questo posto d'inferno », per « vedere il tuo volto ». Ecco il culmine del dono della pietà: « Io ti amo terribilmente...; mi domando... se tu m'aspetterai alla porta; ... guarda, ecco che piango! ...; Ah, se ti avessi conosciuto prima; ... dopo che t'ho incontrato non ho più paura di morire. Arrivederci! ».

 

Pietà e fedeltà

Salendo « le ascensioni del cuore » come dice s. Agostino siamo giunti al dono della pietà.

Prima di procedere, diamo una sguardo al cammino percorso.

Il dono del santo timore di Dio ci guarisce dalla superbia e ci infonde l'umiltà e l'amorosa fiducia in Dio. Il dono della fortezza ci guarisce dalla pigrizia spirituale e ci rende forti della fortezza di Dio; ci infonde il coraggio e la perseveranza nel tendere alla santità.

Il dono della pietà guarisce il nostro cuore da ogni forma di durezza e ci apre alla bontà e alla tenerezza verso Dio e verso i fratelli.

Nella Bibbia la pietà (in ebraico: heséd, in greco eusébeia) ha un significato molto più ampio di quello che intendiamo noi, oggi. Per noi, moderni, la pietà è la fedeltà ai doveri religiosi e si riduce spesso ai semplici esercizi di pietà.

Nella Bibbia col termine pietà (heséd) si intende parlare della bontà, dell'aiuto, della fedeltà che uniscono fra loro i membri di una famiglia, gli amici, gli alleati. Ecco perché al termine « heséd » (pietà-bontà) si unisce spesso il termine « emét » (fedeltà). La pietà, per essere vera bontà, non deve stancarsi mai di capire, di perdonare, di aiutare, ossia di essere fedele.

L'esempio più perfetto della vera pietà, quindi di bontà e fedeltà, è Dio stesso riguardo all'uomo, tanto spesso infedele e cattivo. Difatti Dio, passando dinanzi a Mosè, proclama: « Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato...! Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice (la durezza della mente, del cuore è proprio il contrario della pietà), ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità » (Es 34,6-9).

 

« Vi darò un cuore nuovo... »

La pietà divina e umana, come espressione di bontà, misericordia, perdono, si è manifestata perfettamente in Cristo Gesù, tanto che Paolo scrive a Timoteo: « Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà (ossia il mistero di Cristo). Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito (mediante la risurrezione), apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria » (1 Tm 3,16). Partecipando al « mistero della pietà » che è Cristo, mediante il dono della pietà dello Spirito, si realizza in noi quella bontà e tenerezza del cuore che dissolve ogni durezza, ci fa esperimentare la tenerezza paterna di Dio, la tenerezza di Cristo e dello Spirito; la nostra tenerezza filiale col Padre, quella sponsale col Cristo e il rispetto, la bontà, la tenerezza verso tutti gli uomini.

« Ogni dono perfetto - scrive s. Giacomo - viene dall'alto e discende dal Padre della luce » (Gc 1,17). La pietà che scioglie la durezza del cuore dell'uomo è un riflesso della bontà e della tenerezza di Dio, è l'impronta lasciata in noi dal Verbo eterno di Dio, per mezzo del quale « tutto è stato fatto » (Gv 1,3), perché l'uomo esperimenti, in qualche modo, la sua dolcezza di figlio nel rapporto con Dio-Padre e la sua tenerezza fraterna verso tutte le creature, gli uomini in particolare, come avvenne meravigliosamente per s. Francespo.

Questa pietà che si esperimenta nella tenerezza, nella bontà è un'esigenza originaria del cuore umano, anche se l'egoismo, col peccato, ha fatto prevalere nell'uomo gli istinti aggressivi di possesso, di piacere, di sfruttamento della bestia, oppure la fredda razionalità, il calcolo spietato, che chiude il cuore dinanzi a Dio, dinanzi all'uomo e lo indurisce. È la sclerocardia (durezza di cuore) che tante volte Dio rimprovera agli Israeliti: gente dal cuore duro e dalla dura cervice: il loro non è un cuore di carne, ma un cuore di pietra (cf. Ez 11,19; 36,26).

Questo è il miracolo che opera lo Spirito Santo, donatoci dal cuore trafitto di Cristo in croce. Il Cuore di Cristo, fra tante meraviglie, ci mostra come deve essere il nostro cuore, ... come il suo: Gesù mite ed umile di cuore donaci il tuo cuore. Così si realizza in noi il « mistero della pietà ». Da tutto questo intuiamo come è prezioso il dono della pietà.

 

La pietà, virtù umana

La pietà, anche solo come virtù umana, rende l'uomo più umano. Un uomo dal cuore duro, incapace di sentimenti di rispetto, di bontà, di commozione, di compassione verso un suo simile è disumano; un uomo incapace di sentimenti di rispetto, di amore, di venerazione verso un Essere a lui superiore, ossia Dio, è un grande sventurato.

La pietà, come virtù, include alcune doti umane, molto preziose nei rapporti fra gli uomini e oggigiorno spesso trascurate e anche disprezzate, ad es. il rispetto vi cendevole, il buon garbo, la buona educazione, la finezza nel parlare, nell'agire, nel prevenire; l'ascoltare con pazienza, con simpatia; la discrezione nella parola e nell'azione, la modestia; il rifuggire da ogni volgarità; il rispetto della puntualità; la fedeltà agli impegni assunti, alla parola data: tutte virtù che rendono facile e gradevole il vivere insieme, fanno piacere e rendono amabile una persona. Giustamente Paolo scrive a Timoteo: « La pietà è utile a tutto; porta con sé le promesse della vita presente e quelle della vita futura » (1 Tm 4,8).

Nella Bibbia è messa particolarmente in rilievo la pietà filiale, come rispetto pieno di amore verso i genitori, come bontà, comprensione, aiuto, obbedienza, fedeltà. E il primo dei comandamenti che riguardano il prossimo: « Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà » (Es 5,16).

Nella Genesi leggiamo che Giacobbe, ormai vicino alla morte, chiama il figlio Giuseppe e gli dice: « Se ho trovato grazia agli occhi tuoi, metti la mano sotto la mia coscia (era una forma molto solenne di giuramento, perché l'uomo vi impegnava la sua virilità) e usa con me bontà e fedeltà (ossia la ` pietas ' = hesed-emet); di grazia, non seppellirmi in Egitto ». Gli fa promettere che lo seppellirà nella terra di Canaan, nella caverna di Macpela, dove erano già stati sepolti Abramo e Sara; Isacco e Rebecca; la sposa di Giacobbe, Lia. Giuseppe giura di fare in tutto la volontà del padre (cf. Gen 47,29-31).

Nei Proverbi è detto: « Figlio mio, ... bontà e fedeltà (hesed-emet) non ti abbandonino; légale intorno al tuo collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore » (Pro 3,1.3). E ancora: « Anch'io sono stato un figlio per mio padre, tenero e caro agli occhi di mia madre » (Pro 4,3), ossia pieno di pietà filiale.

Esempi meravigliosi di pietà familiare sono due splendidi libretti della Scrittura: quello di Tobia per la pietà specialmente filiale e quello di Ruth per il rispetto, la fedeltà e l'amore eccezionale di questa donna moabita verso la suocera Noemi.

Dalla cerchia familiare, la pietà si estende agli amici. Un esempio commovente di amicizia fedele è quello di Gionata e Davide (cf. 1 Sam 20). La pietà si estende anche ai rapporti tra i popoli, garantendo la fedeltà ai patti, la lealtà, l'aiuto reciproco, come avviene fra Abimelech e Abramo: « Dio è con te in quanto fai. Ebbene, giurami qui, per Dio, che tu non ingannerai né me né i miei figli né i miei discendenti; come io ho agito amichevolmente con te, così tu agirai con me e col paese nel quale sei forestiero ». Risponde Abramo: « Io lo giuro » (Gen 21, 22-24).

Nessun rapporto umano è autentico e duraturo se non poggia sulla pietà, intesa biblicamente come rispetto della parola data, dei patti sottoscritti, come lealtà, aiuto vicendevole, oltre che cortesia, buon garbo, amabilità, sincerità, carità ecc. Se poi consideriamo, oltre ai rapporti fra gli uomini, i giusti rapporti con Dio, comprendiamo perché Paolo scriva a Timoteo: « Esercitati nella pietà, perché l'esercizio fisico è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto... » (1 Tm 4,8).

 

La pietà di Dio

Il legame molto forte che stabilisce la pietà, biblicamente intesa, fra gli uomini, abbiamo detto che è dono di Dio e ci permette di comprendere il vincolo o meglio l'alleanza che Dio stesso ha stretto con gli uomini e in particolare con il suo popolo. Mentre gli uomini hanno troppo spesso un cuore duro, Dio invece è misericordioso, pietoso, non viene mai meno al suo amore, è il Dio fedele e perciò è salvatore e liberatore. Solo in questa prospettiva si spiega la missione di Mosè, la rivelazione del nome di Dio nella visione del roveto ardente, la liberazione del suo popolo dalla schiavitù in Egitto (cf. Es 3). E quando il popolo vien meno all'alleanza, adorando il vitello d'oro, Dio rivela la sua pietà, perdonando e rinnovando l'alleanza.

L'esperienza della paternità di Dio, reale, anche se spesso inconscia, è stata tipica dei patriarchi. Dio cammina con « i padri »: è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe... il Dio vicino, che li assiste come un padre i suoi figli.

Dio è presente in mezzo al suo popolo, che esce dall'Egitto e va verso la Terra promessa; è « Jahvè »: « Io sono colui che sono » (Es 3,14), in senso, non statico, ma dinamico: sono presente come un padre salvatore, liberatore, come guida del mio popolo; stringo con lui un'alleanza unica, gli dono una legge che lo rende superiore a tutti gli altri popoli.

Proprio nella concretezza della sua storia e non nella speculazione religiosa Israele scopre Dio come padre e si sente scelto come suo popolo: « Non è lui (Jahvè) il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito? » (Dt 32,6).

Mosè dice al faraone da parte di Dio: « Israele è mio figlio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire mio figlio, perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire. Ecco io faccio morire il tuo figlio primogenito » (Es 4,22-23).

I profeti approfondiscono i rapporti che esistono fra Dio e il popolo di Israele, gli obblighi di obbedienza, di sottomissione, di rispetto, di amore: « Il figlio onora suo padre e il servo rispetta il suo padrone - dice il Signore nel profeta Malachia - se ti sono padre, dov'è l'onore che mi spetta? » (1,6). Del padre, Dio ha tutta la bontà, la tenerezza, la compassione e il perdono: « Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? » (Is 63,16-17). « Signore, tu sei nostro Padre; noi siamo argilla e tu ci dai forma; tutti noi siamo opera delle tue mani » (Is 66,7). « Non è forse Efraim (Israele) un figlio caro per me, un fanciullo prediletto? » (Ger 31,30).

Il rapporto di Dio col suo popolo è talmente familiare e intimo che esprime non solo l'amore paterno, ma la tenerezza materna: « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se una donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco ti ho disegnato sulle palme delle mie mani... » (Is 49,15-16). « Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò, in Gerusalemme sarete consolati » (Is 66,13).

Sono testi commoventi; eppure, nell'AT, l'appellativo di padre dato a Dio è uno dei tanti nomi riferiti a Dio: salvatore, redentore, re, signore, giudice, creatore...

Il rapporto inoltre è sempre fra Dio e il suo popolo, raramente con le singole persone: « Quando Israele era giovinetto io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio... ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare » (Os 11,1.4). Scena tenerissima, ma sempre collettiva, non da persona a persona e mai espressione di una paternità reale, nella comunicazione della stessa natura, come è bene espresso in s. Giovanni: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente » (1 Gv 3,1).

In Gesù siamo per grazia realmente figli di Dio, e Dio ci è padre in senso reale e proprio, dice s. Paolo: « Per mezzo di Lui (Cristo) possiamo presentarci, gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito » (Ef 2,18).

 

Gli « hassidim », uomini pii

A imitazione della pietà di Dio l'Israelita che vuol praticare la pietà ed essere un « hasid » (uomo pio) deve staccarsi dal suo egoismo, deve aprirsi a Dio con amore umile e fiducioso e ai fratelli con la comprensione, la bontà, il perdono, l'aiuto generoso: « Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio » (Mi 6,8).

Il vero culto richiesto della pietà autentica consiste soprattutto nei sacrifici spirituali, nel dono di sé, nel servizio del prossimo, nel cuore mite, umile e puro. Solo con questi atteggiamenti interiori è gradito a Dio il culto esterno, l'ascesi, il digiuno, la penitenza: « Non è forse questo il digiuno che voglio - dice il Signore in Isaia - sciogliere le catene inique, ... rimandare liberi gli oppressi..., spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato; nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto; nel vestire uno che vedi nudo...? Allora la tua luce sorgerà come l'aurora... Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: ` Eccomi! ' » (Is 58,6-9). Tu, Signore, « non gradisci il sacrificio - e, se offro olocausti, non li accetti. - Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, - un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi » [Sal 51 (50), 18-191158

Questi sono i sentimenti degli « hassidim » (uomini pii) che possiamo fare nostri, espressi in alcuni salmi e specialmente nel salmo 103 (102): « Benedici il Signore, anima mia, - quanto è in me benedica il suo santo nome. - Benedici il Signore, anima mia, - non dimenticare tanti suoi benefici!... » (vv. 1-2). Un salmo tutto da meditare e da pregare: è un inno meraviglioso alla pietà del Signore, buono, misericordioso e giusto, che spicca potentemente in contrasto con la miseria dell'uomo: « Perché egli sa di che siamo plasmati, - ricorda che noi siamo polvere. - Come l'erba sono i giorni dell'uomo, - come il fiore del campo, così egli fiorisce. - Lo investe il vento e più non esiste - e il suo posto non lo riconosce » (vv. 14-16).

 

Il mistero della pietà

Siamo ormai alle soglie del NT e già intravediamo il volto dell'« hasid », dell'uomo pio per eccellenza, Cristo Gesù, rivelazione massima della pietà divina, « mistero della pietà » (1 Tm 3,16) e realizzazione perfetta della pietà umana. Nella lettera a Tito è detto: « È apparsa... la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo » (2,11-12).

Siamo tutti invitati a contemplare e a rivivere, nella nostra vita, l'adesione filiale, amorosa di Cristo alla volontà del Padre. Siamo tutti invitati a rivivere l'atteggiamento continuo di ascolto del Padre da parte di Cristo, che diventa obbedienza incondizionata, vero pane quotidiano della sua vita: « Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera » (Gv 4,34); « Colui che mi ha mandato è con me e non mi lascia solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite » (Gv 8,29). Volontà del Padre è che Cristo doni la sua vita per il riscatto di tutti gli uomini. Ecco il grande « mistero della pietà » che l'autore della lettera agli Ebrei esprime così, drammaticamente: « Egli (Cristo) nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui (il Padre) che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà (ossia la sua obbedienza filiale e sofferente al Padre). Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto (nella sua sacerdotalità e nello stato di vittima), divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono » (Eb 5,7-9). Così si è realizzato il « grande... mistero della pietà » (1 Tm 3,16).

 

Partecipi del « mistero della pietà »

Di questo « grande... mistero della pietà » ognuno di noi, come battezzato, è partecipe, come afferma l'autore della lettera agli Ebrei: « Con un'unica oblazione egli (Cristo) ha reso perfetti per sempre (nella sua sacerdotalità e vittimalità) quelli che vengono santificati » (10,14).

Il sacerdozio di Cristo non è un sacerdozio clericale, ossia secondo l'ordine di Aronne o secondo la tribù sacerdotale di Levi, ma è un sacerdozio laicale. Cristo appartiene alla tribù di Giuda e il suo sacerdozio è secondo l'ordine di Melchisedeck.

Quando perciò noi diciamo « sacerdote » non dobbiamo pensare immediatamente al « prete »; dobbiamo pensare a noi stessi in quanto partecipi per il battesimo del sacerdozio di Cristo.

Declericalizziamo la realtà del sacerdozio. Funzione essenziale del sacerdote, anche se non unica, è quella di « offrire ». Non c'è sacerdozio, senza una vittima da offrire.

Nell'Antico Testamento i sacerdoti e i leviti offrivano i frutti della terra e soprattutto animali come vittime.

Gesù, sacerdote, non offre né cose né animali, ma in primo luogo offre « preghiere e suppliche » (Eb 5,7). Cristo, nella sua umanità, come ognuno di noi, riconosce di non aver nulla da offrire a Dio che non sia già suo; offrendo « preghiere e suppliche con forti grida e lacrime », riconosce di essere tutto del Padre, riconosce che lui solo (il Padre) è la fonte di ogni salvezza e redenzione, si offre perciò con la sua umanità al Padre, perché si serva di lui come vuole, per realizzare il suo disegno di salvezza. Così Cristo è vittima del suo sacerdozio ed è proprio questo atteggiamento oblativo che costituisce l'essenza del suo sacerdozio.

Anche noi come Cristo, non dobbiamo offrire, come vittime, cose o animali, ma noi stessi, nella nostra quotidianità: le piccole gioie, gli umili gesti, le varie croci, l'irradiazione dei frutti dello Spirito, ogni giorno. E' proprio per l'azione trasformante dello Spirito che anche le più umili azioni della nostra quotidianità vengono qualificate come sacerdotali e sacrificali.

Difatti la sacerdotalità nel NT non è un ministero accanto ad altri ministeri (ad es. presiedere, predicare, insegnare...) ma è una qualifica che pervade tutti i ministeri, potremmo chiamarla una spiritualità che deve caratterizzare ogni membro del Popolo di Dio, nessuno escluso.

Ecco perché dicevo, parlando del sacerdozio, non pensiamo subito, clericalmente, al prete; ma a noi stessi, ad ogni cristiano che, per il battesimo, è partecipe del sacerdozio di Cristo, il sacerdozio comune a tutti i battezzati, senza il quale non è possibile il sacerdozio ministeriale.

 

Una messa continua

Anche la meravigliosa liturgia eucaristica rimane per noi sterile senza la liturgia della vita. La messa è sempre completa in Gesù, ma non è completa in noi, se la liturgia del rito non diventa liturgia della vita, realizzando le parole di Cristo: « Fate questo in memoria di me », non solo sul pane e sul vino, mediante il sacerdozio ministeriale, ma nella nostra vita, come se ripetessimo, per ogni azione, la dossologia che conclude la grande preghiera eucaristica: « Per Cristo, con Cristo e in Cristo... », essendo noi l'eucaristia del Signore, facendo della nostra vita, sotto l'impulso dello Spirito, una « messa continua ». Siamo sacerdoti e vittime con Gesù, se offriamo per amore, oltre a preghiere e suppliche, le umili azioni quotidiane, le piccole gioie ringraziando, le tante croci e prove accettando e ringraziando, sapendo che le croci sono amore e manifestazioni di amore, se irradiano in tutte le situazioni e con tutte le persone i frutti dello Spirito. Preciseremo meglio questa spiritualità tipicamente oblativa.

Si realizza così in noi l'affermazione dell'autore della lettera agli Ebrei: Cristo « con un'unica oblazione ha reso perfetti per sempre (nella sacerdotalità e nella vittimalità) quelli che vengono santificati » (10,14; Cf. 5,8) e tutti i battezzati, proprio per il battesimo, sono dei santificati, ossia degli scelti per Dio, dei figli di Dio. Difatti, afferma ancora l'autore della lettera agli Ebrei: tutto « questo lo attesta anche lo Spirito Santo...: Questa è l'alleanza che io stipulerò con loro... Io porrò le mie leggi nei loro cuori e le imprimerò nella loro mente » (Eb 10,15). Si realizza così la profezia di Ezechiele (Cf. 36,25-27).

Da tutto quello che abbiamo detto si comprende come l'oblazione di cui parla la lettera agli Ebrei (Cf. 5,7-10; 10,14-15) e la partecipazione al « grande... ministero della pietà » di cui parla Paolo nella prima lettera a Timoteo (3,16), non vanno intese solo come atteggiamenti interiori dello spirito, ma come offerta realizzata nella vita.

 

Una spiritualità oblativa

Cristo « imparò l'obbedienza dalle cose che patì » (Eb 5,8); non si fermò alle « preghiere e suppliche con forti grida e lacrime » (Eb 5,7), forme di oblazione anche queste necessarie; ma « reso perfetto » ossia realizzando perfettamente la sua sacerdotalità e vittimalità, specialmente nella sua passione e morte « divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono » (5,9) ossia per tutti coloro che aderiscono a lui con la fede e la carità, partecipando e vivendo la sua stessa vittimalità, il suo stesso sacerdozio « alla maniera di Melchisedek » (5,10).

Con la sua oblazione, ossia con la sua sacerdotalità e vittimalità, Cristo è solidale con i perduti, con i dannati della terra, con i più miserabili fra gli uomini: i peccatori.

È un'oblazione quella di Gesù, sacerdote e vittima, che avviene, non come per i sacerdoti dell'antica legge e i leviti, attraverso i sacrifici e i riti solenni nel tempio, ossia con una liturgia gratificante; ma nel clima desolato e squallido della più ignominiosa esecuzione capitale, del supplizio di maledizione: la morte di croce, in una liturgia di abbandono e di desolazione.

Proprio questo supplizio ignominioso e umiliante divenne offerta sacerdotale, olocausto sacrificale e salvifico, gradito a Dio, tramite il fuoco dello Spirito, fuoco di amore che consumò Cristo in croce: « Offrì se stesso a Dio - scrive l'autore della lettera agli Ebrei - con uno Spirito eterno » (Eb 9,14).

Di questo mistero è partecipe, per il battesimo, ogni cristiano ed è chiamato a viverlo nell'umile vita di ogni giorno. Sia la storia, sia la nostra vita sono disseminate di tanti piccoli e grandi calvari personali, familiari, comunitari, sociali, nazionali, mondiali. È una desolazione..., però, se ho fede, è anche una grazia: è la squallida liturgia del Calvario che si rinnova... e, se la vivo con amore, è purificazione, redenzione, salvezza, santità.

Comprendiamo come la spiritualità oblativa, riguardando tutta la nostra vita, è eminentemente teologale (non è solo sforzo morale o ascetico) è partecipazione alla vita di Cristo, per essere offerti al Padre, vivificati interiormente dallo Spirito: « L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rom 5,5). Si realizza così la profezia di Dio in Ezechiele: « Vi darò un cuore metterò dentro di voi uno spirito nuovo » (Ez 36,26).

La partecipazione al sacerdozio e al sacrificio di Cristo, lo ripetiamo, non è solo un'offerta rituale; è un'offerta di vita. Casomai, la liturgia del rito (eucaristia) ci apre e ci dà forza per la liturgia della vita.

Ecco perché la lettera agli Ebrei, dopo aver parlato ampiamente del sacerdozio e dell'offerta sacrificale del Cristo (capp. 1-10), per indicare che tutto questo ministero sacerdotale e sacrificale deve realizzarsi nella nostra vita, tratta a lungo delle opere della fede (cap. 11), della pazienza nelle prove e della fedeltà alla vocazione cristiana (cap. 12), per concludere al cap. 13: « Perseverate nell'amore fraterno. Non dimenticate l'ospitalità... Ricordatevi dei carcerati... Non dimenticatevi... di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace » (vv. 1-3.16; cf. Rom 12,9-16), con un'ultima esortazione ad essere partecipi di Cristo sacerdote e vittima: « Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città. Usciamo dunque verso di lui, fuori dell'accampamento portando il suo obbrobrio... » (Eb 13,12-13).

Questa funzione sacerdotale e vittimale è tipica, non solo dei preti, ma anche dei laici. Caratterizza tutte le loro azioni, li porta ad essere nella loro vita adoratori in spirito e verità, consacrando il mondo a Dio. Ne parla ampiamente il Vaticano II, (cf. LG 34: EV/1,372-373; cf. nn. 362; 374-381; 917; 1244).

 

Il nostro piccolo mistero di pietà

Dopo aver trattato della nostra partecipazione a Cristo sacerdote e vittima sul piano personale, precisiamo meglio come ognuno di noi, nel « grande... mistero della pietà » che è Cristo, possa essere un piccolo mistero della pietà.

Il mistero della pietà è un mistero di amore che si dona o amore oblativo, è l'amore di Dio-Padre che si dona a noi in Cristo Gesù.

Questo mistero di amore oblativo che scende in noi (di cui facciamo un'esperienza efficace nella preghiera di intimità) richiede da parte nostra l'amore oblativo che sale al Cristo e, tramite il Cristo, al Padre (ne facciamo l'esperienza ancora nella preghiera d'intimità). Diventiamo così, anche noi, nel Cristo « grande... mistero di pietà » (1 Tm 3,16), piccoli misteri di pietà, anzitutto accettando, nella quotidianità, le gioie della vita come espressione e manifestazioni dell'amore di Dio per noi. Siamo tanto superficiali che, facilmente, nelle gioie ci dissipiamo, diventiamo leggeri, euforici, non valorizziamo l'amore che le gioie della vita racchiudono e non ringraziamo il Signore, neppure le godiamo, preoccupati del passato o in ansia per il futuro; accettando le croci, le sofferenze quotidiane come espressioni e manifestazioni dell'amore di Dio per noi. Non si tratta di andare a cercare le croci o di inventarle, ma di accettare le umili croci di ogni giorno, di valorizzare l'umile quotidianità. Anche per le croci di ogni giorno, come per le gioie, siamo facilmente superficiali; ci lasciamo prendere dal nervosismo, dall'impazienza, cadiamo nella tristezza, ci lamentiamo e così, ripiegandoci egoisticamente su noi stessi, sulle nostre ferite, non valorizziamo l'amore che le croci racchiudono e sciupiamo gran parte della nostra vita. Capire che le croci quotidiane sono espressioni di amore e ringraziare (è assurdo lamentarsi delle manifestazioni d'amore) è vivere in un atteggiamento eucaristico 165

(preghiera di ringraziamento), è capire e vivere l'aspetto più difficile, più arduo del mistero della pietà.

Inoltre la vita non è solo accettazione, ma è anche dono, azione. Il mistero della pietà si realizza in noi, se diffondiamo attorno a noi i frutti dello Spirito; se siamo creature di carità, di gioia, di pace; creature di pazienza quindi di comprensione, di accettazione, di misericordia, di perdono; creature di bontà e di benevolenza, di umiltà e di mitezza, attaccati a Cristo e guidati nei nostri pensieri, desideri, parole, azioni, non dal nostro egoismo, ma dallo Spirito di Dio.

Nell'accettazione e nel dono noi viviamo l'oblazione d'amore sotto l'influsso dello Spirito Santo.

Il mistero della pietà, abbiamo detto, è un mistero di amore oblativo e, se vogliamo, se lo Spirito ci ispira e un saggio direttore spirituale ci approva, possiamo giungere a fare il voto di oblazione, la cui materia, senza obbligo di peccato grave, è l'accettazione delle gioie e delle croci quotidiane, ringraziando, e la diffusione dei frutti dello Spirito.

Realizziamo così, in Cristo « grande... mistero della pietà », il nostro piccolo mistero di pietà.

 

« Partecipi delle tribolazioni di Cristo »

La partecipazione a Cristo sacerdote e vittima, ossia al « grande... mistero della pietà » (1 Tm 3,16) ci coinvolge, non solo nella vita personale, ma nella vita apostolica.

Bisogna non solo occuparsi, ma preoccuparsi del fratello nel bisogno, fare propria la sua tribolazione, come Gesù ha fatto suo il nostro bisogno, il nostro peccato, è stato tribolato per noi: « Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio » (2 Cor 5,21).

Non dimentichiamo che la vita è disseminata di piccoli o grandi calvari. Anche la famiglia, anche la comunità possono essere un piccolo calvario nel grande calvario di Cristo. È dolore, ma è anche grazia. Ognuno di noi dica con Paolo: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo (lett. ‘quello che manca delle tribolazioni di Cristo’) a favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col 1,24). Non si tratta evidentemente di completare le sofferenze espiatrici di Cristo, già complete; ma l'apostolo Paolo vive quelle stesse tribolazioni apostoliche (nel suo corpo) che Cristo per primo esperimentò, e ha il suo posto sulla croce, accanto al suo Signore e Salvatore. Sono tribolazioni sofferte in vantaggio della Chiesa che è il Corpo di Cristo. Come per Paolo così è per ogni apostolo del vangelo di Cristo, per ognuno di noi.

La « thlipsis » (tribolazione) è una categoria biblicoteologale, che ci rimanda all'imitazione (mimesis), intesa, non in senso morale, ma vitale, di assimilazione a Cristo, per rivivere il suo mistero di morte e di vita.

La sorte del Maestro è la sorte del discepolo, come tante volte ricorda Paolo nelle sue lettere: « Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati..., portando sempre

e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel vostro corpo... Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita » (2 Cor 4,7.10.12).

È un vivere continuamente il mistero pasquale. Sempre riferendoci all'esempio di Paolo è significativo il fatto che egli non metta in primo piano l'organizzazione della sua opera di evangelizzazione a Corinto, le sue fatiche, l'essersi « fatto tutto a tutti » (1 Cor 9,23). La realtà nascosta, la più importante, che rende efficace il suo apostolato: è la sua assimilazione a Cristo, il rivivere il suo sacrificio. Comprendiamo come proprio nella debolezza dell'Apostolo, accolta e amata, la grazia di Cristo, tramite lo Spirito, raggiunga la sua massima efficacia: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12,9-10).

Il lavoro, le tribolazioni dell'Apostolo e nostre sono l'occasione per assimilarci a Cristo, rivivere il suo sacrificio... ed è proprio questa assimilazione, questo rivivere il sacrificio di Cristo che rende fecondo il nostro apostolato.

E Paolo insiste, scrivendo ai Filippesi: « Anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio liturgico della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi » (2,17).

Se è vero che siamo salvati, non per le nostre opere, ma per la fede e per l'assimilazione a Cristo e al suo sacrificio, allora le nostre opere contribuiscono alla redenzione e salvezza del mondo, non per se stesse, ma per la misura di amore, di offerta-sacrificio che contengono. Sono necessarie; ma valgono per la loro cristificazione.

Chi salva il mondo non è l'uomo, ma Dio in Gesù Cristo... Noi possiamo solo fare spazio alla salvezza, accoglierla nel nostro lavoro, nelle nostre opere; non mirare al successo, ma morire all'uomo vecchio, al nostro io, perché non sia ostacolata l'azione dello Spirito e nascano cose nuove: « Le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove » (2 Cor 5,17). Così collaboriamo alla realizzazione del « grande... mistero della pietà » (1 Tm 3,16);

E lo scandalo della croce che salva il mondo: « Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani » (1 Cor 1,22-23).

Il regno di Dio si costruisce con mezzi poveri. Esso ha come unica, vera risorsa, non le realizzazioni umane in sé, ma la debolezza dell'amore: la fede, la speranza, l'oblazione, l'immolazione, la riparazione.

È la vita di Cristo che siamo chiamati a condividere, vita di Cristo che ci è stata donata nel battesimo. Dobbiamo condividerla sul piano personale e sul piano apostolico. Condividerne la sorte di Servo del Signore, di Agnello immolato per la redenzione e salvezza del mondo. « Ecce venio... » ha detto Cristo, entrando nel mondo (Eb 10,7); « Ecce venio » ripetiamo anche noi, per partecipare al suo sacerdozio, al suo stato di vittima, per la redenzione del mondo, fino al « Consummatum est... » (Gv 19,30).

Quando parliamo di oblazione-riparazione-immolazione siamo rimandati alle profondità del sacerdozio e del sacrificio di Cristo, in una vita essenzialmente teologale e mistica. Siamo rimandati al primato dei « piccoli » e dei « poveri », non solo cone destinatari della salvezza, ma come protagonisti, primi operatori della salvezza, come abbiamo detto parlando del nostro lavoro e delle nostre opere, uniti a Gesù, sacerdote e vittima, sotto l'influsso dello Spirito: « Non c'è infatti altro nome, dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia possibile essere salvati » (At 4,12).

Ripetiamo: sono necessari il nostro lavoro, le nostre opere; ma valgono per la salvezza in quanto cristificate, ossia in quanto comunicano la morte e la vita di Cristo, non solo con le nostre parole, ma col dono della nostra vita: « In noi opera la morte, in voi la vita » (2 Cor 4,12). Così si realizza in noi la partecipazione al « grande... mistero della pietà » (1 Tm 3,16) sia personalmente sia apostolicamente, realizzando la parabola del chicco di grano (cf. Gv 12,24) e accogliendo l'invito di Paolo: « Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi (voi stessi) come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale » (Rom 12,1).

 

L'esempio del buon Samaritano

L'esempio più efficace e commovente ed insieme quotidiano nella pratica del « mistero della pietà » lo ritroviamo nella parabola del buon Samaritano (figura di Cristo) ove è chiara la condanna della pietà sterile, solo rituale del sacerdote e del levita, che passano oltre e anche il più lontano possibile dal malcapitato incappato nei briganti. Gesù, questo atteggiamento, lo pone in rilievo soprattutto riguardo al sacerdote, il quale « lo vide (il malcapitato), passò oltre, dall'altra parte » (Lc 10,31); mentre il levita semplicemente « lo vide e passò oltre » (Lc 10,32). Il Samaritano invece, « passandogli accanto, lo vide e ne ebbe compassione », una compassione che non è sterile pietà; ma « gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno » (Lc 10,33-35).

Il buon Samaritano non fa nulla di straordinario; fa con tutto il cuore quello che gli è possibile fare. Il Samaritano incarna la vera, fattiva pietà cristiana. Anche a ognuno di noi, Gesù domanda che facciamo quello che ci è possibile fare: « Va' e anche tu fa' lo stesso » (Lc 10,37).

 

Condizioni per il dono della pietà

La « pietà » è un dono dello Spirito e lo Spirito può elargirlo anche a persone non visibilmente appartenenti al popolo di Dio. Si riconosce in loro la presenza di questo dono dello Spirito dal fatto che agiscono non solo secondo giustizia, ma secondo verità e carità. Tali erano molti ascoltatori del discorso di Pietro nel giorno della pentecoste: « Giudei provenienti da tutte le nazioni... che per la loro pietà avevano preso dimora a Gerusalemme » (At 2,5). Come pure coloro che diedero sepoltura al martire Stefano: « Persone pie seppellirono Stefano e fecero un gran lutto per lui » (At 8,2). Uomo pio, come abbiamo già detto, è il centurione Cornelio « religioso e timorato di Dio, con tutta la sua casa,... faceva molta elemosina al popolo e pregava Dio incessantemente », tanto che Pietro esclama: « Davvero comprendo che Dio non ha preferenze di persone » (At 10,2.34).

Nelle lettere di Paolo si fa sempre più evidente che la vera pietà si esprime nell'amore e tenerezza filiale verso Dio, oltre che nell'amore e tenerezza verso il prossimo, caratteristici dell'uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità che viene dalla verità (cf. Ef 4,24). È evidente l'influsso dello Spirito.

Quindi l'autentica pietà non consiste tanto negli esercizi di pietà e nelle pratiche esteriori (cf. Col 2,1623), ma nel vivere « per Cristo, con Cristo e in Cristo » come affermiamo nella conclusione della grande preghiera eucaristica, quando ci offriamo con Cristo, sacerdote e vittima, al Padre e tutto il popolo acclama ad alta voce: « AMEN ».

Perciò Paolo si definisce « Apostolo di Gesù Cristo, per chiamare alla fede gli eletti di Dio e per far conoscere la verità che conduce alla pietà » (Tt 1,1). 1 collaboratori dell'Apostolo nell'annuncio del Vangelo devono, non solo con l'insegnamento, ma con la loro vita essere sacramenti, ossia testimoni della pietà, che è Cristo: « Tu, o uomo di Dio - scrive Paolo a Timoteo - mira alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla fortezza, alla mitezza » (1 Tm 6,11) e poco sopra Paolo afferma: « Certo, la pietà è un grande guadagno, congiunta però a moderazione » (1 Tm 6,5), letteralmente « autarchia » ossia il dominio di sé, accontentarsi di ciò che si ha. Quindi la pietà, dono dello Spirito, esige un'ascesi, un continuo sforzo di rinuncia alle attrattive delle passioni, al proprio egoismo, una rottura con la mentalità mondana, specialmente con la cupidigia che « è radice di tutti i mali » (1 Tm 6,10), « che è idolatria » (Col 3,5); esige l'accettazione delle sofferenze e persecuzioni che comporta la sequela di Cristo: « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù (ossia vivere il Vangelo) saranno perseguitati » (2 Tm 3,12).

Paolo raccomanda ancora a Timoteo di guardarsi dalle false illusioni della pietà, non fondata su una vita integra, vissuta nella verità, nella giustizia e nella carità... Sarebbe come dire, in linguaggio moderno, guardarsi dal beghinaggio, dalla bigotteria, dal pietismo, dal devozionalismo. I bigotti sono egoisti che si compiacciono del loro sentimentalismo verso Dio, leccano i santi e fanno a pezzi i cristiani e non solo i cristiani: sono in genere duri di cuore, taglienti nelle parole, senza carità, senza opere buone, come il sacerdote, il levita della parabola del buon Samaritano (Lc 10,31-32). Leggete la descrizione che fa s. Paolo dalla falsa ascesi, dell'affettata religiosità, umiltà, austerità nella lettera ai Colossesi (cf. 2,16-23).

L'Apostolo parla anche degli « ultimi tempi » (sembrano i nostri tempi) nei quali molti cristiani sono costretti a vivere in ambienti così materializzati e imbevuti di paganesimo, così egoisti, senza alcuna manifestazione di autentica pietà, da sentirsi in un conflitto continuo con la loro coscienza e con la fedeltà al Vangelo: « Devi sapere - scrive a Timoteo - che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall'orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la forza interiore (di trasformazione in Cristo). Guardati bene da costoro » (2 Tm 172

3,1-5), e parla quindi delle « donnicciole » che si lasciano accalappiare, « cariche di peccati e mosse da passioni di ogni genere... » (2 Tm 3,6).

E una fatica quotidiana essere fedeli al Vangelo in certi ambienti e comportarsi secondo coscienza, da cristiani. Tuttavia bisogna avere una viva coscienza di non esser mai soli: « Il Signore - dice Pietro - sa liberare i pii (gli uomini fedeli al Cristo) dalla prova » (2 Pt 2,9).

Concludendo, possiamo affermare che l'autentica pietà, secondo la Bibbia, è la vita vissuta in coerenza con le esigenze del Vangelo; quindi, non è solo la preghiera delle labbra, della mente, del cuore, del corpo; ma è la preghiera di tutta la vita, per rispondere all'amore di Colui che, secondo un cantico dell'Apocalisse, è « il solo pio »: « Grandi e mirabili sono le tue opere, - o Signore, Dio onnipotente; - giuste e veraci le tue vie, - o Re delle genti! - Chi non temerà, o Signore, - e non glorificherà il tuo nome? - Poiché tu solo sei santo (meglio, secondo la Vulgata: quia solus pius = tu solo sei pio: in greco « hósios »). - Tutte le genti verranno - e si prostreranno davanti a te, - perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati » (Ap 15,3-4).

 

Il dono della pietà

Varie volte, parlando della virtù della pietà abbiamo parlato anche del dono della pietà. Teniamo sempre presente che i doni dello Spirito Santo ci sono dati per venire in aiuto alla nostra debolezza nel praticare le virtù. In particolare il dono della pietà ci sostiene nel praticare la virtù della giustizia, che ci fa « dare a Dio ciò che è di Dio » (Mt 22,21) e agli uomini ciò che spetta agli uomini: « Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi - dice Gesù nel Vangelo - anche voi fatelo a loro; questa è infatti la legge e i profeti » (Mt 7,12).

Il dono della pietà, non solo ci aiuta a praticare la giustizia che, verso Dio, diventa virtù di religione, ma la perfeziona e la fa diventare carità, bontà, tenerezza.

Gesù parla anche della giustizia degli scribi e dei farisei, ma per condannarla, perché è vuoto e duro legalismo, tutto il contrario della pietà (cf. Mt 23,1-36).

La giustizia che Gesù vuole dai suoi discepoli è presentata meravigliosamente da Gesù stesso, come abbiamo già detto, nella parabola del buon Samaritano: è compassione, accoglienza, bontà, servizio, generosità, in una parola, carità; è Gesù che accoglie i poveri, gli emarginati, i peccatori, le donne di strada, cura gli ammalati, dà da mangiare alle turbe affamate, sente per loro compassione, perché sono come pecore sbandate senza pastore, risuscita i morti, fa del bene a tutti. L'uomo pio, come Gesù, segue sempre le ragioni del cuore, come il padre buono della parabola del figliol prodigo e non le ragioni della fredda giustizia, come il cosiddetto « fratello buono ». Così la giustizia diventa carità e il rapporto con Dio (la religione) diventa amore, abbandono, tenerezza filiale.

Il cristiano e massimamente il sacerdote, il religioso devono continuare nel mondo il « grande mistero della pietà » (1 Tm 3,16), Cristo Signore. Dobbiamo essere lampade sulle quali splende la luce del Verbo incarnato: « lo sono la luce del mondo » (Gv 8,12).

Ricordiamo il commento di s. Agostino al versetto 105 del salmo 119 (118): « Lampada per i miei passi è la tua parola - luce sul mio cammino ». La « lampada » richiama la « luce », come i « passi » richiamano il « cammino ».

Cristo, come Verbo incarnato, è certamente la « luce », non la « lampada ». Essere « lampada » è proprio della creatura che splende, perché le è comunicata la luce. Lampada era il Battista che fu inviato per « rendere testimonianza alla luce » (Gv 1,8). Il Verbo invece era « la luce vera che illumina ogni uomo » (Gv 1,9). Però 174

Gesù dice agli Apostoli, come a noi: « Voi siete la luce del mondo » (Mt 5,14), nel senso che devono essere lampade che portano la luce del Verbo al mondo, difatti, subito dopo, Gesù precisa: « Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sul lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone (la bontà, la carità dell'uomo che vive il dono della pietà) e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli » (Mt 5,15-16).

Così accogliendo la Parola, che è Cristo, « mistero della pietà », possiamo dire anche noi, col Salmista: « Lampada ai miei passi è la tua parola, - luce sul mio cammino » [Sal 119 (118), 105].

 

Il « Padre nostro »

La grande preghiera del « mistero della pietà » è il « Padre nostro ». Non è solo la preghiera del Signore; ma è una professione di fede in Dio-Padre, anche quando fa silenzio, anche quando sembra assente, nei tanti dolori e prove della vita. Pur non esperimentando le gioie della sua tenerezza paterna, noi la crediamo, con lo spasimo di tutto il nostro essere.

Il « Padre nostro » è un atto di speranza nell'avvento di « un nuovo cielo » e di « una nuova terra... Ecco la dimora di Dio con gli uomini!... Egli sarà ` Dio-conloro '. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi: non ci sarà più la morte né lutto né affanno, perché le cose di prima sono passate... Ecco, io faccio nuove tutte le cose » (Ap 21,1.3-5). Sono realtà finali, ma, se noi vogliamo e siamo creature di pietà, per la potenza dello Spirito, possono diventare realtà attuali. Si realizzano fin da questa vita con la pratica dei doni, dei frutti dello Spirito e delle beatitudini.

Il « Padre nostro » è soprattutto una manifestazione di carità. Esprime tutta la nostra tenerezza di figli verso 1'« Abbà », il « Papà », che ci ama di un amore eterno, indicibile, fedele (cf. Ger 31,3).

« Abbà » è la parola usata abitualmente da Gesù quando prega. È la forma vocativa dell'aramaico « ab » (padre); « abbà » significa: « o Padre » ed era il modo familiare con il quale i bambini si rivolgevano alloro papà. È il nostro « babbo ». Marco usa il termine « Abbà » e lo traduce per i suoi lettori greci e romani, quando riferisce la preghiera di Gesù nel Getsemani: « Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice » (Mc 14,36).

« Abbà »: babbo, papà era un parola tanto usuale e quotidiana da diventare perfino banale. Nessuno avrebbe mai pensato di servirsene in riferimento a Dio. Sarebbe stata una mancanza di rispetto, quando il nome stesso di Dio, Jahvè, non si poteva neppur pronunciare. Gesù invece si rivolge abitualmente a Dio col termine di « Abbà ». Per ben 170 volte ritorna questa invocazione sulla bocca di Gesù (4 volte in Marco, 15 in Luca, 42 in Matteo, 109 in Giovanni). Anche negli altri scritti del NT la parola aramaica « Abbà » è conservata, perché è caratteristica del Cristo storico, è espressione del suo rapporto unico e intimo col Padre celeste; « Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro » (Gv 20,17).

Per Gesù « Abbà » è il nome proprio di Dio: « Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome (Padre) e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato, sia in essi e io in loro » (Gv 17,25-26). Si realizza così la predizione del profeta Isaia: « Il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che gli dicevo: Eccomi qua » (Is 52,6).

 

Dio presente nella nostra vita

« Abbà! » è il significato profondo, nascosto, intimo del nome di Jahvè: « Io sono colui che sono », presente in mezzo al mio popolo come liberatore, come salvatore, come padre: « Come un padre ha cura dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono » [Sal 103 (102), 13]. Noi lo esperimentiamo come il Dio presente nella nostra vita, quando lo invochiamo con Gesù come Padre. Allora l'espressione scritturistica: « Non è forse Efraim, un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto... le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza » (Ger 31,20), diventa un'invocazione intima, profondamente personale, specialmente se siamo sotto l'influsso di quel prezioso dono dello Spirito Santo che è la pietà. Efraim è ognuno di noi, dopo che Gesù ci ha fatto « conoscere » Dio come Padre: « Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Mt 11,27). Gesù ci ha consegnato il Padre nelle mani, rivelandoci il suo vero, arcano nome di Padre: « Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo... e lo farò conoscere » (Gv 17,6.26). Gli uomini dati a Gesù sono gli apostoli, i discepoli, ognuno di noi. Con Gesù che prega « Padre mio! » e solo lui lo poteva fare come Verbo di Dio, noi siamo invitati a pregare: « Padre nostro », con l'animo pieno di fiducia e di abbandono totale del bimbo: « Se... non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,3). Solo con l'animo dei bimbi possiamo accogliere il regno di Dio (cf. Mc 10,15), scoprirne e viverne i misteri d'amore: « Ti benedico, o Padre, ... perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai disposto nella tua benevolenza » (Mt 11,25).

Dio è Padre per i figli che ricambiano il suo amore ed è Padre anche per chi rifiuta il suo amore, per chi è ingrato, ingiusto, malvagio: lo colma dei suoi doni, pur spingendolo a penitenza (cf. Lc 6,35; Mt 5,45). Nessun uomo è escluso dalla paternità di Dio. Egli è talmente Padre, è talmente vicino a noi, da conoscere ogni nostra necessità, anche le più umili e quotidiane: il cibo, il vestito... Egli che ha cura degli uccelli del cielo e dei fiori di campo (cf. Mt 6,25-32): « Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia - tutto il resto vi verrà dato in sovrappiù » (Mt 6,33). E come dire: riconoscete che Dio è Padre, ricambiate il suo amore e tutti gli altri beni vi verranno dati in sovrabbondanza.

Paolo ha coscienza dell'audacia necessaria per chiamare Dio santo, onnipotente, immenso col nome di « Abbà ». « Voi - dice Paolo - non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura; ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi... » (Rom 8,15). Paolo afferma che possiamo rivolgerci a Dio col termine di « Abbà », perché Gesù ci ha comunicato il suo Spirito d'amore, lo Spirito d'amore del Padre: « Lo Spirito Santo attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Rom 8,15).

Lo Spirito ci rivela la paternità di Dio mediante i suoi doni, che sono profonde esperienze di vita, specialmente il dono della pietà, col quale esperimentiamo la tenerezza di Dio verso di noi e la nostra tenerezza di figli verso di lui.

Esclamiamo allora anche noi, commossi, con s. Giovanni: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! » (1 Gv 3,1).

 

La grandezza dell'uomo

Col nome di « Abbà, Padre! » ci rivolgiamo a DioAmore; dal quale proveniamo come fonte della nostra esistenza e vita, nel quale sussistiamo per non cadere nel nulla, al quale tendiamo come fine e felice compimento di tutti i nostri desideri.

Qui cogliamo la grandezza dell'uomo: proviene dall'infinita Carità, è sostenuto dall'infinita Carità e tende all'infinita Carità. « Non disdegnare, Signore, - esclama s. Agostino - questo tuo filo d'erba assetato! ». « O Bellezza sempre antica e sempre nuova, troppo tardi ti ho conosciuto, troppo tardi ti ho amato... ».

Con l'invocazione « Abbà-Padre! » (Gal 4,6), lo Spirito orienta il nostro sguardo, il nostro cuore, la nostra vita a Dio-Amore, nel quale conosciamo noi stessi, valorizziamo la nostra vita. Ci guida contemporaneamente ad adorare, lodare, ringraziare Dio, datore di ogni bene. Solo l'uomo che prega, che agisce secondo carità, scopre il mistero di Dio e il mistero dell'uomo, mediante il dono della pietà. Nella verità della preghiera e della carità realizza la santità della vita.

La rivelazione unica e meravigliosa che ci ha fatto Gesù di Dio come Padre, ci apre il cuore all'abbandono e a una sconfinata fiducia. Cristo ci rivela che vi è una profonda unità fra lui e noi, proprio nel Padre: « Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro » (Gv 20,7). Ciò che in Cristo è una realtà di natura, in noi è una realtà di grazia.

Ricordiamo l'importanza che ha il Padre nella vita di Cristo: le sue parole sono del Padre; le sue opere, i suoi miracoli sono del Padre; il suo amore, l'eucaristia, la passione sono manifestazioni sensibili dell'amore del Padre: « Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio » (Gv 4,34). Ricordiamo come l'amore e il dolore del Padre si manifestino nell'amore e nel dolore del Cristo, specialmente nella sua passione. Dice Paolo: « E stato Dio (Padre) a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe... Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare giustizia di Dio » (2 Cor 5,19-21).

Le parole di Cristo, abbiamo detto, sono parole del Padre, le opere e i miracoli del Cristo sono opere e miracoli del Padre, tanto che Gesù può dire a Filippo, che gli ha chiesto: « Signore, mostraci il Padre... » - « Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre » (Gv 14,8-9).

 

La tenerezza del Padre

Se c'è un tempo in cui l'uomo ha estremamente bisogno della protezione e tenerezza del Padre celeste è proprio il nostro tempo. « L'uomo moderno – diceva Bernanos - ha tanto bisogno di tenerezza ». È come un bimbo spaurito, in un mondo dominato da tanto egoismo, da tanta violenza, dal terrore di una catastrofe mondiale. Ripensiamo alle « folle stanche, sfinite, come pecore senza pastore » (Mt 9,38) e alla pietà affettuosa di Cristo che cura « ogni malattia e infermità » (Mt 9,35);

E’ assolutamente necessario ritornare a Dio Padre, che governa con sapienza e amore la storia, protegge l'uomo con la sua grazia onnipotente e può ritrasformare gli uomini in padri e le donne in madri. Pensiamo alla piaga dell'aborto. Il cristianesimo annunzia che Dio è Padre e, insegnando all'uomo a recitare il Padre nostro, non gli insegna solo a pregare Dio; ma a pregare in Dio, a entrare nella sua intimità trinitaria, a vivere ed esperimentare la tenerezza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, con il dono preziosissimo della pietà. Il Padre nostro è una preghiera che ci immerge, con Gesù, nel mistero trinitario. Sotto l'impulso dello Spirito partecipiamo ed esperimentiamo la gioia indicibile di Gesù di essere figli: « E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida Abbà - Padre! . Quindi non sei più schiavo, ma figlio... » (Gal 4,6-7). Così, vivendo il Padre nostro, avviene continuamente il nostro esodo, per essere sempre meno schiavi e sempre più figli. Beati noi, se sapendo queste cose, permettiamo allo Spirito di realizzarle nell'intimità della nostra preghiera e nella carità della nostra vita (cf. Gv 13,17).

Con il dono della pietà lo Spirito Santo modella il nostro cuore sul cuore mite e umile di Cristo (cf. Mt 11,29), realizza in noi la famosa profezia del « cuore nuovo » di Ezechiele: « Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne » (Ez 36,26).

La tenerissima invocazione: « Abbà, Padre! » che Gesù ha messo nel nostro cuore e sulle nostre labbra: « Padre nostro... » (Mt 6,9), non solo ci fa conoscere con certezza che siamo figli, ma ci fa esperimentare una dolcezza indicibile e nel cuore un abbandono filiale, che ci spinge all'esperienza della preghiera di intimità, alla contemplazione e alla mitezza verso tutti i nostri fratelli, implorando incessantemente: Gesù mite ed umile di cuore, donaci il tuo cuore.

Con il dono della pietà, il cuore dell'uomo è spinto a rendere al Padre il culto che è gradito al cuore del Padre, come dice Paolo: « Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale » (Rom 12,1).

Della misericordia di Dio e quindi della sua pietà Paolo ha parlato a lungo all'inizio della lettera ai Romani e specialmente nei capitoli 9-11, fino ad affermare: « Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia! » (Rom 11,32). Sgomento, Paolo esclama: « O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! » (Rom 11,33). Ecco allora la nostra risposta alla pietà e tenerezza del Signore: « Offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale » (Rom 12,1), ossia offrire la nostra persona, tutti noi stessi « come sacrificio vivente, santo... » come esseri viventi che si mettono in disparte, perché riservati solo a Dio, donati e abbandonati a Lui senza riserve. Questo è il nostro autentico culto spirituale, ossia il culto prestato a Dio secondo lo Spirito della pietà filiale.

Ritorna sempre la stessa realtà: la pietà non è completa e autentica, finché si accontenta di bei canti, belle preghiere, solenni cerimonie, devoti atteggiamenti, cori, danze, esplosioni di gioia, finché non celebriamo la liturgia della nostra vita, finché il nostro cuore rimane duro, le parole aspre, severe, facili al giudizio e alla condanna, a volte addirittura spietate, finché non ci offriamo totalmente (cuore, mente, parole, azioni...) a Dio-Padre. Vivere il dono della pietà è vivere l'oblazione totale di noi stessi nell'oblazione totale del Cristo, offrirci con Cristo al Padre in unione al suo sacerdozio e al suo stato di vittima, come facciamo, speriamo con sempre maggior convinzione, ogni giorno, nella messa, concludendo con la grande preghiera eucaristica: « Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen ». Sì, con tutto il mio cuore, con tutta la mia vita, per il tempo e per l'eternità.

Il dono della pietà si esprime specialmente nell'adorazione eucaristica, continuazione contemplativa della messa, tempo puro dell'oblazione. Nell'adorazione eucaristica non c'è azione, c'è solo adorazione, offerta, lode, ringraziamento, stupore, unione d'amore. Questo è quel « culto in spirito e verità » di cui parla Gesù alla Samaritana: « È giunto il momento ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori » (Gv 4,23).

Si realizza ciò che dice Pietro nella sua prima lettera: « Anche voi venite edificati in pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale (costruito e abitato dallo Spirito Santo), per costituire una santa comunità sacerdotale, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo » (1 Pt 2,5: TOB). Se, nell'oblazione, offriamo noi stessi « come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio », siamo noi stessi allora veri santuari di adorazione eucaristica del Signore.

Così, tutta la vita del cristiano e specialmente del sacerdote, del religioso diventa adorazione, lode, ringraziamento: « Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio » (1 Cor 10,31).

 

Dalla pietà al dono della mitezza

Il dono della pietà porta a un'intensa esigenza di santità interiore, alla purezza dei sentimenti, alla semplicità dei gesti e si riflette nella luminosità del volto, nel candore

dello sguardo, nella spontaneità del sorriso: nulla vi è di artefatto, di studiato, di affettato che sa di falsa apparenza. Il dono della pietà guarisce da ogni durezza di cuore, da ogni asprezza di parole e di giudizi, anche verso i cattivi, proprio come fa il Padre celeste, che su tutti fa scendere i doni della sua infinita bontà: « Fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti » (Mt 5,45). L'autentica pietà, come irradia la paternità di Dio, così costruisce la fraternità umana.

Al dono della pietà corrisponde la beatitudine della mitezza: « Beati i miti, perché erediteranno la terra » (Mt 5,5) ossia conquisteranno, non solo il cuore di Dio, ma anche il cuore degli uomini.

La mitezza o mansuetudine suppone sempre una grande povertà in spirito, una profonda umiltà, come ci ha detto Gesù, raccomandandoci insistentemente: mettetevi alla mia scuola, ossia « imparate da me che sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29).

 

 

IX.

IL DONO DEL CONSIGLIO

 

Voglio iniziare queste riflessioni sul dono del consiglio con una mia esperienza personale, nella convinzione che possa giovare a qualcuno.

Si sa che nella vita religiosa, non sempre la collaborazione è facile, specialmente se si è di nazionalità diverse, perciò di diversa educazione, mentalità ecc. Nella mia vita mi sono trovato in una comunità molto numerosa, con religiosi di diversi paesi.

Ero responsabile di un'attività importante e quattro confratelli erano miei collaboratori. Tutti avevano le loro buone doti e i loro difetti, ma a uno in particolare si potevano applicare i versetti del salmo: « Non siate come il cavallo e come il mulo, - privi d'intelligenza; - si piega la loro fierezza con morso e briglie, - se no, a te non si avvicinano » [Sal 32 (31), 9].

Era come se guidassi un'auto, nella quale di tanto in tanto, una ruota si bloccava o come se conducessi una diligenza, tirata da quattro cavalli, dei quali uno era bizzarro: all'improvviso si arrestava o tirava tutti fuori strada. Era tutto inutile. Se c'erano dei lavori che a lui non andavano oppure se aveva la luna storta li bloccava per giorni e giorni..., una volta per più di un anno e, purtroppo..., faceva un lavoro che solo lui sapeva fare.

La mia sofferenza quotidiana era davvero grande. Giunsi a una situazione umanamente insopportabile. Fu allora che il Signore mi fece capire che dovevo essere io a convertirmi, ed ecco come.

Grazie a Dio avevo la buona abitudine della preghiera personale. Pregavo lo Spirito di illuminarmi e aiutarmi.

Un pomeriggio alla fine della preghiera personale (che era stata solo dolore) mancando alcuni minuti ancora per la cena, mi venne il dubbio di non avere recitato l'ora media. Mi ricordo sempre: era il venerdì della prima settimana. Recitai i salmi... e mi diedero un grande sollievo: « Io sono prostrato nella polvere - dammi vita secondo la tua parola... » [Sal 119 (118), 25]. « Io piango nella tristezza; - sollevami secondo la tua promessa... » [Sal 119 (118), 28]. « Signore fammi giustizia: - nell'integrità ho camminato, - confido nel Signore, non potrò vacillare » [Sal 26 (25), 1]. « Nel Signore ho sperato: - e ho provato il suo aiuto » (Ant.). « A te grido, Signore; - non restare in silenzio, mio Dio, - perché, se tu non parli, - io sono come chi scende nella fossa » [Sal 28 (27), 1]. « Sia benedetto il Signore, - che ha dato ascolto alla voce della mia preghiera » [Sal 28 (27), 6].

Dopo la recita dei salmi, leggo la lettura breve di nona, un brano della lettera ai Colossesi: « Rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi » (3,12-13).

Mi si riempirono gli occhi di lacrime. La rilessi e una grande pace scese nel mio cuore. Veramente la Parola di Dio è sacramentale!

La situazione non era cambiata; era cambiato il mio cuore. Era come se il dolore non mi pesasse più..., quasi riguardasse un'altra persona.

Sono convinto che, in quel momento, lo Spirito ha agito in me col dono del consiglio. Mi diceva al cuore, non con le parole, ma con le disposizioni interiori, come dovevo comportarmi con quella persona... accettandola. Assieme col dono del consiglio avevano agito in me altri doni: quello dell'intelletto, per comprendere a fondo la Parola di Dio; quello della pietà, per esperimentare la tenerezza del Padre verso di me e la mia tenerezza verso di lui e verso i fratelli, tutti, anche quelli scomodi; il dono della fortezza, per affrontare con coraggio, secondo lo Spirito di Dio, la mia difficile situazione. Compresi che quando agisce un dono, agiscono più o meno anche gli altri doni e si gustano anche i frutti dello Spirito, ad es., per me, fu l'esperienza di una profonda pace, che portava con sé gioia, pazienza, bontà, umiltà, unione a Cristo, dominio dello Spirito. Il mondo dello Spirito è davvero meraviglioso.

 

Siamo pieni di dubbi e di incertezze

Il santo timore di Dio ci ha liberati dalla superbia; la fortezza ci ha guarito dalla pigrizia e dalla paura; la pietà ci ha fatto superare la durezza della mente e del cuore, l'asprezza delle parole e degli atteggiamenti, ora esperimentiamo in noi il desiderio ardente di fare la volontà di Dio, di vivere nella carità, sotto l'influsso dei doni dello Spirito; ma, a volte, siamo incerti, non sappiamo che cosa sia meglio fare, quale via imboccare; da qui l'utilità, anzi la necessità del dono del consiglio.

Ricordiamo le parole della Sapienza: « I ragionamenti dei mortali sono pieni di dubbi e fallibili le loro deliberazioni, perché il corpo corruttibile pesa sull'anima e la dimora terrena opprime la mente, presa da molte ansie. Ora, a stento congetturiamo le cose terrene e troviamo penosamente quelle che sono a portata di mano; chi potrà scoprire quelle celesti? » (Sap 9,14-17). Da qui la necessità del dono del consiglio, specialmente nelle scelte della vita spirituale.

Ci è spontaneo pregare: « Mostrami, Signore, la tua via, - perché nella tua verità io cammini; - donami un cuore semplice - che tema il tuo nome. - Ti loderò, mio Dio, con tutto il cuore e darò gloria al tuo nome, 187

sempre, - perché grande con me è la tua misericordia...,» [Sal 86 (85), 11-13].

E’ una preghiera che, fatta con fiducioso abbandono, Dio-Padre sempre esaudisce e così, alla fine, potremo anche noi elevare col Salmista la preghiera di benedizione e di lode a Dio: « Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; - anche di notte il mio cuore mi istruisce. - Io pongo sempre innanzi a me il Signore, - sta alla mia destra, non posso vacillare. - Di questo gioisce il mio cuore, - esulta la mia anima; - anche il mio corpo riposa al sicuro » [Sal 16 (15), 7-91.

 

L'insegnamento della Scrittura

Per comprendere meglio il dono del consiglio esaminiamo brevemente che cosa dice la Scrittura riguardo a questo prezioso mezzo suggerito dalla virtù della prudenza. Il dono del consiglio perfeziona la virtù della prudenza.

I libri sapienziali dell'AT sono pieni di consigli, espressi non solo in forma esortativa, ma anche sotto forma di sentenze, di proverbi, spesso con una piacevole vena di umorismo. Esprimono la sapienza caratteristica degli anziani, dei saggi, dei consiglieri che, in Israele, costituivano una scuola, una categoria molto stimata; con i sacerdoti e i profeti guidavano i re, il popolo e particolarmente i giovani senza esperienza.

Ho detto che i consigli erano ordinariamente conditi di umorismo: « Hai davanti una tavola sontuosa? - Non spalancare verso di essa la tua bocca... » (Sir 31,12).

« Chi è indolente nel lavoro - è fratello del dissipatore » (Pro 18,9). « Anche lo stolto, se tace, passa per saggio - e, se tiene chiuse le labbra, per intelligente » (Pro 17,28).

Modello di sapienza nel consigliare è Giuseppe l'ebreo. Era un dono che aveva ricevuto da Dio e l'aveva coltivato col santo timore di Dio e col dominio di sé.

Alla moglie del padrone Putifare, che ripetutamente lo tenta: « Unisciti a me!... unisciti a me!... » (Gen 39,7.12) Giuseppe risponde che non può fare un così grave torto al suo padrone, che ha piena fiducia in lui e poi « Come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio? » (Gen 39,9). La sua vita è caratterizzata dall'umiltà e dalla modestia: non si deprime nella sventura, non si esalta nel trionfo. Sa essere prudente consigliere del faraone riguardo alla carestia; sa dominare col silenzio i suoi affetti naturali di fronte ai fratelli. Con « l'amore ricopre ogni colpa » (Pro 10,12). La sua vita ha un sigillo di autentica nobiltà. Dio, col suo consiglio, lo dirigeva.

Modello di sapienza nel consigliare è anche Daniele, sia nella vicenda di Susanna, sia nel conoscere i segreti eventi futuri: la statua di Nabucodonosor (2,1-49); la visione del re Baldassàr: « Mene, tekel, peres » (5,1-31); le settanta settimane d'anni (9,20-27).

Secondo la Scrittura, più che conoscere « i consigli degli uomini », è importante conoscere il « consiglio di Dio », nel quale è presente la storia del mondo e il destino dell'uomo: « Molte sono le idee nella mente dell'uomo, - ma solo il disegno del Signore resta saldo » (Pro 19,21).

È buon consigliere chi parla dopo aver parlato con Dio, ossia pregato; chi invoca lo Spirito anche mentre parla e dà consiglio, perché è convinto che solo lo Spirito è fonte di ogni sapienza e prudenza: « All'uomo appartengono i progetti della mente, - ma dal Signore viene la risposta » (Pro 16,1).

Pur pregando Dio e invocando lo Spirito, chi dà consigli deve utilizzare tutti i mezzi umani possibili, ad es. lo studio; « C'è oro e ci sono molte perle, - ma la cosa più preziosa sono le labbra istruite » (Pro 20,15); l'arte del parlare: « Una mente saggia rende prudente la bocca... - Favo di miele sono le parole gentili » (Pro 16,23-24) e anche l'arte del tacere, perché, a volte, il consiglio migliore è il silenzio: « Chi apre troppo le labbra incontra la rovina » (Pro 13,3).

Col titolo di « Consigliere ammirabile » Isaia designa il Messia. Su di lui si poserà lo spirito di Dio con tutti i suoi doni, fra i quali il dono del consiglio: « Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio... ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace » (Is 9,5). « Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore » (Is 11,2).

Nel consiglio di Dio, ossia nel suo piano di salvezza, realizzatosi in Cristo, si esprime tutta la sapienza di Dio, come, con splendida preghiera di benedizione e profondità di pensiero, si esprime Paolo nell'inno cristologico della lettera agli Efesini (1,3-14). Leggilo. È una sola, lunga lode, straripante di stupore, pronunciata tutta d'un fiato in 12 versetti, ritmati dal ritornello « in Cristo » o « in lui » e da formule di dossologia: « A lode e gloria della sua grazia » (v. 6); « A lode della sua gloria » (vv. 12-14). Consiglio e disegno d'amore di Dio che si esprimono nell'elezione e predestinazione nostra « prima della creazione del mondo » (vv. 4-5); nella liberazione o « redenzione mediante il sangue (di Cristo) » (vv. 6-7); nella ricapitolazione: « il disegno... di ricapitolare in Cristo tutte le cose » (vv. 8-10); nel dono dell'eredità promessa « perché noi fossimo a lode della sua gloria » (vv. 11-12) e, infine, nell'effusione dello Spirito (vv. 13-14).

Il meraviglioso consiglio di Dio o disegno della salvezza nessuno può mandarlo a vuoto: « Chi può resistere al suo volere? » si domandava Paolo (Rom 9,19) e tutto questo è per noi causa di grande gioia e speranza, perché siamo sicuri che la promessa da parte di Dio, della nostra salvezza e santità con la nostra libera collaborazione, certamente si realizza. Occorre la nostra libera collaborazione, poiché: « Chi ha creato te senza di te - dice s. Agostino - non salverà te senza di te ». Per questo Gesù nel Vangelo ci dà tanti consigli, perché la salvezza si realizzi in ciascuno di noi fino alla santità personale.

 

I consigli di Gesù e di Paolo

Quando diciamo che sono « consigli » non intendiamo dire che sia facoltativo metterli o non metterli in pratica. Noi sappiamo che il precetto del Signore o la legge della nuova alleanza è una sola, la carità. Ora, i consigli che dà Gesù riguardano aspetti, realizzazioni concrete della carità. Perciò, come la carità è obbligatoria per tutti i cristiani, così i consigli di Gesù sono obbligatori per ogni cristiano, tenendo conto delle esigenze del proprio stato.

Pensate a tutto il discorso della montagna (Cf. Mt 5-7), cominciando dalle celebri beatitudini (Cf. Mt 5,1-12), venendo al dovere di compiere opere buone per essere sale e luce del mondo (Cf. Mt 5,13-16; 6,1-4), al dovere del perdono e della riconciliazione con i fratelli (Cf. Mt 5,21-26), al dovere di amare perfino i propri nemici, di far loro del bene, di pregare per i propri persecutori (Cf. Mt 5,38-48; Lc 6,27-36), al dovere di essere misericordiosi, di non giudicare, di perdonare (Cf. Lc 6,36-42).

I consigli riguardanti la preghiera (Cf. Mt 6,5-13; 7,7-11), la penitenza e il digiuno (Cf. Mt 6,16-18), le ricchezze (Cf. Mt 6,19-21), la fiducia nella Provvidenza (Cf. Mt 6,25-34), l'impegno a entrare per la porta stretta e percorrere la via angusta per giungere alla vita (Cf. Mt 7,13-14)... Chi può dire che questi consigli di Gesù siano facoltativi? Sono in realtà una necessità di salvezza..., e anche i famosi consigli evangelici: castità, povertà e obbedienza, non sono obbligatori solo per i religiosi, ma per tutti i cristiani, secondo le esigenze del loro stato. C'è infatti una castità coniugale da osservare; c'è una povertà interiore ed esteriore che deve caratterizzare la vita del vero cristiano e, infine, ogni cristiano deve rivivere il mistero pasquale di Cristo, che si è « fatto obbediente (al Padre) fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,8).

Tutti questi consigli possono essere riassunti nel consiglio supremo di Gesù: « Voi dunque siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48). Luca così lo esprime: « Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro » (Lc 6,36).

È un impegno di santità che trova il suo vertice nella pratica dell'amore oblativo, l'amore gratuito: quello stesso del Padre che elargisce i suoi doni, non solo ai buoni, ma anche ai cattivi (cf. Mt 5,45) e che, in Cristo, ha amato e perdonato i suoi stessi nemici: « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno » (Lc 23,34).

Tutti i consigli di Gesù si raccolgono nel precetto della carità: « Vi do un comandamento nuovo (l'uso di precetto, di comandamento riguardo alla carità è da comprendersi bene: non è un'imposizione dall'esterno; ma un mettere in rilievo un'esigenza profonda, che è nell'intimo del cuore umano in se stesso e dal momento che ha aderito a Cristo) che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo sapranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri » (Gv 13,34-35) e Paolo: « Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole... L'amore non fa alcun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore » (Rom 13,8.10).

Quello che abbiamo detto dei consigli di Gesù, dovremmo ripeterlo dei numerosi consigli che dà Paolo ai primi cristiani: « Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo » (Ef 4,32). « Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi e camminate nella carità nel modo che anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore » (Ef 5,1-2). Infine il celebre passo della lettera ai Colossesi, che ho già citato, ma ancora lo ricordo, perché è uno splendido programma di vita, sul quale è opportuno fare di tanto in tanto un'utile revisione di vita: « Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi, al di sopra di tutto poi vi sia la carità che è il legame perfetto (o vincolo della perfezione) » (Col 3,12-14). La carità « è la via migliore di tutte » (1 Cor 12,31), come si esprime Paolo nel celebre inno alla carità (cf. 1 Cor 13).

La perfezione nella carità o amore oblativo è proposta a tutti i cristiani e tutti devono tendervi secondo l'invito di Gesù: « Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48).

 

« Il Maestro dell'ora »

Lo Spirito Santo ci è donato perché ci ricordi i divini consigli di Gesù, in ogni situazione, dubbio, ansietà, preoccupazione, difficoltà della vita: « Il Consolatore, lo Spirito che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto » (Gv 14,26). Lo Spirito è la « memoria » di Gesù: una memoria colma di tanta dolcezza e pace come dice s. Giovanni nella sua prima lettera: « Quanto a voi, l'unzione (dello Spirito) che avete ricevuto da lui (Cristo) rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione (ossia lo Spirito) vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui (Cristo), come essa (lo Spirito) vi insegna » (1 Gv 2,27).

Lo Spirito agisce in noi col dono del consiglio, non solo quando siamo incerti, nel dubbio, non sappiamo che cosa sia meglio fare, quale via imboccare; ma anche quando rischiamo di essere precipitosi nel parlare, impazienti nell'agire: difetti usuali per chi è emotivo o peggio ansioso. Ricordiamo in queste situazioni che lo Spirito è il « Maestro dell'ora », ossia la sua azione è tempestiva anche nelle azioni più ordinarie, poiché la materia dei doni non è sempre necessariamente di natura elevata; perciò lasciamo da parte la nostra ansietà, fretta, frenesia, raccogliamoci in preghiera, consigliamoci con lui. Lo Spirito parla direttamente al cuore o spesso si serve della Parola di Dio.

Se siamo sotto il peso della prova, della sofferenza, lo Spirito susciterà nel nostro cuore, con grande dolcezza il ricordo delle parole di Gesù: « Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati e io vi ristorerò: prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero » (Mt 11,28-30) oppure: « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua » (Lc 9,23). E’ necessario però che ci apriamo con umiltà e fiducia allo Spirito e non ci chiudiamo nella durezza del nostro egoismo.

Se siamo vittime della sfiducia, dello scoraggiamento ci può suggerire: « Cammina umilmente con il tuo Dio » (Mi 6,8). « Mi glorierò delle mie debolezze perché trionfi in me la forza di Cristo... Quando sono debole è allora che sono forte » (2 Cor 12,9-10). « Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia » [Sal 131 (130), 2]. O Dio, mia roccia di difesa, in te la mia speranza [cf. Sal 62 (61), 3.6].

Il cuore che accoglie uno di questi consigli, esperimenta la pace, la serenità, acquista forza e speranza. Può darsi, a volte, che una persona ci sia cordialmente antipatica e ci dispiaccia in tutto ciò che fa, in tutto ciò che dice; abbiamo un senso quasi fisico di rigetto, che ci mette a disagio. Raccogliamoci nella preghiera allo Spirito e ci giungerà il suo consiglio: « Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? » (Mt 5,46). « Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? » (Mt 7,3). Nasce così nel nostro cuore la serena convinzione che tutti siamo tanto deboli e fragili, che dobbiamo guardarci a vicenda con occhi di compassione e misericordia e portare i pesi gli uni degli altri.

Come vedete, il dono del consiglio si manifesta molto nel confronto con la Parola di Dio. Da questo confronto i discepoli di Emmaus si sentirono trasformati nel cuore: « Non ci ardeva il cuore, in petto, mentre egli ci parlava lungo la via, quando ci spiegava le Scritture? » (Lc 24,32). Gesù aveva comunicato loro lo Spirito e il consiglio migliore fu quello di non fermarsi ad Emmaus, ma di ritornare quella stessa notte a Gerusalemme ad annunciare la risurrezione del Signore.

Quando abbiamo mancato alla carità, ne soffriamo e vorremmo ricucire lo strappo, mettiamoci in preghiera. Quanti ricordi di Gesù riguardo alla carità ci può richiamare lo Spirito, quante esortazioni! « Se presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te (a maggior ragione se hai tu qualcosa contro di lui), lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi vieni ad offrire il tuo dono » (Mt 5,23-24).

Così « lo Spirito » viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare (tanto meno che cosa sia meglio fare), ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili e colui che scruta i cuori (ossia il Padre) sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio » (Rom 8,26-27).

Perché possiamo cogliere questa « intercessione » questo « gemito interiore » dello Spirito, è assolutamente necessario implorarlo, mettersi in preghiera prima di ogni decisione, prima di parlare, di agire o non agire. La preghiera esprime umiltà, amore, fede, abbandono, speranza. È necessario eliminare gli ostacoli all'azione dello Spirito; il cuore deve essere libero da passioni coltivate: superbia, ambizione, impazienza, sensualità, invidia, gelosia..., in una parola libero dall'egoismo; occorre il silenzio del cuore, un silenzio che è adorazione, lode, ringraziamento, abbandono.

Il silenzio è 1'« udito del cuore »: fra tante voci sa cogliere la voce dello Sposo che ci parla e ci consiglia tramite il suo Spirito.

 

Un istinto soprannaturale

Ricordiamo che i doni dello Spirito ci sono dati per sorreggere la nostra debolezza nella pratica delle virtù. Il dono del consiglio ci viene in aiuto nell'esercizio della prudenza, virtù importantissima fra tutte le virtù morali, perché ha il compito di equilibrare e armonizzare il loro esercizio, ad es. la fortezza non deve essere temerarietà né asprezza e neppure debolezza; la giustizia non deve essere né rigida severità né eccessiva accondiscendenza. Come conciliare la fortezza e la giustizia con la bontà e la dolcezza? La virtù della prudenza ci suggerisce il giusto mezzo.

Il dono del consiglio perfeziona la prudenza. Ci rende capaci, quasi per un istinto soprannaturale, di giudicare, a volte con sorprendente prontezza, ciò che è giusto dire o non dire, fare o non fare, nelle più svariate situazioni della vita.

Per approfondire ancor meglio questo prezioso dono del consiglio, ricorriamo a s. Tommaso d'Aquino. Nella Summa ci dice che tipica manifestazione del dono del consiglio è la « sedatio anxietatis dubitationis »: « placare l'ansietà del dubbio ».

Il dono del consiglio, spiega un suo commentatore, Giovanni di s. Tommaso, ci fa avanzare nella notte, attraverso le nostre tenebre razionali, con la sicurezza intima che siamo nella via di Dio. Tramite lo Spirito esperimentiamo Gesù « via, verità... vita » (Gv 14,6). Pensiamo spontaneamente alla « piccola via » del puro amore, dell'amore oblativo di s. Teresa di Lisieux, che seguì sicura attraverso quel tunnel oscuro, tenebroso, specialmente per la privazione dell'esperienza della fede, per il quale dovette camminare negli ultimi tempi della sua vita.

Come luce sicura nella notte dell'anima, il dono del consiglio è in armonia e ci richiama il dono della sapienza. Si tratta di andare avanti sotto l'impulso della carità, palpitante in fondo al cuore, con la quale lo Spirito ci fa esperimentare il suo influsso, senza dirci dove ci condurrà, ma con la sicurezza intima che tutto si risolverà per il nostro bene: « Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rom 8,28). « Il vento soffia dove vuole - dice Gesù a Nicodemo - e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito » (Gv 3,8).

Questa immagine del vento vale per tutti i doni dello Spirito. Riguardo al dono del consiglio ricordiamo la brezza leggera di Elia sull'Horeb, dove era presente il Signore e non nel fuoco, né nel terremoto, né nel vento gagliardo (cf. 1 Re 19,9-18).

Nel dono del consiglio lo Spirito si manifesta con grande delicatezza e forza; non violenta la libertà, anzi l'aiuta, rendendola libera da ogni ansietà, da ogni dubbio.

 

Un'intuizione divina

Occorre abbandonarsi fiduciosamente allo Spirito. Chi esige per parlare o per agire la sicurezza assoluta, la certezza razionale; chi è infetto di perfezionismo, ostacola l'influsso dello Spirito, cadendo nell'ansietà, nell'incontentabilità e spesso nell'inerzia. Mentre con meno certezza nostra... nostra...; con meno perfezione nostra... nostra, e più fiducia nello Spirito, possiamo essere « luoghi » delle meraviglie d'amore di Dio; possono realizzarsi in noi le sue grandi opere.

Pur non rinunciando alla riflessione razionale, richiesta dalla virtù della prudenza, rileviamo che il dono del consiglio si manifesta come un'intuizione che rende inutili tanti ragionamenti. È un'esperienza intima, che non ha bisogno di motivazioni, pur essendo in armonia con tutto ciò che è ragionevole e secondo la fede. L'anima intuisce che, agendo per puro amore e facendo qualsiasi cosa, mossa da amore oblativo, è perfettamente nella volontà di Dio. Il dono del consiglio ci spinge a non esitare più, non rivelandoci i segreti della volontà divina, non rispondendo a nostri « perché »; ma facendoci, al contrario, accettare di camminare nell'oscurità, sicuri di essere nella sua volontà: « Se dovessi camminare in una valle oscura, - non temerei .alcun male, perché tu sei con me. - Il tuo bastone e il tuo vincastro - mi danno sicurezza » [Sal 23 (22), 4]. « Cammina umilmente con il tuo Dio » (Mi 6,8). Importante non è sapere; importante è amare, aver fiducia, camminare.

Tutto questo è accompagnato da grande pace interiore. Fidarsi dello slancio d'amore interiore è somma sapienza e tutto questo avviene sotto l'impulso del dono del consiglio, con una certezza intima che Dio non ci abbandonerà in ciò che umilmente facciamo per suo amore. In questa situazione il consiglio viene dalla carità di Dio o Spirito di Dio: « Abyssus abyssum invocat » [Sal 42 (41), 8]: l'abisso dell'umiltà fa appello all'abisso della carità.

 

Il discernimento degli spiriti

Questo dono-intuizione del consiglio è tanto prezioso che ci è spontaneo cercarlo negli uomini di Dio, perché lo Spirito, tramite loro, ci illumini. Tutto questo è molto in armonia con lo stile sacramentale, tipico di Dio, ossia ci comunica i suoi lumi, i suoi favori con strumenti e mezzi umani. È lo stile dell'incarnazione. Da qui l'utilità e la necessità della direzione spirituale, per un periodico confronto di vita.

Si realizza così, normalmente, secondo la provvidenza di Dio, il discernimento degli spiriti. Dice Giovanni di s. Tommaso: « Comunemente l'illuminazione di Dio avviene dipendendo da altri». A questo ci spinge lo spirito di fede.

Il dono del consiglio, abbiamo detto, agisce quando siamo staccati dalle passioni che ci turbano, dall'agitazione e precipitazione. Diceva s. Vincenzo de' Paoli: « Dio è molto onorato del tempo che si usa per considerare con maturità le cose che riguardano il suo servizio» e Newman ha scritto quella celebre poesia-preghiera, vera implorazione del dono del consiglio: « Lead kindly light »... « Conducimi luce gentile »... « Keep thou my feet... » « proteggi tu i miei passi » e P. Ch. de Condren, pieno di rispetto per il mistero dei disegni di Dio, come direttore di anime, diceva: « Bisogna dare a Dio il tempo che desidera la soavità della sua condotta ». Noi siamo impazienti, perché non abbiamo tempo: Dio ha l'eternità. Non pretendiamo che Dio adegui il suo passo ai nostri passi e i suoi tempi ai nostri tempi. Con fiducia attendiamo nell'abbandono d'amore.

Per implorare il dono del consiglio proponiamo questa semplice preghiera, già citata e in parte adattata, del card. Mercier: « O Spirito Santo - Amore del Padre e del Figlio - ispirami sempre - ciò che devo pensare - ciò che devo dire - e come devo dirlo. - Ciò che devo tacere. - Ciò che devo scrivere. - Come devo agire - e ciò che devo fare. - Come devo amare, - per cercare la tua gloria, - il bene delle anime - e la mia santificazione. - O Spirito di Dio, è in te - tutta la mia fiducia. - Amen ».

Il segno che il dono del consiglio opera in noi è la grande pace e gioia interiore che ci accompagnano in ogni decisione. Abbiamo la sicurezza interiore di essere nell'amore di Dio e quindi nella sua volontà. Inoltre il dono del consiglio ci rende pazienti nell'attesa che maturino i tempi di Dio. È un'attesa piena di silenzio, di adorazione, di abbandono. Siamo convinti che è lui il protagonista principale della nostra vita, lui la guida; noi siamo i suoi piccoli collaboratori: « Cammina... umilmente... con il tuo Dio » (Mi 6,8). La necessità del dono del consiglio è grande nella vita interiore personale e nella vita apostolica.

Sul piano personale siamo illuminati da Dio: « È in te la sorgente della vita, - alla tua luce vediamo la luce » [Sal 36 (35), 10]. L'anima si libera da ogni inquietudine, ansia, angoscia, da ogni forma di impazienza e precipitazione e si apre al compimento della volontà di Dio: «Una luce si è levata per il giusto - gioia per i retti di cuore» [Sal 97 (96), 11].

Il dono del consiglio è indispensabile nell'apostolato, specialmente nella direzione delle anime.

Anche nell'attività apostolica siamo così facili a lasciarci prendere dal molto lavoro, dai molti impegni, dalle preoccupazioni, dai motivi personali, dall'orgoglio, dall'ambizione o dalla pigrizia!... Bisogna avere il coraggio di fermarsi, di fare silenzio, di invocare lo Spirito, di domandare consiglio... Bisogna dare il tempo necessario alla preghiera personale, di intimità.

 

« Beati i misericordiosi... »

Secondo i teologi il dono del consiglio è in relazione con la beatitudine dei misericordiosi: « Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia » (Mt 5,7).

La misericordia è una virtù tipica di Dio, con la quale egli esprime la sua predilezione per i deboli, i poveri, gli ammalati, i peccatori e verso tutta l'umanità, oppressa da tante miserie e tanta infelicità. Il cuore di Dio si apre verso tutti con la misericordia: miseris cor: un cuore aperto ai miseri. È una misericordia piena di tenerezza, tanto che l'ebraico per esprimerla usa il termine « rahamin » che significa: «le viscere materne».

Noi ripensiamo al commovente salmo 136 (135), ove si rievocano le meraviglie dell'amore di Dio verso il suo popolo e si ripete come un ritornello: « Perché eterna è la sua misericordia... » « Perché eterna è la sua misericordia ».

Nel NT la misericordia e tenerezza del Padre si rivelano nel volto di Cristo, nella sua predilezione per i poveri, gli umili, gli ammalati, i peccatori. L'affermazione di Gesù in Matteo: « Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5,48) trova come frase corrispondente in Luca: « Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro » (Lc 6,36).

Il contrario della misericordia è la « sclerocardia » ossia la durezza di cuore, la morte del cuore all'amore. In Dio, la beatitudine della misericordia corrisponde al dono del consiglio, perché con questo dono Dio viene in aiuto alla nostra debolezza, ai nostri dubbi, alle nostre oscurità...; tante volte non sappiamo che cosa dire, che cosa fare... Preghiamo col salmista: « Risplenda su di noi, Signore la luce del tuo volto » (Sal 4,7); « È in te la sorgente della vita; - alla tua luce vediamo la luce » [Sal 36 (35), 101.

20].

In noi, la misericordia ci apre il cuore verso tutti quelli che sono nel dubbio, bisognosi di aiuto, di consiglio. Come il Cristo e in Cristo, riflettiamo anche noi il volto misericordioso del Padre. Il dono del consiglio ci aiuta vicendevolmente nella nostra comune debolezza, miseria, incertezza... È proprio l'umile coscienza della nostra fragilità, dei nostri limiti, delle nostre ignoranze che ci fa essere prudenti in tutto e ci fa domandare consiglio allo Spirito e alle persone che sono illuminate dallo Spirito.

La prima misericordia dobbiamo averla con noi stessi, non per approvarci nei nostri difetti e colpe, ma per accettare, senza scoraggiarci i nostri limiti, come ci insegna s. Paolo: « Mi vanterò... ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo,... quando sono debole è allora che sono forte » (2 Cor 12,9-10).

Questo è un saggio consiglio: non dobbiamo rimuovere colpe e limiti, come ci spinge a fare una certa psicologia moderna; ma dobbiamo esserne coscienti e farne uno strumento di redenzione e di santità, mediante l'umiltà che è la via della carità.

Tante volte noi siamo duri con gli altri, non li amiamo, perché siamo duri con noi stessi e non ci amiamo. Amiamo noi stessi in lui, Cristo, con la misericordia del suo cuore che ha tanto amato i pubblicani e i peccatori e il primo fra tutti i peccatori siamo noi, sono io (cf. 1 Tm 1,15): Cristo mi ama. Questo è un ottimo consiglio che ci dà tanta fiducia e pace.

Afferma s. Tommaso che il dono del consiglio ci orienta in modo speciale verso la pratica delle opere di misericordia e questo è un ottimo consiglio di santità, perché alla fine della vita saremo giudicati sull'amore, manifestato nelle opere di misericordia: « Ero affamato e mi avete dato da mangiare; ero assetato e mi avete dato da bere... » « Quando, Signore?... » « In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me » (Mt 25,35.37.40).

 

 

X.

LA SPERANZA E IL DONO DELLA SCIENZA

 

Nel nostro cammino fra i meravigliosi doni dello Spirito siamo giunti al dono della scienza e possiamo dire col Salmista: « Lampada ai miei passi è la tua Parola - luce sul mio cammino » [Sal 119 (118), 105].

Il dono della scienza è fonte di tanta luce nella nostra vita, perché ci illumina soprattutto sul vero valore delle creature e di conseguenza sul loro retto uso, in modo che non ci siano di intralcio, ma di aiuto nella nostra ascesa verso Dio, creatore e padre. Ci aiuta soprattutto a gestire la nostra affettività.

 

Il cammino percorso

Ripercorriamo prima, in sintesi, il cammino finora percorso: il santo timore di Dio perfeziona la virtù della temperanza, ci spinge a liberarci dal nostro egoismo, dalla nostra supererbia e ad aprirci alla povertà in spirito: « Beati i poveri in spirito, perché in essi è il regno dei cieli » (Mt 5,3).

Il dono della fortezza perfeziona la virtù della fortezza, ci guarisce sia dalla pigrizia che dalla paura e ci apre alla beatitudine della giustizia: « Beati quei che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati » (Mt 5,6).

Il dono della pietà perfeziona la virtù della giustizia, vince in noi la durezza della mente, del cuore, l’asprezza delle parole e degli attegiamenti e ci apre alla beatitudine della mitezza: «Beati i miti, perché erediteranno la terra » (Mt 5,7)

Il dono del consiglio perfeziona la virtù della prudenza, facendoci giudicare prontamente e sinceramente, per una specie di intuizione soprattutto ciò che conviene fare o non fare, dire o non dire, specialmente nei casi difficili, ci fa superare ansietà e, dopo ogni decisione, ci conserva in una grande serenità alla pace. II dono del consiglio ci apre alla beatritudine della misericordia: « Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia » (Mt 5,7).

 

Un dono contemplativo

Giungiamo così al dono della scienza, che perfeziona la virtù teologale e della speranza. E’ il primo dei doni che s. Tommaso chiama « speculativi » (speculare = indagare, contemplando). Noi preferiamo perciò chiamarlo con i doni dell'intelletto e della sapienza: dono contemplativo. Ha lo scopo di perfezionare la pratica de virtù téologali: fede, speranza, carità, come gli altri doni perfezionano l'esercizio delle virtù morali e più specificamente le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.

Ad esempio, la fede ci fa aderire alle verità rivelate. La teologia ricorre alle argomentazioni della ragione, per dimostrare che i dati della fede sono credibili, che si può ammettere un Dio unico nella natura e trino nelle persone; che Cristo è un'unica persona con due nature, umana e divina; ma tutto questo ci dice solo che il mistero della Trinità, il mistero del Cristo non sono assurdi; in realtà noi rimaniamo insoddisfatti nella nostra oscurità. L'arida conoscenza della mente non si può paragonare alla calda « conoscenza » del cuore e della vita.

La realtà di Dio, di Cristo è molto al di là, molto più in alto della nostra debole mente. Da qui la necessità dei doni, che ci fanno come vedere, toccare, la Trinità, il Cristo: sono persone che le quali noi entriamo injh intimità, fino,m adiventare persone più reali di qualsiasi persona fisica o cosa materiale, perché le esperimentiamo come dice s. Agostino, « Più intime del mio intimo ».

Il dono della scienza perfeziona la virtù teologale della speranza, ci comunica un retto giudizio sulle creature e, di conseguenza, sul loro retto uso come mezzi e non come fini.

 

Dalle creature al Creatore

Il dono della scienza è un dono di apertura, di libertà: ci libera dalla prigione del nostro io, dalla prigione in cui può trasformarsi per noi una creatura, una persona, se ci attacchiamo a loro disordinatamente e ci apre all'esperienza dell'Amore.

Ci fa comprendere e soprattutto esperimentare che in nessuna persona o cosa l'uomo può trovare la sua completa felicità; deve andare oltre, come ha esperimentato s. Agostino, tormentandosi sul problema: « Chi è Dio? ».

L'ha chiesto a tutte le creature della terra, del cielo, del mare e tutte gli hanno risposto: « Non siamo noi il Dio che tu cerchi ».

Allora il Santo implora: « Parlate del mio Dio..., ditemi qualcosa di lui ». Loro risposta è la loro bellezza... « È lui che ci ha fatto ».

Si rivolge finalmente a se stesso come uomo, alla sua anima e si sente rispondere: « Il tuo Dio... è la vita della tua vita ».

Un giorno predicando il ritiro a una comunità di suore, mi colpì un « poster » appeso a una parete. Lessi questa scritta: « Signore, il cielo e la terra, da ogni parte, mi dicono di amarti ».

La disegnatrice del poster era quella suora agostiniana che presenta i suoi personaggi come pupazzi, con quegli occhi grandi e le grandi pupille.

Aveva rappresentato un pupazzo, simbolo dell'uomo, in un prato con gli occhi risvolti verso il basso in atteggiamento meditativo. In cielo vi erano due nuvole, il sole, la luna, due stelle con gli occhi volti in alto; nel prato due sassi, tre-quattro fiori con gli occhi volti in alto. Era il commento più semplice alla preghiera di s. Agostino.

Ecco il dono della scienza: le creature portano al Creatore.

 

II bosco e l'acqua...

Ancora un esempio di come può agire il dono della scienza.

Ho scoperto il miracolo del bosco, che vive e cresce, in un giorno di violento uragano sulle Dolomiti. Una tromba d'aria, in pochi istanti, aveva stroncato alcuni grandi abeti. Erano crollati. Fu per me una rivelazione della potenza di Dio.

Rimaniamo stupiti per un albero che è sradicato e cade e non ci stupiamo di tanti alberi, di tutto un bosco, che vive e cresce!

Rimaniamo sgomenti dell'acqua impetuosa, che rompe gli argini e tutto travolge; della valanga che sradica gli alberi; smuove massi enormi, seppellisce gli uomini e rovina a valle; non ci stupiamo dell'acqua che scorre e porta la vita, della neve che cade e avvolge la terra col suo biancore. Come siamo ciechi!...

Quante volte, Signore, non ti lodiamo a causa della brutta malattia dell'abitudine dinanzi alle tue meraviglie nel mondo che per noi hai creato!

Quante volte, presi dai nostri piccoli comodi e meschini interessi, abbiamo trascurato i tuoi appuntamenti, abbiamo perso la grazia del tuo incontro! Perdonaci Signore. Ricordati che, tra tante dimenticanze, a volte ti abbiamo cercato; abbiamo sofferto per te e, ora, siamo « malati d'amore » di TE.

 

La storia della salvezza

È proprio del dono della scienza scoprire l'azione di Dio nella storia.

La Bibbia narra gli interventi di Dio che fanno del popolo d'Israele, il popolo eletto. La scelta di Abramo, la liberazione dall'Egitto, l'incarnazione di Cristo, la sua morte e risurrezione e, in seguito, le vicende della Chiesa sono storia...: sono fatti storicamente certi; ma, con la semplice intelligenza umana ci fermiamo al certo; solo con la fede e con la luce del dono della scienza scopriamo la verità racchiusa in questi fatti, ne scopriamo il significato.

La spiegazione, solo naturale, degli eventi e dei personaggi biblici ci lascia insoddisfatti: qualcosa di essenziale e importante ci sfugge, specialmente quando parlano i profeti.

Leggete certi salmi o certe profezie, ad es. i canti del Servo di Jahvè (cf. Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,1353,12): si comprendono profondamente solo se si vedono realizzati nella vita di Cristo, specialmente nella sua passione, morte e risurrezione. Cristo è la verità e realtà completa, però questa verità della realtà completa la cogliamo solo con la fede, con la luce dello Spirito. Anzi sono misteri che non solo si conoscono, ma si rivivono: sono memoriale, specialmente nell'eucaristia, e diventano fonte di salvezza.

La fede richiede l'umiltà della nostra mente. Dobbiamo ammettere che molte realtà divine superano la nostra intelligenza; non tutto è comprensibile, ma, nella fede, tutto è accettabile, perché fondato non su un'autorità umana, ma su Dio stesso, che merita la nostra fiducia totale.

La preghiera migliore è quella del cieco di Gerico: « Signore, che io veda... »; « La tua fede ti ha salvato » e « Subito ci vide... » (Lc 18,42-43).

 

Ancora la storia

Il dono della scienza, oltre a darci un chiaro discernimento sul valore e sull'uso delle creature, oltre a illuminarci sugli eventi della storia della salvezza, ci illumina anche riguardo agli avvenimenti della storia umana e della nostra vita.

Racconta Pascal nei suoi Pensées la storia del granello di sabbia di Cromwell.

Oliviero Cromwell (1599-1658) protettore o governatore della repubblica d'Inghilterra nel 1653, capo della rivoluzione che fece perire sul patibolo Carlo I Stuart (1649), fu uno strano genio, un carattere complesso, illuminato e calcolatore, un insieme di grandezza e bassezza, di furbizia ed entusiasmo, di fede sincera e di ipocrisia, di generosità e di crudeltà, di buon senso e di stravaganza, tutti i contrasti si trovavano al fondo della sua natura tempestosa, turbata da passioni politiche, dal fanatismo religioso, dalle violenze della guerra civile, dalle bramosie tormentose dell'ambizione. Dinanzi a quest'uomo tremò tutta l'Europa.

Racconta Pascal: Cromwell stava per devastare tutta la cristianità. La famiglia reale (gli Stuarts) era perduta. La famiglia di Cromwell diventava sempre più potente... ed ecco che un granello di sabbia si frappose sul cammino del grande Cromwell.

Il papa stesso di Roma tremava al solo pensiero di Cromwell; ma questo granellino, un piccolo calcolo, si era messo nella sua uretra e l'aveva arrestato.

Eccolo morto, la sua famiglia declassata, gli Stuarts ristabiliti sul trono e Roma... in pace.

Cromwell morì infatti di renella o calcolosi... Piccole cause possono, per disposizione di Dio, produrre grandi effetti, conclude Pascal.

Un uomo che aveva sconfitto sovrani coi loro eserciti, eccolo sconfitto da un granellino di sabbia!.

Gli avvenimenti della storia acquistano il loro profondo significato visti in prospettiva, con l'occhio della fede.

Pensiamo all'avvicendarsi degli imperi antichi fino all'affermazione dell'impero romano che, unendo tutto il mondo allora conosciuto, ha favorito la diffusione del cristianesimo.

Pensiamo al dissolversi dello Stato della Chiesa e alla provvidenziale breccia di Porta Pia che portò alla conquista di Roma da parte degli Italiani.

La perdita dello Stato Pontificio sembrò allora, a molti credenti, una grande disgrazia, tanto che molti cattolici del tempo avrebbero voluto organizzare una crociata per riconquistare almeno Roma al Papa. Invece, garantita la libertà anche politica del Sommo Pontefice, col minuscolo Stato Vaticano, la perdita di Roma e dello Stato Pontificio si rivelò una grazia della Provvidenza. Il Papa si scaricò del peso di un principato terreno, per dedicarsi completamente alla sua missione spirituale di pastore universale della Chiesa.

Vi immaginate se gli fosse rimasta anche solo Roma con i suoi insolubili problemi! Da quale peso insostenibile gli Italiani hanno liberato il papa, conquistando Roma e lo Stato Pontificio!

Con questo non vogliamo giustificare le violenze e le ruberie commesse; ma Dio si serve anche del male per un fine di bene.

Altrettanto potremmo dire delle grandi rivoluzioni: quella americana, dal 1775 al 1783, per l'affermazione delle libertà civili e il trionfo della democrazia; la rivoluzione francese del 1789 e quella russa del 1917... Indubbiamente non possiamo giustificare gli orrendi delitti, le nefandezze commesse, ma, alla fine, Dio anche dal male sa ricavare il bene. L'evoluzione del comunismo, diventato socialismo reale, completamente sconfitto proprio all'interno, proprio dall'uomo, con le sue esigenze di libertà, proprio da quell'economia che era la sua struttura portante e doveva essere la sua specialità, l'abbiamo sotto gli occhi. Basta comprenderne. il significato.

Nell'Est europeo sono avvenuti rivolgimenti, solo pochi anni fa impensabili. Noi pensiamo alla promessa della Madonna a Fatima: « La Russia si convertirà! ».

Come è vero il proverbio popolare: l'uomo si agita, Dio lo conduce; Dio scrive diritto anche sulle righe storte!

È chiaro che ogni uomo onesto e di buona volontà può cogliere questi significati della storia, ma chi ha fede ed è illuminato dalla luce dello Spirito, col dono della scienza, li coglie più facilmente e in modo più profondo, in aspetti che spesso sfuggono a chi non ha fede.

 

Impariamo dalla nostra vita

Il dono della scienza ci illumina sul significato profondo della nostra vita. La vita umana non è solo storia, è anche mistero; ecco perché, senza la fede e senza la luce dello Spirito non se ne capisce il significato profondo. Vi sono degli interrogativi eterni nell'uomo, ai quali si può rispondere solo col dono della fede e con l'apertura liberante del dono della scienza: l'origine della mia vita, il perché, il senso del mio esistere; dove tende questo mio cammino terreno... Ha un significato la mia fatica quotidiana, il mio amare, il mio soffrire... oppure devo concludere che tutto è polvere e tutto ha la desolante inconsistenza della cenere gettata al vento... o affidata all'acqua di un fiume... o dispersa sulla vastità del mare (ricordate « La Nave » di Fellini, che si ispira alla dispersione in mare delle ceneri di Maria Callas?).

C'è una differenza essenziale fra chi si sente nella vita come un cane, senza neppure un padrone e chi sa di essere figlio, di avere un Padre che lo ama, lo guida, lo illumina, lo sorregge, lo prende anche in braccio e gli dice « Cammina umilmente con il tuo Dio » (Mi 6,8).

 

Le orme sulla sabbia

« Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre » [Sal 131 (130), 2].

« Ero per loro - come chi solleva un bimbo alla sua guancia - mi chinavo su di lui per dargli da mangiare » (Os 11,4).

« Il Signore è il mio pastore - non manco di nulla - ... Tu sei con me - il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza » [Sal 23 (22) 1.4].

« Come un pastore egli fa pascolare il gregge - e con il suo braccio lo raduna; - porta gli agnellini sul seno - e conduce pian piano le pecore madri » (Is 40,11).

Sono realtà commoventi di una tenerezza infinita: « Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi - e il figlio dell'uomo perché te ne curi? » (Sal 8,5).

Ricordate la parabola dell'uomo che, giunto alla fine della vita, contempla con Dio dall'alto di una collina il cammino della sua esistenza, percorso come in un deserto, lasciando le orme sulla sabbia. Egli vede accanto alle sue orme sempre le orme di Dio...; ma, a un certo punto, si accorge che vi sono dei tratti in cui si scorgono solo due orme e non quattro... e quelli sono stati i momenti più dolorosi e disperati della sua vita. Ecco, Signore, quel tratto... quel tratto... quel tratto... vi sono solo due orme ...: anche tu allora, nei momenti più difficili della mia vita, mi hai abbandonato!... Al contrario, gli risponde il Signore, io ti ho preso in braccio; per questo vedi solo due orme, le mie orme.

 

Ancora la vita

Il dono della scienza ci apre al significato profondo della nostra vita cristiana, come accoglienza dello Spirito, come partecipazione al sacerdozio e allo stato vittimale del Cristo, secondo ciò che abbiamo detto parlando del dono della pietà, comprendendo come tutto nella nostra vita ha senso e valore, nulla è trascurabile, insignificante, se è animato dall'amore, specialmente il dolore vissuto come un'esperienza d'amore nel mistero della croce, partecipi delle tribolazioni di Cristo per la redenzione del mondo.

Il dono della scienza è ancora un dono di apertura liberante, perché ci illumina riguardo alle nostre debolezze, affinché ci apriamo alla fiducia nella bontà di Dio e trionfi in noi la potenza d'amore del Cristo. Ne abbiamo parlato, trattando del dono della pietà.

Infine il dono della scienza ci illumina riguardo al mistero della morte. Se abbiamo vissuto la nostra vita come un dono di amore oblativo, la nostra morte è l'offerta suprema, la consumazione dell'olocausto, che sale come profumo di soave odore a Dio; è l'apostolato supremo come quello di Cristo e in unione a Cristo che, con la morte di croce, ha redento il mondo.

 

Riconoscere Dio...

Il dono della scienza, oltre a darci un chiaro discernimento sulle creature, sulle persone, sui fatti e avvenimenti della vita, perché non ci lasciamo imprigionare da essi e non diventiamo loro schiavi, fissa l'attenzione della nostra mente e l'amore del nostro cuore su Dio, fine ultimo e felicità suprema della nostra vita.

« Infelici sono coloro le cui speranze sono in cose morte... ». Così afferma la Sapienza (13,10). « Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivono nell'ignoranza di Dio e, dai beni visibili, non riconobbero colui che è; non riconobbero l'artefice, pur considerandone le opere » (Sap 13,1).

Se rimasero stupiti della bellezza delle creature, colpiti dalla loro potenza, come mai non pensarono alla bellezza e potenza del Creatore? Scrutarono l'universo e non riconobbero l'Autore dell'universo! (cf. Sap 13,2-9).

È lo stesso argomento usato da Paolo all'inizio della sua lettera ai Romani, con l'aggiunta della condanna morale: « Essi sono inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio... Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio... » con gli idoli (Rom 1,21-23), che, nel nostro tempo, possono essere il denaro, il potere, il sesso, la droga ecc. ... Sono rilievi e affermazioni quelli della Sapienza e di Paolo di un'attualità innegabile e dolorosa.

Comprendiamo perciò la preziosità del dono della scienza che dalle creature ci fa risalire al Creatore; dai figli e dalle figlie di Dio al Padre.

 

Un fiume di luce

Nella nostra vita si attua un movimento circolare: veniamo da Dio carità, ritorniamo a Dio carità, dal seno del Padre, al seno del Padre, in Gesù, con Gesù e come Gesù: « Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto... » (Gv 1,16). « Il Figlio unigenito... è nel seno del Padre » (Gv 1,18). « Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io... » (Gv 17,24)... « nel seno del Padre ».

È un fiume di luce questo movimento circolare di carità e noi vi siamo immersi... ed ha un nome: si chiama « grazia », ossia è la vita trinitaria che ci è stata comunicata nel battesimo. L'Apocalisse ne parla come di « Un fiume d'acqua viva come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello » (Ap 22,1).

Ma prima dell'Apocalisse ne aveva parlato Gesù alla samaritana: « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: « Dammi da bere! », tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva » (Gv 4,10). Se l'acqua viva significa specificamente la rivelazione di Gesù, lo Spirito, è anche simbolo di tutte le realtà divine, spirituali, specialmente della grazia... Le parole di Gesù alla donna, è bello, sì, capirle; ma è soprattutto necessario gustarle, esperimentarle, viverle sotto l'influsso dei doni dello Spirito, specialmente dei doni della scienza, dell'intelletto, della sapienza.

Le nostre parole umane sono così povere, così insufficienti a descrivere queste realtà divine, che appena incominciano, finiscono e si spengono! Meglio affermare con s. Agostino: « Dammi un'anima che ama (che è sotto l'influsso dei doni dello Spirito) e comprenderà ciò che io dico».

 

« Se tu conoscessi il dono di Dio...! » (Gv 4,10)

Non tanto di una conoscenza teorica, astratta, ma soprattutto con una conoscenza biblica, esistenziale, vitale. La vita si conosce vivendola, immergendosi e lasciandosi trasportare dal fiume della vita, immedesimandosi con essa... e questo vale in modo tutto speciale per la vita divina: « Chi gusta di quest'acqua - scrive s. Teresa d'Avila - perde il gusto di ogni altra acqua (affezione alle creature); invece le ama per accenderle di quel fuoco che tutto vuol bruciare nel suo amore ».

Tutti i cristiani, ma specialmente le anime consacrate a Dio per tutta la vita « con cuore indiviso », libere cioè di amare tutti, senza essere schiave di nessuno, hanno estremo bisogno di gustare lo Spirito Santo, coi suoi doni, specialmente il dono della scienza, perché sia lo Spirito a regolare le loro esigenze affettive, non le faccia attaccare in modo disordinato a nessuna cosa o persona. Gestire l'affettività è impresa delicata e non facile.

L'affettività è un dono meraviglioso di Dio che dà calore ai nostri rapporti umani, li rende amabili e piacevoli. Ma bisogna conservare l'equilibrio. Occorre evitare ogni esagerazione nelle manifestazioni dell'affettività... ed è difficile.

D'altra parte non bisogna negare l'affettività, soffocandola. La persona diventerebbe amara, arida, acida, e quante anime religiose sono amare, aride, acide, perché hanno soffocato e non gestiscono la loro affettività!

Preghiamo e supplichiamo lo Spirito che ci doni l'equilibrio, che varia da persona a persona, il prezioso frutto del « dominio di sé » (Gal 5,22).

 

Preludio della vita eterna

La vita divina, in noi, vissuta sotto l'influsso dei doni dello Spirito, specialmente della scienza, dell'intelletto, della sapienza, è preludio e inizio della visione beatifica.

S. Tommaso afferma giustamente: la grazia e la gloria appartengono alla medesima realtà, la grazia è l'inizio della gloria in noi. La grazia è come il seme che già contiene la pianta, il fiore, il frutto che sono la gloria. La grazia, per sua natura si protende alla gloria.

Splendida visione e realtà di vita che proiettano il tempo nell'eternità e l'eternità nel tempo: « Chi crede in me (ossia aderisce totalmente a me) ha la vita eterna » dice Gesù (Gv 3,36); non solo avrà ma ha, fin da questa vita, la vita perenne, che è poi la vita trinitaria per partecipazione. La vita della grazia quaggiù è già l'inizio della vita eterna: è slancio verso Dio, con la speranza perfezionata dal dono della scienza; è conoscenza di Dio, con la fede perfezionata dal dono dell'intelletto; è possesso e godimento mediante la carità, perfezionata dal dono della sapienza.

Ricordiamo: l'eternità ha la visione, il tempo ha la contemplazione, che ci viene offerta per intravedere il volto di Dio.

Di questa vita eterna pregustata noi siamo i testimoni. Concretàmente, riguardo al prossimo, manifestiamo questa vita perenne o eterna fin d'ora, come persone piene di Dio, del Cristo, dello Spirito: creature di gioia, di pace, di disponibilità, creature che pregano... La gente se ne accorge, perché ha tanto bisogno di amore, pace, gioia, disponibilità; ha tanto bisogno di Dio.

 

Un ostacolo

Abbiamo detto che il dono della scienza perfeziona la virtù teologale della speranza.

Uno degli ostacoli più gravi per le anime impegnate nella vita spirituale è la sfiducia, lo scoraggiamento, il venir meno della speranza. Sono come i discepoli di Emmaus, dal volto triste e dal cuore ancor più triste, ormai senza speranza: « sperabamus » « speravamo », al passato.

La sublimità della mèta, l'intimità con Dio; l'appoggiarsi troppo alle proprie capacità umane, insufficienti; il volere constatare rapidi progressi, l'esperienza della propria miseria che, a tratti, si manifesta, scoraggia certe anime, le abbatte. Allora lo slancio verso Dio vien meno; è come una meta irraggiungibile e si rassegnano alla mediocrità spirituale. Sono anime che non conoscono la preziosità della speranza nella vita spirituale, per giungere all'intimità con Dio.

La speranza è una virtù unitiva, come la fede, la carità. Ma perché faccia sentire i suoi benefici effetti in un'anima, occorre tanta umiltà: occorre riconoscere serenamente la nostra indigenza interiore, il nostro nulla dinanzi a Dio... In parole semplici, la povertà in spirito è il trampolino di lancio verso l'intimità divina.

 

Poveri in spirito

S. Giovanni della Croce ha messo bene in luce i rapporti fra la speranza e la povertà in spirito. Più il cuore è attaccato disordinatamente al proprio io, alle persone, alle cose, anche ai beni spirituali..., meno esercita la speranza. Che cosa vuoi sperare quando hai il cuore pieno, anche se non completamente soddisfatto? Spera chi non ha nulla, chi è povero e ha bisogno di tutto.

Per giungere alla vera povertà in spirito, non bastano gli sforzi personali, occorre l'intervento di Dio che ci purifichi da ogni attaccamento disordinato, anche in modo molto doloroso, come l'ha ben descritto s. Giovanni della Croce nelle famose notti, dei sensi e più dolorosa ancora quella dello spirito, facendoci esperimentare la contemplazione oscura della pura fede o quella arida del puro amore. È una contemplazione senza consolazioni, perché ci stacchiamo soprattutto dall'amore disordinato al nostro « io », la creatura che amiamo di più.

 

La purificazione

Uno dei frutti più preziosi del dono della scienza è di illuminarci sul vero valore delle creature e sul loro retto uso; è di far passare l'anima dalla via purgativa, attraverso la via illuminativa (la luce oscura della pura fede, l'aridità del puro amore), per giungere alla via unitiva. È un cammino oscuro, doloroso, comune a tutte le anime che tendono sinceramente a Dio e hanno bisogno di essere purificate, è la notte oscura dei sensi. Purifica soprattutto la nostra affettività.

Non tutti esperimenteranno la dolorosissima notte dello spirito che riguarda il venir meno delle tre virtù teologali (anche se in realtà si rafforzano), ma la notte dei sensi, penso, sia inevitabile.

Ecco come s. Giovanni della Croce la descrive: « L'elemento divino investe l'anima per rinnovarla e renderla divina, mentre la spoglia delle affezioni abituali e delle proprietà dell'uomo vecchio con il quale ella è molto unita e confortata. Assorbendola in una tenebra profonda, ne sminuzza e disfà la sostanza spirituale in maniera tale che ella si sente consumare e struggere alla vista delle sue miserie, provocando una crudele morte di spirito... Si aggiunge il non trovare consolazione e appoggio in alcuna dottrina, né in nessun maestro spirituale, poiché, quand'anche altri faccia tutto il possibile per dimostrarle i motivi che essa ha di confortarsi in vista dei beni racchiusi nelle sue pene, non riesce a persuadersi».

Aggiungiamo ancora: l'anima non riesce a pregare, a trovare conforto nella Parola di Dio, nei sacramenti. Le sembra anzi di essere in disgrazia di Dio, di fare peccati continui, per la prova dolorosissima degli scrupoli... Si volge allora alle creature per conforto; sente affetto per persone determinate, ma queste non corrispondono al suo affetto, anzi sono indifferenti, mentre le dimostrano affetto persone che lei non ama... Veramente la vita di questa persona è tutta desolazione e 'tenebra. L'unica implorazione che le esce dal profondo del cuore è questa: « Signore, quando sorgerà per me la luce? » È già nella luce... Oscuramente agisce in lei il dono della scienza.

Nella notte oscura dei sensi si entra a poco a poco, poi, senza spiegazioni umane plausibili, improvvisamente si esce, ogni tenebra scompare. L'anima si trova nella luce di Dio.

Così Dio libera chi lo ama dall'attaccamento disordinato al proprio io e a tutte le creature. Senza che ne abbia avuto coscienza ha agito in lei, oscuramente, lo Spirito, col dono della scienza.

 

Un fidanzamento spirituale

Dopo questa dolorosa purificazione l'anima esperimenta la realizzazione della profezia di Osea: « Io ti fidanzerò a me per sempre; ti fidanzerò nella giustizia e nel diritto, nella tenerezza e nell'amore; io ti fidanzerò a me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore... Amerò ` Non-amata' e a ` Non-mio-popolo ' dirò: ` Popolo mio ' ed egli mi dirà: Mio Dio » (Os 2,21-22.25).

È un fidanzamento spirituale che si esprime nella « conoscenza biblica », esperienza della vita del Padre e del Cristo nello Spirito; nella « donazione reciproca », soddisfacendo tutte le esigenze dell'amato e dell'amata; nella « docilità », identificando i propri pensieri e gusti con i pensieri e gusti dello Spirito; i nostri tempi, il nostro cammino, ai tempi e al cammino di Dio.

La piccola Teresa, che aveva ben compreso come la povertà in spirito e la speranza-fiducia fossero i cardini della sua « piccola via » dell'infanzia spirituale, due mesi prima di morire, fece questa confidenza alla sorella, Madre Agnese di Gesù: « La santità non risiede in questa o quest'altra pratica; ma in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli tra le braccia di Dio, coscienti della nostra debolezza, fiduciosi fino all'audacia nella sua bontà di Padre ».

Siccome la santità non è solo interiorità, completiamo il pensiero della piccola Santa aggiungendo: occorre essere aperti alla pratica di tutti i frutti dello Spirito nella quotidianità, come s. Teresa ha fatto, con umiltà e generosità, spesso nascosta agli occhi delle creature e vista solo da Dio, quando, ad esempio, metteva in ordine i mantelli, le lanterne delle sue consorelle.

Ripensiamo a Maria che, nel suo cantico, il Magnificat, ha espresso con la lode e il ringraziamento, il grido trionfale della sua povertà spirituale e della sua speranza:

« L'anima mia magnifica il Signore... perché ha guardato l'umiltà della sua serva... » (Lc 1,46.48).

Ma la povertà di Maria è accompagnata da una speranza umanamente inconcepibile « D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata » (v. 48) e da una certezza incrollabile: « Gràndi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome » (v. 49).

Ed ecco la norma dell'azione di Dio che la Vergine ci rivela come attuale in tutti i tempi: « Dio disperde i superbi con i pensieri del loro cuore...; depone i potenti dai troni e innalza gli umili; ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote » (cf. vv. 51-53).

 

« Come l'erba del prato... »

Il dono della scienza manda in frantumi ogni superbia, ogni bramosia di potere, di denaro; dico « bramosia », non l'autorità come servizio, il denaro come mezzo di sostentamento e per fare opere di bene. Il dono della scienza ci infonde in cuore il senso della caducità di tutte le creature (persone e cose), come tutto è così fragile, effimero, tutto passa e non val la pena di attaccarvi il cuore: « Sono come l'erba che germoglia al mattino: - al mattino fiorisce, germoglia, - alla sera è falciata e dissecca » [Sal 90 (89), 5-6].

« Se nascondi il tuo volto, vengono meno, - togli loro il respiro, muoiono - e ritornano nella loro polvere » [Sal 104 (103), 29].

Dice l'apostolo Paolo: « Non fatevi schiavi degli uomini » (1 Cor 7,23) e ancora: « Passa la scena di questo mondo » (1 Cor 7,31) e s. Giovanni insiste: « Non amate né il mondo né le cose del mondo!... il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno » (1 Gv 2,15.17).

In pratica è un invito a non cadere nell'idolatria. Ogni peccato è idolatria. Se noi ci attacchiamo alle creature, ne facciamo degli idoli. Questo è il peccato: « conoscere » (biblicamente) le creature, ossia amarle fino a condividere con loro la vita e non condividerla con Dio, « non conoscere » (biblicamente) Dio, quindi non condividere con Lui la verità, l'amore, la vita. Dice bene Iddio nel profeta Osea: « Perisce il mio popolo, per mancanza di conoscenza... Un popolo, che non comprende, va a precipizio » (Os 4,6.14).

 

Aprirci all'ottimismo

Contemporaneamente al senso della caducità delle creature (persone e cose), effimere « come l'erba... come il fiore del campo... lo investe il vento e non c'è più, il suo posto non lo riconosce » [Sal 103 (102), 15-16], il dono della scienza, proprio perché è un dono dello Spirito, non insabbia l'anima in uno sterile pessimismo, ma la apre all'ottimismo, le fa comprendere il valore delle creature.

Quando apriamo il libro della Genesi e leggiamo il grande poema della creazione, sentiamo Dio che ripete dinanzi ad ogni sua opera: « Dio vide... che era cosa buona » (Gen 1,4.10.11.18.21.25), finché, dopo la creazione dell'uomo e della donna: « Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molta buona » (Gen 1,31).

« Buono » nella Bibbia, equivale anche a « bello ». Ogni creatura porta l'impronta della bontà e della bellezza di Dio ed è proprio del dono della scienza farci scorgere nelle creature la bellezza e bontà di Dio.

Ricordate l'eremita che passava tra le erbe e i fiori e li percuoteva col suo bastone, dicendo: « Voi siete un rimprovero per me!... Voi siete un rimprovero per me!... », perché non lodava e non ringraziava Dio a sufficienza della sua bontà e bellezza.

In questa luce, l'incontro con ogni creatura è una grazia, un incontro fra amici che, insieme, sentono il bisogno di lodare il loro Creatore e Padre.

 

Inni di lode

Esempi meravigliosi di questa lode li cogliamo nei salmi. Quando li leggiamo, ricordiamo che spesso sono grandiose liturgie cosmiche, delle quali noi, uomini, siamo i sacerdoti, perché abbiamo la meravigliosa possibilità di dare ad ogni creatura un cuore, di trasformare in amore la sua lode.

Così, sotto l'influsso del dono della scienza, l'uomo sale dalle creature al Creatore, non solo come semplice creatura, ma come figlio di Dio e sacerdote che loda, ringrazia, ama, adora: « O Signore, nostro Dio - quanto è grande il tuo nome - su tutta la terra: - sopra i cieli si innalza la tua magnificenza... Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, - la luna e le stelle che tu hai fissate, - che cosa è l'uomo perché te ne ricordi - e il figlio dell'uomo perché te ne curi?... Gli hai dato potere - sulle opere delle tue mani, - tutto hai posto sotto i suoi piedi; - tutti i greggi e gli armenti, - tutte le bestie della campagna; - gli uccelli dei cieli e i pesci del mare... O Signore, nostro Dio, - quanto è grande il tuo nome su tutta la terra » [Salmo S, passim; cf. Sal 19 (18), 2-3.6-7].

Ricordiamo il famoso cantico delle creature di Daniele: « Benedite opere tutte del Signore, il Signore... » (Dan 3,57 ss). È il cantico caratteristico delle lodi nelle domeniche, feste e solennità. Nella preghiera del mattino tutte le creature, dopo essere uscite dalle tenebre della notte e come risvegliate dal sonno, sono chiamate a lodare, ringraziare, adorare il loro Signore e Creatore. Questa lode delle creature diventa amore nell'uomo, al risveglio di ogni nuovo giorno. In questo cantico l'uomo è veramente presente come sacerdote dell'universo che trasforma in amore le lodi delle creature del cielo, della terra e del mare.

Si confronti anche il salmo 104 (103): un meravigliso inno di lode al Signore per le splendide opere del creato: « Benedici il Signore, anima mia, - Signore, mio Dio, quanto sei grande! - Rivestito di maestà e di splendore, - avvolto di luce come di un manto... » (vv. 1-2) e il Salmo 148, inno cosmico alla magnificenza di Dio: « Lodate il Signore dai cieli, - lodatelo nell'alto dei cieli...» (v. 1).

 

L'esempio di s. Agostino...

Questa elevazione dalle creature al Creatore, questo passaggio dalla lode all'amore è espresso meravigliosamente da s. Agostino in tanti passi delle sue Confessioni, ad es. in questo brano, al quale si può dare come titolo: « Quando amo il mio Dio ». È tutto un passaggio dalle creature al Creatore... Dio... Padre: « Di amare Te, Signore, non ho alcun dubbio; anzi ne sono certo. Con la tua parola hai toccato il mio cuore e io ho cominciato ad amarti; ecco che cielo e terra e tutto ciò che è in essi mi invitano dovunque ad amarti... Ma che cosa amo, amandoti? Non una bellezza corporea né una grazia transitoria; non lo splendore di una luce, così cara a questi miei occhi; non dolci melodie di svariate cantilene; non un profumo di fiori, di unguenti e di aromi; non manna né miele; non membra invitanti ed amplessi carnali. Amando il mio Dio, non amo queste cose. E, tuttavia, nell'amare lui, amo una certa luce, un profumo, un cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me, dove splende alla mia anima una luce che nessun luogo può ospitare, dove suona una voce che nessun fluire di secoli può portare via, dove si espande un profumo che nessun vento può disperdere, dove si gusta un sapore che nessuna avidità può sminuire, dove si intreccia un amplesso che nessuna sazietà può spezzare. Tutto questo io amo, quando amo il mio Dio».

 

... e di s. Teresa di Lisieux

Dopo la voce ispirata della Scrittura e la poesia sublime di s. Agostino, ascoltiamo l'umile voce della piccola Teresa, che tanto ha esperimentato nella sua vita, fin dalla tenera infanzia, il dono della scienza: « Ricordo... le passeggiate della domenica. Mamma ci accompagnava sempre. Rivivo ancora i sentimenti profondi e poetici che nascevano nell'anima mia alla vista dei campi di grano smaltati di fiordalisi e di fiori campestri. Già amavo gli orizzonti lontani, lo spazio e gli alberi giganti, i cui rami toccavano terra, mi lasciavano un'impressione simile a quella che ancor oggi provo contemplando la natura... ». Questo incanto dinanzi agli spettacoli della natura..., ai quali tante persone neppure badano, questi « sentimenti profondi » questi « orizzonti lontani » erano già un cogliere, con il dono della scienza, la presenza di Dio, anche se in modo inconscio. Teresa aveva allora quattro anni ed era ancora ad Alençon.

Pochi anni dopo, a Lisieux, accompagnando il papà a pesca, si manifesta ancor più nella piccola Teresa il dono della scienza: « Mi piaceva tanto la campagna, mi piacevano i fiori, gli uccelli... Preferivo sedermi sola sull'erba in fiore; allora i miei pensieri si facevano profondi e l'anima mia, senza sapere che cosa fosse meditare, si immergeva in una vera orazione... Ascoltavo brusii lontani... La terra mi pareva un luogo d'esilio, sognavo il cielo ». I sentimenti naturali e l'azione dello Spirito si armonizzano e agiscono insieme.

Ecco due annotazioni che caratterizzano l'azione del dono della scienza. Sono semplicissime: « Il pomeriggio passava rapido... ». Prima di rientrare a casa doveva consumare la merenda e fa questa osservazione: « Il bel crostino di marmellata... aveva mutato aspetto; invece di color vivo, non vedevo più che una scialba tinta rosa, tutta stantia e svanita. Allora la terra mi pareva più triste e capivo che soltanto in cielo la gioia sarebbe stata senza nubi ». E un giorno, quando scoppia un temporale e una folgore cade a poca distanza, Teresa osserva: « Lungi dall'aver paura, ero rapita. Mi pareva che il buon Dio mi fosse tanto vicino! ».

E quando contempla il T formato in cielo dalla costellazione dell'Orione, Teresa non vuole più guardare la terra e domanda al papà di guidarla per mano: « Allora, senza guardare dove mettevo i piedi, abbandonavo il viso proprio verso l'alto, senza stancarmi di contemplare il firmamento ».

« Avevo sei o sette anni, quando papà ci condusse a Trouville (il viaggio avvenne 1'8 agosto 1878 e Teresa aveva cinque anni e otto mesi). Mai dimenticherò l'impressione che mi fece il mare, non potevo fare a meno di guardarlo continuamente: la sua maestà, il fragore dei flutti, tutto parlava all'anima mia della grandezza e della potenza di Dio ». È vero che questi ricordi Teresa li scrive da suora e il modo di esprimersi può essere di adulta; ma non possiamo dubitare della veridicità di queste sue esperienze di bambina.

Ancora un ricordo, durante il suo viaggio verso Roma nel 1887, a 15 anni, ricordando le bellezze naturali della Svizzera scrive: « Queste bellezze della natura, profuse così largamente, hanno fatto tanto bene all'anima mia! Come l'hanno innalzata verso colui che si è compiaciuto di gettare tanti capolavori sovra una terra d'esilio, destinata a durare un giorno solo! Non avevo occhi bastanti per guardare. In piedi, allo sportello, rimanevo quasi senza respiro... Guardando tutte queste bellezze, mi nascevano nell'anima pensieri profondi. Mi pareva di capire già la grandezza di Dio e le meraviglie del cielo ».

 

L'uomo « estatico »

Possiamo concludere, dopo queste esperienze e testimonianze: sia la speranza che il dono della scienza hanno il potere di rendere l'uomo « estatico », non tanto nel senso dell'estasi, quanto nel senso di farlo uscire da se stesso, dalla piccola prigione del suo egoismo.

La speranza, perfezionata dal dono della scienza, diventa anelito, sospiro, spasimo di Dio, come si esprime il Salmista: « Di te ha sete l'anima mia - a te anela la mia carne - come la terra deserta, arida, senz'acqua » [Sal 63 (62), 2]. « Come una cerva anela ai corsi d'acqua; così l'anima mia anela a te, o Dio. - L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente; - quando verrò e vedrò il volto di Dio? » [Sal 42 (41), 2-3].

Il dono della scienza suscita nell'anima non solo la preghiera della lode, ma la preghiera dello stupore. È la preghiera dei piccoli, dei poveri, per i quali tutto è nuovo, tutto è bello, perché possiedono così poco!

« Benedici il Signore, anima mia, - Signore mio Dio, quanto sei grande! - Rivestito di maestà e di splendore, - avvolto di luce come di un manto... Quanto sono grandi, Signore le tue opere. - Tutto hai fatto con saggezza, - la terra è piena delle tue creature » [Sal 104 (103), 1.24].

« ... Mi rallegro, Signore, con le tue meraviglie, - esulto per l'opera delle tue mani. - Come sono grandi le tue opere, Signore, - quanto profondi i tuoi pensieri! » [Sal 92 (91), 5-6].

La lode, lo stupore è l'esperienza dei grandi contemplativi: di S. Francesco che loda il Signore con tutte le creature, che stringe con loro amicizia, predica agli uccelli, protegge le tortore, pacifica il lupo e diventa frate lupo... Sono meraviglie di poesia anche umana, operate dallo Spirito col dono della scienza.

È evidente l'importanza del dono della scienza sul piano della vita interiore personale e dell'apostolato, poiché favorisce la contemplazione, l'unione d'amore con Dio; è fonte di preghiera, di lode, di ringraziamento, di stupore, di adorazione; suscita il distacco del cuore e quindi la libertà nell'uso delle creature, persone e cose. La beatitudine degli afflitti

Al dono della scienza corrisponde la beatitudine degli « afflitti che saranno consolati » (Mt 5,4).

Il vero discepolo di Cristo non troverà alcuna consolazione nelle creature; ma piuttosto incomprensione, insoddisfazione, vuoto, qualora pensasse di soddisfare le esigenze infinite del suo cuore.

Come è sempre attuale la frase tanto ripetuta, eppur tanto vera, con la quale s. Agostino inizia le sue Confessioni: « Sei grande, Signore, e meriti ogni lode; grande è

la tua potenza e la tua sapienza non ha limiti. E l'uomo, piccola parte della tua opera creatrice, vuol celebrare le tue lodi... Sei tu che susciti in lui quel desiderio, perché tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te ».

Così può realizzarsi la prima parte della beatitudine, quella dell'afflizione, che è pure una grazia, perché dal vuoto e dall'insoddisfazione delle creature giungiamo, anche per loro mezzo, tramite l'impronta che è in loro della bontà e bellezza del Creatore, alla pienezza e gioia di Cristo e, tramite il Cristo, giungiamo al seno del Padre, ... alla Trinità ssma: « Scuotici, Signore, infiammaci e rapiscici, sii fuoco e dolcezza: - prega s. Agostino - impareremo a correre nell'amore. Non sono forse molti a tornare a te da un abisso di cecità? Si avvicinano a te e vengono illuminati da quella tua luce, con la quale si riceve il potere di diventare tuoi figli ».

Così si realizza la seconda parte della beatitudine e siamo divinamente consolati. Ricordiamo la gioia e il rimpianto di s. Agostino: « Troppo tardi ti ho conosciuto, troppo tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova, troppo tardi ti ho amato! ».

Il rimpianto di s. Agostino è il nostro rimpianto di non aver conosciuto prima il Signore, di non averlo prima amato, di essere stati troppo a lungo schiavi del nostro io, delle creature, dei nostri peccati. Ripetiamo anche noi l'umile supplica di s. Agostino: « Non disdegnare, Signore, questo tuo filo d'erba assetato!... ».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XI.

LA FEDE E IL DONO DELL'INTELLETTO

 

Col dono della scienza scopriamo la bontà, la bellezza, la potenza di Dio nelle creature e attraverso le creature saliamo al Creatore. Dice bene il Siracide parlando degli uomini: « Il Signore... pose lo sguardo nei loro cuori, per mostrare loro la grandezza delle sue opere. Loderanno il suo santo nome per narrare la grandezza delle sue opere... I loro occhi contempleranno la grandezza della sua gloria, i loro orecchi sentiranno la magnificenza della sua voce » (Sir 17,7. 11).

Tutto questo avviene in modo particolare col dono della scienza: dalle creature al Creatore; col dono dell'intelletto invece esperimentiamo una conoscenza più piena e più profonda (intus-legere) di Dio, non col ragionamento, ma con l'intuizione e con l'esperienza della vita.

Il dono dell'intelletto perfeziona così la virtù teologale della fede, che è soprattutto un'adesione amorosa a Dio, a Cristo, allo Spirito. Inoltre la fede, perfezionata dal dono dell'intelletto, è una partecipazione anticipata alla « luce della gloria ».

 

« Le cose del cielo »

Come sia importante il dono dell'intelletto, lo accenniamo per ora con due frasi della Scrittura. Una è còlta dal libro della Sapienza: « A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le cose del cielo? Chi ha conosciuto il tuo pensiero (Signore), se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall'alto? » (9,16-17).

La seconda frase la cogliamo nel dialogo di Gesù con Nicodemo: « Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose del cielo? » (Gv 3,12). Da qui la necessità che lo Spirito effonda su di noi il dono dell'intelletto. Facciamo nostra la preghiera dell'inno della Pentecoste: « Vieni, o Spirito creatore, - visita le nostre menti,... - Sii luce all'intelletto - fiamma ardente nel cuore... - Luce d'eterna sapienza - svelaci il grande mistero - di Dio Padre e del Figlio, - uniti in un solo Amore. Amen » (Primi vespri di Pentecoste).

Abbiamo già accennato alla preziosità delle virtù e specialmente delle virtù teologali, con le quali conosciamo e amiamo Dio come Dio conosce e ama se stesso... e così lo godiamo. Ma queste virtù (fede - speranza - carità), perfette in se stesse, si servono delle nostre facoltà, specialmente dell'intelligenza e della volontà, molto imperfette e limitate, e « ne subiscono il contraccolpo », ossia i nostri concetti, i nostri affetti sono così limitati e imperfetti che la fede, la speranza, la carità, servendosi di mezzi imperfetti e limitati, si manifestano in noi imperfettamente e limitatamente, così noi - conclude con tristezza s. Tommaso -: «Conosciamo e amiamo Dio imperfettamente». Ecco perché Dio interviene e, coi doni del suo Spirito, perfeziona in noi le manifestazioni delle virtù teologali: la speranza è perfezionata dal dono della scienza e la fede dal dono dell'intelletto.

 

Come Dio conosce se stesso

La fede è una partecipazione divina alla « conoscenza », soprattutto nel senso biblico di esperienza di vita, che il Verbo incarnato, Cristo, ha del Padre, per cui possiamo « conoscere » Dio come Dio « conosce » se stesso. La fede è già, in germe, un'esperienza della vita beata (visione, possesso e godimento di Dio) anzi è l'inizio della vita eterna.

Gesù dice: « In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha la vita eterna » (Gv 6,47). È esperienza di vita che si realizza nel presente (cf. Gv 3,15.36; 5,24; 6,36; 11,25-26) e ancora più esplicitamente, sempre al presente: « Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato Gesù Cristo »: è un'esperienza di vita nel vicendevole amore.

Questa è la fede biblica. L'autore della lettera agli Ebrei la definisce: « Sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi »; la traduzione è di Dante, quando, in Paradiso, fa l'esame sulla fede dinanzi a s. Pietro (Par. c. XXIV, 64-65). La traduzione letterale è questa: « La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono » (Eb 11,1). Ossia la fede è la garanzia e la convinzione intima di esperimentare e possedere già fin d'ora quelle realtà divine che, oltre a possedere, vedremo nella vita eterna. Ci soffermiamo a lungo sulla fede e sullo spirito di fede, data la loro importanza all'inizio di ogni esperienza di Dio-amore nella vita spirituale.

 

Cogliere nel profondo

Oltre che essere esperienza di vita, la fede ha il compito di farci capire e accettare le verità rivelate da Dio nella S. Scrittura e insegnate dalla Chiesa. La fede è come una facoltà di audizione soprannaturale, specialmente perfezionata dal dono dell'intelletto, che ci permette di ascoltare la voce dello Spirito, che è la voce del Padre e del Figlio e di conoscere le bellezze del paradiso prima ancora di poter contemplare Dio faccia a faccia e possederlo perfettamente.

La differenza fra un non credente e un credente che, ad es. leggono il Vangelo, è simile alla differenza di chi legge una poesia e ne rimane commosso (il non credente) e chi, invece, oltre a rimanere commosso, la coglie in tutta la sua intima bellezza, la rivive, per quanto è possibile, dal profondo, come il poeta l'ha sentita e vissuta (questi è il credente) o la differenza che esiste fra due ascoltatori di musica: uno è un profano che si diletta di musica, l'altro è un fine intenditore. Ambedue ascoltano ad es. una fuga di Bach o una sinfonia di Beethoven e ne rimangono commossi, ma solo chi è fine intenditore coglie il senso, l'anima, rivive il mondo musicale di Bach e di Beethoven.

Così il credente può comprendere, gustare, vivere, ad es., le beatitudini evangeliche: beati i poveri, beati gli afflitti, beati i puri di cuore, beati i perseguitati ecc.; può comprendere, gustare e vivere il valore della croce, della povertà, dell'umiltà, la gioia di essere puri, perseguitati ecc. Il non credente comprende il significato delle parole, ne è anche commosso; ma è per lui assurdo aderirvi.

 

Un incontro intimo, personale

Stiamo attenti, perché il mondo della fede è un mondo molto delicato e anche misterioso. Vi sono molti che dicono di essere credenti, ma non vivono la loro fede; vi sono altri che non si dicono credenti e vivono le realtà della fede e del Vangelo.

Sentiamo Gesù: « Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli... » (Mt 7,21). Non sono le parole che contano, ma la vita.

La fede ci fa aderire con la mente, col cuore, con la vita, alla Verità (maiuscola) e la Verità è il Verbo eterno di Dio fatto carne, Cristo Gesù é nessuno giunge a lui « se il Padre non lo attira » (Gv 6,44). Se siamo giunti alla Verità, Cristo, è per un dono d'amore del Padre, al quale abbiamo dato la piccola, essenziale collaborazione del nostro « si ».

Per noi il Cristianesimo, prima di essere un complesso di verità e di doveri, è l'incontro personale con Qualcuno, Cristo.

Voi, Dio « non lo conoscete. Io invece lo conosco » (Gv 8,55). Lui è « il Figlio unigenito che è nel seno del Padre » e ce « lo ha rivelato » (Gv 1,18). « Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo » (Mt 11,27) col dono della fede che, ripetiamo, non è tanto una conoscenza teorica delle verità divine, quanto un'esperienza di vita e di amore del Cristo e, tramite il Cristo, dell'amore del Padre: « Se conoscete me, conoscerete anche il Padre... », dice Gesù agli apostoli. Gli risponde Filippo: « Signore, mostraci il Padre e ci basta ». Gli dice Gesù: « Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre » (Gv 14,7-9). Tutta la vita di Gesù, le sue parole, le sue azioni, i suoi miracoli sono il luogo della manifestazione perfetta del Padre.

Solo nell'incontro personale d'amore con Cristo e quindi col Padre, la fede è viva, perché la Verità è persona, è Cristo e il cuore ci arde in petto come ai discepoli di Emmaus nell'ascoltare Gesù che spiega le Scritture (cf. Lc 24,32).

 

Si dissolva la nuvola

Da qui l'importanza di pregare e contemplare ciò che si studia riguardo alla fede (teologia-esegesi) e di vivere quello che si è contemplato, come sempre hanno fatto i grandi, santi teologi: s. Agostino, s. Tommaso, tutti i Padri e Dottori della Chiesa.

Se la nostra fede è prevalentemente studiata, è una fede molto debole e possiamo anche essere senza fede. Vi sono dei teologi-esegeti atei, che non pregano e vivono una vita disordinata. Allora la Verità tace, Gesù tace, ma tacendo, grida - afferma s. Caterina da Siena - « col grido della pazienza » perché si dissolva « la nuvola dell'amor proprio » che offusca « il lume della fede, il quale lume è la pupilla dell'occhio dell'intelletto », poiché è tristissimo spettacolo - continua la Santa - trovare « in bugie e menzogne le bocche di coloro che son fatti annunciatori della Verità » (chiarissimo accenno ai sacerdoti, ai religiosi) « ... io muoio e non posso morire a vedere esser privati della Verità quelli che dovrebbero morire per la verità».

Ricaviamo alcune conclusioni pratiche per la nostra vita spirituale.

 

Dono dell'amore

La fede, intesa biblicamente soprattutto come « conoscenza », ossia esperienza di vita del Padre, del Cristo, sotto l'influsso dello Spirito, è un prezioso dono trinitario: « Per questa grazia infatti - scrive Paolo agli Efesini - siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio » (Ef 2,8). Tutto è dono dell'amore del Padre, attraverso il cuore di Cristo: « Uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua » (Gv 19,34). Lo Spirito è stato effuso, con tutti i suoi doni, tra i quali la fede: « Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia » (Gv 1,16).

Fra i doni dell'amore gratuito, oblativo di Cristo c'è la fede: « Nessuno può prendersi qualcosa - dice Gesù - se non gli è stato dato dal cielo » (Gv 3,27) dal cuore del Padre, dal cuore di Cristo. « In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli. Sì, Padre, è così che tu hai disposto nella tua benevolenza » (Lc 10,21 TOB).

 

Cammina umilmente

Ci siamo così introdotti a un'altra conclusione pratica: la fede richiede una grande umiltà. È vero che la fede nobilita sul piano soprannaturale l'intelligenza; ma questa, accettando la fede, deve esercitare molto l'umiltà. Credere, infatti, comporta la rinuncia a vedere tutto, a comprendere tutto. Per sua natura l'intelligenza vuole vedere chiaro, capire, giudicare; ma la verità e la realtà della fede, essendo divine, sono talmente superiori all'intelligenza umana che, questa, è come cieca e deve riconoscere la sua impotenza a tutto vedere, a tutto comprendere.

Quando poi pensiamo che la vera fede è fondata solo sulla parola di Dio, senza la prova dei miracoli, allora bisogna proprio chiudere gli occhi, abbandonarsi ciecamente a Dio, convinti solo di questo: che è ragionevole fondarsi sulla parola di Dio..., non è una parola d'uomo e allora: « Cammina umilmente con il tuo Dio » (Mi 6,8).

È spontaneo concludere che fede e umiltà sono le virtù indispensabili per entrare in rapporto con Dio; inoltre, la via della fede e la via dell'umiltà sono le vie normali per le quali Dio si dà all'anima, la via della carità.

« Senza la fede è impossibile piacere a Dio » (Eb 11,6): « Tutto è possibile per chi crede » (Mc 9,23); altrettanto possiamo dire dell'umiltà: « Sta scritto infatti: distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti... Non ha forse Dio dimostrata stolta la sapienza di questo mondo? » (La sapienza come attività della ragione umana è in se stessa pregevole: è dono di Dio; ma diventa stoltezza, quando pretende l'autosufficienza, di essere l'unica e suprema norma dell'uomo. « Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti... ciò che nel mondo è debole per confondere i forti » (è il mistero della croce) « perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio... Chi si vanta, si vanti nel Signore » (1 Cor 1,19-31 passim). Come è vero: la via che scende è la via che sale fino al cuore di Dio! « I miei pensieri non sono i vostri pensieri; le vostre vie non sono le mie vie » (Is 55,8).

 

L'esperienza di Abramo

Questo stile di Dio risalta in tutta la Scrittura, in modo particolare nella vicenda di Abramo, secondo il commento che ne fa Paolo nella lettera ai Romani al capitolo quarto e l'autore della lettera agli Ebrei: 11,8 ss.

La vicenda di Abramo comincia con un atto di fede: Esci dalla tua terra e va... « verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò... Allora Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore » (Gen 12,1.4).

Tuttavia, all'inizio, Abramo è ancora spiritualmente ignorante e si lamenta con Dio, perché non gli dà un figlio. Dio lo rassicura che erede non sarà il suo servo Eliezer; ma un suo figlio. Gli dice di contemplare le stelle e di contarle... Così numerosa sarà la sua discendenza. Abramo credette a Dio « glielo accreditò come giustizia » (Gen 15,6). Abramo si è umiliato dinanzi a Dio, credendo a un fatto umanamente impossibile, essendo Sara sterile.

Tuttavia la fede di Abramo non è ancora perfetta né totale la sua umiltà. Difatti quando Dio afferma che benedirà Sara e da lei Abramo avrà un figlio dal quale verrà un popolo e anche dei re, Abramo si getta bocconi a terra e ride, dicendo fra sé: « Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novanta anni potrà partorire? » (Gen 17,17). Lo stupore e l'ignoranza spirituale riaffiorano.

Eppure Dio, nella misteriosa apparizione dei tre personaggi alle Querce di Mamre conferma la sua promessa. « Tornerò da te fra un anno... e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio » (Gen 18,10). Sara ascolta dietro l'ingresso della tenda e ride dentro di sé e dice: « Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore (Abramo) è vecchio » (Gen 18,12). Ma il Signore dice: « Perché ha riso Sara... C'è forse qualcosa impossibile per il Signore? » (Gen 18,13). Sara presa dalla paura nega: « Non ho riso! ». Il Signore conferma: « Si, hai proprio riso » (Gen 18,15). Il figlio del miracolo, Isacco sarà il sorriso di Dio, poiché il nome Isacco significa: « Dio sorrida o ha sorriso; si è mostrato favorevole ».

Ed ecco la prova suprema della fede di Abramo: « Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco... e offrilo in olocausto... » (Gen 22,2)... Abramo ubbidisce... Isacco sarà risparmiato; ma Abramo ha creduto, si è umiliato dinanzi a Dio e Dio gli riconferma la benedizione e le promesse, facendolo padre di tutti i credenti (cf. Gen 22,16-18).

 

Lo stile di Dio

Questa fede, questo abbandono totale Dio li vuole da Mosè, da Giuditta, da Anna, da Esther, da Geremia e nel NT da Zaccaria, che viene punito per il suo dubbio nella fede e da Maria che viene lodata da Elisabetta per la sua fede: « Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore » (Lc 1,45).

Nel Vangelo, Gesù, prima di compiere i miracoli, domanda la fede o la loda dopo che li ha compiuti: « Tutto è possibile per chi crede » (Mc 9,23)... « Credo, aiutami, nella mia incredulità » (Mc 9,24); « Coraggio, figliuola, la tua fede ti ha guarita » (Mt 9,22); « In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande » (Mt 8,10).

Dopo la risurrezione Gesù rimprovera i discepoli di Emmaus per la loro mancanza di fede: « Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! » E riaccende nei loro cuori la fede, spiegando lungo la via le Scritture che lo riguardavano: « Non ci ardeva forse il cuore in petto, mentre conversava con noi lungo il cammino e ci spiegava le Scritture? » (Lc 24,32) e diventano annunciatori della fede, proclamando con gli Apostoli: « Davvero il Signore è risorto...! » (Lc 24,34).

 

« In spirito e verità »

La fede è fondamento della nostra intimità con Dio, se intendo la fede biblicamente, come esperienza di vita, come adesione della mente, del cuore, di tutta la persona a Dio.

Con la fede ci uniamo a Dio in spirito e verità, come Gesù dice alla Samaritana: « È giunto il momento ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori » (Gv 4,23).

« ln spirito », poiché il possesso di Dio (la pura fede) è dono di Dio... Posso giungere a lui solo per la stessa via per la quale egli giunge a me: è la via della carità; è in ultima analisi lo Spirito Santo: « Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità » (Gv 4,24); « e verità », poiché la fede mi rende partecipe dell'esperienza di vita, ossia della « conoscenza » che il Verbo ha del Padre. Per partecipazione conosco Dio come è in se stesso, anche se molto imperfettamente.

Tanto più profonda e pura è la fede, tanto più intensa e intima è la nostra « conoscenza » di Dio e la nostra unione a lui. Le visioni, le rivelazioni, le locuzioni, tutti i fenomeni straordinari della mistica sono di molto inferiori al puro atto di fede, anche se accompagnato da profonde tenebre interiori, fonti di grandi sofferenze, delle quali spesso l'anima si lamenta, senza avvedersi che si lamenta di una grande grazia.

 

La beatitudine della fede

C'è un rapporto intimo tra fede e carità. Più intensa è la « conoscenza » (esperienza di vita) più viva e intensa è la carità. Quando la fede è perfezionata dai doni dello Spirito, la « conoscenza » di Dio ha una dolcezza, un sapore, una pace, una gioia che spontaneamente diventano slancio di amore e riposo di contemplazione. Essa ci porrà nel « seno di Dio » nel gaudio del Signore, facendoci pregustare qualcosa dell'intima dolcezza e soavità della vita trinitaria, inesprimibili con parole umane, come afferma Paolo: « Occhio non vide, orecchio non udì, la mente non può concepire ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano...; ma a noi le ha rivelate per mezzo dello Spirito... » (1 Cor 2,9-10).

Allora esperimentiamo davvero che fra Dio veduto e Dio creduto non c'è differenza reale: è possesso di Dio nella fede ed è possesso di Dio nella visione; solo il modo è differente: nella fede è oscuro, nella visione è luminoso. Sappiamo che molte sono le beatitudini del Vangelo, non solo le otto riferite da Matteo nel discorso della Montagna; anzi il Vangelo inizia con la beatitudine della fede che scende su Maria: « E beata colei che ha creduto... » (Lc 1,45) e conclude con la beatitudine della fede: « Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno » (Gv 20,29).

 

Lo spirito di fede

Proprio nella fede, conoscenza di Dio, dobbiamo vivere quotidianamente 1'« Ecce venio » del nostro amore oblativo: abbandonarci totalmente a Dio. Solo così la fede diventa spirito di fede, diventa un'esperienza abituale di Dio, del Cristo, dello Spirito; è un vivere con loro la nostra quotidianità, è fare attenzione e vedere con il loro occhio noi stessi, gli altri, il buon Dio. La fede diventa così la norma secondo la quale pensare, amare, parlare, agire.

Purtroppo con l'egoismo che ci domina sotto tante forme: di orgoglio, di vanità, di ambizione, di invidia, di gelosia, di impazienza, di pigrizia, di ricerca disordinata della stima, dell'effetto, di ciò che ci fa comodo e ci piace ecc. è facile pensare, parlare, agire, valutare fatti e persone dal nostro punto di vista e non da quello di Dio; vedere le cose e persone col nostro occhio, non con quello di Dio; bramarle e amarle secondo il nostro cuore e non con il cuore di Cristo: « Tutti cercano i propri interessi - constata dolorosamente Paolo - non quelli di Gesù Cristo » (Fil 2,21). È la delusione che Dio già esprimeva nell'AT: « Io ti avevo piantato come vigna scelta... ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda? » (Ger 2,21). « Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi » (Mi 6,3).

 

Un dono di Dio

Il libro della Sapienza ci ricorda come è debole la nostra mente nel conoscere le stesse cose della terra: « I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l'anima e la tenda d'argilla grava la mente dai molti pensieri. A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le, cose del cielo? Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la tua sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall'alto? » (Sap 9,14-17).

E’ spontaneo - allora pregare: « O Dio dei padri e Signore di misericordia, che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l'uomo, perché domini sulle creature fatte da te e governi il mondo con santità e giustizia, e pronunci giudizi con animo retto, dammi la sapienza, che siede in trono accanto a te e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, uomo debole e di vita breve, incapace di comprendere la giustizia e le leggi. Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla... Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito... » (Sap 9,1-6.10).

 

L'occhio di Cristo

E la sapienza, per infinita, bontà del Padre si è manifestata sensibilmente in Cristo, « nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio (Col 2,3) ed è « diventato, per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione » (1 Cor 1,30).

In Cristo il Padre ci manifesta i suoi punti di vista, le sue regole, la sua mentalità: Dio brillò nei nostri cuori mediante il volto di Cristo (cf. 2 Cor 4,6): « Questi è il Figlio mio, il diletto, ascoltatelo » (Lc 9,35).

Gesù stesso si presenta come la sapienza del Padre, usando l'immagine della luce: « Io sono la luce del mondo, chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita » (Gv 9,12), meglio: la luce che conduce alla vita.

Ora possiamo dire con certezza che cos'è lo spirito di fede, poiché sappiamo che 1'« occhio di Dio » con cui dobbiamo vedere tutto, « le regole di Dio », secondo cui valutare tutti, è l'occhio di Cristo, sono le regole di Cristo. Per questo Paolo esorta: abbiate il medesimo modo di pensare, di sentire di Cristo Gesù (cf. Fil 2,5). Imparate Cristo (cf. Ef 4,20). Rivestitevi di Cristo (cf. Gal 241 3,27). Fate tutto nel nome di Cristo (cf. Col 3,17), ossia in lui Verità, in lui Amore: « nel nome » è la persona. Manifestate la vita di Cristo nel vostro corpo (cf. 2 Cor 4,10). Vivete per Dio in Cristo Gesù (cf. Rom 6,11), come se dicesse: incontratevi in ogni istante della vostra vita col Padre nel santuario dell'amore divino e umano che è il Cristo, il Cuore di Gesù.

 

Vivere Cristo

Per conoscere le regole di vita dateci da Gesù, basta aprire il Vangelo e ascoltare le parole (rémata) di Cristo, non solo quelle uscite dalla sua bocca (dottrina), ma gli episodi della sua vita, spesso più eloquenti di tante parole. Ci accorgiamo ben presto che Gesù è paradosso e scandalo, come dice Paolo: « Scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani » (1 Cor 1,23).

Quello che per il mondo è felicità, fortuna, per Gesù è spesso insoddisfazione e disgrazia. Gesù esalta, in vista della carità, la povertà, l'umiltà, il nascondimento, il distacco, l'obbedienza, la castità, l'immolazione per amore, l'amore disinteressato per il prossimo, il disprezzo di sé, l'amore delle umiliazioni, il perdono delle offese, l'amore dei nemici, il rendere bene per male ecc. tutte pazzie per il mondo. Lo spirito del mondo è contrario allo Spirito di Cristo. « Voi siete di questo mondo - dice Gesù ai giudei e ai loro dirigenti - io non sono di questo mondo » (Gv 8,23). « Se piacessi agli uomini - afferma Paolo - non sarei più servitore di Cristo » (Gal 1,10).

Certo, le norme di vita, le regole di Cristo sono stupende, ma, a scanso di ogni illusione, facciamo presente che richiedono spesso del vero eroismo per praticarle. Nessuno pensi che fare le scelte evangeliche sia cosa facile, semplice, naturale, Umanamente parlando è molto difficile e anche impossibile, se non ci si apre all'influsso dei doni dello Spirito. Veramente esperimentiamo come è necessario che lo Spirito venga « in aiuto alla nostra debolezza » (Rom 8,26), non solo per praticare le scelte evangeliche; ma anche solo per capirle.

In alcuni libri si legge - osserva ironicamente s. Teresa d'Avila nella sua autobiografia - « di non curarsi se alcuno dice male di noi, ma di goderne, anzi, più che di una lode; di non stimare l'onore, di staccarsi dai parenti fino a sentir disgusto di star con essi, se non sono di orazione, ed altre cose del genere che, a mio parere, sono un puro dono di Dio, perché soprannaturali e contrarie alle nostre inclinazioni naturali. Se quelle anime non possono subito far tanto, non si affliggano, ma confidino in Dio, e anch'esse, col suo aiuto, potranno mettere in opera quello che ora hanno soltanto nel desiderio... » (cap. 31,18).

 

Proposte concrete

1. Avere un senso profondo del mistero di Dio... La più bella avventura è scoprire il mondo di Dio: un mondo di amore, di gioia, di pace. Senza l'esperienza di Dio saremo sempre dei poveri esseri insoddisfatti, inquieti, scontenti. È profondamente vero quello che L. Bloy afferma concludendo il suo romanzo: La povera donna: « Vi è una sola vera tristezza: quella di non essere santi ».

S. Giovanni della Croce ci ricorda continuamente che la fede è divina tenebra, ossia, Dio supera talmente la comprensione dell'intelletto umano, ed è così inesprimibile mediante concetti umani, anche i più sublimi, che diciamo molto di più di lui quando diciamo nulla, di quando diciamo qualche cosa... Siamo all'« adorare - tacere - godere » di Rosmini.

La luce infusa della fede è tenebra per l'intelletto. Noi crediamo quello che non vediamo. Perciò riconosciamo umilmente e con pace il nostro nulla dinanzi a Dio e non facciamo gran conto di quello che intendiamo, gustiamo, immaginiamo riguardo a Dio, anche se ci sembra splendido. Preferiamo stare al buio, nella tenebra della pura fede, allora ci avviciniamo maggiormente alla realtà di Dio, credendo, amando: « Dio è carità, chi rimane nella carità rimane in Dio e Dio in lui » (1 Gv 4,16).

Se noi rinunciassimo a tutti i nostri « perché » bambineschi riguardo a Dio e ci preoccupassimo solo di amarlo, apprezzando soprattutto il puro amore, ossia il cammino dell'aridità spirituale, quale grande grazia di purificazione sarebbe questa! Quale preziosa via è quella dell'amore! Come è difficile per noi comprenderne la preziosità, se non esperimentiamo i gusti, le gioie dell'amore! Che lo Spirito ci doni la luce e la forza per accettare la grande grazia, grazia di contemplazione oscura, della pura fede e del puro amore... Domandiamoci: « Abbiamo noi riconosciuto e creduto all'infinito amore che Dio ha per noi? » (cf. 1 Gv 4,16).

2. Amare il silenzio specialmente interiore. Essere abitualmente riflessivi, come la Vergine nell'annunciazione: « Si domandava quale fosse il senso del saluto dell'angelo » (cf. Lc 1,29) o riguardo a ciò che si diceva e avveniva intorno a Gesù: « Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore » (Lc 2,19).

Fare attenzione agli eventi, a noi stessi, agli altri, con l'attenzione di Dio. Incontrarci spesso a quattr'occhi con Cristo, in una revisione di vita continua, in un continuo Vangelo vivo, ossia confronto con la vita di Cristo, pena la sterilità spirituale della nostra vita, l'incongruenza di essere una contraddizione vivente, una triste controtestimonianza, poiché un battezzato e tanto più un'anima religiosa, un sacerdote non possono mai comportarsi come se non lo fossero.

Acquistiamo l'abitudine di chiederci, come per istinto, in ogni situazione: che cosa penserebbe Gesù, come parlerebbe, come agirebbe? Questo è vivere a quattr'occhi con Gesù, cuore a cuore con lui.

Come la Vergine Maria, creatura di fede, fece eco all'« Ecce venio » di Cristo con 1'« Ecce ancilla », così facciamo anche noi: « Ecce venio... » « Ecce ancilla »!

 

Il dono dell'intelletto

La virtù teologale della fede è perfezionata dal dono dell'intelletto, non in se stessa, ma nelle sue manifestazioni, secondo le nostre limitate facoltà umane, specialmente l'intelligenza e la volontà.

Con il dono dell'intelletto, lo Spirito Santo, che scruta « le profondità di Dio » (1 Cor 2,10) comunica, non solo all'intelletto, ma al cuore dell'uomo una particolare parte cipazione alla sua « conoscenza » delle realtà divine, della Trinità ss.ma. Ci fa così penetrare nell'intimità di Dio. È una « conoscenza » nello Spirito e con lo Spirito.

Tante volte abbiamo letto delle espressioni nella Scrittura: le comprendiamo, le gustiamo, ci servono come preghiera. Viene un giorno in cui una frase ci colpisce profondamente; la esperimentiamo come un'esigenza di vita, ad es. « L'amore che Dio ha per noi » (1 Gv 4,16). Questa verità-realtà riecheggia nel nostro intimo, ci attira, ci commuove: la risentiamo contemplando il Crocifisso (ecco, l'amore che Dio ha per noi!), il Cuore di Cristo, il bambino Gesù nel presepio (ecco, l'amore che Dio ha per noi!), celebrando l'eucaristia, considerando l'inabitazione della Trinità nel nostro cuore, mediante la grazia (ecco, l'amore che Dio ha per noi!).

Questa verità-realtà influisce sulla nostra vita, sul nostro rapporto con Dio, ci fa esperimentare un'esigenza profonda di silenzio interiore, di raccoglimento, di contemplazione; comprendiamo che, se è molto importante amare Iddio, è molto più importante lasciarsi amare e possedere da lui.

La conoscenza chiara e profonda della realtà di Dio, della sua Parola, porta all'esultanza del cuore, che non è un entusiasmo passeggero, ma una gioia intima, intensa, perché si è capito qualcosa di Dio, il suo pensiero e lo si attua nella pace dello Spirito.

 

Un esempio

Per spiegarmi ancora meglio riguardo al modo di agire del dono dell'intelletto e come non riguardi solo il nostro intimo, ma porti alla trasformazione del cuore e alla conversione della vita, cito un fatto che tutti conoscete: il racconto della conversione dell'Innominato, narrata da A. Manzoni al cap. 21° del suo romanzo: I promessi sposi.

Quante volte l'Innominato aveva incontrato delle donne nella sua vita, quante volte aveva sentito parlare di opere buone, di perdono dei peccati e, da ribaldo qual era, vi aveva sghignazzato sopra.

Quella sera, nel suo castello, incontra una povera ragazza, Lucia, che egli aveva fatto rapire, per fare uno sporco piacere a un ribaldo come lui, ma più vigliacco di lui, don Rodrigo. Ebbene, dalla bocca di quella povera ragazza, fra le tante altre parole, esce questa espressione: « Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia! ».

Quelle parole tanto semplici si fissano nella mente dell'Innominato, scendono nel suo cuore, diventano l'assillo tormentoso di tutta una notte, nella quale, fra pensieri di disperazione e di suicidio, si fa strada la decisione di liberare quell'innocente e di cambiare vita, come farà tra le braccia del card. Federigo.

Ebbene, il potere sconvolgente di una semplice espressione, scesa nel profondo della mente e del cuore dell'Innominato mette in rilievo, in un caso straordinario, la potenza del dono dell'intelletto: farci leggere nel profondo (intus-légere) la Parola di Dio, leggerla con il cuore, con tutta la nostra vita, realizzandola.

Una verità o realtà divina conosciuta per fede è, per noi, come una fiammella che illumina tranquilla e arde. La stessa verità o realtà divina, còlta col dono dell'intelletto è come la folgore che colpisce, penetra, sconvolge. Non è una conoscenza razionale; ma un'intuizione, un'esperienza profonda, vitale, che non lascia dubbi.

 

Conoscere, amare, gustare

Col dono dell'intelletto esperimentiamo come la Parola di Dio sia parola viva, « più tagliente di ogni spada a doppio taglio » (Eb 4,12).

La Parola di Dio è veramente ascoltata, quando è accolta. Allora fa ardere il cuore, cambia la mentalità e induce alla conversione della vita. Così avvenne ai discepoli di Emmaus.

Di s. Francesco, dice il suo primo biografo, Tommaso da Celano, sebbene non possedesse alcuna cultura umana « aveva una comprensione altissima della Scrittura... penetrava l'oscurità dei misteri e ciò che rimane inaccessibile alla scienza dei maestri, era aperta all'affetto dell'amante ».

È facilmente constatabile la correlazione che esiste fra il dono dell'intelletto e il dono della sapienza: ciò che l'intelletto intimamente « conosce » viene gustato dal cuore col dono della sapienza.

Rileviamo che Gesù, quando parla di sé come il buon Pastore, caratterizza i suoi rapporti con le sue pecore in termini di conoscenza, ossia esperienza di vita: « Io sono il buon Pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me » (Gv 10,14). Già nel « prologo » il mondo è « mondo » ossia rifiuto di Gesù, perché rifiuta di conoscerlo: « Il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe » (Gv 1,10).

Quante volte nella Scrittura leggiamo l'invito: « Ascolta, Israele! » oppure l'affermazione: « E’ Parola del Signore! » Dall'ascolto, all'intelligenza, al cuore, alla vita.

Nel terzo canto, il Servo di Jahvé afferma: « Ogni mattina fa attento il mio orecchio, perché io ascolti... Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio e io non ho opposto resistenza... » (Is 50,4-5).

 

Ascoltare per vivere

La prima condizione per la salvezza e quindi per la santità è l'ascolto, inteso come accoglienza della Parola. Il Verbo di Dio si è fatto Parola (Scrittura) prima di farsi carne, nostro cibo e nostra bevanda. Nella Scrittura Dio è sceso fino a noi, ci fa ascoltare la sua voce, ci rivela le meraviglie del suo amore.

L'ascolto-accoglienza della Parola, attraverso l'intelligenza e il cuore, giunge alla vita. L'ascolto è per la vita. La Parola di Dio ha in sé la grazia per metterla in pratica; ha un valore sacramentale; realizza ciò che dice, se trova in noi le adeguate disposizioni.

Diceva Lutero: « Ogni volta che la Parola di Dio arriva al mondo, viene per cambiare il mondo ». Commentava così il famoso brano di Isaia: « Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata » (Is 55,10-11).

La Parola di Dio ci contesta « è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino a dividere anima e spirito (intendo per « anima » il principio della vita fisica e psichica e per « spirito » il principio della vita spirituale)... scruta i sentimenti e i pensieri del cuore » (Eb 4,12).

 

Una mensa del Signore

Tutti i maestri dello spirito, cominciando dai padri del deserto, raccomandavano di leggere e ascoltare la Parola di Dio con cuore semplice, con umiltà, con prolungati silenzi, assaporando, ripetendo i versetti che più colpiscono.

È opportuno trascriverli in un quaderno e leggerli, aprendo a caso, quando è necessario nutrire la nostra preghiera. Allora rileveremo facilmente che è il nostro cuore ad ascoltare ed è lo Spirito che parla al cuore.

Possiamo così esperimentare con Geremia: «Quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore » (Ger 15,16).

La Parola di Dio è, con l'eucaristia, una delle due « mensae Domini ». Anche con la Parola di Dio entriamo in comunione, cibandoci spiritualmente del Verbo della vita.

Noi, tramite la Parola di Dio, ascoltiamo colui che ci parla alla mente e al cuore; suscita in noi l'attenzione amorosa e la riflessione silenziosa, inducendoci a cambiare o a migliorare la nostra vita. Le disposizioni del nostro animo devono essere quelle del giovane Samuele: « Parla, perché il tuo servo ti ascolta » (1 Sam 3,10) e quelle del profeta Geremia: avido della Parola di Dio, gioia e letizia del cuore (cf. Ger 15,16).

Sono queste le disposizioni interiori, perché agisca in noi il dono dell'intelletto.

 

L'intimità con Dio

L'erudizione, la scienza, l'esegesi riguardo alla Parola di Dio? Sono utili...; ma al loro posto e nel loro luogo. Paolo, scrivendo agli Efesini pregava « il Dio del Signore nostro Gesù Cristo », perché desse loro « uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente... » (Ef 1,17-18).

Il dono dell'intelletto, come quello della sapienza, riguarda direttamente il nostro rapporto intimo con Dio. Ora, dice Paolo nella prima lettera a Timoteo, Dio « abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere » (6,16) e Gesù stesso nel vangelo di Matteo afferma: « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Mt 11,27).

Mosè, che aveva avuto la rivelazione dél nome misterioso di Dio, che parlava a tu per tu col Signore, come un amico fa con l'amico, domanda a Dio come grazia suprema: « Mostrami la tua gloria » (Es 33,18) e Dio risponde: « Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo » (Es 33,20). Perfino i serafini, secondo la visione di Isaia nel tempio, dinanzi a Dio si coprono il volto e proclamano: « Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della tua gloria » (Is 6,3).

 

Scelti e consacrati

La santità di Dio è inaccessibile alla mente umana. « Santo » (« Kodesh » in ebraico: « aghios » in greco, « sanctus » in latino) significa «consacrato, separato, trascendente».

La santità del mistero di Dio era una realtà sempre presente e sempre ricordata all'antico Israele con il « Santo dei Santi » (ossia Santissimo), la parte più segreta del tempio di Gerusalemme, il santuario ove si conservava l'arca dell'alleanza, ove Dio era presente, ove entrava, una sola volta all'anno, il solo sommo sacerdote, per domandare perdono dei peccati del popolo d'Israele nel giorno della purificazione (il « Kippur »).

Come le cose, così le persone, soprattutto le persone al servizio di Dio, sono sacre, partecipano della santità di Dio e portano in sé qualche cosa del mistero di Dio. Sono perciò prescelte, separate, consacrate.

Così è di Geremia: « Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato: ti ho stabilito profeta delle nazioni » (Ger 1,5); così è di Israele: « Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra » (Dt 7,6); così è dei cristiani: « Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato, perché proclami le opere meravigliose di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce » (1 Pt 2,9). Così è in particolare degli apostoli, dei discepoli del Signore, specíalmente del sacerdote « preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati » (Eb 5,1): « Consacrali nella verità » - prega Gesù - « la tua parola è verità... Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità (Gv 17,17-19).

 

Consacrati e inviati

Dio non si rinchiude nella sua santità; ma, dalla sublime profondità del suo mistero, ci chiama, nella persona di Abramo, padre dei credenti e dei consacrati a Dio, nel quale tutti noi siamo presenti: « Esci dalla tua terra, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò » (Gen 12,1); secondo un invito più profondo, più intimo: esci dal tuo modo di pensare, di parlare, di agire troppo naturale, entra nella terra di Dio, nella santità e sii « santo » come io il Signore tuo Dio sono « santo » (cf. Lv 11,44); invito ripetuto insistentemente a noi cristiani, che siamo il nuovo Israele: « Ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: voi sarete santi, perché io sono santo » (1 Pt 1,15-16).

A ben riflettere, questo insistente invito ad essere santi, non è altro che la realizzazione del progetto di Dio riguardo all'uomo al momento della creazione: « Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza... Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò » (Gen 1,26-27). Il progetto di Dio è realizzato nella santità dell'uomo, c'è una legge di gravità universale, non solo per i corpi, ma per le anime. Consciamente o inconsciamente sono attirate da una Forza misteriosa che è Luce-Verità-Gioia-Amore.

La santità è il nostro primo apostolato, la nostra prima missione. Dobbiamo essere santi, non solo per Dio e per noi stessi, ma per i nostri fratelli.

 

« Ora ho fame e sete di te »

Ripensiamo alle meravigliose espressioni di s. Agostino riguardo alla sete che l'anima ha di Dio, senza pace, finché non trova in lui il suo riposo: « Come il cervo anela alle sorgenti delle acque così l'anima mia sospira te, o Dio. Ha sete l'anima mia del Dio vivo; quando verrò e mi presenterò al volto del mio Dio? O fonte di vita, vena d'acqua viva, quando verrò dalla terra deserta, senza strade e senza acque, alle acque della tua dolcezza, per vedere la tua potenza e la tua gloria e saziare, con le acque della tua misericordia, la mia sete? Ho sete, Signore, sorgente di vita, dissetami. Ho sete del Dio vivo.

Quando verrò e starò, Signore, davanti al tuo volto?...». « O Bellezza sempre antica e sempre nuova, troppo tardi ti ho conosciuto, troppo tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me,... e io stavo fuori; ti cercavo qui, gettandomi, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me; ma io non ero con te... Tu mi hai chiamato e il tuo grido ha vinto la mia sordità; hai brillato e la tua luce ha vinto la mia cecità; hai diffuso il tuo profumo e io l'ho respirato e ora anelo a te: ti ho gustato e ora ho fame e sete di te; mi hai toccato e ora ardo del desiderio della tua pace ». Dio è acqua viva, è Bellezza, Voce, Luce, Profumo, Nutrimento, Pace.

 

La benevolenza di Dio

La penetrazione del mistero di Dio non dipende dalla profonda o acuta intelligenza dell'uomo; ma dall'azione dello Spirito Santo e propriamente dal dono dell'intelletto. Proprio per questo Gesù, esultando « nello Spirito Santo... disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre: è così che tu hai disposto nella tua benevolenza » (Lc 10,21).

Col dono dell'intelletto Dio ci dona una conoscenza gratuita di se stesso, una conoscenza diretta, intuitiva, che spinge l'anima alla contemplazione. Sono lampeggiamenti improvvisi, colpi di sonda, rapide incursioni con le quali lo Spirito ci fa intravedere la vita intima di Dio, la vita trinitaria.

La beata Elisabetta della Trinità così descrive l'azione del dono dell'intelletto in un'anima: « Quando vedo il sole penetrare e diffondersi nei nostri chiostri, penso che Dio invada così, come i raggi del sole trionfante, l'anima che cerca solo lui ».

Con la luce soprannaturale dello Spirito - scrive s. Giovanni della Croce - l'intelletto umano diventa divino e, insieme, la volontà si infiamma di amore divino.

Il dono dell'intelletto fluisce spontaneamente nel dono della sapienza.

 

 

La luce dello Spirito

La persona illuminata dal dono dell'intelletto riguardo alle realtà divine esperimenta il dolore di usare il linguaggio umano, così impotente, così inadeguato per esprimere le realtà di Dio! L'anima esperimenta la sua grande povertà; si umilia dinanzi a Dio, accetta di essere il suo piccolo profeta, facendo propria l'umiltà del Cristo, che pure si servì della povera parola umana per esprimere i segreti di Dio. L'inclinazione spontanea dell'anima è quella del grande Rosmini: « adorare - tacere - godere ».

Il dono dell'intelletto, non solo è necessario per penetrare nel mistero di Dio e intravederne la santità, ma è necessario per capire il pensiero di Dio e, come abbiamo già detto, per penetrare il significato profondo della sua Parola, specialmente nella Scrittura. Così avvenne ai discepoli di Emmaus (cf. Lc 24,32) e, poco dopo, a tutti i discepoli: « Aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture » (Lc 24,45), riguardo alla sua morte e risurrezione.

Noi siamo esseri carnali e l'egoismo ci rende la testa dura, a volte impenetrabile al linguaggio di Dio, di Gesù: « A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato » (Mt 13,11).

Abbiamo l'esempio evidente degli apostoli. Prima che scendesse su di loro lo Spirito Santo, interpretavano il linguaggio di Gesù prevalentemente in senso materiale, spesso politico. Il regno che Gesù predicava era per loro un regno di questa terra, nel quale bisognava che si accaparrassero i primi posti; discutevano fra di loro chi fosse il più grande (cf. Mt 9,34; Lc 22,24); « Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno » (Mt 20,21). Quanta pazienza dovette esercitare Gesù con i suoi apostoli! Anche prima dell'ascensione ritorna l'argomento della restaurazione nazionale d'Israele: « Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno d'Israele? » (At 1,6). Gesù risponde che scenderà su di loro lo Spirito Santo e saranno suoi testimoni a Gerusalemme e fino agli estremi confini della terra (cf. At 1,8).

Senza lo Spirito è vero quello che dice s. Paolo: « Animalis homo non percipit quae Dei sunt »; « L'uomo, lasciato alla sua sola natura, non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui, non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L'uomo spirituale (guidato dallo Spirito) invece, giudica ogni cosa... » (1 Cor 2,14-15).

L'uomo, guidato dalla sola natura, come può comprendere le esigenze delle beatitudini, dell'amore anche verso i nemici, il mistero della croce, la necessità della morte all'uomo vecchio? L'uomo naturale può rimanere stupito dinanzi alla dottrina di Gesù; ma quanto a comprenderla, ad accoglierla e praticarla è un altro discorso.

Da qui la necessità della luce dello Spirito e, in particolare, del dono dell'intelletto.

 

Due esempi

Sono còlti da Storia di un'Anima della piccola Teresa: l'episodio del lume cercato inutilmente proprio quella sera in cui si era prefissa di lavorare più a lungo. Evidentemente un'altra suora si era impossessata della preziosa lampada: « Invece di provare dispiacere... fui ben felice, sentendo che la povertà consiste nel vedersi privi non soltanto delle cose piacevoli, bensì anche delle indispensabili, così nelle tenebre esteriori fui illuminata interiormente ».

È il tempo in cui Teresa, semplice novizia, è presa da una vera passione « per gli oggetti più brutti e meno comodi », esperimenta una grande gioia quando le tolgono dalla cella una bella brocchina per dargliene una grossolana e tutta sbocconcellata. Il dono dell'intelletto la illuminava sul valore della povertà. Come, essendo sottomaestra delle novizie, viene illuminata e gode del dono delle umiliazioni, che le vengono dalle stesse novizie, le quali rilevano le difficoltà che esperimentano con sr. Teresa e i difetti che scorgono in lei: « Realmente è più che un piacere, è un banchetto delizioso che colma di gioia l'anima mia. Non posso nemmeno spiegarmi in qual modo una cosa che dispiace tanto alla natura possa diventare causa di una felicità così grande. Se non l'avessi provato, non lo crederei ».

Nella piccola Teresa, con il dono dell'intelletto, agiva il dono della sapienza.

 

« Beati i puri di cuore »

Al dono dell'intelletto corrisponde la beatitudine dei puri di cuore, i quali vedranno Dio.

Il pericolo della legge antica, che aveva tante prescrizioni riguardanti la purità esterna, legale e cultuale, era quello di cadere nel legalismo e nel ritualismo, conservando il cuore duro e chiuso alla carità, alla bontà e alla misericordia.

Da qui i richiami energici dei profeti, dei salmi alla purità del cuore, alla pratica della giustizia, dell'onestà e della carità: « Signore, chi abiterà nella tua tenda? - Chi dimorerà nel tuo santo monte? - Colui che cammina senza colpa, - agisce con giustizia e parla lealmente... » [Sal 15 (14), 1-2; cf. Is 33,15-16; Mi 6,6-8]. « Chi salirà il monte del Signore, - chi starà nel suo luogo santo? - Chi ha le mani innocenti e cuore puro, - chi non pronunzia menzogna, - chi non giura a danno del suo prossimo... » [Sal 24 (23), 3-4].

Ecco perché Davide prega: « Crea in me, o Dio, un cuore puro - ... poiché non gradisci il sacrificio - e, se offro olocausti, non li accetti. - Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, - un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi » [Sal 51 (50), 12.18-19]. Gesù porta alla perfezione queste esigenze di purità interiore, proclamando la beatitudine: « Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio » (Mt 5,8).

Gesù dice chiaramente: non è ciò che viene dall'esterno che rende l'uomo impuro, ma ciò che viene dal cuore (cf. Mt 15,18-20). Se il cuore è buono, tutto è buono; ma se il cuore è cattivo, tutto è malvagio.

Anche l'intelligenza dell'uomo spesso non è limpida e pura, quando è oscurata da pensieri di orgoglio, di ambizione, di vanità, di egoismo. Quando l'uomo è pieno del suo « io » e non ha alcun spazio per Dio. Si è nel numero di quei « sapienti e intelligenti », ai quali rimangono nascosti i misteri del regno di Dio, rivelati invece « ai piccoli » (Mt 11,25).

« I piccoli » sono i puri di cuore, i semplici, gli umili, i poveri in spirito. Sui piccoli, sui puri di cuore si posa con compiacenza lo sguardo del Signore (cf. Is 66,1-2).

Esempio davvero drammatico nel Vangelo della cecità di cuore sono i giudei, specialmente i loro capi, gli scribi, i farisei, i sommi sacerdoti nella loro accanita opposizione a Gesù e nel rifiutarlo come salvatore (cf. Gv 7-8), tanto che Cristo deve dir loro, come estremo ammonimento, che verrà un giorno in cui lo cercheranno e non trovandolo moriranno nel loro peccato (cf. Gv 8,21). È il peccato di incredulità, il peccato contro la luce...: « Morirete nei vostri peccati » (Gv 8,24).

Erano attaccati all'istituzione, alla legge, al prestigio e al potere che derivava dalla legge e rifiutavano così la fede, l'adesione a Cristo, che sola può salvare. Non erano puri di cuore e non potevano vedere in Gesù il Figlio di Dio, sebbene egli ripetesse continuamente il nome misterioso di Dio: « Io sono »: « Se non credete che lo sono morirete nei vostri peccati » (Gv 8,24): « Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo allora saprete che Io sono » (Gv 8,28), comprovandolo con opere che Dio solo poteva compiere: « Anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere » (Gv 10,38); ma quando il cuore è accecato, neppure la risurrezione di un morto può convincere. Difatti, dopo la risurrezione di Lazzaro, non solo i capi dei Giudei vogliono uccidere Gesù, ma anche Lazzaro, perché a causa della sua risurrezione troppi credevano in Gesù (cf. Gv 12,10-11).

Il dono dell'intelletto ci invita a riconoscere con umiltà i limiti della nostra mente riguardo a Dio e alle realtà divine e ad entrare nella nube della non conoscenza. Dobbiamo preferire a Dio come noi lo concepiamo Iddio come è in se stesso e seguire, non a tutti i costi la via dell'intelligenza, ma, a un certo momento, la via del cuore. È amando che conosciamo Dio-amore, anche se questo amore è arido e la mente è immersa nelle tenebre. E la grazia della pura fede e del puro amore.

Preghiamo ardentemente lo Spirito perché ci dia, col dono dell'intelletto, la purità del cuore. Senza questi doni non abbiamo un'autentica conoscenza di Dio e senza questa conoscenza diretta di Dio non possiamo comunicare alle anime l'appassionato desiderio di lui, il tormento di non conoscerlo a sufficienza, la brama di cogliere il suo pensiero nella Parola, nella Scrittura.

Perciò con l'Apostolo innalziamo a Dio la nostra preghiera di stupore: « O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! » (Rom 11,33).

Quindi preghiamo per tutti noi: « Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria ci dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui » (cf. Ef 1,17). « Che il Cristo abiti per la fede nei nostri cuori e... siamo in grado di... conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siamo ricolmi di tutta la pienezza di Dio » (cf. Ef 3,17-19).

 

 

XII.

IL DONO DELLA SAPIENZA

 

Siamo giunti al dono regale dello Spirito, il più sublime dei doni, quello della sapienza. Con la Chiesa noi preghiamo nella sequenza della pentecoste: « Consolatore perfetto - Ospite dolce dell'anima - Dolcissimo sollievo ».

Ricordo questa strofa come un invito ad esperimentare l'intima dolcezza dello Spirito. È proprio del dono della sapienza il gusto delle realtà divine. Gustando Dio, noi lo conosciamo, ossia ne facciamo un'esperienza di vita. Così lo Spirito diventa anche « luce dei cuori »: « O luce beatissima - invadi nell'intimo - il cuore dei tuoi fedeli ».

È la preghiera di Paolo per gli Efesini: « Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre dalla gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza (esperienza di vita) di lui » (Ef 1,17).

 

Il mistero della carità

« Dio è carità - scrive Giovanni - chi rimane nella carità rimane in Dio e Dio rimane in lui » (1 Gv 4,16). Ora, il dono della sapienza perfeziona la virtù teologale della carità.

Se agisce in noi il dono della sapienza possiamo ripetere con s. Giovanni: « Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi » (1 Gv 4,16), ossia ne abbiamo fatto esperienza di vita e vi abbiamo aderito con tutta la nostra persona.

Non si tratta solo di gustare l'amore di Dio, possedere Dio e soprattutto - esserne posseduti, ma si tratta anche di scegliere come regola di vita e metro di valutazione, in ogni situazione, la carità: in pratica scegliere Cristo, il Vangelo come norma di vita e di valutazione delle persone, eventi, cose; vivere ad es. le beatitudini, il mistero della croce, il distacco del cuore, la povertà in spirito.

Non pensiamo che tutto questo sia facile, anche sotto l'influsso dello Spirito Santo, a causa degli ostacoli che frapponiamo col nostro egoismo, col nostro cuore di pietra. La carità vera è per noi sempre un mistero, perché Dio, che è carità, è per noi sempre un mistero.

Alla luce dell'esempio di Cristo e del pensiero di Paolo (cf. 1 Cor 13) la carità è dono di sé ed è accoglienza dell'altro; è gioia e più spesso sofferenza; è agire, ma è anche accettare: accettare la propria impotenza, inutilità, povertà, quando il tuo amore non viene accolto, oppure la situazione è umanamente insolubile e il solo rimedio è un miracolo del buon Dio. Questa esperienza di impotenza dolorosa fa parte del mistero della carità.

 

Il dolore di Dio per amore

Per comprendere la carità mi soffermo pensoso su queste parole della Scrittura: « Cristo..., pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,5-8).

Il Verbo eterno, pur continuando ad essere Dio, svuotando se stesso (la Kenosis) ci rivela il mistero dell'essere e dell'amore di Dio, il mistero del dolore di Dio per amore. Paolo pensa certamente al misterioso Servo di Jahvè descritto da Isaia (52,13-53,12), che si dona a noi uomini, ci assume, ci accoglie. Ha assunto la nostra condizione di peccatori, l'ha fatta propria, anche a rischio di essere brutalmente rifiutato, sbeffeggiato e oltraggiato dagli stessi peccatori (carità, mistero di dono e di rifiuto, di gioia e di dolore!).

« Dio dimostra il suo amore verso noi - scrive Paolo - perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi » (Rom 5,8), anzi « Colui che non aveva conosciuto peccato Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio » (2 Cor 5,21).

Il mistero della carità è dunque un dono di se stessi e un'accoglienza degli altri, è gioia del dono e sofferenza del rifiuto, dell'impotenza, dell'inutilità. Dalla carità scaturisce la necessità del servizio, il dono dei propri beni e anche della propria vita. La carità cristiana non ha nulla di astratto; non è l'amore platonico, sentimentale, romantico; è una realtà molto concreta, che coinvolge tutta la nostra persona e la nostra vita.

 

La realtà concreta della sapienza

Come la carità cristiana è una realtà molto concreta, così la sapienza, dono dello Spirito, che perfeziona la carità, è una realtà molto concreta.

Per noi occidentali, formati alla filosofia greca, la sapienza può sembrare qualcosa di astratto, frutto di meditazione e riflessione filosofica. Sapiente è il filosofo.

Per i semiti in genere e per gli ebrei in particolare, la « sapienza » è una realtà molto concreta. Sapiente è l'uomo abile e accorto, che sa usare tutti i mezzi più appropriati, per raggiungere un determinato fine. Sapienti sono gli artigiani abili, gli artisti geniali, i navigatori esperti, i commercianti avveduti che fanno prosperare i loro affari; i governanti, ministri, funzionari e soprattutto i re che sanno ben governare e giudicano con giustizia, cercando il bene del loro popolo. Modello di sapienza è Salomone: « La sapienza di Salomone superò la sapienza di tutti gli orientali e tutta la sapienza d'Egitto » (1 Re 5,10).

Per la sua fede in Dio, il pio Israelita è convinto che la sapienza è dono di Dio e si ottiene con la preghiera: « Dio dei padri e Signore di misericordia, che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l'uomo... e governi il mondo con santità e giustizia... dammi la sapienza, che siede in trono accanto a te e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, uomo debole e di vita breve... Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito. Essa infatti tutto conosce e tutto comprende, mi guiderà prudentemente nelle mie azioni e mi proteggerà con la sua gloria » (Sap 9,1-5.10-11).

La sapienza è una realtà concreta, esperienziale; se manca, anche il più perfetto tra gli uomini viene considerato un nulla (cf. Sap 9,6). Era talmente stimata in Israele che sorsero scuole di sapienza, facendo fiorire tutto un genere letterario sapienziale, i cui libri possiamo leggere nella Scrittura: i Proverbi, 'Ecclesiaste o Qoelet, l'Ecclesiastico o Siracide, la Sapienza, alcuni salmi e, sotto certi aspetti, Giobbe e Daniele.

Questi autori ispirati hanno spesso presentato personificata la sapienza; ne hanno descritto la natura, le attitudini, i doni.

 

La sapienza incarnata

Ciò che l'AT aveva preannunciato si è realizzato perfettamente in Cristo. Egli usa spesso i mezzi degli antichi maestri di sapienza: si serve di parabole, di proverbi, di regole di vita. Basta leggere il famoso discorso della montagna (cf. Mt 5-7).

Chi ascolta Gesù è meravigliato del suo insegnamento, perché è fatto con autorità, in modo personale, non come gli scribi e i farisei: « In verità, in verità, io vi dico... » (Gv 14,12) « Avete inteso che fu detto... ma io vi dico » (Mt 5,27-28) e spesso comprova la verità del suo insegnamento con i miracoli: « Molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?... E si scandalizzavano di lui » (Mc 6,2-3), ossia Gesù era per loro pietra d'inciampo, occasione di caduta, perché lo giudicavano in modo umano e non aderivano a lui con la fede.

Ecco perché Gesù fa notare ai suoi ascoltatori che il suo insegnamento non è solo un dono, ma è una responsabilità: « La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone » (Mt 12,42).

Nel linguaggio di Gesù si rivela con molta discrezione il suo mistero. Egli non è uno dei tanti sapienti d'Israele, ma è la stessa sapienza. Teniamo presente, come già abbiamo detto, che il dono della sapienza non si manifesta solo come gusto di Dio e delle realtà divine, nell'essere posseduti dall'amore di Dio, ma nello scegliere Cristo, il Vangelo come norma di vita e di valutazione delle persone, eventi, cose...

Luca rileva varie volte il legame che esiste fra Gesù e la sapienza: « Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza... » (Lc 2,40); « Gesù cresceva in sapienza... » (Lc 2,52). Quando lo accusano di essere « un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori », Gesù risponde: « Ma la sapienza è stata giustificata da tutti i suoi figli » (Lc 7,34-35), ossia da tutti coloro che accolgono Gesù con fede.

In Matteo, Gesù dice che la sapienza è stata giustificata dalle sue opere (cf. Mt 11,19). Le opere di Gesù sono le opere stesse di Dio, realizzano il suo disegno di salvezza. Gesù promette ai suoi il dono della sapienza: « Io vi darò lingua e sapienza, a cui i vostri avversari non potranno resistere » (Lc 21,25).

 

La sapienza dei piccoli

Ci è facile risentire in certi inviti di Gesù gli inviti della sapienza personificata dei libri sapienziali: « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30; cf. Sir 24,18-21; 51,23-26). «Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6,35; cf. Pro 9,5; Sir 24,20).

I piccoli, che meglio di tutti intravedono in Gesù il mistero della sua sapienza, lo fanno sussultare di gioia nello Spirito Santo: « Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terrra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, è così che tu hai disposto nella tua benevolenza » (Lc 10,21).

Paolo chiama esplicitamente Cristo « Potenza... e sapienza di Dio »; « Noi predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio » (1 Cor 1,23); in lui « Sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza » (Col 2,3).

Ciò che i sapienti d'Israele avevano personificato e preannunciato, in Cristo si è realizzato.

Ancora Paolo si serve di espressioni tipiche dalla letteratura sapienziale per descrivere la preesistenza del Verbo incarnato presso il Padre: Cristo « è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, poiché per mezzo di lui sono state create tutte le. cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelli invisibili... » (Col 1,15-16 ss.). E’ una parte del famoso inno cristologico della lettera ai Colossesi d'ispirazione sapienziale: Cristo è l'immagine di Dio (cf. Sap. 7,26), preesistente a tutte le creature (cf. Pro 8,22-26), prende parte attiva alla creazione (cf. Pro 8,27-30), conduce gli uomini a Dio (cf. Pro 8,31-36).

Gli stessi pensieri ritornano all'inizio della lettera agli Ebrei: il Padre, per mezzo del Figlio « ha fatto il mondo. Questo Figlio... è irradiazione della sua gloria e sostiene tutto con la potenza della sua parola... » (Eb 1,2-3; cf. Pro 8,27-31; Sap 7,21.25-26; 9,9).

Questa sapienza-persona, ossia il Verbo, nascosto in Dio e rivelatosi in Cristo nella pienezza dei tempi, già governava il mondo, dirigeva la storia, si è rivelato parzialmente nella legge e nei profeti e completamente in Cristo: « Parliamo - scrive Paolo - di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta... Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria » (1 Cor 2,7-8).

Sebbene Giovanni non usi il termine sapienza, la descrive meravigliosamente nel prologo del suo Vangelo (cf. 1,1-18).

«Non c'è che una sapienza di Dio - scrive Atanasio - e questa sapienza è il suo Verbo».

« O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi disegni e inaccessibili le sue vie! Chi mai ha potuto conoscere la mente del Signore? O chi mai gli fu consigliere? » 11,33-34).

 

Un'esperienza profonda di vita

Come abbiamo già detto, nella Bibbia la sapienza non è qualcosa di astratto, teorico, filosofico; ma è una realtà che riguarda la vita vissuta. Anche se non è in primo luogo una regola di vita, la sapienza pervade anche il comportamento morale dell'uomo. La sapienza è anzitutto un'esperienza intima, profonda di vita, è un rivivere e gustare pienamente la vita di Cristo, sia nei doveri quotidiani, che negli impegni apostolici: « Vigilate attentamente sulla vostra condotta comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi... perché i giorni sono cattivi » (Ef 5,15-16). « Gustate e vedete quanto è buono il Signore, beato l'uomo che in lui si rifugia » [Sal 34 (33), 9].

La sapienza sta nel rimanere piccoli, secondo il Vangelo: « Come bambini appena nati bramate il puro latte della Parola per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore » (1 Pt 2,2-3).

« Il vostro parlare - scrive Paolo ai Colossesi - sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno » (Col 4,6).

Secondo gli antichi la conversazione, che occupa tanto tempo degli uomini e specialmente delle donne, doveva essere condita con la « grazia », ossia l'amabilità e col « sale » ossia lo spirito, la sapienza evangelica.

Riguardo all'apostolato, Paolo scrive ai Corinzi: « Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento... Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo » (1 Cor 3,10-11).

« La sapienza che viene dall'alto - conclude Giacomo - anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia » (Gc 3,17).

Il modello evangelico della sapienza è quello delle vergini sagge che hanno sempre con sé l'olio della loro fede o adesione a Cristo, per la lampada della loro vita (cf. Mt 25,1-12).

Se la sapienza è un'esperienza di vita in Cristo: « Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre, se non per mezzo mio » (Gv 14,6), allora dobbiamo intendere le parole di Gesù in questo senso: Io sono la via, perché sono la verità e, di conseguenza, sono anche la vita, ossia Gesù è il cammino verso il Padre, ci conduce al Padre, poiché egli è la verità che ci rende partecipi della vita del Padre: « Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti » (1 Tm 2,5-6).

 

L'esperienza trinitaria

Nell'esperienza intima di Gesù comprendiamo che la sapienza è anzitutto un'esperienza intima, profonda del Padre: è il gusto della sua vita divina. « Chi ha visto me, ha visto il Padre... credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro credetelo per le opere stesse » (Gv 14,9. 11). « Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10,30).

Per questa sapienza divina in noi, ha pregato Gesù: « Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi » (Gv 17,11).

« Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola,... perché siamo perfetti nell'unità » (Gv 17,21-22).

Per questa esperienza e gusto della vita trinitaria preghiamo, con la liturgia, lo Spirito Santo: « Luce d'eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio, uniti in un solo amore. Amen ».

Questa è la domanda più ardita del « Veni, Creator Spiritus » la « conoscenza » intesa come esperienza di vita e quindi godimento profondo della Trinità ss.ma.

Nella traduzione italiana della strofa è sfuggito un versetto che per noi è essenziale: quello che esprime la nostra adesione amorosa allo Spirito mediante la fede e che è sempre necessario ripetere, altrimenti sfuma il dono della sapienza: « credamus omni tempore »: « fa' che sempre crediamo in te », aderiamo con la vita a te.

 

Il seme della gloria

Come già abbiamo accennato, la grazia, ossia la partecipazione alla vita trinitaria ricevuta nel battesimo, coltivata o sviluppata, è il preludio e l'inizio in noi della visione beatifica, è il seme della gloria. S. Tommaso dice espressamente: « La grazia e la gloria appartengono alla medesima realtà; infatti la grazia è un certo inizio della gloria in noi ».

Non mi stancherò mai di soffermarmi pensoso sull'affermazione di Paolo nella prima lettera ai Corinzi: « Occhio non vide, orecchio non udì, la mente non può concepire ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano: ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito:.. » (1 Cor 2,9-10).

La grazia, ossia l'inabitazione trinitaria in noi, già contiene in germe la pianta, il fiore, il frutto della gloria. La grazia, per sua natura, si protende alla gloria. E’ una visione splendida della nostra vita, che proietta il tempo nell'eternità e fa palpitare l'eternità nel tempo.

Gesù ha affermato tutto questo in varie occasioni, presentadoci diversi mezzi, perché si realizzi in noi questo pregustamento della vita eterna, anzitutto aderendo a lui con la fede: « Chi crede nel Figlio ha la vita eterna » (Gv 3,36); con l'unione eucaristica: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna » (Gv 6,54); con la contemplazione amorosa: « Questa è la vita eterna che conoscano te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv 17,3).

 

Testimoni dell'eterno

La vita della grazia quaggiù è già l'inizio della vita eterna: è conoscere Dio con la fede, perfezionata dal dono dell'intelletto; è slancio in Dio con la speranza, perfezionata dal dono della scienza; è godimento di Dio nella carità, perfezionata dal dono della sapienza, in una parola, è già possedere Dio ed essere posseduti da lui.

Concretamente manifestiamo questa vita eterna fin d'ora come persone piene di Dio, che irradiano lo Spirito e tutti i suoi frutti: creature cordiali, piene, di gioia, di pace, di grande bontà, benevolenza e pazienza, creature miti e umili, innamorate di Cristo e guidate dallo Spirito al quale pienamente ci abbandoniamo. Le persone che ci avvicinano si portano via un lembo di paradiso, quello di cui hanno bisogno: amore, pace, gioia, fiducia, serenità...

Ma che cosa sarà la « grazia consumata » come s. Tommaso chiama la gloria eterna, la visione intuitiva di Dio?

Per approfondire questa divina realtà così misteriosa, che occhio mai non vide né orecchio udì né mente può concepire; ma che lo Spirito, fin da questa vita, ci fa pregustare col dono della sapienza, interroghiamo la s. Scrittura, la teologia, l'esperienza dei santi.

 

La Parola di Dio e la teologia

La sacra Scrittura a proposito della visione beatifica ci presenta due frasi strabilianti, portate dal paradiso da s. Giovanni e da s. Paolo, rapiti nella contemplazione della vita beata (cf. Ap 1,10; 2 Cor 12,2-4).

Ascoltiamo s. Giovanni: « Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio: ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è » (1 Gv 3,2) e s. Paolo conferma: « Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto » (1 Cor 13,12).

Spieghiamo secondo la teologia, balbettando: il nostro intelletto, per intervento dello Spirito Santo, ossia mediante il « lumen gloriae » sarà reso deiforme e potremo conoscere Dio come egli si conosce, anche se non con la stessa penetrazione e completezza; amarlo come lui si ama; possederlo come lui si possiede.

Non siamo fatti per una parziale verità (non ci soddisfa) ma per tutta la verità e tutta la verità è Dio; non siamo fatti per un parziale amore (non soddisfa le esigenze infinite del nostro cuore) ma per tutto l'amore e Dio è la totalità dell'amore; non siamo fatti per un po' di gioia, ma per la totalità della gioia e quando il nostro intelletto e la nostra volontà saranno totalmente soddisfatti nella visione e nell'amore, saremo nella totalità della gioia: è la felicità eterna, il Paradiso: « Quale grande amore - esclama s. Giovanni - ci ha dato il Padre, per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente! » (1 Gv 3,1) e Paolo completa: « E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo... » (Rom 8,17).

 

Il possesso di Dio

Nell'AT l'eredità di Dio era il possesso della Terra promessa figura nel NT dei beni divini, del Regno (Cf. Mt 25,34), della vita eterna (Cf. Mt 19,29), di tutti i beni celesti, che il Padre ha comunicato al suo Figlio risorto e, tramite lui, a tutti i credenti in Cristo.

Ecco come un grande filosofo antico, Platone, esprimeva la sua massima aspirazione: « O mio caro Socrate, quello che può dar pregio alla vita è lo splendore dell'eterna Bellezza!... Io domando quale sarebbe il destino di un mortale, cui fosse dato di contemplare il Bello senza mescolanza, nella sua purezza e semplicità...: vedere, a faccia a faccia, sotto la sua unica forma, la Bellezza divina! ».

Per noi, questa aspirazione è realtà fin da questa vita col dono dell'intelletto, che perfeziona la fede e ci fa esperimentare una conoscenza più piena e più profonda di Dio (intus-legere) non col ragionamento, ma per intuizione ed esperienza di vita; col dono della sapienza, che perfeziona la carità, e ci fa pregustare la gioia dell'amore infinito. Sono esperienze misteriose, ma reali, che ci danno la sicurezza del possesso di Dio con la grazia e soprattutto di essere posseduti da lui. Veramente esperimentiamo come la vita della grazia, delle virtù teologali, perfezionate dai doni dello Spirito Santo è, in germe, la vita della gloria. Non c'è differenza per la realtà del possesso di Dio, ma per il modo: quaggiù nell'oscurità della fede, lassù nella luce della gloria.

Il possesso di Dio o, meglio, l'essere posseduti da Dio, l'intimità dell'unione alle persone della ss.ma Trinità, la conoscenza e l'amore di Dio mediante i due doni dello Spirito, l'intelletto e la sapienza, sono inesprimibili con il linguaggio umano: « Lingua mortal non dice... ».

 

L'esperienza dei grandi contemplativi

S. Tommaso d'Aquino, negli ultimi mesi della vita, dopo aver celebrato la messa con straordinario raccoglimento nel convento di Napoli, il 6 dicembre 1273, non scrive più una parola e la sua « Summa » rimane incompleta al « De Poenitentia ».

Fra Reginaldo, suo segretario, lo sollecita a dettare, ma il Santo, tutto assorto, risponde: « Tamquam palea, tamquam palea... »; « Come paglia, come paglia... ». Eppure la Chiesa lo chiama il Dottore angelico e la sua « Summa », nei concili, è stata messa accanto alla Bibbia. Il Santo la riteneva « paglia » a confronto delle realtà divine e probabilmente della vita trinitaria che Dio gli aveva rivelato. Morirà pochi mesi dopo, il 7 marzo 1274, a Fossanova, in viaggio per il concilio di Lione.

Tutti conosciamo la splendida « Elevazione alla Trinità » della piccola carmelitana, la beata Elisabetta della Trinità. Ebbene, 6 mesi prima della sua morte, il giorno dell'ascensione, 25 maggio 1906, fa questo racconto alla sua madre priora: « Il Signore mi ha fatto una grazia tale da farmi perdere la nozione del tempo. Durante la mattinata mi fu detta questa parola in fondo all'anima: ` Se uno mi ama, il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui ' (così agiscono i doni dell'intelletto e della sapienza). E nello stesso istante ho visto quanto ciò fosse vero. Non saprei dire come le tre persone divine si sono rivelate; ma ciò nonostante le vedevo tenere in me il loro consiglio d'amore e mi sembra di vederle ancora così (è indubbiamente una visione intellettuale). Oh quanto è grande Dio e quanto siamo amati! D'ora in poi, quando lei non potrà venire (la giovane suora era gravemente ammalata) penserà che io sto con i miei Ospiti divini; non devo e non posso volere più nulla, se non vivere nella loro intimità. Sento così bene che sono presenti! ».

Si percepisce come agisca il dono della sapienza. La beata Elisabetta ha un solo gusto d'amore: vivere nell'intimità dei tre Ospiti divini.

S. Agostino mette in forte rilievo come l'uomo, secondo l'insegnamento della Scrittura, sia stato creato ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,26). Per lui l'uomo riflette, come uno specchio, Dio-Trinità nella trinità della memoria, dell'intelligenza, e della volontà.

Per s. Agostino la memoria, riflesso del Padre, è il fondo dello spirito da cui scaturisce ogni conoscenza e ogni amore. Questa dottrina ed esperienza intima di s. Agostino è bene espressa da s. Caterina da Siena in una sua preghiera personale: « O amore ineffabile, perché tutta la Trinità acconsentisse alla creazione dell'uomo (` Facciamo l'uomo a nostra immagine... ' Gen 1,26) hai dato all'uomo la forma stessa della Trinità... nelle tre potenze dell'anima sua, ossia la memoria, per dargli forma in te, Padre eterno, che, come Padre, tieni e conservi ogni cosa in te, e la memoria appunto ritiene e conserva quello che l'intelletto vede, intende e conosce di te, bontà infinita, partecipando così anche della sapienza dell'unigenito tuo Figliuolo. Gli hai donato, infine, la volontà che partecipa dalla dolce clemenza dello Spirito Santo, la quale volontà si leva piena dell'amore tuo ».

La memoria-potenza è in relazione al Padre, la sapienza al Figlio, la dolce clemenza allo Spirito. Questo la Santa percepiva col dono dell'intelletto e gustava col dono della sapienza.

Altre esperienze trinitarie leggiamo nella vita di s. Ignazio di Loyola, di s. Francesco Borgia, della beata Maria dell'Incarnazione.

Per s. Teresa d'Avila l'esperienza trinitaria presuppone, oltre la purificazione, sulla quale molto insiste s. Giovanni della Croce, una trasformazione spirituale che dispone l'anima a ricevere la comunicazione trinitaria. Ordinariamente è il matrimonio spirituale. È luce allo spirito e fiamma al cuore. La Santa distingue l'anima dallo spirito e intende per spirito la parte intima che è in noi più slegata dai sensi e dal corpo. Anche se non sempre si tratta di matrimonio spirituale, la vita d'unione dell'ani-

ma con Dio è molto elevata. Dio non è legato a regole fisse nel dono di se stesso.

 

S. Teresa di Lisieux

Già a 14 anni esperimenta intensamente il dono della sapienza. Scrive infatti: « Tutte le grandi verità della religione, i misteri dell'eternità, immergevano l'anima mia in una felicità che non era di questa terra... Presentivo ciò che Dio riserva a coloro che lo amano... ripetevo continuamente le parole d'amore che mi avevano incendiato il cuore».

Ma solo a partire dal 1894, a 21 anni, tre anni prima della morte, la piccola Teresa incomincia a nominare la presenza distinta delle tre persone divine. Fino allora aveva sperimentato la presenza di Gesù nella sua anima. Ora aggiunge: « Con lui vengono a prendere possesso delle nostre anime le altre due persone della santa Trinità ».

E’ importante rilevare come, pur permanendo il senso trinitario, la piccola Teresa, a cominciare dal 1895, entra in una fase molto dolorosa della sua vita spirituale; alla sofferenza fisica si aggiunge un'oscurità che aggredisce la sua fede nella vita eterna. In quest'ultimo periodo della sua vita la sua attenzione si concentra sul mistero della carità fraterna, mistero di gioia e di dolore, a volte di azione, più spesso di accettazione. È l'ultima tappa di un'anima che si è offerta vittima all'Amore misericordioso. Teniamo sempre ben presente che Dio non è legato da regole: comunica i suoi misteri e li fa gustare, specialmente coi doni dell'intelletto e della sapienza, come vuole e quando vuole.

 

Il tesoro della grazia

Dopo aver parlato dell'esperienza trinitaria, desideriamo soffermare la nostra attenzione sulla grazia, partecipazione reale alla natura di Dio-Trinità. E il soprannaturale sostanziale, il vero, prezioso dono; mentre i doni dei miracoli, delle lingue, delle profezie, delle guarigioni istantanee, delle visioni e rivelazioni sono solo accidentalmente soprannaturali, nella loro causa, nel loro modo di avvenire, non intrinsecamente divini come la grazia, nella quale Dio-Trinità dà se stesso, non qualcosa di diverso da sé. Per questo un minimo grado di grazia vale più di tutti i beni materiali, di tutto l'universo, di tutti gli angeli, se non fossero elevati alla vita divina.

Due conclusioni scaturiscono spontanee:

1. Il valore della carità, perché è la virtù più preziosa per crescere nella grazia. L'amore si intensifica con l'amore. Non c'è da stupirsi che le anime buone ringrazino chi dà loro l'occasione di esercitare la carità. Questo è certo, se vogliamo vivere il progetto di Dio riguardo all'uomo nella nostra vita, dobbiamo essere convinti che veniamo dall'Amore, camminiamo nell'Amore, tendiamo alla gioia eterna dell'Amore. Tutto è Amore, perché tutto è grazia e tutto è anche responsabilità.

2. Il valore del tempo, la santificazione dell'istante presente, l'unico che abbiamo a disposizione da valorizzare, con la carità, nella nostra vita, fatta di istanti che si succedono ininterrottamente.

 

Gloria al Padre...

Con la carità, cresciamo nella grazia, nell'intimità del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Facciamo abitualmente nostre le semplici, profonde preghiere imparate sulle ginocchia di nostra madre: « Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo... Amen »: amore al Padre, amore al Figlio, amore allo Spirito Santo... Amen. Sì, con tutto il mio cuore, con tutta la mia vita, per il tempo e per l'eternità. « Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen ». Sono tuo o Padre; tuo, o Figlio; tuo, o Spirito Santo! Amen! Sì, con tutto il mio cuore, con tutta la mia vita, per il tempo e per l'eternità.

Che lo Spirito ci faccia comprendere nel profondo queste semplici preghiere col dono dell'intelletto e ce le faccia gustare, con uno stupore profondo, che è raccoglimento e gioia intima dello spirito, col dono della sapienza.

Veramente la grazia, che ci fa palpitare d'amore nello Spirito e ce lo dona, è quell'« acqua viva » che Gesù promise alla donna samaritana: « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ` Dammi da bere! ', tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva... L'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna » (Gv 4,10.14).

Qui Gesù parla del dono di se stesso e dello Spirito che dà la vita eterna, come dirà espressamente nel giorno più solenne della festa dei tabernacoli: « Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me... Fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui... » (Gv 7,37-39).

Dove è lo Spirito ivi è la vita, ivi è la grazia. Difatti « lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Rom 8,16). Facciamo nostra la preghiera della donna samaritana: « Signore... dammi di questa acqua » (Gv 4,15).

 

L'azione dello Spirito

Rivolgendoci allo Spirito preghiamo con la Chiesa: « Acqua viva, fuoco, amore, unzione spirituale... ». Lo Spirito è fuoco che arde, tormenta interiormente e insieme è olio che lenisce e placa con dolcezza. Brucia l'uomo vecchio col suo egoismo, se noi collaboriamo; consola la creatura nuova, per la quale il giogo di Cristo è dolce e il carico leggero (cf._ Mt 11,30).

« Gli increduli - scrive S. Bernardo - vedono la croce, ma non esperimentano l'unzione... Lo Spirito è veramente un fuoco che distrugge, ma per colmare d'unzione l'anima che purifica ».

Questa unzione è il segno tipico della sapienza e non si esperimenta solo nel nostro spirito, ma ridonda anche nel nostro corpo, secondo la preghiera che innalziamo con la Chiesa alla Spirito Santo: « Illumina le nostre menti (letteralmente: i nostri sensi) infondi amore ai cuori, rafforza con perenne energia le debolezze del nostro corpo ».

S. Paolo ci dice: « Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! » (1 Cor 6,19-20).

È evidente così come la grazia e lo Spirito orientano tutto l'uomo, anima e corpo, e tutta la sua attività alla visione faccia a faccia, alla beatitudine eterna, di cui il gusto proprio del dono della sapienza è un preannuncio. Così il nostro tempo fluisce verso la pienezza della vita nell'eternità.

Noi godiamo di questo lieto annuncio che, come siamo stati partecipi della passione e morte di Cristo, così siamo partecipi della sua risurrezione (cf. Rom 6,4-5):

« Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali, per mezzo del suo Spirito che abita in voi » (Rom 8,11).

 

Eucaristia e gloria

Di questa vita gloriosa riceviamo il pegno quotidianamente nell'eucaristia e lo gustiamo: « Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti... Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne (in aramaico ` birra ', parola usata da Gesù nell'ultima cena, che esprime tutta la realtà dell'uomo con le sue passibilità e debolezze)... la mia carne per la vita del mondo » (Gv 6,48-49.51).

Nell'eucaristia noi riceviamo Cristo in stato di vittima e glorioso, partecipiamo alla totalità del suo mistero pasquale di morte e di vita. Nutrendoci del suo corpo e del suo sangue ci nutriamo anche del suo amore e della sua gloria.

Noi balbettiamo; ma insieme esperimentiamo il gusto misterioso dell'eucaristia, secondo il dono della sapienza dello Spirito e facciamo nostra l'esclamazione del santo Curato d'Ars: « Se si capisse che cos'è la messa, si morirebbe! ».

Capire questi misteri e gustarli per viverli è opera dello Spirito Santo e in particolare dei doni dell'intelletto e della sapienza.

Afferma molto bene Jean Lafrance: « Se si potesse realizzare la radiografia spirituale di un cristiano, si vedrebbe che è crocefisso dalla gloria e glorificato dalla croce: forma uno stesso essere con Cristo » (cf. Rom 6,36) 1'. « Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui siete anche stati insieme risuscitati per la la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti » (Col 2,12).

Questa affermazione meravigliosa di Paolo nella lettera ai Colossesi è ripetuta, come già realizzata, nella lettera agli Efesini: « Con lui (Cristo) (il Padre) ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli (quindi glorificati) in Cristo Gesù... » (Ef 2,6).

Come può il nostro cuore non sovrabbondare di gioia dinanzi a queste realtà divine che il dono dell'intelletto ci fa intuire e il dono della sapienza gustare? Noi sappiamo che in questa vita, in ognuno di noi, battezzati, la gloria del Risorto entra in conflitto con le tenebre del nostro egoismo e con la durezza del nostro cuore di pietra, sostenute dalla misteriosa forza del male; ma l'ultima parola, quella della vittoria, è di Cristo, che, morendo ha distrutto la morte e, risorgendo, ha ridato a noi la vita: « Morte e vita si scontrarono - canta la Chiesa - in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma, ora, vivo, trionfa... Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi e portaci alla tua salvezza».

Su ognuno di noi, su tutte le nostre debolezze corporali, su tutte le nostre malattie, Gesù può dire, come per il suo amico Lazzaro: « Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato (ossia è una malattia che concluderà con la risurrezione). Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a svegliarlo... (ossia la morte è un sonno, un passaggio che conduce al risveglio della risurrezione). Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà (ossia risorgerà); chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,4.11.2526). Rispondiamo anche noi con Marta: « Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio... » (Gv 11,27).

Nel battesimo un germe di gloria è stato introdotto nelle profondità del nostro essere. Questo germe, magari per molti anni, non si sviluppa, per causa del nostro egoismo, dell'ambiente sfavorevole, ma è un germe vivo che attende le condizioni per svilupparsi, specialmente con la preghiera, i sacramenti, l'eucaristia, l'amore dei fratelli, l'esperienza umile e sofferente della croce, allora si sviluppa in noi la gloria e, ogni volta che riceviamo Cristo eucaristia, la gloria invade sempre più il nostro essere.

Per comprendere a fondo questo mistero di morte e di vita, per gustare questa partecipazione al mistero pasquale di Cristo, questa gloria che si sviluppa nella nostra miseria mortale, dobbiamo assorbirci nella contemplazione di Cristo crocifisso e glorificato.

Quanto è avvenuto nella profondità del suo essere si riproduce nel cuore di noi, cristiani; solo che, in Cristo, la gloria esplode senza ostacoli, nella sua pienezza, in noi c'è l'ostacolo del nostro invadente egoismo, del nostro cuore di pietra, che può essere sciolto, fluidificato dalla dolcezza e tenerezza di Dio, se le assecondiamo col ` sì ' della carità, con la quale lo Spirito si diffonde nei nostri cuori (cf. Rom 5,5), se le comprendiamo col dono dell'intelletto e le gustiamo con il dono della sapienza.

 

L'interiore esultanza

Preghiamo sempre con la Chiesa: « Illumina le nostre menti - infondi amore nei nostri cuori - rafforza con perenne energia - le debolezze del nostro corpo », e ancora « Esulti sempre il tuo popolo, o Padre, per la rinnovata giovinezza dello spirito e, come ora si allieta per il dono della dignità filiale, così pregusti nella speranza il giorno glorioso della risurrezione. Per Cristo nostro Signore. Amen (3 Dom. dopo Pasqua).

Questa interiore esultanza è una manifestazione del gusto delle realtà divine, proprio del dono della sapienza. Uno la può esperimentare in se stesso e farla percepire agli altri, ma non può trasmetterla e farla assaporare nel profondo. Questa persona vi ha condotto sulla soglia del mistero di amore, di dolcezza e di tenerezza di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Ora sta a ognuno di voi pregare e sospirare con la sposa del Cantico dei Cantici: « Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue carezze sono più dolci del vino. Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome... Attirami a te, corriamo!... gioiremo e ci rallegreremo con te, ricorderemo le tue tenerezze più del vino. A ragione ti amano! » (1,2-4).

Così dice Gesù: « Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore » (Gv 15,9): lasciatevi avvolgere, penetrare, imbevere, portare, riposate, perseverate nel mio amore! Non è solo l'amore del Cristo; ma l'amore del Padre e del Figlio, lo Spirito Santo. È il bacio dello Spirito « Che siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola... perché siano perfetti nell'unità » (Gv 17,21.23).

 

Arrendersi alla carità di Dio

Ripetiamo a ognuno di voi, come ripetiamo a noi stessi, la supplica appassionata di Paolo: « Vi supplichiamo, in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20) lasciamo che il nostro cuore si converta, lasciamo che sia frantumata e sciolta la durezza di pietra del nostro cuore, la sua rigidezza di morte, dalla dolcezza e tenerezza della carità di Dio, che diventa carità della nostra vita e si manifesta soprattutto con i frutti e con i doni dello Spirito, specialmente col dono della sapienza, l'amore di Dio che si gusta, si irradia.

Sapiente è colui che vive le cose di Dio, le contempla, le gode, le ama, le conosce per esperienza, ossia per affinità, per unione e le irradia.

Preghiamo, preghiamo molto, intimamente dinanzi a Gesù-eucaristia e, se possiamo, piangiamo anche, davanti a Gesù crocifisso, offrendogli la nostra miseria nascosta, perché egli sciolga la durezza del nostro « cuore di pietra » e lo trasformi in « cuore di carne », come dice il profeta Ezechiele (36,26), infonda in noi uno spirito nuovo, lo Spirito Santo. Realizzi la profezia antica: « Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi » (Ez 36,27), soprattutto la legge di tutte le leggi, la carità.

Allora si dissolverà nella nostra vita il dramma del silenzio di Dio, di Dio che tace, perché noi, col nostro egoismo, col nostro cuore duro, resistiamo al suo amore.

Ricordiamo sempre il silenzio di Cristo durante la sua passione... Gesù tace, perché quei cuori sono chiusi nel loro feroce egoismo, sono chiusi alla sua dolcezza, al suo amore.

Arrendiamoci alla carità di Dio, di Cristo, dello Spirito, lasciamo che domini nella nostra vita. Solo allora assaporeremo sino in fondo il gusto dolcissimo del dono della sapienza.

Solo così si realizza il disegno d'amore di Dio per noi.

Così noi, che abbiamo avuto origine dalla Trinità ss.ma, gustiamo fin da questa vita la sua gioia profonda e ritorniamo alla Trinità ss.ma per immergerci nella gioia della vita eterna.

Nello Spirito e vivendo secondo lo Spirito, coi suoi doni e i suoi frutti, il Padre vede in noi tutti il suo unico Figlio e fa scendere su di noi la sua compiacenza: « Que

sti è il mio Figlio, il prediletto (o agapetòs), nel quale ho posto la mia compiacenza » (Mt 3,17); è come se diventassimo un solo cuore nel cuore di Cristo, realizzando quella magnifica antifona della liturgia: « Questo è il disegno del Padre: fare di Cristo il cuore del mondo ».

 

Beati gli operatori di pace

Al dono della sapienza corrisponde la beatitudine della pace: « Beati quelli che fanno opera di pace, perché saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5,9).

Il significato fondamentale di pace (salóm), nell'AT, è quello di « benessere », dono di Dio che, in Isaia, diventa sinonimo di « salvezza » (cf. Is 48,18; 60,17), quindi suppone la conversione dai propri peccati e il ritorno all'alleanza con Dio. La pace, nell'AT, è anche un'attesa escatologica delle condizioni paradisiache (cf. Is 11,1-9; Os 2,20-25; Am 9,13-15) ed è pure attesa dell'umile re della pace:« Esulta grandemente, Figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Tutti gli strumenti di guerra spariranno e la pace sarà assicurata a tutte le genti » (Zc 9,9-10).

Un nome del Messia è quello di « Principe della pace » (Is 9,6). Difatti solo Gesù mette in rilievo e dona il bene prezioso della vera pace: « Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace; quella che il mondo non può dare » (Gv 14,27). Anzi è Gesù stesso « la nostra pace » (Ef 2,14), come è Gesù « la nostra salvezza » (Rom 13,11).

Chi vive la beatitudine della pace si sente in armonia con Dio anzitutto e con gli uomini, per il tempo presente e per la vita futura, vive la pace per sé e la irradia negli altri.

Ora, il dono della sapienza, dandoci il gusto di Dio e delle realtà divine, infonde nel nostro cuore una grande pace.

Essendo il dono della sapienza il perfezionamento della carità, suscita in noi una grande esigenza di amare, prima Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le nostre forze e poi il prossimo come noi stessi. Il bene che vogliamo per noi, lo vogliamo per il nostro prossimo; se siamo operatori di pace per noi, lo siamo per il nostro prossimo ed è proprio questa carità, perfezionata dal dono della sapienza, che ci fa chiamare ed essere realmente « figli di Dio »: « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5,9).

Comportarsi come il Padre celeste: essere, cioè, creature di dono, di amore e di pace, è essere come Dio: « Dio è carità » (1 Gv 4,16) è il « Dio della pace » (1 Ts 5,23; Rom 14,23).

Ecco perché gli operatori di pace sono beati e sono chiamati figli di Dio. Lo sono realmente e rinnovano l'opera di riconciliazione del Padre e di Cristo: « È stato Dio... a riconciliare a sé il mondo in Cristo... Vi supplichiamo: lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,19.20). « Piacque a Dio di fare abitare in lui (Cristo) ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce... le cose che stanno sulla terra e quelle dei cieli » (Col 1,19-20).

« Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5,9).

 

 

 

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