Introduzione sezione Gesù Crocifisso

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INTRODUZIONE

Numerosi ed autorevoli pareri, per citare alcuni degli autori possiamo parlare di sant’Agostino e di san Bernardo, si sono sommati nel corso dei secoli ed è facile capire quanta e quale importanza possa avere la devozione a Gesù Crocifisso, essa è infatti è una di quella che produce i maggiori frutti spirituali. Questa devozione si articola su tre oggetti di meditazione:

1) il corpo straziato di Gesù Crocifisso;
2) gli strumenti che contribuirono a far soffrire il suo corpo divino, come: i flagelli, le spine, la croce, i chiodi, ecc.;
3) l' ardente carità che spinse il divin Redentore ad assoggettarsi a questi strazi per nostro benefizio.

Il corpo straziato e gli strumenti che così impietosamente lo ridussero costituiscono l' oggetto materiale del culto; la carità del Redentore ne costituisce invece l' oggetto spirituale. Perciò la devozione al Crocifisso consiste nell' adorare il suo corpo straziato; nel soffermarsi tristemente sugli strumenti della sua condanna; nel meditare i dolori della sua passione e morte; nel ringraziare il Crocifisso di aver tanto sofferto per amor nostro.

 Il frutto della morte di Gesù in croce è evidente da subito. Quello che è dichiarata da san Paolo in 1Cor 1, 18 "La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio." fu subito avvertito da uno testimone di quella grandiosa scena di salvezza del mondo. Il centurione romano. Costui pur essendo un gentile, pur non appartenendo al popolo eletto e non conoscendo le Scritture è il primo con inaudita certezza ha proclamare quello che sarebbe stato fatto da li in avanti da tutte le genti. L' evangelista Marco, con la minuzia del cronista, così come suggerisce lo Spirito Santo ci riferisce testualmente: Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest' uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39). Proviamo a dare una spiegazione su come il centurione sia arrivato a una così esplicita professione di fede.

 

Egli non poteva comprendere le motivazioni religiose e politiche che avevano spinto i capi del popolo a chiederne la condanna a morte.

Portare un condannato alla esecuzione doveva essere per lui un lavoro abituale. Era assuefatto a trattare con impostori di ogni tipo, ma questo condannato giudeo, chiamato Gesù di Nazareth, aveva qualcosa di speciale: non reagiva agli insulti e agli sputi, mostrava una grande pazienza, le poche volte che aveva aperto la bocca era stato per usare parole di misericordia e di perdono. Con ogni probabilità aveva assistito agli scherni che aveva dovuto subire Gesù appeso alla croce ed a tutte quelle manifestazioni di cattiveria aveva udito Gesù rispondere :«Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». (cf Lc 23, 34). Con ogni probabilità il centurione romano aveva anche sentito bisbigliare qualcosa fra Gesù e il "buon ladrone", il quale aveva riconosciuto l' innocenza del Nazareno e si era sentito dire: «Oggi sarai con me in paradiso» (cf Lc 23,43).

Tutte queste cose sono sinteticamente contenute nella frase "vistolo spirare in quel modo", che l' evangelista Marco riporta come motivazione della professione di fede del centurione. Gesù era spirato in un modo straordinario: era apparso come agnello mansueto condotto al macello, come pecora muta dinanzi ai suoi tosatori (cf Is 53,7); era sembrato "la mansuetudine indifesa" che vince il male col bene, l' odio con l' amore. Tutto questo, e altro ancora, sarà passato nella mente del soldato romano, che aveva fissato il suo sguardo su Gesù crocifisso e forse non era più riuscito a distoglierlo da lui.

Possiamo trovarci anche noi nella situazione del centurione. Possiamo anche noi apprendere dalla lezione di quel testimone. Basta contemplare il volto sfigurato di quest' uomo che soffre ingiustamente. Egli ci mostra il mistero del dolore innocente, della sofferenza di chi non ha nessuna colpa, eppure sconta una grande pena, la pena che avremmo dovuto scontare noi. Egli ci fa vedere il mistero del dolore offerto per amore.

 

 

Fissando il nostro sguardo su di lui, anche noi possiamo provare a dire: "Sì, Gesù, tu sei il Figlio di Dio! Tu sei il mio Signore, il mio Salvatore!"

Ai piedi della croce conosciamo l' Amore più grande: quello che si fa dono totale per la salvezza dei fratelli, e per giunta di fratelli che umanamente non meritano quest' amore:

Infatti mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 6-8).

Non è un atto di fede dire che Cristo morì in croce: questo è un fatto storico documentato, a cui tutti possono credere; è invece fede ammettere che egli morì "per noi". E lo fece non perché noi fossimo persone dabbene, ma perché eravamo peccatori, empi. . . Qui è la grandezza dell' amore: un Dio che si fa uomo per morire al posto degli uomini empi e riscattarli dall' empietà; un Dio che assume il corpo mortale dell' uomo per offrirlo in olocausto al Padre quale sacrificio di soave odore (Ef 5, 2) per ottenere la salvezza degli uomini.

E questo sacrificio di amore è perpetuo, si realizza continuamente nella storia degli uomini, opera efficacemente la salvezza in ogni luogo e in ogni tempo. Cristo non finisce di morire "per noi", non smette di sacrificarsi al posto nostro, non cessa di amarci e di salvarci. Blaise Pascal ha detto che «Cristo è in agonia fino alla fine del mondo»: lo è in ogni persona che soffre, in ogni malato, in ogni "crocifisso" della storia; lo è in ogni cuore deluso, avvilito, scoraggiato; lo è in ogni volto da consolare. Non c' è situazione umana di dolore che non sia stata assunta da Cristo Crocifisso e non venga "riscattata" dal suo amore salvifico.

È questa dunque la scuola dell' amore più autentico, dal momento che non c' è amore più grande di questo (cf Gv 15, 13): un amore incessante, gratuito, totale; un amore silenzioso, che non cerca il plauso o il ringraziamento, ma si fa dono di se nell' umiliazione e nella prostrazione; un amore che sa dimenticare se stesso per fare il bene dell' altro; un amore che non misura la donazione in base ai meriti dell' altro, ma si dona e basta!

 

Nell' antichità cristiana circolava questa leggenda: c' erano una volta diverse centinaia di uccelli, che erano costretti a vivere in una situazione veramente paradossale. Si trovavano infatti sotto un' enorme rete, stesa a pochi metri dal suolo. I poveri uccelli tendevano, ovviamente, a salire in alto, ma non potevano perché, ogni volta che tentavano si slanciarsi verso il cielo, andavano a sbattere inesorabilmente contro la rete. Ormai si erano rassegnati a vivere in quella specie di prigione e quindi a venir meno alla loro natura, che invece li spingeva a volare in alto. Un giorno però un uccello, più caparbio degli altri, uscì fuori dal mucchio e si slanciò fortemente contro la rete. Ne venne fuori con la testolina pesta e sanguinante, ma eroicamente non desistette dai suoi tentativi e altre volte volle schiantarsi contro la rete, finche non riuscì ad aprire un varco, attraverso il quale egli poté passare e finalmente volare verso il cielo, sia pure col capo sanguinante. Immediatamente tutti gli altri uccelli lo seguirono attraverso quel buco che si era aperto e poterono volare nel cielo immenso.

Non è difficile comprendere il significato di questa parabola. Quest' uccello che ci ha aperto il passaggio verso la libertà è Cristo. Versando il suo sangue sulla croce, egli ci ha aperto il varco. Non siamo più nella prigione dei nostri vizi e dei nostri peccati, ma siamo in grado di slanciarci liberamente verso le grandi mete che egli stesso ci ha prospettato nel vangelo. In questo modo realizziamo pienamente la nostra natura, che è fatta non per le cose mediocri, ma per le realtà più alte.

 

Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra (Col 3, 1-2):

così ci ammonisce san Paolo, ricordandoci appunto qual è la nostra vera vocazione.

La Pasqua è allora le festa del nostro essere, il trionfo della libertà, la possibilità permanente di guardare in alto, verso il cielo, che è la nostra vera patria. Cristo, col sacrificio della croce, trionfa sulla forza schiavizzante del peccato e ci apre il varco verso la libertà e l' eternità beata. E noi siamo chiamati a seguirlo su questa strada, proprio perché non siamo fatti per le cose mediocri, ma per le realtà più alte. Prendendo ogni giorno la nostra croce, per andare dietro a lui, noi mortificheremo quella parte di noi che è ancora troppo legata alle passioni carnali e procederemo gradualmente verso la libertà dello Spirito che ci permetterà di fare nostra la risurrezione di Gesù.