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La Nuova Evangelizzazione, che, ancora oggi nel terzo millennio è oggetto di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, convegni, per la maggior parte dei cristiani praticanti è ancora considerata come una opzione, e non come una necessità urgente e possibile. Noi crediamo che per realizzarla sicuramente occorre da parte di tutto il popolo di Dio, come ci ricordava spesso Giovanni Paolo II, “un nuovo ardore, nuovi metodi e nuove espressioni”. L’Italia e l’Europa, anche se già evangelizzate, hanno bisogno di essere rievangelizzate. I battezzati hanno bisogno di essere rievangelizzati. Il mondo ha bisogno di speranza e non ci saranno grandi segni di speranza fino a quando, noi cristiani del XXI Secolo, non sapremo testimoniare un’esistenza bella, arricchita dalla gioia dei salvati, dall’amicizia e non prenderemo sul serio il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Andate, ammaestrate tutte le nazioni”, battezzate, insegnate, osservate “tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20), “siate testimoni” (At 1,8), “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), “amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12). Come membra vive dell’unico Corpo di Cristo vogliamo

  • essere testimoni di speranza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,1-3).
  • contribuire con tutte le nostre forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità (cfr. LG n°33)
  • far si che ogni cosa abbia Cristo come capo e Dio sia tutto in tutti (Ef 1,10;1 Cor 15,28)
  • e con Maria Regina della Pentecoste portare il fuoco dell'evangelizzazione in tutto il mondo e ad ogni creatura (anche agli audiolesi)

perché lo Spirito di Dio “ Ruah” soffio vitale, possa fare di ognuno di noi delle creature “realmente viventi”, nel corpo e nello spirito.


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Pratica dell'umiltà

Pratica dell'umiltà

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Il presente documento è stato tratto dal sito www.totustuus.it

 

 

 

BEAUDENOM,

Formazione all'Umiltà

CONSIGLI PER IL BUON ESITO

DI QUESTI ESERCIZI

1. Scegliete quel periodo di tempo nel quale potrete dedicarvi ad essi con maggior libertà e senza interruzione.

2. Vi consacrerete un mese intero, ed anche di più se ne sentite l'allettamento. Vi è materia abbondante per due esercizi al giorno. Quel che è indicato come studio o spiegazione può servire di meditazione e in ogni caso deve esser letto con grandissima attenzione.

3. Date qualche solennità al vostro ingresso in questo grande lavoro di riforma. La sera della vigilia andate a bella posta in chiesa. Inginocchiatevi dinanzi a Gesù così umile nel tabernacolo. Recitate adagio il Veni Creator. Dopo, recatevi alla cappella della Madonna. Invocate anche quei santi la cui umiltà maggiormente vi colpisce: S. Francesco d'Assisi, San Antonio da Padova, S. Francesco di Sales, S. Vincenzo de’ Paoli, S. Benedetto Labre... e ad essi chiedete luce, volontà, perseveranza.

II.

1. Durante gli esercizi, tenetevi abitualmente sotto una impressione di umiltà, in modo particolare nelle vostre relazioni con il prossimo; rendete questa impressione più viva con frequenti aspirazioni durante il giorno; ne troverete materia in ciascuna meditazione, e più specialmente nel proposito e nell'affetto con cui termina. Distraetevi il meno possibile da quest'ordine di pensieri.

2. Moltiplicate gli atti esteriori d'umiliazione. Eccovene alcuni; baciare la terra — stare, durante la preghiera, a testa bassa, come un colpevole pieno di confusione — parlare a voce meno alta e più moderata — camminare in maniera più raccolta — coltivare lo spirito di povertà.

3. Cercate le occasioni, sia per obbedire, sia per essere condiscendenti, ma fatelo con grande semplicità. Evitate di contraddire, d'interrompere, di discutere. Accettate i dolori e perfino le più piccole contrarietà come cose pienamente meritate.

NOTA. — Servirsi di questi tre ultimi avvisi o d'uno d'essi come soggetto giornaliero d'esame particolare.

SGUARDO PRELIMINARE

L'umiltà! Tutta la tradizione cristiana è unanime nell’esaltarla, tutte le anime pie ne sono affamate; Gesù l'ha elevata all'altezza della redenzione associandola al dolore; ed inoltre, non la vuole e mantiene forse come un'aureola intorno all'Eucarestia? Dove essa manca, manca la virtù. Iddio penetra e riempie solo il vuoto che essa gli fa.

Ma questa prodigalità di elogi apporta luce? E questa ammirazione generale forma la piena convinzione? Oh! quanto vago resta nelle idee e nelle coscienze! Quanta insufficienza quasi dappertutto! E se la natura stessa dell'umiltà è poco conosciuta, la sua sfera d'influenza è conosciuta anche meno.

Le meditazioni lungamente pensate di questo libro sono preparate e dirette agli spiriti seri che vogliono comprendere ed alle anime pie che vogliono progredire.

Le grandi cose sono sempre nascoste nelle profondità; le ricchezze minerali giacciono sotto la crosta terrestre; prodigi di forza sembra che dormano nella inerte materia; meraviglie di meccanismo scherzano nei movimenti del mondo siderale, e si intravedono nelle viscere dell'essere vivente segreti così profondi che nessuno è capace di svelare. Osservate, osservate "bene... in fondo all'umiltà regna un che d'infinito; noi siamo in pieno soprannaturale.

La virtù presa nel suo insieme è una vita; ciascuna virtù è uno dei suoi organi. Non vi è dubbio, ogni virtù ha le sue proprie bellezze, tuttavia ciascuna si riveste anche della bellezza delle sue sorelle per il fatto dell'unità della vita e delta legge di ricambio. Ciò nonostante alcune vi partecipano più da vicino, più largamente e con maggiore continuità, in un modo più necessario; la vita stessa si muove in ogni parte dell'insieme, persino nella più intima, ma non vi si estende, e non vi brilla nella stessa guisa. Noi ci accingiamo a studiare la parte che spetta all'umiltà; e forse vi scopriremo un'umiltà che non conoscevamo.

Per avanzare però con passo sicuro dobbiamo andare adagio e con metodo; prima di giungere alle sommità bisogna attraversare delle regioni prive di ogni allettamento ed arrampicarsi su per erte difficili. Affinché la strada ci sia meno penosa la percorreremo con l'aiuto di vari mezzi : studi che ci presentano vedute generali ; osservazioni più brevi che delucidano un punto oscuro; riflessioni pie che pongono in mostra i risultati d'una scoperta; ma. soprattutto, meditazioni profonde che immergono l'anima in un'atmosfera di verità sotto il gran sole della grazia.

Le anime di buon volere non si scoraggino dinanzi a queste sublimi verità giudicandosi impotenti a penetrarle; piuttosto tengano lo sguardo fisso nella luce dall'alto. La scienza umana si comunica solo ai seguaci del mondo, ma la scienza di Dio è data con prodigalità ai piccoli ed agli umili: questi non hanno bisogno di lunghi ragionamenti. Se, dunque, qualche parte di questo libro e oscura per essi, non si affliggano né si perdano d'animo: la luce li attende forse allo svolto di una via. sotto una frase più semplice, ma pure piena di verità. Talvolta un semplice particolare può essere una rivelazione per certe anime.

Tuttavia, per appagare coloro che amano di sintetizzare daremo una rapida occhiata al cammino che dovremo percorrere in tutto questo libro. Basta che gettiamo un primo sguardo sull'umiltà come virtù speciale, ed un secondo sopra la sua sfera d'influenza.

I. L'umiltà, virtù speciale.

1. L'orgoglio non è altro che un deviamento di due tendenze legittime

— Sentimento di superiorità, ricerca di preminenza, è forse l'orgoglio un ricordo della nostra originale grandezza? Allora il suo torto consisterebbe nel non essere più al suo posto. Re detronizzato per propria colpa, e altero sotto i suoi cenci, " Dio caduto che si rammenta dei cieli " ecco come ci si mostrerebbe l'uomo nella sua tendenza all'orgoglio. O, piuttosto, l'orgoglio, disordine e vizio, invece di essere l'impronta d'una corona perduta, sarebbe forse il marchio d'una rivolta domata? " Eritis sicut dii ". Cosi la tentazione sarebbe passata nel sangue per turbarlo e sconvolgerlo. Questa doppia origine spiegherebbe il perché l'uomo si mostri ad un tempo e grande e abbietto.

Ciò non ostante, in realtà è più esatto considerare questo difetto come il deviamento di sentimenti utili messi da Dio stesso nella natura umana. Questi sentimenti, in ultima analisi, si riducono a due: stima di sé, desiderio della stima degli altri. La stima di sé e la base della dignità personale; il desiderio della stima degli altri è una delle basi della sociabilità.

Queste inclinazioni sono così profonde e così spontanee che appartengono, per un lato, alla classe degli istinti, e si rassomigliano a quello della conservazione. Del resto esse hanno uno stesso genere di funzioni: l'istinto della vita attacca l'uomo ad una esistenza d'ordinario miserabile; quello della stima di sé l'attacca alla propria personalità. quantunque sia di poco valore; l'istinto poi del desiderio della stima l'attacca al bene pubblico, malgrado la fragilità dei vantaggi che prodiga. Queste due ultime tendenze sono soggette a deviamenti così facili e naturali che portano l'impronta della caduta originale; e per ciò spesso i moralisti le chiamano, senza distinzione, vizio.

II. L'umiltà è la virtù che ha l'ufficio di opporsi a questi deviamenti

— " Essa consolida lo spirito e gli impedisce di elevarsi in una maniera irragionevole " (di sopraesaltarsi, superbia) (1). Essa riconosce e mantiene l'ordine nella stima di sé e nel desiderio della stima degli altri.

È dunque verità e giustizia. È verità, e, come tale, traccia la regola di direzione, È giustizia, e. come tale, inclina ad agire conforme a questa regola (2).

In quanto è verità, risiede nell'intelletto; in quanto è giustizia, risiede nella volontà. E siccome queste due facoltà agiscono l’una sull'altra, ogni sviluppo di luce accresce la forza dell'inclinazione, ed ogni sviluppo d'inclinazione aiuta a meglio cercare e a meglio intendere i motivi e le regole dell'umiltà.

Questo studio ha dunque per oggetto e l'una e l'altra di queste due facoltà per metterle in una condizione favorevolissima; ora la condizione più favorevole dell'intelletto è la convinzione, e la condizione più favorevole della volontà è la propensione.

Due lumi generano la convinzione: il lume della ragione e quello della rivelazione. Due forze producono la propensione: quella della volontà e quella della grazia attuale. È da saggi il valersi di tutti questi aiuti. Quelli dell'ordine soprannaturale sono i più efficaci ed anche i più nobili.

Contentarsi dei doni della ragione per valutare quanto meritiamo sarebbe io stesso che stabilire una virtù incompleta ed insufficiente. Pretendere di acquistare l'inclinazione all'umiltà con le nostre forze varrebbe quanto incominciare con una proposizione eretica e finire con una delusione.

I pagani conobbero dell'umiltà solo la modestia, e quel che ne conobbero lo praticarono molto imperfettamente. La vera nozione di questa virtù rampolla dai nostri dommi fondamentali, e la sua pratica completa dipende dalla grazia: essa è dunque eminentemente soprannaturale; ed il razionalista né saprebbe avere, e nemmeno ammettere l'umiltà così concepita.

Tuttavia si deve dare un campo vastissimo alle facoltà naturali nell'acquisto della virtù.

E per ben comprendere il valore di questa osservazione sarà bene ricordare qui alcune nozioni generali sulle virtù naturali e sulle virtù soprannaturali.

Il loro oggetto è identico: il bene; ed ogni virtù ha il medesimo speciale oggetto: il medesimo genere di bene. Così l'umiltà, o sia naturale o soprannaturale, regola e mantiene l'ordine rispetto alla stima personale e al desiderio della lode.

Queste virtù risiedono nelle stesse facoltà che sono, per le une e per le altre; le facoltà naturali. Le virtù naturali le penetrano, le virtù soprannaturali le " perfezionano ".

Ma queste differiscono totalmente per il modo onde sono prodotte e per il modo onde operano.

Le virtù soprannaturali sono poste in noi con una specie di creazione, che la teologia chiama infusione; quindi, virtù soprannaturale è sinonimo di virtù infusa. Iddio le infonde nell'anima del fanciullo appena è battezzato, e le infonde tutte insieme. L'aumento d'una trae con sé l'aumento di tutte le altre, e tutte si perdono ad un tempo per il peccalo mortale ad eccezione delle virtù della fede e della speranza. Rivivono poi tutte insieme per la giustificazione.

Le virtù naturali, al contrario, si formano lentamente mediante numerosi atti, e si perdono solo a lungo andare, di maniera che un peccato mortale non le distrugge.

È chiaro che il nome di abito, conviene solo a queste ultime. L'inclinazione, la forza, l'abilitarvi si accumulano a poco a poco come in un membro che si esercita al lavoro.

Le virtù soprannaturali ricevono il loro incremento dal di fuori, e non dallo sviluppo; e in esse, ad un grado di aumento non corrisponde necessariamente un accrescimento di forza e d'inclinazione.

I teologi caratterizzano questa differenza con due espressioni che l'uso ha ormai consacrato. Le virtù infuse, essi dicono, danno il simpliciter posse, il semplice potere.

come sarebbe a dire l'attitudine. L'abito dà il faciliter posse, la vera facilità. Le grazie attuali la danno ugualmente, ma in modo transitorio.

Un paragone porrà in chiaro queste distinzioni. Un tessuto può essere fine od ordinario, fitto o rado; dipende dal bagno speciale di porpora nel quale è stato immerso. Il bagno nulla ha mutato della sua natura: il tessuto rimane fine od ordinario, fitto o rado; ma è asceso ad un grado di un ordine superiore. Il suo costo e l'uso che se ne farà non sono più gli stessi. Basta poi che un reagente chimico gli tolga il colore perché ritorni un tessuto volgare.

Le virtù soprannaturali fan passare il nostro essere dal suo ordine umano all'ordine

soprannaturale; trasformano le nostre facoltà e loro comunicano, con una bellezza speciale, l'attitudine, la semplice attitudine però a produrre atti soprannaturali. L'attività verrà dalle grazie attuali, dalle disposizioni della volontà e dagli abiti.

Da ciò apparisce che. in generale, negli adulti, la virtù sarà caratterizzata dallo sforzo: perché le virtù soprannaturali non sono fatte per lasciare inattive le forze naturali, o per soppiantarle: ma sì per nobilitarle, perfezionarle e alimentarle. Esse con la loro presenza le innalzano all'ordine soprannaturale; le perfezionano e le alimentano con le grazie attuali che attirano.

Queste grazie attuali ci offrono vantaggi inestimabili: Dio le centuplica nell'anima che ad esse corrisponde; e la preghiera Gli offre l'opportunità di prodigarle senza merito e senza misura. Sotto la loro onnipotente influenza, gli atti virtuosi si moltiplicano e si compiono con intensità: le facoltà naturali che li producono, si formano, si sviluppano e finalmente acquistano l'inclinazione, la facilità e la spigliatezza a simili atti, addivenendo così le condizioni degli abiti un fatto compiuto.

Si troveranno spiegazioni più complete nel nostro libro intitolato: Pratica progressiva della confessione, t. Il, cap. II (3).

III. Importanza della convinzione nell'umiltà

1. Non è cosi facile determinare, anche teoricamente, che cos’è orgoglio e dignità personale! La premura per la propria reputazione, il dovere di tenere il proprio posto.

o di difendere le proprie idee giuste legittimano un gran numero di atti che spiriti non bene illuminati prenderebbero facilmente per orgoglio. E, al contrario, quale razza d'orgoglio può annidarsi sotto queste delicate riserve!

2. Ma, se si considera nella pratica, è ancora più difficile discernerlo. Difatti, nulla è seducente come questo vizio il quale si dissimula e si trasforma, cresce e si stende adagio adagio; lo avvertiamo appena quando comincia, e tosto che si intravede, lo scusiamo.

3. L'orgoglio ispira poco orrore. La bruttezza della sua malizia ci colpisce meno della bruttezza e malizia degli altri vizi. Anche i suoi pericoli ci appaiono meno terribili, perché fra i cristiani, raramente l'orgoglio costituisce da se solo un peccato mortale, ed infine perché pochi di noi spingono questo difetto all'estremo. E tuttavia è tale la sua perniciosa influenza che i santi lo chiamano il padre di tutti gli altri.

È dunque necessario stabilire in noi una convinzione chiara e che ci impressioni affine di concepire un orrore che ce ne allontani. Tale convinzione non è la virtù, ma la contiene alla stessa guisa delle forze fisiche condensate nei loro elementi e pronte ad operare. Ne essa si accontenta di considerazioni vaghe, deboli od esagerate. Proviamoci ad andare al fondo delle cose attraverso le frasi convenzionali che oscurano questo soggetto.

Tuttavia, non facciamo troppo assegnamento sul valore delle nostre considerazioni, né sulla sicurezza delle nostre analisi: Dio solo è il dottore dell'umiltà. " Egli l'ha rivelata ai fanciulli, revelasti ea parvulis " (Matteo, 11, 25).

IV. Importanza dell'inclinazione nell’umiltà

Come si acquista e si sviluppa questa tendenza così contraria alla natura? Con l'esercizio.

1. Atti, atti: ecco il gran segreto, ecco l'imperioso bisogno! La perspicacia e la convinzione costituiscono l'avanguardia e illuminano il cammino; ma è l'esercizio che riporta la vittoria, l'esercizio degli atti e, soprattutto, degli atti generosi, stabilendosi nella fortezza e facendo regnare l'umiltà.

Urge, adunque, il combattimento! Bisognerà inchinarsi davanti alla volontà degli altri, sovente poco ragionevole. Bisognerà essere dolci verso colui che ci avrà disprezzato. Bisognerà ripetere ogni qualvolta saremo umiliati: Ciò mi sta bene! La natura si ribellerà, ma, dominata da una umiltà risoluta, si sforzerà di vincersi e riporrà la sua felicità nell'abbassarsi con Gesù. " Mihi absit glorìari nisi in cruce Jesu Chrìsti ".

2. Mentre attendiamo queste occasioni che ci si presenteranno nel corso della vita, noi abbiamo per prepararvici l'espediente inesauribile degli atti sia interni, sia esterni che prescriviamo.

Gli atti interni, (desideri, risoluzioni, domande, accettazioni, ecc. ecc.), possono essere numerosissimi, e nulla si oppone perché siano intensi; l'anima può passare tutta intera per questi sforzi, ed è appunto questo l'esercizio che ci studieremo di fare nelle seguenti meditazioni.

3. Le dimostrazioni esterne non debbono essere trascurate perché danno ai sentimenti una consistenza speciale. Perché non valersene anche nella preghiera? La posizione incurvata d'un colpevole, di un supplicante, d'un povero si addice molto a chi prega. Baciare qualche volta la terra, è utilissimo.

In grazia di tutti questi mezzi impiegati per lungo tempo, l'inclinazione non è più un semplice assenso dell’intelligenza alla verità, e una semplice determinazione della volontà per la giustizia; ma è questo assenso e questa determinazione convertiti in abito, penetrati nell'intimo delle nostre potenze sviluppate e consolidate. È una forza permanente che da la facilità, il movimento, perfino il gusto, perché è naturale che qualsiasi forza spinga all'azione e trovi gusto e gioia nel suo libero esercizio. Entriamo, dunque, con coraggio in questa formazione; impieghiamovi tutte le nostre forze; facciamo assegnamento sopra la grazia. Per diventare umile è necessario essere convinto e risoluto: è necessario riflettere ed è necessario pregare.

II. L'umiltà, influenza generale.

L'influenza dell'umiltà si deduce dalla sua stessa natura. L'abbiamo già detto, essa è verità e giustizia; ora, la verità illumina tutto l'ordine intellettuale, e la giustizia domina tutto l'ordine morale. In ciò è tutto l'uomo.

I. L'umiltà è la verità. — Formula accettata e incessantemente ripetuta, ma forse solo vagamente compresa! La verità! La verità! Ottima cosa; ma quale verità dobbiamo qui ricercare? La verità intorno al nostro merito, al nostro valore. E che c'insegna essa? Che noi siamo esseri creati, esseri colpevoli, esseri che partecipano della vita divina. Eccovi ire grandi frasi: ma è necessario intenderle bene perché non possono concepirsi per se stesse. Affinché io possa concepire il creato, è necessario che prima concepisca il Creatore; affinché si possa conoscere il peccato, è necessario che conosca i diritti e la dignità di colui che ha offeso; affinché questa frase stupenda : " partecipazione alla vita divina " mi dica qualche cosa, ho bisogno di evocare tutto intero l'ordine della grazia e della gloria. Ora da ogni parte, in questa ricerca, Dio mi si presenta in un modo, direi quasi, ostinato, e, per comprendere me stesso, ho bisogno di comprendere Lui: io lo trovo nella mia origine e nel mio destino, nel mio interno e nei miei atti: assolutamente mi annienterei se dovessi separare da me ciò che appartiene a Lui; al contrario, io m'innalzo con vera magnificenza se tesoreggio ciò che Egli di buon grado vuoi darmi. Contrasto fecondo dal quale nascono due sentimenti che si completano per costituire la mia vita spirituale: la umiltà, quando considero ciò ch'io sono; l'adorazione, quando contemplo l'Essere per cui io sono. Con questo duplice sguardo io afferro e comprendo la verità tutta intera: dò a ciascuna cosa il suo posto e la sua misura; entro nella luce più bella, che sia al mondo: quella dell’infinito che irraggia e illumina il creato.

II. L'umiltà è la giustizia. — In quanto è verità, l'umiltà conduce al bello; in quanto è giustizia, conduce al bene. Con lo stabilire il posto che spella a Dio ed all'uomo, la verità getta i fondamenti della giustizia; ma con l'affermare il dovere, la giustizia fa della verità una virtù morale. Ora. il dovere si sintetizza nella sommissione universale. La sommissione universale è l'accettazione di tutta la legge, la rassegnazione a tutte le pene, la fedeltà a tutte le ispirazioni; essa fa passare Dio in tutti i nostri atti e li riconduce a Lui. effettuando così piena giustizia. A Lui l'iniziativa di movente necessario; a noi l’obbedienza dell'essere personale e libero, ma subordinato. Che la divina carità, figlia della verità e della giustizia, vibri i suoi raggi infuocati su questa umiltà fedele, e l'universale sommissione addiverrà l'amore universale: amore di riconoscenza per il supremo Benefattore; amore di compiacenza per l'essere adorato; amore di benevolenza per il Dio intimo che vuol ricevere qualche cosa da noi; amore di zelo, infine, per l'opera della sua gloria in mezzo agli uomini. Così si capisce come la giustizia si confonda con la virtù intera, e perché i Santi prendano nelle S. Scritture il nome di giusti: l'umiltà apre, quanto è larga, la via verso il perfetto.

III. L'umiltà trasformatrice. — Le due tendenze che l'umiltà ha il compito di regolare e guidare, la stima di se e il desiderio della gloria, non possono forse proporsi delle ascensioni più alte del loro proprio fine? Esse sono una forza; ed ogni forza contiene, in potenza, del movimento. L'uomo s'impadronisce delle cascate dei fiumi e ne trae meraviglie sorprendenti di elettricità. Impadroniamoci, dunque, di questo vivo sentimento della stima personale e di questo desiderio non meno vivo della stima degli altri. Dirigiamo la loro attività verso un fine superiore. Presentiamo ad essi scopi più nobili da conseguire, approvazioni più deliziose da riscuotere: questa elevazione sublime le allontanerà ancora più da ogni orgoglio. Oh! quale ammirabile educazione da tentare! Tutte le verità religiose, tutti i pii sentimenti, tutte le grazie dall'alto presteranno insieme il loro concorso a quest'opera che l'umiltà coronerà. Più bella, questa virtù rapirà il cuore di Dio; più penetrante, darà al nostro una pace divina, e forse gioie fin ora sconosciute.

Si presenti adesso Gesù Uomo-Dio, mio salvatore, mio amico, mio fratello, mia vita; m'inondi di luce con i suoi esempi, m'innalzi a Lui con la forza delle sue attrattive, ed io vivrò della sua vita di Dio Incarnato, che è essenzialmente e in tutti i suoi atti, una vita d'umiltà: spazio senza confini aperto alle mie legittime esigenze; via aerea che richiede delle ali. le ali dell'amore. Noi la percorriamo con la più perfetta delle creature, con Maria. trasformata. Lei sopra tutto, da Gesù umile.

O Illustrazioni sante, o ardenti affetti, o grazie penetranti dall'alto, io vi desidero e v'invoco! Invadete l'anima mia che si apre alla vostra azione. Io non sono umile e l'atmosfera del mondo è satura di orgoglio. O santa umiltà, forse, fino ad oggi. vi ho conosciuto solo di nome!

O Maria, insegnatemi l'umiltà di Gesù: essa contiene, io lo sento già fin d'ora, dolcezze nascoste! Oh! fate che io le gusti! Allora, finalmente, amerò l'umiltà, dirò meglio, l'umiliazione.

Prima settimana

BISOGNO DI ESSERE UMILE

I MEDITAZIONE

1° Esercizio

Invito divino all'umiltà: " Sicut parvuli".

Primo punto: L'orgoglio tendenza innata e funesta. – Secondo punto: L'umiltà virtù riformatrice. - Terzo punto: L'umiltà sorgente di favori celesti.

Preparazione per la vigilia

Sembra che il fanciullo conservi ancora un riflesso della primitiva innocenza. Questo riflesso puro, questa figura che sembra una visione, è l'ideale da raggiungere. In altro luogo ci verrà proposto un ideale più completo, più alto ed anche infinitamente più amabile: " Imparate da me che sono mite ed umile di cuore "; allora l'immagine dell'umiltà riceverà in noi l'ultima mano col ricopiare fedelmente il capolavoro.

Create in me fin d'adesso un cuore desideroso e docile: ciò che Gesù insegna è necessariamente vero; ciò che Gesù domanda è necessariamente buono.

O Gesù, domani, mostratemi, come agli Apostoli, questo caro fanciullino, che deve essere il mio modello e fate che, sin d'ora, intraveda Voi sotto quei lineamenti!

Meditazione.

"Giunti a Cafarnao, come furono in casa, Gesù domandò loro: Di che cosa disputavate tra di voi per strada? Ma essi tacevano: perché per strada avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande. E stando egli a sedere chiama a se un fanciullo, lo pone in mezzo di essi e dice : In verità, in verità se non vi convertirete, e non diverrete come fanciulli, sicut parvuli, non entrerete nel regno dì Dio. E chiunque accoglierà nel mio nome un fanciullo come questo, accoglie me stesso. Quegli che si farà piccolo come questo fanciullo, sarà il più grande... Gesù abbraccia il fanciullo e lo lascia andare " (Marco, 9, 32 seg.; Matteo, 18. 1 sg.).

Primo preludio

Secondo preludio

I. L'orgoglio, tendenza innata e funesta. — Consideriamo la violenza di questa tendenza e le sue conseguenze immediate. — Essa si trova in uomini di bassa condizione e di semplici costumi. Essa sussiste in anime ammaestrate direttamente dal Salvatore. — Iddio la lascia negli Apostoli destinati alla più alta virtù. — Chi. adunque, non la porterà nel fondo di se stesso?

Vediamo le sue conseguenze. — Essa provoca fra gli Apostoli discussioni ardenti. — Occupa e riempie completamente il loro spirito. — Li rende indifferenti per la compagnia del loro Maestro... Oh! allontanarsi da Gesù! Privarsi della sua conversazione! Fuggire i suoi sguardi! e per che cosa!... E tra noi non produce l'orgoglio effetti simili? dissensi, litigi, affievolimento della pietà?

II. L'umiltà, virtù riformatrice. — Pesiamo bene ogni parola del Salvatore : " Nisi conversi fueritis, se non vi convertirete ". Dunque io non posso rimanere quel che sono per natura, per inclinazione, forse per abitudine. Bisogna che io sia un altro: da orgoglioso addivenire umile.

E questa è una condizione precisa, necessaria, assoluta: Nisi. Senza questo, non vi è luogo per voi nel regno dei cieli.

" Et efficiamini ". Rifarsi, a dispetto di tutte le difficoltà e le ripugnanze. Ci vorrà tempo e pazienza: non è possibile rifarsi in un giorno.

" Sicut parvuli ". Ecco la frase essenziale. Il fanciullino è il mio modello. Prima debbo abbassarmi, farmi piccolo, credermi piccolo; poi debbo agire a seconda di questa opinione. Dunque non alterigia ne sdegno, non ambizioni ne ricerche di precedenze, non preoccupazioni e disturbi d'amor proprio. Come il fanciullino debbo esser semplice, fiducioso, docile, buono, senza pretensione e senza affettazione; infine, seguendo la frase del Salvatore. Non debbo farmi piccolo, ma piccolo in tutto: Sicut parvuli. Oh! che parola piena a un tempo e di tenerezza, e d'abbassamento.

" Non intrabitis in regnum coelorum. Non entrerete nei regno dei cieli ".

Meditiamo i diversi sensi di questa espressione. II regno di Dio è la pace dell'anima, ed io la voglio; — è la perfezione e vi tendo; — è la felicità eterna e vi sospiro. La missione dell'umiltà è di assicurarmi il possesso di questi beni.

O Gesù, se io mi farò piccolo in tutto entrerò nel gaudio di questi destini sì belli!...

III. "L'umiltà, sorgente di favori celesti. . — " Statuit eum in medio eorum ". Gesù pose il fanciullo in evidenza in mezzo agli Apostoli, al posto di onore; e subito illustrò quest'atto con queste parole : " Quegli che si rassomiglierà a lui sarà il più grande nel cielo; erit maior ". Se nel giudizio finale dovrà essergli assegnato un tal posto, vuoi dire che lo merita fin da quaggiù: dunque lo occupa già negli occhi di Dio. Oh! quanto c'ingannano i nostri giudizi! Oh! Quali strani cambiamenti subirebbero le classi sociali se la luce della verità penetrasse le nostre tenebre!

1. Principio di grandezza

2. L'umiltà, principio di consolazione. — " Quem cum complexus esset " : Gesù abbraccia il fanciullo. — Felicità di questo dolce privilegiato, oggetto delle carezze divine!... Felice piccolezza a cui s'inchina con amore la grandezza!... Se questo fanciullo non fosse stato piccolo in tutto Gesù non lo avrebbe degnato dei suoi amplessi…

Io mi dolgo delle mie desolazioni interne; io conosco appena il gusto della consolazione; Gesù non mi prende fra le sue braccia, non mi preme sopra il suo cuore. Perché? perché? Sarebbe Egli meno buono, o sarei io troppo grande?... Sì, forse, per le mie pretensioni. Oh! io scelgo d'essere piccolo e d'essere amato... Tutte le soddisfazioni dell’amor proprio non valgono, messe insieme, una carezza di Gesù.

3. L'umiltà, principio di successo. — " Qui susceperit talem in nomine meo me suscipit ". Gesù innalza presso tutti gli uomini colui che rassomiglierà a questo fanciullo. Dichiara che accoglierlo è quanto accogliere Lui stesso. Chi, dunque, non s'affretterà ad aprire a Gesù la propria abitazione, le proprie braccia, il proprio cuore? — Io sarò questo privilegiato, se mi farò piccolo.

Iddio, per rendere facile la sua raccomandazione, impreziosisce l'umiltà del dono di piacere. Quegli in cui brilla sembra che arrechi la tranquillità ed il sollievo. Si sente, a non so qual segno, che quest'umile né saprebbe disprezzare né schernire. Sia che parli o che ascolti è in lui costantemente lo stesso desiderio di nascondersi, lo stesso desiderio che gli altri figurino. Quel che domanda, subito gli viene concesso: nulla in lui provoca quelle repulsioni istintive che l'orgoglio solleva. — Sarebbe ciò un'irradiazione dell'anima?... un privilegio della grazia?... una fuggevole apparizione di Gesù? " Qui receperit talem me recepit "... Oh! quanto vorrei farmi piccolo!

Proposito

STUDIO PSICOLOGICO DELL'ORGOGLIO

Per preparare lo spirito alle due meditazioni che seguono.

1. Si da comunemente il nome di orgoglio a due difetti che peraltro sono di differente natura: la stima eccessiva di sé, e il desiderio eccessivo della stima degli altri. Essi non hanno né la stessa origine, né gli stessi caratteri, né lo stesso modo di azione, né gli stessi effetti.

La stima eccessiva di sé va congiunta con il sentimento della dignità personale, del quale esso è un'esagerazione viziosa; e il desiderio della stima degli altri, con il nostro istinto di socievolezza. Esso è vizioso solo in quanto cerca un posto che non gli è affatto dovuto, o che lo fa desiderare con preoccupazioni eccessive.

2. Ciò che autorizza a dare indifferentemente a questi due difetti il nome di orgoglio è perché e l'uno e l'altro hanno per oggetto l'esaltazione dell'io: il primo si sopraesalta ai propri occhi, e il secondo vuol essere sopraesaltato agli occhi degli altri.

3. Malgrado questo ravvicinamento finale, queste due tendenze debbono essere studiate separatamente se vogliamo metterci in grado di analizzare a fondo noi stessi e di governarci come conviene. La maggior parte dei trattati su questa materia sono ripieni d'insegnamenti confusi, di qualificazioni arbitrarie e di mezzi male appropriati perché non stabiliscono queste distinzioni essenziali.

II.

Dobbiamo noi forse dichiarare a queste due tendenze una guerra cosi spietata che abbia in mira di annientarle completamente? L'umiltà non ha davvero per scopo di distruggere il sentimento della dignità personale, né il desiderio della stima, ma di regolarli; essa non li abbassa, anzi li innalza, perché, liberandoli da ogni eccesso, li mantiene nella loro bellezza, nella loro forza, nel loro utile ufficio.

1. Infatti, il sentimento della stima di sé è, in se stesso, legittimo. Iddio l'ha posto nella nostra natura per sostenere la nostra personalità, col darci la coscienza della bontà delle nostre idee, delle nostre forze e de' nostri diritti. Senza di esso, l'uomo cadrebbe facilmente in quella fiacchezza che né sa intraprendere quel che è pericoloso, né difendere ciò che è assalito, esso gli infonde, con l'esercizio del comando, quella fiducia che, sola, attrae l’obbedienza, con gran vantaggio dei subordinati.

Sotto la sua influenza, l'anima pia, elevandosi più in alto, ammira la perfezione cristiana che è la grandezza personale per eccellenza; e s'invaghisce della gloria di Dio, che è l'oggetto più nobile a cui possa aspirare l'ambizione d'un cuore grande.

2. Il desiderio della stima è anch'esso un sentimento onesto e vantaggioso; è un segno di considerazione verso gli altri, una specie di sottomissione al loro giudizio. Molti, che i motivi soprannaturali lascerebbero indifferenti, in grazia di esso, compiono senza fatica atti di generosità e di sacrificio che trascurerebbero e ai quali nemmeno porrebbero mente. Molti devono ad esso se si sono mantenuti nei confini del dovere, o, almeno, se ne hanno conosciuto meglio le finezze.

La ragione, adunque, non esige che ci spogliamo di questa tendenza, ma che la discipliniamo e la governiamo; dirò anzi molto di più; quando essa è signoreggiata da nobili sentimenti, spande su la virtù qualche cosa che la rende più attraente, poiché ciascuno di noi ama vedere apprezzate le lodi che tributiamo e quasi per istinto ci affratelliamo a colui che ci procura questa gioia.

Ciò che è umano resta senza dubbio un principio d'alterazione, come purtroppo ce lo insegna l'esperienza; ma tuttavia comunica anche una certa spontaneità che rende l'azione più facile a chi la compie, e più amabile a chi la riceve.

3. Sembra che il sentimento dell'onore appartenga più a questa seconda tendenza, poiché l'onore è fatto della stima generale; è l'apprezzamento di tutti che detta le sue leggi e aggiudica le sue ricompense; ed alle sue leggi noi ci assoggettiamo, come aspiriamo alle sue ricompense. Tuttavia, chi cerca l'onore solo per goderne, non è virtuoso, perché il movente primo dei nostri sforzi dev'essere il bene. Chi ne fa sua regola, senza ricercare altro, non agisce da saggio, perché l'opinione può dare giudizi sbagliati.

Quantunque l'onore risieda fuori di noi, sulle labbra degli altri, pure può entrare in noi e regnare nella nostra coscienza. Allora l'uomo, più sensibile all'onore che agli omaggi, da più peso alla propria opinione che ai principii, e preferisce la propria stima alla stima del pubblico. Qui siamo nel dominio della prima tendenza che ha di mira la dignità.

Il desiderio della stima considera l'onore come un bene sociale, del quale vuole la sua parte; la stima di sé come un bene che gli spetta per diritto.

Non si può negare che l'onore eserciti una felice influenza nella vita sociale e sopra il perfezionamento dell'individuo. Se si trova congiunto a nobili principii, da loro un forte aiuto, e ne riceve una direzione eccellente; se rimane solo, conserva almeno qualche resistenza e tramanda anche qualche splendore.

Essendo l'onore il prodotto dell'opinione, ed essendo l'opinione il risultato delle idee che regnano in un ambiente, è facile conoscere a qual grado di elevazione può giungere un gruppo d'uomini, un popolo, al contatto delle verità, della fede.

III.

Non è il peccato che ha posto queste due inclinazioni nella nostra natura; vi sarebbero state sempre; il peccato non ha fatto altro che renderle eccessive, e creare loro dei pericoli esterni. Esse vengono da Dio; dunque, in se stesse, sono buone;

e rimangono buone nel loro esercizio fino a tanto che non escono dai loro giusti confini; è l'umiltà che provvede a ciò.

Se persone virtuose fanno ad esse cattiva cera e assolutamente le riprovano senza ben considerarle, ciò è forse a loro insaputa, per evitare di combattere; perché è molto più facile distruggere una forza che mantenerla costantemente nel suo regolare esercizio.

Questa mutilazione è, d'ordinario, effetto di una certa grettezza di spirito e produce deformazioni lamentevoli, secca l'anima, rende lo spirito dubbioso, e comunica ai modi esterni quel non so che di manierato e di meschino che scredita la virtù.

IV.

Si sente dire comunemente che l'orgoglio nasce dalla stima di sé, e che la vanità discenderebbe dal desiderio della stima. Questo modo di giudicare non ci sembra giusto; poiché sì è vani quando si stima in noi qualche pregio meschino; ma non si è tali quando il desiderio della stima ci porta ad operare grandi cose. Non si può dunque dare il nome di vanità alla tendenza, ma al suo oggetto. Le ricchezze trasmesseci, l'eleganza delle vesti, e l'addobbo della casa niente aggiungono al nostro vero valore. La bellezza, l'arguzia innata, la stessa intelligenza non sono un merito, ma un dono, e, tuttavia (notiamolo ad umiliazione della ragione umana), quando trattasi di patrimoni e di lavoro, ci sentiamo più orgogliosi di ciò che abbiamo ricevuto senza fatica, che di ciò che abbiamo acquistato col valore: l'uomo arricchito col proprio ingegno e con la propria attività, è meno considerato d'un impinguato erede, ed il lavoratore è posposto ad uno spirito arguto. E questa è vanità vera! Vanissimo è pure il desiderio d'una stima, spesso ben poco meritata, e sempre fugace.

Vi sono grandi ambizioni come vi sono grandi caratteri. Le grandi ambizioni danno impulso a sforzi potenti e sospingono ad atti di valore, come i grandi caratteri, ma con un movente diverso.

Nelle prime è la fama che attrae, nei secondi è la dignità che comanda. La fama è fuori di noi, la dignità risiede in noi stessi. Questi due moventi possono essere affetti d'orgoglio senza meritare il rimprovero d'essere vani; la vanità diventa la caratteristica ugualmente propria di queste due tendenze, quando esse si abbassano.

V.

Riassumiamo adesso tutta questa dottrina:

1- II compito diretto dell'umiltà è di regolare il sentimento della stima di sé e il desiderio della stima degli altri.

Questa definizione conviene ugualmente alla virtù puramente umana ed alla virtù soprannaturale dell'umiltà. Tutt'e due ci dicono: eccessi, no. — II punto dove si differenziano è nel giudicare questi eccessi. La virtù puramente umana forma questo giudizio soltanto con fa sua ragione, la virtù soprannaturale giudica anche essa con la ragione, ma con la ragione illuminata dai dogmi della fede; la caduta originale è la triste condizione in cui noi ci troviamo; la necessità assoluta della grazia e quella delle grazie di misericordia, sono verità rivelate che cambiano il punto di vista ed impongono un'umiltà più profonda e più supplichevole.

L'esempio di Gesù perfeziona in noi questa educazione presentandoci il suo ideale nel quale fa bella mostra di sé l'umiltà soprannaturale.

Questi lumi dall'alto e questi motivi di un'umiltà più che umana li ritroveremo nelle prossime meditazioni. Chiediamoci fin d'ora, se alla nostra virtù manchi perfino la semplice umiltà naturale.

2. La distinzione di queste due tendenze, il cui eccesso porta il nome comune di orgoglio, manifesta la necessità di una direzione particolare per ciascuna. Esse, infatti, differiscono nella loro fisionomia morale e nella loro natura intima. Una è la personalità di colui che è dominato dalla stima di sé, ed altra è la personalità di colui che e dominato dal desiderio delta stima degli altri.

Sono due costituzioni separate, che a certi segni caratteristici, spesso di lievissima importanza, si rivelano all'occhio dell'osservatore esercitato, come lo studio di un osso permette al naturalista di ricostituire un'intera specie animale.

Sia, dunque, ciascuno sollecito di classificarsi in una di queste due categorie se. dalle meditazioni che seguono vuol ricavarne il maggior frutto possibile. Gli ostacoli non sono gli stessi e i mezzi per superarli neppure; ed ognuno di questi organismi da rifarsi richiede un metodo diverso. Le condizioni generali, i mezzi generali sono prescritti per tutti, ma ciascuno ha il dovere d applicarli in ordine al proprio fine speciale.

II MEDITAZIONE

2° Esercizio

Della stima di sé e del disprezzo implicito degli altri.

Primo punto: Accertare la tendenza. — Secondo punto: Sue parzialità. — Terzo punto: Sue contraddizioni. — Quarto punto: Suoi pericoli.

Preparazione per la vigilia

Ho io forse qualcuna di queste caratteristiche dell'orgoglio? — L'orgoglio sa così bene dissimularsi; conosciamo così male noi stessi! Ciò che vediamo ogni giorno, facciamo ogni giorno, sentiamo ogni giorno finisce col sembrarci legittimo fosse anche mostruosamente difettoso. E non si ripete ad ogni momento che tutti ci sopraesaltiamo? Sarei io forse un'eccezione alla regola? Si può essere orgogliosi e non essere tali sempre ed in tutto: l'orgoglio può essere pericoloso anche quando non ha raggiunto il massimo grado. Quante illusioni inoltre ci vengono dal di fuori, per poco che la nostra posizione sociale vi si presti! Gli elogi, il rispetto stesso, ci fan credere di essere qualche cosa di grande; e prendiamo come tributo dovuto a noi ciò che spetta alla missione che Dio ci ha affidato.

Domani scandaglierò questi oscuri nascondigli nei quali si annida l'orgoglio, ma la mia vista è troppo corta per penetrarne la profondità. O mio Dio, io ricorro a Voi per ottenere la luce; Voi concedetemi la grazia che tanto bramo, di conoscere a fondo me stesso.

Meditazione.

Preludio

I. Accertare la tendenza. — Consideriamo in noi questa tendenza che ci trascina a sopraesaltarci (superbia). O sia volontaria o no, essa esiste: lavorio incessante del nostro spirito per scoprire in noi qualche cosa che meriti stima; lavorio istintivo, simile allo sforzo attivo o lento della pianta che giunge a gettare le proprie radici fra le rocce; e. tuttavia, lavorio incosciente e senza fatica, tanto è naturale.

Seguiamolo nei suoi procedimenti: interessa e fissa la propria attenzione su le qualità che si attribuisce: le contempla, vi si compiace, se ne ciba. Questa costante contemplazione produce un'impressione che si scolpisce.

— Per contrario, non si sofferma affatto a guardare ciò che è imperfetto, basso, umiliante; lo degna appena di un'occhiata fuggitiva che svanisce senza produrre una impressione duratura.

Dunque, nessun contrappeso: la tendenza verso la stima di noi stessi è la sola che si fortifica e consolida. —

Non più verità: ed abbiamo osservato un lato solo della nostra indagine.

II. Sue parzialità. — Abbiamo delle qualità esteriori, siano pure volgari? Ebbene, queste appunto ci appaiono importantissime. Se invece primeggiano in noi i doni dell'intelligenza, ecco, che subito consideriamo le prime come cosa da nulla. — Abbiamo più ingegno che cuore? Ce ne rallegriamo cordialmente e compatiamo coloro i quali, perché troppo buoni, sono lo zimbello dei furbi. Abbiamo invece più cuore che ingegno? Ed allora gabelliamo come spregevole il valore.

Della nostra intelligenza, siamo inclinali a dare gran valore a quei lati in cui meglio spicca qualche pregio.

— È acuta, ma non profonda? Che è mai un cervello pesante? Al contrario, è più profonda che acuta? E a che servono le frasi spiritose? Se si ottiene un successo, si ascrive alla nostra abilità, e accortezza; se subiamo degli scacchi, si deve solo ai nemici che hanno rovinato il nostro piano. — E così di tutto il resto. Umiliamoci per le nostre odiose parzialità, giacché sono veramente ridicole.

III. Sue contraddizioni. — Bene spesso abbiamo accertato la propria inferiorità; alle volte questa certezza fu di un'evidenza smagliante... ma ne soffriamo. Allora incomincia, direi quasi, un lavorio di eliminazione che si incalza senza posa ed arriva a rifarci una preminenza qualsiasi, talvolta disprezzando ciò che è a noi superiore.

— Contraddizione singolare, difetto identico. Io stimo più ciò che ho: orgoglio soddisfatto. — lo stimo con pena ciò che mi manca: orgoglio che soffre.

La contraddizione dell'orgoglio si riscontrerà in uno stesso uomo e talora circa uno stesso oggetto. In compagnia di persone più colte di se, un tale dirà con vera convinzione: Oh! la pietà vale assai più! — In compagnia di persone più virtuose di sé: questo stesso subito esalterà di bel nuovo la scienza, se crede di sorpassarle per questa via.

Esaminiamo qui i nostri sentimenti ed i nostri atti; e studiamoci di mettere il dito sulle piaghe del nostro orgoglio e sulle sue desolanti contraddizioni.

IV. Suoi pericoli. — Non vi è cosa più facile di questa: di rendere cioè, omaggio a Dio per la nostra esistenza e per i doni che ci ha largiti: " Da voi, o mio Dio, ho ricevuto i miei talenti, a voi debbo i miei successi ". La frase è conosciuta; ma può lasciare l’adito all'orgoglio pratico, ad ogni vana compiacenza, ad ogni sentimento di alterigia. Essa elimina l'orgoglio dell'eresia, che, in verità, non è di gran pericolo per noi; ma non ci distacca sinceramente da noi stessi.

Confidando in se stesso, l'orgoglioso non sarà tanto facile a chiedere consiglio; sdegnerà gli avvertimenti; si irriterà contro gli insuccessi meritati, e li peggiorerà: di qui, condotta errata.

Attaccato alle proprie idee, le sosterrà senza curarsi delle ragioni degli altri: di qui, testardaggine.

Si sdegnerà contro le opposizioni, proromperà in parole pungenti ed ingiuriose, e serberà un cuore ulcerato: di qui: perdita della carità.

L'orgoglioso si tradirà con la sua posa, con il suo contegno, con le sue espressioni: giungerà perfino a rendersi ridicolo. — Lo incenseranno per conoscere fino a qual punto arriva la sua vanità. — Lasceranno che si metta per una falsa strada per godere poi dell'imbroglio in cui è caduto. — L'esorteranno a vantarsi, per farne soggetto di grasse risate: tristi rappresaglie!

Signore, fate che questo esperimento mi apra gli occhi, e mi armi di santa collera contro una tendenza così viva, così nascosta e così piena di pericoli.

Riflessioni

In questa meditazione io farò principalmente un'analisi, comporrò un quadro, stimmatizzerò un vizio: " Lo prendo in orrore, e lo pavento in se stesso ": è un gran punto. — A questo fine sono dirette le mie idee; la mia coscienza è avvisata, io posseggo la regola di discernere, e l'ardore della volontà per combattere.

Nel corso di queste meditazioni, o mio Dio, mi mostrerete a me stesso. Fin adesso, è doloroso il pensarlo, mi trovo in mezzo a fitte tenebre; ma fra esse gli oggetti a poco a poco incominciano a delinearsi: io mi osserverò con agio. La vostra luce, o Spirito Santo, sarà la fiaccola che la mia preghiera agiterà costantemente fra le tenebre della mia vita; Voi mi rivelerete in me stesso un essere che non conoscevo. Non mi sento orgoglioso; ma per non essere tale affatto, devo essere pienamente umile!

Ciò sembra un'ingenuità ed invece è un'osservazione acuta. Chi, infatti, è pienamente umile? Forse io?

Proposito

III MEDITAZIONE

3° Esercizio

Del desiderio eccessivo della stima

Primo punto: Natura e forza di questa tendenza. — Secondo punto: Disordini che essa può introdurre. — Terzo punto: Follia a cui può trascinare.

Preparazione per la vigilia

Meditazione.

Preludio.

Natura e forza di questa tendenza

Il desiderio della lode è, dunque, una forma speciale dell'orgoglio. "La dolcezza della gloria è sì grande, dice Pascal, che a qualunque cosa si unisca, fosse anche la morte, si ama. Diamo con gioia anche la vita, purché se ne parli... Siamo così presuntuosi che vorremmo essere conosciuti in tutto il mondo, e così vani che la stima di cinque o sei persone che ne circondano, ci diletta e contenta ".

Questa tendenza rivelasi nel fanciullo, ed è, secondo Platone, " l'ultima veste di cui l'uomo si spoglia ".

II. Disordini a cui può trascinare questa tendenza. —

L'amore ragionevole e calmo della stima degli uomini non è affatto un vizio; a volle è un aiuto personale ed uno stimolo ad atti utili. E questa è la ragione che ci permette di tributare lodi per incoraggiare.

In sostanza, ogni bene merita stima; il disordine sta o nell'amarla più del bene, o nel desiderarla oltre il merito, o nell’ambirla con ansia.

Di che va in cerca l'uomo dominato dall'amore della lode? Forse del bene? 'No, ma dello splendore che da esso irradia. Così egli sposta il fine; ed invece di tendere al dovere per se stesso, vi tende per la sua ricompensa accidentale.

L'uomo vano sarà servizievole, generoso... ma per apparire tale. — Non apprezzato, perde tutto l'entusiasmo: l'applauso era il suo appoggio. Allora l'abbattimento e l'irritazione si succedono come le differenti crisi d'una stessa malattia. L'abbattimento lo vuoi gettare nell’inazione propria dello scoraggiamento; l'irritazione gli grida di rompere gli ostacoli, e sarà anche poco delicata nei suoi consigli riguardo alla scelta dei mezzi.

L'uomo vano. circondalo di stima, si allieta. Respira a più larghi polmoni, come per meglio aspirare gli elogi. L'illusione lo vela di una nube, e così gli rende impossibile di apprezzare esattamente le cose. Sarà facilmente imprudente, e si inebrierà nella sua follia.

È egli cattivo? no; pure mostrasi duro. È ingiusto? non troppo; e tuttavia calpesta crudelmente i diritti del prossimo: non li ha veduti. È falso? no; e ciò nonostante cambia d'opinione, di contegno, di linguaggio secondo le persone; è alternativamente arrogante o piaggiatore. secondo i casi; giungerà perfino a servirsi di frasi ipocrite di umiltà. Non ha in mira che il suo intento: occupare un posto più grande nella stima degli altri. Tutto questo si fa con incoscienza tranquilla.

III. Follia di questa tendenza fuorviata. — Se, in pratica, la realtà delle cose ci tiene lontani da questi eccessi, spingiamo i nostri sguardi nel fondo del nostro interno, e osserviamo ciò che vi passa. Sogni fantastici ed eterni coi quali l'immaginazione ci trasporta ad azioni clamorose, a successi meravigliosi. — Stato d'animo nel quale fanno sfoggio qualità superiori che possediamo in un modo latente: già si ode il mormorio degli applausi; vediamo i volti raggianti d'entusiasmo; godiamo della sorpresa di tutti e della nostra... Sono sogni, lo sappiamo, ma sogni che accarezzano la nostra passione. È una gioia, e l'amiamo, per mancanza di realtà. In certi momenti di lucida resipiscenza, si grida: io sono pazzo!

Questo amore vano della lode è in realtà una follia, spesso dolce follia, della quale, quando si mostra, si sorride; pure follia temibile perché i suoi errori ci perdono. Oh! che bisogno di veder chiaro in noi stessi! Che bisogno di questa formazione! che bisogno d'umiltà!

Esaminiamo i moventi che ci hanno diretto nelle circostanze importanti della vita. quelli che ci animano oggi nei nostri atti ordinari. Soprattutto fissiamo la nostra attenzione nella causa vera delle nostre gioie e delle nostre tristezze. Non sarebbe forse troppo spesso l'approvazione o la disapprovazione?

Scrutiamo la nostra condotta. Le nostre simpatie non sono tutte per chi ci adula? E se sospettiamo che questa o quella persona ci stimi poco, non siamo facilmente verso di essa ostili ed ingiusti? Formiamo un gran desiderio dell'umiltà, essendo certi che questa virtù ci manca, e. con essa, l'equilibrio morale.

Proposito

CONCLUSIONI E SINTESI

All'analisi delle due tendenze che trascinano all'esaltazione dell'io, facciamo seguire lo studio intorno al compito che ha l'umiltà nella loro direzione; accerteremo che, senza di essa, la virtù cristiana né può stabilirsi, né durare, e che la punizione dell'orgoglioso nasce dall'orgoglio.

I. La stima di sé conduce a confidare nelle proprie idee. nei propri mezzi, nella propria volontà. Ora cosa avviene se questa confidenza è eccessiva? Farà forse cadere in errori di condotta, e cagionerà delusioni? Di sicuro, ma questo è poco. Il peggio è, che tende ad offuscare la nozione del bisogno di Dio, della necessità di ricorrere a Dio, e ciò è molto più di un errore, più d'un semplice sbaglio, è un pericolo immenso perché un contegno tale implica la negazione implicita della grazia.

Sotto l'influenza di questa disposizione, l'orgoglio nemmeno si sogna di consultare Iddio e d'implorare il suo aiuto d'altronde necessario. Accecato dall’amor proprio, ei non si accorge di un tal fatto e molto meno vede l'odiosità di questo strano oblio.

Questo traviamento, che nasce da un sentimento vizioso, è responsabile dei disastri che talvolta produce.

Questa analisi si compendia con la seguente formula: Iddio per la sua grazia è il principio della virtù. L'orgoglioso pensa ed opera come se egli stesso fosse questo principio.

II. Il desiderio eccessivo della stima si oppone ugualmente alla virtù, quantunque in altra maniera; e anch'esso. nondimeno, assale i diritti di Dio. Infiltri, Iddio non è soltanto il principio dei nostri atti virtuosi, ma deve essere anche il fine.

I nostri interessi, anche legittimi, non sono che uno scopo secondario.

Che cosa diventa questa santa preoccupazione in un'anima nella quale regna il desiderio eccessivo della stima degli altri? Se sta tanto a cuore di riuscire, è segno che si vuole l'onore del successo, e se un insuccesso fa tanta pena. e perché umilia. Quanti tentativi, quanti sacrifici per conquistare un posto più brillante, più onorifico, forse, per riscuotere una semplice lode; ora. In quello immenso turbinio di speranze e di timori personali cercherete invano un pensiero per Iddio. Per Iddio, niente! Atti ispirati da motivi tali hanno un bell'essere buoni e benefici per se stessi; giammai saranno soprannaturali, e neppure virtuosi nel vero senso della parola. Che dire di una vita quasi intieramente governata da tali moventi?...

Anche questa seconda analisi si compendia con una breve formula: Iddio dev'essere il fine ultimo dei nostri atti; l'orgoglioso lo dimentica e lo rimuove preoccupandosi solo di sé. — Gli fa anche un'altra ingiuria: quella di preferire alla sua stima, la stima vana delle creature (3b).

III. Iddio, per punire l'orgoglioso non deve far altro che abbandonarlo a se stesso: questa conseguenza deriva luminosamente dalle precedenti nozioni. Infatti, per se stesso, l'uomo decaduto, tende al male; ora, se non ne è trattenuto dagli aiuti di Dio, egli presto o tardi ci cade e sempre ci si ingolfa di più. Secondo la legge, perfettamente applicabile al mondo morale, dell'accelerazione del moto. A suo luogo svilupperemo questa verità.

Orgoglio tale, così castigato, è raro fra i cristiani che mantengono qualche relazione con Dio, ed a più forte ragione fra le anime pie. Tuttavia temiamolo perché provocherebbe giuste punizioni: aridità persistente, cattiva riuscita, tristezza, mancanze; ohimè! fin dove ci lascia cadere Iddio!

Un tal castigo prende specialmente di mira la stima di sé quand'è smodata; il desiderio eccessivo della stima degli altri trova invece il proprio castigo nella gioia che cerca e che gli sfugge. Comincia con la preoccupazione e finisce con la delusione. Questo desiderio è sempre più vasto degli oggetti che può raggiungere; e più ne ottiene e più ne brama. Da parte sua, Dio. vedendosi dimenticato, si allontana. Il castigo più grande che possa infliggere è la sottrazione delle sue grazie. Oh! che Dio non si stanchi di cospargere di amarezze le nostre gioie umane, e di renderci sfortunati nelle nostre vane ricerche; un giorno, senza dubbio, la fame ricondurrà il figliuol prodigo alla casa paterna!

IV. li compito dell'umiltà si delinea adesso con perfetta precisione; esso è la verità e l'ordine (ordine e giustizia; termini equivalenti).

  • La verità è che Dio è il principio d'ogni bene, e non già noi stessi.

— L'ordine è che Dio dev'essere il fine di lutti i nostri atti. non già noi stessi.

Se Dio è il principio d'ogni bene, il mio dovere consiste nel vivere intieramente sotto la sua dipendenza;

—se Egli è il fine necessario di tutti i miei atti. il mio dovere è di dirigerli tutti alla sua maggior gloria. Come principio. Iddio è la legge e domanda l'obbedienza;

— come fine è il motivo supremo, ed esige la purità d'intenzione.

Cosa può Egli fare d'un essere che si sottrae alla sua propria legge, e che si allontana dal suo fine?...

Ritroveremo, per meglio penetrarcene, queste stesse nozioni, sviluppate più largamente.

IV MEDITAZIONE

4° Esercizio

L'umiltà, fondamento della virtù.

— Primo punto: Del fondamento delle virtù.

— Secondo punto: Purità d'intenzione.

— Terzo punto: Confidenza in Dio.

Preparazione per la vigilia

O mio Dio, luce: la vostra! Timore: quello che debbo avere! ma soprattutto, l'acceso desiderio di farmi umile!

Meditazione.

Preludio.

I. Del fondamento della virtù. — La virtù è un insieme di buone disposizioni e di forze acquisite che. mantenendoci nella pratica del bene, formano la nostra grandezza murale.

Ecco perché viene paragonata ad un edificio.

Ogni edificio, affinché possa durare deve poggiare sopra solide fondamenta. Quello della virtù, l'abbiamo veduto più sopra, non è altro che Dio principio e fine della nostra vita spirituale. Ora, la virtù che gli riconosce quest'ufficio e ne assicura l'esercizio e l'umiltà: essa infatti lo considera come principio primo dei nostri atti virtuosi e come oggetto filiale delle nostre intenzioni.

Al contrario, la stima di sé quando è sregolata, porta l'orgoglioso a contare troppo nelle proprie forze e ad ascrivere a se il bene che fa. D'altra parte, il desiderio eccessivo della stima lo trascina a considerare in ogni cosa ciò che gli frutterà maggior considerazione e più elogi.

In ultima analisi il fondamento degli atti morali è nel movente che li determina; il movente ne è l'anima. Ora, riflettendo. riconosciamo che se i nostri atti umani, presi in generale, possono avere svariatissimi moventi, non può essere così coi nostri atti virtuosi. Questi ultimi sono praticamente voluti o dal desiderio di piacere a Dio, o dal desiderio di guadagnarsi la stima degli uomini. L'amore dei piaceri, per esempio, non generò mai virtù

alcuna nemmeno apparente.

L'orgoglio ripone la sua compiacenza in se stesso, e ricerca, perfino nella virtù, la sua propria eccellenza.

La lotta e, dunque, o mio Dio, tra Voi ed il mio orgoglio. Dove riporrà la mia virtù il suo fondamento, su Voi che siete la forza, o su me che sono la stessa debolezza? Il movimento della mia vita sarà diretto a procurare la vostra gloria, o a soddisfare la mia vanagloria?

Sarete Voi il mio Dio, o sarei io l'idolo di me stesso?

Da questo ragionamento rampolla una verità luminosa: l'orgoglio è il rivale di Dio, l'orgoglio è l'io che si sostituisce a Lui. — Questa dottrina si presenta sotto due aspetti e può compendiarsi in due formule: Io conto su me. Io agisco per me.

lo conto su me, sulla mia abilità, sopra i miei propositi, sulla mia forza: parola da folle, perché senza Dio io non posso niente. — Io agisco per me. Parola questa di disordine e d'ingiustizia poiché Dio dev'essere l'oggetto finale di tutto ciò che ha creato.

L'opposto di questa pretensione detestabile si compendia pure in due formule, ma dolci e feconde: Io conto su Dio. Io agisco per Iddio!." Confidenza in Dio; purità d'intenzione.

II. Confidenza in Dio. — "Io conto su Dio ". È proprio dell'umiltà mostrarci con evidenza la nostra dipendenza in ogni ordine di cose. Senza Dio non possiamo niente e la sua grazia ci è assolutamente necessaria per tutti gli atti soprannaturali.

Mediteremo quanto prima queste verità: contentiamoci in questo momento di ammetterle, e tiriamone questa conseguenza necessaria: contare su di se sarebbe follia. Ora questa è appunto la follia dell'orgoglio.

Poiché la grazia ci è indispensabile. Iddio, nella sua sapienza, deve esigere che ci presentiamo per riceverla con quelle disposizioni che convengono alla nostra impotenza; e così ha posto l'umiltà come condizione dei suoi doni.

L'umiltà considerata sotto questo punto di vista, è la diffidenza di se stesso. Ora questa diffidenza quando e virtù, si rivolge istintivamente verso Iddio con la confidenza; " Io mi conosco e vedo che non posso niente, conosco Iddio, e so che con Lui io posso lutto. Più mi sento piccolo, debole, trascinato al male. e più sento ingigantire in me il bisogno della confidenza ".

III. Purità d'intenzione. — "Io agisco per Iddio ", questo è il suo motto. Ed esso è l'ordine, è la sapienza, è il bene. vuoi dire tendere verso l'essere infinito per il quale tutto esiste.„ significa portare la mia nota nel concerto universale che lo glorifica... prendere il mio vero posto nei disegni di bontà che Egli ha formato. — Dio ha il diritto di essere il bene supremo eminentemente degno d'amore e sarei uno stolto se non ne facessi lo scopo di tutti i miei atti.

Ora l'orgoglio me ne distoglie perfino quando si riduce ad essere semplicemente un orgoglio pratico. Senza fare di noi stessi un idolo nel senso assoluto della parola, possiamo far convergere tutto a se col fatto o col desiderio. Non si esclude Iddio formalmente, ma si lascia fuori delle nostre intenzioni. In questa guisa usciamo dai disegni eterni di Dio, perdiamo il vero orientamento e diveniamo errabondi e spostati nel creato.

L'umiltà pone al sicuro la purità d'intenzione. Essa ci sbarazza dell'ossessione di noi stessi e ci tiene al nostro posto. L'anima veramente umile riconosce volentieri i diritti di Dio, e li rispetta. Ne fa la regola della propria vita, quando se ne allontana se ne accorge e ritorna sui propri passi. Questa purità d'intenzione è per lei un bisogno e, " la luce che è in lei illumina " tutti i suoi atti.

Felice l'anima perfettamente umile che vive abbandonata ai disegni di un Padre onnipotente. Ella vuole ciò che Egli vuole; ama ciò che Egli ama. — Sopporta le prove esterne, gli abbattimenti interni con gli stessi sentimenti, poiché non saprebbe averne diversi...

Oh! quanto l'anima orgogliosa è lontana da queste disposizioni, e quanto è da compiangere! poiché sta scritto : " Tutto ciò che il Padre mio non ha piantato, sarà sradicato!" (Matteo, 15, 13), La purità d'intenzione e la confidenza in Dio sono, adunque, figlie dell'umiltà. La purità d'intenzione dirige, la confidenza anima ed ambedue insieme generano quel progresso che a poco alla volta conduce alla perfezione... Iddio che è quaggiù il loro ambito oggetto, sarà nel cielo il loro oggetto posseduto.

Proposito

V MEDITAZIONE

5° Esercizio

Virtù viziata nella sua formazione da un orgoglio incosciente.

Primo punto: Il fatto e le sue cause. Secondo punto: Segni indicatori.

Preparazione per la vigilia

Oh! mio Dio! allontanatemi da me stesso e collocatemi a quella giusta distanza che mi permetta di veder bene. Fate rifiorire in me anche quei minutissimi particolari che ricostruiscono tutto un passato. Di grazia, se nella preparazione della mia vita alla pietà vi fu troppo orgoglio, fatemelo alfine conoscere, sentire ed aborrire.

Meditazione.

Preludio. — Pregare Iddio amache illumini di vivo luce il mio passato, e così veda se la mia umiltà e sincera e solida.

I. Il fatto e le sue cause. — Vi sono delle virtù formate sotto l'influenza più o meno attiva d'un orgoglio incosciente; e ce ne sono molte di queste virtù— La mia appartiene forse a questo numero?... Ecchè! l'orgoglio m'avrebbe aiutato, più o meno, a stabilirmi nelle abitudini della pietà ed io non me ne sarei per nulla avveduto! Si parla spesso d'un orgoglio nascosto, d'un orgoglio che si dissimula... Io non sognavo neppure che potessi esserne la vittima! E tuttavia la mia rilassatezza, le mie mancanze non avrebbero dovuto farmi vedere che le mie virtù riposavano, in gran parte, sopra questo falso e fragile fondamento dell'orgoglio? O anima mia, sii attenta, e prega.

Abbiamo mai studiate le conseguenze di queste due osservazioni psicologiche: l'uomo è essenzialmente imitatore; l'uomo subisce l'influenza degli ambienti e vi si adatta? Proviamoci a farne l'applicazione al periodo della nostra formazione.

Da quali persone eravamo allora circondati? Quali idee regnavano nel luogo nel quale vivevamo? Era questo una casa d'educazione, un seminario, un noviziato?... Basta dire: era un ambiente scelto, un centro di pietà. Vi si onorava la virtù sopra .ogni cosa, si parlava con ammirazione delle azioni eroiche dei santi, si trattavano con ammirazione quelle persone nelle quali appariva un raggio di santità. Libri, conversazioni, lutto concorreva a sviluppare questa felice impressione!

Oh! come stimavamo queste cose. come s'invidiavano coloro che ci erano di edificazione!

Erano forse puri, assolutamente puri, tutti questi sentimenti che di fatto ci stimolavano al bene? Ci vorrebbe un'analisi rigorosissima per scoprirvi qualche bassa lega. Il desiderio d'entrare in questo movimento, onorato della stima comune, non aveva forse gran parte nell'ardore che ci sospingeva? La soddisfazione per il servizio di Dio non prendeva forse nulla ad imprestito dalla soddisfazione di sé; e soprattutto dalla coscienza più o meno

chiara del posto che occupavamo nella considerazione degli altri?... Ah! chi scandaglierà questo mistero che solo Iddio conosce?

La nostra umiltà d'allora era forse ispirata dall'orgoglio, almeno in parte? Nulla è più facile a concepirsi di questa possibilità.

Nell'ambiente di cui parliamo si stima e si ammira sopra tutto questa virtù: si riconosce come capitale, È quasi impossibile di non prenderne almeno qualcosa delle forme esteriori, di non adottarne espressioni, e fino anche una specie di sentimento intimo. Credersi umile, sufficientemente umile, è un bisogno.

Questa umiltà può, senza dubbio, esser vera, poiché influenze tali favoriscono in modo meraviglioso il suo sviluppo; ma può essere e molto facilmente, un'umiltà fittizia. Un'anima naturalmente orgogliosa prende facilmente abbaglio, e dell'umiltà che le cammina davanti, persegue soltanto l'aureola.

Ancora una volta, chi penetrerà questo mistero che Dio solo conosce?

II. Segni indicatori. — Il divino Maestro ha detto: " Giudicherete l'albero dai suoi frutti ". Interroghiamo la nostra vita passata, e ne otterremo la risposta.

Appena la nostra formazione fu compiuta ed entrammo in un altro ambiente, quel nostro ardore così acceso non si raffreddò punto? Lo zelo per la perfezione. e particolarmente per l'umiltà, non si estinse del tutto? E non cademmo forse in questo stato deplorevole quasi subito, e senza opporre alcuna resistenza?... Nessuna commozione particolare si fece sentire.

Eppure anche in questo nuovo ambiente esisteva, quantunque in proporzioni minori, la stima e l'ammirazione per le stesse cose... Ma era saturo d'idee tutte affatto differenti; e fedeli alla legge della nostra natura così pieghevole, ci siamo adattati a questo nuovo ambiente nel modo più favorevole al nostro amor proprio.

Un altro segno ugualmente caratteristico è il nostro contegno nelle contraddizioni, negli insuccessi, nelle ingiustizie, nello sdegno più o meno sentito. Turbamento, tristezza, preoccupazioni: ecco il fatto che ci mostra una virtù imperfetta la quale riposa più o meno sull'orgoglio.

— Vero scoraggiamento, collera, animosità, gelosia, ribellione: ecco il segno d'un orgoglio profondissimo e che ci domina.

La nostra umiltà era, dunque, superficiale! i suoi sentimenti non erano altro che sentimenti fittizi. Se fosse stata vera e ben fondata ci avrebbe ispirato la calma e la rassegnazione, e, forse, anche quella nobile contentezza e quella gioia, propria delle anime grandi, che provano gli Apostoli mentre venivano flagellati : " Ibant gaudentes " (Atti, 5, 41).

Grazie, o mio Dio, di questo vivo raggio di luce penetrante nel fondo dell'anima mia... Lo debbo confessare? il suo splendore mi ferisce... Io soffro… io mi chiedo se, forse, non debba rifare tutto nella mia vita— Questa virtù che appare in me, sarebbe forse l'effetto naturale dell'ambiente nel quale ancora io vivo? Che ne avverrebbe se tutto cambiasse intorno a me: posizione, occupazione, persone?... Pensando a questo isolamento morale, sento un bisogno estremo di nascondermi nel vostro seno perché vedo in Voi runico mio rifugio!... O mio Dio, create in me un'anima nuova, e questa volta, createla molto umile! "Multi humilitatis umbram, pauci veritatem sequuntur, molti seguono l'ombra dell'umiltà, pochi la realtà ", dice S. Girolamo.

Proposito

VI MEDITAZIONE

6° Esercizio

L'umiltà, custode della virtù.

Primo punto: L'umiltà, sale che preserva dalla corruzione. — Secondo punto; L'umiltà, luce che dissipa le illusioni.

Preparazione per la vigilia

"Chi si arricchisce di virtù senza umiltà, dice S. Girolamo, è simile a colui il quale porta la polvere al vento. Qui sine humilitate virtutes congregat, quasi in ventum pulverem portat ". Oh! quanto forti soffiano i venti intorno a noi; e a quale pericolo sono esposti i nostri incostanti propositi!

S. Antonio, spaventato da una visione che gli mostrava il mondo tutto pieno di lacci gridò: a Signore, come scamparne? " — Con l'umiltà' " gli fu risposto.

L'umiltà che è il fondamento delle virtù, ne e anche il custode, e per le stesse ragioni: perché fa di Dio il principio ed il fine dei nostri atti. L'orgoglio li attribuisce a se ingiustamente e rovina l'edifizio. Tutta la tradizione insegna questa verità: noi alla nostra volta la ripetiamo; ma se questa è una sentenza accettata ne siamo realmente convinti?

Proviamo noi forse un'impressione di timore, quando accertiamo che, se non siamo positivamente orgogliosi, nemmeno siamo umili?

L'umile sente, in ogni occasione, il bisogno di Dio, della sua indulgenza, dei suoi aiuti. Alla vista della propria miseria e della propria debolezza esperimenta l'impressione d'un uomo che cammina con una ferita: ogni scossa la rende dolorosa.

Oh! la virtù è ben custodita da siffatta umiltà! O mio Dio, che tale diventi la mia!

Meditazione.

Preludio. — Domandare la grazia di rifugiarmi nell'umiltà come dentro ad una fortezza che mi difenda.

I. L'umiltà, sale che preserva dalla corruzione. —

1. Quanto più una virtù è grande tanto maggiore esca offre all'orgoglio: perché ogni bene è oggetto di vana compiacenza per l'anima, e di applausi da parte degli uomini.

La vana compiacenza incomincia l'opera di disorganizzazione. È così dolce e sa così bene farsi ascoltare! È così flessuosa e sa mascherarsi tanto bene!

Come un veleno mescolato con sane sostanze, s'insinua nella soddisfazione che si prova operando per la gloria di Dio e per la salute delle anime; la troviamo nelle consolazioni sensibili; e ci segue nelle più sublimi elevazioni.

I suoi progressi come le sue rovine, li fa insensibilmente; questo modo lento e silenzioso d'agire addormenta la vigilanza: e così il veleno penetra nelle più belle virtù- — La vana compiacenza ha incominciato l'opera di disorganizzazione, il desiderio della lode la compie. Questo mormorio che viene dal di fuori risuona tanto piacevolmente al di dentro!... Certo, si sta bene in guardia per non lasciarsi affascinare; siamo sicuri che subiamo di malincuore ciò che non si può evitare; che ne riferiamo a Dio tutta la gloria... tuttavia, la gioia è reale e profonda.

Sotto questa duplice influenza, il male guadagna terreno: non è più un atto passeggero che ne è viziato, ma tutta una serie di simili azioni; ben presto sarà forse tutto l'insieme della vita... Le virtù si corrompono.

Per un certo tempo si sostengono in piedi in forza dell'abitudine ed anche per le stesse esigenze dell'orgoglio. Tuttavia questa vita artificiale non saprebbe sostenersi sempre... Tentazioni più forti, circostanze impreviste, un nonnulla, la finirà ben presto con essa.

2. Chi potrà prevenire questi danni? L'umiltà. " Essa sarà congiunta alla virtù, dice S. Agostino, o la virtù non esisterà. Virtus non est nisi coniunctam habeat humilitatem ". L'umiltà penetrerà la virtù come il sale gettato su di una sostanza che si vuol conservare; impedirà ogni fermentazione dannosa; ci sbarazzerà di ogni veduta troppo personale e riporrà in Dio tutte le nostre gioie.

Ma per ottenere un tale effetto è necessario che questa virtù sia veramente virtù, vale a dire che essa agisca con quella facilità, con quella spontaneità, con quell'inclinazione che sono proprie solo dell'abito. Altrimenti che sorpresa e quale improbo lavoro perduto!

Fa mestieri che l'esercizio dell'umiltà ci sia divenuto tanto naturale come ci era quello dell'orgoglio... Rivolgiamo le nostre preghiere alla Regina ed alla Maestra degli umili.

II. L'umiltà, luce che dissipa le illusioni. — 1. È sentenza comune, ma profondamente vera, che l'orgoglio acceca; ed i maestri della vita spirituale hanno così ben capito l'ufficio dell'umiltà che fanno di questa virtù il loro più sicuro criterio per il discernimento degli spiriti. La tal virtù è vera o falsa? La tale orazione straordinaria viene da Dio? La tal visione è una realtà od un'illusione? Il giudizio dipenderà dal risultato dell'esame preliminare intorno all'umiltà della persona così favorita.

Questa regola dev'essere ugualmente seguita anche quando si giudica la virtù più ordinaria.

Rammentiamoci degli accecamenti dell'orgoglio riscontrati così spesso negli altri. Temiamo del nostro giudizio riguardo a noi se esso non ci stima realmente piccoli, poiché in verità siamo ben piccoli e molto deboli e molto miserabili...

Iddio non giudica come gli uomini. Coloro che forse ci credono santi non sanno quali e quante siano state le nostre ingratitudini, le nostre colpe, quali siano ancora le nostre deplorevoli miserie... Ah! per collocarci e tenerci al nostro vero posto. la nostra umiltà ha bisogno d'essere illuminata, di penetrare nel nostro intelletto, di mostrargli senza posa il nostro niente, la nostra impotenza. i nostri torti; in una parola, essa ha bisogno di divenire una vera virtù.

2. E’ facile, infatti, sbagliarsi, traviare, e finire nella tiepidezza: dopo di aver menato una vita secondo il nostro gusto, ci formiamo dei doveri secondo le nostre proprie idee, giudichiamo santo ciò che amiamo; ci esponiamo a pericoli che il dovere non ci impone; scusiamo le mancanze e continuiamo a commetterle; non sentiamo il bisogno della preghiera; viviamo per noi stessi e senza rimorsi: la tiepidezza domina e deprava...

Oh! se l'umiltà fosse stata attiva, questi deperimenti sarebbero stati avvertiti ed arrestati, perché essa da l'istinto del bene, ed il senso del vero.

Oh! se almeno adesso fossimo penetrati da un senso profondo di diffidenza verso noi stessi; si spanderebbe sopra di noi una luce così viva che ci porrebbe nell'alternativa o del proposito di vincerci, o della certezza di resistere alla grazia.

3. Nulla falsa la coscienza come l'influenza d'un orgoglio ascoltato; nulla la mantiene retta e decisa come il sentimento dell'umiltà. Sotto la sua dipendenza l'anima, diffidando di se stessa, segue i metodi sicuri, volentieri si consiglia, teme le occasioni pericolose, prega incessantemente, pone in opera tutti i mezzi. — Può essere ricca di grandi virtù, ma non le degna nemmeno di uno sguardo. — Può essere forte nella pratica del bene, ma è intimamente persuasa di essere debolissima... Oh! Come queste virtù hanno trovato davvero un ottimo custode!

Senza umiltà, al contrario, quante e quali cadute! Le radici dell'albero si erano infradicite, e le fondamenta dell'edificio avevano ceduto. Si scatenò la tempesta delle passioni, o sopravvenne l’urto violento di circostanze difficili, e l'albero fu sradicato dal terreno della Chiesa, ed il bello edificio disparve sotto le proprie rovine. E l'albero non fu ripiantato, e le rovine non furono rialzate fino a che tali peccatori i quali si erano tuffati nel fango d'ogni vizio, tutto ad un tratto non ebbero ritrovato, nonostante le loro colpe, e nelle loro stesse colpe, l'umiltà che salva. " Praesumentes de se et de sua virtute gloriantes, humilias: a colui che presume delle sue proprie forze e che s'inorgoglisce della propria virtù, tu, o Signore. prepari l'umiliazione ", dice la S. Scrittura (Giuditta 6, 15).

Proposito

VII MEDITAZIONE

7° Esercizio

Punizione dell'orgoglio.

Primo punto: La sterilità personale, — Secondo punto: L'abbandono e l'avversione di Dio. — Terzo punto: Caduta e degradazione.

Preparazione per la vigilia

2. Ogni legge ha per fine di mantenere Perdine: ora, l'umiltà è la legge della nostra presente condizione. Se viene violata, il disordine s'introduce fatalmente in noi, intorno a noi, e nelle nostre relazioni con Dio, quindi errori, pericoli, cattive riuscite, forse la rovina della virtù e perfino l'impenitenza finale.

3. È raro che il castigo si precipiti sul reo: no, esso lo raggiunge con passo lento, ma sicuro. Passano anni interi senza che niente lo faccia presentire, e, in questo

tempo, l'orgoglioso si abitua talmente a quel suo falso modo di agire che lo continua con una specie d'incoscienza.

Domani mediterò attentamente questa materia che m'incute un giusto terrore. Oh! che questi timori che si ridestano in me. mi decidano a virili propositi! E per confermarci in questa risoluzione, rammentiamoci che non basta non vedersi affatto orgogliosi, ma che è necessario sentirsi umili (cioè senza merito e buoni a nulla da noi stessi).

Meditazione.

Preludio

I. La sterilità personale. — L'orgoglio possiede la proprietà fatale di rendere sterile in noi tutto ciò che tocca. La più bella azione, se è ispirata da esso, resta vuota per il cielo, come un fiore infecondo; e tutto il bene che raggiunge con il suo soffio subito lo inaridisce.

Cosi una vita attivissima, dominata da questo vizio, è simile alla botte delle Danaidi che nulla riempie.

Nostro Signore, parlando dei Farisei, che digiunavano e pregavano per riscuotere lodi esclama : " In verità, in verità, essi hanno ricevuto la loro mercede " (Matteo 6, 2). Perché Iddio dovrebbe ricompensare coloro che non hanno fatto nulla per Lui?

Affinché un atto sia meritorio, nel presente ordine di divina Provvidenza, si richiede che Dio vi concorra in modo soprannaturale. Ora ogni atto privo di un'intenzione soprannaturale, almeno virtuale, non può ottenere tale concorso. Gli manca la vita. Non essendovi entrata per nulla la grazia, la gloria non può fiorirvi. Non essendo stato vivificato dallo Spirito Santo, il Cielo non può consacrarlo (4).

Rappresentiamoci la delusione dell'orgoglioso nel punto di morte; egli si vede con le mani vuole, ed ode risuonare quella semenza: "Io non vi conosco". Ne rimane stupito! Che, forse, non ha profetizzato? Non si è, forse, sobbarcato a mille fatiche? Non si è, forse, dato fino alla fine agli esercizi di pietà e di zelo?...

Si, tutto ciò l'ha fatto; anzi ebbe pure degli splendidi risultati in certe imprese. Ma quale è stato il principale movente di tutto questo lavorio? la lode, la stima. Ohimè! le ha già ricevute! e questo basta. La ricompensa è degna della sua vanità : " Receperunt mercedem vani vanam. La loro virtù era vana, vana fu la loro ricompensa " (S. Agostino).

Felice se gli rimane ancora il cielo aperto! Lo deve alla sola misericordia: e questa misericordia forse è stata tocca da qualche piccolo atto di virtù, da qualche pia pratica di cui egli non faceva gran caso, forse dalla preghiera di qualche anima veramente umile!... Ma quali e quanti tesori di grazie perduti e per sempre!

II. L'abbandono e l'avversione di Dio. — 1. Iddio. per punire l'orgoglioso, non ha bisogno di armarsi di spada; basta che lo abbandoni a se stesso. Niente di più giusto, perché egli è presuntuoso, niente di più fatale, perché è debole.

Accecato dalle proprie illusioni, incitato dai suoi allettamenti, precipita da sé nell'abisso. L'apprensione del pericolo gli sfugge, ha una benda sugli occhi, non sente il bisogno di domandare luce ed aiuti.

Ora, fra Dio che è onnipotente e l'uomo che è essenzialmente debole, vige come un contratto tacito: sii umile e prega. — Rimani al tuo posto; io starò al mio e li sosterrò.

La sanzione di questo contratto violato è l'abbandono; e tale sanzione non rimane indefinitamente allo stato di minaccia.

2. Se l'abbandono di Dio è terribile, che dire della sua avversione? Essa giunge fino all'odio, " Tres species odivit... pauperem superbum. Tre cose provocano il mio odio... il povero orgoglioso " (Eccli, 25, 3-4). — " Abominatio Domini omnis arrogans: II Signore ha in abominio l'uomo arrogante " (Prov. 16. 5).

Quest'odio insegue l'orgoglioso e nulla può scamparlo dal furore delle sue vendette.

" Superbia cordis tui extulit te,,, exaltantem solium tuum, qui dicis in corde tuo: Quis detrahet me in terram? Si exaltatus fueris ut aquila et si inter sidera posueris nidum tuum, inde detraham te, dicit Dominus. La superbia del tuo cuore ti ha inorgoglito, e in luoghi eminenti hai posto la tua sede; e dici in cuor tuo: Chi mi farà calare in basso? Quand'anche ti innalzassi come un'aquila, e fra gli astri ponessi il tuo nido, ti tirerò giù di là. dice il Signore " (Abdia, 3-4).

Meditiamo queste parole piene di spavento, rivelazione inaspettata dell'odio che porta a questo vizio un Cuore conosciuto per la sua misericordia!

Alta dignità, anche nella Chiesa; servigi eminenti resi, sia pure alla religione; virtù ammirabili, e, senza dubbio. troppo ammirate... tutte queste grandi cose possono divenire materia d'orgoglio, senza servirci di difesa nel cospetto di Dio. " Io ti precipiterò anche di lassù, inde detraham te " e l'ha fatto con dei grandemente potenti : " Deposuit potentes de sede " (Luca 1, 52).

III. Caduta e degradazione. - Vediamo in qual modo si manifesti l'avversione di Dio e dove vada a unire il suo abbandono.

S. Paolo, parlando dei filosofi perduti dal loro orgoglio. ci dice : " Tradidit illos in desideria cordis eorum, in immunditiam. Iddio li abbandonò ai peggiori istinti del cuor loro, e divennero immondi, ut contumeliis afficiant corpora sua, e tanto caddero nell'ignominia che di essa insozzarono i loro corpi " (Rom, I, 24). Eccoli avviliti, degradati, messi alla pari del bruto, " animalis homo ".

Impressionati da questo spettacolo, riflettiamo seriamente che l'orgoglio è il principio di quest'avvilimento, e che lo contiene in potenza. "Iniium omnis peccati superbia" (Eccli. 10, 15). È la fonte dei vizi: parola rivelata, parola d'esperienza. Ora quel che esce da questa fonte corrotta, è così ripugnante che la nostra lingua si rifiuta di tradurre qui l'immagine usata dalla S. Scrittura: " Sicut eructant praecordia fetentìum... sic et cor superborum" (Eccli. 11, 32). Stupiremo, forse, dopo ciò, di udire affermare che l'orgoglio è uno dei segni più manifesti di riprovazione?

Il superbo caduto una volta nel male, vi trova la sua tomba. Per uscirne, dovrebbe riconoscersi colpevole, invocare la grazia, umiliarsi... Cose tutte di cui quest'infelice è incapace.

Riflessioni

Tremiamo, considerando la natura così diversa del bene e del male. Al bene nulla deve mancare; ogni lacuna. al contrario, lascia passare il male. Così, un'azione concepita per amor proprio sarà viziata anche prima di nascere. Santamente incominciata, verrà, tutto ad un tratto, alterata da un motivo d'orgoglio che se n'impossessa.

Infine, perfettamente compiuta, può deporre in noi. Per la vana compiacenza, un germe di corruzione.

2. A questo quadro deplorevole, facciamo succedere un quadro consolante: quello che ci viene presentato dal regno dell'umiltà.

In luogo della sterilità fino nelle più grandi azioni, è il merito fino nelle più piccole. In luogo dell'avversione. è la tenerezza: Dio addiviene una madre. In luogo della caduta, è l'elevazione : " De stercore erigens pauperem " (Salmo 112, 7). – " Et exaltavit humiles " (Luca 1, 52). Infine, in luogo della riprovazione presagita, è la predestinazione assicurata : s Dominus... humiles spiritu salvabit " (Salmo 33, 19). E non potrebbe essere altrimenti:

L'umile prega e Dio l'esaudisce : " Respexit in orationem humilium " (Salmo 101, 18). Può tutto in Colui che lo conforta; vive. e Dio lo fa vivere in se stesso. – Egli adunque cammina nell'ombra e nel silenzio ogni qualvolta può farlo; nell'ombra del Signore quando deve mostrarsi; dimentico del bene che fa; dolce con tutti; docile come un figlio con Dio.

Chi non proverebbe il bisogno ed il desiderio d'essere umile!

Proposito

 

SECONDA SETTIMANA

RAGIONI PER ESSERE UMILI

PREPARAZIONE ALLA SECONDA SETTIMANA

II bisogno d'essere umile è stato dimostrato a sufficienza: l'orgoglio ci perseguita anche quando si sente dominato. È il nostro eterno nemico.

Questo vizio annidato nelle fondamenta della virtù, la falsa e la mantiene precaria; altera profondamente i principi della vita spirituale, e rende i suoi atti senza merito; attira il castigo e prepara la rovina. Dunque dobbiamo farci umili. Quantunque questa necessità sia bene assodata, pure non ci rivela la ragione dell'umiltà (i suoi motivi intrinseci); ma prova già che questa ragione esiste. Infatti, ogni disordine accusa un male, avendo Iddio messo il bene, come la salute, nell'equilibrio.

Forse che l'umiltà non rampollerebbe dalla natura stessa delle cose; e quindi essere umile non equivarrebbe ad essere vero? Questo è ciò che dimostreremo nelle meditazioni che seguono:

1. Le prime quattro pongono in evidenza la condizione dell'uomo come essere creato, come essere decaduto, come essere trasformalo dalla grazia.

In ciò non c'è nulla di personale, e l'umilia che ne risulta dev'essere quella di ciascuno, del più perfetto come del più miserabile. È l'umiltà nel cospetto di Dio, umiltà facile, almeno sembra, poiché non esige altro che un atto di buon senso; è tuttavia umiltà potentissima perché è quella che fa i santi.

E perché non ne forma un numero più grande? Si deve forse ascrivere ciò all'umana debolezza? Questa, vi ha già la sua gran parte: " Video bona proboque, deteriora sequor.

Vedo il bene, l'approvo, e al mal m'appiglio"; ma si deve anche incolparne la mancanza di convinzione. Queste verità tradizionali sono tanto conosciute che non richiamano più la nostra attenzione. E poi, considerate anche più seriamente, non ci fanno una forte impressione, perché le verità astratte fanno poca breccia nella maggior parte degli uomini.

Le meditazioni precedenti, al contrario, potevano commuoverci, ed incatenare la nostra attenzione perché pongono in rilievo delle esperienze, le nostre tendenze sono fatti morali, palpabili quasi come i fatti materiali; ora, i fatti hanno il privilegio di fissare la nostra attenzione e di convincerci.

Privi di questo vantaggio, di fronte a nuove verità che ci accingiamo a meditare, dobbiamo premunirci contro la funesta abitudine di considerare come meno certo ciò che non è affatto sensibile, e di dubitare, sia pure in un modo vago, di rivelazioni che stupiscono. Noi siamo sempre un po' simili a quei popolani ignoranti che si ristringono nelle spalle quando uno scienziato espone loro, per esempio, ciò che è contenuto in una goccia d'acqua. Essi non sanno che nel fondo delle cose si nasconde un mondo sconosciuto.

2. A queste quattro meditazioni astratte, ed in qualche maniera, impersonali, segue la considerazione delle nostre colpe. In essa si tratta proprio di noi stessi, e non di tutti in generale. In essa nessuna verità metafisica, ma il nostro operaio che passa sotto i nostri occhi, l'operato di tutta la nostra vita; e comprende tutte le nostre azioni, i nostri pensieri e fino le nostre omissioni colpevoli. Campo vasto che certamente nasconde delle parti oscure nel passato lontano, e sotto le ombre di illusioni; ma che pur nondimeno può essere vivamente illuminato con la luce di un serio esame. Questa meditazione dev'essere il fondamento della nostra umiltà, intendo dire, della nostra umiltà personale; di quell'umiltà che ci fa abbassare la fronte non soltanto dinanzi a Dio, ma anche davanti agli uomini; umiltà che annienta il sentimento esagerato della stima personale, e vieta la ricerca d'una stima particolare che si sa di non meritare.

3. Stimare un oggetto, vale quanto riconoscente il pregio; ma il suo pregio non può essere valutato che con l'aiuto d'una misura, che qui è il paragone con gli altri. A chi mi paragonerò io? A ciò che è basso e miserabile? No, perché è senza pregio e non merita stima. Debbo, dunque, paragonarmi a ciò che è grande ed a ciò che è bello. Ora, di fronte ai Santi e di fronte a Dio, mi trovo di sicuro dinanzi alla vera misura del grande e del bello, di ciò che genera la stima. Questa meditazione ha per scopo di completare l'effetto dei ragionamenti astratti mediante la forza di un'impressione sensibile.

4. Dato che parecchi motivi d'umiltà si applicano indistintamente a ciascuno di noi e non ci abbassano realmente se non dinanzi a Dio, dobbiamo forse concluderne che non eserciteranno un'influenza vera sopra le nostre relazioni con gli altri uomini e che, per conseguenza, non formano un'umiltà pratica? Nient'affatto.

Ed in vero l'umiltà ha due oggetti: Dio e gli uomini; tuttavia non ha che una stessa essenza: l'inclinazione ad un giusto abbassamento. Ora, sviluppando questa inclinazione riguardo a Dio, queste meditazioni la svilupperanno in se stessa. Addivenuta ormai più forte, più abituata ad abbassarsi, questa disposizione ci condurrà, secondo le occasioni, ed in una saggia misura, a moderare le nostre pretensioni; e ci aiuterà, se occorre, ad annientarle. È risaputo che ogni cultura intellettuale accresce la potenza che ognuno di noi ha ad istruirsi, e che le affezioni familiari dispongono il cuore a sentir meglio Iddio. Avviene lo stesso dell'abito dell'umiltà qualunque sia l'oggetto del suo esercizio.

Penetriamoci, adunque, in queste verità che. Quantunque riguardo a noi non siano strettamente personali, ciò nonostante piegheranno così basso la nostra fronte che non oserà rialzarsi imprudentemente davanti a nessuno.

I MEDITAZIONE

8° Esercizio

II niente della creatura.

Primo punto: Il niente dell'essere. Io non sono niente. — Secondo punto: Il niente dell'atto. Io non posso niente.

Preparazione per la vigilia

Ma non è cosi in realtà, poiché, se noi veniamo da Dio, non è vero che usciamo dal suo seno fecondo, ma sì da un atto esterno, da un semplice cenno della sua onnipotenza; noi non siamo, propriamente parlando, degli esseri, ma un qualche cosa d'insussistente, di fuggevole, che può paragonarsi alle note musicali che escono da uno strumento toccato dalle agili dita di un artista. Iddio non è diventato più grande per il fatto di essere diventato Creatore, ne è diventato più piccolo per il fatto che noi esistiamo.

Questa è verità certa, dimostrata dalla ragione, ammessa dalla più rigorosa filosofia. E tuttavia io sono, io ho una specie di essere: quest’essere ha un'estensione, delle forme; opera, muove la materia. la trasforma; vuole o non vuole, è libero; la sua intelligenza gli fa conoscere tutto l'universo, il suo genio può operare meraviglie. Tutto ciò è forse nulla? Un essere e degli atti sono pur qualche cosa!

Intendiamoci bene, questo qualche cosa, negli occhi di Dio, è così vano, così fuggevole, che la S. Scrittura lo chiama a quasi un niente, tanquam nihilum ante te " (Salmo 38, 6), insomma, un essere che non vale nulla.

Così viene messo nella sua luce questo detto di S. Paolo: "Quis te discernit? Quid habes quod non accepisti? Cosa hai che ti distingua? Cosa possiedi che tu non l'abbia ricevuto? " (I Cor. 4, 7). Riflessione profonda che arriva fino a scontentarci, e ci impressiona tanto da confonderci, ma principalmente, conclusione rigorosa e stringente che si impone a tutta l'anima e muove la volontà; poiché in conclusione, l'umiltà non è solo una convinzione, ma è di più, una virtù operativa. Non basta, dunque, filosofare sopra tutti questi problemi, ma è necessario scendere alla pratica.

Meditazione.

Preludio, — Domandare la grazia di provare un sentimento così vivo nel mio niente che mi penetri tutto e mi diriga.

I. Il niente dell'essere: Io non sono niente. — Nostro Signore disse a S. Caterina da Siena : "Sai tu. mia figlia, chi sono io e chi sei tu? Tu sarai ben felice di saperlo! (Se tu lo sai in una maniera luminosa, penetrante e pratica): Io sono Colui che è, tu sei colei che non è! ".

Dio è l'essere in tutta l’estensione della parola, ed è questo il nome che egli si da: "Ego sum qui sum ". — Io sono il niente in tutta la sua vacuità, e questo è il mio nome : " Substantia mea tanquam nihilum. La mia sostanza è come un niente " (Salmo 38, 6). Prima della creazione io non esistevo nemmeno nel più lontano elemento.

Mille anni, cento anni fa, io ero una semplice possibilità che un niente avrebbe potuto impedire di giungere all'esistenza.

lo apparvi un giorno sulla terra. Secoli mi precedettero, e secoli, senza dubbio, si succederanno dopo che sarò scomparso. In questo mio soggiorno, occupo brevi ore e fugaci. Dopo si distenderà su di me l'oblio ed il silenzio alla stessa guisa che l'acqua profonda subito inghiottisce la pietra che per un istante increspò la sua superficie.

Quest'essere che io ho è la stessa fragilità ed insussistenza, un vapore che si solleva per subito scomparire: "Vapor est ad modicum parens " (S. Giac. 4, 15). Non è altro che polvere animata: " Memento, homo, quia pulvis es ".

Al lume della verità pura, ciò che si vedrebbe in me, nella materia del mio corpo e nella sostanza stessa dell'anima mia, sarebbe un niente, sostenuto da ogni lato dalla potenza creatrice. Togliete per un solo istante questa azione necessaria, quantunque invisibile: il mio essere scomparirebbe e svanirebbe come il fumo nell'aria, come la nebbia al vento, senza lasciare alcuna traccia di sé: " ad nihilum redactus sum et nescivi" (Salmo 72, 22).

" Oh niente sconosciuto! oh niente sconosciuto! " ripeteva nell'estasi la beata Angela da Foligno. — Grido di verità profonda, compendio delle nostre grandezze irrisorie! ma anche punto d'appoggio dei sentimenti più forti, più nobili, più degni di Dio.

Se io sono il Nulla, Voi, o Signore, siete l'Essere! Se io sono il Niente, Voi siete il Tutto.

Questa duplice considerazione forma, con il suo contrasto, il ritmo dei canti del Cielo. Sotto questa luce dall'alto, la condizione dei beati apparirebbe simile alla mia; ma la loro umiltà è la mia onta e la mia lezione. La gloria fa risplendere senza fine ai loro occhi la verità del loro nulla, mentre le mie molteplici miserie l'oscurano ai miei...

II. Il niente dell'atto: Io non posso niente. — I nostri atti sono della stessa natura del nostro essere. Il nostro essere sussiste e noi non vediamo la forza creatrice che lo sostiene. Noi operiamo, e non vediamo meglio questa stessa forza che lo anima. Ci sembra che ogni nostro atto ci appartenga.

1. Io muovo la mano o la testa, combino un affare, trovo una soluzione, penso, voglio, amo... Ebbene!…tutto ciò che in questi atti è positivo, viene prodotto più dall'azione di Dio che dalla mia.

Né può essere altrimenti. La natura delle cose vi si oppone; e Dio. che può tutto, non può darmi il potere di compiere, indipendentemente da Lui, un atto positivo, perché ciò varrebbe quanto costituirmi creatore!,.. Conseguenza piena di mistero, e, ad un tempo, sfavillante di verità! conseguenza che giunge fino al limitare del santuario del mio libero arbitrio.

2. Anche qui, in questa deliberazione che io prendo di diventare umile, e che sembra appartenere a me in un modo esclusivo, perché l'ho presa potendo anche non prenderla e lasciarla. Iddio agisce mille volte più di me; e la mia partecipazione la trovo solo nell'adesione alla sua influenza che mi vi sollecitava. E se io voglio cercare, nel fondo di questa stessa adesione, il perché io l'abbia data e la forza che mi vi ha indotto, trovo ancora Iddio. Infine, per spiegare come pur tuttavia io rimanga libero, sono forzato a dirmi: Sento che tale sono io, e so che Iddio è tanto potente da rispettare la mia libertà nelle sue condizioni essenziali, pur riempiendola sino al suo ultimo atto (5).

3. Se faccio il male, l’azione di Dio, obbedendo a leggi generali di una sapienza superiore, presta il suo concorso a tutto ciò che è, in questo come in altri casi, atto positivo; e mi accompagna fino all'istante in cui. allontanandomi dall'ordine, mi sottraggo alla sua influenza.

Il male è una colpa di cui io sono responsabile: Io distorno l'azione di Dio e le impedisco di avere il suo effetto; la costringo a deviare, e. infine, a dileguarsi.

Oh! Signore! io non mi comprendo! Come è adunque vana e ridicola la compiacenza che prendo delle mie qualità, perfino delle più reali!... Come è temeraria la confidenza che ripongo nella mia volontà fosse anche ottimamente consolidata!... Come & ingiusto che io osi d'attribuire a me il bene che faccio! In qual modo potrei credere a me? Come ardirei di preferirmi ad un altro?

Il semplice velo del creato copre tutto questo niente. Questo velo è molto sottile e mille accidenti lo sollevano; eppure basta per ingannarmi. È anche molto trasparente; ma io non sto attento abbastanza, non scorgo quel che nasconde; continuo a credere alla realtà assoluta di tutti questi atti contingenti, e vi fondo le mie pretese!

"Signore, voi che vedete! " cosa mai pensate di questo cieco? Abbiate di lui pietà, apritegli gli occhi, e, dinanzi alla sua miserabile piccolezza confusa pel suo passato pieno d'orgoglio, fate grandeggiare l'infinito (che siete voi). — Oh! come questa considerazione da serenità perfetta in mezzo ai rovesci ed alle gioie: vale dunque la pena di commuoversi tanto! — Sapienza profonda che pone le cose nella loro vera luce e che esattamente le stima per quel che valgono! — Grandi ombre del niente che danno risalto allo splendore dell'Essere che è tutto! —

Disposizione ammirabile per la contemplazione!

Proposito. — Contemplare spesso l'infinito che mi circonda da ogni parte, inabissarmici, lasciarvi tutto l'orgoglio. — Assegnare un istante, stamattina, ed un altro istante stasera, per pensarci in ginocchio assaporando queste belle parole : e Mio Dio e mio tutto ".

II MEDITAZIONE

9° Esercizio

Necessità della grazia attuale.

Primo punto: Sua necessità in generale. — Secondo punto: Necessità della grazia preveniente. — Terzo punto: Necessità della grazia concomitante.

Preparazione per la vigilia

Se, nell'ordine di natura, io non sono niente, sono, adunque, qualcosa nell'ordine della grazia? La grazia non mi è dovuta; essendo un dono, giammai può far parte della mia sostanza, ma rimane una veste divina, della quale ad ogni momcntcr4o posso vedermi spogliato.

Se, d'altra parte, la vita naturale, con tutti i suoi più piccoli atti, ha bisogno per tutti i suoi movimenti, del concorso di Dio, che dire della dipendenza alla quale ci riduce l'esercizio d'una vita soprannaturale, di cui tutti gli atti partecipano del divino?

2. Si crederebbe? molti cristiani, senza dubitarne, professano intorno all’azione della grazia attuale idee materialmente eretiche. Il loro errore è d'ignoranza, e la buona fede li scusa; tuttavia hanno il dovere di istruirsi.

No, la grazia non è solamente, come essi credono, un complemento di forza, bensì il principio primo d'ogni atto soprannaturale, anche di quelli che ci sono resi facilissimi da una lunga abitudine, o da un allettamento personale: è questo un dogma di fede.

3. Scandagliando il nostro nulla e la nostra situazione sotto questo nuovo punto di vista, non mancheremo di considerare che. almeno qui. la nostra dipendenza forma la nostra grandezza: la nostra vita soprannaturale resta una vita essenzialmente dipendente, perché partecipa della vita stessa di Dio e Dio solo può tenerla in esercizio.

Questa è talmente la nostra vera condizione che ci segue anche nella eternità. Là pure Iddio rimane il principio di tutti i nostri atti. Oh! dipendenza piena di delizia: è Dio che si farà adorare, amare, inneggiare da noi in una ineffabile unione che confina con l'unità!

Meditazione.

Preludio. — Domandare la grazia di provare un'impressione ancora più viva del nostro niente, ma più consolante.

I. Necessità della grazia attuale in genere. — Nell'ordine soprannaturale l'uomo non può nulla, assolutamente nulla. La grazia attuale gli è indispensabile per il più facile come per il più difficile atto. " Nessuno può dire meritoriamente : Gesù, senza lo Spirito Santo " (I Cor. 12. 3).

È questa una espressione che abbiamo udito ripetere spesso; è una formula ormai accettata: la Chiesa n'ha fatto un articolo di fede; noi la crediamo fermamente, ma può darsi che non ne conosciamo tutta l'importanza e la forza.

Per giungervi, ascendiamo su di un posto elevato che domina l'insieme. Scegliamo a soggetto delle nostre osservazioni un perfetto cristiano, un religioso, un sacerdote...

Questi ha conservato l'innocenza battesimale con fedeltà costante; è pieno di meriti, di virtù, di fervore...I suoi meriti hanno attirato sulla sua grazia santificante

accrescimenti meravigliosi; le sue virtù hanno assoggettato completamente la sua natura; il suo fervore pone in opera tutti i mezzi e tutte le industrie del suo amore. Ecco che, alfine, è addivenuto capace di ogni eroismo.

Ebbene! senza una grazia attuale immediata, non può, nonostante la sua elevata santità, pronunziare meritoriamente nemmeno il nome di Gesù.

"L'occhio più perfetto, dice S. Agostino, non può veder niente senza l'aiuto della luce. L'uomo più santo non può operare il bene senza il soccorso divino dell'eterna luce della grazia ".

II. Necessità della grazia preveniente. — Prendiamo dall'ordine fisico un esempio fecondo di conseguenze. Ecco un'arpa perfettamente accordata: può dirsi che contenga infinite melodie latenti; e tuttavia per sprigionarle avrà sempre bisogno della mano dell'artista.

1. Essa è inerte e silenziosa; viene toccata: vibra. — Risalite all'origine d'un atto soprannaturale, e troverete la grazia preveniente. Essa ha presentato il pensiero, il desiderio di destarsi dell'attività; essa ha provocato il volere.

2. Ed in questo volere, per il quale l'atto è stato determinato, cercate ancora, e troverete la grazia attuale che lo riempie misteriosamente senza privare del suo ufficio la libertà umana: Io voglio, e Iddio vuole più di me insieme con me.

Arpa del più grande fra i maestri, docile strumento delle sue più belle ispirazioni, abbandonata a te stessa, addiverrai un'arpa qualsiasi, incapace d'eseguire il più elementare accordo... Sei inerte... rimarrai muta, — Anima perfetta d'un santo, sarai tu pure così!

3. La corda dell'arpa, pizzicata dall'artista incomincia a vibrare. — L'anima del giusto, eccitata dalla grazia, incomincia un atto soprannaturale. Là l'intensità del suono, qui l'intensità dell'atto non potrebbero oltrepassare la forza dell'impulso ricevuto. Quale la causa, tale l'effetto. L'anima associandovisi, non vi porta ne vi aggiunge niente... come l'arpa.

Dov'è la nostra parte?... noi cooperiamo.,, aiutiamo.... facciamo nostro questo movimento ricevuto. — Andiamo sino al fondo: è un niente, di cui Iddio fa qualche cosa.

III. Necessità della grazia concomitante. — Consideriamo un lato nel quale la nostra impotenza appare più completa di quella dell'arpa.

Toccato, lo strumento prolunga le sue vibrazioni. — Mossa dalla grazia, l'anima si arresterà subito nel suo atto soprannaturale, se questa grazia non continua con esso la sua azione sotto il nome di grazia concomitante.

Io, per esempio, ho cominciato un atto d'amore: le mie labbra stanno per terminarne la formula: se la grazia cessa, le mie labbra continuano a recitarla, ma rimane vuota di merito.

Ma, dunque, io non posso attribuirmi niente di proprio? niente, nemmeno un volere, un desiderio?... No, è contrario alla fede!

Nemmeno il potere di meritare questo desiderio e di conseguirlo mediante sforzi naturali della ragione e della volontà? No, anche questa pretesa è contraria alla fede.

Ma, almeno, lasciatemi una parte, per minima che sia! S. Paolo non dice forse: " Non io solo, ma la grazia di Dio con me "? (I Cor. 15, 10). Dunque entro anch'io in quest'atto soprannaturale, e vi ho la mia parte. — Si, ma questa parte è di tale sorte che non può inorgoglirci ; l'Apostolo non avrebbe detto senza motivo : " Quis te discernit? Chi può distinguerti dagli altri? ". Sì, da Dio ho ricevuto anche ciò che faccio liberamente, " Deus est qui operatur in nobis et velle et perficere " (Filip. 2. 13). Se è vero che sono un essere creato, è vero anche, a tutto rigore, che rimango un essere il quale porta il niente nella sua attività e nella sua sostanza.

Riflessioni ed affetti

— Considerazione sincera della menzogna e dell'ingiustizia di questa disposizione. — Grandezza dell'umiltà presentita. — Manifestazione del suo posto: essa trovasi alla base di ogni atto e di ogni virtù, — La sua necessità non è una di queste necessità morali, sinonimi di "grande importanza": la necessità dell’umiltà partecipa della necessità della grazia ed è dello stesso rigore.

Tutta questa dottrina si riassume con una formula esatta insieme e comprensiva: Iddio ha il dovere d'esigere da noi l'umiltà perché ha il dovere di mantenere l’ordine assoluto delle cose. Non avrebbe il diritto di permetterci nemmeno un atomo d'orgoglio.

Rappresentiamoci questo supremo e giusto Signore con le mani piene di grazie e che guarda attentamente dove le collocherà. Niente di più libero della sua scelta; può allontanarsi da me!... Comprendiamo questo detto: " Deus superbis resistit... Humilibus autem dat gratiam. Iddio resiste ai superbi e da la sua grazia agli umili " (1 Pietro 5, 5).

Facciamoci ben piccoli nel suo cospetto; siamo ben soggetti e dipendenti. Amiamo di prostrarci in adorazione, specialmente in Chiesa, ma anche nel segreto della nostra cameretta: è questo l'atteggiamento che ci conviene. E se, spesso, alla presenza degli uomini, dobbiamo cessarlo, conserviamone almeno una profonda impressione la quale ci frenerà e ci sarà salutare.

Proposito

III MEDITAZIONE

10° Esercizio

Necessità delle grazie speciali.

Primo punto: Loro necessità per la perseveranza nel bene. — Secondo punto: Applicazioni particolari. — Terzo punto: Apostolato salutare dell'umiltà.

Preparazione per la vigilia

Oh! se io pure la sentissi come un S, Filippo Neri, il quale ogni mattina ripeteva, gemendo, questa preghiera: a O mio Dio, non vi fidate di me! Tenetemi le vostre santissime mani sul capo, perché senza di Voi, non vi è peccato che non sarei capace di commettere prima di sera ". Ora, questo timore, anche m lui era assolutamente fondato; un semplice atto d'orgoglio, per esempio, che lo avesse privato delle grazie speciali, lo avrebbe, forse, fatto cadere. Impressione di timore, — vivo sentimento del bisogno di Dio, — desiderio di scandagliare sino nel midollo questa importante e dura verità.

Meditazione.

Preludio. — Domandare la grazia di sentire queste profonde impressioni di timore che gettano umiliati e contriti ai piedi di Dio.

I. Necessità di grazie speciali per la perseveranza nel bene. — Dio ha promesso all'uomo tutte le grazie delle quali ha bisogno, ma non lo ha assicurato che egli vi corrisponderà. Ha bisogno d'un aiuto speciale e che, a tutto rigore, non è dovuto a nessuno. Questo aiuto consiste nella intensità od opportunità della grazia stessa: condizione deplorevole, conseguenza della nostra caduta originale?

Ascoltiamo il Concilio di Trento; " L'uomo in grazia, non può perseverare in questo stato senza un aiuto speciale di Dio " (Conc. Trid., sess. 6, can. 12).

Pesiamo bene ogni parola.

1. Trattasi dell'uomo in stato di grazia: cioè dell'uomo che possiede la vita soprannaturale; dell'uomo che ha diritto alle grazie ordinarie.

Non sembra ch'egli abbia tutto ciò che gli è necessario per conseguire il fine? — Eppure non l'ha, se si rifletta alla sua fragilità.

2. Si tratta d'ogni uomo, fosse anche un Santo.

Nemmeno un Santo avrebbe un rigoroso diritto a queste grazie? In nessun modo.

3. Si tratta non di perfezionarsi, di elevarsi in questo stato, ma semplicemente di perseverarvi. Non posso io, adunque, rimanere quel che sono, e conservare ciò che ho, se lo voglio con tutte le mie forze? — No, perché, senza un aiuto speciale, questa volontà potrebbe venirmi meno.

4. Trattasi d'una vera impossibilità di fatto. Il sacro Concilio non dice: difficoltà, grande difficoltà; ma dice: impossibilità " non posse ".

II. Applicazioni. — Meditiamo queste conclusioni teologiche;

1. Per perseverare per un tempo assai considerevole, è necessaria una grazia speciale.

2. Per rimanere perseveranti in mezzo a grandi pericoli, è necessaria una grazia uguale;

3. La brevità della vita è spesso un dono speciale;

4. La scelta opportuna del momento della nostra morte è sempre un dono speciale. Oh! Dio. forse dovrò vivere ancora lunghissimi anni. Mi perderò se non ottengo una vostra grazia speciale— Oh! Dio, non sopravverrà, quando non me l'aspetto, qualche grave pericolo? Se in quel momento non avrò la vostra grazia speciale, vi soccomberò...Oh Dio! posso essere infedele nell'età matura, nella vecchiaia, nel mio ultimo giorno; posso peccare gravemente, e, senza una grazia speciale, essere sorpreso dalla morte...

Se, cadendo in peccato mortale, perdo la vita dell'anima, io non ho nulla in me che mi ponga in stato di riaverla; io non posso far niente da meritare assolutamente che Dio me la renda; non saprei nemmeno dispormi completamente e pregare a lungo per ottenerla, senza una grazia speciale!,,.

Sentir vivamente cosa voglia dire essere così alla mercé di Dio... Tenersi nel suo cospetto prostrati in atteggiamento di assoluta dipendenza... Paventare come una sfrontata audacia un portamento superbo.

III. L'apostolato di salvezza dell'umiltà. — Con lo spirito agitato ed il cuore abbattuto guardo all'intorno con ansia indicibile. Il mio stato è desolante. Il peccato l'ha reso tale... lo non posso fare assegnamento su me... Niente posso esigere dalla giustizia di Dio... Sono, adunque, di fronte ad un problema insolubile? No, perché la misericordia lo ha di già risolto.

Essa si abbassa verso la mia indegnità e la contempla con tenerezza, come una madre. Ripete a me, scoraggiato, le promesse più insperate: perdono, aiuto, grazia, anche amore, tutto è messo a mia disposizione.

Ora. gl'impegni ch'essa prende sono sacri; costituiscono un ordine di misericordia così formale quanto quello della giustizia.

Qui dobbiamo raddoppiare l'attenzione. Se il regno della giustizia ha le sue leggi, quello della misericordia ha pure le sue, e queste leggi risultano dalla loro stessa condizione.

Sotto il regno della giustizia, la condizione è il diritto; sotto il regno della misericordia, la condizione è l'umiltà. Se mi faccio umile; se mi reputo come impotente per me stesso in ogni altra cosa; se mi guardo bene dal disprezzare gli altri; se prego, adempio alla condizione impostami; e Dio. mantenendo le sue promesse, adempie egli pure alla sua: nonostante la mia miseria, mi ama. Mi protegge, mi da la sua grazia. Ciò che non varrei ad esigere dalla sua giustizia, lo ricevo infallibilmente dalla sua misericordia. Misericordia ed umiltà sono termini correlativi. La miseria è un abbassamento come l’umiltà. Ma la miseria risulta dalla nostra condizione; l'umiltà dalla nostra volontà. La misericordia ama solo la miseria che si umilia; e la salva.

Comprendo adesso perché i santi attribuiscano alla umiltà il dono della perseveranza.

1. Se sono umile, mi mantengo nell'ordine, che è la sommissione universale. Oserei io distinguere fra i voleri di Dio e respingere quelli che non obbligano sotto pena di peccato? — Mormorerò io dinanzi a doveri difficili, od a circostanze dolorose?... "Ma se io, a tutto rigore, non gli debbo certi gradi di sommessione, nemmeno Iddio mi deve più certe grazie di preservazione!

2. L'efficacia della preghiera si mostra qui in tutto il suo splendore. Per essa io otterrò ciò che non potrei ottenere da me stesso, né intieramente meritare. Più sentirò il peso di queste verità schiaccianti e più sentirò il bisogno di pregare.

Con qual cuore non ripeterò io questo grido della sacra liturgia : " Deus, in adiutorium meum intende! " Quali gioie proverò a ripetere : " Et ne nos inducas in tentationem!... ". Con quale ardore mi rivolgerò, a mani giunte, a tutti coloro che possono intercedere per me. ai santi, agli angeli, alla Madonna! Quale accento di fede metterò io in questa formula: " Ve lo domandiamo per Gesù Cristo Signor nostro! ".

La grazia che imploro adesso, grazia delle grazie, è quella di diventare umile! La domanderò senza intermissione; e. per ottenerla, porrò in pratica gli abbassamenti della Cananea: voglio essere umile perché voglio salvarmi.

Proposito. — Abbandonarmi alla mercé di Dio, così come sono, oggi, domani, sempre, fino alla morte. Tuttavia, timore penetrato dalla confidenza in Dio, padre nostro.

IV MEDITAZIONE

11° Esercizio

La nostra condizione.

Primo punto: Natura della nostra libertà. — Secondo punto: Le nostre cattive inclinazioni. — Terzo punto: Il mondo e il demonio. — Quarto punto: Le circostanze.

Preparazione per la vigilia. — La meditazione di domani sarà lo sviluppo della precedente ed in qualche modo la sua dimostrazione. Un'analisi della nostra condizione, in ordine al bene ed al male, ci mostrerà la debolezza estrema dei nostri mezzi personali che sostengono la nostra virtù, e la formidabile potenza delle cause nemiche che lavorano per rovesciarla.

Queste considerazioni, illuminando d'una luce viva la nostra condizione infinitamente precaria, ci faranno riconoscere, in una maniera più convincente, la necessità d'un aiuto speciale. Così. all'impressione provata nella meditazione inquietante di ieri, si aggiungerà la convinzione ragionata d'oggi. E porrò tutta la mia attenzione in questa ricerca, che farò, non già con il fine di basare una verità di fede su delle ragioni, ma con l'intendimento di metterla in maggior luce.

O mio Dio, dovere a Voi la propria salvezza è dunque tanto triste per colui che vi ama? O mio Dio, sentire la propria totale impotenza, è dunque cosi formidabile per colui che confida in Voi?

O mio Dio, per quanto la mia miseria si mostri ai miei sguardi senza confini, la vostra misericordia mi si mostra più sconfinata, sempre più grande, infinita... Ora, questa misericordia mi protende le sue grandi traccia e m'infonde tanto coraggio che io me ne sto dinanzi ad essa convinto delle mie infermità, e mi sento la forza di gridare; Pietà, o Padre mio, Pietà!

Meditazione.

Preludio. — Per aggiungere la convinzione all'impressione, domandiamo la grazia di vedere con più chiarezza le circostanze che rendono necessario un intervento speciale della misericordia.

Queste considerazioni, proposte dalla Chiesa in ogni tempo, debbono seguirsi senza discussioni e senza vana curiosità; a più forte ragione senza esigenza esagerata: "Scrutator majestatis opprimetur a gloria. L'occhio che vuole scrutare imprudentemente la maestà divina sarà accecato dallo splendore della sua gloria".

I. Natura della nostra libertà. — Consideriamo, innanzitutto, la natura di questo delicato strumento con l'aiuto del quale ci meriteremo od una felice od una infelice eternità: la libertà!

Io lo sento, essa esita e bene spesso si muta. È agitata dalle impressioni diverse che si succedono; dipende profondamente dalle ragioni che la colpiscono. — Mettersi sotto buone impressioni, fermarsi alle ragioni plausibili, tale è il suo mezzo principale con cui governa bene se stessa.

Ma se è imprudente nella scelta, se si indugia per debolezza sotto influenze contrarie, ecco che subito è trascinata al male... Ora, dopo una vita di retta e fedele corrispondenza, la mia libertà rimane essenzialmente defettibile.

O Dio! quanto sono felice di affidarvi la mia libertà; io l'assoggetto al vostro dominio, la consegno alla vostra misericordia! Prendetela, governatela, sorreggetela, e, al bisogno, siate inesauribile nel perdonarla! O mio Dio! parlarvi in questo modo, non vale, forse, quanto incominciare ad essere umile?

II. Le nostre cattive inclinazioni. — Tra le influenze funeste che sviano la nostra libertà verso il male, le nostre inclinazioni tengono il primo posto. Esse sono inerenti al nostro essere. Un semplice squilibrio basta a formarle. Si dissimulano sotto mille apparenze di bene; e, se sonnecchiano non sono meno temibili, perché il loro improvviso ridestarsi ci trova spesso pieni di confidenza in noi stessi, e quindi, disarmati. Si voglia o no, vivono dentro di noi. Favorite, comandano da padrone; combattute, conservano un'influenza latente che sordamente lavora. Le nostre inclinazioni piegano piuttosto verso il male: la Chiesa ce lo insegna, l'esperienza lo prova, il peccato originale lo spiega.

Solo i sofisti possono dire che, in sostanza, l'uomo vuol sempre il bene. Si. vuole il bene, ma in un modo indeterminato. In pratica confonde il bene in se stesso con il bene di se stesso, e quasi sempre quest'ultimo è il preferito. In punto dì bene egli si lascia ingannare dall'apparenza quando ripone il suo unico bene nel piacere, volendo godere, e godere subito. Questa tendenza deviata agisce sulla libertà con l'illusione e con l'allettamento.

Oh! quando con lo sguardo penetriamo nell'ultimo di noi stessi, vi troviamo davvero di che spaventarci! Per vedervi addentro con più viva luce facciamo questa strana supposizione; non vi è più né inferno da paventare né Dio da amare; non vi è più reputazione da tutelare né danni da temere... Domandiamo adesso: fin dove giungerebbero i nostri eccessi, e quale sarebbe la nostra vita?...

Sarebbe precisamente tale. quale la farebbero le nostre inclinazioni se non fossero per nulla frenate... Ora, queste inclinazioni esistono in potenza, e sono, ohimè! In noi stessi. Quale tirannia! se a questa forza innata si aggiunga quella dell'abito?! La libertà si trova allora asservita ed indifesa; l'orrore del male non ci fa più provare i suoi istintivi ribrezzi; le cattive inclinazioni ingigantite ci travolgono come un torrente, e l'esperienza delle debolezze passate ci toglie tutto il coraggio; ora, quali abitudini dolorose, forse anche dispotiche, si vanno formando a cagione di numerose cadute!

Chi strapperà questa vittima alla morte? Solo la misericordia di Dio! Chi costringerà la misericordia ad agire? L'umiltà! - Vi sono state persone che anche mentre si trovavano ingolfate nelle loro colpe si sono gettate fra le braccia dell'umiltà come in un luogo di rifugio, e la misericordia non le ha respinte…

III. Il mondo e il demonio

Nulla agisce tanto sull'uomo quanto la condotta degli altri. Come per istinto crediamo che possa farsi quel che tutti fanno: e contro questa irragionevole persuasione, non vi è ragionamento che valga.

I Santi che non sono spiriti forti a quel modo che siamo noi. conoscono quanta sia la potenza del demonio e quanta la sua attività. Ma la sua influenza non è forse più fatale in coloro che non le danno importanza alcuna?

Ora, noi non possiamo uscire dal mondo, né sfuggire all'influenza del demonio. Lo spirito del mondo ci snerva, il demonio con la sua scaltrezza spia il momento opportuno. Complici delle nostre inclinazioni, non possono forse unire le loro forze per trascinare la nostra imprevidente libertà? Cosa mai diverremmo se il nostro orgoglio, alienandosi il Cuore di Dio, ci abbandonasse in balìa di tali avversari?

IV. Le circostanze

Questi casi desolanti permettere Dio che si avverino, oppure li eliminerà? Una volta ingaggiati nella lotta, ci verrà in aiuto permetterà che cadiamo? E’ il segreto di Dio. Ma se Egli allontana il pericolo, e se ci dà forza per resistere, lo fa concedendoci una grazia a noi punto dovuta... La nostra dipendenza è dunque schiacciante!

O mio Dio! voi conoscete il corso di tutti gli eventi... prevedete quei giorni in cui la prostrazione ci snerva, nei quali l’anima rimane abbattuta, e si abbandona...

Voi vedete quelle rilassatezze che ne seguono e che incatenano il vigore e l'energia della volontà... Ma prima di decidervi a prestarle aiuto speciale, voi date uno sguardo alle disposizioni di quest'anima in pericolo. Se, la scorgete umile e sottomessa allora le stendete la mano ed è salva!.. Se la vedete gonfia d'orgoglio le voltate la faccia, ed è perduta!

O Dio, o Padre, io non ho paura di Voi: ho paura soltanto di me; ma non avrò per nulla paura di me se mi nascondo nel seno della vostra misericordia. Sì. mi ci voglio nascondere e non voglio uscirne più. Ne studierò con amore le leggi benefiche; v'imparerò ad essere mite, indulgente con gli altri, come Voi siete con me; a non esigere alcuna stima per qualsiasi pregio che abbia; a lasciare a Voi la lode del bene, che del resto non mi appartiene. O Dio, o Padre, accetterò tutte le pene della mia vita, tutti gli oblii, tutti i disprezzi, tutte le delusioni, tino le più profonde umiliazioni, come l'azione concorde della vostra giustizia e della vostra misericordia. come il fattore provvidenziale della mia riabilitazione presente e della mia grandezza futura.

O Dio. o Padre, e non mi avete forse dato il vostro figlio Gesù? Con Lui. io sono sicuro di Voi. — Vivendo di Lui, io sono sicuro di me. — O Gesù, venite nel mio nulla, riempitelo, animatelo. Viviamo insieme... Insieme amiamo, progrediamo insieme!

O Dio, o Padre, Voi mi fate sentire la mia impotenza perché mi volete condurre fra le vostre braccia. — Fra le vostre braccia. e continuamente sopra l'abisso... quale felicità! Io dipendo da Voi... e mi stringo più fortemente il vostro seno adorato!

Proposito. — Commiserare la mia stolta e vana sicurezza, supplicare Iddio a liberarmi dalla mia cecità.

CHIARIMENTI

su le due precedenti meditazioni.

Dall'analisi di ogni vita, sia dell'anima che del corpo, perfino di quella della pianta riceviamo quasi inevitabilmente una impressione mista di sorpresa e di spavento. Tutto ci si presenta così delicato, complicato e fragile che temiamo ad ogni momento di vedere quel povero organismo vittima del più leggero accidente. La lettura di libri di medicina, per esempio, produce in generale questa impressione.

Felicemente, per reagire, si ha qualcosa di meglio dell'analisi, abbiamo l'esperienza. Sembrerebbe infatti che il nostro essere non potesse vivere, ma invece vive; che non potesse durare a tante cause di distruzione, e invece resiste... Cosi è anche nell'ordine soprannaturale. L'analisi delle leggi che lo governano fan temere ad ogni istante, ma la realtà dei fatti tempera le nostre apprensioni. È sempre pronta, per rimediare a tutto, quella meravigliosa azione, che, nell'Universo, chiamasi Provvidenza, e che qui prende un nome assai più consolante, quello di Misericordia.

l. Non vi è un sol cristiano che non abbia la forza di evitare ogni peccato mortale, e quella di rialzarsi qualora vi cada.

2. Non vi è un'anima sola che mediante la preghiera non possa ottenere tutto ciò che le manca, e che sia anche per un solo istante privata della forza di pregare.

3. Ciò che forse non possiamo oggi, lo potremo domani, se facciamo buon uso delle grazie minori che ci dispongono a ciò. (Gratiae remotae sufficientes).

4. Certi aiuti che non ci sono a tutto rigore dovuti, tuttavia ci saranno infallibilmente dati: e che ci importa del rigoroso diritto a questi aiuti, se ci pervengono ugualmente e con ogni certezza per grazia?

5. Nel giorno del giudizio, ogni anima sarà costretta dall'evidenza a confessare che Iddio è stato buono e fin troppo buono con essa; non ci sarà eccezione alcuna a questa regola, perché siamo sotto il regno della misericordia) e non lo dimentichiamo, sotto quello dell'umiltà.

NOTA. — Leggere nel Trattato dell'Amor di Dio i capitoli nei quali S. Francesco di Sales tratta questa questione con la sua consueta sodezza di dottrina e con la sua solita chiarezza.

(Libro IV, Cap. VII e seguenti ).

V MEDITAZIONE

1° Esercizio

Le nostre colpe.

Primo punto: Esame della causa. Secondo punto: I motivi del giudizio

Preparazione per la vigilia

Entriamo con coraggio in questa terra desolata; proponiamoci di farvi una seria esplorazione. Troppo spesso t'abbiamo percorsa con occhio distratto, come una via ben nota nella quale niente ci colpisce.

Si tratta di vedere bene noi stessi, e di giudicarci bene dal punto di vista del nostro merito. Non lasciamoci dominare da questa idea che forse ci accompagna nelle nostre umilianti verifiche: Non sono mica solo! Forse, perché anche altri sono peccatori, siamo noi meno colpevoli? Perché una prigione è piena di delinquenti, ciascun d'essi meno spregevole? L'uomo tanto è, quanto è nel cospetto di Dio : " Tibi soli peccavi s (Salmo50, 6).

Anche se l'uomo non avesse altri testimoni che se stesso. la propria coscienza, la propria dignità ed il proprio ideale, avrebbe tuttavia in essi tre grandi voci che l'accuserebbero senza riguardo alle colpe commesse dagli altri.

E, d'altra parte, quale posto ci spetta fra i peccatori? Lo ignoreremo fino all'ultimo dei giorni. Non dal numero e nemmeno dalla gravità apparente delle colpe, sono calcolali i gradi di reità.

Consideriamo più avanti quale sia l'atteggiamento che ci impone l'umiltà di fronte agli altri; qui dobbiamo unicamente ricercare qual sia il giudizio che dobbiamo dare di noi stessi e del nostro operato; e se arriveremo a persuaderci ragionevolmente che il nostro valore personale è ben poca cosa, e se ci sentiremo veramente miserabili davanti a Dio ed alla nostra coscienza, ci riuscirà molto facile guardarci dal disprezzare il prossimo, ed evitare ogni arroganza ed ogni suscettibilità.

Saremo anche abbastanza logici per non pretendere una stima speciale che sappiamo di non meritare.

O mio Dio, Voi mi aiuterete a conoscermi al lume della verità! Voi mi proteggerete dall'illusione, la quale coprirebbe di un velo la gravita delle mie colpe, e dall'esagerazione che non concluderebbe niente di solido. Voglio giudicarmi a quel modo che mi giudicate Voi. Non punirò dal preconcetto che, per essere umili, sia necessario credersi vili e miserabili più del vero; ma studierò la causa freddamente, con la libertà d'uno spirito indipendente, con il rigore di chi vuole asserire il vero; concludere con giustizia e nient'altro.

Meditazione.

Preludio. — Domandare la grazia d'una grande perspicacia per conoscere la mia vita, e d'una grande realtà per giudicarla.

I. L'esame della causa. —

1. I Fatti. È una specie di confessione generale ripetuta davanti a Dio solo. È una rassegna intima e dolorosa degli atti del nostro libero arbitrio.

Sarà bene dividere la propria vita passata in periodi successivi e fermarsi a ciò che in ciascuno di essi ebbe il predominio. Sarà molto utile fare una somma approssimativa almeno delle colpe più gravi. Si fisserà l'attenzione sopra i peccati più umilianti, purché non abbia a soffrirne l'immaginazione.

2. I motivi, i veri, quelli che non manifestiamo. — I motivi delle colpe sono sempre bassi: certi sono più vili. alcuni sono abominevoli. — In sostanza, abbiamo peccato per soddisfare noi stessi.

Perfino nelle nostre buone azioni ci vediamo l'intenzione viziata. Non ci furono esse ispirate qualche volta dal desiderio e dal bisogno, ohimè! di apparire migliori di quel che siamo?

3. Le grazie. Accanto alla storia dell'ingratitudine, la storia della misericordia: educazione religiosa privilegiata... posizione conveniente... grazie di pietà,... anche di fervore.... grazie di preservazione. Che saremmo senza di esse?... Pentimento forse atteso lungamente, provocato in un modo meraviglioso. Contiamo il numero delle assoluzioni e delle ricadute... Se non avessimo fatto assegnamento su questo facile perdono, forse avremmo commesso meno peccati...

Stupore nel riconoscere quanto la divina provvidenza sia buona e longanime. Stupore più grande ancora considerando la nostra ingratitudine, cosi stranamente persistente... E non eravamo felici!...

Il nostro atteggiamento dì oggi non è esattamente quello di uno che si pente, ma quello di chi si umilia: " Peccatum meum contra me est semper ". Le colpe sono cancellate; forse anche gli effetti. — Il fatto... mai!

II. Il giudizio motivato. — Quale confidenza meritiamo noi considerando il nostro valore personale? La confidenza ha per base la condotta e la fermezza d'animo. Ora, chi alterna continuamente colpe, pentimenti e di nuovo colpe, può dire di vivere come sì conviene?

Soccombere per cose da nulla, e, ciò tuttavia senza resistenza, per il solo fatto che è trascorso un poco di tempo, o perché l'abito è tornato all'assalto, significa, forse, essere padroni di sé?

Eppure avevamo fatto il proposito, ci credevamo cambiati. ed ecco, che siamo caduti di nuovo!... Cosa vale la nostra volontà? — Quante volte abbiamo esclamato: Ma è da pazzo! E la ragione che vedeva tanto giustamente, non riuscì ad alzare la voce ed a farsi intendere.

Qualche volta il più basso istinto ha talmente dominato l'intelligenza che l'ha perfino indotta a fornirgli delle ingannevoli giustificazioni…

A dire il vero, il mio padrone è stato il male, e non ho il diritto di avere confidenza in me.

L'onore ci è forse dovuto, se consideriamo la dignità personale? L'onore va di pari passo con la dignità. Ora, la dignità esige che teniamo sempre il nostro posto, che si sia fedeli alla parola data senza venirle meno. Quante volte, e fino a qual punto non ho io avvilito la mia dignità di cristiano, forse anche la mia dignità di uomo?

Non ho io introdotto nelle facoltà dell'anima mia, nelle disposizioni del mio corpo, un principio di degradazione? Il capriccio, la passione, l'egoismo, l'orgoglio non hanno spesso soppiantato, come moventi, il nobile amore del bene? E mi crederci degno d'onore!

— Ne è forse degno chi viene meno alla parola data? Alla parola data con perfetta cognizione di causa... data alla propria coscienza, al proprio confessore... A Dio stesso!... Un solo caso di questi basterebbe a disonorare un uomo di mondo, e le mie defezioni sono tante che mi è persino impossibile di contarle! E che dire poi se il mancare di parola fosse entrato nelle nostre abitudini, e se un tal abito ci avesse poi accompagnato per tutta la vita?

E non ho io perduta così tutta la mia dignità personale. e con essa ogni diritto anche all'onore più insignificante?

In ordine al mio ideale, dove mi trovo io?

Il mio ideale era la mia storia possibile, scritta dalla bontà di Dio... era la serie graduale dei doni che dovevano essermi offerti, se ero fedele... era la mia personalità in continui progressi e il mio destino che di giorno in giorno si ammantava di nuova bellezza.

Che ideale! ed invece quale realtà! Grazie rese vane, sforzi ricusati, diminuzione da ogni lato... Ad ogni perdono, quell'ideale veniva restaurato dalla misericordia, ma su basi meno larghe, finalmente veniva deturpato da ostinate e continue mancanze!....

Io vedo Dio che lavora incessantemente per rifarlo, e vedo me che, purtroppo, lavoro con accanita ostinatezza per disfarlo. L'ideale realizzato sarebbe stato la bellezza, la nobiltà del mio essere... Cosa ne ho fatto io? E che sono io? Deformità, bassezza, un vero contrasto!... L'azione di Dio e venuta meno in me grado a grado; la sua immagine è impallidita, la sua gioia si è estinta! Ah! io non ho altro rifugio che la confusione, l'accusa, il pentimento... L'unico mio rifugio è la più sincera umiltà! O Dio magnanimo, Voi non sapreste percuotere colui che si umilia. O Dio di pietà. Voi vi commuovete alla vista del mendico che mostra i poveri cenci delle sue colpe. In questo povero, o Dio. o Padre, ravvisate benché deturpati, i lineamenti di Gesù, vostro Figlio diletto. Permettete Voi che il suo sangue degeneri in me? Non avrete compassione della sua gloria?

La sua gloria? oh! quanto pura e grande sarà se d'un essere miserabile riuscirete a fare una nuova creatura, onesta e bella, soave e forte, fidente e generosa…ma soprattutto, veramente umile!

Allontanate da me, per l'avvenire, ogni colpa, io non voglio più cadere; ma lasciatemi, se e necessario, miserie umilianti: lasciatemi, principalmente, l'impressione viva della mia bassezza, affinché m'accompagni nei miei progressi personali e negli esiti felici del mio zelo; affinché stimoli incessantemente la mia riconoscenza, il mio desiderio di riparazione, e, in una profonda umiltà, l'Amor sacro, la vostra vita, la mia. frutto divino della vostra misericordia e delizia del mio pentimento.

Proposito. — Confusione d'un infelice tradotto dinanzi ai tribunali, e che ascolta gravi accuse. Trascorrere la giornata sotto questa impressione.

VI MEDITAZIONE

3° Esercizio

Preghiera di S. Agostino pubblicata dal Pontefice Urbano VIII.

Dinanzi agli occhi tuoi, o Signore, portiamo le nostre colpe e ti presentiamo le piaghe, che abbiamo ricevuto.

Se pensiamo al male commesso, minore è quello che patiamo, maggiore è quello che abbiamo meritato.

Più grave quello che abbiamo compiuto, più lieve quello tollerato.

Sentiamo la pena del peccato, ma non evitiamo la perseveranza nel peccare.

La nostra debolezza è travagliata dai tuoi flagelli. ma non muta la nostra iniquità.

La mente ammalata è tormentata, ma la volontà non piega.

La vita sospira nel dolore, ma non si emenda nell'opera.

Se aspetti non ci correggiamo, se ti vendichi non sopportiamo.

Confessiamo nella correzione le nostre male opere, ma dimentichiamo dopo la tua visita ciò che piangemmo.

Se stendi la mano, promettiamo di fare; se ritiri la spada, trascuriamo le promesse.

Se colpisci, gridiamo di risparmiarci; se ci risparmi ti provochiamo a colpire di nuovo.

Sai che sono colpevoli, o Signore, quelli che si confessano; sappiamo che, se non perdoni, a ragione ci annienti.

Dacci ciò che senza merito chiediamo, o Padre onnipotente, che ci creasti dal nulla perché ti invocassimo. Per Cristo Signor nostro. Così sia.

Preparazione per la vigilia

Nell'acquisto d'una virtù, la convinzione è, certamente. la prima forza, la prima in ordine al tempo, ma il sentimento è forse una forza più penetrante ed anche più decisiva. La sua infiammata espressione commuove tutta l'anima e la rende più cosciente dei motivi stessi che l'hanno stabilita.

La convinzione è un atto dell'intelletto, l'espressione del sentimento è un atto della volontà: ora, è nella volontà che si forma e si perfeziona la virtù, cioè l'inclinazione agli atti e la facilità a compierli. Domani adunque avremo un solo intento: inabissarci nell'umiliazione. Con accenti usciti dal cuore d'un santo, deploreremo le nostre ingratitudini, gli artifìci del nostro egoismo, le nostre ricadute senza fine; e cosi, con gli entusiasmi della confidenza, voleremo nel seno della misericordia, abbandonandoci completamente fra le braccia di Gesù Salvatore.

O mio Dio, preparatemi per domani un cuore più acceso, un cuore che si commuova, un cuore che almeno si sforzi di sentire!

Non vi chiedo lacrime, ma un vero dolore,

O mio Dio, determinate nell'anima mia questa inclinazione all'umiltà che sola fa gli umili, ma rianimatemi mediante la confidenza che sola genera i forti.

Di mio posseggo solo colpe e miserie, è vero; ma posso avere da Voi le ricchezze e la bellezza di Gesù. O vita di Gesù, come un seme divino degnati di gettare anzitutto le tue radici nel letame di queste miserie; un giorno tu fiorirai in ciclo.

Meditazione.

Preludio

Ante oculos tuos, Domine, culpas nostras ferimus

Aggravati ed oppressi portiamo dinanzi ai vostri occhi il pesante e lurido fardello delle nostre colpe, o Dio giusto. o Dio Padre! Et plagas quas accepimus conferimus, e le piaghe che ci hanno fatto i nostri peccati ve le mostriamo. Esse sono deformi, ci fan molto soffrire e ci cagionano e mantengono in una debolezza estrema perché sono e numerose, e profonde, e mal cicatrizzate.

Si pensamus malum quod fecimus, minus est quod patimur, maius est quod meremur

In flagellis nostris infirmitas nostra teritur et iniquitas non mutatur

O cuore umano, o cuor mio, quanto sei debole e facile a farti trascinare!.. quanto sei incostante e facile a cambiare!... Tu soffri per il peccato e vuoi soffrire ancora... Ti senti ammalato e non vuoi sinceramente guarire!... Gemi sotto le tue catene, e sempre te le trascini appresso!

Si expectas, non corrigimur

Si vindicas non durarnus

Si ferias, clamamus ut parcas. si peperceris provocamus ut ferias

Habes. Domine, confitentes reus! Novimus quod, nisi dimittas, recte nos perimus

Praesta, Pater omnipotens, sine merito quod rogamus, qui fecisii ex nihilo. qui te rogarent per Christum Dominum nostrum

In questa lunga litania delle nostre miserie, studiamo l'azione dell'umiltà.

Essa parla, geme, commuove.

Essa pone Iddio nel suo vero posto, e da a noi l'atteggiamento che ci conviene.

Le nostre lacrime attirano la misericordia e sopra la nostra fronte umiliata discende il perdono.

Essa fa scomparire la nostra triste personalità, per mettere Gesù al suo posto...

Supponiamo che l'orgoglio voglia rialzare la testa…quale confusione e qual castigo! L'orgoglio non saprebbe commuovere né il cuore di Dio né il nostro!

" II trono della misericordia di Dio è la nostra miseria ", diceva S. Francesco di Sales.

La via del Cuore di Dio verso il nostro e del nostro verso il suo, è l'umiltà.

Appena le nostre miserie sono tocche dai riflessi di questa virtù, subito si rivestono di soprannaturale bellezza. Appena sono tocche dalla misericordia, si trasformano in amore.

Proposito

VII MEDITAZIONE

14° Esercizio

Nel cospetto dei Santi.

NOTA. — Se s'intende dedicare soli trenta giorni a questo esercizio, debbono unirsi in una le due meditazioni che seguono. Quantunque si aggirino su cose differenti, fanno capo ad un medesimo fine; la viva impressione della nostra umiliante mediocrità.

Preparazione per la vigilia

1. Come al piede di alte montagne o nel cospetto dell'immensità dell'Oceano proviamo un'impressione di grandezza che ci schiaccia, così proviamo questa stessa impressione nel cospetto dei Santi. Non contentiamoci di questa impressione generale, ma osserviamo attentamente anche i particolari della loro superiorità; virtù, sentimenti, opere... ed allo stesso tempo, e con lo stesso sguardo, consideriamo le nostre virtù, i nostri sentimenti, le opere nostre!

Fra gli ignoranti, l'uomo che sa leggere fa il sapiente; ma l'ammirate voi? Ebbene ripensate a quei sentimenti di vana stima che vi tributano coloro che vi circondano, se sono gente da poco.

2. Ma è forse necessario, per conoscere esattamente quello che valiamo, paragonarci ai santi che sono l'eccezione? Sì, dal momento che si pretende una stima particolare. Infatti, il criterio per giudicare del merito si trova, non già in ciò che è mediocre, ma nel sublime. Vi è, forse, da inorgoglirci se, per esempio, ci riconosciamo meno bassi d'un miserabile?

3. Considerando coloro che hanno raggiunto la massima perfezione, possono nascere due sentimenti: quello della viltà che, non sentendosi la forza di ascendere così in alto, ricusa anche di tentarne l'impresa, e quello della magnanimità che ripete con S. Agostino: " Si isti et illi, cur et non ego? Perché io non potrei operare ciò che hanno operato gli altri? ", Le lacrime d'una santa emulazione bagnano le pupille, un'emozione quasi violenta infiamma e solleva il petto, e si grida con gli occhi rivolti al cielo : " omnia possum in eo qui me confortat, Io posso tutto in Colui che è la mia forza " (Filip. 4, 13).

L'orgoglioso considera l'insufficienza dei suoi propri mezzi, e si avvilisce: l'umile considera anche la grazia divina e si slancia. Voi, mio Dio, mio Padre, che fate i Santi, plasmatemi d'umiltà. Io sarò nelle vostre mani questo infimo, ma cedevole e malleabile limo che si presta a ricevere alcuni lineamenti della vostra immagine.

Meditazione.

Preludio. — Domandare la grazia di sollevarmi tanto nella considerazione della bellezza morale dei Santi, da sentire il bisogno di disprezzarmi profondamente.

L'Apostolo.

— Un S. Pietro, un S. Andrea, un San Paolo... È dimentico totalmente di se stesso; lo Spirito di Dio lo possiede e governa; lo zelo che gli arde in petto vorrebbe salvare tutti gli uomini, anche il povero schiavo.

— Le fatiche, le persecuzioni, la spada lo infiammano ancora di più; le verghe —dolorose ed umilianti lo fanno gioire.

— I miracoli lo accompagnano. Città, popolazioni si prostrano dinanzi a lui... Egli muore, il suo sepolcro e l'umiltà: la data ed il luogo della sua morte rimangono spesso ignorati. Oh! il mio zelo! il mio coraggio! la mia abnegazione! le mie conquiste divine! i miei doni personali! io vi guardo con pietà, e la vista del mio orgoglio mi ricopre di confusione!... Ed io accetto le lodi; ed io mi compiaccio di quel poco che faccio!

Formi accanto ad un Apostolo e misurarmi con lui... quale umiliazione!

La Vergine Martire

— Una Santa Lucia, una Santa Agnese, una S. Agata

— Essa non ha amato che Gesù, e lo ha amato con una casta passione. L'anima di lei è un cielo nel quale la luce si spande pura e soave. Non l'ombra di un pensiero molesto. L'amore ha sempre in lei dominato, e non ha lasciato luogo alle fantasie dei sensi.

Appartenere ad un uomo.,.. giammai!... Giunge le mani, prega, e, sorridente, porge il capo al carnefice…cade la sua testa... ma par che preghi e che sorrida ancora: morire, vuol dire appartenere a Gesù! " O quam pulchra est casta generatio cum claritate! Come è bella questa nobile generazione nella sua candida purezza! " (Sap. 4, 1).

A questo candore, a questa pace, a quest'amore soave, proviamoci ad opporre la nostra anima e la nostra vita... Immaginazione, sogni, agitazioni, lotte... tutto il passato che mi sfugge, e che Dio ricorda!... Oh! non siamo orgogliosi della virtù che conserviamo, forse riparata, ma sempre tanto imperfetta!

L'Anacoreta

— Un S. Antonio, un S. Pacomio, un S. Ilarione... Seguiamolo nel deserto. Oblio e silenzio intorno a luì! L'occhio di Dio è l'unico astro che illumina la sua vita.

— Preghiere quasi continue.

— Sonno e cibo tanto quanto basta per allontanare la morte! Spaventevoli mortificazioni tutti i giorni, tutte le notti, finché duri la vita!

Veder me accanto ad essi. io che mi prendo tutti i comodi della vita! Forse è per necessità!... Ma qual derisione, se mi si crede mortificato; quale onta se lo credessi io stesso!... Oh! quanto mi è facile vedermi piccolo e farmi umile!

Il Dottore della Chiesa

— Un S. Ambrogio, un S. Agostino, un S. Giovanni Crisostomo, un S. Tommaso... La sua scienza è si vasta e profonda che ci confonde anche oggi. L'influenza ch'egli esercita sopra il suo secolo e che eserciterà sino alla fine dei tempi, fa fede del suo grande valore.

Ed io sarei orgoglioso per un po’ di dottrina, forse senza sostanza e senza valore, d'una dottrina sempre insufficiente e che si trova del resto in migliaia di libri! Ed io gioirei, d'una gioia stolta, nel vedere che la mia influenza si estende appena a cento passi di distanza!...

L'anima contemplativa

— Eccoci alla suprema gerarchia delle anime. Un S. Francesco d'Assisi, una S. Caterina, una S. Teresa.

Quali ascensioni! e da queste altezze, quali orizzonti, quali slanci! Ed in questi amplessi, quale amore, quale unione!... Purità, lucidità smagliante di tutte le loro facoltà intellettuali; incendio di tutte le loro facoltà effettive; supremo distacco; operazioni meravigliose... anime in qualche modo fuse e liquefatte che si modellano mirabilmente sul Cuore di Dio!

In ginocchio, con gli occhi in alto. io guardo questa visione che si eleva, al cui splendore io apparisco rozzo ed offuscato... Sono io della stessa natura? Che sono le mie preghiere e cosa mai producono? Qual è la mia applicazione a Dio? Il mio amore addiviene forse incessantemente più puro. più alto, più intimo, più acceso, più infuocato?

Le anime sconosciute

— Esse saranno vissute lavorando. pregando e soffrendo... Facevano il bene così tacitamente che non se ne è avuto nessun sentore... Dio solo seppe delle grazie concesse per loro intercessione... Altri avranno raccolto la messe delle opere che esse avevano seminato...

Quanto eroismo in certe vite di povere donne, continuamente alle prese con i disagi della vita! Al vederle calme e tranquille si crederebbero felici; e sono tali di fatto..., ma ad un'altra maniera. Forse ne abbiamo conosciute... oseremmo paragonarci a loro?

Proposito. — Tenere presente uno di questi quadri. Richiamarlo spesso alla memoria nella giornata.

VIII MEDITAZIONE

140 Esercizio bis

Nel cospetto di Dio.

Preparazione per la vigilia

Disponete le vostre cose in modo che domani possiate dedicarvi più a lungo alla meditazione e con molta tranquillità esteriore. Abbiamo bisogno di prolungare la nostra attenzione per scandagliare i misteriosi splendori dell'Essere per eccellenza. Tutte le facoltà dell'anima nostra hanno bisogno d'un grande raccoglimento per poter penetrare queste considerazioni che nulla hanno di sensibile.

1. Mediterete ad una ad una le perfezioni divine e loro contrapporrete le vostre vacuità e le vostre brutture. Un tal contrasto è insieme facile, suggestivo e penetrante: ne ricaverete sentimenti d'umile confusione i quali vi accompagneranno nella pratica. Sentirsi umiliati, annientati dinanzi a Dio dispone più di quel che non sì creda a non atteggiarsi a gran che davanti agli uomini.

2. Considerate, fin da questa sera, quale sia la tendenza che più vi molesta o quale sia il genere di colpe più umiliante della vostra vita, e proponetevi di opporla a quella perfezione divina che ne porrà meglio in evidenza la bruttezza per il contrasto: la inalterabile purità opposta alle nostre brutture, la serena immutabilità opposta alle nostre incostanze, la pace suprema alle nostre abluzioni ed alle nostre turbolenze, ecc.. ecc.

Meditazione.

Preludio. — Domandare la grazia di provare tale impressione delle grandezze divine, che distrugga ogni sentimento di vana stima personale.

Dopo di aver contemplato i Santi innalziamoci a contemplare Iddio. Simile a goccia d'acqua tremolante nel cospetto del maestoso Oceano, simile a scintilla tra i fasci di luce del sole è la santità dell'uomo dinanzi alla perfezione di Dio!

Attributi divini, abissi misteriosi nei quali il pensiero si sperde con un turbamento che rapisce, se vi svelate alquanto ad alcune anime privilegiate, rimanete però impenetrabili per la maggior parte delle creature. Il cuore dev'essere così puro per penetrare nei vostri abissi! L'intelletto ha bisogno di tanto raccoglimento per udire i vostri alti silenzi!.,. Non ci proveremo a tracciare qui un cammino che vi renda accessibili a tutti, e faremmo cosa del tutto inutile, se volessimo offrire il nostro aiuto a coloro che hanno saputo trovare il cammino della luce. Permettete che solo vi salutiamo passando: permetteteci che poniamo a contrasto la nostra piccolezza con la vostra maestà. Così pure usano gli scultori di collocare una figura alla base di un grandioso monumento per farne meglio risaltare la schiacciante dimensione.

O Dio! Voi siete l'onnipotenza; ed io l'infinita debolezza! Voi siete l'immensità; ed io un punto impercettibile nello spazio! Voi siete la sapienza, la pace. l'armonia, l'ordine; ed io, l'errore, l’imprevidenza, l'ansietà, il turbamento, il disordine...

Voi siete la santità senza macchia, pura. eccelsa, perfetta. necessariamente nemica d'ogni male; ed io, il difetto, la cupidigia, il peccato!

Voi siete l'immutabilità : quale siete, tale rimarrete per sempre; ciò che pensate, ciò che volete, lo pensate e lo volete eternamente; ed io sono l'insussistenza, l'incostanza. Le mie impressioni ed i miei gusti dipendono da una nube che passa!..,

Voi siete la bellezza senza macchia, senz'ombra, senza tramonto: tutto ciò che sulla terra ci seduce, c'incanta, ci strappa a noi stessi, non è altro che un lontano riflesso della vostra incantevole bellezza! Volta del cielo col tuo dolce azzurro, e le tue cogitabonde stelle; tepide aurette di primavera olezzanti del profumo di mille fiori; grandi voci delle foreste e delle acque, che cantate le armonie della natura; fasci di luce, che in ogni parte destate sorrisi ed incanti, che siete voi?... Un lieve moto, un'apparenza. un niente!

Anima dell'uomo, genio dell'uomo, che siete voi?... un riverbero alquanto più nobile della mente eterna di Dio. ma sempre un semplice riverbero! Cuore dell'uomo, sorgente di tutti i nostri affetti; focolare di tutti i nostri eroismi; più grande, più nobile di tutto il nostro essere, per il tuo amore, non sei altro che una scintilla a paragone dell'amore monito!

Questo quadro delle perfezioni di Dio in contrasto con le nostre indicibili miserie, fa sorgere considerazioni e sentimenti diversi:

1. Che sono io accanto a Lui? e se oso paragonarmivi quale derisione! Dunque sentire il vuoto dell'orgoglio.

2. Cos'è l'offesa di Dio?... un attentato a tutte le sue perfezioni. — Tutte le sue perfezioni si levano contro di noi e ci condannano. — È un insulto, una profanazione, una follia.

Quanto sarebbe bella e soave l'umiltà generata da questi due sguardi: sguardo su Dio, sguardo su di me...

— Sguardo su Dio, sguardo calmo ed estatico! Sguardo su di me. sguardo mesto e riconoscente ma sempre umile!... Quanto farebbe bene al cuore il gridare allora, come S. Francesco, a nottate intere: " Mio Dio e mio Tutto! Mio Dio e mio Tutto! ". Umiltà d'amore e di adorazione.

Proposito. — Onta dei miei cenci, onta più profonda del mio orgoglio — santa emulazione pure. E non mi è stato dato Iddio per modello? Di che ha bisogno l'onnipotenza per fare un santo di me? Di molta umiltà da parte mia.

SGUARDO D'INSIEME

retrospettivo alla Seconda Settimana

Gioverà ora ritornare sul cammino percorso in questa settimana, per abbracciare in uno sguardo d'insieme le varie ragioni, già considerate ad una ad una, che ci hanno convinto della nostra nullità e miseria. Questa sintesi ci convincerà meglio ancora e ci compenetrerà più profondamente. Per quanto l'umiltà sia virtù della volontà, la cognizione di quello che noi siamo e che noi possiamo nella realtà è fondamentale e noi dobbiamo insistervi. Se noi saremo attenti, queste ragioni avranno una forza decisiva e addirittura schiacciante sul nostro spirito. Esse sono tante e tanto grandi, nell'ordine della ragione e, molto più ancora, della fede, da darci l'impressione che Dio abbia come voluto circuirci di barriere contro l'orgoglio e la vanità.

1. Anche secondo la semplice ragione:

a) Noi eravamo nulla. È stato Dio che, per pura bontà sua e senza alcun nostro merito, ci ha chiamati all'essere ed alla vita.

b) Anche l'essere stesso che noi abbiamo attualmente è qualche cosa di fragile e di posticcio; un regalo continuo del Signore che ci conserva, protraendo, per cosi dire, il suo atto creativo a nostro riguardo. Tutto ciò che siamo e che abbiamo è di Dio.

c) Per quanto noi abbiamo essere e vita, facoltà e doti, non possiamo tuttavia far alcuna cosa se Dio non concorre e non coopera con noi nella nostra azione. Ed in questa azione è maggiore la parte che ha il Signore che non la nostra, "Quid ? Che cos'hai che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché ti glori come se non l'avessi rìcevuto? " (1 Cor. 4, 7).

habes, quod non accepisti? si autem accepisti, quid gloriaris quasi non acceperis

2. L'esperienza dimostra ancora più la nostra miseria mille e mille debolezze e mancanze nostre; pro innunerabilibus peccatis et offensionibus et negligenliis meis. come ci fa ripetere la Chiesa nella S. Messa, all'offertorio, insieme al Sacerdote. Peccati e colpe spesso anche gravi. Questa è la nostra triste privativa, quello che possiamo fare noi! Possiamo gloriarcene? Non c'è piuttosto da confonderci e da umiliarci?

Tanto più se consideriamo i mezzi grandi di santificazione e le grazie che ci ha fatte e ci fa continuamente il Signore: ambiente di bontà in cui viviamo, educazione cristiana, sacramenti, ispirazioni, ecc. Eppure siamo tanto miserabili e tanto deboli! Sono queste le doti e le grandezze di cui si pasce il nostro meschino orgoglio?

3. La fede apre molti orizzonti all'umiltà che è verità.

A) E’ certo che, anche se siamo giusti, anche se, cioè, abbiamo la grazia santificante, noi, tuttavia, non possiamo, senza un continuo aiuto speciale del Signore, stare un tempo notevole, più o meno lungo, senza cadere in peccato mortale. " Non c'è peccato commesso da un uomo qualsiasi, che non possa commetterlo anche un altro uomo, se non gli tenga la mano sul capo il Creatore dell'uomo " (S. Agostino).

Non puoi conservare la grazia santificante con le sole tue forze, perché:

— lo spirito è pronto, ma la carne e debole (Matt. 26, 41). Vorresti, sì, però non hai le forze.

— Sei uno che devi combattere contro tre : il mondo, il demonio, le tue passioni.

— Molti, più forti di te, hanno perduta la grazia.

— I Santi l'hanno conservata: non per abilità naturale, ma per l'aiuto di Dio.

— Anzi : chi dice di avere da sé la forza di non perdere la grazia di Dio, dice un'eresia.

È necessario che il Signore ti aiuti se vuoi conservare la grazia. Tale aiuto si ottiene con l'umiltà : " humilibus dat gratiam " (1 Pietro 5, 5). Perché l'umiltà prega, e la preghiera è il grande mezzo di salvezza.

b) E’ di fede che nessuno può, per un tempo notevole, evitare tutti i peccati veniali, almeno semideliberati, senza una grazia di privilegio, che non consta essere stata concessa se non alla Ss.ma Vergine,

c) Come l'occhio senza la luce non può vedere, così noi siamo spiritualmente tanto ciechi, che, senza la grazia attuale, pur avendo la grazia santificante, non possiamo conoscere il bene. Ed egualmente senza la grazia attuale la nostra volontà non può volerlo ; " video meliora proboque. Deteriora sequor. Senza la grazia non possiamo nemmeno conoscere di averne bisogno " (S. Agostino).

d) Senza una rivelazione speciale non possiamo essere propriamente certi del nostro stato di grazia : né possiamo avere al più solo una certezza morale, che basta, sì, ad evitare ogni ansietà, ma non ci rende assolutamente sicuri. Nemmeno possiamo, essere sicuri della nostra predestinazione e della nostra perseveranza finale, che è magnum donum della misericordia divina. E questo anche dopo anni ed anni di vita buona e di opere sante. Solo la preghiera, la preghiera umile e fiduciosa, può ottenerci infallibilmente un tale dono. La preghiera che si appoggia e trova la sua forza non in noi e nel nostro valore, bensì unicamente nella misericordia e bontà di Dio, che ci da generosamente quello che noi non potremmo in alcun modo meritare. La preghiera diventa così la nostra salvezza, come per il povero che non ha nulla e muore di fame lo stendere la mano supplicando : " Chi prega certamente si salva: chi non prega certamente si danna " (S. Alfonso). Ma tutto ciò deve farci sentire sempre più la nostra assoluta impotenza, e il bisogno che abbiamo di essere umili, sommamente umili. Un povero che sia arrogante e pretenda, invece di chiederlo, ciò che egli stesso non ha né può avere da se solo, irrita ed indispone piuttosto che ottenere. Egualmente noi " mendici Dei sumus ", siamo i poveri che chiedono la carità al buon Dio; non indisponiamolo ne allontaniamolo da noi con l'orgoglio! " Oratio humiliantis se coelos penetrabit (Eccles. 35, 21).

Quanto dobbiamo quindi essere umili! " Cum metu et tremore salutem vestram operamini " (Filip. 2, 12).

e) Una delle ragioni per cui il Signore non ha voluto toglierci il fomite della concupiscenza e l'ignoranza è stata questa: perché fossimo umili, " affinché, come dice S, Agostino, in noi rimanesse sempre il testimonio del peccato ". Quanto effettivamente serve a tenerci umili e a non presumere di noi e delle nostre forze lo stato continuo di lotta e dì tentazione che noi proviamo; la triste possibilità di cadere e di dare al Maestro divino il bacio del tradimento!

4- Aggiungiamo il confronto di noi, della nostra virtù, o, meglio, della nostra piccolezza e miseria, coi Santi, i veri ed i grandi Santi: contrasto di purezza, di zelo, di sacrificio e di dedizione... Essi, figure giganti di santità; noi figure cosi meschine, anche se chi ci circonda ci stima e ci crede virtuosi! Troppo spesso la nostra virtù non è se non esteriore, interessata e piuttosto dell'ambiente che nostra; povera virtù a scartamento ridotto!

Che dire di noi e del nostro nulla di fronte alla grandezza infinita di Dio? Meno che una piccolissima goccia in confronto dell'oceano immenso! Come diventa ridicolo il nostro crederci qualche cosa!

Sono considerazioni che dobbiamo trasformare in convinzioni profonde, perché ci diano la cognizione vera di noi e della nostra, miseria. Cerchiamo di approfondirle e di immedesimarcene. Che tali pensieri diventino in noi qualche cosa di nostro, di abitualmente nostro e come di istintivo in noi. Che essi penetrino la nostra mente, il nostro spirito e il nostro cuore, diventando cosa vissuta, sentita e amata. Allora sarà la vera umiltà, e con l'umiltà la santità.

TERZA SETTIMANA

Gesù umile

PREPARAZIONE ALLA TERZA SETTIMANA

Prepariamoci a queste meditazioni con rispetto: Gesù è Dio. — Con docilità: Gesù è maestro. — Con confidenza: Gesù è buono.

Egli, egli stesso c'invita per ammaestrarci! — O dolce avviamento, o dolce commercio, o dolce speranza! — Gesù ha i suoi esempi, le sue lezioni, i suoi segreti.

Egli cammina dinanzi a noi con i suoi esempi, per mostrarci come dobbiamo essere umili.

Con le sue parole illustra i suoi esempi.

Con i suoi segreti ci svela l'umiltà del suo cuore: " Mitis sum et humilis corde " (Matt. 11, 29). Tuttavia, Egli riserba questa alta dottrina per i piccoli e per quelli che vogliono essere tali: " Revelasti ea parvulis " (Matt. 11, 25).

Il cuore è un focolare; talvolta il suo calore addiviene luce: meditiamo in una maniera affettiva. — Ma la grazia, più che il cuore è luce: attiriamola radiante dentro di noi.

O Spirito Santo, Spirito Creatore, create in me idee e voleri nuovi, una terra nuova, un nuovo cielo. Insegnatemi Gesù, " datemi di Gesù: De meo accipiet et annuntiabit vobis " (Giov. 16. 14). lo voglio essere umile, come Gesù, e per mezzo di Lui.

Questa settimana ci farà progredire nella conoscenza dell'umiltà perché porrà in maggior luce le verità già meditate, ed allargherà maggiormente i nostri orizzonti. — Ci allunerà alla pratica di queste virtù, con tutta la forza del più autorevole esempio.

Possa essa trasformare veramente il nostro cuore, e col cuore trasformare la nostra vita!

I .

Affinché queste meditazioni possano esercitare tutta la loro influenza sui nostri propositi, liberiamoci da certe idee confuse che rappresenterebbero le azioni ed i sentimenti di Gesù come troppo superiori alle condizioni nelle quali noi ci troviamo perché possano servirci d'esempio.

Sicuramente, lo stato nel quale trovasi elevata l'anima di Gesù per la sua unione personale col Verbo è sì diverso dal nostro che ci è impossibile di precisarne la natura e le leggi. Ci mancano perfino le parole. Ma se i lontani orizzonti sfuggono al nostro sguardo, gli rimangono accessibili le regioni vicine. Noi esploreremo queste. Due sono le questioni principali che ci preoccupano considerando Gesù sofferente ed umiliato.

1. Soffrì realmente Egli che era inabissato, sin di quaggiù, nella visione beatifica? Poteva aver sinceramente bassi sentimenti di se stesso. Egli che si sapeva così grande? È vero, l'umiliazione ed il dolore apparivano evidenti al di fuori; ma esistevano nell'interno? Non avrebbe operato Egli tutte queste cose unicamente allo scopo di costituire in nostro vantaggio il grande insegnamento degli esempi?

2. In ogni caso, se queste umiliazioni e questi dolori furono reali, Gesù aveva, per sopportarli, tutta la sua virtù divina: Egli era l'infinito, l'onnipotente, il forte per eccellenza;... ed io, non sono altro che una povera piccola creatura, impastata di debolezza!... La sua umiltà fu a lui proporzionata come tutto il resto... i miei sguardi possono appena spingersi tanto in alto per contemplarne la grandezza; in qual modo potrei io raggiungerla? Permettete ch'io mi ponga in ginocchio per ammirare questi prodigi; ma non mi chiedete che li imiti.

II.

Ma no! l'umiltà di Gesù non sarebbe altro che un'apparenza, una decorazione, un modello senza vita? Come! Se questi esempi sono reali, non potrei io tuttavia imitarli perché sono superiori alle condizioni della mia natura? Oh! no! Mille volte no! l'umiltà di Gesù. mio fratello, non è davvero una semplice apparenza; non è davvero un esempio superiore alle mie forze, altrimenti il Dio della verità c'ingannerebbe! Il Dio giusto ci trascinerebbe a subire dolorose umiliazioni che nemmeno egli avrebbe sofferto; il Dio sapiente c'imporrebbe un peso che solo omeri divini potrebbero portare!...

Gesù ha sentita l'onta dell'umiliazione con quella naturale ripugnanza che viene ispirata dal sentimento della dignità personale; e l'ha accettata come una cosa giusta; e lo vedremo tra breve. Erano necessarie infatti queste due condizioni perché la sua umiltà fosse una virtù, e perché le sue azioni avessero un merito; sentire ed accettare: sentire realmente nel suo cuore d'uomo, — accettare liberamente con la sua volontà di figliuolo ubbidiente.

L'anima di Gesù era simile alla nostra anima come il suo corpo era simile al nostro corpo. L'uno e l'altra erano fatti di quegli stessi elementi che costituiscono il nostro essere: il suo corpo aveva il nostro sangue, i nostri nervi, i nostri organi: la sua anima, come la nostra, era dotata d'intelletto, di volontà; di sensibilità. Se il nostro sangue umano scorreva nelle sue vene, i nostri sentimenti umani palpitavano nel suo cuore.

III

Nondimeno esistono due grandi differenze fra il suo modo di sentire ed il nostro; ma queste due differenze non fanno altro che aggiungere forza all'esempio: Gesù, mille volte più delicato di noi, sentiva più vivamente; Gesù, più virtuoso di noi, accettava più filialmente.

1. E non sappiamo che, nella vita, hanno un'eredità più larga di pene e di dolori coloro che sono d'una natura più delicata?

Più in alto, essi vedono più lontano; più sensibili, avvertono il più leggero grado di dolore; più costanti, sono meno facili a dimenticare. Così, più avrà sofferto questo adorato Gesù, più avrà il diritto di presentarci come esempi le sue azioni ed i suoi sentimenti.

2. Senza dubbio, questi esempi lasceranno sempre molto addietro la nostra laboriosa imitazione; e non la oltrepasseranno per la grandezza delle azioni soltanto, ma anche per la perfezione dell’offerta : " Gesù precorreva il dolore e l'amava: Desiderio desideravi" (Luc. 22, 15).

Ma allora dov'è il suo merito, se il patire niente gli costa, se fa tutto per amore?...

Da quando in qua l'amore, che rende tutto facile, viene considerato come una diminuzione di merito? Saremo noi meno riconoscenti verso un'affezione vivissima che si reputa felice di medicare le nostre ferite o di sacrificare per noi le sue gioie? Da quando in qua la virtù che, essa pure, rende tutto facile, ha fatto perdere agli atti compiuti con facilità, il diritto d'essere ammirati? L'amore divino e la virtù diminuirebbero il valore delle nostre azioni a misura che esse crescono in perfezione ed in grandezza?!

3. Se le azioni di Gesù furono determinate dal suo immenso amore, tuttavia furono determinate liberamente e dolorosamente; perché in Gesù, notatelo bene, non era la Divinità che sentiva, ma la natura umana; questa natura più sensibile della nostra ed anche più capace di sofferenze. Non dite, adunque: io non sono Iddio, io non posso fare ciò che fa l'Onnipotente... Voi avete davanti non Iddio, ma il Figlio dell'uomo; e questo è il modello che voi dovete imitare.

I MEDITAZIONE

15° Esercizio

Infanzia e vita nascosta. Umiltà di nascondimento.

Preparazione per la vigilia

Trent'anni su trentatré! quale preferenza! Gesù è venuto per parlare agli uomini ed è in mezzo di loro. Benché fanciullino, il suo labbro è eloquente; il suo tenero cuore arde d'uno zelo ardentissimo... e tace. Vi sarebbe, adunque, qualche cosa più nobile e più grande della missione di salvare le anime? o, piuttosto, per salvare le anime vi sarebbero mezzi più potenti e più efficaci di quello di mostrarsi ed agire?

1. Si, è l’umiltà che prepara il successo; essa spoglia l'uomo della ingombrante preoccupazione di sé che intercetterebbe l’azione divina: rende insensibile a ciò che è duro e sconcertante, mentre mantiene un cuore tenero e che si commuove di tutto. Ma per operare una riforma di questa fatta, la natura umana ha bisogno di lunghi anni pieni di numerose vittorie— Gesù aveva bisogno d'insegnarlo alla nostra fretta, alla nostra ansietà.

2. L'umiltà vera, d'altronde, tende a nascondersi. Il nascondimento è ciò che essa preferisce. In esso trovasi a tutto suo bell'agio; vi si porta con tutta la sua forza quando niente vi si oppone, e vi rimane fino a tanto che la voce di Dio non la invita ad uscirne: " Ama nesciri, ama di non essere conosciuto ".

3. E, dopo questo sacro ritiro, pieno di silenzio, l'umiltà non addiviene, forse, come un santuario nel quale Iddio si rivela e si da più intimamente?... Come si può non concedergli le nostre preferenze quando abbiamo il cuore che trabocca d'amore?

Domani, trascorreremo con tenerezza i testi sacri, che ci raccontano questo periodo tutto fatto di umiltà: è un periodo sereno, commovente, delizioso!

O Maria, o Giuseppe, o angeli testimoni felici e soli di questi annientamenti, prestatemi i vostri occhi ed i vostri cuori affinché contempli con essi Gesù umile! (6).

Meditazione.

Primo preludio. - Rappresentarsi il contrasto del ciclo immenso e raggiante dove regna il Verbo con questo povero angolo di terra su cui discende il Salvatore in mezzo all’inverno.

Intravedere lassù gli splendori increati; contemplare quaggiù l'umiltà d'una stalla abbandonata.

Secondo preludio. - Domandare la grazia di sentire vivamente l'amore di Gesù per tutto ciò che hai di nascosto, di comprendere che un tale abbassamento, che non era punto necessario, doveva essere la mia lezione.

I.

Et Verbum caro factum est

Edictum a Caesare

Non erat eis locus in diversorio

Reclinavit eun in praesepio

Pastores erant in regione eadem

Et hoc vobis signum

In praesepio

I pastori lo adorano, e se ne vanno. Gesù rimane ignorato..- È, forse. Dio che impone ai pastori di non parlare? - Avviene, forse, ciò per semplice permissione?

Forse, essi parlarono? ma allora non furono creduti... erano gente troppo bassa. Gesù non lascia la stalla che per passare in una povera casa. - Gli angeli lo proclamano il Messia;... ma non hanno punto rimosso i veli che nascondano l'umiltà.

II.

Postquam impleti sunt dies purgationis

È un guizzo di luce, ed il velo dell'umiltà subito si stende di nuovo su di lui; e quando i magi vengono a cercarlo a Gerusalemme, Gerusalemme che lo ha ricevuto nel suo Tempio, neppure lo conosce!

- La carovana dei figli d'Oriente turba per un giorno la quiete della città. La scienza dichiara che il Messia deve esser nato, e nato a Betlemme. Betlemme è a due leghe di distanza; e nessuno vi corre, nessuno vi accompagna i magi- Che prodigio d'indifferenza!

- Surge, fuge. Nel cuor della notte risuonò una voce : Giuseppe, alzati! prendi il fanciullino, e fuggì! (Matt. 2, 13). Ecco tutto ciò che Dio vuoi fare per il suo unigenito!...

Riflettiamo ai mezzi di cui dispone l'onnipotente ed ammiriamo in Gesù la volontà ben ferma di essere considerato un niente.

Dopo il ritorno in Galilea, il medesimo distacco, la stessa dipendenza, lo stesso nascondimento, la stessa umiltà.

III.

Nazareth ci si presenta con i suoi lunghi anni d'oblio. Piccolo villaggio sperso nel verde, con due o tre strade per le quali mai passa un forestiero; immerso nel profondo silenzio delle sue case, che di quando in quando viene interrotto dal monotono rumore di qualche strumento da lavoro. Ed in questo centro oscuro nel quale i giorni e le ore trascorrono lenti. Gesù, Dio annientato, rimane sconosciuto a. coloro i quali gli parlano, a coloro che lo ascoltano, a coloro che se ne servono come di un servitorello! Soli, Maria e Giuseppe sono là per adorarlo;... ma essi si guardano bene dal rivelare il mistero... Fare quel che fa un fanciullo in una famiglia povera. ecco la vita di Gesù!... Le scene si svolgono senza numero, dinanzi all'anima che ricostruisce, con la meditazione, il quadro dei luoghi, i particolari di ogni giornata. Vede ciò che avviene, ascolta ciò che si dice, considera come tutti questi atti spogli di ogni splendore e dì ogni magnificenza creino sulla terra la vera umiltà.

O Gesù, il vostro amore per l'annientamento è d'una evidenza e d'una costanza tale che colpisce il mio intelletto ed il mio cuore!

O Gesù. via verità e vita. abbiate pietà del mio orgoglio che mi travia e mi tormenta!

Abituatemi ad amarvi assai affinché la dimenticanza delle creature non mi sia amara.

Insegnatemi a nascondermi affinché attiri i vostri sguardi! Difendetemi dalla fretta e dall'ansietà di agire e di riuscire!...

Voi continuate per ben trent'anni questo lungo insegnamento per ammaestrarmi a conservarne lo spirito, non solo in qualche occasione e di quando in quando, ma in tutti i giorni della mia vita.

Che mai troverete, adunque, o Gesù. di si delizioso nelle oscurità dell'oblio, poiché non volete punto uscirne?

Vi è l'infinito; intatti l'oscurità lo fa risplendere, ed il silenzio sentire! -

Proposito. - Aspettare ad uscire dal nascondiglio e dal ritiro che Dio vi prenda come per mano.

II MEDITAZIONE

16° Esercizio

Vita pubblica, - Umiltà d'azione.

- Primo punto: L'umiltà di Gesù fu semplice.

- Secondo punto: Fu magnanima.

Preparazione per la vigilia. - Per ricavare tutto il frutto possibile da questa meditazione, dobbiamo ben comprendere che l'umiltà nella vita attiva, cambia il suo apostolato: non ha la missione di nascondersi, ma di vigilare. Questa virtù tende con ogni sua forza a nascondersi, lo abbiamo già meditato, ma qui s'imbatte in un voler di Dio che si oppone alle preferenze di lei, ed essa si racchiude nel cuore dell'uomo senza nulla perdere della sua nobiltà e grandezza, senza diminuire in nulla la propria azione. Allora, sempre attiva, stende la sua utile influenza sopra l'esercizio delle altre virtù, e comunica loro quel carattere di semplicità e disinteresse personale che forma la loro forza.

Essere umile nell'ombra del nascondimento è relativamente facile; ma per mantenersi umile in mezzo all'azione si richiede una virtù solida e savie precauzioni. Compiacersi della lode considerando il bene che si fa è un veleno così sottile! Innalzarsi dentro di sé di mano in mano che la posizione si eleva, e mutare di atteggiamento col cambiare di essa, non è forse, purtroppo, la regola comune? E, d'altra parte, non è forse necessario mostrarsi, agire, parlare, riuscire! Non conviene, forse, imporsi con il proprio atteggiamento?

O Gesù, voi m'illuminerete con il vostro esempio. Se io vi amo, mi sarà facile di seguirlo e di non prendere abbaglio.

O Gesù. mettervi nel mio posto, e mettervi in me, non agire che per voi e per mezzo di voi, non è forse l'ideale dell'umiltà nella vita attiva?

Meditazione.

Primo preludio

Secondo preludio

I. L'umiltà di Gesù fu semplice. - La sua umiltà ha tutto lo splendore della verità e tutto l'incanto della semplicità. Il suo principio non presenta nulla che desti o meraviglia o stupore. Le sue vesti sono povere, la sua andatura modesta, il suo capo lievemente piegato in avanti. Sia che guardi, o che parli, o che operi, tutto fa con la massima naturalezza. Gesù non posa.

La sua compagnia

Come mai c'è poi in questo stesso Cuore tanta ripugnanza sdegnosa? Gesù odia l'orgoglio, è senza pietà con i superbi farisei' Non guarda ne alla loro probità. ne alle loro elemosine, ne al loro scrupoloso rispetto per la legge, ne alle loro lunghe preghiere... Gesù ha in orrore la virtù ispirata dall'orgoglio.

La sua vita

Il suo linguaggio

E la sua virtù

II. L'umiltà di Gesù fu magnanima. - Appena giunta l'ora stabilita dal Padre, esce dall'oscurità, si mostra, parla e si circonda di discepoli. - Trascina le folle, e fa tremare i pubblici poteri. - Sana gl'infermi, risuscita i morti e quieta le tempeste... Ma opera queste grandi cose naturalmente; non cerca gli onori, non fugge gli obbrobri, mostrasi indifferente agli uni ed agli altri.

Ammiriamo questa umiltà magnanima che affranca l'anima di ogni pusillanimità e da ogni esitazione. Ascoltiamo il divino Maestro che ce ne rivela il segreto: " II Padre mio che è in me opera queste meraviglie ". Gesù si attribuisce la parte di strumento. Uno strumento non deve resistere, — uno strumento non può inorgoglirsi!

L'umiltà, quand'è vera, fa il cuore generoso. Di fronte ad un comando non permette né rifiuti, né riserve: inspira un desiderio tale del bene che ha solo Iddio per oggetto; ed una confidenza tale che attende tutto da Lui.

L'umiltà che non avesse questo carattere, sarebbe o falsa od incompleta. Gesù si presenta e parla con autorità. " sicut potestatem habens " (Matt. 7, 29). Si presenta per quel che Egli è, dice ciò che ha la missione, di dire. Non ha per niente quelle timidità che risentono della preoccupazione personale, ne quelle frasi d'umiltà che spesso contengono un orgoglio condensato. — Quest'esempio ci da importanti lezioni.

Quando noi adempiamo una missione, dimentichiamoci. facciamoci dimenticare, Dio solo apparisca, e le anime siano salvate! E non è un attirare l'attenzione su di noi quell'andar continuamente ripetendo di essere buoni a nulla ed indegni? Trattasi bene di noi! Riferiamo a Dio ciò che riceviamo da Lui ed il sentimento della nostra inutilità vada crescendo in proporzione del successo delle nostre imprese.

Sul finire della sua vita, S. Francesco d'Assisi lasciava che le moltitudini gli si inginocchiassero davanti e che baciassero le sue sante stimmate. Un frate gliene manifestò il proprio stupore; " Ah! rispose il, Santo, io non m'inganno punto! Non vengono qui per veder me: io ricevo questi omaggi, e li rendo a Dio ".

Preludio. — Nel bene che sono chiamato a fare, non vedere altro che Iddio, vederlo incessantemente. — pericolo di ricercare me stesso, non fosse altro che per una passeggera compiacenza.

III MEDITAZIONE

17° Esercizio

Umiltà del Cuore di Gesù. Umiltà d'annientamento.

— Primo punto: Mistero di questa umiltà in Gesù.

— Secondo punto: Umiltà prodotta dal sentimento del suo niente.

— Terzo punto. Umiltà conservata in Gesù dalla visione beatifica.

Preparazione per la vigilia

Affrontiamo subito la questione tanto naturale, sollevata al principio di queste meditazioni: In qual modo Gesù. infinito come Dio e perfetto come uomo, poteva avere sentimenti bassi di se stesso, poiché, se alla fin fine gli atti esteriori troverebbero, a tutto rigore, qualche spiegazione che li giustifichi, il sentimento, la convinzione, la certezza, che formano l’umiltà. E sembrano contraddittori? O Gesù, me lo farete comprendere domani!

Sotto il peso di questa schiacciante rivelazione di umiltà, non sarò costretto anch'io a diventare umile? Terrò forse io alta la testa, quando vedrò che voi abbassate la vostra, o Gesù? Avrete voi adunque più motivi di me per essere umile, o sarei io tanto cieco da non distinguerli, tanto illogico da non tirarne le legittime conseguenze? O Gesù, me lo farete comprendere domani.

Vi prego anche di commuovermi dopo che mi avete convinto. Io voglio che la mia umiltà sia un'umiltà di cuore, un'umiltà che inclini all'abbassamento e che perfino vi si compiaccia.

O Gesù, che vivete in me con la vostra grazia santificante, e che animate tutti i miei atti con la vostra grazia attuale, fate palpitare il mio cuore dei rapimenti del vostro per la santa umiltà. Fatevi amare e fatevi imitare.

Conducetemi quasi per mano, dentro gli abissi del distacco, dove troviamo l'oblio, ma dove troviamo pure voi. o Gesù, in mezzo a delizie ineffabili.

Meditazione.

Primo preludio. - Composizione del luogo. - Rappresentarmi una di quelle montagne ombrose sulle quali Gesù amava ritirarsi per pregare, di notte, a! mite chiarore delle stelle. Vederlo in ginocchio, gli occhi rivolti al cielo, inabissato nella contemplazione di Colui che è. - Penetriamo rispettosamente nel segreto di quel gran tempio che è l'anima di Lui, e che l'immensa sua umiltà riempie d'adorazione e d'amore.

Secondo preludio. - Domandare la grazia del distacco dalla stima di sé per mezzo di questo sentimento profondo; che Dio ha la parte predominante in tutto il bene che facciamo.

I. Mistero di questa umiltà in Gesù. - Richiamiamo alla memoria la parola del Divino Maestro : " Io sono soave ed umile di cuore" (Matt. 11, 29). Noi, adunque, mediteremo questo Cuore; questo Cuore dal quale partiva l'acceso desiderio dell'umiltà; questo Cuore che ne assaporava le amare dolcezze. - Penetriamo in questo santuario come in un tempio immerso nelle oscure profondità del mistero. Abituiamo il nostro occhio a queste sante oscurità: gli atti si vedano, i motivi rimangano celati; ora i motivi sono la stessa virtù.

Preghiamo lo Spirito Santo a spandere la sua luce sul nostro intelletto, e rivolgiamoci a Gesù, a Lui stesso, per conoscere, finalmente, il segreto della sua umiltà.

O Cuore di Gesù, traboccante d'amore. Voi bramaste d'essere amato! Per commuovere il mio cuore, per trascinarlo e rapirlo. Voi avete ideato ed operati i più grandi sacrifici. Ora, Voi non ne avete trovato uno più grande di quello del vostro onore... Dare la propria vita è più facile. - È dunque " l'amore del nostro amore " che vi fa umile!...

O Gesù! la cui sapienza è divina, la cui devozione è quella di un Salvatore, Voi avete veduto che l'orgoglio è il male più grande della povera umanità e la sua inclinazione più pericolosa; per trascinarci nella via dell'umiltà, avete concluso fra Voi: Mi porrò io stesso per primo in questa via; e andrò tanto avanti che gli altri dovranno arrossire se non mi seguono... - O Gesù. è dunque il dovere dell'esempio che vi fa umile!...

Io enumero lentamente tutti questi motivi; li medito soavemente commosso. Come non arrendermi ad essi? Come non farmi umile, o Gesù, per aiutarvi a salvarmi?... per dimostrarvi che vi amo?- per stare vicino a Voi, più vicino che posso? E. tuttavia, più vi scopro sapiente, buono, perfetto, santo, e più mi stupisco di vedervi umile!

Ah! se si trattasse solo di atti esteriori, me ne renderei ragione, l'amore e la sapienza, vi ci indurrebbero; ma Voi dite: io sono umile di, cuore. - Di cuore! Ho capito bene; e Voi siete la stessa verità! - Ma, l'umiltà di cuore, non è forse il sentimento della propria piccolezza? e Voi siete così grande!

II. Umiltà prodotta in Gesù dal sentimento del suo niente. — La sua figura rapisce. " È il più bello dei figli degli uomini " (Salm. 44, 3). La sua carne è pura e santa…Il suo spirito senza illusioni... Il suo cuore, padrone di tutti i suoi movimenti... la sua immaginazione, bella come la poesia... Il suo sguardo rapisce, la sua parola persuade, la sua bontà trascina... Nessuna macchia, nessuna imperfezione lo deturpa... Le virtù e i doni brillano in lui d'uno splendore supremo... In alto vede gli angeli che gli si prostrano davanti; in basso, il creato che gli obbedisce, e nel futuro vede tutte le generazioni che baciano l'orma dei suoi piedi, tutti gli eroismi di coloro che si danno alla sua sequela...

Che dire degli attributi relativamente infiniti che la teologia gli riconosce! La trasformazione dell'anima sua che esaurisce l'idea della grazia… la sua scienza che si estende a tutto il creato... ma soprattutto la sua Dignità assolutamente infinita: il corpo e l'anima sussistenti nell'unità d'una sola persona, quella del Verbo; trascinati nella sua orbita e che ricevono gli stessi omaggi di adorazione: che splendore abbagliante!...

Ed in mezzo a tante ricchezze ed a tanta gloria. Gesù è umile. Sarà tale per l'effetto d'una miracolosa illusione? Nient'affatto! — Gesù, pienamente cosciente di tutte le sue grandezze, riconosceva con sfolgorante chiarezza la piccolezza della sua natura umana.

Che vede Egli dunque? — Quella dignità divina di cui è insignito, non è altro che una splendida veste; e questa veste è un puro dono che ricopre un puro niente... Quell'anima, che ne è adorna, ieri non esisteva, e ricadrebbe subito nel nulla se non fosse sostenuta dall'onnipotenza, tanto la creatura rimane insussistente perfino in un Uomo-Dio, tanto è vero che essenzialmente è un nulla!

Immaginiamoci che quest’anima adorabile dica molto prima di S. Caterina da Siena: Io sono colei che non è... Cadute da tanta altezza, queste parole danno le vertigini, e ci fan passare dinanzi agli occhi l'idea inafferrabile del nulla.

III. Umiltà conservata ed alimentata in Gesù dalla visione beatifica. - Sappiamo d'essere un niente, e non siamo umili! Perché? Perché non viviamo continuamente in questo penetrante pensiero che solo impone la convinzione ed impressiona il sentimento.

L'orgoglio incomincia con essere dimenticanza, addiviene illusione; mai è il vero. Se un Santo tornasse in mezzo a noi dal cielo conservando il godimento della visione beatifica, potrebbe per un miracolo meritare e soffrire; non potrebbe essere orgoglioso, perché la visione di Dio e la vista del suo proprio niente non lo abbandonerebbero mai.

- Consideriamo il nostro divin Salvatore il quale qui in terra gode di questa visiono beatifica e che dalla luce di essa attinge la sua profonda umiltà.

Quale spettacolo è questo del Verbo che trovasi faccia a faccia con la natura alla quale si è unito! L'anima spinge i suoi sguardi meravigliati e rapiti negli abissi di quest'oceano, in profondità inaccessibili... che nemmeno essa può scandagliare. Dappertutto il suo sguardo si arresta, e sente che qui trovasi nell'infinito..

Giammai nemmeno in tutti i secoli eterni quest'anima unita col Verbo comprenderà pienamente il Verbo!

Le moltitudini gli gridino pure Hosanna, Gesù non alzerà la sua testa. — I carnefici gli sputino pure in faccia, il suo cuore non si risentirà!... Gesù ha ideali ben alti!...

Privi della visione beatifica, proviamoci a formarci questa visione di fede; Iddio infinito e sempre infinito; noi, nel suo cospetto, una specie di niente in tutto e sempre.

Non ritroviamo forse noi questa stessa visione nelle grandi anime dei Santi? — Non la incontriamo, forse, in certe anime ignoranti e semplici? A che ci serve dunque l'avere più lumi di esse? Noi conosciamo il nostro niente; esse lo vedono, esse lo sentono, esse lo toccano.

Rendiamoci familiare questa considerazione; che essa penetri tutto il nostro essere morale. - E ripetiamola quando ci mettiamo alla presenza di Dio, specialmente quando preghiamo.

Quale soave maniera di prepararci alla visione beatifica dell'eternità!... O sia in cielo o sia in terra, chi vede Iddio è umile!

Proposito. — Vedere Iddio in tutti i nostri successi, e vederlo così bene da giungere a dimenticare noi stessi.

CHIARIMENTI

sopra le tre seguenti meditazioni.

L'umiltà che abbiamo meditata ieri è l'umiltà che si addice ad ogni creatura. Fu quella d'Adamo nel Paradiso terrestre; sarà, in certo qual modo, la nostra nei gaudii inneffabili dell'eternità: il sentimento cioè del nulla nel cospetto dell'infinito.

L'umiltà d'abiezione è essenzialmente quella della bruttezza e della bassezza vile; questa non dovrebbe esistere in un essere uscito dalle mani di Dio; questa specie di umiltà è plasmata ohimè! tutta dalle mani dell'uomo; essa è esclusivamente l'opera del peccato.

Notiamolo bene; ogni male, per piccolo che sia, è una bruttura e discende più in basso del nulla; sotto quest'aspetto presentasi all'intelletto che ragiona; ma ai nostri capricci ed ai nostri gusti si presenta con ben diversi delineamenti.

L'umiltà d'abiezione noi non la comprendiamo bene! Noi non abbiamo il profondo e perfetto sentimento della nostra abiezione. Noi non sentiamo l'inclinazione ad umiliarci. Cosa strana! le anime più colpevoli sono precisamente le più refrattarie a questi sentimenti, ed al contrario vediamo l'innocenza dubitare di se stessa e disprezzarsi; tanto è vero che per comprendere chiaramente certe cose ci vogliono cuori puri. " I cuori puri vedranno Iddio", dice il Vangelo (Matt, 5, 8); ma vedranno anche per ragion dei contrari, la bruttezza di ciò che gli è avverso: il male.

Vedere in se stesso la bruttezza del male e giudicarsi a questa stregua, costituisce in modo speciale l'umiltà dell'uomo decaduto; ma questa persuasione è talmente contraria all'opinione comune che essa ci abbandona appena finita la meditazione. È come un sogno del quale, al mattino, serbiamo appena un vago ricordo. È una formula che ripetiamo a noi stessi, ma a cui non crediamo. Persuasione, sogno, ricordo, formula, tutto è scomparso quando l'occasione si presenta; e, di fronte a vere umiliazioni, altro non ritroviamo in noi che sentimenti umani!

Che fare, o mio Dio, per uscire alfine da queste persistenti illusioni? Che tentare per innalzarsi al di sopra di queste vedute naturali? Mi sembrava d'aver sentito la forza delle meditazioni precedenti, ed ecco che per essere cristianamente umile mi manca non solo il coraggio, ma persino la semplice convinzione!

Qui, Gesù si presenta di nuovo come nostra luce. Egli si farà l'uomo delle umiliazioni, forse più che l'uomo dei dolori; si mostrerà cosi abbassato, così avvilito, che i nostri occhi dovranno aprirsi per forza. Davanti a un tale spettacolo, il nostro cuore commosso lo compiangerà, e la nostra mano convulsa cercherà di strappare dalla sua fronte l'odiosa corona degli obbrobri. Ma che Gesù gridi: Ciò non è nulla! Queste umiliazioni... io me le merito! — O Maestro, spiegatemi questo mistero!...

IV MEDITAZIONE

Esercizio 18°

Umiltà d'abiezione di Gesù Cristo.

Primo punto: Umiliazioni esterne. — Secondo punto: Umiliazioni interne. — Terzo punto: Umiliazioni spirituali.

Preparazione per la vigilia

... O Gesù, io non ho intuizioni così penetranti, non ho quest'anima, quest'anima che vede e che sente così nobilmente! Solo il vostro Santo Spirito può donarmele. Ditegli, o Gesù, che dissipi tutte le mie false idee; ditegli che compia l’opera sua che è rivelare Voi: oh! io bramo tanto di conoscervi! Voi dovete essere così bello, si, tanto bello sotto i veli delle vostre umiliazioni; perché, io lo sento fin d'ora, ivi trovasi una bellezza morale così sublime che non posso afferrarla, così incantevole che spande perfino sulla stessa umiliazione un tale splendore che la rende amabile!

Questa meditazione non esige precisamente che facciamo delle riflessioni su noi stessi; il suo scopo è piuttosto di porre sotto i nostri occhi, nel nostro spirito, in fondo al nostro essere un'immagine impressionante di Gesù umiliato. Ch'essa vi penetri mediante la sincerità delle nostre riflessioni; ch'essa vi si scolpisca mediante il fuoco del nostro amore! Formiamoci un'anima tutta plasmata di Gesù, ed avremo fatto per lo sviluppo della nostra umiltà personale molto di più che se avessimo considerate una ad una le nostre miserie: noi avremo costretto il nostro cuore ad amare questa virtù con tutto quell'amore onde esso arde per Gesù benedetto.

Meditazione.

Primo preludio

Secondo preludio

I. Umiliazioni esterne. - Presentiamoci dinanzi a Colui che fu l'obbrobrio degli uomini e l'abiezione della plebe (Salmo 21, 7).

Ci viene mostrato simile ad un lebbroso, ad uno maledetto da Dio (Is. 53. 4), ad un essere vile come il fango. Trascorriamo rapidamente tutte quelle umiliazioni che ci farebbero un'impressione straordinaria, diciamo la parola vera, che ci farebbero ribrezzo ed orrore.

Gesù fu umiliato:

1. Nella sua dignità d'uomo libero. - I suoi nemici gli si gettano addosso in modo brutale; lo legano strettamente; lo trascinano in prigione. - Noi, così gelosi della nostra indipendenza... Oh! quando essa ci viene anche semplicemente minacciata!...

2. Nella dignità pudica del suo corpo. – Spogliato delle sue vesti, flagellato, inchiodato, nudo, sulla croce, alla presenza del popolo! - Un uomo d'onore preferirebbe mille morti a quest'onta.

3. Nella sua dignità personale. - Ingiurie, sputi, schiaffi. - Come rispondono gli uomini a simili oltraggi?

4. Nella dignità della sua ragione. - Viene trattato da pazzo; è vestito da pazzo; si fa passare lentamente fra due ali di curiosi. - E noi, che ci turbiamo tanto quando ci viene impugnata qualcuna delle nostre doti, quando una delle nostre opinioni viene posta in ridicolo!

5. Nella sua dignità di profeta. - È bendato; percosso sulle spalle, sopra la testa: Profetizza chi è stato!...

6. Nella sua dignità reale. - Gli gettano addosso uno straccio di porpora, gli pongono in mano una canna, e sul capo una corona di spine. I soldati si inginocchiano davanti a Lui per burla, ridono sgangheratamente colpendolo col suo scettro di canna!

7. Nella sua dignità di Dio. - I suoi nemici gliela strappano per quanto possono. " Egli è un impostore perché si è fatto il figlio di Dio " (Giov. 19, 7). La sua condanna a morte basata su questo motivo, è il giudizio di un'autorità legittima.

Sul Calvario i Farisei gli gridano sghignazzando: " Se tu sei il Figlio di Dio, discendi dalla Croce " (Matt. 27. 40). - Oh! quando noi siamo condannati a torlo,. . quando siamo scherniti brutalmente e non possiamo vendicarci!... E se la nostra collera è impotente, come freme allora il nostro cuore!

8. Nella sua dottrina. - Egli viene per distruggere la legge! Sobilla il popolo! bestemmia! è nemico di Dio!

9. Nella sua riputazione. - È condannato da tutti i tribunali, dal giudaico, erodiano, romano. È condannato all'estremo supplizio. È crocifisso fra due ladroni, come il peggiore di toro;... ed in un periodo dell'anno nel quale giudei e stranieri convengono a Gerusalemme da tutte le parti; nel cuor del giorno, e con tutta la pubblicità possibile.

10. Nei suoi discepoli. - Tradito da uno di loro, abbandonato da tutti, rinnegato formalmente dal loro capo, Gesù si vede perduto presso quella parte di popolo che esitava ancora. Cosa rimane a questo umiliato? !

II. Umiliazioni interne. –

Penetriamo più addentro. L'orgoglio può rialzarsi sulle rovine dell'onore esteriore, e prolungare la sua resistenza. Scacciato dappertutto, si rifugerà nel sentimento del proprio valore personale come in una cittadella rimasta intatta. L'uomo è grande per la sua forza morale. Oppresso dalla forza bruta, non rimane il vinto, egli è il vincitore. Troppo spesso, ohimé! questa grandezza d'animo è fragile, perché è fatta d'orgoglio.

Gesù si presenta ai nostri occhi nell'obbrobrio della sua apparente debolezza. Anche prima della sua passione sembra un vinto. Impressioni di timore lo invadono:

" Coepit pavere... " (Marc. 14, 33). E si sfoga confessando d'esser quasi incapace a contenerle : " Tristis est anima mea usque ad mortem!... " (Marc. 14, 34). Ne è così oppresso che un sudore di sangue sgorga dalle sue membra convulse.

Si sente talmente un altro, debole e sfinito che ricusa di bere quel calice che aveva sì lungamente bramato. Mostrasi tanto oppresso ed accasciato che domanda conforto agli apostoli, e lo accetta da un angelo!

Oh! la bella e profonda umiltà, così umana nella sua forma e così commovente e compassionevole nella sua intenzione!

III. Umiliazioni spirituali. - Vi è un altro orgoglio più raro e non meno pernicioso: l'orgoglio spirituale. Formidabile in mezzo alla stima comune, conservasi tale anche in mezzo agli obbrobri.

Disprezzati, calunniati, perseguitati, troviamo tuttavia intorno a noi, come Gesù sul Calvario, qualche persona che simpatizza per noi.

Se il nostro contegno è grave, se le nostre parole manifestano nobili sentimenti, se tutto in noi rivela un'anima superiore alla sventura, la simpatia diventa ammirazione.

Se Dio con qualche segno di speciale protezione pone sul nostro capo l'aureola dei martiri, l'ammirazione si trasforma in entusiasmo. Oh! quali pericoli per l'anima che non fosse umilissima! che piedistallo per il suo orgoglio!

- Gesù scelse le umiliazioni senza conforti. Le volle in tutta la loro nudità spirituale. Non discorsi, ma uno stupore, interrotto da qualche rara parola che pare un singulto. - Nessun irraggiamento dell'anima; tutto in lui è ombra come la notte che oscurò il Calvario. –

Il Padre suo è senza pietà: Gesù confessa di essere da Lui abbandonato!...

Già abbandonato dagli uomini, adesso abbandonato da Dio!... Niente, niente ne in cielo ne in terra che non sia un'umiliazione!

La sua abiezione è completa e vi muore. Oh! questo crocifisso che si presenta dinanzi ai nostri occhi con il suo capo inclinato, il volto livido, l'aspetto d'una stanchezza desolata, è l'immagine dell'uomo umiliato. - È la stessa immagine dell'umiltà; più ancora, è l'immagine del dolore... Quando il dolore cessa, l'umiliazione rimane accanto a questo cadavere sospeso al patibolo... Oh! quale esempio! Oh! quale aiuto!

Proposito. - Inginocchiarmi oggi tre volte davanti un crocifisso per chiedere a Gesù che mi faccia comprendere questa umiltà.

V MEDITAZIONE

19° Esercizio

Umiltà d'abiezione. - Sua necessità

- Primo punto: La ragione d'essere.

- Secondo punto: L'esempio.

- Terzo punto: La legge.

Preparazione per la vigilia

Non vi è dubbio alcuno, voi avete voluto essere l'uomo delle umiliazioni! Io lo vedo, io lo sento. Ma perché l'avete voluto? Non riesco ancora a comprenderlo. Tutto ciò non sarebbe altro che un grand'esempio? No, perché allora se io vedo l'umiliazione, non vedo l'umiltà, l'umiltà che dice: è giusto. E, tuttavia, questa parola voi l'avete pronunziata, venendo al mondo; l'avete ripetuta in ogni vostro abbassamento; si leggeva nei vostri languidi sguardi; errava sulla vostra fronte pensierosa e mesta, fremeva nelle vostre membra tremanti; ognuna delle vostre attitudini denunziava il colpevole!

O Gesù, tutto in voi è necessariamente sincero, tutto, anche l'espressione d'uno sguardo, perfino il semplice movimento d'un muscolo; io, dunque, odo uscire da tutte queste innumerevoli miserie una voce che geme, e che gemendo ripete senza tregua: È giusto'. Io me lo sono meritato!...

O Gesù, domani me lo farete comprendere, non è vero? ma comprendere perfettamente perché non lo dimentichi mai più!

Se per voi l'umiltà è giustizia, che sarà mai di me? Qui non si tratta più d'una cosa sentimentale, ma di cosa ragionata a fil di logica. È un punto di partenza dal quale dipende l'indirizzo della vita: l'umiltà d'abiezione una volta riconosciuta per necessaria, rivoluziona tutto il nostro essere morale.

Meditazione.

Primo preludio

Secondo preludio

I. La ragione d'essere. — Confrontiamo attentamente due testi della Scrittura.

Il primo è questo : " Semetipsum exinanivit formam servi accipiens. Si annientò prendendo le sembianze di schiavo " (Filip. 2, 7). Noi abbiamo meditato Gesù prima della sua Passione: Si è annientato perché si è fatto uomo. Se Egli avesse realizzato questo suo disegno nel Paradiso terrestre fra gli splendori della vergine natura, il Tutto ed il nulla, l'Essere per eccellenza e l'essere per creazione si sarebbero trovati in Lui, faccia a faccia; la sua incarnazione sarebbe stata anche allora un annientamento e la sua umiltà il sentimento della propria piccolezza.

Ma un secondo testo completa l'idea di questa virtù mostrandola tale quale si conviene all'uomo decaduto. " Humiliavit semetipsum... usque ad mortem, mortem autem crucis " (Filip. 2, 8),

Humiliavit

Mortem autem crucis

Qui non è più il Dio incarnato, è il Dio Redentore. — Non è più l'umiltà d'annientamento, è l'umiltà d'abiezione. — Non è più l'oblio, è il disprezzo. — Il motivo di questa virtù che grandeggia non è più il niente, è il male.

II. L'esempio. — Contempliamo Gesù coperto di tutte le onte. Egli porta i peccati del mondo intero: " qui tollit peccatum mundi " (Giov. 1, 29). — Egli ne è il responsabile; ne è caricato : " ipse peccata multorum tulit " (Is. 53, 12). — Il peccato è la cosa sua propria, ne è la personificazione " eum pro nobis peccatum fecit " (2 Cor, 5, 21). Non ne è caricato e rivestito soltanto, ma ne è penetrato, divorato : è una lebbra che lo rode : " quasi leprosum " (Is. 53, 4).

È come un oggetto d'orrore per Iddio, di disgusto per il suo popolo : " percussum a Deo et humiliatum " (Is. 53. 4).

Ascoltiamo Gesù che grida: " Vermis sum et non homo ". Scandagliamo tutta l'umiliazione sentita che si contiene in questa frase : " Non sono più un uomo, ma un verme della terra... " (Salm. 21, 7). Un verme che si calpesta coi piedi e che si nasconde nell'oscurità della terra, — Umiliarsi, vale abbassarsi fino a terra... Gesù va più oltre…quale immagine!

Penetriamo negli intimi sentimenti del Salvatore.

Ogni virtù si manifesta nell'amore del suo proprio oggetto, e consiste in un'inclinazione pratica che ve lo piega. Qui l'oggetto è l'abiezione. Il primo atto è l'accettazione,.,. poi viene il desiderio... la ricerca... la gioia.

Ci sarà grandemente utile il richiamare alla memoria sia le parole, sia le circostanze che ci mostrano questi sentimenti di Nostro Signore. Contempliamoli in silenzio, regnanti nel suo Cuore.

III. La legge. - È vero che questa umiliazione di Gesù rimane il modello della nostra? È vero che, affinché sia cristiana, la nostra umiliazione deve essere un'inclinazione a giudicarci degni di disprezzo?

O, assai meglio, non dobbiamo noi vedervi nient'altro che un miserabile eccesso, uno stimolo insuperabile, avente per scopo di costringerci almeno ad un'umiltà comune?

Senza dubbio quest'esempio è uno stimolo; ma è altra cosa e tutt'altra cosa: è una legge, o piuttosto la manifestazione d'una legge, e la sua autentica promulgazione. Non si tratta di appagarsi di parole e di attenersi a vaghi sentimenti. Investighiamo a fondo questa verità.

Ciò che qui Gesù fa, a qual titolo lo fa? Lo fa, forse, come Uomo-Dio? Nient'affatto, Come tale egli merita tutta la gloria. - Lo fa come Redentore? Sì, e solo a questo titolo.

In quanto Redentore, egli è nostro rappresentante e nostro mallevadore. Ora, l'atteggiamento che prende il mio rappresentante, è esattamente quello che conviene a me, che mi incombe di pieno diritto.

Il prezzo che paga il mio mallevadore, è il prezzo del quale io sono debitore...

L'abiezione di Gesù non crea dunque un obbligo, ma lo mostra.

La legge d'abiezione esisteva per noi peccatori, ma non la conoscevamo; e senza Gesù non l'avremmo conosciuta mai...

Egli viene, prende le nostre colpe, conosce l'umiliazione ch'esse meritano;... ed egli subisce, vuole, ama questa umiliazione...

E quando ci dice: "Io sono umile di cuore ", è come se ci dicesse: " Essere umile è la legge; io l'ho subita per voi. - Ma è principalmente la vostra legge; subitela!... ".

O Gesù, quale lezione! ed io non l'avevo mai ben compresa!

Del resto tutto me l'insinuava, le espressioni ricevute, le conclusioni costanti, le cose stesse; io lo sapevo, dunque, ed ecco che tuttavia questa verità mi sembra affatto nuova! Ma alla fine la comprendo... Oh! grazie per avermela rivelata... Voi avete veduto la mia buona volontà, i miei desideri, e soprattutto i miei bisogni; e misericordiosamente avete detto dentro di Voi: che la mia umiltà d'abiezione gli apra. alfine, gli occhi.

Proposito. - Se l'umiliazione è la mia legge, perché irritarmi contro di essa? - Io voglio farmi soave in ogni occasione penosa per il mio orgoglio.

VI MEDITAZIONE

20° Esercizio

Umiltà di abiezione. - Suoi caratteri misteriosi.

- Primo punto: Essa è una specie di mistero.

- Secondo punto: Questo mistero trova la sua spiegazione nel mistero del peccato.

-Terzo punto: È sufficiente il peccato originale.

Preparazione per la vigilia

Si crede, si afferma, e, tuttavia, si resta indecisi, tanto la natura è tenace, tanto è vero che la nostra volontà, più che la nostra ragione, non può bastare a se stessa.

Da questa disposizione scaturisce un secondo dovere, il dovere d'implorare la grazia, questo aiuto divino, il quale ci lascerà libera la via al difficile passaggio dalla prova riconosciuta all'adesione franca e piena. O mio Dio, stabilitemi alfine nella verità; create in me una convinzione incrollabile! - Una tal convinzione è più rara che non si pensi; eppure, o mio Dio, la convinzione non è per anco la virtù, e quel che voi aspettate da me è appunto la virtù!... Virtù è quella facilità che fa alle umiliazioni accoglienza dolcissima; virtù è quell'abito santo che ne porta in pace il peso quando piaccia alla vostra divina volontà d'imperio, e fin che le piaccia; virtù è, in alcune anime, quell'amore che stende le braccia alle umiliazioni e, talvolta, le brama.

O mio Dio, quanto ho bisogno delle vostre grazie!

O Gesù, i vostri esempi passati non mi bastano; venite in me, venite voi stesso, per farceli rivedere di bei nuovo!

Meditazione.

Primo preludio

Secondo preludio

I. L'umiltà d'abiezione è una specie di mistero.

Essa è tale per il razionalista che la trova assurda; è tale purtroppo anche per noi. che forse la consideriamo un pio eccesso, almeno praticamente.

Sarà bene, per riformare le nostre idee, di non isolare il divino Maestro dai suoi discepoli più illuminati. In essi vi è sempre Lui, giacché, d'altronde, vi è il suo spirito; ma è Lui più vicino a noi, Lui, più simile a noi.

Richiamiamo alla memoria le desolanti espressioni con le quali i Santi si vituperano : " un abisso di malizia, un aborto, il rifiuto dell'umanità, ecc. ".

Vediamo i loro sentimenti: si giudicano indegni di parlare, indegni perfino di vivere. Tali espressioni sono ad essi familiari, e si trovano sulla bocca di tutti i Santi...

È come un gemito tradizionale dopo il Calvario... Diciannove secoli d'umiltà siffatta, sempre la stessa, e la sola che sia canonizzata... quale spettacolo!...

Consideriamo la logica dell'umiltà dei Santi: dalle parole passano ai fatti. Disprezzati, perseguitati: sono dolci- - Oltraggiati, percossi: hanno un sorriso di gioia.

- Qualificati per cattivi, confessano d'essere ancora peggiori. - Abbandonati, dichiarano di meritarlo. - Si giudicano servi inutili; il bene che fanno Io proclamano fatto da Dio, senza di essi, anzi a dispetto di essi.

Ecco ciò che dicono, ecco ciò che sentono; ed intendiamolo bene: ecco ciò che realmente pensano.

Consideriamo ancora quelli che si sono distinti in modo particolare nelle umiliazioni: questi bramano il disprezzo come gli ambiziosi la gloria; e quando Iddio domanda loro qual ricompensa scelgano come premio dei loro patimenti, rispondono: soffrire ed essere disprezzati per Te! Confondiamoci davanti ad essi... sono lezioni di uomini simili a noi, spesso meno colpevoli di noi. Sempre di maggior merito di noi...

II. Questa umiltà trova la sua spiegazione nel mistero del peccato. - L'uomo comprenderebbe l'umiltà d'abiezione. se fosse capace di scandagliare sino al fondo l'abisso del peccato. Gesù ne ha esplorato le oscure profondità alla duplice luce della sua scienza infusa e della sua visione beatifica.

La santità dell'Essere infinito, la sua maestà, la sua bontà, la sua suprema bellezza, tutto lo splendore degli attributi divini inondanti l'anima sua d'una luce abbagliante mostrano a Lui fino a qual punto Iddio meriti rispetto, amore e lode.

Poi, ad un tratto, la scena cambia : il peccato viene a contrasto con tutte queste meraviglie. Assale l'onore divino come per annientarlo. A tal vista un confuso smarrimento, un'amara desolazione pervadevano Colui che portava i peccati del mondo...

Contempliamolo schiaccialo sotto questo peso nella sua agonia. Ascoltiamo queste parole d'uno strano scoraggiamento: " Transeat a me. Che questo calice si allontani! "

(Matt. 26, 39). Notiamo quel sudore di sangue che ci annunzia una specie di catastrofe!... E, tuttavia, diciamolo senza esitare, nemmeno la stessa santa umanità del Salvatore conosceva tutto il disordine, tutto l'oltraggio che è racchiuso nel peccato... solo la natura divina ne aveva la piena visione!

Qual non è la mia confusione, o Padre adorabile, nel conoscere che io giudico il peccato nella sua apparenza esteriore o con la conoscenza della mia povera ragione!... Come? lì peccato ha dei misteri per la ragione di Gesù! Ah! incomincio a comprendere che in punto di umiltà, non ne so nulla e che mai saprò tutto...

Il mistero si trova solo nel peccato, e non nell'umiltà che ne è la sua logica conseguenza.

Essa è, infatti, lo stato che conviene al peccatore.

È una sentenza di giustizia che deve pronunziare contro se stesso...

Ma come la pronunzierà se non può scandagliare la gravità della colpa?

Gli rimane un mezzo; di vedere con occhi più penetranti dei propri; di non giudicare con i sentimenti dell'uomo. ma con quelli di Dio... I Santi hanno fatto così; ecco perché la santa follia dei loro abbassamenti è profonda sapienza.

" Imparate da me ", ci ripete il Salvatore. — Dovrò io, dunque, cercarla in altro luogo? L’umiltà o una virtù quasi interamente soprannaturale, alta come i cieli, profonda come l'inferno!...

Oh quanto la ragione apparisce ben corta e ben debole di fronte a questa rivelazione!

III. Il peccato originale impone, del resto, tale umiltà.

— Per dissipare le ultime ombre domandiamo la grazia di comprendere come questa umiltà d'abiezione possa trovarsi in quei Santi che non hanno commesso peccati gravi.

Essi non sono neppure carichi dei peccati degli altri, la cui responsabilità ci spiega almeno l'umiltà di Gesù.

È vero; ma sono stati macchiati dal peccato originale, e la partecipazione a questa caduta giustifica, anche in essi, l'umiltà d'abiezione.

Riconosciamolo sinceramente ancora una volta: un mistero illumina un altro mistero. Ma l'esistenza del peccato originale e un dogma definito che vibra tutta la sua luce di fede sopra il soggetto che ci occupa.

Il peccato originale domina l'umanità.

Gesù Cristo si è incarnato precisamente per esso. Per esso è morto in croce, per esso si è fatto cosi umile. Ora rimane sempre vero che anche l'uomo più giusto ha subito e portato questa macchia vituperevole, oggetto dell'avversione di Dio... Rimane sempre vero che ne porta le umilianti conseguenze fino alla morte.

L'ignoranza, le illusioni, le ribellioni, le propensioni al male che perturbano il sangue ed il cervello non portano forse nel loro seno il germe di tutti i peccati? Quale ignominia e qual pericolo!

Io sono in continuo pericolo di commettere ogni peccato, per quanto grave e mostruoso sia.

— E se una tal disgrazia non mi è ancora avvenuta (ed io lo so?) è perché non se ne è presentata ancora l'occasione con tutte le sue insidiose circostanze. — Parecchi esempi, del resto, giustificano questo timore e questa umiltà... " Misericordiae Domini quia non sumus consumpti. Signore, la vostra misericordia mi ha preservato dal precipitare nell'abisso " (Tren. 3, 22).

Oh! Gesù, io non resisto più a lungo; io credo alla vostra umiltà ed a quella dei Santi. Io arrossisco della mia e delle sue riserve che non hanno più ragione di esistere. Ho forse io bisogno di investigare quando voi ne siete il maestro ed insegnate?... Ah! non ho bisogno di intendere,... basta che vi contempli.

Io mi faccio della vostra umiltà esteriore un quadro vivente che mi istruisce e tento di gettare un lontano sospetto sopra il mistero della vostra umiltà ulteriore che mi stupisce...

Ma siccome l'umiltà è una virtù pratica che tutto pervade. i sentimenti, come le azioni, io la voglio praticare con illimitata generosità e senza misurare tanto l'obbligo che mi vi costringe. Forse così, perverrò a meglio comprenderla... deve esser questo il segreto dei Santi.

Proposito.

CHIARIMENTI

sulla Meditazione che segue.

I.

Noi tocchiamo il punto delicato dell'umiltà: porsi ad di sotto degli altri. Qui vengono posti parecchi quesiti. Tale abbassamento entra veramente nelle esigenze di questa virtù? È di precetto o di consiglio?

Deve estendersi fino a questa intima persuasione: io sono l'ultimo degli uomini?...

Incominciamo dal richiamare alla mente alcune verità indiscutibili.

Prima verità

Niente di più chiaro dal punto di vista pratico. Tutti i Santi, tutti senza eccezione hanno seguito questa regola di condotta, e la Chiesa non ha mai canonizzato un'umiltà che fosse meno umile di questa: ecco, adunque, legittimati, che dico? glorificati questi pretesi eccessi!

Seconda verità

Terza verità

II.

Da queste verità risulta: 1. che l'abbassarsi dinanzi agli altri entra proprio nelle esigenze dell'umiltà, io questo senso che noi non disprezziamo nessuno e che non ci preferiamo a nessuno in un modo assoluto; 2. che di là di questa riserva, l'abbassamento è solo di consiglio, e che non ha altri limiti che quelli che gli impone la prudenza.

III.

Ma quest'abbassamento di consiglio ai piedi di tutti gli uomini, è soltanto una regola pratica? Sarebbe, inoltre, una regola di giudizio? In altri termini, debbo io mettermi di sotto degli altri inclinando a credere che questo è veramente il mio posto? Certamente! perché il divino Maestro, nemico assoluto di ogni ipocrisia, non potrebbe domandarci un atteggiamento che fosse in contraddizione con i nostri intimi sentimenti.

Come si forma una tale persuasione e come può essere sincera? Questo appunto studieremo nella meditazione di domani. Contentiamoci ora di sgombrare il terreno facendo notare fin d'adesso, che il giusto apprezzamento di sé deve basarsi sopra tutta la vita intera, specialmente sul modo onde essa finisce e che ci classifica; ora, un velo impenetrabile ricopre quest'avvenire, il nostro ed anche quello di colui che attualmente fosse degno di disprezzo. Questo non poter preferirsi a nessuno, permette, adunque, di collocarsi sinceramente di sotto di tutti. È questa una conclusione di semplice prudenza, è vero, ma noi vedremo come l'umiltà consigli di adottarla.

IV.

Volendo sviscerare la questione, ci domanderemo se la umiltà perfetta esiga che uno si giudichi l'ultimo degli uomini numericamente! Noi risponderemo con franchezza: No.

Che uno sia l'ultimo di tutta quest'immensa moltitudine di uomini che vivono sulla terra è speculativamente poco probabile; e, se ciascuno deve pensarlo, è un errore di fatto in tutti eccetto che in un solo. — Questa riserva, che si potrebbe estendere ancora, nulla toglie alla forza delle precedenti conclusioni e che subito ritroveremo. L'inclinazione pratica rimane, e proprio in essa risiede l'umiltà.

VII MEDITAZIONE

21° Esercizio

Il " Mandatum novum ". Mettersi ai piedi di tutti.

Primo punte : Gesù intende qui insegnarci l'umiltà. - Secondo punto: Questa umiltà è di ordine soprannaturale. - Terzo punto: Ragioni che la confermano.

Preparazione per la vigilia

Incomincerò col lasciare al mio spirito piena libertà d'esame. Il convenzionale l'artificioso non formano nulla di solido, né convinzione né virtù. Da un altro lato, però, mi guarderò bene dai pregiudizi che provengono sia dalla natura incoscientemente refrattaria a queste idee, sia dall'opinione degli uomini completamente cieca riguardo a queste questioni. Starò saldo in ciò che le verità soprannaturali, quando siano provate, assorgono come le verità naturali o di ragione a dignità di principii, le cui conseguenze debbono essere ammesse, se ne scaturiscono a rigore di logica.

Ma, soprattutto, pregherò e domanderò luce dall'alto; e, quando la mia convinzione si sarà formata, pregherò, pregherò ancora perché l'umore fecondo d'una tale umiltà, penetrando in tutti i miei sentimenti, dia alla mia carità verso il prossimo quella vita e quell'incanto che sono i suoi frutti.

O Maria, così umile, o Gesù, tutto umile, perché dovrei, dunque, temere d'abbassarmi come Voi?

Acque sante dell'umiltà che solo scorrete nel basso delle valli, trasformate in oasi queste aride sabbie del mio sterile orgoglio!

Meditazione.

" E durante la cena (avendo già il diavolo messo in cuore a Giuda che le tradisse) Gesù si alzò dalla mensa, depose le sue vesti, e preso un asciugatoio, se lo cinse. Quindi versò dell'acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Quando giunse da Simon Pietro, questi gli disse: " Signore, tu lavarmi i piedi? ". E Gesù gli rispose: " Quello che io fo, tu ora non lo comprendi, lo comprenderai dopo... ".

" Dopo aver dunque lavato i loro piedi, e ripigliate le sue vestimento, rimessosi a mensa,, disse loro: " Capite quello che ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque ho lavato i vostri piedi io, vostro Maestro e vostro Signore, dovete anche voi lavarvi i piedi l'un l'altro. Vi ho, infatti, dato l'esempio affinché come ho fatto io, cosi facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: Non c'è servo maggiore del suo padrone... Ora che sapete queste cose, beati voi se le praticherete" " (Giov. 13, 2 sg.).

Primo preludio

Secondo preludio

I. Gesù intende qui insegnarci l'umiltà. - Tutto lo dimostra; il significato dell'azione e l'intenzione del Maestro.

1. Il significato dell'azione. - In tutti i tempi gli uomini, e segnatamente gli Orientali, si sono serviti di una rappresentazione materiale per scolpire negli animi gli insegnamenti più importanti. Ora quale azione esprime meglio l'umiltà di quella di lavare i piedi? - i piedi! questa parte estrema del corpo che calpesta il suolo e si infanga!

Ma qui non vi è un'umiltà qualsiasi, vi è una umiltà verso gli uomini. - Umiltà senza apparato: Gesù non si fa aiutare. - Umiltà risoluta: fa violenza a S. Pietro. - Umiltà massima: s'inginocchia ai piedi dell'ultimo degli uomini, di Giuda... Penetriamoci di tutti questi espressivi particolari.

2. L'intenzione del Maestro. - Gesù con quest'azione intende imporre una nuova forma alle relazioni dei cristiani fra di loro senza dié la solennità della lezione oltrepassi l'importanza dell'oggetto. - Richiama l'attenzione degli Apostoli: " Capite quello che ho fatto? ". - Egli manifesta il suo motivo formale; io l'ho fatto " per darvi l'esempio ". Val la pena di far conoscere l'obbligo che ne deriva : " Se dunque io vostro Maestro e vostro Signore, ecc. ". - Gesù mette in evidenza l'importanza di questo precetto col chiamare " beati coloro che lo comprendono e lo mettono in pratica ".

Non è dunque un insegnamento d'occasione od equivoco: è un insegnamento preparato, spiegato, dimostrato; è completo ed indiscutibile. - Imporrebbe, forse, la

pratica speciale di lavare i piedi ai fedeli? Non è permesso di soffermarci nemmeno un istante su questa ipotesi; perché sarebbe come accusare d'infedeltà la Chiesa, custode infallibile e gelosa della tradizione. La pratica materiale, d'importanza secondaria e spesso difficile ad attuarsi, è scomparsa. - Essa non era che un segno, l'umiltà era la cosa significata, ed il suo spirito non ha cessato di vivificare la cristiana società, adattandosi flessibile ed immortale alle condizioni che cambiano.

II. Quest'umiltà è di ordine soprannaturale. – Quale umiltà è dunque questa che il principe degli Apostoli ora non intende, ma che intenderà in appresso? Non è la semplice umiltà naturale o di ragione, ma sì l'umiltà soprannaturale che a lui rivelerà lo Spirito Santo.

L'umiltà naturale o di semplice ragione è l'abbassamento davanti a Dio: nulla è più naturale di ciò. - È anche la modestia, freno delle nostre pretensioni; la sapienza umana lo approva. - Ma l'abbassamento davanti ai propri simili, davanti anche ai malvagi, insomma, davanti a tutti gli uomini: ma quest'atteggiamento del più grande che si mette ai piedi di tutti, come Gesù, e sinceramente: oh! questo solo Iddio può insegnarlo ed imporlo all'uomo.

Ed infatti, perché mettermi al disotto degli altri?.- E come poterlo fare con convinzione, quando ogni uomo deve, alla sua volta, fare altrettanto?... E non è questa una teoria sbagliata, di cui il buon senso fa subito giustizia, - una finzione poco seria che svanisce dinanzi alla riflessione, e che non regge affatto in pratica?

No, non è una teoria esagerata; è l'insegnamento universale dei maestri di spirito, a cominciare da S. Paolo;

" Trattate tutti, egli dice, come vostri superiori ".

No, non è una finzione vana; è una inclinazione essenzialmente cristiana. Tutti i Santi si sono reputati gli ultimi degli uomini; e se qualche cosa in essi ci stupisce più della loro virtù, è appunto la convinzione profonda della loro bassezza.

Il segreto di quest'insegnamento trovasi in una considerazione sottile forse, ma giusta circa la nostra considerazione personale. Meditiamola con spirito scevro di prevenzioni. Certe verità ci perturbano per l'unica ragione che sono contrarie a delle idee già formate.

III. Ragione di questa umiltà. — In ciascuno di noi vi è il bene ed il male. Il bene, in ultima analisi, viene da Dio, e noi non abbiamo il diritto di gloriarcene. Il male, al contrario, viene tutto da noi, e perciò ne meritiamo tutto l'obbrobrio. — Tale è la nostra condizione di fronte alla giustizia divina.

Ora la situazione dell'uomo di fronte al bene ed al male è diversa secondo che si tratta del bene e del male che sono in lui o del bene e del male che sono nel prossimo.

Quando trattasi di giudicare se stesso, l'uomo è il giudice legittimo. — Ha la propria coscienza; si conosce e si sente responsabile. — Si vede in sostanza assai tristamente cattivo; può, ed in verità deve dichiararsi tale.

Quando trattasi del prossimo, non è più egli il giudice, perché è senza competenza. — La reità si desume dall'intenzione, e questa gli sfugge; l'ingratitudine si misura dal numero e qualità delle grazie ricevute, ed egli non le conosce; — infine, il valore totale giudicasi dalla sanzione eterna, ed egli la ignora.

Nel giudicare se stesso, l'uomo ha per base la certezza; nel giudicare il prossimo ha solo congetture. — Di sé ha il dovere di erigersi a giudice, del prossimo, notiamolo bene, ne ha la proibizione : " Qui indicat fratrem detrahit legi : Colui il quale si fa lecito di giudicare il fratello, va contro la legge " (Giac. 4, 11).

Se non ho il diritto di giudicare gli altri, in qual modo potrei avere il diritto di preferirmi anche ad uno solo?

O divino Maestro! fate penetrare in me questa dottrina che mi sorprende in modo strano: Giudicare gli altri mi pareva tanto giusto quanto giudicare me stesso! Non è questa la condotta quotidiana degli uomini? — Essi si ingannano... io m'ingannava con loro.

O Gesù, abbiate pietà della mia povera ragione che osa appena asserire una tale umiltà!.-. Essa tuttavia la vede, ma in mezzo alle ombre... Datele almeno la volontà d'essere credente... Datele soprattutto il coraggio di quelle conclusioni sante!

Nei miei fratelli debbo vedere solo ciò che viene da Dio, il bene. — In me posso considerare anche il bene, opera di Dio; ma, innanzi tutto, debbo giudicare l'opera mia, il male.

O parzialità sapiente, tu conservi la pace nella vita, e rendi facili le relazioni!

O sublime punto di vista, tu illumini e la carità e l'umiltà, queste due virtù eminentemente cristiane; tu le confondi in uno stesso principio: Iddio considerato nel prossimo... L'umiltà ve lo scopre, la carità ve lo ama.

È questo un comandamento nuovo. E qual meraviglia? Dal momento che un Dio si fa uomo, tutto cambia, tutto si rinnovella; e se in virtù d'un espresso comando e di relazioni misteriose questo Dio incarnato si estende e prolunga in ogni uomo. vi è forse da stupire se Egli impone un rispetto soprannaturale per l'uomo?

Proposito

OSSERVAZIONE

Tre principi suggeriscono i santi per aiutarci a metterci senza falsità, con verità e convinzione, al di sotto di tutti... del demonio stesso: " in novissimo loco" (Luc. 14, 10).

1. Uno riguarda il presente, ed è il pensiero già sviluppato dall'Autore nella meditazione precedente. Lo suggerisce S. Tommaso. Vediamo, cioè, negli altri " quod est Dei " ; i doni di Dio, il bene, l'immagine (a volte deformata, ma sempre sussistente) del Signore. In noi invece vediamo, arrestandovi lo sguardo, " quod est hominis " : peccati, deficienze, imperfezioni.

2. Un altro pensiero si rivolge, di preferenza, al futuro. Lo suggeriva S. Bernardo. Pensiamo cioè che noi possiamo sempre, purtroppo, diventare peggiori di chi vediamo oggi caduto e peccatore, e costui può, al contrario, innalzarsi ancora e diventare migliore di noi. Non è stato così di un San Paolo, di un S. Agostino e di mille altri santi? Non affrettiamo, dunque, mai un giudizio di condanna che sarebbe prematuro e, per ciò stesso, parziale ed ingiusto.

3. S. Francesco d'Assisi si aiutava con una considerazione che riguardava l'eventualità condizionala e possibile. ", Se io, diceva egli, mi fossi trovato nelle sue tristi condizioni e circostanze (occasioni, tentazioni, ardore di passioni, ecc.) sarei già caduto mille volte di più e molto più in basso; e se al contrario costui avesse avuto tutte le grazie e tutti gli aiuti che il Signore, nella sua misericordia, ha dato a me (buona educazione, buoni esempi, ispirazioni, ecc.) avrebbe corrisposto con molto maggiore fedeltà e si troverebbe ora molto più avanti nella santità di quanto mi trovo io ".

Queste considerazioni rendono sincero e reale il senso interiore di umiltà che ci fa posporre a tutti. Serviamocene dunque, trasformandole in convinzioni profonde e abituali. Anche qui l'umiltà è verità.

QUARTA SETTIMANA

Guida dell'anima umile

PREPARAZIONE ALLA QUARTA SETTIMANA

Siamo convinti e decisi; noi vogliamo essere umili,

1°. Ma questo movimento ha bisogno d'essere diretto. Le false nozioni che ci imbrogliano; gli errori personali uniti alle abitudini contratte sono cause permanenti di deviamento.

Leggi secondarie misconosciute, conseguenze mal dedotte possono dar luogo in noi ad un'umiltà, incompleta, falsa o pericolosa.

2°. Al contrario, lo splendore della vera umiltà porrà, in evidenza le imperfezioni della nostra e con il suo incanto guadagnerà, il nostro cuore. Prendere il gusto del bene, vale quanto incominciare a vivere bene. Il desiderio è il germe che si sviluppa, l'umore che sale: è lo sforzo che tende al progresso.

3°. In seguito, alcune meditazioni saranno dedicate alle diverse applicazioni del sentimento dell'umiltà, verso Dio, il prossimo e la nostra propria miseria. Altre, insegneranno a coltivare questa virtù, sia con lo stesso contegno esteriore, sia con l'impressione interna, sia con quel grande slancio soprannaturale che si chiama amore del disprezzo.

4°. Infine, la virtù della prudenza traccerà a tutto questo movimento il cammino logico e sapiente.

Questa quarta settimana è dunque eminentemente la settimana dell'umiltà pratica.

DELLE UMILTÀ FALSE

Questi studi sopra l'insufficienza, le falsità e le illusioni di certe umiltà ci sono sembrati più adatti a servire come lettura ed esame che come meditazione; la lettura e gli esami, infatti, fissano la nostra attenzione principalmente su di noi stessi, mentre che lo scopo della meditazione è di fissarla prima di tutto su Dio. Ciò non di meno, prevedendo che molte pie persone avrebbero preferito di fare le loro consuete meditazioni su queste ricerche eminentemente pratiche, ne abbiamo disposto in modo le diverse parti da essere facilmente notate, e da servire cosi anche a questo fine.

1. - Dell'umiltà razionalistica.

Si crederebbe? una certa dose di quest'umiltà si trova quasi in tutte le anime di ordinaria virtù. L'esperienza ce ne fa certi, e la semplice analisi lo dimostrerà subito. Ora l'umiltà razionalistica non è quella di Gesù, dei santi e delle anime che progrediscono nella via della virtù. Non avendo per appoggio la fede essa non ha forza per sostenere una virtù eminente, non commuove il cuore, e non spande intorno a sé il riflesso del divino.

O mio Dio, fate che questo studio sia per me una rivelazione!... Spogliate il mio spirito di quei pregiudizi che limitano stranamente la sua vista!... ve lo domando per la umiltà di Gesù, la quale è infinitamente superiore alla ragione umana.

I. In che consista l'umiltà razionalistica. — 1. In non stimare esageratamente se stesso, e nel non disprezzare la gente degna di stima. — Nel non intraprendere niente che sia superiore alle proprie forze e nel non innalzarsi più di quanto uno merita. — Nel non essere arrogante, né vano: ecco ciò di cui essa si appaga.

L'umiltà dei Santi l'urta grandemente; la chiama via straordinaria; — le affibbierebbe volentieri l'epiteto di fanatismo, ma non osa farlo.

L'insegnamento dei Maestri della vita spirituale non trova grazia davanti ad essa. Le sue idee intime, riguardo a ciò, vanno da questa formula moderata: È praticabile, e non lo è, a quest'altra: È assurdo.

2. L'umiltà razionalistica non è sempre teorica, contentandosi di rimanere pratica. — In questo caso non è là ragione che ci inganna, è la natura che ci trascina.

Noi ammettiamo con indifferenza tutta la teoria cristiana circa questa virtù senza nemmeno sognarci di metterne in pratica le conseguenze. E così è per noi la cosa più naturale del mondo cercare di comparire e di dominare.

Se sorge nel nostro spirito un certo bisogno di giustificarci, noi lo soddisfacciamo confortando la nostra coscienza con le più rassicuranti spiegazioni: — mettersi nel primo posto non è altro che rispetto per il proprio grado, — parlare di sé vantaggiosamente, è semplicità, — ed accettare senza cerimonie tutto ciò che solletica l'amor proprio, è una santa libertà... E non è questa una virtù pagana? " Nonne et ethnici hoc faciunt? " grida con tristezza il divìn Maestro (Matt, 5, 47).

Una tale umiltà è falsa nei suoi principii, poiché non tenendo alcun conto dei dogmi della fede, mutila l'umiltà cristiana. — È insufficiente nella sua Influenza morale, perché non raggiunge lo scopo: una umiltà di questo genere non è capace di mantenere la pace e la carità; non è capace di produrre l'annegazione e di liberarsi dalle illusioni.

II. Come l'umiltà razionalistica sia da temersi. — 1. Una tale umiltà ci seduce facilmente perché ci si presenta in nome della ragione; non eccessi che urtino; non gravi disordini; nessuna di quelle brutture che tradiscono il male.

2. Questo non è ammesso solo dalla nostra ragione, ma anche dalla nostra natura. Siam fatti cosi: le nostre inclinazioni non vanno più oltre di così. Il sentimento innato del giusto e del bene vi si trova soddisfatto.

3. Il scuso comune dell'umanità accordandosi qui con la ragione e con la natura forma in noi quello stato d'animo che esclude il dubbio pratico: e non pensano tutti così? — Vittima dell'errore comune, ho un bell'essere in buona fede, sono anche senza vera umiltà.

III. Come questa umiltà sia insufficiente. — Essa si arresta alle soglie del soprannaturale, e priva di orizzonte, vede nell'umiltà solo il lato umano. Ora, per giudicare bene un oggetto, non basta vederne una parte. Qui l'errore non sta nel veder male, ma nel non veder tutto; ed il torto consiste nel concludere come se si vedesse tutto. E, infatti, i dogmi relativi al peccato originale ed alla necessità della grazia elevano in modo singolare il punto di vista; orizzonti sconosciuti di dipendenza si rivelano allora agli occhi della fede; e davanti a queste scoperte di eccezionale importanza apparisce smagliante l'inanità dell'umiltà razionalistica. Richiamale alla memoria le meditazioni della seconda settimana, e l'impressione che, senza dubbio, lasciarono nell'animo vostro. Ogni dogma, dicevamo noi, per ciò stesso che è una verità, assurge a dignità di principio, e le conclusioni che ne derivano, per inattese e sorprendenti che siano, entrano di pieno diritto nel dominio della virtù.

Nulla, dunque, è più rigorosamente ragionevole dell'umiltà soprannaturale; ma per quanto sia ragionevole, è ben lungi dal sembrarci tale.. Rassomigliamo troppo a quegli uomini del volgo che si ostinano a non ammettere ciò che non comprendono. Pariate loro di disinteresse, e vi risponderanno col sorriso sulle labbra che ognuno alla fine dei conti, ha di mira un qualche interesse privato; che il disinteresse non esiste, e che, se dopo tutto, per caso esistesse, non sarebbe altro che un inganno... E questi tali si credono la sapienza in persona. Simili a quei campagnuoli i quali, forti del loro grossolano buon senso, ricusano sdegnosamente d'adottare quei sistemi di migliorie che la vera scienza ha escogitato e che sono realmente efficaci.

In punto d'umiltà, diffidiamo molto di ciò che comunemente viene detto buon senso e che non è altro ed altro non significa che andare terra terra. Andare terra terra non basta per giudicare le cose divine. È appunto tale senso umano che fra i pagani tacciava di follia il sublime annientamento del Calvario, e che suscitava fra gli stessi cristiani " quei nemici della croce dei quali S. Paolo parla piangendo". Questo senso non trovasi forse ohimè! nello spirito razionalistico dei nostri giorni?... Chi può esser sicuro di non esser vittima dei suoi attacchi?... Il nostro, istinto naturale ne è pieno, ed il nostro spirito non ne è forse scevro del tutto.

Quante anime reputate pie le quali, avendo smarrito il senso cristiano, hanno spogliata l'umiltà di Gesù delle sue esigenze soprannaturali? " Evacuarunt crucem Christi ".

Studiamoci, adunque, di veder meglio, e di meglio sentire, La luce si fa a poco a poco; e di un abito contratto ci spogliamo col farci violenza e soffrendo anche, quando trattasi d'abito dello spirito, perché anche lo spirito ha bisogno d'una certa abitudine per credere bene a ciò che egli ammette solo a rigore di logica.

Riflessioni

Essa non possiede ne quella profonda dolcezza che garantisce la pace, ne, quel particolare incanto che la rende amabile e stimata presso gli uomini... È una specie di virtù mutilata, mummificata ed infeconda. E dire che ci credevamo umili perché non eravamo né arroganti, né vani, né ambiziosi, né suscettibili! Ah! ritorniamo alla scuola di Betlemme, di Nazareth e del Calvario; tendiamo più attento l'orecchio agli insegnamenti del divino Maestro; e prendiamo per ideale, non già la modestia dei sapienti del mondo, ma l'umiltà dei Santi.

II. - Dell'umiltà gretta e pusillanime

La pratica dell'umiltà non sarebbe forse per me una fonte di preoccupazione? Non mi renderebbe forse esitante nel prendere un partito? timido nell'impartire un ordine? facilmente perturbato nel momento di dover fare un atto necessario di fermezza? Non m'imporrei forse doveri personali troppo incomodi? Non diventerei propenso a scandalizzarmi sul conto degli altri? L'umiltà non deve rimpicciolire le idee, non deve in nessun modo paralizzare l'azione e rendere timido.

1. Abbandonare una pratica di pietà od un'opera di zelo suggerita dalle circostanze con il pretesto che si potrebbe accarezzare qualche vanità è proprio di un'anima gretta ed esclusiva. - Tremare davanti a tutte le difficoltà non è umiltà, ma pusillanimità.

Innanzi, tutto è necessario rivolgere lo sguardo e tenerlo fisso nella volontà di Dio, unica regola delle nostre azioni, e poi appoggiare la nostra fermezza sulla grazia che l'accompagna. Bisognerà dunque difendere contro lo stesso Dio questa virtù ombrosa; o piuttosto, si potrà chiamare virtù questa paura egoistica che, non pensando ad altro che alla propria sicurezza, rattrappisce il cuore e paralizza lo zelo?

2. Compiacersi di se stesso è un vizio; ma rattristarsi di se stesso fino allo scoraggiamento. è un altro vizio; impedisce ogni progresso.

Vedere mal fatto tutto ciò che si fa, non è giusto né saggio: il bene che è in me non è mio, poiché è principalmente di Dio.

Stizzirsi per le proprie mancanze, significa che conosciamo male noi stessi e Dio. La vera umiltà ravviva il dolore, la preghiera, lo sforzo. La falsa umiltà genera la viltà d'animo la quale non ha neppure la forza di eccitare nel cuor dell'uomo il dolore, e tanto meno di eccitarlo alla preghiera ed al combattimento.

3. Questa grettezza fa sentire le sue deplorabilissime conseguenze specialmente nell'esercizio dell'autorità. — Non si oserà impartire ordini, o si farà timidamente, senza pensare che si privano i sottoposti d'una forza che è il loro diritto.

— Ci si lascerà criticare e riprendere senza pensare che Dio è presente nel superiore che si abbandona al disprezzo: tutto ciò con grave danno del bene. Questo difetto è l'opposto del precedente. L'umiltà razionalistica circoscrive la virtù in limiti troppo angusti; la umiltà gretta e pusillanime la sospinge a valicare il giusto limite. Questo difetto è tutt'altro che comune, ed è facile a spiegarsi: l'umiltà razionalistica è la ragione abbandonata di fatto a se stessa, mentre l'umiltà gretta e pusillanime suppone, oltre ad una imperfezione naturale, la preoccupazione esagerata delle esigenze della fede.

Per distinguere queste stranezze e per determinare i mezzi onde liberarsene è cosa buona esaminare una ad una le cause che le producono: l’una, la grettezza, è l'effetto della natura dello spirito; l'altra, la pusillanimità, è causata dal carattere. In grazia di questa distinzione, ciascuno saprà di dove dovrà incominciare la propria riforma.

1. Dell’umiltà gretta. — 1. La grettezza di spirito, come il razionalismo, vede solo una parte dell'umiltà, e la vede nelle sue esigenze. Suppone, adunque, l'orgoglio dove non è, in un dato principio, come in un dato atto che essa crede ne sia intaccato.

Ci inganneremmo se pensassimo che questo difetto sia proprio di persone corte d'intelligenza. La grettezza, come la parola lo significa, non è altro che una mancanza di estensione. La vista, non è molto forte, non abbraccia tutto l'insieme il quale solo permette di giudicare del valore di ogni particolare; al contrario, afferrando ed abbracciando con molta chiarezza e vivacità un dato punto particolare che la colpisce, gli da proporzioni troppo grandi. Essa non distingue più le circostanze che fanno sì che un'altra virtù, la carità, per esempio, vieti all'umiltà, non di esistere, ma di apparire. Ora quella parte di vero che si trova nel suo errore stesso, appaga il suo giudizio e lo conferma.

Cosa vi è che la grettezza non veda intorno a sé e più lontano? !

2. Il rimedio è di difficile applicazione perché consiste nel dubitare di sé, e di quella parte di sé che difendiamo con accanimento fatto di convinzione, cioè il proprio giudizio. Non c'è da esitare un istante, ma si deve subito far nascere in noi ad ogni costo questa diffidenza. Ci si aiuti con la lettura di libri che ci illuminino, aprendoci confidenzialmente con il direttore, e le nostre idee addiverranno più larghe, e, conseguentemente, più giuste.

Spesso è stata la prima formazione l'unica cagione di queste imperfezioni. Se essa non ha fatto altro che introdurre dei principii gretti, un'altra formazione più intelligente può rimediare a tutto; ma se, con un'azione costante e prolungata ha finito per creare una specie di stortura morale, allora la guarigione è più laboriosa; e sarebbe ancora di più se il male avesse la sede nella stessa natura dello spirito... Come avere giudizio abbastanza per riconoscere falso il proprio giudizio?

II. Dell’umiltà pusillanime. — 1. La pusillanimità non proviene, come abbiamo detto, dall'intelletto, ma dal carattere: si compone di tutte quelle disposizioni che danno adito ad un timore. Il timore può sorgere o da una circospezione troppo guardinga o da una volontà troppo debole. Queste due imperfezioni determinano ugualmente l'esitazione e l'incostanza, ma in differente maniera. Lo spirito troppo circospetto s'ingarbuglierà in mezzo alte innumerevoli possibilità che accompagnano ogni decisione, e non saprà a qual partito appigliarsi; il carattere debole vorrà, e non vorrà,. quantunque veda chiaramente quel che deve fare. Né l'uno né l'altro arrivano a stabilirsi; ed il più lieve incidente può

sospendere l'azione dell'uno come dell'altro.

2. Questo difetto non è proprio delle anime mediocri. Certe persone che mostrano fermezza nel governare gli altri, sono poi, riguardo a se stesse, vittime di timori che le torturano; vedono orgoglio in tutto ciò che fanno ed in tutto quel che pensano. La pusillanimità non suppone, adunque, una mancanza d'intelligenza, ma un'intelligenza sui generis; d'ordinario va unita con un'estrema sottigliezza di spirito. Il guardar troppo acceca, e le troppe soluzioni perturbano.

3. La scelta del rimedio dipende dalla causa che produce il male. - Siete prudente all'eccesso, troppo guardingo, meticolosissimo? obbligatevi a tagliare corto. Decidetevi a prima vista nelle cose ordinarie. Non riflettete troppo, anche nei casi gravi, e prendete sempre una risoluzione ben netta. Soprattutto, non ritornate su ciò che è stato deciso; e guardatevi bene dal rimproverarvi gli errori nei quali siete potuti cadere, perché nessuno, nemmeno i più riflessivi, possono sfuggire a questi casi dell'umana debolezza.

Se siete di natura poco risoluta, facile a turbarsi per gli ostacoli o le opposizioni, state in guardia, voi non avete il diritto di farne una questione d'umiltà; voi cedete troppo alla buona e troppo facilmente alla vostra debolezza. Fatevi coraggio, adunque, ed imponetevi il dovere di tutelare a spada tratta i vostri diritti e la vostra dignità. State fermi nei comandi impartiti e nelle vostre osservazioni ogni qualvolta non apparisca evidente che vi ingannate.

- L'umiltà gretta o pusillanime dà alla fisionomia, alla parola, a tutto l'esterno quell'aria d'impacciato, spesso quel non so che di falso che desta negli altri il sospetto o che li induce ad abusare. La direzione in questo caso sarà utile se si applicherà più a sostenere che a dilucidare.

In sostanza la grettezza e la pusillanimità provengono da una preoccupazione, la preoccupazione di sé, e da una dimenticanza, la dimenticanza di Dio. - Questo difetto è contrario alla prudenza, che ha la missione di governare tutte le virtù. Attenta all'ordine sociale e scredita l'umiltà.

O mio Dio, datemi quell'umiltà semplice e coraggiosa che guarda solo a Voi, e che da questo sguardo attinge la forza del dovere, e tutte le sante audacie dello zelo!

III. - Dell'umiltà falsa nella sua espressione

Nessuno sorvoli su quest'argomento, poiché ben pochi vanno del tutto scevri da questo difetto; ora quanto più un difetto è comune, tanto meno è avvertito. Può esservi, dunque, in me molto da riformare, senza che io lo sappia. Tuttavia. io non voglio nulla d'artificiale e men che meno di falso nelle mie parole o nel mio esteriore. La mia umiltà, se non è profonda, sia almeno leale. La vostra luce, o mio Dio, la vostra indulgenza, il vostro aiuto!

1 Natura di questo difetto. - L'uomo ha questa tendenza inveterata di riporre la virtù negli atti esteriori, mentre che questi atti ne sono la manifestazione e gli effetti. Ora, dalla logica di quest'errore è indotto, alfine, a contentarsi di semplici cerimonie o di vane apparenze. La lenta degenerazione che ne risulta, manifesta, ma troppo tardi, la falsità di questo concetto. Gli ebrei del tempo di Nostro Signore erano arrivati a questo punto. Quando essi avevano detto ai loro genitori: "Sempre ai vostri ordini" si credevano perfettamente in regola con la legge divina; e neppur sognavano che questa legge oltre al rispetto, che è semplice riverenza, esige l'amore che assiste e soccorre e che non si contenta di frasi. Dal canto loro i farisei si reputavano umili perché facevano profonde riverenze per le pubbliche vie, quantunque si ritenessero in cuor loro assolutamente superiori agli altri, e, quel che è peggio, li disprezzassero.

Certo, noi non arriviamo a questo punto! Gli insegnamenti del Vangelo hanno talmente penetrata di sé la cristiana società che ci è impossibile di scendere sino a tali abusi; ma, stiamo in guardia! la nostra natura umana rimane sempre umana; e l'umanità non cessa mai di spingere e fomentare la propria tendenza, tanto che perviene a renderci irriflessivi ed a farci abituare alle usanze. Gesù ci comanda d'essere umili? e noi confessiamo d'essere buoni a nulla; prendiamo col prossimo un fare sdolcinato e modi deferentissimi; in chiesa, un atteggiamento compunto: eccoci umili! Sicuramente, nessuno ne fa questa, esplicita deduzione, ma più d'uno ne subisce la segreta influenza. Scandagliate bene il vostro cuore. Avete detto di non esser buoni a nulla, ma in realtà lo pensate? Vi abbassate, ma permettereste che alcuno vi disprezzasse?,.. Riflettete allo sdegno, alla ribellione che vi freme in petto quando siete giudicati inetti, quando vi contraddicono, o quando vi lasciano semplicemente in un canto!

" Si trovano spesso persone che dicono di non valere niente, d'essere abbiette, misere ed imperfette, e che non saprebbero soffrire che si dicesse loro la più leggera parola di disprezzo, che subito se ne lagnerebbero; e se poi scorgete in esse qualche imperfezione, guardatevi bene dall'avvisarle perché se ne intenderebbero offese ".

"Io non chiamo ancora umiltà, continua S. Francesco di Sales, tutto quell'insieme cerimonioso di parole, di gesti, di baciamenti di terra, di riverenze e d'inchini, quando è fatto, come spesso accade, senza nessun sentimento intimo della propria abiezione e della giusta stima dei prossimo; perché tutto ciò non è altro che un vano divertimento di spiriti deboli e deve piuttosto chiamarsi fantasma d'umiltà ".

11. Origini di questo difetto. - Ogni società si forma un linguaggio; ed ogni persona ne usa le espressioni. In un ambiente di pie persone sono in voga necessariamente espressioni di umiltà, che se sono assolutamente sincere in alcune, nella maggioranza non sono altro che dei suoni.

Quest'abuso è il più delle volte innocuo, bisogna convenirne, perché nessuno fa un gran conto di queste frasi; tuttavia nuoce all'umiltà perché la spoglia delle sue attrattive, se nuoce alla pietà perché la pone in discredito. Quel che diciamo delle parole, deve intendersi anche del portamento: deve esservi perfetta corrispondenza fra i nostri sentimenti e la loro espressione.

Quanto è bella l'umiltà se tutto armonizza nella sincerità! Ma se questa dote le venga meno, anche in un punto solo, in una nota sola; addio armonia, e, quindi, addio bellezza, addio incanto, addio unità; la parola del sentimento stona con la parola che esce dalle labbra se l'esterno si trova violentemente separato da ciò che deve esserne l'anima: l'intima convinzione. Grande lezione per la gente di ordinaria virtù. Se la nostra virtù non vale ad ispirarci quei bassi sentimenti che hanno i Santi di se stessi, non esprimiamoli, non prendiamone l'atteggiamento, conserviamo la bellezza di ciò che è inferiore, ma vero. Avremo sempre difetti che potremo confessare, certe inferiorità delle quali saremo pienamente convinti, ne mancheranno offese che riceveremo di buon grado: formiamo di ciò la nostra umiltà. Sì, sarà meno profonda, ma sarà più sincera; non ci inspirerà un atteggiamento umiliantissimo, ma sarà almeno un atteggiamento scevro di pretensione.

Nello stesso tempo desideriamo che la nostra intuizione diventi più penetrante, che la grazia ci faccia entrare più addentro nei secreti di Dio, e a misura che per un tal contrasto la nostra miseria si rivelerà più chiaramente ai nostri occhi, le nostre parole ed il nostro atteggiamento manifesteranno questi sentimenti nuovi con una sincerità sempre uguale.

S. Francesco di Sales afferma che " parlare di sé è tanto pericoloso quanto camminare sulla fune". Si può aggiungere che è più pericoloso il parlarne male. Chi, infatti, quando parla così male di sé brama ardentemente d'essere creduto? Lasciamo ai veri santi le espressioni di disprezzo di cui essi usano per umiliarsi; la loro umiltà è così profonda che loro permette d'arrivare fino a questo punto. Parliamo di noi solo per necessità, e, prima di farlo, interroghiamo la nostra coscienza per domandarle se realmente essa ce ne fa un dovere.

Sarà bene riepilogare qui i diversi motivi di confusione che testé abbiamo conosciuti. Quali falsità piccine! Quali esagerazioni studiate! che segreti desideri di stima nascosti in quelle umilianti confessioni!

È anche necessario purgare il nostro linguaggio da certe espressioni che l'uso, e solo l'uso, mantiene in certi ambienti. Queste espressioni nuocciono a chi non crede alla sincerità di esse, e attaccano questo male a coloro che non stanno bene in guardia.

III. Calcoli dell'orgoglio. — Ben più grave è l'abuso di queste stesse frasi quando invece d'essere l'effetto d'un semplice abito si trasformano io un mezzo studiato per cattivarsi stima.

L'umiltà a servizio dell'orgoglio! che vi è di più vile? La Scrittura la stimmatizza con queste parole: " Est qui nequiter humiliat se, et interiora eius piena sunt dolo. Chi si umilia con scopi ipocriti, è un malvagio " (Eccli. 19, 23).

Si ostenta di nascondersi, e con ciò non altro si brama che d'essere ricercati. — Si dice male di sé per farne dir bene. - Si domanda d'essere avvertiti per essere lodati. — Se ci si accusa d'una colpa, lo si fa perché è ben conosciuta. — Si esagerano i propri torti per annegarli nell'umiltà della confessione, e quanto meno siamo creduti, tanto più s'insiste...

Questa umiltà, dice il Rodriguez, deve chiamarsi umiltà ad uncino, perché ce ne serviamo per attirarci le lodi, come ci si serve d'un uncino per avvicinare a noi gli oggetti che non si possano arrivare.

IV - Umiltà falsa nello stesso sentimento

Quando uno si fa questa domanda: È vera la mia umiltà? egli osserva subito, come noi abbiamo veduto, se la parola è conforme al sentimento. È raro che esaminandoci più addentro, ci si dia pensiero della verità dello stesso sentimento. Vi sono tuttavia delle convinzioni artificiali, e che, cosa meravigliosa, possono essere sincere. Ora, per sincere che siano, non sono reali, e quindi incapaci di sostenere la verità. Di qui l'importanza di questo nuovo studio. L'umiltà d'impressione può attribuirsi a parecchie cause; ciò nonostante hanno tutte il loro punto di partenza e la loro base comune nella stima che gode questa virtù: la stima è uno splendore del quale l'orgoglioso ama di farsi bello. Questo splendore che adorna l'umiltà è il più seducente di tutti in un ambiente di persone di pietà e quanto più quest'ambiente è elevato tanto più la sua azione è potente.

Nella V meditazione questa influenza è stata considerata dal punto di vista della formazione; ma siccome essa si fa sentire in tutti i periodi della vita spirituale, è bene, di quando in quando, domandarsi se l'umiltà, su la quale confidiamo, sia. un'umiltà più o meno artificiale. Cominciamo dall'analizzare le diverse origini di questa illusione.

I. Influenza delle idee dominanti o umiltà artificiale. —

L'ambiente che comunica le sue frasi, come abbiamo veduto, comunica anche le sue impressioni. Le persone pie hanno letto le vite dei Santi; hanno provato per la loro virtù eroica una viva ammirazione; ma ciò che più di tutto le ha colpite è il miracolo della loro umiltà, contrasto affascinante del disprezzo di sé con una perfezione meravigliosa. Di qui, il desiderio di discendere con essi nelle profondità di questa virtù. — E fin qui tutto va bene: il senso dell'emulazione e quello dell'imitazione ci sono dati perché ci servano di stimoli efficacissimi di progresso. Ma avviene un fatale deviamento il giorno nel quale queste anime, poco avanzate nella virtù, persuadendosi di avere l'umiltà dei Santi perché li ammirano, si credono obbligate a professare verso se stesse tutto quel disprezzo che i Santi professavano verso se stessi. Quelle espressioni desolate, giunte fino a noi, fan vibrare tutta la generosità della foro emulazione. Non posso usarle anch'io? esse pensano. Un'eccellente ragione le stimola e rassicura: Questi sentimenti non si addicono ancora meglio alla mia miseria?... Ebbene! provate, ripetete a vostro bell'agio quella lunga litania di titoli umilianti, ma supponete che tutto, ad un tratto la tal persona amica v'interrompa e vi dica; è dunque vero? sareste voi così vile, così abbietto, cosi colpevole? lo credete voi? Sull'istante vi sentite sbollire l'entusiasmo e rimanete stupito: una puntura ha sgonfiato il pallone (8). Non avendo le intuizioni luminose e le grazie dei santi, voi non siete che un riflesso ed un eco! Questa umiltà in voi è tutta superficiale; non discende nelle profondità della convinzione. Ai Santi Iddio si rivela così bello, così santamente esigente e così amabile che la loro miseria li spaventa e sgomenta. Genuflessi e proni fino a terra assaporano e gustano la propria bassezza. Le loro preghiere sono gemiti strazianti che si sprigionano dalle loro viscere; le ripetono, trovano sempre espressioni più forti, e mai pervengono con le frasi e con l'atteggiamento ad esprimere a pieno ciò che realmente sentono.

Se non abbiamo questi grandi sentimenti d'umiltà, abbiamo almeno l'umiltà di riconoscerlo; e non osiamo colmare con delle apparenze questo vuoto reale. Contentiamoci d'implorare la grazia di meglio conoscere !e mille imperfezioni che, a nostra insaputa, riempiono forse la nostra vita; i difetti che, visibilissimi agli occhi degli altri, a noi rimangono occulti. Adottiamo questa savissima regola di condannarci nei casi dubbi; ma non permettiamo che la nostra coscienza, riflesso di Dio, pura espressione dell'anima nostra, si contamini e si falsi per un abito di sentimenti convenzionali. Niente di artificiale! Siamo schietti e leali anche e soprattutto con Dio che legge nei nostri cuori!

II. L'influenza del temperamento, o umiltà d'illusione

L'ambiente e la causa che agisce di fuori, il temperamento e la causa che agisce di dentro. Se vi sono ambienti che comunicano l'impressione superficiale dell'umiltà, vi sono temperamenti che ne creano l’illusione; sono quelli nei quali l'immaginazione ha il predominio.

Un'anima di artista vive spesso in una regione eterea, completamente fuori del mondo reale. Ciò ch'ella sente, ciò ch'ella manifesta, scaturisce, senza dubbio, da una certa convinzione del momento. È una parte che rappresenta al naturale, e dalla quale essa pure è ingannata. Come nei casi precedenti, tutto anche qui è superficiale. Non si sono veduti poeti duri di cuore percorrere tutta la gamma della sensibilità e, nonostante il loro feroce egoismo, esaltare con entusiasmo i più puri eroismi? Il lettore tutto inondato di lacrime ad esclamare: che cuore! E subito gli amici del poeta a rispondere: se non lo conoscessimo!

La sua immaginazione afferra una scena, vi si ferma, la medita e finisce con l'immedesimarsene. È essa che sente, che parla, che opera. Non dite a quest'uomo che nella vita pratica nessuno vede in lui questi sentimenti né questa condotta; vi volterebbe le spalle sdegnosamente: voi non l'avete mai compreso! Ed egli è sincero. Ciò che è manifestato dalla immaginazione di lui, gli sembra che sia in manifestazione di se stesso; ha due vite, ed egli ne conosce una sola. Vi sono anche gli umili d'immaginazione. Essi ammirano questa virtù, ed in forza di questo sentimento, la sua bellezza passa nel loro spirito e lo penetra; ne hanno l'amore, il desiderio, l'inclinazione, ma sempre in questa particolare regione fuori del mondo reale.

Se ne parlano frequentemente e se ne esaltano gl'incanti: l'impressione guadagna terreno e si fa più profonda. Per un misterioso e latente lavorio sembra ad essi che tutto ciò che ammirano, tutto ciò che esaltano venga da loro acquistato. Ohimè! queste meraviglie si operano solo nell'immaginazione. Appena vi si sono rinchiuse, la fantasia le lavora e le ingrandisce, ma conservano tutta la loro fragilità. È un sogno. Sul far del giorno, cioè, al contatto della realtà, tutto scompare: non vi rimane altro che un'anima preoccupata di se stessa e sensibile ad ogni forma di orgoglio. Vi erano come due persone: è avvenuto lo sdoppiamento! Non intendiamo dire noi che l'uomo possieda due distinte personalità, come vogliono a torto certi sognatori; egli ha semplicemente due maniere d'essere completamente dissimili: se si tiene nel reale è lui, proprio lui; se si innalza e rinchiude nell'ideale, diventa un essere fittizio, vittima di se stesso.

Se la vostra immaginazione è viva ed ardente, state in guardia: è capace di portare nell'umiltà, come in tutto, la sua potente illusione. Essa non si realizza che in sogno. Discesa sul terreno della pratica, perde subito le sue ali; ben presto stanca ed annoiata, se non disingannata, perde vilmente il suo slancio ed il suo entusiasmo. Vedremo subito come si discerna il vero dal fittizio, perché infine l'immaginazione lungi dall'essere per se stessa una nemica è un aiuto: aiuto potente, ma poco sicuro che esige una gran sorveglianza.

III. Influenza degli abiti, o umiltà senza vita. - All'influenza dell'ambiente ed a quella del temperamento si aggiunge una terza fonte d'illusione; l'influenza che sopravvive; alle virtù scomparse.

Si trovano persone veramente orgogliose che sentono il bisogno di fare atti d'umiltà, di confessare la propria miseria ed alcuni dei loro torti. - Si mettono all'ultimo posto e s'accusano anche responsabili di pubbliche calamità... Cosa sorprendente, esse fanno tutto ciò con una specie di convinzione.

Qual è la spiegazione di questo fenomeno? La troveremo in una osservazione esposta magistralmente da S. Francesco di Sales. Essa, è vero, riguarda la carità, ma siccome scaturisce dall'identico principio delle virtù, l'abito, applicasi perfettamente anche all'umiltà. " Questo rimasuglio d'amore che sopravvive alla carità, nell'anima colpevole, egli dice, non è la carità, ma una piega ed inclinazione che la ripetuta moltitudine degli atti ha dato al nostro cuore,,., è una semplice eco che ripete la voce. Non è più la parola d'un vivo, ma quella d'una vuota caverna ".

Sì, quando l'orgoglioso vomita contro se stesso tutte quelle infamie, la sua parola è falsa; egli se le ripete con un'insistenza che non è del tutto schietta, ne perfettamente convinta; e, con tutta questa esagerazione e con tutto questo avvilirsi, pure, senza saperne il perché, rimane inquieto.

Frasi una volta sincere, ma che adesso altro non sono che un meccanico ritornello. Bisogno, altra volta sentito, e che dura nella sola abitudine!... tale è la natura di questa umiltà la cui forza è ancora sì grande che provoca talora emozioni e lacrime e che pure non è priva d'una certa dolcezza e di qualche sincerità.

"Ebbene, aggiunge S. Francesco di Sales, non è forse una vera pietà vedere un'anima che con l'immaginazione si lusinga d'essere santa e che se ne sta in riposo... e che alla fine si scopre che la sua santità è finta, che il suo riposo è letargo e la sua gioia una mania? ".

Terminiamo con una osservazione che deve attirare l'attenzione delle persone fervorose. Una persona ammirata per la sua umiltà e che sa d'essere ammirata, troverà nuove delizie a farsi umile, ed a credersi umile. Quanto più conoscerà di fare impressione, tanto più s'immergerà nel sentimento del proprio niente... Ma mentre ella crede di gustare la pura umiltà, forse assapora appena la stima che riscuote; e l'azione nefasta di questo veleno le inocula quell'accrescimento d'ardore...

Riflessioni.

Ne moltiplico gli atti nelle mie meditazioni; mi domino in quelle occasioni nelle quali il mio amor proprio è ferito; provo piacere a dir male di me stesso ed il pensiero della umiltà riempie il mio cuore di gioia : sono io umile?

Un momento! Noi non abbiamo niente da ridire su questi numerosi atti durante la meditazione, se non che troppo difficilmente possono deporre in favore della virtù.

- Dal contenervi e dominarvi in quelle occasioni nelle quali il vostro amor proprio è ferito, non ne segue la prova assoluta che vi dominate e contenete per umiltà: la semplice prudenza d'ordinario basta a ciò, ed in certi ambienti l'amor proprio stesso impone questa condotta ; il desiderio di non passare per orgoglioso potrebbe essere il solo movente di questo sforzo. - In quanto al piacere che provate a parlare male di voi ed alla gioia sensibile che desta in voi il pensiero dell'umiltà, non c'è da farne un gran conto ; queste gioie, realissime nelle grandi anime, il più delle volte non sono altro nelle anime di ordinaria virtù che una certa soddisfazione di se stesse, o tutt'al più una platonica ammirazione della virtù. Aspettate le occasioni propizie: un disprezzo non compensato da nulla; una preferenza per altri che vi umilia; un insuccesso del quale si rende voi responsabili, una fiducia che si ritira, un semplice rimprovero del resto ben meritato... Oh! se la gioia continua, se ricevete senza ostentazioni queste umiliazioni, se esse riversano nell'anima vostra una gioia profonda e danno alla vita spirituale un incremento d'ardore, rassicuratevi ; una tal gioia che produce tali effetti è una gioia di buona lega. Non viene dalla natura. Dio solo può inspirarla.

Senza dubbio è cosa buona studiarsi di progredire in tutto, e di approfondirsi nell'umiltà come nelle altre virtù; ma bisogna far ciò nella, verità. Non ci stancheremo mai di ripeterlo. Non asseriamo quello che non vediamo : siamo sinceri con noi stessi come ci proponiamo d'essere sinceri con il prossimo. Nelle nostre preghiere, negli slanci del cuore verso Dio siamo tanto onesti da proibirci tutte le espressioni d'umiltà che ci venissero inspirate o dai sentimenti dei Santi o dalla nostra immaginazione. Queste espressioni non producono altro che l'illusione della virtù, forse l'orgoglio. Perché vane e vuote, sono indegne di Dio, e senza vantaggio alcuno per noi. —Oh! com'è buono il vero, com'è bello! Solo, è insieme e luce e forza, perché solo è la virtù.

SGUARDO

alle due Meditazioni che seguono.

Terminato lo studio di queste considerazioni penose, e, diciamolo pure, attristanti intorno alle false umiltà, rivolgiamo la nostra attenzione all'umiltà vera. La sua fisionomia ci si mostrerà piena di luce nella tendenza pronunziata al nascondimento, al sincero disprezzo di se ed in quella disposizione piena d'incanto che ne conseguita: l'inclinazione, cioè, a stimare gli altri.

La sua azione diretta produrrà quella triplice manifestazione che forma la bellezza incantevole dell'anima, voglio dire la pace, il fervore e la fecondità.

Studio facile questo perché, per mettere in piena luce queste ricche scoperte, non ha che da farle sbocciare dai principii di già ammessi; tuttavia studio istruttivo perché a ciascun passo fa scaturire conseguenze imprevedute; — studio eminentemente utile perché l'umiltà con questi principii e con queste conseguenze compone una dottrina pratica; — studio anche incoraggiante, perché brilla di luce, di bellezza, di amore.

NOTA. — Le persone che ne avessero il tempo e l'allettamento potrebbero fare con profitto tre meditazioni per ogni due esercizi che seguono. E poiché sono importanti suggeriremo alcune riflessioni ed affetti.

I MEDITAZIONE

22° Esercizio

Dei caratteri della vera umiltà.

Primo punto: Inclinazione al nascondimento. - Secondo punto : Inclinazione al disprezzo di se stesso. - Terzo punto: Inclinazione a stimare il prossimo.

Preparazione per la vigilia

Essa a questa tendenza oppone in principio l'inclinazione al semplice nascondimento; poi, progredendo sempre, fa nascere l'inclinazione ad essere disprezzati, che, in alcune anime, addiviene un vero amore.

Disposizione tale non è, forse, contro natura? Nient'affatto, perché, eminentemente pacificatrice e benefica come tendenza, non potrebbe essere contro natura che nei suoi atti; ma se la tendenza è figlia di questa virtù speciale di cui e i! movimento, gli atti sono figli in tutto e per tutto della prudenza.

Essa, lo vedremo più avanti, tutelerà i diritti delle virtù; sosterrà la dignità personale; prenderà tutte le iniziative utili; in una parola, farà ciò che è suo dovere dì fare; l'umiltà interverrà solo per dare a tutto questo lavorio un carattere in certo modo impersonale; ponendo così in luce la libertà di Dio nella sua azione sulle anime e la corrispondenza e fedeltà delle anime nella loro perfetta obbedienza a Dio.

Meditazione.

Preludio

I. Inclinazione al nascondimento, - " Ama nesciri. Ama d'essere ignorato " (Imitazione).

1. " L'umiltà nasconde tutto ciò che è virtù e perfezione umana, e lo mostra solo quando lo impone la carità... È soprattutto semplice, né vuole far mostra di sapere quel che ignora, né darsi l'aria di ignorare quel che sa " (S. Francesco di Sales).

2. L'umiltà non ama gli elogi; tuttavia non saprebbe rinunziare a quelli che crede di meritare. Ma con bel garbo si studia allora di divertire l'attenzione, e ci riesce così bene che è proprio un incanto! Parlate agli altri di loro stessi, e voi sarete subito dimenticato. - Una persona meno umile si spaventerebbe e negherebbe l'evidenza; contegno falso, umiltà sospetta. Oh! la verità la semplicità anche e soprattutto nell'umile nascondimento!

Quando ella ha questo o quel felice successo ne riferisce la gloria a Dio; quando non riesce ne incolpa solo se stessa... La ragione si meraviglia di questa parzialità, ma l'anima umile sa intenderne facilmente il perché: e non è Iddio il principio primo e necessario di ogni atto buono? E forse, l'Essere perfetto per eccellenza può aver parte, sia pur minima, nelle cattive riuscite?

3. Inoltre, l'anima umile quasi non pensa al bene che fa, e meno ancora agli elogi che ne riceve. Ella toglie via diligentemente con la spugna queste vane compiacenze che gocciolano in noi da ogni lato... Sa che lasciandone anche la più piccola traccia sulle pareti del vaso, vi rimarrebbe un principio di corruzione per tutto il bene che Iddio potrebbe mettervi dentro.

4. All'anima umile sembra la cosa più naturale del mondo lo scegliersi l'ufficio che è meno in vista di tutti ed il luogo più nascosto. Non ambisce cose che richiamino l'attenzione, e se è chiamata a fare cose di grande importanza, ci va con la massima modestia. In tutto cerca l'oblio, come, quando fa un gran caldo, si cerca l'ombra perché ci si sta bene.

5. Il suo genio è di starsene con i piccoli e con i poveri. Quando non ci acceca l'orgoglio, nei poveri vediamo Iddio: " Ciò che avrete fatto al più piccolo lo avrete fatto a me stesso " (Matt. 25, 40). O umiltà rivelatrice!

I. Riflessioni e sentimenti. —

1. Impressione di pace profonda e soave;

2. Dipendenza libera e docile ai voleri di Dio;

3. Facilità di essere gradita, ascoltata, amata;

4. La semplicità consiste in evitare l'artificiale ed in ciò l'umilia e schietta; perché avendo di mira Iddio sopra tutto, si libera da ogni doppiezza;

5. Sua felice influenza riguardo ad intendere le verità della fede;

6. Istinto misterioso che le rivela il bene;

7. Calda atmosfera nella quale germogliano e si sviluppano tutte le virtù;

8. Disposizione eminente alla vita interiore;

9. Iddio riempie il vuoto da lei fatto;

10. Il bene più grande è sempre stato fatto da coloro che si nascondono: Iddio discende a prenderli, direi quasi, per mano e li accompagna;

11. Risolversi per questa umiltà;

12. Paragonare la propria vita a quest'ideale e fare propositi efficaci e pratici.

II. Inclinazione al disprezzo di se stesso. — " Chi si conosce bene. si disprezza " (Imitazione).

L'umiltà di nascondimento ha per oggetto la stima degli altri: modera e dirige il desiderio innato che ne abbiamo. L'umiltà che ha per proprio oggetto il disprezzo di noi stessi, spiega la sua attività su di un'altra tendenza: la stima di sé, i cui deviamenti ed errori sono funestissimi.

Certe nature hanno un gran bisogno di coltivare l'inclinazione al disprezzo di se stesse perché, se il desiderio della stima degli altri è più generale, il sentimento eccessivo della stima di se è molto più violento. Esso forma i veri orgogliosi, quei tipi che trinciano giù sentenze e che s'impongono da autocrati, che spezzano anche le più legittime opposizioni, sdegnano ogni consiglio e disprezzano chi li circonda.

Perché l'orgoglioso sia odioso non e necessario che arrivi a questi eccessi. Diamo uno sguardo sincero alla nostra vita. studiamoci di conoscere quali siano i nostri veri sentimenti; e se vi scopriremo qualche traccia di questa pericolosa tendenza, abbiamo il coraggio di piegarci risolutamente al disprezzo di noi stessi.

1. L'anima umile si studia di conoscere il poco che vale; ed a questo fine, considera spesso ciò che per lei è causa di umiliazione e riguardo ai talenti, ed alle doti esteriori, ed agli stessi doni della grazia ecc.

Conoscendosi piena di difetti, di cattive inclinazioni; sentendosi malferma nella virtù, arrossisce delle prove di stima che è obbligata a subire: " Se si sapesse!... ella dice.

2. Se le avviene di commettere qualche sgarbo o goffaggine che nuoccia solo all’amor proprio, essa se lo tiene caro, e si guarda bene d'attenuarne, senza motivo, l'impressione fastidiosa e ridicola.

Se si tratta invece d'una colpa, essa la considera sotto due aspetti: la colpa contiene l'offesa di Dio, e questa l'odia; ma la colpa contiene anche ruminante manifestazione delle nostre cattive tendenze e della nostra incurabile debolezza, e di queste se ne rallegra... Sì, se ne rallegra, perché la colpa è perdonata; non esiste più, mentre l'umiliazione rimane. Ora ogni umiliazione è salutare, ci aiuta a divenire umili, e pone in evidenza la misericordia di Dio.

3. Sempre diffidente di se stessa, l'anima umile si consiglia volentieri; e quando la prudenza lo permetta si rivolge anche agli inferiori. Ed infine sarà ben lieta d'attribuire il buon esito agli avvisi ricevuti.

4. In quegli ambienti nei quali vi è l'uso di correggersi a vicenda, essa rende facile e dolce il compito dell'amicizia. a Ditemi pure liberamente tutti quei difetti che notate in me... Oh! mi fate un vero piacere, e ve ne ringrazio...

Vedrete, che i vostri avvisi mi faranno addivenire migliore... ". E tutto questo è detto con schiettezza e sincerità perché ispirato dall'amore all'umiltà ed alla perfezione.

5. L'anima umile sfoga nel confessionale il bisogno che ha d'umiliarsi. Certi motivi bassi che fanno arrossire; certe colpe vergognose del passato... si compiace di farle conoscere e di richiamarle alla memoria. – Si guarda bene di cambiare l'effetto delle proprie confessioni o con esagerare o con qualche altro mezzo studiato... vuole, apparire vile e non umile perfino agli occhi del suo confessore... - Vi e forse bisogno dì dirlo? la verità ci proibisce d'imputarci torti che non abbiamo; e la savia prudenza non può permetterci di farci conoscere male o falsamente con il pretesto d'umiliarci.

6. Certe occasioni mettono alla prova in modo particolare il disprezzo di sé. Siete ripresi; siete avvertiti di un errore, di un'imprudenza. Prima riflettete, e, se l'osservazione è giusta, ringraziate francamente; e guardatevi bene d'aggiungere qualcuna di quelle proteste e dichiarazioni che sono piene o che risentono della confusione d'un amore proprio ferito: oh! avete ragione! io non ho che difetti! ohi se conosceste tutte le mie miserie!,..

7. Al contrario, quando date un consiglio od un avviso e viene disprezzato, se voi ve ne mostrate indispettito, se vi fate sopra dello spirito : " Dopo tutto è affare vostro: sicuro voi ne sapete più di me!... " allora è certo che non parlate per umiltà. Fate una questione d'amor proprio, d'un atto di carità, ed il vostro zelo rimane sconcertato; mentre un'umiltà profonda, avendo di mira il maggior bene, vi avrebbe forse consigliato ad insistere con dolcezza, trattandosi d'un eguale; con franche ammonizioni, trattandosi d'un sottoposto del quale dovete rendere conto perché a voi affidato.

Riflessioni e sentimenti

- 8. Quali sono verso quest'anima umile i sentimenti di Dio, le sue generose disposizioni, ed al bisogno, la sua indulgenza? Non lo vedete sempre pronto a prodigarle il suo amore? - 9. Ah! chi mi insegnerà a dimenticarmi e ad inabissarmi in un sincero disprezzo di me?! - 10. Lunghe considerazioni su Gesù umiliato; - 11. Domandare con ardore la grazia d'intendere, di desiderare, di volere; - 12. Mettersi meglio che si può in questa disposizione del disprezzo abituale di sé. e custodirsi libero da ogni vana compiacenza.

III. Inclinazione a stimare gli altri

La stima per il prossimo non è un atto diretto dell'umiltà, ma ne è l'effetto più costante e la prova più certa. Si può temere d'ingannarsi sull'amore che crediamo di avere per il nascondimento ed il disprezzo; stiamocene pur sicuri se. contemporaneamente, sentiamo una franca inclinazione a stimare gli altri.

Se in realtà ho l'amore per il nascondimento, niente mi da ombra; se provo per me stesso un disprezzo sincero, altrettanto innalzo gli altri per ragione dei contrari. L'orgoglio, tutto all'opposto, mentre innalza se, umilia gli altri.

1. " Alias reputa meliores te. Reputa gli altri migliori di te , dice S. Paolo. Ecco la vostra regola pratica.

L'anima umile non si preferisce a nessuno, e mai pensa male degli altri.

I suoi propri difetti la tengono molto occupata perché si studia di vedere quelli del prossimo. E quando li ha conosciuti li scusa, e se non le è possibile scusarti, li compatisce (9). Essa, in questa materia, usa più delicatezza con i suoi pensieri che con le sue parole; perché ciò è più perfetto.

2. L'anima umile ha in orrore specialmente un sentimento, il disprezzo del prossimo, questa caratteristica dell'orgoglio.

Un tal sentimento tenta di insinuarsi nel suo cuore mentre lo disapprova; e per liberarsi della sua influenza,

PRIMA MEDITAZIONE

reagisce contro l'impressione sfavorevole che ne esperimenta col sostituirle un'impressione favorevole. A questo fine fissa il proprio pensiero sopra le buone qualità della persona, o sopra l'amore che Gesù le porta.

3. L'anima umile in tutte le sue relazioni con il prossimo è eminentemente ragionevole. L'umiltà la inclina a mostrarsi giusta, imparziale e generosa. - Non è né esigente né afflitta. - Non si offende per una trascuratezza o per una mancanza di rispetto. - È essenzialmente dolce e profondamente riconoscente... Perché crede di non meritare nulla.

4- Se per caso è vittima di qualche ingiustizia o di qualche violenza l'anima umile ben lungi dall'abbandonarsi all'indignazione, prima esamina se ne sia lei la cagione; poi. riflettendo alle proprie colpe, riconosce che Dio ha il diritto di servirsi degli altri per punirla. Così niente è più mite e soave d'un cuore umile; sembra che abbia perduto la triste possibilità d'irritarsi; sentesi così povero! (10).

Riflessioni e sentimenti. - 1. Ammirare la divina economia delle virtù. La carità che nasce in qualche modo dall'umiltà e che, sotto le sue ali, trova la protezione più sicura, il calore che la fa generosa. - 2. Osservate come, con questa disposizione, sia facile sopportare e compatire il prossimo. - 3. Solo la stima che si ha per gli altri, li incoraggia efficacemente; ora, l'incoraggiamento è il mezzo più efficace per agire sopra la volontà.

- 4. Che sarebbe mai una famiglia, un gruppo di persone se ciascuno avesse una carità fatta d'umiltà? mai avversioni, mai amari rimproveri, mai gelosie, non confronti odiosi, non suscettibilità, non ingiurie. — 5. Notatelo bene, la stima del prossimo, nata dall'umiltà, è una stima spontanea, che sboccia da un'intima convinzione. Quella che fosse determinata da un precetto di carità, potrebbe indurre, ai medesimi atti, ma imponendoseli. Ora gli atti imposti, se sono ugualmente virtuosi, non sono ugualmente efficaci, ne ugualmente soavi. — 6- Concepire un vivo desiderio di stima per tutti e più particolarmente per le persone che mi circondano. — 7. Esaminare la mia condotta a loro riguardo, il mio contegno, il mio modo di procedere, le mie parole. — 8. Scandagliare il mio cuore: ci troverò solo benevolenza? non sono, al contrario, difficile, esigente, inquieto? Domandarlo fortemente all'umiltà che dispone alla stima verso gli altri; domandarlo con insistenza.

SCHIARIMENTI

sul compito della volontà e della sensibilità nella virtù.

Facciamo seguire a queste meditazioni che sconcertano le nostre abitudini uno studio serio delle impressioni che ci lasciano.

La principale è una specie di scoraggia meni o, forse di terrore: "A queste condizioni io non sono né posso essere umile! Se mi abbasso, mi pare di farlo a malincuore; se mi disprezzo, mi sembra di agire con poca convinzione; e nemmeno mi pare di sentire per gli altri una stima schietta e sincera! Dunque sono io, forse, senza virtù, perché non ho

inclinazione a queste cose? ".

Desiderate voi tali disposizioni? Sicuramente. Ebbene, vuol dire che camminate per il loro acquisto. — Siete voi risoluto di esercitarvi in esse anche con pena? Senza dubbio. — Ma questo è un ottimo esercizio, in esso è l'umiltà di volontà; e attualmente è questa per molte anime la sola umiltà possibile?

Sappiate che la virtù risiede solo nella volontà; e che l'inclinazione che ne costituisce l'essenza è un'inclinazione di volontà e non di sensibilità. Il gusto verrà, forse, dopo una lunga abitudine, o sarà prodotto da un grande amore; addiverrà così un potentissimo aiuto per gli atti; darà alla virtù un'attrattiva più dolce; ma, giammai, costituirà la virtù stessa; e la virtù potrà sempre senza esso ed esistere ed agire e svilupparsi. Proviamoci a stabilire con un'analisi rigorosa questa importante distinzione. Essa non solo porterà luce nel caso presente, ma chiarirà anche altre numerose incertezze.

1° Non confondiamo la volontà con la sensibilità. La volontà è la determinazione, la scelta; la sensibilità è ora il gusto ed ora il disgusto. - Il gusto è l'impressione piacevole che attira; il disgusto è l'impressione spiacevole che ripugna.

2° La sensibilità e la volontà obbediscono a leggi diverse. - La sensibilità ama ciò che e conforme ai suoi gusti; la volontà ciò che è conforme al dovere.

Si può dunque nello stesso tempo ed amare e detestare lo stesso oggetto. Così per esempio, la natura prende diletto in una soddisfazione d'amor proprio che la volontà riprova, ed, al contrario, si sente tutta disgustata per un'umiliazione che la volontà accetta ben volentieri. - In fatto di virtù, preferire è amare. - La virtù, ripetiamolo, risiede solo nella volontà.

3° Tuttavia la sensibilità è soggetta alla volontà, perché questa estende la sua azione su. tutto il nostro essere morale. E quanto più la virtù è potente, tanto più signoreggia la sensibilità, la quale alla sua volta le presta l'importante concorso dei suoi gusti e dei suoi ardori.

II.

Ciò non ostante, notiamolo: il dominio della virtù sulla sensibilità non è un dominio né diretto né assoluto.

1° La volontà non può imporre a questa capricciosa facoltà di ricevere la tale o tal altra impressione; ma può presentarle in modo efficace quegli oggetti i quali producono quella data impressione.

2° Questo dominio che è solo diretto nei suoi mezzi, non è assoluto nei suoi effetti. L'impressione che si voleva provocare, può anche non prodursi. Possono sopraggiungere a mettervi ostacolo, mille disposizioni difficili ad analizzarsi.

Il gusto sensibile, infatti, dipende dal temperamento, dalle circostanze favorevoli, dalla novità ecc., cose tutte, che sfuggono alla nostra scelta.

3° Interviene anche Iddio. A volte Egli si contenta di permettere il corso regolare di queste disposizioni contrarie; a volle agisce da sé: " Aumenterò la tua sensibilità ", disse il Salvatore a Santa Margherita Maria. Spesso, in vero, il nostro amor proprio acquista un'impressionabilità morbosa. A prima vista, una umiliazione di questo genere, ci pare intollerabile...

4° Se poi la tentazione, alla sua volta, ci arreca disturbo, disgusto, rivolta... la prova allora è completa; ma la virtù rimane intatta ed immacolata sulle sommità della volontà.

Coraggio! Iddio veglia. Noi usciremo dalla prova più affrancati, più costanti, più amati da Pio, e, ciò che qui particolarmente ci interessa... più umili.

II MEDITAZIONE

23° Esercizio

del quale si possono fare utilmente tre meditazioni

Della vera umiltà. - Suoi effetti. .

Primo punto: La Pace. - Secondo punto: Il Fervore. - Terzo punto: La Fecondità.

Preparazione per la vigilia

La pace, il fervore, la fecondità sono gli effetti dell'umiltà, e quindi l'umiltà è la vita spirituale nella sua piena fioritura: una vita che sa signoreggiarsi, che agisce e che si espande! L'atmosfera è pura, il germoglio rigoglioso, e la raccolta abbondante e ricca! Il cuore si dilata, l'azione diventa facile, e le fatiche sono coronate dal successo!

O mio Dio, fate che io comprenda e gusti queste cose; fate che da esse attinga un gran coraggio e qualche gioia.

Se, alla vista della mia vita senza fervore e senza fecondità. il rimorso mi rode e lo stesso scoraggiamento mi assale, fatemi intendere che sono sempre in tempo a rimediare a tutto, che io ho nella mia stessa infedeltà, in questa triste indigenza che mi turba, una ragione più forte per farmi umile. - Ne va della vostra gloria, o mio Dio! Ne va del vostro regno delle anime, o Gesù! – Se è necessario, umiliatemi, stritolatemi, ne sono contento: sarò, forse, il granello di frumento il quale, affinché nasca e germogli, ha .bisogno d'essere nascosto sotto terra e calpestato.

Meditazione.

Preludio

I. La pace. – 1. Invenietis requiem... troverete la pace " (Matt 11, 29). - È la promessa del divino Maestro; promessa formale; promessa speciale all'umiltà. – Sorge dalla natura stessa delle cose. Infatti, la pace si definisce: l'ordine mantenuto: " pax est tranquillitas ordinis" (S. Agostino). Ora. l'umiltà è l'ordine rispetto ad ogni cosa: ci rende obbedienti a Dio, dolci verso il prossimo, rassegnati alle nostre miserie... Da qual parte, adunque, potrebbe assalirei il turbamento?

La pace è il massimo bene dell'esilio, come la felicità il più gran bene della patria; perché e l'una e l'altra sono il regno di Dio.

La pace è il bisogno più imperioso dell'anima... Per avvicinarsi a Dio, è necessario esser puri, è vero; ma è anche necessario essere in pace.

2. L'orgoglio è un disordine che ci sposta. Un meccanismo spostato produce il turbamento. L'orgoglioso si lagna facilmente, e degli uomini, e degli eventi, e di Dio stesso. - Ama di fare ciò che gli talenta, e s'irrita contro chi gli resiste. - È ambizioso e si indispettisce. - Gli insuccessi lo abbattono, ed il successo non gli arreca la pace. Cerca se stesso invece di cercare Iddio; e mai è soddisfatto.

Felice lui se, vittima dì qualche più amaro disinganno, saprà abbassare la fronte; nell'umile confessione del proprio errore ritroverà la pace. - L'umiltà lenisce il dolore e rimedia al male... Ci ricolloca al nostro posto...

- Ci restituisce a noi stessi, e ci apre il Cuore di Dio. Dopo tante agitazioni, quale riposo in questo Cuore! Dopo tante sofferenze, quale benessere: invenietis requiem!

3. Vi sono grandi umiliazioni che riempiono il cuore d'una pace immensa. Erano esse penetrate fino nelle sue fibre più delicate, ma vi trovarono un'umiltà generosa che le abbracciò amorosamente; e, dal loro celestiale amplesso, in cui niente di umano si mescola, nacque questo nobilissimo gaudio che consuma la vittima come un olocausto di un soavissimo profumo. È vero, questo gaudio rallegra ed illumina solo le sommità; quella parte dell'anima che tocca la terra rimane talvolta nell'ombra... Ciò avviene perché l'anima stessa immacolata ha bisogno di rimanere umile ai suoi propri occhi.

"Studiati, o figliuolo, di fare piuttosto la altrui volontà che la tua. Scegli sempre d'avere il meno che il più. Cerca sempre l'ultimo luogo, e di startene sotto a tutti. Desidera sempre e prega che in te s'adempia interamente la volontà di Dio. Ecco, un uomo a questo modo entra nel soggiorno della pace e del riposo ".

Questo cammino che conduce alla pace non lo ha forse tracciato la stessa umiltà?

La pace! Non sono io talvolta turbato, triste, scontento degli altri e di me? Non mi trovo io in questo stato dopo d'aver subito qualche umiliante disinganno, qualche insuccesso, dopo d'aver commessa qualche mancanza, alla vista desolata d'una persistente miseria?... Dunque io non avevo un'idea abbastanza bassa di me! Io non trovo affatto in me quella facilità, quell'inclinazione che è propria della virtù. Oh! sono ben lontano dal possedere l'amore per l'abiezione.

A quale sacrifizio debbo assoggettare il mio amor proprio per assicurarmi la pace? Se mi piegassi ad amare tutto ciò che mi umilia, sia dentro di me, sia fuori di me? Se almeno accogliessi l'umiliazione con dolcezza amica? Io ammiro la pace che godono le grandi anime sotto il peso dell'obbrobrio, perché addimostrano una forza padrona di sé; io l'invidio questa bellezza morale, ma Iddio solo la dà!

II. Il fervore. - " Humilitas... praebet hominem patulum ad suscipiendum inftuxum divinae gratiae. L'umiltà rende l'uomo malleabile sotto l’azione della grazia di Dio " (S. Tommaso).

1. Il fervore non è la santità; né è la perfezione; è l'attività spirituale. - Sotto la sua influenza le virtù operano, si aiutano scambievolmente, progrediscono. - Quest'esercizio viene fatto a volte con facilità ed a volte con sforzi penosi. Ora è la primavera con l'incanto dei suoi fiori ed ora l'autunno con le sue foglie ingiallite ed i suoi frutti maturi.

Ma, consolazione o prova, primavera o autunno, è sempre il movimento interno della vita. - Ora questa attività, che caratterizza il fervore, dipende dall'abbondanza delle grazie. Ne dipende talmente che, senza grazia si rimane inerte; e con molte grazie si corre, si vola. –

La grazia è rumore che sale, è il sangue che circola, è il calore vitale che si espande in lutto l'essere.

2. D'altra parte, la distribuzione delle grazie dipende intieramente da Dio. Ora, Dio è libero e vuol rimanere libero. Non vi è dubbio, la cooperazione assicura le grazie; ma sono necessarie le grazie anche per questa cooperazione. Qual mezzo migliore per ottenerle di quello di piacere a Dio? Ora l'anima piace a Dio con la sua fisionomia, e con il suo atteggiamento lo commuove.

- Studiarne la fisionomia dell'anima umile. È insieme rispetto, obbedienza ed amore; un riverbero del sentimento profondo della propria miseria; un'espressione inimitabile di verità e di semplicità. - Perché non piacerebbe a Dio? - Consideriamo il suo atteggiamento. È quello di un povero che sente le proprie miserie e che prega. La sua posizione più naturale è quella di rimanere inginocchiato davanti a Dio. " Oratio humiliantis se, nubes penetrabit. La preghiera dell'umile penetrerà i cieli " (Eccli. 35, 21).

Contempliamo gli occhi dell'Onnipotente non mai sazi di rimirare quest'anima, e le sue orecchie che non si stancano mai di udire la voce della sua preghiera. Il suo Cuore si apre, e riversa su quest'anima continue grazie, come continuò è il di lei umile atteggiamento, e tanto poderose quanto umili sono le sue suppliche.

Illuminata ed eccitata dall'alto quest'anima cammina con passo quanto rapido altrettanto sicuro verso la perfezione e la santità: la perfezione è la virtù lungamente esercitata; la santità è il merito accumulato a poco a poco.

3. Diamo uno sguardo all'anima orgogliosa. Essa è spiacente a Dio, gli chiude il Cuore ed allontana le sue misericordie. Non sente il bisogno di pregare, prega poco e male; quindi intristisce come una pianta senza sole. Forse le rimane abbastanza grazia per vivere, ma non tanta quanta ne occorre per vivere con intensità; dunque non sarà mai fervorosa.

- Il fervore! Io mi lamento della mia interna languidezza, delle mie aridità nella preghiera, del mio poco ardore di fronte a doveri fastidiosi. Noto che contrariamente alla legge di ogni vita, non progredisco affatto. La mia attenzione è distratta, fiacca la mia azione, il mio gusto per le cose di Dio quasi un nonnulla. Come spiegare questa insipidezza? Forse mi accade questo perché mi manca l'umiltà, l'umiltà, questo stimolo di tutte le attività, questa disposizione che attira tutte le grazie? Per possedere quest'umiltà che stimola non basta fuggire ogni stolta vanità, ogni eccessiva pretesa, oso dire, non basta non essere orgoglioso; l’umiltà negativa esclude la colpa; non fa nascere il fervore. È necessaria un'azione più positiva, uno sguardo più supplichevole, un vivo sentimento della propria bassezza, un'umiliazione risoluta verso ciò che è umile, un grido verso Dio!

Cerchiamo il fervore nella pratica dell'umiltà, nel suo sentimento vivificato e se si può reso sensibile; difendiamoci soprattutto da ogni agitazione d'amor proprio, nel quale la forza e l'energia sì esauriscono.

III. La fecondità. - 1. Nisi granum frumenti... Se il granello di frumento è seminato nella terra e calpestato coi piedi, se prende tutte le apparenze della morte allora frutta con abbondanza (Giov. 12. 24).

Questa terra che nasconde,... questi piedi che calpestano,- quest'apparenza di morte che annienta,... ecco l'immagine parlante dell'umiltà; ecco la condizione della fecondità spirituale.

Il fervore è l'effetto della grazia che opera di dentro; la fecondità è l'effetto della grazia che opera di fuori. Quello opera il bene nell'anima nostra; questa lo opera

nel prossimo per mezzo di noi. Ambedue obbediscono, d'altronde, a leggi simili.

2. Vediamo quale sia il gusto di Dio nella scelta dei suoi cooperatori. Si rivolge ai piccoli, ad uomini capaci di arrecargli solo un concorso irrisorio, " Infirma mundi,.., quae stulta sunt eligit " (I Cor. 1, 27).

Qual è il suo scopo? Iddio vuole che spicchi la sua azione, vuol renderla manifesta, smagliante... Uno strumento di una grande abilità potrebbe far credere che la causa trionfasse per dato e fatto suo... Forse sarebbe tanto vanitoso da crederlo egli stesso.

La scelta degli Apostoli e dei primi cristiani si ripete in tutti i tempi; e quando Iddio suscita uomini di gran genio li fa ancora più grandi per mezzo dell'umiltà, perché Egli non osa domandare per le opere sue il concorso dell'orgoglioso, e, ohimè! nemmeno prestargli il proprio.

Quanti e quali talenti rimasti infecondi solo per questa ragione; e, al contrario, quali e quante opere meravigliose uscite da un umile S. Francesco, da un umile S. Vincenzo, da un'umile donnicciuola del popolo!...

Tutto prospera nelle loro mani e ciò non desta la nostra meraviglia... Tutte le opere dell'orgoglioso finiscono in una bolla di sapone, ed egli non sa darsene ragione.

Questi è più capace dell'altro, e tuttavia l'opera è quasi del tutto sterile... Ma è scritto: " Né colui che pianta, né colui che irriga dà la fecondità! neque qui plantat est aliquid, ecc. (I Cor. 3, 7).

3. A questa causa generale, la benedizione di Dio, noi potremmo aggiungere l'azione delle cause seconde. L'umile diffida di se stesso, riflette, domanda consiglio... ora questi atti costituiscono la prudenza. L'orgoglioso agisce tutto al contrario. — D'altra parte incontra in chi lo circonda tutte le opposizioni a cagione della sua dura ostinatezza o tutte le antipatie a causa della sua albagia e presunzione. Dio per raggiungere i suoi fini. non ha da fare altro che lasciare che le cause stesse producano i loro effetti.

4. Tuttavia, diciamolo, qualche volta Dio fa passare il bene per le mani dell'orgoglioso. E fa questo o per rispetto ad una missione che Egli ha a lui affidata o per riguardo alle preghiere fatte da altri, od infine, per amore delle anime che non hanno altro mezzo che questo a loro disposizione.

Nel gran giorno delle ultime rivelazioni l'azione di Dio non apparirà meno luminosa. Ma fin di quaggiù sarà svelata e manifestata, più d'una volta, l'imbecillità di questi cooperatori- " Insipientia eorum manifesta erit " (2 Tim. 3. 9).

Così pure l'artista getta via un cattivo strumento dopo d'essersene servito.

La fecondità. Come avviene che io ho sì poca azione santificatrice su coloro che mi circondano? Come avviene che mi si presentano tanto di rado le occasioni per agire su le anime? Quanti hanno una posizione uguale alla mia. sanno menare una vita feconda di opere sante! Ed io so la ragione. Perfino le loro più piccole parole hanno un incanto che penetra e che rapisce, l'incanto di tutto ciò che è senza orgoglio, impersonale. Il loro solo

atteggiamento basta a togliere ogni opposizione, si sente che non si impongono; sembra che sempre sì faccia loro un favore. Esse si guardano bene dall'umiliare; con loro si vive in un'atmosfera di stima che apre il cuore alla confidenza e fa diventare più buoni. L'ingegno senza umiltà è un raggio che né illumina né riscalda; e l'attività senza umiltà, un semplice sforzo umano. Solo la vita genera la vita. Attirare in noi il Dio Creatore con la sua grazia: ecco il segreto del bene. L'umiltà profonda ci vuota di noi stessi e gli fa posto; l'umiltà supplichevole lo attira con inviti e gemili irresistibili. O mio Dio, datemi una umiltà non comune, un'umiltà viva e sensibile, la sola che sia. feconda. Ah! sempre mi umilierò, nei felici come negli infelici eventi... La mia unica sicurezza consiste nel riconoscere sempre che ogni bene viene da Voi, e che io sono un servo inutile!... Quando vedrete che io non voglio rubarvi più la vostra gloria, forse renderete allora le mie fatiche feconde come mai furono (11).

La pace, il fervore, la fecondità, ecco la vita nella sua regolarità, nel suo movimento, nella sua estensione!

La vita che si espande sotto un cielo limpidissimo e luminoso, senza tempeste; la vita che fa fiorire dovunque primavere eterne; la vita che si moltiplica nelle anime vicine; la vita soprannaturale che è la vita di Cristo in noi, la vita di Dio in Cristo ed in noi insieme,

La pace! oh! datemi questa pace imperturbabile perché sono morto a tutto ciò che turba. Il fervore! ohi datemi questo fervore che si slancia, che corre, che vi consegue, o Dio, supremo oggetto delle nostre fatiche, delle nostre ricerche e delle nostre aspirazioni.

La fecondità! oh! datemi anime, frutti della mia; del mio amor benedetto, della mia azione scevra d'ogni amor proprio; questa fecondità, o mio Dio. che semina la vostra vita nelle anime per trasformarle in Voi.

Oh! umiltà dispensatrice di tutti questi doni, io t'ammiro bella e potente; io t'amo, benefica; io ti voglio meritare. possedere, conquistare!

III MEDITAZIONE

24° Esercizio

Dell'umiltà nelle sue relazioni con Dio.

Primo punto: Lo spirito di sottomissione. - Secondo punto: Lo spirito di religione. - Terzo punto: Lo spirito di gratitudine e di generosità.

Preparazione per la vigilia

Meditazione.

Preludio

1. Lo spirito di sommissione. – " Humilitas praecipue consistit in subimssione hominis ad Deum. L'umiltà consiste soprattutto nella sommissione dell'uomo a Dio " (S. Tommaso). - Sottomissione universale: è il largo campo dei suoi voleri e dei suoi desideri. - Sottomissione pronta e senza esitazione; è l'ordine delle cose; è il dovere. Sottomissione felice: è il mio bene, è la mia grandezza.

L'umiltà fa sparire la volontà della creatura, come principio indipendente di determinazione, per sostituirvi le determinazioni divine. L'anima molto umile attua, dunque, la sublime domanda: Sia fatta la vostra volontà come in cielo cosi in terra.

I comandamenti le sembrano sapienti e buoni: tutto ciò che ad essi si oppone, le appare detestabile. - Giammai ella si farebbe lecito di dire: Oh! se la tal cosa non fosse proibita! giammai si farebbe lecito dì distinguere fra peccato grave o meno grave, poiché odia anche il più leggero.

I consigli evangelici la trovano pronta con facilità; ella tutti li ammira, e, giunta l'occasione di praticarli, non aspetta che un cenno dall'alto.

L'anima umile ascolta la voce del Maestro che le parla al cuore. Riconosce la sua parola alla pace che le lascia. In qual modo potrebbe essa resistere alle sue ispirazioni? - Tuttavia non dimentica che spetta al Direttore verificarne e moderarne le attrattive; ma in lui ascolta ugualmente Iddio.

Lo spirito di fede insegna all'anima umile che la Provvidenza governa e gli atomi e gli astri; che traccia i sentieri dell'uomo alla stessa guisa onde guida i destini delle nazioni; che la Provvidenza veglia maternamente su ciascuno di noi, prendendosi cura perfino dell'ultimo dei nostri capelli; che, infine, tutti gli avvenimenti, o grandi o piccoli, conosciuti o non conosciuti sono stati previsti e ordinati da Dio ed armonizzano con tutti i suoi attributi.

Docile a queste commoventi verità. L’anima umile non comprende come si possa mormorare; è dolce e soave in tutte le sue afflizioni; - è tranquilla di fronte ad ogni contrattempo. - La rassegnazione le è come naturale:

" Lo ha permesso Iddio, - Lo ha voluto Iddio. – Dio è il padrone. - Questo padrone è buono! ". Ecco luna la sua filosofia; ed è, invero, ammirabile.

Le tentazioni, anche le più importune, le pene interiori, anche le più inesplicabili, la trovano sempre sommessa. Soffre, senza dubbio, geme, tenie, ma dalle sue labbra non esce mai questa parola: perché? né osa dire come certe anime senza umiltà: questo non è giusto!

L'anima umile si rammenta delle proprie colpe, delle proprie resistenze, del proprio orgoglio: - È la loro punizione meritata, pensa ella. e sarà anche la loro medicina!...

Così ella vive in mezzo a queste tenebre ed a questi assalti piena di confidenza e diventando sempre più umile... oh! se ella potesse leggere negli occhi del Padre suo celeste!

II. Lo spirito di religione. - Uno degli effetti più notevoli dell'umiltà è lo spirito di religione; essa lo produce con tutta la forza della sua propria inclinazione.

Si avrà tanto spirito di religione, quanto si avrà di umiltà, cioè si sentirà maggiormente la distanza che separa il niente dall'infinito.

Quando questa luce illumina totalmente una vita, da a tutto ciò che spetta a Dio proporzioni e colori meravigliosi.

Tutto è splendido: e la natura, e la chiesuola povera, ed il nome solo di Dio. La vita d'una pianta, d'un fiore, di un insetto, d'un piccolo nido d'augello... riempie di rispettosa tenerezza. - L'universo è un gran tempio pel quale devesi passare con raccogli mento. L'umiltà, è come una voce che incessantemente ci ripete: Considerate come voi siete piccoli, considerate come Dio è grande. - Qual gioia per essa gridare: Colui che veglia e protegge i miei timidi passi vacillanti è Colui che governa le evoluzioni di questo immenso universo.

Questo spirito di religione accompagna dovunque l'anima umile. S. Francesco di Sales, solo nella sua cameretta, si sente alla presenza della maestà di Dio e mantiene lo stesso contegno come se fosse in pubblico. - Consideriamo il culto che è l'oggetto speciale della virtù di religione.

La Chiesa è il palazzo dove risiede l'Eterno, - il trono dal quale riceve ufficialmente i nostri omaggi; l'altare su cui gli vengono offerti tutti i sacrifìzi. - È anche il luogo santo dove scorre la grazia e l'unzione dei sacramenti e dove brilla la luce della parola divina, - il luogo consacrato dove ogni pietra merita una tenera venerazione.

Lo spirito di fede fa intendere queste cose; lo spirito d'umiltà le fa sentire.

L'umile entrando in chiesa si vede ricoperto di cenci; si considera come un mendico introdotto nel palazzo di un re.

- Egli manifesta quest'impressione con il modo di prendere l'acqua benedetta, di camminare, di scegliersi un posto. Vorrebbe poter rimanere sempre in ginocchio. Se la stanchezza lo costringe a sedersi, ne domanda filialmente a Dio il permesso e si mantiene in una posizione modesta, - Non si permetterebbe la minima libertà di sguardi, la minima distrazione di pensiero... non è forse indegno d'esservi tollerato?

Che sarà nel tempo delle funzioni, degli uffici, delle prediche, della messa! Che sarà alla sacra mensa! Ecchè! Questa povera creatura, questo niente fatto di peccato... che occupa nello spazio un punto impercettibile, venire ammesso alle intimità di Colui che è il Tutto!.. L'umile stupisce, ama. adora. L'anima umile usa trattare così dovunque e sempre Iddio in Dio.

III. Lo spirito di gratitudine e di generosità. - 1. Giudicarsi indegno di tutto, vedersi povero, sentirsi infermo; quindi contemplare Iddio, infinito, buono e misericordioso come una madre, che si abbassa verso questa misera creatura per riabilitarla, guarirla, arricchirla e amarla, non è, forse, dare al sentimento della riconoscenza e della gratitudine l'espressione più vera, e lo stimolo più potente? Ora, quest'appunto è l'opera dell'umiltà.

Forse l'ingratitudine risente più della distrazione e della dimenticanza che della mancanza di cuore. L'uomo, conosciuto il bene, tende ad esso naturalmente; ma troppo spesso non lo conosce, e quindi non l'ama. I benefìzi di Dio ci circondano da ogni parte; tutti i giorni; non vi è uomo che non ne riceva; e noi ci abituiamo a goderli come se ci piovessero addosso da se stessi, senza nemmeno pensare che vi è una Mente che li dispensa.

I benefizi particolari non richiamano sempre la nostra attenzione distratta. - Le relazioni naturali di Dio con l'anima nostra sono in qualche modo continue. – Le grazie speciali non sono punto rare; ma i nostri occhi, ohimè! restano chiusi. Qualche volta, però, grazie evidenti ce li hanno fatti aprire, ed allora abbiamo esclamato : Quanto è buono Iddio!...- Ma subito occupati e distratti intorno ai suoi doni abbiamo dimenticato il Donatore. Siamo simili ai bambini che si lasciano preoccupare dai loro baloccai con incosciente egoismo.

2. Ora niente mette in luce i benefizi di Dio, niente rende la riconoscenza e la gratitudine generosa, come lo spirito d'umiltà: Io ho meritato l'abbandono e sono l'oggetto d'una materna sollecitudine! - lo ho meritato l’odio, e sono l'oggetto dell'amore! . Questo contrasto potrebbe essere continuato indefinitamente: ha tutta l'estensione delle nostre miserie, e tutta l'estensione della misericordia di Dio. Ci rammenta questo bei cantico dei salmi, che ad ogni versetto ripete; " Quoniam in aeternum misericordia eius: è necessaria un'eternità per cantare tutte le vostre misericordie! " (Salmo 135).

L'anima veramente umile non teme, adunque, di vedere in se stessa i doni di Dio, ed il Magnificat che le si sprigiona dal cuore le viene ispirato da questi due sguardi che si armonizzano e si completano. Quanto è pericolosa la considerazione del bene che è in noi quando rimane sola, altrettanto essa è utile quando va unita alla sua contraria, la considerazione della bontà di Dio, fonte di questi benefizi.

L'importante, adunque, è di contenerci nella verità tutta intera. La leggerezza, l'allettamento della vana compiacenza. soprattutto la lode, possono in un modo insidioso trascinare l'anima fuori di questo ambiente naturale... questi sono i soli suoi nemici.

IV MEDITAZIONE

25° Esercizio

Dell'umiltà delle nostre relazioni, verso il prossimo.

Primo punto: Verso i superiori. - Secondo punto: Verso gli eguali. - Terzo punto : Verso gli inferiori.

Preparazione per la vigilia

E ciò non ostante, è il sostegno più valido della nostra virtù: solo un'anima molto umile è sempre soave e paziente; solo essa è equanime e ragionevole; solo essa intenerisce i cuori: il nostro e quelli dei nostri fratelli.

La durezza, la mancanza di riguardi, l'egoismo fan sentire che l'umiltà manca.

Iddio ci ha dato un segno perché possiamo conoscere se noi lo amiamo; è l'amore verso coloro che naturalmente ci ispirerebbero o l'indifferenza o l'avversione. Lo stesso è riguardo all'umiltà. Umiliarsi davanti a Dio è facile, purché si abbia fede; ma essere umili con il prossimo, qualunque esso sia, tocca quasi l'eroismo. È questa la pietra di paragone per conoscere la vera virtù dell’umiltà.

Meditazione.

Preludio

I. Verso i superiori. - Se realmente saremo umili con Dio, saremo tali anche con i nostri superiori, perché in essi vedremo e rispetteremo l'immagine della divina maestà. Questo carattere sacro dei rappresentanti di Dio, che irradia tutta la loro persona, ci accecherà riguardo alle loro miserie personali; non fermeremo più il nostro pensiero sopra i difetti, che ci renderebbero penosa, e forse anche insopportabile la loro qualità di superiori, secondo le viste umane, la nostra condotta verso di loro sarà tutta penetrata dallo spirito di interiore e filiale sommissione.

II. Verso gli eguali. - L'anima che vive penetrata dal duplice, sentimento della grandezza di Dio e della propria bassezza, non si stima uguale a nessuno; per essa, gli uguali sono sempre, in qualche modo. suoi superiori; e dal fondo del cuore onora la loro superiorità relativa. Possiede un istinto meraviglioso per scoprire negli uguali preziose doti naturali o spirituali, dinanzi alle quali si compiace interiormente d'inchinarsi; talenti, qualità, meriti che esigono da lei il rispetto e che le danno il motivo di modestamente nascondersi.

Ama l'ultimo posto fra i suoi uguali e non è mai a corto di buone ragioni per giustificare questa sua predilezione. Lungi da rivaleggiare, è sempre disposta a cedere il passo, ad usare deferenze agli altri, a rimettersi al loro giudizio, ai loro gusti, ad assoggettarsi alla loro volontà.

Piacesse a Dio che tutti gli uomini fossero animati da questo spirito. Quale unione perfetta, quale delicata carità genererebbe fra di loro questo voto dì S. Paolo se lo ponessero in pratica : " In humilitate, superiores, sibi invicem arbitrantes. Praticate questa umiltà che fa sì che ciascuno consideri gli altri come propri superiori " (Filip. 2, 3).

III. Verso gli inferiori. - Chi studia se stesso al lume della verità non si attribuisce superiorità alcuna sul prossimo; e pensa che gli inferiori non esistano. " Non avrete fatto nemmeno il più piccolo progresso fintanto che non vi stimerete l'ultimo di tutti ", dice l'autore dell'Imitazione. Se l’umile deve occupare qualche posto autorevole per parte di Dio, non dimentica il proprio niente, non lo perde di vista un solo istante. Con la sua sollecitudine, con la sua abnegazione, con la sua dolcezza si fa servo di tutti.

Quando esercita con i suoi sottoposti la propria autorità, fa con gioia gli uffici più umili, si abbassa inferiormente davanti ad essi, s'inginocchia, in spirito ai loro piedi sull'esempio del Divino Maestro " che non è venuto per esser servito ma per servire " (Matt. 20. 28).

Niente d'imperioso né di duro, nulla d'esigente nel suo modo di comandare, " Chi è il più grande si faccia vostro servitore " (Matt. 20, 26).

Si mette nei piedi dei suoi sottoposti per intendere le loro difficoltà e le loro pene, per compatirli e sollevarli. Si studia d'ottenere un'obbedienza spontanea, domandandola loro in nome di Dio. Mai fa loro rimproveri pubblici, e nemmeno privati, che possano urtare la loro suscettibilità. Si studia di vincere gli indocili con una pazienza soave ed instancabile.

Oh! se noi fossimo veramente umili avremmo un grande potere sulle anime! La grandezza può incutere il timore, l'indegno destare l’ammirazione; la semplicità e la modestia allargano i cuori, li attirano, li trascinano. li soggiogano perché non possono fare a meno di riconoscere in esse l'immagine vivente di Colui che fu la stessa umiltà e la stessa dolcezza.

NOTA. - Nella quinta settimana ritroveremo l'amore del prossimo considerato sotto un aspetto più vasto.

V MEDITAZIONE

26° Esercizio

Del coltivare l'umiltà con l'esteriore, e con le cose esterne.

Primo punto: Circondarci di umiltà. - Secondo punto: Impregnarci di umiltà. - Terzo punto: Spirare umiltà.

Preparazione per la vigilia

Gli spiriti superficiali non sanno rendersi conto dell'influenza che esercita il fisico sul morale" l'umiltà può trovare nelle pratiche esteriori che impone una ripercussione che favorisce il suo sviluppo. Sembra che le cose entrino in noi per i sensi e vi depongano la loro speciale impressione. Forse ho io fin qui guardato con sdegno o almeno con indifferenza questo genere d'azione formatrice. Eppure l'ho a mano più che ogni altra, e non è la meno efficace. Il timone della nave non è altro che un piccolo pezzo aggiunto ad essa, eppure la governa e dirige. Un contegno costantemente umile può condurre molto avanti nella virtù.

E poi, un esteriore senza umiltà non sarebbe, forse, in contraddizione con la virtù interiore, se essa vi è realmente? o, piuttosto, non è, forse, permesso di sospettare come ben poco attiva una virtù che non spingesse la propria azione fino a quelle cose che naturalmente dipendono da essa? Ogni principio vivente crea l'armonia.

Meditazione.

Preludio

1. Circondarci di umiltà. - Appartamento povero, specialmente quella parte che abitiamo;-- Abiti modesti, e tanto modesti quanto è possibile. - Per nostri compagni si preferiscano i meno ricchi, quelli di umile condizione. ecc.

Un appartamento personale povero, abiti per sotto poverissimi e pieni di rammendi, ecc., tutte queste indigenze agiscono sopra le nostre impressioni e ci piegano all'umiltà... Un appartamento ricco, abiti relativamente ricchi, fanno il contrario.

Onesti effetti si producono da se stessi e non si possono impedire. - L'atto buono o cattivo dipende dalla nostra volontà : ma l'impressione dipende dalle cose. - È dunque da savio circondarsi di tutto ciò che produce, favorisce e mantiene impressioni d'umiltà.

Perché non far produrre a questa causa tutto ciò che virtualmente contiene? Perché non sfruttarla completamente? Procuriamo di posare spesso i nostri occhi su ciò che è povero intorno a noi,,.. di amarlo,.. di farsene felici,... di ripeterci che questo ci conviene a maraviglia,,.. che non meritiamo tanto. - Abbiamo spesso sulle labbra queste semplici parole: "O Dio, fate entrare nel mio cuore l'umiltà di queste cose! ".

II. Impregnarci di umiltà. - Fatta la scelta degli oggetti che ci circondano, questa virtù santamente invadente, considerando le felici influenze di cui profitta e s'avvantaggia, ambisce nuove conquiste. Il nostro esteriore stesso addiverrà suo dominio; accetterà la sua legge; riceverà la sua impronta; sarà tutto impregnato delle sue soavi attrattive.

Esso alla sua volta pagherà il proprio tributo all'umiltà interiore procurandole nuovi accrescimenti. Qui è realmente posto in pratica il principio di correlazione tra il fisico ed il morale. Un freno prudente che modera e la vivacità dei movimenti e la disinvoltura del portamento e il tono dominatore della voce, e la libertà degli sguardi comunica all'anima il sentimento dell'umiltà. Questo stesso freno è un atto positivo di questa virtù perché esso agisce sotto i di lei ordini. D'altra parte, a fine di rendere la propria influenza più decisiva, l'umiltà può aggiungervi il suo motivo esplicito: io non ho il diritto di prendermi tanta libertà! La forza dell'esercizio adunque, si aggiunge qui a quella dell'impressione.

Una persona molto umile ha un'esteriore particolare, misto di candore, di deferenza e di amabilità, - Nessuna affettazione: il suo portamento, la sua andatura, il tono della sua voce. i suoi sguardi, tutto è improntato d'umiltà, e la fisionomia compendia, con la sua espressione, questo armonioso insieme.

Farsi una fisionomia dolce ed umile, quale aiuto per noi, quale edificazione intorno a noi, quale forza efficace per la nostra azione sulle anime!... L'immagine di questa virtù attira istintivamente. Oh! potessi io impregnarmi cosi d'umiltà'.,. Oh! se ogni mio atto esteriore attirasse dentro di me il suo soave profumo!

III. Spirare umiltà. - Un abito impregnalo di profumo lo esala intorno a sé; un'umiltà che penetra di se il cuore e l'esteriore, spira naturalmente e dall'atteggiamento e dagli atti e dalle parole.

Questa virtù va dal cuore ove risiede, all'esteriore che governa. - Vi passa; vi vive, e, si potrebbe dire, vi brilla perché spande intorno a se uno splendore che commuove.

Osservate questa persona umile. Si avvicina ai suoi fratelli, anche ai più piccoli, rispettosamente; non vorrebbe mai allontanarsene; e se cambia la forma ed il contegno lo fa per carità e per saggia prudenza. Scegliere ciò che vi è di più piccolo, cedere il passo agli altri; lasciare che dirigano essi la conversazione, mostrarsi contenta di tutto e di tutti... ecco quel che ella fa nel modo più naturale. Non parlando affatto di sé. nascondendosi più che ella può, non avrà punto brillato in società; eppure. cosa meravigliosa, vi avrà esercitato un non so quale fascino. Accanto a lei si è respirato un profumo sì vero che appena si avverte, è così ricco che ne siamo penetrati... Iddio permette sovente citò non pensino all'umile e nascosta mammoletta coloro che godono e si esilarano del profumo soave che tramanda; e fra tutti, essa e la sola che meno ne dubiti…

Ma quanto progredisce la virtù favorita da questi abbassamenti! Ella vi si nasconde: ed è molto. - Essa vi si esercita; ed è assai più... ogni atto di rispetto che fa, ogni silenzio che si impone, ogni contesa che evita, accrescono la forza dell'abito e... le compiacenze di Dio..

O Signore, troppo spesso le mie parole, le mie ansie, le mie mancanze di rispetto, le mie contese, il mio desiderio di figurare, ed, ohimè, le mie stesse tristezze spirano orgoglio!

O Gesù, si dolce e si amabile per questa virtù, datemi Voi quello che io non saprei dare a me stesso!...

Proposito.

VI MEDITAZIONE

27° Esercizio

Dell'amore del disprezzo.

Primo punto: Natura di questo sentimento. – Secondo punto: Suoi moventi. - Terzo punto: Sua coltura, - Quarto punto: Sua giustificazione,

Preparazione per la vigilia

Tuttavia, o Gesù, in mezzo alle vostre abiezioni mi invitate Voi forse a parteciparne l'amarezza e l'amore? - E non vi ho detto io le mille volte di volervi star sempre vicino e più che mi fosse possibile? - E non vi ho chiesto io un cuore simile al vostro? - E vi lascerò io andar solo ad incontrare quelle umiliazioni che sono dovute a me?

E perché mi rifiuterei di fermare su di esse almeno il pensiero? La contemplazione serena d'una profonda umiltà farà, senza dubbio, sorgere in me delle ripugnanze, ma anche degli slanci. Cosa vi è di più impulsivo del bello? Esso commuove le nostre più nobili facoltà. Alcune anime rimarranno forse stazionarie nelle vie dell'umiltà fin al giorno nel quale questa virtù rivelerà loro il suo ideale.

Le considerazioni che seguono sono formatrici: si slancino pure a loro talento or qua or là nell'ardua regione dei consigli, e si innalzino a tali altezze sulle quali giammai salirà il nostro piede, pure non potranno fare il meno di esercitare su di noi un'azione profonda. Faranno nascere in noi delle idee, ci stimoleranno a delle aspira/ioni, ci determineranno a delle prove: la coscienza del vero si eleverà, e tenderà, con tutta la sua forza, ad elevare seco la vita pratica.

Meditazione.

Preludio

I - Natura di questo sentimento. - 1. Il disprezzo di sé porta molto avanti l'umiltà è vero; ma da per se stesso non la conduce ai suoi ultimi limiti. Esso suppone sicuramente elevatissime intuizioni di fede ed una logica coraggiosa; ma il suo sforzo sì arresta ad una convinzione, per così dire, platonica: siamo noi il solo spettatore della nostra bassezza, e la confessione che esce dalla nostra bocca si ripercuote solo nelle nostre orecchie.

L'amore del disprezzo va più avanti: esso desidera il disprezzo in piena luce, il disprezzo pubblico che si legge sul volto degli altri: questo non è più l'abbassamento di fronte a noi soli! - Passiamo dall'ordine delle idee vaghe all'ordine del fatto positivo. L'idea è la nube che pacificamente si libra e si culla nell'aria, il fatto è l'uragano che si scatena sul nostro capo e che ci devasta. Il disprezzo di sé tocca una sola delle due tendenze che formano la sostanza del nostro orgoglio: la stima personale; - l'amore del disprezzo immola anche il desiderio della stima degli altri, questa tendenza lame sensibile. - Due sono, qui, i nemici da combattere, due le ferite da ricevere in una volta.

E siccome questo strano amore è l'atto supremo dell'umiltà, ne è anche, naturalmente, la prova più certa. Per quanto l'uomo si inabissi nel disprezzo di se, mai potrà essere certo di possedere una profonda e completa umiltà se non dopo di aver subita la prova del disprezzo che gli viene dagli altri. Solo con questo mezzo destiamo il nostro orgoglio e lo costringiamo a spiegare tulle le sue energie; solo con questo mezzo commuoviamo tutte le nostre fibre, e, quindi, affinché noi possiamo amare il supremo sacrificio d'immolare e l'orgoglio e le nostre ripugnanze, è necessario che la virtù sia passata, a così dire, nel nostro sangue.

Se, dopo tale immolazione, brontola la ribellione, e proviamo dei risentimenti, non si deve concludere che non abbiamo umiltà, ma solo che la possediamo imperfetta; l'inclinazione virtuosa non è entrata così profondamente nella nostra natura da trasformarne le impressioni; ma è abbastanza padrona della volontà da vincerle; essa può almeno, se è sincera, disapprovarle e stimmatizzarle. Un certo turbamento è inseparabile da questo stato ancora imperfetto.

Se, al contrario, nulla di violento si solleva nella natura per reagire contro l'umiliazione, vuol dire che la natura è domata e vinta: la virtù ha stabilito fortemente il suo regno e sotto questo dominio si gode una pace imperturbabile.

Se poi questa pace si senta penetrata da un'intima dolcezza; se risuoni degli accenti della gioia, oh! allora la virtù è perfetta. Essa si slancia verso l'umiliazione, l'abbraccia come un'amica; si compiace degli abbassamenti che le arreca, e trasforma in amore le loro amarezze. Effetti tali suppongono un'inclinazione che abbia un dominio universale, che domini tutta l'anima fino nelle profondità impenetrabili della sensibilità, fino a quei movimenti istintivi che ubbidiscono ad un abito ormai formato.

2. Alcuni autori vogliono distinguere due gradi in questa umiltà. Il primo sarebbe il desiderio del disprezzo ed il secondo la sua reale accettazione. Essi confondono qui grado e priorità: il desiderio, naturalmente, viene il primo; l'atto lo segue; ma il desiderio può già contenere tanta perfezione quanta ne contiene l'atto. L'atto avrà questo vantaggio di portarne seco la prova, ma la prova d'un sentimento non ne è la misura. Questa misura si trova tutta intera nella saldezza dell'abito, nell'intensità dell'inclinazione ed, infine, nella elevatezza dei sentimenti che l'animano.

Rassicuratevi, dunque, voi, o anime sante, alle quali sono risparmiate le umiliazioni reali; potete desiderarle. Desiderandole potrete raggiungere la più alta perfezione. Invidiate pure, se volete, le vittime che presentano al loro Dio questa prova esteriore della loro completa abnegazione, questa immagine più viva e più parlante del Figlio suo; ma rammentatevi che questo Dio legge nei cuori, e che nei suoi occhi i desideri sono veri atti, cosi vivi, così belli, così meritori, così trasformatori, come quelli esteriori, e che, infine, hanno il vantaggio di poter essere più numerosi. Il mondo interiore è sì vasto, la vita che l'anima è sì intensa, i prodigi che lo riempiono sono così meravigliosi! È il giardino segreto nel quale Iddio si delizia; è una fioritura primaverile, nella quale ogni colore brilla solo per Lui, ed ogni profumo è riservato a Lui solo. O voi che intendete e che sentite queste cose, appuntate le vostre speranze nel desiderio, in questo agente creatore di tante meraviglie, e fatene il principio d'una vita interiore e sempre più attiva.

Il fatto e il desiderio si equivalgono nell'ordine della virtù, noi lo abbiamo veduto; ma se il desiderio ha sul fatto questo vantaggio di poter essere più spesso ripetuto, il fatto ha, per un altro lato, quello di provocare una reazione più energica. La realtà s'impossessa dei nostri sensi e s'impone all'anima nostra in una maniera violenta. Per resistere a tale assalto, la virtù ha bisogno di chiamare a raccolta tutte le sue forze: ora, a motivo della intensità dell'azione che essa richiede, la lotta si presenta più animata, più imponente, e finisce in una vittoria più bella e più decisiva.

II. Moventi di questo sentimento. - 1. L'amore del disprezzo può nascere dalla profonda conoscenza della nostra, miseria e soprattutto dal dolorosissimo ricordo delle nostre colpe. Il sentimento del vero desta qui il sentimento del giusto: io sono spregevole; - io merito di essere disprezzato; - io debbo amare d'essere disprezzato!

Una grande sincerità, una grande nobiltà d'animo possono determinare questa disposizione. D'ordinario le va unito l'acceso desiderio di riabilitarsi e di riparare il male fatto: l'umiliazione sarà la taglia del mio riscatto ed io la voglio intera!

2. Tuttavia è ben raro che l'amore del disprezzo abbia questa sola origine. Più spesso nasce dall'amore divino; e. di fatti, senza un grande amore, può appena concepirsi questo gran rigore contro se stessi.

Tutti i motivi d'amore inducono ad umiliarsi: l'amore non può rassegnarsi al pensiero d'avere ferito il suo Dio e ne sente tanto dolore che l'umiliazione vendicatrice si cangia per lui in vera gioia; - l’amore ammira la bellezza divina e. faccia a faccia con i suoi splendori, arrossisce talmente delle proprie miserie che vorrebbe fuggire e n a scendersi. L'umiliazione gli serve di rifugio. Inabissalo in essa, sembragli di vedere le divine grandezze armonizzare con la propria piccolezza e lasciarsi amare da Lui!

3. La maggior parte dei fedeli, quantunque non siano sprovvisti di questi sentimenti, giungono all'amore del disprezzo mediante l'amore semplicissimo al divin Salvatore. Datemi un'anima amarne che si ponga sui passi ili Lui, che si dia a Lui per seguirlo dovunque Egli vada, che l'ami tanto da non permettere che Egli soffra da soli) una sola umiliazione, che desideri di prendere il posto di Lui e che si senta pronta a tutto: ed eccovi una umiltà che vince se stessa nell'arricchire l'amicizia della propria nobiltà, del proprio fuoco, delle ingegnose sue industrie, della propria costanza forte come la morte. del proprio trionfante dominio. Gesù o nell'umiliazione. ed io mi vi slancio. Come Lui, io pure la voglio; con Lui mi vi compiaccio. Il silenzio che io m'impongo e che mi condanna, Egli lo ha rigorosamente osservato; l'ingratitudine che mi lascia nell'abbandono Egli l'ha provata, e provata fino al tradimento!...

O prospettiva infinitamente dolce! In quell'ora nella quale di fronte ai peggiori oltraggi Gesù domandava un conforto all'amicizia degli Apostoli ed invocava l'aiuto degli Angeli, vedeva, con la sua prescienza, accorrere di lontano una folla numerosissima di anime consolatrici.., lo ero una di esse, o Gesù. ed accostava alla vostre labbra riarse il calice ristoratore delle mie umiliazioni, amate per Voi; e Voi, straziato da ardentissima sete, vi degnaste di bere a quel calice.... e dalle vostre pallide labbra uscì un "grazie" che oggi mi fa trasalire di gioia. Ed io non coglierei, non bramerei queste benedette occasioni che mi hanno reso presente sul vostro Calvario?!

Certo, sono vostre, o Gesù, queste umiliazioni della mia povera vita dal momento che vi sono state offerte e che Voi le avete accettate: ma esse sono vostre per un altro titolo ancora più intimo. Questa rassegnazione che le riceve, questo desiderio che le sospira, sono l’effetto di disposizioni che la natura è incapace di creare; sono essenzialmente frutti della grazia. Ora la grazia, o Gesù, non è forse l'intimo movimento della vostra azione (12) ?

Quando io amo un'umiliazione, un disprezzo, siete Voi, adunque, che l'amate per mezzo di me; io presto a Voi la mia volontà, il mio cuore e Voi ve ne servite come vi serviste quaggiù sulla terra della vostra volontà e del vostro proprio Cuore. Ciò che allora facevate da Voi stesso, continuale a farlo adesso divinamente per mezzo di me' Che vi è mai, infatti, di più divino di questa incantevole unione della mia e della vostra vita?'. Quale ineffabile gioia io provo di arricchirvi così di qualche umiliazione di cui Voi non soffrite, e di vedere me, essere spregevole, addivenire sì grande da prolungare ed accrescere la vita vostra!...Il disprezzo trasformato dal fulgore di queste rivelazioni diventa così amabile, che ogni cuore vi si slancia, vi si compiace e vi si perde.

O Spirito Santo, concedetemi di comprendere perfettamente queste grandi cose; riempitemi dell'amore che loro apre le braccia! - Unitemi strettamente a Voi, o Gesù disprezzato, affinché io palpiti di quei sentimenti che animavano il vostro passato, e che Voi, Voi stesso, fate adesso vibrare in me.

III. Coltura di questo sentimento. - 1. O voi che non comprendete sentimenti tali, rammentatevi che sono soprannaturali, vale a dire, superiori alle nostre forze e che li insegna Iddio solo. O Padre, siate benedetto, perché queste cose le avete rivelate ai piccoli ed agli umili e perché le tenete nascoste ai superbi, che credono ai propri lumi. Ah! facciamoci piccoli ed umili m proporzione della grazia ricevuta, piccoli ed umili davanti a Dio. piccoli ed umili soprattutto davanti alle persone che ne circondano; questo sarà il primo passo verso quelle sommità.

2. E voi, anime timide, che ammirate queste nobili disposizioni senza pretendere tanto, non dite: è troppo alto, è troppo difficile... troppo alto per la vostra attuale statura, è vero; ma la vostra statura non ha raggiunto l’ultimo grado della sua altezza! - Troppo difficile per le vostre forze attuali? Anche questo è vero; ma non sapete voi che, con l'esercizio, le forze possono aumentare in un modo meraviglioso? e che l'azione di Dio, unita alla nostra, fa sparire ogni impossibilità? Cedereste voi, forse, a questa fiacchezza così umana che crede di fare abbastanza per la virtù rendendole omaggio? No, ciò non basta. L'ammirazione dev'essere ,un principio di movimento che desti il desiderio, un ideale che sollevi in alto, un calore che sviluppi l'energia. Se vedete, a questa ora, spuntare nel vostro cielo i chiarori dell'alba, partite piene dì speranza; regolate la vostra marcia; incominciate ad accettare con cuore più amico le umiliazioni che non potete evitare; non ricorrete a mezzi estremi per risparmiarvele; liberatevi da ogni stizza; imponetevi di dire qualche volta a Dio; grazie; siate dolci verso coloro che vi hanno umiliato, almeno pregate per essi!

A misura che si sale, entrasi in una regione più luminosa; il mistero dell'umiliazione lascia divinare qualche cosa dei suoi segreti; una mano invisibile, onnipossente fa superare gli ostacoli ed al bisogno rialza paternamente dalle cadute.

3. Chiedere l'umiliazione non è contrario alla diffidenza di se stesso. L'amore che brama di seguire Gesù umiliato, fa, innanzi tutto, assegnamento sulla grazia di Lui. - D'altra parte, non chiederla, ma aspettarla con un segreto desiderio, può essere cosa molto perfetta, quando un amore pari, con un delicato ritegno, lascia a Gesù la cura di distribuircela a suo talento. Sembra allora che tutta la generosità dell'anima si concentri in se stessa pronta al primo segnale. È l'attesa filiale di cui S. Francesco di Sales fa uno splendido elogio.

IV. Giustificazione di questo sentimento. - Qui si presenta, ma con più forza, un'obbiezione già sollevata e sommariamente risolta: un tal sentimento non è forse contrario a tutti i nostri istinti personali, che dico? alla stessa ragione?

Contrario ai nostri sentimenti? Evidentemente. Al sentimento degli uomini? Verissimo. Alla ragione? Ebbene, sì, anche alla ragione, se la ragione è abbandonata alle sue sole forze. La ragione è limitata; il suo campo naturale, molto ristretto, ma i dogmi della fede le aprono i loro sconfinati orizzonti. Illuminala dalla loro luce superna la nostra ragione meglio informata, tira nuove ed inaspettate conclusioni. Ora queste nuove ed inaspettate conclusioni cercano un nuovo ideale estraneo del tutto alla natura umana. Per le sue esigenze essenziali l'umiltà cristiana è già una virtù soprannaturale; per questo slancio verso l'amore del disprezzo diventa nel soprannaturale virtù eminente che è solo di consiglio, ma, sola, ci stabilisce nelle condizioni perfette che lasciano a Dio, primo principio dei nostri atti, la piena libertà delle sue iniziative.

Proposito

SCHIARIMENTI

Sopra l’amore della propria abiezione

S. Francesco di Sales ha trattato questo soggetto con la sua abituale saggezza, e ci saremmo contentali di rinviare il lettore alle sue pagine sfolgoranti di luce, se molte volte non fossimo stati costretti a rivolgerci questa domanda: Ma insomma, cosa si deve intendere per l'amore della propria abiezione?... Tutto quello che noi possiamo fare qui è dare alla dottrina del nostro gran Santo una forma più rigorosamente metodica.

I, E domandiamoci subito: cosa è un'abiezione? Un'abiezione è tutto ciò che umilia sia ai nostri propri occhi, sia soprattutto, agli occhi degli altri le nostre inferiorità di ogni genere, di fortuna, di posizione, di doti esteriori, di relazioni, d'intelligenza, di dottrina, di virtù. - I nostri difetti, soprattutto quelli che sono apparenti, - i nostri torti messi in evidenza, - i nostri notori insuccessi... in un ordine più intimo: le nostre basse tentazioni, le nostre codarde concessioni, le nostre colpe e particolarmente le nostre ricadute.

L'abiezione esteriore, notatelo bene, risiede meno nel fatto che nell'opinione. Una cosa è umiliante solo perché viene giudicata tale, e lo stesso atto sarà un'abiezione o un argomento di gloria, secondo i casi. i Vedete, dice S. Francesco di Sales, un buon eremita, pieno di divozione, tutto lacero e tremante dal freddo... tutti onorano la sua veste e compassionano le sue sofferenze; ma se un povero operaio, od una povera ragazza si presentano in questo stato, vengono disprezzati, ce ne facciamo beffe, ed in essi quella medesima povertà è abbietta. - Un religioso riceve in silenzio un rimprovero dal suo superiore, od un figlio dal padre suo; ciò chiamasi obbedienza e saggezza; ma se una persona del mondo riceve da qualcuno e sopporta una parie uguale con lo stesso silenzio per amor di Dio, ciò si chiama viltà d'animo e bassezza. - Una persona ha un cancro ad un braccio, un'altra l'ha nella faccia; la prima ha il male soltanto, la seconda ha oltre il male, il disprezzo e l'abiezione.

"Vi sono virtù abbiette e virtù onorabili : la pazienza, la dolcezza, la semplicità, l'umiltà sono virtù che passano per vili ed abbiette agli occhi del mondo, mentre esso stima molto l'accortezza, la generosità e la liberalità. Avviene ancora che nella pratica di una stessa virtù alcuni atti siano disprezzati ed altri onorati : fare l'elemosina e perdonare i propri nemici sono due atti di carità; non vi è chi non lodi il primo, cioè l'elemosina, mentre il secondo è quasi universalmente disprezzato ".

Alcuni accidenti ricoprono di vergogna. " Uno cade nella strada; oltre al male che si fa, arrossisce anche per la confusione.

"Vi sono persino tali mancanze che non sono seguite da nessun altro male fuorché dalla sola abiezione; l'umiltà, non esige che le commettiamo a bella posta, ma vuole che non ci inquietiamo quando cadiamo in esse; sono tali certe indelicatezze, inavvertenze ed altri difetti. Certamente, la prudenza e la civiltà vogliono che le evitiamo per quanto ci è possibile; ma, se ci sfuggano, la santa umiltà vuole che ne accettiamo tutta l'abiezione. Dico assai più; se mi sono lasciato andare, per collera o per qualche motivo, a dire parole piccanti o poco convenienti, me le rimprovererò subito vivamente; me ne pentirò sinceramente, e riparerò la mancanza meglio che posso; ma, al tempo stesso, accetterò l'abiezione che può venirmene; e se si potesse separare l'una cosa dall'altra, mi dorrei e mi rimprovererei il peccato con indignazione, e conserverei l'abiezione nel mio cuore, con umile pazienza ".

II. Cos'è l'amore dell'abiezione? Non è certo l'amore dell'abiezione per se stessa: "ciò sarebbe viltà d'animo "; è l'amore dell'abiezione in quanto è cosa giusta e buona.

Solo l'umiltà la fa considerare sotto quest'aspetto perché essa disprezza i pregiudizi dell'orgoglio; solo essa da inclinazione verso ciò che giustamente umilia, perché essa è virtù.

"L'umiltà è la conoscenza vera che abbiamo della nostra abiezione e la disposizione che ci induce a riconoscerla volontariamente in noi. Ora, la perfezione dell'umiltà non consiste solo nel riconoscere la nostra abiezione, ma nell'amarla e nel compiacervisi in vista della gloria che dobbiamo rendere a Dio e della stima che dobbiamo professare verso il nostro prossimo la quale dev'essere maggiore di quella che abbiamo per noi stessi a (S. Francesco di Sales).

III. Perché l'umiltà ama di preferenza l'abiezione che viene dalle circostanze? Per questa alta ragione troppo poco considerata : perché così entriamo nei disegni e nel piano di Dio, in questi disegni ed in questo piano tutti sapienza e bontà, preferibili ad ogni nostra scelta.

Tale non è il giudizio degli uomini che riserbano la loro stima per le umiliazioni che s'impongono liberamente.

L'errore nasce da questo, che, in queste ultime, apparisce più manifesta la generosità che ne va in cerca. Ma non si riflette che la generosità che le accetta può essere uguale.

Ora se l'amore è uguale dall'una e dall'altra parte, l'umiliazione accettata scaturisce da una fonte più nobile e più alta: essa viene da Dio. - Offre più sicure garanzie perché è scelta da una Sapienza infallibile. - È di minore incentivo all'amor proprio, perché si rifugia sotto le ali della necessità. Un'umiltà profonda e serena trova una gioia immensa a vedersi introdotta così nel piano e nei disegni di Dio, senza che conosca le mire misteriose di Lui... sa già prima che Egli è Padre e tenerissimo Padre!

VII MEDITAZIONE

28° Esercizio

Precauzioni diverse.

Primo punto: Della cura che Iddio si prende della nostra umiltà. - Secondo punto: Della nostra corrispondenza a questa cura divina.

Preparazione per la vigilia

L'abiezione non è soltanto un preservativo, è anche un'altra cosa: è uno stimolo. Essa infligge delle ferite sensibili nella povera natura umana soggetta ad addormentarsi e ne ridesta così l'ardore come gli sproni che pungono i fianchi di un corsiero. Sotto questi colpi il bisogno di Dio si fa più vivo e la preghiera più intensa. Un tal benefizio ha per compagno il dolore, è vero; ma ciò che gli è proprio è l'impressione d'abbassamento che lascia. Questa impressione quando è calma e profonda, mantiene il cuore soavemente commosso verso Iddio e particolarmente dolce verso il prossimo. Da alla fisionomia stessa quel non so che di deferente e di buono che è il riflesso della vera umiltà.

Aggiungiamo che, per il profondo distacco che ingenera, l'amore dell'abiezione da all'anima la sua completa libertà; è il colpo d'ala decisivo, che affranca dalla legge d'attrazione verso la terra. Ormai essa è libera di dare libero sfogo al suo volo e di elevarsi alle altezze più sublimi.

Meditazione.

Preludio.

1. Della cura che Iddio si prende della nostra umiltà. — L'umiltà ci è tanto necessaria che Iddio permette l'umiliazione in tutto e per tutto.

1. Le nostre doti sono unite a difetti; e d'ordinario, questi difetti nascono da queste stesse doti. — Sono esse perfette? Possono essere misconosciute, possono attirarci la malevolenza e l'invidia... O mio Dio. quanto siete buono nella vostra sapienza!

2. Noi vogliamo il bene, ma spesso un tal volere diventa imperfetto per la troppa ansietà o per lo scoraggiamento. — Talvolta l'imprudenza e la incapacità lo fanno sbagliare. — Avremmo una gran voglia di pigliarcela con noi stessi? No, no! è per il mio bene!... o mio Dio, quanto siete buono nella vostra sapienza!

3. Talvolta quel meglio che noi facciamo è discusso, ostacolato, distrutto... Gli insuccessi ci vengono imputati... O mio Dio ancora e sempre, quanto siete buono nella vostra sapienza!

4. La nostra vita interiore, anche questa è piena di umiliazioni: freddezza ed aridità nelle nostre preghiere, abbattimenti nei nostri travagli, insensibilità quasi incurabile, disgusto per ogni cosa... tale è la porzione di molte anime amate da Dio. — Nelle loro angosce gridano: Perché, o Padre, perché? — " Figlio mio, riconosci che tu non sei niente, che tu non puoi niente.- questa cognizione pratica vale molti anni di consolazioni... — Spingi le tue radici nelle profondità del tuo niente... Stanco ed annoiato di te, fissa più spesso i tuoi sguardi sopra di me... ". — Grazie, o Padre, grazie!

5. Ma perché queste tentazioni che minacciano la vita stessa dell'anima mia?... Perché questi bassi calcoli che assolutamente non voglio?... Perché queste laide immagini che la mia volontà sdegna e respinge, ma che la mia natura assapora?..- " Virtus in infirmitate perficitur... " (2 Cor. 12, 9). Tutto questo è necessario per farti umile. — O Padre, che almeno non vi offenda mai!

6. Ohimè! ohimè! talvolta è necessario mollo di più, sono necessarie delle colpe tanto e grande il nostro orgoglio! A malincuore Iddio ritira il suo braccio e noi cadiamo. — Perché, o mio Dio. perché Gesù per guarire il cieco non si servì, forse, del fango fatto con la saliva?-.. Per guarire bene dall'orgoglio non vi è medicina migliore dell'umiliazione: per certe cecità, ci vuole del fango! Grazie, o Padre, per questa grazia severa... Ma. ve ne supplico, fate che io diventi umile con questo rimedio estremo!

II . Della nostra corrispondenza a questa cura divina.

— Dopo queste considerazioni ci proporremo di corrispondere efficacemente a quest'azione della sapienza divina.

1. Il nostro primo dovere sarà di riconoscerla studiando i motivi d'umiliazione che si è degnala di porre in noi e intorno a noi — Sono numerosi. — Sforziamoci, al tempo stesso, di essere sensibili ad essi. — Se non ne rimango impressionato, questa grazia sarà perduta, questo mezzo rimarrà senza risultato... Iddio sarà obbligato di spingere più avanti la dura lezione...

Stiamo in guardia contro le astuzie dell'amor proprio.

È così propenso a distoglierci dal guardare i nostri difetti e così abile a sfuggire ad umiliazioni esteriori! Scusiamoci solo quando Iddio lo esige... lasciamo intorno alla nostra virtù così fragile queste spine affinché la proteggano.

2. Sforziamoci di amare l'abiezione di tutte queste cose. - Amare l’abiezione è amare veramente l’umiltà e nutrirla con cibo sostanzioso. Amare l'umiltà senza amare l'abiezione, sarebbe ingannare se stesso. L'abiezione è avere difetti molto appariscenti; e non riuscire;... è vedersi incapace;... è essere tentato in cose vergognose... Amare l'abiezione è chiamarsi contento di tutto questo, eccetto il peccato. - È coltivarne l'utile ricordo...

- O sapienza del mio Dio, alfine V'intravedo nelle precauzioni che avete prese per conservarmi umile " Bonum mihi quia humiliasti me…" (Salmo 118, 71). Era per mio bene, ed io non lo sapevo!... Ed a che non vi ho io forzato col mio accecamento?... A che punto sono io in questo momento? Amo queste abiezioni che Voi amate e che Voi coltivate?

- Quale splendido spettacolo si rivelerà ai nostri occhi quando, giunti alla fine, ravviseremo la sapienza del Padre nostro, nella custodia della nostra fragile umiltà.

Allora si spiegheranno tutti questi perché che adesso ci tormentano considerando le contrarietà che subiscono i Santi stessi. - Allora le nostre ostinate imperfezioni, i nostri inesplicabili difetti, le nostre stesse colpe, in una parola, tutte queste deplorevoli miserie che ci mettono in apprensione, ci strapperanno grida d'ammirazione.

- In tutte queste cose brillerà la sapienza e si giustificherà da se stessa.

L'ignorante che vedesse un giardiniere gettare dei pruni intorno a pianticelle delicate, esclamerebbe; " Mal fatto! ". Così appunto esclamiamo noi riguardo al celeste Giardiniere, - O mio Dio, quanto siete buono nella Vostra Sapienza!

Proposito

STUDIO

su la prudenza nella umiltà.

Abbiamo fatto spiccare, in diversi luoghi di questo libro, l'azione dell'umiltà sulla prudenza. Abbiamo veduto che la umiltà toglie via l'illusione la quale turba il giudizio; che elimina la troppa confidenza in se stesso, la quale non lascia luogo a saggi dubbi e che non accetta consigli; che esclude la fretta e l'ansietà che non lasciano il tempo di scegliere i mezzi più efficaci per raggiungere il fine, e che, in ultimo, sbandisce l'ostinazione la quale aggrava l'errore e l'insuccesso. Oggi vedremo la prudenza disimpegnare un ufficio analogo riguardo all'umiltà, col comunicarle quello spirito di discernimento e di giusta misura senza il quale la vedremmo tristamente allontanarsi dal vero bene.

Certo che non trattasi qui di quella prudenza puramente umana che, nella sua ignoranza, circoscrive l'umiltà nei propri angusti confini, ma sibbene della prudenza che è virtù soprannaturale e che prende la norma per apprezzare le cose dalle verità rivelate e che prende le proprie decisioni avendo in mira la maggior gloria di Dio; di quella prudenza che lascia all'umiltà tutta l'ampiezza degli esempi del Salvatore, e le permette di spingersi tanto in avanti quanto il bene lo richiede.

Far consistere la virtù in quel giusto mezzo che si allontana ugualmente e dal minimo e dal massimo, equivarrebbe a consacrare la teoria della mediocrità. Il giusto mezzo voluto dalla ragione, è quello che rifugge e dall'eccesso e dal difetto: l'eccesso non è più virtù; il difetto, nemmeno. La virtù, tutta intera, nel pieno senso della parola, la virtù stessa di Gesù, trova il suo posto fra questi due estremi che le permettono di spingersi fino all'eroismo.

L'umiltà non sarebbe una virtù se rimpiccolisse il nostro essere. Infatti, ogni virtù tende a perfezionare; ora la perfezione consiste nell'avvicinarsi a Dio, che è la pienezza dell’essere, e prendere quanto più è possibile dell'essere. Quella teoria è vera anche nell'ordine delle cose e qualità fisiche; a più forte ragione nello sviluppo delle qualità intellettuali, e, soprattutto, delle qualità morali nelle quali risiede la virtù.

Ma, allora, si obbietterà, che avviene di queste dottrine di nascondimento, d'abiezione, d'amore al disprezzo che sono le conseguenze intangibili dei principi già meditati? La nozione della virtù e quella dell'umiltà non sarebbero qui in contraddizione se la virtù deve tendere a farei grandi e se l'umiltà deve studiarsi di rimpicciolirci incessantemente?

No, l'umiltà non può abbassarci e diminuirci. L'umiltà di nascondimento non tocca l'essere, ma il parere; non limita il nostro pregio e valore, ma le nostre vane pretese.

L'umiltà di abiezione, invece di allontanarci dalle grandi cose, ce le mostra come il desiderabile compenso delle infinite nostre miserie e per le quali essa geme. - In quanto all'amore del disprezzo, dirò che, formandoci una santa faccia di bronzo, tempra le anime nostre. - Infine, tutte insieme queste umiliazioni, assicurano alla virtù la sua bellezza, purificandola da ogni lega impura, - alla sua libertà, sbarazzandola da ogni personale ossessione.

L'ufficio della prudenza è precisamente di far prevalere e di mantenere quest'ordine contro le false nozioni ed i tentativi inconsulti. Deve guidare tutti i movimenti dei nostri atti di umiltà; deve fare predominare, secondo le circostanze, la tale e tal altra forma di questa virtù; deve moderarne lo slancio per equilibrare meglio una natura o per rispettare un'attrattiva.

I. La prudenza moderatrice degli atti. - Come tutte le altre virtù, anche l'umiltà deve agire sotto la direzione della prudenza; non può fare un passo senza il suo consenso; mai ha il diritto di resistere ai suoi ordini. Abbandonata a se stessa, l'umiltà spingerebbe forse il proprio zelo fino a cadere in manifestazioni poco degne od in pusillanimi esitazioni; è, infatti, proprio di ogni tendenza l'andare fino agli estremi e la sua infermità cronica è di non avere in mira altro che il proprio fine speciale. La prudenza ha viste più larghe, essa non permette che si trascuri un atto utile, per questa sola ragione che mette in evidenza; ai oppone a tutto ciò che diminuirebbe il nostro merito morale, umilierebbe la nostra persona ed impedirebbe al bene di espandersi.

Noi non la rappresentiamo austera ed arida; essa ha il senso del bello e del giusto. Respinge tutto ciò che è bruttura come cosa che ci diminuisce. La bruttezza morale è incompatibile con la virtù. Non è opera di Dio né potrebbe essere utile agli uomini; degrada intrinsecamente colui che se ne macchia; il Ciclo non potrebbe accoglierla sotto nessuna, forma. È per questo che la prudenza strappa spietatamente all'umiltà tutte quelle pose, tutte quelle espressioni che hanno l'impronta del ridicolo; è per questo che la preserva anche da ogni deformità interiore. La vuole franca e serena; la conserva confidente e coraggiosa; la rende disinteressata e docile, abbandonata all'azione dì Dio ed amante soprattutto della sua maggior gloria.

La nostra personale iniziativa non è soppressa, tutt'altro; messa al proprio luogo, mantenuta nel proprio ufficio agisce con tutto il suo vigore, eseguisce i voleri di Dio, il che suscita una vera fioritura di iniziative secondarie.

La prudenza non ci chiede che rinunziamo ai nostri diritti, ma ci impedisce di esagerarne il rigore. Non paralizza l'attività, la disciplina. Io tendo al nascondimento, al disprezzo; è questo il senso nel quale mi spinge l'umiltà; ma io non agisco, attendo docile tutti gli ordini di una volontà superiore che mi assegna il tal compito o mi chiede il tal concorso, e quindi li eseguisco con tutte le vergini forze delle mie facoltà e delle mie virtù. Si discernerà meglio il fine, i mezzi verranno scelti con più serietà perché non mi accecherà lo sregolato desiderio della stima vana.

Contenere l'umiltà nel suo proprio esercizio non vuol dire diminuirla in se stessa. Le saranno proibiti i tali atti. le tali parole, le tali umiliazioni; ma l'inclinazione che ad essi tende, ma l'amore che le suggerisce, lungi dal diminuire non fanno altro che aumentare per la compressione d'una brama insoddisfatta e per il merito d'una penosa riserva. Nulla le impedisce di cantare dentro di noi il suo continuo cantico d'adorazione e di spandere su tutta la nostra vita morale l'influenza che preserva e l'incanto che rapisce. Bramate dunque risolutamente il vostro oggetto, o anime innamorate dell'umiltà. Se l'esercizio della virtù ha dei limiti, l'amore che le portate è senza limiti; ma la virtù risiede appunto in quest'amore: i sentimenti espressi dentro il vostro cuore sono ad un tempo atti mentori e di utile preparazione,

O voi, anime meno generose, dedicatevi particolarmente a fare degli atti; diffidate dei dubbi sollevati, forse, da una complice timidità. Prima di rinunziare alla tale umiliazione, chiedete a voi stesse se vi obblighi la coscienza; e se volete essere perfette, propendete verso la parte che maggiormente umilia; e fermatevi solo dinanzi al timore d'una colpa.

Dobbiamo, tuttavia, tenere conto delle forze delle quali disponiamo: lo spingersi più oltre del coraggio che abbiamo, deprime; oltrepassando i limiti della grazia, si tenta Iddio.

L'umiltà del resto che conviene a tutti è quella delle azioni ordinarie: ogni atto. fedelmente compiuto, concorre a formare l'abito... Dopo, l'avvenire è assicurato! Cercate anche nell'umiliazione di non essere umile, il desiderio di addivenire tale.

II. La prudenza determina il genere d'umiltà che conviene. - La prudenza non si contenta d'incoraggiare o di contenere l'umiltà negli atti del momento, ma spingendo più avanti i propri consigli, fa adattare quel genere d'umiltà che conviene alla posizione di ognuno. Altra dev'essere l'umiltà d'una religiosa; altra quella d'una signora che vive nel mondo, madre di famiglia e che ha la responsabilità d'un numeroso personale; altra quella d'un uomo politico e di un militare. Ciò è chiarissimo.

Che il contegno e le maniere, che le parole e gli atti debbano rivestire una forma differente secondo le diverse posizioni sociali che uno occupa, tutti lo intendono; ma ciò che non si intende bene è che questo contegno e queste parole possano, anche fuori delle occasioni, mantenere il medesimo tenore. Non sarebbe da preferirsi, si dirà, di deporre, in privato, quel contegno che si addice, per esempio a chi comanda, e di riprenderlo in pubblico? Non è, dunque, più perfetto l’esercitare l'umiltà esteriore ogni qualvolta una circostanza non obblighi a farne a meno?... La prudenza ha delle vedute assai più larghe; essa ben sa che non ci formiamo un contegno con facilità, e che esso non si rende permanente se non per mezzo d'una costante abitudine; ecco perché essa consiglia di escludere ogni maniera di essere che ne interromperebbe il movimento. Non sono solo i pensieri ed i sentimenti che debbono mettersi all'unisono. La virtù è un'armonia e questa armonia risulta da una comunione di vita. Ogni atto interiore foggia anche l'esteriore; passa con la sua influenza e con la sua fisionomia nella forma esteriore : vi si trovano i suoi lineamenti come si ritrovano nei figliuoli i lineamenti di coloro dei quali essi sono l'essere prolungato,

Un pericolo nasce da questa condotta, ma è troppo evidente per sfuggire all'occhio esercitato della prudenza ed alla sagacia dei suoi mezzi preservatori. Il suo fine qui sarà di fortificare intrinsecamente la virtù. Alle persone che debbono prodursi in pubblico e comandare, imporrà un'umiltà profonda e forte; consiglierà tutte quelle pratiche che abbassano sinceramente davanti a Dio e davanti a se stesse; ma proibirà tutto ciò che cagionerebbe qualche diminuzione di prestigio o di energia.

D'altra parte stiamo di buon animo; alle grazie dello stato, che non mancano mai, Iddio spessissimo aggiunge la grazia della umiliazione reale, che non doveva essere da noi ricercata. Venendoci da Lui, concorre ai suoi fini, e non sarebbe da saggio inquietarsene. Riceviamola come un aiuto provvidenziale contro l'orgoglio; consideriamola come un felice contrappeso; amiamola con tutto quell'amore onde amiamo la virtù dell'umiltà; e facciamole un posto tanto largo quanto ce lo permette la prudenza.

III. La prudenza moderatrice dell'esercizio dell'umiltà per equilibrare una natura

Si dirà, forse, che la virtù consiste, dopo Tulio, nell'apprezzamento delle cose e nella volontà del bene: si dimentica che consiste più ancora nelle disposizioni della nostra natura. La nostra natura è il fondo d'onde partono i nostri atti, il fondo che li sostiene; cogli atti si formano le abitudini. Non si potrebbe trascurare impunemente questa forza permanente. La coscienza del dovere può comandare una condotta energica; solo una natura fortemente preparata ne impone le conseguenze con autorità e ne porta il peso senza piegarsi. Un'anima dominata da una eccessiva diffidenza di se stessa avrebbe dunque torto di coltivare il sentimento della propria impotenza e di propendere troppo all'abbassamento davanti agli altri, specialmente se ha una missione da adempiere. Che si tenga completamente immune da ogni orgoglio e da ogni pretensione; che cerchi di vedere Iddio nel bene che fa e comandi solo in nome di Lui, è ottima cosa; una umiltà calma riempie allora la sua vita, la rasserena e mantiene. Ma, d'altra parte, respinga risolutamente

l'impressione troppo viva della propria incapacità, della propria inettitudine, delle proprie inferiorità per non deprimere un carattere di già troppo debole nei suoi slanci; e, d'altra parte, l'amor proprio potrebbe con molta facilità aprirsi un'altra via precisamente in mezzo a queste apprensioni perché vi è l'amor proprio penante ed è questo che minaccia nature tali.

Coloro che hanno l'ufficio di dirigere queste anime timide debbono animarle con opportune approvazioni a confidare in se stesse; debbono lasciarle agire da sole per sviluppare la loro iniziativa; accreditarle con diversi mezzi nell'ambiente nel quale vivono: tranquillarle, lodarle, affinché acquistino quella facilità e spigliatezza di parola e di azione che risulta dal sentimento di Dio, ma anche dalla giusta coscienza delle proprie forze e della propria abilità.

Agire cosi è far fruttare il talento ricevuto; ed impedire invece che sia avvolto infruttifero nel sudario di una umiltà male intesa.

IV. La prudenza che rispetta un'attrattiva riconosciuta saggia

Al contrario, vediamo anime, del resto generosissime, che sorvolano su questa specie di sentimenti e che se ci si soffermassero proverebbero una certa ripugnanza. Esse possono avere profondo tanto quanto quei Santi il sentimento della loro miseria, ma ne coltivano meno l'impressione. Spesso sono anime d'una purezza particolare; il male non le ha segnate per niente col suo marchio disonorante; anche la tentazione ha rispettato sì bella innocenza. Come indignarsi contro ciò che appena si conosce? - Alcune altre d'una natura oltre ogni dire delicatissima soffrono veramente a vedere qualsiasi macchia. - Altre ancora hanno talmente sviluppato il senso del bello che istintivamente distolgono lo sguardo da ogni bruttura.

Appena tali cose si presentano al loro pensiero sembra che tutte queste anime perdano la loro giovanile freschezza, e che appassiscano; il loro cuore rabbrividisce ed il loro slancio verso Iddio si raffredda. Sarebbe giusto condannare tali ripugnanze? Sarebbe cosa saggia far loro violenza? Non lo crediamo.

I caratteri che abbiamo descritto segnalano alla prudenza una disposizione provvidenziale che essa ha il dovere di far rispettare. Non vi turbate! dirà, essa a queste anime: questa specie di motivi si addicono poco alla vostra umiltà; il tal altro potrà meglio convenirle. Non è essenziale alla virtù di considerarli tutti, basta che ne ritenga alcuni che la determinano. Il migliore per la tale anima non è sempre il più rinomato od il più eccellente; ma quello bensì il quale, meglio in armonia con la sua natura, desta e suscita i più grandi sforzi.

Senza dubbio, i motivi d'abiezione fanno progredire moltissimo l'umiltà; ma il motivo del " Tutto di Dio " apre alle anime contemplative orizzonti non meno vasti. L'essenziale è che la vostra umiltà sia pratica e generosa. Che diventi tale sotto questa o quella impressione, poco importa alla virtù. Tenendo presente al vostro intelletto il pensiero dell'infinito, voi vi sentite piccolissimo; siano pure splendidi i risultati delle vostre imprese o i doni della vostra preghiera, voi non ve ne insuperbite; siano pure evidenti le miserie del prossimo: voi non le disprezzate giammai; vi mantenete costantemente indulgente e buono. Si vi sopraggiunge l'umiliazione, voi la guardate con occhi abituati a contemplare il Calvario, e le aprite le vostre braccia come per ricevere ed abbracciare Gesù con la sua croce (13).

Se anche la vostra attrattiva non vi inclina in modo speciale verso l'umiltà, perché costringerla? L'umiltà, come le altre virtù, merita un culto generale: ma non ha diritto più delle sue sorelle d'avere un altare a parte in ogni tempio. La vostra natura con le sue tendenze, talvolta anche con i suoi difetti; la vostra educazione con il suo svolgimento e le sue abitudini intellettuali; la vostra vita con i suoi avvenimenti vi hanno reso e costituito atto alla tale piuttosto che alla tal altra virtù. Tutto ciò è il risultato di una disposizione provvidenziale e segna una via. In questa via camminerete più liberamente ed andrete più lontano. Coltivate, adunque, secondo la vostra attrattiva, per esempio, la purità d'intenzione, l'unione di pensiero con Dio o la gratitudine. Coltivate la abnegazione, la povertà, la dimenticanza di voi stessi, l'abnegazione verso gli altri. Studiatevi d'accrescere in voi soprattutto l'amor divino, con i suoi ardori e con la sua intimità. In altro campo, voi deperireste come la pianta trapiantata in un terreno che non le si confà; mentre in quel campo i vostri rami frondeggeranno, spanderete il profumo dei vostri fiori e darete a Dio quei fruiti che a buon diritto si aspetta.

QUINTA SETTIMANA

TRASFORMAZIONE

PREPARAZIONE ALLA QUINTA SETTIMANA

Nelle prime pagine di questo libro abbiamo analizzato le due tendenze che l'umiltà ha l'obbligo di governare: la stima di sé, il desiderio della stima degli altri. Ambedue hanno per oggetto, l'abbiamo già veduto, la tutela della nostra personalità: la prima con raffermare il proprio valore; il secondo ricercando la stima che ci protegge.

Questo è il loro ufficio, ma è anche il loro pericolo. Per se stesse sono due forze cieche le quali valicherebbero i propri giusti confini se la verità e la giustizia non intervenissero per guidarle, ed all'occorrenza, per frenarle. Infatti, preoccupandosi troppo della tutela dell'io o meglio della propria esaltazione, farebbero della nostra esclusiva personalità il principio ed il fine: il principio, come se il bene venisse soprattutto da noi e non da Dio; il fine, come se noi avessimo il diritto di ricercare la nostra gloria piuttosto che la sua. Una tale inversione di uffici non sarebbe solo un'ingiustizia ed una offesa, sarebbe anche un grave disordine; e sarebbe del tutto inutile volerla scusare allegando quella specie di incoscienza che l'accompagna perché produrrebbe ugualmente i suoi cattivi effetti nella nostra vita morale.

La valorosa umiltà non lo tollererebbe affatto ed armandosi della parola dell'arcangelo griderebbe alla sua volta: Quis ut Deus? Addietro stolte pretese! Chi è, dunque, il vero autore di ogni bene? Chi, dunque, merita prima di tutti la lode? - Costretta così l'orgogliosa personalità a starsene al proprio posto, ecco che Iddio è ricollocato sopra il suo trono.

Tutte le nostre virtù lo riconosceranno come il primo principio donde esse emanano; e tutti i nostri atti si indirizzeranno a Lui come verso il loro fine necessario. Ora questi due doveri sono la base della vita cristiana, la norma della sua attività, la condizione del suo merito. L'umiltà, facendoli rispettare, giustifica, dunque, il titolo che tutti convengono nel darle di fondamento e custode delle virtù. Noi vedremo adesso che ne merita un altro ancora più bello poiché è il loro coronamento. Così nelle ultime pagine di questo libro, vedremo l'umiltà chiudere la propria missione come uno splendido giorno... in un trionfo di luce.

Questo nuovo ufficio origina da un nuovo concetto. Le due tendenze che fin qui l'umiltà si è contentata di moderare e frenare, adesso vuol trasformarle. Infine a tanto che inclinavano verso la terra essa le ha contenute; adesso si accinge ad affrancarle elevandole verso il cielo. Così, niente sarà distrutto di ciò che Iddio ha creato; la stima di sé diventerà l'ammirazione del divino in noi, e il desiderio della stima cercherà lo sguardo stesso di Dio. Queste due disposizioni trasformate troveranno per estendersi una sfera più vasta; riposeranno sopra oggetti più sicuri; la loro bellezza si spoglierà d'ogni più leggera imperfezione; e, finalmente, la loro azione si porterà da Dio verso il prossimo con un'estensione d'ordine soprannaturale.

Eleviamo, adunque, le nostre speranze ed i nostri sguardi; adesso è il momento; l'umiltà difensiva è fortemente stabilita; i suoi nemici sono smascherati e conosciuti; la pace regna in ogni parte; accingiamoci a pacifiche conquiste. La virtù che ci studieremo di conseguire è stata quella dei santi e per eccellenza quella di Maria; sarà, in qualche modo, quella della nostra eternità.

Ah! come vorrei slanciarmi verso questo mondo nuovo! Vorrei dare al mio essere miserabile questa nobile trasformazione! Ciò che avviene nelle anime dei santi non potrebbe in una misura più limitata prodursi anche nella mia? E non vi degnereste, o mio Dio, di abbozzare qui sulla terra ciò che farete in cielo? E non potrei incominciare fin d'ora quel che vi farò io stesso! Se un giorno dovrò essere divinizzato in Voi contemplandovi faccia a faccia, perché non mi trasformerei quaggiù provandomi a contemplarvi attraverso le ombre trasparenti della misteriosa creazione?

I MEDITAZIONE

29° Esercizio

Trasformazione della stima di sé.

Primo punto: I doni di Dio. - Secondo punto: L'umiltà li fa risplendere.

Preparazione per la vigilia

Passerò adunque in rassegna senza scrupolo, ma anche senza esagerazione e compendiosamente i doni di Dio. Elevando in alto le mie considerazioni vedrò che le mie qualità personali emanano da Lui, che tutti i miei atti sono sostenuti da Lui, e che la bellezza dell'anima mia è come un riverbero della sua propria bellezza; o meglio, io in qualche modo non vedrò più me stesso tanto mi sentirò invaso e penetrato dal divino.

È necessario accingersi a questa meditazione con un'anima spoglia d'idee volgari e disporla ad una giusta ammirazione; con un'anima aperta e di targhe vedute, che non si arresti a frivole e meschine obbiezioni. È soprattutto necessario accingervisi con un grande spirito di fede.

Meditazione,

Preludio

1. I doni di Dio. - 1. Ciò ch'io sono in quanto uomo: capolavoro della creazione, - sovrano dominatore della materia, - piccolo mondo dentro il quale si riverbera l'universo per mezzo dei sensi, e si trasforma in idea mediante il lavorio della intelligenza, - specie di cielo nel quale Iddio si svela e rifulge come autore dì tutte le cose e si fa presentire come infinito. – libertà morale per cui sono il padrone dei miei atti e del mio destino...

Ah! perché queste magnificenze mi sono così familiari? Si apprezza tanto poco ciò che sempre si vede e sempre si osserva! Per ammirare, l'uomo ha bisogno d'essere colpito. Ma vi si rifletta bene, un filo d'intelligenza ha più pregio di tutte le stelle che brillano in cielo!

un atto della volontà è più potente di tutti i movimenti del mare! tutti i meravigliosi istinti degli animali non valgono un sol pensiero!

2- Tuttavia lo splendore di questi doni naturali impallidisce di fronte ai doni della grazia: questi sono di tal natura che la stessa Onnipotenza non potrebbe creare un essere a cui essi fossero naturali, come la ragione è naturale all'uomo.

La grazia non può essere che una trasformazione. E quale trasformazione! È la natura divina partecipata con il suo bisogno dell'infinito e la sua attitudine a contemplarlo faccia a faccia. - È una vita divina nel seno del nostro essere volgare, e, perché divina, è una vita che solo Iddio può esercitare in noi: ciascuno dei suoi atti soprannaturali ha bisogno del movimento di Lui, sia per nascere, sia per durare. Oh! se i nostri occhi sì aprissero improvvisamente; vedremmo questo Dio, l'essere sovrano, diventato in qualche modo nostro servo, e sempre tutto occupato a lavorare per divinizzarci!... Tatto ciò e certo. ma ci rimane occulto, celato. Oh! crederlo, crederlo con entusiasmo! sarebbe almeno intravederlo, equivarrebbe ad incominciare a conoscersi bene.

3. Un legame più tenero mi unisce a Gesù. Gesù è il mio amico. Egli mi da il suo cuore ed i suoi beni. - Gesù è mio fratello, ha preso la mia natura. - Gesù è qualche cosa di me: ciò forma la mia gloria più grande; - o piuttosto io sono qualche cosa di Lui, e ciò è la mia grande felicità. Io gli appartengo come la piccola cellula, perduta nell'intimo dei miei organi, e che riceve la propria vita dall'azione del cervello; come il minimo fiotto di sangue che solleva la più remota delle mie arterie e che mi viene dal cuore; - unione misteriosa quaggiù, sfavillante di evidenza in cielo: - principio incomparabile di dignità per chi sa intendere: io sono una parte dell'essere mistico di Gesù; io posso diminuirlo od accrescerlo; io sono un bisogno per la sua felicità, io posso essere una delusione per le sue speranze. A me è dato di lasciarlo vivere pienamente in me, o di preferirgli, ohimè! la triste espansione della propria vita mediante la ricerca disordinata di qualche gioia e di qualche applauso di questo mondo.

Non ti sembra, o anima mia, che queste grandezze debbano bastare a soddisfare la brama della stima di sé ed a formare la tua nobiltà? Qual nobiltà più antica di quella che viene dall'Eterno? Qual nobiltà più illustre di quella che discende dall'Attissimo? - Per Gesù io sono generato dal sangue di un Dio e la mia vita si nutrisce di un cibo divino. Aspetterò d'essere in cielo per gloriarmi ed essere santamente orgoglioso di queste glorie? Il cielo le farà brillare, è vero; ma la grazia me ne arricchisce fin d'ora. - Le avrei io a sdegno perché mi sono comuni con altri esseri? Forsechè, per ciò, esse subiscono un cambiamento? Il bene degli altri diminuirebbe il mio?

Al contrario, l'aumenta in mille maniere, e con gli esempi che mi offre e con gli aiuti caritatevoli che mi arreca e con le virtù speciali che mi fa esercitare.

II. L'umiltà la risplendere i doni di Dio. - 1. L'incredulo è un gran cieco che attraversa il creato e non vi scorge Iddio. L'orgoglioso vede Iddio forse nella natura. ma non lo vede in se stesso. Ciò che fa l'attribuisce a se; ciò che è, perfino la sua sostanza, la crede opera sua. Questo, d'ordinario, non è presunzione, ma incoscienza. Il torto dei più non è di escludere Iddio, ma piuttosto d'ignorarlo.

2, A misura che l'umiltà spande la sua bella luce, apparisce l'evidenza dell'azione di Dio, si estende e finisce per invadere il nostro essere e lutto ciò su cui estendiamo il nostro dominio come il sole che quando sorge illumina tutta la terra. La grandezza dell'uomo quaggiù consiste nel cercare Iddio. Se lo cerca nella natura, lo vede dappertutto, perfino nell’infimo granellino di sabbia; se lo cerca in se stesso, lo trova in tutto il proprio essere, fino nel minimo dei suoi atti. Ne segue che l’umile non si preferisce a nessuno e che anche quando ammira se stesso, si ammira, dirò così, stando in ginocchio.

Anticamente, dietro al carro del trionfatore, la prudenza di un gran popolo poneva un araldo perché gli ripetesse quest'avviso; " Rammentati che sei un uomo ". Questa voce è qui la voce dell'umiltà: rammentati in mezzo a tutte queste grandezze che non sei altra cosa che un uomo. un niente! Stattene al tuo posto, difendi il tuo onore, prendi delle iniziative, insisti e combatti se bisogna", ma. facendo tutti questi atti legittimi, rammentati quel che sei, rammentati che sei un uomo, un niente! Non perdere mai di vista l'origine dei tuoi doni; abbi sempre in mira il fine ultimo dei tuoi atti.

3. Se la stima di sé fosse semplicemente la stima dell'opera di Dio in tutto l'uomo, essa non sarebbe un sentimento personale, ma una forma di adorazione. Questa stima, invece ha in mira questi doni in quanto sono nostri. E qui l'umiltà deve tenerci gli occhi aperti e farci intendere che questi doni sono sempre limitali, fragili, e così frenare l'inclinazione naturale che tende ad ingrandirli. Nello stesso tempo l'umiltà si oppone con tutte le sue forze alla vana compiacenza che si sarebbe tentati di prendervi; e difende, come un'ingiustizia, ogni preferenza che cagionerebbe anche il minimo disprezzo per gli altri.

Senza dubbio, la stima di sé rimane una virtù delicata: essa, senza la grazia, sarebbe un tentativo imprudente. La timidità timorosa, forse troppo spesso, prende il partito di chiudere gli occhi.

Ciò non è per nulla saviezza: i pericoli possono essere scongiurati ed il sentimento intenso della dignità personale non saprebbe, d'altra parte, trovare moventi d'uguale forza. Questo sentimento è una specie di sovranità; e questa sovranità, quando sia saldamente stabilita, proscrive dai suoi domini! il male con uno sdegno istintivo ed invincibile. Con i suoi gusti da re tende a ciò che è più nobile. Da un trono elevato si vede molto lontano ciò che è basso e volgare.

Se si potesse penetrare nell'anima di un santo passeremmo di sorpresa in sorpresa. Il sentimento della stima di sé si presenterebbe splendidamente accresciuto: i Santi si sanno figli di Dio, partecipi della sua natura, futuri eredi della sua gloria. Sono santamente orgogliosi dell'amicizia di Gesù, della somiglianza che Egli imprime nell'anima loro, dell'azione costante che esercita nel più intimo del loro essere. I Santi sospingono incessantemente questi sentimenti verso una perfezione che li farà sempre più grandi; e la loro ambizione, prendendo uno slancio più che umano, osa concepire il disegno di rendere Iddio stesso più grande, col lavorare per la sua gloria. Vedete forse i Santi timidi ed incerti di fronte alle imprese più ardite, ai pericoli più manifesti? Con quale occhio essi guardano l'avvilimento supremo, il male! Da qual orrore non si sentono essi invasi e protetti quando debbono subirne gli assalti! Cercate bene, ed in nessuna parte troverete una simile esaltazione del sentimento della dignità personale, esaltazione piena di grandezza e di forza; tutta soave e pacifica allo stesso tempo, perché si svolge nell'atmosfera pura e calma del vero, del bene e del bello per eccellenza.

Proposito

II MEDITAZIONE

30° Esercizio

Della trasformazione del desiderio della stima.

Primo punto: Desiderare la stima di Dio. - Secondo punto: Desiderio di piacergli. - Terzo punto: Desiderare di fargli piacere.

Preparazione per la vigilia

La distinzione e ancora più grande fra il desiderio di piacere e quello di far piacere. Quello è di natura più personale: ha in mira il bene che apporta stima. Questo, quantunque non sia sempre disinteressato, cerca prima il bene degli altri. Ciò che, tuttavia, li rende molto simili è che il secondo deriva dal primo come l'effetto dalla sua causa; chi vuol piacere si studia, generalmente, di far piacere.

Sarà anche il desiderio di piacere capace della penetrazione del divino? In qual modo un sentimento di tal fatta, umano per eccellenza e per natura, potrebbe trasformarsi senza distruggersi? Ebbene, anche in questo caso scrutiamo l'anima d'un santo.

Forsechè il desiderio di piacere vi è menomato ed inerte? No, mille volte no. Ve lo troviamo, invece, più esteso e più attivo, ma, principalmente, più nobile. Un nuovo mondo gli è apparso, che spiega dinanzi ai suoi sguardi prospettive superiori, il mondo del soprannaturale. Iddio dappertutto, Iddio in ogni cosa, - Gesù, nostro in un modo più speciale - ed in Gesù tutto ciò che a Lui si ricongiunge: gli Angeli e gli uomini.

Meditazione.

Preludio

I. La stima di Dio si può desiderare. - Se noi avessimo con Dio delle relazioni familiari, desidereremmo vivamente la sua stima: si cerca la stima delle persone che ci circondano, più particolarmente, quella dei grandi. Ottenerla, è approssimarsi ad esse, è entrare nella loro sfera e partecipare della loro superiorità. Ma Iddio è un essere invisibile e che sembra lontano. La stima che concepisce di noi non ce la dimostrerà con nessun mezzo esteriore: noi non potremo udirlo manifestarcela a parole; non potremo leggerla nei suoi sguardi.

Vuol dire, dunque, che ci sarà chiusa ogni via per intenderci? Sono forse cosi segreti i sentimenti di Dio che non sì tradiscano in modo alcuno? Se manchi la parola e lo guardo, non abbiamo noi le sante congetture che nascono da positive affermazioni? E non sappiamo noi certissimamente che Iddio stima ogni bene, il bene d'un atto fuggevole, come una buona qualità permanente? Cosi, adunque, compiendo un atto virtuoso, perfezionando le nostre qualità, siamo sicuri di guadagnarci la sua stima, e questa stima cresce con la grandezza dei nostri atti e con l'eccellenza delle nostre virtù.

Solo la fede viva intende queste cose, solo l'amore può farne la propria vita. Ohimè! forse la mia povera anima ha una fede priva di luce interiore, un amore senza nobili necessità! Le sarà dunque, inutile, l'accingersi ad una meditazione forse troppo alta per essa? Vi troverà solo idee incerte? Non vi attingerà nessun desiderio? O Dio, generatore di ogni luce, illuminatemi! O Dio, creatore di ogni buon sentimento, animatemi. Degnatevi di ridurre alla capacità del mio intelletto le verità che sono facili ad essere comprese dai Santi. Senza avere la loro intuizione, vedrò la stessa verità; senza penetrare tanto in fondo come essi. raggiungerò lo scopo che essi hanno raggiunto. Voi fate le opere vostre gradatamente, o Dio, saggio più della stessa sapienza, ebbene, io questo oggi mi proverò a fare qualche passo verso il desiderio di piacervi.

II. Come si mette in pratica il desiderio di piacere a Dio. - II desiderio di piacere a Dio è il desiderio di attirare la sua attenzione, di vivere sotto i suoi sguardi benevoli, e finalmente di farsi amare maggiormente da Lui poiché è questo il fine che normalmente vuol conseguire il desiderio di piacere, anche nell'ordine umano.

Desiderio d'ottenere qualche ammirazione. L'ammirazione è la espressione suprema della stima; essa è necessaria ad un amore grande. - Come farsi ammirare da Dio? Con sforzi generosi, con atti straordinari, con nobili sentimenti: ciò che è comune ed ordinario non è sufficiente, ci vuole qualche cosa di grande. Prima presentasi l'abnegazione, quindi lo sguardo si rivolge al sacrifizio. L'immolazione è, per l'uomo decaduto, l'atto più nobile.

L'immolazione suppone, infatti, una gran forza d'animo, qualità stimabili al massimo grado. Dunque consacrarsi alla causa di Dio, sacrificarvisi se occorra; immolare i propri gusti quando sono di ostacolo; accogliere le tribolazioni con dolcezza e le minacce dell'avvenire con una coraggiosa confidenza: ecco dei mezzi per pretendere di riscuotere l'ammirazione del grande apprezzatore di tutte le cose.

Desiderare di affascinare Iddio. Ciò è più che attirare la. sua attenzione; è più che meritare la sua stima, è incominciare a guadagnare il suo cuore. In questo desiderio trovasi uno stimolo tutto personale: esser per Lui quest'oggetto che rapisce il suo sguardo, che fa palpitare il suo cuore. - In questa nascente persuasione quale primavera, quale fioritura per l'anima! Tutte le sue facoltà vi si trovano a bell'agio, che dico? sono animate. vivono, crescono. Qual principio di perfezionamento! Per affascinare, è necessaria la bellezza, è necessario rivelare qualità amabili! Quale premura industriosa non vediamo in quelle persone che vogliono piacere! Quale vigilanza in tutto: sulle parole, sul contegno, sopra i minimi particolari della loro vita!

O mio Dio. per piacere ai vostri sguardi, per rapire il vostro cuore, sarei io, dunque, senza gusto, senza slancio.. senza perseveranza?! Questo desiderio sembra che mi sia straniero ed io ne cerco la causa. Forse si esaurisce esso in altre cose? forse gli manca l'alimento? Una mediocre vita interiore, è una nutrice troppo povera!-.. Oh!; la purezza del cuore; oh! l'intimità della preghiera; oh? l'intensità del desiderio! Affascinare Iddio!... ma per- pensarvi, è necessaria una pietà delicata.

Ah! se mi stabilissi in questa santa disposizione?..., Se dessi alla mia vita questa orientazione?... Se dedicassi alla meditazione un tempo più lungo?-.. Se, durante il' giorno, cercassi più spesso lo sguardo di Dio, di Lui al quale io voglio piacere?

E cercherò soprattutto il vostro sguardo, o Gesù, Uomo-Dio; o Gesù, mio fratello. Piacervi e piacervi in maniera particolare, farmi amare da voi; ottenere dalla

vostra bocca un dolce elogio o attenderlo dal cielo..., quale campo aperto al mio desiderio di piacere! Nessun limite lo circoscrive. La vostra attenzione, o Gesù, si fissa su me giorno e notte; la vostra anima è sensibile ad ogni forma di gentile cortesia; essa ne percepisce le minime delicatezze con le loro indefinite gradazioni. Ciò che io non so manifestare: ciò ch'io provo, anche senza troppo comprenderlo, voi, oh meraviglia! lo leggete distintamente nel mio cuore.

O Gesù, Voi siete da Voi solo tutto un mondo, più vasto, più pieno, più animato del mondo degli uomini del quale ci disputiamo la stima; e questa stima si ottiene raramente, si gode turbata da mille timori, mai la possiamo rendere stabile; poiché alla fine questo mondo passa e svanisce con il fumo della sua stima. Voi, o Gesù, Voi portate in cielo, per farli eterni, tutti i sentimenti che io avrò quaggiù destati nel vostro gran cuore, tutta quella stima che mi sarà riuscito di meritare da Voi.

III. In che consiste il desiderio di far piacere a Dio. - Il desiderio un po' egoista d'attirare gli sguardi di Dio e di piacergli, si eleva insensibilmente al desiderio disinteressato di fargli piacere.

Procurargli qualche gioia, qualche gloria; dedicarsi, immolarsi perché questi atti l'onorino; abbellirsi di virtù perché questa vista lo contenti!... A forza di volere affascinare Iddio, si rimane presi dai suoi incanti; a forza di spogliarsi di ciò che lo avrebbe allontanato, si arriva ad amare di più la sua suprema amabilità: il desiderio di piacere genera il desiderio di far piacere.

Vi è tutta una vita nuova in quest'ordine più elevato di sentimenti. Le buone qualità messe in opera per piacergli fioriscono qui sotto una forma più bella, più tenera. più perfetta.

Si giunge al punto di ripeterci senza mai cessare: a patto che Iddio sia contento! sì vive della gioia che gli si procura, non perché gliela si procura, ma perché la sentiamo in Lui... Ci consoliamo delle nostre proprie pene pensando che Egli è felice... Ci distacchiamo da noi stessi .in un modo cosi soave che appena ne abbiamo coscienza: ed in una maniera così completa che Iddio regna in ogni parte...

Sì assicura così alla virtù un fondamento più saldo ed un coronamento più nobile. Il capriccio e l'incostanza non vi trovano esca alcuna, ed anche l'orgoglio sembra che sparisca... perdendosi nel seno di Dio.

O Dio, tanto amabile e tanto amato, poiché ci sono tante anime belle che sembra che in questo modo si trasformino in Voi, e che non abbiano altra vita che la vostra, altri desideri che il vostro bene, altre gioie che le vostre gioie; deh! fate discendere fino alla mia bassezza qualche movimento di queste attrattive. Se non ho le ali tanto robuste per innalzarmi e sostenermi costantemente a queste altezze, permettetemi almeno che mi elevi così in alto nel tempo della meditazione; ne rimarranno nella mia vita attiva ricordi soavi, efficaci impressioni, salutari pentimenti!

Proposito

III MEDITAZIONE

31° Esercizio

Desiderio di piacere e di far piacere al prossimo.

Primo punto: Dio veduto nel prossimo. - Secondo punto: Gesù nel prossimo. - Terzo punto: Regole pratiche.

Preparazione per la vigilia

perché non mediteremo mai abbastanza questo consiglio che è l'anima della nuova legge: vedete Iddio nel prossimo; guardale il prossimo nel seno del Salvatore.

Abbiamo noi ben compreso questo consiglio di pace, di perfezione e di felicità vera? Penetra esso i nostri sentimenti, illumina i nostri atti? Ohimè! è molto se entra appena nelle nostre convinzioni' Noi lo ripetiamo come una formula imparata a memoria, ma vuota. Che stiamo intanto ad aspettare? Che Iddio faccia un miracolo e ce lo bandisca dall'alto dei cieli? Non è suo costume di farlo. — Che il divino Maestro venga visibilmente a prendere per la mano ciascuna delle persone che Egli ci dà ad amare e ce la presenti Egli stesso? Ma non lo fa, visibilmente, ogni giorno? Non è Egli nell'ostia consacrata nel S. Sacrifìcio della Messa? E, per mezzo della S. Comunione, non si dà forse a ciascuno? Che volete di più?

O divino Maestro, aprite i miei occhi, questi occhi della fede che sola vi discopre e vi manifesta! Fate che domani, ritrovandovi dovunque in questo prossimo, per il quale non avrei spesso che amarezza e quasi sempre indifferenza, incominci ad amarlo di quell'amore che porto a Voi, o Gesù!

Meditazione.

Preludio.

I. Iddio veduto nel prossimo. — Rivolgere questo desiderio di piacere e di far piacere verso Iddio che vive nel fondo della nostra natura è nobilitarlo in una maniera impreveduta e dargli un oggetto che non deluderà per niente la sua aspettativa. Ma Iddio non offre quaggiù ai nostri sguardi il suo volto divino ed invano cerchiamo noi una manifestazione, un segno certo del piacere che gli cagioniamo. Un sorriso, un tenero sguardo bastano per ricompensare un atto di sacrificio o per provocarlo. Nessuno sguardo, nessun sorriso discende dal Cielo per darci questa sicurezza. Le nostre relazioni soprannaturali hanno a base la volontà. Il sensibile, per potente che sia, non è altro che la parte accessoria: molte anime perfette ne sono abitualmente prive; esse camminano, ugualmente, ed a gran passi per la via austera del dovere, amando Iddio con la loro fedeltà, con la loro abnegazione, con i loro sacrifici alla maniera dei forti. È questo il modo che esse hanno per piacergli. Alcune altre, più consolate, sentono talvolta nella preghiera la dolcezza d'un amore condiviso. Ma tanto le une come le altre hanno sempre fame di Dio: le prime perché non lo hanno mai gustato; le seconde perché, avendolo gustato, ne sono addivenute insaziabili. Allora, e queste e quelle si rivolgono verso il prossimo. Iddio l'ha fatto a sua immagine: vedere il prossimo è, dunque, vedere un poco Iddio! — Iddio gli ha comunicato la propria natura: amarlo è, dunque, amare qualche cosa di Lui!

Richiamare alla memoria la scena tanto commovente di Raguele che riceve il giovine Tobia. Ecco come la racconta la Bibbia; " Raguele mirando Tobia. disse ad Anna sua moglie; Quanto mai questo giovine rassomiglia al mio cugino! E quindi disse loro: Donde siete voi, o giovani, nostri fratelli? E quelli dissero: Della tribù di Nettali, degli schiavi di Ninive. E Raguele disse loro: Conoscete Tobia mio fratello? E quelli dissero: Lo conosciamo. E quegli parlando di lui con molta lode, l'Angelo disse a Raguele: Tobia del quale tu parli, è il padre di costui. E Raguele se gli gettò addosso, e lo baciò piangendo e singhiozzando sul collo di lui, e disse: Sii tu benedetto, figliol mio, che sei rampollo di un uomo dabbene ed ottimo. E Anna sua moglie e Sarà sua figlia piangevano " (Tob. 7, 2 sg.).

S. Francesco di Sales commenta così questa scena: " Non vedete voi che Raguele, senza conoscere il giovane Tobia, lo stringe fra le sue braccia, l'accarezza, lo bacia, piange d'amore su di lui? Donde scaturisce quest'amore, se non da quello che egli portava al vecchio Tobia, al padre, a cui questo giovane rassomigliava tanto? E, veramente, quando noi vediamo questo prossimo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, non dovremmo dirci l'un l'altro: Vedete come questa creatura rassomiglia al Creatore? E non dovremmo benedirla mille e mille volte? E’ perché? Per amore di essa creatura? No. certo, perche non sappiamo se per se stessa sia degna di amore o di odio. E perché, dunque? Per amore di Dio che l'ha creata a sua immagine e somiglianza;… per amore di Dio dal quale, al quale, nel quale e per il quale essa è... e per questo il divino Amore non solo comanda le mille volte l'amore del prossimo, ma Egli stesso lo produce e lo diffonde nel cuore umano, come la propria somiglianza e la propria immagine, perché l’amor santo dell'uomo verso l'uomo e la vera immagine dell'amore divino dell'uomo verso Dio n. Così noi amiamo, prima, tutto il prossimo con un umore generale; e poi, quando nel corso della vita vediamo brillare, nelle persone che vediamo, le sue doti, i suoi sentimenti ed i suoi meriti, noi allora li consideriamo come l'opera di Dio, il riverbero delle sue perfezioni, il dono che Egli pone vicino a noi o per aiutarci o per a trascinarci. Cosi Iddio ci si manifesta dappertutto, facendosi amare in coloro che noi amiamo; si fa sentire come il principio nuovo dei nostri affetti, certo accesissimi, ma santamente nobilitati. E noi ci pensiamo?

Considerazione bella e feconda. - Disposizione ad una bontà universale nelle considerazioni e nelle maniere gentili- - Principio di pace. Nobilitazione degli umani affetti; custodia della loro dignità. - Vita veramente soprannaturale di cui Iddio sarà l'oggetto meravigliosamente intravveduto, ed il principio intimo che agisce segretamente.

II. Gesù nel prossimo. - Andiamo più avanti e seguiamo e consideriamo questa divina presenza nell'Incarnazione la quale ce la pone sotto i nostri occhi. Dopo averci dato la sua somiglianza. Iddio vuoi prendere la nostra, si fa uno di noi. Perché? Forse unicamente per redimerci? Allora basta che si contenti di darci il suo Sangue, perché esso è sufficiente allo scopo! E perché quei trent'anni di un'oscura esistenza simile in tutto alla nostra? Perché quei tre anni di vita pubblica con la quale si fa conoscere al mondo? Perché, se non ha inteso offrirci un modello inconfutabile di ciò che dev'essere l'uomo verso l'altro uomo? un modello così perfetto e così bello che, sulle prime ci turba e ci sgomenta, cosi soave e così umile che quasi subito sembra addivenuto imitabile; così inflessibile e così tenero da impadronirsi del cuore; in una parola, così divino che ci prostriamo in ginocchio per adorarlo, e così umano che non possiamo frenarci dal gridare: " o fratel mio! ".

Così quando Gesù, sul punto di ascendere in Cielo, lancia all'umanità questa grande parola: " Amatevi come io ho amato voi u noi ci guardiamo istintivamente intorno per cercare degli esseri su dei quali sfogare l'affetto del nostro cuore. E quando Egli aggiunge: " Quel che voi farete al più piccolo dei miei fratelli è come lo aveste fatto a me", noi in queste espressioni sentiamo la parola rivelatrice, sotto, la quale palpita con sussulto un mistero. Infatti, non trattasi qui d'una pia raccomandazione, ma d'una prudente iniziazione ad un fatto soprannaturale: la vita di Gesù in noi; dottrina quanto certa altrettanto bella; principio ispiratore della più reale, facile ed eccellente carità. - O Maestro adoralo. Voi mi domandate che nutra per il prossimo quei sentimenti che il vostro fascino divino genera in me; Voi, non vi è dubbio, volete degli atti, ma vi ripromettete anche dei sentimenti e, fra i sentimenti, quelli che riavvicinano gli uomini, quelli che li incoraggiano, quelli che li rendono più buoni. Ricoprendola con lo splendore del vostro nome Voi non fate sparire la persona umana, ma l’abbellite e la proteggete. La illuminate con la vostra immagine soave per attenuare le ombre dei suoi difetti; la elevate con la realtà della vostra azione in essa; e tutto questo lo fate per suscitare in suo favore una pietà senza sdegno, un'abnegazione senza debolezza. un amore per essa che giunga fino a Voi.

Come non desiderare di piacere a creature che Gesù onora? Come non desiderare di far piacere a creature tanto onorate da Lui?

Far piacere al prossimo, volerlo fortemente, sacrificarsi per esso, oh! il bel programma attuato da tanti Santi, da tante pie persone sconosciute al mondo! Esso contiene tutte le delicatezze dell'affetto, tutte le industrie dell'amabilità, le soavità dell'indulgenza, la longanimità delle tolleranze, tutti i servigi abbelliti da un sorriso e perfino quella dolcezza di parola e quell'aria benevola del volto che formano la caratteristica d'un cuore nel quale Iddio regna ed agisce.

Il nostro desiderio di piacere si è formato studiandosi di piacere a Dio: esso ha potuto estendersi in un modo ben grande e commuoversi profondamente al contatto dell'infinito; ha sentito il bisogno di conservarsi puro, contemplando l'amore increato; e diventato soavissimo studiandosi di far piacere a questo Dio che è padre; oh! il cuore mirabilmente trasformato! Rivolgasi pure ora verso il prossimo poiché eserciterà con esso un'inclinazione piena della delicatezza, della nobiltà, della costanza acquistate nelle sue relazioni con le amabilità divine.

Ma discendendo dal cielo sopra la terra, questo desiderio di piacere perde la sua sicurezza di fronte a mille scogli. Urta subito nell'eccesso che è un movimento sospinto lontano più del dovere. Poi nella preoccupazione troppo personale che ha più a cuore il proprio interesse del bene stesso; infine, nel malanno della servilità che può giungere fino alla ributtante adulazione e falsare l'anima.

III. Regole pratiche.,— 1. Il rimedio si trova in una purità d'intenzione rinnovata spesso. O mio Dio, io voglio esser buono per essere buono e per piacere a Voi! In un'anima pura ogni infedeltà si tradisce, d'altronde, ben presto. La preoccupazione, quest'indizio d'un disordine, è la prima a dare l'avviso. Osservata più da vicino, diventa inquietudine? Degenera in tristezza, e soprattutto in asprezza? Tenete per certo che un vizio infetta i vostri sentimenti. L'esame e la preghiera ve lo faranno scoprire e l'amore per la virtù saprà eliminarlo.

2. La prima regola di questo sentimento è dunque una regola difensiva. La seconda sarà una regola di sapiente libertà.

Ed in vero, per evitare uno scoglio è forse necessario urtare in un altro?

Per togliere l'abuso, si distruggerà la cosa di cui si abusa? Per non esporsi ai pericoli che possono incontrarsi nel desiderio di piacere, si sopprimerà ogni manifestazione attraente? Ci mostreremo turbali ed impacciati di ogni minimo elogio? Ma questo varrebbe quanto mutilare inutilmente la propria natura, immiserire la propria esistenza, spezzare i legami più sacri. La tristezza diventerebbe la legge della perfezione; e la virtù ci si mostrerebbe sotto l'emblema eloquente d'un albero spogliato delle sue foglie... Oh! no, non è questo il vero ideale. L'ideale vero è un desiderio di piacere, in armonia con le esigenze della posizione di ciascuno: un desiderio retto e franco che si attua sotto l'influenza di Dio e sotto il suo sguardo, che spande intorno a sé quell'incanto soave e penetrante che la gloria riserva unicamente alla virtù cristiana: " poiché solo essa ama il suo Dio amando coloro che ama".

Che pensare di una società i cui membri fossero tutti animati da sentimenti tali? Quale pace! e quanti dolori di meno! Quale conforto nelle nostre inevitabili sventure!

- Sogno dorato di una città, che il sole di quaggiù mai illuminerà coi suoi raggi! Città ideale piuttosto, i cui cittadini, dispersi qua e là in seno dell'egoismo universale, sono veri eroi, eroi che noi ammiriamo chiamandoli Santi. Il loro esempio, almeno, e là per suscitare anime generose e mantenere, sotto gli occhi di tutti, la nozione indispensabile dell'ideale cristiano.

Proposito

NOTA. - Molte pagine delle precedenti edizioni sono state sostituite qui da altre più conformi al soggetto; ma si ritroveranno, e più a proposito, in un'altra opera da pubblicarsi.

SGUARDO

alle due Meditazioni che seguono.

Dopo gli abbaglianti splendori del Thabor e le sue nubi misteriose, gli Apostoli " alzando gli occhi non videro nessuno, fuori del solo Gesù " (Matt. 17, 8).

Noi pure, uscendo dagli splendori e dalle ombre di queste numerose meditazioni, alziamo gli occhi e concentriamo i nostri sguardi in Gesù solo.

Noi diventeremo umili per imitazione, contemplando Gesù umile.

L'imitazione studia il modello e ne ritrae i lineamenti; l'unione fa anche di più, lo attira in sé e se ne appropria la vita.

Ma l'imitazione e l'unione sono due forme d'uno stesso sentimento: l'amore, e due artisti d'uno stesso capolavoro: la perfezione.

Tale fu l'umiltà di Maria; e per contemplarla le dedicheremo queste due ultime meditazioni.

Non è Ella la più fedele immagine di Gesù?-. La bianca luce dell'astro della notte, mite riverbero degli splendori del sole, non discende, forse, più dolce sui nostri occhi?

Voi, o Maria, che siete la più umile delle creature ne siete anche la più potente. A Voi rivolgiamo adesso i nostri sguardi e le nostre speranze. Voi arricchiteci, mediante l'amore, dell'umiltà del vostro Figlio divino!

IV MEDITAZIONE

32° Esercizio

Maria trasformata in Gesù umile mediante l'imitazione.

Primo punto: Umiltà d'imitazione di Maria come madre. - Secondo punto: Sua umiltà come corredentrice. - Terzo punto: Con Maria farci umili mediante l'imitazione.

Preparazione per la vigilia

I. Le ragioni d'essere umile. Maria le vedeva con una chiaroveggenza continua e penetrante. - Noi dimentichiamo; noi perdiamo di vista le ragioni e le cose, - Maria, giammai! Il suo pensiero è sempre attivo, ha sempre piena coscienza dei motivi contemplati senza intermissione: sguardo sull'Infinito, sguardo sulla propria piccolezza...Il Magnificat è il cantico secreto che ripete ad ogni istante; Respexit humilitatem, fecit mihi magna.., ecc-

II. La condizione della nostra umiltà è tale che per custodirla e proteggerla Iddio pone al sicuro la sua fragilità sotto delle imperfezioni, o almeno sotto ignoranze

misteriose... Non ci vuole un po’ d'ombra per le piante delicate?!

Per Maria Iddio non prende alcuna di queste precauzioni; ma la espone al gran sole della verità: Essa è immacolata, essa è perfetta, o è la benedetta fra tutte le donne... " e Maria lo sa!

Maria ha scandagliato, assai meglio di tutti i teologi, le grandezze della sua divina maternità, e ne conosce tutte le prerogative... Ma l'abisso delle grazie ricevute non ha fatto altro che rendere più sensibile ai suoi occhi l'abisso del proprio niente. - Nessuna creatura, dopo Gesù, è discesa tanto negli abissi dell'umiltà, quanto Maria, " Nulla creatura, post Filium, tantum descendit in abissum humilitatis " (S. Bernardino da Siena).

Ora una tale umiltà è eroica. Infatti l'eroismo è la virtù che si esercita in atti sublimi e difficili.- Che dire di una virtù che compie per tutta la vita ed in modo incessante ciò che nessun uomo potrebbe sostenere per un sol giorno?!

Meditazione.

Preludio

I. Umiltà d'imitazione di Maria come Madre. – Gesù umile era suo Piglio, Figlio di Lei, di Lei sola, - suo Figlio diletto, - suo Dio e suo Figlio, - Tutto suo. E Maria lo amava! Più avventurata, lo adorava... Oh! se le madri potessero adorare i figli loro!

Tutto taceva dinanzi a questo sentimento sovrano. Tutto si fondeva in questa fiamma intensa d'amore. Ed Ella non amava che un Gesù umile, poiché non poteva conoscerne un altro. Nel mondo non vi è che Gesù incarnato, e Gesù incarnato è Gesù annichilito.

Fin dal primo istante Gesù si fece umile, e rimarrà umile finché resterà uomo, finché sarà Figlio di Maria.

- Ed Ella lo studiava… con i suoi occhi, con il suo cuore, con le sue intuizioni di Madre. - La Madre divina tutto; è una sua prerogativa. - Il suo pensiero, come altra volta la sua vita, penetrava quest'Essere. che sta sempre con Lei.

- Dal cuore nascono le grandi aspirazioni. – Il cuore comanda e l'intelletto obbedisce- - Lo preme con tanta violenza da superare la sua capacità... E non è il cuore come una miniera che tutto contiene? E la creazione non è forse uscita dal Cuore di Dio?

I fatti evangelici, le parole, le azioni di Gesù, meditate dal Cuore di Maria, risplendevano di una luce più calda e più viva: " Conferens in corde suo" (Luc. 2, 51), Gesù umile si rivelava a Lei costantemente in un modo più completo e più perfetto nelle estasi del suo amore... Quali profonde penetrazioni dell'umiltà dei suoi divini misteri, della sua dipendente piccolezza, della sua debolezza indigente, dell'amore onde Egli amava queste cose!..,

A misura che il figlio suo cresceva. Maria ne spiava anche i minimi atti e faceva tesoro anche delle sue più indifferenti parole. Poi, lo contemplava tutto intento al lavoro; ne ammirava la modestia, la dolcezza, l'amore alle occupazioni umilianti, le di Lui predilezioni pei piccoli,... il miracolo continuo dei suoi nascondimenti. Può dirsi che Maria sa il suo Gesù a memoria, il suo Gesù umile! Imitarlo, addiviene sua legge, suo bisogno; e, quasi senza volerlo. Essa si fa umile occultandosi in tutto... Ama di condividere l'ombra nella quale Gesù si nasconde, il silenzio nel quale sembra che Egli si perda; Maria gode d'umiliarsi sempre più... con Lui! Ma Gesù è tanto avanti per questa via che, quantunque la Madre sua cammini sempre, non lo raggiunge mai;... e Maria lo supplica di aspettarla. Ma Gesù cammina ancora,... affrettandosi verso il Calvario ed esclama: Ci arriveremo insieme.

II. Sua umiltà d'imitazione come corredentrice. - Già sopra la culla di Gesù passava il soffio di morte; le voci lontane dei Profeti ripetevano queste parole: espiazione, vittima; il cuore della Madre faceva previsioni desolanti: dovrà essere schiaffeggialo questo volto che è un paradiso? queste piccole mani, questi piedi saranno trafitti da chiodi? e questo innocente dovrà essere innalzato sopra una croce infame?

Ah! se Maria potesse prendere il posto di Lui!... No, prendere non lo potrà, ma l'occuperà con Lui; poiché essa non solo è sua Madre, ma è anche la sua divina associata... Come Madre, ella bramava di unirsi ad ogni intenzione, ad ogni pena. ad ogni palpito del Cuore del Figlio suo,.., e Dio ha soddisfatto questa brama... L'ha fatta corredentrice!

Eccola, dunque, forte del diritto di partecipare alle sue umiliazioni che salvano; che dico? di volerle con Lui!

- Il Figlio suo vuol essere umilialo, ed Ella vuole che sia umiliato; si sente straziare dal dolore, ma Ella insiste ancora... - II Figlio vuol morire, ed Ella vuol che Egli muoia; Ella si immola sul Calvario con Lui.. -

Quando Egli è morto, missione sublime! Ella rimane sola a subire le umiliazioni delle quali è fatto bersaglio il cadavere del suo Diletto!... Così il sacrificio si prolunga ancora per mezzo di una Madre...

III. Con Maria farci umili per imitazione. – Giacché l'amore ha questa forza, amiamo. L'amore contempla, l'amore divina, l'amore imita.

Diventare umile per amore è bello. - È. dare a questa virtù un movente più nobile del suo proprio, senza più rapirglielo del resto.

Diventare umili per amore è cosa ordinata e regolare. - E non è la carità la regina, la formatrice delle virtù, l'unica che dia loro la vita?

Diventare umile per amore è cosa sapiente. - Nulla è forte come l'amore; nulla è così attraente come ciò che esso ispira... Per questa via sarà più facile addivenire umile.

Il timore frena, può trattenere sul pendio del male, potrà anche arrivare a dare un certo impulso verso il bene; ma solo l'amore apre i vasti orizzonti ed allontana dal male nel miglior modo possibile elevando sempre più in alto.

Contempliamo con Maria Gesù umile nei suoi misteri, nelle sue parole, nella sua persona, nel suo sacro Cuore. nella sua Eucarestia. - Con Maria studiamoci d'imitarlo : " In odorem unguentorum tuorum currimus: corriamo sopra i suoi passi attratti dall'odore soavissimo dei suoi profumi ".

Proposito

V MEDITAZIONE

33° Esercizio

Maria trasformata in Gesù umile mediante l'unione di vita.

Primo punto: Gesù vivente in Maria. - Secondo punto: Gesù vivente in noi.

Preparazione per la vigilia

Questa comunione di vita fu in Maria peculiarissima, di un ordine a parte, si svolse in un modo eminente e prese proporzioni tali che è impossibile valutare. Nondimeno fra la sua e la nostra condizione vi è un fondo comune. Maria viveva della vita di Gesù e ne viviamo noi pure: fin d'allora Ella fu un membro del suo corpo mistico; ed, in un modo inferiore, siamo tali anche noi con essa.

La meditazione di questa sublime verità sarà per noi un principio di dignità: chi pretende essere nobile agisca nobilmente. - Un principio di estrema delicatezza: Gesù vuole aver parte nei nostri sentimenti. - Un principio di generoso progresso: Egli si aspetta da noi un accrescimento della propria vita.

Ieri avevamo Gesù dinanzi ai nostri occhi per imitarlo, domani lo contempleremo in noi per unire la nostra azione alla sua.

O Gesù, vivente in Maria.

vieni a vivere nei tuoi servi,

con lo spirito della tua santità.

con la pienezza della tua potenza,

con la verità delle tue virtù.

con la perfezione delle tue vie,

con la comunione dei tuoi misteri.

Domina ogni avverso potere,

con lo Spirito tuo,

per la gloria del Padre.

(Ven. Olier).

Meditazione.

Preludio.

I. Gesù vivente in Maria

Alla sua volta Gesù comunicherà alla Madre sua la propria vita di grazia e lo farà con munificenza di re; gliela darà in una pienezza così particolare che, finché Ella vivrà quaggiù, andrà sempre accrescendosi. Gesù viveva in Maria della propria vita di Uomo-Dio, Maria si trovava unita a Lui con tutta la forza del proprio intelletto e della propria volontà. Più Ella cresceva in grazia, in merito, in amore, più partecipava a questa comunione di vita. Tutti i misteri Le aprivano sempre nuovi orizzonti. Le offrivano materia sempre nuova per elevarsi nella contemplazione e Le accendevano in cuore una fornace d'amore. La S. Comunione venne a dar l'ultima mano a questo capolavoro. La Madre ed il Figlio sembrava che vivessero come un tempo, la stessa vita: ma questa volta, era Maria che la riceveva, e la vita che le era così restituita in cambio, era la vita di un Dio aumentato, come mai fu alcuno. Certo, dal fondo del suo cuore. Epa poteva esclamare prima e con più realtà di S. Paolo: " lo vivo; no; non io vivo; è Gesù che vive in me: vivo autem iam non ego, vivit vero in me Christus " (Gal. 2. 20).

Ammiriamo e felicitiamo il Figlio e la Madre. Maria, almeno, avrà pienamente comprese le umiliazioni del cuore di Gesù e dei suoi misteri, e le avrà a pieno imitate e vissute!

II. Gesù vivente in noi — Gesù vive in me, anche in me : "Vivit vero in me Christus. Mihi vivere Christus est. (Philip. 1, 21). Gesù e la mia vita! ". Come intendere queste espressioni? Si tratta del dono che Egli mi ha fatto della sua vita sopra la croce? Senza dubbio: ma questo dono è piuttosto la fonte della mia vita anziché la mia vita stessa, poiché la vita si definisce: il principio interiore degli atti. Io cerco, adunque, un'influenza, emanante da Lui che sia dentro di me e che agisca, un'estensione in me della vita animata da Lui. Cosi la vite si prolunga nei tralci da essa formati e che essa nutrisce.

Ma perché questa vita divina si estenda cosi fino a me. perché essa mi penetri e mi vivifichi è necessario che la vite ed il tralcio si tocchino in qualche maniera, che

siano uniti, che esista fra di loro una comunicazione... e Voi, o Gesù, siete così lontano da me su nel cielo!

È vero, Gesù, nella sua umanità rimane lontano, su nei cieli; la comunione ce lo da, come dì passaggio; ma Egli si riunisce a noi in una maniera immediata per la sua divinità la cui azione ulteriore ci trasmette i suoi pensieri, i suoi voleri, le sue grazie, la sua vita; perché, sempre vivente. Egli mi conosce, mi ama, perché prega senza intermissione per me : " Semper vivens ad interpellandum pro nobis " (14) (Ebr. 7, 25).

Se io rievoco il passato per ritrovare il Gesù del Vangelo; se, per meglio vederlo e meglio intenderlo, mi trasporto piamente in quei luoghi nei quali è vissuto, se amo di discernere i lineamenti del suo volto e di distinguere la sua voce, perché non rievocherei, quantunque molto più lontano. Gesù regnante nei cieli, per avvicinarlo e stringerlo più strettamente al mio cuore?

Gesù regna lassù nella sua gloria, ma non vi regna solo per sé: Egli è sempre il Capo vivente dell'umanità rigenerata. Quando la mia preghiera s'innalza verso di Lui, confusa con mille e mille altre preghiere che salgono al suo trono da ogni parte della terra. Egli la distingue e l'ascolta, come se avesse da ascoltare quella sola. Egli ha seguito i miei passi fin dalla mia prima infanzia. Come una madre ha condiviso meco la vita. ha preso parte perfino ai miei dolori umani. Egli ha per il mio avvenire un pensiero, un piano, buoni desideri... Amo in questo momento dì rappresentarmelo cogitabondo, ed è a me che Gesù. pensa; lo vedo supplichevole dinanzi al Padre suo. ed implora per me una grazia, un perdono, un progresso nella virtù!... Oh! che questo nobile e caro Capo si occupa molto volentieri dell'ultimo dei suoi membri.

È vero, quest'unione in me è segreta, ma è reale: non ho bisogno di sentirla, io la credo; e traggo da questa fede lo stimolo più potente ed efficace per il mio fervore. Potrei mai, di proposito deliberato, rassegnarmi a rimanere mediocre? Paralizzerei in me l'espansione della vita di Gesù. — Penserà Gesù questo pensiero con me? Farà sua quest'azione ch'io medito? Il suo Cuore si unirà al mio cuore in quest'affezione? — Vorrei io metterlo a parte dei miei sentimenti, se sono bassi? dei miei pensieri, se sono impuri? Lo trascinerò con me nelle ricerche del mio orgoglio e nelle tristezze del mio egoismo?... Gesù si allontanerebbe; la sua grazia non mi accompagnerebbe; la comunicazione sarebbe rotta per causa di quei miei atti.

Alla mia volta, io posso rendere Gesù più grande nel suo corpo mistico; io posso accrescere la sua vita in questo grande corpo; e per far ciò, io supererò me stesso: preverrò i suoi desideri con tutte le industrie della mia iniziativa; metterò al suo servizio tutte le risorse della mia attività; e se, dentro di me. non percepisco le ispirazioni della sua grazia, io cercherò nelle lezioni e nei suoi esempi il senso dei suoi desideri: non pensa Egli ancora quel che pensò sulla terra?

Così, adunque, o Gesù, noi viviamo insieme. Tutte le opere che io faccio sotto la vostra influenza, diventano comuni a noi due. Sono mie, perché le faccio liberamente; sono vostre perché tutto il soprannaturale che contengono appartiene alla vostra grazia. Prendetele, dunque, perché sono vostre: accettatele perché sono anche mie; ed unitele al vostro mistico corpo...

Se la vostra vita in migliaia e migliaia di anime, ed in tanti secoli, stupisce la mia ammirazione con la sua immensità, questa stessa vita per ogni anima, vita premurosa e materna, rapisce il mio cuore con la sua intimità, io rimango muto per la sorpresa, pensando che sono qualche cosa di Voi, e che, per mio mezzo, diventate qualche cosa di più! (15),

Felice l'anima che intende queste meraviglie, nascoste ai più; più felice ancora l'anima che ne coltiva l'attrattiva: essa discenderà d'abuso in abisso, nelle profondità dell'umiltà! molto lontano dalle piccinerie del miserabile orgoglio! Oh! " Amare! o ire! o sibi perìre! o ad Deum pervenire! Amarvi, seguirvi! Perdere sé e trovare Voi, o Dio, mio tiene supremo! " (S. Agostino).

Proposito

ESAME PARTICOLARE

usato in una pia associazione.

Spirito di luce e di verità, illuminale e commuovete l'anima mia.

Convinto dell'infinita bontà di Nostro Signore e della mia eccezionale miseria ed ingratitudine, mi sono io. giacché Gesù lo vuole, inabissato nel suo cuore soave ed umile?

Mi vi sono tenuto nascosto, annientato, e spoglio di una vita troppo personale per vivere solo della sua?

Ho considerato Gesù che si annienta con me dinanzi al Padre suo, nell'atto di umiltà del mattino, nella Santa Comunione e negli esercizi di pietà? (Annientarsi per adorare, rendere grazie, riparare e pregare).

Ho procurato a Gesù questa gioia, che Egli cerca, di assaporare in me le umiliazioni esteriori o interiori: umiliazioni che vengono da Dio, dal prossimo, da me stesso, da tutte le cose contrarie?

Mi sono io, insieme con Gesù, rivoltato contro di me quando il mio orgoglio ed il mio giudizio personale si sono fatti sentire? Mi sono allora unito prontamente al disprezzo che essi ispirano a Gesù vivente in me?

Mi sono rammentato che Gesù dolce ed umile deve vivere in me? In questo spirito : — Con i miei superiori, mi sono tenuto in Gesù con grande umiltà e semplicità sentendomi nelle mani di Dio? Con il prossimo, parlando di me solo con grande semplicità: abbandonando, disprezzando anche, all'occorrenza, il mio proprio sentimento? Verso gli inferiori non manifestando esigenza alcuna, anzi, al contrario, manifestando molta dolcezza?

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Ho fatta mia regola di discernimento questa semplice domanda: Gesù può pensare con me questo pensiero? amare con me questa affezione? m'accompagnerà Egli in questo modo di procedere?

Ho io talvolta trovata la pace in questa parola: " a patto che Gesù sia contento "? ed il coraggio, in questa sicurezza: " io aggiungerò alla sua fronte un raggio di gloria " ? Ho avuto a cuore di farlo sempre vivere, crescere e compiacersi di me?

Ho rinunziato a Gesù ad ogni preoccupazione personale, dimenticando colui che non è, per occuparmi soprattutto di Colui che è?

Ho riferito a Dio tutto il bene? Ho fatto assoluto assegnamento su Gesù per trionfare di ogni male? O Gesù, dolce ed umile di cuore, vivete liberamente nell'anima mia.

ELEVAZIONE

sopra i rapporti dell'umanità e dell'amore divino.

Quando contemplo con uno stesso sguardo l'umiltà, tutta dimessa, povera nell'aspetto che cerca l'ombra; e. accanto ad essa, l'amore nella sua nobile fierezza, nel suo slancio, nel suo bisogno di espandersi, io mi domando come possano giustificarsi quelle espressioni e semenze onde i Santi mettono quasi alla pari l'amore con l'umiltà ed insieme l'uniscono. Tuttavia, a misura che il mio sguardo si fa più penetrante, io distinguo, fra questi due sentimenti, rapporti così stretti; che si giudicherebbero inseparabili; fattezze così meravigliosamente somiglianti che li danno a riconoscere di una stessa origine; un'azione reciproca che si completa così bene da costringerci a chiedere a noi stessi se l'umiltà e l'amore non siano un composto che forma una sola virtù, a quella guisa stessa che il corpo e l'anima formano il composto umano, l'uomo.

Certamente l'umiltà e l'amore costituiscono due virtù distinte: ma non è da temerari l'asserire che non si vedono mai separati. Unendo i loro vessilli, marciano insieme verso la gloria di Dio. Generati dagli stessi fini e dalle stesse intenzioni, danno a Dio la stessa preferenza su tutte le cose e parlano lo stesso linguaggio, il più sublime, quello dell'adorazione.

L'amore trova il suo Dio slanciandosi verso di Lui; l'umiltà lo incontra in fondo ai suoi abbassamenti. Ambedue si sbarazzano del creato: l'amore elevandosi sublime sopra di esso, in una sfera dalla quale lo domina; l'umiltà discendendo verso di esso standovi a contatto con nobile sdegno. Una sottomissione universale è propria dell'amore e dell'umiltà; nell'uno come nell'altra vi è un bisogno; nell'umiltà, di giustizia; nell'amore, di affetto.

1. Loro fine comune: la gloria di Dio. — L'amore vuole il bene del suo Dio, e questo bene si chiama gloria, quaggiù. Tutto per essa: e ciò che vive nel mio cuore, e ciò ch'io posso operare, e ciò che sognano i miei desideri!

Tutto per la sua gloria affinché essa risplenda in ogni parte. Solo essa deve regnare nell'universo; e non vi è un atomo solo che non possa diventare una voce che la proclami, un mezzo che la serva, un ornamento che la renda più bella.

Il suo pericoloso rivale è l'esaltazione dell'io umano, l’orgoglio. Sia che mi esalti nella mia stima propria, sia che mi faccia un piedistallo della stima degli altri, io ho sempre in mira me stesso; io non penso alla gloria dì Dio. Se l'anima mia è mediocre si contenta di compiacersi in se stessa; se è grande, vuole elevarsi sopra degli altri, e si serve dei suoi mezzi, tormentata e straziata dall'ambizione e dall'invidia. L'orgoglio meschino riempie, soddisfa e sazia un'esistenza; l'orgoglio superbo la devasta. L'umiltà vindice sbandisce tutte queste usurpazioni: Se tu sei il niente, smettila con le tue ridicole pretese. L'essere dotato di ragione non ha il diritto di abbassarsi a ricercare se stesso; ha il dovere di tendere e di aspirare alla grandezza, alla bontà, alla perfezione infinita. Questo è il suo fine necessario come creatura. Questa è l'occupazione principale della sua attività. Questo è quel nobile sentimento che forma sulla terra i santi, nel cielo i beati.

O umiltà, rovesciando l'idolo, tu non lasci vuoto il tempio. Nel posto di questo miserabile io che mi proibisci di servire, tu fai regnare Iddio e la sua gloria. Tu ti abbassi è vero, ma lo fai per prendere uno slancio più vigoroso verso le sommità; e se ti disprezzi lo fai per affrancarti.

Inseparabili compagni di lotta qui sulla terra, l'umiltà e l'amore non saprebbero né potrebbero vincere senza questa intima alleanza. La morte dell'uno apporterebbe la rovina dell'altro. Senza l'umiltà, l’amore svanirebbe nell'illusione; senza l’amore, l'umiltà affonderebbe nella bassezza. Uniti, questi due sentimenti danno a Dio la maggior gloria possibile mediante il sacrificio di tutto ciò che rialza l’umana personalità. Depongono sull'altare e la stima degli uomini e ciò che ordinariamente l'attira: il talento, i successi, e fin anco quell'amore legittimo che si ha il diritto di sacrificare solo a Dio. L'umiltà fornisce la materia, l’amore il fuoco sacro. L'umiltà è la giustizia che pronuncia la sentenza, — l'amore è la spada che l'eseguisce, perché solo l'amore è forte come la morte; e se, talvolta, il Signore dall'alto ne arresta la spada e ne sottrae la vittima, come fece con Abramo; se lascia all'anima, per amore del bene, l'aureola della generale ammirazione essa la porta però come un oggetto preso ad in prestito.

Così l'umiltà, mediante l'amore, spinge il proprio movimento fino agli ultimi limiti del suo proprio ideale: l’annientamento. Così l'amore, mediante l'umiltà, trova, per offrirla al suo Dio. una vittima degna, se è possibile, dell'Infinito.

II. Loro origine comune: la considerazione di Dio. — Un sentimento nasce dal motivo che lo ispira. L'amore trova il suo in una suprema amabilità. Questa contempla e se ne invaghisce. Verso di essa si slancia perché se ne sente rapito, ed il suo rapimento cresce man mano che a lui essa rivela e manifesta maggiori attrattive. L'amore aumenta con questa contemplazione; si eleva per spingersi sempre più avanti.

O sia quest'amore una santa passione che trascina, o sia semplicemente un amore di volontà che si determini mediante la scelta, non è mai un sentimento disinteressato perché è essenzialmente tale: passione santa, scelta volontaria, non altro hanno in mira che la divina amabilità.

Anche l'umiltà perfetta prende da queste stesse perfezioni divine il motivo principale della propria inclinazione. Nel cospetto della Grandezza Divina, l'anima si sente infinitamente piccola; nel cospetto dell'Altissima Autorità, essa si prostra in una dipendenza assoluta. Che l’azione divina, necessaria e profonda, causa misteriosa e reale di ogni bene, si riveli alla ragione credente e questa invano, cercherà su che appoggiare le proprie pretese.

Niente di proprio possiede la creatura, perché il nulla ed il male niente hanno di positivo.

Ora, a misura che qui sulla terra tutto si eclissa e svanisce, brilla dal cielo su di noi l'Essere divino con tutti i suoi splendori.

Dunque io non posso contemplarvi, o mio Dio, nei vostri meravigliosi attributi senza provare questo duplice sentimento d'amore e d'umiltà! E questa e quello nascono da uno stesso sguardo, palpitano per le stesse sorprese, e a vicenda si accrescono completandosi. Ogni ascensione dell'uno eleva l'altra più in alto. L'amore dice: Quanto è bello Iddio! — L'umiltà risponde: nel cospetto di Lui quanto io sono abbietto! — L'amore dice: Egli ci ama! e l'umiltà esclama: È mai possibile? — Allora l'amore sì inchina verso di essa per tutto spiegarle: Vedi tu? quanto Iddio è buono, altrettanto è bello: non bada al poco che siamo; contentasi di quello che gli possiamo dare. — L'umiltà alzando la fronte: Ma allora bisogna amarlo di più! Questa bassezza nella quale io mi vedo e che mi rende timida; queste colpe che riempiono la mia vita e che mi chiuderebbero il cuore; tutte queste miserie, che sono il mio essere, diventano motivi d'amore! Come? Sono amata in tal modo?! Che si ami ciò che è bello e puro, io lo comprendo, perché è questa la naturale inclinazione della bontà; ma quale bontà è, dunque, questa che ama ciò che non possiede quelle attrattive? che dico? che ama ciò che è pieno di brutture e d'ingratitudini?

L'amore: — O umiltà, sorella mia, vi sono dunque abissi di bontà che non potrei conoscere senza di te: tu allarghi le mie vedute: e ciò che io discopro, ferisce il mio cuore e vi accende il desiderio di amare di più. Vuoi tu che amiamo insieme?

L'umiltà: — O amore divino, fratello santo, del quale io non sono degna, tu vuoi trasformarmi in te. lo rimango umiltà, ma divento amore. Io mi rivesto dei tuoi ricchi ornamenti. Tuttavia, ricoperta di essi, lascia ch'io conservi i miei cenci: essi toccheranno incessantemente la mia carne per imprimere in essa il Sentimento della sua nativa miseria, per far passare nei miei lineamenti, nel mio atteggiamento, nella mia voce e fino nelle mie più piccole azioni, qualche cosa di più confuso e di più tenero.

L'amore: — Anch'io prenderò questa fisionomia, questa voce, questo atteggiamento perché piacciono a Dio e sottraggono all'ammirazione degli uomini. Discenderò anche nelle tue profonde impressioni per perdervi ogni compiacenza di me stesso: e, finché rimarrò in questo mondo, camminerò nascosto sotto il tuo manto per eludere e sfuggire alla vanagloria.

L'umiltà: — Allora, giunto in cielo, tu mi getterai via come il viandante arrivato alla meta getta via il mantello che durante U cammino gli servì da riparo?

L'amore: — Oh! no, io ti trasformerò; tu diventerai l'adorazione dei beati, il mantello d'oro di cui lassù si ammanta il nulla.

ESAME GENERALE

Quale stima e quali desideri nutriamo noi rispetto all'umiltà? —

Comprendiamo noi che solo l'umiltà può rendere l'anima capace di ricevere e di conservare tutte le altre virtù? — È l'umiltà l'oggetto più frequente delle nostre preghiere e delle nostre suppliche? — La scegliamo spesso a soggetto delle nostre meditazioni, delle nostre letture, dei nostri esami? — Fra i mezzi d'acquistare l'umiltà ve n'è almeno uno che impieghiamo con perseveranza? — Quando stiamo alla presenza del SS. Sacramento: quando lo possediamo nel nostro cuore; ci studiarne di attirare in noi l'umiltà di Gesù-Ostia e la sua soavità tanto comunicativa? —

Riguardiamo noi le umiliazioni che ci vengono sia dal prossimo, sia da noi stessi come tante occasioni preziose e provvidenziali per progredire nella scienza dell'umiltà? — Siamo persuasi che quelle nostre azioni che sembrano le migliori sono troppo spesso contaminate da qualcuna delle nostre segrete e cattive inclinazioni? — In qual modo resistiamo ai colpi ed agli assalti del nostro amor proprio quando ci accorgiamo che in questo o quel punto la nostra reputazione è artificiale od usurpata? Si turba la nostra pace quando giungiamo a scoprire ciò che siamo in realtà e quel poco che valiamo? Non siamo noi, forse, più diligenti nel dissimulare le nostre colpe che nell'evitarle?

Conversiamo volentieri con gente inferiore a noi per condizione? — Per chi sono, istintivamente, le nostre simpatie; per le anime semplici, o per i cosiddetti spiriti forti? — Non amiamo noi, in generale, ciò che è distinto, unicamente perché spicca sul comune, sul volgare, come talvolta dicesi sdegnosamente? — Non diamo noi al nostro modo di parlare e di agire quell'aria da gente grande che negli altri ci sembrerebbe ridicolissima, e ci muoverebbe al riso? — Crediamo noi con sincera persuasione che lo spirito del Vangelo insinui e comandi al cristiano di studiare d'esser semplice nel suo genere di vita, nelle sue vesti, nel cibo ed in tutto il resto in cui i mondani pongono una grande ostentazione?

Qualche volta non entriamo anche noi a far parte di quella cospirazione universale contro la verità per favorire la vanità di ciascheduno? — Ci ripugna a ricevere e a distribuire quelle bugiarde adulazioni con le quali le persone di società s'incensano a vicenda? — Amiamo di fare in segreto le opere buone? Obbligati, talvolta, a dare esempi di edificazione al prossimo, conserviamo noi quello spirito che Gesù c'inculca con queste parole: " Quando vuoi pregare il Padre tuo che sta in cielo preferisci un luogo nascosto "? (Matt. 6, 6). Non cadiamo noi qualche volta in quel deplorevole difetto che molti hanno di parlare delle loro opere di zelo con prolissità e con soddisfazione?

Ci siamo mantenuti umili nelle nostre consolazioni e nei nostri progressi spirituali, nei successi incoraggianti nelle opere nostre? — Ci riesce, mancandoci questa gioia assai rara, di contentarci del testimonio delta nostra coscienza? — Possiamo stare lungo tempo senza ricevere nessun segno esteriore d'approvazione da pane degli altri? — Non abbiamo noi combattute le nostre tristezze ed i nostri scoraggiamenti con sguardi di compiacenza a certi lati vantaggiosi della nostra personalità?

È la diffidenza delle nostre proprie forze il principio di una grande confidenza in Dio? — Facciamo servire l'umiltà di pretesto alla pigrizia, perdendo il nostro tempo a gemere sopra le nostre miserie, invece di compensarle con il lavoro e la generosità nel sacrificio? — Copriamo forse, col nome di umiltà, una disposizione alla malinconia, alla noia di noi stessi e delle nostre attribuzioni? —

Non è pure a motivo di una falsa umiltà che temiamo di mostrarci quando è necessario; che ci trinceriamo talvolta nell'isolamento per porci al sicuro dagli insulti del mondo? — Non è la nostra timidità una ingenua simulazione dell'amor proprio? — Quando l'utile o la carità esigono che si parli di ciò che ci riguarda, non lo facciamo forse con una modestia piena d'affettazione?

I nostri sentimenti di umiltà sono abbastanza soprannaturali da mantenerci sempre pazienti e dolci di fronte alle nostre incurabili miserie? Che viso facciamo a quelle occasioni che svelano i nostri torti, i nostri difetti e che possono farne soggetto di critica, di burle e di denigrazione? — Ci manteniamo ugualmente indifferenti agli elogi e ai biasimi? o piuttosto, il nostro amor proprio non si offende facilmente per una paroletta piccante, per una lieve mancanza di riguardo? — II dispiacere che abbiamo dei nostri peccati non è causato in gran parte dalla vergogna e dal dispetto? — Se non sappiamo subito rialzarci dopo di esser caduti, e se, dipoi, non sappiamo utilizzare le nostre colpe; se cerchiamo di scusarci noi stessi con le circostanze attenuanti, o di scusarci, forse, anche con il nostro direttore, non avviene ciò perché ci manca l'umiltà?

Paventiamo la presunzione come una naturale conseguenza dell'abitudine che abbiamo di correggere, di dirigere, di comandare, d'aver sempre, ufficialmente, ragione. — L'opinione che abbiamo di noi stessi non è diametralmente opposta al sentimento, umanamente parlando così strano, che faceva dire a S. Paolo: " Io sono il primo dei peccatori " (1 Tim. 1, ]5) od a S. Vincenzo de' Paoli: " Io sono peggiore di tutti i demoni " o ad altri santi: " Io, fra i servi di Dio. sono l'ultimo degli ultimi " ?

Sentiamo noi un imperioso bisogno di pregare prima di agire? e di ringraziare Iddio dopo di avere agito?

Avendo sopra le spalle una gravissima responsabilità, ci sentiamo tutti premurosi per adempire, meglio che si può, i doveri del nostro stato? — Per modeste che siano le nostre attribuzioni le stimiamo assai più di quel che noi si vale? — Amiamo di lavorare sotto l'obbedienza, di prendere per noi la parte più onerosa, e poi di nasconderci al tempo della raccolta, tributando a chi di ragione il merito e la lode? —

Ci manteniamo calmi quando crediamo di vedere che i nostri Superiori ci dimenticano o che fan poco caso di noi? — Parliamo noi sempre di essi con rispetto anche quando ci cagionano qualche pena? — Quale accoglienza facciamo alle loro correzioni od anche alle loro semplici osservazioni? — Rispondiamo con arroganza, con scuse, con mormorazioni, od al contrario, con la promessa sincera di studiarci di contentarli per l'avvenire? — Non siamo noi gelosi all'eccesso della nostra indipendenza personale?

Osserviamo noi la regola generale, quando parliamo, di dire del prossimo quel bene che si può? Ci sforziamo d'averne la migliore opinione possibile? Distogliamo, a bella posta, il nostro pensiero dalle sue imperfezioni? — Ci ricusiamo di giudicarlo? — Siamo noi scevri affatto dello spirito di contraddizione? — Siamo propensi alle discussioni? Sappiamo non interrompere gli altri e tacere a tempo? Lasciamo volentieri agli altri ciò che vi è di meglio, di più invidiato? — Abbiamo costantemente per tutti buone maniere ispirate o dal rispetto che nutriamo intensamente per loro o dal sincero sentimento della nostra inferiorità? — Non vi è in noi niente che risenta di quello spirito di presunzione e di comando davanti al quale tutto deve piegarsi? Sopportiamo noi dolcemente sull'esempio del divino Maestro di non essere ascoltati, d'essere contraddetti, di vedere svisate le nostre intenzioni, di vedere respingere le nostre domande, che si facciano beffe dei nostri consigli, d'essere trattali senza riguardi, o peggio ancora, con sdegno affettato? — Quando pensiamo d'essere vittime della malevolenza, dell'ingiustizia, non respingiamo con impazienza e con collera ciò che ne ferisce?

— Mentre, come Nostro Signore, ci troviamo di fronte all'odio ed alla calunnia e, " lesus autem tacebat " (Matt. 26. 63), non siamo noi caduti in una di queste tre mancanze: vendicarsi con parole di disprezzo o con sanguinosi motteggi; conservare contro gli aggressori un'amarezza permanente: od, in fine, perdere il coraggio e abbandonarsi alla tristezza? — Per quanto le nostre pene possano essere strazianti, riconosciamo che, come peccatori, meritiamo anche peggio? — Abbiamo scusati i nostri nemici davanti a Dio e pregato per essi? — Siamo noi risoluti ad abbandonare per sempre la nostra causa nelle mani del nostro Padre celeste per poter vivere e morire nella sua beata pace?

. — Prima di decidersi, prima di dare una risposta interrogare, dentro di noi, il pensiero del Maestro: basta un istante, quando siamo vicinissimi a Lui.
. — Oh! il bel cambio che avviene fra la Madre ed il Figlio! Maria comunica a Gesù la sua propria vita. Prima con il suo sangue, poi con il suo latte Ella forma il suo sacro corpo. Ella gli imprime quella fisica rassomiglianza che si manifesta nella fisionomia, nell'andatura, nella parola... Assai più. Maria gli trasmette quelle rassomiglianze morali che nascono dal temperamento e che costituiscono le disposizioni ed i gusti di famiglia— Cosa non gli darebbe la benedetta Madre sua!
— Domandare la grazia di acquistare in questa meditazione un grande accrescimento di delicatezza, di generosità e di gioia spirituale.
. - Domani mediteremo questa bella unione di vita, formata dalla grazia, e che la gloria coronerà; unione misteriosa, ma certa; unione che fa di Gesù e di tutte le anime giuste un sol corpo mistico.
. - Farsi una dolce immagine di Gesù umile, mettersela frequentemente sotto gli occhi; prendere i sentimenti di Maria.
. - Domandare la grazia d'amare molto Gesù per sentire il desiderio ardente d'imitarlo.
. - Se volessimo fare uno studio profondo dell'umiltà in Maria, dovremmo trascorrere tutti quei motivi che abbiamo meditato, applicandoli a Lei. Non è questa la nostra intenzione. Tuttavia, prima di venire al soggetto speciale che ci siamo proposti, notiamo due differenze importantissime che corrono tra la sua virtù e la nostra:
. - Vigilanza attenta, libertà sapiente, sguardi fissi costantemente su Dio,

— Domandare un grande spirito di fede per scoprire il divino che si nasconde in ogni uomo, ed una grande sapienza per mantenere il nostro desiderio di piacere o di far piacere al prossimo immune da ogni grettezza e da ogni eccesso.
. - Mostrarsi indulgente, affabile e buono con tutte le persone che ne circondano; cercare abitualmente di far loro piacere e lasciar sentire ad ognuno questa calda affezione che allarga il cuore, ecco un ideale che la povera natura umana non saprebbe pienamente realizzare con le sue sole forze. Troppi calcoli interessali, troppa incostanza dominano i suoi sentimenti; e d'altra parte troppe brutture morali deturpano il suo oggetto. È necessario che una bellezza, discesa dall'alto, l'illumini. L'uomo non può dare all'uomo questo amore ideale se non rivestendolo dell'ideale divino; ecco
. - Far mie queste parole del protomartire Santo Stefano: "Io vedo i Cieli aperti e Gesù alla destra del Padre suo ". - Oggi cercherò lo sguardo di Gesù, uno sguardo che mi dica: Tu mi piaci'. - Cosa non tenterò per ottenerlo!
. - Domandare la grazia di aprire la mente ed il cuore a questi bei pensieri, d'imbeversi di questi sentimenti fecondi e di dare alla propria vita questa elevata orientazione.
. - Il desiderio d'esser stimato ed il desiderio di piacere sono cosi affini da sembrare che piuttosto costituiscano due. manifestazioni della stessa tendenza. Tuttavia sono distinti: il desiderio della stima ha in mira l'approvazione ed aspira ad essere giudicato favorevolmente: si rivolge di preferenza all'animo. Il desiderio di piacere denota un tentativo verso il cuore: si vuole una stima affettuosa.
. - Ammirare in me i doni di Dio per dare al sentimento della dignità personale il suo movente più alto. Non contentarmi d'uno sguardo superficiale che nulla intende e che non commuove.
. - Domandare la grazia d'intendere queste venia come se le udissi per la prima volta; di penetrarle, di sentirle, d'esserne impressionato.
. - Se io voglio stimarmi profondamente debbo cercare in me ciò che viene da Dio, specialmente nell'ordine soprannaturale. Scoprendovi maraviglie di grandezza intenderò senza dubbio l'alta dignità cristiana. Sarà questo il supremo slancio di questa tendenza che si chiama la stima di sé.
. - L'abbiamo veduto, la maggior parte dei Santi si applicano con ardore ad umiliarsi; provano una gioia amara a vituperarsi con gli epiteti più degradanti, e trovano nel sentimento sempre acceso della loro propria abiezione lo stimolo del loro fervore.
. — Ciò che la prudenza prescrive per proteggere una situazione, lo consiglia ugualmente per equilibrare una natura. Vi sono persone che dubitano sempre di se stesse, delle loro attitudini, dei loro successi. L'esitazione paralizza l'iniziativa o la rende dolorosa. Confidare troppo in se stesso è un vizio, ma il troppo diffidarne è un altro; e questo non è meno funesto dì quello. Il turbamento invade l'anima e la deforma; l'impotenza invade la vita e l'annienta.
. -.Cercare quel motivo d'umiliazione che mi riesce più penoso; riceverlo dalle mani di Dio; applicarmi a farmene contento.
— Domandare la grazia di sentire Iddio e la sua bontà in tutto ciò che umilia.
. - Sotto questo titolo: precauzioni diverse, studieremo la ragione principale onde si giustifica l’amore alla propria abiezione; vedremo perché la Divina Provvidenza gli assegni un posto così largo nel suo piano riguardo alle più belle anime; l'abiezione è un preservativo ed un rimedio per la loro umiltà; dissipa quelle vaporose nebbie d'amor proprio che s'innalzano naturalmente dal fondo de] nostro orgoglio; e, allo stesso tempo, con le sue umiliazioni esteriori serve di contrappeso negli occhi degli uomini all'ammirazione, sempre pericolosa, onde si circonda la virtù.
. - Umiliarsi vedendosi tanto lontani da questa via... Offrirsi... Cercare in un amore più grande il senso che intende e che gusta!
. - Domandare la grazia di spogliarmi del senso umano; d'ammirare ciò che ancora non posso conseguire e di concepirne almeno il sincero desiderio.
. - Mi accingerò io a questa meditazione che sembra così poco adatta per la mia virtù?! Elevarmi all'amore del disprezzo, io che nemmeno so accettarne gli inevitabili rigori?! Io, esclamare di fronte all'umiliazione: mi sta bene! e ringraziare in qualche modo quelle creature per mezzo delle quali essa mi viene?! Io sceglierla di preferenza, se è per il bene dell'anima mia?! Oh! sarebbe proprio far andare il mondo alla rovescia: solo un miracolo potrebbe trasformarmi cosi! -
- O mio Dio, io voglio che quanto è in me mi serva per divenire umile. Io voglio anche che tutto ve lo dimostri, tutto, perfino il suono della mia voce, perfino il più lieve sorriso.
. - Domandare la grazia d'abituarmi a qualche pratica speciale di uso frequente.
. - " Gli atti esteriori dell'umiltà, dice S. Francesco di Sales, non sono l'umiltà. ma tuttavia le sono utilissimi; sono come la buccia di questa virtù, ne conservano il frutto ".
. - Domandare la grazia d'intendere a perfezione questi doveri e di prendere risoluzioni specialissime, poiché questa meditazione ha un carattere eminentemente pratico.
. - Vi è, senza dubbio. un'umiltà più elevata di quella che si esercita nelle relazioni col prossimo, poiché questa è limitata; ma, per compenso, non ve n'è altra che ne sia più virtuosa, se è permesso di esprimerci cosi, perché questa umiltà è un continuo sacrificio, talvolta provoca a sdegno, e ben presto smentisce se stessa.
. - Domandare la grazia di far penetrare l'influenza dell'umiltà nelle mie relazioni con Dio, per perfezionarle praticamente.
. - Ho già veduto in altro luogo ciò che io sono nel cospetto di Dio. Tutto ciò che ho meditato mi ha fatto toccare con mano lo stridente contrasto delle nostre rispettive situazioni; domani considererò in modo più particolare i doveri che ne derivano. Questi doveri abbracciano tutta la vita cristiana. Il mio scopo non sarà di metterli in evidenza, ma piuttosto mi studierò di penetrarli di umiltà. L'umiltà sarà la luce che ne farà comprendere l'estensione; l'unzione che me ne farà gustare le delicatezze; l'ammirazione che esalterà la generosità del mio cuore. Io voglio meditare seriamente queste considerazioni, voglio farne la mia vita. Io voglio che il sentimento dell'umiltà accompagni tutto il movimento della mia anima verso Dio: passerà nella mia obbedienza per renderla profonda, pronta e tutta soave; allo stesso tempo, si insinuerà nei miei atti di religione per mantenerli degni di Colui che adoriamo; e mi terrà continuamente sotto un'impressione vivissima di riconoscenza e d'amore.

. - Domandare la grazia d'intendere come tutti i beni mi vengano con l'umiltà.
. - Una virtù può essere conosciuta e dai suoi caratteri e dai suoi effetti. I caratteri ne rivelano l'essenza; gli effetti, l’azione. I due metodi arrivano allo stesso risultato quantunque in differente maniera. Un'umiltà che è essenzialmente tale è necessariamente vera; un'umiltà che produce tutti gli effetti di cui è capace e che dobbiamo aspettarci, è ugualmente vera. Queste due prove non si contraddicono mai. ed il loro esame successivo fa progredire sempre più nel conoscimento e nell'amore della virtù. - Quale incoraggiamento se si ravvisa, nelle sue disposizioni, qualche lineamento dell'umiltà, o, nella sua vita, la manifestazione di qualche suo effetto! Quale ammonimento se invece si scoprono caratteri o difetti contrari!
. – " Non avere buona opinione di sé e stimare molto gli altri è gran sapienza e grande perfezione " (Imitazione).
. - 1. Bellezza morale di questa disposizione; - 2. Principio di sapienza; - 3. Salvaguardia sicurissima; - 4. Forza incomparabile per il bene; - 5. Focolare di affetti; - 6. Chi non amerebbe un'anima tale? - 7. Chi le rifiuterebbe la propria fiducia?
. - Domandare la grazia di non scoraggiarsi al vedere quanto esiga l'umiltà.
. - Domani studieremo i caratteri distintivi dell'umiltà. L'umiltà è una virtù, dunque dev'essere una forza permanente. Ma su che cosa spiegherà la sua azione? Su quella tendenza pericolosa che dobbiamo dominare: la tendenza cioè, a inebriarci della propria stima, e ad elevarci nell'opinione degli altri.
- O mio Dio. io ho paura! ecchè! tante illusioni possibili! ma c'è da disperare!... Se provo ripugnanza per l'umiltà, non sono umile; e se provo per essa ammirazione, forse nemmeno in questo caso lo sono!
. -
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.
.
. - Se la mia umiltà non è l'umiltà di Gesù è senza forza per sostenere l'edificio soprannaturale, e senza merito agli occhi di Dio per attirare le sue grazie.
. — Se non ho il diritto di giudicare nessuno, come potrei arrogarmi quello di preferirmi anche ad un solo? Ripetermelo quando capiti l'occasione. — Mostrarmi più deferente verso tutti quest'oggi.
. - Domandare di umiliarsi davanti a tutti gli uomini.
. - Rappresentarsi il Cenacolo grande e sontuoso. - Di fuori il giorno che muore toglie la festività ai colori del cortinaggio delle finestre. - Nell'interno le lampade scintillano. - Nel centro la mensa della cena, circondata da ricchi divani. - Di fuori, Gerusalemme immersa, a quest'ora, in profondo silenzio...
. - Questa meditazione è tale che, intesa bene, modifica profondamente le nostre idee. Nelle sue oscurità apparenti, chi ben la consideri, l'umiltà d'abbassamento risplende di luce vivissima. Le sue esigenze sono le esigenze di un Dio sapiente che conosce a fondo la natura umana. Se questa umiltà regnasse fra gli uomini, regnerebbe insieme con essa una pace immensa, e nessun dovere sembrerebbe troppo arduo.
. — Un argomento indiretto, ma fortissimo, di questa legge d'umiltà, si trova nelle sue relazioni con la legge di cristiana carità: essa ne è la più sicura custodia. Vi sarebbero qui delle meravigliose considerazioni da fare: sembra che la carità non possa estendersi che nel vuoto fattole dall'umiltà.
. - L'umiltà è il sentimento delle nostre resistenze colpevoli, delle nostre mancanze e dei nostri difetti. Ora, questo sentimento, quand'è vivo, s'impadronisce di tutta l'anima, pone un velo su le colpe ed i difetti degli altri, e la spinge a ricercare sinceramente l'ultimo posto, come quello che conviene a tanta miseria. Questa tendenza all'abbassamento è sempre stata considerata come essenziale alla perfezione di questa virtù.
. - La sera della Cena, Nostro Signore si inginocchia ai piedi di tutti gli Apostoli, perfino ai piedi di Giuda; e, dopo, dichiara che questo abbassamento deve essere la nostra legge. - Più tardi S. Paolo ne ripete l'obbligo con queste parole: e Trattate gli altri come vostri superiori".
—- Poiché la conoscenza del peccato e dell'umiltà vanno di pari passo, io farò servire le mie confessioni a questo duplice scopo; contrizione sincera, accuse umilianti. - Sarei, forse, rilassato in proposito? (7).
. - Domandare la grazia d'abbandonarmi in Gesù per seguirlo con amore e convinzione nella via della umiltà.
. - Rappresentarci Gesù, Uomo-Dio, che contempla il peccato originale e che proclama essere la sua Passione e la sua morte un male minore. Con Lui spingiamo i nostri sguardi nel mistero di questo peccato come si fa di su l'orlo d'un abisso così oscuro che per quanto l'occhio aguzzi la vista non vi distingue niente; così profondo che l'orecchio non avverte il colpo che fa la pietra, scagliatavi dentro, quando batte nel fondo. - I mezzi d'apprezzamento che a noi mancano Gesù li possiede: guardiamo con i suoi occhi, giudichiamo con la sua ragione.
. - La meditazione di domani spiega e completa le due precedenti. Molto di più; essa pone in sodo la loro conclusione con due argomenti irrefutabili. Questi argomenti, notiamolo bene, si appoggiano in modo speciale alla fede; cosi si spiega quella specie d'inquietudine che angustia la ragione, perché la ragione ha paura degli abissi nei quali è trascinata, sia pure logicamente. Essa ha un bei toccare la verità in mezzo alle oscurità di quegli abissi, non si rassicura, perché vorrebbe vederla direttamente ed in se stessa. Nostro primo dovere è. dunque, di diffidare non già della ragione, ma delle sue abitudini. La ragione trova strano ciò che non le è famigliare; volentieri da il nome di fantasticherie e di sogni a ciò che le è superiore, e tratterebbe sdegnosamente di misticismo una dottrina profonda. Che dobbiamo fare noi qui? Porteremo la ragione male impressionata davanti al tribunale della ragione logica e conseguente. I dogmi della fede sono veri? l'umiltà d'abiezione rampolla da questi dogmi? Una volta che questi principii siano dimostrati, la conclusione che ne discende deve essere ammessa per lo stesso motivo per cui si ammettono i misteri, quantunque essa pure rimanga un mistero.
: è l'ignominia nella morte, la morte dell'estremo supplizio, che permette sì veda il giustiziato, innalzato sopra la folla, con i lineamenti contratti e deformati, con la sua nudità e con le sue torture.
: si è come gettato a terra: trattasi cosi una cosa che si disprezza. Usque ad mortem : come un reo che è trascinato alla morte.
. — Chiedere di accettare come principio e per amor di Gesù, l'umiliazione.
. — Al quadro delle abiezioni accumulate nella meditazione di ieri opponiamo quello della bruttezza morale del peccato. Quest'ultimo la vince in orrore. La causa contiene l'effetto : il peccato contiene, dunque, tutte queste abiezioni che sono la pena giusta dovutagli. Vedere il peccato immedesimato nell'ignominia degli sputi, degli schiaffi, della nudità sanguinante, della morte infame...
. - O Gesù, ieri ho considerato, veramente commosso, tutte le onte che avete sofferto, tutte le agitazioni delle vostre debolezze; vi ho veduto abbandonato da tutti, spogliato di tutto; la vostra inaudita abbiezione m'è apparsa in tutta la sua evidenza!
.
. - Domandare la grazia d'una rassegnazione sincera e dolce nelle umiliazioni, fino ad amarla e desiderarla.
. - Composizione del luogo. - Trascorrere rapidamente i luoghi testimoni della Passione : il Getzemani che vide le umiliazioni personali dell'agonia, il tradimento di Giuda e l'abbandono degli Apostoli. - La casa di Caifa e quella di Anna, il Pretorio di Filato, il Palazzo di Erode dove l'ingiustizia e l'odio inviperirono tanto contro Gesù. - L'atrio della flagellazione, la via dolorosa, il Calvario, la morte fra due ladroni, sotto gli occhi d'un popolo intero!... È un torrente straripato che travolge la sua vittima nelle acque dell'abiezione.
. — Questa meditazione sarà come un quadro delle umiliazioni sofferte da Gesù nella sua Passione. Ci studieremo di ben considerarle e di sentirle profondamente per rimanere impressionati. Trascorriamole con questa persuasione che, malgrado i nostri sforzi, giungeremo a conoscere solo le rive di questi abissi. La Passione contiene, infatti, tali eccessi d'abbassamento di cui l'anima umana non potrebbe scandagliare le profondità; essa scorge solo ciò che apparisce in piena luce e ne rimane sbalordita; lo medita e riconosce che non ne vedeva niente. Che sarebbe se avessimo l'anima d'un S. Francesco d'Assisi, d'una S. Caterina da Siena, d'una S. Teresa, d'un S. Giovanni della Croce! Oh noi allora scopriremmo un Gesù umiliato che non conoscevamo! Anche noi, come essi, calpesteremmo ai piedi della croce tutto l'orgoglio umano, e strapperemmo dal nostro cuore fin l'ultima fibra che fosse sensibile alla stima vana del mondo.
. — Le due meditazioni che precedono ci hanno mostrata l'umiltà di Gesù nelle sue manifestazioni esteriori, e ve l'abbiamo contemplata soave e forte, domani ed i giorni seguenti la cercheremo nel suo stesso Cuore, e la troveremo misteriosamente profonda.
come è semplice! Abitualmente Gesù niente manifesta di straordinario. - Mena una vita comune, mangia e beve come tutti gli altri, ha le sue ore di lavoro. Quando vuoi dedicarsi a lunghe meditazioni. si ritira sul monte. Senza dubbio la sua virtù si rivela ad ogni istante; ma è così naturale che non colpisce, simile a quei monumenti i quali con la loro proporzione ed armonia dissimulano la propria grandezza.
è tanto semplice nella sua sublimità che tutti lo comprendono. È limpido, e lascia veder così bene la verità da sembrare perfino che le parole scompaiano. Si serve delle stesse espressioni, degli stessi usi, delle idee stesse del popolo. I suoi discorsi sono la negazione della ricercatezza.
è una privazione quotidiana; a non ha una pietra dove posare il capo a (Matt. 8, 20), i poveri lo ricevono nelle loro case; povere donne provvedono ai suoi bisogni. - Per predicare non esige né tempio, né cattedra; un rialto di terreno, l'angolo d'un crociale, l'estremità d'una barca gli bastano.
. - Operai in veste da lavoro, fanciulli con le loro mamme, anche pubblicani disprezzati. spesso persone di cattiva reputazione. Ecco chi Egli preferisce, chi attira a sé. chi riabilita. Per essi ha tesori d'indulgenza.
. - Chiediamo la grazia d'essere liberati da ogni vana confidenza nei nostri mezzi personali e da ogni pericolosa, compiacenza della stima che ci è tributata.
, - Composizione del luogo. Contempliamo Gesù che lascia Nazareth senza rumore, come vi era vissuto. L'umiltà dei suoi trent'anni trascorsi nell'oscurità non gli basta; vuoi cominciare il suo ministero con umiliazioni più evidenti. - Osserviamolo incamminarsi verso il Giordano, mescolarsi con la folla dei pubblicani, e ricevere il battesimo dei peccatori. - Seguiamolo, dipoi, nel deserto nel quale sopporta la vicinanza delle belve ed il contatto del demonio, lasciandosi tentare come un'anima capace di cadere.
(Luc. 2, 22).
Quaranta giorni sono trascorsi. Vanno a Gerusalemme; sono soli, nessuno si occupa di loro. Tuttavia due profeti li attendono al Tempio : Simeone, venerato dal popolo, lo proclama la luce delle nazioni, ed Anna parla di Lui a coloro che aspettano la redenzione d'Israele (Luc. 2, 29 sg.).
, come un mansueto agnellino nel suo nido di paglia.
(Luc. 2, 12). Il segno che rivelerà il Dio salvatore, è la piccolezza: invenietis infantem, una piccola creaturina senza sguardo e senza parola.
(Luc. 2, 8). Pastori, gente povera, ecco chi onora Gesù nella sua prima udienza. Egli preferisce gli umili, perché Egli è umile.
(Luc. 2, 7). La mangiatoia di vili giumenti diventa la sua culla : un po' di paglia sostiene e circonda il suo corpicciuolo sì tenero. – Dolce fanciullino addormentato nel presepio, sembra che tu riposi nell'umiltà!
(Lue. 2, 7). È questa una cosa molto naturale: erano poveri, e furono duramente respinti...
(Luc. 2, 1). Eccovelo, fin prima di nascere, sottoposto ad un padrone; ne subisce le esigenze; Cesare avrà un suddito di più, e Gesù non avrà né casa né culla... Così Egli ha voluto. Egli ha scelto così.
(Giov. 1, 14). - Confrontiamo i due termini : il Verbo, luminosa immagine del Padre, e la carne, polvere animata, questa misera carne dell'uomo. Si avvicinano fino ad unirsi. Questa espressione: factum est, non sembra che imprigioni, che nasconda il Verbo nella carne e quasi ve lo annienti : Exinanivit semetipsum? (Filip. 2, 7). Questo primo atto appartiene a Dio solo; quelli che seguiranno apparterranno all'Uomo-Dio.
. — Prima parleranno i fatti: l'umiltà di Gesù si mostrerà ai nostri sguardi nella luce soave della sua vita nascosta, attraverso i commoventi misteri della sua Natività, della sua Presentazione, della sua Fuga in Egitto; dopo. in quei lunghi e monotoni anni che scorrono lentamente fra le oscurità volute di Nazareth.
. — Mettersi alla presenza dell'infinito e contemplarlo per spegnere nel fulgore della sua bellezza i vani barlumi della stima propria: questo lo scopo.
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. — Quali frutti debbo io ricavare dalla considerazione delle virtù dei Santi? Il vivo sentimento delta mia piccolezza ed uno stimolo per la mia fiacchezza, perché l'umiltà che abbassa le vane pretensioni, suscita il vero coraggio.
. — Conservare un sentimento profondo e soave della bontà di Dio : "Io canterò in eterno le vostre misericordie " (Salmo 88, 2).
. O Padre onnipotente, quest'essere che è il nulla vi supplica. Non ha alcun merito da presentare, ma poiché gli date la grazia di pregare, vuol dire che voi vi riservate il diritto di perdonare... Mettete Voi nel mio cuore accenti che vi commuovano; armate la mia preghiera di un nome che vi comanda; ravvisate in me Colui che amate, questo Gesù in nome del quale io prego.
. Ah! Signore, non mi difendo: sono colpevole, e lo confesso francamente: questa confessione mi solleva e consola; è lo sfogo della mia coscienza, alla vista delle mie eterne ricadute e delle mie incessanti provocazioni! Se non avete pietà di me, io sono perduto, e niente vi è di più giusto!
: ci ferite e noi subito gridiamo: perdono, grazia; ci perdonate ed eccoci subito pronti a provocare di nuovo i vostri colpi!
: se vi mostrate Dio di giustizia e di vendetta, tutto è finito per noi! — Confitemur in correctione quod egimus, obliviscimur posi visitationem quod flevimus: ci castigate ed allora confessiamo le nostre colpe; vi allontanate ritirando i vostri flagelli, e noi subito dimentichiamo ciò per cui versavamo le nostre lacrime!... Si extendas manum. facienda promittimus: si suspenderis gladium, promissa non solvimus. Voi aggravate la vostra mano, e noi siamo pronti a tutto promettere. la ritirate e subito diventiamo spergiuri!
... O Signore, la vostra pazienza è longanime, e per mia colpa è vana... Voi attendete e noi non ci correggiamo.
: Voi ci flagellate, e noi non ci correggiamo; siamo tutti una piaga, ma sempre più cattivi. — Mens aegra torquetur et cervix non flectitur: afflitti, ammalati, torturati, non sappiamo umiliarci abbastanza! Vita in dolore suspirat, et in opere non se emendat: la nostra vita trascorre nel dolore e geme, ma non trova la via d'emendarsi!
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La mia fronte curvata fino nella polvere, la mia bocca che bacia i vostri piedi, le mie lacrime che li bagnano, la pietà che imploro, tutto vi grida che confesso le mie colpe e che accetto il castigo. — Le pene della mia vita presente, quelle che mi riserba l'avvenire, unite insieme, sono un nulla avuto riguardo a quello che merito. Gravius est quod commisimus, levius est quod toleramus. Peccandi poenam sentimus et peccandi pertinaciam non vitamus. Oh! è davvero inconcepibile! Sotto l'assillo del castigo fremo d'indignazione contro di me e poi sono così fiacco contro la tenacità del peccato!... O esperienza di tante grazie ricevute, di tante risoluzioni prese, di tante punizioni subite! Esperienza dei miei dolori, dei miei dispiaceri e rimorsi, delle mie rinnovate aspirazioni, tu cedi a questa vita del male che è in me; risorgi quando il dolore è passato!
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. Domandare la grazia che i miei sentimenti ed i miei gemiti siano l'espressione sincera del pentimento che deve ispirare la mia vita.
. — Qui non trattasi più di stabilire l'umiltà mediante il ragionamento, ma. Di svilupparla mediante l'espressione ardente di sentimenti quanto vivi altrettanto sinceri.
. — Con questa meditazione mettiamo il piede sul nostro proprio terreno poiché nessuna cosa può dirsi di nostra proprietà quanto il peccato; esso è cosa nostra e solamente nostra; è runica cosa nella quale non è Iddio.
- Vi sono circostanze in cui soccomberemmo con certezza, quantunque liberamente. Iddio le conosca tutte., anche le più formidabili; misura fino il grado di. resistenza che noi possiamo loro apporre, e sa che nei tali e tali casi, questo grado quantunque sufficiente in se stesso, addiverrà inefficace per le nostre mancanze.
. - II mondo, maledetto dal Salvatore, ci avviluppa come l'atmosfera, e ci penetra del suo veleno, come le epidemie dei loro germi.

. — Domani mediteremo un soggetto formidabile per la ragione, ma decisivo per l'umiltà. Vedremo che senza le grazie speciali che in nessun modo ci sono dovute, noi non resisteremmo a certe tentazioni: e che, se soccombiamo, non potremmo, senza di esse, rialzarci. Anzi, la semplice perseveranza nella pietà dipende assolutamente dal loro aiuto. E non solo io, povero essere imperfetto, debbo subire questa dura condizione, ma anche il più santo uomo della terra: come me deve anch'egli proclamare questa stessa impotenza.
. — Contemplare l'azione incessante di Dio in noi — sentirla in qualche modo. - Non essere capaci di niente senza Dio, nemmeno di un atto : grande argomento di gioia e insieme d'umiltà. Oggi mi renderò familiare un tale pensiero.
. — Stupore di sentirsi orgogliosi.
. — 1. La meditazione precedente illumina con tutta la sua luce la meditazione di domani.
. — Se il nostro essere fosse d'una materia qualsiasi che esistesse indipendentemente da Dio; oppure se, essendo creati da Lui, ritenessimo in noi anche la più minuscola particella della sua sostanza, avremmo un pregio, e questo pregio, per minimo che fosse, sarebbe tuttavia sempre degno d'essere apprezzato.
. - Voglio farmi umile ad ogni costo.
. - 1. Fra i castighi che stiamo meditando. non ve n'è uno solo che o presto o tardi non possiamo attirare su di noi. Temiamo i progressi insidiosi dell'orgoglio; temiamo anche la collera d'un Dio geloso della sua gloria che questo vizio gli turba.
. — Domandare la grazia di ben convincersi che il problema dell'umiltà e dell'orgoglio è un problema di vita o di morte.
. — 1. L'orgoglio tende a privare Iddio della sua gloria, che dico? quasi a detronizzarlo. Si mette nel posto di Lui, se non intenzionalmente, il che sarebbe mostruoso, almeno praticamente, e questo è già abbastanza detestabile. Ma si potrebbe anche solo immaginare che Dio lo tolleri? Fra gli uomini, no. Quali sarebbero infatti i sentimenti di un padrone verso un suo servo, il quale facesse tutto di sua testa e si arrogasse tutti i diritti? Come lo tratterebbe? Non solo lo punirebbe, ma lo punirebbe in quello in cui ha peccato, mostrandogli cioè quanto vile e miserabile egli si renda con le sue pretensioni.
. — Vivo sentimento di timore di se stesso; sentirlo continuamente come una ferita che sanguina.
. — Se la nostra virtù ha per fondamento, almeno in parte, un orgoglio incosciente, l'edificio è fabbricalo sull'arena, il pericolo che rovini è sempre imminente. — Se ha per fondamento Iddio, rassicuriamoci per il passalo, ma non restiamo senza timore per l'avvenire, perché l'orgoglio può distruggere qualunque edificio per quanto sia stato solidamente costruito.
. — Domandarmi, quando se ne offra l'occasione se io avrei lo stesso contegno, la stessa affabilità, lo stesso zelo, se nessuno all'infuori di Dio, dovesse vedermi e sapermene grado.
. — Nella meditazione di domani mi darò tutto ad un esame retrospettivo; risalirò ai tempi della mia formazione; scruterò i moventi che mi hanno condotto al bene; ricercherò le influenze esterne che forse mi hanno mantenuto in esso. — Porrò da un lato tutto ciò che era puro. disinteressato, animato dal desiderio di Dio; e dall'altro, tutto ciò che veniva alterato, più o meno coscientemente, in me stesso dal desiderio della stima e dalla compiacenza.
. — Non farmi un bisogno della stima degli uomini; innalzarmi al desiderio di quella di Dio: questa basta, questa deve dominare.
— Chiedere la grazia di ben comprendere le strette relazioni fra l'umiltà e le virtù cristiane.
. — Domani considererò questa verità in se stessa poiché qui lo scopo non è solo di esaminarmi ma anche d'istruirmi. Istruirsi è il primo passo verso il bene che si ricerca. Io adunque, voglio prendere ed esaminare diligentemente questo principio ormai accettato: l'umiltà è il fondamento delle virtù. È esso completamente vero? Come intenderlo? Fin dove arriva la sua influenza? Con quali disposizioni pratiche si manda ad effetto? Fino ad oggi l'avrei io accettato in buona fede senza averne penetrata la ragione che Io giustifica? L'imperfezione della mia umiltà non risente in parte delle mie vaghe idee su questo punto e della mancanza di convinzione che ne risulta?
. — Ripetere oggi sovente a me stesso: se chi mi circonda sapesse quanto io sono avido della stima!
. — Il desiderio della stima degli altri non può confondersi con il sentimento della stima di sé. Trovasi, infatti, in persone che si riconoscono di poco merito, e vi sono molti che sono ben contenti di farsi regalare qualità che non hanno. Al contrario, taluni, pieni di se stessi, hanno a sdegno l'opinione altrui.
— Come nella precedente meditazione, domandare la grazia d'una luce viva e d'una grande sincerità di convinzione.
. — Domani mi porrò con grande impegno a studiare questa disposizione che domina con tanta facilità; ne scandaglierò i pericoli ed i lati spregevoli. Non sarei io vittima di questo desiderio eccessivo della stima? Ecco alcune caratteristiche che lo denotano: turbamento od almeno preoccupazione cagionata dal timore del biasimo. — Secondo i casi: gioie smodate o tristezze immense. — Secondo le nature: scoraggiamento. irritazione, invidia, gelosia, denigrazione, ecc., ecc. Quali piccinerie pone in opera, quali bassezze si permette, quali falsità ispira! Io debbo temerlo perché deprava; debbo vigilarlo perché è durevole e perché le grandi virtù sole ne vanno esenti.
.
. — Una tendenza innata che mi porta a sopraesaltarmi; piegarmi ogni giorno a credermi inferiore a ciò che io penso di me, è semplicemente sapienza.
— Studiando queste caratteristiche dell'orgoglio mi sono sentito quasi rassicurato; veramente queste caratteristiche non le riscontro in me, e non cado in queste miserie. Ma chi, dunque, possiede questo difetto in sommo grado, e, al contrario chi sarebbe cosi temerario da credersene esente del tutto? Ciò che urta in teoria e visto negli altri, in noi passa facilmente inosservato..

. — Domandare la grazia d'una luce viva e d'una grande sincerità di convinzione.
. — Questo genere d'orgoglio sviluppa, secondo il caso, così fortemente o il senso autoritario o Io spirito d'indipendenza da spingerli anche fino alla ribellione. È personale ed esigente perché bene spesso fa alleanza con l'egoismo. È arrendevole ed inflessibile, giusto, ma duro. Nelle persone che non professano principi più nobili può essere una forza, ma sempre viziata. Si riscontra d'ordinario più nell'uomo che nella donna.
. — Essere un fanciullo perché Gesù mi ami.
. — Chiediamo la grazia d'intendere questa importante lezione d'umiltà; e di far tesoro di ogni parola, proprio come se in questo momento e per noi soli uscisse dalla bocca del divino Maestro.
. — Gettiamo i nostri sguardi sul cammino che dal Tabor va fino a Cafarnao. Il Salvatore va innanzi; gli Apostoli lo seguano. Osserviamo i loro volti animati dalla discussione; ascoltiamo le loro pretese accolte con esclamazioni, gli argomenti dubbi che si avvicendano, — Così pure, nel cammino della vita, l'orgoglio preoccupa ed agita gli uomini. — Uniamoci col seguito di Gesù ed entriamo nella casa ospitale. Notiamo la cerchia dei dodici che lo circondano; e, discosto, il fanciullino che li guarda con la sua aria ingenua e curiosa.
. - Prima d'incominciare la serie un po' arida delle meditazioni nelle quali il raziocinio getterà le basi dell'umiltà, presenteremo alla nostra sensibilità una visione più dolce di questa virtù. Il divino Maestro ce la mostra sotto le fattezze d'un fanciullino spirante candore. Non è che uno schizzo per ora, ma questo schizzo da in modo mirabile la fisionomia dell'anima umile : nell'esterno nessuna affettazione, nell'interno nessuna pretesa; vi brilla l'incantevole semplicità degli sguardi e del portamento. Questa nativa semplicità è nel fanciullo senza merito e senza durata. Quel ch'egli possiede per una felice ignoranza, deve passare in noi mediante lo sforzo.
. — L'orgoglio, difficile a conoscersi, è anche più difficile a dominarsi. Le sue radici si spingono nel più profondo della nostra natura. La sua vitalità è massima: lo credete morto, e proprio allora rinasce. Si ciba parcamente, e perciò non è mai sazio. Dunque, per dominarlo è necessario stabilire in noi l'abito dell'umiltà; è necessario che tale inclinazione ci segua in tutti i giorni della vita per combattere senza posa l'inclinazione opposta che non muore mai.
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CONSIGLI PER LA CHIUSURA DI QUESTI ESERCIZI

I.

1. Anzi tutto prenderete le vostre risoluzioni: — Cosa debbo io riformare? cosa debbo introdurre? — con quali mezzi?

2. Sceglierete una considerazione che vi impressioni e che deve dominare nei vostri pensieri, per esempio: Iddio infinito ed il vostro niente — la vita intima di Gesù in voi — od un ricordo, come sarebbe quello di certe colpe umilianti; — od anche l'accertamento d'una sensibile inferiorità, ecc.

3. Concentrerete i vostri sforzi in una pratica efficacissima, per esempio: adorare Iddio profondamente prima della preghiera, — imporsi un contegno sempre umile e sereno, anche quando uno è solo. — moderare i propri movimenti, le risposte, il tono della voce, — studiarsi di ascoltare gli altri, ecc.

4. Stabilire una sanzione per ogni mancanza, per esempio: alcune privazioni, alcune preghiere, un'accusa particolareggiata in confessione.

— Si può anche contentarsi di notare ogni sera il numero delle proprie mancanze.

Destinate, dipoi, alcuni istanti per dare una scorsa all'indice di questo volume con l'intento di notare con un segno le meditazioni o le letture su le quali vi sembrerà più utile di ritornare, in ragione d'una per settimana o per mese.

Questo consiglio è di grande importanza: i particolari si perdono, le impressioni svaniscono, l’azione si rallenta.

— Formarsi all'umiltà è un'impresa di gran lena e che richiede un lungo lavoro.

— Consultate spesso questo libro; ne ricaverete sempre del profitto.

III

Scegliete, per chiudere degnamente questi santi esercizi, diverse pie pratiche meno ordinarie.

Preparatevi alla comunione di questo giorno con più diligenza, e fatene più lungo il ringraziamento. Impadronitevi così fortemente di Gesù da portarlo dovunque andiate.

Se vi è possibile mettete dei fiori ed una piccola lampada accesa davanti ad una delle sue immagini che avete in casa od in camera.

Date al vostro aspetto un'aria dolcissima. — Parlate ed ascoltate in modo da far piacere a tutti.

Che la vostra visita al SS. Sacramento prenda una specie di solennità: esteriore più raccolto, andatura più grave, — Cercate un'intimità più sensibile, avvicinandovi all'altare più che potete, così vicino che, parlando a bassa voce. Gesù e voi potreste udirvi..., se Dio lo permettesse.

Allora reciterete lentamente e con tutto il cuore la preghiera seguente:

Vicino al Tabernacolo

Nel terminare queste meditazioni, nelle quali mi ha sempre accompagnato il soave ricordo di Voi, o Gesù, eccomi di nuovo ai vostri piedi. Non ho più sotto gli occhi la culla ove nacque la vostra umiltà, la povera casa di Nazareth che la vide crescere alla sua ombra durante trent’anni, il Calvario che la coronò negli obbrobri. Ma perché cercarla cosi lontano, quando l'ho vicina a me? E perché cercare i ricordi di Voi, o Gesù, se posseggo Voi stesso. Dio, annientato costì nel Tabernacolo, come mai lo foste?... Oh! concedetemi di comprendere la vostra Eucarestia!

Ciò che a prima vista mi colpisce è codesta vostra umiltà semplice e buona che si fa tutta a tutti. Voi amate le belle cattedrali che vi innalza l'opulenza delle città; Voi amate altrettanto le povere chiese di campagna edificate con il sudore dell'umile contadino; Voi siete contento anche d'un tetto di paglia e d'una capanna di selvaggi. — Qui fiori, lampadari che brillano, armonie echeggianti sotto volte sonore, masse devote di popolo..., là qualche cero che fumiga, voci senza grazia né incanto, qualche raro fedele distratto!... Il vostro gran Cuore, o Gesù, considera queste cose da un punto di vista ben alto; vede in esse l'espressione d'un sentimento; si contenta di quel che gli si da, quando gli si da quel che si può.

Qui, anime semplici ed ignoranti vi offrono preghiere vocali che. troppo spesso, solo le labbra pronunciano; altrove, anime colte vi fanno gustare la dolce melodia della preghiera che si sprigiona dal cuore...

Il vostro gran Cuore guarda al sentimento; ed è contento di quel che ciascuno gli dice, quando gli dice quel che sa dire.

O Gesù, che commovente lezione! Per farmi come voi tutto a tutti, io debbo esser umile. Molte sono le forme differenti, ma dobbiamo sotto di esse cercare il cuore! Molti sono i piccoli oblii, ma non bisogna farne troppo caso.

Se io contemplo Voi stesso, scopro un'umiltà più profonda. Niente mi mostra la vostra persona; niente tradisce la vostra presenza: nessun raggio ne giunge ai miei occhi, nessun bisbigliò al mio orecchio; nessun sussulto agita le sante specie che vi contengono vivo e vero. - Anche la mia fede vi cerca, ma vi trova talmente annientato che ne stupisce. Per il vostro corpo risuscitato, glorioso compagno della vostra bell'anima, tempio augusto della vostra divinità; per tutto questo vostro essere eucaristico, l'angusto spazio d'un tabernacolo! che dico? d'un ciborio! che dico ancora? il velo quasi impercettibile d'una briciola di pane; poiché, infine, l'ostia più piccola che ci viene data, può essere cento volte divisa, ridotta in frammenti; ed ogni frammento contiene Voi che siete così grande,... immenso!..- Eccovi, adunque, piccolissimo; senza nessuna apparenza, ridotto ad un niente: non avete voce; siete immobile; vi si porta dove si vuole; la vostra esistenza eucaristica dipende dalla nostra volontà!

O Gesù, se mi vedrò diminuito nella mia reputazione, nella mia attività, nei miei mezzi, nelle mie stesse facoltà, io appunterò i miei sguardi su questa pace profonda del vostro tabernacolo dove regna la vostra umiltà.

Ma che vedo io mai? gli obbrobri del passato vi inseguono fino in questo rifugio dove Voi vi nascondete quaggiù; si avventano contro la vostra piccolezza che si nasconde; non indietreggiano di fronte a questa confidenza che si abbandona' L'empietà vi nega o v'insulta; la trascuratezza vi lascia sui pannolini laceri od indecenti come un povero sopra il suo giaciglio; vi date agli indifferenti; non vi rifiutate alla fetida bocca del malato; non respingete nemmeno il sacrilego; Voi siete l'umile a cui niente fa schifo!... Non potendo sfuggire senza continui miracoli a tutte queste infamie, triste frutto dell'umana libertà. Voi le avete generosamente subite, per arrivare ai cuori che vi amano! II nostro amore vi fu, adunque, più caro della vostra dignità!

O Gesù, se la gente sarà senza premure per me, senza riguardi, senza riconoscenza, se per errore o per cattiveria, mi infliggeranno crudeli umiliazioni, sopporterò queste pene con gioia, volando fra le vostre braccia.

O Gesù, nella comunione Voi siete mio ed io sono vostro. Se noi due non formiamo che una cosa sola, in qual modo ci separeremo? Voi mi seguirete, dunque, durante la vita, comunicandomi incessantemente il vostro spirito di indulgenza, di nascondimento, di bontà costante, dolcissimi frutti della vostra umiltà. - Ed io mi vedrò in tutti i tabernacoli della terra vicino a Voi, felice di questa intimità, confuso di questa gloria; io me ne starò con Voi nel silenzio dell'adorazione; e quando me ne allontanerò, me ne allontanerò solo per darmi come Voi. tutto a tutti!

O Gesù. se vi foste annientato di meno. Voi avreste adorato meno profondamente il Padre vostro; o Gesù, se vi foste fatto meno piccolo, io non avrei potuto contenervi in me... Quale bontà! Quale sapienza! Quale lezione!

 

(1) S. Thom. 2a 2ae, quaest.

(2) Questa parola "giustizia " presa qui in senso largo designa la disposizione virtuosa che assicura ad ogni cosa il posto che merita, mentre la giustizia, nel suo stretto significato, ha in mira i diritti positivi degli uomini fra di loro.

(3) Trad. del Sac, O. Paolini, Marietti, Torino.

(3b) Non si dovrebbe comprendere in questi apprezzamenti severi, un certo orgoglio ingenuo e che si mette in mostra: " Grazie a Dio io ho un gran giudizio -— Non ce n'è un altro come me per.., — io ho il dono della parola, lo debbo a Dio — ". Ohimè! voi Gli dovete molto meno di quel che pensate! — Quest'orgoglio piuttosto istintivo e senza malizia, non attira le maledizioni di Dio: è soddisfatto delle risa degli uomini. Qui la stoltezza supera l'orgoglio.

(4) Perché un'azione sia sicuramente e maggiormente meritoria deve riunire: queste tre condizioni: 1. azione buona in se stessa; 2. stato di grazia; 3. intenzione soprannaturale (intenzione virtuale vuol dire intenzione precedente che vige ancora senz'essere esplicita).

(5) Iddio non ci determina; noi conserviamo realmente la facoltà di scegliere; questo è certo, ma ugualmente misterioso che certo. Qui a noi importa solo del fatto; come conciliarlo, spetta alla filosofia.

(6) La tendenza al nascondimento non è forse contraria allo sviluppo dei grandi caratteri, e per conseguenza, al bene pubblico? - Ciò sarebbe vero se l'ambizione fosse il solo movente capace di formare i grandi caratteri e d'inspirare le grandi azioni. Per fortuna la virtù cristiana trova nel suo amore per la gloria di Dio un movente spesso più efficace e pili nobile. Leggete, ad esempio, la vita dei fondatori di ordini religiosi. Questa verità e messa in luce, del resto, nella quinta settimana.

(7) L'umiltà d'abiezione non getta, forse, naturalmente: l'uomo in una specie dì tenore e di turbamento che lo paralizzano? non diminuisce pure in lui il sentimento della dignità personale, questa nobile guida della coscienza, questa molla polente dell'azione?

La risposta è semplice: guardate i santi, guardate specialmente i più umili; la loro pace, il loro coraggio, le loro opere!

La pace loro e imperturbabile; si appoggia non su di essi, ma su Dio. Amati da Lui, cosa hanno da temere? L'inquietudine, la tristezza. si slanciano e si inabissano, quando occorra, nella sua misericordia!

La loro dignità personale! Oh! essa si basa non sopra le qualità personali che poco o nulla nobilitano ed elevano, ma sopra i doni della grazia, che valgono più di tutto il creato. Nella loro coscienza si sentono figliuoli di Dio, arricchiti della più alta nobiltà; nell'azione sanno di essere gli strumenti del divino volere.

Paragonate queste coscienze e queste vile con quelle degli ambiziosi!-. Se ai nostri giorni la pietà non intende molto l'umiltà, ciò accade, e senza che essa se ne accorga, per ['influenza, che tutto ha invaso, del razionalismo; ora, il razionalismo, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non è la ragione, perché la retta ragione riconosce il dovere di ammettere le verità soprannaturali, È una ragione piccina che non vuoi veder niente di là della sua propria sfera. Molte idee false, molti mali derivano da quest'errore. - Ma, si soggiungerà: sotto il peso di tali sentimenti d'umiltà non è, forse, impossibile godere, amare, distrarsi, in una parola, vivere la propria vita?

Niente affatto; osservate l'effetto che produce su di voi il pensiero della morte, per esempio, della morte che un giorno verrà certamente a togliervi da questo mondo, e d'una morte improvvisa che può colpirvi ad ogni istante. Se essa ci inette nell'intimo nostro un salutare avvertimento, ciò non ostante ci lascia calmi e liberi per le nostre occupazioni. Lo stesso avviene dell'umiltà. (Vedi più avanti, Della prudenza nell'umiltà).

(8) Si capisce bene che questi apprezzamenti non riguardano le anime profondamente umili. Noi qui proseguiamo lo studio delle umiltà sospette.

(9) Quello non vuol dire che essa approvi ciò che è male od imperfetto; né tale condotta deve applicarsi a quei casi nei quali si ha il dovere di giudicare, sia per dirigere gli altri, sia per difendere se stessi. Propendere a giudicare gli altri migliori di noi non implica per nulla il desiderio d'imitarli nella loro condotta, se questa condotta è difettosa.

(10) Questa disposizione non si oppone alla difesa legittima dei nostri diritti e dei nostri interessi; al contrario la rende più sicura a motivo della calma che permette di vedere più chiaramente ed a motivo della benevolenza che concilia i cuori.

(11) Iddio non può permettere che l'umile sembri che rimanga infecondo. Misconosciuto mille sue intenzioni o nelle sue abilità, tenuto in un canto o paralizzato nello slancio del suo zelo accumula tesori di grazie che si riversano per altre vie. E forse, anche non ci vogliono nella Chiesa quelle sorgenti nascoste, come sono sulla terra quei rivi di acque silenziose che portano ai lontani la fecondità?

(12) Vedere: Pratica progressiva della Confessione, t. II: La Vita di Gesù in noi.

(13) L'umiltà che descriviamo nella quinta settimana, sotto questo titolo; Trasformazione, converrà forse all'attrattiva dei più.

(14) Vedere la pratica progressiva della Confessione, t. II. Vita di Gesù in noi; Metodo e preghiere per ascoltare la Messa; t. I: Terza messa.

(15) Accrescimento accidentale non essenziale.

 

161, art. 1.

 

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