Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.

 

Condividi su...

FacebookTwitter

Privacy Policy

Per visualizzare l'informativa sulla Privacy Policy clicca qui

Risorse

Facebook

Comunità Israele

Comunità di Israele Tao


Per saperne di piu' sull'associazione clicca qui.



La Nuova Evangelizzazione, che, ancora oggi nel terzo millennio è oggetto di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, convegni, per la maggior parte dei cristiani praticanti è ancora considerata come una opzione, e non come una necessità urgente e possibile. Noi crediamo che per realizzarla sicuramente occorre da parte di tutto il popolo di Dio, come ci ricordava spesso Giovanni Paolo II, “un nuovo ardore, nuovi metodi e nuove espressioni”. L’Italia e l’Europa, anche se già evangelizzate, hanno bisogno di essere rievangelizzate. I battezzati hanno bisogno di essere rievangelizzati. Il mondo ha bisogno di speranza e non ci saranno grandi segni di speranza fino a quando, noi cristiani del XXI Secolo, non sapremo testimoniare un’esistenza bella, arricchita dalla gioia dei salvati, dall’amicizia e non prenderemo sul serio il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Andate, ammaestrate tutte le nazioni”, battezzate, insegnate, osservate “tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20), “siate testimoni” (At 1,8), “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), “amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12). Come membra vive dell’unico Corpo di Cristo vogliamo

  • essere testimoni di speranza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,1-3).
  • contribuire con tutte le nostre forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità (cfr. LG n°33)
  • far si che ogni cosa abbia Cristo come capo e Dio sia tutto in tutti (Ef 1,10;1 Cor 15,28)
  • e con Maria Regina della Pentecoste portare il fuoco dell'evangelizzazione in tutto il mondo e ad ogni creatura (anche agli audiolesi)

perché lo Spirito di Dio “ Ruah” soffio vitale, possa fare di ognuno di noi delle creature “realmente viventi”, nel corpo e nello spirito.


Per saperne di piu' clicca qui.

  • Cercaci su Facebook
  • Guarda il canale YouTube
  • iscriviti
Warning: Division by zero in /web/htdocs/www.preghiereonline.it/home/plugins/system/sjcore/core/ytools/ytools_image.php on line 252

Verso le vette della Santità Sacerdotale

Verso le vette della Santità Sacerdotale

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Scarica il documento in formato zip

 

 

 

Mons. Agostino Gonon

Vescovo di Moulins

Verso le vette della Santità Sacerdotale

Volume Quarto

LE GEMME DELLA CORONA SACERDOTALE

(RITIRI)

 

 

Traduzione dal francese Seconda Edizione riveduta e migliorala da un Direttore Spirituale di Seminario

Edizione S. T. E. M.

LIBRERIA EDITRICE ARCIVESCOVILE G. D AVERIO MILANO - Via Lupetta 12

 

 

PREFAZIONE DELL'AUTORE

Dopo le prime tre serie di « Ritiri mensili » :

I) Il Sacerdote e i suoi grandi doveri -

II) Il Sacerdote nella sua atmosfera soprannaturale –

III) Il Sacerdote alla scuola del Maestro Divino, ecco la quarta: Le gemme della corona sacerdotale. Si completa così un lavoro nel quale abbiamo trasfuso tutto il nostro cuore, perché intrapreso per «gli Amici del Maestro». Vogliano essi trovare in queste ultime pagine, come già nelle prime, la prova del nostro vivo desiderio d'aiutarli a conoscere meglio, a volere più fortemente.

Quanto più addentro abbiamo potuto penetrare nelle anime sacerdotali, tanto più si è intensificato il nostro sincero e affettuoso rispetto per esse. Quali virtù, quante bellezze inorali abbiamo scoperte in coloro che ci è pur dolce chiamare, edificati e commossi: « Venerati e cari Confratelli». E più grande è la nostra ammirazione perché meglio ci son note le condizioni a volte tanto penose della loro esistenza solitaria, priva di consolazione e d'incoraggiamento.

Come comprendiamo bene il bisogno che hanno ì sacerdoti di accostarsi a Dio sempre più, di appoggiarsi a Lui!

Il Ritiro mensile può aiutarli in questo e per noi è vera gioia poterne facilitare la pratica con questo quarto e ultimo volume.

Supplichiamo la Vergine Immacolata di benedire te nostre intenzioni, e per sua mediazione imploriamo dal Cuore Sacratissimo di Gesù le migliori effusioni delle sue grazie sui nostri degnissimi e amatissimi lettori.

Agostino

Vescovo di Moulins.

LE GEMME DELLA CORONA SACERDOTALE

RITIRO DEL MESE DI GENNAIO

IL SACERDOTE E LA VIRTÙ' DI RELIGIONE

« Il grande disegno di Dio nella vocazione al sacerdozio è di avere delle persone, che, sciolte da ogni legame, si dedichino unicamente e attendano continuamente all'esercizio del suo culto religioso. Siccome egli è infinitamente santo e perfetto in se stesso e infinitamente buono e liberale verso le sue creature, cosi merita di essere onorato per la sua grandezza e lodato, ringraziato per tutti i suoi benefici. E poiché il suo essere è eterno e le sue perfezioni sono immutabili, come ininterrotti sono i suoi benefìzi, così egli vuole essere glorificato senza posa e continuamente lodato da coloro che, ad ogni istante, sono arricchiti delle sue grazie.

« Nel cielo ha creato gli angeli che lo adorano, lo lodano, continuamente, e gli rendono il culto dovuto alla sua divina maestà.

« Ma il nostro Dio, che desidera sulla terra un culto simile a quello del cielo, e che vuol essere sempre onorato e per le sue adorabili grandezze e per i benefici che spande ognora sulle sue creature, vedendo che la maggior parte degli uomini non avrebbero voluto soddisfarlo o ne sarebbero stati distolti dalle necessità della vita, scelse, a farne le veci, i sacerdoti, perché in nome di tutti gli tributassero l'ossequio di un perpetuo culto di religione.

« Il sacerdote è come un sacramento di Gesù Cristo, religioso di Dio suo Padre; infatti Gesù sotto le apparenze del sacerdote continua a onorare perfettamente il Padre. Il sacerdote è dunque il supplemento del Cristo, nel quale Egli completa ciò che manca al suo culto religioso, come completava in S. Paolo ciò che mancava alle sue sofferenze. Il sacerdote è un mediatore fra Dio e gli uomini, che rende a Dio i doveri della sua Chiesa, e a questa distribuisce i doni di Dio. In una parola il sacerdote è come un sommario e una sintesi di tutta la religione » 1)

Belli e gravi pensieri di un gran servo di Dio che aveva meditato profondamente sul sacerdozio. Non sono essi il commento della parola dell'Apostolo, così completo nella sua . concisione? omnis pontifex ex hominibus as-sumptus, pro hominibus constituitur, in his quae sunt ad Deum (Hebr. 5, 1). Non son l'eco della dichiarazione solenne fatta da Gesù alla Samaritana? Venit hora, et nunc est, quando veri adoratores adombunt Patrem in spirita et ventate. Nam et Pater tales quaerit qui adorent eum (Joan. 4, 23).

Ci troviamo di fronte a un dovere importante, essenziale. Il Padre cerca veri adoratori e deve trovarli nei suoi sacerdoti, continuatori del solo vero Sacerdote, del solo vero Adoratore e Mediatore. Eppure questo dovere non è il meglio compreso né il più fedelmente osservato. Per riuscire ad osservarlo come si conviene, ravviviamo le nostre convinzioni e perciò meditiamo: 1° il fondamento; la pratica della virtù di religione.

1) Olier; Trattalo degli Ordini Sacri, 1» parte, cap VII.

 

1. - IL FONDAMENTO

S. Tommaso (1) con Cicerone e S. Agostino, trova nel termine religione una triplice etimologia, quindi un triplice significato, a) Deriva da relegere; l'uomo riflette a ciò che è in se stesso, a chi è Dio, e volge le sue potenze verso l'Autore del suo essere: In omnibus viis tuis cogita illum (Prov., 3, 6). b) Deriva da religere; l'uomo, allontanato da Dio per la sua primitiva disobbedienza, decide di ritornare a Lui, elegge di servire Luì, invece di servire le proprie passioni, c) Deriva inoltre da religare; l'uomo orientato verso Dio per via d'intelligenza, s'unisce a Lui con tutta l'attività dell'anima sua.

Non escludiamo, un significato a vantaggio dell'altro ; si collegano e si completano a vicenda. Punto di partenza è la luce su ciò che è Dio, su ciò che siamo noi. Nostro Signore lo disse a S. Caterina da Siena: «Io sono Colui che è, e tu colei che non è! » Ne consegue che tutto ciò che siamo, tutto quanto abbiamo dev'essere riferito a Dio. Ecco il compito della religione la quale, dice ancora S. Tommaso, « è una virtù in forza della quale gli uomini rendono a Dio il culto e il rispettò a Lui dovuti ». Dìo è: due parole dal significato immenso: Ego sum qui sum (Exod. 3, 14). Egli è l'Essere per Se stesso, l'aseità è la sua essenza. Egli basta a Se stesso e non riceve da nessuno. Quando per mezzo di Mosè trasmette gli ordini al suo popolo, sanziona ogni precetto con questa solenne affermazione: Ego Dominus Deus vester. Ego Dominus '(Lev. 19, 2-12). Egli solo è vita, solo è forza, solo è potenza, solo è tutto, l'Infinito, l'Assoluto: Scito ergo hodie, et cogitato in corde tuo quod Dominus ipse sit Deus, in coelo sursum et in terra deorsum, et non sit alius (Deut. 4, 39).

Ne viene di conseguenza che le creature son nulla dinanzi a Lui: Ecce mensurabiles posui-sti dies meos, et substantia mea tanquam ni-hilum ante te. Verumtamen universa vanitas, omnis homo vivens (Ps. 38, 6). Nulla esiste senza di Lui, nulla esiste se non per Lui.

Su tutto ha dominio essenziale: è proprio della natura stessa della creatura il derivare da Dio, quindi l'appartenergli.

Su tutto ha dominio universale: non v'è atomo che non sia sua creatura, e che sfugga al suo dominio.

Su tutto ha dominio assoluto: nulla, nessuno può cosa alcuna contro di Lui; Lucifero l'apprese a sue spese: Quis ut Deus? Adamo lo sperimentò dolorosamente; l'empio che lo provoca e lo bestemmia, non vincerà; Dio può sembrare sordo, muto, inerte sotto i colpì del l'oltraggio: che gli importa il tempo? Per vendicarsi dispone dell'eternità!

Dio solo, l'essere, primo principio degli esseri, è pure necessariamente loro ultimo fine. Infatti, l'operaio intelligente per fare un'opera degna di sé, deve volerla adeguata ai mezzi d'azione di cui dispone. L'Infinito dispone di mezzi infiniti; il fine del suo atto, perché sia degno di Lui, deve essere infinito, e non v'è, né può esservi che un solo infinito.

Dio è tutto, Dio ha diritto a tutto. Quale posto occupa nel mondo?

Gli esseri privi di ragione seguono necessariamente l'orbita tracciata dalla Provvidenza: Coeli enarrant gloriavi Dei, et opera manuum ejus annuntiat flrmamentum (Ps. 18, 1). Ma l'uomo intelligente e libero da a Dio quanto gli deve? Re dell'universo, mente e cuore del mondo, volge a Dio e a Lui solo i suoi pensieri e i suoi affetti? Ohimè! Prima dell'Incarnazione tutto fu Dio per l'umanità, eccetto Dio stesso; si vide perfino il popolo eletto prostrato . dinanzi al vitello d'oro, e S. Paolo, prima Che fosse an"nunziato il grande mistero ai supersti-tiosiores Ateniesi, ebbe la dolorosa sorpresa di vedere nella loro città un altare dedicato al-i'Ignoto Deo '(Act, 17, 22).

Venne Gesù, erede di tutte le nazioni, e tributò al Padre suo l'omaggio stupendo della sua soggezione santa, del suo pensiero fedele, del suo amore totale. Ascoltiamolo rivelarci come in Lui vive il Padre, come Egli è tutto per il Padre: Non sum solus, Quia Poter mecum est (Joan. 16, 32). Pater meus usque modo opera-tur et ego operar (id. 5, 17). Quae placita sunt ei faeio semper (id. 8, 29). Pater in me manens ìpse facit opera (id. 16, 10).

E' Sacerdote perché è Mediatore, e la sua mediazione consiste essenzialmente in questo che Egli tributa al Padre e alla gloria sua, quello di cui lo priva la deficienza umana causata dal peccato: Aversio a Deo, conversici ad creaturas. E' mediatore di religione con il dono di tutto Se stesso, dono di cui il suo sacrificio non è che il compimento perfetto, perché lo fa assoluto come lo reclama l'assoluto del Padre: Ut. offerat dona et sacrificio pro peccatis (Hebr. 5, 1).

Non dimentichiamo che siamo sacerdoti in Lui; meglio, Egli stesso è Sacerdote in noi, solo e unico Sacerdote in tutti ì sacerdoti, che sono perciò, in virtù della loro consacrazione essenzialmente mediatori di religione,

Ci siamo chièsto più sopra quale posto occupa Dìo nel mondo. L'interrogazione diviene più grave ancora quando la rivolgiamo a noi stessi: quale posto occupa Dio nella nostra vita? E non possiamo non rivolgerla a noi, che dobbiamo essère guida dei nostri fratelli per condurli a, Dio; Forma facti gregis ex animo (1 Petr. 5, 3). Quale è la direttiva abituale dei nostri pensieri, dei nostri giudizi, delle nostre intenzioni, del nostri affetti? Risponda la coscienza; essa non ha diritto dì sottrarsi all'interrogazione. Aiutiamola piuttosto ad essere leale continuando la nostra, meditazione.

2. - LA PRATICA

Religioso di Dio secondo la parola dello Spirito Santo: Erunt sacerdotes mthi religione perpetua (Exod, 19, 9), il sacerdote, secondo la

definizione sopra citata, deve tributare a Dio per sè e per i fratelli, il culto e il rispetto che gli sono dovuti. Compie così quattro funzioni: adora, ringrazia, impetra grazie, domanda perdono.

a) Dio è, noi non siamo. La religione è l'adorazione che si abbassa fino ad annientarsi; è il riconoscimento di quanto v'è in Dio d'ineffàbile Infinità, di assoluta Pienezza, d'essenziale Autorità; è la vista abituale di tanta Grandezza, Maestà, Sapienza, Verità, Santità.

L'uomo è troppo incline a ripiegarsi su se stesso e non guarda Dio; è troppo limitato è non comprende Dio.

L'Uomo-Dio non ha mai perduto di vista il Padre, l'ha compreso quant'è comprensibile: Deum nemó vidit unquam, Unigenitus Fttius qui est in sinu Patris ipse enarravit (Joan. 1, 18). Quindi Egli fu un perfetto adoratore; In his quae Patris mei sunt oportet me èsse. '(Lue. 2, 49).

Così deve sforzarsi di essere il sacerdote, homo Dei. Sempre guarderà Dio con la contemplazione, lo studierà: con la meditazióne; la sua orazione, il suo breviario saranno le due correnti mistiche Che faranno prostrare l'anima sua adorante. Ad ogni aurora .dirà: Deus, Deus meus, ad te de luce vigilò (Ps. 62, 1), e nella quiete del crepuscolo: Elevatio manuum mearum sacriftdum vespertinum (Ps. 140, 2).

La sua vita dev'essere seria, intensa, riflessiva. Ma quanti sacerdoti sonò lungi dal presentare tale .fisionomia, perché disorientati, dissipati, superficiali!

b) Dio è, noi non siamo; Egli tutto ci dona. La religione è dunque il ringraziamento che sale verso la Perfezione sostanziale, necessaria, che è Dio stesso, la Bontà eterna, sempre viva, sempre diffusiva di sé.

L'uomo è troppo egoista per non essere ingrato; il mondo è freddo verso Colui che lo ricolma dei suoi beni.

Sulla terra Gesù fu la laus perennis come lo è il verbo nel seno dell'adorabile Trinità. . Il Vangelo ad ogni pagina dice di Lui: gratias agens (Mat. 15, 36) — cum gratias egis-set... (id. 6, 11). Ed Egli stesso in alcune circostanze manifesta così il moto istintivo del suo Cuore: Pater, gratias Ubi ago, quod...

E così farà pure l'homo Dei; in questo gli è guida il suo breviario, recitando il quale invita la creazione a cantare l'inno del solenne ringraziamento: Benedicite, omnia opera Domini, Domino! (Dan. 3, 57). Nella Messa invita i fedeli a unirsi concordi: Gratias agamus Domino Deo nostro, e per essere sicuro che l'armonia salirà gradita all'orecchio del Padre, fa propria quella dell'eterno Cantore: Per ipsum, et cum ipso, est tibi Deo omnipotenti, in uni-tate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria.

c) Dio è, noi non siamo; abbiamo bisogno di tutto. La Religione è impetrazione di grazie, è la supplica dì chi si riconosce povero e indegno, ma che spera, filiale e perseverante, di ricevere i doni della Provvidenza e le effusioni dello Spirito Santo.

L'uomo orgoglioso non sì cura d'invocare l'aiuto di Dio; se, umile o infelice, vi pensa, non può farlo in modo efficace, incapace com'è di obbedire all'Apostolo: Volo ego viros orare inomni loco, levantes puras manus, sine ira et disceptatione (1 Tim. 2, 8); le sue mani non sono pure!

Che preghiera efficace quella del Salvatore! Qui in diebus carnis suae, preces supplicatio-nesgue ad eum, qui possit illum salvum tacere a morte, cum clamore valido et lacrymis, offe-rens, exauditus est prò sua reverantia... factus est omnibus obtemperantibus sibi, causa salu-tis aeternae (Hebr. 5, 7-9).

Il sacerdote quando sale all'altare porta con sè i voti dei fedeli. Egli è colui che ufficialmente multum orai prò populo, et universa sancta civitate (2 Mac. 15, 14). La sua religione l'obbliga a una vita immacolata, affine di propiziare il Cuore di Dio: Quis ascendet in mon-tem Domini... innocens manibus et mundo corde! l(Ps. 23, 3).

d) Dio è, noi non siamo e abbiamo peccato. La religione che implora grazia, è la supplica di un perdono sempre pronto a concedersi al pentimento sincero: Quia apud te propi-tiatio est, et propter legem tuam sustinui te, Domine (Ps. 129, 4). L'uomo è incapace d'ottenere perdono: dovrebbe essere capace dell'infinito. Venne l'Uomo-Dio, Agnus qui tollit peccatum mundi (Joan, 1, 29), e nello spargimento del suo Sangue, justitia et pax osculatae sunt (Ps. 84, 11); il bacio della riconciliazione discese dal cielo a irradiare la fronte del peccatore di luci piene di speranza.

L'homo-Dei versa ogni mattina quel Sangue sul Calvario dell'altare, le sue mani ne sono , imporporate ed egli le innalza verso il cielo: Inter vestibulum et altare plorabunt sacerdoti

tes ministri Domini et dicent: parce Domine! (Ioel. 2, 17). Ne consegue per lui l'obbligo di identificarsi colla Vittima, perché nell'unico sacerdozio di Cristo, di cui egli è investito, sacerdote e ostia sono una cosa sola. L'ultima caratteristica del suo programma di religioso di Dio è l'« immolor supra sacriftcium » di S. Paolo (Phil. 2, 17).

— La religione è dunque una virtù sovreminentemente sacerdotale; dobbiamo quindi comprendere e scolpire nell'animo nostro la solenne raccomandazione del Concilio di Trento 1) : Sic decet omnino Clericos in sortem Domini vocatos, vitam moresque suos omnes com-ponere, ut habitu, gestu, ìncessu, sermone alii-sque omnibus rebus nihil nisi grave, modera-tum ac religione plenum praeseferant, levia etiam delieta, quae in ipsis maxima essent, ef-fugiant, ut eorum actiones cunctis afferant ve-nerationem.

Esame sullo spirito di religione

O Gesù, adoro l'anima vostra santissima che pienamente e con tutta perfezione soddisfa i doveri che le creature intelligenti hanno verso Dio. Quando voi, Religioso del Padre vostro a Lui tributate l'adorazione in ispirito e verità, ch'Egli esige per la sua gloria ad extra, « tales quaerit », mi associate mediante il' sacerdozio a tale funzione, ch'io devo compiere in ispirito di giustizia e di riparazione. Tanto onore esige da me una disposizione interna senza la quale

la mia vita non sarebbe leale ; una disposizione esterna senza la quale la prima non sarebbe visibile, nè avrebbe vita.

1. - RELIGIONE INTERNA

Dice S. Agostino: Religet nos Religio uni _ omnipotenti Deo2). Quest'unione può e deve ottenersi con il cuore. Dio non ama la finzione: Populus hic labiis me honorat, cor autern eorum longe est a me (Mat. 15, 8). Vivo alla presenza di Dio quant'è possibile? Providebam Dominum in conspectu meo semper (Ps. 15, 8). — Sono fedele alla meditazione quotidiana, considerandola come un esercizio indispensabile per l'anima mia? — Sono fedele. a tutte le mie pratiche di pietà ritenendole quasi' un prolungamento della meditazione, che ne deve essere il principio informatore? — Curo la preparazione intima raccomandata dallo Spirito Santo: Ante orationem pruepara animam tuam (Eccli. 18, 23)? Senza preparazione le mie pratiche mi farebbero somigliare a Vaes sonans o al eymbalum tinniens di cui parla S. Paolo (1 Cor. 13, 1). Prima di ogni preghiera, prima della S. Messa, prima del breviario, prima d'amministrare un sacramento o di compiere qualsiasi funzione liturgica, prima d'entrare in chiesa o di fare un semplice segno di croce... ho premura di raccogliermi? Ambula coram me et esto perfectus (Gen. 17, 1). Ripeto spesso: «Mettiamoci alla presenza di Dio!»; lo faccio veramente? E l'altra ancor più solenne: Domine in unione illius divinae intentionis qua Ipse in terris laudes Deo persolvit, has Ubi horas persolvo? O mio Dio, omnes viae meae in conspectu tuo (Ps. 118, 158). Devo essere come Mosè: Invisibilem tamguam videns sustinuit (Hebr. 11, 27).

2. - RELIGIONE ESTERNA

Tutti siamo obbligati al culto esterno; per tutti l'Apostolo scrive: Glorificate et portate Deum in corpore vestro (1 Cor. 6, 20), il sacerdote più di ogni altro. Per il fatto che egli è sacerdote nel corpo e nello spirito, è ostia in tutta la persona: Obsecro itaque vos, fratres, per misericordiam Dei ut exibeatis corpora ve-stra hostiam viventem, sanctam, Deo placen-tem (Rom. 12, 1). La mia religione esterna deve esplicarsi in chiesa e fuori di chiesa.

a) In chiesa. — Il mio contegno, il mio tratto, la mia compostezza sono di edificazione ai fedeli? Modestia vestra nota sit omnibus ho-mtnibus; Dominus enim prope est (Phil. 4, 6). E' facile prendere troppa familiarità col luogo santo: Quam terribilis est locus iste! non est hic aliud nisi domus Dei et porta coeli '(Gen. 28, 17); eppure vi si parla senza motivo, ci si comporta come in casa propria!... — Vigilo sui miei sguardi? Si può destare sorpresa e per-sino scandalo se non si vive nell'assemblea cristiana in modo da meritare l'elogio che S. Gi-rolamo fa di S. Giovanni Battista: Oculis desi-derantibus Christum, nihil aliud dignabatur aspieere 1). I miei gesti portano l'impronta della dignità? Non si devono prendere pose solenni; ma certe genuflessioni stroncate, certi segni di croce che non lo sono, una certa precipitazione disinvolta sanno di oltraggio all'onore dovuto a Dio e non edificano certo i fedeli! — La mia pronunzia è integra, rispettoso il mio tono di voce? Si deve bensì evitare qualsiasi affettazione, leziosaggine; ma anche vigilare per non omettere alcuna formula (si può arrivare a pronunciare malamente ciò che è essenziale; questo non è un disordine frequente, ma quanto grave!) — Sto attento per non divenire un fonografo intelligente, o meglio per nulla intelligente? Osservo scrupolosamente riti e rubriche? Tutto è stato saggiamente ordinato; considerare alla leggera le prescrizioni del cerimoniale o dell'Orcio espone al pericolo di cadere nell'arbitrario o nel ridicolo; indizio di poco spirito di fede: Maledictus Qui facit opus Domini fraudolenta (Ierem. 48, 10).

b) Fuori di chiesa. — Devo ricordare che sono prete da per tutto. Trattando colle persone di condizione inferiore, col pretesto d'essere semplice, cado troppo in basso? Vi sono certe maniere, certi atteggiamenti trasandati, certe libertà dì linguaggio sconvenienti ad un prete. — Con le persone di condizione elevata, sotto pretesto di urbanità, tengo un contegno, un parlare che disdice ad un uomo di chiesa e mi attira le beffe malcelate, anzi che la stima di coloro cui pretendo garbare? — Tanto le persone del popolo che le aristocratiche quando scorgono un prete, vogliono vederlo vero prete, e non un uomo più goffo che elegante, Prete solo nell'abito! — Il mio vestire è sempre corretto? Sono veramente da per tutto homo Dei?

— O Gesù, adorabile modello dei vostri sacerdoti, aiutatemi a conoscere quanto in me devo modificare e aiutatemi nella riforma. Con tutto l'animo vi prego di aiutarmi a compiere il vostro desiderio: Videant opera vestra bona et gloriftcent Patrem vestrum qui in caelìs est (Mat. 5,. 16).

Preparazione alla morte

IL « DIES IRAE » DEL SACERDOTE Sorpresa dell'anima

Dies trae, dies Eia Solvet saeclum in favilla... Teste David cum Sybilla.

Dio mio, mi vado incamminando verso la morte e non è possibile evitarla. Il peso del mio essere mi trascina al suo incontro con la vertiginosa rapidità del tempo. Ogni giorno più mi ci avvicino; tutto me lo dice: la rivelazione e la ragione, la storia e l'esperienza: teste David cum Sybilla; e ci pensò poco, non ci rifletto che alla sfuggita,... mi stanco ed ho paura : ne distolgo l'attenzione subito distratta dai molteplici oggetti che la seducono, dalle contingenze che l'assorbono.

Ma questo non è sapienza!

Non devo aspettare l'ora in cui ridurrete in cenere il mondo intero: Solvet saeclum in favilla! V'è un'ora, prossima ormai, in cui io sarò, ridotto in cenere: Pulvis es et in pulverem reverteris! (Gen. 3,19). — Putredini dixi: poter meus es, mater mea, et soror mea, vermi-bus! (Iob. 17, 14).

Non sarà terribile (dies irae, dies illa!) il dissolvimento del mio essere? Tutto mi sfugge: persone e cose spariranno dal mio sguardo ottenebrato; sentirò che tutto mi vien tolto, che io stesso sono strappato a tutto... Che cosa mi sta a cuore?... Le mie sostanze, le mie idee? Le mie sostanze passeranno nelle mani di chi non le avrei mai volute; si spartiranno i miei libri, si brucieranno i miei scritti o saranno derisi; le mie iniziative verranno abbandonate, criticate; le mie idee vittoriosamente combattute! — Chi mi sta a cuore?... Coloro che amo molto, mi dimenticheranno; ameranno il mio successore forse più di me ... oblivioni, datus sum tanquam mortuus a corde (Ps. 30, 12) e su me si stenderà il silenzio del nulla.

Lo sfacelo del mio essere! Le mie energie saran vinte dall'impotenza; sentirò rallentarsi il ritmo del mio cuore, il respiro diventare affannoso; un'angoscia, un'agonia dolorosa, uno spasimo, un ultimo respiro orribilmente straziante... e sarò abbattuto; finito tutto! La morte inizierà l'orrido e rapido suo lavorìo... i parenti avranno fretta di sbarazzarsi della mia spoglia mortale... jam foetet!

Però tutto questo costituisce solamente la scena visibile; quella invisibile sarà ben più tremenda; sarà davvero spaventosa.

Quantus tremar est futurus, Quando Judex est venturus. Cuncta stricte discùssurus.

E' vero il mio ultimo respiro mi getterà ai piedi del Tribunale di Dio. Vi penso? Comparirò al cospetto di Dio!

Quando devo, quando ho dovuto presentarmi ad un personaggio che m'invita o cui ho chiesto udienza, il mio cuore batte concitato, più forte; non sono timido, e mio malgrado resto intimidito; studio le frasi, peso le parole e m'accade di dir male o di non dire quanto vorrei.

Che sarà quando Judex est ventums? Sul Tabor Pietro, Giacomo e Giovanni rimasero abbagliati e atterriti: Ceciderunt in faciem suam, et timuerunt valde (Mat. 17, 6). Nell'Orto degli Olivi i satelliti del traditore abierunt retrorsum, et ceciderunt in terram (Ioan. 18, 6). Al sepolcro prae timore exterriti sunt custodes et facti sunt velut mortui!... (Mat. 28. 4). Io davanti a Lui improvvisamente! quan-tus tremor est futurus! Mi sento molto sicuro quando si scatena l'uragano, quando minaccia un pericolo imminente? Perchè mi distraggo da queste terribili realtà? Non dovrei invece penetrarmene lo spirito? La scossa della comparsa sarebbe molto attenuata e, certo, le disposizioni dell'anima mia migliorebbero assai perchè, infine, non comparirò dinanzi a Lui per restarvi immobile per lo stupore, muto per lo spavento.

Verrà il Giudice, cuncta stride discussurus. a discutere con me. a scrutare, perquisire ogni più intimo recesso della mia coscienza, a destarmi bruscamente da colpevole torpore, a scuotermi energicamente dal letargo, di cui si tien paga la mia indolenza, a portare luce in quel recondito in cui la mia malafede accumula dense nebbie!... Dio in discussione con me sacerdote, che devo difendere i suoi diritti presso gli altri, che ho ricevuto per ciò grazie

insigni, che sono stato consacrato filius lucis! O mio Dio, che sarà di me?

Dies irae, dies illa! Un solo giorno veramente importante mi aspetta ormai: l'ultimo di mia, vita. E siccome nescitis diem neque horam, quel giorno potrebbe essere oggi stesso, domani! Per non essere colto alla sprovvista, debbo pensarci sempre: Annos aeternos in mente habui (Ps. 76, 5). Signore, concedetemi la grazia d'essere quel beatus ille servus quem, cum venerit Dominus eius, invenerit vigilantem (Mat. 26, 25).

RITIRO DEL MESE DI FEBBRAIO

IL SACERDOTE E LA FEDE

Uno dei rimproveri più frequenti che Gesù soleva fare a quelli che lo avvicinavano era motivato dalla mancanza di fede. A tutti i suoi Apostoli troppo umanamente preoccupati del domani, o troppo spauriti dalla tempesta dice: Quid timidi estis modicae fidei? (Mat. 8, 26); Quid cogitatis inter vos, modicae fidei? (id. 16, 8). A S. Pietro che cammina sulle acque ed è colto da improvviso spavento per l'imperversare del vento: Modicae fidei, quare dubitasti? (id. 14, 31). Ai discepoli di Emmaus mesti, perchè dimentichi di una parola, che avrebbe dovuto essere tutta luce per essi: Re-gnuvn meum non est de hoc mundo (Ioan. 18, 36) dice mestamente: O stulti et tardi corde ad credendum! (Lue. 24, 25). A Tommaso che Per credere esige una prova tangibile: Quia vidisti me, Thomas, credidisti; beati qui nonviderunt et credìderunt ! (Ioan. 20, 29).

Si rallegra al contrario con quelli che credono e attribuisce ogni potere alla docilità del loro spirito: Fides tua te salvum fecit (Mat. 9, 22) dice al cieco dopo averlo guarito e così Pure all'ammalata che gli ha toccato l'orlo della veste. e alla Cananea: O mulier, magna est fides tua: fiat tibi sicut vis (id. 15, 28) E finalmente da la certezza assoluta: Si habueritis fidem sicut granum sinapis... nihil impossibile erit vobìs (id. 17, 19). — Omnia possibilla sunt credenti (Marc. 9, 22). E si potrebbero moltiplicare le citazioni.

Si tratta dunque di una virtù che deve starci a cuore in modo particolare. Per noi sacerdoti è stata l'oggetto di una speciale preghiera di Nostro Signore: Rogavi pro te ut non deficiat fides tua, et tu aliquando conversus, confirma fratres tuos (Luc. 22, 32). Meditiamola e convinciamoci seriamente che: 1° dobbiamo avere fede, dobbiamo vivere di fede.

1. - DOBBIAMO AVER FEDE

Ne abbiamo la prova nelle pagine evangeliche sopra ricordate. Ma non è inutile approfondirle.

Il sacerdote, continuatore del Cristo, è o dev'essere perfetto religioso dì Dio come il Cristo. Ora S. Tommaso scrive3): Relìgio habet duplices actus: quosdam quidem proprios et immediatos... sicut sacrificare, adorare...: alios autem actus habet, quos producit mediantibus virtutibus, quibus imperat. Fra queste virtù tiene il primo posto la fede.

Senza dubbio la fede, virtù teologale, precede la religione; l'epistola agli Ebrei lo fa notare: Credere enim oportet accedentem ad Deum, quia est (Hebr. 11, 6). Si crede in Dio prima di rendergli omaggio, ma gli si rende omaggio credendo in Lui, e l'atto più bello e nello stesso tempo più fecondo della nostra religione è l'atto di fede; con quest'atto pratichiamo profondamente l'adorazione in spiritu et ventate, voluta dal Padre.

Nell'atto di fede la ragione crede fermamente senza vedere, come e più ancora che se vedesse; essa s'immola così e onora la veracità di Dio, motivo del suo sacrifìcio, insieme agli altri attributi divini, oggetto della fede.

La fede è la nota distintiva del cristiano: Justus meus ex fide vivit (Hebr. 10, 38), il quale è perciò chiamato con il bel nome di fedele. E dev'esserlo in modo sovreminente il sacerdote, cui S. Paolo scrive: Exemplum esto fidelium, in fide (Tim. 4, 12). — Tu autem, homo Dei, sectare... fidem (id. 6, 11).

S. Agostino asserisce che «la fede ci ha ordinati chierici e consacrati sacerdoti »4). Ecco dunque perché aspicientes in auctorem fidei, et consummatorem Jesum (Hebr. 12, 2), dobbiamo poter dire coll'Apostolo che possediamo la fede: fidem servavi. Dobbiamo averla profonda, luminosa.

a) Profonda. — Il sacerdote è il depositario, il custode della fede: Labia sacerdotis custodient scientiam et legem requirentex ore ejus (Malac. 2, 17). Deve quindi possederla più di tutti, egli che a tutti dev'essere maestro: Forma facti gregis ex animo '(Petr. 5. 3). L'adesione del suo intelletto dev'essere più fermarle sue cognizioni dogmatiche più solide, più estese. L'adesione più ferma dell'intelletto esige una corrispondenza generosa dell'anima alla grazia della fede; essa è una grazia, non lo si dimentichi, la prima delle grazie, punto di partenza, sorgente di tutte le altre. S. Tommaso dice: Homo participat cognitionem divinarti per virtutem fidei 5). E' una specie d'influsso divino operante una vera deificazione della nostra intelligenza, che vede le verità rivelate nella luce stessa in cui le vede Dìo :Fides est habitus mentis, quo inchoatur vita aeterna in nobis.

E' oscura nel suo oggetto che è il mistero; è chiara nel suo motivo, che è la veridicità di Dio. Essa comunica all'anima una certezza che supera l'evidenza stessa dell'ordine naturale. L'atto di fede è essenzialmente, intrinsecamente sopranaturale, è esclusivamente opera della grazia di Dio.

Che richiede la corrispondenza a tanta grazia? S. Paolo traccia un vasto programma in due parole: Habentes, mysterium fldei in conscientia pura (1 Tim. 3, 9).

E anzitutto, prendendo tali parole ut sonant, è necessario aver l'anima molto pura. Quando caro concupisca adversus spiritum (Galat. 5, 17), attenti! Se le nubi si accavallano, l'atmosfera s'oscura; se le nebbie s'infittiscono dinanzi allo sguardo, non si vede più chiaro.

Ma se è necessaria la purità del cuore molto più lo è la purézza della mente. Essa è una vigile custode di ciò che potrebbe attenuare quanto S. Ilario di Poitiers chiama casta verginità della verità 6). L'Apostolo mette in guardia contro tale insidia: Profanas vocum novi-tates devita (Tim. 6, 20). L'umiltà, la semplicità, la rettitudine del giudizio son riparo a tanto pericolo. Queste disposizioni intime non sono retaggio degli stolti, più curiosi che eruditi, più saccenti che sapienti; esse mantengono lequilibrio nell'intelligenza e sono indizio di vero valore intellettuale.

Questa duplice purezza di mente e di cuore è frutto della preghiera, la quale rende la fede veramente profonda.

E' una grazia che bisogna implorare; è una specie di visione di Dio, a cui bisogna accostarsi; appello dell'anima, prostrazione dell'anima, che ogni sacerdote deve coltivare con premura. Se non diciamo: Domine, fac ut videam.Adjuva incredulitatem meam Adauge nobis fidem non perderemo forse la fede; ma che fede avremo?

Si badi: se dissipati, irriflessivi, andiamo innanzi in forza di un impulso lontanamente ricevuto, corriamo rischio di divenire formalisti e ci premuniamo male dalle infiltrazioni naturalistiche, le quali ci impediscono d'essere veri preti, ossia uomini superiori agli altri uomini deificati: Tu autem, homo Dei (1 Tim. 4, 12).

b) Luminosa. —Il prete non è un custode della fede, avaro del suo tesoro; tutt'altro! Ne dev'essere prodigo anzi, come le anime lo esigono: Legem requirent ex ore ejus (Malac. 2, 7); egli è stato inviato per questo: Evangeli-zare pauperibus misit me. Quindi il Maestro ci dice: Praedicate evangelium omni creaturae... qui crediderìt et baptizatus fuerit, salvus erit (Marc. 16, 15). A tal fine ci vuole luce: Vos estis lux mundi (Mat. 5, 14), — ut fili lucis sitis (Ioan. 12, 36).

E i suoi consigli sono essenzialmente pratici positivi. Quando dice che «la nostra luce deve risplendere dinanzi agli uomini», aggiunge: « affinchè vedano le vostre opere buone ». Fede luminosa, fede irradiante: non è espressione vaga questa; si tratta delle opere buone!

Predichiamo e predichiamo con l'esempio: Verbo movent, exempla trahunt. Quanti ci vedono anche senza essere psicologi accorti, sanno distinguere fra prete e prete. Chi non ha sentito mai questa frase: « Oh, quello sì ci crede! ».

Come se non ogni prete credesse!... Vè dunque un modo speciale dì dimostrare la nostra fede? Sì; mostriamo di crederci. S. Giovanni-Maria Vianney diceva soltanto queste parole: «Oh! figliuoli miei, amiamo tanto il buon Dio! » e tutti gli astanti ne erano commossi. Sì; v'è una particolare fisonomia creata dal contegno, dai modi, dalle parole, dai costumi che distingue l'uomo di fede. Guai! se qualcuno vedendoci dovesse esclamare: Quello fa il suo mestiere!

Predichiamo, e predichiamo con la parola. La predicazione è un dovere essenziale del prete: Oportet sacerdotem... praedieare. Ma del nostro insegnamento si deve poter dire: Verbum ipsius. quasi facula ardebat (Eccli. 48, 1). Accade talvolta di ascoltare delle prediche, che, pur essendo splendide nella forma, lasciano gli uditori freddi; se ne odono altre spoglie d'ogni artifizio, ma che penetrano nelle intelligenze come raggio di sole in andito oscuro e avvolgono i cuori quasi del caldo effluvio d'un focolare ardente. Nemo dat quod non habet; solo gli oratori che sono lucerna ardens et lucens (Ioan. 5,35). posseggono davvero la fede.

2. - DOBBIAMO VIVERE DI FEDE

Dobbiamo dunque possedere la fede, ma non come un germe sterile o un principio inoperoso; la fede è essenzialmente vita, in fide Divo Filii Dei (Galat. 2, 20), ossia un'attività, un elemento di progresso e di sviluppo. Diamole solide basi, viviamone lo spirito, lasciamola svolgere nel suo pieno rigoglio.

a) Abbiamo ricordato sopra che siamo de-positari della fede; S. Paolo ci dice: depositum custodi. Scrive ai Romani: Fides ex auditu; auditus autem per verbum Christi (Rom. 10, 17). La grazia della fede non fa miracoli in favore dell'inerzia intellettule, e neppure ci conferisce il dono dell'ispirazione. Essa esige studio e studio orante.

Ex auditu: l'oggetto della fede, il dogma cattolico, i motivi di credibilità formano un complesso di dottrina che dobbiamo assiduamente, profondamente studiare: Scrutamini scriptu-ras, quìa vos putatis in ipsis vitam aeternam habere; et ìllae sunt quae testimonium perhi-bent de me (Ioan. 5, 39). Suggestiva questa osservazione del buon Maestro! Ogni sacerdote è vraedicator et apostolus, doctor gentium in fide et ventate (1 Tim. 2, 7); dottore per essere predicatore.

Lo studio della teologia è per noi rigorosamente obbligatorio. Ricordi vaghi delle lezioni di Seminario, incerte e generiche nozioni teologiche, non sono fondamento saldo abbastariza per la fede del praedicator in fide et ventate! Per fare opera solida è necessario vigore, e posseggono vigore soltanto coloro che corroborano la mente con sostanzioso alimento.

La fede anemica è una rovina e non rara; ma non incoglie lo studioso!

Auditus per verbum Dei. V'è differenza fra studio e studio. Un curioso non è un sapiente ; ragionatore non vuoi sempre dire ragionevole. Lo studio richiesto dalla fede dev'essere orante: Abscondisti haec sapientibus et prudenti-bus, et revelasti ea parvulis (Mat 11, 25).

Si tratta insomma' di vedere, di conoscere ■ Dìo quanto lo consente la nostra natura; Egli habitat lucem inaccessibilem. Che siamo dinanzi a Luì? Ignoranti e limitati, non abbiamo che a prostrarci nel sentimento della nostra impotenza ed innalzare umilmente il grido supplichevole: Da mihi intellectum et scru-tabor legem tuam (Ps. 11, 34).

Andiamo alla Luce con umiltà: Deus super-bis resista, humilibus autem dat gratìam. Sappiamo già che è dovere questo, per noi, ma la diffidenza di noi non deve togliere la fiducia in Dio. Egli ci vuole illuminare; ne è prova il suo Verbo incarnato. Seminatore di luce, lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum (Ioan., 1, 9), istruisce chi lo ascolta, e gli comunica, come a Maria, melio-rem partem quae non auferetur (Luc. 10, 42) b) Ci sforzeremo dunque di non perdere mai di vista la visione del Maestro.S. Tommaso ha detto che si partecipa alla conoscenza divina mediante la fede. E' quasi un inizio allo stato dei Beati: In lumine tuo videbimus lumen (Ps. 35, 9). La grazia e la gloria appartengono allo stesso ordine; la grazia non è che un principio della gloria in noi. E' necessario creare in noi l'abitudine di tale visione iniziale della gloria, mediante lo spirito di fede.

Ricordiamo una distinzione classica. Vi sono ire luci nel mondo: la luce che illumina la materia e colpisce gli occhi del corpo; la luce che illumina le verità speculative e colpisce lo sguardo della mente ; la luce che fa vedere tutto nello splendore di Dio ed è percepita solo dall'anima. Le due prime sono naturali, la terza è soprannaturale e costituisce propriamente lo spirito di fede. La ragione vede le cose in se stesse; lo spirito di fede le vede in Dio; Egli dev'essere la nostra guida.

Il prete è certamente l'uomo segnato dall'impronta della luce divina: Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine (Ps. 4, 6). La sua formazione sacerdotale gli ha conferito illumi-natos oculos cordis. In virtù della sua consacrazione appartiene alla schiera- di coloro che possono dire: Ipse illuxit in cordibus nostris, ad illumìnationem scientiae claritatis Dei, in facie Cliristi Jesu (2 Cor., 4, 6). Oh, sia dunque fedele il sacerdote nel considerare, valutare tutto nel-\ luce della fede, luce di Dio!

Nos autem sensum Christi habemus (1 Cor. 2, 16). Per chi è dotato di questo senso, v'è un insieme di principi che trascendono la ragione ' formano la sua atmosfera intellettuale, dirigono istintivamente i suoi giudizi e diventano tuo modo abituale di vedere. La Chiesa, le anime... il mondo, il male... gli avvenimenti, il , tempo... tutto ha per lui una sfumatura speciale, un valore che l'animalis homo non percepisce.

 

 

Animalis homo! Questo severo qualificativo usato dall'Apostolo, non lo si può forse applicare a certi preti che non hanno saputo preservarsi dall'influenza della società, dell'ambiente? Il mondo in cui viviamo è molto volgare, tutto naturalismo e materialismo: Non percipit ea quae sunt spiritus Dei, stultitia enim est illi, et non potest intelligere (1 Cor. 2. 14). Senza una reazione costante ed energica è facile subirne linflusso. Quale danno se 11 lievito non fa fermentare tutta la massa! Ne rimarrà soffocato.

c) S'impone dunque perentoriamente l'obbligo di tradurre in atti positivi i principi dello spirito di fedo, di trarre conclusioni logiche dalle luminose premesse.

Corde creditur ad justitiam, ore autem con-fessio fit ad salutem (Rom. 10, 10): è la pratica della fede che deve formare la nostra preoccupazione. Questa sola ci salva: Fides sine operi-bus mortila est (Iacob., 2, 20). Non divengono inetti i congegni inoperosi?

Ora, il sistema del meno possibile, il sistema paralizzante degli utilitaristi, sembra ispiri qualche volta l'esercizio della virtù. La parte più sublime del Vangelo appare un ideale bello per la contemplazione, ma non per la pratica, e le sante follie dei consigli sono arrestate dai calcoli dei precetti.

Il sacerdote, uomo votato alla perfezione, non ponga una separazione netta fra quanto intravede lo spirito e gli atti della volontà. La fede gli dice che le otto beatitudini furono predicate dal Maestro divino ai suoi antenati nel sacerdozio; ch'essi ricevettero in consegna i consigli evangelici quale retaggio di famiglia.

Se ha fede il sacerdote, se vuoi vivere la sua fede, coltivi lo spirito di povertà, di distacco; coltivi l'umiltà, la rinunzia; viva di sacrificio, d'immolazione; sia delicato di coscienza e tema anche le più piccole trascuratezze; mai non ponga limiti al dono di sè all'Amore Infinito che lo tormenta.

— Oh, bella, grande la virtù della fede! Sia 1' oggetto del nostro zelo; ispiri le nostre ardenti preghiere! Chiediamola con S. Paolo; essa formerà in noi e per mezzo nostro nelle anime, Cristo Redentore, meraviglia delle meraviglie! Flecto genua mea ad Patrem Domini nostri Jesu Christi... ut det vobis secundum di-vitias gratiae suae, virtute corroborari per spi-ritum ejus in interiorem hominem; Christum

HABITARE PER FIDEM IN CORDIBUS VESTRIS, in caritate radicati et fundati (Ephes., 3, 14 seg.)

Esame Sull'applicazione Intellettuale

Vi adoro. Signore Gesù, mentre pronunziate queste parole: Vos vocatis me Magister et Domine, et bene dicitis; sum etenim... (Ioan., 13. 13). Siamo dunque discepoli, alunni; per conseguenza dobbiamo studiare. Cosi intende S. Paolo, sacerdote perfetto, che afferma di sapere Jesum Christum, e perciò si dichiara pronto a sacrificare tutto: Existimo omnia detrimentum esse, propter eminentem scientiam Jesu Christi (Phil. 3, 8). Eccoci in presenza di un grave dovere: l'applicazione intellettuale. Sono convinto della sua necessità? Le mie convinzioni m'inducono all'attuazione pratica? Su questi punti ho bisogno di esaminarmi seriamente.

 

 

1. - NECESSITA' DELL'APPLICAZIONE INTELLETTUALE

Il lavoro in genere s' impone all'uomo per diritto divino.

Creati ad immagine di Dio, atto purissimo, siamo esseri attivi; dobbiamo quindi essere operosi. Adamo nel Paradiso terrestre aveva ricevuto l'ordine di lavorare, ut operaretur; quando ne fu scacciato intese la legge: In sudore vultus tui vesceris pane (Gen. 3, 19). Lozio non è permesso a nessuno. Io sono laborioso? — Non vi sono preti davvero indolenti? Levata a tarda ora, ministero assai limitato, nulla li stimola; perdono il tempo in visite pericolose, vanno gironzolando, fantasticando; che scandalo! — Temo l'ozio? Multam mali-tiam docuit otiositas (Eccli. 33, 29). E' davvero temibile al punto che da alcuni si afferma che val meglio far dei nonnulla piuttosto che nulla.

Comprendo che il lavoro a cui è tenuto il prete è lavoro intellettuale? Come principio anzitutto: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo quod proceda de ore Dei 7) '(Mat., 4, 4). Il pane veramente sostanziale che dà la vita è quello che comunica la vita eterna, la quale sfida la morte. Ora, haec est vita aeterna ut cognoscant Te solum Deum verum et quem misisti Jesum Christum (Ioan. 17, 3). Conoscere Dio e il suo Cristo suppone studio profondo e molto arduo. — In pratica, poi: a) Se non studio dimenticherò inevitabilmente quanto appresi in Seminario. E, per essere sincero, quando uscii da quel luogo benedetto che cosa sapevo? Ahimè! nulla, se non ero cosciente della mia ignoranza. — Sarei mai uno di quei preti che non hanno più aperto libro di teologia se non per preparare la soluzione dei casi? Infelici! Troppo spesso la loro presunzione è proporzionata al vuoto del loro spirito e li ac-cieca. Deridono quelli che studiano con una stoltezza di cui non avvertono nemmeno il ridicolo. Sentenziano reciso nelle discussioni con l'assolutismo degli stolti, per i quali non è facile astenersi dalle parole dure e insolenti. E' negli edifìci vuoti che la risonanza è più sonora. — b) Se non studio non potrò riuscire buon catechista. Comprendo la mia responsabilità in proposito? I miei ragazzi per tutto alimento sopranaturale, per seme di vita cristiana ed eterna avranno appunto quanto io avrò loro distribuito negli anni di catechismo, anni ridotti a poche ore: Pannili petierunt pa-nem et non erat qui frangerei eh (Thren. 4, 4). — Sarò un predicatore inetto. Concludo veramente qualche cosa in pulpito? Si acquista una certa facilità di eloquio, s'impiega tutto il quarto d'ora destinato alla predicazione in frasi vuote, in parole senza dottrina. — Sarò direttore incapace. Confido nella mia pretesa psicologia sperimentale, nel mio buon senso quando si tratta dell'ars artium che preoccupa tanto confratelli più dotti e più intelligenti di me? Non temo la sentenza del Maestro: Cae-cus autem si caeco ducatum praestat, ambo in foveam eadunt (Mat. 15, 14). — Se ci rifletto, comprendo che senza applicazione allo studio, non posso rimanere tranquillo in coscienza.

2. - PRATICA

Devo eliminare gli ostacoli e disciplinare il mio studio.

1. Ostacoli; Non mi sono creata un'obbiezio-ne insolubile: a) delle mie occupazioni materiali, b) del mio ministero sovraccarico, c) della mancanza di uno scopo determinato, d) della mancanza di mezzi? — a) Devo stare attento a ordinare bene la mia vita; ma non sono né giardiniere, né cuoco. — b) Il mio ministero ben regolato deve lasciarmi tempo per pregare e studiare; altrimenti la mia non è più attività sacerdotale ma agitazione febbrile. — c) Istruire le anime, si trattasse pur solo di tre vecchie o di tre fanciulli, non è scopo spregevole e certo è difficile a raggiungersi; esige dunque applicazione. — Poi. conosco abbastanza il mio Dio? Il grado di gloria è proporzionato al grado di conoscenza. — d) Non ne ho 11 gusto!... Ut faber fabricando. — Son poco intelligente... labor improbus omnia vincit. — Mi mancano libri.. Si troverà chi li presta !

2. Disciplina: Ho un tempo determinato per lo studio? In una vita sovraccarica d'occupazioni, questo può essere difficile, ma non impossibile. — Seguo un ordine nelle materie dì studio? Svolazzare un po' su tutto dissipa lo spirito e lo lascia vuoto; l'Inclinazione personale interviene opportunamente In proposito per approfondire qualche argomento. — Faccio convergere verso le scienze sacre le mie migliori energie, tutto il mio tempo? E' deplorevole che vi siano preti, letterati distinti, matematici eruditi, ma ignari della Sacra Scrittura e della teologia.

— Signore e Maestro, vi supplico di fare di me un Vostro vero, fervente, attivo discepolo. Aprite la mia mente, elevate 11 mio cuore, a fin che lo giunga cum omnibus sanctts... scìre etiam supereminentem scietitiae caritatem Chrtstt (Ephes,. 3. 19).

Preparazione alla morte

«IL DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Torpore e risveglio.

Tuba mirum spargens sonum Per sepulcra regionum, Coget omnes ante thronum.

O Gesù, quando parlate della morte insistete sulla subitaneità del colpo con cui essa ci abbatterà; Qua hora non putatis ftlius homi-nis veniet (Luc. 12, 49). Vi penso?

Voi non date avvertimenti inutili; non esagerate le minacce, non caricate le tinte di un quadro spaventoso; nulla d'esagerato nel Vostro Insegnamento... Eppure mi dite di paventare la morte... La temo davvero?

Per premunirmi contro quella terribile sorpresa, non mi raccomandate di prepararmi, non parlate al futuro, non mi lasciate credere d'aver tempo poi... No, il vostro verbo è imperativo, lordine assoluto, la sua attuazione deve essere immediata: Estote parati! Di fatto, hic et nunc, sono pronto?

Posso Invero morire fra breve e anche in questo momento. Posso essere vittima di accidente Imprevedibile o imprevisto. Conosco forse il mistero di morte racchiuso in me stesso?

Me felice se saprò reagire al torpore che mi invade, se, per destarmi, non aspetto in una pericolosa indolenza, lo stridente grido della tromba del supremo giudizio! Tuba mirum spargenti sonum: prima che la si oda, vi sono note di preludio che devono farmi tendere l'orecchio: la coscienza... una grave malattia... la morte di un parente... Si vocem Domini audieritis, nolite obdurare corda veslm (Ps.. 94, 8).

Signore, forse durante il mio ultimo ritiro mi rivolgeste l'ultimo richiamo e oggi lo ripetete: Hora est jam nos de somno surgere, proprior est nostra salus quam cum credidimus (Rom. 13. 11). Me infelice se il mio cuore impigliato in abitudini pericolose, se la mia coscienza obnubilata da una casistica di cattiva lega, facessero somigliare l'anima mia a un freddo sepolcro insensibile: ver sepulcra regio-num. Mi chiamate, o Signore, non mi chiamerete sempre invano: stanco colpirete infine...

Coget ovvnes ante thronum: non sono io il più forte. Faccio il bravo, lo spavaldo... ma Voi vincerete ed io cadrò vinto.

Mors stupebit et natura Cum resurget creatura Judicanti responsura.

Il risveglio sarà terribile per 11 prete che non comprese ciò che ogni giorno ripeteva a Compieta: vigilate et orate. Sarà terribile anche per chi avrà compreso e obbedito. Polche, dopo tutto, la morte non è piuttosto vita, e la vita non è invece morte? No, la vita terrena non è vera vita. Questa comincerà col mio ultimo respiro, ma quale scossa! La morte ne fremerà, la natura ne sarà stupefatta. O Gesù, quando moriste sulla Croce, si aprirono i sepolcri, tremò la terra... Ben presto morrò, la terra scomparirà sotto i miei passi, si scaverà la fossa che dovrà ricevere il mio cadavere; io stesso ne sarò stupefatto! Mors stupebit et natura.

Non avrò allora bisogno del corpo per vivere; la mia natura sarà divisa, entrerò in un mondo nuovo, il mondo dell'eternità: Cum resurget creatura! Terribile incognita!

E non vi entrerò già come un curioso interessato, abbagliato: Judicanti responsura. E' giunta l'ora: sono chiamato al mio posto, che ignoravo, alla grande udienza. Confessandomi, dovetti giudicarmi... confessando altri dovetti giudicarli. E nell'uno e nell'altro giudizio quante tenebre, quante inesattezze, quante esitazioni! Ora basta. Tutto è messo in chiaro. A Voi devo rispondere. Verità eterna! Judicanti responsura. Che ne sarà, mio Dio? Si iniqui-tates observaveris, Domine, Domine quis susti-nebit? (Ps. 129. 2). Purtroppo! Iniquitatem meam ego cognosco et peccatum meum contra me est semper (Ps. 50, 4)!

— Signore, voglio essere vigilante, voglio pregare: Amplius lava me ab iniquitate mea. et a peccato meo munda me (Ps. 50, 3). Cosi, se pur non mi sentirò sicuro dell'ora, terribile anche per i santi, l'aspetterò almeno con una pace relativa, che mi permetterà di dominarmi abbastanza per presentarvi, quando mi chiamerete, ciò che vi è più gradito: fiducia e amore!

RITIRO DEL MESE DI MARZO

IL SACERDOTE E LA SPERANZA

La fede ci introduce nella speranza: Fides sperandarum substantia renivi (Hebr. 11, 1). L'Apostolo, che scrive queste parole, c'invita a vivere di ferma speranza: Fortissimum solatium habeamus, qui confugimus ad tenendovi propositam spera: quarti sicut anchoram ha-bemus animae tutam ac firmavi, et incedentem usque ad interiora velaminis: ubi prae-cursar pro nobis introivit Jesus, secundum or-dinem Melchisedech Pontifex factus in aeter-num (Hebr., 6, 18 seq.).

Se osserviamo l'abituale indirizzo dei nostri pensieri, se studiamo attentamente 1 moti Istintivi del nostro cuore, constateremo che i pensieri si elevano a stento, che il cuore più che dilatarsi si restringe. Causa di ciò si è che la speranza non forma abbastanza l'oggetto delle nostre meditazioni, non ispira che debolmente i nostri sentimenti. Recitiamo, è vero, la formula, ma non ne facciamo atti frequenti: questi illuminerebbero la nostra vita, la renderebbero soave, riuscirebbero a sublimarla rendendola, secondo la bella espressione di San Lorenzo Giustiniani, quasi « la perpetua vigilia dell'eterna solennità» 8).Meditiamo dunque sul bisogno che abbiamo di vivere di speranza e che possiamo e dobbiamo praticare questa virtù.

1. - ABBIAMO BISOGNO DI VIVERE DI SPERANZA

Non si può leggere senza turbarsi la celebre sentenza di S. Giovanni Crisostomo: Non alio modo loquor, quarti ut affectus sum. Non mul-tos puto sacerdotes salvos fieri, sed longe plu-res perire, non alia de causa, quam quod res magnum postulet animimi 9). E nel grande Vescovo essa non è frutto di impressione passeggera, ma piuttosto un vero assillo, perché scrive ancora: Omnium quos regis. mulierum et virorum et piterorum. a te reddenda est ratto: tanto igni caput tuum subiicis. Miror an fieri possit ut aliquis ex rectoribus sit sal-vus 10).

L'affermazione del libro della Sapienza (6, 6): ludicium durissimum his Qui praestint e l'affermazione stessa di Gesù: Cui multum da-tum est, multum quaeretur ab eo (Luc. 12, 48) non ci permettono di tacciare di esagerato quel testo cosi tremendo del santo Dottore.

E poi, se riflettiamo all'eccellenza della nostra vocazione, alla santità dei nostri ministeri, alla nostra schiacciante responsabilità, non riusciremo a tranquillizzarci, pensando specialmente alla nostra fragilità, causa di tante miserie e di tante cadute.

Quando il bambino spensierato e allegro attende al gioco, non pensa alla mamma. Ma tosto che si presenta il pericolo oh, con quale ansia a lei stende le braccia! La nostra vita è esposta inevitabilmente a molti pericoli. Per viverla nella sua pienezza, occorre una certa sicurezza, la quale può esserci infusa solo dalla speranza. Per agire con amore è necessario non credersi inesorabilmente votato all'odio. Noi abbiamo un bisogno immenso di confidenza per la nostra tranquillità e per la santificazione nostra e delle anime. Siamo sacerdoti per il solo scopo di popolare di eletti il cielo. Ora il nostro ministero si compie essenzialmente colla preghiera e col sacrifizio: Ex ho-minibus assumptus pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum, ut offerat dona et sacrificia pro peccatis (Hebr., 5, 1). Il nostro apostolato continua l'opera della grande mediazione del Cristo. Ma Gesù quando pregava diceva al Padre: Ego autem sciebam quia sem-per me audis (Ioan. 11, 42); quando si disponeva a bere il calice della Passione, ne aspettava la ricompensa con splendida certezza: Clarifica Fìlium tuum ut Filius tuus clarificet Te (Ioan., 17, I)

E noi saremo ostia di impetrazione e di immolazione se avremo la fiducia di rivolgerci non tanto all'inflessibile giustizia, quanto alla misericordiosa bontà di Dio. S. Paolo ci esorta in questo senso: Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiae (Hebr., 4., 16). Come lui, sappiamo in Chi confidiamo: Scio cui credidi. Il nostro primo passo verso il sacerdozio compiuto coll'ingresso nel chiericato fu contraddistinte da ben forte impulso all'abbandono di noi stessi in Dio, fondato sulla fede nell'im-menso dono di Dio a noi : Dominus pars haere-ditatis meae et calicis mei (Ps. 15, 5). Comprendiamo allora che nulla dovevamo conservare della nostra personalità, nulla rifiutare a Dio. Che cos'è che ci fa apostoli, se non il dono totale di noi stessi, che ci rende strumenti docili nelle mani del Signore? Nello stesso tempo però, facemmo affidamento su di una restituzione splendida: Tu es qui restitues haeredi-tatem meam mihi (Ps. 15, 5>! E prevedendo questa restituzione mediante il nostro sacerdozio, esclamavamo: Funes ceciderunt mihi in praeclaris (Ps. 16, 6).

Divenuti sacerdoti, ci dobbiamo sacrificare per le anime, 11 che forma l'essenziale del nostro lavoro divino, ma potremo riuscirvi nella misura della nostra speranza; virtù questa che ha bisogno d'estendersi all'infinito, perché il sacrificio richiesto dev'essere assoluto: Ego autem libentissime impendam, et superimpen-dar ipse pro animabus (2 Cor., 12, 15).

E poi non ci basta versare il prezzo del riscatto delle anime in unione a Cristo; è necessario le solleviamo verso le vette. Per adoperarsi a ottenere il cielo, è assolutamente necessario desiderarlo. Ma, purtroppo, chi lo desidera?

Il fascino delle vanità seduce più che mai gli spiriti; più che mai il vitello d'oro è la divinità cui il mondo s'inchina; più che mai le vili passioni tengono schiave le più nobili facoltà degli esseri forniti d'intelligenza.

L'apostolo che lancerà ai fratelli un animoso ed efficace « Sursum corda », non sarà certo di coloro che spem non habent! Non attenuerà le esigenze della morale cristiana, nè l'austerità della predicazione necessaria della croce; ma perchè egli è corde tamen flxiis in coelo, con autorità-convinta e quindi convincente, dirà a quanti annunzia il Vangelo: Spe gaudentes, in tribulatione patientes (Rom., 12, 12).

S. Paolo dava questo tono incoraggiante alla sua predicazione: Deus autem spei repleat vos omni gaudio et pace in credendo, ut abundetis in spe, et virtute Spiritus Sancii (Rom. 15. 13). E dopo simile voto accesissimo, con quanta commovente persuasione scrive: Certus sum autem, fratres mei, et ego ipse de vobis, quo-niam et ipsi pieni estis dilectione, repleti omni scientia (Rom. 15, 14)...

Abbiamo dunque bisogno di speranza e per noi e per gli altri. Il prete che non vive la preghiera liturgica: Ibi fixa sint corda, ubi vera sunt gaudio. 1), sarà inevitabilmente un timido, uno scoraggiato. Se ha paura di Dio. sarà in pericolo di fuggirlo; privo d'ideale, si lascierà sopraffare da preoccupazioni meschine: privo rii slancio, si lascerà dominare da tutti e da tutto. Il minor male che ne potrà risultare sarà ch'egli rimanga inerte su di una via in cui dovrebbe correre e non solo camminare; meglio, dovrebbe volare come dice l'autore della Imitazione ed ecco, invece, che si seppellisce. Che sventura!

Il buon prete è come tutti gli altri esposto molti pericoli, ma sa evitarli; soffre tribo-lazioni infinite, ma ne trionfa; s'imbatte in ostacoli, ma li supera, li domina. La sua pa-rola d'ordine è: Spe enim salvi facti sumus(Rom., 8, 24).

2. - POSSIAMO. DOBBIAMO VIVERE DI SPERANZA

La speranza, virtù teologica, ci fa aspettare Dio stesso. che conosceremo nella luce della sua conoscenza, facie ad faciem, che ameremo nel suo proprio amore nella vita eterna.

Ma questo fine, per essere raggiunto, suppone mezzi, i quali pure formeranno l'oggetto della virtù.

V'è sempre proporzione fra mezzi e fine. Per andare a Dio è necessario l'aiuto di Dio, in altri termini, la grazia; e questo aiuto è certo.

La nostra speranza si fonda sulla parola stessa di Die, il quale, rivelandoci i suoi disegni, ci manifesta pure la sua efficace volontà di chiamarci alla beatitudine superna. Inutile insistere su questo punto; è insegnamento della fede, fondamento della nostra speranza: Universa propter sernetipsum operatus est Domi-nus (Prov. 16, 4), l'essere intelligente, si potrebbe dire, ancor più degli altri, perché creato per Dio. come può dimostrare, e dimostra la stessa ragione, è destinato alla beatitudine infinita.

Ora di tale suo volere di beatificarci. Dio ci ha dato un pegno, e questo pegno è Nostro Signore Gesù Cristo, princìpio dell'ordine sopranaturale, causa efficiente, causa meritoria, causa esemplare, causa finale della grazia. E' dato a noi Colui che vede e possiede il Padre, che ne gode con eterna sazietà. E' nostro e vuole condurci al Padre, darci al Padre. Adorabile realtà, e sublime mistero! Quante volte abbiamo letto, senza comprenderle, le parole rivelate che affermano tale certezza! Parvulus natus est nobis, et Filius datus est nóbis (Isaia 9, 6). — Sic Deus dìlexit mundum, ut Filium suum unigenitum darei (Ioan., 3, 16). Destinati a possedere Dio in eterno, lo possediamo fin d'ora nel tempo!

Egli si è dato a noi per associarci alla sua vita: Veni ut vitam habeant '(Ioan., 10, 10). — Ego sum vita (id. 14, 6) per applicarci ì suoi meriti: Per quem maxima et pretiosa nobis promìssa donavit, ut per haec efficiamini divi-nae consortes naturae (2 Petr. 1, 4); ecco il centro preciso e stupendo dei mistero! S. Paolo ne parla con mirabile certezza, tutto riassumendo in questa frase concisa diretta ai Corinti: Et sicut in Adam omnes moriuntur, ita et in Christo omnes vivificabuntur (1 Cor. 15, 22).

Come eravamo in Adamo per la nostra rovina, così siamo in Cristo per la nostra salvezza e ciò senza interruzione, poiché Egli compì l'opera sua con tutta la sua vita, con tutti i suoi misteri. Eravamo in Lui quando si incarnava, quando nasceva, quando lavorava, soffriva, moriva, risuscitava, ascendeva al Cielo. Ecco tutta la teologia dell'Apostolo, sotto la penna del quale sovrabbondano i testi: Mortui rumus cum Christo... (Rom., 6, 2), consepulti sumus cum ilio... (id., 6. 4). Convivificavit nos in Christo, et conresuscitavit, et consedere fedi m coelestibus in Christo Jesu (Ephes., 2, 5).Che si potrebbe desiderare di più forte e di più soave insieme per infondere ferma speranza? Noi leggiamo ancora nella lettera agli Efesini: Dio ha fatto tutto ciò, ut stenderet in saeculis ervenientibus abundantes divitias gratiae mune in bonitate super nos in Christo Jesu.

Gratia enim estis salvati per fidem; et hoc non

ex nobis, Dei enim donum est (Ephes., 2, 7) Si stenta a lasciare questo capitolo. Ma no, non lasciamolo; leggiamo ancora, leggiamo sempre, meditiamo tale dottrina e viviamone; con essa dilatiamo i nostri cuori, ravviviamo le nostre anime.

Le hanno gustate i Padri che le predicavano ampiamente. Ecco S. Leone a proposito dell'Incarnazione: Verbum caro factum est, et habitavit in nobis. In nobis utique, quos sibi Verbi divinitas coaptavit, cujus caro de utero virginis sumpta nos sumus 11). E a proposito della Natività, ricordando l'insieme della dottrina: Sicut cum Christo in Passione crucifixi in Resurrectione resuscitati, in Ascensione ad dexteram Patris collocati, ita cum ipso sumus in hac Nativitate congeniti 12).

Ecco Tertulllano a proposito della Risurrezione: Quemadmodum enim nobis arrhabonem. Spiritus reliquit, ita et a nobis arrhabonem carnis accepit, et vexìt in coelum, pignus to-tius summae illuc quandoque redigendae. Se-euri estote, caro et sanguis, usurpastis et coelum et regnum Dei in Christo 13).

Ecco in fine S. Ambrogio parlando dell'Ascensione: Debuit tamen novo victori novum iter parari; semper enim victor tanquam maìor praecelsior est: sed quia aeternae sunt iustitiae portae, eaedemque novi et veteris testamenti, quibus coelum aperitur, non mutan-tur utique sed elevantur: quia non unus homo, sed totus in omnium Redemptare mundus in-trabat 14).

Non insistiamo più oltre, ma riflettiamo che la parola di S. Paolo: Nostra autem conversano in coelis est (Philip., 3, 20) non è una semplice promessa, ma una realtà. La nostra vita, mihi vivere Christus est (id. 1, 21), è in Cielo. Quando Gesù vi sali glorioso volle collocare anche noi lassù insieme alla sua adorabile umanità: Vado ad Patrem vieum et Patrem vestrum... parare vobis locum! (Ioan. 16, 38)... Ecco il grande motivo della nostra speranza; motivo ancor più forte per noi sacerdoti se pensiamo che Gesù è nostro più che d'ogni altro.

— Viviamo in alto, molto in alto! Viviamo fidenti anche se il nostro passato ci apparisse « degno di odio », anche se ci sentissimo ricoperti di peccati. Qualche cosa di noi stessi ha già preso posto in Cielo. Il mistero della nostra glorificazione ha bisogno di essere completato, ma in realtà è già cominciato. Questo basta per farci tendere la nostra volontà in uno sforzo generoso che ci permetterà di gustare, umili ma con pace, le ispirate parole che le nostre labbra pronunciano troppo spesso macchinalmente: Pars mea Dominus; propterea expec-tabo eum (Thren. 3, 24). — Qui confidimi in Domino, sicut mons Sion; non commovebitur in aeternum qui habitat in Jerusalem (Ps. 124, : — In te Domine speravi, non confundar in cesternum (Ps. 30, 1).

E a quest'ultima filiale protesta dell'animo nostro, Dio risponderà: Saeerdotes ejus induam

ìt et sancii ejus exultatione exultabunt Ps 12. 17).

Esame su lo scoraggiamento

Vi adoro, Gesù, che mai vi stancate d'incoraggiare le anime! Quando scorgete esseri sofferenti nel fisico o nel morale, non avete che una frase per consolarli: Confide, fili (Mat., 9, 2). — Ego sum, nolite timere (Luc. 24, 16). Avete raccomandato di non spegnere il lucignolo ancora fumante, di non spezzare la canna fessa, e Voi per primo, praticate questa morale col vostro sacerdote, figlio del vostro amore, più ancora che con altri.

E' dunque un dovere, sia per me come per il mio ministero, vivere di confidenza; ne ho veramente bisogno. Voglio guardarmi dallo scoraggiamento, preservandomi dalle sue cause, opponendo costante reazione alle sue tristi conseguenze.

1. - CAUSE DELLO SCORAGGIAMENTO

Mi sento prendere dallo scoraggiamento se dimentico chi siete Voi, mio Dio, e chi sono io. a) Penso che Voi siete l'Amore Infinito, che solo brama manifestarsi? Che danno per me non leggere con la fede che richiedono queste parole di S. Giovanni: Sic enim Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret! (Ioan., 3, 16); parole dalle quali S. Paolo trae la conseguenza: Qui etiam proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tra-didit illuni: quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom., 8, 32). — Rifletto che questo omnia è luce e forza, monito e conforto? — Considero ogni cosa alla luce che proietta la grande verità che Voi solo guidate gli eventi e, infinitamente amoroso e saggio, li disponete per la migliore riuscita del miei più sacri interessi? — Accendo di nuovo fervore il cuor mio confessandovi Colui che è solo bontà 15) e lo è sopratutto per me suo sacerdote, per me cui si applica l'ispirata parola: Praevenisti eum in benedictionibus dulcedinis? (Ps. 20, 3). — Non merito invece il vostro rimprovero, Gesù: Quid timidi estis, modicae fldei? Mat., 8, 26).

b) Penso che cosa sono? — Nelle tentazioni mi contristo perchè dimentico la parola del Genesi: Sensus enim et cogitatio fiumani cor-dis in malum prona sunt ab adolescentia sua (Gen. 8, 21). Mi affliggo delle mie colpe, per orgoglio ferito, perché dimentico la vostra parola, o Maestro: sine me nihil potestis lacere (Ioan., 15, 5), e quindi, incauto o temerario, non seguo il vostro invito: Monete in dilectio-ne mea (id. 15, 9). — Perché non penso che i miei peccati passati hanno accentuato la mia debolezza e mi obbligano a diffidare ancor più di me, a confidare ancor più in Voi, Signore? S. Agostino dice che Dio ci ha rimesso tutti i peccati nei quali la sua grazia ci ha impedito di cadere!

Voglio far mia la preghiera di questo Santo: Noverim Te, noverivi me!

2. - GLI EFFETTI DELLO SCORAGGIAMENTO

a) La tristezza è il primo effetto dello scoraggiamento. Ho opposto una reazione vigorosa a tale tendenza? E' rovinosa perché indebolisce la volontà e la rende infedele, diminuisce il gusto delle cose sante e prepara le vittorie del senso: Sicut tinea vestimento, et vermis Ugno, ita tristitia viri nocet cordi (Prov. 25, 20). Nulla è più nocivo della tristezza, indizio di natura tarda e fiacca.

b) I1 languore dello spirito è pure conseguenza della tristezza. Me ne premunisco energicamente? In presenza dello sforzo non ho mai detto: a che vale? Non ho forse trascurato tutto, non vigilando più sull'anima mia, non curandomi più della regolarità? Oh, allora, scivolo nella tiepidezza e forse sul mio capo sovrasta la terribile minaccia: Incipiam te evomere ex ore meo! (Apoc. 3, 16).

c) Il proposito deliberato di una vita me-diocre è fatale conseguenza dell'abbattimento. Lo temo? Non mi son mai accontentato di una certa correttezza esteriore, deciso di non più migliorarmi interiormente e sinceramente? Qui spernit modica paulatim decidet! (Eccl. 19, 1). Ah, forse non rifletto abbastanza a queste parole! Da una vita mediocre a una vita colpevole non v'è che un passo e lo si valica quasi senz'avvedersene.

— O mio Dio, a Voi mi rivolgo supplichevole: sostenetemi, sollevatemi. Voglio preservarmi dallo scoraggiamento e per grazia vostra, nella quale confido, voglio procedere ilare e forte nel sentiero di una vita santa e operosa: Spiritu ferventes, Domino servientes, spe gaudentes (Rom., 12, 11).

 

Preparazione alla morte

IL « DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Illuminazione della coscienza. Liber scriptus proferetur In quo totum continetur Unde mundus judicetur.

Morirò, mio Dio, in un giorno più vicino di quanto m'immagino e che mi riserva avvenimenti gravissimi. Dopo tutto, morire per me non equivale a cessare d'esistere. Vivrò anzi di vita più intensa, d'una vita nuova indefettibile... Quale? Ecco il grande problema che la scena terribile, evocata da questa strofa, risolverà.

Che libro mi sarà dunque aperto?

La mia vita stessa!

I vostri decreti, o Signore, sono immutabili! Ciò che avete stabilito una volta, non si modifica. Avete stabilito un modo d'accusa al vostro tribunale ; questo modo è identico da per tutto, sarà sempre lo stesso.

Tribunale vostro qua giù è il confessionale. Io vi sono l'unico accusatore di me stesso; inginocchiato al piedi del vostro rappresentante, espongo le mie miserie, sfoglio le pagine della mia vita con una sincerità che ho l'imperioso dovere di rendere perfetta.

In punto di morte, alla viva luce dell'eternità, luce che scruterà ogni più riposto segreto della mia coscienza, l'intera mia vita si svolgerà a gli sguardi vostri, a gli sguardi miei: Liber scriptus proferetur. Tutto è stato scritto nella vostra memoria eterna; tutto avete visto, tutto inteso, tutto ricordate senza tema d'oblio: in quo totum continetur.

Ed ecco appunto il documento su cui si deciderà la mia nuova forma di vita, ecco quanto determinerà il suo carattere definitivo: Un-de mundus judicetur. La mia intera esistenza , sarà la mia accusa!

Vi penso quando mi preparo alla confessione, quando mi confesso? O sono invece negligente nell'esaminarmi, o mi esamino sommariamente? Nulla sfugge al vostro sguardo, o Dio che scrutate reni e cuore, e il giorno si avanza rapido in cui, volere o no, tutto sarà manifesto anche a me. Poiché:

Judex ergo cmn sedebit Quidquid latet apparebit Nil inultum remanebit.

La mia coscienza è la vostra voce, o mio Dio! Trovandola troppo spesso importuna, la ascolto mal volontieri, le obbedisco con rammarico, resisto... Poi altre volte discuto con essa..., le impongo silenzio, sorvolo le sue esigenze, dissimulo!

Insensato! Quo ibo a spiritu tuo et ano a facie tua fugiam? (Ps. 138, 6). Non posso sot-trarmi a Voi, e ciò non ostante io vi fuggo: ma verrà il giorno in cui v'imporrete ed avrete il sopravvento: Judex ergo cum sedebit!

I peccati occulti accusati male, si faranno palesi, la falsa buona fede verrà smascherata, saranno dissipati i pretesti; nulla avrò da ag-giungere, tutto sarà in piena luce: il pro e il contro, il bene e il male, le circostanze attenuanti e le aggravanti: quidquid latet apparebit.

Oh, quanto appariranno lontani, fatui, pericolosi i giudizi del mondo, come mi appariranno disastrose le illusioni del senso e dell'orgoglio: nil inultum remanebit!

— O Gesù, vi prego, rendetemi veritiero, leale. Ecco l'unica garanzia possibile contro la morte e le sue sorprese. Non Voi avete detto: Cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos? (Ioan., 8. 32).

Essere leali con sè stesso è difficile; è tuttavia possibile ed è necessario per essere leale con Dio, del quale sta scritto: Omnia nuda et aperta sunt oculis ejus (Hebr. 4, 13).

La morte s'avanza ogni giorno e ogni giorno può colpirmi. Ch'io sia dunque sincero, retto. coscienzioso ogni giorno più. Quando scende la sera sembra che il fulgido raggio del sole si ripieghi nell'astro dolcemente... O mio Dio, quando giungerà per me l'ultima sera concedetemi di abbandonarmi in Voi dolcemente, o Verità eterna!

RITIRO DEL MESE DI APRILE

IL SACERDOTE E LA CARITÀ

Scrive S. Paolo al Corinti: Nunc autem ma-nent fldes, sves, charitas, tria haec: mator autem horum est charitas (I, 13, 13).

Lo stesso Apostolo in una commovente preghiera che può essere applicata in modo particolare ai sacerdoti, implora da Dio per i cristiani di Efeso il passaggio dalla fede a un'ardente carità: Ut det vobis secundum divitias gloriae suae... Christum habitare per fidem in cordibus vestris: in charitate radicati et fun-dati, ... scire etiam supereminentem scientìae charitatem Christi, ut impleamini in omnem plenitudinem Dei (Eph., 3, 16-19).

E' facile stabilire il primato della carità ricordando che Gesù ce la presenta come oggetto del primo e massimo comandamento, che compendia tutta la legge e i profeti; poi riflettendo ch'essa innalza l'uomo a Dio. non perché ne tragga vantaggio, ma affinché riposi in Lui Senza dubbio la carità ci unisce a Dio infinitamente buono e infinitamente amabile, ma per spronarci ad amarlo per Se stesso se-condo la bella espressione di S. Bernardo: « Il

motivo d'amare Dio è Dio stesso, la misura di amarlo è d'amarlo senza misura» 16).

L'argomentazione di S. Tommaso in proposito è d'una chiarezza precisa: Semper id quod est per se, majus est eo quod est per aliud. Fides autem. et spes attingunt quidem Deum secundum quod ex ipso provenit nobis vel co-gnitio veri vel adeptio boni; sed charitas at-tingit ipsum Deum, ut in ipso sistat, non ut ex eo aliquid nobis proveniat; et ideo charitas est excellentior fide et spe, et per consequens omnibus aliis virtutibus 17).

E' facile inoltre comprendere che più di ogni altro il sacerdote deve essere eminente in carità. Anzitutto perchè il suo ministero ha per fine diretto e ultimo di crearla, di difenderla, di ripararla, di dilatarla nelle anime: Dii effecti deos efficientes. I santi si formano solo colla carità, vinculum perfectionis (Colos., 3, 14) ; ora, nemo dat quod non habet. Il" prete che non possiede « una misura colma, pigiata e sovrabbondante » di carità, non riuscirà mai a comunicarne alle anime una scintilla abbastanza ardente. E' vero che egli dispone dell'efficacia ex opere operato dei sacramenti che amministra; ma questa amministrazione as-sorbe la minor parte dell'attività del suo apostolato. E poi, perchè i sacramenti producano effettivamente la grazia nelle anime, è necessario che queste apportino nel riceverli disposizioni speciali, dipendenti in gran parte dall'efficacia dello zelo sacerdotale. Se non si può volere per un'altra anima, si può tuttavia aiutarla a volere, e soltanto la carità comunica tale efficacia all'apostolo.

Inoltre, il prete dev'essere eminente in carità perchè, più di ogni altro, è oggetto delle divine predilezioni le quali, secondo S. Giovanni, sono il grande argomento dell'amore. Non si rileggono mai abbastanza queste parole: Deus caritas est. In hoc apparuit caritas Dei in nobis, quoniam Filium suum unigeni-tum mìsit Deus in mundum, ut vivamus per eum. In hoc est caritas, non quasi nos dilexe-rimus Deum, sed quoniam ipse prior dilexit. nos (1 Ioan., 4, 9). Quindi 1 amore antecedente di Dio, quest'amore provato con il dono del suo Figlio, ci da il grande motivo della carità. E fino a qual punto questo motivo s'imponga al sacerdote, ne avremo un'idea mettendo in luce i rapporti di reale e adorabile amicizia che l'uniscono a Gesù. La libera elezione, l'intimità della vita, la comunanza dei beni sono le note della vera amicizia; vediamo come si realizzano fra il sacerdote e Gesù Cristo.

1. LIBERA ELEZIONE

Non è inutile rilevare subito che la carità è anzitutto un'amicizia particolare tra l'uomo e Dio.

Comunemente si da una definizione incompleta dell'amore, dicendo che consiste nella volontà di fare del bene a qualcuno. Questo è benevolenza, e un sentimento di bontà basta a spiegarlo, benché possa essere e generalmente sia un effetto dell'amore. Ma l'amore va più oltre e sospinge l'anima all'intera donazione di sé, all'immolazione per l'amato: Ut animam suam ponat quis prò amicis suis (Ioan. 15, 13). E quando tale sentimento profondo è reciproco si ha l'amicizia. Ascoltiamo S. Tommaso: Nec be?ievolentia sufficit ad ra-tionem amicitìae, sed reguiritur qtiaedam mutua amatio, quia arnicus est amico amicus. Talis autem mutua benevolentia fundatur super alìqua communicatione 18).

Ora, mediante la carità, andiamo a Dio che ci vuoi comunicare la sua beatitudine, La sua vita intima, e andiamo a Lui colloblazione di noi stessi ex toto corde, ex tota mente, ex totis viribus. V'è dunque un mutuo scambio che costituisce l'amicizia reale.

Però bisogna rilevare una nota speciale, che, per la sua intensità più o meno vibrata, caratterizza, accentuandolo, il sentimento di cui trattiamo: questa nota è la libertà.

Vi sono affetti imposti quale sacro dovere e non saranno mai qualificati di amicizia, benché suppongano il dono reciproco; per esempio, l'affetto filiale. Non si scelgono i propri genitori. Quindi, per quanto vivo possa essere l'impulso del cuore che ad essi ci porta, non ha a che fare con-l'impulso che ci guida all'amico di nostra elezione. In un senso veris-simo e splendido, tutte le anime create da Dio nella sua indipendenza inalienabile, sono scelte da Lui: Elegit nos in ipso ante mundi con-stitutionem (Ephes., 1, 4). A loro volta esse son libere di andare a Lui o di dannarsi. Ma l'elezione divina del sacerdote è un elezione tutta particolare, che supera ogni altra in delicatezza, in elevatezza, perché 1 beni che l'amicizia di Dio vuole comunicare al suo ministro sorpassano infinitamente i beni ch'Egli destina al semplici cristiani, fossero anche santi; Io vedremo più innanzi.

Aspirare al sacerdozio vuoi dire aspirare ad una dignità regale, a funzioni sante: Vos autem genus electum, regale sacerdotium gens sancta, populus acquisitionis, ut virtutes an-nuntietis ejus qui de tenebris vos vocavit in admirabile lumen suum (1 Petr. 2, 9). Ora, non si ascende ad un trono che per eredità o per elezione; diversamente, sarebbe usurparlo. L'Apostolo non eccettua da questa condizione neppure Gesù Cristo nella sua elevazione al supremo Sacerdozio: Nec quisquam sumit sibi honorem, sed qui vocatur a Deo, tanquam Aaron. Sic et Christus non seme-tipsum clariflcavit ut ponti/ex fieret; sed qui locutus est ad eum: Filius meus es tu, ego hodie genut te. Quemadmodum et in alio loco dicit: Tu es sacerdos in aeternum (Hebr. 5, 4 seq.).

Con quanta soavità penseremo dunque a queste parole che Gesù rivolge a ciascuno di noi: Non vos me elegistis, sed ego elegi vos, et posui vos ut eatis et fructum afferatis (Ioan. 15, 16). Quel nostro fratello, quel nostro amico d'infanzia non hanno ricevuto tanto privilegio. A noi, non ad essi, si applica ancora il testo: Praevenisti eum in benedictio-nibus dulcedinis, posuisti in capite ejus coro-nam de lapide pretioso (Ps. 20, 3). Eravamo nel Cuore dell'Unico Sacerdote, quando con una scelta ufficiale, creava il collegio aposto-lico: Elegit duodecim quos et apostolos nomili

navit (Luc. 6, 13). Non lo fece freddamente, ma in queste elezioni pose quanto in Lui vi poteva essere di meglio, tutte le sue tenerezze anticipate.

Questa grazia preesistente della nostra vocazione ci fu rivelata progressivamente nelle diverse tappe della nostra vita: prima Comunione forse, entrata nel Seminarlo Minore, poi nel Seminario Maggiore, ascensione ai vari gradi che precedono il sacerdozio; ed ogni manifestazione era accompagnata da una luce più viva alla nostra intelligenza, da un più caldo influsso sul nostro cuore, da più valido aiuto alla nostra volontà: Elegit eum et prae-ligit eum. Siamo stati scelti, separati dalla massa dei fedeli: Vos elegit Dominus ut stette coram eo (2 Par. 9, 11).

2. - INTIMITÀ'

L'amicizia produce l'intimità e ne vive. Induce naturalmente a confidenze reciproche; crea la fusione del pensieri, l'unione dei sentimenti. Non è stata definita: Idem velie, ideiti nolle? Di due cuori ne fa uno solo. Ricordiamo in quale modo espressivo 11 libro dei Re parla dell'amicizia che univa il figlio di Saul a colui che era invidiato dal padre suo: Anima Jonathae conglutinata est animae David (1 Reg. 18, 7). L'amico mio è un altro me stesso; nulla di più profondo, di più unico, di più vero dell'intimità che ci unisce. Egli legge in me, io leggo in lui come in libro aperto; le sue preoccupazioni son mie, quelle che agitano il mio spirito assillano il suo: Omnia meo. tua sunt et tua mea sunt. Perciò l'espressione sacerdos alter Christus è giusta e bella. Fra Lui e noi Intimità perfetta!

Certo, a tutti Gesù comunica 1 suoi pensieri, ma a nessuno come a noi: Ecce nunc palarti loqueris et proverbium nullum dicis (Ioan. 16,. 23). Non abbiamo che a confrontare il sermone del monte rivolto alla folla, con il discorso dell'ultima Cena destinato ai novelli sacerdoti, che rappresentavano i sacerdoti di tutti i secoli. Nel sermone sono le grandi linee della vita cristiana; nell ultimo discorso le delicate sfumature della perfezione.

I suoi pensieri li conosciamo da fonti ben più ampie che il semplice insegnamento del catechismo, il quale fornisce agli altri l'istruzione religiosa. La nostra educazione del Seminario, i nostri studi di teologia e di S. Scrittura, ci hanno introdotti in una atmosfera intellettuale trascendente l'umano, e nella sua splendida serenità contempliamo, ascoltiamo il Verbo: Vos autem dixi amicos, quia omnia quaecumque audivi a Patre meo, nota feci vobis (Ioan. 15, 15).

I suoi pensieri, tutti assorti nella preoccupazione della gloria del Padre e della salvezza delle anime, sono il principio informativo della nostra vita, il centro della nostra attività. Di che si deve occupare il prete se non della gloria di Dio e della salvezza delle anime?

La nostra intimità con Lui crea la familia-r.tà. Lo insinuava già il Profeta in modo posi-tivo: Homo unanimis... qui dulces mecum ca-9èebas cibos, in domo Dei ambulavimus eum consensumsu (Ps. 54, 14). E S. Paolo lo afferma esplicitamente: Non estis hospites et advenae... sed domestici Dei! (Ephes. 2, 19). E il buon Maestro vuole sia così per tutta l'eternità: Ecce ego vobiscum sum usque ad con-summationem saeculi (Mat. 28, 20). — Volo ut ubi sum ego, et illi sint mecum! (Ioan. 17, 24).

3. . COMUNANZA DI BENI.

L'amicizia esige che tutto sia messo in comune, poichè la sua grande forza sta nel formare l'unità. I voti riferiti in proposito dal diciassettesimo capitolo di S. Giovanni, sono ineffabilmente belli. Sembra infatti che Nostro Signore dica tutto quando supplica il Padre di darci il suo tesoro infinito, l'amore con cui lo ama: Dilectio qua dilexisti me in ipsis sit et ego in ipsis (Ioan. 17, 26). Due frasi illuminano questo punto di luce profonda; sembrano i due termini di un equazione: Sicut dilexit me Pater et ego dilexi vos (Ioan. 15, 9). — Sicut misit me Pater, et ego mitto vos (id. 20, 21).

Perché il Padre ama il Figlio, gli ha dato tutto: Omnla dedit ei Pater in manus (id. 13, 3). Perché Gesù ci ama, ci ha dato tutto: il suo potere illuminatore, vos estis lux mundi (Mat. 5, 14); il suo potere purificatore, quorum remiseritis peccata, remittuntur eis (Ioan. 20, 23); il suo potere sacrificatore, hoc tacite in meam commemorationem (Lue. 20, 19); 11 suo proprio gaudio, ut gaudium meum in vobis sit (Ioan. 15, 11); e tutto questo per sempre. tu es sacerdos in aeternum (Hebr. 7, 21); in quell'eternità in cui avremo un posto distinto: Ego dispono vobis sicut disposuit mihi Pater meus regnum, ut edatis et bibatis super men~ sam. meam in regno meo, et sedeatis super thronos! (Lue. 27, 29).

E tale comunanza di beni con il divino Maestro ha ancora un altro oggetto: Si mundus vos odit, scitote quia me vriorem vobis odio habuit (Ioan. 15, 18). Abbiamo sofferenze, subiamo persecuzioni a motivo del nostro sacerdozio; ma persecuzioni e sofferenze non sono nostre, sono sue. A Lui mira l'insulto che ci offende. Lui vuoi colpire la persecuzione che ci travolge. Quale gioia per noi partecipare all'opera sua redentrice, espiatrice! Dobbiamo nutrire una immensa fiducia nel sentirci identificati a Lui! E' per noi la grave parola: Nolite tangere Christos meos (1 Par. 16, 22); qui tetigerit vos, tangit pupillam oculi mei (Zach. 2, 8).

Conveniamone: nessuno è amato come il prete; nessuno quindi come Lui ha il dovere di progredire nella carità. Non era questa la delicata preoccupazione del Salvatore quando diceva ai suoi, quindi a noi, con tenerezza commovente: Manete in dilectione mea? Ioan. 15, 9). Egli è davvero amico e ci vuole veramente suoi amici; siamolo dunque e guardiamoci bene dal meritare quel suo rimprovero: Habeo adversum te quod charitatem team primam reliquisti! (Apoc. 2. 4).

Concludiamo con un pensiero di S. Girolamo 19 ) : « I chierici che servono la Chiesa di Cristo procurino anzitutto di comprendere bene il significato del loro nome, e trovatane la definizione, si sforzino di viverla. Perchè se la parola greca cleros si traduce porzione, i chierici sono evidentemente chiamati così, sia perchè sono essi stessi la porzione del Signore, sia perchè il Signore è loro retaggio. Il chierico dunque che è l'eredità del Signore o che ha il Signore per sua eredità, deve vivere in modo da possedere Dio e da essere da Dio posseduto. Chi possiede il Signore e può dire con il Profeta: Pars mea Dominus non può aver nulla di più caro che Dio. perché, se nei suoi affetti concede il primo posto a qualche cosa che non è Dio, il Signore non potrà essere davvero porzione della sua eredità ».

Lo sentiamo che non possiamo avere un programma di vita diverso da quello tracciato dall'Apostolo in una delle sue pagine più belle: Exhibeamus nosmetipsos sicut Dei mini-stros... in cariiate non flcta! (2 Cor. 6, 4). Amiamo dunque, amiamo sempre più, sempre meglio, ma amiamo davvero: Non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate (Ioan. 3, 18). E chi non sa che amare cosi vuol dire sublimarsi nella totale immolazione, come già il divino Maestro, fino al consum-matum est?

ESAME SULL'AMOR DI DIO

Vi adoro, buon Maestro, mentre rinnovate il precetto che compendia la Legge e i Profeti: Dilìges! La vostra vita umana ne fu la pratica perfetta, poiché del vostro amore per il Padre avete dato la prova che non ammette confronto: la morte.

Devo sopratutto votarmi alla pratica di questo grave precetto. L'Atto di carità me ne indica il programma; lo voglio considerare alla luce del vostro Spirito d'amore.

I. - Mio Dio, vi amo con tutto il cuore. — Ecco l'assolutismo dell'amore di Dio che impegna tutto l'essere umano.

Amo Dio con volontà convinta e sincera? Ho mai confuso le emozioni della sensibilità, le impressioni del fervore con l'amore di Dio? Sono persuaso che l'amore, dono di sé, richiede sacrificio? Misuro la mia fedeltà a Dio dal grado della rinunzia a me stesso? Ho immolato la mente con la vita di fede, il cuore con il distacco da ogni cosa, la volontà con generosa obbedienza, il corpo con la mortificazione? Mi guardo dalle illusioni che tollerano riserve nell'amore, per sacrificare invece all'orgoglio o al senso?

II. - Sopra ogni cosa. — Ecco l'esclusività dell'amore di Dio che vuol essere amato solo; è geloso della sua gloria.

Ho forse lasciato nel mio cuore libero adito ad ogni sorta d'affetti sensibili, naturali e perfino sensuali? Mi turba mai la preoccupazione immoderata per coloro che il dovere m'impone d'amare, come i parenti e i benefattori? Per causa loro, ho forse compiuto qualche volta meno bene i miei doveri individuali o pastorali? Coltivo amicizie, e sopra tutto amicizie femminili che mi espongono al pericolo di peccare e destano ammirazione e scandalo? In proposito, sotto pretesto d'indipendenza ho mai sfidato stoltamente l'opinione pubblica? Oso imporre sistematicamente silenzio alla coscienza quando mi rimorde su questo punto delicato? Le mie relazioni hanno tutte un motivo divino?

Sono generoso con Dio nella prova come nella gioia, nell'umiliazione come nel trionfo? Sono regolare e fedele nelle ore di aridità spirituale, non sottraendo nulla alle mie pratiche di pietà? Non mi sono stancato mai nelle tentazioni, scoraggiato nelle avversità, rinunciando a continuare il lavoro intrapreso? In una parola, cerco di vedere Dio in tutto?

III. - Perchè siete infinitamente buono. — I motivi che l'ispirano specificano l'amore di Dio. L'amore iniziale è l'amore di speranza.

Ho amato Dio con fiducia? Ho compreso che non si può vivere senza speranza, che, pretendere d'andare a Dio senza nulla aspettare da Lui, è stolto orgoglio? Ho invece sollevato la mia volontà sopra se stessa nel pensiero dei beni eterni? Nonostante le mie colpe non ho mai dubitato della misericordia divina? Non ostante le prove, per quanto aspre, ho sempre creduto fermamente alla bontà di Dio per me? Nell'ora del pericolo ricorro istintivamente alla paternità di Dio.

IV. - Infinitamente amabile. — All'amore di speranza segue l'amore di compiacenza, che aderisce a Dio a motivo delle sue perfezioni.

Mi applico alla contemplazione delle perfezioni di Dio con la meditazione, con la lettura degli scritti dei Santi; nelle creature vedo il riflesso della bellezza, della bontà del Creatore? Mi guardo dalle volgarità e banalità che restringono l'orizzonte, per mantenermi in un'atmosfera ideale, pura, santa, compiacendomi di tutto quanto mi parla di Dio e mi accosta a Lui? Ho fatto sempre i sacrifici necessari per non omettere le mie pratiche di pietà, che mi fanno vivere nel soprannaturale?

V. - Amo il mio prossimo come me stesso per amor vostro. — Dopo l'amore di compiacenza, l'amore di benevolenza che vuole il bene dei-ramato; il bene di Dio è la sua gloria nella salvezza delle anime.

Sono cosciente dell'obbligo di carità che m'incombe riguardo al prossimo? Evito solerte quanto potrebbe offendere chicchessia, ciò che sarebbe grave, specialmente per un prete? I peccati che si commettono con la lingua sono molti e pericolosi; facilmente intaccano la giustizia e possono compromettere il nostro ministero privandolo della fiducia dei fedeli, irritando le persone offese dal nostro parlare inconsiderato e malevolo. Vigilo sui miei giudizi da cui procedono le parole, studiandomi di pensar bene di tutti?

Ho vero zelo per la felicità eterna delle anime che mi sono affidate, dedicando tutte le mie energie all'apostolato, alla mortificazione, alla preghiera, non rassegnandomi mai ad una quiete stazionarla, che in nessun modo può essere scusato?

— Signore, faccio mia la supplica di S. Margherita-Maria e vi prego con tutto l'animo: « O Cuore ardente e vivente d'amore, o santuario della divinità, tempio della Maestà sovrana, altare della divina carità! Cuore acceso d'amore per Dio e per me, io vi adoro, vi amo, mi struggo d'amore e venerazione alla vostra presenza! Mi unisco alle vostre sante disposizioni; voglio ardere delle vostre fiamme e vivere della vostra vita! » 20).

Preparazione alla morte

Il « DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Severità riservata al sacerdote.

Quid sum miser tunc dicturus Quem patronum rogaturus Cum vix justus sit securus!

Ogni giorno, o mio Dio, m'avanzo verso l'eternità; ogni sera mi fa pensare alla morte. Oh! le ombre di quell'ultima sera calano ogni giorno più e porranno fine ad ogni cosa per me, e saranno preludio, lo spero, di quell'aurora che non conosce tramonto... potrebbero tuttavia essere precorritrici di una notte senza aurora... Sarebbe da insensato perdere di vista questo avvenimento; prudenza e ragione m'invitano a ricordarlo spesso, se non riesco a pensarlo sempre.

Ma fra il preludio e la realtà definitiva dovrò fare la grande comparsa al vostro tribunale... E quanto là mi attende sarà spaventoso! Perchè non affrontare fin d'ora e con la ragione e con la fede quanto sarà oggetto di terrore in quel momento? Non si tratta nè di commuovere, nè di calmare la sensibilità, ma di vedere, di conoscere con chiarezza. Ora. ho letto e riletto queste parole terrificanti della Sapienza: Horrende et cito apparebit vobis, Quoniam judidum durissimum his qui prae-sunt fiet. Exiguo eonceditur misericordia; potentes autem potenter tormenta patientur. Non enim subtrahet personam cujusquam Deus, nec verebitur magnitudinem cujusquam, quoniam pusillum et magnum ipse fecit, et ae-qualiter cura est UH de omnibus. Fortiorìbus autem fortior instat cruciatio (Sap. 6, 6 seg.).

Non v'è dubbio: a me è riservato il più tremendo giudizio. Io, sacerdote, ho ricevuto l'ordine di praeesse. Io, sacerdote, ho ricevuto un potere che sovrasta ogni umano potere: Sicut misit me Pater, et ego mitto vos... (Ioan. 20, 21). Data est mihi omnis potestas in caelo et in terra, euntes ergo (Mat. 28, 18). Io, sacerdote per divina elezione, sono stato fatto grande tra i miei fratelli: Tu autem homo Dei. Sacerdos alter Christus. Io, sacerdote, sono stato fatto più forte perché, come sacerdote, godo del beneficio della promessa: Ecce ego vobiscum sum (Mat. 28, 20). A me dunque s'applicano le parole: qui praesunt potentes magnum fortioribus!

Gesù, Voi stesso mi spiegate il motivo di tanto severo giudizio: Cui multum est datum, multum quaeretur ab eo et cui commendave-runt multum, plus petent ab eo (Luc. 12. 48). Sono stato favorito di troppi privilegi e come si potrebbe non chiedermi molto? Il Signore esigerà conto rigoroso dei talenti affidati alla mia gestione. Ah. come mi sentirò piccino di fronte alla sua potenza, meschino dinanzi alle sue proteste, vile di fronte a tante sue liberalità, ottenebrato allo sfolgorio della sua vivida luce, freddo accanto alla sua carità infinita!... Come mi riconoscerò allora colpevole, troppo miserabile!

Quid sum miser, tunc dicturus?

Allora cercherò un difensore, ma dove trovarlo?

Quem patronem rogaturus?

Non chiamerò il demonio, compllce dei miei peccati, per accusarlo; sogghignerebbe maligno... Avevo a mia disposizione tutti i mezzi per vincerlo in me e negli altri.

Non invocherò il mio buon Angelo Custode, nè i miei santi Patroni; mi rimproverebbero di non essermi valso del loro aiuto, d'aver resa inutile la loro azione con la mia indolenza.

Non invocherò la Vergine Santissima; oh! Maria compiangerebbe la sorte di un misero che non seppe far tesoro della protezione di tanta Madre.

O Gesù, non invocherò Voi! Mi siete avvocato presso il Padre per ottenermi il perdono di tante colpe; ma lo siete finchè sono in vita; dopo lascerete tale ufficio per assumere quello di giudice: Omne judicium dedit Filio! (Ioan. 10, 25).

Potrò forse far appello alle mie opere e dirvi: Testimonium perhibent de me? (Ioan. 10. 25). Oh, quanto naturalismo vi si è infiltrato e quante ne ho tralasciate che pur erano obbligatorie! — Potrò ricorrere alle anime da me rigenerate alla grazia? Esse mi rimprovereranno di averle trascurate, di averle defraudate di quanto erano in diritto di aspettarsi da me! Poi... quelle cui avrò dato scandalo!! esse deporranno contro di me!... — Potrò almeno ricorrere alle Messe celebrate in si gran numero, ai Sacramenti amministrati? Ahi! E le une e gli altri aumenteranno forse il mio debito, renderanno ancor più pesante il mio fardello!

Mio Dio, che sarà di me? All'avvicinarsi della morte tremavano i Santi, fremette il Sommo Sacerdote, l'unico Sacerdote, il Santo del Santi...!

Cum vix justus sit securus!

— Non voglio sfuggire questo problema, per quanto angoscioso e terribile. Mi è inesorabilmente proposto, bisogna pur risolverlo! Perché non arrendermi al timore che m'ispira? lni-tium sapientiae timor Domini (Ps. 110, 9). Temere è sapienza.

Voglio essere lealmente fedele, generoso cosi, da sommergere ogni terrore in una filiale confidenza, consentita dai miei sacrifici, dalla mia umiltà. Mio Dio, concedetemene la grazia!

RITIRO DEL MESE DI MAGGIO

IL SACERDOTE E LA PRUDENZA

Ben a ragione si applicano al sacerdote le parole di S. Paolo: Ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur (Hebr. 5, 1). La prima parola può suggerire riflessioni un po speciali, ma utilissime. Ex hominibus: per fare un prete è necessario un uomo, e siccome il prete è un essere superiore, occorre che in lui l'uomo sia perfetto il più possibile.

Ma la perfezione puramente umana esige un insieme equilibrato ed equilibrante di virtù, delle quali forse non si tiene conto abbastanza: sono le virtù naturali.

Tornerà più facile e attraente il coltivarle, innalzandole all'ordine sopranaturale nel loro principio, nel loro motivo, nel loro fine. Se, invece della ragione, si considera quale principio Dio; se invece d'agire per motivo d'interesse, sia pure delicato e nobile, si segue l'impulso della fede; se, invece di proporsi la soddisfazione di un istinto anche nobile, si mira alla gloria di Dio e alla propria salvezza le azioni si trasfigurano e si praticano le virtù morali cristiane, le quali tendono direttamente a regolare i costumi o la condotta secondo le massime del Vangelo.

Prima fra queste, è la grande virtù di religione, che noi abbiamo meditata in primo luogo perchè essa è come la linfa vitale di tutte le altre virtù. Vengono poi le quattro virtù cardinali, cardine cioè, sostegno della vita cristiana, e prima fra tutte la prudenza.

Il primo libro dei Maccabei fa un'osservazione suggestiva: In die illa ceciderunt sacer-dotes in bello, dum volunt fortiter lacere, dum sine consilio exeunt in praelium (1 Mac. 5, 67).

Chi saprebbe dire quante volte la mancanza di prudenza ha reso vano il buon volere, sterile lo sforzo generoso, compromesso situazioni ottime?

La prudenza invece supplisce a molte deficienze e vai certo meglio dell'abilità, perchè l'abilità non è sempre compagna della rettitudine, qualità rara e pur sola capace d'attirare le divine compiacenze e il favore degli uomini. Dio infatti benedice la verità: veritas liberabit vos; gli uomini diffidano dell'abilità e facilmente la prendono per astuzia.

Noi comprendiamo facilmente perché il Maestro ci raccomanda in modo speciale la prudenza: Estote ergo prudentes sicut serpen-tes (Mat. 10, 15). Ed è cosa, tanto più degna di rilievo, in quanto non sono molte le virtù che Egli ci ha raccomandate come a noi proprie in modo particolare ; il sacerdote che deve formare i suoi fratelli non è forse tenuto alla pratica di tutte le virtù?

I Proverbi dicono che la prudenza è la sapienza dell'uomo, meglio, la scienza dei santi: Sapientia autem est viro prudentia et sdentia sanctorum prudentia (Prov. 10, 23).

Meditiamo dunque sulla prudenza, considerando cos'è, che cosa esige, che cosa fa evitare.

I. - CHE COSE?

S. Agostino la definisce: Prudentia est co-gnitio rerum appetendarum et fugiendarum 21). L'uomo prudente è lungimirante, è previdente. Fondandosi sulla conoscenza del passato e del presente, trae conseguenze pratiche per l'avvenire.

Di solito, nei testi classici di morale si dice che la prudenza è un'abitudine dell'intelletto che in ogni circostanza dirige le azioni umane conformemente alla retta ragione. E' come il nostro consiglio intcriore basato sull'insieme delle conoscenze pratiche e speculative concernenti la direzione della condotta; comprende cosi la fede e la teologia.

Se la virtù, secondo S. Tommaso 22) è ciò che rende buono chi la pratica e buone le opere sue, concludiamo che la prudenza è una virtù, e virtù che esercita una certa direttiva sulle altre, determinandone le condizioni d'esercizio: Oportet sapere, sed sapere ad sobrieta-tem (Rom. 13, 3); bisogna essere savio, saviamente; l'ottimo può essere nemico del bene.

La prudenza è dunque una virtù e questo è Incoraggiante per noi, perché la virtù può sempre acquistarsi naturalmente, può sempre essere infusa sopranaturalmente. Quindi chi vuole può riuscire ad essere prudente.

Dal punto di vista naturale la prudenza s'acquista con l'esperienza, i cui dati vengono

coordinati dall'intelligenza; questo permette di determinare 1 mezzi più atti al conseguimento del debito fine. Suppone riflessione, attenzione, osservazione, ma in una misura di cui ciascuno può essere fornito.

Dal punto di vista sopranaturale il possesso della grazia santificante assicura il possesso della prudenza. « Le virtù sono connesse necessariamente, dice S. Tommaso, in modo che chi ne ha una, possiede pure tutte le altre. Ora, chi ha la grazia, ha la carità; e di conseguenza possiede tutte le virtù di cui la carità è principio e radice; quindi siccome la prudenza è una virtù, è necessario la possegga » 23). Dunque, chi è puro e prega è certo di ottenere questo abito prezioso. Ricordiamo la risposta data da Dio alla domanda di Salomone: Dedit quoque sapientiam Salomon, et prudentiam multam nimis (2 Reg. 4, 29).

Perciò quando si dice dì alcuno che manca di giudizio, non se ne dovrebbe dedurre, come si fa di solito, una disposizione psicologica difettosa irreparabilmente, una specie di difformità congenita. Tale conclusione, spesso giustificata da un insieme di fatti troppo numerosi, in ultima analisi è una condanna. Chi la merita non ha fatto nè lo sforzo naturale, nè lo sforzo sopranaturale consigliati dalla ragione pratica e dalla fede: Acquire prudentiam, quia pretiosior est argento (Prov. 16, 16). Non possiamo arricchire l'anima nostra di facoltà che il Creatore non le volle infondere; non si può essere intelligenti o artisti a piacimento. Ma si può sempre, quando si vuole, educare il proprio giudizio, divenire prudenti; basta perciò la riflessione, lo sforzo, la preghiera.

La preghiera in modo particolare otterrà la prudenza perfetta, perché si sa che vi sono varie sorta di prudenza.

S. Paolo parla della prudentia carnis (Rom. 8, 6). Uomo prudente è colui che dispone dei mezzi convenienti al fine che vuol conseguire. Chi si propone un fine malvagio e mette in opera quanto è necessario per raggiungerlo, merita, per analogia, il qualificativo di prudente, ma di prudenza malvagia. Non possiamo supporre, anche solo per ipotesi, che un prete faccia mai uso di tale prudenza. A me-no che momentaneamente, quod Deus avertati non sia accecato da una tentazione violenta o da una crisi morale, da cui l'umiltà e l'orazione assidua l'avrebbero certamente preservato.

Vi è inoltre una prudenza che, pur non essendo cattiva, non è però buona. Cè chi dice: il fine giustifica i mezzi; ma li caratterizza pure. Perseguire con buon esito un bene, che non è il fine generale della vita umana, ma un fine particolare, non è cosa cattiva; non è nemmeno cosa buona, perché per operare rettamente, occorre subordinare tutto al grande unico fine di ogni essere.

Si comprende ora meglio la prudenza perfetta, quella cioè che consiglia, giudica, ordina tutto a Dio, fine supremo di ogni attività: Universa propter semetipsum operatus est Dominus (Prov. 6, 4). Essa non si riscontra né nel peccatore, né nelle persone volgari, ma sempre ne1 prete sopranaturale, nel prete santo: Providebam Dominum in conspectu meo semper. (Ps. 15,-8); ambula coram me et esto pef' fectus (Gen. 17, 1).

Non è allora difficile intuire la relazione che esiste fra la prudenza vera di cui abbiamo bisogno, e il dono del consiglio infuso in noi dalla grazia del Battesimo, accresciuto dal Sacramento della Cresima e da quello dell'Ordine Sacro.

Il consiglio è un dono dello Spirito Santo, grazie al quale la creatura ragionevole è portata dalla bontà divina a discernere retta-mente ogni azione da compiere. Perciò S. Tom-maso ragiona cosi: Domum constiti est circa ea quae sunt agenda propter finem. Sed circa haec est etiam prudentia. Ergo sibi invicem correspondent 24). E' questa una nuova conferma che noi sacerdoti possediamo, in potenza, quest'importante virtù della prudenza, noi, altri Cristo, che sopratutto nei giorni benedetti del nostro diaconato e del nostro sacerdozio potevamo far nostra la parola d'Isaia: Requie-scet super eum Spiritus consilii et fortitudinis (Isai. 11. 2).

2. - CHE COSA ESIGE

Ogni virtù suppone un insieme di disposizioni molteplici, perchè vi è tanta complessità nell'anima nostra in cui le diverse potenze sono solidali.

L'analisi ci fa discernere otto elementi costitutivi della prudenza: la memoria, la ragione, l'intelletto, la docilità e la vivacità della mente, che l'aiutano a vedere; poi la previdenza, la circospezione e la precauzione, che l'aiutano a concludere.

Il prudente si basa anzitutto sull'esperienza della propria vita, ma perché tale esperienza gii sia utile, ha bisogno di ricordare, quindi la necessità della memoria. Questa gli ricorderebbe invano i fatti istruttivi, s'egli non ne comprendesse l'insegnamento che in sé racchiudono; perciò dovrà riflettere, intus legere; donde la necessità dell'intelletto. Il disattento, 11 dissipato non sarà mai prudente; e disgraziatamente vi sono uomini che restano fanciulli tutta la vita; puniti delle loro sciocchez-ze, le rinnovano senza fine. Son da compiangere e da temere; mancava loro qualche cosa per diventar preti.

Il prudente si fonda inoltre sui diversi insegnamenti che può ricevere, sulle scienze varie che può acquistare con lo studio: per apprendere occorre docilità, per studiare vivacità d' intelligenza.

La teologia morale, la dottrina dei maestri di spirito, gli scritti dei santi sono preziosa sorgente d'istruzione. Il prete non può trascurarla; ha il sacro dovere d'attingervi fino a penetrarsene tutta l'anima. E chi non lo potrà fare? Fit faber fabricando. Sarebbe da deplorarsi che colui di cui è scritto: labia sacerdotis custodient scienlium et legem requirent ex ore ejus (Malac. 2, 7), non cercasse nei sublimi principi dell'ascetica e della mistica le direttive della sua vita, e della vita delle anime che gli sono affidate.

Egli deve piegarsi a questo dovere per non essere di coloro che dicunt et non faciunt, portando nel suo spirito incurante il motivo della propria condanna.

L'opinione, che spesso è stolta, ingiusta, qualche volta è un censore che è bene ascoltare e cui bisogna sottomettersi; Curam habe de bono nomine (Eccli. 41, 15). Nemini dantes ullam offensionem ut non vituperetur ministe-rium nostrum (2 Cor. 6, 3).

Si critica quel prete a motivo di certe relazioni, di certe visite... dell'assiduità di certe persone alla porta della canonica o nella sagrestia. Egli sa e continua, perchè dice di non voler cedere di fronte alle dicerie: le lingue sono malefiche e mosse dall' invidia; non riconosce alle persone pie, ai suoi parrocchiani il diritto di vigilare le sue azioni, di dettargli norme di condotta. Ha la coscienza... è innocente...

Innocente?... No, perchè da motivo di sorpresa e di scandalo, perchè da adito a supposizioni tutt'altro che piacevoli... a maldicenze! Sfidare non è indizio di forza, ma di caparbietà e di fatuo orgoglio. Temere lo scandalo, anche dei pusilli, è indizio di umiltà, di delicatezza, attira le compiacenze del cielo, è sentimento degno di un vero prete.

Il prudente, infine, ricco dei dati della scienza e dell'esperienza, se ne vale per formare i suoi giudizi e acquistare le cognizioni pratiche, che il perpetuo succedersi degli avvenimenti lo mette nella necessità di rinnovare continuamente; ed ecco il compito della ragione. Questa è la regina; dirige con sicurezza, regolarità e precisione e possiede allo scopo la documentazione necessaria; avrà degli ausiliari indispensabili nella previdenza per condurre ogni cosa a buon termine; nella circospezione che le farà vagliare, esaminare le questioni sotto ogni aspetto; nella precauzione che le farà evitare o rimuovere gli ostacoli saggiamente.

A questi elementi costitutivi della prudenza, si aggiungano le virtù ausiliari, che si riferiscono ad atti secondari e non hanno perciò tutta la forza della virtù principale; le sono tuttavia di tale aiuto che essa non potrebbe farne senza. Si tratta, secondo S. Tommaso, della sagacia che si riferisce al consiglio; del discernimento che consiste nel giudicare quanto è sottoposto a regole generali; e del giudizio che sentenzia nei casi, in cui è necessario qualche volta fare eccezione alla norma comune.

Quest'analisi psicologica potrebbe sembrare inutile. No, essa deve aiutare le nostre meditazioni, favorire le nostre ricerche aiutandoci a scoprire i lati deboli dell'anima nostra.

Può sembrare complicata la sintesi però è semplicissima e una parola la riassume: riflettere. E' la parola stessa dello Spirito Santo: attendite ut sciatis prudentiam (Prov. 4, 1).

3. - CHE COSA FA EVITARE

Ogni virtù teme il contrario; perciò la prudenza si guarda dall'imprudenza, poi da un difetto che ne deriva, pur avendo caratteristiche proprie: la negligenza.

a) L'imprudenza agisce in modo opposto ai suggerimenti della sana ragione e della fede. In sè è dunque un peccato più o meno grava secondo l' importanza dei suggerimenti

trascurati. L'imprudente che non reagisce contro le sue inclinazioni istintive e si espone così fatalmente all'offesa di Dio, non può credersi in buono stato di coscienza: Thesaurus deside-rabilis, et oleum in habitaculo insti, et impru-dens homo dissipabit illud (Prov., 21, 20).

Tre difetti sono causa dell'imprudenza: la precipitazione, l'inconsiderazione, l'incostanza. La precipitazione non prende tempo per consultare gli elementi della prudenza. Spinge ad operare secondo l'impeto della volontà o della passione. L'inconsiderazione può fare tale consulta, ma, sia che v' insista in modo insuf-ficente, sia per disdegno o negligenza, passa sopra quanto le viene suggerito. Da ciò deriva appunto il difetto di rettitudine nel giudizio. L'incostanza, per passione o per debolezza, rinuncia a quanto aveva già voluto come bene, come buono, contraddicendo alla ragione.

E' facile comprendere la necessità di combattere attentamente e generosamente simili dannose tendenze, che S. Tommaso con l'abituale sua penetrazione attribuisce alla lussuria. Fondandosi su Arlstotele dimostra che la dilettazione, quella sopratutto consistente nei piaceri carnali, perverte il giudizio della prudenza, perché assorbe l'anima interamente, immergendola nei godimenti del senso 25).

b) La negligenza consiste nel trascurare la premura necessaria.

Non fare quanto si deve è male. Il negligente, nec eligens, per rilassatezza di volontà o per disprezzo del dovere, non si cura di nulla, non sceglie quanto conviene.

E' facile comprendere come egli non può essere prudente e può rendersi invece molto colpevole se con la sua condotta compromette il compimento di un dovere importante.

— Ognuno di questi punti dev'essere argomento di seria riflessione. Incominciando questa meditazione abbiamo notato che la perfezione umana richiede equilibrio. E' la prudenza, che ha appunto il compito di armonizzare la nostra vita morale. A causa del peccato originale pochi individui, se pur si trovano, sono perfettamente equilibrati. In tutti si riscontrano disposizioni che facilmente portano all'esagerazione. Cantare a tono e a tempo esige esercizio e perseverante attenzione. Adoperiamoci dunque a tenere il nostro animo bene allenato, perchè è assolutamente necessario modulare la nostra vita morale sul tono e sul ritmo divino. Docili ad attuare tutto 11 significato dell'invito dello Spirito Santo: inclina cor tuum ad cognoscendam pruden-tiam (Prov. 2, 2), nutriamo la dolce fiducia che Dio ci benedirà e il nostro buon Angelo secondando i nostri sforzi potrà dire di noi: Beatus homo qui affluii prudentia (Prov. 3,13).

Esame sul dominio di sè

Vi adoro, Gesù, nell'atto di raccomandarmi il dominio di me stesso: In patientia vestra oossidebitis animas vestras (Luc. 21, 19). Secondo S. Giacomo è questo un principio di perfezione: Patientia autem opus perfectutn hebet (Iacob., 1, 4). L'uomo padrone di se stesso, possiede un'incontestabile superiorità su chi vive in balia dell'emozione e dell'impressione. Egli usa liberamente delle sue facoltà, delle sue potenze e con tutto il profitto possibile. Sa che il temperamento ha molta influenza in questo, ma sa pure che lo sforzo della volontà supplisce a tutto. E lo deve supplire nel prete, uomo votato alla perfezione e che ha bisogno di mantenersi superiore a tutti: Oportet sacerdotem praeesse; superiore in virtù, in fortezza, in potere influente. Importa dunque assai ch'io sappia dominare me stesso e che rifletta sui mezzi per ottenere tale domìnio.

1. - SO DOMINARE ME STESSO?

Chi è padrone di sè non ignora ciò che deve volere e come deve volerlo; vuole ciò che deve, come lo deve. Sono abituato a riflettere prima di parlare o di agire? O, invece, impulsivo, facile all' emozione, o sensibile, impressionabile, seguo il primo impeto senza calcolare l'importanza di quanto faccio o dico? Quante volte forse ho avuto motivo di pentirmi di una parola troppo viva, di un modo di procedere compromettente, di un atto disastroso nelle sue conseguenze. Vi sono pagine che non si riuscirà mai a strappare dal libro, in cui non si vorrebbero scritte per tutto l'oro del mondo. Bisognava non scriverle! Si mancò di gravità, di ponderazione, di serietà, e le conseguenze furono irreparabili.

Sarei forse soggetto a frequenti alterazioni d'umore, allegro al mattino, triste la sera, senza quasi saperne il motivo? Faccio subire a quanti m'avvicinano le bizzarrie del mio carattere indisciplinato?

Sono variabile nei giudizi e negli apprezzamenti, dicendo successivamente bene e male dello stesso fatto, con una rapidità che non lascia tempo di formulare un apprezzamento sicuro?

Forse devo rimproverarmi d'incostanza nel mio modo di fare, di volubilità dì animo, perchè seguo senza riflettere i capricci della fantasia, cui non so porre alcun freno?

Sono irascibile, adirandomi per inezie, gridando, tempestando per la minima contrarietà?

Nelle discussioni alzo troppo la voce, perché non la so contenere in quel tono moderato che è sempre segno di fortezza, se pure non è contrassegno della verità di un'opinione?

Non ho mai sentito dire di me che manco di tatto, d opportunità, di moderazione?

Ah, mio Dio, è davvero gran debolezza, grave disgrazia non saper dominare se stessi!

2. COME DOMINARMI

Buon Maestro, avete detto che il mezzo per dominarmi è la pazienza. Se il vostro Apostolo insegna che la pazienza corona l'opera della perfezione, vuoi dire che tale virtù ne suppone molte altre le quali, in maggioranza, derivano dalla mortificazione.

So mortificare il mio amor proprio senza badare alle suscettibilità, alle gelosie e ambizioni? Mortifico il mio cuore diffidando sempre delle simpatie o antipatie istintive, che orpellando perfidamente le pretese di vile e pericolosa passione? Come mortifico la volontà nei suoi primi moti, nei suoi desideri troppo ardenti, nelle sue impazienze? So mortificare la fantasia, allontanando i ricordi troppo impressionanti, restringendo energicamente il campo dell'immaginazione, sforzandomi di pensare più al presente che all'avvenire? Mortifico la mia attività con fare ogni cosa a tempo debito, e la smania di finire prima ancora d'aver cominciato?

Trascurare uno di questi punti equivarrebbe a rendere impossibile il dominio su me stesso, e vano tutto il mio ministero pastorale. Potrà governare altri e guidarli chi non sa dominare se stesso? Si vedono preti di valore, riuscire sgraditi, insopportabili ai loro parrocchiani, i quali segretamente — o palesemente — sospirano la loro partenza. Perchè? Vittime del loro carattere di cui non hanno saputo valersi per la virtù, si sono alienati la maggioranza dei fedeli, mentre con un po' di discrezione e di tatto sarebbero riusciti a farsi docilmente seguire da una bella, generosa e affettuosa famiglia spirituale.

E per riassumere tutto in breve, sono convinto che l'umiltà è la disposizione più intelligente, la migliore abilità per il vero apostolo? Comprendo il profondo significato del novissimi vrimi del Vangelo? Lo stolto non è mai umile. 1 ignorante non è mai silenzioso, il debole non è mai moderato; soltanto chi è umile, chi è silenzioso, chi è moderato sa possedere se stesso, è saggio davvero.

— Signore, vi supplico di concedermi la grazia preziosa di comprendere bene la lezione del vostro Cuore: Discite a me quia mitis sum et humttis corde, et invenietis reauiem anima-bus vestris (Mat. 11, 29). Seguendo questa luci troverò il segreto della vittoria su me stesso. Me beato se, innalzandomi sulle rovine del mio egoismo e delle sue tendenze immortificate. potrò dire con S. Paolo: Cum infirmor, tunc potens sum (2 Cor, 12, 10).

Preparazione alla morte,

IL «DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Scienza del giudice inesorabile.

Rex trementine majestatis Qui salvandos salvas gratis Salva me, fons pietatis.

Signore Gesù, Voi vi siete affermato Giudice sovrano: Omne judicium dedit Filio (Ioan. 5. 22). Il vostro insegnamento evangelico può darmi un'idea del come compirete questo vostro ufficio. Devo preoccuparmene, perché ogni giorno m'avvicina a quello in cui morrò, in cui sarò giudicato da Voi.

Ricordo la parabola del padrone che chiede conto dei talenti consegnati e ho presenti queste frasi: Iota unum aut unus apex non prae-teribit a lege donec omnia flant (Mat. 5, 18). Al Padrone spetta la sentenza finale: Non exies inde donec reddas novissimum. quadran-tem... (Id. 5, 26); tutto sarà investigato con somma precisione, con estremo rigore.

Forse ho dissipato i vostri doni valendomi della mia influenza, della mia posizione a profitto dell'amor proprio! il prete che fonda il suo zelo su motivi naturali, il prete che attira a sè le creature invece di elevarle a Dio, che, in una parola, è più uomo che prete, somiglia all'economo infedele; in un senso rovinoso si è fatto amicos de mammona iniquitatis (Luc. 16. 9). Voi dissiperete ogni illusione dicendogli con indiscutibile autorità: Nomen habes quod vivas et rnortuus es! (Apoc, 3, 1).

Terribile il destarsi di una coscienza addormentata o spenta da una mala fede, che il soffio dell'eterna verità farà improvvisamente cadere.

Forse ho sotterrato i miei talenti, il mio talento per mancanza di fede o di coraggio! Il prete che constatando l'esito meschino dei suoi sforzi, non reagisce contro 1 impressione di stanchezza, e s'arresta sfiduciato; che scusa la propria ignavia col pretesto che non v'è nulla da fare, ripete a Voi, o Signore: Homo austerus es! E Voi dissiperete la sua menzogna, mostrandogli le anime perdute causa la sua mancanza di zelo e facendogli capire che colla gretta sua preoccupazione di non Incomodarsi, ha defraudato la vostra gloria. Criticava i confratelli tacciandoli di imprudenti, di esaltati, allegando i loro insuccessi per nulla tentare. Ed eccolo al termine della sua comoda esistenza... quieta non movere!

Ah, quale scossa nel comparire dinanzi a Voi che avete detto: Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur! (Luc. 12, 49).

Forse ho posto in non cale certe prescrizioni disciplinari, certe leggi liturgiche e rituali! — Il prete che, sotto pretesto di semplicità, manca di decoro; che, sotto pretesto di larghezza di vedute, non tiene conto delle disposizioni canoniche, arriva insensibilmente sull'orlo dell'abisso, e si espone a contrarre l'abitudine di modi che lo rendono colpevole di mancanza di rispetto per le anime, cui è di scandalo, perchè nulla ha di ecclesiastico nel suo contegno, e insieme contrae l'abitudine di irriverenza verso di Voi, o Maestro divino, trattandovi, nelle sue funzioni sante, con una disinvoltura che rasenta il disprezzo.

Che cosa penserà nello scorgere il Deus ma-gnus, et potens, et terribilis? (Deut. 10, 17). — Tu terribilis es, et quis resistei Ubi? (Ps. 75, 7).

E forse ancora ho accumulato gli arretrati di coscienza andando di compromesso in compromesso, sotto 11 manto di una casistica rovinosa. Il prete sordo agli avvertimenti intimi del senso morale, che possiede delicatissimo, e ch'egli perverte sotto pretesto di non voler essere scrupoloso; sordo alle lezioni degli avvenimenti, di cui si ride, sotto pretesto di non voler essere schiavo dell opinione, che egli sfida da stolto orgoglioso, profana il vostro Spirito, o Signore: Si vocem Domini audieritis, nolite obdurare corda vestra! (Ps. 94, 8). — Vox povuli de civitate, vox Domini reddentis retributionem! (Isai., 66, 6).

Dove fuggire dinanzi alla luce improvvisa che illuminerà gli arcani dell'anima sua sleale? Scrutabor Jerusalem in lucernis, et visi*a-bo!... (Soph. 1, 12).

— O Signore, Voi siete davvero Rex. tremen-dae majestatis. E chi potrà comparire davanti a Voi di cui è scritto: In angelis suis reperii pravitatem? (Iob., 4, 18). Se salvate un'anima non è già a motivo dei suoi meriti, ma a causa dei vostri doni: Qui salvandos salvas gratti!

Che sarà di me, dove andrò a finire? I miei giorni sono contati... scende la sera...

Non potendo fare affidamento su me stesso, posso però rammentare che come prete sono carico, sovraccarico dei vostri doni. Perciò voglio sperare ancora il dono supremo della salvezza e vi supplico di riguardare i doni vostri, non già l'uso che ne ho fatto.

La confidenza è amore, e l'amore è salvezza. Voglio dunque confidare: Salva me, fons pietatis.

RITIRO DEL MESE DI GIUGNO

IL SACERDOTE E LA GIUSTIZIA

La S. Scrittura magnifica poche virtù quanto la giustizia, ne parla con frequenza e la esalta in maniera notevole. Si può dedurre a piori che questa è la più grande delle virtù morali. Così pensava già Aristotele: Justitia est omnis virtus '); questa meditazione ce ne convincerà indubbiamente.

Diamo una rapida scorsa alle pagine dei libri santi; esse esaltano anzitutto la bellezza della giustizia: Iustitia tua sicut montes Dei! (Ps., 35, 6). — Justitia et judiciuvi correctio sedis tuae! (Ps. 96, 2). — Mecum sunt... gloria, opes superbae et iustitia (Prov., 8, 18).

Poi ne rivelano la celeste origine: Veritas de terra orta est et justitia de coelo prospe-xit (Ps. 84, 12); la sua identità con quanto è bello e buono: Misericordia et veritas obviave-runt sibi; justitia et pax osculatae sunt (Ps., 84, 11); la sua efficacia purificatrice : justitia liberabit a morte, justitia rectorum liberabit eos (Prov., 11, 6); il suo potere santiflcatore: iustitia simplicis diriget viam ejus (Prov., 11,5) — justitia elevai gentes; le sue affinità con la beatitudine suprema: justitia enim perpetua est et immortalis (Sap., 1, 15) — justitia mea in generationes generationum (Isai. 31, 9).

Perciò chi la possiede è ricco: Iustus ut palma florebìt, sicut cedrus Libani multiplicabi-tur (Ps. 91, 13); può ripromettersi ogni contento: laetabitur justus in Domino (Ps., 13, 10); è sicuro della sua eterna salvezza: justus in aeternum non commovebitur (Prov., 10, 30) ; lascerà sul suo passaggio una scìa luminosa: in memoria aeterna erit justus (Ps. Ili, 6).

Il Vangelo fa di S. Giuseppe e del santo vecchio Simeone il più bel panegirico in una sola parola; del primo afferma: Joseph, vir ejus, cum esset justus (Mat., 1, 19); e del secondo: et homo iste justus et timoratus (Lue, 2, 25). S. Paolo trova in questa parola il programma riassuntivo di tutta la santità: Non est enim regnum Dei esca et potus, sed justitia, et pax, et gaudium in Spiritu Sanato (Rotn., 14 17). Meditiamo dunque: 1) che cos'è la giustizia; 2) qual'è il suo oggetto.

1. - CHE COS'È'?

Scrive S. Tommaso: Se si volesse dare della giustizia una definizione classica, si dovrebbe dire che è: Habitus secundum ouem aliquis constanti et perpetua voluntate jus suum uni-cuique tribuit 25). E' dunque la giustizia che inserisce nelle nostre azioni l'elemento necessario senza il quale sarebbe vano pretendere che fossero buone, perché esso fa attuare ciò che dev'essere. L'intendevano così anche i pagani. Cicerone, infatti, scrive queste parole significative: Iustitia, in qua virtutis est splen-dor maximus, ex qua viri boni nominantur 26). Ragione e fede si accordano su Questo punto, quindi sarà facile alla fede piegare la ragione davanti al Decalogo come dinanzi alla magna carta della giustizia. I dieci Comandamenti sono invero la codificazione perfetta dei nostri doveri adeguati ai diritti di Dio, del prossimo, della nostra personalità.

E' giustizia tributare all'Autore d'ogni cosa l'adorazione, l'amore perfetto e il culto che ne deriva; è giustizia rispettare i fratelli nostri astenendoci da qualsiasi attentato all'anima, al corpo e ai beni loro; è giustizia aver cura della dignità umana conservandoci veritieri e casti. Ancora una volta comprendiamo che giustizia e santità sono sinonimi: Nostro Signore ci aiuta a tanto, poichè stabilisce una equazione tra il quid fadendo vitam aeternam possidebo (Luc, 10, 25), la santità consumata, e il serva mandata, la pratica della piena giustizia.

Sì, diciamo piena giustizia, vera giustizia, perchè ne esiste la contraffazione, contro la quale il Divino Maestro ci premunisce: Nisi abundaverit justitia vestra plusquam scriba-rum et phariseorum, non intrabitis in regnum caelorum (Mat. 5, 20). E' proprio cosa tanto semplice essere giusto, meglio, essere onesto? Chi ha vissuto a lungo non oserà affermarlo Quanto lo Spirito Santo dice per bocca del Salmista non è che troppo vero: Omnis homo mendax (Ps., 115, 2); ma per essere giusto è necessario uno sforzo che troppe volontà paventano e sfuggono per l'energia e la costanza che richiede 1).

Quale incoraggiamento dunque per noi a riflettere che si tratta di una virtù, naturale senza dubbio, ma ancor più sopranaturale, ossia che, allo sforzo richiesto per acquistarla, corrispondono aiuti divini infusi nell'anima orante, nell'anima pura, nell'anima in cui la grazia conferita dai Sacramenti è conservata con ogni possibile diligenza, come un intenso focolare di vita. Ricordiamo inoltre che alla pratica obbligatoria di ogni virtù è connesso un dono dello Spirito Santo, divino istinto che rende capaci di seguire la via che invita a percorrere. Nel caso nostro è il dono della Pietà: Pietas ad omnia utilis est, promissionem ha-bens vitae quae nunc est et futurae (1 Tim., 4, 8). La pietà rivolge il nostro cuore verso Dio nostro Padre: Accepistis Spiritum adoptionis in quo clamamus: Abba, Poter (Rom., 8, 15); lo inclina verso gli uomini per amore di Dio come verso i membri di una famiglia in vista del loro Capo; lo sprona ad attuare in noi quanto piace a Dio. Ecco in qual modo il dono della pietà facilita l'esercizio della virtù della giustizia.

Nulla varrà dunque a indebolire la nostra speranza di acquistare tale virtù, perchè ci

') Un parroco di valore che, data la sua situazione, aveva potuto osservare e ritenere molto, diceva ad un sacerdote che gli partecipava la sua nomina a Rettore del Seminario Maggiore: «Mi congratulo! Ma permettetemi un consiglio : adoperatevi, adoperatevi a formare uomini onesti I » Ironia, pessimismo, scetticismo, esagerazione??? — Si legga in proposito: « Honnéte avant toni » di M. J. Ribet.

sarà sempre possibile, facile anzi, piegare la nostra buona volontà sotto l'influsso dei sussidi della grazia e della mozione del dono.

D'altra parte ci terremo in guardia con vigilanza indefessa contro quanto sa d'ingiustizia; una breve analisi farà vedere la soverchia facilità, quindi la frequenza dell'ingiustizia.

Si distinguono due specie di giustizia: la giustizia- distributiva e la giustizia commutativa.

Ogni individuo è, nella società, parte di un gran tutto; da ciò derivano relazioni speciali fra il tutto e le parti, ossia la comunità e ogni suo membro, relazioni regolate dalla giustizia distributiva che fa attribuire, distribuire con le debite proporzioni i beni comuni; poi relazioni tra parte e parte, tra individuo e individuo, rette dalla giustizia commutativa, la quale vigila sull'equità degli scambi reciproci.

Sì pecca contro la giustizia distributiva con l'accettazione delle persone. S. Paolo scrive: Vester Dominus est in coelis, et personqrum acceptio non est apud eum (Ephes., 6, 9). Perciò S. Giacomo da preziosi consigli pratici nel secondo capitolo della sua Lettera cattolica. Fratres mei, nolite in personarum acceptione habere fldem Domini nostri Jesu Christì glo-riae (Iacob., 2, 1).

Forse non è cosa molto rara che un prete debba rimproverarsi qualche cosa in proposito. L'espressione comune: aver delle preferenze, cela talvolta abitudini molto riprensibili. Perche un parroco, per esempio, è pieno di attenzioni per quelle tali famiglie, mentre non ne ha per tutte le altre? E' difficile non subire la influenza delle ricchezze, della liberalità, delle compiacenze che non si sospettano interessate.

Perché quel confessore adopera due pesi e due misure in confessionale? Perchè quel direttore è sempre tutto fretta quando ascolta quelle penitenti, mentre accorda ad altre tutto il tempo desiderato? E' cosa alquanto delicata mettere in evidenza i motivi per cui si applicano con larga, o anche soverchia indulgenza le regole della morale con un'anima, mentre con altre si restringono con un rigore che non transige, col pericolo di farle cadere nello sco-raggiamento. Più delicato ancora confessare per quali motivi certe categorie di persone sorridenti, attraenti, sono accolte sempre con una bontà premurosa che non si smentisce mai, mentre altre più gravi, più riservate, forse anche sgradite, perché semplici o scrupolose o sgraziate, sono accolte quasi con freddezza, se pure non devono subire i rabbuffi e gli urti di un'impazienza che, con simile gente, non sa contenersi mai... Perchè alle lezioni di catechismo quel fanciullo gode di ogni favore fino a rendere i compagni gelosi, scontenti?

Non sorvoliamo alla leggera su punti tanto importanti. Nulla offende, ferisce così profondamente e spesso irreparabilmente un'anima semplice, un'anima retta, un'anima giova-netta, quanto un modo di agire ingiusto. L'imparzialità è più rara dì quanto si pensi anche presso uomini forti e anche virtuosi, sia perchè non si vigila, sia perché non si mortifica la sensibilità che offusca il giudizio e ostacola il retto esercìzio della volontà. Quindi il prete deve studiarsi ad ogni costo di mantenere quell'indipendenza di apprezzamento e di azione, che assicura la rettitudine delle sue vie:Iustitia ante eum ambulabit et ponet in via gressus suos (Ps., 84, 14). Possa egli sempre ispirarsi nella pratica a queste parole.

Si pecca contro la giustizia commutativa con tutto ciò che, poco o tanto, in pensieri, in sentimenti, in parole o in atti, lede il quinto, il settimo e l'ottavo comandamento; insomma, con tutto ciò offende la carità.

Sembra strano che un prete debba fare l'esame di coscienza su questi tre comandamenti. Eppure...

Non avremo forse mai ferito il prossimo nelle sue membra; ma non lo abbiamo mai ferito nell'anima? Senza parlare del cattivo esempio, dello scandalo, disgraziatamente troppo possibile, riflettiamo che sì manca di giustizia quando alla fiducia delle anime non sì risponde con quello zelo che non conosce riposo; che non adempiamo il nostro dovere se non ci adoperiamo indefessi a far del bene e farne quant'è possibile: dii effecti deos efficientes, secondo l'espressione di S. Gregorio Nisseno, dal significato immenso.

Non avremo rubato; ma nel regolare i conti di fabbriceria, nel disporre delle offerte e delle elemosine delle Messe, è forse impossibile non essere di una esattezza matematica? Il popolo è esigentissimo nei riguardi del suo parroco quando è in gioco il danaro; spesso non comprende o fraintende le richieste dì offerte per la chiesa e per il culto, anche se ragionevoli e giustificate. Tuttavia si deve proprio pensare che l'epiteto di uomo venale, all'indirizzo di qualche prete sia sempre immeritato? Ma, quando non è immeritato, oh, che disgrazia! Fa orrore la calunnia, vera bassezza e viltà;

fa orrore la maldicenza grave, più dannosa del furto. Ma, quale sforzo è necessario per attribuire sempre al prossimo buone intenzioni, per trattenere la lingua facile a trascorrere nella critica, per evitare che la nostra lingua mordace lanci frizzi pungenti! Ispiriamoci al Verbo divino e gustiamo quam dulcia faucibus vieis eloquio, tua, super mei ori meo (Ps., 118, 103), lo effonderemo poi per piacere a Dio, per l'edificazione delle anime: et erunt ut compla-ceant eloquio oris mei (Ps., 18, 14).

2. - OGGETTO DELLA GIUSTIZIA

Riassumendo, la giustizia, ben compresa, ci fa compiere ogni bene, e ci fa evitare ogni male. E' dunque integrata da ogni atto buono. Tuttavia certe virtù si possono considerare quali sue filiali, perchè hanno con essa intime affinità e ricevono la loro speciale denominazione secondo le persone verso le quali si esercita. Verso Dio si esercita con la religione; verso i genitori, con la pietà filiale; verso i superiori, con il rispetto; verso i benefattori, con la riconoscenza; verso tutti, con la verità.

Soffermiamoci un istante su ogni punto.

a) Religione. — Il pensiero dominante del sacerdote dev'essere il culto di Dio, interno ed esterno, poichè egli non può avere altro programma morale che la parola dei Proverbi: In omnibus viis tuis cogita illum (Prov., 3, 6). Come Cristo, egli è il grande religioso di Dio; perciò è obbligato per giustizia all'esercizio delle virtù che portano alla perfezione, alla pratica della vita interiore. La trascuratezza volontaria nella sua disciplina spirituale, porta uno squilibrio che la sua intelligenza non può scusare, cui la volontà non deve mai aderire. Ritorniamo continuamente a questo punto dello spirito di religione che deve permeare le anime nostre sempre più.

b) Pietà filiale. — Un prete che non amasse i genitori, che li lasciasse soffrire senza confortarli secondo la sua possibilità, che si vergognasse dell'umile loro condizione sociale, presenterebbe un caso molto strano; ma tutto è possibile ! — Principi della Chiesa edificarono profondamente per la venerazione con cui vollero sempre onorare la madre loro, semplice operaia! Qui honomt patrem suurn vita vivet longiore (Eccli., 3, 7).

Cosa ben più frequente è l'ostacolo che proviene in molti modi al ministero parrocchiale, dalla coabitazione dei parenti in canonica: Qui amat patrem aut matrem plus quam me, non est me dignus (Mat., 10, 37). L'argomento è delicato; ma è assai preferibile che l'apostolo, uomo di Dio e delle anime, sia... secundum or-dinem Melchisedech, sine patre, sine maire, sine genealogia! (Hebr., 7, 17).

e) Rispetto. — Ogni uomo ha due specie di superiori: quelli imposti dall'ordine gerarchico, e quelli che si impongono per la loro superiorità intellettuale o morale. Verso gli uni e verso gli altri, la giustizia esige l'omaggio dì un rispetto cordiale cui contrasta lo spirito d'insubordinazione, la tendenza alla critica, l'ambizione, l'orgoglio o la gelosìa; difetti volgari, inerenti alla povera nostra natura contro i quali bisogna stare in guardia. Il prete giusto li combatte lealmente e senza tregua. Sempre ossequiente agli ordini del Vescovo, non ne dì-scute mai le decisioni. Contento di quanto ha. non guarda di mal occhio le doti altrui; suo studio è trarre dal talento a lui affidato il massimo frutto. Gode delle buone qualità dei confratelli, si compiace della gloria maggiore che possono procurare a Dio e compensarlo così delle deficienze di quanti sono meno dotati.

d) Riconoscenza. — Sembra strano, ma non è men vero che, troppo spesso, il sentimento della riconoscenza riesce quasi un gravame sul cuore. Nel detto beatius est magis dare quam accipere (Act., 20-35), c'è forse una filosofia dolorosa. Non è il caso d'insistere. Si rifletta soltanto che il sacerdote è debitore a molte anime. Quante con la preghiera, con il sacrificio nascosto hanno contribuito efficacemente a procurargli il dono della vocazione, a far fiorire in lui tanta grazia! Quante prodigano il loro tempo, le loro risorse a vantaggio del suo ministero! E quante gli procurano il beneficio della croce! S. Margherita-Maria non onorava quali benefattrici coloro che la facevano soffrire? Il gratias agamus che ogni mattina eleviamo al cielo vada dunque, per giustizia, al Signore nostro Dio e da Lui si diffonda su quanti sono elargitori delle sue benedizioni!

e) Verità. — Abbiamo detto che la giustizia fa operare il bene; ora il bene è l'essere, l'essere è il vero: veruni est ens. Il male procede dalla menzogna satanica e ogni male è una specie di menzogna; la giustizia impone di dire la verità. Ingannare volontariamente, direttamente il prossimo vuol dire rifiutargli quanto strettamente gli è dovuto. Il mondo è mentitore, è un commediante sfrontato; il Profeta predice qual sorte l'attende: Erubue-runt omnes, simul abierunt in confusionem fabricatores errorum (Isai., 45, 16). Se v'è qualcuno che deve essere l'uomo della verità, questi è proprio il sacerdote, che ha la missione di comunicare la vita a questo mondo perverso: Cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos (Ioan., 8, 32). Preghiamo spesso il Signore: Emitte lucem tuam et veritatem tuam; ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem san-ctum tuum et in tabernacula tua (Ps., 42, 3), al monte della santità, al tabernacolo della carità eterna.

— Dieci giusti avrebbero salvato le abominevoli città di Sodoma e Gomorra. E chi salverà l'umanità se non il sacerdozio? A condizione però, che della dignità sacerdotale siano rivestiti soltanto uomini giusti... perchè solamente questi seminano la vita: lusti autem, quasi virens folium germinabunt (Prov. 11, 18); invocano Dio in loro aiuto ed Egli accorre: clama-verunt justi et Dominus exaudivit eos (Ps. 33, 18); alle loro opere: Sunt justi atque sapientes et opera eorum in manu Dei (Eccl., 9, 1); ed essi divengono conquistatori d'anime: lusti autem haereditabunt terram (Ps., 36, 29); e nell'ora suprema, Fulgebunt justi et tanquam scintillae in arundineto discurrent (Sap., 3, 7).

Esame sulla rettitudine dell'animo

Vi adoro Gesù e vi ascolto mentre vi proclamate Vita e Verità, poiché la verità è vita, e nell'atto d'invitare specialmente i vostri sacerdoti ad attingere a questa verità-vita: Qui sequitur me habebit lumen vitae (Ioan., 8, 12). In virtù della mìa vocazione devo seguirvi: se-quere me; quindi secondo il vostro desiderio debbo essere tutto luce e verità: ut filli lucis sitis (ìd., 12, 36). Non eravate preoccupato di questa disposizione dell'anima sacerdotale quando, nella sera della prima ordinazione, pregiavate il Padre: Sanctifica eos in veritate? (id., 17, 17). Ciò mi fa comprendere la somma importanza di tale disposizione: può anche significare che essa non è frequente. Signore voglio l'anima mia retta, la voglio leale con Voi, con me, con il prossimo.

1. - LEALE CON DIO

La sincerità con Dio richiede:

a) Dignitosa coscienza. — E' pura la mia coscienza? Sì, se nella conoscenza e nella confessione delle mie colpe, nel pentimento che le cancella, è di una lealtà assoluta. — E' buona? Sì, se esclude quella casistica di mala fede, la quale tenta invano di persuadere che un atto colpevole non lo è, o lo è solo leggermente. — E' aperta? Sì, se docilmente generosa si presta alle illustrazioni della grazia. — E' delicata? Sì, se la mìnima colpa, la minima imperfezione la turba e la contrista.

b) Purezza d'intenzione. — Siete Voi, mio Dio, l'oggetto dei miei sospiri, la meta dei miei desideri? Siete Voi l'unico ispiratore dei miei progetti, la luce dei mìei giudizi? La mia volontà tende direttamente a Voi, senza deviare nè a destra nè a sinistra? — Sono persuaso che nulla posso nascondere a Voi : Omnia nuda et aperta sunt oculis ejus (Hebr., 4, 13), che nulla posso sottrarvi? Gloriam meam alteri non dabo '(Isai., 42, 8); e che in ultimo vincerete Voi: Quo ibo a Spiritu tuo et quo a facie tua fugiam... tu illic es? (Ps., 138, 6).

2. - LEALE CON ME STESSO

a) Umiltà. — Mi guardo dall'orgoglio della mente, che impedisce di veder chiaro nel proprio interno? Arrogantia tua decepit te, et superbia cordis tui! (Ierem., 49, 16). L'abitudine dì curare più l'esterno che l'interno non mi illude forse, accecandomi sulla bassezza di quel progetto, sul pericolo di certi sentimenti, sulla colpevolezza di certe inclinazioni? Il mio spirito sarebbe forse simile a quello del fariseo, facile ad esaltarsi per certe pretese qualità? Sarei mai un sepolcro imbiancato? Una meschina preoccupazione egoistica non mi rende sordo alla voce dell'Angelo buono, che già mi sussurra: Nomen habes quod vivas et mortuus es? (Apoc, 3, 1). E la mia stoltezza non mi spinge mai a voler apparire quale non sono?

b) Mortificazione. — Scuso le mie piccole sensualità, nascondendole agli sguardi altrui con tutta la possibile cura, perché sono in contrasto stridente con le mie parole, con i principi che enuncio, e secondo i quali ostento di vivere? — Mi permetto certe affezioni disordinate, che macchiano il candore verginale del mio suddiaconato e profanano i miei più sacri giuramenti? — Nutro forse, quasi senza rimorso, certe antipatie senza accorgermi dell'ironia della mia preghiera: Sicut et nos dimittimus? — Posso veramente dire di non lesinare lo sforzo per il conseguimento della mia santificazione, e per l'esercizio dello zelo, come richiede il vero spirito sacerdotale? — Oh, quanto è facile mancare di lealtà con se stessi!

3. - LEALE CON IL PROSSIMO

a) Nelle parole. — Mi astengo assolutamente, rigorosamente da ogni specie di menzogna? Alcuni mentiscono sènza quasi avve-dersene. Chi li avvicina se ne accorge e li ha in dispregio. E' facile contrarre l'abitudine della menzogna, sopratutto quando si ha tendenza all'iperbole... Si finisce per suggestionarsi, si cade nella mitomania. — Non ostento mai con insistenza sentimenti che non ho, per piacere a coloro che m'ascoltano? E non è questa ipocrisia? — Non mi valgo di restrizioni mentali che rasentano l'inganno?

b) Negli atti. — II mio comportamento è proprio sempre l'espressione del mio sentire, o cado nella simulazione? Col pretesto di usare diplomazia, offendo mica l'onestà? — Certi modi di procedere che io ritengo frutto di abilità, non sono invece sleali? — Affetto una mentita apparenza anche in chiesa? — Sono convinto che alle mie azioni come alle mie parole, pur salvando sempre la carità, deve potersi applicare la parola del Signore: Sit autem sermo vester: est, est, non, non? (Mat. 5, 37).

— Buon Maestro, ve ne scongiuro, fatemi leale; fate che l'anima mia sia retta in tutto e per tutto, che sia tutta aperta al sole della vostra verità. Volete servirvene come di tramite per giungere alle anime dei miei fratelli; il Precursore dice a me, come a tutti ì sacerdoti: Parate viam Domini, rectas facite semi-tas ejus (Mat., 3, 3). Preparate Voi stesso, Signore, raddrizzate Voi stesso; io voglio prestarmi alla vostra azione generatrice di verità, voglio essere leale, salvarmi: Veritas liberabit vos (Ioan., 8, 32).

Preparazione alla morte

IL « DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Motivi di speranza e di pace.

Recordare, Jesu pie Quod sum causa tuae viae Ne me perdas illa die.

Se penso all'incognita del mio ultimo giorno, come non sentirmi pervaso da spavento? I Santi di tutti i tempi hanno temuto l'estrema ora... Però bisogna pensarvi per non essere colto alla sprovvista.

Non v'è dunque spiraglio di luce che valga a confortare il mio sguardo! Ignoro l'ora e le circostanze della mia morte, e questo mi fa paura. Ma anche il pensiero che la morte è certa ed unica mi dà timore. Eppure tutto dipende da Voi, o Gesù! Padrone dei miei giorni ne fissate il numero con un decreto misericordioso, Padrone della mia sorte eterna, me la preparate con misericordiosa bontà. Avete detto che chi crede in Voi vivrà quando pure fosse morto. Non è la fede che ci salva, la fede nell'amore dì cui parla S. Giovanni? Cedidimus cantati! (1 Ioan., 4, 16). Voglio appoggiarmi sulla fede; essa facilita la vigilanza che tanto mi raccomandate e che rende beati: Beatus Me servus quem, cum venerit Dominus ejus, invenerit vigiiantem (Mat., 24, 26). Andare alla morte, vuoi dunque dire venire incontro a Voi, o Gesù, che siete l'infinita bontà. Pensate dunque Voi stesso alla mia morte ; io credo in Voi :

Recordare, Jesu pie.Quod sum causa tuae viae.

Per me vi siete incarnato: Propter nos homines et propter nastravi salutem descendit de coelis, et incarnatus est! Impossibile rammentare senza sentirsi vivamente commosso le circostanze della vostra vita dalla culla al Calvario; tutto fu croce e martirio. Oh, quanto avete amato coloro pei quali avete sofferto! Lo so, perchè Voi stesso l'avete affermato: Pro eis sanctifico meipsum (Ioan., 17, 19). Per me, Na-zareth con la sua povertà, la sua esistenza oscura, con il suo penoso lavoro. Per me gli anni dell'apostolato con le sue fatiche, le sue contradizioni, le persecuzioni e le apparenti sconfìtte. Per me la vostra Passione atrocemente dolorosa, il Gethsemani, il Golgotha... Dilexit me et tradidit semetivsum pro me (Galat., 2, 20). Per me ancora, il continuarsi di tanti misteri d'infinita carità nell'Eucaristia, di cui sono ministro. La mia chiesa non è per me come Bethlemme e Gerusalemme?

Per me, ma a motivo del Padre vostro. Lui avete voluto glorificare cercando le anime nel vostro pellegrinaggio terreno; Lui volete glorificare cercando le anime nella vostra permanenza nel Tabernacolo. Oh, Maestro, ricordatelo!

Tutto questo accresce i miei obblighi. Amato fino a tal punto, non amerò fino all'estremo? Ma tutto questo è pur fonte di pace; amato cotanto posso affidarmi ad una misericordia sempre pronta ad esercitarsi. Ed io la imploro prostrato ai vostri piedi, mio dolce Salvatore!

Ne me perdas ttla die. Pur ricordando le mie miserie, le mie colpe gravi, insisterò, Gesù, insisto fin d'ora. Mi allenerò così ad uno sforzo più energico.

Vi siete stancato nell'inseguire la pecorella smarrita: Fatigatus ex ìtinere sedebat sic su-pra fontem (Ioan., 4, 6). La Samaritana era pur un'anima molto sviata; eppure le usate misericordia, l'illuminate sul grande mistero dell'adorazione in ispirito e verità. Pietro e gli altri Apostoli furono anch'essi molto colpevoli; eppure li rassicurate, li perdonate, li colmate di favori; essi non hanno imitato Giuda, essi hanno confidato.

Quante volte m'avete inseguito, quante volte m'avete perdonato, incoraggiato, animato. Quante grazie nella mia vita! L'ora e il genere di mia morte saranno l'ultima delle grazie che mi concederete nel tempo che mi rimane ancora di vita.

Per la gloria del Padre, per la gloria dell'opera vostra, per la gloria del vostro amore non permettete, o Gesù, che tante grazie vadano perdute!

Quaerens me sedisti lassus, Redemisti crucem passus, Tantus labor non sit cassus!

— Neppur io voglio perduto tanto tesoro e propongo fermamente di corrispondere alle vostre divine prevenienze.

Si muore come si è vissuto. Se impiego la mia vita a tendere l'orecchio alla vostra voce, ad aprire il cuore per ricevervi, nell'ora suprema udirò con sommo gaudio il vostro invito, e il vostro Cuore stesso mi accoglierà: In pace, in idipsum dormiam et requiescam! (Ps., 4, 9).

RITIRO DEL MESE DI LUGLIO

IL SACERDOTE E LA FORTEZZA

Alla fine della sua dimora visibile su questa terra, Gesù rivolse ai suoi Apostoli le ultime raccomandazioni, aprì le loro menti, dice S. Luca, perchè avessero chiara l'intelligenza della S. Scrittura e se ne facessero gli strenui difensori. Ma, prima che si separassero per la loro missione s'imponeva una precauzione necessaria; perciò disse loro: Vos autem sedete in civitate, quadusque induami-ni virtute ex alto (Luc. 24, 49). Volle dunque rivestirli di fortezza. Era un bisogno della sollecitudine del suo Cuore, che, sapendo tutto, non aveva potuto nascondere loro quanto li attendeva: Ecce ego mitto vos sicut agnos inter lupos (Luc. 10, 3). — Si me persecuti sunt et vos persequentur (loan. 15, 20). Aveva perciò moltiplicati i consigli sullo stesso argomento: Nolite timer e eos qui occidunt corpus (Luc. 10, 28). — Confluite ego vici viun-dum (Ioan. 16, 33). — Non turbetur cor ve-strum neque formidet (id. 14, 27). — Qui per-severaverit usque in flnetn Me salvus erit (Mat. 10, 22).

Appare dunque chiara la sua volontà che i sacerdoti siano dei forti. Ne hanno immenso bisogno per sè e per il gregge loro affidato.

Ogni anima umana deve vivere di sforzo; il contendite intrare per angustam portam (Luc. 13, 24) è assoluto; ma quanto è più alta la meta cui si deve tendere, più lo sforzo dev'essere vigoroso, più gagliarda l'energia. Ora, chi deve elevarsi a perfezione più grande di quella cui deve tendere l'uomo di Dio, colui che dev'essere excelsior coelis factus? (Hebr. 7, 26). Gli è dunque necessaria una fortezza superiore.

Di più egli deve trascinare gli altri nella corsa santa, incoraggiarli, portarli qualche volta; poi deve difenderli e difendere se stesso mentre lavora per loro; poichè s'egli è angelo di luce, vi è un angelo delle tenebre che non disarma mai; s'egli è pastore, v'è un lupo rapace che s'aggira instancabile. L'esperienza gli grida in modo impeiativo con S. Pietro: Cui resistite, fortes in fide! (1 Petr. 5, 9).

Esaminiamo tutto lo svolgimento della nostra vita morale e della nostra vita apostolica, e riscontreremo che sempre la lotta è necessaria. Nulla si conclude senza sforzo, eccetto il male; in noi e per le anime il bene esige un'incessante attività instancabile. Si guadagna un tratto di terreno a stento, e subito convien difendere la posizione; e se si perde cento volte, cento, volte la si deve riconquistare. Oh, quanto ha bisogno di fortezza l'homo Dei! Lo Spirito Santo parla certo del prete, ne dipinge i lineamenti quando scrive: Vir sapiens fortis est; et vir doctus ro-bustus et validus (Prov. 24, 5). Gli eletti al sacerdozio sono inclyti Israel, quindi devono essere aquìlis velociores, leonibus fortiores (2 Reg. 1, 23).

Meditiamo sulla virtù della fortezza; formiamoci chiaro concetto di ciò che è, di ciò che produce.

1. - CHE COS'È'?

In senso generale, la fortezza, fortitudo da firmitas, essendo la fermezza dell'anima, è condizione d'ogni virtù, poiché la virtù è essenzialmente una energia, una qualità permanente. Essa spinge la fermezza al suo limite estremo, e ci comunica un vigore invincibile quanto lo può consentire la nostra nativa debolezza; ecco ciò che la specifica e ne fa una virtù speciale. Fortitudo se habet in omnibus adversis tolerandis 29) scrive S. Tom-maso. La si può definire: Una virtù che regola i moti dell'anima riguardo a quanto incute timore, sopratutto quando si tratta di affrontare o di respingere il pericolo di morte.

Poichè è una regola, un moderatore che stabilisce l'equilibrio e mantiene il giusto mezzo si sottomette al controllo della ragione. La virtù rende l'uomo buono, e bonum hominis est secundum rationem esse30). Ora, quante difficoltà contrastano questo bene! Per superarle è necessaria la virtù della fortezza.

Siccome dipende dalla ragione, essa rafferma l'anima timorosa e modera l'anima audace a norma di giusta misura.

Il ministero attuale del sacerdote è difficile— e quando non lo fu? — Se alcuno riesce a formarsi un'esistenza comoda, questo non vuol dire che il ministero sia facile. Ma passiamo oltre, non intentiamo un processo! E' certo che lo spirito d'irreligione e di paganesimo che pervade la società contemporanea, oppone innumerevoli ostacoli al nostro compito. E' necessario mettersi a contatto con le anime, intraprendere opere svariate, dimenticando i propri comodi. Del resto, è questo appunto il metodo indicato dal divino Maestro. L'apostolo è un inviato, non è destinato a vegetare; a lui fu detto: Posui vos ut eatis (Ioan. 15, 16). — Euntes, docete. Ite ad oves (Mat. 10, 6). — Ite ad exitus viarum et vacate ad nuptias (Mat. 22, 9). E' chiaro; e il prete che vive una vita tranquilla, più o meno beata, non ha compreso o non ha voluto comprendere...

Non condanniamolo. E timido, non osa, paventa nel dover prendere una decisione; cento e cento volte si domanda invano che cosa e come deve fare, che cosa e come deve dire; e tutta la vita forse, aspetta...

Ma non aspetta lo scandaloso, non aspetta l'emissario delle sette, non si da riposo il giornale pornografico... Disgraziata la parrocchia affidata a un pastore del genere di coloro di cui è detto: Ipsi autem non erant de semine virorum illorum ver quos salus facta est in Israeli (1 Mac. 56, 2).

Ma se il prete prega, se ha fede nell'assistenza di Colui che ha promesso ai suoi sacerdoti: Cum autem inducent vos ad magistratus, nolite solliciti esse qualiter aut quid respon-deatis, aut quid dìcatis. Spiritus enim sanctus docebit vos in ipsa hora, quod oporteat vos dicere '(Luc. 12, 11). — Non praemeditari que-madmodum respondeatis. Ego enim dabo vo-bis os et sapientiam cui non poterunt resistere et contradicere omnes adversarii vestri (id. 21, 14); se inoltre si sottomette docilmente all'influenza della grazia, allora a motivo della sua preghiera, della sua fede, della sua docilità, riceve larga effusione di fortezza. Non è più timido; osa, decide, parla, va; e passa in un'altra schiera: Per fidem vicerunt regna, operati sunt justitiam, fortes facti sunt in bello, perchè ha bandito il timore! (Hebr. 11, 33).

Ma non sempre il timore confina con la codardia, mentre l'audacia può trascendere in temerità. Non confondiamo il coraggio, l'eroismo con l'imprudenza. Il Maestro che, paragonandoci ad agnelli fra i lupi, elmpegna a non essere pusillanimi, aggiunge saggiamen-te: Estote simplices sicut columbae, sed pru-dentes sicut serpentes (Mat. 10, 16).

Aiutata sempre dalla ragione, la fortezza porrà freno al parlare ardito, all'attività febbrili dì un certo zelo: Mala auibus homo resistere non potest, et ex auorum sustinentia ni-hil boni provenìt Uomini, ratio dictat esse fugienda 31).

La mancanza d'attività apostolica può essere affare di temperamento, come lo può essere l'esuberanza di attività nell'uso di certi mezzi esteriori. In ambo i casi, la fortezza aiuta a dominare il temperamento, a correggerlo, e permette di valersene con reale vantaggio. Chi non sa che qualche volta è più da forte tacere che parlare, frenare l'attività che continuare nell'azione, rinunziare ad un progetto, anzichè intraprenderne l'esecuzione?

Si può dire che la fortezza impedisce di temere solamente e fa temere saggiamente; sviluppa tutte le energie dell'anima e le facilita il dono di sé fino all'estremo.

Questa virtù è latente in noi fino dal nostro battesimo, se siamo in istato di grazia, e ha strette analogie col dono dello Spirito Santo che porta lo stesso nome: il dono della fortezza.

Persuadiamoci bene di questo fatto cosi consolante. I doni dello Spirito Santo sono il tesoro nascosto, ma reale e prezioso, che qgni cristiano può e deve far fruttare; sono il talento inestimabile che portiamo in noi: guai a chi lo sotterra!

Chi dunque resta tutta la vita esitante e pauroso merita riprensione, perché non ha saputo valersi del dono della fortezza. Seguiamo fidenti l'invito dell'Apostolo: State in fide, viri-liter agite et confortamini (1, Cor. 16, 13).

2. - CHE COSA PRODUCE

La nostra attività morale è caratterizzata da due forze: azione e reazione. In noi, attorno a noi, vi sono opposizioni da vincere, contraddizioni da superare. Non vi si riuscirà mai definitivamente perché militici est vita homi-nis super terram (Iob. 7, 1); è quindi necessario rassegnarsi alla fatica che ne risulta. Chiederemo dunque alla virtù della fortezza un doppio sussidio: l'uno per affrontare, l'altro per sopportare. Per affrontare si richiede fiducia; per sopportare ci vuole pazienza e perseveranza. Sono queste le principali figlie della fortezza, quelle almeno di cui il prete ha maggior bisogno durante la sua vita 32).

a) Alcuni nulla temono: si direbbe che a ciò li aiuta la Provvidenza, la quale consente che giustifichino il detto: Audaces fortuna ju-vat. Nell'insieme però, più presuntuosi che capaci sono lavoratori molesti e compromettenti.

Il difetto contrario è forse altrettanto frequente, ma ancor più rovinoso, poiché, dopo tutto, è meglio tentare qualcosa, anche a rischio di mancare del debito tatto, che nulla tentare affatto. V'è chi asserisce che soltanto chi fa nulla non erra. Scusate, non è già grave errore il non far nulla?

E' dunque necessario un certo grado dì fiducia per l'azione, ossia una specie di sicurezza di ottenere una buona riuscita, sicurezza che è un'energia necessaria all'attività; perché, infine, chi nulla spera, nulla intraprende, e il mezzo migliore per produrre lo sforzo è di crederlo necessario al buon esito finale.

Diciamo sperare qualcosa, credere alla vittoria; queste due parole definiscono etimologicamente la fiducia che è fatta di fede e di speranza. La fiducia — fiducia, da fides — prodotta in noi dalla virtù della fortezza, ci fa avere fede nel raggiungimento del fine santo del nostro sacerdozio, ci fa sperare nell'aiuto di Dio; ma fede e speranza troppo spesso ci fanno difetto.

Non abbiamo abbastanza fiducia nella nostra grazia, nel nostro carattere sacro. Il divino Maestro avrà dunque detto invano: Sicut misit me Pater, et ego mitto vos? (Ioan. 20, 21). Invano avrà soggiunto: Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus? (Mat. 28, 20). La forza d'apostolato deposta in noi dall'Ordinazione, non è un mito, ma una realtà; crediamoci, facciamone il nostro sostegno, sappiamo valercene. Come noi camminiamo perchè istintivamente siamo sicuri di avere le gambe, parliamo perchè abbiamo la lingua; così dobbiamo compiere opere divine, perché abbiamo in noi un deposito inesauribile di divino: Omnia quae-cumque audivi a Patre meo nota feci vobis (Ipan. 15, 15); la pienezza del poteri di Cristo forma la pienezza dei poteri del suo sacerdote.

La presenza di Cristo in noi, no, non è un mito, ma una realtà! Cristo parla con le nostre labbra, benedice con le nostre mani: Si Deus pro nobis, quis cantra nos (Rom. 8, 31). I fautori del male non esitano, e il loro sovrano, padre della menzogna, è un angelo vinto per tutta l'eternità. Il nostro Re non potè rimanere chiuso nella tomba. Per non aver saputo trar profitto della lezione dei Giudei deicidi, quanti persecutori nel corso dei secoli hanno tentato di rinchiuderlo e sempre invano. Egli è sempre vincitore. E noi, sicuri d'essere con Lui, di. possederlo in noi, d'averlo in nostro aiuto, esitiamo?

Quid timidi estis, modicae fidei? (Mat. 8, 26). Fiducia dunque e fortezza! Potessimo affermare con S. Paolo: Bonum certamen certavi, fldem servavi (2 Tim. 4, 7): perché ebbi fiducia, lavorai intrepido, coraggioso; dunque reposita est mihi corona justitiae! (2 Tim. 4, 8).

b) La lotta sostenuta con valore non attu-tisce i colpi, che non può scansare colui che entra nella mischia.

Il prete, che è un buon operaio, riceverà il suggello della divina autenticità : Foris pu-gnae, intus timores! (2 Cor. 7, 5). Così fu trattato il Divin Maestro: Non est discipulus super magistrum (Mat. 10, 24). In certi incontri dovrà anche ripetere con Lui: Si inimicus male-dixisset mihi, sustinuissem utique, sed homo pacìs meae (Ps. 54, 13). Qual'è l'uomo attivo, generoso, l'uomo di valore, acceso di zelo che non risenta il morso dell'invidia?

Egli se l'aspettava, perché prevenuto; ha lottato contro i venti e le onde... Ma chi può impedirgli d'essere sempre uomo, di possederne la sensibilità, di trovarsi qualche sera talmente solo, da cedere quasi sotto l'incubo d'immane tristezza? Conosce il Getsemani, conosce il Calvario e geme: Transeat a me calix iste!... ut quid dereliquisti me! (id. 27, 46).

Poi si rialza. La virtù della fortezza gli ha infuso una forza preziosa per risorgere rinvigorito. Ne parla S. Agostino: patientia hominis ea perhibetur qua aequo animo mala tolera-ramus, ne animo iniquo bona deseramus, per quae ad meliora perveniamus 33). Vive per Dio, vive di Dio e nella sua carità, e ne trae un beneficio prezioso: caritas patiens est, quella bella pazienza imperturbabile che lo fa partecipe della calma stupenda della Provvidenza medesima: Per patièntiam curramus ad pro-positum nobis certamen (Hebr. 12, 1).

e) Ma rialzarsi con pazienza, non è cosa di una volta sola; s'impone invece con tanta frequenza che sembra dover continuare sempre; ed è così. Per questo un'ultima virtù contraddistingue i forti: la perseveranza della quale S. Tommaso scrive: In hoc consista quod aliquis non recedit a bono propter diu-turnam tolerantiam difficilium et laborio-sorum 34). E' una disposizione energica che combatte la mollezza, scuote il torpore, non tollera l'abbattimento; ma non si confonde con l'ostinazione, propria degli spìriti gretti, caparbi, fatui e orgogliosi sotto l'apparenza d'umiltà. Ciò che paralizza troppo spesso il buon volere è l'incostanza. Per natura siamo mutabili; l'istintivo sentimento d'essere limitati, perché finiti, ci rende smaniosi dì vedere il buon esito. Appena tentato un metodo d'azione, se non riesce immediatamente, tosto mutiamo tattica. Dimentichiamo che nulla assicura la solidità di un edificio quanto la prova del tempo. Non estirpiamo come infruttuoso un germe cui non si è lasciato il tempo di mettere le radici: Labor omnia vincit improbus. Quante volte Nostro Signore rinnova il consiglio di perseverare! Oh, ricordassimo sempre le sue parole: Qui perseveraver it usque in finem, salvus erit! (Mat. 10, 22). Dove sì arresta questo usque in finem? Solo alla morte quando l'apostolo, fortunato o no, ma sempre forte, può-dire: Con summatum est! Ho fatto quanto ho potuto e fino all'estremo.

- O mio Dio, S. Paolo scrive: Infirma mun-di elegit Deus, ut confundat fortia (1 Cor. 1, 27), e preoccupato da questo stesso pensiero soggiunge: Cum inflrmor tunc potens sum (2 Cor. 12, 10). Siamo ben più deboli dell'Apostolo, noi, e il mondo che dobbiamo confondere" oggi è formidabile come già il suo, perché il demonio che lo signoreggia non invecchia. Rendeteci forti! Ognuno di noi possa attingere forza da questo pensiero: Deus, scu-tum meum et cornu salutis meae (2 Reg. 22, 3) ; l'esito delle sue fatiche gli farà soggiungere: Tanquam prodigium factus sum multis, et tu adjutor fortis (Ps. 70, 7).

Esame sulla magnanimità

Vi adoro, mio Dio, mentre vi contemplo chiedere alle vostre creature intelligenti il servizio e l'amore di un cuore grande: Diliges Dominum Deum tuum ex tota corde (Mat. 22. 37). — Servite Domino in omni corde vestro (1 Reg. 12, 20).

I Giudei di Gerusalemme volevano risvegliare questa magnanimità nei loro fratelli di Egitto, quando scrivevano loro: Benefaciat vo-bis Deus... det vobis cor omnibus, ut colatis eum, et faciatis ejus voluntatem, corde magno, et animo volenti (2 Mac. 1, 2-3).

Devo sforzarmi anch'io per formarmi un cuore grande, nobile, magnanimo per Voi e per le anime. Il grande soffio dell'amore che porta la vita, che è vita, non può circolare in un cuore meschino. Il sacerdote gretto è necessariamente povero di virtù, e ha un'influenza ristretta. Ora, secondo S. Tommaso, la magnanimità ha quattro nemici che bisogna sgominare: la presunzione, l'ambizione, la vanagloria, che peccano per eccesso, e la pusillanimità che pecca per difetto35).

I. La presunzione. — Lo Spirito Santo la qualifica severamente: O praesumptio nequis-sima, unde creata es? (Eccli. 37, 3). Ho compreso la lezione della Provvidenza che in tutta l'attività della creazione, in ogni avvenimento. manifesta un'armoniosa rispondenza fra i mezzi e il fine? Ho messo mano ad imprese per le quali mi mancava la capacità? Se sì, fu per irriflessione, o per orgoglio, il che è male; o per temerità, il che sarebbe tentare Dio; in ogni ipotesi era indizio di un'anima difettosa. — Riguardo alla mia vita interioré, non forse mi son creduto capace di salire in alto senza lunghi e laboriosi sforzi, di raggiungere un grado superiore di virtù o di orazione? Lo studio degli autori mistici intrapreso senza discernimento, può far sognare certi spiriti più profondi nella sensibilità che nella dottrina teologica. — Riguardo alla mia vita apostolica mi son creduto atto a qualsiasi ministero, accettando predicazioni che richiedevano scienza e talenti di cui sono sprovvisto; incaricandomi della direzione di certe coscienze che esigono una pietà personale e un'esperienza che mi mancano affatto? Ovvero, ho intrapreso opere incompatibili con le mie limitate capacità?

Si può, si deve tendere a grandi cose, ma non a quante eccede le facoltà di cui si dispone; nei primo caso si rivela un gran cuore; nel secondo, la presunzione.

II. L'ambizione. — Sorella della presunzione, è contraria alla vera nobiltà dell'animo, frutto della carità: Caritas non est ambitiosa, non quaerit quae sua sunt (1 Cor. 13, 5). Non ho mai ricercato gli onori smodatamente? E perciò, non tento mai di farmi credere ciò che non sono quanto a scienza, talenti, famiglia, relazioni?... Non ho mai agito per vile interesse? Non ho mai fatto complimenti servili e menzogneri a quelli che potevano giovarmi? L'ambizioso corre rischio «li valersi delle astuzie più segrete e finisce per compromettere cinicamente la propria coscienza. Il magnanimo si conserva retto; desidera ciò che è grande, sì, ma per Dio; la sua parola d'ordine lo preserva dal vizio dell ambizione che, d'altronde, si manifesta subito nel prete che ne è intaccato, privandolo della stima del popolo, dell'affetto e della confidenza dei confratelli: Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriavi (Ps. 113, 9).

III. La vanagloria. — Figlia o serva dei due primi difetti, questa interpreta slealmente, astutamente il monito: Curam habe de bono nomine (Eccli. 41, 15); e l'altro: Luceat lux vestra coram hominibus (Matt. 5, 16). Sarei pur io affetto da tanto male? —- Sotto le sue spoglie non. son forse millantatore vano, pieno di iattanza? — Mi metto innanzi cercando sempre il primo posto, prevalendomi stoltamente fra i confratelli delle dignità canoniche - o canonicali - di cui posso essere insignito, ma che non sono necessariamente il sigillo del vero merito né della vera intelligenza? — Nelle discussioni son troppo reciso, ostinato?

Nelle conversazioni mi mostro borioso amante delle novità, al corrente di tutto? — Nel mio contegno v'è affettazione, nelle mie relazioni una tinta di mondanità chey non ammirazione mi attira, ma motteggi anche da parte di coloro cui pretendo garbare, avvilendo così il mio sacerdozio? — Il magnanimo si attiene al programma tracciato dall'autore dell'Imitazione: Ama nesciri et pro nihilo reputari.

IV. La pusillanimità. — Se i tre difetti menzionati fanno oltrepassare il giusto limite. questo ne fa rimanere indietro. Non ho mai dubitato di me, in modo da dubitare piuttosto di Dio? — Sotto pretesto di vita intcriore, trascuro i doveri della vita apostolica? Sotto colore d'umiltà silenziosa, permetto si dica male della religione in mia presenza, si ledano i diritti di Dio, senza ch'io ne assuma la difesa? Sotto parvenza di carità prudente, non ho mai taciuto la verità, in tutto o in parte, anche dal pulpito? Oso dire francamente il non licet nel confessionale? Ah! tutto il bene che avrebbe dovuto fare e non avrà fatto, tutto il male che avrebbe dovuto impedire e non avrà impedito, peseranno fino a soffocarla sull'anima del sacerdote al cospetto di Dio!

— Signore, datemi un cuore largo, concedetemi un'anima grande. Mi sottometterò alla vostra azione generosamente, coltivando l'umiltà, la rettitudine, la semplicità, la generosità, in una parola quel complesso di virtù che mi renderanno docile all'invito dell'apostolo: Dilatamini et vos (2 Cor. 6, 15).

Preparazione alla morte

IL «DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Purificazione e perdono anticipati. Juste Judex ultionis Donum fac remissionis Ante diem rationis.

Vi adoro, o Gesù, Giudice sovrano dei vivi e dei morti. Ogni ora della mia esistenza mi avvicina a quella in cui comparirò dinanzi a Voi. In quel momento cesserà il vostro compito di avvocato in favore di chi ha peccato; Voi lo adempite solo mentre sono in vìa; dopo mi sarete juste Judex ultionis.

Giudice! lo siete per diritto conferitovi dal Padre: Omne judicium dedit Filio (Ioan. 5, 22), e poi per diritto acquisito con l'effusione del vostro Sangue prezioso, prezzo del nostro riscatto.

Giusto! Siete la perfezione infinita, la luce senz'ombra, la scienza assoluta; la vostra sentenza sarà un raggio del vostro infallibile e indefettibile splendore, una conclusione necessaria della vostra scienza eterna.

Vendicatore! Ahi! dovrete esserlo perché non v'è pur un'anima che non sia stata più o meno lontana da Dio o contro di Lui: In multis offendimus omnes (Jacob. 3 ,2). E' Voi siete e sarete sempre vindice della sua gloria ad extra, perciò dovete vendicare i suoi diritti conculcati, punire il colpevole e ristabilire l'ordine.

Ma quale sventura, quale spavento se, per me, quest'ordine non sarà stato ristabilito prima del giorno della irrevocabile sentenza! Ve ne supplico, mentre il vostro intervento può essere per me difesa e non accusa; il Padre vostro non vi ha confidato solo la sua giustizia: Omnia dedit et in manus (Ioan. 13 3); siete arbitro del suo perdono, della sua misericordia; oh, rendetemela propizia, accordatemi la remissione delle mie colpe troppo numerose e troppo gravi! Donum fac remis-sionis.

Per grazia vostra io posso purificarmi prima, espiare, riparare, e ottenere così il perdono, senza il quale non potrei vivere tranquillo, non potrei essere in pace, ante diem rationis. Ah Signore, concedetemi di saldare il mio debito prima della definitiva scadenza; ch'io lo paghi con moneta di penitenza e d'amore! Aspetto tanta grazia dal Vostro Cuore divino e so ch'Egli si arrenderà facilmente alla mia preghiera, se vedrà nel mio disposizioni d'umile pentimento, di dolorosa confusione: Cor contritum et humiliatum non despicies! (Ps. 50, 18). Ascoltatemi, rivolgetemi il vostro sguardo: sono sincero!

lngemisco tamquam reus, Culpa rubet vultus meus, Supplicanti parce, Deus!

Si, gemo Signore, non posso che piangere perchè sono colpevole... Felice chi ha scritto solo pagine senza macchia in quel libro misterioso, che la sua vita stessa scrive ad ogni istante: Liber scrivtus... Lo Spirito Santo l'ha detto: Beatus vir qui inventus est sine macula! (Eccli. 31, 8). Ma quegli che non può vantare sì bella sorte, come può alzare lo sguardo al Cielo serenamente, anche se perdonato, anche se assolto? Davide non riuscì mai ad allontanare il ricordo della sua colpa: Peccatum meum contra me est semper (Ps. 50, 4). O mio Dio, perchè vi amo, perché voglio amarvi, sento tutte le ore, trascorse senza amarvi, appesantirsi sul mio cuore e strapparne un profondo gemito di dolore: ingemisco tamquam reus!

Quando voglio accostarmi a Voi, splendore fulgidissimo, come si rinnova il ricordo d'aver più o meno macchiata la stola dell'innocenza! Il vostro Sangue, o Gesù, l'ha lavata le mille volte! Ma chi mi assicura non porti ancora le traccie di qualche macchia a me invisibile? E quando penso alle brutture, alle bassezze, alle abbominazioni per cui forse ho avuto uno sguardo di compiacenza, il rossore mi copro la fronte: Culpa rubet vultus meus.,.

Ah, se mi considero' bene, quanti motivi di umiliazione! Ma accetto l'umiliazione perchè voglio essere umile per godere dei vostri favori: humilibus dat gratiam.

Il figliuol prodigo non ebbe neppur il tempo di gettarsi ai piedi del padre suo, di formulare l'accusa e la preghiera con cui si era proposte di esprimere la sua confusione e la sua miseria; il perdono paterno lo prevenne e la sua fronte tosto vibrò al dolce effluvio del bacie di pace.

Gesù mio, Voi stesso avete consolato la mia anima con questa parabola.

Surgam et ibo... Fin d'ora, perché non mi sorprenda improvvisa la fine, mi getto ai vostri piedi e confesso: Peccavi in coelum et co-ram te!... (Lue. 15, 18). Rivolgete a me lo stesso sguardo pietoso cun cui il padre del prodigo rimirò il figlio suo. Ve ne scongiuro oggi, ve ne supplicherò domani, sempre, sino all'ultimo respiro: Supplicanti parce, Deus!

RITIRO DEL MESE DI AGOSTO

IL SACERDOTE E LA TEMPERANZA

Le virtù morali stabilendo l'equilibrio nell'anima, la mettono in grado di sviluppare la sua vita in tutta la sua pienezza e fecondità. Come già le tre prime, cosi quest'ultima virtù cardinale tende a tale scopo, ma in modo più speciale, consistente nel neutralizzare l'opposizione, nell'impedire l'effetto delle forze contrarie. La temperanza domina le passioni più perfide, perchè più aderenti al senso, e le disciplina vigorosamente. La S. Scrittura la tiene perciò in particolare stima. E' compagna della scienza: Qui diligit disciplinam, diligit scientiam (Prov. 12, 1); apporta sapienza; Audite disciplinam et estote sapientes (Ps. 8, 33) ; genera vita: Via vitae custodienti disciplinam (Prov. 10, 17); la si può identificare, in un certo senso, con la vita stessa: Tene disciplinam, custodi illam, ipsa est vita tua (Prov. 4, 13). Il suo nome di temperanza è tutto un programma. Non dice forse giusto mezzo, esatta misura, padronanza di sé, fortezza? Si tratta quindi di una virtù ricca e preziosa. Vediamo l°: che cos'è; 2°: che cosa produce.

1. - CHE COS'È' LA TEMPERANZA

Classicamente la si definisce: Virtus mode-rans appetitimi circa dilectiones tactus. S. Tommaso più esplicito dice: Nomen temperan-tiae signiflcat quamdam temperiem, id est mo-derationem quam ratto ponit in humanìs ope-ratiofiìbus et passionibus; guod est commune, in omni virtute morali 36). E' dunque, secondo Bossuet, « la virtù che insegna ad essere moderati in tutto»; diciamo semplicemente, ad essere ragionevoli. Infatti, un atto non conforme a ragione non è buono; ma la ragione esige ponderazione, moderazione, quindi temperanza.

Chateaubriand potè scrivere : « Le passioni, figlie del cielo, generano il genio». Disgraziatamente però in conseguenza della colpa originale, le figlie del cielo furono asservite dall'inferno, e se, dopo la Redenzione, possono essere reintegrate in un'atmosfera di bellezza, permangono tuttavia forze perfide anche in coloro, nelle cui vene fu inoculato il Sangue di Cristo mediante i Sacramenti. Potranno essere ancora ispiratrici del genio, ma spesso del genio malefico, ed eserciteranno una trista influenza, e s'adopreranno a detronizzare l'anima, regina del composto umano, a scoronarla, a rapirle il suo scettro per rimetterlo in balìa dei sensi: Caro concupisca adversus spiritum (Gal. 5, 17). Quindi è dovere imperioso frenarle, vincerle per farle rinsavire. Non si trasformano però in agenti preziosi della volontà, se non ne divengono schiave; ma solo la temperanza impone loro il giogo.

Essa desta dunque subito l'idea di lotta, di fatica, di sforzo. Non è, come vorrebbero alcuni, « la virtù fiacca degli spiriti mediocri, delle intelligenze limitate, delle timide volontà ». Il temperante è un combattivo. « Mantenersi ad uguale distanza fra due passioni estreme, fra l'orgoglio e la bassezza, tra la ribellione e il servilismo, fra la sensualità e l'aridità del cuore, fra la temerità e la codardia, tra l'avarizia e la prodigalità »37) questo non è proprio né del vile né dello stolto.

Neppure la si potrà confondere con quel liberalismo perverso che, pretesto della neutralità, ammette ogni errore, assolve ogni scandalo, e s'asside con uguale indifferenza alla mensa del Signore e al festino di Satana. Per il temperante memore della parola del divino Maestro: Qui non est mecum cantra me est (Mat. 12, 30), la verità è intransigente, la morale infrangibile.

Non la si confonda neppure con l'insensibilità di certi esseri atoni o apati. La mancanza di sensibilità, sia difetto naturale o conseguenza d'abusi, non è terreno propizio alla fioritura della virtù ; non ci si impegna in combattimento che su un campo di battaglia, -e il combattimento richiede virtù energica.

Se in generale ogni passione è terreno propizio per le lotte della temperanza, v'è tuttavia un campo d'azione propriamente suo: quello dei diletti sensibili.

Tali diletti sono per noi un costante pericolo; gravano tirannicamente su tutti ed esercitano la loro seduzione anche sulle anime più forti. Qual'è il prete che un giorno o l'altro di sua vita non abbia dovuto far suo il lamento dell'Apostolo: Angelus satanae qui me cola-phìzet? (2 Cor. 12, 7).

Sì possono distinguere tre cause di questo fenomeno. Anzitutto i piaceri dei sensi sono più accessibili che quelli dello spirito, i quali esigono spesso tutto un lavorio preparatorio di adattamento e di astrazione. Poi, le gioie sensibili non interessano soltanto la parte superiore dello spirito, come le gioie intellettuali, ma agitano tutti gli elementi della nostra sostanza dall'immaginazione che assorbono, ai nervi che fanno vibrare. Infine, dopo il peccato di Adamo, che ha distolto gli sguardi da Dio per fissarli in basso, la concupiscenza della carne regna sul mondo, è un fuoco che serpeggia nel nostro sangue, è un amore dei vili diletti che non conosce legge e abbatte ogni diga, quando non sì sa regolare la bru -talità del suo flusso e riflusso. ■ In quest'ordine di cose, dominano sopratutto due vizi: la gola e l'impurità. Siccome non v'è n'è alcuno più radicalmente e assolutamente incompatibile con l'anima sacerdotale, concludiamo che nessuna virtù dev'essere nostra quanto la temperanza, che reprime vittoriosamente sì ignobili vizi.

Il sacerdote è di Cristo, e qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et con-cupiscentiis (Gai. 5, 24), mediante la temperanza. Il sacerdote è l'uomo delle più alte vette, super montem excelsum ascende, tu, qui evangelizas Sion (Isai. 40, 9); forte della tem peranza, deve svincolarsi da qualsiasi laccio che lo possa avvincere al suolo. Il sacerdote fa parte di coloro di cui è scritto: Pulchritu dinis studium habentes, perché è scritto pure: Quam pulchri super montes pea s annun-tiantìs pacem '(Isai, 52, 27); sarà l'uomo della bellezza vera mediante la temperanza e realizzerà così la parte del suo programma che lo obbliga a essere excelsior coelis factus.

Ascoltiamo il Dottore Angelico: Qua?nvis puìchritudo conveniat cuilibet virtuti, excel-lenter tamen aitribuitur temperantiae 38). E le tre ragioni che adduce sono convincenti.

La prima condizione della bellezza è la proporzione: Pulchra dicuntur quae visa pia cent39). Ove non è armonia di proporzioni noiz può essere bellezza vera. Ora, la temperanza che modera, che mette ogni cosa al suo posto, stabilisce armonia in tutto. La natura è bella perchè in tutto vi è ordine, equilibrio; così nell'anima temperante.

La seconda condizione della bellezza è l'integrità: Quae diminuta sunt, hoc ipso turpia sunt 40). Quest'integrità consiste nell'universalità della proporzione. L'anima giusta nei suoi pensieri, ma smodata nei suoi affetti, non è bella ; lo diverrà con la temperanza che esten de su ogni facoltà la sua influenza modera -trice.

La terza condizione della bellezza è lo splen -dorè: Honestas est quaedam spiritualìs yul- * chritudo... Ad temperantiam specialiter honestas pertinere vidztur, quae id quod est homini turpissimum et indecentissimum repellit 41). L'anima, spirito creato ad immagine dell'eterna Bellezza, è raggiante di luce quan do è pura: Homo cum in honore esset... (Ps. 48, 12). La temperanza facendole evitare tutto ciò che è obbrobrioso, la preserva da ogni macchia contaminante e la conserva nella sua spirituale bellezza.

Non occorre insistere; la temperanza è una virtù per noi indispensabile. La chiederemo dunque a Dio con insistenza: Bonitatem et di-sciplinam et scientiam doce me (Ps. 118, 66); poi, generosi, ci applicheremo all'acquisto delle virtù morali che le fanno corona.

2. - QUALI VIRTÙ' PRODUCE LA TEMPERANZA

Anche senza approfondire l'analisi, è facile ammettere che la temperanza deve anzi -tutto frenare la volontà scossa dall'impeto delle passioni; reprimerla nei suoi moti in-' composti verso quanto le passioni desiderano, al punto da farle superare ogni ostacolo; calmarla quando, insoddisfatta o contrariata, sarebbe disposta ad abbattere l'opposizione con violenza. Donde tre forme di temperanza: la continenza, l'umiltà, la dolcezza.

a) La continenza. — Il peccato non è che orgoglio e il P. Lacordaire ha detto molto giustamente che l'uomo pecca per adorazione di • sé. Ma anzitutto si adora nei sensi ; la concu -piscenza della carne è la passione di cui più brutalmente subisce l'insidia; sono suoi agenti la golosità e la lussuria. E' troppo evidente e non c'è bisogno di insistere nè si esita a con-

vincersi che In un'anima temperante, la mor tiflcazione della gola, la sobrietà, la castità, e inoltre, per il prete, la verginità, devono essere virtù coltivate assiduamente, amorosamente.

1° La golosità, uso immoderato degli alimenti necessari alla vita, è un difetto un po' comune. La Provvidenza infonde un certo diletto nell'azione del mangiare e del bere, affinchè l'uomo con più facilità prenda quanto è necessario al suo sostentamento. L'uso è ordine, l'abuso è disordine. La volontà fiacca oltrepassa facilmente i limiti del necessario o dell'utile. Si hanno ragioni, si trovano pretesti, si finisce per trasmodare e — cosa inverosimile in un prete — ci si preoccupa della mensa. S. Tommaso ci dispensa da una sgradevole descrizione: Quantum ad ipsum cibum... quae-rit aliquis cìbos lautos, id est pretiosos; quan-tum ad qualitatem, quaerit cibos nimis accurate praeparatos, id est studiose; quantum ad quantitatem, excedit nimis in edendo... vel, praevenit debitum tempus comedendi, quod est prae provere; vel non servat modum debitum' in edendo, auod est ardenter 42). E poco dopo parla de ebrietate!

Sarebbe mai utile ricordare anche a chi è fatto per le altezze la raccomandazione di S. Paolo: Sicut in die honeste ambulemus, non in comessationibus et ebrietatibus? (Rom. 13, 13).

Crediamo di no! A tutti nondimeno è utile la pratica della mortificazione e della sobrietà. Quanto è contrario a queste virtù offusca l'intelletto, aggrava il cuore, abbrutisce i sensi, istilla nell'anima elementi deleteri, finisce per scandalizzare i fedeli. Una mensa frugale cui ci si asside per brevi momenti, è la mensa dell'uomo attivo, intelligente, interiore; è la mensa dell'apostolo modello, predicatore tacito, ma vivente, di una penitenza che lo fa potente sul cuore di Dio e conquistatore di anime: semper mortificationem Jesu in corpore nostro cir-cumferentes, ut et vita Jesu manifestetur in corporibus nostris (2 Cor. 4, 10).

2° Quando si è letto nel Genesi: Omnis guip-pe caro corruperat viam suam (Gen. 6, 12), è. facile spiegarsi, pur rimanendone spaventati, la forza, l'universalità del vizio impuro, dal quale provengono, dice il Dottore Angelico. caecitas mentis, inconsideratio, praecipitatio, inconstantia, amor sui, odium Dei, affectus pre-sentis saeeuli et horror futuri 43). Tale enumerazione è più che sufficiente per dimostrare che fra tanto male e l'anima del prete chaos ma-gnum flrmatum est. Almeno, dev'essere così ad ogni costo, fosse pure a costo della vita!

Con la castità — castigare — castigando la sua concupiscenza, l'uomo di Dio conserva lo Spirito di Dio: Fructus autem Spiritus est charitas, gaudium... modestia, continentia, ca-stitas! (Gai. 5, 22). Con la verginità, rinunciando per sempre ad ogni vile piacere, conserva lo spirito in Dio: Virgo cogitai guae Domini sitnt, ut sit sancta corpore et spìritu (1 Cor. 7, 34). Ed è questo un benefìcio prezioso di tal forma di temperanza; la forza segreta ma immensa del vero prete è riposta nella perfetta purità, che lo rende Angelo; egli porta Dio in se stesso, come in una pisside d'oro, esala il profumo di Dio, vibra quasi un raggio di sole su tutto quanto lo avvicina senza toccarlo: Noli me tangere!... Mai!... perché Dio ci tocchi: Spiritus Domini super me (Mat. 8, 17).

b) L'umiltà. — L'orgoglio dello spirito, pur essendo meno percettibile dell'orgoglio della carne, non è meno universale. Tutti ne siamo infetti, coscienti o no, tutti ne siamo servi. Superbia - superbire - super ire, vuoi farci dominare tutto; peccato dell'angelo e peccato dell'uomo, è causa di ogni caduta: Initium omnis peccati superbia (Eccli. 10, 15).Spaven-tosa quindi in tutti, lo è in modo speciale nel prete, naturale nemico del peccato, artefice di virtù, altro Cristo per la sua ordinazione.

Ora, del Cristo vincitore del male, santo di Dio, sta scritto: Humiliavit semetipsum (Phil. 2, 8). L'umiltà, humum ire, è dunque una virtù eminentemente sacerdotale. Il divino Maestro l'ha abbastanza predicata con la parola e con l'esempio: Qui se exaltat humiliabitur (Luc. 14, 11). S. Paolo ricorda in modo impressionante questo duplice insegnamento e ne trae la morale pratica: In humilitate supe-riores sibi invicem arbitrantes (Phil. 2, 3). Ma, si può affermare che tale virtù sia all'ordine del giorno e ci preoccupi sinceramente?

Oh, votiamoci generosamente alla pratica dell'umiltà, incoraggiati dalla promessa del sorriso di Dio a ricompensa del nostro sforzo: humilibus dat gratiam! (Iacob. 4, 6).

e) La dolcezza. — L'ira, vizio capitale da non confondersi con l'emozione, con l'indigna-

zione santa di cui parlano i Salmi: Irascimmi et nolite peccare (Ps. 4, 5), è ordinariamente inseparabile dall'orgoglio. E' l'incontinenza dì una passione violenta che in modo brutale atterra quanto la urta.

Chi può dire quanto sarebbe riprensibile, di auanto malesempio sarebbe in un prete? Dobbiamo ben guardarci contro tutto ciò che potrebbe fomentarla, perchè per un uomo preso nel groviglio di tante occupazioni e preoccupazioni, possono essere molti i motivi d'impa zienza, molteplici le cause di malumore per chi deve trattare con tanta gente.

Sorvegliamo, moderiamo noi stessi; cedere all'impeto. della passione sarebbe tattica insana. Beati mites, quoniam ipsi possidebunt ter-ram (Mat. 5, 4). La vittoria definitiva arride ai mansueti. Il nostro divino Ideale che è venuto pieno di mansuetudine, che ha proclamato la mitezza e l'umiltà del suo cuore, ch~ ha raccomandato di non spegnere il lucignolo ancora fumante, di non spezzare la canna fessa, non ha vera azione che in un'anima armo -nizzata colla sua. Inchiniamoci docilissimi ai consiglio del Savio: Fili, in mansuetudine serva animavi tuam (Eccli. 10, 31). Tutto questo esigerà una fortezza non comune, la fortezza richiesta per vincere noi stessi. E quale vittoria può essere più bella?

— Siamo temperanti. Quante cose, e come belle in questa sola parola! In un'età in cui tutto manca d'equilibrio, in cui gli audaci si contano a legioni, diventa dovere imperioso che quanti hanno missione di guidare altri, posseggano moderazione, giustizia, ragiono. Senza queste basi non si pretenda edificare un

solido edifizio. li sopranaturale suppone lì naturale. Operiamo divinamente, ma, perciò, cominciamo ad operare, con la grazia di Dio, umanamente in perfetta e pura bellezza. E sarà così se arriveremo a possedere la virtù che abbiamo meditata.

Noi siamo direttori; e direttore significa moderatore. E come può essere moderatore chi non è moderato? Rivolgiamo spesso questa preghiera a Dio: Da mihi sedium tuarum as~ sistricem sapientiam (Sap. 9, 4). Egli ci ascolterà perché vuole il bene nostro e per mezzo nostro, il bene delle anime.

Esame sulla discrezione

Vi adoro, mio Dio, nel silenzio della vostra eternità che sembra avvolgere tutto quanto deriva da Voi, tutto ciò che è Voi. L'Ostia con sacrata che vi cela al mio sguardo è silenziosa; silenziose sono le manifestazioni intime della vostra grazia; silenziosa l'azione del vostro Spirito nell'anima mia che non sa percepire i « gemiti inenarrabili» di cui parla S. Paolo; silenziosa la vostra attività universale... non in commotione Dominus (3 Reg. 19, 11).

Saper tacere è grande sapienza: Verba sa-pientium audiuntur in silentio (Ecclì. 9, 17), nel silenzio di parole e nel silenzio di azione.

Virtù preziosa per un prete è certamente la discrezione. E' una forma delicata o un frutto prezioso della temperanza che io devo desiderare con ardore. Voglio formarla in me e per riuscirvi con più viva luce, quindi con maggiore sicurezza, voglio investigare che cosà mi manca per essere discreto, dopo essermi convinto della necessità di esserlo.

I. Necessità della discrezione. - La discrezione può definirsi: giudizioso riserbo di parole e di azioni. Sono convinto che le più splendide qualità degenerano in difetto quando eccedono? «Chi non sa limitarsi, non seppe mai scrivere». Si potrebbe aggiungere: «Chi non sa tacere, non seppe mai parlare; chi non sa riposare non seppe mai lavorare ». — Rifletto che a una viva intelligenza, a uno spirito ben dotato è da preferirsi un giudizio retto, una volontà equilibrata? — Sono quindi convinto di dover anzitutto applicarmi all'educazione del mio giudizio? E' sempre possibile se, con la riflessione, mi rendo conto degli ammaestramenti dell'esperienza, e se, umile, seguo docilmente le direttive che possono darmi. Si può nascere senza le facoltà intellettuali sufficienti per diventare colto ed erudito; dipende però dalla nostra libertà riflettere ed essere umili. — Nelle mie intime decisioni mi attengo a questi aforismi che posso riguardare come assiomi: spesso l'ottimo è nemico del bene; — il timore di un male ne genera uno peggiore? — Nelle dispute di scuola, adotto opinioni moderate, diffidando sempre delle opinioni estreme, assolute, intransigenti? Sono persuaso che, salvo per i principi essenziali del dogma e della morale, possono esservi sfumature molteplici di apprezzamento, per il fatto che si considerano le cose sotto differenti punti di vista e che è quindi da savio il non mai sentenziare senza appello? — Specialmente nel dirigere le coscienze ho l'intima convinzione che la prudenza è fonte di sicurezza, che le vie battute non riservano alcuna sorpresa, che saper aspettare è grande sapienza? In merito a certi argomenti, come vocazione, penitenze di supererogazione, ecc. procuro d'essere discreto quant'è possibile?

II. Pratica della discrezione. - a) Nelle parole. — E' un punto di particolare gravità per un prete che deve più d'ogni altro ricordare. Et quod in aurem locuti estis in cubiculis, praedicabitur in tectis (Luc. 12, 3); perfino 1 muri stanno in ascolto; si amplifica, si travisa tutto. Quanto di vero o di falso si attribuisce a un sacerdote è di molta importanza: a de-tractione parcite linguae. (Sap. 1, 11). - Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir (Iacob. 3, 2). Ho l'abitudine di vigilare sulle mie parole, di riflettere prima di dire qualche cosa o di fare un'osservazione? Mi astengo da ogni apprezzamento sulle persone? Il prete nulla dica di nessuno, nè in bene nè in male, eccetto quando si trattasse di difendere un innocente accusato in sua presenza. — Con i miei familiari sopratutto, con i miei genitori stessi, ho conservato silenzio assoluto riguardo a tutto ciò che concerne il mio ministero? — Sono scrupoloso per non lasciar trasparire nulla d'una confidenza ricevuta, d'un segreto confidatomi? Sopratutto, lo sono riguardo al sigillo sacramentale? Le ultime prescrizioni canoniche in proposito sono rigorosissime 44). Ho cura di non mai citare un fatto concreto conosciuto in confessione anche se non v'è pericolo di divulgazione nè diretto né indiretto? Si esagera raramente nel tacere, si esagera spesso nel parlare. Il primo difetto è riparabile, il secondo quasi mai!

b) Nelle azioni. — Nel lavoro del ministero ho usato con moderazione del mio tempo, delle mie forze? — Nelle opere di zelo ho intrapreso qualcosa di straordinario, abusando della dedizione generosa di chi si offre ad aiutarmi, ho esagerato in un senso o nell'altro in ciò che è esterno? — Nel ministero ho imposto alle anime onera gravia et impor-tabilia? Non devo rimproverarmi visite troppo frequenti, intempestive? Non ho moltipli -cato senza moderazione. le pratiche devote, le funzioni straordinarie? — Nelle mie ricreazioni son riserbato, modesto? Vir autem sapiens vix tacite ridebit (Eccli. 27. 23).

— Signore, Voi che tutto disponete fortiter et suaviter... in mensura et numero, et pon-dere (Sap. 11, 21), concedetemi la grazia di parlare, di agire sempre a tempo e modo.

Mi avete fatto vostro sacerdote, m'avete af fidato gli interessi della vostra gloria; non permettete ch'io la comprometta per mancali za di discrezione. Con tutto il cuore vi rivolge la preghiera di S. Tommaso: Concede miseri-cors Deus, quae Ubi placita sunt ardenter con-cupiscere, prudenter investigare, veraciter agnoscere, perfecte adimplere, ad laudem et gloriavi nominis lui. Amen.

 

Preparazione alla morte

IL «DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Confidenza fondata sul metodo del Giudice

Qui Mariam absolvisti Et latronem exaudìsti . Miài quoque spem dedisti.

Viene la morte, o mio Dio! Ogni giorno più si avanza... e io lo dimentico! Il condannato alla pena capitale può mai distogliere il pensiero da quel sinistro momento? E' difficile! Ad ogni modo egli tutto predispone per essere pronto quando lo si avvertirà che l'ora fatale è per lui arrivata.

Sarò avvertito? E' poco probabile! Anzitutto posso morire improvvisamente. E se anche sarò avvisato, crederò io a chi mi userà tanta carità? Non posso esserne certo; l'esperienza m'insegna che nessuno più del morente conserva, in apparenza almeno, un'illusione più profonda, un desiderio più acceso di vita, proprio nel momento in cui questa vien meno.

Eppure conosco la solenne gravita di quest'ultimo atto della mia esistenza che mi getterà ai vostri piedi giovane, ardente, forte del la giovinezza dell'eternità. Nessuna illusione allora, ma la piena luce; nessun desiderio, ma la realtà definitiva determinata appunto dalla luce.

Che sarà di me? Ho un bel nascondermi a me stesso... il ricordo di quel periodo della mia vita, di quello stato dell'anima mia, si rinnova incessantemente e non posso negare la verità: Est, est; non, non! Un peccato è un peccato! E tutti quelli che ho commesso sì precipiteranno su di me per trascinarmi nell’ abisso.

Voi stesso, mio Gesù, me li ricorderete e vi troverete il motivo della mia condanna.

Vi supplico, Maestro adorato, vogliate piuttosto vedervi l'argomento della mia giustificazione. Non ha scritto S. Francesco di Sales: « Dio vuole che la miseria nostra sia il trono della sua misericordia; le nostre impotenze, sede della sua onnipotenza? » Voglio dunque dirvi allora quello che vi dico in questo momento, voglio vincervi con le armi che Voi stesso mi ponete tra mano.

Qui Mariam absolvisti! Essa aveva moltu peccato: ce lo dite Voi stesso quando affermate che remittuntur ei peccata multa (Lue. 7, 47) ; si sarebbe potuto dubitare di tanto perdono, poiché l'Evangelista, così discreto, dice di lei: Erat in civitate peccatrix!... (Lue. 7, 37).

L'anima mia fu mai così nera? Oh, misericordia del mio Dio! M'avete prevenuto, seguito, custodito, preservato con tanto amore... in aeternum cantabo! Ma quando anche fossi colpevole come Maddalena? Avete perdonato a lei, non perdonerete anche a me, Signore?

Lo so; Voi dite di lei: multum dilexit! E che può impedirmi di farlo? Ella spezzò il suo vaso d'alabastro; io posso spezzare l'anima mia con la contrizione e l'umiltà. 'Ella versò il suo nardo prezioso sul vostro capo sacratissimo ; io posso spargere sul vostro corpo mistico il profumo delle mie buone opere, che renderò soprannaturali, generose, abbondanti sempre più. Ella bagnò di lacrime i vostri piedi benedetti, io posso essere di coloro che seminunt in lacrymis.

Quando non avessi più che un'ora sola di vita, posso impiegarla a prepararmi così alla morte, o piuttosto a preservarmi dalla morte. Signore, eccomi all'opera... Miài quoque spem dedisti!

— Et latronem exaudisti! Questi vi aveva insultato, schernito, bestemmiato, ed era un assassino. Fa una breve preghiera e, senza più, s'ode rispondere: Hodie mecum eris in paradiso! (Luc. 23, 43).

Oh, l'anima mia non fu mai tanto colpevole, le mie labbra non furono mai cosi contaminate! Ma quand'anche fossi colpevole come il buon ladrone... Avete perdonato a lui, Signore, non perdonerete anche a me?

Certo egli ebbe un'illustrazione di fede improvvisa e vivissima; la vista dei vostri dolori lo compunse, e dal suo cuore si sprigionò il grido d'amore che valse a giustificarlo. Ma, Signore, non furono questi doni vostri, non fu opera del vostro amore quella luce, quella conoscenza, quella carità? Imploro con istanza uguale effusione di grazie. Se sono inter sceleratos reputdtus, sono pure il vostro sacerdote, alter Christus. Pietà di Voi in me; salvatemi.

Sarà questa la mia preghiera quotidiana; il mio cuore ci si deve abituare e l'ultimo suo palpito vi dirà: Memento mei!... Voi mi risponderete: Mecum eris!... Voi l'avete promesso... illic et minister meus erit (Ioan. 12, 26).

Gesù, sono vostro ministro... Mihi quoque spem dedisti!

RITIRO DEL MESE DI SETTEMBRE

IL SACERDOTE E LA TONSURA

S. Paolo raccomanda a Timoteo di ravvivare la grazia della sua Ordinazione. All'Apostolo questa raccomandazione doveva sembrare di un'importanza grandissima perché la ripete due volte. Anzitutto concentra l'attenzione del suo discepolo sulla presenza e permanenza in lui di questa grazia: Noli negligere gratiam quae in te est, quae data est Ubi per prophe-tiam, cum impositione manuum presbyterii '(1 Tim. 4, 12). Poi lo invita a farla rivivere: Admoneo te ut ressuscites gratiam Dei, quae est in te per inwositionem manuum mearum (2 Tim. 1, è).

E' veramente una realtà ammirabile la grazia del nostro sacerdozio, una specie di capitale ingente che ci procura inestimabili vantaggi, ma richiede di essere sfruttato. La nostra negligenza su questo punto è causa in gran parte dell'indebolimento delle nostre sante energie.

Ricordiamo infatti che ogni sacramento, oltre la grazia abituale, infonde nell'anima una grazia caratteristica la quale, secondo l'opinione più comune, non è realmente distinta dalla prima, ma la rende effettivamente più vigorosa e conferisce all'anima stessa un diritto speciale a grazie attuali, che l'aiuteranno a vivere secondo gli obblighi e lo spirito del sacramento ricevuto.

Di questi aiuti soprannaturali noi possiamo avvalerci nella misura della conoscenza che ne abbiamo e nella carità che ci piega docili, generosi, alla loro influenza santificatrice. Pur possedendo un tesoro si è poveri quando sì dimentica, o non si sa valersene.

Importa assai che noi non ci arricchiamo continuamente sfruttando la nostra grazia sacerdotale; non ve n'è altra più ricca, perché nessun Sacramento impone doveri più gravi; nessuno esige uno spirito più elevato di quello che è richiesto dall'Ordine sacro.

Questo gran sacramento è una vetta luminosa; vi siamo giunti con la progressiva ascesa dei diversi gradi, a ciascuno dei quali era annessa una virtù propria. In tutti questi gradi il buon prete è eminente.

Ci tornerà molto utile considerare di nuovo uno ad uno questi gradi per comprenderli sempre più e sempre meglio e invocarne con ardenti voti l'attuazione perfetta nella nostra vita morale.

Incominciamo dalla Tonsura. Non è un sacramento ma un sacramentale molto solenne; esso depone nell'anima come una potente calamità che attira le grazie destinate a formare il chierico a quello spirito che lo renderà idoneo al sacerdozio. « Gli antichi consideravano sacre le sorgenti dei fiumi; la Tonsura è come la sorgente delle grazie sacerdotali» 45).

Quale dev'essere lo spirito del Tonsurato e che cosa esige? Due parole compendiano tutto: morte e vita.

1. - MORTE

Quando per la prima volta partecipammo alia sublime cerimonia dell'ordinazione, prostrati ai piedi del Pontefice consacrante, lo udimmo esclamare, dopo l'invocazione dell'aiuto di Dio: Oremus, fratres carissimi, Do-minum nostrum Jesum Christum pro his fa-mulis suis, qui ad deponendum comas capi-tum suorum pro ejus amore festinant, ut do-net eis Spiritum sanctum, qui habitum reli-giosis in eis in perpetuum conservet, et a mun-di impedimento ac saeculari desiderio corda eorum defendat46). Il Maestro divino dice: non potete servire Dio e il mondo. Ora, il sacerdote è il servo di Dio per eccellenza; perciò non deve più essere del mondo.

Per fare i vasi sacri destinati al S. Sacrificio della Messa, si adoperano metalli preziosi e dopo che sono stati consacrati non si possono adoperare per uso profano. Così l'uomo da trasformarsi in altro Cristo deve anzitutto divenire un essere nobile; deve quindi rendersi immune da quanto potrebbe fare di lui un essere volgare. Occorre perciò che si separi dal mondo, che non si lasci attirare dall'esca del guadagno, dall'ambizione e da qualsiasi bassa passione; che si rivesta delio spirito ecclesiastico, che è lo spìrito di Gesù: Si quis Spiritum Christi non habet, hic non c'impone! Lo spirito caratteristico del chierico fa giudicare ciò che gli uomini apprezzano come ne giudicava S. Paolo: Quae mihi fuerunt lucra, haec arbitratus sum propter Christum detrimento (Phil. 3, 7).

E' necessaria quindi una seconda immolazione figurata nel taglio dei capelli: l'immolazione di noi stessi.

In vero noi non amiamo le creature per se stesse, ma in ordine a noi, e vogliamo trovare noi, amare noi in esse. Nostro Signore ha posto la rinuncia personale quale condizione assolutamente necessaria per seguirlo: Abneget semetipsum (Mat. 16, 24). Ascoltiamo ancora l'Olier: « Tale cerimonia si fa dopo che il Chierico è stato rivestito della talare perchè è necessario che una persona prima di padroneggiare assolutamente se stessa, prima, di dominare perfettamente le sue passioni, sia crocifissa, morta e sepolta». Ma s'intende che il Chierico deve dominare le sue passioni. « Gli si traccia sul capo una corona, dice lo stesso pio autore, per significare il dominio che egli deve avere sópra se stesso e come egli diventi padrone di quelle passioni che lo rendevano miserevolmente schiavo e che non devono or,a più servire che alle sue vittorie e a dare maggior risalto alla gloria dei suoi trionfi» 47).

Questa duplice immolazione delle creature e di se stesso richiede un principio ispiratore. Sul campo di battaglia, dove gli assalti saranno frequenti, brillerà una luce. Noi scorgemmo l'astro da cui emana e sempre emanerà questa luce: il Signore; perciò dicemmo: Domi-nus pars haereditatis meae et calicis mei...

Dal momento in cui si lascia tutto, ci si assicura il possesso di Dio; quindi deve cessare ogni esitazione, come dev'essere sopressa ogni riserva nel dono di sé, che dovrà essere completo, assoluto, per essere giusto.

Beato il sacerdote che ha compreso l'espres • sione di S. Paolino: Nihii habemus nisi Christum; et vide si nihil habemus qui omnia ha-bentem habemus 48). Questi ha conservato lo spirito della tonsura ed è veramente prete; mentre non lo è, non lo può essere chi, foggiandosi una vita borghese, procurandosi tutti i comodi di un'esistenza mondana si fa disertore dell'esercito degli apostoli veri, i quali mettono in pratica la raccomandazione del Maestro: Nihil tuleritis in via... (Luc. 9, 3).

Consideriamo bene le cose. Svaluteremmo il nostro sacerdozio se, mancanti di fede nella promessa del centuple lasciassimo assopire il fervore del nostro primo passo verso il Santuario, fervore che, al taglio simbolico dei capelli, strappò all'anima nostra il grido generoso: Ecce nos reliquimus omnia (Mat., 19, 27).

Nonostante le riprese della natura, a dispetto dell'influenza dell'ambiente, viviamo coraggiosi il monito di S. Paolo, che per noi è assolutamente obbligatorio: Mortui estis, et vita vestra est abscondita cum Christo in Beo (Coloss. 3, 3).

2. - VITA

Abbiamo consentito a morire; il nostro capo si è piegato quasi a ricevere il colpo sacrificatore; ed ecco, erompe un canto giulivo, celestiale espressione delle meravigliose promesse di vita divina, in cambio della nostra vita umana: Hi, accipient benedictionem a Domino. E il Vescovo ci rivestì della cotta: Induat te Dominus novum hominem.

Lasciamo la parola all'Olìer:

« Quest'indumento è emblema della grande purezza, della eminente santità di vita che deve professare chi ha ricevuto la tonsura. Significa il candore, l'innocenza che deve trasparire da lui, il candore della cotta deve rendergli quasi sensibile il suo proposito di santità e di perfezione, e rimettergli costantemente dinanzi allo sguardo gli obblighi contratti.

« II Chierico così rivestito, ricorda che è entrato nella vita nuova, nella vita della risurrezione, nella vita divina di cui gli angeli e i santi in Gesù Cristo vivono nel Cielo per la gloria di Dio; questa vita divina è quella del Figlio di Dio risuscitato, nella quale il Chierico deve entrare immergendosi nell'interno di Gesù Cristo medesimo e nelle sue disposizioni, ossia nella sua religione, nelle sue lodi, nel suo amore, in una parola nello spirito del divin Salvatore glorioso e glorificante il Padre suo. Di modo che, come nel cielo l'occupazione dei Figlio di Dio e quella di tutti gli angeli e beati in Gesù Cristo, è d'essere immersi in Dio per sempre, di contemplarlo senza interruzione, di lodarlo, di adorarlo e dì amarlo incessantemente nella loro innocenza e nella loro santità, così i Chierici, nella Chiesa, devono essere intenti a un tributo di lode, di amore, di esultanza perenne a Dio » 49).

Ecco spiegata la vita, frutto della morte mistica, che deve animare il Tonsurato; tale vita è una grande grazia del Signore, è la vita di Gesù medesimo: Vivo jam non ego, vi-vit vero in me Christus (Galat., 2, 20).

La vita è la sorgente interiore degli atti. Nell'anima di Cristo, anima al servizio di una Persona divina, questa sorgente era lo Spirito di Dio: Spiritus Domini super me... misit me (Luc, 4, 18). — Agebatur a Spiritu (id., 4, 1). Per il cristiano la sorgente è l'anima stessa del Cristo, sulla quale è innestato come il ramo sul ceppo. Il Chierico è un cristiano perfetto: s'è svincolato da tutto e da tutti per lasciarsi assorbire da Cristo: Ego in vobis et vos in me.

La linfa circola liberamente dal tronco ai rami, e tronco e rami integrandosi a vicenda, costituiscono l'albero unico e completo.

Il Tonsurato con il distacco assoluto, permette alla linfa divina dì passare dall'anima di Gesù all'anima sua; e noi sappiamo che questa linfa è lo Spirito di Gesù: Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, hi sunt filli Dei (Rom., 8, 14). Egli forma ormai una cosa sola col vero Figlio di Dio, integra il suo essere morale: Vos autem estis corpus Christi et membra de membro (1 Cor., 12, 27); un unico soffio li avviva.

Come quaggiù durante la sua vita mortale Gesù aveva una sola occupazione, la gloria del Padre suo; come nel cielo con i suoi angeli e beati non avrà mai che una sola occupazione, la gleria del Padre; così il Tonsurato docile alla grazia della sua consacrazione, attua ogni giorno più e meglio il vivere summe Deo.

Lo dovrebbe già fare quale semplice cristiano perchè, morire a se stesso per vivere a Cristo, è il compendio di tutta la perfezione cristiana. Ma, da semplice cristiano, non porterebbe il segno esterno di questo obbligo; mentre da Chierico, porta nel suo abito il suggello autentico ch'egli è interiormente rivestito dell'uomo nuovo: « La vestizione del chierico è una specie di professione » 50).

Sia dunque leale con se stesso, e, nonostante le difficoltà, sia davvero e per sempre morto al mondo, non viva più che per Dio: Quod enim mortuus est peccato, mortuus est semel; quod autem vivit, vivit Deo (Rom., 6, 10). -

Programma così sublime non lo si attua senza difficoltà, né senza sforzo incessantemente rinnovato. Ma sul nuovo milite di Cristo si libra sempre, presagio di benedizione perenne, l'efficacia della preghiera del Pontefice che accolse il suo Dominus pars e che in quel momento disse a Die: Omnipotens sempiterne Deus, propinare peccatis nostris... ut sicut si-militudinem coronae tuae eos gestare facimus in capitibus, sic tua virtute haereditatem sub-sequi mereantur aeternam in cordìbus.

— Rinnoviamoci nelle disposizioni della nostra tonsura, ossequenti dal profondo del cuore al monito del Vescovo: Habitu honesto. bonisgue moribus atque operibus. Deo piacere studeatis. Esperimenteremo senza dubbio quanto cantammo già con giovanile entusiasmo: Funes ceciderunt mihi in praeclaris! Siamo della Chiesa, siamo di Cristo: non si è mai così felici come quando si è quali si deve essere.

Esame sullo spirito ecclesiastico

Vi adoro, Maestro divino, in preghiera per noi, mentre state supplicando il vostro Padre celeste: Non rogo ut tollas eos de mundo, sed ut serves eos a maio... de mundo non sunt (Ioan., 17, 15). Il mio abito mi separa dal mondo, ma più ancora me ne deve separare il mio spirito.

Lo spirito è un insieme di principi, che informano le disposizioni intime e determinano la fisionomia caratteristica di un'anima.

Vae mundo a scandalis. Lo spirito mondano è maledetto; benedetto invece lo spirito ecclesiastico: Qui adhaeret Domino unus spiritus est (Isai., 56, 6). E' di somma importanza ch'io sia animato dallo spirito del mio stato santo. Ne ricevetti la grazia iniziale il giorno della mia tonsura. Lo spirito del chierico è come il fondamento e l'involucro dello spirito proprio a ciascuno degli Ordini che mi furono conferiti successivamente. Se lo avessi lasciato affievolire o disperdersi, come potrebbe essere garantita la solidità dello splendido edificio del mio sacerdozio? Si conserva la pietra preziosa in solido scrigno e la si preserva così da ciò che potrebbe offuscarla, infrangerla.

Posseggo io lo spirito ecclesiastico? Interrogazione grave, alla quale potrò rispondere esa -minando il mio modo di pensare e il mìo modo d'agire.

1. MODO DI PENSARE

Conservo la mia mente delicatamente e generosamente docile a tutti gli insegnamenti della Chiesa, si tratti di fede, di morale o di

 

 

disciplina? — Per non essere integrista, estremista non ho forse degenerato in quel liberalismo malsano che sbocca nel libero esame, nel soggettivismo, nel modernismo? Il pendio è sdrucciolo; l'orgoglio o semplicemente un intellettualismo affettato vi fanno scivolare facilmente. — Sotto pretesto che l'intransigenza è indizio di grettezza, che ispira metodi capaci di scoraggiare le anime deboli, mentre dovrebbero essere attirate con una certa larghezza di vedute, con una bonarietà conciliativa, non ho forse consentito all'insinuarsi del lassismo, della rilassatezza, della negligenza nei miei costumi? Viviamo in un'atmosfera pesante; attorno a noi tutto è corsa ai piaceri, soppressione dello sforzo; come non rimanere intossicato da quest'aria pestifera, quando non se ne diffida? — La lettera uccide, lo spirito vivifica: fondato su questo assioma, tratto forse con un'indipendenza che rasenta lo sprezzo, le prescrizioni canoniche, rituali o liturgiche? Si sa di certi preti che non si preoccupano delle rubriche, quasi fossero lettera morta. Non s'avvedono che oltre la mancanza di rispetto di cui sono più o meno gravemente colpevoli nelle funzioni del culto, cadono nel grottesco o nel ridicolo; destano scandalo nei fedeli e sorpresa negli altri.

I mondani discutono il dogma con orgoglio, trattano della morale evangelica con leggerezza, disprezzano le nostre pie cerimonie: Caeci sunt et duces caecorum (Mat. 15, 14). Quale disgrazia se un ecclesiastico viene a patti con gente simile per il fallace pretesto di rendersi popolare. Il fermento deve sollevare la massa: c'è pericolo invece che la massa soffochi il fermento.

2. - MODO D'AGIRE

II prete mondano non è una chimera. E' vero che nessuno riveste tutte le caratteristiche della mondanità, ma bisogna ben guardarsi da tutte, perché ognuna offusca la radiosa bellezza dell'uomo di Dio excelsior caelis factus.

Il prete mondano lo è nel vestire che risente la ricercatezza, la singolarità, la civetteria. Essere trascurato e sudicio, è male: ma è male ben più grave essere vestito e profumato come un fatuo o uno sciocco. — Lo è nell'abitazione: la sua camera è un gabinetto d'eleganza, il suo salotto un museo; il suo studio non presenta alcun indizio di lavoro intellettuale; i libri '(fra i quali non si trova né la Somma né una Concordanza, ma la Bibbia forse addossata a romanzi d'attualità), son tutti ben rilegati, disposti con fine arte, per comparsa; sulla scrivania, mobile di pregio, carta asciugante in cornice d'argento antico, penna d'oro che... inchiostro non macchia!... — Ma lo trovi di rado in questo studio leggiadro, eccetto alle dieci di sera per cominciare la recita di Prima mollemente adagiato sopra una soffice poltrona. — II prete mondano lo è a mensa: sala da pranzo ultima moda, servizio artistico, cristalli finissimi, tovaglia e tovaglioli ricamati fastosamente... Fa spesso inviti anche a laici, a signori e signore che si meravigliano del lus so' e si scandalizzano della lauta mensa... Egli pretende d'essere all'altezza!... Di che cosa?... Della Croce? — E' mondano nelle sue relazioni: è assiduo nel frequentare i salotti ove più di un buffone si diverte alle sue spalle ove compromette la sua dignità, se non la sua riputazione e la sua virtù, ove perde il tempo che dovrebbe consacrare alle anime dei semplici, dei lavoratori... Accetta spesso inviti a pranzo, dove si rivela esperto dell'arte culinaria e buongustaio, dando malesempio ai domestici e lasciando negli ospiti una meschina idea del prete: semper mortificationem Jesu in corpore nostro circumferentes (2 Cor., 4, 10). — E' mondano negli svaghi: viaggia per diporto, in compagnie allegre e graziose... Suona il piano a quattro mani! partecipa a gare sportive, al gioco del calcio... Chiedetegliene il motivo. Vi dirà che il suo è un metodo d'apostolato. — S'informi di ciò che ne pensano i poveri, le persone serie della sua parrocchia, coloro che lo hanno commensale negli alberghi di villeggiatura, e... saprà com'è apprezzato questo suo genere di apostolato!

— O Signore, custoditemi nella semplicicà del vero apostolo; mi sembra che, se me ne dipartissi, Voi rinnovereste la scena del Tempio e mi caccereste a colpi di fune dalla Casa della vostra grazia!... Rogo ut serves eos a ma-lo! (Ioan., 17, 15).

Agli antipodi del prete mondano, il prete volgare... Anch'esso purtroppo non è una semplice chimera.

La sua foggia di vestire!... Dimentica spesso la talare; quella che indossa abitualmente è stata immersa in tutti i colori dell'iride! — La sua abitazione!... il disordine non è certo effetto di arte, la pulizia non è eccessiva! — La sua mensa!... Non conosce che quella della cucina; suoi commensali, oltre la perpetua, sono ordinariamente il cane e il gatto!... Vi si beve spesso con persone di qualsiasi specie; i carrettieri dei dintorni lo sanno e lo sanno altri cui è noto il sentiero della canonica e non quello della chiesa! — Le sue relazioni!... Lo vedono qualche volta all'osteria... Nelle vie del villaggio parla a voce alta e non sempre castigata; il suo scherzare è facile, non sempre molto fine nè distinto!... E' un buon tipo » dicono alcuni. «Non è un prete! » dicono altri!... — Chiedetelo a lui: Vi dirà che tutto questo è un mezzo per accostare il popolo! — Dimentica che la soverchia familiarità genera di • sprezzo, crede che per essere popolare sia necessario essere volgare!

— O Signore, conservatemi nelle serene altezze ove deve abitare costantemente colui che è raggio di cielo sulla terra. Rendetemi vero e degno ministro della religione, madre dei santi. Preservatemi da ogni deviazione; rinnovate in me lo spirito ecclesiastico che imprime nella mia persona un'impronta di dignità grave e dolce. Il mio contegno esterno deve dire a tutti: Imitatores mei estote, sicut et ego Christi (l»Cor., 4, 16).

Preparazione alla morte

IL «DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Appello alla bontà di Gesù.

Preces meae non sunt dignae Sed tu bonus fac benigne Ne perenni cremer igne.

Alla vigilia della vostra morte, o Gesù, rivolgeste agli Apostoli questa raccomandazione: Vigilate et orate (Mat., 26, 41), premunendoli così contro il pericolo della tentazione; e aggiungeste: Spiritus quìdem promptus est, care autem infirma...

Alla vigilia della morte!... Forse ci sono già! Verrà un giorno in cui ci sarò senza saperlo; chi mi dirà che è giunto quel giorno? Nessuno. E tuttavia sarà di una gravita somma, molestato da tentazioni delicatissime, per il fatto che l'anima mia dovrà subire gli ultimi assalti del nemico; quanto mi saranno allora necessarie vigilanza e preghiera!

Ma preghiera non è già vigilanza? Per preservarmi dalle illusioni dello spirito e dalla debolezza della carne, voglio fin d'ora e in ogni giorno della mia vita, ripensando alla mia ora estrema, dirvi ciò che mi auguro di potervi dire in quel punto. Poiché sono e voglio essere sincero nella mia supplica, accettate, Gesù mio, che l'impotenza stessa della mia agonia Ve la esprima silenziosamente.

Preces meae non sunt dignae. Dio mio, Voi avete pietà degli umili: Cor contritum et humiliatum non despicies (Ps., 50, 18). Dovrei durar fatica ad esserlo riflettendo che sono un nulla e un nulla peccatore?

La preghiera vien formulata dalle labbra, ma è un grido del cuore è getta l'anima ai piedi del vostro trono.

Che labbra sono le mie? Non debbo ripetere col Profeta e con più ragione: Vir pollutus la-biis ego sum? (Isai., 6, 5). Ne avete raccolto soltanto parole di adorazione, di carità?

Che cuore è il mio? In certe ore nefaste, un vento infernale vi ha insinuato la polvere che mi ha reso simile a quell'uomo di cui Ezechiele dice: et posuerit idola sua in corde suo (Ezech. 14, 7); se pur non mi ha fatto somigliare a quell'altro qui posuerit immunditias in corde suo! (Ezech., 14, 4). Alla luce folgorante della eternità, non s'attenua la bruttezza del peccato, anzi meglio appare la sua abbomina-zione!

Che anima è la mia? Non forse vi ho ingannato privandovi della glorificazione che ne attendevate, non offrendovi in cambio che steri-litatem animae meae?

Ecco, il salmista mi dice: Quis ascendet in montem Domini, aut quis stabit in loco sancto ejus? Innocens manibus et mundo corde (Ps., 23, 3). S. Paolo insiste: Levantes puras manus sine ira et disceptatione (1 Tim.. 2, 8). L'anima mia è gravata da miserie, le mie mani portano tracce oscure.

No, non merito d'essere ascoltato: Non sum dignus vocari filius tuus (Luc, 15, 19). La mia preghiera è un mormorio che vi annoia, invece d'intenerirvi. Nulla posso, mio Signore, ma Voi tutto potete.

Sed tu bonus fac benigne. Signore, Voi siete buono: Confitemini Domino quoniam bonus (Ps., 105, 1); siete bontà per essenza. Con chi eserciterete la vostra bontà se non verso colui che ne ha maggior bisogno? E chi ne ha più bisogno del povero, del miserabile?

Guardatemi, ve ne scongiuro: Ne in furore tuo arguas me. Non irritatevi contro di me. Come Giobbe vi dirò: Contra folium quod vento rapitur, ostendis potentiam tuam (Job., 13, 25). Sono stato debole, infelice... ma sono stato malvagio come coloro di cui avete detto: Malos male perdei? (Mat., 21, 41).

Mi avete amato molto, troppo, nimiam cari-tatem, ed io non ho avuto cuore; ma imploro il vostro amore longanimis et multum misericors (Ps., 102, 8). Pietà di me, siatemi benigno: sono il vostro sacerdote che a Voi ritorna. Ne repellas in flnem (Ps., 43, 22). Consacrato nel vostro amore, oso scongiurarvi: pietà del vostro amore!

Ne perenni cremer igne. V'è un inferno, lo so; e più si cade dall'alto, più si precipita profondo... Rabbrividisco di spavento al solo pensiero dell'inferno del sacerdote: Horren-dum est incidere in manus Dei viventis! (Hebr., 10, 31). Angelo decaduto, re scoronato, che diverrà il prete fra le torture di quelle fiamme, alimentate dell'amore trasformato in odio?

— O Gesù, poichè durante tutta la mia vita mi sarò prostrato ai vostri piedi, umile e con -fidente, fate che nell'ultima ora si verifichi in forma nuova la visione di cui parla l'apostolo: Benignitas et humanitas apparuit Salvatoris (Tit., 3, 4). Voglio contemplare ogni giorno la vostra misericordia per goderne eternamente!

RITIRO DEL MESE DI OTTOBRE

IL SACERDOTE E GLI ORDINI MINORI

« Tra Dio e noi v'è tutto un sistema sacro e divino in cui l'ordine, la scienza e l'energia che sono eminentemente in Dio, prendono, per volontà sua, una esistenza e una consistenza create a fine di propagare regolarmente e soavemente in tutto luniverso quel moto luminoso, santificante e beatificante che, sotto l'azione dell'amore, parte in eterno dal seno del Padre per ricondurvi e stabilirvi per sempre le creature pacificate, illuminate, divenute perfette ».

Queste magnifiche parole di S. Dionigi 51) diffondono una luce meravigliosa nel pensiero ammirativo di chiunque si raccoglie e sosta in meditazione davanti alle molteplici creazioni fra le quali viviamo. Nell'opera di Dio tutto è armonioso e bello; la deformità e il disordine provengono dalle volontà create che s'allonta -nano dalla sua, detta da S. Tommaso « la ragione ultima della bellezza delle creature ».

In questo .« sistema sacro » il sacerdozio occupa la sommità; esso parte in modo sovraeminente dal seno del Padre per ricondurvi « estabilirvi per sempre le creature pacificate, illuminate, divenute perfette ». Il sacerdozio deve dunque eccellere sopra tutto in bellezza e armonia come esprime il nome del Sacramento che lo conferisce: l'Ordine. Questa sola parola è una rivelazione. Solo mediante il sacerdozio fu ristabilito l'ordine essenziale fra il Creatore e la creatura; solo mediante il sacerdozio l'ordine si stabilisce e si conserva nella società, la quale ricade nello stato di barbarie quando si sopprime l’influenza del sacerdote; finalmente esiste un ordine perfetto nelle funzioni, molteplici del sacerdozio, una gerarchla che fa spontaneamente pensare a. quella degli spiriti celesti.

Infatti come vi sono nove cori di angeli, così dal Tonsurato che viene introdotto nella sacra milizia, al Vescovo che ha la pienezza dei poteri, vi sono nove gradi di partecipazione più o meno intima alla misteriosa dignità dell'eterno sacerdote: la Tonsura, l'Ostiariato, il Lettorato, l'Esorcistato, l'Accolitato, il Suddia-conato, il Diaconato, il Presbiterato, l'Episcopato. Questi gradi ricevono comunemente il nome di Ordini: maggiori i tre che precedono l'Episcopato; minori i quattro che seguono la Tonsura. Fermiamo la nostra riflessione su questi ultimi prima nel loro insieme, poi su ciascuno in particolare.

1. - GLI ORDINI MINORI IN GENERALE

Se è di fede che i tre ultimi Ordini, Episcopato, Presbiterato e Diaconato sono di istituzione divina, la questione non è altrettanto

certa riguardo agli Ordini minori 52). Non sarà inutile dilucidarla perché, ammessa l'istituzione divina di questi Ordini minori, si deve ammettere per conseguenza la loro qualità di Sacramento. E se sono Sacramento hanno deposto in noi una grazia preziosa che possiamo far rivivere, un germe latente che può essere fecondato.

Benchè secondo Benedetto XIV sia difficile risolvere la questione, benché i teologi moderni in maggioranza propendano per l'origine puramente ecclesiastica di questi Ordini; siccome la nostra pietà può trame giovamento, ci è lecito adottare l'opinione contraria, fondandoci sul Concilio di Trento che riconosce la grandissima antichità di tali Ordini: Ab ipso Ecclesiae initio, sequentium Ordinum nomina atgue uniuscujusgue eorum propria mi-nisteria, subdiaconi scilicet, acolythi, exorci-stae, lectores et ostiarii, in usu fuisse, cogno-scuntur. '(Sess., XXIII, can. 2). .

Scrive in proposito il dotto Tommassino: « Non si può stabilire con certezza il tempo dell'istituzione di tali Ordini. Con tutta probabilità si possono ritenere quali suddivisioni del Diaconato, e furono introdotti successivamente secondo i nuovi bisogni della Chiesa; quindi si può dire, in senso verissimo, che tutti gli Ordini sono d'istituzione divina nella Toro origine, ossia nel Diaconato di cui sono come i ruscelli e l'emanazione; poichè conferendo il Diaconato la pienezza di ministero,

 

gli ordini minori ne sono la partecipazione » 53). S. Tommaso è altrettanto esplicito: In primitiva Ecclesia, propter paucitatem ministrorum, omnia inferiora ministeria diaconis committe-bantur... Nihilominus erant omnes praedictae potestates, sed implicite, in una diaconi pote-state. Sed postea ampliatus est cultus divinus; et Ecclesia quod implicite habebat in uno ordine, explicite tradidit in diversis 54). — E nello stesso articolo (ad 1): Sub hoc (diaconatu) omnes inferiores ordines comprehenduntur. Sed ordines habent quod sint « sacramentum » ex relatione ad maximum sacramentorum: et ideo secundum hoc debet numerus ordinum accipi.

Il Concilio di Firenze dopo aver affermato che il sesto Sacramento è l'Ordine, enumera i diversi Ordini maggiori e minori ai quali sembra si estenda per conseguenza la qualità di sacramento.

Senza più discutere, ammettiamo la grandissima probabilità della natura sacramentale dei nostri Ordini minori, quindi una possibile reviviscenza della loro virtù, reviviscenza tanto utile, se si riflette ai poteri che detti Ordini ci hanno conferito.

Il grande potere sacerdotale si esercita sul corpo reale e sul corpo mistico di Cristo; sul corpo mistico per renderlo atto a identificarsi al corpo reale.

Nella Chiesa primitiva, prima della Comunione, il Diacono gridava dall'ambone: Sancta sanctis! Ora, vi sono tre categorie di indegni:

I primi, gli infedeli e gli scomunicati, non possono essere ammessi nella Chiesa per la partecipazione al S. Sacrificio: l’Ostiario deve allontanarli.

I secondi sono i penitenti e i Catecumeni; gli uni ignorano la verità, gli altri l'hanno alterata colpevolmente; al Lettore è commesso l'istruirli.

I terzi sono tormentati dalle vessazioni del demonio; in tali condizioni non possono partecipare alla sacra Mensa: l'Esorcista li deve liberare.

Appaiono così le relazioni remote dei primi tre Ordini con l'Eucaristia e si comprede che «la loro minorità è solo in relazione agli Ordini maggiori, perché in confronto di tutte le dignità umane, sono di una superiorità incontestabile per la loro eccellenza e grandezza 56).

Il quarto Ordine è più elevato ancora perchè avvicinando all'altare, avvicina al Corpo reale di Cristo. L'Accolito serve il Suddiacono che sta a sinistra del Sacerdote per pregare, alla destra del Diacono per aiutarlo.

Anticamente non era raro il caso di Chierici che rimanevano a lungo, anche fino alla morte, in qualcuno di questi Ordini. Oggi questi non sono più che un tirocinio, una preparazione regolare e progressiva al Presbiterato. Le loro funzioni, eccetto nei Monasteri, nelle Cattedrali e nei Seminari, non sono più esercitate da ministri per ufficio loro proprio. Incombe al sacerdote l'obbligo, di compierle in virtù delle precedenti sue ordinazioni.

L'insignito degli Ordini minori, preparando le anime ad avvicinarsi a Cristo, a nutrirci della SS. Eucarista, è quasi un precursore. Ad esempio di S. Giovanni Battista grida in ogni suo ministero: Parate viam Domini, rectas tacite, semitas ejns (Mat., 3, 3). Non dovrà dunque, come quel grande solitario, vivere di preghiera ed austerità, essere lucerna ardens et lucens? Il Battista predicava nel deserto, e il deserto vedeva accorrere le folle; noi predichiamo nelle nostre chiese quasi deserte; __ perchè non vediamo accorrervi le folle? Forse * v'è mancanza dello spirito dei nostri Ordini minori: In spiritu et virtute Elìae (Luc, 1, 17). Esaminiamo più da vicino.

2. - DEGLI ORDINI MINORI IN PARTICOLARE

Non basta dire che gli Ordini minori ci innalzano alla dignità di precursori; essi ci fanno salire molto più in alto e accentuano l'obbligo di condurre vita santa. Considerati come smembramento del ministero dei Diaconi, si. riconnettano al ministero sacerdotale, che è del Cristo. Perciò chi ha ricevuto gli Ordini minori deve vedere nel buon Maestro il suo esemplare.

In alcuni Sacramentari antichi si trova una ingegnosa applicazione al N. S. Gesù Cristo delle funzioni proprie di ciascun Ordine sacro. Pietro Lombardo compendia questa tradizione ; leggiamo quanto si riferisce all'argomento della nostra meditazione 57). persona suscepit, quando, flagello de funiculis facto, vendentes et ementes eiecit de tempio.

De Lectoribus: Hoc officium implevit Chri-stus cum, in -medio seniorum, librum Isaiae aperiens, distincte ad intelligendum legit: . Spiritus Domini super me, ptc.

De Exorcistis: Hoc etiam officio usus est Christus, cum daemoniacos multos sanavit.

De Acolythis: Hoc officium Dominus se ha-oere testatur dicens: Ego sum lux mundi, qui sequitur me non ambulai in tenebris.

Se poi riflettiamo ai poteri conferiti, alla grazia chiesta dal Vescovo nell'atto della nostra ordinazione, la visione di Gesù si fa an-cor più luminosa.

a) Agli Ostiari il Pontefice dice: Ostiarium oportet percutere cymbalum et campanam, aperire ecclesiam et saexarium, et librum aperire et qui praedicat. Per essi chiede: Ut sit eis fldelissima cura in domo Dei... ut inter electos tuos (Domine) partem tuae mereantur habere mercedis.

Abbiamo dunque ricevuto la missione di an-nunziatori del Cristo, come i Profeti, come gli Apostoli: In omnem terram exivit sonus eo-rum (Ps., 18, 4). Ma Egli annunzia se stesso per mezzo nostro: Pro Christo legatione fun-gimur (2 Cor., 5, 29). Ci furono consegnate le chiavi per aprire la Chiesa; ma Cristo è la chiave: Haec dicit Sanctus et verus qui habet clavem David: qui aperit et nema claudit, claudit et nemo aperit (Apoc, 3, 7). Quindi, se saremo diligenti nel custodire la casa di Dio, parteciperemo alla sua ricompensa fra gli eletti: mercedis tuae.

Lo spirito dell'ostiario è dunque lo spirito di Gesù. Si noti ch'egli ha lo stesso simbolo dei supremo pontificato: le chiavi!

b) Ai Lettori il Vescovo dice: Lectorem oportet legere ea quae praedicat, et lectiones cantare, et benedicere panem, et omnes fructus novos. Per essi impetra: Ut assiduitate iectionum instructi sint, atque ordinati, et agenda dicant, et dieta opere impleant.

Il libro sacro è tra le nostre mani; ma, questo libro è Lui, perché Egli è la Verità, è il pensiero di Dio, è la Parola: Verbum. Leggiamo dunque Lui, lo insegnamo e tanta missione ci obbliga a vita santissima: dieta opere impleant. Non è questo un commento del Sancti estote quoniam ego sanctus sum? (Lev., 11, 44). Lui, noi insegnamo, ossia, Egli medesimo predica se stesso per mezzo nostro: tanquam Deo exortante per nos (2 Cor., 5, 20).

Noi esercitiamo i nostri poteri di Lettori benedicendo il pane e i nuovi frutti. Benedire significa apporre il suggello di Dio. La benedizione universale è l'Incarnazione del Figlio di Dio, che ha riparato la maledizione del peccato e impresso nuovamente il sigillo divino sulla creazione. Ora il sigillo è Cristo; Lui benedice, Lui è la benedizione stessa.

Lo spirito del Lettore è dunque lo spirito di Gesù.

e) Agli Esorcisti il Consacrante dice: Exorcistam oportet abijeere daemones et dicere populo, ut qui non communicat, det locum: et aquam in ministerio fundere. Per essi prega: Ut potestatem et imperìum habeant spiritus immundos coercendi: ut probabiles sint medici Ecclesiae... virtute coelestì confirmati.

Per vincere il demonio si richiede una potenza formidabile. Nessuna creatura umana può pretendere di riuscire a tanto, neppure una creatura angelica; S. Michele non osò entrare in lotta direttamente con Lucifero. Cum Michaél archangelus cum diabolo disputans altercaretur de Moysi corpore, non est ausus nidìcium inferre blasphemiae, sed dixit: Im-peret Ubi Dominus (Ep. Ind., 9). Ora S. Alfonso de' Liguori dice che i dottori affermano comunemente che gli esorcismi hanno una virtù infallibile e operano ex opere operato 58). Non dunque l'Esorcista compie la sua funzione in nome proprio, ma in nome di Colui dinanzi al quale il Vangelo ci mostra gli spiriti maligni vinti e tremebondi; di Colui davanti al quale Satana non poteva trattenersi dal proclamare: Scio te quis sis, Sanctus Dei! (Mare, 1, 24).

Il Santo di Dio reclama perciò da coloro di cui si serve, una comunione perfetta alle sue proprie disposizioni: Hoc genus in nulla potest exire, nisi in oràtione et jejunio (Marc, 9, 28). Gesù umile schiaccia lo spirito orgoglioso; Gesù austero incatena lo spirito impuro; Gesù unito al Padre con la sua orazione soggioga lo spirito infernale.

Lo spirito dell'Esorcista è dunque lo spirito di Gesù.

d) Agli Accoliti si dice che devono: Cero-ferarium ferre, luminaria ecclesiae accendere, vinum et aquam ad eucharistiam ministrare. E per essi il Signore ascolta la supplica: Accende mentes eorum et corda ad amorem gratiae tuae, ut illuminati vultu splendoris tui fldeliter Ubi in sancta Ecclesia deserviant.

Spetta a noi accendere i ceri e le lampade del santuario. Ora, noi sappiamo che Deus lux est et tenebrae in eo non sunt ullae '(1 Ioan., 1,5), e che ha mandato il figlio suo: illuminare omnem hominem venientem in hunc mundum (id., 1, 9). Questo Figlio potè dire: Quamdiu sum in mundo, lux sum mundi (id., 9, 5). E' dunque il grande Accolito del Padre suo, che ne diffonde ovunque la luce con le opere e con le parole.

Accendere i ceri della chiesa simboleggia diffondere l'eterna luce trasmessa agli uomini, vuoi dire riflettere Gesù con essere illuminati vultu splendoris tui... Oh! il bell'ideale, che deve trasformarsi in realtà se- non vogliamo tradire il nostro dovere!

Prepariamo nelle ampolle l'acqua e il vino destinati al S. Sacrifìcio, ossia la materia che sarà trasformata nel Sangue del divin Redentore. Allo sguardo della fede è forse una funzione qualsiasi cotesta? Ascoltiamo la raccomandazione del Vescovo agli Ordinandi: Tunc etenim in Dei sacrificio digne vinum suggeretis et aquam, si vos ìpsi Deo sacrificium per ca-stam vitam et bona opera oblati fuerìtis. Queste ultime parole non saranno meditate mai abbastanza e non ci è permesso di attenuarne la forza; esse tracciano la via «he dobbiamo percorrere ad ogni costo.

Lo spirito dell'Accolito è dunque lo spirito di Gesù.

Ora comprendiamo ancor meglio che gli Ordini minori non sono minori che relativamente ai maggiori. In se stessi sono molto elevati e molto belli e racchiudono grazie che non è lecito lasciare inoperose. Beato il sacerdote che sa conservarsi sempre meglio sotto l'influsso dei favori ricevuti negli Ordini minori! Abbiamo ricordato sopra lo spirito che lo deve animare. Ora S. Paolo ha scritto: Si quia Spiritum Christi non habet, hic non est eius (Rom., 8, 9). Quale più spaventosa ipotesi di un sacerdote che non sia di Cristo? Ma quale felicità, quale potenza per chi lo è interamente! Siamo dunque tutti di Cristo risuscitando in noi la grazia ricevuta con 1 Ostiaria-to, il Lettorato, l'Esorcistato e l'Accolitato.

Esame sullo spirito liturgico

Vi adoro, mio Dio, mentre per bocca del Profeta mi svelate quanto sia grave la negligenza nel vostro servìzio: Maledictus qui facit opus Domini fraudulenter (Jerem., 48, 10). Il sacerdozio mi ha fatto vostro ministro; L'Opus Dei è il mio compito, vorrei dire il mio mestiere; ogni altra funzione m'è interdetta non solo perche tutto il mio tempo è o dev'essere assorbito dal mio ministero sacro, ma anche perché è sconveniente che l'homo Dei si lasci sopraffare dallo spirito dell uomo: Non potestis servire Deo et mammonae (Mat., 6, 24).

Ora, vi è uno spirito proprio di ciascuna carriera; e lo spirito proprio del ministero dell'altare è lo spinto liturgico. Chi non ne vive non può compiere il suo dovere come deve e forse già lo sovrasta il maledictus! Se l'argomento è di così alta importanza, devo esaminarmi in proposito e ricordarne la teoria e la pratica.

1. - TEORIA

La liturgia è il culto ufficiale della Chiesa. Sono compreso di questa definizione? Da vero Ecclesiastico sono consapevole del dovere che m'incombe d'istruirmi e di essere sempre bene al corrente di quanto riguarda le mie funzioni? Considero seriamente la liturgia, il cui aspetto teologico è fondamentale, connesso com'è alla virtù di religione? Non l'ho deprezzata considerandone soltanto le forme esteriori? — E anche queste le ho trattate con la gravità dovuta, senza la quale la mia adorazione mancherebbe di nobiltà? Penso alla maestà di Dio nei miei atti sacerdotali? — E non ho mai esagerato assumendo un contegno interlormente forzato, perchè privo dello spirito filiale, ed esternamente affettato, studiato, tutto sussiego, privo di quella semplicità che è segno di vera grandezza? — Illuminato da buoni studi comprendo che la liturgia conduce a Dio pel tramite del Cristo, con la Chiesa, nell'ordine gerarchico? Ci porta a Dio con il S. Sacrificio della Messa; ci pone alla sua presenza per lodarlo e confessarlo con 1' Ufficio Divino e ci offre cosi modo di santificarci coll'adorare Dio. — Ignaro di tali nozioni, ho forse privato e la mia devozione individuale e il mio apostolato di un elemento efficacemente benefico?

2. PRATICA

Il culto consta di due parti: le cerimonie e 11 canto. Il sacerdote che trascura canto e cerimonie, manca di zelo e si priva di un mezzo necessario per l'edificazione e l'insegnamento. Le cerimonie osservate con decoro, i canti ben eseguiti esercitano un potente fascino sui fedeli, i quali riportano invece tutt'altro che buona impressione da una Messa celebrata frettolosamente, da canti stentati o rumorosi, a) Cerimonie. — Anzitutto mi industrio di dare uno sfondo conveniente alle funzioni religiose, provvedendo al decoro e agli addobbi della chiesa? Decoro, anzitutto; vi sono templi del Signore in cui i fedeli si troverebbero troppo a disagio; certe sacrestie somigliano al ripostiglio del cenciaiolo; si trovano vasi sacri, e oggetti di biancheria sudici in modo scandaloso, paramenti a brandelli! — Che pensare di un prete che non bada a queste cose? — Riguardo agli addobbi si devono evitare due eccessi: a) il non far nulla per dare alla chiesa un aspetto di letizia festiva nelle solennità; b) il trasformarla in salone di cattivo gusto evocante l'idea di bazar! Il buon gusto non è una qualità innata, ma si acquista. — In secondo luogo mi studio di compiere ogni cerimonia con perfetto decoro, sono attento all'esatta osservanza delle prescrizioni rituali anche minime, premuroso dell'edificazione dei fedeli, amante della vera bellezza? Che differenza fra prete e prete anche solo nel modo di celebrare la S. Messa! Si dice di uno: E' un angelo all'altare! di un altro: Ma, ha fede costui? — Mi sono adoperato (e non lo si può senza fatica) alla formazione dei chierichetti? Quanto più si fa a tale scopo, più e meglio si riesce ad averli numerosi; in qual-siasi parrocchia si desta l'interesse dei fanciulli (e dei loro genitori) facendoli prendere parte attiva alle sacre iunzioni, purchè alla loro formazione concorrano fede e ordine.

b) Canti. — Mi sta a cuore che il canto sia eseguito bene? ito formato una shola cantorum? Si può sempre farlo coi fanciulli. — Non mi sono scoraggiato a motivo delia mia incompetenza in fatto di musica? Si riesce a far cantar bene anche senza avere il diploma del conservatorio! Volontà e costanza ottengono tempre risultati sorprendenti. — Mi servo degli eserciti di canto come di mezzo per adunare giovani e adulti? — osservo scru-polosamente le prescrizioni del motu proprio di Pio X? Faccio ogni sforzo possibile perchè i fedeli partecipino in massa ai canti comuni? Ci si riesce col tempo, sia pure con fatica; l'idele è di far partecipare tutti i fedeli ai divini uffici.

— O Gesù, il Padre pone in Voi le sue compiacente; voi siete il supremo Cantore della sua gloria, il suo perfetto Adoratore; concedetemi una intima partecipazione all' anima vostra affinchè io pure, veroo et opere, lo lodi e io fiaccia lodare in Voi e per mezzo vostro: Lauduoo nomea Dei cum cantico, et magnifl-caoo eum in laude (ps. 68, 31).

Preparazione alla morte

il «DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Timore e speranza

Mio Gesù, in ispirito precorro i giorni e mi vedo, dopo esalato 1' ultimo respiro, ai vostri piedi nell'attesa ansiosa del grave verdetto, che fisserà la mia sorte eterna. Protendo a Voi le braccia supplichevoli e vi scongiuro con fervore:

Inter oves locum praesta Et ab haedis me sequestra Statuens in parte dextra.

— Nel consacrarmi sacerdote, o Signore, mi avete « inviato come un agnello in mezzo ai lupi» e m'avete mandato alle vostre pecorelle; Ad oves quae perierunt domus Israel (Mat., 15, 24). Ricevendo il sacerdozio, ho risposto alla vostra chiamata; e Voi dite: Oves meae vocem meam audiunt! (Ioan. 10. 27).

Dovendo predicare e conquistarvi le volontà del miei fratelli illuminando le loro intelligenze, vi ho studiato In modo tutto speciale, assai più profondamente della maggioranza degli uomini; e Voi dite ancora: Cognoscunt me meae! (Ioan. 10, 14).

Poi, m'avete fatto pastore; ho custodito le mie pecorelle, le ho difese contro il lupo rapace; dono la vita per esse: Animam suam dat prò ovibus suis! (Ioan. 10. 11).

Signore, dunque sono dell'ovile; inter oves locum praesta!

— Nel consacrarmi sacerdote m'avete segregato dai peccatori: sepregatus a peccatoribus (Hebr. 7. 26). Fedele alla mia missione d'apo-postolo. ho lottato contro di loro: Iniauitatem odio habui et abominatus sum '(Ps. 118, 163). Nonostante le mie mancanze che ho cercato di correggere, che ho voluto espiare, non ho mal patteggiato con esse; malgrado tutto, sono davvero colui che in via peccatorum non stetit (Ps. 1. lì. Ogni giorno vi ho supplicato istantemente di preservarmi dalla loro tiran-nide: Ab homine iniquo et doloso erue me (Ps. 42, 1).

Maestro Divino, sulle soglie dell'eternità et ab haedis me sequestra.

— Nel consacrarmi sacerdote m'avete ammesso alla vostra intimità: Vos antera dixì amicos (Ioan. 15, 15). Data la mia situazione son sempre vissuto accanto a Voi: In atriis domus Domini, in medio tui, Jerusalem (Ps. 115, 8). In ogni ministero sacerdotale, ero identificato a Voi che, per parlare, vi servivate delle mie labbra; operando il miracolo della transustanziazione ho detto corpus meum, ed era il Corpo vostro; perdonando i peccati ho detto Ego te absolvo e Voi avete assolto. Ogni mattina con la Comunione della mia Messa realizzavate in maniera ineffabile le vostre parole: Ego in vobis et vos in me!

Maestro Divino, ammettetemi per sempre a quell'Intimità, alla quale mi avete Iniziato! Statuens in parte dextra.

Confutatis maledictis Flammte acribus addictis Voca me cum beriedictis.

— Se non mi poneste alla vostra destra, sarei dunque annoverato tra 1 maledetti? Quale spavento, quale terrore! Essere maledetto dall'Onnipotente! Udirvi dire, o Dio d'amore, che mi volete male, che mi volete infelice per tutta l'eternità!... Che confusione, quale subisso, per il prete sopratutto, che era destinato a brillare come un astro! Fulgebunt quasi stellae (Dan. 12, 3) e sul quale piomberanno invece indignati tutti gli sguardi! Per gli eletti si rinnoverebbe lo scandalo di Lucifero e il miserabile dannato sarebbe oppresso dal peso schiacciante di onta sempiterna: Confutatis maledictis.

— Il dannato!... Lo sarà perché in opposizione della vostra legge volle godere o nel . corpo, o nello spirito, o nel cuore, o nella volontà. Vi vendicherete torturandolo nelle fiamme inestinguibili dell'inferno terribilmente !

Ah, il furore di quelle fiamme come torturerà colui che, chiamato ad essere con Voi homo unanimis... in domo Dei ambulavimus cum consensu (Ps. 54, 13-14), avrà stroncato brutalmente quel sacro vincolo per non sacrificare all'ideale infinito una vile passione, un ridicolo orgoglio! Flammis acribus addictis.

— O mio Salvatore, non avete detto: Ubi sum ego, et minister meus erit? (Ioan, 12, 26). Forse ho meritato l'inferno! Ma ricordate la vostra parola; non è una promessa? Se tuttora, per impossibile, io camminassi per la via della perdizione, oh, ritraetemene, vi scongiuro: Curavit gentem suam et liberava eam a perditione (Eccli. 50, 4). Chiamandomi al sacerdozio m'avete aperta la via riservata ai vostri privilegiati, m'avete comunicato la facoltà dolcissima di benedire in nome vostro, opor-tet sacerdotem benedicere; potrei dunque non essere benedetto io? Invoco il vostro Cuore Sacratissimo che mi ha prevenuto: Non vos me eligistis, sed ego elegi vos. '(Ioan. 15, 16). Il Sangue che scaturì da quella fonte di misericordia, scese sui peccati miei, prima di scorrere sui peccati altrui: Qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Esso è mio purificatore, mio mallevadore, mio riparatore. Oh, applicatemene, Signore, i meriti infiniti! E poiché, per ministero, io sono qua giù nel numero dei benedetti, che stanno alla vostra destra, fate, in nome di quel Sangue preziosissimo, ch'io lo sia in eterno: Voca me cum benedicite!

RITIRO DEL MESE DI NOVEMBRE

IL SACERDOTE E IL SUDDIACONATO

Quando Gesù invita un'anima all'intima familiarità con Lui sembra la lasci libera; dice infatti: Si guis vult venire posi me (Mat. 16, 24). Ma se l'anima consente, allora Egli pone delle condizioni che debbono essere ponderate seriamente da chi desidera impegnarsi a soddisfarle: Abneget semetipsum, tollat crucem suam et sequatur me.

Quale rischio però non accettare l'invito divino! Lo prova il fatto del giovane del Vangelo. Quando il Divino Maestro lo vide allontanarsi, abiit moerens, erat enim habens mul-tas possessiones, disse con mestizia: Quam difficile qui pecuniam habent, in regnum Dei in-troibunt! (Mare. 10, 23). Eppure aveva detto: Si vis!...

Mistero! Che cos'è dunque cotesta libertà? E' la libertà vera, quella che consiste nel determinarsi al bene, quella di cui si usa, e non si abusa. Sarà mai possibile rifiutare l'amicizia di un grande, senza alienarselo per sempre? E poi, se Gesù nella sua profferta d'amore esprime qualche esigenza, come non pensare ch'Egli stesso si farà nostro aiuto? Tollite jugum meum super vos, jugum enim sua-ve est et onus meum leve (Matt. 11, 29). Dio dona quanto ordina.

Ma in realtà, quando chiama i suoi Apostoli non dice loro: Si vis; ma in tono dì comando Sequere me... venite posi me. Mistero se si vuole; la vocazione, che si rivolge ad una volontà indipendente, le impone l'obbligo Imprescrittibile d'orientare nel vero, di fissare nel bene l'uso della libertà. Ciò non toglie che si possa non obbedire; ma allora, salvo impossibilità fìsiche o morali, si fa male, si può andare perduti.

Ogni sacerdote nel giorno indimenticabile del Suddiaconato fu posto nell'alternativa di avanzarsi verso l'altare o di recedere. Momento gravissimo quello in cui con solenne insistenza, il Vescovo gli disse: Iterum ataue ite-rum considerare débetis attente, quod onus hodie ultro appetitis. Hactenus enim liberi estis... Fece però notare la meravigliosa bellezza di quel passo; si trattava di Deo, cui servire regnare est, perpetuo famulari. E con grande semplicità concluse: Si in sancto proposito perseverare placet, in nomine Domini, huc accedite 59).

E facemmo « il passo ». Erano sacri gli obblighi contratti, le grazie ricevute dovettero essere abbondanti. Facciamole rivivere! oh, ne abbiamo bisogno! Il giogo forse non ci parve sempre soave né il peso leggero. Il ricordo della nostra vita passata, di certe ore sopratutto, può suscitare in noi una penosa confusione...

Non insistiamo di più! .Misericordia Domini quia non sumus consumpti! (Thren. 3, 22). Siamo Suddiaconi per tutta l'eternità; meditiamo ciò che avremmo dovuto essere, ciò che vogliamo essere, ciò che siamo e saremo. Due parole comprendono tutto: Hostìam laudis.

i. - hostìam

La castità si connette colla temperanza; è « un'abitudine » regale per cui l'anima tiene sotto il suo scettro i moti dei sensi, reprìmendoli, moderandoli in conformità della retta ragione, nell'uso dei diletti carnali. E' quindi una virtù elementare e obbligatoria per tutti.

Ma oltre la castità comune, che non fa che equilibrare i godimenti inferiori imponendo loro un limite, ve n'è un'altra assai più bella che porta a ripudiare assolutamente ogni piacere materiale, sia pur legittimo in chi si determina a uno stato benedetto da Dio. come quello del matrimonio. E' la verginità perfetta consigliata da Nostro Signore alle anime capaci di comprenderne l'alto valore, e dalla Chiesa imposta ai suoi sacerdoti.

Ne contraemmo l'obbligo solenne e Irrevocabile nel giorno del Suddiaconato. Sarebbe colpa grave il contravvenirvi in modo positivo' e notevole, sia esternamente o anche.solo internamente; colpa ehe rivestirebbe la malizia del sacrilegio, giacché, secondo 1’opinione comune, vi siamo astretti non solo in forza di una legge ecclesiastica, ma anche per voto. Quae obbligatio non solum ut aliae leges obliisi gat, sed simul per modum voti clericos ad-stringit atque consecrationis 60).

E' un onere: onus hodie ultro appetitis. Per quanto la nostra intelligenza sia illuminata intorno alle bellezze fulgidissime dì questa santa virtù, per quanto vivo sia l'entusiasmo che innalza la nostra volontà al dì sopra di se stessa, non è tuttavia men vero che occorre sempre uno sforzo energico sia per resistere agli assalti, che in certe ore ci muove la passione vìolentemente, angelus satanae qui me colaphizet (2 Cor. 12, 7); sia per mantenere in un'atmosfera di luce indefettibile i sentimenti, esposti sempre ad essere travolti da una fitta nebbia, che non si riesce mai a dissipare in modo definitivo: Habemus autem thesau-rum istum in vasis fictilibus (2 Cor. 4, 7). Perciò l'Apostolo pronuncia chiaramente la parola hostia che rievoca senz'altro l'idea di sacrificio: Ut exhibeatis corpora vestra ho-stiam viventem. (Rom. 12, 1).

E dev'essere così.

Il pio Lantange 61), autore di pagine mistiche sugli Ordni sacri, esamina i significati misteriosi del Suddiaconato, ed ecco il suo pensiero: «Ci rammenta (il Suddiaconato) che Nostro Signore Gesù Cristo durante tutta la vita preparò il suo Corpo e il suo Sangue a .divenire materia del suo sacrificio sulla croce e su l'altare ».

Il Suddiaconato prepara in se stesso il sacerdote che sarà « un Gesù Cristo vivente ». E se nel momento della sua consacrazione sacerdotale verrà identificato a Gesù, sommo e unico Sacerdote, non dovrà prima spontaneamente ritrarre in se le disposizioni di Gesù che si prepara al grande atto sacerdotale, al suo sacrificio?

Con tale atto concreta in pieno la sua mediazione, la quale esige hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam; vale a dire un'immolazione per soddisfare all'espiazione richiesta, una vittima pura, sola capace di cancellare* la maccnia, immonda del peccato.

L'unica mira di Cristo fu dunque di prepararsi ad essere ostia. Il primo atto delia sua esistenza da la direttiva a tutti gii altri. Mei momento dell'Incarnazione dice: Hostiam et oolationem noiuisti, corpus autem aptasti mi-hi; holocautomata prò peccato non Ubi pia-cuerunc; tunc dìxi: ecce venio (Hebr. 10, 5). La sua umanità santa era la materia del suo sacriiicio; dopo di essersela unita ipostatica -mence, la fece crescere, sviluppare in vista della sua immolazione: Baptismo habeo baptiz-zari, et quomodo coarctor usque dum perficia-tur (Lue. 12, 50). E il metodo che adotto fu profondamente significativo. Le rifiutò ogni compiacenza, ogni diletto, così che al termine delia sua vita, intensificando tutte le sue precedenti disposizioni, raggiunse l'annientamen-to di tutto il creato neil estrema misura del possibile; il suo corpo è tutto una piaga, non est in eo sanitas (loan. 1, 6); il suo cuore è nel più completo isolamento, de gentibus non est vir mecum (id. 63, 3); l'anima sua nella desolazione più spaventosa, tristis est anima mea usque ad mortemi (Mat. 26, 38).

Tutto questo è dunque 1'antitesi del peccato aversio a Deo, conversìo ad creaturas, perchè davvero è aversio a creaturis, conversio ad Deum! E, al tempo stesso, questo sacrificio del creato non è il trionfo della purezza consistente nell'esclusione di ogni elemento estraneo? In Gesù Vittima, l'umanità immolata lascia trionfare soltanto la divinità, immune da ogni attacco, nella piena possibilità di comunicare la sua vita senza ostacolo e senza misura: In ipso complacuit omnem plenitudinem inhabitare, et per eum reconciliare omnia (Coloss. 1, 19).

Il suo sacrificio è richiesto dall'adorabile sua purezza, quella purezza che lo consacra Sacerdote, lo investe della potestà sacerdotale, sacra dans, perché fa dominare il divino: Talis enim decebat ut nobis esset Pontifex, sane-tus, innocens, impollutus, segregatus a pecca-toribus, et exceìsior coelis factus (Hebr. 7, 26). Il Suddiaconato plasmò in noi il sacerdote; la grazia e lo spirito del Suddiaconato conservano in noi il sacerdote, perché, obbligandoci alla castità perfetta, ci spoglia dell'umano e ci arricchisce di divino. Nessuna compiacenza è permessa ai nostri sensi: Castigo corpus meum et in servitutem redigo (1 Cor. 9, 27); al nostro cuore è interdetto ogni attacco: Sacerdos Dei summi... sine patre, sine maire, sine genealogia (Hebr. 7, 3). E tutto questo impone rigorosamente distacchi, rinunzie, che in certi periodi della vita sono ancor più costosi e sanguinanti; sempre poi richiedono sforzo costante: Sobrii estote et vigilate! (1 Petr. 5, 8). Costa far trionfare lo spirito sulla carne, costa svestirsi di tutto l'umano per rivestirsi di divino... Ma non si" desista dall'impresa, quand anche occorresse sfidare la morte!... Non siamo stati scelti per aiutare le anime a vincere il male, e a formarle a squisita purezza?

Hostiam! dovevamo esserlo, poiché avvolti nei nostri candidi camici, come in tante sin-doni odoranti di celesti profumi, ci prostrammo sul pavimento per affermare la nostra volontà sincera di ostie perpetue. Pregammo allora con fede commossa: Adhaesit pavimento anima mea; vivifica me secundum verbum tuum! (Ps. 118, 25). Il Maestro ci udì e rispose misteriosamente: Sponsabo te mihi in sem-piternum... (Oss. 2, 19). Ed Egli fu fedele sempre! Ma noi? Tremiamo se la coscienza risponde negativamente... perché Egli aggiungeva: in justitia et judicio.. E tuttavia confortiamoci, poiché continuando riprese: et in misericordia et in miserationibus, et sponsabo le in fide: et scies quia ego Dominus (Oss. 2, 20). Del resto ci serva d'incoraggiamento il pensiero che se ognuno di noi è hostia, lo è laudisi

2. - LAUDIS

Nelle opere dei Padri della Chiesa si trovano pagine ammirabili, ma le più belle son certe quelle consacrate ad esaltare la potenza glori-ficatrice della castità perfetta Nei leggerle si comprende che, se questa virtù ci fa ostie, ci fa ostie di gloria, ostie che, con la loro immolazione, cantano la lode del Signore, che le trasfigura in bellezza ineffabile con il loro sacrificio.

« Chiediamo ai Dottori, esclama Bossuet, la definizione della verginità cristiana. Con voce unanime ci rispondono che è un'imitazione della vita degli angeli, che essa eleva l'uomo al di sopra del corpo con il disprezzo di tutti i suoi diletti, e che sublima la carne così da uguagliarla, in certo modo, alla purezza dei puri spiriti. O grande Agostino, spiega tu, facci comprendere in una sola frase quale stima hai dei vergini... Ed ecco la bella espressione: Habent aliquid jam non carnis in carne. Hanno, dice, nella carne qualche cosa che non è carne e che è proprio dell'angelo, anzichè dell'uomo » 62).

Il concetto del grande oratore riflette il pensiero di Tertulliano: Caro angelificata. E noi comunemente la chiamiamo l'angelica virtù. L'angelo non si unisce con alcuno, ma neppure l'uomo perfettamente casto; l'angelo è unito intimamente a Dio, il sacerdote puro a Gesù Cristo; l'angelo non ha corpo; «l'anima del Suddiacono, dice il pio Olier. è nel corpo come in un vaso vuoto, senza mai toccarne la parete » 63).

Ma andiamo ancora più su dell'angelo; la nostra verginità ci avvicina alla SS. Vergine. Ella è Madre di Dio: ecco il suo primo, il suo gran privilegio; tuttavia è detta più comunemente la SS. Vergine, tanto questo titolo effonde luci fulgidissime e melodiosi accenti.

Saliamo ancora: Incorruptio facit esse pro-ximum Deo (Sap. 6, 20). La Sapienza dice che la nostra castità ci avvicina a Dio stesso, Spirito puro e immateriale per essenza.

Non forse il Profeta contemplava la stirpe sacerdotale quando esclamò: O quam pulchra est casta generatio cum claritate, immortalis est memoria illius quoniam apud Deum nota est et apud homines? (Sap. 4, 1). Non la contemplava pure S. Giovanni in quella falange luminosa « di beati che lavano la loro stola nel Sangue dell'Agnello e lo seguono ovunque perchè vergini »? (Apoc. 22, 14 - 14, 4).

Queste ultime parole suggeriscono altri splendidi motivi della virtù caratteristica del Suddiaconato. Noi seguiamo l'Agnello ovunque vada. Ora esso discende sull'altare ed entra nelle anime.

Maria dovette risplendere di assoluta purezza a motivo della sua predestinazione alla maternità divina. A sua imitazione non è lecito anche a noi dire a quel Gesù che risponde al nostro invito della Consacrazione: Filius meus es tu, ego hodie genuit te? (Ps. 2, 7). E quando è venuto le nostre mani sono il suo trono di gloria, il nostro cuore suo tabernacolo vivente. Ascoltiamolo mentre ci sussurra misteriosamente: Ego sum puritatis amator et dator omnìs sanctitatis. Ego cor purum quaero et ibi est locus requietìonis meae. Para mihi coe-naculum, grande stratum 64).

Oh, felicità immensa appartenere per condizione, per dovere, alla schiera di coloro che Egli predilige! Virgines enim sunti

E non lo generiamo solo all'altare eucaristico, ma ancora sullaltare delle anime, nelle quali lo riponiamo tome in un tabernacolo: perciò a ciascuna di quelle che ci sono affi date possiamo ripetere: Filioli mei, quos ite-rum parturio, donec formetur Christus in vo-bis (Galat. 4, 19).

Ebbene, di queste care anime alcune appartengono alla famiglia degli angeli. Attenti! Una persona volgare non ha diritto di penetrate nel chiuso giardino dello Sposo! Se la mano che tocca i fiori non è immacolata, li sciupa, li contamina, li fa avvizzire.

Altre, molto diverse, sono ricoperte dalla lebbra, corrose dalla corruzione; se una mano affetta da cancrena le tocca, non può che aggravare il loro male e accrescere il proprio Soltanto la purezza può toccare senza pericolo quanto è immondo, solo la castità può conversare senza scandalo con la Samaritana, solo la castità può dire, senza il rimprovero di un segreto rimorso: non licet! Ah sì, soltanto la castità permette d'essere apostoli e apostoli vittoriosi!

Oh, felicità immensa essere per condizione, per dovere, fra i prescelti cui il Maestro ha detto: Ut fructum afferatis, et fructus vester maneat! (Ioan. 15, 16) .

— Su questo punto della nostra vita intima vigiliamo con santa fierezza, siamo rigorosamente intransigenti; un soffio, un'ombra ci deve incutere paura e farci fuggire. Nessun sentimento nel cuore, nessuna soddisfazione ai sensi che .possa suscitare il minimo dubbio;, mai venire a patti. E poi non si possono fissare limiti al progresso obbligatorio della spi rituale bellezza richiesta*nell'uomo'.di Dio. Siamo dunque ostie, siamolo con tutto il cuore; quale felicità, che gloria essere ostie di lode! E lo saremo!

Esame sull’ obbligo dell'Ufficio divino

Vi adoro, Gesù, quale supremo religioso del Padre e cantore della sua gloria. In seno all'adorabile Trinità, o Verbo eterno, siete il meraviglioso cantico che forma l'estasi delle divine Persone: splendor gloriae. Durante i giorni della vostra vita mortale, o Verbo incarnato, avete modulato con tutta la vostra esistenza l'inno d'adorazione e d'amore, interrotto dalla caduta del primo uomo. Il vostro canto allietava i cieli: Filius meus dilectus in quo mihi bene compiacili (Mat. 3, 17). E avete voluto che gli accenti di quell'inno, eco pur esso del vostro cantico eterno, avessero risonanze perenni attraverso il tempo e lo spazio, at-tutendo l'aspro grido della rivolta e dell'odio del peccato, avvolgendo la creazione tutta in un mormorio armonioso e soave all'orecchio del suo divino Autore. Ecco l'Ufficio, ecco il mio breviario che mi sono impegnato sub gravi a recitare quotidianamente, fin dal giorno puro e radioso del mio suddiaconato. Quale stima nutro per tale dovere e come lo adempio?

1. - STIMA DEL DOVERE

Rifletto che recitando il breviario compio una funzione nobilissima? E la Chiesa che prega con le mie labbra, e Voi, Gesù, tributate i vostri omaggi al Padre con il mio cuore: Domine, in unione illius divinae intentionis qua Ipse in terris laudes Deo persolvisti, has Ubi horas persolvo. Questi pensieri creando in me una convinzione profonda, mi faranno evitare il pericolo di considerare l'Ufficio come un'occupazione gravosa che si subisce é si tratta con leggerezza, o con impazienza o con disprezzo. Com'è infelice l'espressione che si cóglie sulle labbra di qualche sacerdote ; « Sbarazzarsi del breviario » ! Penso che la meditazione e la recita del breviario sono il sole dei miei esercizi di pietà, mentre assicurano all'anima mia la necessaria respirazione e l'aiuto a disporsi continuamente alla devota celebrazione della S. Messa e al conveniente ringraziamento? Hymno dicto exierunt (Mat, 26, 30). Riconosco di possedere nel breviario un mezzo eccellente per santificare ogni mia giornata? La sua divisione, septies in die laudem dixi tìbì corrisponde esattamente alle antiche sette divisioni diurne e notturne del tempo, implorando su ognuna di esse grazie e ausilii di celestiali influssi. — So trovarvi un ammirabile e corroborante nutrimento per la mente e per il cuore, gustando i sentimenti ispirati dei salmi, penetrandomi degli splendidi insegnamenti contenuti nelle pagine tolte dalla sacra Scrittura, edificandomi colla narrazione delle vite dei Santi, attingendo direzione morale dagli anni e dagli oremus? I loro autori erano anime eminenti in santità, in dottrina, perfettamente idonee a informare altri ex animo. Il breviario recitato a dovere fornisce soggetti di meditazione, letture della Sacra Scrittura, letture spirituali, lezioni di teologia, e anche di sacra eloquenza nelle omelie dei Padri. — II breviario infine porgerà un sostegno alla disciplina interna e anche esterna della mia vita, se nella recita saprò attenermi ad una saggia distribuzione delle sue parti. —

Non merito in proposito il vostro rimprovero un po' amaro: Si scires donum Del? (Ioan 4. 10).

2. - COMPIMENTO DEL DOVERE

Sono diligente nel recitare l'Ufficio divino tutti i giorni ad ogni costo? E' facile cadere nel lassismo con ammettere motivi, o pretesti, per dispensarsi da un obbligo, che sarebbe peccato mortale trascurare in parte notevole senza grave ragione. — So distribuire le mie occupazioni per recitare abitualmente le dì-verse Ore a tempo debito? E' un abuso intollerabile protrarre a sera quanto si deve recitare al mattino, rimandare al domani quanto conviene recitare la vigìlia. Ed è fatale quest'abuso in un'esistenza che non è sovraccarica se non perché è disordinata, in cui v'è più agitazione che azione. « Serviamo Dio anzitutto! » — Mi do premura di recitare l'Ufficio in luogo adatto, in posizione favorevole alla preghiera? Sì vedono poveri preti borbottare continuamente e in ogni luogo un po' di breviario: per le strade, sui tranvai... mai in chiesa, mai in camera... Eppure: Cum oraveris intra in cubiculum! (Mat. 6, 6). Se ne vedono altri in contegno poco modesto mentre tengono fra mano il libro dell'adorazione e della lode! — Vigilo perché nel mio atteggiamento sia tutta la dignità, la gravita desiderata? Ut diqne: pronuncia intera, calma, punteggiata, intelligibile e intelligente; ordine liturgico perfetto, esatta osservanza delle rubriche, inchini, segni di croce; custodia degli occhi e di tutti i sensi?

— Procuro che alla compostezza della persona non sia mai disgiunta l'attenzione: attente? Questa consiste nel premunire il mio spirito contro le ossessioni della memoria e le divagazioni dell'immaginazione. Mi attengo perciò al senso letterale di quanto leggo, o al significato spirituale ascetico o mistico? O, più semplicemente ancora, mi nutro di pensieri pii? — Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me (Mat. 15, 8). Quale sventura sarebbe meritare tale rimprovero! Maledictus Qui facit opus Domini fraudulen-ter! (Gerem. 48, 10). Per prevenire tanto rimprovero e tanta maledizione mi preoccupo di recitare il breviario devote? Prima di Mattutino dico devotamente la preghiera Aperi... e la formula: Domine, in unione illius divinae intentionis nel cominciare ogni altra ora dell'Ufficio? Ma, sopratutto, faccio un solenne segno di croce accompagnato da un atto sincero di fede nella presenza di Dio? — Finito l'Ufficio recito la bella preghiera Sacrosanctae... con sentimenti di vera compunzione?

— Maestro, comprendo che una trascurata recita del breviario nuoce alla vostra gloria e mi priva di benefici considerevoli. Mi umilio per le mie negligenze e manoanze trascorse. Con la grazia vostra voglio far meglio in avvenire, voglio seguire il vostro consiglio relativo alla preghiera... in nomine meo!... Intimamente unito a Voi cuore a cuore reciterò il divino Ufficio e anche in questo e per mezzo vostro sarò hostia Ipudis.

Preparazione alla morte

Il «DIES IRAE» DEL SACERDOTE

Abbandono a Gesù

Mio Dio! il lavoro quotidiano mi assorbe interamente, il ministero occupa, preoccupa tutte le mie facoltà; stanco tìsicamente, abbattuto moralmente, ho appena le forze e il tempo di pensare a me stesso. Giungo ogni giorno a sera senza aver fatto quanto avrei voluto, e forse neppure quanto avrei dovuto... E m'avanzo così verso la grande sera. Non vi sono già? non mi capiterà improvvisa, in un attimo, avvolgendo d'un tratto tutto nelle tenebre? Nessuno me ne avverità perché, Signore, Voi avete detto che nessuno può dirlo: Ne-scitis diem neque horam (Mat. 25, 13); anzi ch'io ne sarò sorpreso: Qua hora non putatis Filius hominis veniet (Lue. 12, 40).

Davanti a sì terribile incertezza ricordo la vostra parola, che è luce e raggio di speranza... Filius hominis veniet! Voi verrete o Maestro, Rabbonì, Voi che al dire di S. Giovanni mi siete avvocato se pecco! Voglio dunque abbandonarmi alla confidenza, contare sulla vostra misericordia, credere al vostro amore per i sacerdoti: vos dixi amicos, e fin d'ora vi rivolgo per quella sera misteriosa, la prece liturgica:

Oro supplex et acclinis

Cor contritum quasi cinis

Gere curam mei finis.

Mi prostro, Signore, umile e supplichevole! Durante il vostro pellegrinaggio terreno vi ho contemplato trattare con benevolenza quanti si presentavano a Voi in tale atteggiamento. Poi con il mio sacerdozio, vi ho misteriosa mente aiutato a usare la vostra benevolenza quale trasmettitore ufficiale delle vostre grazie, apportatore della vostra luce, dispensatore del vostro perdono. Non tratterete dunque be-nevolmente anche me?

Si spezza il mio cuore sotto la forza del pentimento, pare si dissolva fino a ridursi in cenere! Avete detto di non saper respingere uh cuore contrito e umiliato. Oh, buon Maestro, in nome vostro ho accolto con bontà i peccatori pentiti; nel vederli confusi ai miei piedi, ho detto loro: Ego te absolvo! Voi avete detto ancora: In mensura Qua mensi fueritis remetietur vobis! (Mat.-7, 2). M'è dolce pensarlo in questo momento! M'assolverete dunque misericordioso!

A Voi affido la mia ora estrema! Mi sono adoperato per confortarla a tante anime, a gloria vostra! Perché non vi dirò: Clarifica ficonsumatavi quod dedisti mihi, manifestavi nomen tuum hominibus? (Ioan. 17, 1).

Lacrymosa dies illa Qua resurget ex favilla!

Sarà tutto gemito e dolore il giorno in cui risorgeranno dalla polvere quei che non furono vostri amici. Ricordate, o Gesù, ch'io sono l'amico da Voi prescelto! Purificatemi ora di tutto il mio passato. In avvenire preservatemi dall'ombra stessa della colpa e fate che, nel momento dell'ultima chiamata risuoni all'anima mia la parola dell'Apostolo meditata e predicata da me le mille volte: Surget in gloria! (1 Cor. 15, 43). In quell'ora di pianto, mi conceda la vostra bontà di sperimentare la parola del prediletto fra i vostri primi sacerdoti: Neque luctus, negue clamor, neque dolor erit ultra! (Apoc. 21, 4).

Judicandus homo reus! Huic, ergo, parce Deus!

Misero colui che allora subirà il giusto giudizio dell'eterne vendette! Perdono, Signore, perdono per lui se ancor v'è tempo. E' proprio de) mio sacerdozio gridare parce! per il colpevole.

Ma se imploro per altri la vostra pietà, voi non vorrete privarne me stesso. Mi giustificherete anticipatamente, o Signore, e non consentirete sia giudicato, o piuttosto condannato l'uomo da Voi annoverato fra coloro dei quali avete predetto che sederanno super sedes, ju-dìcantes duodecim tribus Israeli (Mat. 19, 28).

— Sacro Cuore di Gesù, confido in Voi! Conosco il mio nulla, la mia miseria... ma quante volte ho ripetuto: De stercore erigens pau-perem, ut collocet eum cum principibus po-puli sui! (Ps. 112, 6). Collocato quaggiù fra i principi del vostro popolo, lo sarò in eterno per bontà vostra anche lassù. Amen.

RITIRO DEL MESE DI DICEMBRE

IL SACERDOTE E IL DIACONATO

Considerate ergo, Fratres, viros vobis boni testimonii septem, plenos Spiritu Sancto et sapientia. (Act. 6, 3). Ecco le parole che iniziano la prima ordinazione dei Diaconi, narrata dagli Atti degli Apostoli. Esse rivelano la importanza del passo che stava per compiere la Chiesa nascente; richiamano l'attenzione sul valore del nuovo Ordine che si voleva istituire, per il fatto che ammettevano soltanto uomini meravigliosamente favoriti di buona testimonianza, di pienezza di Spirito Santo, di abbondante Sapienza. Solo un dono regale può giustificare simili esigenze e il Diaconato è davvero tale: Diaconus quasi propinquus ordini sacerdotali aliquid varticipat de ejus officio 65). Quest'affermazione di S. Tommaso ci mostra nel Diacono qualche cosa del sacerdote, ci si avvicina alla vetta luminosa. Non ancora il sacerdozio, ma una parte notevole del suo ministero viene conferita agli eletti.

Quasi eco di quel preludio antico, la cerimonia del nostro Diaconato incominciò con un rito fino allora inusitato per noi, e che dovette

incuterci sacro timore, se l'animo nostro era compreso, come avrebbe dovuto esserlo, del sentimento del nostro nulla, della cognizione della nostra miseria. Ricordiamo!

L'Arcidiacono, nel presentarci al Pontefice consacrante lo pregò di ordinarci.

Gli fu risposto: — Scis illos dignos esse?

Egli riprese: — Quantum humana fragilitas nosse sinit, et scio, et testificor, ipsos dignos esse ad hujus onus offici.

E non paventammo, benché il Vescovo, continuando l'inchiesta, lanciasse agli astanti l'intimazione: Si quis habet aliquid contra illos... exeat et dicat.

Nessuno si mosse, neppure la nostra coscienza, dominata com'era dalla fede nell'Amore che ci aveva chiamati: Non vos me elegistis. sed ego elegi vos! (Ioan. 15. 16). Ma.allora dovette avvivarsi in noi il bisogno di essere grandi, di nobili sensi, per ricevere degnamente la grazia preziosissima che stava per esserci conferita; si dovette raffermare in noi la volontà d'adottare un metodo di vita che favorisse tutta la possibile fecondità.

Siccome non v'è dubbio riguardo alla natura sacramentale del Diaconato 66) perché fu l'inizio del Sacramento dell'Ordine sacro, così è certo che esso ha infuso nelle nostre anime una grazia abbondante, concessa per tutta la vita in una volta sola, con possibilità d'essere accresciuta in seguito con gli atti che ne dovevano promanare; una grazia permanente, che ci comunicava il diritto assoluto a grazie attuali, le quali dovevano aiutarci a compiere con frutto le funzioni proprie del Diacono.

Facciamo rivivere tanta grazia riconoscendone ancor meglio l'alto valore alla luce della fede. Meditiamo quindi la dignità e gli uffici del Diacono.

1. - DIGNITÀ

Nell'istruzione e nel prefazio con cui incomincia il rito solenne del conferimento del Diaconato, quest'Ordine è assimilato al Levi-tico e additato come un privilegio singolare; Adeo ut grandi quodam privilegio haereditatis, et tribus Domini esse mereretur et dici. I Leviti erano separati dal popolo di Dio, resi superiori ai loro fratelli con prerogative immense.

I misteriosi disegni della Provvidenza distinguono in tal modo quanti essa destina a una più larga partecipazione all'opera della santificazione delle anime, ai benefici che irradiano dei due grandi misteri dell'Incarnazione e della Redenzione, ossia all'opera di Cristo.

Bisognava anzitutto venisse il Cristo adorabile, Verbum caro factum est et habitavit in no-* bis, (Ioan. 1, 14,) e poi si perpetuasse nel tempo e nello spazio fino alla fine dei secoli. Nell uno e nell'altro mistero il concorso della SS. Vergine fu intimo e profondo. Ella compì la sua mirabile funzione di Mater Christi a Bethle-hem, e nel Cenacolo il giorno della Pentecoste, assistendo agli inizi della Chiesa docente, benedicendo lo zelo degli Apostoli, acceso dal soffio rinnovatore dello Spirito Santo. Essa cominciò la sua missione di Madre delle anime: Ecce Mater tua (Ioan. 19, 26).

A questi due ministeri che le conferivano una dignità eccelsa, Ella fu preparata da tutta l'eternità; ma in modo manifesto e più immediato nel tempo con il suo ritiro di preghiera e di meditazione nel Tempio, e con il mistero complesso che in lei si compì il giorno dell'Annunciazione.

Il decreto della sua Concezione immacolata costituì la preparazione eterna; la preparazione nel Tempio si ebbe con lo studio delle sacre Lettere in cui Ella apprese anticipatamente la storia di Colui che doveva poi essere suo Pìglio! Con S. Paolo, ma con più ragione, avrebbe potuto esclamare: Non enim indicavi me. scire aliquid inter vos, nisi Jesum Christum (1 Cor. 2, 2). Ma in che consistette la preparazione nel giorno dell'Annunciazione? L'Angelo ce lo rivela come qualche cosa di meraviglioso: Et reSpondens angelus dixit ei: Spiritus Sanctus superveniet in te, et virtus Altissimi óbumbrabit Ubi. Ideoque et guod na-scetur ex te sanctum vocabitur Filius Dei (Lue. 1, 35-36).

Maria per poter divenire Madre del Figlio di Dio, Gesù, e dei figli di Dio, i cristiani, ricevette nuova effusione dello Spirito Santo, benché già lo possedesse in tutta pienezza nell'anima sua idealmente pura. Il celeste Messaggero infatti non le dice: veniet, ma superveniet insinuando così un accrescimento di grazia incommensurabile.

Quindi fu investita di una forza sovrumana, della virtù stessa dell'Altissimo. Non doveva Ella concorrere ad un'opera infinitamente superiore alla creazione del mondo? Essere collaboratrice di Dio per la generazione del Verbo nella natura umana, è, senza confronto, dignità più grande che non esserlo, come Adamo, per la generazione dell'umanità intera.

Oh, inaccessibile sublimità di misteri che ci presentano Maria in un nembo di luce, più alta che le creature dotate di ragione e delle stesse creature angeliche: Regina angelorum!

Generationem ejus quis enarrabit?... (Isai. 53, 8). Ma queste linee rapidamente abbozzate descrivono la storia della Vergine Santa o la nostra?

Oh, sì, come Lei avemmo la nostra preparazione eterna nel decreto misericordioso che ci contrassegnò del luminoso segno della vocazione: In cariiate perpetua dilexi te, ideo at-traxi te... (Jerem. 31, 3). Electus ex minibus! (Cant. 5, 10).

Come Lei avemmo la preparazione al Tempio x nella nostra vita raccolta fra le mura del Seminario, dove imparammo a conoscere meglio Gesù iniziandoci alle scienze sacre.

Come Lei infine ci deliziammo di quel Natale che fu il giorno del nostro sacerdozio; ma printa, come Lei ancora, esultammo della nostra Annunciazione nel giorno del Diaconato.

Nel giorno del mistico nostro Natale ricevemmo il potere di generare il Figlio dì Dio e i figli di Dio. Dopo d'allora, ogni mattino, proni all'altare su cui lo facciamo discendere con le parole della consacrazione, alle quali Egli 'obbedisce irresistibilmente, non possiamo ripetere a Gesù: Filius meus es tu, ego hodie genui te? (Ps. 2, 7). Ogni giorno, prodigandoci generosi in un apostolato fatto più intenso per nostro volere: Ego autem libentissime impen-da?n: et superimpendar ipse prò animabus vestris (2 Cor. 12, 5), non moltiplichiamo forse il numero di coloro cui possiamo dire con intima gioia e un'immensa gratitudine verso Dio: Per Evangelium ego vos genui? (1 Cor 4, 5).

No, non v'è opera che uguagli la nostra; essa è superiore allo stesso Fiat lux che produsse soltanto cose temporali, mentre noi produciamo cose eterne... et fructus vester ma-neat! (Ioan. 15, 16).

Prima d'essere investiti del potere di consacrare e di santificare, come Maria ricevemmo una sovrabbondanza dello Spirito Santo e della forza che ne è la manifestazione: Accipe Spiritum Sanctum ad robur, ci fu detto dal Vescovo consacrante nel momento in cui imprimeva in noi il carattere sacro del Diaconato. E continuava: Emitte in eos, quaesumus, Domine, Spìritum Sanctum, quo in opus minute-rii tui fideliter exsequendi, septiformis gratiae tuae munere roborentur. Abundet in eis totiius forma virtutis. E' commovente e stupenda la armonia coll annunzio angelico: Spiritus san-ctus superveniet... Virtus Altissimi obumbra-bitl... (Luc. 1, 35). L'Annunciazione prepara il Natale, il Diaconato prepara il Presbiterato: le due aurore preparano meriggi di meravigliosa luminosità.

Oh, la grandezza nostra! Quando lasciammo il Tempio, rivestiti delle nostre bianche dal-matiche, gli angeli potevano leggere sulla nostra fronte: Amictus lumine sicut vestimento (Ps. 103, 2); con un accento suggestivo dovette ripercuotersi l'eco della parola del Maestro: Ut filii lucis sitisi (Ioan. 12, 36).

Lo siamo stati finora? Lo spirito del Diaconato trasporta in alto: Video coelos apertos et Filium hominis stantem a dextris Dei (Act. 7, 55). Viviamo a simili altezze? Noi apparteniamo all'Ordine dei Leviti, alla porzione eletta delle anime, alla famiglia di Stefano presentato dagli Atti plenum fide et Spiritu Sancto, alla stirpe di quel Lorenzo di cui è scritto: Bo-num opus operatus est. Non dimentichiamo che tanta nobiltà ci impone obblighi immensi. Se abbiamo a rimpiangere qualche deviazione dalla via che ci deve far salire sempre più alto, o una diminuzione di luce; per risalire sulle vette e avvivare il focolare di luci inestinguibili, attingiamo vigore nuovo dalla grazia già ricevuta, la quale permane in noi come un capitale inesausto, fino all'eternità.

2. - UFFICI

Diaconum oportet ministrare ad altare, bap-tizare et praedicare 67). Ecco la parte di ministero sacerdotale che ci fu allora commessa. Benchè limitata in. parte nel suo esercizio, ci imponeva nondimeno e subito, virtù eminenti, sulle quali il Vescovo consacrante insisteva. Rileggiamo queste linee così suggestive del Pontificale: Levi quippe interpretatur additus, si-ve assumptus. Et vos, ftlii dilectissimi... estote assumpti a carnaìibus desideriis, a terrenis concupiscentiis, quae militant adversus ani-mam; estote nitidi, mundi, puri, casti, sicut de-cet ministros ,Christi et dispensatores myste-riorum Dei. Leggiamo ancora: Quia comministri et cooperatores estis corporis et sanguinis Domini, estote ab omni illecebra carnis alieni.

Tutto si compendia nella purezza, che nel diacono deve essere illibatissima. Sappiamo poi che questa virtù è progressiva, poichè essa parte bensì dall'esenzione del vizio proibito dal sesto comandamento ed esenzione tale e così delicata, che, in più della castità ordinaria, anche perfetta, esige angelica verginità; ma va ben oltre. La purezza infatti non è soltanto una virtù negativa che esclude il male, ma anche una virtù positiva che produce il bene.

Dio è purezza infinita. Il puro si riveste di Lui progressivamente: Qui sanctus est sancti-ficetur adhuc '(Apoc. 22, 71). Questo deciso progresso verso il bene è richiesto al ministro dell'altare che, secondo l'Apostolo, non solo dev'essere segregatus a peccaioribiis, ma inoltre, excelsior coelis factus (Hebr. 7, 26).

Ecco il magnifico stadio su cui noi diaconi abbiamo fatto qualche passo, invitati a non mai retrocedere, bensì a percorrerlo senza mai fermarci.

a) Mundamini qui fertis vasa Domini (Isai. 52, 11); ci era consentito di elevare al cielo il calice dell'oblazione dopo aver mesco lato al vino le goccie d'acqua, santificata dalla benedizione del sacerdote.

Questa particolarità ci permette di scorgere un'armonia nuova fra il Diacono e la Vergine Santissima.

Il suo sangue verginale fornì gli elementi necessari alla formazione del Sangue di Gesù; una parte di Lei è diventata Gesù. Perciò quanto fu santa Maria!

Il vino del calice offerto dal Diacono, fornisce gli elementi del Sangue di Gesù chiamato dalle parole della Consacrazione: le goccie d'acqua depostevi simboleggiano l'unione della Chiesa con Cristo, ossia le anime ch'Egli unisce a Sé mediante il suo amore rendentore e che integrano il suo essere morale, come parte di Lui stesso: Qui autem adhaeret Domino, unus spiritus est (1 Cor. 6, 17). Ora, il ministro rappresenta il popolo; il Diacono rappresenta quindi coloro che devono divenire una cosa sola con Gesù. Come bisogna essere santi per divenire idonei a tanto ministero!

b) Dopo il ministero dell'imitare, il ministero del Battesimo.

Giovanni il Precursore lo compiva nel deserto, ma nello scorgere Gesù esclama: Quia vidi Spiritum descendentem quasi columbam de coelo, et mansit super eum... hic est qui baptizat in Spiritu Sancto (loan. 1, 32). S. Agostino commentando questo passo così si esprime: «Quegli solo battezza sul quale è discesa la colomba e di cui fu detto: E' colui che battezza nello Spirito Santo. Lui battezza se Pietro battezza; Lui battezza quando Paolo battezza; Lui battezza se Giuda battezza. E tutti coloro che sono battezzati ricevono una grazia che è simile ed eguale in tutto, perché Egli solo battezza» 68).

Anche con questa seconda funzione il Diacono è identificato a Cristo, ed ha un argo mento nuovo e profondo dell'obbligo che lo astringe ad essere santo. Altrimenti come obbedirebbe alla raccomandazione di S. Pietro, che enuncia una legge, la quale non ammette eccezioni? Si quis ministrai, tanquam ex tirtute, quam administrat Deus, ut in omnibus honorificetur Deus per Jesum Christum (1 Petr. 4, 11).

c) Infine il ministero della predicazione. Primo araldo della parola di Dio fu Maria: mundo effudit Jesum! Col suo consenso a divenir Madre del Verbo Incarnato, Ella apporta la « Parola » gradita al Padre, perciò onnipotente sopra di Lui e. deliziosa per le anime, e vincitrice della loro ignoranza, come delle loro viltà: Verbo, mea spiritus et vita sunt (Ioan. 6, 64). La Vergine benedetta non avrebbe potuto essere canale di questa « Parola » se prima non le si fosse sottomessa docile, se non fosse stata santa. Solo quand'ebbe detto: Fiat mihi secundum verbum tuum (Luc. 1, 38), (l'Angelo non era che il tramite del Verbo di Dio), Verbum caro factum.est!... (Ioan. 1, 14). Il Diacono, messaggero del Verbo, sull'esempio di Maria deve essere santo. Invero, bisogna ricordare che la predicazione fa vivere Cristo in noi. Ascoltiamo S. Ambrogio: « V'è una sola parola fra quanti insegnano; uno s'esprime con accenti che sembrano tolti al linguaggio degli Angeli; altri predicano la giustizia o la castità, o la prudenza o la pietà o altra virtù. Ma in questa moltitudine di parole risuona una sola parola: il Verbo di Dio, della pienezza del quale tutti riceviamo, il Verbo, nostro Maestro, nostro solo Maestro, alla scuola del quale tutti siamo condiscepoli; e nel quale tutti siamo ricondotti all'unità. Esteriormente un suono di parole colpisce l'orecchio; nell'interno l'unico Maestro è Cristo» 69).

Tosi perché diaconi, eravamo obbligati a una virtù trascendente a motivo delle funzioni che

tuttavia non potevamo esercitare in pieno. Che iella virtù cui siamo obbligati rigoro ora che i poteri, limitati nel Diacono, liberi nel sacerdote?

In realtà, ah, quale divario fra ciò che dovremmo essere e ciò che siamo!

Nonostante le deficienze dolorose che si possono constatare, ricordiamo che, dal giorno del nostro Diaconato, siamo dello Spirito Santo. Sappiamo per fede ch'Egli è sanctus... et munificans; corroboriamo la nostra fede con la fiducia, e rinnoviamo a Dio la preghiera che ii Vescovo gli porgeva per noi nell'atto di con sacrarci:

Domine sancte, Pater fldei, spei et gratiae, et profectuum remunerator qui in coelestibus et terrenis angelorum ministeriis ubique di-svositis per omnia elementa voluntatis tuac diffundis effectum, hos quoque famulos tuos spirituali dignare illustrare affectu; ut tuis obsequiis expediti, sanctis altaribus tuis ministri puri accrescant. — II Signore ci ascolti ed esaudisca!

Spiritum sanctum ad robur... Siamo forti, e progrediamo continuamente in virtù e santità.

Escane sulla predicazione

Vi adoro, o Gesù, luce delle anime. La vostra vocazione è di dare la vita mediante la luce. Posso avvicinare le vostre due parole come i due termini di un'equazione : Ego veni ut vitam habeant et abundantius halteant(Ioan. 10, 10). Ego sum lux mundi (id. 8, 12). Lo affermate voi stesso aggiungendo: Qui se-quitur me non ambulai in tenebris, sed habebit lumen vitae (id. 8, 12).

La vostra vocazione, o divino Maestro, è pure la mia; lo dite Voi stesso: Sicut misìt me Pater, et ego mitto vos (Ioan. 20, 21). Euntes ergo docete omnes gentes (Mat. 28, 19). Vos estis lux mundi (Mat. 5, 14). La mia grande missione è d'essere maestro del popolo cristiano: Labia sacerdotis custodient scientiam et legem requirent ex ore eius (Malac. 2, 7); la predicazione è mio dovere essenziale, mio obbligo principale nella cura delle anime: 1. Ne sono convinto? 2. Come lo compio?

1. - CONVINZIONE

La convinzione sincera che la predicazione è compito primordiale del mio apostolato, mi farà orientare tutto il mio lavoro verso questo unico scopo. E' proprio cosi? Mi preoccupo invece anzitutto dell'amministrazione dei sacramenti, nel dare forma e vita ad opere svariate, lasciando da parte gli studi necessari ad un vero predicatore? Devo pur sapere che i sacramenti ricevuti senza le debite cognizioni possono essere inefficaci o nocivi: prima di conferirli devo istruire. E' necessario pure ch'io sia convìnto che l'opera principale, scopo di tutte le altre è dare alle anime a me affidate tutta la- dottrina assolutamente indispensabile perché la loro vita cristiana non sia fittizia. — Son persuaso che causa di tanta depravazione morale, della diminuzione di fede, dell'abbandono delle pratiche religiose, è in gran parte l'ignoranza religiosa? — E perché dunque non mi determino a valermi di tutti i mezzi possibili, con solerte costanza, per istruire i miei fedeli, i miei figlioli? Praedica verbum, insta opportune, importune, argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina (2 Tim. 4, 2); questo monito dell Apostolo forma davvero il mio programma? — Assillato dal desiderio di diffondere la luce, ho compreso il dovere di appigliarmi a metodi personali, se l'esperienza mi dimostra inefficace, per l'ambiente in cui vìvo, il metodo ufficiale? — So prodigarmi con uno zelo che non teme ostacoli per la diffusione della buona stampa, di un Bollettino parrocchiale, per tenere, servatis servandis, conferenze extra eeclesiam? — Ah, se scoraggiato dagli ostacoli provenienti dalle difficoltà che provo nel predicare o nell'attirare le mie pecorelle, mi fossi rassegnato al silenzio, la mia coscienza, gravemente compromessa, non mi richiama le sentenze del vostro Spirito, o mio Dio: Vae mihr quia tacui! (Isai. 6, 5): Vae mihi est si non evangelizavero? '(1 Cor., 9, 15).

2. - ATTUAZIONE

a) Predico? — Per rispondere in modo affermativo devo predicare regolarmente ogni domenica. Dispensarsi da questo dovere, senza un serio motivo, può costituire una colpa, la cui gravita è proporzionata alla frequenza. — Predico io stesso? — Una lettura, sia pure ottima, non vale un'istruzione personale per quanto imperfetta possa essere. Lavoriamo, fatichiamo, ma parliamo noi stessi; dobbiamo dare l'anima nostra, non quella di un autore qualsiasi. Sì legge o per indolenza o perché si prova reale difficoltà nel parlare in pubblico. Nel primo caso v'è doppia colpa, e la colpa non attira certo la grazia di Dio. Nel secondo caso la lettura sarà stentata quanto l'eloquio e priva della grazia inerente al sacrificio, grazia preziosa e sempre feconda che apporta il labor improbus ad un'omelia timida, esitante, povera di stile, ma esposta da un'anima sopranaturale e umile.

b) Come vii preparo? — Tanto vale l'opera quanto la preparazione. Supposto ch'io non abbia facilità, se trascuro il serio lavoro di prepa-zione, di riflessione, di preghiera, mi espongo a sgradite sorprese sul pulpito. Se poi ho facilità di eloquio, senza tale sforzo corro pericolo di parlare senza nulla concludere e di riuscire interminabile. — Ordino nel mio pensiero con chiarezza quanto mi propongo di presentare alle intelligenze dei miei uditori? — Mi preoccupo unicamente di dar gloria a Dio, di istruire le anime, mai di mettere in evidenza me stesso? — Senza trascurare la forma, mi studio sopratutto del valore intrinseco morale? Ex abun-dantìa cordis os loquitur!... (Mat. 12, 34). Al vero predicatore della parola di Dio è necessario un cuore puro, un cuore acceso di divina carità; altrimenti sarebbe aes sonans, aut cyrribalum tinniens (1 Còr. 13, 1):

e) Coi?ie predico? — Mi raccolgo in Dio prima di salire il pulpito ravvivando la fede alla luce di queste verità: Pro Christo legatione fungimur... tamquam Deo exhortante per nos? (2 Cor. 5, 20). — Recito prima la preghiera munda cor meum ac labia mea? — Prendo il tono di voce necessario per essere udito da tutti o temo d'affaticarmi? — Evito il tono declamatorio e enfatico? — Mi astengo nei gesti, nel contegno da tutto ciò che sa di affettazione o di teatrale? La vera eloquenza è semplice; conversare familiarmente con dignità e animati da un profondo sentimento di fede, ecco il segreto infallibile per farsi ascoltare e con frutto.

— O Gesù, sommo predicatore della gloria del padre, poiché vi siete degnato di associarmi al vostro ministero con dirmi: Praedìcate Evangelium ovini creaturae (Mare. 16, 15), par-mi vi siate obbligato per il fatto stesso ad assistermi mentre istruisco il popolo cristiano. « Siate dunque nel mio cuore e sulle ftiie labbra, affinchè io annunzi degnamente e fruttuosamente i vostri santi insegnamenti: Verba sancta tua! ». Amen.

Preparazione alla morte

IL « DIES IRAE » DEL SACERDOTE

Supremo scongiuro

Mi raccolgo, mio Dio, sotto il vostro sguardo. Mi astraggo un momento dalle contingenze che mi circondano e mi assorbono abitualmente. Rifletto alla loro vanità, al loro nulla; esse non sono la realtà! E' realtà quando sussiste e sussiste non ciò che sfida la morte, ma quanto la morte mi apporta.

E che cosa mi apporta? La piena e decisila luce sulla mia vita, sul mio essere; il vaglio dell'assoluta Giustizia che agita al vento dell'eternità tutti i miei pensieri, tutti i miei giudizi, i miei sogni, i miei progetti, i miei calcoli... tutti i miei desideri, i miei odii, tutte le mie velleità, le mie determinazioni, tutti i miei atti...! Che ne sarà delle mie agitazioni, delle mie preoccupazioni in quel momento che non potrò evitare, che non potrò ritardare e che sarà rivelatore della verità integra, intransigente: Scrutabor Jerusalem in lucernis? (Soph. 1, 13). Sì, passerò per quell'ora terribile... E non leggerò davanti a me, in lettere di fuoco, la spaventosa parola: Thécel? appensus es in staterà et inventus es minus habens! (Daniel. 5, 27).

Sul mio cadavere, nella mia Messa funebre, risuonerà la supplica:

Pie Jesu Domine, dona eis requiem,!

La Chiesa, Madre mia, la porrà sulle labbra dei sacerdoti, ai quali si chiederà d'offrire per me il S. Sacrificio. Forse la reciteranno come la recito anch'io, distrattamente... Ah! quale efficacia avrà per la povera anima mia?

Consentite, o Gesù, ve ne scongiuro, che allora quella prece salga a Voi con l'accento di viva fede e fiducia, con cui ve la rivolgo in questo momento; solo così mi sarà benefica!

Pie! Voi siete pietoso e buono: lo crede Signore; me lo prova il modo con cui su questa terra trattaste coloro che soffrivano, e la vostra misericordia per ì peccatori. Impossibile per Voi scorgere una lagrima senza trasformarla in sorriso; impossibile scorgere un'anima caduta, contaminata, ma umiliata, senza stentlere la mano confortatrice e darle la pace.

Voi siete la stessa Pietà divina discesa sulla terra, o Signore: Apparuit benignitas et huma-nitas... (Tit. 3, 4). E siete sempre lo stesso:

Christus heri, et hodie, ipse et in saecula (Hebr. 3, 8). Quando arriverò sulla soglia dell'eternità, vi incontrerò pietoso e buono. Signore, io confido... Pietà di me!

Jesu! Siete Gesù, siete Salvatore. La Scrittura lo ripete le mille volte: Et ipse (Deus) erit salvator meus (Job. 13, 16). Salvator meus, flducialiter agam... (Isai. 12, 2). Natus est vobis hodie, salvator qui est Christus (Lue. 2, 11). Scimus quia hic est vere Salvator mundi! (Joan. 4, 42). Credo Signore! Ma un salvatore salva, strappa al pericolo, alla morte ; esiste per coloro che si perdono. Confido! Salvatemi dal peccato, salvatemi dall'inferno, in nome del vostro Sangue sparso per me... spargo da me su le anime del miei fratelli, sparso da me nel calice di salute... siatemi Gesù!

Domine! Credo che siete sovrano Padrone. Comandate alla vita, comandate alla morte: Tu es, Domine, qui vìtae et mortis habes potè-statem (Sap. 16, 3). Mettete dunque, ve ne scongiuro, la vostra potenza a servizio della vostra misericordia, affinchè questa si eserciti pienamente. Comandate alla morte del peccato, alla morte dellinferno di allontanarsi da me; comandate alla vita della grazia di crescere' sempre più in me, alla vita della gloria di assorbirmi nell'ultima ora.

Signore, confido; Si ambulavero in medio umbrae mortis, non timebo mala: quoniam tu mecum es. (Ps. 22, 4). Son debole, Voi siete forte; mi appoggio a Voi nonostante le mie miserie, meglio, a motivo delle mie miserie. Ogni giorno ripeto: In te Domine speravi, non con-fundar in aeternum; non mi lascerete deluso, Signore.

Dona eis requiem! Siete la mia requie, dolce Gesù. Lo credo perché l'avete detto Voi stesso... ho compreso il significato delle vostre parole: Ego reficiam... invenietis requiem ani-mabus vestris... (Mat. 11, 29). requiescite pusil-hwi (Mare. 6, 31). S. Paolo l'ha compreso così, e nella sua Epistola agli Ebrei ne trae la conclusione: Qui enim ingressus est in requiem èjus, etiam ipse requievit ab operibus suis, sicut a suis D.eus!... Festinemus ergo ingredi in illam. requiem! '(Hebr. 4, 10).

La mia esistenza è un penoso sforzo, la mia vita un'aspra lotta incessante. Oh, quanto ho bisogno di riposo! Ma, da insensato, lo cerco talora ove non è, ove non può essere: nelle creature! Lo cerco quaggiù e mai non lo trovo! Se qualche volta v'è sollievo alle mie pene, se v'è tregua alle mie lotte, lenimento alle mie sofferenze, sprazzo di luce nella mia notte oscura, ah, tutto ciò svanisce in un istante! Ho bisogno, ho sete di quel riposo di cui parla Isaia: Sedebit vopulus meus in requie opulenta! (Isai. 32, 18). Ho bisognò, solo bisogno del riposo di cui è foriera la morte; del riposo che sarà retaggio dell'anima di fede che si fonda sull'umiltà sincera, sulla confidenza, che non ammette ombre. Quel riposo è il riposo eterno. Concedetemelo, Signore, al giungere dell'ora suprema: Scio enim cui credidi!... (2 Tim. 1, 12). Credo, voglio confidare! Dona mihi requiem! Amen!

 

 

 

 

 

1) Sessio XXII, Decr. de Reformatione, c. 1,

2) De vera religione, cap. LV, n. 113»

3) 2» 2», q. LXXX1, art. I ad l.

4) Fides clericos ordinat, saaerdotes consacrat. (Sermo 384, n. 3).

5) 1a 2ae, q. CX art. 4.

6) Melius est mihi mori quam castam veritatis virgi-nitatem corrumpere. (Ad Const. Aug. lib. I).

7) Gli esegeti rigidi vorranno permettere che si prenda questo testo nel senso in cui è tradotto ordinariamente. Non sarebbe tuttavia inopportuno al caso nostro il senno più esatto! « Quegli cui Dio dà in sua parola non ha bisogno di pane per vivere ».

8) Spes osi vigilia quaedam solemnitatis aeternae (De Spe. e. II).

9) In Aet.Apostol. Homil. IlI, n. 1.

10) In Epist. ad Hebr. Homil. XXXIV, I.

11) Serrno XXIX, 7n Nat. Dom., X, 3. 1

12) Sermo XXV. In Nativi!. Dom. VI, 2.

13) De Kexurr. (carnis) c. LI.

14) De fide I, IV e. I, n. 7.

15) Riflessione dì S. Tommaso ancora fanciullo. 53

16) Liber de diligendo Deum, e. I, in princ.

17) 2) 2a 2ae, q. XXIII, a. 6.

18) 2» 2ae, q

19) Epist.LII, ad Nepotianum.

20) Vie et Oeuores, tome-2, pag. 870

21) Lib. De div. quaest. Q. I.XI, n. I.

22) 1» 2««, q. 1,V, a. 3.

23) 2» 2««, q. XLVII, a. 14. 80

24)2a 2ae, q. LII, a. 2.

25) 2a 2ae, q. 53, a. 6.

26). 2a 2ae q LVIII, a. 1.

27). De offici. I. c. VII.

28) Gonon Vol. IV.

29) 2a 2ae q. CXX1II a. 4. ad 1.

30) Ibid, a. 1.

31) 2a 2ae q. CXXV, a.1, ad 3.

32) S. Tommaso enumera come parti integranti della fortezza: la fiducia, la magnanimità con la munificenza, e come parti potenziali, la pazienza e la perseveranza.

33)De Patientia, cap. 2.

34) 2a 2ae. q. CXXXVIII, a. 1.

35) 2a 2ae, q. CXXX-CXXXIII. 124

36) 2a 2ae, q. CXLI, il. 2.

37) P. Janvier, Quaresima del 1921, 1a conf.

38) 2a 2ae, q. CXLI a. 2, ad 3.

39) 1a, q. v., a. 4, ad 1.

40) 1a p. q. XXXIX, a. 8.

41) 2a 2a3, q. CXLV, a. 4.

42) 2a 2&e, q. CXLVIII, a. i.

43) 2a 2ae, q. CLIII, a. 5.

44) Can. 889-890-2369.

45) Godbau: Discorso sugli Ordini Sacri. 150

46) Pontif. Rom. De clerico faciendo. 151

47) Op. cit., P. I, cap. IX.

48)Epist. XI, n. 14; ad Severum.

49)Op. cit., P. I, cap. 8.

50)Giraud, Sacerdote e Ostia, Lib. 3", cap. VI.

11 - Gonon - Voi. IV.

51) De coelesii hierarchia, III, 1. e. 2-

52) Fra questi si comprende anche il Suddiaconato benché, in generale, sia considerato quale maggiore perché implica l'obbligo della castità perpetua e perché deputa a speciali funzioni.

53) Vetus et nova Ecclesìae disciplina; P. I, C. U, A XXX.

54) Suppl. <j. XXVII, a, 2, ad 2.

55)Ì7Q

56) Godeau, Discorsi sugli Ordini sacri

57)De Ostiariis: Hoc offìcium Dominus in sua Sententiarum L. IV, Distinc. XXIV.

58) Communiter autem dicunt D.D., exorcismos habere vim infallibilem expellendi daemones, tamquam ex opere operato ». Theol. Mor. Lib. Ili, n. 193. Append. n. VII.

59) Pont. Rotti. De ordinatione Subdiaconorum.

60) Lehmkuhl, II, 618.

61) De L/Vntange, Instructtont ecclèxiastiqups.

62) Panegirico di S. Giuseppe.

63) Tratt. dei Sacri Ordini, P. 2a, cap. 5.

64) De imit. Chr. 1. IV. e. 12, n. 1.

18 Gonon - Voi IV.

65)S (J. LXXXII, a. 3, ad. 1.

66) « Diaconatum esse sacramentum de fide quidem non est, communis tamen sententia theologorum » (Hurter. HI. Tract. IX, De Ordine).

67) Pontif. Rom. Diacono faciendo.

69) In Psalm. CXVIII Serm.. III. n. 20.

Top

Style Setting

Fonts

Layouts

Direction

Template Widths

px  %

px  %