Apologia Seconda S. Giustino

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Apologia seconda

 

GIUSTINO

 

S.Giustino, discendente da una famiglia greca pagana, è considerato il più importante apologista del II secolo.

Narra egli stesso come il suo ardente desiderio di sapere lo avesse condotto, nei suoi anni giovanili, a frequentare le scuole degli stoici, dei peripatetici e dei pitagorici, le cui dottrine però lo lasciarono deluso quanto alla ricerca della verità. Da un vecchio incontrato per caso gli venne chiaramente dimostrata l’insufficienza di ogni tentativo filosofico di spiegare l’essenza e l’immortalità dell’anima, e nello stesso tempo attirò la sua attenzione sui "profeti" e quindi sul Cristianesimo: solo la preghiera incessante apre la strada verso Dio. Da allora egli dedicò la sua vita esclusivamente alla difesa della fede cristiana, la "sola filosofia attendibile e giovevole".

La sua morte è descritta in un antico e autorevole "Martyrium Sancti Iustini et Sociorum", secondo il quale Giustino fu decapitato insieme ad altri sei cristiani a Roma, circa nell’anno 165.

 

I. – 1. Gli avvenimenti accaduti nella vostra città, o Romani, sia ieri sia l’altro ieri, sotto Urbico, e simili assurdità commesse dovunque dai magistrati, mi hanno costretto a comporre questo discorso in nostra difesa, che siamo della vostra stessa natura e fratelli vostri, anche se non lo sapete e se non lo volete riconoscere per la gloria delle vostre supposte dignità.

2. In ogni luogo, infatti, quanti sono ripresi dal padre e da un vicino o dal figlio o da un amico o da un fratello o dal marito o dalla moglie, per una mancanza (eccetto coloro che sono convinti che gli ingiusti e gli intemperanti saranno puniti nel fuoco eterno, mentre i virtuosi, e quanti sono vissuti imitando Cristo, vivranno con Dio senza sofferenze – intendiamo parlare dei cristiani – ) questi per la loro ostinazione, l’amore dei piaceri e la riluttanza a seguire il bene, e d’altra parte anche i cattivi demoni, per odio contro noi, tenendo tali giudici come schiavi e sottomessi, cioè questi magistrati indemoniati, si apprestano ad ucciderci.

3. Ma, affinché vi sia chiaro anche la causa di tutto ciò che è accaduto sotto Urbico, vi esporrò i fatti.

 

La vicenda

 

II. – 1. Una donna viveva con un marito dissoluto, mentre, in un primo tempo, conduceva vita dissoluta anche lei. Ma, dopo ebbe conobbe gli insegnamenti di Cristo, divenne temperante e si sforzava di persuadere il marito ad esserlo anche lui, riferendogli quegli insegnamenti e preannunciandogli la futura punizione nel fuoco eterno per coloro che non vivono in modo temperante e secondo la retta ragione.

2. Ma quello, permanendo nella sua dissolutezza, finì, con la sua condotta, per alienarsi la moglie.

3. La donna infatti, ritenendo cosa empia continuare a giacere con un marito che cercava in qualunque modo di procurarsi strumenti di piacere contro la legge di natura e contro il giusto, decise di fare la separazione. Poiché però era esortata dai suoi, che la consigliavano di rimanere ancora, confidando in un futuro pentimento del marito, fece forza a se stessa e rimase.

4. Ma dopo che le fu riferito che suo marito, recatosi ad Alessandria, ne faceva di ancora peggiori, per non farsi complice di tali iniquità e scelleratezze, se fosse rimasta con lui nel matrimonio a condividere vita e letto, si separò, ricorrendo a quello che voi chiamate "ripudio".

5. Quel bell’esempio di marito, ben lontano dal rallegrarsi che ella avesse cessato dal comportamento leggero che prima aveva tenuto con servi e mercenari, quando godeva di orge e di ogni turpitudine, e che cercasse di distogliere anche lui dal compiere simili cose, ha sporto accusa contro di lei, che si era separata contro il suo volere, dicendo che era cristiana.

6. Ella allora presentò a te, o imperatore, una petizione, chiedendo che prima le fosse consentito di provvedere ai suoi affari; poi, sistemate le sue faccende, si sarebbe difesa dall’accusa: e tu glielo hai concesso.

7. Il suo ex–marito, non potendo per il momento dire più nulla contro di lei, si scagliò contro un certo Tolomeo, che le era stato maestro delle dottrine cristiane, e che Urbico condannò. Ecco in qual modo: persuase un centurione, suo amico, che aveva arrestato Tolomeo, a prenderlo e ad interrogarlo solo su questo punto, cioè se fosse cristiano.

8. Poiché Tolomeo, amante della verità e per nulla ingannatore né d’animo menzognero, aveva confessato di essere cristiano, il centurione lo fece mettere in catene e lo condannò alla prigione per molto tempo. Alla fine, quando fu condotto dinanzi ad Urbico, fu di nuovo interrogato solo su questo punto, se fosse cristiano.

9. E di nuovo egli, consapevole dei beni acquistati attraverso l’insegnamento di Cristo, professò gli insegnamenti della divina virtù. Infatti, chi nega qualcosa, o lo nega perché la condanna o rifiuta la confessione perché sa di esserne indegno od estraneo; ma né l’una né l’altra soluzione sono proprie del vero cristiano.

10. Dopo che Urbico ebbe decretato che fosse condotto a morte, un certo Lucio, anche lui cristiano, vedendo che la sentenza era così irragionevole, disse ad Urbico: "Qual è la ragione per cui hai condannato un uomo che non è né adultero né dissoluto né omicida né spogliatore né ladro né infine reo confesso di alcun crimine, ma che soltanto confessa l’appellativo di cristiano? Tu non giudichi, o Urbico, come si conviene all’imperatore Pio, né al filosofo, figlio di Cesare, né al sacro Senato".

11. Quello non replicò nulla, ma disse a Lucio: "Mi sembra che anche tu sia uno di questi". Poiché Lucio rispose "Certamente"!, ordinò che anch’egli fosse a sua volta condannato a morte.

12. Ed egli professava di essergli grato, conscio di essere liberato da simili malvagi padroni e di andare verso il Padre e re dei cieli.

13. Ancora un altro, un terzo, si presentò e fu condannato a morte.

 

Anch’io mi aspetto di essere confitto ad un palo...

 

III. – 1. Ed anch’io mi aspetto che si ordiscano insidie da parte di qualcuno dei magistrati, e di essere confitto a un palo, quanto meno da Crescente, che si compiace di strepito e di pompa.

2. Non merita infatti l’appellativo di filosofo chi su di noi attesta pubblicamente ciò che non conosce, accusando i cristiani di essere atei ed empi, e fa questo per ingraziarsi e compiacere la moltitudine fatua.

3. Infatti, se costui ci perseguita senza aver letto le dottrine di Cristo, è uno scellerato, molto peggiore degli ignoranti, i quali spesso si guardano bene dal discorrere di ciò che non conoscono e dall’attestare il falso; se invece le ha lette, non ne ha compreso la magnificenza o, se l’ha compresa, si comporta così per non essere sospettato di essere cristiano: allora è ancora più ignobile e scellerato, dal momento che si lascia attrarre da un’opinione irragionevole e sciocca, nonché dalla paura.

4. E desidero che anche voi sappiate che io, dopo avergli posto alcune precise questioni in merito, ho compreso che egli non sa veramente nulla: cosa della quale ho convinto anche lui.

5. A prova del fatto che dico la verità, sono pronto a riproporre davanti a voi quelle questioni, se le nostre discussioni non vi sono state riferite: anche questo sarebbe compito non indegno di un imperatore.

6. Ma se già vi sono noti i miei quesiti e le sue risposte, allora vi è chiaro che egli non conosce nulla delle nostre dottrine; se invece le conosce, non osa (come invece fece Socrate) parlare per timore di chi l’ascolta: allora, come dissi sopra, si dimostra non amante del sapere, ma amante dell’opinione, incapace di apprezzare il bellissimo detto di Socrate: "Non si deve anteporre l’uomo alla verità".

7. Per un cinico che si pone come fine l’indifferenza, appunto.

 

Perché non ci diamo la morte

 

IV. – 1. Ma perché qualcuno non dica: "Uccidetevi tutti da voi stessi, andate subito presso Dio e non dateci più fastidio", vi dirò per quale causa non lo facciamo e per quale causa, interrogati, confessiamo senza paura.

2. Ci è stato insegnato che Dio ha creato il mondo non a caso, ma per il genere umano. Ed abbiamo già detto che Egli si compiace di quanti imitano le Sue virtù, e che invece è scontento di quanti abbracciano i1 male, nelle parole o negli atti.

3. Se dunque ci uccideremo tutti, diverremo colpevoli, per quanto dipende da noi, del fatto che nessuno sia più generato, né sia più ammaestrato nei divini insegnamenti e che non esista più genere umano: così facendo agiremmo anche noi contro la volontà divina.

4. Però, quando siamo interrogati, non neghiamo, perché siamo coscienti di non aver fatto nulla di male, anzi riteniamo empio non dire tutta la verità: sappiamo che questo è caro a Dio, e ora ci sforziamo di liberarvi anche da questa ingiusta e preconcetta convinzione.

 

I tormenti sono opera dei cattivi demoni

 

V. – 1. Se a qualcuno venisse in mente quest’altra obiezione: che, se Dio, come dichiariamo, è nostro soccorritore noi non dovremmo essere dominati e puniti da uomini ingiusti – come noi affermiamo – confuterò anche questa.

2. Dio, che ha creato l’universo ed ha subordinato agli uomini le cose terrene ed ha ordinato gli elementi del cielo per la crescita dei frutti e l’avvicendamento delle stagioni ed ha stabilito su di essi una legge divina – ed è chiaro che ha fatto tutto ciò per gli uomini –, affidò la cura degli uomini e di ciò che è sotto il cielo agli angeli che a tal fine stabilì.

3. Ma gli angeli, trasgredendo questo ordine, si diedero ad accoppiamenti con donne e generarono figli, che sono i cosiddetti demoni.

4. Inoltre, da allora si asservirono il genere umano, ora con scritture magiche, ora con terrori e supplizi inflitti, ora con l’istituzione di sacrifici e di profumi e di libagioni, di cui hanno bisogno dopo che hanno ceduto alle passioni dei sensi. E tra gli uomini hanno disseminato omicidi, guerre, adulteri, sfrenatezze ed ogni genere di male.

5. Di qui, poeti e mitologi, non sapendo che sono gli angeli ed i demoni nati da loro a compiere, contro uomini e donne e città e popoli, le iniquità che raccontavano, le riferivano a Dio stesso ed a quelli che, secondo loro, sono i figli nati dal suo seme ed ai cosiddetti suoi fratelli, Poseidone Nettuno e Plutone, e parimenti ai loro figli.

6. E chiamarono ciascuno col nome che ogni angelo aveva imposto a sé ed ai suoi figli.

 

A Dio non si può dare un nome

 

VI. – 1. Ma non esiste un nome che si possa imporre al Padre dell’universo, dato che è ingenerato. Infatti qualunque nome, con cui lo si chiami, richiede un essere più antico che gli abbia imposto tale nome.

2. Le parole "padre" e "Dio" e "creatore" e "signore" e "padrone" non sono nomi, ma denominazioni derivate dai Suoi benefici e dalle Sue opere.

3. Il Figlio di Lui, il solo a buon diritto chiamato "Figlio", il Logos coesistente e generato prima della creazione, quando all’inizio per mezzo di Lui creò ed ordinò ogni cosa, è chiamato Cristo, perché è stato unto e perché Dio ha ordinato ogni cosa per mezzo di Lui; tale nome contiene anch’esso un significato sconosciuto, così come la parola "Dio" non è un nome, ma un’opinione, innata nella natura umana, di una entità ineffabile.

4. Gesù invece è un nome che ha il significato sia di "Uomo" sia di "Salvatore".

5. Infatti, come dicemmo, Egli divenne uomo, concepito per volere di Dio e Padre, per il bene degli uomini che credono in Lui e per la distruzione dei demoni. Anche ora potete persuadervene da quanto accade sotto gli occhi.

6. Infatti molti dei nostri, cioè dei cristiani, hanno guarito, e tuttora guariscono, tanti indemoniati, in tutto il mondo e nella nostra stessa città, esorcizzandoli nel nome di Gesù Cristo, crocifisso sotto Ponzio Pilato, fiaccando e cacciando i demoni che li possiedono, mentre tutti gli altri esorcisti, incantatori e somministratori di filtri, non erano riusciti a guarirli.

 

Il dissolvimento del mondo è ritardato grazie ai cristiani

 

VII. – l. Perciò Dio ritarda la catastrofe ed il dissolvimento di tutto il mondo, in modo che non esistano più angeli e demoni e uomini cattivi, proprio per il seme dei cristiani, che riconosce essere la causa della conservazione della natura.

2. Perché, se ciò non fosse, neppure a voi sarebbe possibile agire ancora così ed essere istigati dai cattivi demoni, ma si abbatterebbe il fuoco del giudizio e dissolverebbe ogni cosa indistintamente, come in antico fece il diluvio, che non risparmiò nessuno, eccetto un uomo solo, con i suoi cari, uomo chiamato da noi Noè, e da voi Deucalione: da lui sono rinati tanti uomini, in parte buoni, in parte cattivi.

3. In questo modo noi diciamo che avverrà la conflagrazione, non certo come gli Stoici, – vale a dire per l’assorbimento di tutti gli elementi l’uno nell’altro – il che sembra turpissimo; e neppure affermiamo che gli uomini fanno o subiscono gli eventi per destino, ma che ciascuno agisce bene o pecca per sua libera scelta. E’ ancora per istigazione dei cattivi demoni che i virtuosi, come Socrate ed altri come lui, sono perseguitati ed imprigionati, mentre Sardanapalo ed Epicuro ed i loro simili sembrano vivere felici nell’abbondanza e nella gloria.

4. Non comprendendo questo, gli Stoici affermarono che tutto esisteva per necessità del fato.

5. Ma, poiché Dio a1 principio creò il genere sia degli angeli sia degli uomini arbitro di se stesso, secondo giustizia essi riceveranno nel fuoco eterno il supplizio delle colpe commesse.

6. E’ proprio di ogni natura creata essere capace di male e di bene. Infatti nessuna sarebbe degna di lode, se non avesse anche la facoltà di volgersi verso l’uno o verso l’altro.

7. E lo dimostrano anche gli uomini – che ovunque legiferarono secondo retta ragione o si diedero alla filosofia – con il fatto che consigliarono di fare determinate cose e di astenersi da altre.

8. Anche gli Stoici, nella teoria della morale, tengono in grandissima stima proprio quelle prescrizioni, cosicché è evidente che essi sono fuori strada nella loro teoria dei principi e degli elementi incorporali.

9. Infatti, se diranno che tutte le azioni degli uomini avvengono per fatalità o che Dio non si distingue dalle cose mutevoli, varie ed eternamente dissolventesi le une nelle altre, apparirà chiaro che essi possiedono solo il concetto di corruttibile, e che Dio stesso, nelle parti e nel tutto, esiste solo nella corruzione; oppure che male e bene sono concetti vani: ma questo va contro ogni assennato intelletto, ragione e spirito.

 

Il seme del Logos, innato in ognuno

 

VIII. – l. Sappiamo che sono stati odiati ed uccisi anche i seguaci della dottrina stoica – come, per qualche verso, anche i poeti – almeno quando si sono mostrati moderati nel tema dell’etica, grazie al seme del Logos che è innato in ogni stirpe umana: ad esempio, Eraclito, come abbiamo detto, e, ai nostri tempi, Musonio ed altri.

2. Come infatti abbiamo mostrato, i demoni hanno sempre operato in modo che fossero odiati quanti, in qualunque modo, si sforzano di vivere secondo il Logos e di fuggire il male.

3. Nessuna meraviglia se i demoni, una volta rivelati colpevoli, ancora di più si sforzano affinché siano odiati coloro che vivono non secondo un frammento del Logos sparso in tutti, ma secondo la conoscenza e la contemplazione di tutto il Logos, che è Cristo. Ma essi, imprigionati nell’eterno fuoco, riporteranno la giusta punizione e la giusta pena.

4. Se già ora sono sconfitti dagli uomini nel nome di Gesù Cristo, questa è la dimostrazione della punizione futura che subiranno nel fuoco eterno, essi e i loro cultori: così anche tutti i profeti predissero, e così il nostro maestro, Gesù, ci insegnò.

 

La pena eterna non è uno spauracchio

 

IX. – 1. Affinché nessuno riprenda l’affermazione dei cosiddetti filosofi, per i quali sono parole a vanvera e spauracchi le nostre teorie secondo cui gli ingiusti sono puniti nel fuoco eterno (per costoro, noi esorteremmo gli uomini a vivere virtuosamente, servendoci della paura, e non della bellezza ed amabilità della cosa in sé), risponderemo brevemente anche a questa obiezione. Se non è così, o Dio non esiste, o, se esiste, non si cura degli uomini, e la virtù ed il vizio sono parole vane. In questo caso, come dicemmo, a torto i legislatori puniscono quanti violano i buoni ordinamenti.

2. Ma poiché non sono ingiusti né loro né il loro Padre, che ci insegna ad agire ad imitazione Sua per mezzo del Logos, non sono ingiusti coloro che vi si conformano.

3. Se qualcuno poi accampa la diversità delle leggi degli uomini – dicendo che presso alcuni uomini questo è giudicato buono e quello cattivo e che presso altri uomini ciò che per quelli è cattivo vien ritenuto buono e quello che è buono cattivo –, ascolti anche quanto noi diciamo a questo proposito.

4. Sappiamo che gli angeli cattivi disposero leggi conformi alla loro iniquità e che gli uomini simili a loro se ne compiacciono; ma la retta ragione sopravviene a dimostrare che non tutte le opinioni né tutte le dottrine sono buone, ma che le une sono cattive, le altre buone. Pertanto io a costoro presenterò queste e simili argomentazioni; e sono anche disposto ad ampliarle, qualora ve ne sia bisogno.

5. Per ora ritorno al mio argomento.

 

Noi possediamo il Logos totale

 

X – 1. La nostra dottrina dunque appare più splendida di ogni dottrina umana, perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente, anima.

2. Infatti tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e speculazione, grazie ad una parte di Logos.

3. Ma poiché non conobbero il Logos nella sua interezza, che è Cristo, spesso si sono anche contraddetti.

4. Quelli che vissero prima di Cristo e si sforzarono di investigare e di indagare le cose con la ragione, secondo le possibilità umane, furono trascinati dinanzi ai tribunali come empi e troppo curiosi. Colui che più di ogni altro tendeva a questo, Socrate, fu accusato delle stesse colpe che si imputano a noi: infatti dissero che egli introduceva nuove divinità, e che non credeva negli dèi che la città riteneva come tali.

5. Invece egli insegnò agli uomini a rinnegare i demoni malvagi, autori delle empietà narrate dai poeti, facendo bandire dalla repubblica sia Omero sia gli altri poeti; cercava anche di spingerli alla conoscenza del Dio a loro ignoto, attraverso la ricerca razionale. Diceva: "Non è facile trovare il Padre e creatore dell’universo, né è sicuro che chi l’ha trovato lo riveli a tutti".

6. Questo è quanto fece il nostro Cristo con la Sua potenza. Infatti a Socrate nessuno credette fino al punto di morire per questa dottrina. A Cristo invece, conosciuto, almeno in parte, anche da Socrate (Egli infatti era ed è il Logos che è in ogni cosa, che ha predetto il futuro per mezzo dei Profeti e per mezzo di se stesso, che si è fatto come noi ed ha insegnato questa verità), credettero non solo i filosofi e dotti, ma anche operai e uomini assolutamente ignoranti, che sprezzarono i giudizi altrui, la paura, la morte. Poiché è potenza del Padre ineffabile e non costruzione di umana ragione.

 

Siamo lieti di pagare il nostro debito

 

XI. – 1. Né noi saremmo uccisi né gli uomini ingiusti e i demoni avrebbero la meglio su di noi, se ogni uomo generato non fosse comunque debitore della morte; perciò siamo lieti di pagare il nostro debito.

2. Pertanto riteniamo bello ed opportuno riferire a Crescente, ed a quanti come lui delirano, l’episodio narrato da Senofonte.

3. Narrò Senofonte che Eracle, giunto a un trivio, incontrò la virtù e il vizio, apparsi sotto forma di donne.

4. Il vizio, in molle veste, con volto seducente e fiorente, dagli occhi subito ammaliatori, disse ad Eracle che, se l’avesse seguito, gli avrebbe procurato una vita sempre felice e adorna di sfarzo splendidissimo, simile al suo.

5. La virtù invece, di squallido aspetto e in squallide vesti, disse: "Se tu mi darai ascolto, ti ornerai non di ornamenti e di bellezza caduchi o corruttibili, ma di ornamenti eterni e belli".

6. Noi siamo assolutamente convinti che, chiunque fugga ciò che apparentemente è bello e persegua ciò che è reputato aspro ed assurdo, ottiene in cambio la felicità.

7. II vizio infatti, ponendo, a copertura delle proprie azioni, le qualità delle virtù e ciò che è vero bene, tramite l’imitazione delle cose incorruttibili (in realtà esso non ne ha né può fare alcunché di incorruttibile), soggioga gli uomini proni a terra, assegnando alla virtù le proprie inique qualità.

8. Ma quelli che hanno capito il vero bene, sono anche incorruttibili per la virtù. Questo bisogna che comprenda ogni persona che ragioni, riguardo ai cristiani, agli atleti ed a quanti compirono quelle azioni che i poeti narrarono a proposito dei falsi dèi: questa è la conclusione che si deve trarre dal nostro disprezzo della morte a cui tutti cercano di sfuggire.

 

L’approdo al cristianesimo

 

XII. – l. Infatti io stesso, che mi ritenevo soddisfatto delle dottrine di Platone, sentendo che i cristiani erano accusati ma vedendoli impavidi dinanzi alla morte ed a tutti i tormenti ritenuti terribili, mi convincevo che era impossibile che essi vivessero nel vizio e nella concupiscenza.

2. Infatti quale uomo libidinoso o intemperante o che reputi un bene il cibarsi di carne umana potrebbe abbracciare la morte, per essere privato di questi suoi beni, e non cercherebbe invece di vivere sempre la vita di quaggiù e di sfuggire ai magistrati, anziché autodenunciarsi per essere ucciso?

3. Ormai anche a questo i cattivi demoni sono giunti, con la collaborazione di alcuni uomini malvagi.

4. Essi infatti, per mandare a morte alcuni di noi sulla base di false accuse, trascinano negli interrogatori i nostri servi, o fanciulli o donnicciole, e fra tormenti spaventosi li costringono ad accusarsi di quelle nefandezze di loro invenzione, proprio di quelle che essi apertamente commettono. Ma poiché non ci riguardano, non le teniamo in alcun conto, avendo Dio, ingenerato ed ineffabile, come testimone sia dei nostri pensieri sia delle nostre azioni.

5. Che cosa ci impedisce di confessare pubblicamente che anche queste azioni sono oneste, e di dimostrare che sono una filosofia divina, sostenendo che noi celebriamo i misteri di Cronos, se uccidiamo uomini e ci saziamo di sangue (come si dice), esattamente come avviene per l’idolo da voi onorato, che aspergete del sangue non solo di animali, ma anche di uomini, voi che, attraverso la persona più insigne e più nobile, fate l’aspersione del sangue di uomini immolati? Perché non imitiamo Zeus e gli altri dèi nello stuprare fanciulli e nel congiungerci impunemente con donne, adducendo a giustificazione gli scritti di Epicuro e dei poeti?

6. Poiché, al contrario, ci sforziamo di persuadere a fuggire simili dottrine e quanti le praticano, insieme con i loro imitatori – come anche adesso abbiamo tentato di fare con questi discorsi –, in tutti i modi ci si fa guerra. Ma noi non ce ne curiamo, poiché sappiamo che Dio è giusto osservatore di tutto.

7. Oh, se ci fosse anche adesso qualcuno che salisse su un alto palco e gridasse con voce di tragèda: "Vergognatevi, vergognatevi di addossare ad innocenti ciò che voi fate impunemente, e di attribuire le azioni vostre e dei vostri dèi a costoro, che non ne sono nemmeno minimamente partecipi. Pentitevi, rinsavite".

 

Mi vanto di essere cristiano!

XIII. – l. Io allora, resomi conto che un velo di menzogna era disteso dai cattivi demoni sulle divine dottrine dei cristiani per traviare gli altri uomini, mi risi sia di chi diffondeva tali menzogne, sia di questo falso velo, sia dell’opinione dei più.

2. Io confesso di vantarmi e di combattere decisamente per essere trovato cristiano, non perché le dottrine di Platone siano diverse da quelle di Cristo, ma perché non sono del tutto simili, così come quelle degli altri, Stoici e poeti e scrittori.

3. Ciascuno infatti, percependo in parte ciò che è congenito al Logos divino sparso nel tutto, formulò teorie corrette; essi però, contraddicendosi su argomenti di maggior importanza, dimostrano di aver posseduto una scienza non sicura ed una conoscenza non inconfutabile.

4. Dunque ciò che di buono è stato espresso da chiunque, appartiene a noi cristiani. Infatti noi adoriamo ed amiamo, dopo Dio, il Logos che è da Dio non generato ed ineffabile, poiché Egli per noi si è fatto uomo affinché, divenuto partecipe delle nostre infermità, le potesse anche guarire.

5. Tutti gli scrittori, attraverso il seme innato del Logos, poterono oscuramente vedere la realtà. Ma una cosa è un seme ed un’imitazione concessa per quanto è possibile, un’altra è la cosa in sé, di cui, per sua grazia, si hanno la partecipazione e l’imitazione.

 

Apponete il sigillo...

 

XIV. – 1. Vi preghiamo dunque di apporre il sigillo dell’ufficialità a questo libretto, sottoscrivendo ciò che vi pare valido, affinché anche gli altri conoscano quanto ci riguarda e possano liberarsi dalle false opinioni e dall’ignoranza del bene.

2. Essi sono soggetti ai castighi per colpa propria; primo, perché è insita nella natura umana la capacità di conoscere il bene e il male; poi, perché condannano noi, mentre non ci conoscono, di commettere quelle turpitudini che dicono; ed infine perché si compiacciono di dèi che commisero azioni del genere, ed anche ora ne richiedono di simili agli uomini: cosicché, con il condannare noi, come se fossimo rèi di tali delitti, a morte, al carcere o ad atre simili pene, condannano se stessi e non hanno bisogno di altri giudici.

 

... perché chi legge possa convertirsi

 

XV. – 1. Disprezzai, tra il mio popolo, anche la dottrina empia ed ingannatrice di Simone.

2. Se voi apporrete la vostra firma a questo libretto, noi lo faremo conoscere a tutti, affinché, se possibile, siano indotti a mutare.

3. Solo a questo scopo abbiamo composto questi discorsi. Le nostre dottrine, secondo un giudizio assennato, non sono turpi; anzi sono superiori a qualunque filosofia umana; quanto meno, non sono certo simili alle dottrine di Sotade e di Filenide e di Archestrate e di Epicuro od alle altre opere poetiche di tal genere, rappresentate e scritte, di cui a tutti è dato di venire a conoscenza.

4. Ma ormai termineremo, avendo fatto quanto era in noi, e con la preghiera che tutti gli uomini, nella loro totalità, siano resi meritevoli della verità. Voglia il cielo, dunque, che anche voi giudichiate, nel vostro interesse, in modo giusto, conforme a pietà e ad amore della sapienza!