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La Nuova Evangelizzazione, che, ancora oggi nel terzo millennio è oggetto di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, convegni, per la maggior parte dei cristiani praticanti è ancora considerata come una opzione, e non come una necessità urgente e possibile. Noi crediamo che per realizzarla sicuramente occorre da parte di tutto il popolo di Dio, come ci ricordava spesso Giovanni Paolo II, “un nuovo ardore, nuovi metodi e nuove espressioni”. L’Italia e l’Europa, anche se già evangelizzate, hanno bisogno di essere rievangelizzate. I battezzati hanno bisogno di essere rievangelizzati. Il mondo ha bisogno di speranza e non ci saranno grandi segni di speranza fino a quando, noi cristiani del XXI Secolo, non sapremo testimoniare un’esistenza bella, arricchita dalla gioia dei salvati, dall’amicizia e non prenderemo sul serio il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Andate, ammaestrate tutte le nazioni”, battezzate, insegnate, osservate “tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20), “siate testimoni” (At 1,8), “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), “amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12). Come membra vive dell’unico Corpo di Cristo vogliamo

  • essere testimoni di speranza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,1-3).
  • contribuire con tutte le nostre forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità (cfr. LG n°33)
  • far si che ogni cosa abbia Cristo come capo e Dio sia tutto in tutti (Ef 1,10;1 Cor 15,28)
  • e con Maria Regina della Pentecoste portare il fuoco dell'evangelizzazione in tutto il mondo e ad ogni creatura (anche agli audiolesi)

perché lo Spirito di Dio “ Ruah” soffio vitale, possa fare di ognuno di noi delle creature “realmente viventi”, nel corpo e nello spirito.


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La Famiglia di Gesù Breve trattato Teologico

La Famiglia di Gesù Breve trattato Teologico

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LA FAMIGLIA DI GESU’

Breve trattato teologico

 

 

INTRODUZIONE

Rivolgendosi ai fedeli di tutto il mondo raccolti in Piazza San Pietro nella mattinata di domenica 29 dicembre 1991, festa della Santa Famiglia, Giovanni Paolo II li invitava ad «entrare spiritualmente nella casa di Nazareth per meditare sugli insegnamenti che da essa ci provengono».

Quale l'importanza di questa visita?

Il Figlio di Dio, incarnandosi per la nostra salvezza, si è scelto una famiglia, mostrandoci così che matrimonio e famiglia fanno parte del disegno di salvezza e rivestono un ruolo singolare per il bene della persona e della società umana.

La Liturgia ambrosiana ci ha tramandato una bella preghiera, che riassume ed espone in modo chiaro e completo il disegno di grazia, già presente nella bellezza dell'ordine della creazione e poi restaurato con la redenzione. Tale disegno si rivela nel fatto che l'unico Figlio di Dio «venendo ad assumere la nostra condizione di uomini, volle far parte di una fàmiglia», scegliendo di vivere nella Casa di Nazareth.

In quella singolare dimora, nascosta ai grandi della terra e alla fama del mondo, la vita familiare è riportata «alla dignità alta e pura della sua origine». In essa Dio ha «collocato le arcane primizie della redenzione del mondo. Si tratta, infatti, della Casa, dove tra «la Vergine Madre e Giuseppe, l'uomo giusto a lei sposo», pregna l'amore coniugale intenso e casto»; dove nel Figlio di Dio rifulge la docile obbedienza; « dove la vicenda di giorni operosi e sereni» è accompagnata dalla concordia dei reciproci affetti.

In questa preghiera è perfettamente delineata la teologia della Santa Famiglia, che nelle seguenti pagine cercherò di sviluppare alla luce della Sacra Scrittura e del Magistero, particolarmente attento alle difficoltà di tutte le famiglie, alle quali rivolge il pressante invito di guardare con venerazione e speranza gli esempi della Santa Famiglia».

P. Tarcisio Stramare, O. S. J. Direttore del Movimento Giuseppino

 

PREFAZIO DELLA LITURGIA AMBROSIANA

Il tuo unico Figlio, venendo ad assumere la nostra condizione di uomini, volle far parte di una famiglia per esaltare la bellezza dell'ordine da te creato e riportare la vita familiare alla dignità alta e pura della sua origine. Nella casa di Nazareth regna l'amore coniugale intenso e casto; rifulge la docile obbedienza del Figlio di Dio alla vergine Madre e a Giuseppe, l'uomo giusto a lei sposo; e la concordia dei reciproci affetti accompagna la vicenda di giorni operosi e sereni.

O famiglia nascosta ai grandi della terra e alla fama del mondo, più nobile per le sue virtù che non per la sua discendenza regale! In essa, o Padre, hai collocato le arcane primizie della redenzione del mondo.

Per questo disegno di grazia, mentre guardiamo con venerazione e speranza gli esempi della Santa Famiglia, eleviamo a te, o Padre, la nostra lode di figli.

 

LA BELLEZZA DELL'ORDINE CREATO DA DIO

Il riconoscimento della dignità dell'uomo è parte integrante del cristianesimo. Citando ben dieci volte Sant'Agostino, San Tommaso asserisce che uno dei fini dell'incarnazione è quello di mostrare «quanto sia grande la dignità della natura umana».

La Genesi esprime questa verità, descrivendo Dio impegnato direttamente nella creazione dell'uomo, definito «immagine di Dio» (1, 26).

Giovanni Paolo II, partendo dal concetto che l'uomo è l'unica creatura voluta da Dio per se stessa e che, quale immagine divina, è la creatura che maggiormente manifesta la sua sorgente, che è Dio-amore, considera l'uomo nella sua caratteristica essenziale di dono, ossia di segno visibile dell'Amore divino: L'uomo appare al mondo visibile come la più alta espressione del dono divino, perché porta in sé l'interiore dimensione del dono. E con essa porta nel mondo la sua particolare somiglianza con Dio, con la quale egli trascende e domina anche la sua ‘visibilità’ nel mondo, la sua corporeità».

In un Prefazio della Messa per gli sposi leggiamo parimenti: nell'unione tra l'uomo e la donna, hai impresso un'immagine del tuo amore. Sacramento o segno del sommo Amore, l'uomo è essenzialmente dono, caratteristica che egli manifesta quando non rimane solo «non è bene che l'uomo sia solo», (Gn 2, 18), ossia quando «si dona», «esistendo ‘con qualcuno’ e, ancora più profondamente e più completamente, esistendo ‘per qualcuno’. «Comunione delle persone significa esistere in un reciproco ‘per’, in una relazione di reciproco dono».

In questa prospettiva non deve meravigliare se è proprio il corpo a far emergere, attraverso la sue differenze sessuali, la dimensione di dono che gli è propria. Il corpo, che esprime la femminilità ‘per’ la mascolinità e viceversa la mascolinità ‘per’' la femminilità, manifesta la reciprocità e la comunione delle persone. La esprime attraverso il dono come caratteristica fondamentale dell'esistenza personale. Questo è il corpo: testimone della creazione come di un dono fondamentale, quindi testimone dell'Amore come sorgente, da cui è nato questo stesso donare».

Poiché il dono è il segno dell'Amore, così anche il corpo, manifestando nella sua struttura fisica e visibile la sua natura di dono, rivela contemporaneamente il suo significato sacramentale dell'Amore di Dio. «Il sacramento, come segno visibile, si costituisce con l'uomo in quanto ‘corpo’, mediante la sua ‘visibile’ mascolinità e femminilità.

Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall'eternità in Dio, e così esserne segno. L'uomo, mediante la sua corporeità, la sua mascolinità e femminilità, diventa segno sensibile dell'economia della Verità e dell'Amore, che ha la sorgente in Dio stesso e che fu rivelata già nel mistero della creazione».

Di qui si comprende quali siano gli ideali ai quali la coppia deve ispirarsi e il richiamo di Giovanni Paolo II al significato «sponsale, del corpo, ossia alla sua capacità di esprimere l'amore: «Quell'amore appunto nel quale l'uomo-persona diventa dono e - mediante questo dono - attua il senso stesso del suo essere ed esistere».

 

LA PERDITA DELLA LIBERTA' DEL DONO

Purtroppo l'esperienza peccaminosa, che l'uomo ha fatto della conoscenza del bene e del male, non gli ha più consentito di realizzare in «piena libertà» il dono totale di sé. L'unità dei primi due esseri umani, Adamo ed Eva, come pure quella dei loro discendenti, non ha più potuto vivere la pienezza del comandamento dell'amore, perché continuamente minacciata dal dominio dell'uomo sulla donna (cf. Gn 3, 16), che comporta «il turbamento e la perdita della stabilità della fondamentale eguaglianza e compromette l'autentica «communio personarum».

Mancando la libertà, il dono non è più tale e perde, quindi, il suo significato di segno o sacramento dell'Amore. Un dono legato a qualsiasi costrizione non è più dono, ma diventa ricompensa, scambio, proprio interesse, egoismo, dominio, ecc. Il racconto biblico del peccato originale sottolinea proprio la perdita della piena libertà dalla costrizione del corpo e del sesso, ossia della capacità del dono, quando fa notare che «si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (Gn 3, 7; cf. 2, 25); e ancora, riguardo alla donna: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà» (3, 16; cf. 2, 23). Il peccato originale ha compromesso così la funzione sacramentale del corpo, il suo significato «sponsale».

Tale situazione non consente più all'uomo di vivere pienamente il «dono di sé»» iscritto nel progetto originale della creazione; benché risanato, la ferita del peccato originale lo ha reso vulnerabile. Nella Lettera alle Famiglie, Giovanni Paolo II sottolinea «i pericoli che indeboliscono o addirittura distruggono la sua unità e stabilità». Egli si riferisce esplicitamente all'egoismo del singolo e della coppia, all'individualismo, alle «passioni dell'anima», all'utilitarismo etico.

«Mediante la concupiscenza, l'uomo tende ad appropriarsi di un altro essere umano, che non è suo, ma che appartiene a Dio». Ne segue che l'uomo non può più ritrovare se stesso nel dono totale di sé e finisce, al contrario, col rendere l'altro «osso delle sue ossa, carne della sua carne», (Gn 2, 23) non il termine del proprio dono, ma l'oggetto delle proprie brame. Perdute col peccato l'innocenza e la giustizia originarie, che scaturivano dalla grazia contenuta nel mistero della creazione, è uscito, infatti, dall'interno dell'uomo, dal cuore umano, quel misterioso dono che consentiva ad entrambi, uomo e donna, di esistere nella reciproca relazione del dono disinteressato di se stessi. Appartiene, allora, al mistero della redenzione restituire all'uomo la purezza di cuore, ma non più allo stesso grado di quella originale, dal momento che nel cuore restaurato dell'uomo è rimasta la concupiscenza, che viene dal peccato e ad esso porta.

 

IL FIGLIO DI DIO ASSUME LA NOSTRA CONDIZIONE DI UOMINI

I Vangeli, che sono la testimonianza della predicazione apostolica, concedono largo spazio ai racconti della passione e della risurrezione, ma evidentemente non hanno trascurato l'Incarnazione, che ha in Giovanni il termine stesso che ne esprime il mistero: «Il Verbo si è fatto carne» (1, 14). E' proprio attraverso la realtà della carne, che Giovanni esperimenta il Vangelo e, quindi, può annunziarlo: «colui che noi abbiamo sentito, colui che abbiamo veduto con i nostri occhi, colui che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato, cioè il Verbo della vita... lo annunziamo a voi»» (1 Gv 1, 1-3).

Nella realtà della carne di Gesù, Giovanni e i discepoli hanno potuto contemplare la gloria del Verbo: «abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre» (1, 14; cf. 2, 11; 11, 40).

San Tommaso mette giustamente al centro delle opere divine l'Incarnazione: «Tra le opere divine il mistero dell'incarnazione supera al massimo la ragione: non si può trovare, infatti, nulla, fatto divinamente, più mirabile, che il vero Dio, il Figlio di Dio, sia diventato vero uomo».

L'incarnazione è il miracolo dei miracoli, l'opera alla quale è orientata tutta la creazione. La solenne proclamazione di Maria «Madre di Dio», fatta dal Concilio Ecumenico Efesino, rientra in quest'ottica, «perché Cristo, conforme alle Scritture, fosse riconosciuto, in senso vero e proprio, figlio di Dio e figlio dell'uomo».

Il Simbolo Niceno-Costantinopolitano è una dettagliata proclamazione della divinità di Gesù e della sua umanità. La persona divina del Verbo è discesa con la sua divinità per ascendere con la nostra umanità. E' questa l'essenza del mistero cristiano. «Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche per conto di noi innalzata a una dignità sublime. Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato».

La Costituzione Gaudium et spes dedica una particolare attenzione al tema «Verbo incarnato e la solidarietà umana» Lo stesso Verbo incarnato volle essere partecipe della convivenza umana. Fu presente alle nozze di Cana, entrò nella casa di Zaccheo, mangiò con i pubblicani e i peccatori. Egli ha rivelato l'amore del Padre e l'eccelsa vocazione degli uomini, rievocando gli aspetti più ordinari della vita sociale e adoperando linguaggio e immagine della vita di ogni giorno. Santificò le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari, dalle quali trae l'origine la vita sociale, volontariamente sottomettendosi alle leggi della sua patria. Volle condurre la vita di un lavoratore del suo tempo e della sua regione.

La grande teologia si è soffermata a meditare sulla natura e gli effetti dell'unione ipostatica in ordine alla redenzione, formulando il principio: ciò che non è assunto, non è redento. Ciò significa che la presenza e l'azione di Gesù non vanno intese solo come una semplice condivisione della sorte umana, quasi come una solidarietà morale finalizzata a confortare, consolare e orientare verso il bene, in modo che seguissimo le sue orme (cf. 1 Pt 2, 21; Mt 16, 24; Lc 14, 27).

La venuta del Verbo di Dio nella carne non è simile a quella di un capo di stato tra le sue truppe per sollevarne il morale o per trascinarle con il proprio esempio.

Il mistero della presenza e dell'opera di Gesù consiste, invece, nel rigenerare (1 Pt 1, 3-23) l'uomo, nel rifare di lui la creatura nuova secondo il volere di Dio (2 Cor 5, 17; Rm 6, 4; Gal 6, 15). Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato (cf. Gv 1, ls.; 2 Cor 1, 15ss.; 1 Cor 8, 6; Eh 1, 3), ricrea ogni cosa incarnandosi (cf. Rm 8, 29; Col 1, 18ss.; 3, 10), ossia riunendo la pienezza della divinità e la nostra umanità nella sua persona (Col 2, 9ss.).

Nel mistero del Verbo incarnato, uomo perfetto, viene restituita ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

 

TUTTA LA VITA DI CRISTO E' MISTERO DI REDENZIONE

Le riflessioni che abbiamo fatte finora sul mistero dell'incarnazione e quanto ad esso si riferisce non sono un lungo preambolo al mistero della redenzione. L'incarnazione coincide con la redenzione stessa. L'incarnazione, infatti, è redentiva, ossia la redenzione è una specificazione dell'incarnazione.

L'autore della lettera agli Ebrei fa iniziare il sacerdozio della Nuova Alleanza, secondo l'ordine di Melchisedech, con il primo istante del concepimento di Cristo: «Entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo. Allora io ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà... Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (10, 5-10). San Tommaso, partendo dal fatto che il Figlio di Dio è entrato nel mondo mediante l'assunzione della natura umana, commenta così «di me sta scritto nel rotolo del libro»: Questo libro è Cristo, quanto all'umana natura, nella quale sono state scritte le cose necessarie alla salvezza dell'uomo». Cristo è redentore dal concepimento alla risurrezione, all'ascensione e per sempre (cf. Eb 7, 14; Rm 8, 34), in quanto, «seduto alla destra del Padre», partecipa nella sua umanità all'onnipotenza salvifica della SS. Trinità, che è la sorgente totale della redenzione umana.

Come non si deve limitare il valore redentivo di Cristo alla morte, neppure lo si deve limitare alla risurrezione, persino largamente intesa, perché tutti i misteri della vita di Cristo, eventi e parole, hanno esercitato un'efficacia salvifica, anche se in modo diverso: meritorio, soddisfattorio, sacrificale, redentivo, efficiente, esemplare.

Di qui l'esigenza di «ripercorrere tutte le tappe della vita del Salvatore per appropriarci dei frutti della Redenzione».

Questa è la fede della Chiesa, espressa durante tutto l'anno liturgico, il quale «non è una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato... Esso è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da lui iniziato con pietoso consiglio in questa vita mortale, quando passò beneficando allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti, non nel modo incerto e nebuloso del quale parlano alcuni recenti scrittori, ma perché, come ci insegna la dottrina cattolica e secondo la sentenza dei Dottori della Chiesa, sono esempi illustri di perfezione cristiana e fonte di grazia divina per i meriti e l'intercessione del Redentore, e perché perdurano in noi col loro effetto, essendo ognuno di essi, nel modo consentaneo alla loro indole, la causa della nostra salvezza.

San Tommaso spiega, infatti, che donare la grazia o lo Spirito Santo conviene autoritativamente a Cristo in quanto Dio; conviene tuttavia a Cristo in quanto uomo donare la grazia o lo Spirito Santo strumentalmente, in quanto cioè la sua umanità fu strumento della sua divinità. E così, in forza della divinità, le azioni umane di Gesù furono per noi salutari, in quanto hanno causato in noi la grazia sia in ragione del merito sia per una certa efficacia».

Poiché l'incarnazione è l'unione della natura umana con la natura divina della persona del Verbo-Figlio, unione che comporta la massima unità, ne segue che, anche se alcune delle azioni di Cristo furono salvifiche in speciale modo, come la morte e la risurrezione, non si deve, tuttavia, togliere a tutte le altre azioni della vita di Gesù la particolare efficacia che loro compete.

 

LE PRIMIZIE DELLA REDENZIONE DEL MONDO

Il Concilio Vaticano II esprime efficacemente il mistero dell'incarnazione dicendo: «Con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo a ogni uomo».

Il catechismo della Chiesa Cattolica commenta opportunamente: «Siamo chiamati a formare una sola cosa con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo Corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello» (nr. 521).

E' questa una bella definizione del Mistero, ossia della solidarietà che, grazie all'umanità di Gesù, si è instaurata tra Dio e noi: «Dio si è fatto uomo, affinché noi diventassimo dèi»; è il «meraviglioso scambio» del divino con l'umano, celebrato nella Liturgia del Natale.

Poiché questo scambio si realizza al momento dell'Annunciazione, il concepimento di Gesù costituisce l'inizio di quella Redenzione, che egli porterà a compimento durante tutta la sua vita: «Per questo appunto Cristo è passato attraverso tutte le età della vita, restituendo con ciò a tutti gli uomini la comunione con Dio». E' necessario, allora, che sulla stessa linea dei Misteri della vita pubblica di Gesù vengano collocati anche i Misteri dell'infanzia di Gesù e quelli della sua vita nascosta.

La recente accentuazione del Mistero pasquale, da una parte, e soprattutto la «critica» che ha investito i cosiddetti «Vangeli dell'infanzia», dall'altra parte, non hanno certamente favorito lo sviluppo della teologia dei Misteri loro propri, non meno salvifici degli altri: Tutta la vita di Cristo è Mistero di Redenzione. La Redenzione è frutto innanzitutto del sangue della croce (cf. Ef 1, 7; Col 1, 13s.; 1 Pt 1, 18s.), ma questo Mistero opera nell'intera vita di Cristo: già nella sua Incarnazione, per la quale, facendosi povero, ci ha arricchiti con la sua povertà (cf. 2 Cor 8, 9); nella sua vita nascosta che, con la sua sottomissione (cf. Lc 2, 51), ripara la nostra insubordinazione...».

Significativo è il titolo «Tutta la vita di Cristo è Mistero» (nr. 514), come pure le affermazioni «Tutta la vita di Cristo è Rivelazione del Padre» (nr. 516), «Tutta la vita di Cristo è Mistero di Redenzione» (nr. 517) e «Tutta la vita di Cristo è Mistero di Ricapitolazione» (nr. 518). Si tratta di affermazioni che vanno prese in tutta l'ampiezza della loro espressione, dal momento che «Cristo non ha vissuto la sua vita per sé, ma per noi, dalla sua Incarnazione per noi uomini e per la nostra salvezza fino alla sua morte ‘per i nostri peccati’ (1 Cor 15, 3) e alla sua Risurrezione ‘per la nostra giustificazione’ (Rom 4, 25)» (nr. 519). Tutto questo è legato all'Incarnazione. La particolare evidenza propria di alcune azioni della vita di Gesù non deve detrarre valore alle altre sue azioni, in particolare a quelle della sua vita nascosta, ugualmente salvifiche.

Le parole e le azioni di Gesù nel tempo della sua vita nascosta e del suo ministero pubblico erano già salvifiche. Esse anticipavano la potenza del suo Mistero pasquale. Annunziavano e preparavano ciò che egli avrebbe donato alla Chiesa quando tutto fosse stato compiuto. I misteri della vita di Cristo costituiscono i fondamenti di ciò che, ora, Cristo dispensa nei sacramenti mediante i ministri della sua Chiesa, poiché ‘ciò che era visibile nel nostro Salvatore è passato nei suoi misteri’ (C.C.C., nr. 1115). «Avendo conosciuto, nella fede, chi è Gesù, (gli apostoli) hanno potuto scorgere e fare scorgere in tutta la sua vita terrena le tracce del suo Mistero. Dalle fasce della sua nascita (cf. Lc 2, 7), fino all'aceto della sua passione (cf. Mt 27, 48) e al sudario della Risurrezione (cf. Gv 20, 7), tutto nella vita di Gesù è segno del suo Mistero. Attraverso i suoi gesti, i suoi miracoli, le sue parole, è stato rivelato che ‘in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità’ (Col 2, 9). In tal modo la sua umanità appare come ‘il sacramento’, cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrena condusse al Mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice» (nr. 515).

 

GESU' VOLLE FAR PARTE DI UNA FAMIGLIA

Poiché il Figlio dell'uomo è entrato nella storia degli uomini attraverso la famiglia, come non vedere in ciò uno straordinario significato? Tale assunzione, d'altra parte, era richiesta dalla realtà stessa dell'Incarnazione. Quando l'evangelista Giovanni afferma che «Il Verbo si è fatto carne (1, 14), egli non intende esprimere semplicemente lo stato di umiliazione derivata a Gesù dal fatto di essere diventato uno di noi, aspetto certamente ricco di significato, come evidenziato da Paolo (Fil 2, 27), ma sottolineare che egli ha visto, udito, toccato (cf. Gv 1, 15; 1 Gv 1, 1-3), azioni che indicano chiaramente un'esperienza storica, concreta. E' proprio la realtà della carne di Gesù che suppone e richiede la maternità di Maria, ampiamente descritta da Luca e Matteo ed espressamente professata nel Credo (et incarnatus est de Maria Virgine), e di conseguenza anche la paternità umana, ovviamente nei limiti del dogma del concepimento verginale, postulato dalla preesistenza della Persona incarnata: «La maternità implica necessariamente la paternità e, reciprocamente, la paternità implica necessariamente la maternità: è il frutto della dualità, elargita dal Creatore all'essere umano ‘dal principio’».

La famiglia è infatti una «via comune..., una via dalla quale l'essere umano non può distaccarsi. In effetti, egli viene al mondo normalmente all'interno di una famiglia, per cui si può dire che deve ad essa il fatto stesso di esistere come uomo. Quando manca la famiglia, viene a crearsi nella persona che entra nel mondo una preoccupante e dolorosa carenza che peserà, in seguito, per tutta la vita». Questa evidente costatazione, legata alla comune esperienza circa l'importanza «unica e irripetibile» della famiglia per ogni uomo, ci aiuta a comprendere l'esigenza della sua assunzione nell'economia della salvezza.

Giovanni Paolo II lo sottolinea con un «dunque»»: «il mistero divino dell'Incarnazione del Verbo è dunque, in stretto rapporto con la famiglia umana». Infatti, poiché «con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo... si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile fuorché nel peccato, ciò è avvenuto proprio «a cominciare dalla famiglia, nella quale egli ha scelto di nascere e di crescere»: «il Figlio unigenito, consostanziale al Padre, ‘Dio da Dio e Luce da Luce’, è entrato nella storia degli uomini attraverso la famiglia».

Ne segue che l'Incarnazione del Verbo non comporta il rapporto «soltanto con una famiglia, quella di Nazareth, ma in qualche modo con ogni famiglia», dal momento che, come già detto, il Figlio di Dio nell'Incarnazione «si è unito in certo modo ad ogni uomo».

La presenza di Gesù alle nozze di Cana, dove egli rivela la sua gloria (Gv 2, 1-11), dimostra «quanto la verità della famiglia sia inscritta nella Rivelazione di Dio e nella storia della salvezza».

Gesù si è fatto «Araldo della verità divina sul matrimonio», annunciando questa verità appunto «con la sua presenza e con il compimento del suo primo ‘segno’: l'acqua cambiata in vino».

La portata di questa verità deve essere enorme, se Gesù, prima ancora di farsene araldo, ha voluto viverla come membro di una famiglia: ha voluto nascere nel matrimonio, anche se non dal matrimonio, di Maria e Giuseppe: nel pieno rispetto del comandamento «onora tuo padre e tua madre», Gesù ha accettato di essere educato nella più perfetta obbedienza (cf. Lc 2, 51) da Maria e Giuseppe, designati nel vangelo proprio con il titolo onorifico di ««genitori»» (Lc 2, 27.33.41).

 

LA BENEDIZIONE MAI CANCELLATA

Cristo, il Verbo di Dio incarnato, disceso dal cielo per riportare al progetto iniziale l'opera divina, deturpata dal peccato, ne inizia il restauro incominciando proprio dalla coppia, che rimane pur sempre nel creato l'immagine dell'amore di Dio.

La liturgia nuziale ripete giustamente che «la prima comunità, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né la pena del peccato originale, né del castigo del diluvio». Poiché nell'opera della creazione l'unione matrimoniale è, attraverso il dono sponsale di sé, il segno o sacramento dell'Amore divino, l'opera redentrice di Gesù deve iniziare proprio dal matrimonio, il quale rimane così la privilegiata analogia per esprimere la nuova ed eterna alleanza, che egli instaura con l'umanità attraverso il dono sponsale di sé alla sua Chiesa. L'amore del marito per la moglie è scelto espressamente per rappresentare l'amore di Cristo per la Chiesa (cf. Ef 5, 22-33). Il comportamento oblativo di Cristo («ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei», v. 25) è in stretto riferimento al progetto originario: «Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola» (v. 31). La carità totale, nella quale il redento deve camminare, «nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per voi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef'5, 2), ha la sua manifestazione ufficiale nel matrimonio, segno del «mistero grande»: «lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (v. 32).

Questi accenni al significato del matrimonio aiutano a comprendere l'importanza del vero matrimonio di Maria con Giuseppe e la sua collocazione all'inizio dell'opera della salvezza.

L'intima relazione del matrimonio di Maria e Giuseppe con l'umanità di Gesù, strumento efficace della divinità in ordine alla santificazione degli uomini, e, inoltre, il significato che il matrimonio stesso ha nell'ordine e nella finalità della creazione fanno sì che proprio questo matrimonio sia la prima opera della salvezza, come troviamo esplicitamente affermato dai Sommi Pontefici: «In questa grande impresa del rinnovamento di tutte le cose in Cristo, il matrimonio, anch'esso purificato e rinnovato, diviene una realtà nuova, un sacramento della nuova Alleanza. Ed ecco che alle soglie ciel Nuovo Testamento, come già all'inizio dell'Antico, c'è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l'opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell'amore e questa culla della vita».

A chi sembrasse nuova questa dottrina si potrebbe ricordare che il collegamento esplicito della società familiare e della Famiglia di Nazareth con l'inizio della creazione è già presente nella Lettera apostolica Neminem fugit. «Dio misericordioso, avendo decretato di compiere l'opera della riparazione umana aspettata a lungo da secoli, dispose il modo e l'ordinamento della stessa opera in maniera che gli stessi suoi primi inizi mostrassero al mondo l'augusto ideale della famiglia divinamente costituita, in cui tutti gli uomini vedessero un assolutissimo esemplare della società domestica e di ogni virtù e santità. Tale fu davvero quella Famiglia Nazaretana, nella quale era nascosto il Sole di giustizia prima che risplendesse in piena luce a tutte le genti: e cioè Cristo Dio Salvatore nostro con la Vergine Madre e Giuseppe Sposo santissimo, che svolgeva il compito di padre verso Gesù».

 

LA COPPIA CHE RINNOVA LA STORIA DEL BELL AMORE

Poiché l'uomo e la donna, "creati come unità dei due" nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d'amore e in tal modo a rispecchiare nel inondo la comunione d'amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell'intimo mistero dell'unica vita divina, il matrimonio di Maria e Giuseppe ha certamente rispecchiato più e meglio di ogni altro la comunione d'amore che è in Dio, tenuto conto che esso è stato voluto e predisposto da Dio stesso per l'inserimento ordinato nel mondo del Verbo, per opera dello Spirito Santo.

Il matrimonio di Maria e Giuseppe si presenta, dunque, come l'immagine perfetta dell'amore creatore e redentore di Dio. I due santi sposi hanno vissuto veramente il loro matrimonio come puro «dono sponsale», con quella piena libertà» che proveniva loro dalla grazia divina abbondantemente presente e operante nel suo strumento «congiunto» dell'umanità di Gesù. Il dono disinteressato di sé fatto da Giuseppe a Maria è espresso lapidariamente da Matteo nella frase: «Non la conobbe» (1, 25)». Queste parole indicano un'altra vicinanza sponsale», commenta altrettanto sobriamente ma efficacemente Giovanni Paolo II.

Il vero amore consiste proprio nel cooperare a realizzare nella persona amata il progetto di Dio, che nel caso di Maria riguardava la maternità divina. Legati al mistero dell'incarnazione a tal punto di essere chiamati da Luca «i genitori di Gesù» (2, 41), Maria e Giuseppe sono veramente nel creato il segno o sacramento della nuova umanità redenta da Gesù Cristo. Con al centro Gesù, il rigeneratore dell'umanità, Maria e Giuseppe formano quella che opportunamente è stata chiarata la «trinità terrena»; attraverso Gesù, concepito per opera dello Spirito Santo e immagine perfetta del Padre, questa «trinità terrena» si unisce mirabilmente alla «Trinità celeste», formandone l'irradiazione e il riflesso.

Questa dottrina è lo sviluppo del pensiero di Giovanni Paolo II: Nel mornento culminante della storia della salvezza, quando Dio rivela il suo amore per l'umanità mediante il dono del Verbo, è proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe che realizza in piena ‘libertà’ il dono sponsale di sé nell'accogliere ed esprimere un tale amore.

Il matrimonio di Maria e Giuseppe va riconosciuto come quello che unico realizza la dimensione originaria ed esemplare del mistero della creazione. Nella piena consapevolezza di essere voluti dal Creatore ciascuno di loro per se stesso ed entrambi per Cristo, essi hanno pienamente ritrovato se stessi nel dono disinteressato di sé. Quello che per la prima coppia era rimasto solamente un ideale, in Giuseppe e Maria è, infatti, divenuto realtà.

Se la grazia della creazione, la quale attraverso l'innocenza, che è lo stato di natura integra, frutto di santità e di giustizia, rendeva impossibile ai due protagonisti dell'Eden di ridursi reciprocamente a mero oggetto uno dell'altro e, quindi, consentiva loro di vivere la prima festa dell'umanità in tutta la sua pienezza originaria e di esperimentare serenamente il significato sponsale del corpo, possiamo ritenere che questa stessa festa è stata rivissuta agli albori della redenzione nella comunione sponsale di Maria e Giuseppe. Arricchiti di tutti quei doni celesti richiesti dalla singolare missione di «genitori» del Figlio di Dio incarnato, Giuseppe e Maria sono stati e rimangono per l'umanità il rinnovato «sacramento» dell'Amore originario, che è puro e disinteressato dono di sé.

Il matrimonio di Maria e Giuseppe rinnova la storia del «bell'amore» iniziata con la prima coppia umana, con Adamo ed Eva. Cristo non viene a condannare il primo Adamo e la prima Eva, ma a redimerli; viene a rinnovare ciò che nell'uomo è dono di Dio, quanto in lui è eternamente buono e bello e costituisce il substrato del bell'amore».

Ebbene, Maria e Giuseppe, alle soglie della Nuova Alleanza, «ricevono l'esperienza del ‘bell'amore’ descritto nel Cantico dei Cantici. Giuseppe pensa e dice di Maria: ‘Sorella mia, Sposa’ (cf. Ct 4, 9)».

 

LA GENEALOGIA TRASCENDENTE DELLA PERSONA

Le genealogie di Gesù riportate dagli evangelisti, e in particolare quella di Matteo, hanno lo scopo di collegare la nascita di Gesù, nonostante il suo concepimento verginale, con la casa e la famiglia di Davide, condizione indispensabile per il suo riconoscimento come Cristo (cf. Gv 7, 42), secondo le attese dell'Antico Testamento (cf. 2 Sam 7). E' proprio dalla validità del matrimonio di Maria e Giuseppe, che giuridicamente «dipende la paternità di Giuseppe. Di qui si comprende perché le generazioni sono state elencate secondo la genealogia di Giuseppe... Il figlio di Maria è anche figlio di Giuseppe in forza del vincolo matrimoniale che li unisce».

Gli evangelisti chiamano Giuseppe sposo di Maria (Mt 1, 16.19; Lc 2, 5) e Maria sposa di Giuseppe (Mt 1, 18.20; Lc l, 27; 2, 5); li qualificano come «genitori» (Lc 2, 41), anzi espressamente come «suo padre e sua madre» (v. 33). Maria non esita a dire: «Tuo padre ed io» (v. 48); Gesù li riconosce tali, prestando loro obbedienza: «Era loro sottomesso» (v. 51), tanto da essere considerato, oltre che figlio di Maria, anche figlio di Giuseppe (cf. LC 3, 23; 4, 22; Mt 13, 55; Gv 6, 42).

La genealogia di Gesù non deve essere insignificante se, nonostante l'evidente esclusione di Giuseppe dalla generazione di Gesù, essa è, tuttavia, presente ben due volte nei Vangeli (Mt 1, 1-17; LC 3, 23-38).

La presenza di Giuseppe nella genealogia di Gesù si rivela giuridicamente indispensabile per la filiazione davidica di Gesù, dalla quale dipende il riconoscimento della sua qualifica di Cristo: l'Antico Testamento, infatti, non viene annullato dal Nuovo, perché Dio rimane fedele alle sue promesse. La presenza di Giuseppe è richiesta, tuttavia, soprattutto dall'incarnazione stessa, ossia dalla realtà della «carne» di Gesù, ben sapendo che, uil Figlio unigenito, consostanziale al Padre, ‘Dio da Dio e Luce da Luce’, essendosi «fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato è entrato nella storia degli uomini attraverso la famiglia». Si tratta di una via dalla quale l'essere umano non può distaccarsi».

E' infatti, «con la famiglia, che si collega la genealogia di ogni uomo: la genealogia della persona. La paternità e la maternità umane sono radicate nella biologia e allo stesso tempo la superano». La riflessione sulla genealogia, essendo nuova e caratteristica della Lettera alle Famiglie, è importante. Poiché «la generazione è la continuazione della creazione e «soltanto da Dio può provenire quella ‘immagine e somiglianza’ che è propria dell'essere umano, così come è avvenuto nella creazione, ne segue che «nella paternità e maternità umane Dio è presente in modo diverso da come avviene in ogni altra generazione sulla terra». Ciò perché, anche se dal «Padre di ogni paternità (e ogni maternità) nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3, 15) e, quindi, «ogni generazione trova il suo modello originario nella Paternità di Dio», l'uomo, tuttavia, «porta con sé al mondo una particolare immagine e somiglianza di Dio stesso: nella biologia della generazione è inscritta la genealogia della persona. «Per la sua stessa genealogia, la persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, proprio partecipando alla Vita di Lui, esiste per se stessa e si realizza». «La genealogia della persona è pertanto unita innanzitutto con l'eternità di Dio, e solo dopo con la paternità e maternità umana che si attuano nel tempo». Se questo vale per «ogni uomo», la cui «genesi non risponde soltanto alle leggi della biologia, bensì direttamente alla volontà creatrice di Dio», vale in modo particolare per Gesù, come evidenzia Luca, che da Giuseppe fa risalire la genealogia di Gesù fino ad Adamo e poi proprio fino a Dio (3, 38).

 

L'IMMAGINE DELLO SPOSO E DELLA SPOSA

L'uomo, benché redento, porta in sé le cicatrici del peccato originale e non possiede più la piena libertà del dono; egli ha perduto l'innocenza interiore come ‘purezza di cuore’, che, in un certo modo, rendeva impossibile che l'uno venisse comunque ridotto dall'altro a livello di mero oggetto». Di qui il pericolo per l'amore di amicizia, che dovrebbe raggiungere la sua massima espressione proprio nell'unione coniugale, di trovarsi sostituito dall'amore di concupiscenza, che è la ricerca, da parte della coppia, dell'utile e del dilettevole. E' facile comprendere come l'egoismo si contrapponga direttamente al dono sponsale di sé, che è caratteristico del matrimonio, in quanto sacramento o segno dell'Amore divino.

Nell'Esortazione apostolica Redemptoris custos Giovanni Paolo Il scrive che ««nel momento culminante della storia della salvezza, quando Dio rivela il suo amore per l'umanità mediante il dono del Verbo, è proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe che realizza in piena ‘libertà’ il ‘dono sponsale di sé’ nell'accogliere ed esprimere un tale amore» (nr. 7).

Il matrimonio di Maria e Giuseppe, infatti, non è solo la cornice dell'incarnazione, la semplice struttura storica e culturale nella quale si è voluto inserire il Verbo fatto uomo, ma costituisce parte integrante del mistero dell'incarnazione ed è esso stesso mistero, sia in quanto condizione richiesta per la realizzazione del disegno divino, sia in quanto fondamentale realtà umana, assunta per essere purificata e santificata.

Inserita direttamente nel mistero dell'incarnazione, la famiglia di Nazareth costituisce essa stessa uno speciale mistero. E' contenuta in ciò una conseguenza dell'unione ipostatica: umanità assunta nell'unità della Persona divina del Verbo-Figlio, Gesù Cristo. Insieme con l'assunzione dell'umanità in Cristo è anche assunto tutto ciò che è umano e, in particolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra».

Poiché il momento storico dell'Incarnazione coincide con il nuovo «principio», con la ri-creazione dell'umanità, che raggiunge la sua più intima unione con Dio per mezzo di Gesù, Verbo incarnato, Giovanni Paolo II conclude coerentemente che «è nella Santa Famiglia, in questa originaria ‘Chiesa domestica’, che tutte le famiglie cristiane debbono rispecchiarsi. In essa, infatti, ‘per un misterioso disegno di Dio è vissuto nascosto per lunghi anni il Figlio di Dio: essa, dunque, è il prototipo e l'esempio di tutte le famiglie cristiane’». Ne segue che la realtà del matrimonio e della famiglia entra nell'ambito del «grande mistero, in riferimento a Cristo e alla Chiesa (Ef 5, 52), attraverso i santi sposi Maria e Giuseppe, come espressamente ammesso da San Tommaso, che cita Sant'Agostino: Tale matrimonio è simbolo della Chiesa universale, la quale, pur essendo vergine, è tuttavia sposata a Cristo, suo unico sposo».

La Chiesa insegna che Maria è l'Immacolata Concezione. Ciò vuol dire che Maria è la creatura perfetta, integra, che riproduce perfettamente l'innocenza e la giustizia originale, ossia la creatura nella quale si riflette chiaramente l'immagine di Dio. Tuttavia, Maria da sola non esaurisce totalmente il ruolo umano di essere l'immagine di Dio, poiché Dio ha creato l'uomo «maschio e femmina». E' vero che Gesù, come uomo, risponderebbe certamente allo scopo, ma si deve giustamente obiettare che Gesù non è solo uomo, ma è uomo-Dio. D'altra parte, Gesù non si è mai sposato e quanto Paolo (cf. Ef 5) e l'Apocalisse (cc. 21-22) affermano di Cristo e della Chiesa, si riferisce al «mistero», il quale deve necessariamente rivelarsi in una realtà visibile, ossia in un segno «storico». Bisogna dunque, trovare un uomo, che completi con Maria, sul piano della creazione umana redenta, l'immagine di Dio. Ebbene, questo uomo singolare si chiama Giuseppe, «il giusto» scelto da Dio stesso per essere unito a Maria con il vincolo matrimoniale.

La Redemptoris custos lo indica chiaramente: L'uomo 'giusto' di Nazareth possiede soprattutto le caratteristiche dello sposo. L'evangelista parla soprattutto di Maria come di una vergine, sposa di un uomo... chiamato Giuseppe (Lc 1, 27). Prima che cominci a compiersi ‘il mistero nascosto da secoli’ (Bf 3, 9), i Vangeli pongono dinanzi a noi l'immagine dello sposo e della sposa (nr. 18).

 

IL SACRO VINCOLO DI CARITA'

Poiché la maternità e la paternità debbono attuarsi nell'istituzione del matrimonio, che solo garantisce la legittimità, l'accoglienza e l'educazione della prole, la sua esistenza è espressamente notificata dagli evangelisti, che qualificano Giuseppe «sposo» di Maria (Mt 1, 16.19) e Maria «sposa» di Giuseppe (Mt 1, 20.2; Lc 1, 27; 2, 5). Che non si tratti di un dettaglio insignificante lo si deduce dalla grave affermazione di Giovanni Paolo II: «Anche per la Chiesa, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe. Di lui di comprende perché le generazioni sono state elencate secondo la genealogia di Giuseppe».

Dal momento che una buona parte degli equivoci nasce proprio da una conoscenza solo approssimativa della dottrina riguardante l'essenza o natura del matrimonio, è opportuno richiamare qui il pensiero di San Tommaso: Il matrimonio o ‘coniugio’ si dice vero in quanto raggiunge la sua perfezione.

Ma una cosa può avere due perfezioni: la prima perfezione consiste nell'essenza stessa della cosa, dalla quale ottiene la sua perfezione; la seconda perfezione consiste nel suo agire, per cui la cosa raggiunge il suo fine. Ora l'essenza del matrimonio consiste nell'indivisibile unione degli animi, che obbliga ciascuno dei coniugi a mantenersi perpetuamente fedele all'altro. Il fine poi del matrimonio è la generazione e l'educazione della prole: la generazione si ottiene mediante l'unione sessuale; l'educazione mediante quell'aiuto reciproco che marito e moglie si prestano per allevare la prole. Ebbene, riguardo alla prima perfezione, il matrimonio tra la Vergine Madre di Dio e San Giuseppe fu verissimo, perché entrambi acconsentirono all'unione coniugale; non acconsentirono, invece, all'unione sessuale, se non sotto condizione: se Dio vuole. Quanto alla seconda perfezione, invece, che dipende dagli atti propri del matrimonio, se ci riferiamo all'unione sessuale, che genera la prole, quel matrimonio non fu consumato. Quel matrimonio ebbe, tuttavia, anche la seconda perfezione, per quanto riguarda l'educazione della prole».

Nella preghiera di Leone XIII, «A te, o beato Giuseppe», il matrimonio di Maria e Giuseppe è detto «sacro vincolo di carità», definizione non comune, ma teologicamente esatta, di un vincolo, la cui natura è costantemente collocata da Sant'Agostino e da San Tommaso «nell'indivisibile unione degli animi, nell'unione dei cuori, nel consenso, elementi che in quel matrimonio si sono manifestati in modo esemplare». E' un'esemplarità irripetibile, è vero, ma altrettanto fondamentale. Infatti, è proprio questa «indivisibile unione degli animi» che bisogna tenere costantemente presente non solo per risolvere le obiezioni che possono sorgere contro la verità del matrimonio, ma anche e soprattutto per comprendere il coraggio della Chiesa di mettere sul piedestallo proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe, nel quale appunto i due protagonisti hanno saputo vivere integralmente l'esperienza del dono, scambiandosi il dono sincero della propria persona e vivendo in modo singolare, in tutta la sua pienezza, la stessa libertà del dono, che sta alla base del significato sponsale del corpo, ossia la capacità di esprimere l'amore. E' proprio perché Giuseppe ha fatto il dono sponsale di sé a Maria, che egli è tanto disposto a privarsi di lei, lasciandole la sua libertà (cf. Mt 1, 19), come in un primo momento gli era sembrato che richiedesse la maternità divina, quanto a tenerla con sé, nel pieno rispetto della sua esclusiva appartenenza a Dio, come di fatto egli fece dopo aver conosciuto la propria vocazione: «trattenne la sua sposa e non la conobbe» (1, 24s), parole che indicano «un'altra vicinanza sponsale» (5G).

 

L'ESPRESSIONE PIU' ALTA DEL GRANDE MISTERO

Considerando il matrimonio in quanto sacramento, San Tommaso afferma che «benché il matrimonio non conformi alla passione di Cristo per quanto riguarda la pena, tuttavia conforma ad essa per quanto riguarda la 'carità', a motivo della quale Cristo soffrì per unire a sé la Chiesa come sposa». Se ci chiediamo in quale matrimonio più e meglio risplenda la carità, il matrimonio di Maria e Giuseppe si presenta come il modello più perfetto. Nessun matrimonio è stato, quanto il loro, specchio, riflesso, sacramento della carità più altruista e disinteressata. Essi hanno veramente vissuto il loro matrimonio come puro «dono sponsale» e sono degni, perciò, - è San Tommaso stesso che lo dice - di rappresentare il mistero della Chiesa: «Fu conveniente che la Madre di Dio fosse unita in matrimonio... per significare la Chiesa, che è vergine e sposa».

Tra le ragioni, che l'Angelico aveva addotte per la nascita di Cristo da una vergine sposata, troviamo lo stesso argomento ecclesiologico: «Tale matrimonio è simbolo della Chiesa universale, la quale, pur essendo vergine, è tuttavia sposata a Cristo, suo unico sposo».

In quest'ottica verginità e matrimonio non si oppongono, come ancora San Tommaso fa notare nello stesso testo: «Per il fatto che la Madre del Signore fu sposata e vergine, nella sua persona vengono onorati e la verginità e il matrimonio». Proprio nell'Esortazione apostolica Familiaris consortio incontriamo questa affermazione: «La verginità e il celibato per il Regno di Dio non solo non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e di vivere l'unico mistero dell'Alleanza di Dio con il suo popolo» (nr. 1).

Il matrimonio di Maria e Giuseppe è il luogo storico e teologico, dove si è pienamente realizzato e manifestato che la verginità non solo non si contrappone al matrimonio, ma anzi che essa è posta al suo servizio, pur in gradi diversi, come indispensabile presupposto e requisito.

Mentre, da una parte, San Paolo nella Lettera agli Efesini considera la ricostituita e perfetta «unità dei due» in relazione a Cristo e alla Chiesa (relazione che egli definisce «mistero» 5, 32), San Tommaso, da un'altra parte, ribadisce che è proprio nel matrimonio di Maria e Giuseppe che tale «mistero» ha il suo riferimento «storico»: «Tale matrimonio è simbolo della Chiesa universale, la quale, pur essendo vergine, è tuttavia sposata a Cristo, suo unico sposo». Di qui la ragionevole attesa nei riguardi della Liturgia perché lo esprime adeguatamente il dono di sé fatto da Gesù alla Chiesa trova, infatti, una chiara prefigurazione in Giuseppe, lo sposo storico che ha fatto il dono totale di sé alla propria sposa, circondandola di tutto quel rispetto, che il piano di Dio richiedeva riguardo a lei.

Giuseppe ha amato Maria proprio «per se stessa», consentendole, attraverso il «dono di se stesso» fino al sacrificio, di raggiungere la perfezione della sua soggettività personale. «Se crediamo che Adamo abbia grandemente amato la donna, che Dio aveva formato con la sua costola, poiché disse: ‘Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna e saranno due in una sola carne’ (Gn 2, 24), quanto più si deve credere che Giuseppe abbia amato la Beata Vergine, essi che erano prefigurati in quel sacramento? Infatti il connubio dei primi parenti e il matrimonio della Vergine e di San Giuseppe prefigurarono l'unione indissolubile della madre Chiesa, dicendo l'Apostolo (Ef 5, 32): ‘Questo sacramento è grande: lo dico, in Cristo e nella Chiesa’ Che cosa, chiedo, ci può essere di maggiore amore che il vincolo, o potrebbe essere più unito che la santissima famiglia di Giuseppe e Maria, che Gesù amore eterno istituì, custodì con la propria presenza, accrebbe e perfezionò?... Questo è quell'amore divino, questa la suprema carità, che unica diede al mondo il vero Dio, lo nutrì e vestì. A motivo di questo amore lo stesso Dio volle essere detto e considerato vero figlio di questo sacratissimo matrimonio».

 

LO SPOSO DI MARIA

Alla luce della testimonianza evangelica, Giovanni Paolo II afferma la singolare partecipazione di San Giuseppe al mistero dell'incarnazione del Verbo: Proprio a questo mistero Giuseppe di Nazareth ‘partecipò’ come nessun'altra persona umana, ad eccezione di Maria, la Madre del Verbo Incarnato. Egli vi partecipò insieme con lei, coinvolto nella realtà dello stesso evento salvifico, e fu depositario dello stesso amore, per la cui potenza l'eterno Padre ‘ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo’ (Ef 1, 5)».

E' certamente importante notare come il Sommo Pontefice sottolinea la «partecipazione»» di Giuseppe allo «stesso mistero salvifico» e «allo stesso amore», perché questa sua duplice presenza è fondamentale per comprendere l'importanza della sua figura e della sua missione; è, tuttavia, da evidenziare anche la collocazione riconosciuta a San Giuseppe in questa «partecipazione»: «vi partecipò insieme con Maria. Se, da una parte la maternità di Maria non dipende da Giuseppe, perché opera dello Spirito Santo (cf. Mt 1, 18), essa, da un'altra parte, non può neppure essere disgiunta da lui: «Esiste una stretta analogia tra ‘l'annunciazione’ del testo di Matteo e quella del testo di Luca. Il messaggero divino introduce Giuseppe nel mistero della maternità di Maria». Colei che «rimanendo vergine, è divenuta madre in virtù dello Spirito Santo, «secondo la legge è la sua ‘sposa’». Il messaggero si rivolge a Giuseppe come allo ‘sposo di Maria’, a colui che a suo tempo dovrà imporre il nome di Gesù al Figlio che nascerà dalla Vergine di Nazareth, a lui sposata. Parimenti, Maria non è sola nella sua peregrinazione della fede: «All'inizio di questa peregrinazione la fede di Maria si incontra con la fede di Giuseppe.

Riguardo al mistero «nascosto da secoli nella mente di Dio» (cf. Ef 3, 9), Giuseppe ne «diviene un singolare depositario, come lo divenne Maria, in quel momento decisivo che dall'Apostolo è chiamato ‘la pienezza del tempo’». «Di questo mistero divino Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario. Insieme con Maria - ed anche in relazione a Maria - egli partecipa a questa fase culminante dell'autorivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa sin dal primo inizio. Tenendo sotto gli occhi il testo di entrambi gli evangelisti

Matteo e Luca, si può anche dire che Giuseppe è il primo a partecipare alla fède della Madre di Dio, e che, così facendo, sostiene la sua sposa nella fede della divina annunciazione. Egli è anche colui che è posto per primo da Dio sulla via della peregrinazione della fede sulla quale Maria - soprattutto dal tempo del Calvario e della Pentecoste - andrà innanzi in modo perfetto (G5). «La via propria di Giuseppe, la sua peregrinazione della fede si concluderà prima... Tuttavia, la via della fede di Giuseppe segue la stessa direzione, rimane totalmente determinata dallo stesso mistero, del quale egli insieme con Maria era divenuto il primo depositario».

In nessun documento pontificio, come in questo, compare tanto insistentemente l'espressione «insieme con Maria», quasi a rimarcare che l'Incarnazione non si è realizzata in Maria come in un essere isolato, staccato e separato dal contesto della realtà umana, nel quale, invece, è perfettamente inserita. Non a caso, infatti, il primo sottotitolo dell'Esortazione apostolica è: «Il matrimonio con Maria». L'umanità non è un enorme piedestallo, di cui Maria è la statua; essa è piuttosto paragonabile ad un immenso gambo, con stelo e foglie, di cui Maria è il fiore. «Figlia di Adamo», «unita, nella stirpe di Adamo, con tutti gli uomini bisognosi di salvezza», ella è solidale con tutti gli uomini.

Il concepimento di Gesù è sì avvenuto in modo verginale (cf. Mt l, 18-25; Lc 1, 26-38), ma pur tuttavia nel contesto di un matrimonio, nel quale Maria è la sposa e Giuseppe lo sposo (cf. Mt 1, 16.18ss.24; Lc 1, 27. 2.5). «Fattosi veramente uno di noi, in tutto simile a noi, fuorché nel peccato» (Eb 4, 15), «Gesù è entrato nella storia degli uomini attraverso la famiglia... una via dalla quale l'essere umano non può distaccarsi».

 

SPOSA DI UN UOMO CHIAMATO GIUSEPPE

E' significativo il fatto che Paolo VI, nell'Esortazione apostolica Marialis cultus, esortando i fedeli a riprodurre le virtù di Maria, elenca tra queste il suo «forte e casto amore sponsale» (nr. 57). Lo stesso Documento, considerando Maria «quale nuova Donna e perfetta cristiana, che riassume in sé le situazioni più caratteristiche della vita femminile, perché Vergine, Sposa, Madre» (nr. 36), invita la donna contemporanea a rendersi conto che la scelta dello stato verginale da parte di Maria, che nel disegno di Dio la disponeva al mistero dell'Incarnazione, non fu un atto di chiusura ad alcuno dei valori dello stato matrimoniale, ma costituì una scelta coraggiosa, compiuta per consacrarsi totalmente all'amore di Dio». Se la donna Maria ha potuto realizzarsi fino alla perfezione assegnatale da Dio, ciò non è avvenuto senza la libera e meritoria collaborazione di San Giuseppe, rimanendo vero che rutta l'azione di Dio nella storia degli uomini rispetta sempre la libera volontà dell'io umano. Ne segue che la condotta di San Giuseppe è stata un coefficiente necessario in relazione alla grandezza e alla missione di Maria e che il titolo «iustus»», che lo Spirito Santo gli attribuisce, illumina il profondo sì» contenuto nell'ordine sponsale. San Giuseppe è stato fedele a questo «sì», vivendo esemplarmente il dono di sé a Maria; la Chiesa glielo ha riconosciuto, definendolo vir Mariaeu (Mt 1, 16), ovviamente un titolo di grande onore, conoscendo la considerazione nella quale era tenuta Maria. Libera Maria, dunque; ugualmente libero Giuseppe, unito a Maria da un «vincolo di carità« talmente perfetto da consentire l'unione dei due aspetti del dono di sé, la verginità e il matrimonio, secondo le esigenze della divina Presenza alla quale il dono era finalizzato.

Il mistero del «principio», al quale si richiama continuamente Giovanni Paolo II, sottolinea che l'uomo e la donna «furono reciprocamente affidati l'uno all'altro come persone fatte a immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell'amore, dell'amore sponsale: per diventare un dono sincero l'uno per l'altro, bisogna che ciascuno dei due si senta responsabile del dono. Questa misura è destinata a tutti e due - uomo e donna - fin dal principio».

«Maria fin dal primo momento della sua maternità divina si inserisce nel servizio messianico di Cristo». Il testo evangelico fa notare, tuttavia, che Maria si inserisce in tale servizio ,essendo sposa di un uomo chiamato Giuseppe» (Lc 1, 27) e che ella ne è ben consapevole. La sua domanda all'angelo: «Come avverrà questo? Non conosco uomo« (v. 34) non nega, infatti, la realtà della sua unione coniugale, ma rivela un proposito di verginità, la cui possibilità in quel contesto si può spiegare solo con un precedente dono di sé da parte di Giuseppe. Il fatto che Maria accetti la divina maternità senza chiedere il previo consenso di Giuseppe è la dimostrazione di quanto ella fosse consapevole della illimitata dimensione del dono di sé ricevuta da Giuseppe, così da poter disporre liberamente di se stessa; Maria, sa che Dio ha su di lei ogni diritto e che è desiderio profondo di Giuseppe che ella sia tutta di Dio. Agire in questo modo riguardo a Giuseppe non è mancanza di delicatezza, ma segno di fiducia. Dio deve sempre passare per primo, e questa è la volontà stessa del cuore di Giuseppe, altrimenti egli non sarebbe lo sposo di Maria».

Riflettendo sulla verginità di Maria e sui mutui doveri dei coniugi, per cui uno non può far voto di continenza senza il consenso dell'altro, l'Angelico ne deduce che Maria deve essersi consacrata a Dio «assieme a Giuseppe».

Essendo la verginità donazione a Dio (cf. 1 Cor 7, 32), se Dio ha voluto il matrimonio verginale di Maria e Giuseppe, ciò fu perché si aiutassero reciprocamente a donarsi insieme a Dio. San Tommaso afferma in più luoghi la verginità di Giuseppe, fondandola con San Girolamo su due ragioni: «perché non è scritto che egli abbia avuto un'altra moglie e perché l'infedeltà non è attribuibile al santo personaggio».

La missione e la dignità di Maria, tali da esigere che «la verginità dovette risaltare in modo speciale nella Madre di Dio» (7G), richiedevano, infatti - supposta la necessità del matrimonio per l'onorato inserimento del Verbo di Dio nella famiglia umana e per il suo riconoscimento come «figlio di Davide» - che il proposito di conservare la verginità fosse reciproco, non potendo mancare tra i due coniugi la più perfetta affinità spirituale, richiesta dalla perfezione di quel matrimonio.

 

L’AMORE CONIUGALE INTENSO E CASTO

Se Maria ama con più amore di carità coloro che sono migliori presso Dio, chi è migliore del suo sposo Giuseppe, che le fu dato come aiuto a lei simile e che dopo di lei è il più gradito a Dio? Secondo Bernardino da Busto, tra Maria e Giuseppe vi fu un amore indicibile e santissimo; infatti, dopo Cristo suo figlio, la Vergine purissima nessun uomo o altra creatura amò così come San Giuseppe e Giuseppe amò la beata Vergine sopra ogni pura creatura» (7s).

Maria certamente riconosceva che doveva a Giuseppe, a motivo del dono di sé che egli le faceva quotidianamente condividendone la verginità, se aveva potuto essere la «serva del Signore», divenendone la madre per opera dello Spirito Santo. Come non considerare, allora, l'amore di Maria per Giuseppe? L'amore di Maria per Giuseppe è un argomento poco trattato, ma non per questo meno reale.

F. Suàrez, partendo dal presupposto che la parte della santità e della virtù della moglie amare suo marito», ne deduce che poiché la beata Vergine fu perfettissima in tutto, «si distinse, quindi, anche in questo amore verso Giuseppe». Parimenti S. Barradas: «Che cosa di più sublime si può trovare di questa grande familiarità? Nel mondo non ci fu nessuna creatura che la Vergine amasse con maggiore amore che il suo coniuge, nessuna con la quale trattasse più familiarmente che con lui». Seguendo ancora San Tommaso, «non solo è proprio dell'amicizia che uno riveli all'amico i suoi segreti a motivo dell'affetto che li unisce, ma la stessa unità richiede che egli partecipi all'amico anche ciò che ha; perché, ritenendo l'amico come un altro se stesso, è necessario che gli venga incontro come a se stesso, comunicandogli le proprie cose». «E verosimile che la beata Vergine abbia desiderato esimi doni di grazie e aiuti per il suo sposo, che amava in modo singolare, e li abbia impetrati con le sue preghiere. Infatti, se è vero come è vero, che uno dei mezzi più efficaci per ottenere da Dio i doni della grazia è la devozione verso la Vergine e la sua intercessione, chi può credere che il santissimo Giuseppe, dilettissimo alla Vergine e devotissimo, non abbia ottenuto per suo mezzo l'esimia perfezione della santità? Se i devoti di Maria fanno tanti mirabili progressi nella santità, «quanti ne avrà fatti colui che meritò di vivere con lei molti anni e di trattare con lei familiarmente?»

San Bernardino da Siena compendia tutto l'argomento nella seguente riflessione: «Poiché la Vergine sapeva quanta fosse l'unità matrimoniale nell'amore spirituale e sapeva che Giuseppe le era stato dato in sposo dallo Spirito Santo come fedele custode della sua verginità e partecipe con lei nell'amore della carità e nell'ossequiosa sollecitudine verso la divinissima prole di Dio, credo perciò che amasse San Giuseppe sincerissimamente e con l'affetto di tutto il cuore. Poiché tutto quanto è della moglie è anche del marito, credo che la beata Vergine offrisse liberissimamente a Giuseppe il tesoro del suo cuore, quanto egli ne poteva ricevere».

Maria è stata certamente per Giuseppe una fonte di benedizioni e di grazie. La delicatezza d'animo di Maria la portava alla riconoscenza. Le attenzioni di Giuseppe provocavano in lei «un amore incredibile, che la Vergine rendeva noto al marito in ogni modo. E' ragionevole che la Beata Vergine abbia servito il suo sposo, lo abbia obbedito prontamente, abbia parlato con lui ogni giorno in modo dolcissimo e amorevolissimo». Poiché Maria era la tesoriera della grazia divina, umilmente e confidenzialmente apriva a Giuseppe il tesoro del proprio cuore ripieno di doni celesti e glieli comunicava. Infatti, «se la Beata Vergine non lascia senza ricompensa un'Ave Maria, con quanta cordiale gratitudine rispondeva a colui che vedeva faticare così sollecitamente, così ossequiosamente e fedelmente per nutrire lei e il suo diletto figlio? Soprattutto considerava la Beata Vergine che questo Santo per conservare la vita a Gesù si esponeva a tanti pericoli, mentre cioè lo conduceva e lo riconduceva dall'Egitto, in Gerusalemme per le solennità della legge, e mentre era con lui in altri diversi luoghi».

 

LA CONCORDIA DEI RECIPROCI AFFETTI

Come non presupporre per il matrimonio più ben riuscito della storia, perché finalizzato dalla stessa sapienza di Dio all'Incarnazione, la massima affinità spirituale tra i due coniugi, che si identifica con l'amicizia? Secondo San Tommaso, «la massima amicizia sembra essere quella tra l'uomo e la donna; si riuniscono non solo nell'atto dell'unione sessuale... ma anche nella piena partecipazione di tutta l'intimità domesticau. Egli distingue accuratamente tra l'amore di amicizia e concupiscenza: Non un amore qualsiasi è propriamente amicizia, ma quello che è unito alla benevolenza, quando cioè amiamo uno volendogli lei bene. Se invece non vogliamo del bene agli esseri amati, ma vogliamo il loro bene per noi, non si tratta allora di amore di amicizia, ma di concupiscenza... Anzi, per l'amicizia non basta neppure la benevolenza, in quanto si richiede anche l'amore scambievole.

Gli effetti dell'amicizia sono molteplici: «Qualsiasi amico vuole anzitutto che il suo amico esista e viva; in secondo luogo gli desidera del bene; in terzo luogo compie del bene a suo vantaggio, in quarto luogo sta volentieri con lui, provando gioia e tristezza nelle stesse circostanze. In base a questo i buoni si amano secondo l'uomo interiore, che vogliono conservare nella sua integrità; ne desiderano il bene, cioè il bene spirituale, e si impegnano a raggiungerlo con le opere; ci tornano volentieri con il cuore, perché trovano in esso buoni pensieri per il presente, il ricordo del bene compiuto, la speranza dei beni futuri, provandone diletto; similmente non sopportano tra di loro dissensi della volontà, perché tutta la loro anima tende all'unità».

L'amore di amicizia, che caratterizza i coniugi, suppone la somiglianza o la richiede. «Per il fatto che due sono simili, quasi da avere lo stesso essere, sono in qualche modo uno in quell'essere... E perciò l'affetto di uno tende verso l'altro come a se stesso e vuole per lui il bene come a se stesso». Se questa somiglianza, infatti, non è perfetta, l'amore di amicizia degenera in amore di concupiscenza, che è «l'amore dell'utile e del dilettevole».

Accettate queste premesse, San Giuseppe come vero sposo della più santa delle creature, non poté non avere un accrescimento continuo di virtù, dovuto alla sua familiarità con Maria. Infatti, «poiché la vera amicizia si fonda sulla virtù, ciò che nell'amico è contrario alla virtù impedisce l'amicizia, e ciò che è virtuoso la favorisce»; inoltre, «l'amore di un bene giusto perfeziona e migliora l'amante».

C. Sauvé osserva conseguentemente che «San Giuseppe non ammirava in Maria solo un modello estasiante di preghiera, di adorazione..., al quale amava tanto unire la sua preghiera, ma al modello creato più perfetto per lui e per lui più persuasivo di ogni virtù. La fede, la speranza, la carità, l'umiltà, la purezza, la forza, la prudenza risplendevano in lei, a volte con una parola discreta e penetrante, sempre con il suo atteggiamento, azioni e sacrifici».

 

IL GRADO SUPREMO DEL DONO DI SE'

Il matrimonio di Maria con Giuseppe, che era destinato ad accogliere ed educare Gesù, comportava necessariamente la massima espressione dell'unione coniugale, ossia il grado supremo del dono di sé. La verginità, che esprime e garantisce l'assoluta gratuità del dono, va dunque candidamente ammessa in quel matrimonio, riconoscendo che essa non solo non compromette l'essenza del matrimonio e della paternità, ma la evidenzia e la difende, secondo il duplice assioma agostiniano: «sposo tanto più vero quanto più casto» e «padre tanto più vero quanto più casto».

Il sacrificio totale di sé che Giuseppe compie nei riguardi di Maria è la prova più evidente della gratuità del suo dono, resa possibile in lui da una «libertà»» dal peccato (cf. Gv 8, 34s.) proporzionata al suo ruolo paterno, che lo colloca «il più vicino possibile a Cristo» e, quindi, all'azione dello Spirito Santo, che è somma nell'incarnazione del Verbo: «L'incarnazione del Verbo è l'opera più grande che Dio abbia mai compiuto al di fuori di sé, alla quale concorsero talmente tutti i divini attributi, che non è possibile anche solo immaginarne una maggiore, ed è in pari tempo l'opera per noi più salutare». Esecutore obbediente del comando divino: «Tieni senza esitare la tua sposa Maria» (Mt 1, 20), Giuseppe ha certamente accolto la sposa per se stessa e, conseguentemente, ««non la conobbe» (v. 25), nel pieno rispetto del progetto di Dio su di lei, che era diverso da quello di Eva.

Giuseppe e Maria hanno insieme integralmente vissuto l'esperienza del dono, scambiandosi il dono sincero della propria persona e vivendo in modo singolare, in tutta la sua pienezza, la stessa libertà del dono, che sta alla base del significato sponsale del corpo, ossia la capacià di esprimere l'amore: «Quell'amore appunto nel quale l'uomo-persona diventa dono e - mediante questo dono - attua il senso stesso del suo essere ed esistere» (9G).

Lo stesso testo evangelico, che afferma il concepimento di Gesù per opera dello Spirito Santo (cf. Mt l, 18), non estranea «Giuseppe, suo sposo» (v. 19) dall'avvenimento, ma intenzionalmente ve lo coinvolge, come è naturale che sia in un matrimonio che è stato predisposto da Dio per l'invio del Figlio «nato da donna» (Gal 4, 4). Lo sposo di Maria non è superfluo nel Vangelo. Non è ammissibile, infatti, che il suo consenso, previsto dal piano di Dio per l'inserimento ordinato del Verbo di Dio come «figlio di Davide» nella famiglia umana, abbia potuto mancare. D'altra parte, neppure la paternità di Gesù è stata imposta a Giuseppe: Questa procreazione del bambino Gesù in te, o Maria, avvenne per opera dello Spirito Santo, ma col vero consenso, anche se interpretativo, di Giuseppe tuo marito: egli voleva, infatti che si facesse la volontà di Dio in tutto, essendo giusto». Come Maria era stata preordinata al consenso per l'Incarnazione, così Giuseppe è stato preordinato al matrimonio con Maria e a tutto quanto la riguardava come sposa.

«Maria e Giuseppe non sono stati preordinati isolatamente. Dio nel suo amore ha predestinato Maria per San Giuseppe, San Giuseppe per Maria, tutti e due per Gesù. Se Dio ha pensato con tanto amore a Maria come madre del Redentore, ciò non fu mai indipendentemente dal suo matrimonio verginale con Giuseppe; egli non ha mai pensato a Giuseppe se non per Maria e per il suo divin Figlio, che doveva nascere verginalmente in questo matrimonio». «Maria era stata creata, formata, ornata da Dio di tutte le virtù in vista di Giuseppe, nello stesso tempo che in vista di Gesù... Mai due creature sono state così ben fatte una per l'altra come Maria e Giuseppe: né Adamo ed Eva, né Abramo e Sara, né Giacobbe e Rachele, ecc. Essi dovevano avere, insieme e in comune, per fine Gesù».

 

GLI STRUMENTI PIU’ SENSIBILI DELLO SPIRITO SANTO

Quali conseguenze si possono dedurre dal singolarissimo amore sponsale di Giuseppe verso Maria, considerato che il «dono sponsale di sé» è la massima espressione dell'amicizia, se vissuto appunto nella sua pienezza, ossia nella libertà del dono?

L'amore di amicizia suppone la benevolenza, che si ha quando amiamo uno volendo il suo bene. Quando, invece, non vogliamo il bene dell'essere amato, ma vogliamo il suo bene per noi, l'amore di amicizia è sostituito dall'amore di concupiscenza, che è l'amore dell'utile e del dilettevole.

Si tratta di due amori completamente diversi nella loro natura: nonostante la loro apparente somiglianza, gli effetti non tardano a mostrarne la differenza, come già accade tra un progetto originale e la sua imitazione. Mentre l'amore di amicizia dà all'unione coniugale unità e compattezza, l'amore dell'utile e del dilettevole si insinua nell'amore coniugale come una venatura che, qualora diventi marcata e profonda, lo compromette irrimediabilmente.

Nella Madre di Dio, a motivo del suo privilegio di Immacolata Concezione, la concupiscenza non esisteva e, quindi, il suo amore di amicizia era garantito. Che cosa dire di Giuseppe? Leone XIII non trascura una questione così importante e scrive: «E' certo che la dignità di Madre di Dio poggia sì alto, che nulla vi può essere di più sublime; ma poiché tra la beatissima Vergine e Giuseppe fu stretto un nodo coniugale, non c'è dubbio che a quell'altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto mai nessun altro. Poiché il connubio è la massima società e amicizia, a cui di sua natura va unita la comunione dei beni, ne deriva che, se Dio ha dato come sposo Giuseppe alla Vergine, glielo ha dato non solo a compagno della vita, testimone della verginità e tutore dell'onestà, ma anche perché partecipasse, per mezzo del patto coniugale, all'eccelsa grandezza di lei».

Da parte sua, Giovanni Paolo II, considerando che «la spirituale intensità dell'unione e del contatto tra le persone - dell'uomo e della donna - provengono in definitiva dallo Spirito, che dà la vita (cf. Gv 6, 63)», ne desume, riguardo a Giuseppe, che anche il suo amore di uomo viene rigenerato dallo Spirito Santo»: «Giuseppe, ubbidiente allo Spirito, proprio in esso ritrovò la fonte dell'amore, del suo amore sponsale di uomo, e fu questo amore più grande di quello che l'uomo giusto poteva attendersi a misura del proprio cuore umano».

Lo Spirito Santo, al quale è attribuito un così grande prodigio (cf. Mt 1, 18.20; Lc 1, 35), mentre opera in Maria, «a piena di grazia» (Lc 1, 28), non può non operare in Giuseppe, dal momento che il legame sponsale esistente tra Maria e Giuseppe viene confermato: «il messaggero chiaramente dice a Giuseppe: ‘Non temere di prendere con te Maria, tua sposa’. Pertanto, ciò che era avvenuto prima - le nozze con Maria - era avvenuto per volontà di Dio e, dunque, andava conservato. Nella sua divina maternità Maria deve continuare a vivere come ‘una vergine, sposa di un uomo’ (cf. Lc 1, 27)» (102). Ciò significa che quest'uomo ‘giusto’ che, nello spirito delle più nobili tradizioni del popolo eletto, amava la Vergine di Nazareth e a lei si era legato con amore sponsale, è nuovamente chiamato da Dio a questo amore».

Poiché i due momenti vissuti dall'uomo prima e dopo il peccato originale rimangono contraddistinti da una diversa sensibilità interiore verso i doni dello Spirito Santo, è proprio nell'ottica dello Spirito Santo che dobbiamo considerare il matrimonio di Maria con Giuseppe. San Bonaventura è esplicito: «Tutto ciò che riguarda quel matrimonio accadde per intima disposizione dello Spirito Santo».

E' fuori dubbio che l'attività dello Spirito Santo non trovò strumenti più sensibili di Maria e Giuseppe: se in Maria il frutto del concepimento viene definito espressamente opera dello Spirito Santo (cf. Mt 1, 20; Lc 1, 35), come non riconoscere che tutto ciò che ad esso si riferiva, e in particolare il matrimonio, ne subì parimenti lo speciale influsso? E' alla luce dello Spirito Santo che va misurata, perciò, la statura morale di San Giuseppe, ossia la sua santità, considerando che egli fu chiamato da Dio, in vista della paternità di Gesù, ad essere il degno sposo di Maria.

 

LO CHIAMO' GESU'

«San Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l'esercizio della sua paternità». Sul piano legale, il diritto alla paternità viene fatto derivare a Giuseppe dal fatto di essere lo sposo di Maria, stato giuridico ripetutamente sottolineato nel Vangelo (Mt 1, 16.18.19.20.24).

Giovanni Paolo II conferma l'importanza di questo titolo, ricordando che «anche per la Chiesa, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe». Poiché il vincolo matrimoniale esiste prima del concepimento verginale di Gesù (cf. v. 18) e permane anche dopo, perché l'angelo ordina a Giuseppe di tenere con sé Maria (v. 20) e questi acconsente (v. 24), la sua paternità legale è fuori discussione: Giuseppe ha giuridicamente il diritto, come sposo di Maria (cf. v. 16), di imporre il nome al Bambino (v. 25). Per quanto riguarda il piano personale, Giuseppe è «giusto»», perché non si è arrogato il diritto di una paternità di origine divina (v.18): è stato Dio stesso a conferirgli l'autorità paterna sul proprio figlio. Giuseppe, da parte sua, non solo non voleva appropriarsi tale altissimo onore, ma anzi aveva deciso addirittura di ritirarsi (v. 19). E' stato il messaggero divino, infatti, a ordinargli di tenere con sé la sua sposa e di imporre il nome al Bambino: «Lo chiamerai Gesù» (v. 21), conferendogli così, da parte di Dio, l'autorità paterna. L'episodio termina proprio con l'esecuzione di quest'ordine: «Lo chiamò Gesù» (v. 25), che comporta, da parte di Giuseppe, l'assunzione dell'esercizio della sua paternità.

Giustamente Sant'Agostino osserva: «La Scrittura sa che Gesù non è nato dal seme di Giuseppe, perché a lui preoccupato circa l'origine della gravidanza di Maria è detto: ‘Viene dallo Spirito Santo’. E tuttavia non gli viene tolta l'autorità paterna, dal momento che gli è ordinato di imporre il nome al Bambino». Anche Giovanni Paolo II commenta: «Imponendo il nome, Giuseppe dichiara la propria legale paternità su Gesù e, pronunciando il nome, proclama la di lui missione di salvatore».

La paternità di Giuseppe, tuttavia, non è vera solo dal punto di vista legale. Lo stesso Dio Padre, che ha chiamato il «figlio di Davide» ad esercitarla (cf. Mt 1, 20s.), lo ha arricchito, infatti, anche dell'amore che la costituisce: Poiché non è concepibile che a un compito così sublime non corrispondano le qualità richieste per svolgerlo adeguatamente, bisogna riconoscere che Giuseppe ebbe verso Gesù ‘per uno speciale dono del Cielo, tutto quell'amore naturale, tutta quell'affettuosa sollecitudine che il cuore di un padre possa conoscere’.

Con la potestà paterna su Gesù, Dio ha anche partecipato a Giuseppe l'amore corrispondente, quell'amore che ha la sua sorgente nel Padre, ‘dal quale prende nome ogni paternità nei cieli e sulla terra’ (Ef 3, 15)». Con l'altissimo ufficio di esercitare su Gesù l'autorità paterna, il Padre celeste ha reso partecipe Giuseppe di quell'amore che, diffondendosi dalla sorgente divina in ogni paternità, doveva essere a lui comunicato in sommo grado, perché destinato a un Figlio che rimaneva unico per entrambi, il Verbo di Dio incarnato.

Impossibile, perciò, definire l'amore paterno di Giuseppe, che confina, da una parte, con l'amore partecipatogli dal Padre e, dall'altra parte con il contraccambio dell'amore filiale di Gesù. «Poiché l'amore ‘paterno’ di Giuseppe non poteva non influire sull'amore ‘filiale’ di Gesù e, viceversa, l'amore ‘filiale’ di Gesù non poteva non influire sull'amore ‘paterno’ di Giuseppe, come inoltrarsi nelle profondità eli questa singolarissima relazione?»

 

PADRE NON PER LA CARNE, MA PER LA CARITA'

Poiché la verginità di Maria non può prescindere da quella di Giuseppe, il frutto della verginità di Maria va considerato comune ad entrambi. Sant'Agostino insiste nell'affermare che, anche se è la sola verginità di Maria che ha concepito e partorito Gesù, egli è nato, tuttavia, per tutti e due: «Ciò che lo Spirito Santo ha operato, lo ha operato per tutti e due... Lo Spirito Santo, riposandosi sulla giustizia di entrambi, ad entrambi ba donato il figlio; ha operato in quel sesso al quale toccava partorirlo, ma così che nascesse anche per il marito». «A motivo di quel matrimonio fedele meritarono entrambi di essere chiamati genitori di Cristo; non solo lei, madre, ma anche lui, suo padre».

Sant'Agostino non solo non accetta che l'assenza della concupiscenza della carne sia motivo per escludere Giuseppe dalla paternità di Gesù, che anzi «la maggiore purezza confermi la paternità, perché non ci riprenda la stessa santa Maria. Ella, infatti, non volle preporre il proprio nome a quello di suo marito, ma disse: ‘Tuo padre ed io...’ Non facciano, dunque, i maligni mormoratori quello che la casta coniuge non fece».

Maria, da parte sua, riconosce, dunque, pienamente la paternità di Giuseppe. Le parole rivolte a Gesù dopo il suo ritrovamento nel tempio, con le quali ella dà la precedenza a Giuseppe (Lc 2, 48), non devono essere intese solo come forma di cortesia o espressione di umiltà, ma come chiaro riconoscimento di un diritto. La paternità di Giuseppe, infatti, era indispensabile a Nazareth per onorare la maternità di Maria; era indispensabile per il riconoscimento legale del bambino attraverso l'imposizione del nome (Mt 1, 25); era indispensabile a Betlemme per inserire il neonato bambino come »figlio di Davide,, nei registri dell'Impero romano (Lc 2, 5); era indispensabile a Gerusalemme per presentare nel tempio il «primogenito» (vv. 22s.), l'unico per il quale il riscatto non sarà liberatorio, dovendo Gesù per tutta la vita «occuparsi delle cose del Padre suo» (v. 49); era indispensabile, in definitiva, per la crescita di Gesù «in sapienza, in età e in grazia» (v. 52). Insomma, è a Giuseppe che è toccato l'alto compito «di allevare, ossia di nutrire, di vestire e di istruire Gesù nella Legge e in un mestiere, in conformità ai doveri assegnati al padre».

Se d'educatore è una persona che ‘genera’ in senso spirituale»; se l'educazione è una comunicazione vitale, che non solo costruisce un rapporto profondo tra educatore ed educando, ma li fa partecipare entrambi alla verità e all'amore»; se, infine, »maestri di verità dei propri figli, i genitori l'apprendono da loro», Giuseppe ha certamente meritato di essere invocato con il titolo di ««Educator optime».

L'orizzonte della paternità va, dunque, allargato: essa non va negata alla generazione, ma questa, tuttavia, non può essere neppure considerata come esauriente. La paternità, infatti, va estesa dalla generazione all'accoglienza e dall'accoglienza all'educazione, secondo l'insegnamento di San Tommaso: la prole non è detta bene del matrimonio solo in quanto è generata per mezzo di esso, ma in quanto nel matrimonio viene accolta ed educata»». Ciò è richiesto dal fatto che il bene della prole non può essere limitato solo all'essere, ma deve raggiungere l'essere perfetto: 1a natura non intende solo la generazione della prole, ma il suo sviluppo e la sua promozione fino allo stato perfetto dell'uomo in quanto uomo, che è stato di perfezione. Giovanni Paolo II insiste a ragione su questo aspetto e ne allarga l'orizzonte: «Il nuovo essere umano è chiamato all'esistenza come persona, è chiamato alla vita nella verità e nell'amorè. Tale chiamata non si apre soltanto a ciò che è nel tempo, ma in Dio si apre all'eternità... Dio vuole l'uomo come un essere simile a sé, come persona. Quest'uomo, ogni uomo, è creato da Dio ‘per se stesso’»

Il riconoscimento del diritto del generato a divenire essere perfetto e di raggiungere lo stato di perfezione suppone, dunque, i relativi diritti e doveri da parte del padre almeno per tutto l'arco di tempo che va dal concepimento allo sviluppo completo della persona generata.

La singolare paternità di San Giuseppe costituisce un caso quanto mai attuale ed emblematico in proposito. Già Sant'Agostino, infatti, considerando come Dio avesse conferito a Giuseppe l'autorità paterna su Gesù, nonostante non fosse stato da lui generato, indicava nell'amore la vera sorgente della paternità: «Giuseppe viene confermato inequivocabilmente padre non per la carne, ma per la carità. E', dunque, così che egli è padre. Gli evangelisti, infatti, fanno l'elenco genealogico molto cautamente e prudentemente attraverso di lui... Perché? Perché padre. E perché padre? Perché tanto più sicuramente padre, quanto più castamente padre... Il Signore non viene dal seme di Davide, benché fosse così ritenuto, e tuttavia alla pietà e carità di Giuseppe è nato da Maria vergine il figlio, parimenti Figlio di Dio».

 

LA DOCILE OBBEDIENZA DEL FIGLIO

Il comportamento di Gesù e la sua predicazione, che sottolineano la verità fondamentale della responsabilità dell'uomo nei confronti della donna per la sua dignità, maternità e vocazione, suppongono ed esprimono la sua esperienza vissuta nella casa di Nazareth, dove Giuseppe aveva ampiamente dimostrato con il dono di sé che Maria non era per lui un oggetto, ma il co-soggetto della sua esistenza.

Il modello dello sposo, che Gesù aveva avuto modo di esperimentare e ammirare in San Giuseppe durante i lunghi anni della sua vita familiare, doveva essere stato totalmente positivo, se lui stesso se ne riveste qualificandosi come «sposo» (Mt 9, 15) nella discussione che i discepoli di Giovanni suscitano a motivo dell'atteggiamento dei suoi discepoli. Giovanni Paolo II commenta: «Additava così il compimento nella sua persona dell'immagine di Dio-sposo, utilizzata già nell'Antico Testamento, per rivelare pienamente il mistero di Dio come mistero di Amore. Qualificandosi come ‘sposo’, Gesù svela dunque l'essenza di Dio e conferma il suo amore immenso per l'uomo. Ma la scelta di questa immagine getta indirettamente luce anche sulla verità profonda dell'amore sponsale. Usandola infatti per parlare di Dio, Gesù mostra quanta paternità e quanto amore di Dio si riflettano nell'amore di un uomo e di una donna che si uniscono in matrimonio».

La vocazione di Giuseppe non ha creato solamente in lui il degno sposo di Maria, perché fosse l'aiuto simile» (Gn 2, 18) nel grado richiesto dalla dignità della sposa eletta per essere Madre di Dio, ma ha anche creato in lui un cuore di padre, nel quale il figlio incarnato di Dio potesse vedere adeguatamente rispecchiato quel Padre che egli nella sua Persona divina rifletteva dall'eternità. Non erano solo i contemporanei di Gesù a considerarlo «figlio di Giuseppe» (Gv 1, 45; Lc 3, 23); prima ancora e più profondamente di loro era Gesù stesso a considerarsi tale nell'ambito concreto della vita domestica, da lui stesso scelta e voluta nel rispetto della realtà dell'Incarnazione, decretata per la Redenzione.

La severa proibizione di Gesù: «Non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Mt 23, 9), evidentemente non intende abolire una relazione voluta dalla natura e sancita dal Decalogo, ma mira a mettere in guardia i discepoli dall'usurpare un'autorità che appartiene solo a Dio.

L'obbedienza di Gesù nella casa di Nazareth (Lc 2, 51) non prepara, ma fa già parte dell'obbedienza, che caratterizza appunto tutta la vita di Gesù in terra, per concludersi con l'atto supremo della morte: «Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2, 8).

«Riguardo a tutto questo periodo ci è rivelato che Gesù era ‘sottomesso’ ai suoi genitori e che cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini' (Lc 2, 51s.).

Nella sottomissione di Gesù a sua madre e al suo padre legale si realizza l'osservanza perfetta del quarto comandamento. Tale sottomissione è l'immagine del tempo dell'obbedienza filiale al suo Padre celeste.

La quotidiana sottomissione di Gesù a Giuseppe e a Maria annunziava e anticipava la sottomissione del Giovedi Santo: ’Non... la mia volontà...’ (Lc 22, 42). L'obbedienza di Cristo nel quotidiano della vita nascosta inaugurava già l'opera di restaurazione di ciò che la disobbedienza di Adamo aveva distrutto (cf. Ryra 5, 19). «Nella sua vita nascosta, Gesù con la sua sottomissione (ef. Lc 2, 51) ripara la nostra insubordinazione...».

Nello stesso contesto della vita nascosta di Gesù, troviamo citato il discorso tenuto da Paolo VI, il 5 gennaio 1964, a Nazareth: «Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo... Essa ci insegna il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos'è la famiglia, cos'è la comunione d'amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile».

 

TUO PADRE ED IO

Trattando «I Misteri della vita nascosta di Gesù», il Catechismo della Chiesa Cattolica evidenzia la presenza di Gesù nella vita familiare: «Durante la maggior parte della sua vita, Gesù ha condiviso la condizione della stragrande maggioranza degli uomini: un'esistenza quotidiana senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa giudaica sottomessa alla Legge di Dio (cf. Gal 4, 4), vita nella comunità» (nr. 531).

L'abituale distinzione tra vita nascosta e vita pubblica di Gesù, valida sul piano cronologico, non lo sarebbe su quello teologico qualora supponesse una differenza nell'efficacia redentrice del Salvatore: tutta l'incarnazione, infatti, deve essere ritenuta come redentiva. La grande sobrietà degli evangelisti circa gli episodi della vita di Gesù, che precedono la sua manifestazione in occasione del battesimo di Giovanni, non deve indurre a minimizzarne l'efficacia, ma piuttosto ad acuire l'attenzione per comprendere il significato di un silenzio così sorprendente proprio circa il periodo assolutamente più lungo della presenza di Dio sulla terra.

Nel misterioso disegno di Dio, i «quasi trent'anni» (LC 3, 23) della vita di Nazareth non sono una semplice attesa o anche una preparazione, ma già «tempo di salvezza», durante il quale il Figlio di Dio assume per redimerle, tutte le fasi e le dimensioni della vita umana, per santificare i doveri della famiglia e del lavoro, ossia la vita quotidiana e, in particolare, i suoi «genitori» (Lc 2, 41). Si affaccia qui la grandezza del comportamento di Maria, che alla scuola dell'Incarnazione personifica l'atteggiamento della Chiesa nei riguardi di Cristo.

Nella singolare famiglia di Giuseppe è attuata alla lettera la rivoluzionaria legge evangelica dell'autorità, dove il primo si fa servo di tutti (cf. Mc 10, 43s.): Gesù, Figlio di Dio, è sottomesso ai genitori (Lc 2, 51); Maria, Madre di Dio, è sottomessa a Giuseppe.

L'insegnamento di Paolo circa la posizione del marito, capo della moglie, e la dipendenza della moglie dal marito, come la Chiesa è sottomessa a Cristo (Ef' 5, 23), era già stato esemplarmente vissuto da Maria. E' quanto evidenzia Sant'Agostino commentando «Tuo padre ed io» (Lc 2, 48): «Aveva meritato di partorire il Figlio dell'Altissimo, ed era umilissima, non si preferiva al marito nemmeno nell'ordine con cui sì nominava, dicendo: Io e tuo padre, bensì ‘Tuo padre ed io’, perché ‘il marito è capo della moglie’ (Ef 5, 23).

Gli evangelisti considerano come esercizio dell'autorità coniugale e paterna le decisioni che Giuseppe prende, dietro esplicito comando angelico, di imporre il nome al Bambino, di andare in Egitto, di tornare in Palestina, di stabilirsi a Nazareth. A Maria gli ordini divini sono trasmessi attraverso Giuseppe, al quale ella fiduciosamente si affida, prestandogli obbedienza.

Da parte sua, San Giuseppe ha ben meritato tutto l'affetto e la stima di Gesù e di Maria, lui che «aveva fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell'incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell'aver usato dell'autorità legale, che a lui spettava sulla Sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell'aver convertito la sua umana vocazione all'amore domestico nella sovraumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni sua capacità, nell'amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa».

Poiché Giuseppe più di ogni altro padre ebbe sempre la consapevolezza del servizio che ogni paternità responsabile richiede e comporta, la sua paternità costituisce un luminoso~ richiamo per ogni paternità (o maternità) umana. Questa non è per nessuno un diritto di proprietà e non equivale neppure al più generoso paternalismo.

Il figlio, ogni figlio, ha già un padre supremo, che si chiama Dio; la paternità terrena che ne deriva va, perciò, esercitata come un servizio, il massimo nel piano della creazione, destinato a consentire al figlio di realizzarsi secondo quel progetto che non gli può venire imposto da un uomo per quanto buono e autorevole, ma che gli è stato fissato direttamente dal Padre che è nei cieli» (Mt 6, 9).

Le parole rivolte nel tempio da Gesù dodicenne ai suoi genitori: «Perché mi cercavate...?», (Lc 2, 49) devono rinnovare nel cuore di tutti i genitori la consapevolezza di un'autorità paterna suprema che appartiene solo a Dio (cf. Mt 23, 9) e che nessuno deve usurpare.

 

NON SEPARARE CIO' CHE DIO HA UNITO

Da quanto esposto risulta pienamente giustificata l'insistenza con la quale Giovanni Paolo II sottolinea l'unione inscindibile di Giuseppe con Maria: del mistero divino «Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario, «insieme con Maria - ed anche in relazione a Maria - egli partecipa a questa, fase culminante dell'autorivelazione di Dio in Cristo e vi partecipa fin dal primo inizio», «Giuseppe è il primo a partecipare alla,fède della Madre di Dio», «sostiene la sua sposa nella fede della divina annunciazione «Nè colui che è posto per primo da Dio sulla via della ‘peregrinazione della fede’ di Maria».

Giuseppe non è, dunque, semplicemente accanto a Maria come muto testimone del mistero, ma vi partecipa insieme con lei. Questa partecipazione e unione passano attraverso il matrimonio, ossia attraverso il «sacro vincolo di carità che strinse San Giuseppe all'Immacolata Vergine Maria, come efficacemente si esprime Leone XIII nella preghiera «A te, o beato Giuseppe» da recitare nel mese di ottobre al termine del Santo Rosario.

La realtà e il significato del matrimonio di Maria e Giuseppe nella storia della salvezza e della Chiesa giustificano pienamente la proposta di Giovanni Gersone di istituire la festa dello Sposalizio di Maria con Giuseppe e la sua realizzazione, fin dal 1537, per opera dei Francescani. Le attuali esigenze pastorali nel campo del matrimonio e della famiglia troverebbero un valido aiuto in una nuova celebrazione della festa, il 23 gennaio; opportunamente preparata, offrirebbe ai sacerdoti l'occasione per presentare ai fedeli la dottrina cristiana sul matrimonio. Il testo liturgico è già disponibile presso la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, alla quale Diocesi e Istituzioni possono rivolgersi per la necessaria autorizzazione. A questo punto, perché non introdurre tale testo anche nelle Messe della Beata Vergine Maria?

Ugualmente utile alla pastorale coniugale sarebbe l'introduzione nelle Litanie lauretane di una invocazione che onori Maria come sposa, ponendole inoltre, accanto San Giuseppe, che Dio stesso le ha dato come vero e purissimo sposo, ad es.: Amata sposa del giusto Giuseppe. Essa andrebbe inserita prima dell'invocazione Mater Christi, per il semplice motivo che il titolo di «Cristo» deriva a Gesù proprio in forza del matrimonio di Maria con Giuseppe. Anche nelle Litanie dei Santi il nome di San Giuseppe dovrebbe essere più avvicinato a quello di Maria.

Infine, il popolo di Dio venga abituato a pregare insieme con Maria anche San Giuseppe, come già richiesto da Leone XIII: «Pensiamo essere sommamente convenevole che il popolo cristiano si abitui a pregare con singolare devozione e animo fiducioso, insieme alla Vergine Madre di Dio, il suo castissimo sposo San Giuseppe; il che debba alla stessa Vergine tornare accetto e caro». Sarebbe questo un modo semplice e pratico per insegnare a non separare ciò che Dio ha congiunto (cf. Mt 19, 6). Già l'Isolano suggeriva: «Quando reciti il Rosario della Beata Vergine, non ti rincresca alla fine di aggiungere qualcosa in onore del suo sposo Giuseppe: con tale gesto, infatti, le tue opere saranno più grate a Dio».

E' necessario in ogni caso che i propositi maturati durante l'Anno della Famiglia si traducano in qualche forma concreta pastoralnlente semplice ed efficace.

 

LA FAMIGLIA AL CENTRO DELLA NUOVA ALLEANZA

Il rapporto del matrimonio con l'amore sponsale di Cristo per la Chiesa (cf. Ef 5, 32) è tale che «non si può comprendere la Chiesa come corpo mistico di Cristo, come segno dell'Alleanza dell'uomo con Dio in Cristo, come sacramento universale di salvezza, senza riferirsi al ‘grande mistero’, congiunto alla creazione dell'uomo maschio e femmina e alla vocazione di entrambi all'amore coniugale, alla paternità e alla maternità».

Giovanni Paolo II collega il «grande mistero», «con la storia del bell'amore, che prende inizio dall'Annunciazione, in quelle mirabili parole che l'angelo ha rivolto a Maria, chiamata a diventare la Madre del Figlio di Dio». il fatto che come Madre-Vergine, Maria diventa Madre dell'Amore», non esclude, tuttavia, la presenza di San Giuseppe: La ‘Madre del bell'amore’ fu accolta da colui che, secondo la tradizione d'Israele, era già suo sposo terreno, Giuseppe, della stirpe di Davide». Di fronte alla sua decisione di allontanarsi, «l'angelo del Signore gli fa sapere che ciò non sarebbe secondo la sua vocazione, anzi sarebbe contrario all'amore sponsale che lo unisce a Maria. Questo reciproco amore sponsale, per essere pienamente il ‘bell'amore’, esige che egli accolga Maria e il Figlio di lei sotto il tetto della sua casa, a Nazareth. Giuseppe ubbidisce al messaggio divino e agisce secondo quanto gli è stato comandato (cf. Mt 1, 24). E' grazie anche a Giuseppe che il mistero dell'Incarnazione e, insieme ad esso, il mistero della Santa Famiglia, viene inscritto profondamente nell'amore sponsale dell'uomo e della donna e indirettamente nella genealogia di ogni famiglia umana. Ciò che Paolo chiamerà il ‘grande mistero’ trova nella Santa Famiglia la sua espressione più alta. La famiglia si colloca così veramente al centro della Nuova Alleanza».

La posizione unica che la Santa Famiglia occupa riguardo a ogni famiglia dipende dal ruolo che l'Incarnazione le ha assegnato nella dimensione del grande mistero».

Maria è entrata per prima in questa dimensione, e vi ha introdotto pure il suo sposo Giuseppe. Essi sono così diventati i primi esemplari di quel bell'amore che la Chiesa non cessa di invocare per la gioventù, per i coniugi e per le famiglie. E quanti fra questi si uniscono con fervore a tale preghiera!

Come non pensare alle moltitudini di pellegrini, anziani e giovani, che accorrono ai santuari inariani e fissano lo sguardo sul volto della Madre di Dio, sul volto dei membri della Santa Famiglia, sui quali si riflette tutta la bellezza dell'amore donato da Dio all'uomo?»

Siamo nella stessa linea di pensiero di Leone XIII, il quale nella Lettera apostolica Neminem fugit indicava nella Santa Famiglia l'augusto ideale, in cui tutti gli uomini vedessero un assolutissimo esemplare della società domestica e di ogni virtù e santità.

Tale fu davvero quella Famiglia Nazaretana, nella quale era nascosto il Sole di giustizia prima che risplendesse in piena luce a tutte le genti: e cioè Cristo Dio Salvatore nostro con la Vergine Madre e Giuseppe Sposo santissimo, che svolgeva il compito di padre verso Gesù.

Nessun dubbio che tra tutte quelle lodi, che nella società e vita familiare provengono dalle mutue attenzioni della carità, dalla santità dei costumi, dall'esercizio della pietà, la più eccellente d'ogni altra sia rifulsa in quella Sacra Famiglia, che doveva essere di esempio in tutto questo alle altre. E perciò per benigna disposizione della Provvidenza è così costituita, che i singoli cristiani di qualunque condizione e luogo, se le prestano attenzione, possono facilmente trovare sprone ed invito alla pratica di qualunque virtù».

 

GLI ESEMPI DELLA SANTA FAMIGLIA

La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.

Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.

Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all'intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.

In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo.

Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l'interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.

Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos'è la famiglia, cos'è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com'è dolce ed insostituibile l'educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell'ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro.

Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio ciel falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore.

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