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I cinque gradi dell'umiltà

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San Francesco di Sales: i cinque gradi dell’umiltà


Il primo grado dell’umiltà è la conoscenza di sé, che avviene allorché, per mezzo della testimonianza della nostra coscienza, e con l’aiuto della luce che Dio riversa sui nostri spiriti, ci rendiamo conto che non siamo altro che povertà, miserie e abiezione. Questa umiltà, se non va oltre, non è granché, e, di fatto, è molto comune; infatti, sono poche le persone che vivono in tanta cecità da non riconoscere abbastanza chiaramente la propria pochezza, per poco che riflettano; tuttavia, non vogliono vedersi per quello che sono, tanto che sarebbero molto contrariati se qualcuno li giudicasse per quello che realmente sono. Ecco perché non bisogna fermarsi a questo punto, ma passare al secondo livello, che è il riconoscimento; c’è differenza fra conoscere una cosa e riconoscerla.

Riconoscere significa dire e manifestare pubblicamente, quando è necessario, quello che conosciamo di noi stessi; ma si intende che va detto con un sincero sentimento del nostro nulla, dato che c’è una quantità di persone che non fa altro che umiliarsi soltanto a parole. Parlate alla donna più vanitosa del mondo, ad un cortigiano dello stesso stampo, e dite loro, ad esempio: mio Dio! quanto lei è in gamba, quanto merito le deve essere riconosciuto! Non trovo nulla che si avvicini alla sua perfezione. Risponderanno: Oh, Signore, non valgo nulla, e non sono che la miseria in persona e la stessa imperfezione; ma contemporaneamente sono molto contenti di sentirsi lodare e, ancor di più, se li giudicate secondo quello che dite. Ecco allora che quelle parole di umiltà non si trovano che sulle labbra e non provengono dal profondo del cuore; infatti, se doveste prenderli in parola, prendendo per vere le loro false dichiarazioni di umiltà, si offenderebbero, e pretenderebbero che facciate loro ammenda per l’onore offeso. Ora, Dio ci protegga da umili di tal genere!

Il terzo livello è di ammettere e confessare la nostra pochezza e abiezione quando la scoprono gli altri: infatti, molto spesso, diciamo personalmente e anche con convinzione, che siamo cattivi e miserabili, ma non vorremmo che in questa affermazione ci prevenisse qualche altro; e se capita, non soltanto non ci fa piacere, ma ce ne abbiamo a male, e questo è un segno sicuro che la nostra umiltà non è perfetta e nemmeno di buona qualità. Bisogna dunque ammettere francamente e dire: avete proprio ragione, mi conoscete molto bene. Questo grado è già molto buono.

Il quarto è amare il disprezzo e rallegrarci quando veniamo abbassati e umiliati; infatti, a quale pro trarre in inganno lo spirito degli altri? È un fatto irragionevole. Se ammettiamo che non siamo nulla, dobbiamo essere molto contenti che venga creduto, che si dica e che ci si tratti come nullità e miserabili.

Il quinto, che è il più perfetto e il più alto dei gradi di umiltà, è quello non soltanto di amare il disprezzo, ma desiderarlo, cercarlo e compiacervisi per amore di Dio: e beati sono quelli che giungono a questo livello; ma il loro numero è molto limitato. Nostro Signore lo voglia aumentare di... 10 o 20 fratelli che Gli sono consacrati in questa nostra famiglia