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La Nuova Evangelizzazione, che, ancora oggi nel terzo millennio è oggetto di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, convegni, per la maggior parte dei cristiani praticanti è ancora considerata come una opzione, e non come una necessità urgente e possibile. Noi crediamo che per realizzarla sicuramente occorre da parte di tutto il popolo di Dio, come ci ricordava spesso Giovanni Paolo II, “un nuovo ardore, nuovi metodi e nuove espressioni”. L’Italia e l’Europa, anche se già evangelizzate, hanno bisogno di essere rievangelizzate. I battezzati hanno bisogno di essere rievangelizzati. Il mondo ha bisogno di speranza e non ci saranno grandi segni di speranza fino a quando, noi cristiani del XXI Secolo, non sapremo testimoniare un’esistenza bella, arricchita dalla gioia dei salvati, dall’amicizia e non prenderemo sul serio il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Andate, ammaestrate tutte le nazioni”, battezzate, insegnate, osservate “tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20), “siate testimoni” (At 1,8), “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), “amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12). Come membra vive dell’unico Corpo di Cristo vogliamo

  • essere testimoni di speranza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,1-3).
  • contribuire con tutte le nostre forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità (cfr. LG n°33)
  • far si che ogni cosa abbia Cristo come capo e Dio sia tutto in tutti (Ef 1,10;1 Cor 15,28)
  • e con Maria Regina della Pentecoste portare il fuoco dell'evangelizzazione in tutto il mondo e ad ogni creatura (anche agli audiolesi)

perché lo Spirito di Dio “ Ruah” soffio vitale, possa fare di ognuno di noi delle creature “realmente viventi”, nel corpo e nello spirito.


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La volontà di Dio

La volontà di Dio

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P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J.

 

LA VOLONTÀ DI DIO

O

STRADA REALE E BREVE

PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE

MILANO, 1905.

 

Questa nuova edizione di si preziosa operetta del P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J., è fatta sull'edizione di Venezia dell'anno 1775.

 

Ai devoti lettori ed alle pie lettrici.

Non raramente si vanno pubblicando libri e librettini intorno all'una od all'altra divozione saranno eccellenti, ma, pare a noi, che il meglio è riprodurre, togliendo dall'arsenale dei nostri vecchi, dove vi sono tanti tesori raccolti da uomini dotti e santi a pascolo di una pietà più maschia, che non sia la nostra, qualche vero tesoro nascosto.

Ed è questa la ragione, e null'altro, che ci mosse a togliere dal silenzio un'operetta, quasi dimenticata eppure assai preziosa, qual è questa che presentiamo ai nostri devoti lettori ed alle pie lettrici «La volontà di Dio» del P. EUSEBIO NIEREMBERG, che a' suoi tempi aveva destato un vero entusiasmo tra le persone devote. E difatti difficilmente si troverà in altro libro di pietà, condensato in poche pagine come in questo, tutta la filosofia cristiana e la pratica non solo per arrivare alla perfezione, ma per vivere il meno male che sia possibile su questa terra, dove, a brevi e fuggevoli momenti di contento, si incontrano tante difficoltà, disinganni e croci che abbattono anche le volontà più robuste. E il bello si è che l'autore, senza impegnare il lettore in disquisizioni scientifiche o dottrinali, sa insinuarsi così graziosamente e gradatamente che non solo persuade, ma disarma e conquide.

Se dunque vogliamo vivere contenti, sappiamo leggere, meditare, praticare quanto l'autore ci viene insegnando nel suo libro d'oro.

Ecco l'augurio che in corde Jesu fanno gli editori.

***

 

P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J.

LA VOLONTÀ DI DIO

o strada reale e breve per acquistar la perfezione

CAPO I.

Quale sia la strada più breve della vita spirituale.

Procacciatevi non quel cibo che passa, ma quello che dura sino alla vita eterna (Gv 6,27). Queste sono parole di Gesù Cristo, Figliuolo di Dio, autenticate con l'autorità della sua persona e con la grandezza del suo amore: poiché discese dal cielo e soffrì morte di croce per il bene degli uomini, e per insegnarci una vita divina con la dottrina e opere sue. Operate, dice egli, non il sostentamento e cibo corruttibile, ma quello che dura per tutta l'eternità. Al che parimenti ci animò col suo esempio, quando disse che il suo cibo era il fare la volontà del Padre suo (Gv 4, 34): perché fra tutti gli esercizi spirituali, che sono il sostentamento dell'anima, col quale si nutrisce la vita dello spirito e il fervore, l'adempire la volontà di Dio e il conformarsi con essa ha da durare per tutta l'eternità: e non abbiamo a cessare da questa dolce occupazione, nella quale stanno ora gli Angeli immersi, con gran contento e onor loro, e vi staranno per sempre , come di essi dice David, che stanno facendo la volontà del Signore (Sal. 102. 20, 21). Non è il medesimo negli altri esercizi particolari della vita spirituale: poiché l'umiltà, la pazienza, la mortificazione, la penitenza e le altre divozioni e mezzi per ottenere la perfezione, non saranno in quell'altra vita; e anche in questa non si possono esercitare di continuo, ma alle volte o si hanno a interrompere o a mutare; perché tutti questi esercizi non sono a proposito in una medesima maniera per tutti, né per una medesima persona in tutti gli stati, perché quello che conviene ai principianti non é tanto a proposito. per i proficienti e perfetti. Solo l'adempimento della volontà di Dio é non solo conveniente a tutti, ma anche necessario: e questo cibo é tanto saporito e profittevole a quelli che lo cominciano a gustare, che non mai viene loro in fastidio, né li annoia. Di più, a questo esercizio si riducono tutti gli altri, e chi adempirà questo solo, li adempirà tutti. Sarà umile, penitente, mortificato, paziente, modesto. Tutto quanto dicono gli autori spirituali, e quanti mezzi dànno, qua vanno a battere: e chi si applicasse a questo esercizio davvero e con perseveranza, si troverebbe presto molto. avanti nella perfezione, perché egli é una gran scorciatoia e la strada più diritta, e con esso si dà subito nel punto. E perché, come ho detto, é per tutti gli stati, si può dire la strada reale, potendo camminar tutti per essa, senza pericolo di errare: i principianti, i proficienti, i perfetti, i fiacchi, i forti, gli infermi, i sani. Per il che sarà gran servizio di Dio il mettere in pratica questo esercizio, e il porre in esso gran divozione.

Ci sono alcuni i quali si applicano a varie virtù e mezzi, per conservarsi in ispirito e conseguire la perfezione; dandosi alcuni all'umiltà per segnalarsi in essa, altri alla mortificazione, altri alla penitenza, altri all'orazione, ponendo tutte le forze per approfittarsi in queste virtù particolari. Io penso che, sebbene questo è di grande importanza, nondimeno sarebbe una grande scorciatoia e si conseguirebbe il tutto, se questa diligenza e applicazione particolare si ponesse subito in procurar di adempire la volontà di Dio e di non fare cosa, neanche alzar gli occhi, che uno non sia certo esser gusto di Dio e sua santissima volontà. Di maniera che non ci sia per un'anima altra ragione, né maggior causa, né forza più violenta, né necessità più urgente che il dire: Iddio vuol così; questo è il gusto e beneplacito divino: avendo sempre la mira di fare o di lasciare qualsivoglia cosa, quando è gusto o non è gusto di Dio, o come a lui piacerà che si faccia, o che si lasci di fare.

Questo è l'esercizio più breve e di minor briga: questa è la strada più sicura e libera dagli inganni: questo è il compendio della vita spirituale: questa è una regola universale della vita che non ha eccezione; questo è un mezzo che è fine degli altri mezzi ed esercizi, è il mezzo più efficace di adempirli tutti meglio e con maggior merito. Onde questo studio di attender solamente a fare la volontà di Dio e a cercarla, oltre che è la regola generale di tutte le nostre azioni e l'unica ragione di farle bene e di acquistare una prudenza divina, è la fontana più perenne dei meriti; perché qualificandosi la bontà delle opere dall' eccellenza del fine col quale si fanno, né essendoci fine né più puro, né più alto, che la volontà di Dio, ché è lo stesso Dio, viene per questa causa a sollevarsi tutto quello che si farà con questo fine, e ad arrivare a un grado altissimo di meriti, e a farsi opere di finissima carità. E nella pazienza con la quale uno sopporta per amor di Dio le cose avverse, perché Dio vuole che si sopportino, non v'é minor merito, essendo perfetta carità e suprema legge di amore l'aver un medesimo volere e non volere: e così facendo e patendo uno tutte le cose, perché Dio vuole così, sta sempre accumulando meriti grandi, e con questo solo esercizio può innalzarsi a gran santità. Onde io, prima di proporre la pratica di questo esercizio, mostrerò quanto ci sia doveroso, quanto necessario, di quanta forza, quanto onorevole e dilettevole, di quanto profitto e di quanto gusto e gran gloria di Dio, per persuadere tutti con questo che ci si applichino; poiché alcuni si muovono solamente per il loro profitto, altri solamente per il gusto, altri per l'onore, altri per le obbligazioni e buone convenienze, altri per necessità, altri solamente per forza.

Tutte queste ragioni di occuparci in questo esercizio concorrono unite insieme e a quello ci obbligano, perché per noi altri non ci é cosa che più ci obblighi, né che sia più gloriosa, né più gustosa, né più onorevole, né di maggior interesse, né di maggior necessità, né di maggior forza, che l'adempimento della volontà divina.

 

 

CAPO II.

Del diritto e giustizia, che ha Dio, perché gli uomini facciano non la propria, ma la volontà divina.

 

Non v'ha dubbio che uno schiavo deve fare la volontà del suo padrone, e un vassallo quella del suo principe, un figliuolo quella di suo padre, una sposa quella di suo marito, senza preferir punto il proprio gusto. Ora Dio é Signor nostro, Re nostro, Padre nostro, Sposo nostro, e noi siamo suoi per mille obbligazioni: perché ci ha comprati col suo sangue, perché noi ci siamo dati in suo potere e perché ci ha creati. Che se un vignaiolo ha dominio nell'albero, ch'egli pianta, un pastore in un agnello, che nasce nella sua greggia, e un artefice nella statua, che ha fatto, qual diritto avrà Iddio nelle sue creature, avendole fatte di niente? Poiché, siccome dicono i filosofi, che dal fare una cosa di qualche altra cosa e farla di niente, v'è una infinita distanza nella potenza e causa di tali effetti, cosi il diritto e dominio, che Dio acquista nelle sue creature, per averle fatte di niente, eccede infinitamente ogni altro diritto. Or se un uomo ha giusta azione e dominio sopra un altro uomo, per far di lui quello che vuole e per far che il suo schiavo non possa neppure muoversi a suo gusto, solamente perché lo vinse in guerra, o perché nacque in casa sua di una schiava, o perché lo comprò con prezzo vile e transitorio; che diritto avrà Iddio sopra la nostra volontà, acciocché ci soggettiamo al suo gusto, avendogli noi questa tanto grande obbligazione di averci creati di niente e aver ci oltre di ciò ricomprati e redenti? Chiaro à che per molti capi è grande l'obbligazione, che abbiamo, di fare la volontà di Dio: e tale è anche il diritto ch'egli ha sopra la volontà nostra. E se uno schiavo, per tanto picciola obbligazione che ha al suo padrone, non è signore delle sue azioni e voglie; noi, con tanto immense obbligazioni e tanto grande e supremo dominio, che Dio ha in noi, come vogliamo essere padroni di noi medesimi e della nostra volontà, e non soggettarla al nostro Dio e Signore? Consideriamo dunque come per questa causa noi non abbiamo titolo giustificato di seguire in cosa veruna, per minima che sia, il nostro gusto, né pur di serrare e aprir gli occhi, né di muovere un dito, né di respirare; perché conforme alla giustizia e secondo ogni legge, tanto si deve, quanto si riceve; e avendo noi ricevuto da Dio tutto quello che siamo, tutto anche quello che siamo, abbiamo a impiegare in suo servizio e a dipendere dal suo comando. Oltre che l'obbligo che abbiamo a Dio, è infinito, e l'infinito non ha termine, né eccettua cosa veruna, e non ci lascia luogo di essere nostri in cosa alcuna, ma tutti di Dio: il cui diritto sarà subito ingiustamente violato da chi vorrà far qualche cosa secondo il suo gusto, e non tutto, senza eccezione alcuna, secondo il gusto divino, sia azione esteriore, sia movimento interiore dell'anima, fino ad un minimo pensieruccio. Per il che disse S. Anselmo questa notabile e verissima sentenza: Solo Dio deve volere con propria volontà quello che vuole, né ha sopra di sé altra volontà, la quale debba seguire; e però quando un uomo vuole qualche cosa di sua propria volontà, toglie a Dio la sua corona; poiché, in quella maniera che solamente un re ha diritto di mettersi la corona, così Dio solo ha diritto di fare la propria volontà; e sì come disonorerebbe il suo re colui, che gli strappasse di capo la sua corona, nella medesima maniera usa un bruttissimo termine con Dio e lo disonora chi gli toglie il privilegio della propria volontà, volendo avere quello che solo a Dio conviene: e siccome la propria volontà di Dio è l'origine e la fontana di ogni bene, così la propria volontà dell'uomo è il principio d'ogni male. Tutto questo è di S. Anselmo. Ma acciocché ponderiamo questo un poco meglio, è bene che torniamo a considerare a uno a uno questi titoli, pei quali Dio ha diritto sopra di noi, poiché se a questa obbligazione infinita di non cercar noi in cosa veruna il nostro gusto, e a tutto questo diritto di Dio di fare noi in tutto il suo volere, sotto pena di essere ingiusti, ladri e sleali, è sufficiente il titolo della creazione, per esser noi stati fatti dal niente, con amore immenso e potenza infinita, e per essere Iddio nostro padre e signore, che sarà, oltre di questo, per gli altri titoli, per i quali ancora è signor nostro? Primieramente perché ci comprò, come ho detto, non in qualsivoglia maniera, ma sborsando per noi un prezzo infinito. Poiché se un uomo, per i denari dati per uno schiavo, ha titolo di giustizia e azione in lui, perché faccia in tutto la sua volontà, al medesimo modo, per l'infinito prezzo che Dio ha dato per noi, ha somigliante diritto: e questo diritto é infinito, e per causa di esso dobbiamo stare infinitamente soggetti a Dio e fare la Sua volontà: con il che si esclude totalmente l'aver noi diritto di fare la nostra, eziandio nella minima operazione non solo del corpo, ma anche dell'anima; poiché avendo Iddio, con questo prezzo infinito, comprate le nostre anime più che i nostri corpi, noi non abbiamo azione né diritto di usurparci per nostro gusto neppure un movimento interiore del cuore.

Oltre di ciò noi siamo di Dio per esserci dati in sua podestà per accordo e contratto, che abbiamo fatto, ancorché per altro rispetto noi fossimo suoi, in quella guisa che S. Paolino, essendo libero, si diede per ischiavo a un uomo barbaro, obbligandosi a servirlo e a far la sua volontà in ciò che comandasse. E però, giacché noi di propria volontà ci siamo dati a Dio, e adesso io ratifico mille volte questa consegna e la faccio di nuovo, Iddio acquista per questo un nuovo diritto sopra di noi, acciocché facciamo il suo e non il nostro gusto: il qual diritto parimenti é infinito, e per causa di esso noi siamo infinitamente obbligati a fuggire di fare la nostra volontà e a far solamente quella di Dio. La ragione, per la quale é infinito questo diritto, é perché noi ci siamo dati nelle mani di Dio, per gli infiniti debiti che abbiamo con lui, per i suoi infiniti beneficii. E siccome appresso alcune genti, se i debiti arrivavano ad essere tanto grandi, che il debitore non li potesse soddisfare, egli restava schiavo del creditore, il quale aveva nel suo debitore tanto diritto, quanto era il debito, così ci siamo noi stessi soggettati a Dio, per non poter pagare i beneficii e i debiti con lui contratti, che sono infiniti. L'obbligazione, che di qua ne nasce, e il diritto, che perciò gli abbiamo dato sopra di noi, è infinito, obbligandoci in tutto il possibile a servirlo, e soggettandoci ad esso per infinite ragioni, per le quali noi non siamo nostri in cosa alcuna, né abbiamo alcun diritto di fare la volontà nostra, ma solo quella di Dio.

Per questo ancora, se un uomo ha diritto sopra il suo servo per il salario che gli promette, di servirsene a sua volontà, nella medesima maniera acquista Dio diritto che noi facciamo la volontà sua per la mercede eccessiva, che ci ha promesso e ci vuol dare; e siccome un servitore deve tanto più servire al padrone, quanto meglio lo paga; e il premio che Iddio ci ha a dare e che ha giurato di darci, cosa in sé, come dicono i teologi, oggettivamente infinita, poiché è il medesimo Iddio e il possesso di lui e la chiara visione della sua natura infinita; ed essendo questo possesso eterno, con una durazione infinita, l'obbligo, che di qui nasce, si ha a giudicare parimenti infinito. Ma ancorché Iddio né ci avesse creati, né ricomprati con la sua vita e sangue, né noi ci fossimo a lui obbligati di propria volontà, né gli fossimo obbligati per alcun bene, e ancorché non ci avesse a pagare tanto liberalmente la nostra servitù, solo per l'autorità ed eccellenza del suo essere, re e signore nostro, gli dobbiamo stare infinitamente soggetti senza aspettare altra ragione. né titolo maggior di questo. Poiché, secondo Aristotele, il dominio naturale si fonda nell' eccellenza della natura, per la quale l'uomo è signore degli animali, e il marito comanda alla moglie, e al più savio devono stare soggetti gli ignoranti. E però eccedendo l'eccellenza e sapienza di Dio infinitamente tutte le altre cose, la signoria che ha per questo, è infinita, e noi anche per questo rispetto dobbiamo mostrarci infinitamente soggetti alla sua volontà.

Oltre il dominio supremo che ha Dio sopra di noi, anche per molti altri titoli, fuor di quello di giustizia, ha diritto che noi non facciamo in nulla la nostra volontà, ma la sua. Né è poco stretta l'obbligazione della virtù, della pietà o della religione, per 1'obbedienza, rispetto e onore, che gli dobbiamo per essere nostro padre, con tant'obbligo e sì strettamente, che non vi è altro padre che lo sia più di lui, partecipando noi, per grazia, della sua divina natura, con unione e vincolo strettissimo. Di modo che, sebbene Dio non avesse assoluto imperio sopra le creature, per questo titolo di essere egli padre degli uomini, gli dobbiamo un'infinita obbedienza, che consiste in questo: di fare l'altrui volontà e non la propria; e però dovendogli noi tale obbedienza, per quella ragione di padre, dobbiamo per conseguenza fare la sua volontà e non la nostra.

Ancora per il titolo di nostro sposo e per il suo essere perfettissimo e infinitamente eccellente sopra ogni altro essere, lo dobbiamo infinitamente amare: e l'amore infinito non lascia luogo che si ami altra cosa; perché se un forte amore di cosa creata, non dà luogo a uno di amare sé medesimo, il dovere di amare Dio come può stare coll'amare e col cercare altra cosa, sia pure sé medesimi? Dovendo pertanto amare Dio infinitamente, non dobbiamo volere altra cosa che lui o per lui, e molto meno dobbiamo far cosa, che sia contro il suo gusto.

Aggiungo di più: anche quando noi non fossimo schiavi di Dio, come siamo, dovendo in ogni cosa fare la sua volontà; anche quando non fossimo suoi figli, per il qual titolo gli dobbiamo ogni obbedienza; anche quando le anime non fossero spose di lui, né egli fosse infinitamente perfetto, né gli dovessimo per giustizia, pietà e religione alcuna cosa creata, né fargli alcuna servitù; solo per ciò che gli dobbiamo per motivo di gratitudine, siamo obbligati a non fare in cosa alcuna la nostra volontà, ma in tutto e per tutto la sua. Chi è che, dubiti, che quegli che ha ricevuto beneficii grandi, deve mostrare di essi tanto maggiore gratitudine, quanto maggiori sono i beneficii e quanto meno egli li meritava? Dunque è chiaro, che al1a beneficenza e liberalità di Dio, che è infinita, e massima demeritata da noi, per la nostra infinita ingratitudine e sfacciataggine e mali termini usati con sua Divina Maestà, dobbiamo dimostrare una gratitudine infinita, la quale si deve dimostrare con cosa, che sia nostra propria; perché nessuno soddisfa ad altri con le cose altrui e molto meno se sono di quello, a cui vuol soddisfare. E poiché noi non abbiamo niente di nostro, e solo quello, che si può dire meno impropriamente nostro è l'arbitrio, è la libertà, è la volontà, così ci è obbligo di dare questa interamente a Dio. Onde, per essere la nostra povertà tale, che non ci resta altra cosa, questa, che pare che ci resti e che è più nostra, non ci è scusa né ragione che ci dispensi di soggettarla a Dio totalmente; e non gliela soggetteremo totalmente, se riteniamo per noi qualche cosa, per minima che sia. Si aggiunge a questo, che, non avendo noi da dare a Dio se non il nostro arbitrio, la nostra libertà, il nostro amore, non vuole Dio altra cosa; e tutto il rimanente, senza questo, non gli aggrada molto; e chi procura di gradire ad altri, ha da accompagnare ciò che gli deve, con quello che sa essergli di gusto.

Cresce ancora questo debito, perché non solamente siamo tenuti a Dio per infiniti beneficii, ma anche per la sua medesima volontà: dobbiamo perciò pagarlo della medesima moneta, dandogli la nostra. poiché siamo obbligati a Dio del suo amore e del1'aver lui col1ocato in noi la sua affezione e il suo gusto, e dell'aver fatto sua Divina Maestà la volontà nostra; perché, essendo Dio assoluto signore e avendo supremo diritto di soddisfare al suo gusto e di fare delle sue creature quello che gli aggrada, vuole solamente quello, che è bene per noi e fa la volontà de' suoi servi, procurando di dar loro gusto a costo del suo sangue e della sua vita, e prevenendo i nostri desideri, quando sono ragionevoli, facendo quello che noi dovremmo o desidereremmo che si facesse. Alla voce di Giosuè, dice la S. Scrittura, obbedì Iddio. E senza il consenso e la volontà di Mosè, non volle castigare il popolo d'Israele; e poiché Mosè non volle, si contenne. E quello che è più, senza consenso di Elia, non volle usare misericordia, né dar la pioggia per lungo tempo, ancorché perisse la gente. Per guardare al gusto di Abramo, non volle castigare Sodoma e Gomorra, senza dargliene prima avviso, perché ritrovandosi quivi il suo nipote, lo potesse salvare. Condiscese ancora alla volontà di Giacobbe, benedicendolo, come desiderava. Essendo S. Tomaso d'Aquino infermo e desiderando un pesce che non si trovava, glielo mandò Dio miracolosamente. Altrettanto successe all'apostolico padre Pietro Canisio della Compagnia di Gesù: desiderando questi in un' infermità di mangiare un uccello, che non si era potuto trovare, il meschino uccello entrò per la finestra della camera e andò nelle mani degli infermieri.

Finalmente concede Iddio tanto liberalmente quello che gli chiedono i giusti, che, dice Davide, tiene sempre rivolti ad essi i suoi occhi per veder che cosa vogliono, e tende i suoi orecchi alle loro domande per adempirle. Se Iddio dunque così adempie la volontà umana, quando è giusta, perché non avremo cura pur noi di adempire la volontà divina, che è tanto giusta, quanto è la legge e la forma della giustizia e santità. E se si gloriava il figliuolo di Temistocle, che stava in sua mano il fare del popolo ateniese quello che voleva, perché nel voler egli una cosa, subito la voleva anche sua madre, e in volerla sua madre, subito la voleva suo marito, e nel volerla Temistocle, subito la volevano tutti quelli di Atene; con quanta maggior ragione si potrà rallegrare un giusto che in sua mano sta il poter divino, e che tutto quello che vuole, lo vogliono tutte le creature, tutti gli angeli, tutte le anime beate! E, ciò perché conforma la sua volontà con quella di Dio, con la quale sono conformati tutti i cittadini del cielo.

Consideriamo ancora, come Iddio non solo inclina la sua volontà a quella degli uomini e l'adempie, quando desiderano alcuna cosa per bene dell'anima loro; ma di più fa tutto il bene che noi desidereremmo se lo conoscessimo, e più, di quello ancora che non avremmo ardire di desiderare, prevenendo sua Divina Maestà la nostra volontà e i nostri desideri. Chi è, prima che Dio ce lo promettesse, che desiderasse, come cosa possibile, o avesse ardire di domandare che il Figlio di Dio si incarnasse per lui?... che morisse tanto ignominiosamente?... che si nascondesse in un poco di pane e si desse in cibo a' suoi vili schiavi?

Dunque quei desideri che noi ci saremmo vergognati di avere, Iddio non ebbe cuore di lasciare di adempirli, solo perché tornavano in nostro pro. Chiaro è che questo richiede gratitudine e una corrispondenza simile, adempiendo il gusto di Dio e i suoi desideri che sono tutti in favore nostro e per bene degli uomini. Epperò tutti i nostri affetti e desideri e opere devono essere per Dio; e tuttavia non li soddisfacciamo, né gli offeriamo quell'olocausto di noi stessi, che merita il suo supremo dominio e quell'infinito diritto che egli tiene nelle nostre volontà, le quali gli dobbiamo sacrificare. Il qual sacrificio è il più, grato a sua divina Maestà che uno le può offrire di sé, perché in questo sacrificio non solo offre a Dio le sue cose, ma sé medesimo.

Da quello che si è detto si cava ancora una ragione molto forte di non cercare la nostra propria volontà, vedendo che Dio, sebbene egli solo abbia il diritto di fare la sua propria volontà, ad ogni modo non la fa, ma fa quello che é bene per i suoi predestinati; poiché questo non é avere volontà propria, ma comune, volendo quello che per sé stessi dovrebbero volere gli uomini, e non facendo, né volendo alcuna cosa che non sia utile a' suoi eletti; acciocché noi ancora non abbiamo volontà propria, ma comune con Dio, non facendo, né volendo cosa che non sia onor suo: il che solo é quello che ci può essere giovevole.

Oltre tutto questo, Dio ha acquistato un nuovo diritto; che noi in tutto lo seguitiamo e ci conformiamo con la sua santissima volontà, per il cattivo conto che abbiamo dato della nostra, e per il quale ci siamo rovinati. Poiché, siccome un uomo prodigo o uno che é divenuto forsennato perde ogni diritto che tiene a governare la sua roba, dandosi dalle leggi azione ad altri per governarla e disporne in profitto di lui, nella medesima maniera e con molto maggior causa noi abbiamo perduto, per i nostri peccati, ogni diritto di fare la nostra volontà, se pur ne avevamo alcuno. Dobbiamo però sopra tutto aver sempre nella memoria e nel cuore la più forte ragione, la più stretta obbligazione, il più forte e rigoroso diritto che ha Dio, che noi gli diamo gusto: ed é 1'essergli chi é, infinitamente buono, perfetto, bello, saggio, maestoso, onnipotente, insomma, ogni bene.

Nessuna ragione e nessun diritto, che abbiamo allegato, é maggiore di questo, sebbene é il meno inteso. Questo d'esser Dio chi é, sommo bene e la somma di tutti i beni, non solo invita, né solo obbliga, ma forza e necessita di sua natura ad adempire in tutto il suo gusto e a non cercar altra cosa. La ragione é perché la nostra volontà è stata fatta per amare il bene, e dove si trova il sommo bene e tutti i beni uniti insieme, e si conosce come é in sé stesso, non può lasciare di amarlo, e amare non é se non desiderare e voler bene a quello che si ama; e nessuno può voler bene efficacemente che non lo eseguisca se può; perché in altra maniera non vuol bene con verità ed efficacia; e siccome il maggior bene che uno può volere, è mettere in opera per altri quello che è a lui di gusto, così chi ama Dio deve parimenti far quello che gusta a Dio. Onde tutto il diritto che Dio ha di essere amato, lo ha acciocché facciamo il suo gusto; e come per essere egli chi è, ha il maggior diritto che sia possibile e immaginabile, acciocché l'amiamo, così parimenti per essere chi è, ha il maggior diritto che sia possibile e immaginabile, acciocché facciamo il suo gusto e non il nostro. Perché, essendo incompatibili queste due cose, fare il gusto di Dio e il nostro, quanto diritto ha Dio di essere amato e che noi adempiamo nel suo gusto, altrettanto diritto ha che noi non facciamo il nostro gusto.

Dunque se tutto questo è cosi, se tutti questi diritti sono veri, se Iddio ha tutte queste ragioni, perché non le farà valere? Dov' è il nostro giudizio, dove la nostra legge, dove la nostra vergogna, se abbiamo ardire di contravvenire a tante obbligazioni, di cancellare tanti titoli, di violare tanti diritti, di togliere di testa a Dio questa sua corona e parla sopra la nostra, di fare una sciocchezza tanto grande, quanto è per un leggero gusto e, senza riguardo ad ogni diritto, procacciar la nostra rovina e non assicurare la salvezza e la vita eterna, con mantener illesa al nostro Creatore e Redentore la sua somma giustizia, conservandogli il diadema della sua maestà e autorità divina, e facendo in tutto la sua santissima e giustissima volontà?

 

CAPO III.

 

 

Che non vi ha cosa di maggior altezza e onore che soggettare la nostra volontà a quella di Dio.

 

 

Oltre di esser cosa, che tanto obbliga e tanto è giusta e che tante volte è dovuta a Dio infinitamente, il non fare la nostra, ma la divina volontà in tutto e per tutto, non vi ha cosa più desiderabile, né che si debba maggiormente ambire e pretendere da noi; perché in questo concorrono non meno tutte le ragioni di bene per affezionarci ad esso, che le obbligazioni, le quali ci tirano, e i rispetti, che si sforzano. Tutta la ragione dei beni, che si attraggono i nostri desideri e s'impadroniscono delle nostre volontà, é perché vediamo qualche onore e speciosità, o qualche gusto e diletto, o qualche utilità e emolumento. Ciascuna di queste ragioni basta per persuadere il nostro appetito. Che cosa sarà, concorrendo esse tutte unite insieme in questo esercizio, e non in qualche modo, ma in sommo grado, non essendo nel mondo cosa più gloriosa, né più dilettevole, né più utile per noi, che il non fare la nostra volontà e adempire solo quella di Dio? Che cosa vi è di maggior onore, che l'essere sollevato uno da Dio, con questo esercizio, ad essere suo amico? Lo stesso Figliuol di Dio ci dice: Voi siete miei amici se farete quello ch'io vi comando (Giov. 15. 14). Così colui che adempie quello che vuole Dio, senza metafora, né esagerazione, si chiama ed é amico di Dio. L'onore che in questo si racchiude, non si conoscerà se non da chi intenderà quello che dicono Aristotele e gli altri filosofi delle condizioni degli amici, richiedendo uguaglianza e altre eccellenti qualità tra le persone che devono avere vera amicizia. E non é nel mondo, né vi sarà, né é possibile che vi sia amicizia più vera e fina di quella che passa fra Dio e uno che non fa la sua, ma solamente la divina volontà. Con questi, per adempire le leggi di amico, Dio s'inchina a trattare famigliarmente, come se fosse suo uguale: e dall' altra parte l'innalza sopra ogni dignità e onore umano, per essere una cosa medesima con lui. Di modo che per quello che si adempisce da noi, come schiavi di Dio, facendo la sua volontà, egli ci innalza ad essere suoi amici, che è il titolo più onorato e di maggior gloria che possiamo desiderare. E sebbene dai re della terra non si chiamano, né si tengono per amici i loro vassalli, per fedeli e leali che ad essi siano, e benché abbiano sempre adempito quanto è stato loro comandato (per essere il titolo di amico tanto onorato, che non si giudica, che nei sudditi si ritrovano meriti per arrivare ad essere chiamati con rigore amici di un re), nondimeno Iddio onora tanto quello che gli sta soggetto e gli è fedele, adempiendo la sua volontà, che gli dà quell'onore e titolo che per troppa gloria non vogliono dare i principi della terra a quelli ai quali più devono. Ora, perché noi perderemo così per nulla quest'onore, potendolo noi acquistare solo con quello, che per mille titoli abbiamo obbligazione di fare?

Né solamente gode un'anima che fa la volontà di Dio, questo gran bene dell'amicizia di lui, ma ha un altro incomparabile onore di essere sua sposa, con vincolo e unione strettissima. Questa altezza si potrà conoscere dalla differenza che sarebbe fra due figliuole di un villano, se una si accasasse con un altro suo eguale, che in tutta la vita andasse con la zappa in mano, ma l'altra fosse scelta da un grande imperatore per sua legittima sposa. Quanto diverso stato avrebbe l'una dall'altra! Quanto diverso onore si dovrebbe loro! Questa differenza adunque, e anche maggiore, è di una persona che si sposa con Dio, dandogli tutto l'amore e volontà sua, senza tradirlo, né in volere, né in fare cosa alcuna secondo il proprio gusto, rispetto ad un'altra persona la quale, volendo adempire il suo capriccio, anche senza peccato grave, si congiunge con le creature, poiché questa se ne resta nella sua bassezza e rusticità, in quanto si soggetta al suo affetto di terra, e quella ascende a una nobiltà e dignità divina, riverita e ammirata dagli angeli, e si rende signora di sé medesima e di tutte le creature. Tutte le cose si nobilitano con la congiunzione di altre più nobili, e così 1'aria con la congiunzione e la unione della luce si illustra.

Dunque molto più un'anima con questa congiunzione e unione con Dio, consorte della divina natura, acquista una sopranaturale nobiltà e onore che anche i medesimi angeli hanno in venerazione. Epperò dicono gravi dottori che molti angeli vengono ad assistere e a far compagnia a quelle anime le quali pongono tutta la loro diligenza nell'adempimento della volontà divina.

Mi dicano dunque ora gli ambiziosi dell'onor umano: quale maggior onore di questo può fare il mondo a' suoi monarchi? Quale accompagnamento e quale pompa più illustre poté far Roma a' suoi trionfatori? Che sarà l'essere un'anima circondata da spiriti sovrani? Che guardia più maestosa ebbe mai imperatore della terra? E non perché non si vede questa Maestà, si diminuisce punto la sua grandezza: anzi è maggiore, quanto meno sono capaci di essa i sensi. E qual maggior dignità e gloria, che 1'aver in terra un medesimo impiego e carica, che hanno e avranno tutti gli angeli e i beati del cielo, cominciando uno adesso a far quello, che per tutta l'eternità deve fare e adempire nella casa di Dio? Finalmente quale maggior onore e dignità che avere un medesimo ufficio che il Figliuol di Dio, il quale fece la volontà di suo Padre fino alla morte e morte di croce? Volendo Iddio far stimare la virtù del venerabile abbate Stefano a un suo fratello, che non l'apprezzava, come conveniva, apparve a questo un uomo terribile che gli disse: «Tu non conosci la dignità del tuo fratello Stefano»; e volgendosi questi a rimirarlo, lo vide crocifisso con Cristo: perché non vi è maggior onore, che questo di essere crocifisso col Figliuol di Dio, mortificando tutte le sue voglie, per adempire il volere di Dio.

CAPO IV.

Come non v'è nel mondo Cosa di maggior diletto, che mortificare totalmente la sua volontà per fare quella di Dio.

Con l'essere di tanto onore il non far la sua, ma la divina volontà, si congiunge il non ritrovarsi cosa più dilettevole e gustosa; affinché almeno per questo giocondo titolo e che è tanto potente a muovere i cuori di tutti, ci animiamo a tanto nobile esercizio. E l'onore umano è riposto in cose moleste e difficili, e non se ne fa acquisto se non con azioni ardue e faticose e di niun gusto per sé stesse. Ma tuttavia ha questa occupazione un tal privilegio, che con essa si acquista il maggior onore del mondo, che è l'essere uno amico di Dio: e oltre di ciò ella è in sé medesima la più gustosa e dolce di tutte, e di maggior pace e soddisfazione, e sebbene a prima vista sembri nuovo e incredibile che il mortificare in tutto la propria volontà, sia cosa di gusto, non è però esagerazione alcuna: perché ne abbiamo l'esempio chiaro in ciò che succede nei Beati, non essendoci chi ritenga meno della propria volontà, né chi viva con maggior gusto e godimento di essi.

Tanto è lontana dall'esser penosa la mortificazione e annegazione della propria volontà, che non può essere la beatitudine senza una totale annichilazione del proprio volere, per accomodarsi a quello di Dio. Questo bastava per assicurarci e toglierci la paura, che sia malinconia e afflizione di cuore il non fare la propria volontà, per fare e volere quella di Dio. Né disturba agli Angeli la loro gloria quello che di essi dice Davide: che adempiono la parola di Dio, cioè quello che egli comanda e vuole: il che adempiscono con tanto gusto e sapore, che stanno anelanti e attenti alla sua voce per udire quello che tornerà loro di nuovo a comandare. In quella guisa che un fanciullino, che ha gustato di una vivanda saporita che gli è stata pòrta, torna a fissar gli occhi nel piatto, aspettando che gliene sia dato di nuovo. Ed é di tanto gusto ai Beati il non fare la loro volontà, ma quella di Dio, che si rallegrano molto più di questa che della grandezza della sua gloria e della sua beatitudine. Più si rallegrano della volontà di Dio, perché volle che fossero beati, che del godimento della loro propria beatitudine.

Nella terra ancora abbiamo esempio di questo nelle persone sante, le quali non facendo mai la propria volontà, mortificandosi in tutte le cose, vivono contentissime, piene di giubilo e allegrezza. S. Francesco Saverio, il quale non anelava ad altro che di adempire la volontà di Dio, senza aver riguardo alla sua, e che cominciava sempre la sua orazione con quelle parole di S. Paolo: Signore, che volete ch'io faccia? Viveva tanto ripieno di gaudio, che non gli capiva il cuore nel petto; onde slacciandosi la veste, diceva: Basta, Signore, basta, chiedendo con ciò a Dio, per le molte consolazioni e favori divini che riceveva, che temperasse la dolcezza e le abbondanti misericordie, con le quali lo regalava. S. Efrem ancora era tanto fortemente rapito da questo gusto celestiale dell’adempimento della volontà divina, che non potendo soffrire la grandezza della sua letizia e diletto, esclamava a Dio, dicendo: Signore, allontanatevi un poco da me; perché non può la debolezza del mio corpo soffrire la grandezza dei vostri diletti.

Non si può spiegare il giubilo che riceve un'anima mortificata, la quale non ha altra volontà né volere, se non quello di Dio: perché, come disse un dottore, ad ogni totale adempimento della volontà segue alcun gusto; e perciò l'adempimento della volontà divina contiene in sé un gusto divino, quando uno non ha più altra volontà che quella di Dio. E questa differenza v'ha da uno che adempie la sua propria volontà, ad uno che non tiene conto di essa, per adempire quella del suo Creatore: che colui avrà solo il gusto della volontà umana, ma questi il gusto della divina, cioè un gusto molto superiore a ogni altro gusto e partecipe del divino, che eccede tutte le dolcezze del mondo. Buon testimonio di questo è Davide, che in vari luoghi confessa questa soavità e gusto: Nella via de' tuoi comandamenti, o Signore, io mi dilettai, come di tutte le ricchezze del mondo (Sal. 118. 32). - I tuoi comandamenti, o Signore, sono più degni di essere desiderati che l'oro e le pietre preziose, e sono più dolci dei favi di miele (Ibid. 18, 11). 2

E acciocché alcuno non pensi che questo succedesse solamente a Davide, ovvero che egli lo dicesse come per esagerazione o modo di dire, sentiamo un testimonio de' nostri tempi, la cui santità è molto ben conosciuta e celebrata, che ci dirà quanto gran gusto sentiva in non fare il suo gusto. La venerabile vergine D. Luisa da Carvascial confessa quello che in questo particolare passava nell'anima sua, dicendo così: «Mentre io andava ricevendo la luce nel conoscimento del tesoro, che si racchiude nella cognizione della volontà di Dio, si venne ad imbevere 1'anima mia di un'intima affezione a questa virtù, la quale me ne ha fatti fare molti atti, tenendo diverse volte occupata la considerazione nelle sue qualità e grandezza; con che ho ricevuto molto accrescimento di luce continuamente fino ad oggi; e pare all'anima mia che non può essere possibile, secondo quello che prova di presente, di aver volontà differente da quella di Dio, nella quale si trova tanta felicità, soddisfazione e gloria, che, ancorché le avesse a costare 1'essere, che ha o un inferno di pene, non lascerebbe di goderla per quel breve tempo, nel quale avesse da congiungere il suo sì col sì di Dio. E il pensiero, che, quando Dio mi avesse disfatto e annientato tutto il mio essere, resterebbe esso glorificato nell'adempimento di questa sua volontà, e che finalmente si sarebbe fatto quello che avesse voluto, mi dà tanto gusto, che mi pare che non se ne trovi altro, con cui cambiarlo. E però, ancorché io voglia che me se ne offra o me se ne rappresenti alcuno per l'avvenire, subito Si sopisce tutto col rivolgermi a Nostro Signore e dirgli: In quello che voi volete, che cosa v'ha più da domandare o desiderare? Giungendo una cosa ad essere di vostro gusto, qual maggior gusto di questo ci può essere per me? E in tutti i travagli mi è un rifugio notabile e un'aura temperata, che viene da quel Regno pacifico e tranquillo; e con questa si ricrea e ristora l'anima, si mitiga la sete di vari desideri, che sorgano in essa, e finalmente s'invigorisce a passare innanzi, fino ad entrare nella perfetta possessione di quella virtù, per quanto le è possibile, mediante la grazia divina». Ed è tanto questo gusto che anche gli stessi tormenti rende saporiti: come parimente confessa la medesima serva di Dio e sposa di Cristo, la quale dice così: «Che in questo stato (che senza esperienza mi si discopre per via del lume dell'intelletto) possa esservi cosa della terra, che si possa chiamare travaglio, con difficoltà lo capisco; perché, restituita l'anima a questo terreno o celeste paradiso, appena giungono ad essa siffatti travagli e tribolazioni, che restano in vestiti da questo divino sole; e sono tanto luminosi, risplendenti e soavi, che apportano gusto nell'anima; e ancorché si sentano (avendo essi tale qualità in sé che si fanno in estremo sentire), senza levar via alle volte quella certa sorte di sentimento, Nostro Signore li mescola delicatissimamente insieme con un contento e sollievo meraviglioso: e l'amore in questo stato si ritrova tanto superiore di forze a tutto e tanto sitibondo, che se vedesse spargere quanto sangue è nel corpo, per causa di quel sommo bene che ama, non si potrebbe mai mitigare.» Così quella serva di Dio.

Ma oltre i favori, consolazioni e regali, coi quali Dio ricrea sopranaturalmente quelli che solo attendono ad adempire la sua divina volontà, ne segue che questi vivono naturalmente senza pena alcuna e con gran pace dell'anime loro e allegrezza de' loro cuori; perché la causa di tutte le pene e affanni della vita è la nostra propria volontà, non le cose avverse che succedono. Quale altra è la causa dei disgusti, se non perché le cose succedono al contrario di ciò, che uno desidera, o perché fa qualche errore, che non vorrebbe? Di tutto questo resta libero chi non ha volontà propria, né fa, né vuole se non quello che vuole Dio; perché non avendo egli volere se non quello di Dio, e non potendo questi fallire, non gli succede cosa contraria al suo desiderio; per cui giuoca al sicuro, non desiderando se non quello che fa Dio; anzi se la passa con un perpetuo godimento, perché vede sempre adempire la sua volontà, anche nelle maggiori avversità; e quello che Dio vuole non è diverso da quello che egli vuole. Dall'altra parte nelle opere che farà, seguendo la volontà di Dio, non può errare, e neppure rattristarsi in esse: né avrà a pentirsi di quello che farà in questa maniera, ma sì bene rallegrarsi di servire a Dio e di fare il suo gusto, con quella soddisfazione, che gli dà la coscienza: e così vive ripieno di gusto e di contento. Il contrario è di chi tiene la propria volontà; ché, vedendo a ogni punto defraudati i suoi desiderii e le sue traccie, si rattrista da una parte; e dall'altra, considerando i suoi falli, imprudenze e errori, vive pieno di pentimenti e di disgusti. Molti filosofi, senza far riflessione alle cose divine, ma solamente per passar la vita quaggiù senza travaglio, consigliarono di lasciare tutti i desiderii e operare seguendo il parere altrui o il consiglio, che darebbe un savio e perfetto uomo. Quanto più lo dobbiamo far noi e mutare i desideri nostri che ci avvelenano, per avere solamente i divini, che sono ripieni di salute e sono indirizzati al nostro bene? Quanto meglio dobbiamo prendere per maestro delle nostre azioni il medesimo Dio, facendo quello, che egli ci consiglia e comanda per sé stesso e per mezzo de' suoi vicari, nostri superiori, o che richiede la legge della ragione?

Da ciò ne segue che non solo è gustoso fare la volontà divina, ma che nel fare altra cosa non v'ha contento vero e sicuro. Primo, perché, se la nostra affezione si accosta a qualche creatura, essendo per sé stessa caduca, nel mancarci, si converte tutto il nostro gusto, in maggior dispiacere e pena; perché le cose di questa vita sono di tale condizione, che sono più potenti a recarci dolore con la loro mancanza, che gusto col loro possesso. E però i mali e disgusti loro sono più e maggiori che non sono i loro contenti. Solo chi s'avvicina a Dio, ha gusto sicuro; e perciò dice S. Agostino: Se tu vuoi avere il tuo godimento, che sia eterno, avvicinati a quello che è eterno». L'ago della bussola non si ferma, finché non sta rivolto verso qualche punto fisso, e da qualsivoglia altra parte si ponga, sempre sta inquieto. E il nostro cuore, che fu fatto per Dio, più di qualsivoglia altra creatura, ha inclinazione al suo centro o alla sua perfezione naturale; né può star quieto, se non sta rivolto al suo Creatore. Secondo, perché, anche se le cose durassero sempre, sono tanto scarse e piccole, che non possono soddisfare al nostro appetito e al nostro cuore, il quale solo si può saziare di Dio, e però non si contenta mai di esse. A un avaro, tanto è l'aver molto, quanto poco, perché al medesimo modo desidera sempre più, senza termine alcuno, né si contenta mai di nulla. Le cose del mondo possono solamente occupare il cuore, non riempirlo. Dio solo lo riempie. Ed è bene che qui si rifletta, che siccome le altre cose, non riempiendo il cuore, l'occupano e l'imbarazzano a non attendere a Dio, per il contrario Iddio, riempiendo il cuore, non l'imbarazza, né impedisce che attenda ad altre cose, e che le faccia come van fatte, e che eserciti opere esteriori di carità, e che ami ancora tutto il mondo per il medesimo Dio. Di maniera che non ci è cuore più disimbarazzato per tutti e per abbracciare tutto il mondo con vero amore, che il cuore di chi lo tiene ripieno di Dio.

 

 

 

CAPO V.

 

Che non ci può essere cosa migliore né più utile di quello che Dio vuole.

 

 

Se tutto ciò, che abbiamo veduto, cioè che il fare, non la propria, ma la volontà di Dio, è cosa tanto obbligatoria, tanto onorevole, tanto dolce e dilettevole, non fosse bastante a persuadere ad alcuno il sommo bene, consideri il grande interesse ed utile, che questo porta: perché se solo l'interesse (utilità incerta in cose che non sono di utile, ma piuttosto di pericolo e di danno), può tanto nei cuori umani, che fa loro lasciare la pace e la quiete e la patria e i figli e le mogli, e li fa andar volontariamente in esilio, e fa loro mettere a rischio la vita, per mari e deserti, avventurandosi a ogni rischio, e passando per mille travagli e incomodità; l'interesse tanto grande e le utilità che seguono dal fare la volontà di Dio, come or ora vedremo, uniti insieme con tanto gran gusto, e con tanto onore, e con l'adempimento di tante obbligazioni, perché non ci muoveranno a lasciare almeno i nostri desideri, restando noi con ciò in sicuro, senza avventurar la vita, né la salute temporale, anzi acquistandone l'eterna?

Giunti adunque a veder i guadagni, che sono nel fare non la propria, ma la volontà divina, basta dire, che con ciò si schivano tutte le sollecitudini e gli errori, e si accerta sempre in tutto quello che si fa. Onde, siccome non v'è cosa, che ci sia più utile, o per dir meglio, non ve ne ha al cupa che sia utile, se non il fare la volontà di Dio; così non ci é cosa che ci sia più dannosa che il fare la propria volontà la quale non si adempie mai senza nostro gran danno. Quindi è, che con ragione dicono comunemente i Santi, che la propria volontà è radice ed origine di tutti i mali. E anche Aristotele, perché uno sia prudente e non erri nel giudicare le cose, ricerca per fondamento della prudenza una buona volontà libera dell'amor proprio e sciolta da ogni affetto. Dimodochè, così per non errare nel giudicare le cose, come per essere sicuri di ciò che facciamo, è necessario non fare la nostra volontà, né lasciarci dominare dai nostri desideri; ma liberi da ogni affezione di cosa creata, rivolgere l'affetto solo all'adempimento della divina volontà, attendendo solamente ad essa; perché è impossibile di essere sicuri in altra maniera.

Si considerino anche solo i danni temporali, che ci hanno fatto i nostri desiderii e la nostra volontà. Quante infermità ci hanno occasionato gli eccessi nel mangiare, che per sua cagione abbiamo fatto? Quante perdite di roba ha causato a quelli, che la desiderano, una collera e un affetto non mortificato? Quante disgrazie, quanti disgusti, quanti timori? Veramente non vi è maggior utilità e giovamento che gettar via da noi questa spada, con la quale ci feriamo, versare questo veleno, che ci attossica, seppellire, abbruciare questo strumento de' nostri danni, cacciare dalle anime nostre questo demonio, che ci molesta. E però non senza ragione il santo Pamenes rispose ad uno, che si lamentava di essere combattuto dai demoni, dicendo: Non combattono con noi i demoni, quando facciamo le nostre volontà; perché esse ci servono di demoni, che ci tribolano e combattono.

La nostra propria volontà è lo spirito più maligno, che ci fa cadere: il coltello più acuto, che ci tronca il collo: il veleno più potente, che ci ammazza: la morte più micidiale, che ci priva della vita. Con ragione S. Anselmo la paragonò a un'erba velenosa e mortifera, va meravigliandosi il santo, che, dopo di aver noi veduto per esperienza la morte che cagionò a' nostri primi padri, non tremiamo da capo a' piedi della sua malizia, la quale egli dichiara con una similitudine, così: La volontà propria è simile a un'erba velenosa e mortifera, la quale un savio medico ha proibito che ne mangino quelli di una certa famiglia, sotto pena di riempirsi di lebbra e di quella senza dubbio morire. Ma essi, non facendo caso della minaccia, ne hanno mangiato, e subito si sono riempiuti di lebbra, generando figliuoli lebbrosi, e finalmente morirono.

E i loro figliuoli sono sì stolti, che conoscendo il male che quel cibo ha causato a' loro genitori e a sé stessi, tuttavia non cercano e non mangiano avidamente altro che quest' erba: e ogni lor vivanda con questa mala erba condiscono: la mattina, subito levatisi da letto, mangiano di quella, come fosse per loro medicina salutare, e il medesimo fanno, quando vanno a dormire. Chi è che nell'udir questo, non reputi questa gente senza giudizio? Ma è maggior sciocchezza e pazzia il dolersi della nostra propria volontà, poiché essa è quell' erba del demonio, velenosa e pestilenziale a tutti coloro che l'adoprano; perciò Dio la proibì a' nostri primi padri, quando vietò loro di mangiare dei frutti di un albero. Ma essi, soddisfacendo la propria volontà, calpestarono quella di Dio, e così, fatti peccatori e morendo nell'anima, generarono parimenti figliuoli peccatori. E con tutto ciò non si trova cosa che gli uomini maggiormente cerchino, che la propria volontà, che vanno mescolando in tutto ciò che fanno. Veramente non vi ha uomo più stolto e pazzo di costoro, i quali non adoprano cosa con maggior gusto che la lor morte nascosta nella loro propria volontà. In questa maniera dichiarò S. Anselmo qualche parte dei danni, che si trovano nel fare la nostra volontà e la grande stoltezza nostra di non tremare. Ma ancorché non avessimo altro che temere della nostra volontà, solo per castigare e far vendetta di chi ci ha fatto tanti mali, anche temporali, non lo dobbiamo obbedire.

Che sarà poi, se considereremo i danni spirituali e la perdita dei beni eterni? Quante volte ci siamo veduti con un piè nell'inferno, per seguire la nostra volontà? Di quanti doni divini ci siamo malamente serviti, disprezzando infinite volte la grazia e il sangue del Figliuolo di Dio? E quale maggiore soddisfazione dell'assicurare noi stessi di noi medesimi, che si ottiene con fare la volontà di Dio e non la nostra? E qual maggiore utilità di essere sicuri di scegliere il meglio, guardando ad un punto sicuro, che è la volontà divina, la quale vuole solamente quello che è bene per noi? Che cosa è più giovevole che il ritrovare un'arte di far sempre ciò che è più utile? Poiché veramente non possiamo desiderare cosa migliore, né più utile per noi. di quello che Dio ci desidera. Poiché il volere e desiderare bene ad uno nasce dall'amore che gli si porta: e tanto maggiore è questa volontà e desiderio di bene, quanto maggiore è l'amore. Ora amandoci Dio assai più incomparabilmente di quello, che noi amiamo noi stessi, ci desidera e vuole più bene incomparabilmente, che non ci desideriamo noi medesimi. Dall'altra parte Dio non può errare in conoscere quello che conviene per noi; perché è sapienza infinita e la sua provvidenza non è come la nostra esposta a pericolo di inganni.

Noi non sappiamo quello che è bene per noi; e però se non vogliamo errare, dobbiamo seguire il suo gusto e la sua volontà, che sempre cerca il nostro bene, senza ingannarsi in esso: e ce lo desidera infinitamente più di quello, che ce lo possiamo desiderare noi medesimi. Di modo che non ci è cosa più utile per noi di quello che Dio vuole. E però se noi non vogliamo male a noi stessi, non dobbiamo volere altra cosa. Oh come fa vergogna Epitetto filosofo a molti cristiani, mentre riprendendoci, dice: Uomo ignorantissimo, desideri per avventura altra cosa che quello che è meglio? E può forse esserci cosa migliore di quello che piace a Dio? E perché la volontà di Dio ha due parti, l'una che vuole che facciamo qualche cosa, l'altra che vuole che soffriamo qualche cosa, per questo c'invia infermità, travagli e altre cose di sentimento e di dolore: acciocché ci persuadiamo maggiormente che questa è la cosa più utile e profittevole per noi.

Consideriamo che, oltre l'esser Dio infinitamente buono, per il che desidera ogni nostro bene, e oltre l'esser infinitamente saggio, sicché non può ingannarsi in conoscerlo, è ancora infinitamente potente, onde non è debolezza, né impotenza il non liberarci dagli incommodi, in cui ci troviamo, essendo a lui tanto facile l'uno, quanto l'altro; ma perché sa che hanno ad essere bene per noi e perché ce lo desidera svisceratamente, ci ritiene in quelli e ce li manda, servendosi in ciò della sua onnipotenza. Tutto questo è una chiara dimostrazione di quanta utilità e giovamento sia il fare e il volere solo quello, che vuole un Signore così onnipotente, saggio e buono per noi, e non quello che la nostra volontà desidera; la quale né sa accertarsi in quello che vuole, né può eseguirlo: né del nostro medesimo amore, riceviamo tanto contento, quanto di quello di Dio. E questo é una grande consolazione, che dobbiamo avere in tutte le cose: considerare, che quello, che ordina Sua Divina Maestà, é solo quello che ci sta bene e ci è utile. Dell' altre cose dobbiamo temere, come di nemici armati; e dobbiamo pur tremare dei nostri medesimi desiderii, se vogliamo altra cosa, che quello che egli vuole. E se Dio ci lasciasse fare qualche cosa a nostro gusto o arbitrio, dobbiamo intimorircene. Nelle mani di S. Francesco Borgia lasciò Dio la vita della sua moglie; ma il santo, tremando della sua volontà, non volle valersi di questa grazia e privilegio; ma rimettendo il tutto alla divina provvidenza, pregò il Signore, che lo determinasse egli e non lo lasciasse in sua balia. Veramente è tanto giusta, tanto ragionevole e tanto inclinata al nostro bene la volontà divina, che non abbiamo bisogno d'altra ragione, né causa per adempirla in ogni cosa.

Ma oltre ciò, sono molte le utilità, che da ciò seguono. E qual maggiore interesse di quello che risulterà a uno, il quale, come ho detto, ha realmente e rigorosamente per vero amico il medesimo Dio; e ciò solo con adempire la Sua volontà? poiché l'amicizia di Dio non è sterile, né si ferma solo nell'affetto; ma è efficace, e il suo amore è secondo i beneficii, e riempie di grazie e favori quello che ama e tiene per amico. E' però, come potranno non essere grandi le utilità che si ritrovano in questa amicizia? E tanto più che Sua Divina Maestà arriva fino ad accomodarsi alla volontà umana con quella esattezza, che si è detto, facendo quello che i suoi servi desiderano o potrebbero desiderare. Che se dagli uomini si stima utile un servo, perché sa fare solamente con puntualità la volontà del suo padrone; come può non essere utilissimo per noi l'aver un Dio onnipotente, pronto a fare quello che vogliamo con la puntualità, che dice Davide parlando con Dio, della maniera ch'Ei si porta col giusto: Gli concedesti il desiderio dell'anima sua e non lo defraudasti della volontà delle sue labbra (Sal. 20, 3), cioè di tutto ciò che seppe domandare.

Che sarà dunque, se considereremo il tesoro dei meriti, che si acquistano con questo esercizio, facendo tutte le cose per amor di Dio e per adempire la sua santissima volontà? V'ha in ciò interesse tanto grande quanto se uno di legni e di pietre vilissime facesse perfettissimo oro; perché le opere che per sé stesse non sono meritorie, come sono le indifferenti, e quelle che sono necessarie per sostentar la natura, come il mangiare e il dormire, e quelle che per sé stesse, sebbene grate a Dio, sono di minor virtù, s'innalzano con questo esercizio ad essere preziosissime e della più eccellente virtù che é la carità: perché con questo uno va amando Dio continuamente e senza intermissione, perché la prova dell'amore é l'avere un medesimo volere e non volere, e questo vuole perfettamente quello che Dio vuole. Di maniera che anche col dormire merita, non volendo quel riposo naturale se non é di gusto di Dio. Dal che ne segue che quegli che cammina con questa avvertenza, fa molte opere meritorie e di molto maggior merito; perché derivano dalla virtù più eccellente e di maggior merito, che é la carità e amor di Dio, che consiste nell'avere un medesimo volere con lui, la qual virtù non solo si esercita con questa occupazione, ma va del continuo crescendo poiché quegli che si spropria del suo volere e affezione, è più disposto a conoscere le cose divine e a ricevere maggiori illustrazioni dal Cielo, le quali vengono impedite dalle nostre passioni e affezioni; e dall'intendere e conoscere Dio e dall' aver maggiore e più chiaro conosci mento di lui, si accende e si infiamma più l'amor suo; e però le opere che procedono da questo amore, sono più eccellenti e meritorie. Oltre di questo, l'esercizio delle virtù è più facile con questa disposizione: perché attraversandosi molte volte cose ardue e di umiliazione nell'esercitarle, chi non bada ad altro che alla volontà di Dio, non trova inciampo per via.

Finalmente da questo ne caviamo il vivere non in qualsivoglia modo, ma una vita divina che si gode per mezzo di questa intima unione e conformità con Dio. Si consideri di quanto maggior interesse è al corpo 1'unione dell' anima, che 1'essere signore di tutto il mondo; perché senza questa unione non gli servirebbero nulla l'impero e le ricchezze dell'universo: per cui gli uomini stimano più la vita che non tutti i tesori dei re. Se dunque siamo tanto interessati nell'unione e conformità del corpo con l'anima, che farà la congiunzione e l'unione con Dio? E se a un morto non giovano tutte le cose, perché senz'anima, di qual giovamento ci può essere l'anima senza Dio, che è l'anima dell'anima nostra? Perché, siccome non v'ha cosa di giovamento senza la vita, così non vi è vita che giovi, senza Dio.

 

 

CAPO VI.

Che il fare la volontà di Dio è il sommo bene della vita, è il Cielo, è la beatitudine anticipata.

 

Da tutto ciò che si è detto, segue che l'adempire la volontà di Dio è una aggregazione di tutti i beni; e però è il sommo bene di questa vita, una beatitudine anticipata, un paradiso in terra, una gloria in questa valle di lacrime, poiché se consideriamo le condizioni della beatitudine, secondo ciò che dicono i filosofi e gli scolastici, le ritroveremo tutte nella perfetta conformità con la volontà divina.

Alcuni definiscono la beatitudine una raccolta e aggregato di tutti i beni. Questo ritroviamo qui; poiché tutti i beni si vengono a ridurre a quelle tre sorta di beni, che sono l'utile, il dilettevole, l'onesto; i quali beni abbiamo veduto come stanno tutti nell'adempimento della volontà di Dio, non essendovi altra cosa per noi più utile, di maggior contento, di maggior cuore, più ragionevole. Onde tutti i beni, cioè tutte le sorta di beni, stanno accumulati in questa occupazione. Altri dichiarano beatitudine quella, alla quale nulla manca. Il che parimente si adempie nella conformità al volere divino; perché, non essendo la mancanza delle cose cagionata dall'esserne privi, ma dal desiderio che di esse abbiamo, e non essendo chi fa perfettamente la volontà di Dio, né avido di altra cosa, né inclinato a cosa alcuna, non manca di nulla, perché nulla desidera. Altri dicono la beatitudine un bene indeficiente, un'allegrezza eterna, senza imitazione e interruzione. Il che è pure di chi adempie la volontà divina; perché il bene, che questi acquista e l'allegrezza che possiede, non gli può mancare, essendo sempre la medesima causa, che è il gusto di Dio e l'adempimento della sua volontà; la qual causa dura in qualsivoglia successo, così prospero come avverso, e riconoscendo sempre che tutte le cose vengono dalla mano di Dio. E siccome Cristo Signor nostro, fra tanti tormenti che patì, non perdé mai la beatitudine dell'anima, così chi sta conformato alla volontà divina, per molti travagli che l'affliggano, non perde mai il suo gusto e contento; perché mentre ha unito il suo volere con quello di Dio, vedendo che tutte le cose vengono da tanto buon cuore e da tanto potente mano, i medesimi travagli gli si convertono in godimento, perché più desidera e ama la volontà di Dio che la sua. Che però quelle cose che gli potrebbero dar pena, gli cagionano contento e consolazione, non avendo cosa che lo possa inquietare, né che interrompa la sua pace. E siccome il santo abbate Deicola sempre rideva per il gran contento che aveva, e gioiendo diceva: Nessuno mi può togliere Cristo; cosi chi va conformando la sua volontà con Dio, può star contentissimo e dire: Nessuno mi può levare il mio gusto; e quello che é più: Nessuno mi può togliere Dio. E non sarà mai interrotta questa contentezza, perché né termina, né s'interrompe con la morte, ma passa da questa vita all'altra, per durare nei secoli dei secoli.

E se la beatitudine, come altri la definisce, é un adempimento di tutti i desideri, che beatitudine é quella di chi non vuole, non desidera altra cosa, se non quello che Dio vuole? Poiché con ciò vede adempito ogni suo desiderio, e tutto quello, che più vuole e può desiderare, e va sempre adempiendo la sua volontà in una maniera stupenda; perché chi, negando la sua volontà, fa che la sua volontà non sia altra che quella di Dio, viene per questa strada a fare che sempre si vada facendo e adempiendo la sua volontà: e questa è una causa di grandissima allegrezza.

Finalmente l'adempire la volontà divina é un possedere Dio con unione strettissima: perché non v'è cosa con la quale più si uniscono due insieme, che la conformità della volontà, per cui si dice, che sono un cuore e un' anima sola, e che si trasformano l'uno nell'altro. Essendo dunque Dio tutti i beni, quello che sta tanto strettamente unito con Dio e lo possiede per titolo d'amore, con ragione si dice che ha tutti i beni: e se ha tutti i beni é chiaro che nulla gli manca: e se nulla gli manca, non gli deve mancare un bene tanto grande, quanto è la sicurezza: di maniera che non gli si possa nulla togliere, se egli non vuole; godendo di quella beatitudine, che può aversi in questa vita, con il possesso di tutti i beni, senza mancanza di alcuno di essi e senza pericolo che mai finiscano, se non per sua colpa.

 

CAPO VII.

Che non si può far contro e resistere alla volontà di Dio.

 

 

Se non basta tutto questo a persuadere un cuore a lasciare sé stesso e moderare i suoi desideri, consideri che, se non vuol volentieri conformarsi con la volontà divina, non potrà fare contro di essa, né resisterle: poiché, quantunque non voglia, deve portar l'infermità che Dio gli manda, e il travaglio che gli dà, e la necessità con la quale lo visita. Quanto dunque é meglio accettar di buona voglia quello che ci può recar dispiacere, cavar guadagno dalla necessità, e acquistarsi Dio per amico a così buon mercato e senza nessuna spesa, che non il far resistenza a quello, contro cui non potremo resistere? I vasi e tutti gli apparati dell'altare di Dio e del tabernacolo comandò Iddio che fossero involti di ammanti di color celeste, affinché i portatori non avessero curiosità di sapere quello che portavano, ma intendessero che quella era livrea di Dio e che era cosa del culto divino, senza differenza di una cosa all'altra, Per cui se ne andavano quelli tutti contenti e portavano il loro peso senza disturbo. Se dunque noi vogliamo con gusto portare le pesanti cariche di questa vita, che necessariamente dobbiamo portare, non dobbiamo attendere ad altra cosa; né aver curiosità di saper altro, se non che ci vengano dal Cielo e dalla mano di Dio, e che sono di suo servizio e di suo gusto, né dobbiamo aver alcun riguardo alla comodità o gusto nostro.

Consideriamo ancora che sì nell'inferno come nel purgatorio non abbrucierà altra legna che quella che avrà radunato la volontà propria; e ancorché uno si salvi, tutto quello che avrà fatto di propria volontà, tutto deve essere prima abbruciato dal fuoco del purgatorio. Di modo che non è già cosa solamente dovuta, né solamente soave, né solamente utile il non fare la nostra volontà, ma è anche cosa necessaria. E oltre tutte le ragioni e allettamenti efficaci per muoverei a impiegarci di proposito a questo esercizio di adempire la volontà di Dio e di conformarci ad essa, concorre anche la forza e la necessità, che ci obbliga sotto pena di male, poiché non solo militano, in far la volontà di Dio, tutte le sorta di beni che ci invitano, ma nel contrario concorrono unitamente insieme tutte le sorta di mali, cioè le colpe, le pene, gli errori, i timori, i pericoli, il purgatorio, 1'inferno, causa dei quali è la nostra stessa volontà. Sicché nelle cose anche lecite dobbiamo di essa tremare, non sapendo ciò che sia bene per noi.

Possiamo ricordarci di Lot, quanto male gli cagionò il suo gusto e 1'elezione che fece per propria volontà della terra, nella quale doveva abitare, sebbene fosse cosa lecita, e gli fosse domandata da Abramo suo zio. Questi, che era gran santo, non volle eleggere, né cercare nulla per sé, ma giudicando che per la quiete e la pace bisognava che egli e Lot, suo nipote, si separassero, lasciò al nipote la scelta del sito dove voleva vivere, riserbando per sé l'altra parte: ancorché fosse peggiore, umiliandosi così e cedendo le sue ragioni a chi era minore di bisogno, e da chi doveva essere rispettato. Fece Lot la scelta, ma gli sortì tanto male il far la propria volontà che in breve fu preso e fatto schiavo, e forzato a fuggire di là, dove aveva eletto di vivere, e perdendo la sua casa e la sua moglie, vide cose molto lagrimevoli, e gli successero altre grandi disgrazie.

Che potrà rispondere a tutto questo la malizia umana? Dire che non vuol far quello che per mille obblighi e titoli deve a Dio, questo è il peggior termine del mondo. Dire che non vuole l'onore che in ciò si ritrova, è la maggior villania e il più grande disprezzo di Dio. Dire che non vuol gustare la dolcezza e il contento che in ciò si contiene; qual cosa più da disperato e quale stoltezza maggiore? Dire che non vuole il suo vantaggio e la sua utilità, qual maggiore prodigalità e spreco? Voler resistere a Dio e scegliere per meglio il pentirsi poi e patire le pene del purgatorio, piuttosto che voler dar gusto al Creatore, qual maggior ingratitudine e sfacciataggine? Finalmente colui che con tutte le ragioni che abbiamo dette non resterà persuaso, non ha che dire con la lingua, come lo dice con l'opera, che né per bene, né per male, vuol far quello che piace a Dio: sicché non può trovarsi maggior bestemmia.

Questo chiunque consideri (ch'io lo prego per il sangue prezioso di Gesù Cristo), chiunque avrà dato un'occhiata a questi discorsi, e di grazia ponderi bene tutte le ragioni addotte: e se non gli faranno forza, lo prego che torni a rileggerle, e se questo ancora non basterà, faccia alquanto di orazione sopra di loro, servendosene per punti di meditazione, e con l'intimo del cuore domandi a Dio lume e forza di conoscere questa verità e di abbracciarla.

 

CAPO VIII.

Quanto Cristo stimi colui che fa la volontà di Dio.

 

 

Quanto ho detto, voglio anche confermare con l'autorità, affinché sempre più sia dimostrata la sua importanza. Sebbene nella S. Scrittura, in più luoghi, si inculchi grandemente questo esercizio, e Davide dica che la vita stava nella volontà di Dio, e che con la sua volontà Dio diede virtù alla bellezza dell'anima sua, nondimeno chi maggiormente ce l'inculca è il Maestro della vita, Gesù Cristo, dicendo che non era venuto se non per fare la volontà di suo Padre. Tanto sublime è questa occupazione che essa sola merita tanta grande spesa, quanto è il discendere un Figliuolo di Dio dal cielo per adempirla.

In un altro luogo disse che il suo cibo era il fare la volontà di suo Padre, significando il gusto, che è in questo e la sua necessità e importanza, non meno di quello che il mangiare sia necessario per vivere. Ma sopra tutto raccomandò questa occupazione, quando disse: Chiunque farà la volontà di mio Padre, che sta nei cieli, questi sarà mio fratello, sorella e madre (Marc. 3. 35). Prego tutti a considerare queste parole e chi le disse e quello che significano, a tenerle fisse nel Cuore e a non cercare al tra maggior premio del rinnegare sé stessi e far la volontà di Dio, che quello che Cristo con tali parole promise: perché chi le disse fu il Figliuol di Dio, sapienza e verità eterna, che non si poté ingannare, né disse esagerazione, alla quale mancasse un minimo che di verità: e però non si hanno a udire queste parole, come eccesso di esagerazione, ma come dette con ischiettezza e verità, e che veramente il fìgliuol di Dio tiene per fratello, per sorella e per madre chi fa la volontà di suo Padre: cioè che gli porta amore di fratello e di figlio, il quale vincolo di amore è più stretto di quello del sangue e della parentela e di maggior stima per sé stesso, perché finalmente il figliuolo manca di rispetto verso sua madre, e il fratello non sempre soccorre al fratello nel bisogno; ma chi ama é fedelissimo, né può mancare alle necessità di quegli, a cui vuol bene. Si aggiunga a questo che Cristo non disse che avrebbe amore solo, come di fratello a fratello o di figlio a madre, a chiunque facesse la volontà di suo Padre, essendo pur bastante a far stupire tutti i Serafini, tanto gran piacevolezza e tenerezza del nostro Salvatore; ma disse che avrebbe amore come a fratello, come a sorella e come a madre insieme, cioè come a tutti quelli uniti insieme, con affetto non solamente duplicato, ma triplicato. E quanto gran cosa si stimerebbe l'essere fratello carnale di Cristo? E quanta gran cosa si stima la Madre, che lo diede alla luce?

Con chi dunque fa la volontà di Dio, ha queste parentele insieme unite, e l'ama non solo come fratello, o sorella, o madre, ma come se fossero tutte queste cose insieme. Veramente, ancorché fosse questa un'esagerazione e in realtà non fosse così, ma fosse stato ciò detto solo per complimento, questo é un gran favore, che si fa a quelli che adempiscono la volontà divina; e solo per questo ci obbliga Cristo a far quel che tanto desidera, come ci esprimono queste parole tanto tenere e amorose. E massime se si considera, che non solo disse Cristo che amerebbe come inferiore o eguale quegli che facesse la volontà di suo Padre, ma che l'amerebbe come figliuolo la madre, che é amore, in quanto figliuolo, di inferiore a superiore e per il quale si deve obbedienza: per darci a intendere che egli stima tanto quello che fa la volontà di suo Padre, che in contraccambio egli adempirà la sua e in quella maniera gli obbedirà, come fanno i figliuoli alle madri. Qual maggior finezza di amore può ritrovarsi, che darsi per obbligato il Figliuol di Dio ad adempire la volontà di quello che adempie la volontà divina, come se obbedisse alla sua propria madre? Per vero, il solo dir ciò è favore grande.

Si aggiunge a questo che tali parole disse quel Figliuolo che nel mondo ha amato più di tutti la sua Madre, più di tutti l'ha onorata e favorita: eppure con tutto ciò dice che stima come madre quegli che adempisce la volontà di suo Padre. Ma l'occasione, nella quale ciò disse, ci discopre maggiormente questo favore: poiché fu quando la sua medesima Madre lo cercava per parlargli; ed egli rispose che suo fratello, sua sorella e sua madre erano i suoi discepoli, in quanto facevano la volontà divina: il che dopo dichiarò, aggiungendo la sentenza, che andiamo ponderando. Nel che dimostrò che non solo stimava come sua propria madre quello che faceva la volontà di suo Padre, solo per questo titolo, ma che lo preferiva nell'amore. E certo è che sebbene non è, né ci sarà al mondo persona che, dopo Dio, sia amata più da Cristo che sua Madre, nondimeno egli le porta questo amore, non tanto perché nacque dalle sue viscere, quanto perché ella adempì perfettissimamente la volontà di Dio: nel che avanzò incomparabilmente sopra tutte le creature insieme unite. Ma se ve ne fosse alcuna, che avesse meglio adempita la volontà divina, quella creatura sarebbe amata da Gesù Cristo più che non la sua medesima Madre. E però la maggior eccellenza della Vergine è più per questo, che per aver preso carne da lei il Figliuol di Dio; il che dichiarò il medesimo Signore in un'altra occasione, quando, avendogli una buona donna detto ad alta voce: Beato il seno che ti ha portato, il Signore, come correggendola, disse: Piuttosto beati quelli che odono la parola di Dio e la custodiscono (Luc. II. 27 e 28), cioè l'adempiscono, facendo la Sua volontà. Non volle Iddio levare in questo alcuna gloria alla sua Madre santissima, ma solo dimostrare che la maggior grandezza di lei fu l'adempimento della volontà divina (nel che si avanzò ella sopra tutti i Serafini e Beati uniti insieme), e che più stimava che una persona adempisse la volontà di Dio, che s'ei fosse nato dalle viscere di quella medesima persona.

Mi si dica ora con quale forza maggiore avrebbe potuto Gesù Cristo raccomandarci questo esercizio, quanto con parole così tenere e misteriose, nelle quali sopra tutto preferisce al diritto del sangue, che ha la sua medesima Madre, quegli che fa la volontà divina: e lo dichiara per più felice e beato, che se avesse da lui ricevuto tanto gran beneficio, quanto ne ricevono i figliuoli dai genitori, che è un debito incomparabile, e per il quale il medesimo Signore sarebbe stato gratissimo verso sua Madre, ancorché ella non fosse stata tanto santa, quanto è sopra ogni altra santità creata. In quale altra maniera si poteva più esagerare questo che con dire che Cristo non si teneva per meno obbligato a colui che fa la volontà di Dio di quello che sono obbligati i figliuoli ai genitori, il cui debito si chiama infinito per non potersi pagare? O immensa umiltà di tanto gran Maestà, che si dichiara così obbligata per adempire quello che noi dobbiamo, e che stima come beneficio infinito quel debito, al quale noi siamo infinitamente tenuti per mille titoli? Chi non resta obbligato a questa bontà e generosità di Gesù?

Non so se ci deve cagionare maggior ammirazione che Cristo rispettasse, quando era in terra, come fratello e madre quello che faceva la volontà di suo Padre, adempiendo fedelmente la sua volontà, o che lo rimiri, ora nel cielo, come signore; perché non sono meno tenere e significanti quelle parole che disse per S. Luca, parlando di quei servi, che vegliavano per dare a lui gusto e servirlo in tutto adempiendo senza trascuraggine né intermissione alcuna la sua santissima volontà. Beati, dice, quei servi, i quali il Signore troverà vigilanti, quando verrà: vi dico in verità, che il medesimo Signore si cingerà e metterà in ordine per servir li, e facendoli sedere a mensa, anderà portando loro in tavola (Luc. 12. 37). Dichiara come li premierà. nella gloria, per essergli stati servi fedeli in questa vita con 1'adempire la sua volontà.

E io non so con quali altre ragioni poteva maggiormente significare l'aggradimento e la stima che fa di quelli, che in questa maniera 1'adempiono: poiché, per significar ciò, dice che il medesimo Dio li servirà e farà con loro ufficio come di famiglio: e qui non parla della sua umanità, ma della sua divina natura, come ben dice S. Tommaso: «L'onnipotente Iddio di tal maniera si soggetta (a nostro modo d'intendere) a ciascheduno degli angeli e anime sante, come se fosse schiavo comprato da ciascuno di loro, e ciascuno di loro fosse il suo dio: e per dare a intendere questo, andrà servendo a tutti, avendo detto nel salmo LXXXI, v. 6: Io dissi che siete dèi: perché quel Dio sommamente perfetto adempirà in sé quello che qui insegnò dicendo: quanto più sei grande, tanto più umiliati in tutte le cose. E sebbene è superiore a tutti in dignità e maestà, nondimeno si soggetta a tutti con umiltà». Tutte queste sono parole di questo gran Dottore, nelle quali dichiara il molto che volle dire il Figliuol di Dio in quelle parole. E veramente 1'esprime in quello che dice, che Cristo arriva a stimare i suoi servi fedeli, che solamente attendono alla sua divina volontà, non solo come suoi signori, ma come dèi. Il medesimo Signore, in un altro luogo del suo Vangelo, ci dà occasione di maggiormente apprendere questa sua tanto gran compiacenza e carità, quando disse per S. Giovanni: «Se alcuno mi ama, osserverà la mia parola», adempiendo cioè in tutto la volontà divina; «e mio Padre l'amerà, e verremo a lui e porremo in lui la nostra stanza». Il che disse Gesù in quel medesimo sermone, che finiva col dire, che nella casa di suo Padre vi erano molte abitazioni per premio dei beati nella gloria. E il dire subito che la stanza di suo Padre e sua era quegli che osservava la sua parola e faceva la sua volontà, pare lo stesso che se si fosse degnato di dire per eccesso di amore, che quegli era come suo premio e sua beatitudine: e che ciò che era il cielo per i beati, era con qualche somiglianza per Dio chi adempiva la volontà divina.

E sebbene questo è un parlar metaforico, nondimeno molto vivamente ci significa la stima e la compiacenza grande, che Dio ha di chi fa la sua volontà: poiché non si poté meglio significarlo. E certo è, che quel concetto, che noi possiamo formare di parole tanto tenere e esagerate, non può giungere a quello che la cosa è in sé stessa: perché, sebbene pare che Cristo abbia usato esagerazioni, sono state però in cose tali, che sempre resterà minore il nostro concetto e non giungerà alla vera stima di quello che é. Né vi ha dubbio veruno, che Dio sta nel cuore di chi fa la sua volontà, con maggior gusto, che nel più maestoso trono, che il pensiero umano possa immaginare, ancorché eccedesse mille volte la grandezza e la maestà del Cielo empireo.

 

 

 

CAPO IX.

Come per buona regola di prudenza, ancorché Dio non avesse di noi provvidenza sopranaturale, dobbiamo adempire la sua volontà.

 

 

Sin qui abbiamo inculcato questo sovrano esercizio con ragioni di spirito e sopranaturali, e con considerazioni per la maggior parte sante: adesso voglio che calchiamo più la mano con ragioni naturali, dichiarando manifestamente (di modo che non abbia che rispondere la nostra ingratitudine e mala corrispondenza verso Dio) come per legge, se non fosse altro, di prudenza, dobbiamo star disposti a quello che vuole e gusta Dio. Ed è chiaro che da quello che si è detto, si raccoglie essere ciò una sapienza divina ed essere fondato nella cristiana prudenza: e il contrario essere una sciocchezza e pazzia intollerabile.

Poiché quale maggior pazzia che in un colpo gittare a terra tante ragioni, distruggere tanti beni propri e togliere a sé stesso la vita? Lasciando di soddisfare alle infinite obbligazioni che una creatura tiene al suo Creatore, lasciando di far quello che gli è di tanto onore, lasciando di gustare un favo di miele tanto dolce, lasciando di goder tante utilità: lasciando di portar volontieri quello, che per forza deve sopportare, lasciando di dar gusto a Gesù suo redentore: lasciando di seguitare le sue pedate tanto piene di sicurezza: lasciando di andar dietro a tanti Santi che tutti hanno tenuto questa strada. È chiaro che questa è un'imprudenza, una follia, una dannazione.

Non parlo ora della prudenza che obbliga per queste ragioni e motivi maggiori; ma lasciando da parte tutto questo e dato un caso impossibile, che noi non avessimo obbligo alcuno a Dio, né gli dovessimo dar gusto, né egli dal far noi la sua volontà ricevesse gusto alcuno, né avessimo che temere nell'altra vita, con tutto ciò. per legge di prudenza naturale e di umana saggezza, dobbiamo fare quello che gusta a Dio e star del tutto conformati a quello che egli faccia, se non fosse altro, per vivere e passar contento questa vita temporale. A persuader questo, che in quanto a me è cosa chiara, si deve supporre che molti mali sono causa e occasioni di grandi beni, e per il contrario molti beni di questa vita sono occasione di mali molto maggiori. Di modo che accade bene spesso che quello di che uno si rallegra sia la sua rovina, e quello di che uno si lamenta sia il suo totale aiuto.

A quanti la roba che acquistarono, o il tesoro che ritrovarono, è stato occasione che loro fosse tolta la vita! A quanti l'infermità, nella quale caddero, giovò per liberarsi dalle occasioni nelle quali si sarebbero perduti se fossero stati sani! Di modo che non sa uno se l'infermità, nella quale incorre, o la povertà che patisce. gli è male pernicioso; né se la salute che ha, o le ricchezze che gode, gli tornino in bene; non sa se quelle gli servono per gran beni, né se queste gli servano per grandi mali.

Supposto questo, in qual giudizio e in qual legge di prudenza si trova che uno si alteri di alcune cose più che di altre? Che rifiuti quelle e che desideri queste? Che pianga quelle e che si rallegri di queste, se non sa che dietro a quelle ne seguiranno beni, e dietro a queste ne verranno mali? Non sappiamo quello che sta dentro delle cose, e che è in esse nascosto; e però dobbiamo rimaner indifferenti per quello che verrà e conformati a quello che succederà, senza timore, né desiderio delle cose di questa vita; e questa è ragione e prudenza naturale. Il che io dichiaro con questi esempi: se uno entrasse in una camera dove fossero varie casse, alcune piene di oro, altre di piombo, altre di fango, ma in tal maniera che dal di fuori non si potessero distinguere, e gli fosse dato di scegliere quella che egli volesse, certo che starebbe indifferente nello scegliere, perché non avrebbe ragione, né differenza più di una che dell'altra, né potrebbe egli sapere quello che stesse rinchiuso in quella che scegliesse. Di modo che più si contenterebbe se quegli, che pose quivi le casse, gliene determinasse una, che se egli la scegliesse di sua mano, perché alla fine se gli riuscisse male, non darebbe a sé la colpa, e potrebbe dall' altro canto presumere che quell'altro, se gli volesse bene e sapesse meglio il tutto, non lo ingannerebbe.

Nella medesima maniera, perché noi non sappiamo quello che portano seco le cose di questa vita, dobbiamo stare indifferenti e conformati a pigliare tra esse più volontieri quelle che ci verranno e saranno inviate da Dio. Parimenti se uno si ponesse a sedere a una mensa di varie vivande, la metà delle quali fossero avvelenate, benché saporite, e l'altra metà fossero molto salutevoli, ma in modo che non si potessero distinguere, qual prudenza avrebbe egli se cacciasse la mano nel piatto che gli paresse più buono? Non sarebbe questa una temerità e un'imprudenza grande? Piuttosto dovrebbe mangiare di quel piatto che la persona che ha fatto l'apparecchio, essendo di buona volontà, gli porgesse.

Come dunque può essere prudenza l'aver uno più gusto delle ricchezze che della povertà, della sanità più dell'infermità, se non sa che in queste o in quelle sta la morte o la vita? Non sarà meglio pigliar quello che ci verrà dalle mani di Dio, che sa quello che si ritrova in ciascuna cosa, e ha tanto buon animo verso le sue creature? Questo pare a me che sia tanto chiaro da conoscersi col solo lume naturale. E però questa ragione fece tanta forza a molti gentili, che per essa persuadevano la tranquillità d'animo e la conformità colla quale doveva uno stare in tutti i successi, ancorché non ci fosse eternità, né in questo si desse gusto a Dio.

Un'altra ragione naturale e anche più prudente e nobile della passata, convinse altri intorno a questa medesima massima: e questa é che nessuno deve affannarsi per quello che non gli tocca, né sta in suo potere e libertà, poiché nessuno deve rendere conto se Don di sé e del buon uso del suo libero arbitrio. Il succeder le cose in questa o in quell'altra maniera, che uno sia ingiuriato od onorato di molte forze o poche, che gli succeda questa disgrazia o quella ventura, non sta nelle nostre mani, né dipende dalla nostra libertà, e però non appartengono a noi questi successi. Per cui non deve uno rattristarsi, né rallegrarsi di essi più che se fossero cose straniere. Ma di quello che sta in sua mano, di questo sì che deve 1'uomo pigliarsi pensiero, e solamente queste sono le opere buone o cattive, perché questo solo é quello che ad uno tocca, l'operar bene o male: questo é proprio dell'uomo, a cui deve dispiacere di operar male e premere di operar bene. Del resto non si deve pigliar alcuna sollecitudine: ma deve stare indifferente e conformato a quello che avverrà.

Aggiungevano altri un'altra ragione molto prudente: che di due mali si deve scegliere il minore, e che maggior male era l'andar angustiandosi con timori, desiderii, sollecitudini, che non il patire i medesimi mali che si temono. Onde giudicavano essere più prudenza e casa più giusta lo stare ugualmente ben conformati a quello che succederà, che andar sempre carichi di paure e di sollecitudini. Dicevano di più che tutte queste sollecitudini erano vane; poiché dalla nostra tristezza e sentimento non riceve rimedio 1'infermità che ci assale, né la povertà che ci avviene, né la disgrazia che ci succede; e però, per tutte queste ragioni naturali, dobbiamo star tutti molto quieti e conformati con tutto quello che Dio ci manda. Tutta questa natural prudenza é per le cose, che non stanno in nostra mano, ma che noi dobbiamo necessariamente soffrire. Perché, per quelle che stanno in nostra mano, ci sono altre ragioni naturali, per le quali, secondo la prudenza morale e anche per la comodità della vita, dobbiamo eleggere quelle, nelle quali più ci conformiamo con la volontà divina, non in qualsivoglia modo, ma con le difficoltà della dottrina evangelica, la quale, per essere dottrina divina, non lascia di essere molto conforme alla ragione e alla prudenza naturale. Quale é la volontà di Dio in quello che egli vuole che noi facciamo? È chiaro che é la imitazione di Gesù Cristo, il seguir la sua povertà, la sua nudità, il disprezzo del mondo, l'astinenza dai piaceri dunque queste cose sono tali e tanto fondate nella ragione, che solo per legge di prudenza si devono adempire, ancorché non vi fosse altra vita che questa.

E però i medesimi filosofi, i quali negavano essere l'anima immortale, come gli stoici, e altri che negavano aver Dio provvidenza degli uomini, con la forza della ragione che loro dettava il lume della sola natura, insegnavano, e alcuni l'esercitavano, che per passar uno questa vita contento, doveva essere povero, disprezzare i diletti, fuggire il mondo. E la loro ragione era molto buona e prudente, perché dicevano: Chi non fa così, sta ripieno di paure, timori, ansie, sollecitudini, con gli affetti disordinati ed esposto ad altri mali molto maggiori, che seco in gran copia possono portare i beni del mondo. Le ricchezze sono ripiene di pericoli, timori e sollecitudini nell' acquistarle, nel distribuirle, nel conservarle; i diletti e gusti cagionano infermità e arrivano a privar del giudizio e dell'intero uso della ragione, e portano seco non minori pericoli gli onori del mondo, causa di grandi inquietudini, sollecitudini, invidie ed odii. Di modo che per ogni legge di prudenza uno deve fuggire tutto questo. Il che è conformarsi con la dottrina del nostro Salvatore e con la volontà di Dio. Aggiungevano che queste erano le regole di vivere: non voler niente del mondo, contentarsi del poco, cedere agli altri. E per legge di prudenza si dovrebbe far così, anche per vivere temporalmente con la propria quiete e in pace con gli altri e per essere ben voluto da tutti. In ordine a questo giudicavano che era prudenza il dare a sé stesso disgusto in molte cose e reprimere gli affetti disordinati, il che in sostanza non è altro che un continuo esercizio di mortificazione. È cosa meravigliosa quello che per questo operò Epicuro. Stava egli lottando e affaticandosi con ogni sforzo per vincere i suoi affetti, e in una infermità che ebbe di acutissimi dolori, si stava facendo una gran violenza per conformarsi con quel travaglio: il che, mancandogli l'unzione dello Spirito Santo, riusciva molto difficile e di poco frutto. Ma alfine, perché era convinto che per legge di prudenza e d'ogni buona ragione si doveva far così, per acquistar la pace del cuore, la quale giudicò sommo diletto e unica felicita dell'uomo, si faceva in ciò violenza. Dunque noi altri illuminati dalla fede, aiutati dalla grazia, obbligati con la morte di Gesù, invitati con eterni premi, animati con tanti esempi, che dobbiamo fare? Facciamo almeno per prudenza quello che dobbiamo per infinite obbligazioni. Facciamo almeno per cortesia (voglio parlar così) quello che si deve per ogni ragione. Vergogniamoci perché, obbligati per la passione di Gesù, non arriviamo a quello che i gentili fecero per sola prudenza.

Da tutto ciò dobbiamo cavare una regola di vivere meravigliosa e di natural prudenza, per la quale si deve sapere che rispetto a ciascuno ci sono due sorta di vicende. Alcune che stanno in mano altrui, altre che stanno in mano propria. Quelle sono la prosperità, la buona opinione nel mondo, la salute, l'infermità, la lunga vita, le guerre, i contagi e altre cose di tal natura. Quelle che stanno in propria mano, sono le opere di ciascuno. Dunque la regola è che solo di queste cose che sono in propria mano, cioè delle sue opere, deve uno essere sollecito a desiderare e procurare che siano buone. Ma delle cose che non sono in propria mano, non deve l'uomo pigliar sollecitudine, non desiderarle, non temerle, non rattristarsene, non rallegrarsene, ma star con l'animo ugualmente disposto a tutto e conformato con quello che succederà: l'uno perché non può con la sua tristezza impedirle, anzi è per affliggersene maggiormente, senza profitto; l'altro perché non lo toccano, perché non stanno in sua mano; e finalmente perché non sa quello che portano seco, né se siano per recargli tristezza, come perniciose, o allegrezza, come fruttuose.

 

 

 

CAPO X.

Degli ammirabili e giusti giudizi di Dio, per i quali conviene conformarsi alla sua Santissima volontà.

 

 

Questo è negozio di grande importanza, e però voglio inculcar anche più questa conformità con la volontà divina, riducendo a memoria alcuni giusti giudizi di Dio e rare provvidenze, con le quali molti si san salvati e condotti a felicissimo stato, mentre meno lo pensavano. Di modo che quello di che piangevano gli uomini, quello che giudicavano essere peggiore per loro, era quello che per loro era migliore e quello che, se avessero avuto cervello, dovevano maggiormente desiderare. Per il contrario succede ogni giorno, che alcuno procuri di sua propria volontà qualche cosa, che si dà ad intendere sia per lui, ed è invece per rovinarlo, essendo a lui causa di offendere Dio, poiché la sanità, l'onore, la roba, la vita, che più si ama, è stata per alcuni un gran male e una grande disgrazia. Per il contrario è stato per loro gran bene l'infermità, il discredito, la povertà e la medesima morte.

Questo è cosa tanto certa, che, come ho detto, i Gentili stessi la conobbero. Di Pompeo dissero che non mancò, per essere il più fortunato e famoso nel mondo, se non morire dieci anni prima: dimodochè la lunga vita, che egli stimava per grande bene, fu la sua maggior disgrazia e l'occasione di tutte le sue miserie. Per il contrario altri dissero che la maggior ventura di Alessandro Magno fu morire tanto presto; perché se fosse vissuto di più, avrebbe perduta la sua nominanza di grande, preparandosi già contro di lui l'Occidente: dimodochè anche per i beni temporali sogliono essere meglio per noi molte perdite dei medesimi. Insomma quello che Dio ordina, è il più sicuro. Ma veniamo ad altri esempi più chiari. Quel principe di Siria, Naamano, quanto mal volentieri sopportava quell'infermità che Dio gli diede pel bene dell'anima sua e per maggior sanità del suo corpo? Con quanta impazienza? Come si ritrovò per lo sdegno, che si prese della risposta salutevole ricevuta da Eliseo? Soffriva forte di vedersi coperto di lebbra; ma se avesse saputo il bene, che gli doveva portare, non aveva egli, né il re di Siria ricchezza da pagarne la mercede; perché quindi gli venne la salute dell' anima sua, con la cognizione del vero Dio, e una sanità del corpo tanto compita, che venne a rinnovarsi tutto; di maniera che quell'infermità era quello che gli stava meglio e quello che aveva a desiderare per l'anima e per il corpo. Quell'altro paralitico del vangelo stava afflittissimo per il suo male, eppure questo fu una grazia incomparabile, che Dio gli fece; perché per esso ottenne la salute dell'anima e del corpo più compita che mai. O fortunata infermità, poiché per mezzo di essa venne ad acquistare tanto gran ventura di meritare d'udire dalla bocca stessa del Salvatore che gli erano perdonati i peccati: per vero, neppur con duemila anni di infermità, sarebbe stato ricompensato quel bene. E quello fu per salute non solo dell' anima, ma anche del corpo; la quale ricevé dal medesimo Salvatore con tale gagliardia di forze, che se n'andava carico del suo letto, come se nulla portasse. Di più la perdita della roba, che è tanto sentita dagli uomini, a quanti é stata occasione di grandi beni! Dall'esser povera venne a Ruth non solo l'essere più ricca che l'altre del suo stato, ma l'essere della progenie del Messia. E quanto gran ventura fu per gli Apostoli l'esser poveri! perché, se fossero stati molto potenti, non sarebbero stati eletti da Cristo per quella dignità.

Che dirò di Manasse re, il quale perdé non ricchezze di qualsivoglia sorte, ma un regno intero, e non solo il regno, ma quello che più stimano gli uomini, che è la libertà, essendo lui fatto prigione e schiavo de' suoi capitali nemici. Sentiva e piangeva questa calamità; ma essa era quello che solamente era bene per lui e per il quale avrebbe dovuto dar tutti i regni del mondo, perché da ciò dipese la sua salvezza, e quegli che fu un orrendo mostro di peccati, malvagio e maledetto re, quindi riconobbe sé stesso e si mutò in un altro uomo. La perdita dell'onore e della riputazione, la quale è eccessivamente sentita dagli uomini, è ad essi molte volte occasione della loro salute e di altro gran bene e anche del medesimo onore.

Il disonore che ebbe Giuseppe, quando fu preso prigione per giovane lascivo e traditore del suo padrone, pare che era da sentirsi grandemente: ma non v'era cosa che fosse meglio per lui, anche per salire a grandi onori, come con quella occasione giunse ad essere riverito da tutto l'Egitto e ad ottenere molti altri beni, che gliene risultarono. La mancanza adunque della sanità, che tanto dispiace, la perdita della roba, che tanto si piange, la perdita della libertà, che tanto si sente, il discredito dell'onore, che tocca tanto sul vivo, tutto è ordinato da Dio per maggior bene, cioè per maggior sanità, per maggiori ricchezze, per maggior felicità, per maggior onore, e sopratutto per la salvezza dell'anima.

Per il contrario da quello di cui più si rallegrano gli uomini, suole derivare la loro perdizione e infelicità. Tutto glorioso stava Aman per il favore del re e per le ricchezze che possedeva, per l'onore che tutti gli facevano; ma se l'avesse saputo ben conoscere, non vi era cosa, della quale più dovesse piangere e temere che di quelle, perché di là gli venne la perdita di tutto, roba, onore, comando e vita, che finì su di una forca. Chi qui non si meraviglia dei giudizi di Dio? E chi non teme e si riempie di orrore per quello di che si rallegra la sua propria volontà? Ma che dirò di Salomone? La grande gloria e ricchezza, dove giunse, a qual male non l'indussero? La sanità del re Antioco, quando la godeva, che male non gli fece fare? Quanto gli sarebbe stato meglio il non levarsi mai più dal letto in tutta la sua vita?

Ora se é così, come chiaramente é, che i beni di questa vita e quello che più desiderano gli uomini, e di che maggiormente si rallegrano, suol essere quello che é peggio per loro, anche riguardo ai beni medesimi, e per il contrario i mali temporali, che tanto sogliono essere sentiti e deplorati, possono essere quello che é meglio per noi, anche a ottenere beni temporali, che dobbiamo cavare se non una grande indifferenza della nostra volontà, per non volere né questo né quello, per non ricusare più una cosa che un'altra, in quanto tocca a noi; ma lasciar fare a Dio, il quale fa quello che è meglio, quello che vorrà di noi? Dimodochè né desideriamo i beni di questa vita, né ricusiamo i suoi mali; poiché questi si convertono in beni maggiori, e i beni sogliono convertirsi in mali grandi. E che seguirà da questa indifferenza, se non l'avere almeno questo perpetuo bene, di godere gran pace di cuore e grande quiete d'animo; di essere liberi da dispiaceri e malinconie, e sopratutto di meritare assai, con lo stare in questa maniera conformati alla divina volontà? Le cose per sé stesse sono sì uguali per il male e per il bene, che noi non possiamo conoscere quali ci stiano bene e quali male. Dunque in questa confusione, qual rimedio migliore può esservi che fidarsi di chi le conosce bene e ci ama come nostro Dio, padre, sposo, fratello, Redentore?

Noi dobbiamo camminare nelle cose di questo mondo come un cieco, che sta in mezzo di molti precipizi, e teme di cadervi in qualunque parte si volti: questi avrebbe per gran ventura che uno di buona vista lo conducesse per mano. Noi siamo ciechi, e le vie sono piene di pericoli: se Dio ci determina la strada che per noi è sicura, perché non l'abbiamo ad aver caro, carissimo? Perché non gli renderemo grazie? Perché ci volgeremo ad altra parte?

 

 

CAPO XI.

Come è pericoloso il tralasciar di adempire la volontà divina, anche in cose piccole.

 

 

Non solo dobbiamo considerare e temere i giusti giudizi di Dio, per conformarci con tutto quello che Dio farà, ma anche per adempire ed eseguire in tutte le nostre opere la sua santissima volontà, benché sia minima la nostra azione; sicché non ci pigliamo ardire di muoverci, neppure un tantino, se non è per dar gusto a lui in tutto. Per il che si deve grandemente avvertire che l'infinita sapienza di Dio ha disposto grandi beni, così temporali come eterni, dipendenti tutti dall'adempire noi la Sua volontà in cose piccole. Il che è un meraviglioso e secreto giudizio della divina provvidenza. Alle volte non castiga Dio in questa vita molti che commisero peccati gravi, e castiga altri santi, e alle volte, severissimamente, anche i medesimi peccatori, di qualche leggera trascuraggine che hanno commessa. Altre volte lasciando di premiare in questa vita opere grandi di virtù, suole per un piccolo servizio fare segnalatissime grazie e rimunerarle con maggiori dimostrazioni e con altre opere maggiori. Di modo che ci sono alcune azioni virtuose, nella esecuzione delle quali od omissione, ancorché sia molto leggera, per giusti e altissimi giudizi, fa Dio dimostrazioni notabili, concedendo grazie grandi, se si adempie in esse la sua volontà, o mandando castighi grandi se si ci passa sopra. Non conoscendo dunque quali siano queste opere, dobbiamo stare molto attenti e solleciti a non mancare in cosa alcuna, per minima che sia, all'intero adempimento del suo santissimo gusto, perché non sappiamo se quello che ci pare meno importante, sia quello per il quale abbiamo ad essere più castigati.

Chi avrebbe detto che per tanto gravi peccati di Davide, per tanto gravi ingiustizie, quanto l'adulterio di Bersabea e l'omicidio di Uria, la divina giustizia si avesse di presente a contentare con la morte di una creatura? E che il numerare il popolo, nel che Davide non fece ingiustizia ad alcuno, anzi pareva buon governo, fosse castigato da Dio con la morte di settantamila uomini? Al sacerdote Aronne, per peccato sì enorme, come il lasciar che il popolo adorasse il vitello d'oro, non toccò Dio un capello della testa. E invece perché egli e il suo santo fratello, nel percuotere una pietra perché scaturisse acqua, non si diportarono del tutto come Dio voleva, che fu colpa solamente veniale, li castigò molto rigorosamente, negando loro la cosa che più desideravano in questa vita, che fu l'entrata nella Terra promessa, e non contentandosi di questo solamente, levò loro la medesima vita.

Per certo l'infinita bontà del nostro Dio ha ordinato tutto questo con divina sapienza, perché non solo adempissimo la sua volontà nel più, ma anche nel meno, non solo nel molto, ma anche nel poco, e però ha castigato molto fortemente il mancare, in cose piccole, al suo gusto. Veramente fu altissimo giudizio di Dio la morte infelice del santo re Giosia, per la poca considerazione con la quale non volle credere a quello che da parte di Dio gli significò un re barbaro. E chi non stupisce di Oza, che per toccar l'Arca del Testamento, quando stava per cadere, Iddio l'avesse a castigare con tanto subitaneo e terribile castigo, quanto il restar morto all'improvviso, percosso dalla mano di Dio? Si racconta nella Sacra Scrittura di altri due, i quali, perché mancarono leggermente a quello che Dio ordinò loro, furono infelicissimamente uccisi dai leoni, Grande castigo fu quello della moglie di Lot, che non per altro che per essersi voltata indietro (il che le era stato proibito), fu convertita in statua di sale. Aggiungo di più: la caduta di S. Pietro nel negare il Salvatore, fu pena di un poco di presunzione. La caduta di Davide fu un poco di amar proprio e una immodestia d'occhio. Quella di Salomone ancora fu per qualche vanagloria. E la eterna perdizione di Saul, non v' ha dubbio che fu cagionata da poca cosa, donde si ridusse a non far la volontà divina in cosa grave: dal che venne la sua riprovazione, la morte infelice, la tragica fine della sua famiglia e la sua eterna condanna.

Per il contrario Iddio ha rimunerato opere di piccole virtù con abbondantissime grazie: Abigaille, per alcune buone parole e per la liberalità che usò con Davide, fu innalzata da Dio ad essere moglie di un re. Rebecca, perché fu cortese col servo di Abramo, meritò di accasarsi con Isacco; e fu della progenie del Messia. Per una limosina che fece S. Gregorio, Iddio lo fece pontefice della sua Chiesa, e gli concesse grandi doni spirituali. Di modo che l'opera buona che uno meno pensa, può essere causa di grandissimi beni e della propria salvezza e santità, e il mancamento e la trascuratezza di cui fa meno conto, può essere principio di grandi mali e della morte temporale ed eterna.

Che cosa dunque dobbiamo imparare da ciò, se non che dobbiamo vigilare in tutte le nostre opere e azioni per non mancare in cosa alcuna all'adempimento del gusto divino? Quanto avrebbe perso Abigaille se avesse lasciato di essere cortese, con Davide? E da quanto gran male si sarebbero liberati Salomone e Saul, se in tutto avessero adempito il divino beneplacito? Dovremmo tremare di lasciar un' opera di virtù e di mancare un poco al gusto di Dio, perché non sappiamo quanto ciò sia per costarci, né conosciamo che può importarci molto quello che ci par poco.

Vorrei che ponderassimo questo, come io giudico essere necessario, e che ci facesse quella forza che ha questa ragione, perché corre rischi grandi chi va mancando all'adempimento della volontà divina; e ancorché l'adempisca in alcune cose, se non l'adempie con lealtà, se ne lascia alcune, benché piccole, può correre gran pericolo d'incontrare il principio della sua perdizione, o di lasciar l'occasione della sua ventura e perfezione. Sono grandi e altissimi i giudizi di Dio, ed è dovere che li teniamo sempre davanti agli occhi e ce ne ricordiamo spesso quando ci si offre alcuna opera di virtù, ancorché ci paia di poca importanza. Che so io quello che me ne va in questo? perché ci può andare la mia perdizione o la mia salvezza: ne possono seguire grandi mali o beni; i giudizi di Dio sono secreti: non voglio per poca cosa pormi a rischio di cose tanto grandi.

Se ad uno fosse posta davanti una quantità di bicchieri pieni, alcuni grandi ed altri piccoli, e gli fosse detto che in uno di essi è il veleno, avrebbe per avventura ardire di berne alcuno, per piccolo che fosse? No, per certo, ancorché gli fosse promesso di farlo re. Possiamo dunque far questo conto per non mancare in nulla all'adempimento della volontà di Dio; perché non sappiamo se in alcuna di queste omissioni e negligenze sta nascosto il veleno della nostra perdizione.

Per il contrario se uno fosse messo in un luogo, dove fossero molte casse, alcune grandi, altre mezzane, altre piccole, e fosse avvertito che in una di esse v'ha una perla di inestimabile valore, che sarà sua, se saprà trovarla, lascerebbe egli forse di cercare in tutte le casse? Non sarebbe grande sciocchezza se ne lasciasse alcuna, ancorché piccola? Non dovrebbe egli fare questo conto: che so io se sta qui la perla? E pertanto poca diligenza non voglio già perderla. Il medesimo conto dobbiamo far noi circa l'opere di virtù e di gusto di Dio. Non voglio lasciarne nemmeno una: io non so se sta qui la sicurezza della mia salute; per piccola che sia, non deve restar indietro, anzi per essere piccola, la devo lasciar meno. Forse di qui dipende l'essere santo; forse questo m'importa per acquistar grazie grandi da Dio. Dimodoché così nel molto, come nel poco, ci obbligano i giusti giudizi di Dio a fare in tutto la sua santissima volontà e a non tralasciarla mai.

 

 

 

 

CAPO XII.

Si prova con esempi l'importanza di far la volontà di Dio.

 

 

Basterebbe ciò che fu detto per persuadere questa divina occupazione di fare la volontà di Dio e non la nostra: ma per molti non serve tanto la ragione né l'autorità delle parole, quanto l'esempio delle opere: perciò non voglio lasciare di proporne alcuni, che noi possiamo imitare. Chi ci diede maggior esempio in questo, fu il nostro Maestro e Redentore Gesù, che solo avrebbe potuto senza pericolo fare la sua volontà, per averla egli libera da sinistri affetti e passioni e impossibilità di peccare, e che non poteva errare in quello che eleggesse: tuttavia non volle allontanarsi punto dalla volontà dell'eterno Padre. Egli stesso confessò che non venne al mondo a fare altra cosa, e che il suo cibo e la sua bevanda erano questo. E nel periodo doloroso della sua passione, quantunque avesse potuto fare la Redenzione con meno costo, e la natura si spaventasse di tormenti sì inauditi che l'aspettavano, non volle chiedere assolutamente a suo Padre che da essi lo liberasse, ma volle mettersi nelle sue mani, chiedendo che si facesse la sua volontà, non domandando quello che il suo naturale difetto voleva, ma quello ch'era di gusto a suo Padre. E perciò la sua morte fu per adempire la volontà divina e per non allontanarsi punto da essa, sebbene per redimere il mondo non era necessario che morisse. E le ultime parole dette sulla croce, con le quali spirò, furono raccomandarsi nelle mani di suo Padre, per insegnare a noi a rimetterei nelle mani di Dio e non volere altra cosa, se non quello che egli vuole, ancorché solamente per questo perdessimo la vita e patissimo tutti i tormenti del mondo: poiché egli, senza altra ragione, né altra necessità che di fare la volontà di Dio, avrebbe patito molto più.

Questa legge e amore della volontà di suo Padre fu profetizzata singolarmente da Davide, quando disse nella sua persona: Nel principio del libro fu scritto di me, che facessi la tua volontà: Dio mio, così ho voluto, e tengo la tua legge nel mezzo del mio cuore (Salmo 39. 8-9). Degli altri giusti disse Davide che tenevano nel cuore la volontà e la legge di Dio; ma del giusto dei giusti, Gesù, disse che l'aveva non solo nel cuore, ma nel mezzo. di esso, come cosa che più di tutte stimava e voleva. Finalmente tutta la vita e tutti i travagli di Gesù furono per adempire lui e far ad altri adempire la volontà di suo Padre, essendogli obbediente fino alla morte e morte tanto penosa, quanto quella di croce: affinché noi ci ricordassimo che l'opera, con la quale ci ha redenti è stata di soggezione e conformità alla volontà divina, e però avessimo in maggior stima quella conformità e l'imitassimo in essa con tale costanza, come se ci fosse impossibile il fare ogni altra cosa. Riferendo gli Evangelisti l'orazione che fece il nostro Salvatore nell'orto, uno scrive che disse: Padre, se, volete, passi da me questo calice; e l'altro disse: se è possibile, (Matt. 26. 39; Marc. 14. 36) affinché intendessimo che ci deve essere la medesima cosa tanto il non gustar Dio d'una cosa, quanto l'essere impossibile.

Dopo Cristo il più bel esempio ce l' ha dato la sua santissima Madre, la quale meritò di essere tale per l'obbedienza e sommissione alla volontà divina. Per questo ella medesima si chiamò la serva del Signore: e per un atto, che fece, di conformità alla volontà divina, entrò subito il Verbo eterno nel suo seno a vestirsi di nostra carne. Dimodochè le due opere maggiori di Dio, che apportarono stupore ai Serafini, che son l'Incarnazione e la Redenzione, si effettuarono con atti di conformità col gusto divino, perché non ci è cosa più grata a Dio. E ora nel cielo stando la Vergine, coronata regina degli angeli tiene per Sua maggior grandezza il soggettare la propria volontà a quella di Dio, e si compiace in atti di conformità con il gusto divino. Quindi è che un monaco cistercense, come racconta Cesario, udì la dolce voce di questa Signora, la quale, passando avanti di lui in una nuvola molto risplendente, diceva: «Facciasi la tua volontà così in terra, come in cielo.» Il che diceva con tanta dolcezza, che tutte le volte che quel monaco si ricordava la dolce melodia, si scioglieva tutto in lacrime. E non v'ha dubbio veruno che in questo la Vergine dà esempio ai Serafini più ardenti nell'amore del suo Creatore. Onde non è adesso gran cosa dire che la maggiore eccellenza e il maggior titolo che conobbe Davide negli angeli, per invitarli a lodare Dio, come più puri, e più a proposito per supplire i suoi mancamenti, sia l'adempimento della volontà di Dio, e però dice: «Benedite il Signore, voi tutti angeli suoi, che siete potenti in eseguire con gran valore la sua parola, subito in quell'istante che udite la voce del suo parlare» ; o secondo l'esplicazione più letterale: «Per questo solo fine. di obbedire e adempire la voce che udite delle sue parole, benedite il Signore voi tutte, virtù sue,» cioè tutti gli eserciti del Cielo, Arcangeli, Principati, Dominazioni, Troni, Cherubini e Serafini, che siete creati da Dio, e che fate la sua volontà. Dimodochè la maggior nobiltà e il maggior cuore degli Spiriti celesti, sebbene siano beati, viene da Davide misurata con questo solo impiego di adempire puntualmente la divina volontà con grande sforzo e valore e con gran purità d'intenzione, non per altro fine che per sé stessa e per obbedirla e adempirla. E di questo si compiace tanto Iddio, che ad essi volle imporre nel cielo esercizio di obbedienza, affinché la loro sommissione e annegazione della propria volontà fosse maggiore; non solo obbedendo a Dio immediatamente, ma anche ad altre creature per Dio, ordinando che alcuni angeli a stessero ad altri soggetti, come figliuoli a padri, come S. Paolo afferma della paternità, che riferisce essere nel cielo. E quello che comanda Iddio, non lo comanda a tutti gli angeli da sé medesimo, ma per mezzo di altri. Per cui gli angeli ricevono l'ordine di quello che devono fare, immediatamente dagli altri Spiriti di più alta gerarchia.

Ed è chiaro che è maggior esercizio d'obbedienza obbedire ad una creatura per amor di Dio, che non a Dio immediatamente; ed è maggior cosa in certo modo star soggetto alle creature e a Dio, che non a Dio solo in sé medesimo. Questa obbedienza adunque hanno gli angeli, rimirando con tal rispetto e con conformità della loro propria volontà gli angeli superiori, come se fossero il medesimo Dio, e ascoltando le loro parole come se fossero del medesimo Dio. E però disse Davide di tutti generalmente che ascoltavano la parola e la voce di Dio; non perché tutti l'udissero per sé stessi, ma perché in quella medesima maniera riputavano e adempivano qualsivoglia ordinazione degli altri spiriti superiori, come se quelli fossero il medesimo Iddio.

Agli Apostoli ancora comandò il loro umile Maestro Gesù Cristo, che si diportassero come servi, non solo rispetto a Dio, ma anche tra di loro; non solo perché facessero la volontà divina, ma anche perché non facessero la propria e piuttosto volessero fare la volontà di un altro uomo, rimirando quello come signore, e sé medesimi come schiavi, per non far mai la propria volontà né assecondare il proprio gusto. E quando volle significare uno stato di maggior perfezione a quell'Apostolo, che egli elesse per capo della sua Chiesa, lo fece con dirgli che altri lo cingerebbe e lo condurrebbe dove non voleva, cioè che non farebbe la sua volontà. E quando ebbe a sollevare uno al principato della sua Chiesa e al comando e governo dei suoi, non lo fece se non nella persona di chi si chiamava obbediente (ché questo vuol dire Simone, che era il nome di S. Pietro). E quando ridusse e sollevò a quell'altra colonna della Chiesa, la prima parola, che volle udire da quella bocca fu di conformità e di soggezione alla volontà sua, avendo detto S. Paolo subito convertito: Signore, che volete ch'io faccia? (Atti 9, 6); parole che non si dovrebbero mai partire dalla bocca e dal cuore.

Né di ciò fu contento il Signore, ma affinché questo nuovo gigante del cielo maggiormente s'abbassasse e soggettasse la sua volontà, lo rimise ad Anania, il quale fosse suo padre e maestro di spirito, volendo così che si assoggettasse anche alla volontà d'un altro uomo, perché tanto meno facesse la sua. Nel che si deve avvertire, per nostra consolazione che non disse il Signore: Egli ti dirà quello che io voglio che tu faccia, ma egli ti dirà quello che ti conviene fare; e questo disse per farci intendere che Dio non vuole altra cosa se non quello che ci conviene e ci sta bene; e ancorché gli uomini non ci parlino manifestamente come vicari di Dio, né certi della sua volontà, nondimeno, quando la cosa non è cattiva, dobbiamo far la volontà d'altri, anche se non è superiore, piuttosto che la nostra, la quale sempre deve avere l'ultimo luogo, o per dir meglio, nessun luogo. I Santi, i quali rinnovarono lo spirito degli Apostoli, posero ogni loro studio in questo medesimo esercizio.

S. Teresa di Gesù fece voto di non far cosa che non fosse volontà di Dio, di suo maggior gusto e compiacenza, non volendo fare il suo gusto in nulla. Un somigliante voto fece la venerabile vergine donna Luisa di Caravascial, cioè di far sempre in tutte le cose quello che intendesse essere di maggior perfezione e di maggior gusto nel divino cospetto. Il ferventissimo padre Diego di Saura, della Compagnia di Gesù, scrisse e confermò lo stesso voto col sangue cavato si vicino al cuore. Un' altra anima aveva tanto gusto in non fare la propria volontà, ma quella di Dio, che desiderava che anche il serrare e l'aprire gli occhi e il movere un dito fosse precetto divino.

S. Ignazio non si contentò di cercar il solamente in tutto il più perfetto e la maggior gloria di Dio e di fare la volontà del suo Creatore, ma quello che più gustava a sua Divina Maestà. Né solo si contentò di fare in niente la sua propria volontà, ma in tutto cercava quello che era meno di proprio gusto: dimodoché diceva che se si fossero date due cose di ugual gusto di Dio o gloria divina, egli avrebbe eletta la più penosa e travagliosa, non tanto per fare la volontà di Dio, quanto per far meno la sua: quindi é che per vincere la sua volontà, patendo di più e per essere oltraggiato di più, si finse alcune volte pazzo.

S. Pandolfo gustava tanto della volontà di Dio, che, divenuto cieco, se ne rallegrava con indicibile contento e consolava quelli che di lui avevano compassione, e restituendo la vista a tutti i ciechi, che venivano a lui, non volle curare sé stesso, né chiedere a Dio che lo sanasse: e però con questo esercizio di non aver volontà, (se non la divina) ascese a un altissimo grado.

A S. Geltrude disse il suo sposo Gesù: «In questa mano porto la sanità, in quest'altra l'infermità: eleggi, figliuola, quello che più ti piace.» Ma la santa, avendo gran desiderio di patire per Cristo, non ardì di scegliere a suo giudizio, ma incrocicchiando le braccia avanti il petto e ponendosi in ginocchio, disse: «O Signore mio, quello di che io vi supplico con ogni efficacia, é che non guardiate la mia volontà, ma la vostra; e però, per essere pronta e disposta a qualsivoglia cosa di quelle due, non ne eleggo alcuna. A voi, Signor mio, tocca di vedere quale di esse mi volete dare.» Il che piacque tanto allo sposo celeste, che le disse: «Chiunque desidera ch'io entri molte volte nella sua casa, mi dia la chiave della sua volontà e non me la voglia mai più levare.» Ammaestrata con questo S. Geltrude faceva ogni giorno trecentosessantacinque volte questa orazione: «Amantissimo Gesù mio, non si faccia la mia volontà, ma la tua.»

All'arbitrio di S. Francesco Borgia lasciò Iddio il vivere o il morire di sua moglie; ma il santo ricusò umilmente di farne la scelta a suo gusto, rispondendo al Signore: «Signore, Dio mio, perché rimettete al mio arbitrio quello che é solo della vostra volontà? Per me è bene il seguire il vostro santissimo volere e il non avere io volere alcuno. Chi sa meglio di voi, Dio mio, quello che deve essere bene per me? Facciasi, Dio mio, la vostra volontà, la quale io domando che si adempia in me e in tutte le cose.» Quanto giovi questo esercizio per avanzarsi in gran merito, lo dichiara bene un'istoria che racconta Cesario di un monaco di Castello, il quale faceva gran miracoli, senza notarsi in lui differenza di vita degli altri. Al solo toccare degli abiti di lui risanavano gli infermi, e se qualsiasi altro monaco si poneva la sua cinta o altra cosa del suo vestito, subito restava sano; onde l' abbate; avendo notato il molto, che quel monaco valeva presso Dio, e che non faceva maggiori esercizi che gli altri monaci, stava di ciò meravigliato: e tiratolo un giorno da parte, gli disse: «Dimmi, figliuol mio, qual é la causa di tanti miracoli che fai?» Rispose il monaco: «Non lo so, poiché io non sto in orazione più degli altri fratelli, né voglio di più, né digiuno di più, né fatico di più. Solo una cosa potrei avere più degli altri, ed é che mi curo tanto poco delle cose della terra, che non v'ha prosperità né contento che m'innalzi, né avversità che mi abbatta e faccia impressione alcuna nell' animo mio, sia nelle cose che toccano la mia persona, sia in quelle che toccano ad altri.» Gli replicò l'abbate: «Non ti sdegnasti, né turbasti, quando quel cavaliere ci bruciò il nostro podere?» Ed egli: «No, per certo: perché rimisi il tutto a Nostro Signore Iddio; poiché se m'é dato poco, ne rendo grazie a Dio e lo ricevo; e se mi è dato assai, parimenti lo ricevo, rendendo grazie a Dio, perché non voglio se non che si adempisca la sua volontà.» Allora conobbe l'abbate che la causa dei miracoli, che faceva quel monaco, era l'amor grande di Dio e il meraviglioso disprezzo delle cose temporali, per conformarsi in tutte le sue azioni alla volontà divina.

Per insegnarci parimente a fare tutte le cose con purità d'intenzione, è molto a proposito quello che successe a due monaci che vivevano insieme nell'eremo con grande perfezione. Il demonio apparve al più vecchio, in forma di angelo, facendogli sapere da parte di Dio, come il suo compagno era prescito; e però tutte le sue opere buone, travagli e penitenze non gli dovevano giovare a nulla. Restò il vecchio molto mesto per questa rivelazione; durandogli il suo sentimento per molti giorni, se ne accorse il monaco giovane, il quale, a forza di prieghi e di importunità, ottenne da lui, che gli dicesse la causa del suo dolore. Sentendo che la causa era l'avergli Dio rivelato che si aveva a dannare e che vane erano le sue fatiche, il santo giovane molto allegro gli disse: «Non ti turbi questo, o padre, né ti affligga, perché sempre ho servito a Dio non come mercenario per il cielo e per il pagamento, ma come figliuolo o come chi deve fare per essere Dio sommo bene, al quale devo quanto sono, ed egli può far di me tutto quello che gli parrà.» Con la qual risposta il vecchio si consolò: e molto più, quando di poi con vera rivelazione seppe da un altro angelo buono, come il demonio l'aveva ingannato e che per quell’atto che aveva fatto e per 1'animo tanto puro e generoso, che aveva di venire a Dio o di fare la sua volontà, aveva acquistato meriti molto grandi ed era piaciuto singolarissimamente al Signore.

Di un altro servo di Dio racconta Gersone che faceva grande penitenza e stava assai in orazione; o il demonio, avendo invidia di opere tanto buone, per distornarlo da esse, l'assalì con una tentazione, dicendogli: «perché ti stanchi tanto? Già non ti hai a salvare, né andare alla gloria.» Ma egli rispose: «Io non servo a Dio per la gloria, ma per essere egli chi è, por adempire la sua volontà.» E con questo restò il demonio confuso.

Non voglio tralasciare di far memoria dell'esercizio ammirabile di conformità con la volontà divina, che ebbe il servo di Dio, Gregorio Lopez, del quale si dice che il Signore gli insegnò come esercizio di orazione e presenza di Dio il ripetere queste parole: «Si faccia la tua volontà, così nella terra, come nel cielo: amen: Gesù!» Ed egli abbracciò con tanta diligenza e amore questa divina orazione, che la ripeteva moltissime volte il giorno: e di essa usava per infervorarsi nell'amor di Dio, e per difendersi contro le tentazioni del demonio. E volendo che

anche gli altri provassero la dolcezza e la forza di questo esercizio, lo consigliava per ordinario ad altrui.

 

 

CAPO XIII.

Esempi e sentenze notabili dei Gentili, che insegnarono come dobbiamo adempire la volontà di Dio e conformarci ad essa.

 

Per ultimo voglio proporre alcuni esempi e sentimenti di quelli, che mancarono del lume della fede e non ebbero molto chiaro quello della ragione: ma con tutto ciò arrivarono a conoscere che non vi era cosa più giusta, né più fondata in ragione, né più generosa, né più utile che l'adempire e il fare la volontà di Dio; affinché noi ci vergogniamo di noi medesimi di non arrivare dove arrivarono, e di non sentire quello che sentirono uomini senza legge e senza il conoscimento dell'obbligazione, che porta seco il vedere un Dio morto, crocifisso per noi.

Cleonte, maestro di gran filosofi, diceva, benché gentile: «Guidami, Dio mio, e conducimi dove ti sarà di gusto: ché io ti obbedirò, adempiendo la tua volontà, ancorché sia con gran travagli, ed io che sono cattivo, farò, ancorché fosse ,gemendo e affaticando, quello che deve fare un uomo giusto.»

Demetrio, insigne filosofo, ancorché si ritrovasse in gran povertà e nudità, diceva: «Di questo solo io mi posso lamentare, o Dio immortale, che prima d'ora non mi abbiate notificata la vostra volontà, perché io sarei giunto prima a queste cose, alle quali io sto al presente prontissimo. Volete levarmi i figliuoli? Per voi li ho allevati. Volete alcun membro del mio corpo? Pigliatelo, e non fo gran cosa ad offrirvelo, avendo a lasciarli tutti assai presto. Volete la vita? E perché non ve l'ho a dare? Non ci sarà alcun indugio a restituirvi quello che mi deste. Tutto quello che domanderete, lo riceverete da me, che io lo do volentieri. Dunque di che mi lamento? Di quello che avrei voluto dare con volontaria offerta, piuttosto che per restituzione? Che necessità v'era di levarmi quello che potevate da me ricevere? Sebbene non potete voi levarmi cosa alcuna, perché non si leva se non a quello che la ritiene. Io in nulla sono sforzato e niente patisco contro il mio gusto, né in questo fa a voi servizio. Io mi conformo con la vostra volontà, perché conosco che tutte le cose corrono con, una certa legge, che è promulgata per sempre.»

Socrate ancora, nel passo più arduo, quale è quello della morte, che patì ingiustamente, si mostrò tanto conforme con la volontà divina, che disse: «Se Dio vuole così, così si faccia, perché tutti i miei accusatori e nemici non mi potranno far danno.» E Simplicio disse che la vera perfezione dell'anima consisteva in questa unione e conversione di volontà a Dio.

Epitetto, illustre stoico, faceva a Dio questa generosa offerta: «Adoprami, Signore, per qualsivoglia cosa, che vuoi: con te ho il medesimo sentimento e il medesimo animo. Non ricuso niente di quello che a te pare: vengo dietro a te: incamminami dove vorrai. Vuoi ch'io comandi, ch'io tenga vita privata, ch'io sia sbandito, povero, ricco? Mi acquieto al tuo gusto, alla presenza degli uomini, per tutte le cose.»

Il medesimo filosofo disse una cosa che gli passava per la mente, molto meravigliosa e !'insegnò e predicò pubblicamente: «Nessuna cosa, diceva, ch'io voglia, mi può essere impedita, né disturbata da uomo nato; ed a nessuna cosa, ch'io non voglia, non può sforzarmi potenza umana. Dirai: Come può essere questo? Ti dico che è perché soggettai la mia volontà a Dio. Se Dio vuole ch'io abbia la febbre, io ancora la voglio; se vuole ch'io faccia alcuna cosa, io non mi scuserò; se mi comanderà che io prenda qualche cosa, non la rifiuterò; se vorrà ch'io la conseguisca, non la rinuncierò; se egli non vorrà, io ancora non vorrò; se vuole ch'io muoia, chi distoglierà questo desiderio all'anima mia e qual forza potrà disturbarlo? Nessuno potrà per certo far più violenza a me, che al medesimo Dio: la causa e la volontà è la medesima. I viandanti, che hanno. qualche prudenza, fanno il medesimo; perché se alcuno sente che vi sono assassini per la strada, non se ne va solo, ma aspetta compagni o si unisce con persone principali mandate da qualche proconsole o questore, con la cui compagnia sia sicuro. Non in altra maniera fa il prudente, perché nella strada di questa vita ci sono molti luoghi infestati da assassini, ci sono molti tiranni, molte e varie temo peste e difficoltà e morti fra quelli che grandemente amiamo. Che rifugio ci sarà per evitare tanti mali e per non cadere negli assassini? Che compagnia aspetterai per passar sicuro? Con chi ti unirai? Forse con un uomo ricco e facoltoso o con alcun magistrato? Ma che profitto potrai cavar di qui? E che farai, se questi stesso sarà spogliato e si lamenterà della sua disgrazia, o l'istesso appunto, che tu scegliesti per compagnia e per guardia, potrà spogliarti come un ladro? Che farai? Procurerai forse di essere amico del medesimo Cesare? Ma per ottenere questo, è necessario patire, soffrire gran cose, ed essere molte volte spogliato. Oltre di che quel Cesare è uomo mortale, e mi può mancare, e dato anche che non muoia, può mutarsi, odiarmi, e così bisognerà andare in altra parte. Dove adunque andrò, per essere difeso? A un eremo, nel deserto? Ma forse ci sarà porta serrata, acciocché non giunga qui vi una febbre o altra infermità? Qual rimedio dunque ci sarà? È possibile che ancora non si possa ritrovare una compagnia sicura, fedele, stabile e senza insidie? La ritrovò veramente il Savio, considerando che se si accosta a Dio, si farà il viaggio sicuro. Domanderai: Che cosa è questo che noi diciamo accostarsi a Dio? È che quello che Dio vuole, si voglia anche dall'uomo, e che quello che egli non vuole, si abbomini nella medesima maniera da lui? Ma come si potrà far questo? Non in altra maniera, che stando intento alla volontà di Dio e considerando la sua prudenza.» Tutto questo è del filosofo Epitetto.

Ancora Platone condanna quel modo di parlare: Iddio ti dia tutto quello che desideri, ti conceda quello che vuoi. «Prega Dio, dice Platone, che non te lo conceda, ma faccia che tu voglia quello che egli vuole, perché questo è un purissimo culto e una divina religione l'unirsi e legarsi in questa maniera con Dio.»

Seneca, dando ragguaglio a un amico dei segreti del suo cuore e del costume che aveva in sopportare le avversità, disse: «In tutte le cose, che paiono avverse e dure, mi diporto in questa maniera: che non tanto obbedisco a Dio, quanto accommodo il mio sentimento al suo, e voglio il medesimo che egli vuole e lo seguo di cuore e di buona volontà, e non perché ciò sia di necessità. E però non mi occorre mai cosa, ch'io sopporti con tristezza, né di mala voglia; perché non posso dare di mala voglia quello che devo come tributo, essendo tutte le cose, per le quali piangiamo e ci spaventiamo, tributo di questa vita.»

Lo stesso consiglia che per adempire la volontà divina, si deve correggere il giudizio umano in tutte le cose, che ci paiono ardue e ci molestano, ripetendo molte volte fra sé stesso: «A Dio pare un'altra cosa: Iddio giudica meglio così.» E in un altro luogo dice che il meglio che uno possa fare, è sopportare le cose avverse allegramente e ricevere tutto nella medesima maniera, come se egli per suo gusto e per sua volontà lo cercasse e pigliasse; e che si deve voler così e pigliar le cose con nostro gusto e volentieri, poiché vengono dalla volontà di Dio. È quello stesso che insegnò S. Doroteo, che uno poteva andar sempre adempiendo la sua volontà, mentre non aveva altra volontà se non quella del suo superiore. Non ho riportato questo, perché ai servi di Dio siano necessari questi consigli dei filosofi; ma perché noi ci vergogniamo che, dopo la dottrina di Cristo e l'esempio e morte sua, non arriviamo con l'opera a quello che dalla forza della ragione naturale furono sforzati a dire i ciechi gentili.

 

 

 

CAPO XIV.

Pratica di questo esercizio di adempire la volontà divina.

 

 

Ho voluto inculcare tanto diffusamente l'obbligazione, soavità e importanza che è in soggettarsi alla volontà divina, perché in questo consiste tutta la perfezione e unione con Dio; e importa sommamente formar un alto concetto e stima di questo esercizio per conseguirlo più brevemente. Io penso che se uno fin da principio penetrasse vivamente l'obbligazione e l'importanza che vi è di far solo la volontà di Dio e non la propria, abbrevierebbe molto il viaggio; perché se subito si applicasse ad esso, avrebbe il mezzo più efficace per far bene gli altri esercizii e mettere in opera tutte le altre virtù. È chiaro che se uno si determinasse con una perpetua e invincibile risoluzione «io devo fare e volere in tutto e per tutto quello che Dio vuole da me, e non ho da attendere al mio gusto né al mio affetto,» questi sarebbe mortificato, vedendo che Dio vuole quello da lui; sarebbe umile, paziente, divoto, ritirato, astinente, casto, perché questo è quello che pretende da noi Iddio, e come dice S. Paolo: «Questa è la volontà di Dio, la nostra santificazione» (Tess. 1.4. 3); e così farebbe un grande avanzamento.

Per il che io raccomando a tutti e chieggo, per amor di Gesù Cristo, principalmente ai religiosi e alla gente di spirito che, giacché essi si danno ad alcuni particolari esercizi e cercano di riuscire in una o in un'altra virtù, facendo prove e diligenza particolare per conseguirla, pongano principalmente tutte le loro forze e ingegno, e la loro mira particolare in fare stima della volontà di Dio, in conoscerla ed eseguirla, senza indugio, né risparmio di cosa alcuna; la quale sollecitudine devono porre nella direzione dello stato e occupazione della loro vita in generale, ma in tutte le azioni particolari e singolari per piccole che siano, riguardando in ciascuna a Dio e fissando gli occhi nella sua santissima volontà; la quale devono avere per unica regola di tutte le loro azioni, considerando in ciascuna opera: Questo vuole Dio ch'io lo faccia, o no? E se conosce che non è volontà di Dio, non lo fare per tutto il mondo; ma se è cosa che Dio gusta che si faccia, come sono le opere di virtù, si deve subito volere e fare ciò Dio vuole che si faccia. Pongo l'esempio dell'orazione. Con quale riverenza, umiltà, fervore, attenzione vorrebbe Dio ch'io la facessi? E procurar di farlo così.

Se è opera particolare, che il superiore comanda, considerare con quale obbedienza vuole Dio ch' io adempisca questo, con quale semplicità, fervore, prontezza, fortezza, gusto, perseveranza. E così nelle altre opere aver riguardo alla loro sostanza, se sono di gusto di Dio; e subito considerare le circostanze, con le quali vuole Iddio che si facciano. E se l'opera sarà per sé stessa indifferente o sarà necessario il farla, procuri di coronarla con questa buona intenzione e di farla per amor di Dio, perché con questo innalzerà l'opera, che per sé stessa non varrebbe niente, a grado molto alto di merito. E non si deve perdere tanto gran guadagno per trascuratezza d’offerire le opere a Dio e regolarle secondo il suo santissimo volere, col quale opereremo sopranaturalmente le azioni naturali, e le virtuose di minori virtù si faranno tutte di carità. Stiamo sempre apparecchiati ad adempire il gusto divino, e in nulla la propria nostra volontà, così nelle opere esteriori, come nelle interiori, così nelle grandi, come nelle piccole, anche nel più piccolo pensiero e movimento del cuore, dirizzandole e livellandole con questa unica regola di vera prudenza, che è quello che Dio vuole e facendo sempre quello, che dice Davide: Siccome gli occhi di una serva stanno fissi nelle mani della sua padrona, così i nostri occhi stanno posti nel Signore (Salm. 122. 2). Se avessimo mille intelletti e mille occhi, in questo dovremmo occuparli: così fanno gli angeli e quei sacri animali dell'Apocalisse e i sovrani Cherubini pieni di occhi di dentro e di fuori. Onde con mille avvertenze, con mille intenzioni e sollecitudini, dobbiamo andar considerando il beneplacito divino, tenendo sempre tesi gli occhi per vedere quello che Dio vuole, ripetendo molte volte quello che disse S. Paolo: «Signore. che volete ch'io faccia?» In questo adunque si ponga particolare attenzione; di questo si faccia l'esame particolare; a questo abbiamo divozione principale; questo sia l'occupazione delle nostre potenze; questo sia il lavoro di tutta la nostra vita.

Non si aspetti, quando usciremo di qua; ma fin d'ora facciamo con gran fervore e amor di Dio quello che dobbiamo continuare per una eternità; facciamo in terra quello che fanno i Beati in cielo, che è quello che ogni giorno domandiamo nel Pater noster, siccome lo faceva S. Geltrude, a cui non usciva mai altro dalla bocca e dal cuore che «non si faccia la mia, ma la tua volontà». La qual divozione gliela insegnò Cristo nostro Redentore, incaricandola di consacrare a lui tutte le opere. ripetendo quelle parole più spesso che poteva; e non solo in generale quello che leggeva e scriveva, ma ciascuna parola e lettera da per sé; né solo il mangiare e il bere, ma ciascun boccone e sorso che faceva; e tutte le parole che diceva, tutti i passi che faceva, tutte le volte che respirava, affinché in questa maniera stesse sempre intenta a non far che la volontà divina.

Con questo esercizio vivrà l'anima divota con una eccellente, fruttuosa e facile presenza di Dio, non stancando l'intelletto e l'immaginazione, ma deliziando il cuore con fini atti di amore; perché non solo andrà amando il suo Creatore con amore di carità assai unitivo, ma operando continuamente con amor di Dio, che é l'ultimo termine dell'amore. E così praticherà continuamente la mortificazione, che é la prova del fino amore, negando sempre la sua volontà, secondo il detto di Cristo: Se alcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso (Matt. 16. 24; Luc. 9. 23). E oltre all'uso della mortificazione, avrà un continuo esercizio di perfetta rassegnazione, annichilazione, unione e trasformazione, stando disposto ad ogni cosa e tutto rimesso nelle mani e gusto di Dio e spropriato totalmente del suo, unendosi ogni giorno più col suo Creatore, poiché si spoglia di se stesso e di ogni suo volere, per fare il volere di Dio. Avrà parimenti una grande purità di cuore, perché non vi può essere alcun affetto disordinato dove non si attende ad altro se non al gusto di Dio, col lume del quale si riconosce subito qualsivoglia disordine. Finalmente in questa conformità nella divina volontà consiste la Somma della perfezione e di tutte le virtù, ed è la strada più breve, più universale, più sicura, più meritoria di tutte, ed è la regola universale dell' altre, e il compendio della disciplina e vita spirituale, che in un dettame e in una regola sola comprende tutta la sua dottrina

Ultimamente si deve, avvertire, come importerà grandemente che le orazioni giaculatorie (le quali, secondo il consiglio dei santi, bisogna fare tra il giorno) siano quelle, le quali, abbiamo detto, raccomandò Nostro Signore a S. Geltrude e ad altri santi e generalmente a tutta la Chiesa nell'orazione che ci insegnò, e il medesimo Signore aveva costume di ripetere spesso, come fece alcune volte nell'orto, dicendo al Padre che si facesse la sua volontà e come egli voleva. E così noi dobbiamo sempre avere nella bocca e nel cuore queste parole: Padre nostro, sia fatta la tua volontà così in terra come in cielo, le quali parole, perché siano dette con frutto, non si devon dir solo per modo di lode e di benedizione a Dio e di affetto amoroso di conformità a lui, ma anche per modo di preghiera e di petizione, nata da zelo della gloria di Dio e dell'amor del prossimo, supplicando in essa Dio che tutti gli uomini in terra facciano la sua santissima volontà, poiché pei nostri fratelli non possiamo chiedere cosa migliore. Con ciò si unirà insieme in questa breve orazione la carità di Dio e del prossimo. Dimodochè per mezzo di esso l'anima si starà unendo e conformando con pio, lodandolo, benedicendolo, e magnificandolo, e insieme starà facendo bene al prossimo, orando continuamente per i suoi fratelli, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo, chiedendo per ciascuno e per tutti quella cosa che possa esser per loro di maggior bene, e quello di che hanno più bisogno ed è loro più importante; il che è un atto di avvantaggiato merito.

 

CAPO XV.

Si deve seguire la volontà di Dio in ogni cosa.

 

 

Questo negozio di tanto grande importanza non si deve intraprendere trascuratamente, né per parti, trattando a metà con Dio, facendo in parte la nostra volontà e in parte la divina, dedicando qualche cosa a Dio e riserbando qualche cosa per noi. Questa donazione deve esser totale, poiché non comporta il dominio assoluto; e massime quello di Dio, compagnia di due padroni. È grande inganno il temere che uno ha di darsi del tutto a Dio, senza riserbarsi niente, parendogli cosa molto amara e orrenda la determinazione di non darsi gusto in nulla.

Non ha costui che temere, anzi di sé stesso deve grandemente temere, se in qualche cosa cerca sé medesimo, perché un affetto, per piccolo che sia, lo potrà rovinare, dando il cuor di lui intero in pegno al demonio, che con un solo desiderio disordinato lo terrà strettamente imprigionato. Una minima affezione immortificata è bastante ad indebolire tutta la forza dell'animo; non in altra maniera di quello che S. Doroteo dice dell'aquila, che se tiene solamente un'unghia attaccata al laccio, ancorché abbia libero tutto il corpo, resta presa. Non è, a dire il vero, cosa piccola, tralasciar le cose piccole, perché non si deve guardar tanto alla cosa, che par poca, in cui ci lasciamo vincere, quanto a questo, che anche in quel così poco non vogliamo rompere la nostra volontà per amor di Dio.

Il che è assai e ci dovrebbe parere tanto maggiore ingratitudine, quanto la cosa è minore. Oltre di ciò, uno può disperare di godere i privilegi e gusti, che dicemmo godere quelli che adempiono la volontà di Dio, se non l'adempie in tutto, e non l'adempirà in tutto, se non nega in tutto la sua. Dimodochè, se, per timore di vivere con afflizione e tristezza, uno lascia di far di sé a Dio offerta generale, commette errore manifesto; anzi se non la fa di questa maniera, non godrà di quella dolcezza e soavità celeste che Dio comunica a quelli, quali adempiono la sua volontà, che è una partecipazione del gusto che Dio ha riposto nell'adempimento di essa. Perché già non adempie tutta la volontà di Dio, chi non l'adempie in tutto, negando in tutto sé medesimo; perché la volontà di Dio è che in niente ci governiamo secondo il nostro volere, ma in tutto secondo il voler suo; perché questo solo a noi conviene, e però chi manca in questo e non adempie il gusto di Dio, non ha diritto di godere i suoi privilegi né titolo per quel contento che riempie i santi, perfettamente mortificati e morti a sé stessi. Perciò diceva il P. Baldassare Alvarez, che siccome i Martiri, secondo come canta la Chiesa, mortis sacrae compendio vitam beatam possident, così i giusti ben mortificati, con un'altra breve morte della loro propria annegazione, acquistano il riposo, che nella terra si può acquistare. E perché non poniamo mai l'ultima mano alla nostra abnegazione, andiamo sempre gemendo e portiamo la croce senza morire in essa, che è proprio degli ipocriti.

Questo negozio dunque della perfetta mortificazione e conformità con la volontà divina non consiste in cosa, che si possa dividere, né si contenta di meno che di tutto; perché non sarà mai vero che uno sia mortificato, se mai non gli mancano tutte le azioni della vita, e per una sola, che gliene rimanga non si potrà dir che sia morti? Al medesimo modo per una sola cosa che uno voglia fare di sua volontà, non adempie perfettamente la divina, né è morto con Cristo. Il che dichiarò Gesù stesso con quel paragone del granello di frumento, che, se non è morto, non dà frutto. E quelle altre somiglianze con le quali ci comandò la mortificazione e a cui paragonò il regno dei cieli, tutti ci raccomandano questo medesimo, che la mortificazione e rassegnazione sia totale. Così fu quella similitudine del tesoro nascosto e della gemma preziosa, per comprar la quale quel mercante vendé tutte le cose e chi dice tutte, non eccettua niuna.

È cosa molto lacrimevole che alcuni, avendo fatto gran spesa in mortificarsi in cose maggiori, mancano in alcune piccole, per cui restano senza questa gioia. Che diremmo di un uomo, il quale avendo dati mille scudi per un incomparabile tesoro, dipoi si ritirasse dall'accordo, per non dar di più un solo quattrino, che gli restava? Il granello di senape, che è il più piccolo seme, e che cresce più di tutte le altre piante, chi non s'accorge che ci ammonisce che cose molto piccole contengono grandi effetti, e però non si devono disprezzare? La stima delle cose è per l'ordinario più per la loro virtù che per la loro quantità. Per il che uno deve generosamente lasciar del tutto sé medesimo e abbracciarsi solo con Cristo, adempiendo in tutto la volontà del suo Padre, persuadendosi che la difficoltà dura solamente finché si vinca bene e sia adempita del tutto la volontà di Dio; perché è vero quello che disse un santo monaco antico: «Mentre uno andrà vincendo, se la passerà cori tristezza e travaglio; ma quando si trova Cristo, non travaglia più, ma fiorisce come una rosa.» E come quando, è nuvolo, ogni cosa è mesta, e quando è sereno ogni cosa si rischiara e rallegra, così succede a quello che ritrova questa preziosa serenità, la quale rischiara e rallegra il cuore, e toglie tutte le tristezze di questa vita. E chi fa altrimenti, non adempie perfettamente gli obblighi, che deve al supremo dominio di Dio, il quale per tanti titoli ha infinito diritto che noi facciamo in niente la nostra volontà, ma la sua. E sebbene uno può adempire quello che coi soavi precetti gli domanda Dio, non può però far tanto che se gli dimostri grato di tutto quello che ha ricevuto e riceve dalla sua divina mano.

E per tanto con meno, né soddisfa alla gratitudine che deve a Cristo per i benefici, coi quali ci ha obbligati; né merita quell'onore che gli angeli dànno a quelli che vedono crocifissi insieme con Gesù, perché vedono in lui alcune cose del suo nemico, che è l'amor proprio; né godrà della soavità di questo calice, che nel principio è di amarezza, ma nel fondo è di miele; e chi non lo vuota affatto, né lo tramanda allo stomaco, non gusta tutta la sua soavità; anzi tiene in mano il veleno, che gli darà la morte, poiché ritiene la sua propria volontà, la quale sola ci fa più danno che tutto l'inferno insieme unito; né ritroverà Cristo, poiché non ha cominciato a cercarlo davvero, né lo raggiungerà, poiché non l'ha incominciato a seguire, essendo il primo passo, come ci insegnò il medesimo Signore, il negare sé stesso e pigliar la sua croce.

Ah! non perdoniamo a fatica nel cercare e possedere Dio, poiché tanto ci importa, siccome egli cercò noi, ancorché non gli importassimo nulla. Con diligenza e ogni spesa cerchiamo la preziosa margarita, giacché così egli cercò la minuta dramma. «È cosa notabile, dice S. Tomaso, che non disse «la comprò», ma che la « trovò», ancorché il genere umano, che vien significato nella dramma, gli costò il suo sangue prezioso e tanto amara passione. E la causa è, perché di tal maniera desiderò la nostra salute, che gli parve sia stato un ritrovarla il poter liberare l'uomo dalla potestà del demonio e guadagnarlo per la beatitudine eterna, per la quale fu creato. Similmente è cosa da notare, che invita tutti gli angeli a congratularsi non con la dramma ritrovata, cioè non coll'uomo, ma con sé medesimo, come se l' uomo fosse Dio del medesimo Dio, e dipendesse la salvezza di Dio dall' aver ritrovato l'uomo perduto, e come se non potesse senza l'uomo essere Dio beato.» Sin qui il santo Dottore.

Or io voglio riprendere la nostra ingratitudine e tiepidezza. Se tanto davvero ci cercò Cristo, perché abbiamo noi a cercar lui tanto per burla? Se tutto quello, che egli patì, non gli parve niente in riguardo di quel tanto, che desiderò per il nostro bene, perché a noi quello che è niente pare assai, per procurare non solo il nostro medesimo bene, ma anche quel che è molto più, la sua divina gloria, la quale è l'adempimento della sua volontà? Iddio si diede tutto a noi, perché dunque noi dobbiamo dare a lui la metà? Oh intollerabile superbia di noi altri uomini, che non con parole ma con le opere diciamo questa gran bestemmia, che vogliamo il doppio più di Dio! Poiché non vogliamo condiscendere ad un tanto giusto e lucroso contratto, che l'uomo si dia tutto a Dio, poiché Dio si diede tutto all'uomo. Oltre di questo, come potrà uno mortificarsi in cose grandi, se non si avvezza a vincersi nelle piccole? E perciò Riccardo Vittorino disse che, giacché il demonio s'affatica di vincerci in cose minime affinché indebolendoci ci vinca in cose maggiori, quanto è giusto che noi ci affatichiamo di mortificarci in cose piccole, acciocché gli serriamo la strada donde possa vincerci in cose grandi.

 

 

CAPO XVI.

Del conformarsi in tutto alla volontà divina.

 

 

Perché l'adempimento perfetto della volontà di Dio non consiste solamente nel fare tutte le cose per Dio, ma in patire ancora con contento e gusto tutto quello che ci succederà di avverso, poiché tutto viene ordinato dalla sua pietosa mano per nostro bene e profitto, io proporrò qui più particolarmente la pratica di questa conformità, con un caso di grande ammaestramento, che racconta il Taulero, in un ragionamento cioè che ebbe un teologo con un poveretto, che Dio gli mandò innanzi, per insegnargli questa divina teologia. Epperò io narrerò qui tutto quel dialogo, che insieme ebbero; perché, oltre insegnarci un perfetto esercizio di conformarci alla volontà divina, ci dichiara ancora il gran bene che in questo si ritrova.

Un teologo molto insigne, non assicurandosi del suo sapere per servire a Dio, desiderava con umile cuore di ritrovare alcun servo di Dio esercitato che gli insegnasse la strada della verità: dopo d'aver domandato ciò a Dio, per otto anni continui, finalmente un giorno udì una voce che gli disse: «Esci fuori sulle scalinate del tempio e troverai qui vi un uomo che ti insegnerà la strada della verità.» E uscendo il teologo, ritrovò un povero mendico, i cui panni vecchi e stracciati non valevano tre quattrini, coi piedi nudi e tutti infangati, di tale aspetto, che mostrava necessità di ogni corporale bisogno. Era però sì ricco di celeste sapienza, che diede a quel teologo un tanto spirituale rimedio e tanto eccellente e tanto ammirabile dottrina, quanto egli l'aveva desiderata e meritata, con quelle orazioni ripiene di buoni e umili desideri, come si vedrà nel dialogo, che ebbero insieme. Eccolo :

Teologo: Dio ti dia il buon giorno, fratello.

Mendico: Io ti ringrazio del saluto, che mi dai: ma ti faccio insieme sapere che non mi ricordo di aver giammai avuta giornata cattiva, né principio di giorno, che non sia stato buono.

Teologo: Sia come tu dici; e coi giorni buoni, che sempre hai, Iddio ti aggiunga buona fortuna e prosperosa sorte.

Mendico: Buone cose tu mi desideri (sia per amor di Dio) ; ma sappi una verità: che io non fui mai sfortunato, né mai patii disgrazia alcuna.

Teologo: Prego Dio, fratel mio, che con l' altre buone sorti che hai, sii insieme beato lo confesso la verità, che il mio intelletto non capisce bene quello che significhino le tue cosi assolute parole.

Mendico: Ti faccio sapere, perché tu ti meravigli, che a me non è mancata, né manca la beatitudine.

Teologo: Cosi Iddio ti salvi!... Parlami più chiaro, perché il tuo linguaggio è per me troppo oscuro.

Mendico: Son contento, e di buona voglia lo farò. Ti ricordi con quante maniere mi hai salutato?

Teologo: Ben me ne ricordo, con tre: col buon giorno, con la buona fortuna, col desiderio della beatitudine.

Mendico: Ti sovvengono le mie risposte?

Teologo: Eccole: mi hai risposto che non hai mai avuto giorno cattivo, che non sei mai stato sventurato e che non ti è mancata mai la beatitudine. Queste sono le tue risposte, e queste ho confessato di non intendere; epperò ti prego che me le dichiari.

Mendico: Sappi, frate mio, che sono buoni per noi quei giorni, i quali impegniamo nelle lodi di Dio, il quale per questo stesso ci concede la vita; e cattivi sono per noi, quando in essi ci allontaniamo dal dare a Dio la gloria, che gli dobbiamo. Siano prosperi o avversi gli accidenti che alla giornata succedono; saranno tutti buoni i giorni, se noi lodiamo il Signore nella nostra volontà. lo, come tu vedi, sono mendico e molto bisognoso, vado pellegrinando per il mondo, non ho rifugio, né luogo dove ricoverarmi, e nei viaggi incontrai gravi travagli: che se, per non trovare chi mi dia limosina, patisco fame, lodo di ciò Dio; e se mi piove addosso, o mi percuote la grandine, lodo di ciò Dio; se gli uomini mi disprezzano come miserabile, lodo pure Dio; e se, per andar mal vestito, patisco freddo, lodo Dio; in una parola tutto quello che mi si offre di avverso, mi è materia di divine lodi. E in questa maniera il giorno per me è buono. E quando mi fanno alcun piacere o dispiacere, ne lodo Dio, e tengo la mia volontà soggetta a lui, dandogli in tutto somme lodi; perché le avversità non fanno il giorno avverso, ma piuttosto lo fa la nostra impazienza, che nasce dal non tenere la nostra volontà soggetta a Dio, né esercitata nelle divine lodi in ogni tempo.

Teologo: Veramente, fratello, tu hai grande ragione in ciò che dici dei giorni buoni: già ho adesso inteso che sono buoni quei giorni che passiamo lodando Dio.

Mendico: Ho detto che non fui mai sfortunato, né ho patito sventura, e ho detto la verità, perché tutti teniamo per buona sorte quando ci avvengono cose tanto buone e prospere che non ci è più che desiderare, né migliorare. Ed essendo verissimo che quello che Dio ci dà e ordina che ci succeda, è per noi il meglio, ne segue che, non solo io, ma qualsivoglia altro uomo, che abbia aperti gli occhi dell'anima e che consideri le cose come cristiano, deve tenersi per fortunato in qualsiasi cosa, che gli succeda o che Dio gli dà e ordina che gli uomini gli facciano, perché allora nessuna cosa le può accadere che sia meglio per lui.

Teologo: Dimmi, fratello; come eserciti questa dottrina tanto buona e questa verità tanto certa, e come da essa cavi tanto frutto che ti faccia tanto avventurato, quanto tu dici che sei?

Mendico: lo so vivere con Dio, come figliuolo che vive con suo padre; e considero che Iddio é un buon padre, che ama i suoi figliuoli; ed essendo lui potente e saggio, sa e può dare e provvedere a' suoi figliuoli quello che ha ad essere meglio per loro. E così se vuole che quello che mi accade, sia gustoso all'uomo, o no, se vuole sia dolce o amaro, se vuole sia onorevole o disonore vale secondo il mondo, se vuole sia salutifero o contrario alla salute, questo tengo per meglio, e con esso mi reputo molto più bene, che con qualsivoglia altra cosa. E in questa maniera tengo per buona sorte tutto quello che mi avviene e di tutto rendo grazie a Dio.

Teologo: Resta la terza risposta, che mi hai dato, dicendo che non hai mai giorno senza beatitudine. Questa mi sembra molto difficile ad intendere; ma mi persuado che me la renderai tanto chiara, come le altre due.

Mendico: Così farò con la grazia di Dio, ma sta attento. Per beatitudine intendiamo tra gli uomini quella di colui che ha ciò che desidera; che in tutto riesce e la cui volontà sempre si adempie senza l'esistenza. Non v'ha uomo nel mondo, che, vivendo secondo quello che vuole, arrivi ad avere questa beatitudine intera: e ciò è manifesto. Nel cielo l'hanno interamente i beati; e la ragione è, perché non vogliono più di quello che vuole Dio. Lo stesso avviene tra gli uomini mortali, quando uno ha mortificati i suoi appetiti ed ha interamente rassegnata la sua volontà a quella di Dio, rallegrandosi di quello che Dio fa, così circa del medesimo uomo, come circa degli altri uomini. Questi lo possiamo chiamare beato in terra, perché ha gusti celestiali, vedendo che in tutto si fa la sua volontà, la quale è conforme a quella di Dio.

Teologo: Dimmi: come tu poni in opera questo divino insegnamento?

Mendico: lo ho determinato di dipendere dalla volontà di Dio in tal maniera che la mia non trapassi mai la sua, e conformandomi tanto intieramente ad essa, che non mi rimanga alcun volere: e in questo modo vivo contento e mi tengo beato, perché quanto fa Dio, mi dà molto particolar gusto, e assai più dolce e soave di quello che ha l'uomo, il quale fa quanto i suoi appetiti desiderano.

Teologo: Io ho molto bene inteso in che consiste la tua beatitudine, e mi pare molto grande verità quello che mi dici. Ho però un dubbio intorno alla rassegnazione, che convien fare a Dio della nostra propria volontà; dimmi: Che cosa faresti e diresti se Dio ti volesse gettare nei profondi abissi dell'inferno?

Mendico: lo ho due braccia spirituali: l'uno é l'umiltà, che tengo soggetta a Gesù Cristo, con la quale sto unito alla sua sacratissima umanità, e questo braccio é il sinistro: l'altro destro é l'amore, con il quale sto unito e abbracciato con la divinità del medesimo Gesù Cristo, e con questo braccio lo tengo abbracciato tanto stretto, che cadendo io all'inferno senza peccato, non lascerei di stare con Dio: e in questo caso io terrei per cosa migliore andar coll'amicizia di Dio all'inferno, che stare senza la sua grazia nel luogo più delizioso che si possa immaginare.

Teologo: Già intendo che vuoi dire due cose: la prima é che la profonda umiltà é una scorciatoia divina per andare a Dio. La seconda é, che avendoci Dio obbligati col suo comandamento ad amarlo, non ci comanderà mai altra cosa in contrario. Onde dobbiamo dire a Dio: Signore, purché io ti ami, purché stia in tua grazia, purché non sia privo di lodarti, gettami dove ti piace, perché ogni luogo mi riuscirà buono, stando in tua compagnia.

Mendico: Mi. hai inteso bene. Orsù, hai ora alcun altro dubbio?

Teologo: Dimmi, fratel mio: giacché stai tanto unito con Dio, dove lo troverò io adesso per unirmi con lui? Perché nessun altro luogo sarà meglio per me, che quel medesimo dove tu lo hai trovato.

Mendico: Né tu lo troverai in alcun luogo, né io, né altri, se non dove lasceremo le creature per lui.

Teologo: Dove ora hai lasciato Dio?

Mendico: Nei cuori puri e negli uomini di buona volontà: in questi l' ho lasciato, e in questi sono per ritrovarlo.

Teologo: Non posso non domandarti, chi tu sei, perché vorrei conoscerti e che restasse nella mia memoria il tuo nome, in riguardo dei benefici, che in questo giorno ho da te ricevuti.

Mendico: Non ti posso dar più certa risposta, con la quale ti discuopra chi sono, che dirti: io sono realmente re.

Teologo: Come è possibile, che tu sii re? Dunque tu hai regno?

Mendico: Il regno lo tengo nell'anima mia, perché so reggere tutti i miei sentimenti e potenze interiori ed esteriori, e tengo soggetti alla ragione tutti gli affetti e le potenze dell'anima mia. E veramente, fratello, sopra tutti i regni del mondo, questo è unico, e nessuno ne dubiti. Quindi intendi con quanta ragione mi chiamo re, avendo io per la divina grazia questo regno.

Teologo : Vedo che te ne vuoi andare. Ma dove sei per inviarti? Lo vorrei sapere.

Mendico : Vado là, donde vengo.

Teologo: E donde vieni?

Mendico : Vengo da Dio, e però il mio viaggio è da Dio e a Dio, e quegli che viene meco è il medesimo Dio. E se non intendi questo che ti dico, te lo spiego. Essendo Dio presente in ogni luogo, e stando la sua essenza in tutte le creature, ancorché io muti luogo, e siano varie le creature, che vedo e con le quali mi trattengo e parlo, ritrovo in tutto Dio e più lui che quelle, e più vado tra lui che tra quelle. Anzi se esse mi avessero a nascondere Dio o disturbarmi che in esse non lo ritrovassi, fuggirei da esse, come da nemici mortali.

Teologo: Fratel mio, come sei arrivato a tanto grande perfezione?

Mendico: Con tre cose: continuo silenzio, alti pensieri, unione con Dio, perché in nessuna cosa, che sia sotto di Dio, ho potuto ritrovar riposo, né quiete. Perciò adesso riposo e riposerò nel mio Dio in somma pace, perché l'ho ritrovato. E però, se tu vuoi farti un tesoro di perfezione e avere vero riposo, non lo cercare nelle altre creature, né portar loro rispetto, quando t'impediscano l'avvicinarti a Dio. Esercitati molto di proposito in quelle tre cose sopradette: osserva perfetto silenzio, fuggi la conversazione degli uomini, che impedisce per lo più la pace e l'allegrezza, che con Dio guadagna il silenzio; i tuoi pensieri non siano bassi, ma alti, non di cose temporali, ma eterne, non umane, ma divine, non di carne, ma di spirito, non della terra, ma del cielo; l'unione con Dio sia la tua vita: distaccati da tutto il creato, come se non fossero creature nel mondo, procura di tenere il mondo per morto, rimiralo come una casa, nella quale è acceso il fuoco e si abbrucia, dalla quale fuggono quelli che non vogliono perire in essa. E in questa maniera ti hai a sbrigare dal mondo e ti ritroverai più disposto per unirti con Dio, per aver pace e riposo con lui, il quale supplico che ti dia la sua grazia e ti disponga a far così come ti ho insegnato.

 

CAPO XVII

 

 

Del motivo principale, che dobbiamo avere, per adempire la volontà divina e conformarci ad essa.

 

 

Per fare con maggior perfezione e frutto la volontà divina e conformarsi totalmente ad essa, si deve avvertire grandemente il motivo principale, per il quale dobbiamo adempirla: perché, sebbene sia vero che i titoli e gli obblighi, che a ciò abbiamo, sono molti e tutti molto meritorii, nondimeno uno è il più eccellente, più generoso e più meritorio, che è il dar maggior gusto a Dio. E se si vuole adempire perfettamente la volontà di Dio e piacere in tutto al suo Creatore, non basta eseguire quello che vuole Dio, ma si deve fare nel modo, nel quale vuole e gusta più che lo facciamo. E questa è la maniera che più meritiamo e più piacciamo a lui. poiché uno può adempire la volontà divina, considerando che Dio è suo supremo Signore, a cui deve servire, o suo amoroso Padre, dal cui comandamento deve dipendere, o suo liberalissimo benefattore, al quale deve essere grato, o suo fedelissimo rimuneratore, dal quale spera di essere premiato, o perché questo solo è quello che è bene per noi, che ci è più utile, più onorevole e conforme alla dignità dell'uomo; i quali titoli sono più lodevoli e santi.

Mi chi mancasse all'adempimento del beneplacito divino, farebbe contro tutti questi titoli, metterebbe sossopra tutto queste ragioni, che Dio ha, che noi facciamo il suo gusto, non il nostro; né alcuno di questi titoli è più onorato, nessuna ragione è più stretta e rigorosa, nessun motivo è più desiderato e gradito di questo al Signore, a cui tanto dobbiamo piacere. Onde sebbene uno adempisse in tutte le sue opere la volontà divina per i suddetti motivi, ancorché tanto buoni e santi e dei quali noi dobbiamo ancora approfittarci, non arriverebbe del tutto a soddisfare al desiderio e gusto di Dio, che ha della nostra maggior giustificazione e santità, e che siamo santi e perfetti come è il nostro Padre celeste; perché non arriverebbe ad adempire con somma finezza e liberalità di cuore quella suprema legge di perfezione e quel massimo comandamento che dice: Amerai il tuo Signore con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutti i tuoi sentimenti, con tutte le tue forze (Marc. 12. 30).

E sebbene per adempire i precetti divini non sia necessario tutto questo sforzo e perfezione, né il farli per solo e puro amore, è però convenientissimo, per soddisfare al desiderio che Dio ha della nostra maggior perfezione, alla quale ci consiglia, che adempiamo con amore e per amore la sua volontà, e ciò con amor tenero, forte, leale, fino e vero, per quel supremo titolo di essere Dio chi e, amando tanto stupenda bontà, compiacendoci delle sue infinite perfezioni, rallegrandoci delle sue immense ricchezze, della sua infinita gloria e grandezza. E chi non arriva a questo di adempire la volontà divina disinteressatamente per essere Dio chi é, ancora non arriva ad adempirla totalmente e perfettamente, con tutto il suo potere, come Dio vuole che sia adempita e merita che si adempia; né acquista il merito che potrebbe, né compiace quanto può al suo Creatore, né godrà perfettamente dei tesori grandi, che si ritrovano in questo esercizio, né gusterà quel favo di miele e soavità, che sta nascosta nel non fare il proprio gusto, per far quello di un Dio tanto buono. E però è necessario che innamorati di quell'essere ineffabile, di quella bellezza infinita, di quella bontà immensa, di quella natura piena di infinite ricchezze e perfezioni, adempiamo la sua giustissima volontà.

Questa deve essere la nostra occupazione, questo il nostro officio, questo il nostro gusto, questo il nostro sforzo; in questo si ha da risvegliare il nostro intelletto; di questo si ha da alimentare la nostra volontà; con questo si hanno da rallegrare il nostro corpo e il nostro spirito; in questo si deve occupare la nostra anima; per questo dobbiamo impiegare quanto siamo e possiamo, desiderii, affetti, forze, tutta la sostanza, tutta la vita. Qual impiego migliore dell'anima nostra e di tutto il nostro essere, che in quello che è tutto l'essere? Non so per certo come non ci si dilegua 1'anima, infiammata d'amore verso quella eterna bellezza, bontà, onnipotenza e sapienza infinita. Oh che sorte poter ammirare un essere si grande! Che sarà amarlo, abbracciarlo, deliziarsi con lui, gradirgli in tutto? Non ci dovrebbe capire il cuore nel petto per vera allegrezza, per la fortuna che possiamo far cosa con la quale gli diamo gusto, e per la ventura che possiamo non solo rispettarlo, ma anche amarlo.

Non so come noi, sue piccole creature, possiamo lasciare di pregiarci e gloriarci grandemente di essere sue, e di andar sempre attonite per la sua grandezza e bontà, amando quel nobilissimo essere, che non ebbe origine da nessuno (qual maggior nobiltà di questa?); quell'essere che non essendo stato fatto da nessuno, nessuno lo limitò (e però è infinitamente, buono e perfètto, e tale che nemmeno il pensiero può immaginare cosa maggiore, e tutto quello che di lui si immagina, è molto poco e niente rispetto alla sua grandezza); quell'essere tanto ammirabile, che insieme con essere uno è anche trino, e con somma unità si ritrova in lui trinità (meraviglia delle meraviglie, che per tutta un'eternità dovremo ammirare); quell'essere tanto infinitamente buono, che tutto quello che è il Padre, lo comunicò al figliuolo, e il suo figliuolo tanto buono quanto lui lo diede ai peccatori; quell'essere tanto buono, che non poté stare, neanche un momento, senza comunicarsi tutto, non potendone far di meno la sua stupenda bontà; quell'essere onnipotente, che fece il tutto col volere e lo fece di niente; quell'essere tanto savio, che non può errare nel farci del bene; quell'essere tanto immenso, che non può allontanarsi da noi e viene dovunque noi andiamo, e ode quello che gli domandiamo; quell'essere tanto immutabile, che non può invecchiarsi la sua bellezza, né mancare la sua buona volontà; quell’essere semplicissimo, nel quale, senza disturbo, né impedimento possediamo tutti i beni; quell'essere tanto giusto e misericordioso, che per far misericordia perdonò agli uomini, non perdonò al suo Figliuolo; quell'essere eterno, che non può morire; quell'essere fedelissimo, che, sebbene vien disobbligato da noi, non manca di quello che ci promise; quell'essere tanto nostro amante, che non si stanca di soffrire le nostre scortesie; quell'essere, che dà l'essere ad ogni essere, che solleva i cieli, e per il quale si conservano gli elementi, vivono le piante, sentono gli animali, discorrono gli uomini, intendono gli angeli; quell'essere tanto immenso, che da nulla è impedito, facendo il tutto, governando il tutto, ritrovandosi per tutto; quell'essere tanto buono, che, essendo immensa la sua grandezza, infinita la sua autorità, suprema la sua maestà, é tale la sua degnazione, che, per amor dell'uomo, gli matura di sua mano i frutti dell' albero, preparando il grano nella spiga, disponendo la bevanda nelle fontane, apparecchiando il vestimento nei campi, cucinandogli da sé medesimo la vivanda, tessendogli la tela, con la quale si ricopra, abbassandosi a tanto umili offici per una creatura tanto vile; quell'essere tanto buono, che é ogni bene, da cui prese origine ogni bontà, da cui nacque tutta la bellezza, da cui ebbe principio tutta la sapienza, da cui procedette tutta la giustizia, da cui deriva tutto il potere; che é buono sopra ogni bontà, bello sopra ogni bellezza, potente sopra ogni possanza, giusto sopra ogni giustizia, savio sopra ogni verità, dolce sopra ogni sapore; quell'essere tanto buono, che ebbe tanto buona volontà, sino a morire per far vivere una sua creatura, sino ad umiliarsi, perché un vermicciuolo non fosse superbo, sino a farsi uomo per l'uomo suo nemico, il quale tentò di levargli l'essere Dio, sino a lasciarsi per sostentamento della vita di chi meritava mille morti, sino ad entrare dentro del petto umano lui, che non capisce nei cieli. O buon Dio, e quanta buona volontà avete, e massime verso di me!

E giacché tali sono le vostre determinazioni, che gran cosa che io adempia il vostro giustissimo volere! Adempia io in tutto la vostra volontà tanto buona, e l'adempia perché voi siete tanto buono!

Mi congratulo mille volte con la creatura, per essere tanto buono il loro autore, per la nobiltà della loro origine, per la gloria dell'essere fattura di tanto buona mano. I cieli facciano applauso, perché in essi non capisce il loro Creatore; i pianeti seguitino le loro danze e le stelle accendano maggiori splendori, per essere luce inaccessibile chi le formò: le piante, gli uccelli, gli animali, gli uomini, gli angeli facciano festa, per esser si grande il loro Re, tanto potente il loro Signore, tanto sapiente il loro Capo, tanto buono il loro Padre. Il cielo e la terra si rallegrino per la gloria di tal padrone e della grandezza di tal monarca, la cui volontà adempiono gli uomini in terra, come gli angeli in cielo; e poiché gli angeli l'adempiono amando il loro Signore, per essere Dio chi è, tanto infinitamente buono, santo, grande, perfetto, perché devono meno gli uomini, per i quali, benché nemici, ha fatto di più che non ha fatto per gli angeli, fedeli e domestici della sua casa? E per essere Dio molto buono verso di noi, non dobbiamo tralasciar di adempire la sua volontà; ma dobbiamo farlo con ogni esattezza, per essere lui in sé infinitamente buono e tale, che non ha potuto far di meno di essere tanto buono, quanto è stato verso di noi, che siamo tanto cattivi.

CAPO XVIII.

 

 

Quanto importi non fare la propria volontà ma quella di Dio, e quante utilità apporti la mortificazione.

 

Non mi contento di aver detto in generale l'importanza e la pratica di questo esercizio divino; ma voglio discendere più al particolare, e dichiarare quello, in che si riepiloga tutto ciò, e come un'anima santa giungerà a fare in tutto la volontà di Dio, secondo lo stato di questa vita. Al quale effetto bisognano tre cose. La prima, non fare in niente la propria volontà: e questa è come il fondamento delle altre due, perché è impossibile, che adempiamo la volontà di Dio, se attendiamo ad adempire la nostra, della quale dobbiamo prima spogliarci e scaricarci come di una soma intollerabile, non essendovi peso più grave di quello, che sia ciascuno a sé medesimo, per poter poi correre nell'esecuzione del volere di Dio. La seconda, far tutto quello che uno farà, perché è volontà di Dio; e per questo sono necessari e la purità d'intenzione e il conoscimento della divina volontà. La terza, star contenti di tutto quello che Dio vuole: perché uno abbia un medesimo volere e non volere con Dio, non basta fare tutto quello che Dio vuole che faccia, ma è necessario non resistere, né dissentire da quello che Dio vuol fare. Di tutto questo tratteremo, quanto sarà necessario, e di passaggio dichiareremo meglio alcune ragioni, che abbiamo accennato, in conferma dell'utilità ed eccellenza di questo esercizio, fino ad arrivare uno ad avere non solo conformità con la volontà divina, ma anche uniformità, e se così mi è lecito dire, deiformità.

Venendo alla prima parte, per adempire la volontà divina, è necessario non adempire la nostra, molto più di quello che sia necessario disfarsi il gelo dell'acqua, affinché questa venga a bollire; e come un uomo non può vivere in Roma e insieme in Ispagna, ma per vivere in una parte, deve partire dall'altra, così per vi vere a Dio e in Dio, adempiendo la volontà divina, si deve negare la propria volontà, come il medesimo Cristo ci insegna dicendo, che per seguitarlo deve prima ciascuno negare sé stesso e pigliare la sua croce, cioè negare la sua volontà con tutte le sue passioni, appetiti e altre potenze esteriori e interiori con una universale mortificazione di tutte. Non ispaventi alcuno questo nome tanto rigoroso e aspro agli orecchi di mortificazione totale; ma si considerino i suoi effetti miracolosi e i suoi frutti soavissimi; e starà ognuno tanto lontano dal temerla, che con tutte le sue forze l'abbraccierà; o se non ha tanta fortezza, almeno non potrà ingannare sé stesso ancorché voglia, e giudicherà che si deve abbracciare e desiderare. Forse il mansuetissimo Dio sarà divenuto tiranno, che sia per rallegrarsi senza cagione e frutto del nostro scarnificamento, vedendo a i suoi figli diletti macerate le carni con cilici, illividite con battiture, famelici, sitibondi, umiliati, afflitti e senza gusto della terra? Gran bene per certo deve risultare da questo, poiché un Dio, tanto buono e pietoso e amoroso Padre, ce l' ha incaricato tante volte e tanto di proposito, così per bocca dell'Unigenito suo diletto, come per quella de' suoi Profeti e Apostoli. Come avrebbe Gesù, tanto mansueto e umile di cuore, avuto il coraggio di pronunciare sentenza così cruda, quale fu quando disse: Se alcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso e prenda la sua croce...(Matt. 16, 24. - Marc. 8, 34) se non fosse stato, che in questo avviso ci faceva gran favore, per i frutti grandi che nascono da questa rinuncia? E sebbene è vero che per animarci ad essa non abbiamo bisogno di saper altro, se non che piace a questo Signore, tuttavia accennerò alcuni altri beni che porta seco, perché almeno conosciamo quanto ragionevole e giusto è questo divino volere e quanto profittevole per noi; perché se nella mortificazione, che è la cosa che più ci spaventa, ritroviamo queste utilità, non dubiteremo che si ritrovino anche in tutte le altre cose più aggradevoli.

Sono adunque tanti i frutti della mortificazione e annegazione della propria volontà, che piuttosto ci potremmo lamentar di Dio, se non ce l'avesse raccomandata tanto di proposito e non ci avesse avvisati, che ci era tanto conveniente. Se un padre vedesse che un suo figlio savio, ben disposto, grazioso, robusto è caduto ammalato e giace in un letto all'ospedale, frenetico, sfigurato, deformato, sì debole da non poter muovere un braccio, con un gusto sì guasto fino a sostentarsi solo di cose immonde; ed egli sapesse un rimedio col quale potesse non solo liberare il figlio dalla morte, ma renderlo sano e più forte che mai, con maggior disposizione e vaghezza di prima, e col gusto purgato per godere il sapore e la dolcezza dei cibi delicati…, non farebbe un'empietà tener segreto questo medicamento, senza dirlo ad alcuno, né procurare di darlo al figlio? Senza dubbio un padre simile sarebbe tenuto da tutti per stolto o per inumano, avendo un sì crudele odio al suo figliuolo, Quello dunque che non ci parrebbe bene in un uomo, perché non lo vogliamo in Dio? Come non vogliamo che egli non pubblicasse in tutta la sacra Scrittura, con gli esempi e con le parole de' suoi santi Profeti e per bocca del suo Unigenito Figliuolo, tanto gran ristoro della nostra natura corrotta e inferma, quale è la mortificazione con l'aiuto della sua grazia? Per suo mezzo si compongono gli affetti, si regola l'appetito, si purga l'intelletto, si riforma lo spirito, restituendolo alla sua antica nobiltà, e talvolta a maggiore, con maggiori gradi di santità. Perché dunque Dio aveva a tacer questo e, non pubblicare e lodare un rimedio tanto notabile? E perché noi non dobbiamo gradire questo avviso e non ci abbiamo a ristorare con tale medicina?

Quanta tristezza sogliamo noi a essere caduti da quel felice stato dell'innocenza! Quanto si desidera di vivere in esso! Se dunque ci è arte e modo di rinfrancarci col favor divino, di correggere la nostra perversa natura, di raddrizzare i nostri appetiti, di riformare le nostre potenze, perché l'abbiamo a disprezzare? Per vero, ancorché la mortificazione e rinnegamento della propria volontà non ci portasse altro bene che questo, ci dovrebbe sforzare ad abbracciarla con tutte le nostre forze, né deve ritardarci il timore che nel principio suo apporta qualche amarezza. Questa è la più sciocca e vergognosa scusa del mondo: perché se per la sanità del corpo non ricusiamo rimedi amari, come per la salute dell'anima e per rimedio della nostra corrotta natura abbiamo a ricusare quelli che alla fine non sono tanto amari, e col tempo sono per essere dolci e saporiti? Si consideri quanto più fanno gli infermi di corpo, che non richiede la mortificazione. Si lasciano quelli aprir le viscere perché si cavi loro una pietruzza che li affligge; si lasciano abbruciare la carne viva per risanare da una piccola postema; si lasciano segare le membra per deviare un dubbioso cancro. E nel gusto che cosa non patiscono i medesimi con bevande amarissime? E quando mai fanno la propria volontà? Soggetti sempre al medico e al chirurgo, non fanno mai quello che vogliono; domandano un po' d'acqua, e non è loro data; vogliono levarsi, e non è loro permesso; gustano di dormire, e ogni momento vien loro disturbato il sonno. Che ha a fare questa vita tanto miserabile e crudele con la mortificazione? Questa non è mai tanto disgustosa, e alla fine viene dolce e soave, e non è, come la medicina corporale, rimedio tanto incerto e dubbioso.

Dunque se in un padre sarebbe empietà il non dare a un figliuolo il rimedio certo e meraviglioso che sapeva, e nello stesso figlio sarebbe inumanità o disperazione il non pigliarlo, quanto più (se si considera bene la verità delle cose) potrà giudicarsi per disperato, empio e inumano contro sé stesso quegli che non abbraccia la mortificazione per sanare la corruzione della sua carne e del suo spirito. Siccome dunque fu grande beneficio di Dio incaricarci la mortificazione, così é dei maggiori castighi che può mandare a uno, darlo in preda ai suoi desideri e gusti; e però dice Davide: Il mio popolo non udì la mia voce, né Israele fece conto di me; ed io li lasciai andare dietro i desideri del loro cuore (Salm. 80, 12, 13). E S. Paolo dice che il castigo che diede Dio ai superbi gentili per la loro alterigia, fu il darli in preda ai loro desideri, che é un castigo orribilissimo dato loro per i grandi peccati che commisero. Né v'ha maggior castigo di Dio, che quando castiga un peccato con un altro per le pene nelle quali incorre il misero peccatore, non essendovi maggior tormento di quello che ci sogliono causare le nostre passioni. E in verità quanto incomparabilmente maggiore è il travaglio di uno che non si mortifica, di quello che molto per vero attende a raffrenare le sue passioni!

Un'altro bene inestimabile ha la mortificazione, che è soddisfare per i peccati passati e diminuire o levare le pene, per essi meritate, con pochissima spesa. Io non so per certo che senno abbia colui che non gode di questo vantaggio e di questa si buona occasione. Poiché se a un uomo che stesse molto afflitto per non poter pagare mille ducati che deve, si accostaste il creditore e gli dicesse che, purché lo soddisfacesse subito, si accontenterebbe che gli pagasse solamente per ciascun ducato un quattrino, mentre invece se non fosse pronto e aspettasse che gli fosse fatta l'esecuzione, dovrebbe pagare interamente il debito; qual giudizio comporterebbe il differire la paga con perdita tanto notabile?

Non siamo noi meno sciocchi nel non pagare adesso per i nostri peccati, potendo risparmiare molto con quello che in questa vita paghiamo in contanti con volontarie penitenze e mortificazioni, e col non aspettare che Dio ci faccia l'esecuzione nel purgatorio, dove si deve pagare fino all'ultimo quattrino, poiché le pene del purgatorio eccedono le pene di questa vita più assai che non un ducato un quattrino. Si aggiunga che questa esecuzione di Dio nel purgatorio non è nella roba, né in cosa che tocchi solo estrinsecamente e per conseguenza non dolga: ma è nelle nostre medesime persone con tormenti incredibili; cosa che si fa più sentire che la povertà. E che prudenza adunque sarebbe se uno essendo condannato ad essere attanagliato, si potesse liberare dalla esecuzione di tanto inumano e doloroso supplizio, solamente con questo che egli di propria volontà digiunasse un giorno, e tuttavia lasciasse di farlo? Questa é la nostra sciocchezza, che non vogliamo far nulla per liberarci da tali pene, in paragone delle quali i maggiori tormenti di questa vita sono un nulla.

Ma se con tutto ciò non ci muove 1'esserci dalla mortificazione cancellate le pene dell'altra vita, muovaci il liberarci quella da molte pene della vita presente; poiché bene spesso accade, che, mentre dovrebbe Iddio mandarci per i nostri peccati molte acute infermità, acerbi dolori e altri severi castighi, nel vedere che uno soddisfa per quelli, sospende la sua mano e non lo affligge più; e al contrario, a quelli che non trattano mai di mortificazione, carica, Dio la mano e manda loro malattie e altre traversie più gravi senza dubbio che non farebbe se molto per vero si mortificassero. Al padre Giorgio Colebrant, uomo di gran virtù e mortificazione, successe questo caso molto notabile. Era questo padre di molta penitenza e tanto mortificato che ad alcuni pareva meritasse taccia d'indiscreto. Aveva egli fatto tutto il suo corpo una piaga per le continue discipline, che spietatamente si dava, accompagnandole con aspri cilici e altre sorta di martirii, coi quali si cruciava. E perché questo buon padre aveva divozione di confessare i maggiori peccatori e i più scellerati uomini che si trovassero, dando loro molto leggiera penitenza, egli pigliava sopra di sé il resto: e l'adempiva, non cessando di affliggersi senza misericordia alcuna, in tutti i modi a lui possibile. Parve a un nostro provinciale, come ad altri molti, troppo smoderato quel rigore, e temendo, che con esso terminerebbe presto la vita e che impedirebbe maggior servizio divino, per il frutto che faceva nelle anime co' suoi consigli ed esempi, gli ordinò che temperasse quegli eccessi. Il buon Padre, che non aveva volontà propria e stimava più l'obbedienza che la vita, obbedì a' suoi superiori, ma li avverti, che, senza dubbio, Dio vi metterebbe egli la mano: e che se mancava delle sue penitenze, l'affliggerebbe egli più per altra parte, ma che con tutto ciò voleva piuttosto obbedire che vivere. E infatti successe, che non molto dopo sopraggiunse al padre un mal di pietra insopportabile e tanti dolori, che metteva compassione a vederlo, dolori che non avevano confronto colle penitenze passate. Se dunque Dio afflisse così quel buon padre invece delle penitenze che lasciò per volontà di Dio manifestatagli dai superiori, gli altri, che per loro gusto le lasciano, perché non devono temere la mano potente e giusta di Dio?

Questo bene tanto grande, della mortificazione di liberare dalle pene, non ha nulla a che fare con quello che è di liberare dalle colpe, perché, oltre che soddisfare per i peccati passati, impedisce ancora i futuri. E in questo vi ha un eccesso tanto infinito, quanto é dalla pena alla colpa, dal dipinto al vivo, dal non essere all'essere, perché qualsiasi pena, ancorché tanto grande quanto tutte le pene dell' inferno insieme unite, non é male in confronto di una colpa anche leggiera. Se dunque la mortificazione ha questa virtù tanto meravigliosa, perché non la stimeremo? E perché non doveva raccomandarla Dio nella sua Scrittura? La radice di tutti i peccati è l'amor proprio, e non ci è falce, che così la seghi, né forza, che così la svella, come la mortifIcazione; né ci è colpa immaginabile, né disordine delle nostre passioni, che non sia per difetto di essa; perché non si fa peccato, se non perché non si vuol vincere sé stesso e contraddire alla propria volontà. Difatti non avendo la mortificazione altro studio che di insegnarci a vincere noi stessi e moderare le nostre passioni, con essa staremo preparati e armati contro i peccati; mentre senza di essa, siamo fiacchi e ignudi in guisa tale che qualsivoglia tentazione ci farà cadere.

Ora quanta è l'importanza di accrescere l'amore e l'esercizio di questa virtù!

Che tesoro di grazie e di meriti in questa si ritrova! Questa è la margarita preziosa e il tesoro nascosto, per il quale dobbiamo fare tutto quello che abbiamo. E se tanto è maggiore il merito, quanto l'amore e l'osservanza verso Dio, e tanto più grande è l'opera, che si fa, quanto è più difficile e ardua, di quanto gran merito sarà il vincere sé medesimo, che è un'opera e vittoria tanto grande e unita colla più grande carità!

Un altro frutto della mortificazione è la facilità nell'esercizio di tutte le virtù, perché, quando alcuno è esercitato nel vincer sé stesso e in domare la propria volontà in cose molto ardue, in quelle che sono meno difficili non inciampa per nulla, e con grande facilita corre per la strada più piana. Non fa mai molto frutto la terra che non è zappata, né la vite che non è potata. Nella stessa maniera, perché noi fruttifichiamo in opere buone, dobbiamo troncare i nostri desideri e sradicare i nostri affetti.

Quanta sarà la pace dell'anima, acquietato il tumulto dei nostri desideri, e fatta la pace fra l'appetito e la volontà e raffrenate le passioni! Questa è cosa tanto manifesta, che anche i filosofi la conobbero, principalmente gli stoici, i quali, sebbene persuasi che l’anima non era immortale, ad ogni modo solamente per la beatitudine di questa vita e per vivere in pace e con gusto con sé stessi e con gli altri, si privarono dei piaceri, della roba, degli onori, vivendo con grande austerità, povertà e abbiezione. E sebbene è vero che senza la fede e la grazia speciale di Gesù Cristo non arrivarono ad acquistare quello che pretendevano, che è la quiete delle passioni e la beatitudine dell' anima, con tutto ciò seppero e insegnarono che questa era la buona strada. E Marco Tullio dice: «Quando distogliamo il cuore dal pensiero del corpo e delle cose di casa e dei negozi, e ci raccogliamo dentro di noi, che altra cosa facciamo se non imparare a morire?

Esercitiamoci in questo, stacchiamoci dall'affetto dei nostri propri corpi, e avvezziamoci a morire in questa maniera: e facendo questo, mentre viviamo in terra, avremo una vita simile a quella che si fa in cielo: e così quando l'anima nostra uscirà dal carcere di questo corpo, volerà più presto.» Queste sono parole di Tullio e questa fu sentenza dei filosofi.

La mortificazione dà anche aiuto grande all' orazione, perché purifica l'anima dagli affetti che offuscano la ragione e non le lasciano vedere e conoscere le cose divine; sicché la mortificazione cura l'anima da perniciose illusioni.

E se stimeremmo molto un'erba o una pietra, che avesse questa virtù che posta su gli occhi de' ciechi, subito desse loro la vista; e posta sopra gli orecchi dei sordi, subito facesse loro sentire; e posta sopra la bocca dei muti, subito sciogliesse loro la lingua; e posta sopra il petto a chi avesse male, subito il risanasse; in che alto prezzo si deve tenere la mortificazione, la quale risana non la cecità del corpo, ma quella dell'anima, e rischiara la vista, non degli occhi corruttibili, ma della ragione; e oltre di ciò ci apre gli orecchi dell'anima, acciocché intendiamo la voce di Dio, quando ci parla; e ci scioglie la lingua, acciocché sappiamo parlare con Dio, e ci mette grazia nelle labbra per ottenere da Dio quello che domandiamo; perché non v'ha orazione più efficace di quella che é accompagnata dalla mortificazione, come consta da innumerabili esempi della Sacra Scrittura. Oltre di questo, chi non é mortificato, sta tanto lontano da poter ricevere la luce del Cielo, che in esso non può rilucere neppure il lume della ragione; sta tanto lontano dai sentimenti divini, che nemmeno si accosta alla ragione naturale; né solamente non vive vita spirituale, ma neppur ragionevole, perché di uomo diventa bestia. Per il che disse Riccardo di S. Vittore: «La nostra volontà non si accenderà mai perfettamente nel desiderio dei beni celesti, né il nostro intelletto si purificherà e si schiarirà per la contemplazione delle cose divine, se non siamo diligenti a reprimere con fortezza e molto frequentemente la sollecitudine dei nostri corpi, anche nelle cose lecite e necessarie». Ci toglie ancora la mortificazione questo male di cuore, col quale i nostri desideri ci tormentano e ci cavano di cervello, e ci pacifica e ci acquieta: con che dà anche aiuto all'orazione, la quale richiede pace e tranquillità d'animo.

L'onore poi, che ha il mortificato, di essere immagine di Cristo Crocifisso, e il bene grande della perfetta imitazione del Figlio di Dio, come si potranno degnamente stimare? Non indarno sopportò tante pene; perché, avendo egli conosciuti gli innumerevoli benefici che riportiamo con la mortificazione, ci volle ad essa obbligare col più efficace modo, che poté, che fu il suo esempio, e a costo del suo sangue e della sua vita sforzarci con questa gran finezza d'amore a volere il nostro bene. E quanto è evidente argomento dell'importanza della mortificazione, l'aver fatto e patito tanto il Figliuolo di Dio per persuadercela, altrettanto intollerabile ingratitudine è la nostra nel non far caso del giudizio della Sapienza eterna, né del suo sangue e travagli. Per tutti questi frutti della mortificazione non è gran cosa, che Dio ce la raccomandi tanto e ci dimostri quanto si compiace di essa: poiché desiderando egli infinitamente il nostro bene, e ritrovandosi in questa beni tanto grandi, è inesplicabile il compiacimento che riceve dal vederci a questa applicati, sebbene a noi bastava solo il gusto di Dio, ancorché non ci fosse altro interesse, per far che non la temessimo, ma ci impiegassimo tutti in essa; tanto più che senza questo fondamento di negare la nostra volontà, non possiamo arrivare a fare quella di Dio, che è un altro incomparabile beneficio.

Ma ancorché la mortificazione non avesse tanti beni, quanti sono questi, era sufficiente premio di essa il castigare la nostra volontà e far vendetta del nostro proprio amore, per il quale ci siamo tante volte perduti e precipitati, e abbiamo fatta al medesimo Dio tanto grande ingiustizia, come se l'avessimo ucciso: poiché, dice S. Bernardo, la propria volontà, per quanto tocca a lei, uccide Dio, o, per lo meno, vuole che Dio sia altrettanto cattivo, quanto ella é, o tanto cieco e ignorante che non castighi, né conosca i nostri. ardimenti; e anche giunge più oltre la sua sfacciataggine, che si preferisce a tanto sommo bene, essendo ella tanto cattiva; perché, nota S. Agostino, giustifica sé stessa e tiene Dio per ingiusto, né ci è male che ci succeda, che ella non sia causa del nostro danno e dolore, come ho già detto altre volte, e non mi voglio trattenere a ripeterlo per il molto che importa, che l'abbiamo a intendere. I peccati ella sola li causa, facendoci più male che tutto l'inferno insieme unito, perché, senza il suo aiuto, non ci è potere di demoni che ci possa far danno: ed essa é quella che ci fa tanto gran tradimento, che si accorda insieme coi nostri nemici, e ci dà in poter loro per schiavi vilissimi. Gli altri danni temporali e le altre disgrazie sono causate parimenti da lei, perché o é occasione di essi co' suoi errori, o non sapendoli sopportare, fa che ci cagionino non poco senso e afflizione; il che non sarebbe, se ella non volesse e si sapesse accomodare alla ragione, non ponendo il suo affetto in cose, che cagionino molestia, né camminando, per dir così, tra i carboni accesi. Non ci è male, se ella non ripugnasse, che ci potesse affliggere. Essa finalmente è quella, che fabbrica e mantiene quante sorti di mali e di tormenti si trovano così in questa vita, come nell'altra; fino al medesimo inferno esso lo sostiene. Dunque per castigare tanti danni e vendicarci tanto giustamente di tanto grande nemico, dobbiamo molto mortificarci. Si aggiunge a questo che se non diamo noi in questa vita spontaneamente e privatamente il dovuto supplizio alla nostra volontà, si dovrà dare in pubblico e sforzatamente nell'inferno o nel purgatorio; perciò é meglio che ci assicuriamo che non ci faccia tanti danni. Non sarebbe un gran privilegio se per uno non ci fosse purgatorio, né inferno, e che stesse in sua mano il togliere dal mondo l'inferno? Ora, con la mortificazione e annegazione della propria volontà, può uno far questo, per quanto tocca a lui. Onde disse S. Bernardo: «Cessi la propria volontà, e non ci sarà inferno.»

 

 

 

CAPO XIX.

 

I gradi della mortificazione, necessari per adempire in tutto la volontà di Dio.

 

Non mi contento di aver commendata in generale la mortificazione; importerà molto far conoscere più in particolare i gradi che di essa ci sono, affinché l'anima, desiderosa del suo bene, sappia dove ha da porre il piede e gli scalini. per i quali salire lino ad abbracciarsi col suo amato Gesù, e crocifiggersi con lui, spogliata interamente della sua volontà e d'ogni proprietà, facendo in tutto la volontà divina, obbedientissima al gusto di Dio sino alla morte e morte dolcissima di croce, la quale, sebbene a Gesù fu molto amara, a noi rende saporosa e melliflua la nostra mortificazione. Per il che si deve avvertire che la mortificazione e annegazione della propria volontà deve essere in tutte le cose; e chi dice tutte, non ne eccettua alcuna, né grande, né piccola. Questa é una regola generale, che non ha eccezione alcuna; perché questa rassegnazione e questa privazione del proprio volere deve essere in tutto quello, in cui si attacca qualche poco del proprio gusto e in tutte quante le creature e gusti, che si trovano, in tutti i sentimenti e potenze, in tutto il corpo e anima, nelle cose spirituali e divine, e anche nelle ansietà di servire al medesimo Dio.

In tutto deve uno spropriare di sé medesimo e di ogni suo volere, non facendo, né desiderando, né immaginando cosa da sé medesimo, né per suo gusto, ancorché sia buona, ma solo per gusto di Dio. Tutto questo dichiareremo appresso, affinché sappiamo la meta dove dobbiamo correre con tutte le forze, e, se non vi giungeremo, ci vergogniamo della nostra fiacchezza in cosa di tanta importanza e che unicamente é bene per noi.

Determinato dunque uno di non far mai eternamente la sua volontà e di spropriarsi di sé stesso e di tutte le cose, con che si riempirà di somma consolazione e dolcezza, il primo grado che dovrà salire sarà lasciar i beni della terra e rinunciare in effetto tutti quelli che potrà, secondo il suo stato e secondo che giudicherà essere servizio di Dio, abbracciandosi anche esteriormente con la nudità o povertà di Gesù Cristo (il quale morì ignudo sulla croce, senza essere padrone neppure de' suoi poveri vestiti, avendo egli stesso prima detto: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli dell'aria i loro nidi, ma il Figliuol dell'uomo non ha dove reclinare il suo capo (Matt. 8, 20; Luc. 9, 58) e interiormente, facendo una rinuncia generale, non tenendo affetto a cosa creata, e per quelle che sarà necessario possedere, deve farlo come per forza e contro il proprio gusto.

Il secondo grado, dopo d'aver lasciato le cose esteriori e lasciar tutti i gusti dei sentimenti, astenendosi da qualsivoglia diletto di cosa corporale, é di procurarsi le cose contrarie e penose; perché, siccome per raddrizzare una bacchetta storta, si torce verso la parte contraria, così per riformare i gusti sensuali, dobbiamo piegare alle cose, che saranno di disgusto alla carne, come le penitenze e asprezze e altre cose, che si possono fare senza strepito, le quali saranno di grandissimo merito, per vincersi con queste la propria volontà; perché, come disse un dottore: «Nessuna cosa si può offrire a Dio, che gli dia maggior gusto, che la rassegnazione della propria volontà»; perché nessuna cosa stima più l'uomo che la propria volontà e il libero arbitrio. E pertanto quando alcuno per amor di Dio resiste alla sua sensualità e propria volontà e mortifica sé medesimo, ancorché sia in cose minime, fa più grato servizio a Dio, che se risuscitasse molti morti. Se in un viaggio due uomini incontrassero un fiorellino molto bello, e uno desiderasse di coglierlo, e pensandoci meglio, dicesse a sé medesimo: «lascialo per amor di Dio»; ma l'altro, senza nulla pensare, lo cogliesse, certo che questi non peccherebbe per cogliere quel fiore semplicemente; ma quegli, lasciando di coglierlo per amor di Dio, meriterebbe tanto più di questi, che lo colse, quanto è dal cielo alla terra. Che se Dio per una mortificazione tanto piccola dà tanto gran premio, che darà a quelli, che per suo amore si disprezzano e lasciano sé medesimi e tutte le cose loro? Dica adunque l'uomo spirituale molte volte dentro di sé medesimo: «Signore, per tuo amore, non voglio vedere questo, giacché non m'importa il vederlo; per tuo amore non voglio dire quella cosa, non voglio gustare quell'altra. non voglio parlare di quello, non voglio toccar questo.» Non è possibile che uno senta Dio dentro l'anima sua, se in lui non muore tutto ciò che è disordinato.

E quello che più importa mortificare dei sentimenti è il gusto, perché dalla sua mortificazione, più che dall'altre penitenze, dipende la castità. La sua mortificazione non solo deve essere nella quantità del cibo, ma anche nella qualità del medesimo, a cui esortando l'abbate Giovanni, discepolo di S. Odone, dice un notabile pensiero: ed è che non deve muovere né far meraviglia alcuna, che Elia in tempo di fame mangiasse carne, mattina e sera; perché chi considera quel cibo, deve riflettere ancora al ministro, che gliela portò, che fu un corvo, essendo che molte volte i demoni prendono figura di questi uccelli; e tal cibo era degno di essere portato dai corvi e il saziarsi di esso, mangiandone la mattina e la sera, meritò di essere accompagnato dalla fame. Ma quando il suo cibo fu pane solo, allora ebbe per ministro un angelo, che glielo portò e lo saziò di tal maniera, che in quaranta giorni non ebbe più bisogno di mangiare. Nemmeno sì deve eccedere si nel modo come nella quantità del cibo, perché la causa della perdita universale del genere umano fu un miserabil pomo. Ed Esaù fu riprovato per la gola di alcune lenticchie e non di un piatto delicato. E il popolo d'Israele per appetito d'acqua, e non di vino, mormorò contro di Mosé.

Il terzo grado è la mortificazione interiore, lasciando tutti i desideri e gusti dell'animo, per sé non bramando cosa creata, ma solo il Creatore; né volendo gusto esteriore, né interiore, riputandosi come se fosse lo stesso nulla, senza tener più conto né riguardo a' suoi commodi e gusti, come se non fosse al mondo; sradicando dal cuore ogni amor proprio, che è la radice di tutti i mali e la chiave maestra, per mezzo della quale il demonio ha in noi l'entrata, e il principale strumento, col quale ci danneggia. Questa mortificazione è un olocausto e il sacrificio più accetto, che possiamo offrire di noi a Dio; perché in esso non ci mortifichiamo in parte come nelle altre mortificazioni; ma ci dedichiamo interamente tutto a Dio, e non solo gli offriamo le nostre cose, ma noi stessi. Per cui è necessario esaminar molto bene i nostri affetti, ancorché siano buoni, e considerare dove tendono; e generalmente fare con noi stessi una legge universale, colla quale ci proibiamo tutti i desideri, se non sono puramente di Dio; perché 1'inquietudine e perturbazione del nostro spirito, le pene e i sentimenti del cuore sono causati da essi, quando noi avremo bandito tutti i nostri desideri, solamente allora avremo possesso di noi medesimi e dominio dell'anima e pace interiore. E' veramente chi si conforma con la volontà divina e non vuole se non quello che Dio vuole, non ha niente da desiderare, perché già possiede quello che vuole, che è quello che vuole Iddio; e si ritrova come in uno stato beato, con il compimento di tutti i suoi desideri.

Se è infermo, questo vuole, perché così vuole Dio e non ha più nulla da desiderare; se è afflitto, umiliato, bisognoso, questo stesso vuole ed ha il compimento de' suoi desideri, i quali non sono d'altra cosa, se non che si faccia la volontà di Dio, e questo già lo ritrova, il che è gran ventura. Difatti qual maggior felicità si potrebbe immaginare nel mondo di quella che proverebbe un uomo vedendo succedere tutte le cose che desidera? Ora questa buona fortuna e sorte, assai più sicura, giunge ad avere chi non vuole niente, se non tutto quello che Dio vuole; e chi arriva a questo segno, non ha più nulla da desiderare, né da pensare più oltre, ma solo troncare tutte le sue cupidigie e godere della pace del suo cuore e del compimento de' suoi desideri.

 

CAPO XX.

 

Quanto importa mortificare i desideri per adempire la volontà di Dio.

Questa mortificazione dei desideri è importantissima: sì perché senza di essa non si ritroverà, come ho detto, la pace dell'anima, né alcuno arriverà a conformarsi con la volontà di Dio, sì perché dobbiamo molto tremare di desiderare qualche cosa, non sapendo che alcune volte anche quello che desideriamo con buon fine e per bene e per servire a Dio, può essere quello che è peggio per noi. Solo Dio sa quello che ci conviene, e lo desidera più di noi, ed egli solo è potente a darcelo; e però non si ha che a rimettersi nelle sue mani, e fidarsi di lui solamente, e stare maggiormente contenti della sua buona volontà e amore che del nostro amar proprio, che tante volte ci ha fatto tradimento; laddove Dio sempre ci è stato e ci sarà fedele, e piuttosto potremo noi odiare noi medesimi, che non Dio odii le creature, che egli stesso ha messe al mondo. E quantunque si dia un uomo, che si sia estremamente amato e voluto bene, non si ritroverà però mai che abbia fatto per sé medesimo quello che Iddio ha fatto e patito per noi. La causa è che noi non desideriamo tanto il nostro bene, quanto lo desidera egli. Dall'altra parte non sappiamo quello che è bene per noi e non abbiamo né potere, né forza per quello; Dio invece sa ed ha il tutto. Quindi è che noi dobbiamo deporre ogni pensiero di noi medesimi e togliere ogni dominio al nostro amor proprio e troncar da tutte le parti i nostri desideri.

Ma sebbene questo solo basterebbe a persuadere a porre perpetuo silenzio a tutte le richieste del nostro cuore e sigillare una volta bene la nostra volontà, affinché non uscisse più fuor di sé, né si distraesse a desiderio creato, nondimeno non lascerà d'aiutarci il considerare la viltà nostra, non meritando noi niente, e il danno che risulta dal medesimo desiderare, poiché sono tanto povere e vili le cose di questa vita, che solo per questo ci dovremmo vergognare di porre in essi gli occhi. Dall'altra parte noi siamo tanto vili e cattivi e indegni di qualsivoglia bene per i nostri peccati, che, ancorché le cose fossero grandi in sé stesse, non dovremmo arrischiare di desiderarle, e ci dovrebbe parere il maggior sproposito del mondo che una cosa tanto vile avesse ardimento di desiderare onore, gusto o altra cosa. E ancorché le cose fossero per sé stesse grandi e tali fossimo pur noi, è tanto grande il danno che i desideri portano seco, che per questo solo non dovremmo permetterne pur uno; essendochè non si può ricompensare, con l’acquisto di tutti i regni del mondo, il male che ci fanno e il dispiacere che ci apportano, e le sollecitudini e le angosce con le quali ci crocifiggono. Il che si fa conoscere nei desideri di cose sante e spirituali, come di maggior raccoglimento, di più orazione, e anche di patire per Dio e della medesima gloria sua: poiché quando sono questi desideri smoderati, procedendo da amor proprio disordinato, causano ansietà, travagli, tristezze, inquietudini e disturbano totalmente la pace dell'anima. E però consigliano i santi e i maestri di spirito, che si devono moderare e conformare con la divina volontà. Se dunque i desideri, anche di cose tanto sante, possono essere di danno, che saranno i desideri di cose per sé stesse tanto dannose quanto le temporali?

Per arrivare a questo, fa di mestieri aver conoscenza delle cose, non conforme all'apprensione e stima fatta dagli uomini, ma secondo la verità e il Vangelo, per penetrare la sostanza di esse, persuadendosi che l’onore, i gusti, le facoltà non sono quelle che paiono e non sono beni, come pubblica il mondo sciocco, ma che è tutto vanità e nulla; e che anche chiamandole nulla, si fa loro onore, perché meritano piuttosto chiamarsi mali, per i danni, che ci fanno, poiché ci fanno cattivi, ci impediscono la virtù. ci danno occasione di peccare, ci cagionano i mali e le miserie di questa vita, come confessarono i medesimi gentili. Chi dunque si persuade di questo, come può aver desiderio di loro? E se le desidera, quale maggior temerità si può trovare? perché se si persuade che sono fumo e vanità, quale pazzia maggiore che il perder visi intorno? Lo chiameremmo pazzo in quella guisa che chiameremmo alcuno, il quale per avere un poco di fumo si affannasse e sudasse, o altri, che desse in ismanie per alcuna cosa che non si trovasse nel mondo, come per una finta chimera. Che se si tengono per cattive, cose velenose e appestate, quali sono, come potrebbe alcuno, che vuol bene a sé stesso e desidera di vivere, desiderare d'alimentarsi di veleno e di tossico, che per poco che sia, gli ha a far male? E se non solo consideriamo la picciolezza delle cose, come sono in sé, ma anche le paragoniamo con gli eterni beni, che si perdono per l'affezione a quelle, senza dubbio, ancorché fossero molto grandi, sparirebbero subito, come le stelle accanto al sole. E chi é, che abbia giudizio, che in confronto di un gran tesoro ambisca piuttosto un poco di fango? Nella medesima maniera quegli che fa stima dèlla grazia e delle cose eterne, perderà l'affezione delle temporali. S. Ignazio, quando rimirava il cielo e innalzava il cuore a Dio, diceva con sospiri: «Ah! quanto sordide e vili sono le cose della terra, quando rimiro il cielo!» E al santo abbate Silvano, quando, usciva dall'orazione, parevano tutte le cose tanto vili, che si copriva gli occhi per non vederle, dicendo: «Serratevi, occhi, serratevi e non mirate le cose del mondo, che non é in esso cosa degna da vedere.»

Importa anche aver una cognizione sperimentale di sé e intendere schiettamente che da noi stessi siamo niente, e che questo nome non ci sta anche molto adattato, perché siamo meno del niente, o per dire più propriamente, siamo tanto peggiori del niente, quante volte peccammo; e dobbiamo persuaderci che per noi é anche nome molto superbo chiamarsi polvere e fango e verme e fracidume, che alfine queste cose sono qualche cosa e hanno il loro uso e la loro utilità; ma noi per i peccati siamo meno di niente e non abbiamo da noi cosa giovevole, ma un puro veleno, col quale attossicchiamo noi medesimi e infetteremmo tutto il mondo coi nostri peccati, per i quali Iddio, se non fosse trattenuto dalla sua misericordia, lo distruggerebbe. Con questo concetto che uno avesse di sé stesso sinceramente, come lo deve avere, sarebbe tanto lontano dal desiderare onore, che gli parrebbe la più ingiusta cosa del mondo e la più fuor di proposito il vedere onorare cosa tanto vile. Il medesimo gli parrebbe nelle cose di gusto e in tutte le altre che fossero di suo commodo, stimando che non convengano a lui, che egli sia trattato molto lautamente, ché tutto sovrabbonda a chi niente altro merita, per i suoi peccati, tormenti maggiori di quelli dei demoni. Né solo questi si fermerà a non desiderare le cose di questo mondo; ma questa medesima dissonanza e irragionevolezza, che gli pare in vedere onorata cosa, che sta tanto lontana dal meritarlo, lo farà fuggire dagli onori e dalle comodità, e ambire il contrario, che é ogni umiliazione e incommodità, e andrà cercando per sé il peggio e il più disprezzato; e in quelle cose di onore e di gusto, che non potrà fuggire, si troverà come violentato e si asterrà da quel contento, che suol cagionare il loro possesso; perché da questa mortificazione di desideri seguirà una grande indifferenza per tutto quello che Iddio vorrà, e una totale mortificazione dei gusti interiori, poiché chi non desidera una cosa assente, non si rallegrerà neppure d'averla presente,

Né questa spropriazione di sé stesso e questa mortificazione dei desideri e gusti deve limitarsi alle cose che di loro natura sono cattive, o a quelle che sono indifferenti, come la vita, la morte, la sanità e l'infermità, la pena e il gusto, l'onore e l’umiliazione, la povertà e la ricchezza, il sapere e l'ignoranza; ma deve estendersi anche alle cose sante e spirituali discacciando da esse l' amor proprio, il quale sotto coperta di santità, si può in esse nascondere, come sono nelle consolazioni e gusti spirituali la devozione e le lacrime, non facendo di ciò caso, né desiderandolo se non solo per gradire a Dio. E gli uomini veramente perfetti di spirito si vergognano di vedersi con gusti e soddisfazioni, che ricevono i principianti di buona voglia; perché con quel medesimo grappolo di uva o mela, con cui si regala un bambino, si fa affronto a un uomo, e la vita presente non é di godimento, ma di travaglio, né la virtù consiste in questi regali, gusti e lacrime i quali possono nascere da amar proprio, e chiunque deve riputarsi indegno d'aver simili cose, e con esse deve starsene umiliato, così perché ha molto più di quello che merita, come perché deve capire che Dio lo tratta come tenero bambino nella virtù, e solamente deve servirsene per quel fine per il quale Dio gliele in via, che è perché si dia fretta di andargli spianando la strada e perché si vada disponendo, quando gli mancassero, a non cessare da quella perseveranza e sforzo, col quale deve servire a Dio e adempire la Sua volontà a tutto suo costo, senza interesse e premio di consolazioni; e quanto più uno si sproprierà di queste cose, tanto più presto giungerà ad unirsi con Dio, perché fa assai più lasciare questi gusti interiori e spirituali, che hanno ancora pericoli grandi, che lasciarci trasportare da essi, non come Iddio vuole.

Un esempio molto a proposito di questa mortificazione racconta Tauleto, divotissimo dottore. Dice che c' era un gran servo di Dio, al quale il Signore faceva molte rivelazioni, tanto che gli aveva dichiarata tutta la sacra Scrittura e manifestati i suoi misteri e altre cose molto grandi e straordinarie. Ma questi favori gli davano tanta pena, per vedersene indegno, e desiderava di mortificarsi tanto, che domandò a Dio, che gli levasse quelle rivelazioni. Iddio l'esaudì: e privandolo di tutte quelle illustrazioni, lo lasciò per cinque anni senza consolazione alcuna, facendogli patir grandi tentazioni e angustie e altre molte disgrazie. Stando in capo di questo tempo afflittissimo, vennero due angeli a consolarlo, ma egli con grande umiltà e costanza, si voltò a Dio e gli disse: «O Signore Dio, io non ti chiedo alcuna consolazione; mi basta di custodire il luogo, dove tu abiti nell'anima mia, acciocché fuori di te non entri niente in lui, né osi d'apparirvi altra cosa.» Con ciò meritò di godere molti favori di Dio, tra i quali gli disse il Padre eterno: «Tu sei il mio figliuolo, nel quale mi sono compiaciuto».

Dimodochè anche nei buoni desideri e illustrazioni del cielo dobbiamo negare noi stessi e non cercare in quelli noi medesimi: essendochè molte volte per cercar noi stessi e per accrescere queste cose, con qualche amor proprio confidati nelle nostre diligenze e discorsi, siamo occasione che Dio si ritira e le diminuisca. E però si devono ricevere con grande umiltà, conoscendo che noi non abbiamo parte in esse, non avendo un minimo sentire di gusto proprio, non mirando, se non solamente la volontà divina, rassegnati e rimessi totalmente in essa, riferendo tutte le cose a Dio, e spropriandosi e spogliandosi l'anima in tutto di sé medesima, non cercando in nulla il suo comodo e gusto, e riputandosi indegna che Dio la guardi in faccia, nonché la regali così. Il medesimo deve farsi negli altri desideri più santi e spirituali, come sono di fare più orazione, di maggiormente patire, di negare sé stesso, essendo necessario mortificare ogni amor proprio, il quale anche in queste cose si vuole intromettere con qualche disordine: perché il fare la sua propria volontà non è mezzo sproporzionato per rinunciare alla medesima: e non si deve desiderare cosa, se non come Dio vuole che si desideri. La cosa più grata a Dio è desiderare in tutto che si faccia la divina volontà solamente: e con questo i nostri desideri non ci cagioneranno alcuna inquietudine, né pena, che ci possa essere amara, anzi se ci apporteranno alcuna pena, sarà accompagnata da gran dolcezza causata dalla rassegnazione nelle mani di Dio: poiché soggettando tutto noi stessi alla divina provvidenza, riposeremo nel suo grembo e seno, come un bambino nelle braccia della sua amorosa madre.

 

CAPO XXI.

 

 

Della purità d'intenzione, che si ricerca per fare la volontà di Dio.

 

Dopo che alcuno ha rinunciato a tutti i suoi gusti e a tutta la sua volontà, trova la strada piana per dedicare tutte le sue opere al Creatore e fare in tutto la sua santissima volontà, con ischietta e pura intenzione: la quale veramente non potrà ritenersi con costanza da quegli che sarà posseduto dal suo amor proprio. E ciò perché avrà gran difficoltà nel fare le opere solo per la volontà di Dio, chi tiene la sua propria volontà, resistendo alla divina; e ancorché faccia l'una o l'altra opera per amor di Dio, ne farà mille per amor proprio, non solo quelle che per sé stesse sono colpevoli, ma anche le medesime opere buone e sante infetterà totalmente con sinistra intenzione, sicché per esse meriterà più presto pena che gloria, o per lo meno le corromperà con il consorzio di alcuna intenzione meno che buona, con la quale diminuirà o impedirà il merito dell' opera. E ancora perché, se pur voglia far la volontà di Dio, con effetto non gli riuscirà di farla, per la gran sottigliezza dell'amor proprio, il quale dipinge le cose come vuole, mirando sempre alla sua comodità. E così non riusciremo mai a far cosa di profitto, se non avremo troncato il collo a questo nemico, tanto amico e domestico: il quale è tanto più fatale, quanto più ci si mostra amico e procuratore del nostro bene. E ancorché la mortificazione e la rinuncia della propria volontà non avesse altra utilità, che questa di sgombrare l'anima dalle nebbie, per conoscere la verità e far le cose con purità di intenzione e per solo amor di Dio e adempimento della sua volontà giustissima, santissima e a noi profittevolissima, tutta la spesa e costo del nostro sangue, che ponessimo in essa, sarebbe bene impiegato. Il fare le cose con purità d'intenzione é la cosa più giusta e dovuta a Dio: perché, siccome un lavoratore, che pianta un albero, ha diritto ai frutti suoi, così Dio, che ci creò, ha tanto maggior ragione sopra di noi, quanto più ha fatto in noi.

Onde a lui sono dovuti tutti i frutti dell' uomo, che non sono se non opere sue, le quali gli si negano e quasi gli si rubano, quando non si offeriscono e non si dedicano al nostro Creatore, facendole per altro fine, o cattivo o buono. L'esattezza e rigorosità, con la quale Dio vuole da noi raccogliere questi frutti, ce la dichiara significantemente bene nel Vangelo, quando, accostandosi per cogliere fichi da quella ficaia, in stagione che non era la propria, la maledisse, ed essa subito si seccò. Il che fu una figura di quello che passa negli uomini, dai quali con maggior rigore Iddio ricerca frutto che non un lavoratore dall'albero che pianta: perché il lavoratore si accontenta di raccogliere i suoi frutti in un tempo dell' anno, ma Iddio li vuole in tutti i tempi. E se si può parlar così, ha tanta avidità e desiderio di questi frutti, che non si contenta solamente di quello che, secondo il parere nostro, gli si deve, ma anche domanda e vuole più frutti di quelli che a noi paiono possibili; come viene significato in quello che successe in questa ficaia, dalla quale volle coglier frutti, quando non li doveva dare e quando erano naturalmente impossibili. Che se non è impossibile adempire e soddisfare a Dio in quello che egli per precetto ci domanda, e a questo si possono aggiungere molte opere di supererogazione, con tutto ciò, secondo quello che noi gli dobbiamo professare, obbligati e per ciò che abbiamo ricevuto dalla sua infinita liberalità e per quello che egli ci consigliò conforme alla sua santissima volontà (la quale gusta che siamo perfetti, com' egli è), non sogliamo così facilmente soddisfare. Del che è causa principale la mancanza della buona e pura intenzione; e però il Signore con misericordia grande ci significò e incaricò tanto strettamente l'importanza di questa.

La sopradetta rigorosità ci viene manifestata nel detto di colui che conservò il talento, e per non aver reso di esso frutto alcuno fu cacciato nel carcere dell'inferno: e quando disse che il suo padrone mieteva dove non aveva seminato, e il Signore, benché tanto giusto e ragionevole, non volle contraddire a questa condizione, per ammaestramento nostro. Poiché, se comportò che gli fosse detto che vuole raccogliere frutto dove non seminò, né piantò, come trascurerà di domandarlo dove ha piantato con tanta diligenza come ha fatto nell'uomo, e dove ha coltivato con tanta spesa, quanta è stata lo spargere il suo proprio sangue, acciocché non mancasse con che innaffiare? Ed è verissimo che anche dall'opere, che non sono di obbligo, né virtuose, ma libere e indifferenti, vuole Dio raccogliere frutto, e che si facciano per suo amore fruttuose e meritorie, raccogliendo il frutto non solo dalle opere di obbligo, ma dalle libere e da quelle, che per sé stesse non sono di virtù. Dunque se Dio esige con tanto rigore e chiede frutto da tutte le cose, e vuole che tutte le nostre azioni si facciano per buon fine, perché noi altri ci trascuriamo e facciamo opere tanto contrarie a questo, che è impossibile porre loro questo fine e farle fruttuose? Vi sono degli alberi, i cui frutti toccando terra si putrefanno: così sono le nostre opere, le quali, se l'intenzione, con cui le facciamo, sono toccate della terra, per buone e belle che appaiono, si corrompono e si viziano.

E se vogliamo far riflessione a noi, il maggior danno che possiamo ricevere, è il trascurarci nel porre buona intenzione alle nostre opere, essendo ciò un abuso vergognosissimo della nostra natura; perché, essendo il fine dell' uomo Iddio solamente, deve avere Dio solo per fine di tutte le sue azioni; e se le indirizza ad altra cosa, fa a sé stesso una intollerabile ed enorme ingiuria, venendo a mancare la sua dignità. A chi non parrebbe scandalosa sproporzione che la coppa fatta perché vi bevesse un potente re, fosse adoperata dal coppiere per vaso d'immondezze e la tenesse piena di schifoso fango? E che lo scettro, che fu fatto per autorità della maestà reale, si adoperasse per maneggiare feccie? Se queste cose avessero sentimento, che lamenti darebbero di questi danni, nonostante siano in un medesimo ordine di creature, le quali non si eccedono con eccesso infinito.

Ma tra Dio e qualsivoglia altro fine creato v'ha una distanza infinita. Veda adunque 1'uomo 1'importanza di far le cose con pura intenzione per amar di Dio, e non torcersi, né abbassarsi a un altro fine, e riconosca quanto danno e affronto fa a sé medesimo, non conservando la purità della sua intenzione. E acciocché questo si venga a conoscere maggiormente, si deve avvertire che solo nell'abuso delle cose e nel cavarle dal loro fine, si fa loro grande ingiuria.

Così se alcuno volesse usare mezzi disparati, che non hanno che fare col il suo fine e sono a questo dissonanti, tutti lo terrebbero per pazzo, come colui che volesse prendere un po' di neve per abbruciare profumi, o preparare liquori odorosi per consacrare e ungere un re, o volesse di una zappa di contadino far le vesti di un imperatore e una ricca porpora. Non si potrebbe per vero immaginare maggior pazzia di questa; e tutta questa stoltezza tanto grande consisterebbe in togliere le cose dal loro fine e nell'adoperarle per quello per cui non furono fatte. E alle medesime cose si farebbe ingiuria, applicandole ad altre cose, a cui non possono servire, ancorché molto più eccellenti; perché così resterebbero inutili e senza profitto e molto più disprezzate: essendochè la stima delle cose, bene ordinate, è solamente per la convenienza e ordine al fine; e siccome pigliandole per altro fine differente, non hanno con esso convenienza alcuna, così non sono di pregio.

Onde se solamente il cavar le cose da' loro fini, ancorché siano per altri migliori, é tanto stolta cosa e si fa loro un'ingiuria tanto notabile, che pazzia sarà e quale ingiuria farà uno a sé stesso, mentre si toglie dal suo fine, che è Dio? E ciò non per fine migliore, ma per quello che é infinitamente inferiore e tanto più basso quanto é Iddio e la creatura! Si aggiunga a questo che l'abuso delle cose é tanto più stravagante, quanto esse sono più degne; ed essendo le creature ragionevoli e intellettuali le più preziose ed eccellenti fra tutte, il disordine del loro fine cagiona maggior deformità e dissonanza. E però un uomo che non si adatta al suo fine, Dio, dedicandogli tutte le Sue opere, si oltraggia in molti: l'uno perché già abusa di sé stesso, rimanendo, senza profitto e senza stima, separato dal suo fine; l'altro perché s'abbassa a un altro fine molto più inferiore, essendo egli la creatura più preziosa che sia al mondo.

In un regolo, quanto più liscio e dritto, e in un vaso, quanto più prezioso e sottilmente lavorato, comparisce peggio una tacca e una stortura; e in una porpora reale, quanto più ricca e preziosa, offende maggiormente una macchia. E così, quantunque molto piccola cosa quella, nella quale la nostra intenzione si allontana da Dio, é tuttavia di enorme dissonanza.

E ancora non resta dichiarato lo sconcio, che si commette, non consacrando a Dio tutte le nostre opere; perché non solo ci allontaniamo da Dio (il che é un abuso intollerabile, anche nelle cose materiali e insensibili, come abbiamo veduto), ma facciamo molto maggior violenza, perché si violenta anche il fine, mutandosi per tal modo la natura delle cose, che del mezzo si faccia fine e del fine si faccia mezzo: il che é una mostruosa dissonanza e una doppia pazzia, come se il pittore si ostinasse a fare un pennello con una pittura, e non già col pennello fare la pittura. Ma disordine molto maggiore é quando un uomo separa la sua intenzione da Dio e la pone nelle creature, che gli sono inferiori e che sono fatte per il medesimo uomo: perché in questo caso non solo l'uomo si separa dal suo fine, Dio, ma egli stesso, che è fine delle altre creature del mondo, ordina sé stesso a quelle e le fa suo fine, e non ordina né sé medesimo, né quelle a Dio, che è il fine ultimo di tutte. Il che è fare del mezzo fine e del fine mezzo. Se dunque, nel separare una cosa dal suo fine, le si fa tanto grande ingiuria, che sarà il fare anche mezzo quello che è fine? Si aggiunge a questo che noi non solo violentiamo e storniamo depravatamente qualsivoglia fine, acciocché sia mezzo, ordinandolo ad altra cosa inferiore; ma molte volte cerchiamo di far mezzo l'ultimo fine di tutti, che è Dio, e d'accomodarlo alla nostra volontà e non la nostra alla sua; il che è enorme mostruosità. Consideriamo adunque, se poco importa aver pura e sincera la nostra intenzione, ponendola solo in Dio, non facendo cosa, né per nostro onore, né gusto, né interesse: perché nel declinare e divertirci da Dio, restiamo senza dignità, senza stima, senza profitto, come dice Davide: «Tutti declinarono, san fatti inutili.» (Salm. 18, 3; e 52, 4) Esortandoci il nostro Maestro Gesù alla purità d'intenzione, ci disse che se la nostra vista è cattiva, tutto il nostro corpo è tenebroso; (Mt 6, 23; Luc. 11, 34) perché se la nostra mira e gli occhi della nostra intenzione non stanno rivolti a Dio, ma ad altro fine cattivo, tutto l'uomo e tutto il suo corpo e l'anima e tutta la sua sostanza resta oscurata e disonorata, senza utilità, né uso, né stima alcuna. Se dunque il difetto della buona intenzione così vizia e corrompe la radice, è chiaro che tutte le opere, che quindi germogliano, saranno inutili e fatica vana, e resteranno perdute, ancorché siano le più alte opere di virtù, non potendo alcuna cosa essere grata a Dio, senza buona intenzione. Onde disse bene Riccardo di S. Vittore, che con la cattiva intenzione uno è omicida de' suoi figliuoli, cioè delle sue opere.

E il danno, che fa la cattiva intenzione, non è solo di far perdere alle opere buone la loro dignità e il loro merito, ma, ciò che è peggio, di trasformarle in cattive e renderle degne di castigo e pena. E qual perdita maggiore di questa? poiché non solo è perdita, ma è danno incomparabile. Tutto quello che si fa senza questa purità d'intenzione, o con altro fine storto, sarà un preparar materia per il purgatorio ed alimentare la nostra rovina, perché, rimovendo il nostro cuore e la nostra intenzione da Dio, perdiamo il nostro profitto e non abbiamo più riposo. Succede il contrario a chi indirizza tutte le cose a Dio, facendole con pura intenzione e per solo suo amore; perché questi fa meritorie quelle opere, che, per sé stesse, sono indifferenti e senza alcun profitto, e le solleva ad essere opere di carità; e molti falli che, senza colpa, vengono da lui commesse, non diminuiscono il merito alle sue opere. Così, come dice il Savio, chi fa tutto con retta intenzione, compie in breve spazio molti tempi, essendochè le opere sono tanto più stimate da Dio, quanto sarà buona !'intenzione di chi le fa. Perciò il demonio s'affatica, senza posa, per pervertirla, sicuro così di distruggere le nostre opere buone,

Tutto ciò, che si è detto, sono alcuni beni, che acquista la purità d'intenzione; ed essa è quella buona volontà alla quale gli Angeli, quando nacque il Salvatore, promisero la pace: perché, secondo S. Leone, la vera pace del cristiano è di non allontanarsi mai dalla volontà di Dio. E per vero inquietano assai quelle cose che si fanno senza buona intenzione, e non possono farsi senza gran distrazione, quando ci governiamo secondo l'affetto e non secondo la ragione, né secondo la legge di Dio; perché quando pretendiamo di gradire agli uomini, che è più difficile del gradire a Dio, ci inquietiamo se la cosa ci riesce male, e del distrarci non sono tanto causa le molte occupazioni, quanto il farle per altri fini, che non sono Dio.

Finalmente la purità d'intenzione è una perenne fontana di grazia e favori divini, il culmine della virtù, il vincolo dell' anima nostra con Dio, la consolazione della vita, la chiave del cielo. Un divoto fratello della Compagnia di Gesù, di nome Giovanni de' Soto, guardarobiere in un collegio della Compagnia , infermo a morte, domandò un ago che teneva riposto in un agoraio. Avutolo, disse: Questo mi deve essere la chiave del cielo, con questo voglio morire, con questo ho a ritrovare Cristo mio Redentore: perché non ho fatto cosa con questo ago, che non sia stata per amor di Dio, né ho messo un punto che non sia stato per piacere a lui, come se avessi avuto da vestire il mio Gesù.

E Dio premia la retta intenzione non solo nell'altra vita, ma anche in questa con molte grazie e favori. Il fratello Alfonso Rodriguez, portinaio in un collegio della Compagnia di Gesù, perché sempre apriva la porta come se l'aprisse a Gesù, vide molte volte entrare per essa il medesimo Gesù Cristo.

Questo, che dicemmo della purità d'intenzione, non solo si deve intendere nelle cose esteriori, ma anche nelle interiori, benché sia il minimo pensiero e affetto interiore, non pensando mai cosa che non sia di servizio di Dio e per amor suo, né ammettendo alle grezza nel cuore, che non sia per Dio e in Dio.

 

 

 

CAPO XXII.

 

I gradi della pura intenzione necessari per adempire in tutto la volontà di Dio.

 

I gradi della pura intenzione sono quattro:

Il primo è di riferire le cose a Dio, arrivando, come dice o S. Agostino, ad avere un medesimo affetto con la volontà divina; tanto che, siccome Dio vuole tutte le cose e le fa per sé medesimo, così noi abbiamo a voler alcuna cosa, neppure noi stessi, se non è per Dio e per adempire la sua santissima volontà. Ma questa offerta non si deve fare solo in qualche modo e virtualmente, ma spesso e attualmente in ciascuna azione, principalmente nelle azioni più grandi e che sono di difficoltà e di fatica; e nelle azioni minori, ogni volta che potremo, purché non si interrompa l'attuale elevazione d'animo a Dio; perché, secondo gravi teologi, non vale l'intenzione generale per rifondere il suo merito nelle opere particolari, se non quando è causa di esse o quando rimane alcun effetto di lei. E giacché facciamo molte cose, le quali non hanno dipendenza alcuna dalla intenzione e proposito che si fa, per esempio, il mattino, è necessario porre a ciascuna questa corona d'oro, acciocché sia molto accetta a Dio.

Il secondo grado è di far le cose per amor di Dio, con gusto, con grande prestezza e prontezza, con ardore, senza tristezza né ripugnanza: questo è quello che obbliga assai Iddio; come anche fra gli uomini suole più obbligare il buon garbo e l'allegrezza con cui uno serve a un altro, che non il medesimo servizio. Questa prontezza comandò all'anima santa lo Sposo nei Cantici, quando le disse: «Levati su, affrettati, amica mia, e vieni. (Cant. 2, 10 e 13)

Il terzo grado è di far le cose per Dio solamente, non accompagnandole con altro fine inferiore, né con altro rispetto proprio, escludendo qualsivoglia altra mira, ancorché non sia fine cattivo. Questo pare che avvertì il nostro divin Maestro, quando parlo della purità d'intenzione, ricercando in essa semplicità: e perciò non la paragonò ad ambedue gli occhi, ma ad uno solo. E un'altra volta disse che nessuno poteva servire a due padroni. E anche nelle opere virtuose, le quali hanno il loro fine buono, si deve procurarla, per innalzarle maggiormente, per farle più per carità e per Dio, che non per il loro proprio e immediato fine. Si deve anche procurare di arrivare a farle, non per timore dell'inferno, né del purgatorio, né per la speranza del premio, né per pagamento, né per gratitudine dei benefici ricevuti, sebbene siano fini molto buoni; ma non sono tanto perfetti, quanto il farle solamente per Dio e perché Dio vuole così. Quando anche non vi fosse inferno, né cielo, né Iddio ci avesse fatto bene alcuno, e ancorché ci dovesse affliggere in tormenti eterni senza veruna causa, dovremmo diportarci nella medesima maniera, e dovremmo servirlo con tutte le nostre forze, con l'anima e con la vita, solo per essere lui che é, tanto buono, quanto é in sé stesso, senza pretendere altro premio; e non tanto per gradir noi a Dio (perché qui ancora si può infiltrare qualche poco di amor proprio), quanto perché Dio piace a noi e ci par buono, e sentiamo di lui tanto altamente che per sé stesso deve essere amato e servito, a costo del nostro gusto e della nostra vita. Se dunque si devono escludere i fini, che sono buoni, per avere il migliore di tutti, perché dobbiamo immischiare quelli che sono indifferenti o cattivi? Ed é una vergogna intollerabile, che nelle opere, nelle quali si deve solamente cercar la gloria divina, abbiamo a cercare solo l'umana e la nostra propria stima.

A questo grado appartiene l'indifferenza delle opere, per fare queste o quelle, in questo modo o in quell'altro: perché se il cuore si attacca ad alcuna cosa, non resta tutto puro, specialmente nelle cose indifferenti e che sono conformi all'inclinazione della natura. Così quando uno va a mensa, deve tutto riferire a Dio e farlo per suo amore non solo, ma deve andare disposto tanto per tralasciar di mangiare, quanto per mangiare, non avendo di mira se non il gusto divino e non sentendo altro sapore e gusto nelle cose che il servizio di Dio. E quando questo manca, non si deve prendere pensiero di nulla, scordandoci totalmente di noi stessi, come i beati del cielo, che hanno il maggior

godimento nel veder adempita la volontà divina, né si rallegrano tanto della loro beatitudine, quanto della bontà di Dio, che la diede loro. Con questa regola e indifferenza potremo conoscere se abbiamo questa purità, la quale certo qui molte volte a noi manca; e questa pietra di paragone ci scoprirà molte intenzioni adulterate o poco perfette.

V'ha un'altra regola, con cui conoscere la purità d'intenzione, ed é se si riceve gusto o consolazione in cosa alcuna creata. Dobbiamo vivere come solitari, non ricevendo dalle cose gusto alcuno e alienandoci da ogni amor proprio e scordandoci di noi stessi.

Il quarto grado é di fare le opere con soddisfazione di adempire la volontà di Dio, senza dubbio, né perplessità. Molte volte ci inganniamo, turbati da qualche affetto, che non lascia conoscere bene e ci mette in confusione, affinché, non avvertendo bene il gusto di Dio, facciamo il nostro, con qualche finto colore, che ci si propone. Perciò bisogna esaminare le nostre azioni e purificar bene la nostra intenzione, per essere sicuri nella scelta di quelle che dobbiamo fare, conforme al gusto e beneplacito divino, senza il quale non ci può essere buona intenzione. Poiché come si può fare per amor di Dio ciò che egli non gusta, o che dubitiamo che egli ne gusti?

 

 

CAPO XXIII.

 

Come si conoscerà la volontà divina per adempirla in tutto, indirizzando senza inganno le nostre opere a Dio.

 

Ora perché non erriamo in questo, proporrò alcune regole, con le quali ci possiamo guidare, conforme a quello che Sant'Ignazio insegna: donde potremo conoscere la volontà divina, quando non ci consta per precetto, né per alcuna volontà del superiore, né in altro modo.

Primieramente dobbiamo procurare una grande indifferenza e non inclinare l'affetto più ad una cosa, che all'altra; perché facilissimamente qualsivoglia affezione disordinata si tira dietro il giudizio e lo perturba, affinché non conosca la verità e abbracci, in luogo di essa, un inganno. E però un'anima deve procurare di stare indifferente per qualsivoglia cosa, senza volgersi più ad una parte che all'altra, né appetire alcuna cosa di questa vita; ma postasi in equilibrio, rimirare con occhi puri e semplici Dio e il suo santissimo volere, che allora solo le riuscirà di conoscere.

Per arrivare a questa indifferenza, si deve mettere avanti agli occhi il fine per il quale siamo creati, e che tutte le cose sono mezzi in ordine al fine, che è la gloria di Dio e l'adempimento del suo santissimo volere; e supposto che sono mezzi, non devono aver ragione di essere cercate né amate, se non in quanto conducono a quello, in ordine a cui esse sono. Donde si cava, che dobbiamo stare indifferenti per qualsivoglia cosa e non inchinar ci a sceglierle o volere, se non in quanto vedremo che ci conducono al nostro fine e a compire la volontà di Dio; mancando questo, manca la ragione di volerle. Il viandante, davanti a due strade, non bada se una è a dritta, l'altra a manca, l'una piana, l'altra scoscesa, ma solo guarda quale sia la strada che deve tenere per giungere al luogo dove è incamminato. Nella medesima maniera noi nelle nostre azioni e nei nostri desideri non dobbiamo cercare altra causa se non solo che quello che facciamo o vogliamo, è cosa che ci conduce a Dio, che ci unisce a lui, che è di sua volontà e gusto, mirando sempre a questo, e non guardando se il mezzo sia soave o difficile, sia gustoso o amaro.

Questo dobbiamo aver sempre davanti gli occhi e ad esso ordinare le cose e non il fine alle cose, le quali sono mezzi: il che è una mostruosità e sconcerto grande, sebbene molto comune; perché gli uomini eleggono prima alcune cose e poi vogliono con esse servire a Dio e indirizzarle a gloria di lui. E in ciò vi è un abuso grande del fine, non mirando nel primo luogo e direttamente a Dio, ma in secondo luogo, accomodando Dio al nostro gusto, mentre si deve fare il contrario. E per vero dapprima si deve eleggere e determinare di piacere a Dio, e poi eleggere e far quello che gli è gradito, ordinando i mezzi al fine: ma eleggere anticipatamente alcuna cosa di nostro gusto e poi voler servire con essa a Dio e riferirla a lui per farla di sua volontà, è gran disordine, né ci può essere purità d'intenzione, né si può adempire interamente la volontà di Dio. Quando vogliamo fare a un uomo una cosa o fargli un presente, dapprima siamo soliti rimirare se è cosa, che gli dia gusto, e non, dopo fatta, volere che la gradisca; perché può, essere cosa, che assai poco o per nulla affatto gli piaccia, o assolutamente gli dispiaccia: sarebbe ciò voler essere padroni del suo gusto e servirei di lui e non già servire a lui e gradirgli. Se un uomo non soffrirebbe questo, come vogliamo che lo sopporti Dio? E non soddisfando così a un uomo, nostro uguale, come pretendiamo di soddisfare a Dio? Non pensiamo di aver retta intenzione solo col riferire le cose a Dio: perché gli si può riferire quello che forse non vuole gli si riferisca, non essendo di suo gusto, o riferirgli quello che è anche di gusto proprio e non solo di Dio.

E però, dopo di esserci posti in una grande indifferenza e purificata la nostra volontà da qualsiasi polvere di affezione terrena, con gran tranquillità di spirito e pace dell'anima, dobbiamo rimirare con semplice e puro cuore (che è quello che gradirà più a Dio, che è quello che Dio vuole) a fare ciò che Dio vuole e a farlo come egli vuole. L'anima, libera dalle sue passioni e da ogni affetto creato, vedrà alla presenza di Dio, che è vera luce, quello che convien fare e quello che si deve riferire a Dio, per adempire la sua santa volontà.

In secondo luogo, per giungere a questa indifferenza, importa ancora, quando ci vediamo inclinati più a una parte che all'altra, violentarci e piegarci alla parte contraria, come un bastone storto, che per raddrizzarlo, si piega dalla parte opposta.

In terzo luogo aiuterà molto il metterci davanti per esemplare la vita santissima di Gesù. In ciascuna azione, che dobbiamo fare, considerare se Cristo la farebbe, e come la farebbe, con qual fervore, con quale carità, con quale perfezione; e farla ancor noi al medesimo modo. Per affezionarsi all'imitazione di Gesù Cristo e per essere sicuri nello scegliere le cose e nella purità d'intenzione, S. Ignazio ordina tre maniere e gradi di perfezione.

Il primo, quando l'uomo é determinato a non far cosa che dispiaccia a Dio, per qualsivoglia cosa del mondo, neppure per la vita.

Il secondo, quando é determinato a far ogni cosa a sua maggior gloria.

Il terzo, quando, in due cose. di gloria uguale a Dio, é determinato di scegliere quella che é più somigliante a Cristo, che ci rende simili a lui, ancorché sia più faticosa.

In quarto luogo, bisogna intendere che la volontà di Dio è quello che ci é più utile, non per il corpo in questa vita temporale, ma per l'anima e la vita eterna. Ed essendo la comodità del corpo e il gusto dei sentimenti contrari al bene della nostra anima e alle ricchezze e beni spirituali, dobbiamo persuaderci che sia volontà di Dio quello che è più contrario al corpo e a' sentimenti e a tutti i nostri appetiti; perché questo è quello che più aiuta lo spirito e più giova ad acquistare meriti maggiori, come espressamente ci dichiarò Cristo, quando disse che quegli che vorrà camminare sulle sue orme, deve rinnegare sé stesso, prendere la sua croce e seguitarlo.

In quinto luogo, gioverà aver gran concetto della grazia e gran disprezzo del mondo e di tutti i suoi gusti; perché secondo la misura della stima, che facciamo delle cose, noi ci pieghiamo con l'affetto; e 1'affetto si tira dietro il giudizio, e questo, perché sia retto, deve fare questa stima delle cose, delle quali si deve fare la scelta.

In sesto luogo, considerare la risposta che ci darebbe un uomo molto dotto e santo, interrogato da noi qual fosse la volontà di Dio in questo caso, e applicare a noi la sua risposta.

In settimo luogo, potremo ancora considerare la risposta che ci avrebbe dato Gesù Cristo stesso, se ci fossimo a lui avvicinati, quando andava pel mondo insegnando la perfezione, o quando stava inchiodato in croce; e gli avessimo domandato ciò che fosse di maggior servizio di suo Padre; e pigliare quella risposta che stimeremmo dataci da lui, la quale, senza dubbio, sarebbe conforme alla sua santissima vita.

In ottavo luogo, considerare la risposta che noi daremmo a chi ci domandasse consiglio (perché, senza dubbio, nell'altrui causa giudichiamo più spassionatamente), ed eleggere per noi quello che consiglieremmo ad altri.

In nono luogo, considerarci davanti al tribunale di Dio e pensare ciò che vorremmo aver fatto allora, riflettendo come non si può ingannare il giudice e con quanta acuta vista penetrerà egli l'intimo dell' anima nostra e scoprirà i desideri del nostro cuore.

In decimo luogo, eleggere ora, che si ha tempo, quello che, nel momento della morte e alla vista dell'eternità, ci porterà allegrezza, e non aspettare a pentirsi, quando non vi sarà più rimedio.

Per ultimo avverto quello che deve essere sempre il primo, cioè dobbiamo, con semplice ed umile cuore, chiedere a Dio che ci dichiari la sua volontà e non permetta che noi inganniamo noi medesimi. E un Padre tanto buono non lascerà d'udire la nostra domanda, che è a noi di tanto bene e a Dio di tanta gloria. E però dobbiamo sempre ripetere colla bocca e col cuore quell' orazione di S. Paolo: «Signore, che cosa volete che io faccia?», o quella di Gesù Cristo: «Non si faccia la mia, ma la tua volontà.» E se si dessero due cose indifferenti o buone, una delle quali noi dovessimo fare necessariamente, e non si trovasse più in una che nell'altra la gloria di Dio, né maggiore imitazione di Cristo, né maggiore mortificazione nostra, allora si può eleggere qualsivoglia, senza trattenersi in chiarirsene meglio, ricordando però di offrirla a Dio, per farla per amor suo; e ancorché fosse opera indifferente per sé stessa, sarà, per questa direzione a Dio, di molto gran merito.

 

 

CAPO XXIV.

 

 

Non solo si deve fare per Dio ogni cosa, ma ancora che si faccia come Dio vuole, cioè con gran perfezione.

 

 

Non basta far le cose con buona intenzione, per amor di Dio e per adempire la sua santissima volontà: è necessario farle come Dio vuole, cioè con gran perfezione; e tutto quello che abbiamo detto dei gradi dell'intenzione, circa la sostanza delle cose, si deve praticare anche nelle loro circostanze e modo di operarle, affinché siano perfette; e la medesima obbligazione che v'ha di far le cose per Dio, vi è anche di farle in modo che siano gradite all'istesso Dio. E per vero, se noi, come servi e creature di Dio, gli dobbiamo tutto quello che siamo e che possiamo fare, come un albero che produce i frutti per chi li piantò, è manifesto che questo debito e questo frutto deve essere a pro di quegli a cui si deve. E il frutto che Dio raccoglie dalle nostre opere è il compiacersi di esse; se non si fanno bene, non raccoglie questo frutto, e noi veniamo ad essere come tarlati e corrotti dai vermi, i frutti dei quali vanno a male. Siamo poi anche schiavi di Dio, e Dio è nostro padrone e signore: e lo schiavo deve al suo padrone le sue opere non solo, ma gliele deve in maniera che gli servano e siano gradite. Poiché, chi potrebbe soffrire un servitore, quando, tutto quello che facesse, si venisse a perdere o gli cadesse dalle mani, un servitore, che rompesse o disprezzasse tutto quello, col quale volesse servire al suo padrone?

Oltre di questo, la cosa più stimabile e preziosa, che noi abbiamo, sono le nostre opere. Per il che ciascuno non è più di quello che sono le sue opere. E come non basta che sia di broccato la tela, che possa servire a manto reale, ma è necessario che sia pulita, nuova, non macchiata o piena di fango, cosi non basta che le nostre opere siano buone per sé stesse, perché siano stimate da Dio, ma è necessario che siano ben fatte e col dovuto lustro, senza macchia, né altro vizio. E se nel nostro vestito corporale non soffriamo una macchia d'olio, perché nelle opere, che sono l'ornamento dell'anima, soffriremo macchie e disordini? E se a noi medesimi non comparisce bene il vestito macchiato, come vogliamo comparir bene a Dio, con opere difettose e piene di imperfezioni? Non basta dunque far solamente quello, che gusta a Dio, né farlo solamente per Dio, ma bisogna farlo anche come vuole Dio; degno d'essere presentato e offerto a tanto gran Signore, e per tanti gran debiti, che gli dobbiamo; perché quanto più è cosa eccellente operare per amar di Dio, tanto più è riprensibile chi non fa ogni suo sforzo in somigliante opera, che si fa per tanto buon signore e padre. E però S. Ignazio, vedendo un tale, che faceva con negligenza una cosa e che diceva farla per amar di Dio, lo riprese grandemente, dicendo: «Se la faceste per gli uomini, non sarebbe gran mancanza il farlo con questa trascuranza?... ora facendola per un Signore tanto grande, è assai maggior vergogna il farla in questa maniera.»

Per far dunque le opere con perfezione, aiuteranno molto queste considerazioni:

Primo: considerare come Dio vuole che io faccia quest'opera, e obbedire a Cristo, che dice: «Siate perfetti, come il Padre.»

Secondo: fare tutto, come Gesù Cristo, che dobbiamo imitare in tutte le nostre azioni come regola infallibile e legge suprema d'ogni perfezione, e operare con fervore, con carità, con ogni diligenza.

Terzo: considerare che gli Angeli e Dio ci sono testimoni e giudici del modo col quale facciamo le nostre cose. Chi deve far qualche cosa davanti al re, quanto procura che gli riesca bene?

Quarto: considerare che al tribunale di Dio, ci sarà domandato conto fino all'ultimo quattrino, e saranno esaminate tutte le nostre opere. Se un artefice deve fare cosa, della quale devono giudicare peritissimi maestri, quanto si sforza di renderla perfetta?

Quinto: considerare come vorremmo aver fatto le cose nostre, all'ora della morte. E se allora, non potendo rimediarvi, sentiamo pentimento, adesso, che lo possiamo, perché non avremo volontà e sollecitudine di farle con molta perfezione?

Sesto: se quest'opera fosse l'ultima della vita, con quale diligenza la faremmo? Con la medesima diligenza devesi ora procurare di fare tutte le cose.

Settimo: considerare la grande importanza, che é nel fare le opere in una maniera, o nell'altra, il guadagnare più gloria, o meritare più purgatorio: e quanto poca più fatica vi é in farle bene.

Ottavo: considerando che gran cosa é piacere a Dio, e quanto gran disordine é che con quello, che vogliamo fare per dargli gusto, gli diamo invece disgusto, per non usare un poco di diligenza. Ester si preparò un anno intero, per comparir degnamente avanti al re Assuero: e per piacere a Dio, avanti al quale devono comparire le nostre opere, perché non useremo ogni diligenza?

Nono: far l'opera come se non avessimo altro da fare: perché, che giova l'affrettarsi, quando importa più fare una sola cosa bene che mille cose male?

Decimo: far conto solo dell'oggi, cioè del giorno presente; perché chi é che, volendo, per un giorno non si animi a viver bene? E il giorno di domani è incerto, e non si deve perciò avventurare quello d'oggi, né si deve considerare tutta la vita unita insieme, perché non si vive tutta insieme, ma per parti, e la somma, che tutta insieme spaventa, divisa in parti, é leggera.

Concludo finalmente questa materia della purità d'intenzione, con la quale uno desidera di gradire a Dio solamente, e non solo merita molto più nelle opere buone, né solo merita nelle opere indifferenti, ma anche, senza fare opera alcuna, può avere il merito d'opere grandi, perché Dio si contenta della buona volontà, quando non é possibile 1'effetto. E però non dobbiamo tralasciar questo mezzo di meritare; ma con continue brame e affetti offrire a Dio opere grandi e molto perfette, desiderando di esercitare quanti atti di virtù vediamo e udiamo, e quanti tormenti patirono i martiri; perché tanto sincero, verace e fervoroso può essere l'affetto, che equivale all'opera.

Molto maggior diligenza dobbiamo usare nel non fare alcuna opera inutile, ma farle tutte fruttuose; perché, siccome é grande sconcerto, che si abusi d'una cosa per fine diverso da quello a cui é ordinata, cosi anche é grande dissonanza, che se ne resti oziosa e non s' adopri per il suo fine. Qual maggior fine della gloria di Dio? E se nasciamo per riferire ad essa le nostre opere, perché non lo faremo? Perché cessare di fruttificare, glorificando tanto gran Signore?

 

 

CAPO XXV.

 

Come dobbiamo conformarci con quello che Dio vuole.

 

 

Per unire la nostra volontà con la divina, non solo basta in tutto fare quello che Dio vuole che noi facciamo, ma anche soffrire quello che Dio vorrà fare di noi perché ha diritto e ragione ad ogni cosa. Onde per il supremo dominio, che ha sopra le sue creature, può far di esse quello che vorrà, distruggerle, annientarle, senza che alcuno possa dire che lo fa senza ragione; poiché, se ciascuno può fare quello che vuole di ciò che è suo e proprio, perché Dio deve perdere questo privilegio e noi l'abbiamo a impedire o lamentarci di lui, perché faccia di noi quello che vuole e non quello che vogliamo noi? perché non potrà Dio usare di quello che è suo per tanti titoli? E se ciascuno può fare del mantello una veste, perché deve essere più stretto il diritto divino, che l'umano, sopra la sua propria roba? Se Dio vuole che patiamo infermità, dolori, ignominie, dispone della sua roba come vuole. Non ci è da lamentarsi; anzi dobbiamo stimare favor grande che voglia adoperarci, e il vederci in sua mano, ancorché ci prema, è di grande onore. Non lascia di gloriarsi e dimostrarsi allegro un generoso cavallo, che un re sceglie per la sua persona, ancorché il re gli cavi sangue con gli sproni, o l'aggravi col suo peso, avendo il re diritto a tutto. Questo basta per farci soffrire Dio e conformarci in qualsivoglia cosa col suo santissimo volere, assoggettandoci a lui in tutto; perché è ingiuria e ingiustizia contro Dio non volere che egli usi di quello che è suo e disponga della sua roba. Ed è onor nostro che egli voglia servirsi di noi.

Ma se consideriamo bene, non solo dobbiamo consolarci e conformarci con la sua volontà in ciò che farà di noi, ancorché ei sia amaro, ma rallegrarci e giubilare nell'anima, perché di nessuna cosa possiamo avere maggiore contento, che sia bene per noi, e di nessuna dobbiamo a Dio essere grati come delle afflizioni, che ci manda. La ragione è chiara; perché Dio essendo, per la sua condizione e natura, la medesima bontà, affabilità, benevolenza, liberalità (avendo maggior inclinazione a farci bene e consolarci che non il fuoco a bruciare e una pietra a cadere) non ci affligge mai solamente per affliggerci, ma perché ci vuol fare un gran beneficio, del quale l'afflizione è mezzo: e così per non poter far altro, per così dire e come forzato dal desiderio del nostro bene, ci affligge e attrista; il che per sé stesso non è conforme alla sua inclinazione, che è di consolare e ricreare.

Nel che pare che fa di più; poiché va contro il suo naturale, e solo il desiderio del nostro bene fa che si mostri austero quegli, che è la stessa benignità e bontà. Se avessimo un amico, il quale sentisse gran ripugnanza in fare una cosa, e vedendo che per noi sarebbe bene, vincesse il suo naturale e le facesse solo per farei beneficio, è chiaro che gli saremmo obbligati più per questa finezza di affetto che non se facesse altra cosa, alla quale avesse inclinazione naturale. Noi in altra maniera dobbiamo essere grati a Dio, quando ci affligge e accora, perché non è questo quello che pretende la sua bontà.

Inoltre di nessuna cosa possiamo maggiormente credere che era bene per noi, che di quella, per la quale un nostro fedelissimo e prudentissimo amico non guarderebbe di vincere la sua natura e il suo gusto, acciocché l'avessimo noi né un figliuolo infermo potrebbe essere maggiormente soddisfatto di quello che gli bisognasse per la sua sanità, che se sua madre gli levasse di bocca un cibo dolce e ben condito e gli offrisse una purga amara. La medesima ragione vale per intendere che a noi sta bene più di ogni altra cosa la tribolazione e l'infermità, che Dio ci manda, perché quanto più siamo sicuri delle sue tenere viscere, della finezza del suo amore, del desiderio che ha del nostro bene, tanto più dobbiamo intendere che per noi è bene quando lascia di consolarci; anzi se Dio non facesse così, potremmo quasi aver maggior ragione di lamentarci della sua misericordia, poiché come si potrebbe dire pietoso un medico, che lasciasse mangiare o bere a un infermo quello che volesse per non disgustarlo, accorgendosi che quello l'ammazza?

E che misericordia sarebbe, anzi che inumanità, se, potendo dar salute con una purga ad uno, che stesse per morire, non lo facesse e lo lasciasse morire senza rimedio, solo per non amareggiarlo? Quello adunque che in un uomo giudicheremmo rigore e inumanità, perché si deve da noi desiderare in Dio? Anzi, come l'infermo non solo non porta odio al medico, ma lo paga largamente, benché comanda che gli si diano bevande amare e gli nega tutte le cose di gusto, così noi dobbiamo non solo stare conformati con la volontà di Dio, quando ci affligge, ma dobbiamo pagargli questa cura, che tiene di noi, almeno con essergli più grati. perché se uno, roso da un cancro, resta obbligato a un chirurgo e lo premia con buona paga, per avergli troncato un membro, perché non meriterà maggior gratitudine Dio, che con mezzi più soavi, ancorché ci dolgano alquanto, ci libera da mali maggiori?

Ma per nostra maggior consolazione non solo dobbiamo considerar Dio come medico, ma come padre amoroso, e sentir consolazione e tenerezza per 1'amore che ci porta, vedendo che cosi si piglia cura di noi, e ci corregge e castiga come diletti figliuoli. E per vero non è sempre segno tanto certo di amare un beneficio, quanto il castigo; poiché i beneficii si fanno anche agli estranei, il castigo no, ma ai propri figli. Perciò ci dobbiamo rallegrare di questi contrassegni più certi, che siamo intimi di casa e della famiglia di Dio, e che ci tratta in questa maniera, e sapergli grado. I figli, quando sono piccoli e sono castigati dal padre, sentono dispiacere e piangono; ma quando, fatti grandi, conoscono le cose, gradiscono il bene, che quelli hanno fatto loro. E se furono loro invece risparmiati i castighi, si lamentano dell'indulgenza dei padri, e del male che per le loro carezze hanno ricevuto. Un figliuolo, condannato a morte, a' piè della scala, fece chiamar suo padre, e accostandosi per abbracciarlo, quasi volesse licenziarsi da lui, con la bocca, giacché teneva le mani legate, gli strappò un orecchio, per vendicarsi in tal maniera delle carezze, con cui da piccino lo aveva trattato, e del non averlo castigato, dicendogli: «Per la tua condiscendenza e soverchie carezze, io mi trovo a questo termine e son giunto a questa ignominia.» Che cosa dunque è quello, che noi facciamo, non volendo che Dio ci contristi e castighi, se non andare a perderci? Che è quello che noi vogliamo? Quello che ci par bene in un uomo, cioè che castighi il suo figliuolo, perché non sarà bene in Dio e non lo vorremo? E se i padri naturali meriterebbero maledizioni se tralasciassero di castigare i loro figli, perché non benediremo Dio, che ci affligge? Dobbiamo dargli mille benedizioni, quando stiamo più afflitti, e lodarlo per la memoria che tiene di noi e per la cura del nostro bene, e rallegrarci con lui e con la speranza vera della nostra salute, poiché tanto buon medico ci cura e tanto buon padre pensa per noi.

Dobbiamo, oltre di questo, essere molto obbligati a Dio e molto contenti che egli adoperi la mano per noi e faccia quello che noi avevamo a fare. Noi dovremmo far penitenza dei peccati passati, ci dovremmo assicurare contro i presenti e prevenire contro i futuri; e dovremmo obbligare Iddio, con la nostra pazienza; guadagnare gran merito con soffrire e vincerci in qualche cosa; e con tutto ciò ci trascuriamo in tutti i beni da noi medesimi, perché non merita Dio mille benedizioni e grazie, egli che ci dà la penitenza necessaria per far tanti guadagni? E giacché noi non abbiamo animo a vincerci e assoggettare la nostra carne, né a contraddire i nostri gusti ed alla nostra volontà, è grazia grande di Dio, che essa lo voglia fare. Se uno vedesse una vipera vicino a sé, che si movesse per, morderlo, e non avesse animo di allontanarla, né di ammazzarla, e arrivasse un altro, che lo facesse, chi non vede che gliene dovrebbe essere obbligato? Questo dunque fa Dio con le tribolazioni, con le quali affligge la nostra carne e volontà, ammazzando la vipera avvelenata, che ci nutriamo in seno. Veramente, ancorché nelle afflizioni non vi fosse maggior interesse che il non farci il nostro gusto, questo solo sarebbe inestimabile; ma ve ne sono altri molti, e tutti quelli, che abbiamo detto che si ritrovano nella mortificazione, in riguardo dei quali beni Cristo, che è sapienza eterna, che seppe scegliere bene, elesse per sé, per i suoi apostoli, per i suoi amici, vita tribolata.

Se tutto questo non basta per star contenti nelle afflizioni, che ci vengono dall' amorosa e benigna mano del nostro buon Padre, non so quello che potremmo rispondere a questo argomento e dimostrazione, che farò adesso. Iddio è infinitamente buono, e ci ama e desidera più infinitamente il bene nostro, che noi non amiamo noi stessi e ci desideriamo bene: Iddio è infinitamente saggio, e conosce il bene meglio di noi, per cui non può in ciò errare: Iddio è infinitamente potente, epperciò non è difetto di potere di non levarci dalla nostra afflizione. Dunque se a Dio non mancano le forze e gli sovrabbonda tanto 1'amore e la ragione e la sapienza per procacciarci del bene e accertarci in quello che è nostro comodo, e nonostante tralascia di farlo e non ci leva dal nostro travaglio, è segno evidente che è meglio per noi. E però, come non si. può bestemmiare e dire che Dio è cattivo, o non sa quello che fa, o non può quello che vuole, così non si può lamentare di quello, che succederà: perché, ancorché il senso non ci lasci conoscere il molto, che ci porta qualsivoglia travaglio, dobbiamo regolarci con la fede e con la ragione. E a chi dobbiamo credere di più? Al nostro affetto, che tante volte ci ha ingannato, o a Dio, che è la stessa verità? E se il nostro senso ci dice che è male, e Dio lo manda per bene, a chi più dobbiamo credere?

Ma supposto pure che le tribolazioni, con le quali Dio ci corregge, fossero vero male e non avessero quelle utilità, che hanno, con qual mezzo potremo guadagnare che Dio ci accompagni, avendo lui detto di stare con chi é afflitto? E però chi fugge dalla tribolazione, fugge da Dio; e chi la scaccia da sé, discaccia Dio. Se in una rozza cassa vi fosse una pietra molto preziosa, nessuno butterebbe, via una tal cassa, benché di vile materia, perché quivi è rinchiusa cosa di gran valore; e quegli, che, sapendo ciò che vi sta dentro, la gettasse via, non solo disprezzerebbe la cassa, ma ancora la pietra preziosa che contiene. Dunque se Dio sta nella tribolazione, quivi ancora si deve venerare, e quegli che la disprezzasse, disprezzerebbe Dio. Di qui nasce che Dio ascolta gli afflitti e che le loro orazioni sono più efficaci; perché essi tengono Dio vicino, e Dio non suole essere più generoso nella sua misericordia, come allora che ci vede afflitti. Riconosciamo adunque che sono tanto gran bene quelle afflizioni, che noi battezziamo per mali, e pensiamo che, perché ci fossero di giovamento, come in realtà sono, fu necessario che morisse il Figlio di Dio: e però le dobbiamo considerare come benefici, che sono stati a Dio di gran costo, e come singolari effetti e strumenti della nostra predestinazione. Il Crisostomo dice che Giobbe meritò di più con un atto di conformità con la volontà di Dio ne' suoi travagli, che non con tutte le grandi elemosine, che fece. E Gersone aggiunge che meritò di più con quella conformità, che se avesse date di sua volontà tutte le sue ricchezze ai poveri, senza più ritenerne per sé.

Del resto fidiamoci un poco di Dio, padre e amico nostro, e non rigettiamo quello che ci dà, ancorché appaia male al senso. Alessandro Magno aveva tanta fiducia del suo medico, che, essendogli accusato che gli voleva dare in una bevanda il veleno, non lasciò per questo di berla. Fidiamoci adunque di Dio, il quale ci ama di più di quello che noi possiamo amare noi stessi, e vigila, come padre sollecito; e non v' ha travaglio, che ci venga, che egli non sappia e non l'ordini a nostro bene; perché, se tien conto degli uccelli della campagna, sì che non ne può cadere uno in terra, senza che egli non lo sappia e lo voglia, e se tien numerati i capelli del capo, come potrà trascurare e non tener conto dei travagli e delle afflizioni, che manda a' suoi figliuoli, alle sue spose, ai redenti da lui? Come li potrà permettere, se non per loro gran bene? Di questo bisogna persuadersi; ed é un grandissimo argomento, per essere conformati e contenti in tutte le cose che succedono, l'intendere che tutte vengono dalla mano di Dio e sono ordinate dalla sua provvidenza, e che Dio non solo permette i mali per nostro bene, ma che a quell'opera naturale, che ci vien fatta egli stesso concorre con la sua onnipotenza.

Quando uno muove la lingua per ingiuriarci, Dio la muove; quando una mano si alza per ferirci, Dio le dà forza; dimodochè a tutte le cose concorre Dio, eccetto che alla cattiva intenzione e al mal animo, cioè al peccare: Di più Dio permette i peccati, ordinandoli dopo fatti, per nostro bene e convertendoli in nostro profitto. E però, minacciando Dio a David il castigo del suo peccato e del peccato della sua famiglia, gli disse: «Io susciterò del male in casa tua; quello che tu hai fatto di nascosto, io farò palese in faccia di tutto Israele.»

E così per mezzo degli uomini, ci manda Dio quello che la sua divina sapienza conosce essere bene per la nostra correzione e castigo.

Ma noi in queste cose rimiriamo il nostro interesse e profitto; il che non è cosa di veri amanti, ai quali non conviene aver rispetto al vantaggio proprio. A noi deve bastare, per essere contenti in qualsivoglia cosa che Dio ci manda, il sapere che ne gusta un Signore tanto grande e tanto buono, il cui gusto si dovrebbe da noi procurare a costo del nostro proprio sangue e della nostra vita. È assai buon cambio che io patisca un poco, perché si rallegri Iddio. Il seguire la volontà divina, quando è conforme al nostro gusto, o quando e perché ci importa, e ne vediamo con gli occhi l'utilità, non è grande meraviglia. La dobbiamo seguire anche quando nulla vediamo, ed è contro il nostro appetito. Il girasole segue il sole non solo quando il cielo è sereno, ma anche allora che è annuvolato. Basta a noi che Dio voglia così in tutte le cose che occorrono; perciò disse assai bene S. Giovanni Crisostomo: «Veramente non sai che cosa sia gradire a Dio, se fuori di questo cerchi altro premio e interesse.»

 

 

CAPO XXVI.

 

 

In quali cose ci dobbiamo conformare con la volontà di Dio.

 

 

Vediamo ora in che cosa ci dobbiamo conformare con la volontà di Dio; e dico che sono tutte quelle che vengono dalla sua pietosa mano, le quali ci possono cagionare qualche sentimento, o mediatamente o immediatamente.

Primo: nelle cose che ci mancano, e nelle necessità di questa vita, umiliazioni, calunnie, calamità e danni pubblici e nostri particolari e di quelli ai quali vogliamo bene, dobbiamo dimostrarci molto grati a Dio, che nella nostra pusillanimità di imitare Gesù Cristo, ci volle così rendere simili al suo Unigenito e distaccarci dalle cose della terra e dalla prosperità di questa vita, sì piena di inganni.

Secondo: nelle infermità e dolori del corpo, dobbiamo ringraziar Dio, che volle così supplire quella penitenza, che noi non volemmo fare per i nostri peccati: così non troveremo molto da pagare nell'altra vita; il che è una grazia e un favor grande, che egli ci fa. Qual debitore di mille scudi non sarà contento di pagarli con meno e in più breve tempo? Siamo debitori a Dio per le pene dei nostri peccati. Se le riserbi amo a pagare nel purgatorio, ci deve costar caro per il molto che si deve patire; ma se noi anticipiamo in questa vita, deve essere molto poco il costo, e restiamo più presto liberi e con guadagni grandi: perché nel purgatorio si patisce assai assai e non si soddisfa con così poco come in questa vita, e si patisce tanto, senza nulla meritare; ma in questa vita, tutto quello che si può patire, è poco, rispetto alle pene dell'altra, si soddisfa molto e si merita molto. E però è gran misericordia di Dio rintracciar le cose di maniera che patiamo in questa vita e non nell' altra. Conformiamoci adunque con quello, che è bene per noi.

Terzo: nella privazione dei gusti spirituali, aridità, scrupoli e tentazioni, che Dio permette per nostro esercizio e merito, anche nelle persone molto sante e spirituali, riducendole, dopo molti anni di gran pace e fervore, come furono in principio, (il che molte volte ci è necessario per conservarci in umiltà), non dobbiamo inquietarci, né affliggerci troppo, ma umiliarci e sommergerci nell'abisso del nostro nulla, rassegnarci in tutto al volere di Dio, e ringraziarlo di tutto cuore che con tanto poco costo e con sì piccola pena ci voglia preservare dal male e dalla colpa tanto grave, quanto è la superbia e la nostra dannazione, e insieme non ci voglia tener oziosi, ma darci degli avversarii da vincere, per coronarci nel cielo con una più preziosa corona. Per il che ci dobbiamo sforzare, armandoci di buon volere, di fare la causa di Dio e patire fino alla morte. Il beato Jacopone era tanto conformato con Dio nell'essere abbandonato d'ogni sensibile consolazione, ancorché interiore, e tanto soddisfatto dell'amor paterno di Dio, che diceva che per lui era un gran segno che Dio l'amava, se gli negava quello che con più affetto gli chiedeva, e desiderava persino di patire per Dio tutti i tormenti del mondo, e anche dell'inferno. Con questa vittoria del suo proprio gusto arrivò a una grandissima pace.

Quarto: quando pare che uno sia abbandonato da Dio e che non solo nella parte inferiore dell'anima è afflitto con scrupoli e tentazioni, ma anche nella parte superiore; quando non ha neppure animo, come soleva, di operare virtuosamente, né di patire per Dio, né di resistere, perché nell'intelletto gli mancano le illustrazioni e nella volontà i pii affetti e propositi e prontezza e fortezza e pazienza, restandosene come un'anima ottenebrata, inaridita, senza potere, se non con gran tormento, alzar il cuore al cielo, (in questa maniera suole Dio esercitar alcune anime sante, e questa prova é dei maggiori tormenti, che in questa vita si possano patire), in tale stato così penoso, deve procurare di star parimenti senza pena e conformato con la volontà divina, non rattristandosi punto per vedersi così abbandonato. La tristezza a tale anima potrà essere dannosa, se nasce da amor proprio, riducendola a gran pusillanimità e disperazione; e del resto con le sole sue forze, non potrà uscire da questo purgatorio, in cui Dio in questa vita la tiene. Quello che qui deve fare, é sommergersi di più nel profondo del suo nulla, e rassegnata nelle divine mani, riconoscersi indegni d'ogni bene, e che le vien fatta un'infinita grazia e favore col non tenerla nell'inferno. E ancorché arrivi a tale stato, che le paia di non poter pregare né ringraziar Dio, né fare internamente alcun atto virtuoso, si consoli coll'adempire solo la volontà di Dio e non la sua. E ancorché in fare atti positivi di rassegnazione avesse parimenti difficoltà, deve diportarsi negativamente, cioè lasciando fare quello che vuole Dio, umiliandosi e annichilandosi ai suoi piedi. Esamini se qualche suo mancamento è stato occasione di questo abbandono, perché allora é più pericoloso, e di esso si dolga nell'animo e non della sua pena. Ma molte volte ciò avviene non per mancanza, ma per particolare provvidenza divina, la quale vuole provare alcuni santi, perché si veda se sono vere quelle tenerezze d'affetto, con le quali l'amano e si offeriscono al suo servizio, e se hanno animo a servirlo non solo gratuitamente e senza interesse, ma con mali trattamenti. poiché se Dio ci comanda d'amare anche i nemici che ci fanno del male, perché non ameremo Dio che ci fa del bene, e non gli saremo fedeli, quantunque si mostri sdegnoso e terribile? La qual cosa non gli viene dal cuore, ma lo fa per gloriarsi davanti agli angeli della nostra fedeltà e dei nostro amore. Un cane osserva tanta fedeltà al suo padrone per il cibo che gli è gettato, e non lascia di seguitarlo e accarezzarlo, anche quando è scacciato e bastonato. Una volta, volendo un uomo mostrare ai suoi amici la fedeltà del suo cane, lo chiamò avanti di loro e gli diede con gran forza delle bastonate sino a rompergli le gambe, e poi subito si allontanò da lui; ma il cane mezzo morto, strisciandosi come poteva, andava dietro al suo crudele padrone, accarezzandolo e facendogli intorno festa. Che gran cosa è, che noi ci mostriamo tanto fedeli a Dio, quando ci vuol fare quest'onore, che siamo spettacolo agli angeli, nel che si dimostri la lealtà e la fede che gli portiamo e che sentiamo bene di lui e l'amiamo in qualsivoglia successo, come il santo Giobbe? E non pensi un'anima che in questo è disfavorita da Dio; e ancorché ciò fosse, non dovrebbe lamentarsi, poiché non merita di essere trattata meglio di quello che il Padre eterno trattò il suo Figliuolo, quando stette abbandonato da tutto il mondo e con tali tormenti, come quelli della sua Croce. Allora Gesù disse che Dio suo padre l'aveva abbandonato, e la notte che doveva essere preso, cominciò a tremare ed avere gran tristezza, tanto che confessò che la sua anima era triste fino alla morte; nel che, senza dubbio, volle sentire molto amaro e tedio e grave peso; e quello che prima gli pareva tanto facile e che era anzi tanto gustoso a pensare, che disse desiderare con ansietà il battesimo di sangue e dolersi di non veder ancor adempito questo suo desiderio, dipoi gli fu tanto amaro, che la carne ricusava il patire. Con tutto ciò, in così mortale abbandono e tedio, stette più che mai ferma l'interna radice del suo proposito e il fondamento intrinseco della sua virtù divina; e però ripeté con grande animo: «Signore, non si faccia la mia, ma la tua volontà»; e uscì con gran fervore ad incontrare i suoi nemici, dicendo animosamente agli apostoli: «Levatevi, andiamo»; e ciò faceva per incontrarsi più presto con quelli che gli dovevano dare a bere il calice della passione, dando così a noi esempio come ci dobbiamo diportare nel tempo della desolazione e della aridità.

 

 

 

CAPO XXVII.

 

 

I gradi della conformità con la volontà di Dio.

Per arrivare alla perfetta conformità con la volontà divina in tutte queste cose e nelle avversità, così esteriori, come interiori, dolori, disonore, necessità, afflizioni, si deve salire per diversi gradi. Il primo è di sopportare quanto Iddio manda, senza resistenza né ripugnanza alcuna, quantunque sia molto ardua l'avversità. E non si pensi di fare in ciò gran cosa, perché ciò non è se non il necessario, e il debito che anche i molto imperfetti hanno osservato.

Il sacerdote Elia, benché tale che per i suoi peccati e per quelli de' suoi figliuoli Dio castigò Israele, nondimeno nel sentire la sentenza sdegnosa di Dio contro di sé e della sua casa, non ardì di ripugnare, ma con gran pazienza disse: «Iddio é padrone; quello che avanti i suoi occhi pare bene, tutto si faccia»; la qual cosa lo convinse ad avere pazienza. E se veramente si considera, è molto efficace per non aver ripugnanza, né resistere a Dio: poiché egli dispone della sua roba, come signore e padrone. E se si farebbe ingiustizia resistendo a un uomo che si serve del diritto che ha in cosa sua propria, perché resistere a Dio? Un padrone ha diritto di castigare il suo servo, un padre ha obbligo di correggere il suo figliuolo, un giudice deve per il suo ufficio giustiziare i delinquenti; né alcuno può, né deve impedire loro questo, perché, oltre il diritto, hanno l'obbligo, e per giustizia o per legge naturale devono far così. Come dunque vogliamo che Iddio, che è nostro signore e padre e giudice, ci lasci perdere? Che trascuri di fare il suo ufficio, lasciando di castigarci e correggerci? E se il far resistenza alla giustizia umana è tanto gran delitto, come deve essere lecito resistere alla giustizia divina? Rimiriamo le cose con occhi illuminati dalla verità e dalla fede, come venute dalla potente e giusta mano di Dio, e le sopporteremo bene; perché senza dubbio è difetto di fede la ripugnanza che mostriamo, quando ci adiriamo e ci rivoltiamo contro gli uomini, come se non ci venisse ogni cosa da Dio, né egli conoscesse ogni cosa, eleggendo lui gli uomini per istrumenti della sua giustizia. Onde si deve loro rispetto come a ministri di Dio, perché non solo rispettiamo i re della terra e i loro giudici maggiori, ma anche tutti i loro ministri; e se si fa resistenza ad alcuno, se ne riceve pena di morte. Non è meno ragionevole che riconosciamo la giustizia divina negli uomini. Consideriamo adunque noi stessi come vili schiavi, e Iddio come nostro signore, re, giudice giustissimo, e ripetiamo ciò che consigliava l'Abbate Pastore: «Chi sono io da preferire la mia volontà e il mio giudizio al divino?» E se non è lecito giudicare un altro uomo e lamentarci di lui interiormente, perché dobbiamo giudicare Dio e lamentarci di lui, parendo alcune volte che ci pesi forte la sua mano? Finalmente l'impazienza non è alleggerimento di alcun travaglio, ma un altro travaglio peggiore. Non ci sgrava della croce, ma fa che la portiamo senza Cristo, che è grande sconforto e peso gravissimo. Il secondo grado è di sopportare le avversità e le pene con alle grezza e contento. Il re Davide, prima di bene intendere la volontà di Dio nella morte del figlio, natogli da Bersabea, pianse assai e si afflisse prostrato a terra, senza mangiare; ma subito che intese la volontà di Dio nella morte del bambino, si vestì da festa, e si rallegrò, e andò al tempio ad adorare il Signore, e a rendergli grazie: dipoi chiese da mangiare, e gli sovrabbondò 1'allegrezza per consolare Bersabea. Il santo Giobbe, in mezzo delle sue tribolazioni, disse: «Questo è il mio ristoro, che chi mi affligge non mi perdoni un dolore, e che io non contraddica alle parole del Santo», cioè alla volontà di Dio, che è il solo Santo per essenza. Cristo Signor nostro, benché oltremodo rattristato, con sudori di sangue e tedio mortale, subito che l'angelo gli rappresentò la volontà divina, che è di morire sulla croce, cosa tanto amara, si consolò e confortò; e discacciando quel tedio e afflizione, uscì con grande animo e giovialità ad incontrarsi con quelli, che lo venivano a prendere; per cui la consolazione maggiore, che gli potesse portare l'angelo, fu la conferma della volontà di Dio. E gli Apostoli se ne andavano giubilando in mezzo alle persecuzioni, con la medesima considerazione. Questa allegrezza deve nascere dalla fede e dalla lealtà, che portiamo a Dio e dal conoscimento grande del bene, che ci fanno le avversità. Se amassimo davvero Dio, non sarebbe mestieri di altro, per stare contentissimi, che sapere che si fa la sua volontà: il che solamente basta per causare una allegrezza inesplicabile. S. Liduina pativa incredibili dolori e infermità, ma, molto contenta di esse, ripeteva: «Signore, questo è a me molto grato, che non mi perdoni, né vada ritenuto in affliggermi e caricarmi di dolori, perché l'eseguirsi in me la tua volontà mi è di somma consolazione.» E davvero non v'ha consolazione maggiore. Anzi il vero amante di Dio deve discacciare qualsivoglia altra consolazione della terra, e non volerla, ma patire assolutamente, tenendo solo, per unico alleggerimento de' suoi travagli, le parole di Cristo: «Non si faccia la mia, ma la tua volontà». E però a questo grado appartiene non solo il rallegrarsi del patire, ma il non cercare alcuna consolazione. Questa allegrezza serve anche per rimedio del nostro senso, acciocché sopportiamo meglio e più soavemente qualsivoglia necessità; come quelli che faticano, alleviano la loro fatica col cantare.

Il terzo grado è di sopportare quello che ci é penoso con rendimenti di grazie, stimandolo come un grande beneficio. Giobbe, che in un'ora perdette figliuoli e sostanze, e di re si vide mendico, lodò il Signore, dicendo: «Sia benedetto il nome di Dio»; e la lebbra schifosa, di cui fu colpito, stimò egli per gran, beneficio, dicendo: «Se riceviamo dalla mano di Dio i beni, perché non riceveremo i mali?» Questa ragione, perché abbia forza e concluda con evidenza, come veramente conclude, suppone che non solo i beni di questa vita, ma anche i suoi mali e avversità siano benefici divini. E non solo suppone che sono ugualmente benefici, ma che le tribolazioni e i travagli sono benefici maggiori. E però Giobbe così ragionava: «Se i beni temporali, la felicità, la roba, noi li riceviamo con gusto dalla mano di Dio, essendo tra i suoi benefici i più piccoli di tutti, perché non riceveremo ancora i mali, le avversità, i travagli, che sogliono essere benefici incomparabilmente maggiori, e massime ora, che ci fanno più conformi a Gesù Cristo?». Rimirando adunque con questi occhi i travagli (come davvero devono mirarsi, se non vogliamo vivere ingannati), il santo Giobbe si mostrò grato a Dio, e per essi lo benedisse e lo lodò. Ma ancorché non fossero benefici, come sono, obbligheremmo grandemente Dio in rendergli grazie non solo per i beni, che ci vengono dalla sua mano, ma anche per qualsivoglia altra cosa, ancorché fossero mali; perché se si dice che uno per negoziare bene e guadagnare le volontà degli uomini, deve render grazie per gli aggravi, quanto più si terrà Dio obbligato a chi gli gradisce tutto quello che fa con lui. Sicché con questo modo di render grazie, qualsivoglia cosa, ancorché fosse male, la trasformeremo in bene, come dice S. Giovanni Crisostomo: «Hai patito alcun male? Se vuoi, non sarà male: rendine grazie a Dio, e già hai mutato il male in bene».

Il quarto grado è di sopportare i travagli con desiderio e appetito di patir di più, ad imitazione di Cristo, il quale confessò di sé stesso, che si affliggeva, perché non giungeva l'ora della sua passione. E già coperto di tribolazioni sulla croce, si lamentò di avere ancora sete, cioè aveva desiderio di patir sempre più. Molti imitatori ebbe Gesù: e non è molto che il servo di Dio, padre Carlo Spinola della Compagnia di Gesù, sebbene patisse molto per Cristo, stette in tutta la vita con ansietà di patire di più, é scriveva: «Se non possiamo patire cose aspre, almeno è gran diletto ricordarsi di quelli che le patirono, e con la loro fiamma accenderci di più. Quando giungerà quel tempo? Quanta soavità è anche il pensare solo di patire pene di morte per Cristo! Or che sarà il medesimo morire?» Queste e altre cose simili quell'amante di Dio diceva e pensava con ardenti desideri di patire. E per lui non ci fu allegrezza maggiore che quando si sentì ardere vivo per Gesù Cristo. S. Francesco Saverio domandava a Dio il termine delle consolazioni celesti, dicendo: « Basta, Signore, basta.» Ma dei travagli non era mai sazio, e li desiderava ardentemente dicendo: «Di più, Signore, di più.»

Udiamo ancora quello che sentiva una debole donna, fortificata dal desiderio di piacere al suo Creatore, la venerabile vergine Donna Luisa di Carvascial. Essa confessa questo di sé: «Quanto cresce l'affetto di unirsi intimamente col sommo Bene, alla medesima misura cresce l'affetta di morire per lui fra mille martirii; e per me non vi è altra felicità, né altra gloria, né mi si apre strada di potermi rallegrare coi contenti e con le consolazioni, che c'immaginiamo in cielo; né, perch'io pensi e discorra in questa materia, niente sento; e se mi faccio forza a ciò, trovo aridità, e, come dico, serrata senza fallo questa strada: ma se mi ricordo di Dio, tutta la mia anima si imbeve nel desiderare di unirsi con quel sommo Bene perfettamente. Quindi l'affetto dà subito in desiderio di morire per lui, e qui si terminano tutti i miei affetti e i miei discorsi e i miei contenti». Non so se anche con più fervore dichiarò questa medesima serva di Dio questo suo desiderio, quando disse così: «Credo che quello in che ha maggior merito il puro affetto di questa trasformazione della volontà dell' anima in quella di Dio, è in quanto gli tocca di contentarsi di non patire per Nostro Signore più tribolazioni di quelle, che egli vuole, e il vedersi di non poter seguitare in questo le dolcissime strade di Cristo; donde nasce l'unirsi insieme molte volte in un medesimo spirito questi due eccellentissimi affetti, cioè conformità perfetta con la volontà di Dio e desiderio efficacissimo e forte di dare la vita a lui dedicata in mille sorti di obbrobri e tormenti: e questo desiderio non adempito, cangiato in un penetrativo dolore, pare che non possa avere altro mezzo se non la sua esecuzione. Sta l'anima morendo di vedere finire la vita temporale, in mille martiri per l'amore di quel Sommo Bene, che ama; e servendole il ritardo per un rigoroso tormento, nessuna cosa più desidera, che di vedersi morire di questo dolore; e gusta che non sia rimediabile il suo male, mentre Dio vuole così; ed esperimenta l'anima quanto siano grandi e vivi quei dolori, che causa l'amore».

 

 

CAPO XXVIII.

 

 

L'obbedienza è necessaria per la mortificazione, purità di intenzione e conformità con la volontà di Dio.

 

Da tutto che fu detto dobbiamo ricavare una stima incomparabile della virtù dell'obbedienza: virtù ricchissima e potente, per riempire un cuore di beni spirituali e colmarlo di meriti grandi; virtù potente per far salire un'anima a gran perfezione in poco tempo. Ella è una vita di angeli, i quali hanno per occupazione il fare la volontà di Dio, significata loro dai propri superiori; é una perfetta imitazione del Figlio di Dio; é la quiete delle passioni, il riposo del cuore, la tranquillità dell'anima, il volo al cielo, la causa del profitto spirituale, la via breve della perfezione; e tutto quello che fin qui dicemmo della mortificazione e rinuncia della propria volontà, della purità di intenzione e della conformità con la volontà divina, si ritrova nella perfetta obbedienza, e in essa e con essa si deve praticare. Non v' ha dubbio che, per mortificarsi e rinunciare a sé medesimo, non v' ha miglior mezzo dell'obbedienza; perché, se é perfetta, deve tenere a segno tutti i suoi sentimenti, appetiti e potenze, per non usarle fuori che in quello, che ci sarà ordinato, e non solamente i sentimenti e le potenze materiali, ma le spirituali, che sono l'intelletto e la volontà, le quali sono le più difficili ad arrendersi e assoggettarsi altrui; anzi, dovendosi per obbedienza fare la volontà altrui, il perfetto obbediente non deve avere volontà propria; con che si fa un'intera rinuncia di sé stesso e si adempie quella prima cosa, che dicemmo essere necessaria per fare la volontà di Dio, che é non fare la propria.

Per far dunque le cose con purità di intenzione e assicurarsi che si adempie la volontà di Dio, qual mezzo migliore dell'obbedienza? Senza obbedienza, non si fa quello che Dio vuole e non si ha pura intenzione. Comandino i superiori ciò che vogliano e come vogliano, purché non comandino cosa chiaramente mala, ancorché siano cattivi e comandino malamente e pecchino in comandare: la volontà di Dio é che il suddito obbedisca. Dimodoché non vi é discrezione più prudente, né prudenza più savia, né sapienza più divina, né regola più generale, né modo più sicuro, né arte più breve per accertarsi di quello che Dio vuole, che obbedire a ciò che vien comandato. E però tutte le regole, che abbiamo date per conoscere, si compendiano in questa di obbedire.

L'altra condizione della purità d'intenzione in far le cose, perché ne gusta Dio, si ritrova similmente nel perfetto obbediente; perché non avendo questi ne gusto, ne volontà propria, ne segue necessariamente che, levato via da noi l'avversario intrinseco che abbiamo della volontà divina, che è la nostra volontà, si faranno le cose per adempire la volontà divina, rimirando il superiore, come se fosse Dio, e le sue parole come oracoli, e le sue ordinazioni come ordinazioni del cielo.

La conformità con quello, che Dio vuole, è ancor molto propria della perfetta obbedienza; perché stando l'obbediente al comando altrui, deve essere disposto a soffrire qualunque incommodo gli venga, per ordine del superiore. Similmente non avendo volontà propria, non ha cosa che contraddica alla volontà divina in qualsiasi cosa, che gli sarà comandata. Oltre a questo, il perfetto obbediente non deve limitarsi o restringersi a tali o tali cose, ma generosamente con rassegnazione universale deve piegarsi a tutto quello che gli sarà comandato, con la quale determinazione non v'ha cosa, né ordine che gli venga, che egli non riceva o ammetta. E se dobbiamo conformarci con quello che Dio vuole, quando piglio per istrumenti gli elementi o altre creature irragionevoli o gli uomini peccatori e infedeli (dovendo noi soffrire con pazienza le incommodità del tempo, le disgrazie che occorrono, le ingiurie e i disprezzi che ci son fatti), perché non dobbiamo ancora soffrire Iddio, quando piglia un istrumento più nobile e al quale dobbiamo rispetto, come é il nostro padre spirituale e un uomo che é vicario di Dio, e molte volte persona santissima e molto amata da Dio? Dimodoché non obbedendo, ne si vince la volontà propria, né si adempie la divina, né si conforma col volere di Dio. Ma chi obbedisce perfettamente, fa tutto questo. E quanto fin qui dicemmo del bene che è in adempire la volontà divina, corre nella medesima maniera nell'obbedienza. E però per tutto questo è tanto commendata questa virtù da tutti i Padri della Chiesa, tanto praticata dai Santi e tanto amata da Cristo, che morì per obbedire. La chiamano virtù cieca per il molto che in essa si assicura l'adempimento della volontà divina: perché non si deve guardare altro che fare quello che è comandato, e a chiusi occhi, come si dice, si incontrerà il gusto divino. E però chi desidera di amare il suo Redentore, si abbracci con questa virtù, tanto da lui amata: chi desidera di vincer sé medesimo, si renda segnalato in questa virtù, con la quale si cantano le vittorie della volontà propria; chi desidera trovare la pace, cerchi questa virtù, con la quale sarà senza turbazioni: chi desidera. di giungere al cielo per la strada più breve e senza inciampo, vada per questa virtù, che una scorciatoia molto piana. Rispetti nei superiori Dio e non esca un punto dalla loro volontà; perché andrà altrettanto contro la volontà di Dio, quanto farà contro la volontà di chi tiene il luogo di Dio. Tenga ognuno stampato nel cuore quelle parole di Gesù, sapienza eterna:

«Quegli che ascolta voi, o Apostoli o superiori, ascolta me; e quegli che disprezza voi, disprezza me.» E chi può disprezzare Dio, se non chi è un demonio? Perciò disse un antico Padre che quegli, che resisteva ai superiori, con più verità si doveva chiamare demonio che non uomo. È al certo gran differenza fra l'obbedire e il non obbedire: e sono quasi due estremi, perché o si stima per angelo del cielo chi obbedisce, occupandosi nell'adempire la volontà divina, o si tiene per maledetto e per un lucifero chi non ode la voce di chi rappresenta Dio.

 

 

 

CAPO XXIX.

Dell'uniformità con la volontà di Dio.

Dall'annegazione della propria volontà e dalla purità d'intenzione e conformità con la volontà divina, l'anima deve salire all' uniformità, cioè ad una tanto stretta unione col divin volere e col medesimo Dio, che non apparisca vi siano due volontà, ma una, che voglia non tanto quello che Dio vuole, ma che voglia il medesimo, non trovando in sé altra ragione di volere. Dimodochè la sua propria volontà se ne stia, per quanto tocca a lei, come se non fosse o fosse come di più nel mondo, e come trasformato totalmente nel gusto di Dio, facendo o patendo tutte le cose, nelle quali vedrà esser gusto di Dio, come se le facesse per sua volontà, o si mettesse in quel travaglio per suo gusto, con uguale e anche maggior contento. Il che pare piuttosto avere una volontà con Dio che averla solamente conforme; perché la conformità significa due voleri, che convengono e concordano, e ancorché ci sia difficoltà e resistenza, l'uno si conforma col volere dell'altro; ma la uniformità dice tale unione di gusti, che non pare siano due, né vi ha difficoltà, né resistenza, ma l'uno vuole quello che vuole l'altro, come se egli proprio di per sé stesso e per suo gusto lo volesse. Ed è tanto lontano dal volere alcuna cosa per sé medesimo, che non saprebbe voltarsi a volere qualsivoglia cosa, e non avrebbe volontà, se mancasse la volontà di Dio, e se avesse a fare alcuna cosa da per sé, sentirebbe in ciò gran violenza e tormento; dimodochè si può dire che fa non solo la volontà divina, ma la sua, facendola divina, non tenendo altra contraria volontà, né altro distinto volere.

 

CAPO XXX.

Della deiformità e vita divina, a cui partecipano alcune anime sante.

 

Da questa uniformità e unione col volere di Dio, nasce la deiformità e una vita divina: perché quella tremenda Maestà, che riempie i cieli e la terra, si degnò di dare a quelli, che arrivano a questa purità e perfezione, il suo nome, dicendo per Davide: «Io dissi: voi siete dèi e figliuoli tutti dell'Altissimo», e nel Vangelo il nostro Maestro Gesù: «Ti prego, o Padre, che siano una medesima cosa; e come tu, Padre mio, sei in me, ed io in te, così ancora essi siano in noi una medesima cosa.» Volle il Signore che con tanto stretto legame noi ci unissimo a Dio, che paressimo piuttosto uno che uniti. A questo arriva un'anima, quando, rotta ben bene e macerata la sua volontà e resala conforme ed una in tutto con la divina, per quanto comporta lo stato di questa vita, e annichilata e inabissatasi per mille miglia nel profondo del suo niente, si rialza sopra di sé e quasi si trasforma con un modo meraviglioso in Dio nostro Signore: volendo le cose, non come se ella le volesse, ma come se Dio le volesse in lei; restando come senza volontà creata e come se solo avesse la divina, che vivesse in lei, e operasse, come se avesse non solo unione con lei, ma unita; avendo una volontà, non volontà, (sia lecito dir così) perché le cose che vuole, non le vuole come le vogliono gli uomini, ma come se in essa solo le volesse Dio, al quale, per la libertà che tiene, ha fatta una volta oblazione totale di sé e della sua volontà, e datosi per schiavo perpetuo, molto più di quello che San Paolino, essendo libero, si diede spontaneamente quale schiavo a un barbaro; finalmente, come se ella totalmente mancasse della volontà.

Questa meravigliosa trasformazione avviene quando un'anima rimira le cose di Dio e l'onore e la gloria di lei, come se ella fosse Dio, non rimirandole, come cose d'altri, ma come sue proprie; e per il contrario rimirando le sue cose, non solo come d'altri, ma come se non fossero d'alcuna creatura del mondo. Occupata tutta nell'amore di Dio, tiene nulla tutto ciò che le potesse toccare, il suo onore, la sua commodità, il suo gusto corporale e spirituale, e fa ora ciò che deve fare per l'eternità in compagnia degli angeli e dei santi, l'occupazione dei quali sarà questa. Il Signore, per il sangue del suo obbedientissimo Figliuolo, ci aiuti affinché così facciamo, adempiendo la sua volontà in terra, come si adempie in cielo. Amen.

 

 

 

CAPO XXXI.

Con quali accesi desideri si deve cercare la perfezione e l'adempimento della divina volontà, e come risvegliarli.

Questo è il terzo cielo, questo il paradiso, questo il desiderato termine, dove sono rapiti i servi fedeli di Dio. Le sue giornate sono la mortificazione, la purità di intenzione, la conformità con la volontà divina, delle quali già trattammo. Ma perché non basta, per giungere a un luogo, il mettersi in istrada, se poi non si cammina per essa, e per questo è necessario il viatico, che sostenti, i piedi che portino, gli occhi che guidino, la luce che illumini, perché di notte o alla cieca non si cammina bene, e di più è necessaria che la strada sia sicura e senza impedimenti, diremo ora alcune avvertenze generali, che ci aiutino a camminare e ci assicurino il passo, levando via i pericoli e gli ostacoli, che ci possono occorrere nella via.

Dapprima è necessario intraprenderla con forte risoluzione e grandi desideri: i quali, secondo S. Agostino, sono i piedi dell'anima, coi quali si arriva a Dio. E però si deve procurare di aver sempre vivi e ardenti desideri con una incomparabile e invincibile stima del nostro profitto, e del divino beneplacito sopra ogni altra cosa del mondo, sopra ogni nostro gusto, sopra ogni onore, sopra la nostra vita, e milioni di vite, che avessimo, con una forte apprensione e persuasione verissima, che non vi sia altra cosa, che ci importi; non contentandoci solamente di gradire a Dio, ma risolvendoci di fare tutto il possibile a noi; desiderando, e con profonda umiltà e con disprezzo di noi stessi, e nello stesso tempo con una generosa confidenza in Dio, di farci abili per passare a gran santità, se santi, farci più santi, se giusti, non cessare di accrescere la nostra giustizia. A questo ci potranno muovere e confermare molte ragioni di quelle che si sono dette. Ma per essere cosa di tanta importanza, raccoglieremo qui altri motivi efficacissimi per liberare un'anima dalla sua pigrizia e meschinità, o per dir meglio, per liberarla dalla ingratitudine intollerabile e vile termine, che usa col suo Creatore, restringendosi solo a non disgustarlo notabilmente, e non animandosi a servirlo quanto può.

Primo motivo: si consideri Dio quanto è in sé stesso, quanto degno d'essere amato infinitamente e onorato da mille mondi per la sua stupenda e ineffabile bontà, sapienza, onnipotenza e altre perfezioni, che si trovano in lui senza numero e termine; e l'uomo vedrà che tutto quello, che crede esser molto e grande in servizio di lui, confrontato con la bontà d'un benignissimo Creatore e con l'infinito che merita di essere onorato, non è se non pochissima cosa e un nulla, rispetto a quello di che è degno Dio.

Secondo motivo: si considerino i disprezzi, i vituperi, la povertà, i dolori, la passione tanto amara sofferta dal Figlio di Dio per nostro amore, acciocché noi amiamo e lodiamo il suo Padre; e l'anima verrà chiaramente a conoscere quanto poca cosa è tutto quello che ella ha fatto e sofferto, rispetto a quello che deve. E se Cristo soffrì tanto per la nostra salvezza, quale sciocchezza è mai la nostra, non volendo soffrir nulla in ciò che tanto ci importa?

Terzo: si consideri l'innocenza, la purità di vita e la perfezione che dobbiamo avere, secondo il comando di Dio, per il quale siamo obbligati a non avere, né permettere in noi vizio, né colpa, ma procurare la pienezza di tutte. le virtù, venendoci detto: Amerai il Signore con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze, e vedremo chiaramente, con grande vergogna, quanto lontani noi siamo da questa perfezione e dall'adempire il nostro dovere.

Quarto: si riduca alla mente la moltitudine e magnificenza dei benefici divini e delle grazie corporali e spirituali, e molto più lo sviscerato e ardente amore, col quale Dio ha fatto tutto ciò; e si conoscerà che tutta la nostra corrispondenza e gratitudine è un nulla; ed è una grande confusione il contentarsi di fare tanto poco per quegli, da cui si ricevono tali e tanti doni, dati con tanto buona voglia.

Quinto: si misura, se è possibile, la sommità e altezza della gloria inenarrabile e l'eccessiva grandezza del premio, che sta apparecchiato per quelli, che vincono sé stessi e operano bene, e si pensi che tanto maggiore sarà la ricompensa, quanto più perfette saranno le nostre opere; e si verrà quindi a capire con quanta dappocaggine abbiamo faticato in confronto di tal premio, e ci animeremo ad intraprendere più e più insigni opere di virtù.

Sesto: si ponderi la nobiltà, la generosità e la bellezza, che ha in sé la virtù, e l'eccellenza, la bellezza e la dignità, che con essa acquista l'anima; e si consideri dall'altra parte l'orrenda deformità e viltà del vizio e la spaventosa bruttezza e infamia del peccato; e ci sforzeremo, anche a costo della vita, di acquistare più e più virtù, e di fuggire e allontanarci, quanto ci è possibile, da ogni vizio.

Settimo: si paragoni l'altezza e la perfezione di vita che tennero i santi della Chiesa, le loro ammirabili virtù, la loro insuperabile mortificazione, la loro lunga orazione; e ci vergogneremo dell'imperfezione di nostra vita e della bassezza dei nostri pensieri e delle nostre opere.

Ottavo: si ricordi la moltitudine ed enormità delle offese commesse contro un Dio così buono; e conosceremo che la soddisfazione, che ne diamo con le nostre opere, è niente, e che è cosa vituperevole il non voler onorare più il proprio Creatore, ricompensandogli l'amore, che, quanto è da noi, gli abbiamo tolto.

Nono: si vedano i moltissimi pericoli e le tentazioni del mondo, del demonio e della carne, e i molti uomini per questi periti; e procuriamo, se non siamo pazzi, di assicurarci più e di prendere ogni giorno maggior stabilità e fortezza, con maggiori opere di virtù, per poter loro resistere e vincere.

Decimo: come S. Girolamo, si ricordi il rigoroso, giusto e tremendo giudizio finale di Dio, il quale ci domanderà conto delle nostre azioni, al cui tribunale dobbiamo comparire, accompagnati solo dalle opere buone e cattive, per render conto della soddisfazione, che avremo dato per le offese commesse contro lo stesso Giudice; e se abbiamo ragione e fede, non dobbiamo mancare di dare subito quella soddisfazione, che ci è possibile. È davvero cosa degna di rossore quanto abbiam fatto, in paragone della penitenza e soddisfazione che dobbiamo!

Undecimo: si consideri la brevità e vanità di questa vita, l'eternità dell'altra, la certezza della morte, l'incertezza del come e del quando morremo, che dopo la morte non si può più meritare, né far penitenza: e ci stupiremo della nostra balordaggine.

Duodecimo: si avverta bene che il cominciare una vita santa, in qualsivoglia grado, con desiderio freddo e con poco sforzo di salire a maggior perfezione e a più alta vita, è segno di presunzione e superbia, di gran pigrizia e negligenza, causa di molti vizi spirituali. S. Bernardo parlando di quelli, che incominciano bene e poi si intiepidiscono, credendosi di esser qualche cosa, dice: «Oh ! quanto è poco quello che hai! E questo medesimo presto perderai, se non lo custodirà chi te lo diede.»

Decimoterzo: si consideri l'abisso dei giudizii di Dio in alcuni che vissero santamente molto tempo, lasciandoli Dio cadere e perire per alcuni occulti mancamenti, che essi non avvertirono. E non vi sarà alcuno, se ha giudizio, che per molto sublime vita che professi, trascuri di usar gran forza in purificarsi, umiliarsi, perfezionarsi sempre più, purificando tutti i suoi affetti, esaminando le sue intenzioni, avvicinandosi più al suo Dio, e tenendo di sé stesso, che non faccia cosa, per la quale meriti di essere abbandonato dalla mano divina.

Decimoquarto: si penetri vivamente la grandezza ed eternità delle pene dell'inferno, apparecchiate ai peccatori; e parrà molto leggiera pena qualsivoglia penitenza di questa vita, quantunque lunga, per potersi liberare di quei sempiterni dolori; e l'anima procurerà di salire a maggior perfezione, per non mettersi a rischio di cadere in sì gran danno. E se a un dannato fosse data libertà e tempo di fare alcuna cosa per liberarsi da quei tormenti, ancorché non meritasse la gloria, qual’cosa gli parrebbe grave? Dunque per non cadere in questo orrendo pericolo e per allontanarsi da esso, a qual’cosa dobbiamo perdonare, e quali gradi di virtù non vorremmo acquistare per acquistare maggiori gradi di gloria?

Decimoquinto: si consideri bene, che, anche per vivere senza tanto travaglio e con gran gusto, è necessario mettersi in gran perfezione e in un animo risoluto e coraggioso di fare in tutto la volontà di Dio: perché è un vivere morendo il temere la mortificazione e tener conto delle nostre comodità. All'opposto, quando alcuno è risoluto di intraprendere davvero il negozio della perfezione sente meno le penitenze e i travagli della vita spirituale, e insieme gode gran divozione e gusti celesti. È malissima cosa e una viltà grande l'essere tiepido, perché questi è privo, con molto maggior fatica, dei gusti così umani come divini.

Ultimo motivo: si deve notare che, come si raccoglie dalla sacra Scrittura, Dio ha assegnato a ciascuno il tempo, nel quale lo lascia patire, soffrire, vincersi e sentire le difficoltà della virtù. E se un'anima si mortifica generosamente con risoluzione e perseveranza grande fino al tempo determinato dalla divina sapienza, allora Dio la visita con mano potente e più liberale, facilitandole quello, che pareva duro, spianandole la strada, colmandola di grazie e portandola come in braccio. E però non ci è altro che animarsi a vincere sé stessa, ché forse poco le manca; e per avventura, un mezzo anno, o un mezzo mese di più, che ella vinca, arriverà al termine della santità, proseguendo avanti con gran facilità e gusto nella perfezione; mentre per il contrario se ricusa di fare ciò, può temere di sua perdizione. Veramente ci serve, da una parte per tremare e dall'altra per animarci, la parabola dei talenti: perché quegli, che non usò diligenza per aumentare il talento ricevuto, giunto il termine, che venne il padrone, fu privato di questo e riprovato, solo perché non ne approfittò, e il suo talento fu trasmesso a quell'altro tanto fedele, che usò diligenza di accrescere il suo capitale. Il che avviene molte volte ai tiepidi, ai quali mancano i desideri, che prima avevano, ed essi vengono a cadere e a perire, e le grazie, che Dio aveva fatto loro, le trasferisce ai fervorosi, perché corrano più prosperamente per la strada del Cielo.

Tutti questi motivi sono fortissimi; se bene si considerano: al qual fine le ho qui accennati, e non perché solo si leggano alla sfuggita. E però prego tutti a rileggere e a ponderare attentamente ciascun motivo da per sé, e dopo tutti uniti insieme: perché se ciascun motivo ben considerato, obbligherà e violenterà la nostra infingardaggine, che faranno tutti insieme? Non so per certo qual tiepidezza di cuore potrà resistere a queste sedici saette tanto veementi, senza riscaldarsi almeno con tanto fuoco.

 

 

 

CAPO XXXII.

Alcuni esempi di notabile fervore in adempire la divina volontà.

 

Giacché ho raccolte tutte queste ragioni per risvegliare nell'anima vivi desideri di dar gusto al nostro Creatore, adempiendo con grande difetto e fervore la sua santissima volontà, voglio inculcare il medesimo con proporre alcuni esempi di servire a Dio davvero e con grande ansietà di gradirgli in tutto con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze; perché é poco tutto quello che possiamo fare in riguardo di quello che fecero i Santi, che, per adempire alla volontà di Dio, non risparmiarono pena, né travaglio. Simone Stilita se ne stette sopra un'angusta colonna, all' aria, al sereno, al freddo, al caldo, alla pioggia e ai turbini e tempeste più di ottanta anni, senza quasi dormire, né mangiare. Mangiava solamente una volta alla settimana e assai poca cosa; faceva orazione di giorno e di notte con sì frequenti inchini che erano innumerevoli; e inchinandosi, arrivava con la fronte fino ai piedi, con gran tormento del suo corpo già tanto debilitato. Era inoltre tutto coperto di aspro cilicio da capo a' piedi, e lo portò di notte e di giorno per ottanta anni. S. Giacomo anacoreta si serrò in un sepolcro per assicurarsi la propria salvezza, e per non disgustare Dio, si lasciò abbruciare la mano. Giovanni monaco si imprigionò in un'angusta rupe, stando quindi perpetuamente in piedi, senza gettarsi a giacere, senza mettersi a sedere, né per dormire, né par mangiare, intento solo ai pensieri dell'eternità. L'abbate Pacomio passeggiava a piedi scalzi per le macchie, spine e bronchi per far qualche cosa per Dio e non dargli disgusto. La santa abbadessa Sarra si condannò per Gesù Cristo a non ammettere alcun gusto di questa vita e se ne stette quarant'anni, senza levar gli occhi a guardar alcuna cosa di ricreazione, benché l'avesse presente. Pilonorio prete si rinchiuse in una grotta e si legò con ferree catene le mani e i piedi, tenendo sempre fisso il pensiero nel suo Crèatore. Zoerardo anacoreta consumava le notti intere in continua orazione, tenendo da tutte le parti acute punte, come spade, le quali, se si appoggiava, gli trafiggevano il corpo; teneva ancora intorno la testa pietre pendenti, acciocché, se si inchinava per il sonno, lo molestassero aspramente e lo svegliassero. S. Guglielmo in tutto il tempo che visse, dopo la sua conversione, non si cavò mai un duro cilicio di ferro, col quale tormentava il corpo. Le penitenze di S. Cristina non furono mai più vedute: si affliggeva col tormento atrocissimo di una ruota, e si faceva di tutto il corpo una piaga, scarnificandosi con inauditi martirii. E che dirò del fervore e delle penitenze di quei monaci antichi, che S. Giovanni Climaco vide co' suoi propri occhi? Vide alcuni stare le notti intere al sereno e intirizzirsi di freddo fino alla mattina; e quando erano combattuti e oppressi dal sonno, facevano forza alla natura, senza voler pigliar riposo; anzi riprendevano e ingiuriavano sé medesimi, e così risvegliavano anche gli altri loro compagni, rimirando il Cielo dolorosamente e di là chiedendo il soccorso con gemiti e clamori. Altri stavano nell'orazione, con le mani legate a guisa di prigioni e malfattori, e chinando fino a terra i loro pallidi volti, dicevano ad alta voce che non erano degni di alzare gli occhi al Cielo, né di parlare con Dio. Altri stavano a sedere in terra, ricoperti di cenere e di cilicio, nascondendo il volto tra le ginocchia, urtando in terra con la fronte. Altri, ferendosi il petto, pareva che si svellessero l'anima dal corpo con i gran sospiri. Molte di quelle anime, umili e contrite con il gran peso delle penitenze, stavano chinate e abbassate a terra, andavano continuamente curvi e domavano il loro corpo, vivendo senza sollecitudine di nutrirlo, e avevano le guance impallidite e abbruciate dall'ardore delle lagrime ardenti, che versavano. I dolori di chi vive in esilio, le pene dei malfattori, i dolori degli infermi sono molto piccoli paragonati con le pene volontarie, che questi Santi pativano. E desideravano e domandavano a Dio con grandi gemiti e fervorose preghiere di patire ancor più e di essere miserabile spettacolo a tutti gli uomini. E come gli antichi anacoreti, sopportarono prodigiose penitenze il beato Enrico Susone, San Pietro d'Alcantara francescano, fra Luigi della Croce carmelitano, il padre Giorgio Colibrant della Compagnia di Gesù, e molti altri ancora.

Che dirò dei Martiri? Qual cosa non patirono per non andar contro la volontà divina, la quale adempivano a costo del sangue e della vita? S. Clemente Ancirano stette vent’ otto anni fra atrocissimi tormenti, e pur tutto gli pareva poco per dar gusto al suo Redentore. Gli uomini nobili sogliono stimare più la libertà che la vita. Ma per dare in una cosa sola gusto a Dio, S. Paolino e Serapione abbate vollero volontariamente essere venduti e fatti vili schiavi, vivendo con sudore e affanno. Il desiderio immenso di gradire in tutto a Dio, ha spinto non pochi a lasciar gusti, libertà, vita, onori, regni del mondo, e a cercare pene, desiderar tormenti, mettersi in servitù, rallegrarsi delle umiliazioni, amare povertà estrema, abbracciare la stessa morte. Nulla risparmiarono i Santi di quelli che poterono patire e fare per Dio. Le loro ansie e i loro desideri di servire a Dio si estendevano ad ogni cosa possibile; e alcuni patirono e fecero più di quello, che è possibile alla nostra fragile natura.

E sebbene le opere, che fecero, si possono riferire con ammirazione, non si possono però esplicare i generosi propositi del cuore. Tuttavia, perché non ci animiamo ad imitare, tra i molti fervori d'anime sante e leali spose di Cristo, che potrei citare, mi contento dell'esempio ammirabile che diede di questo il fervente e spiritualissimo padre Diego, di Saura. Non ho dubbio che farà vergognare i tiepidi e spronerà i fervorosi a quell'ardore, col quale questo illustre uomo cercava di servire al suo Dio e di adempire il gusto divino in tutte le cose. Portava odio tanto straordinario alla sua volontà e libertà, e aveva tanto desiderio di fare la volontà di Dio con ogni fervore, che si obbligò ad esso con notabili olocausti che fece di sé, e che ripeteva e rinnovava e accresceva molto spesso, portando sempre queste ansie e questa sete di fare il gusto di Dio e non mai il suo. Essendo questo servo di Dio ferito dal divino amore e ardendo del desiderio di dar gusto al suo amato Gesù, parendogli poco il fare in tutte le cose la volontà di Dio, volle levarsi la propria libertà, obbligandosi con voto di fare in tutte le base quello che fosse perfetto; e parendogli poco ancor questo, desiderò di scrivere nel suo medesimo cuore questa obbligazione che faceva al suo Signore: e giacché non poteva far questo, fece quello che poté: si ruppe il petto in cima del cuore, e scrisse col proprio sangue il voto. La ferita fu tanto profonda, come di chi volle penetrare il cuore, che, dopo morto, si trovò ancora la cicatrice. E non terminarono qui le ansie, non fu saziata con questo la sete di lui. Avrebbe voluto impegnarsi di più, ma non parendo a lui di poterlo, trovava un rimedio nel ripetere il suo olocausto e aggiungere parole, e parole singolari di quello che stava incluso nella generalità. Il che fece molte volte, perché 1'ardore di servire, amare più e più Dio, non lo lasciava quieto. La prima volta che lo rinnovò fu una festa dell' Assunzione di Maria: e perché le sue parole manifestano il suo cuore e il suo affetto, le porrò qui testuali, perché non perdano il loro santo pregio: «Per amore della SS. Trinità, di Gesù e di Maria e di tutti i santi, faccio voto di procurare la maggiore perfezione. Già sapete, Dio mio, il mio desiderio ardente di amarvi e di servirvi. O mio Dio e amor mio, ricevete questo in mio servizio e perdonate la mia meschinità. Faccio voto di procurare una purità angelica e di anelare ad essa: di non portare affetto ad alcuna cosa, se non a voi e per voi, né di amare altra cosa che voi, Dio mio; di obbedire in tutte le cose, che non siano peccato, a' miei superiori e procurare di fare la loro volontà col maggior affetto e perfezione che io possa; di fare tutto quello che farò, dirò, penserò, desidererò, per amor della SS. Trinità, del mio Signore Gesù Cristo, della mia Signora Vergine Maria, di S. Giuseppe e del mio Patriarca S. Ignazio, e di tutti i Santi; di osservare le mie regole e di non far mai apposta alcuna cosa che sia peccato, benché minimo, o minima imperfezione; di procurare, con la grazia del mio Dio, di aver continuamente attuale amore, conformità e desiderio di piacere al mio Dio, e di procurare di tenermi sempre alla presenza di Dio».

E neppure con questo si acquietò quest'uomo ammirabile: poco appresso, perché il suo ardente cuore non lo lasciava vivere in altra maniera, tornò a ripetere il medesimo, aggiungendo nuovo obbligo di procurare, con la grazia di Dio, con tutte le sue forze, con orazioni e in tutte le maniere che potesse, la conversione di tutto il mondo, dei peccatori, dei gentili, degli eretici, la salute delle anime loro e quella dei giusti, che sono e saranno nei secoli avvenire, e la loro perfezione, e facendo voto di offerire per questo ogni giorno la sanità, il sangue, 1'onore, la vita.

E parendogli che, negli olocausti fatti, quello in che si era maggiormente obbligato, era uno studio e diligenza speciale di acquistare la maggior perfezione, senza dichiarare tutte le obbligazioni degli atti particolari, che egli voleva, tornò un' altra volta a ripetere e ad accrescere la sua obbligazione di fare il Sommo di tutte le virtù, specificando ciascheduna in particolare, come dell'umiltà, della modestia, del silenzio, della castità e purità angelica, dell'obbedienza della misericordia, dell'elemosina, della pazienza, della benignità, della fortezza, della giustizia, della divozione, della pietà, della gratitudine, dell'orazione, della presenza di Dio, della mortificazione, dello zelo dell'anime, della carità ecc., e di fare ogni giorno quanti atti interiori ed esteriori potesse più perfetti di tutte le suddette più perfette virtù, e di tutte le altre che si trovano. Onde soggiunse: «Avvertitamente io non lasciai mai passar l'occasione di mortificarmi, né lasciai di fare alcun atto di virtù, che potessi fare». Questo è fervore, questo è servire a sì gran Signore, come è Gesù; questo è esser servo diligente e fedele, questo è amare Dio.

Riempiamoci di rossore il volto, vedendo chi tanto desidera di gradire a Dio, e noi invece sì trascurati. Dobbiamo noi forse meno a Gesù? Non è morto Gesù anche per noi? Che facciamo? Non vogliamo esser servi di Dio? Non vogliamo esser figli dell’Altissimo? Non vogliamo essere fini amanti del nostro amante Gesù? Per certo, con l'opera non vogliamo. Perché non ci risolviamo? Non dico questo, perché voglia obbligare alcuno con simili legami di religione. Non arrivando a tanto, ordinariamente, le forze spirituali di tutti, sarebbe indiscrezione far voto di tante cose; e se alcuno lo potesse, non deve però mai far simili voti, senza consiglio e preghiera del confessore o superiore.

E questo è più da ammirare in questo uomo, che avendo padri spirituali di gran considerazione in queste cose, affinché nessuno si inviluppi con zelo indiscreto, questi non giudicarono che convenisse l'impedire in ciò questo fervoroso padre, e per la grande virtù, che in lui vedevano, e per l'abbondante grazia dello Spirito Santo, con la quale era eccitato. Quello che dico è che ci animiamo a fare di buona voglia quello a che siamo, per ogni ragione, tenuti; e solamente ho voluto metter qui il fervore di questo servo di Dio, affinché ammiriamo l'obbligazione, che s'impose, e imitiamo l'esecuzione, che adempì. Il che mostrò Iddio essergli molto accetto con quelle meraviglie, con le quali suole onorare i suoi servi fedeli.

CAPO XXXIII.

 

 

L'intimo odio che si deve avere al peccato mortale, perché è quello che più direttamente si oppone alla volontà divina.

 

 

Questa forte e costante risoluzione di adempire in tutto la volontà di Dio, queste ansie e questi ardenti desideri dei Santi di servirlo, suppongono un interno aborrimento da ogni colpa, per essere quella che si oppone direttamente alla volontà divina. E mancherebbe una parte principale di questo argomento, se non trattassimo della gravità, dei danni e dell'opposizione, che il peccato ha col gusto di Dio. Oltrechè non può far danno ad alcuno, nonostante il molto profitto, che avesse fatto, ripetere la considerazione di questo, per piangere come S. Pietro, tutta la vita, il disgusto che in un momento di essa si è dato al nostro Creatore e Redentore, e ricompensarlo con tutti i servizi possibili.

Il peccato mortale è in sé stesso la cosa più senza ragione, che possa esservi o immaginarsi; la più dannosa e pregiudiziale, più ancora dello stesso inferno, a chi lo commette, ancorché non restasse in lui più che un istante; la più odiata da Dio e da' suoi angeli; il maggiore dei mali, la suprema miseria, la somma sventura, il sommo disonore. Il che quanto è cosa più certa, tanto più gli uomini se ne scordano; perché dovendo essi tremare solo in pensare che potrebbero venire a tanto gran male e infelicità (essendo loro possibile il peccare), stanno invece tanto lontani da ogni timore, che arrivano a dormire col peccato mortale. Perciò, affinché noi abbiamo a concepire alcun timore di un male tanto grande e infinito, serviranno le seguenti osservazioni:

Considera quanto sia abbominevole la malizia di un peccato, considerato solo con la ragione naturale, prescindendo dalla proibizione, dal castigo eterno, dall'offesa di Dio. Molti filosofi giudicarono che per la sua bruttezza non si deve commettere per nessun bene presente o possibile, essendo essenzialmente contro la natura, contro la ragione e contro la dignità dell'uomo, che, simile à Dio, per il peccato si fa simile alle bestie. Perciò il peccato cerca le tenebre, procurando di peccare in segreto, vergognandosi di quello che fa. Questa bruttezza del peccato è tanto grande, che S. Anselmo dice: «Se mi mettessero da una parte la viltà e la vergogna del peccato, e dall'altra 1'inferno aperto, e, mi fosse necessario eleggere una di queste due cose, più presto mi metterei nell'inferno che consentire al peccato, perché vorrei piuttosto entrare senza peccato nell'inferno che non nel cielo con la colpa.»

Il peccato mortale è ingiuria di Dio, perciò devi giudicarlo per un male infinitamente dannoso per te. L'ingiuria tanto è maggiore quanto è più vile la persona che la fa, e più degna la persona che la riceve. Chi sei tu che offendesti un Dio immenso, se ti paragoni con tutto il mondo? Tutto il mondo, confrontato col Cielo, é un punto, e tutto il Cielo comparato con Dio, che é se non il nulla? E chi é Dio, che tu offendi? Un Signore onnipotente, avanti del quale tremano le colonne del firmamento, si umiliano le podestà, un'infinita maestà, bontà, sapienza, autorità. Dunque se tu sei tanto vile che non compariresti avanti di un punto, che é la terra, e Dio é tanto immenso, la gravità dell'offesa che hai fatta contro di lui, viene ad essere infinita, ed una sfacciataggine tanto enorme, che non é possibile maggiore.

Questa ingiuria, che fai a Dio, peccando, non é di qual si voglia sorte, perché non mira solo a levargli l' onore, ma la vita, tende ad uccidere Dio, e, per quanto é dal suo canto, a farlo in pezzi, ad annichilarlo. E però dice S. Bernardo che la propria volontà, quando pecca, per quanto è in sé, vorrebbe distruggere Dio, perché desidera che Dio non potesse o non volesse castigare i suoi peccati, o non li conoscesse; il che é come volere che Dio non sia, perché non può essere Dio, se questo gli manca. O crudeltà, che arriva a voler distruggere la potenza, la sapienza e la bontà di Dio! Era ben giusta cosa che Dio ti avesse distrutto, o peccatore, poiché solo il metter mano contro di un re merita la morte.

Considera quello che cagionò il peccato negli angeli, le più sublimi creature di Dio, adorne di molti doni sopranaturali. Questi commisero un peccato mortale di pensiero, e subito furono spogliati di quanto avevano, condannati all'inferno e fatti demoni. Prodigioso male è quello che in creature tanto buone cagionò effetto così terribile. Che diremmo, se vedessimo giustiziare mille re insieme? Gran male avrebbero essi fatto, non perdonandosi a tante persone regali? Ma che ha a far questo colla rovina d'innumerevoli creature, tanto più nobili, avendo una sola maggior forza di mille imperatori? E se vedessimo un mare di miele divenire amaro per una goccia di fiele, quale forza non avrebbe questa? La goccia del peccato, che cadde negli angeli, amareggiò tanto Dio, che non gli furono più graditi tanti doni quanti in essi pose. Gran cosa dovette essere quella, che in un sol colpo svelse dalle radici quegli alti cedri piantati nella casa di Dio, e li tramutò in tizzoni dell'inferno.

Il nostro primo padre, Adamo, amato da Dio, adorno di grandi doni naturali e sopranaturali, capo del genere umano, perché commise un peccato di gola, fu spogliato vergognosamente della grazia, della giustizia originale e dell' altezza del suo stato, cacciato dal paradiso, condannato alla morte del corpo e dell'anima, alle miserie temporali ed eterne, con tutti i suoi discendenti. Tutti i mali, che sono nel mondo, sono castigo di quel peccato: quindi sono venute tutte le infermità, le guerre, la pestilenza, le morti degli uomini, che furono, sono e saranno nel mondo. Immagina in un mucchio le ossa di quanti uomini sono morti e moriranno, sino al giorno del Giudizio. Quanta mortalità! Ora tutta questa strage fece un solo peccato mortale; e tutto questo che causò nel corpo è una semplice ombra in confronto di quello che causò nell'anima, con tante morti d'anime, quanti sono i figli di Adamo, i quali nascono col peccato originale. Chi si arrischia a bere questo veleno, che ha forza di ammazzare il corpo e 1'anima non di uomo solo, ma di tutti gli uomini del mondo?

Questi peccati degli Angeli e del primo uomo furono tanto rigorosamente castigati, e pur non avevano quella circostanza di gravezza che hanno i nostri, perché quelli non videro il sangue del Figlio di Dio sparso per il loro bene, né peccarono contro un Dio, che li avesse obbligati, come noi. Non peccarono contro un Dio, che si fosse fatto angelo per loro, che avesse sudato una goccia per la loro salute, che fosse morto per loro.

I nostri peccati contengono questo di più, che sono contro un Dio, che ci ha tanto obbligati, che si è fatto uomo per noi, che ha sparso il suo sangue, che ci volle dare in bevanda. Con ragione disse sant'Agostino, che chiunque commette un peccato contro il suo Creatore, merita giustamente 1'inferno: ma chi lo commette dopo che Dio si è incarnato, merita che si faccia per lui un nuovo inferno, perché, sebbene il peccato non fosse tale per sé stesso, per essere ingratitudine del sangue di Cristo, merita milioni di tormenti e di morti.

Se ad un uomo si dovesse tagliar la mano, e un gran re mosso a compassione si lasciasse tagliar la sua per salvare quella del suo vassallo, quanta bontà sarebbe nel re, e quanto grato gli dovrebbe essere quell'uomo! Ma che meriterebbe costui, se con quella stessa mano, risparmiatagli dal sacrificio del re, si rivoltasse contro la persona reale e la schiaffeggiasse e procurasse di ammazzarla? Ma questo è nulla con la bontà del nostro Dio e con la malignità della nostra ingratitudine. Noi abbiamo perduta non una mano, ma tutta la vita dell' anima e del corpo; e Cristo, per salvarci, non ha dato una mano sola per noi, ma tutti i suoi membri e la sua vita più preziosa di tutto il mondo e di tutto il cielo. Eppure noi siamo tanto ingrati, che 1'ingiuriamo co' suoi medesimi benefici, e non solo con le mani e col cuore, che egli ci ha dato, né solo con la vita corporale, servendocene male, ma anche con la vita della fede, che egli ci meritò a costo della sua propria vita, abusando, per peccare, del conoscimento, che abbiamo, della sua infinita misericordia e pazienza; confidati alla quale tanti hanno peccato e peccano. E qual sorte di empietà è questa? Quanta malignità non mai immaginabile! E come non moriamo di vergogna e dispiacere, per essere stati traditori con tali circostanze contro un Dio tanto buono?

E che colpa sarà quella che è castigata con fuoco eterno? È tanta immensa la malizia del peccato, che merita tormento senza fine e una morte infinita. Dio, somma dolcezza e mansuetudine, non ha compassione di vedere una sua creatura tutta avvolta tra quelle fiamme, non per mancamento della bontà in lui, ma per sovrabbondante malizia del peccato. A te non basterebbe l'animo di vedere, non dico un uomo, ma anche un cane mezz'ora investito dalle fiamme; e nondimeno la malizia del peccato è tanto prodigiosa da impedire che viscere tanto tenere e amorose, quanto quelle di Dio, non si muovano a compassione di una sua creatura, che geme in quel fuoco eterno. Quindi è che le pene dell'inferno sono minori di quelle che merita il peccato.

Considera ancora come il Figlio di Dio è morto per un peccato, che non era suo. O stupore di malignità, che cagionò tal disastro nell'infinita bontà e somma innocenza di Gesù! Se vedessi un re giustissimo e padre amorosissimo fare pubblica giustizia sopra d'un unico figlio, erede del suo regno, quale sorta di delitto penseresti abbia egli commesso? E se si dicesse che non è per colpa propria del principe, ma d'altri, che penseresti di tal colpa? Guarda adunque se é poca cosa il peccato, per il quale fu crocifisso il Signore del mondo!

Considera la mutazione terribile che cagiona il peccato mortale in chi lo commette. D'amico di Dio diventa suo nemico, di figliuolo dell'Altissimo diventa schiavo del demonio, d'erede del regno celeste diventa degno dell'inferno. Di più: perde il diritto alla gloria, la grazia, le opere buone fatte e che farà in peccato, perché nemico di Dio. Quel Dio, che, somma bontà, nulla lascia mancare agli animalucci del campo, rivolge i suoi occhi dal peccatore, per non vedere l'orribilità delle sue colpe. Tremendo effetto del peccato, poiché fa che un uomo, redento col sangue di Gesù, sia rimirato da Dio e dagli Angeli con occhi più ritrosi, che non si mirerebbe un serpente velenoso, e che sia loro più abbominevole di un cane morto ripieno di vermi! Che ti giova la bellezza e la sanità, se sei più abbominevole é schifoso d'un velenoso rospo, e forse dello stesso demonio? E se questi danni non temi, che cosa temi? Non v' ha altra cosa dannosa veramente, se non il peccato. Onde disse il Crisostomo che nessuno riceve danno, se non da sé medesimo, perché non vi è cosa di danno, se non il peccato, che uno commette di sua propria volontà.

Le circostanze dei tuoi peccati, quanto li aggravano! Poiché non una sol volta, ma moltissime hai offeso il tuo Redentore; e dopo d'averti perdonato tante volte, non hai peccato forzatamente, ma di tua volontà e con maggior facilità di bere un bicchier d'acqua; non lontano da Dio, ma alla sua presenza; dopo che Dio è morto per te; non con cosa tua, ma coi medesimi benefici divini; per compiacere non ad un altro dio, ma ad altri uomini, al demonio, a un vile appetito; non pér guadagnare un regno eterno, ma per perderlo; né contro qualsivoglia re, o uomo cattivo, ma contro Dio. Se tu fossi pagano o turco, potresti addurre qualche scusa; ma tu, cristiano, che puoi dire? Giuseppe e Susanna, assai prima che Cristo morisse per gli uomini, vollero piuttosto morire che consentire a un gusto carnale. Vedi tu che devi fare per non commettere un peccato. Morire è poco, perché Cristo già morì per te, perché tu non l'offendessi, e sarebbe scarso cambio, per non perdere la vita dell'anima, perdere quella del corpo. Da tutto ciò cava un odio ed un aborrimento sopra ogni cosa abbominevole al peccato, e una perpetua e saldissima promessa di morire piuttosto che peccare.

Parliamo ora del rimedio del peccato, e dalla necessita della medicina si può venire in cognizione del male. Rimedio creato era impossibile, perché il peccato non era rimediabile che col sangue del Figliuol di Dio, e solo con un prezzo infinito si poteva soddisfare per un solo peccato. Onde ben si vede quanto male è quello che non ebbe altro rimedio che una soddisfazione infinita, la quale a noi si applica per mezzo dei Sacramenti, ai quali nessuno può accostarsi senza che non 1'aiuti la grazia di Dio. Può uno peccare, ma dopo il peccato è impossibile uscire da esso con le sue forze. Chi é che voglia gettarsi in un pozzo, donde non si può uscire? Chi si caccerà in una prigione, dove entrato, non avrà più la chiave per aprirla? È di malizia tanto enorme il peccato, che sarebbe per sé stesso irrimediabile, se il sangue di Cristo e la misericordia di Dio non ci avessero perdonato: misericordia grande, che sta sempre pronta a perdonarci e darci la sua mano, se noi vogliamo pentirci. Ma perché non basta rimediare i peccati passati, senza prevenire i futuri, daremo alcuni mezzi, che ci potranno per questo aiutarci.

Il primo è di frequentare i Sacramenti della Penitenza ed Eucaristia, perché col loro uso l'anima acquista forze per resistere alle tentazioni. Questo mezzo è molto utile per perseverare in grazia; ma non basta voler perseverare in grazia per chi non vuol peccare; deve questi ancora proporsi i mezzi, coi quali ottenere il suo intento, trascurando i quali, deve grandemente temere di non riuscire. Per andare uno a Toledo o a Siviglia, non gli basta volere, ma deve mettersi in cammino: se vuole davvero il fine, deve volere anche i mezzi. Il mezzo di non peccare é la frequenza ai Sacramenti: e chi non la vuole usare, può temere assai.

Il secondo é di fuggire le occasioni e le profanità del mondo, perché, essendo la nostra natura e virtù tanto fiacca, se non sta lontana dalle occasioni, corre gran rischio. E non solo dobbiamo usare i mezzi convenienti per perseverare in grazia, ma levar via anche gli impedimenti, che si frappongono. E non v'ha cosa che più ci impedisca, della vita del mondo, delle profanità, delizie, fasto, puntigli dell'onore, ambizione, avarizia, amor della carne. Se questo ci parrà difficile, si consideri attentamente la grandezza del male, che si vuol rimediare; si miri la faccia, che ha un peccato mortale; si consideri il suo danno e la sua malizia infinita, e che per evitare un sol peccato, sarebbe poco lasciare mille imperi della terra e tutto l'oro del mondo e mille comodità e vite, che si avessero. Il pretendere che per un male tanto infinito bastasse una diligenza che non dolga, è disprezzare Dio, il Sangue di Cristo, l'anima propria, la natura tutta e ogni ragione, contro la quale è il peccato.

Il terzo mezzo è l'orazione e la lettura di cose sante; coll'orazione noi otteniamo da Dio il suo favore, colla meditazione s'acquista il conoscimento e la stima delle cose eterne. E tutto il nostro male è la mancanza di considerazione. Chi è, che, dopo d'aver appreso ciò che è il peccato, non dovrebbe morire in pena d'averlo commesso, e non inorridire considerando solo che lo può commettere? La lettura dei libri, che tolgano gli inganni e insegnino la verità, aiuta assai questa considerazione, perché molte volte non siamo disposti a pregare, e lo siamo invece a leggere, e quello che non si acquista in altro modo, lo si trova leggendo.

Il quarto è di usar diligenza nel non commettere peccato veniale. Con questo ci assicuriamo di non cadere nel mortale, perché il peccato veniale è disposizione al mortale, come l'infermità dispone alla morte. Chi perde il timor di Dio nel poco, vien poi a perderlo nel molto, e l'anima, avvezza a rompere il gusto di Dio in cose piccole, lo romperà anche nelle grandi.

Il quinto mezzo è di fare alcune opere di supererogazione, cioè qualche cosa di più di quello che è comandato, non accontentandoci di osservar solamente la legge di Dio, ma facendo ancora delle opere buone, delle quali non si ha l'obbligo. Dicono dottissimi teologi che, colla sola volontà d'osservare i comandamenti e non mai facendo altre opere buone, si correrebbe rischio di dannarsi, per il pericolo manifesto di cadere in peccato mortale.

Il sesto é il consiglio dello Spirito Santo: Ricorda i tuoi novissimi, e non peccherai. Ancorché noi fossimo immortali, il peccato é così gran male che non lo dovremmo commettere per mille mondi. Ma noi siamo mortali; e ricordandoci che dobbiamo morire, quale pazzia é la nostra di gettarci addosso questo peso insopportabile? Chi vedendo che si può morire dopo d'aver peccato, vorrà arrischiare l'eternità ? Molti muoiono repentinamente, e quello che succede ad altri, può accadere a te. Può essere che nel commettere il peccato tu muoia senza penitenza: se ciò avviene, che sarà? Ad alcuni é successo. Dunque la tua salute é negozio che si debba così avventurare? Dirai: non mi succederà. Lo stesso dissero coloro a cui successe. È cosa possibile. E se ti succede, che rimedio avrai? Non si giuoca coll'eternità. E chi, vedendo che la sua carne finirà in vermi, l'amerà tanto, che per un sordo e abbominevole gusto vorrà crocifiggere un'altra volta Gesù e precipitarsi nell'inferno? Serve assai la memoria della morte per temere il peccato: perché, se la morte del corpo è tra le cose terribili terribilissima, che è mai il peccato? È più morta l'anima senza la grazia di Dio, che non il corpo senza l'anima.

E la memoria del Giudizio chi non terrà a segno? Perché si deve comparire in quel tremendo giorno, render conto a quello stesso, che si é offeso; e questo Giudizio si deve fare nel modo, che l'uomo giudicò Iddio, poiché per il peccato mortale condanniamo Gesù Cristo e lo posponiamo non solo a Barabba, ma allo stesso Lucifero. V'ha abbominazione come questa? V'ha malignità più maledetta? Che risponderai, quando ti si domanderà conto dell'infinito amore di Dio, degli infiniti benefici e del sangue di Cristo, che disprezzasti, che conculcasti sopra ogni cosa, per dar gusto a Satana? Che il cristiano crocifigga col peccato chi fu crocifisso per lui, per dar gusto al demonio, che abbassi il Figliuol di Dio per innalzare il suo nemico, che disprezzi, quasi cosa vile, il sangue di Dio, nel quale siamo stati santificati, per un gusto sucidissimo, non sono questi torti da temere davanti di un giudice severo e giustissimo?

Similmente il ricordarsi dell' inferno ci dovrebbe fortemente spaventare; poiché un peccato è peggior male di mille inferni, e noi dovremmo esser pronti a soffrire pene eterne piuttosto che acconsentire, per un istante, ad alcuna colpa, Oh! quanto gran male è quello che é incomparabilmente maggior male dei tormenti eterni! Più disgraziato e miserabile é quegli che ha solamente un peccato sull'anima, che non colui che avesse tutti i demoni dell'inferno nel corpo. O prodigiosa cecità degli uomini, che non avvertono a un tanto male, e non hanno riguardo al male della colpa, né pensano al male della pena! Ardiresti tu di soffrire l'inferno per un'ora? Come adunque ti metti a rischio di starvi per un'eternità? Non puoi soffrire una mezza giornata un dolore di denti, e vuoi soffrire tutti i mali; finché Dio sarà Dio? Sappi che neppur quelli che sono all'inferno, pensarono di andare laggiù, e con questo pensiero peccarono, e adesso si confessano ingannati. Tu sei in tempo o di pentirti del peccato o di non commetterlo. Oh! quanto grave burla é in una cosa, nella quale ci va l'eternità! Apri gli occhi. Molti si trovano all'inferno per un peccato solo: tu ne hai molti, e non temi? Non sei migliore degli angeli; e Lucifero, per un peccato d'un istante, é divenuto demonio per anni e secoli eterni. Disgraziato colui, che deve stare un' eternità, senza conseguire il suo fine, disperato di ottenere quello, per il quale nacque! Un osso slogato, quanto dolore cagiona: e che farà un'anima fuori del suo fine per sempre? Se il peccato e l'inferno non causassero altro male, quanto già sarebbe orrendo questo!

Ci gioverà ancora la memoria della gloria, che si perde, quando si pecca. Se tutto l'oro e tutte le ricchezze del mondo fossero assorbite da un terremoto della terra, quale perdita per un avaro! Ma che è questa colla perdita, in un momento e di proprio volere, di tutte le ricchezze del cielo? Se vedessimo alcuno, che si levasse re la mattina, e la sera si coricasse mendico, senza avere di che coprirsi, quale disgrazia sarebbe mai? Ma nulla regge al confronto della sventura di chi prima era padrone del regno dei cieli, e dopo è divenuto schiavo di Satana. O stolta prodigalità degli uomini! O pazzia, o disperazione! Sai tu quello che perdi, peccando? Perdi un regno, un godimento eterno, la figliuolanza di Dio, perdi Dio, perdi tutto quello che si può perdere. Ritorna in te e considera i beni che ti aspettano, se fedele a Cristo, rimira il suo sangue sparso per te, per condurti al suo regno. Fa penitenza adunque de' tuoi peccati e rinnova spesso atti di contrizione e di amor di Dio.

Per ultimo si deve avvertire quello che notano alcuni Santi, che chi usa diligenza per impedire i peccati ne' suoi fratelli, aiuta con questo assai, acciocché siano perdonati a lui i suoi propri. Questa deve essere tutta la nostra sollecitudine di non offendere Dio e che nessuno l'offenda. E applicare le nostre opere a questo fine, è un'eccellentissima occupazione, anelando sempre con ansietà, che tutto il mondo adempia la volontà di Dio, e nessuno contravvenga ad essa con qualche peccato.

 

CAPO XXXIV.

Da quello che è il peccato veniale, si conosce quanto gran male è far contro la volontà di Dio, con colpa mortale.

 

Si conoscerà ancora quanto enorme e strano male è contravvenire alla divina volontà con un peccato mortale, da quello che è offendere Dio nelle colpe veniali: onde tratteremo di esse con quella efficacia e ponderazione, con la quale parlano di questo punto i Santi e i Dottori, poiché non avendo noi ancora il giusto concetto del peccato mortale, ma avendolo di molto inferiore al vero, dobbiamo procurare di averlo esatto, con la considerazione e confronto del veniale, vedendo, che quel peccato del quale facciamo poca stima, è grande. Dal che raccoglieremo, che quello, del quale facciamo gran caso, sia molto più grande; poiché dal peccato veniale al mortale vi è quella differenza che è dall'infermità alla morte. E se il veniale è tanto, che sarà del mortale? Se il poco è molto, che sarà il molto? E le brame e i desideri di servire a Dio devono essere di non dargli disgusto, nemmeno con la più piccola colpa, per quanto ci sarà possibile; e nessuna, benché minima, si deve disprezzare, perché il dominio, che Dio ha sulle creature, è che queste lo servino con tutte le loro forze; e ciò che si fa contro la sua santissima volontà è maggior male di qualsiasi altro male possibile. Onde un peccato, ancorché veniale, è peggiore di tutti i danni temporali e di tutte le pene eterne: e si dovrebbe scegliere piuttosto di patire eternamente i maggiori tormenti che non commettere una colpa anche leggerissima.

E però è cosa davvero lagrimevole quella trascuraggine, che si usa in levar via i peccati veniali, parendo che sia cosa leggera e di poca importanza. E non si avverte che per leggera che sia, alla fine è sempre offesa di Dio, e che non si dice leggero il peccato veniale, se non confrontandolo col mortale; perché in sé stesso è tanto grave male, che tutti gli altri mali uniti, infermità, povertà, disonore, morte, in confronto del peccato veniale, sono un nulla. Dunque per odiare e fuggire il peccato, per leggero che sia, considereremo la bruttezza del peccato veniale, i suoi effetti, i suoi castighi e rimedii.

Vi sono due, sorta di peccati veniali: alcuni si commettono per negligenza, fiacchezza o poca avvertenza, dei quali non vanno esenti anche i giusti; altri sono per malizia e con piena avvertenza, e questi si possono evitare e si deve procurare con tutte le forze di evitare principalmente quelli, che sono in uso.

Per tremare di un peccato veniale, basta considerare che si fa disgusto è si offende un Dio infinito; perché, essendo un male, che tocca e offende Dio, é maggior male di tutti i mali uniti insieme delle creature temporali ed eterne, e pesa più di tutti i loro beni di questa vita e dell'altra. Perciò se ad uno fosse data la scelta o di fare un peccato veniale (una parola oziosa, una bugia officiosa), o di patire tutti i tormenti dell'inferno per sempre, e mancare di tutti i diletti e beni del cielo, deve eleggere quest' ultimo; e qualsivoglia Beato si priverebbe della gloria più sublime e tosto si getterebbe nell'inferno e accetterebbe di essere annichilato piuttosto che fare uno di questi peccati. Come adunque si può disprezzare una cosa che pesa tanto, come cosa da nulla? E come può essere piccolo quel male, che offende Dio? E considerato così, anche il peccato veniale è un male infinito. S. Girolamo dice che non sa perché si deve chiamare leggero, mentre importa disprezzo di Dio. Questa è la ragione più potente, che deve indurre i veri figliuoli e i veri servi di Dio ad aborrirlo. Che direste di un figliuolo che dicesse così: «Io non darò al padre mio disgusto tale, che mi meriti di essere cacciato di casa o diseredato, ma disgusti minori gliene darò, per non privarmi del mio gusto?» Non meriterebbe costui il nome di figliuolo, ma di mercenario e traditore. Tali sono quelli che a bella posta commettono dei peccati veniali. Che sarà dunque commetterne un mortale? Quanto si dovrebbe temere e tremare solo del suo nome! Non v'ha per vero concetto che dichiari nel suo orrore la colpa mortale. E se si deve tanto fuggire il peccato veniale, quanto più il mortale!

Ma ancorché non fosse offesa di Dio, basterebbe, per odiare, più della morte, il peccato veniale, il pensare che é contro la ragione, per cui deforma e macchia l'anima, la creatura più nobile di tutte le creature materiali. Si uniscano tutte le deformità possibili, e non arriveranno alla bruttezza di un solo peccato veniale. Che mostro sarebbe un uomo con una testa di asino o di giumento? Maggiore mostruosità é una parola di poca carità o un pensiero ozioso in una creatura ragionevole.

Di più: il peccato veniale é infermità dell'anima, tanto maggiore di quelle del corpo, quanto é maggiore il male spirituale del materiale. Se si unissero tutte le infermità conosciute dai medici e patite da tutti gli uomini, non uguaglierebbero un peccato mortale. Quale spettacolo lacrimevole darebbe di sé chi patisse unitamente male di pietra, dolore di denti, sciatica, gotta, cancro! Ora sappiasi che é maggior male una sola colpa, che noi chiamiamo leggera. Che pazzia dunque il non far raso dei peccati veniali, ma solo dei mortali? Perché si deve stimar meno l'anima del corpo? E se non solo ci pigliamo pensiero della vita del corpo, ma anche della sua sanità e decenza, perché non dobbiamo essere solleciti della salute dell'anima e della sua bellezza.

E oltre di questo il peccato veniale, secondo S. Agostino e S. Gregorio, brutta e riempie di ogni immondezza l'anima. Ora se noi non soffriamo che il vestito si macchii d'olio, né che si bagni, perché trascuriamo la mondezza nella coscienza? Gran sciocchezza é aver cura maggiore del vestito che non dello spirito e dell'anima, fatta ad immagine di Dio! Che diremmo di una regina, vestita di ricchissima porpora, se si ravvoltolasse in un pantano, e poi volesse abbracciare il re suo sposo? È assai più irragionevole che un' anima, sposa di Cristo, voglia commettere un peccato veniale. E se questo é il peccato veniale, che sarà il mortale? Come non si deve temere e tremare del solo suo nome? Poiché il peccato mortale eccede il veniale incomparabilmente.

Oltre di questo, il peccato veniale non può non provocare malissimi effetti, per i quali deve essere temuto. Consideriamo quelli, che ha solamente per essere infermità maggiore senza confronto di tutte le più grandi infermità del corpo insieme unite: poiché il peccato veniale é cancro dell'anima che la corrompe; é lebbra che la macchia e l'allontana dal bacio e dall'abbraccio del divin Sposo; é paralisia che impedisce di compiere opere di virtù; è idropisia che genera sete delle cose della terra; è male di cuore, perché turba gli affetti; é dolore di gotta che impedisce di camminare nella via della perfezione; è asma che non lascia aspirare al cielo; é sordità, che impedisce di udire le ispirazioni di Dio; é cecità che non ci lascia vedere le verità eterne; é etisia che infiacca la virtù. Finalmente siccome l'infermità corporale è disposizione alla morte, (che è il suo peggior male e quello che porta più sollecitudine e affanno, perché, se non si morisse, non si farebbe tanto caso dell'infermità, anche grave), così il peggio del peccato veniale e quello che deve portar maggior sollecitudine, é di essere disposizione alla morte dell'anima, che è il peccato mortale.

In tre maniere, dice S. Tommaso, il peccato veniale dispone al mortale.

La prima dispone da sé, naturalmente, come il calore piccolo dispone al maggiore. Così la mormorazione o il furto piccolo dispone al grande; e però San Tommaso dice che si distinguono, come l'imperfetto dal perfetto, un bambino da un uomo, il quale si fa dal bambino, e il leone e la tigre grande che si fanno dal piccolo.

La seconda dispone per un modo di conseguenza, sdrucciolando da uno in un altro. Non si guarda a far peccati veniali, dunque si verrà a cadere nei mortali. Si è infedeli nel poco, lo si sarà nel molto. Non si ha riguardo alle cose piccole, non lo si avrà nelle maggiori, secondo il detto dell'Ecclesiastico: Chi disprezza le cose piccole, cadrà nelle maggiori. E può avvenire, dice il Santo, che cresca tanto l'affetto di peccare venialmente che, per adempir ciò, si commetta peccato mortale; e così si ponga l'ultimo fine nel peccato veniale, perché facilmente si piega a quello a cui si ha abito e inclinazione.

La terza dispone al mortale, levando via quello che impedisce di fare il peccato mortale. E queste tre cose lo impediscono: primo, la soggezione a Dio e il suo santo timore, e questo si va perdendo con la libertà e con la presunzione di peccare venialmente; secondo, i buoni abiti, che però si perdono coi peccati veniali, dicendo S. Gregorio che il costume a poco a poco vince tutto; terzo, gli aiuti attuali della grazia, che si demeritano coi peccati veniali volontariamente commessi. Se dunque il peccato veniale dispone al mortale in tante maniere, è ne cessa l'io che chi teme questo, deve temere quello; e il non temere il veniale, è segno che non teme il mortale, perché dice S. Tomaso, peccando molte volte venialmente, si dispone a peccare mortalmente.

Si considerino finalmente due persone, che si guardano dal commettere peccato mortale, ma l'una fa molti peccati veniali, l'altra se ne guarda, per quanto è possibile: questa è divota, fervorosa, santa, di edificazione del prossimo, e tutti lo dicono; ma non è così quella che cade in peccati veniali. E perché tanta differenza? Solo per i peccati veniali. Ecco i suoi danni gravissimi nella vita spirituale. E se questa fa il peccato veniale, che farà il mortale? E non si dovrà temere e tremare anche del solo suo nome?

Oltre di questo i castighi, che Dio ha dato per il peccato veniale, ci dimostrano ancora quanto gli dispiaccia. Dio è giustissimo e non castiga più di quello che merita la colpa, è sapientissimo e non può errare nel conoscimento di essa. Come dunque si può dire essere poca cosa il peccato veniale, se Dio lo castiga con pena capitale? Secondo gravi autori, Mosè ed Aronne, dubitando di Dio un istante nel percuoter la pietra, e Sara, moglie di Lot, volgendosi indietro un istante a mirare la rovina di Sodoma, peccarono venialmente: e tuttavia Dio li punì gravemente. E a un altro profeta, per colpa veniale, Dio mandò un leone a sbranarlo.

Né solamente con la morte, ma con infermità più penose della morte, ha castigato Dio colpe leggeri. Cassiano narra di Paolo abbate, che per una colpa ben leggiera fu punito con una paralisi, non mai più veduta. S. Gherardo (come racconta S. Odone di Cluny) divenne cieco per un mancamento leggero. E un santo monaco, per una parola meno retta, fu invasato dal demonio. Ed è certo che é peggior cosa avere un peccato veniale nell'anima che non tutti i demoni nel corpo.

Di più Dio castiga in questa vita i peccati veniali, permettendo le tentazioni, le quali affliggono molto con inquietitudini e turbamenti di coscienza, aridità e tristezza di spirito. Insomma quegli che di proposito si lascia cadere in peccati veniali, non gode pace, né tranquillità, né totalmente gode la gloria del testimonio della buona coscienza. E questi per avventura sono piccoli mali e castighi leggeri? Un'anima santa e molto favorita da Dio con visite e rivelazioni, confessa che per un peccato veniale, Dio si allontanò da lei per un anno intero, e diceva: Non è colpa leggera quella che si paga con un anno di assenza di Dio amico. La maggior pena e radice delle altre è il privarci Dio, in castigo di queste colpe e offese, de' suoi aiuti, diminuendoli giustissimamente al passo che noi andiamo diminuendo il suo amore, rispetto e riverenza. Se questo fa il peccato veniale, che farà il mortale? Come non si dovrà temere e tremare del solo suo nome?

I re e i giudici di questa terra non domandano conto di certe piccole cose; ma se Iddio, che è giustissimo giudice, ci domanderà conto rigoroso anche di una parola oziosa, e volle puniti i peccati veniali degli uomini con la morte di croce del suo Figliuolo, bisogna ben dire che il peccato veniale non è piccola, ma grave, gravissima cosa.

E però è da meravigliare che Dio nell'altra vita tenga una prigione orribile per castigare i peccati veniali. Nel purgatorio si patisce pena di senso, proporzionata alla colpa e per maggior tempo di quello che qua pensiamo. A questa pena appartiene quello che dice l'Apostolo, che i peccati veniali sono legna, fieno e paglia, perché arderanno come legna secche. E qual maggior pazzia di aggiungere legna secche al fuoco, coi peccati veniali? Aggiungi a questo, come S. Tomaso, che la pena del senso di molti veniali può uguagliare la pena di fuoco d'un peccato mortale, e che la pena del peccato veniale nell'inferno è eterna.

E anche nel purgatorio v' è pena di danno, sebbene temporale, perché per la loro colpa stanno privi, per alcun tempo, della vista di Dio quelli che là stanno: e questo è ciò che maggiormente sentono, per essere fortissima la propensione dell'anima, amica, figliuola, sposa di Dio, di unirsi al suo centro e ultimo fine. Accresce questa pena l'incertezza della durata. Di qui pensa quanto grave è il peccato veniale; se anche uno solo basta per impedire l'entrata nel cielo e trattenere una così forte inclinazione dell'anima. E se Dio così castiga il peccato veniale, come castigherà il mortale? Come non si deve temere e tremare del solo suo nome?

Per tutto questo e altre cause si devono temere i peccati veniali. Che se sono molti, sono come le gocce d'acqua, le quali, ancorché piccole, per esser molte, cagionano diluvio e affondano la nave; parimente se sono continui, fanno come la molle goccia, che scava la pietra, cadendo su di essa, non con forza, ma con frequenza. E come nessuno d'un tratto diventa perfetto, casi nessuno d'un tratto diviene molto cattivo, e l'infermità grave non si forma repentinamente, né la casa cade in un colpo. Perciò S. Giovanni Crisostomo disse: «Io temo più il peccato veniale del mortale, perché non facendo tanto caso del veniale, non mi apparecchio tanto contro di esso, come contro il mortale: nel mortale anche il solo nome mi spaventa, e nel veniale il nome solo mi rende neghittoso e trascurato».

Contro tanti danni si dovrebbe pigliare qualsivoglia mezzo. E a evitare i peccati veniali, gioverà grandemente:

Primo, l'esame di coscienza, considerando ogni giorno i nostri mancamenti e proponendo di schivarli.

Secondo, la frequenza ai Sacramenti, che, ricevuti degnamente, ci purificano il cuore e ci danno la forza.

Terzo, la custodia dei sensi, vigilando su di essi.

Quarto, reprimere gli affetti del cuore, non governandosi mai secondo passione, ma secondo ragione.

Quinto, la mortificazione, perché non seguendo il nostro gusto in cosa lecita, non lo seguiremo nell'illecita.

Sesto, l'imitazione di Cristo, che é il nostro perfetto esemplare.

Settimo, procurare di vivere con fervore e aspirare sempre al più perfetto.

Ottavo, l'amar di Dio, perché il grande amor di Dio non comporta piccole offese.

Nono, l'orazione.

Dopo tutto questo non si deve affliggersi per i peccati veniali, ma umiliarsi e procurare con ogni efficacia di emendarli, massime quelli di consuetudine; e questo, con larghezza di cuore, sicuri che Dio é misericordiosissimo, che ci ama come padre, che sa sopportare pietosamente nei suoi figliuoli molte imperfezioni. Dobbiamo avere sollecitudine, non affanno soverchio; perché la sollecitudine li rimedierà; l'affanno invece può disturbare molte opere buone. Quello che si é detto é per i peccati veniali di malizia e fatti con perfetta deliberazione; perché quelli, che sono commessi per la nostra debolezza, non fanno tanto danno, né dobbiamo pretendere di evitarli tutti.

 

 

 

 

CAPO XXXV.

Come si devono togliere gli impedimenti della perfezione e dell'adempimento del volere divino.

 

 

Per fare bene un viaggio, non basta aver buoni piedi; é necessario ancora che la via non sia ingombra da pantani, né infestata da ladroni. E nella via spirituale sono molti questi inciampi, che dobbiamo fuggire; perché chi aspira a diventar santo, deve non solo evitare i peccati, ma levar via gli impedimenti della perfezione. Perciò, per evitare questi pericoli, proporrò qui alcuni avvisi, che, osservati, gioveranno a levar via molti impedimenti, ad evitare i lacci del demonio, a liberarci da molte tentazioni, e anche da molte colpe. Non tratterò qui dei mezzi conosciuti e proporzionati a levar via gli impedimenti della vita spirituale, come il lasciare il mondo, la povertà volontaria, la castità e la soggezione della volontà propria a Dio; ma di altri avvisi contro gli impedimenti meno avvertiti, i quali restano anche dopo d'aver lasciato il mondo e di esserci consacrati al Creatore; perché il demonio non si acquieta mai, e con apparenza di bene suole ingannare e occasionare molti impedimenti al nostro profitto. Per rimedio adunque gioveranno le regole seguenti:

Primo: si deve vigilare a levar via non solo i peccati, ma anche i disturbi e gli impedimenti del nostro profitto, esaminando di proposito che cosa è che ci ritarda, avvertendo quello che si dice di una piccola remora, che può trattenere un gran naviglio. In questo particolarmente, si devono distinguere quelli che tendono alla perfezione, e in special modo i religiosi.

Secondo: non ci dobbiamo permettere indulgenza alcuna in cose piccole, perché dal poco si viene al molto, e il demonio non cerca altro che un piccolo posticino; avuto questo, penserà lui a divenire il padrone. «Che importa questo?» dicono alcuni; ma il servo di Dio deve avere abbominazione di questa parola, perché per chi serve un Signore infinito e deve ricevere una gloria eterna, il poco importa assai. «Che importa questo?» si dice molte volte, e non importa meno che l'esser santo; perché in questo si differenziano i santi dagli altri, che trattano di virtù, senza fare gran progresso: questi non guardano alle piccole cose, ma per i santi nessuna cosa è piccola, essi apprezzano ogni cosa, e di tutto si servono per acquistare la perfezione.

Terzo: non si deve prendere occasione di commodità alcuna dall'esempio altrui, anche se fosse persona santa, perché potrà essere che essa ne abbia precisa necessità, e non l'abbia io. Non si deve perciò guardare alle persone, ma alle cose. Se sono atti di virtù manifestamente, si deve prendere esempio anche da un assassino, ma se é cosa di meno fervore e di rilassatezza, non si deve prendere esempio, anche se fosse un angelo o un apostolo di Cristo. Questo avviso é molto più importante di quello che appare: perché sono innumerevoli e perniciosissime le rilassatezze, che per questa strada si sono introdotte. Quanti per vero scusano sé stessi con questo che il tale uomo santo e la tal persona spirituale fa quella o quell'altra cosa. Non é questa buona regola, perché, se anche tutti gli uomini santi facessero cosa di minor perfezione, noi non dobbiamo per questo farla, se non fosse per qualche giusta causa o per qualche precisa necessità particolare, cessando allora di essere imperfezione.

Quarto: non si deve parlare che di cose necessarie, perché dalla bocca se n'esce lo spirito e tutta la divozione; e insieme si deve mettere diligenza in non udire. È incredibile il danno, che fa il demonio in questa parte, con dettami e sentimenti infernali, che sparge sotto mantello di bene, non solo per bocca dei tiepidi, ma anche molte volte per bocca di persone, che hanno nome di spirituali. In questo si proceda con la stessa regola detta circa l'esempio; perché, s'è dettame, che tiri a rilassatezza e a qualsivoglia commodità, non conforme all'imitazione e mortificazione di Cristo, ancorché venga da un serafino, non lo si deve ascoltare e praticare. In questo dell'esempio e delle parole, si deve mirar solo, se è cosa di maggior fervore e perfezione, non già alla persona, che farà o dirà tal cosa, per spirituale e santa che paresse.

Quinto: di qui ne segue che ci dobbiamo guidare non secondo quello che altri dicono, ma secondo la ragione ed il Vangelo, perché pochi intendono la sua sapienza, e più pochi la praticano. Ricordiamo che spesso (così insegna la S. Scrittura) la sapienza di Dio viene battezzata dal mondo per stoltezza, e la sapienza del mondo nel cospetto di Dio è sciocchezza.

Sesto: la regola certa, che si deve tenere nell'operare, è la vita e la morte di Gesù: Si deve sempre tener fissi gli occhi e l'animo in tutto quello che è più conforme col Figliuol di Dio, cioè l'umiltà, la povertà, la mortificazione. Si tenga scritta nell'anima la dottrina di Cristo, la si assapori, e si ripetano quelle parole. con le quali ci comanda di imitarlo e di portare la croce: Se alcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi seguiti; chi non odia il padre, la madre, la moglie, sé e figliuoli e fratelli e sorelle e perfino la propria anima, non può essere mio discepolo. Parole in apparenza amare, ma piene di dolcezza per quelli che desiderano di metterle in pratica.

Settimo: si tremi dei gusti e degli onori mondani. Alle ricreazioni lecite e necessarie o di obbedienza, si vada preparati, procurando che sieno di profitto spirituale e usando gran diligenza di non distrarsi, né uscire del tutto dal raccoglimento interiore. L'anima esce facilmente di casa, e difficilmente vi ritorna.

Ottavo: si tema, come cosa irragionevole e strana, 1'onore che ci fanno e il bene che dicono di noi, volendo sempre tutta la gloria per Dio e tenendo noi stessi degni d'ogni confusione. S. Vincenzo Ferreri diceva: «Bisogna sentire di sé stesso, come di un corpo morto, dal quale scaturiscono vermi schifosi e odori pestilenziali, che quelli che passano vicino, non possono vederlo, né soffrire la sua puzza, turandosi le narici per il fetore e voltando altrove la faccia per non vedere tale abbominazione.» Così dobbiamo considerare noi stessi nel cospetto degli uomini e degli angeli, perché i peccati, ancorché veniali, sono cosa più abbominevole e fetente, senza confronto alcuno, di qualsivoglia materia spaventosa. Sempre malcontenti di noi, riprendiamoci anche nelle opere buone che facciamo, confondendoci di non farle bene, ma imperfettamente e con poco fervore. Così si starà molto lontano da quel modo di parlare e pretesto degli imperfetti; i quali, dicendo che ci va il loro onore, danno il bando al vero onore, che è quello di Dio, dimentichi dei consigli e della vita del loro Redentore.

Nono: non si deve fare più stima del mondo di quella che fece il medesimo mondo di Gesù Cristo: e però si deve considerarlo come pazzo. Non si deve perciò tralasciar di far cosa di servizio di Dio per rispetti umani, i quali sono molto sciocchi. La prima cosa che deve buttar sotto i piedi chi desidera servire a Dio, è il timore e la vergogna degli uomini, cioè tutto il mondo e la sua sapienza stolta e sciocca e i suoi detti ingannevoli, e il suo troppo spesso ripetuto «che diranno?»; perché è grande il danno che si cagiona con questa deplorevole vergogna. Qual maggior ingratitudine verso di Cristo che vergognarsi di essere manifestamente suo servo? Che confondersi di dar gusto a Dio, alla presenza degli uomini? Giustamente il Figlio di Dio disse che egli, avanti di suo Padre, si confonderà, di chi al cospetto degli uomini, si sarà confuso d'essere stato suo discepolo. È cosa molto lagrimevole che molte persone, le quali hanno lasciato il mondo, di poi si vergognino d'aspirare davvero alla perfezione, per questo disgraziato e maledetto rispetto. È davvero vergogna che uno sia più codardo per proseguire e finire l'opera della perfezione, che non lo fu per intraprenderla. Che pazzia abbandonare la strada di Dio, per le parole di uomini, che militano per Satana! E se teme alcuno di essere notato di singolarità, e per questo essere odioso agli altri, «sappia, dice San Bonaventura, che nessun santo acquistò in cielo gloria singolare, se non quegli, che vivendo fra gli uomini, usò diligenza di mettersi in santità singolare». E soggiunse parlando degli imperfetti e rilassati, che, non lasciando essi i loro cattivi e perniciosi costumi per nostro rispetto, non conviene affatto, che per causa loro tralasciamo i nostri buoni esercizi; perché se essi vogliono andare alla vita eterna, bisogna che camminino con noi la strada di Dio, e non la loro.

Decimo: un altro sconcerto enorme e una tentazione uguale a questa della vergogna è di dar gusto ad un uomo, senza guardare che si disgusta Dio. Contro quelli che così fanno, è terribile ciò che disse Davide: Iddio distruggerà anche le ossa di quelli che vanno a beneplacito degli uomini: sono confusi, perché Dio li ha disprezzati. E con ragione: perché quale uomo é più degno di disprezzo di quegli che disgusta Gesù, suo Redentore, che é morto per lui e gli ha fatto infiniti benefici, per non disgustare un uomo qualsivoglia, a cui nulla deve, e che molte volte sarà la causa della sua rovina?

Undecimo: questa sia tutta la nostra sollecitudine, di servirei della grazia, come comanda S. Paolo: Non riceviamo in vano la grazia di Dio, ma facciamo come egli dice di sé stesso, che non fu in lui vana la grazia di Dio. In questo dobbiamo essere grandemente solleciti di camminare d'accordo con Dio, corrispondere alle sue ispirazioni, e correre, come dice Davide, la strada, quando ci dilata il cuore con la grazia, e quando no, almeno non fermarci. Fa tremare ciò che dice S. Paolo ai Romani intorno ai sapienti, i quali, per non aver approfittato del buon pensiero e della cognizione di Dio, che loro comunicò, Dio lasciò cadere in tanti e tanto enormi peccati, che mette spavento il pensarlo.

Duodecimo: si deve usare esattissima diligenza di ricevere le buone ispirazioni e di valersi di quei santi sentimenti e disinganni, che la bontà divina suole comunicare, trattenendosi e fermandosi in essi, come S. Francesco, per raccogliere maggior frutto aprendo al suo Dio ogni porta dell'anima e del cuore.

Decimoterzo: fare gran conto e servirsi delle mortificazioni straordinarie e dell' occasione, con le quali si rompe con dolor vivo la nostra volontà: spesse volte da una forte mortificazione e da un atto eroico di virtù dipende l’uno esser santo.

Decimoquarto: rinnovare molte volte i nostri propositi, perché altrimenti i nostri propositi vanno cadendo da sé stessi. L'edificio spirituale dell'anima e il tempio dello Spirito Santo, perché si sostenga, deve aver modo di riparare e rinnovare quello che va invecchiando. E primieramente deve ciascuno rinnovarsi ogni giorno e dire con Davide: Adesso ho cominciato, facendo conto ogni giorno, che quello è il primo della sua conversione, e l'ultimo della sua vita. In secondo luogo si deve consacrare qualche giorno al mese, o almeno due volte l'anno alcuni giorni solamente all'orazione, penitenze e altri esercizi spirituali, facendo qualche confessione generale; è questo mezzo utilissimo per rinforzare i propri propositi e avanzarsi in essi. Oltre di questo per la stessa cosa, ogni anno, si deve prendere maggior spazio di tempo. In terzo luogo, appena si sente rilassatezza nello spirito, subito porvi rimedio, o ricorrendo all'orazione, o aggiungendo qualche penitenza straordinaria. La tiepidezza è un male che si dilata grandemente, e perciò la si deve presto togliere con forza, con violenza e con risoluzione.

Decimoquinto: s'avverte anche grandemente, che non si pigli occasione di allentare il rigore, per il posto od officio o dignità, in cui uno si trovi, né per ragione di antichità. Devono pesare meno tutti questi titoli che non il vedersi uno vicino alla morte e più carico di misericordie e di benefici di Dio. Per il che si deve andar più stretto con sé stessi, piuttosto che pigliarsi nuove licenze, facendo sempre conto delle cose piccole, e pregiandosi dell'umiltà e povertà di Gesù Cristo. Questa è cosa di molta considerazione, e sarebbe di grande edificazione e di copiosi frutti per le religioni e anche per tutta la Chiesa, se le persone più segnalate e pubbliche si mostrassero sempre molto esemplari e osservanti anche nelle azioni e mortificazioni esteriori, quanto furono nei principi del loro fervore. E non è dubbio che è difetto di mortificazione e di fervente carità quello, che molte volte si pallia con pretesto di conservare l'autorità. poiché qual maggiore autorità, della somiglianza col Figliuol di Dio, dell'umiltà di Gesù, l'umiltà religiosa e cristiana, della mortificazione di Gesù? Per ultimo si devono osservare quei due consigli, che ci dà S. Bernardo, come necessari alla perfezione e all'adempimento della volontà divina: «Se vuoi, dice egli, conseguir questi, ti sono necessarie due cose: la prima che ti ritiri da tutte le cose transitorie e terrene, di modo che non ti curi punto d'esse, come se non fossero; la seconda, che ti dia in tal maniera a Dio, da non dire o fare se non quello, che crederai tornargli gradito». Di questo secondo consiglio già dicemmo la sua importanza. Il primo è quello, che ora raccomando; se non è cosa necessarissima e di gloria di Dio, allontaniamoci da tutto l'esteriore e visibile, ritirandosi nel segreto del cuore, dove ritroveremo dentro di noi il regno di Dio, sicuri di trovarvi Dio stesso, il quale sempre si deve procurare di averlo presente.

CAPO XXXVI.

Dell'importanza dell'orazione per la perfezione e per intendere e adempire la volontà di Dio.

 

Principalissimo mezzo per ottenere la perfezione è la lezione spirituale, l'orazione e la presenza di Dio. Come non è possibile che duri la vita corporale, senza alimentarla ogni giorno, così non può durare la vita spirituale senza quotidiano sostentamento: e per vero per la trascuratezza nell'orazione son succedute cadute notabili, Davide si lamenta di sé stesso, dicendo: «Fui segato come fieno, e mi seccò il cuore perché mi scordai di mangiare il mio pane». Chiama pane 1'orazione, perché è sostentamento dello spirito e d'ogni giorno e generale a tutte le azioni virtuose; perché come il pane è cibo ordinario e generale che si mangia con tutti i cibi, così anche l'orazione deve entrare in tutti gli esercizi spirituali, in tutti gli atti di virtù e in tutte le opere che faremo. È tanto grande l'importanza dell'orazione per la vita spirituale, che non so come spiegarla; perché, sebbene si dichiari alquanto con questa somiglianza dell'alimento, che è cosa più necessaria della vita, né si può supplire con altra, né si può vivere, senza di essa, tuttavia è molto più necessaria l'orazione all'anima che non il mangiare al corpo. Perciò S. Giovanni Crisostomo, non contento del confronto coll'alimento, dichiarò l'importanza dell'orazione con la somiglianza d'altra cosa più necessaria, dicendo, che quello che l'anima è per il corpo, l'istesso è l'orazione per l'anima: senza mangiare si può vivere per qualche giorno, ma senza l'anima non si può vivere neppure per un momento. Perciò il Signore ci avvisa di pregare sempre senza cessare: onde, in qualsiasi azione ci occupiamo, non dobbiamo mai perder di vista Dio, ma averlo sempre presente con affetto e orazione; e se non v' ha cosa necessaria da farsi e v' ha tempo, perché il servo di Dio deve consumare e perdere il tempo in altra cosa, e che non lo conduca a Dio?

Tre cose ha l'orazione, le quali sono origine di mille beni: la prima è l'essere petizione, con la quale otteniamo il rimedio della nostra estrema povertà spirituale e d'infinite miserie dell'anima; la seconda è l'essere considerazione e conoscimento dei misteri della fede e della verità dell'altra vita; la terza è l'essere unione con Dio e conversazione nei cieli. Per la prima cosa è più necessaria l'orazione che non a un uomo infermo, senza piedi, senza mani, senza roba, senza aiuto, il domandare l'elemosina. E quale altro rimedio può avere una sì disgraziata persona, priva di tutto? Se non vuol perire, deve limosinare e chiedere il proprio rimedio. Ma molto maggiore è la nostra necessità spirituale di qualsivoglia necessità possibile e immaginabile, sebbene il senso non l'apprenda. Che se si sentisse la mendicità spirituale, come la povertà temporale, alzeremmo le voci al cielo con lagrime e gemiti e non cesseremmo di pregare continuamente. Certo che non è gran cosa quella che richiede da noi il Figliuolo di Dio e ripeté il suo Apostolo, che preghiamo senza intermissione; perché se un mendico, per rimediare la necessità corporale, sta sempre domandando ad alta voce, tutto il giorno, che gran cosa è che noi facciamo altrettanto per la necessità spirituale? E quanto sconcerto è che si passi un giorno senza orazione! Onde se si terrebbe per disperazione e stoltezza grande, se un miserabile, bisognoso di tutto, non volesse domandare l'elemosina, con più ragione di colui che trascura di pregare si dovrebbe dire che è pazzo e disperato. Si aggiunga a questo che il bisognoso di rimedio temporale sta tutto il giorno domandando l'elemosina, senza la certezza di essere aiutato; ma del rimedio della necessità spirituale noi siamo certi, e la continuazione dell'orare serve per ottenere quello che si domanda, come ci consta dalla parola e promessa del Figlio di Dio. La seconda cosa, per la quale è necessaria l'orazione, è il conoscimento, che in essa si acquista della verità dell'altra vita; poiché come si possono davvero temere i danni della condanna eterna, nella quale si può cadere, o desiderare per l'anima i beni della gloria, ai quali si può arrivare, se non sa quello che sono? L'orazione è la luce che li scopre: per essa noi vediamo il Cielo e l'Inferno, i beati e i dannati, gli angeli e i demoni, la felicità e la miseria eterna; per essa si scopre Dio, si conosce l'eternità. Che infingardaggine è questa, che non vogliono intendere cose tanto grandi, e massime che tanto ci importano! La terza cosa che ha l'orazione è che essa ci avvicina e unisce a Dio. Noi disgraziati, quando stiamo lontani dal nostro bene, Dio! Qual difesa, qual rimedio, qual conforto possiamo noi avere? Che può un agnellino lontano della sua madre, senza difesa e sostentamento? Non può aspettarsi che la morte. I nostri medesimi membri, divisi dal resto del corpo, che vita possono conservare? E non patiscono violenza gli elementi lontani dal loro centro? Dunque come agli elementi è necessario il centro e ai membri il corpo e all'agnellino sua madre, così a noi é necessaria 1'orazione, e per essa ci avvicineremo a Dio, non ci perderemo, ma vivremo una vita molto felice.

Oltre di questo, l'anima, trattando con Dio, si abilita e dispone grandemente alle opere virtuose e al ritiramento delle cose esteriori, non sentendo tanta difficoltà negli esercizi santi e nei consigli evangelici. Il gusto, che nella orazione e per l'orazione ci comunica il Signore, fa si che si disprezzino i gusti della terra e facilita la mortificazione tanto necessaria ai servi di Cristo.

Per cui in tutte queste maniere si raddoppia e moltiplica la necessità dell'orazione, essendo ella con queste tre condizioni la causa d'ogni bene. È credibile che un uomo si scordasse di una casa, ove avesse roba, onore, sanità, forze e quanto desiderasse? Che errore dunque é questo che, essendo nell'orazione l'unico rifugio delle vostre miserie spirituali, l'aiuto nei bisogni dell'anima, il rimedio di tutti i mali, e trovandosi tutti i beni e quello che é ogni bene, trascurassimo tanto il suo uso, procurandoci così tanti danni e gravi per la sua dimenticanza?

Non vi é tiepidezza considerabile, né caduta, che non sia per difetto d'orazione. Con essa e per essa ci sostenteremo e cresceremo ogni giorno più nella virtù. Perciò ai desiderosi di fare la volontà divina io domando, e per l'amore di Gesù Cristo e per il loro stesso bene, che mettano diligenza principale in questo punto; perché verranno ad essere tanto più fedeli a Dio, quanto più saranno uomini di orazione.

Facciamo stima di questo bene che abbiamo; magnifichiamo questo favore e questa grande benignità di Dio, il quale aspetta che noi gli parliamo, e quello che é più, ce ne prega. Abbiamo gran confidenza, che colui che ci prega di conversare seco, ci ascolterà, e concederà ciò che gli domandiamo: poiché ci prega che lo preghiamo. Ci é ventura come la nostra di poter, come e quando vogliamo, trattare col sommo Monarca del mondo? Qual diligenza non si adopera, quanto tempo non si perde, quanti giorni non si aspetta, quante intercessioni non si sogliono interporre per parlare con agio a un re della terra? E il Re del cielo ci prega che gli parliamo, e appena v'ha chi lo voglia fare? E pure é tutto per nostro bene. Gli uomini del mondo, per un solo negozio, che loro importi che si tratti in un senato o in un tribunale, perdono la quiete, e stanno molti giorni ed anni solleciti; e noi, essendo pregati, non vogliamo andare all'udienza per trattare del negozio della nostra salute, del negozio dell' eternità? Può trovarsi maggior trascuratezza, pazzia, disperazione? Né io so come chiamare la dimenticanza dell' orazione, se non con tutti questi nomi. Torno adunque a pregare i desiderosi di servire a Dio e a costringerli con questa pia esortazione, per quello che devono al loro Redentore e per la gloria di Dio e per l'edificazione della Chiesa, per il godimento degli Angeli, per la consolazione dei Giusti, e per il loro proprio bene, che, se vogliono adempire la volontà divina, non trascurino di fare molta orazione. In essa conosceranno quello che Dio vuole da loro, e col suo aiuto l'eseguiranno, per continuare poi nel cielo, nell'eternità quello che cominciarono in questa vita. Iddio ve lo conceda. Amen.

 

FINE.

 

 

Die 8 octobris 1904 Nihil obstat quominus imprimatur

Sac. CAROLUS LOCATELLI, Cens. Eccl.

IMPRIMATUR In Curia Arch. Mediol., die 10 octobris 1904 Can. C. GORLA, Provic. Gen.

 

 

 

 

INDICE

Ai divoti lettori ed alle pie lettrici.

I. - Quale sia la strada più breve della vita spirituale

II. - Del diritto e giustizia, che ha Dio, perché gli uomini facciano non la propria, ma la volontà divina.

III. - Che non vi ha cosa di maggior altezza e onore che soggettare la nostra volontà a quella di Dio.

IV. - Come non v' è nel mondo cosa di maggior diletto, che mortificare totalmente la sua volontà per fare quella di Dio.

V. - Che non ci può essere cosa migliore né più utile di quello che Dio vuole.

VI. - Che il fare la volontà di Dio è il sommo bene della vita, è il Cielo, è la beatitudine anticipata.

VII. - Che non si può far contro e resistere alla volontà di Dio.

VIII. - Quanto Cristo stimi colui che fa la volontà di Dio.

IX. - Come per buona regola di prudenza, ancorché Dio non avesse di noi provvidenza sopranaturale, dobbiamo adempire la sua volontà

X. - Degli ammirabili e giusti giudizi di Dio, per i quali conviene conformarsi alla sua santissima volontà

XI. Come è pericoloso il tralasciar di adempire la volontà divina, anche in cose piccole.

XII - Si prova con esempi l'importanza di far la volontà di Dio.

XIII. - Esempi e sentenze notabili dei Gentili, che insegnarono come dobbiamo adempire la volontà di Dio e conformarci ad essa

XIV. - Pratica di questo esercizio di adempire la volontà divina

XV. - Si deve seguire la volontà di Dio in ogni cosa.

XVI. - Del conformarsi in tutto alla volontà divina.

XVII. - Del motivo principale, che dobbiamo avere, per adempire la volontà divina e conformarci ad essa.

XVIII. - Quanto importi non fare la propria volontà ma quella di Dio, e quante utilità apporti la mortificazione

XIX. - I gradi della mortificazione, necessari per adempire in tutto la volontà di Dio.

XX. - Quanto importa mortificare i desideri per adempire la volontà di Dio

XXI. - Della purità d'intenzione, che si ricerca per fare la volontà di Dio

XXII. - I gradi della pura intenzione, necessari per adempire in tutto la volontà di Dio.

XXIII. - Come si conoscerà la volontà divina per adempirla in tutto, indirizzando senza inganno le nostre opere a Dio.

XXIV. - Non solo si deve fare per Dio ogni cosa, ma ancora che si faccia come Dio vuole, cioè con gran perfezione

XXV. - Come dobbiamo conformarci con quello che Dio vuole

XXVI. - In quali cose ci dobbiamo conformare con la volontà di Dio.

XXVII. - I gradi della conformità con la volontà di Dio

XXVIII. - L'obbedienza è necessaria per la mortificazione, purità di intenzione e conformità con la volontà di Dio.

XXIX. - Dell'uniformità con la volontà di Dio.

XXX. - Della deiformità e vita divina, a cui partecipano alcune anime sante

XXXI. - Con quali accesi desideri si deve cercare la perfezione e l'adempimento della divina volontà, e come risvegliarli.

XXXII. - Alcuni esempi di notabile fervore in adempire la divina volontà

XXXIII. - L'intimo odio che si deve avere al peccato mortale, perché è quello che più direttamente si oppone alla volontà divina.

XXXIV. Da quello che è il peccato veniale; si conosce quanto gran male è far contro la volontà di Dio, con colpa mortale.

XXXV. - Come si devono togliere gli impedimenti della perfezione e dell'adempimento del volere divino.

XXXVI. - Dell'importanza dell'orazione per la perfezione e per intendere e adempire la volontà di Dio.

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