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La Nuova Evangelizzazione, che, ancora oggi nel terzo millennio è oggetto di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, convegni, per la maggior parte dei cristiani praticanti è ancora considerata come una opzione, e non come una necessità urgente e possibile. Noi crediamo che per realizzarla sicuramente occorre da parte di tutto il popolo di Dio, come ci ricordava spesso Giovanni Paolo II, “un nuovo ardore, nuovi metodi e nuove espressioni”. L’Italia e l’Europa, anche se già evangelizzate, hanno bisogno di essere rievangelizzate. I battezzati hanno bisogno di essere rievangelizzati. Il mondo ha bisogno di speranza e non ci saranno grandi segni di speranza fino a quando, noi cristiani del XXI Secolo, non sapremo testimoniare un’esistenza bella, arricchita dalla gioia dei salvati, dall’amicizia e non prenderemo sul serio il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Andate, ammaestrate tutte le nazioni”, battezzate, insegnate, osservate “tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20), “siate testimoni” (At 1,8), “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), “amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12). Come membra vive dell’unico Corpo di Cristo vogliamo

  • essere testimoni di speranza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,1-3).
  • contribuire con tutte le nostre forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità (cfr. LG n°33)
  • far si che ogni cosa abbia Cristo come capo e Dio sia tutto in tutti (Ef 1,10;1 Cor 15,28)
  • e con Maria Regina della Pentecoste portare il fuoco dell'evangelizzazione in tutto il mondo e ad ogni creatura (anche agli audiolesi)

perché lo Spirito di Dio “ Ruah” soffio vitale, possa fare di ognuno di noi delle creature “realmente viventi”, nel corpo e nello spirito.


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LA STORIA DELL’APPARIZIONE DE LA SALETTE

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6. NOSTRA SIGNORA DE LA SALETTE: « RICONCILIATRICE DEI PECCATORI »

Subito dopo l'apparizione della Vergine a La Salette, i primi gruppi di pellegrini che salivano sui luoghi dell'evento si rivolgevano a Maria invocandola come « riconciliatrice dei peccatori ». Ciò che spontaneamente dettava loro il cuore a contatto con l'evento de La Salette non nasceva dal nulla, ma si inseriva in quel filone interpretati-vo del ruolo della Vergine nell'economia della salvezza, già presente nella tradizione della Chiesa. Ora la Chiesa, approvando l'evento de La Salette e conferendole una memoria liturgica propria, non solo ci aiuta a comprendere il ruolo di Maria nel mistero della riconciliazione, ma offre dei motivi per poter anche noi, oggi, invocarla come « riconciliatrice dei peccatori ». La liturgia, attraverso la memoria della beata Vergine Maria de La Salette, chiama il popolo di Dio a celebrare l'amore misericordioso del suo Signore, che si è manifestato nella storia d'Israele attraverso una serie di alleanze e di riconciliazioni, per poi culminare nella « nuova alleanza » stipulata attraverso la morte e risurrezione di Gesù Cristo. In tale contesto esistenziale di alleanze e di riconciliazioni, sul fondamento della stretta relazione con il Figlio Gesù Cristo, Maria, « alleata di Dio », svolge il suo ruolo materno di mediazione universale. In lei si rifrange il volto misericordioso di Dio che la rende « tutta bella», affinché gli uomini, contemplando la sua bellezza, possano ritrovare il fondamento di ogni benedizione in Dio Padre, e riconciliarsi per mezzo di Cristo, nello Spirito, con lui. Ebbene: tutti gli elementi emersi dalla liturgia divengono per noi chiave di lettura dell'evento de La Salette. Lo scopo, dunque, di quest'ultimo paragrafo sarà quello di ricercare brevemente i dati sopra evidenziati nella « simbologia » de La Salette, simbologia emergente sia dal contesto ambientale che dal messaggio. Si tratta, quindi, di un ulteriore approfondimento di quanto già emerso nell'interpretazione dell'apparizione alla luce della Scrittura, sia in senso teologico che esistenziale. Ripercorriamo allora alcuni punti del messaggio.

a. «Avvicinatevi, figli miei...» L'evento de La Salette è un rinnovato invito di Dio ad avvicinarsi a lui, e attraverso la « bellezza » di Maria (la « bella Signora », così la chiamano i due ragazzi) sperimentare la sua « misericordia ». In tal senso Maria non è il centro dell'apparizione, né lo è il suo messaggio; ella non annunzia se stessa. La povertà del vestito, il grembiule, il luminoso crocifisso che porta sul petto, sono segni evidenti che lei è li per manifestare la centralità del mistero di Dio Padre misericordioso, il quale ci ha riconciliati attraverso l'umile servizio del Figlio dell'uomo che va incontro alla morte e alla risurrezione per noi. Soprattutto il vestito della bella Signora, così come descritto dai due veggenti, assume una rilevanza particolare. Maria veste un abito popolare, semplice, scarno, tipico delle donne del tempo. Tale semplicità viene rimarcata dal grembiule che le cinge i fianchi, segno inequivocabile del servizio. Si può dunque incontrare Dio e avvicinarsi a lui solo se ci si confronta con il messia Servo: « Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò l'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli » (Gv 13,3-5). L'acqua è presente anche a La Salette. Quando i ragazzi hanno scorto la figura della bella Signora all'interno del globo di luce, questa si presentava seduta su un pezzo di roccia posta accanto a una fontana semiasciutta. Dopo l'apparizione, quella fontana non ha più cessato di versare acqua. Proprio quest'acqua che sgorga perennemente dalla fontana arida su cui la Vergine si è mostrata, ricorda che la bellezza di Dio si manifesta nel volto umiliato e disprezzato del Servo crocifisso. La santità del Dio dell'alleanza risplendente in Gesù (Eb 1,1-4) non consiste nella separazione dal mondo umano, ma nella condivisione di vita. L'autore della lettera agli Ebrei fa di questa solidarietà la fonte del sacerdozio di Cristo: « Infatti colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli. [...] Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli ne è divenuto partecipe. [...] Della stirpe di Abramo si prende cura; perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio » (Eb 2,11.14a.16b.17a). Così commenta Albert Vanhoye: « Cristo riconosce che il dinamismo dell'amore generoso gli viene dal Padre ed egli ringrazia il Padre per questo dono divino. Cristo, nel contempo, apre il suo cuore e tutto il suo essere umano all'azione dello Spirito Santo in modo da superare tutti gli ostacoli e da essere trasformato dalla carità divina in causa di salvezza" per tutti i fratelli. [...] Con questo, Cristo ha determinato per noi il nuovo modo di concepire e di attuare l'oblazione: non più come atto rituale, effettuato in margine alla vita quotidiana, bensì come una trasformazione della vita stessa: uniti al suo cuore in un movimento di gratitudine e di adesione alla volontà salvifica di Dio, presentiamo continuamente le nostre persone a Dio Padre per essere messi al servizio dei suoi figli, nostri fratelli e sorelle ».

b. «Da quanto tempo soffro per voi...» Maria a La Salette ci appare in tutto il suo dolore, quel dolore profetizzato da Simeone: « Una spada ti trafiggerà l'anima » (Lc 2,35). Amico costante insieme a tutte le altre cose che ella « meditava nel suo cuore » (Lc 2,51), svelatosi nella sua essenza profonda ai piedi della croce (Gv 19,25-27), esso è divenuto ora « dolore continuato», causato dalla cecità di coloro che sono « dispersi » nelle vie del peccato. Come Gesù è «l'uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3), così Maria è la donna dei dolori. Ella incarna la perfetta unione del discepolo con il suo Maestro fino alla croce. Stare accanto alla croce, quella propria e altrui, è e rimane la missione fondamentale della Chiesa. Maria piange, soffre: è la continua passione di Dio in Gesù Cristo per l'umanità. La comunità è chiamata a riconoscersi in questa passione, vivendo in prima persona l'esperienza del rifiuto e della marginalità causate dal peccato. E’ quanto Maria vive a La Salette: « Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio Figlio. [...] Bestemmiavate il nome di mio Figlio». E questo avviene in un movimento di solidarietà che si fa, in Cristo, sostituzione vicaria: « Queste sono le due cose che appesantiscono tanto il braccio di mio Figlio. [...] Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo ». Scrive Enzo Franchini: « Dio ama i peccatori, Dio ama i suoi nemici. [...] Dio non può permettersi di perdere il mondo degli infami, perché gli stanno a cuore. [...] Non ha dunque altra scelta che quella di gravarsi personalmente del loro peccato in Cristo, l'agnello che porta il peccato del mondo. (…) Cristo non si sostituisce nel senso volgare di mettere da parte l'uomo per far fronte da solo al suo compito e comunicare all'uomo una giustificazione già fatta. Piuttosto, egli diventa soggetto attivo nell'uomo, un solo corpo, come avviene nel battesimo e nell'eucaristia, dunque anche nella penitenza. La comunione con i suoi misteri (...) ci abilita a vivere nella fede la nostra stessa vita come se fosse egli a viverla in noi »" Ciò significa che per il cristiano è possibile, come per Gesù e in unione con lui, sostituirsi al fratello divenendo partecipi della sua vita: a La Salette Maria parla il dialetto dei due ragazzi («Voi non capite, figli miei? Ve lo dirò diversamente »), indossa il vestito delle contadine della regione... Enzo Franchini continua: « Non soltanto Cristo, anche la Chiesa vive nel fratello, divenendone sorgente di conversione. Non basta dire che Cristo è nella Chiesa: se si è logici, occorre dire che, da quel momento, la Chiesa opera come Cristo, capace dunque di divenire, con la forza di Cristo, sorgente di iniziativa salvifica. [...] La sacerdotalità ecclesiale, fedele a rinnovare nella nostra carne la potenza di Cristo, ci rende a nostra volta Spirito vivificante, rendendo valida la nostra offerta a pro dei peccatori. [...] La solidarietà coi peccatori costringe, infatti, a rientrare nel cuore pesante della storia. La rappresentanza, che è la funzione attiva della sacerdotalità cristiana, mette in gioco l'essere, e non solo l'operare le opere buone di una carità sociale; per questo è altrettanto più esigente. Essa comporta la più profonda teologalità, e non soltanto la moralità del comportamento. [...] Solo "scendendo con Cristo in fondo all'abisso del mondo" (Origene) possiamo divenire "forza vitale per gli altri" (Gregorio di Nazianzo). Non ci è dunque chiesto un improbabile pagare per gli altri, ma un seminarci dentro gli altri, in forza della comunione, perché loro trovino in sé le risorse della Chiesa come un'altra forza ». La cooperazione di Maria e della Chiesa all'opera salvifica del Figlio trova quindi la sua autenticità e la sua efficacia solo in questa solidale comunione con la croce.

c. «Se il mio popolo non vuole sottomettersi...» Maria, « nuova Gerusalemme », Madre di tutti i « figli dispersi di Dio », a La Salette si rivolge ad essi in qualità di unico « popolo di peccatori », invitandoli a riconciliarsi con Dio attraverso la conversione del cuore. La riconciliazione è «riunificazione» di tutti i « figli dispersi » nel « tempio escatologico », Gesù Cristo, per adorare il Padre sotto l'influsso dello Spirito. La riunificazione è dunque il contenuto della « sottomissione » e il fine della « penitenza », che è « ascesa » faticosa dell'uomo: rinunciando al pane materiale, egli si ricorda che non vive solo di pane, «ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). In questa assimilazione della e alla parola del Signore, la persona è in grado di riunificare se stessa, e di riunificare le sue relazioni con il mondo e con Dio. Il peccato è infatti dispersione (alienazione) da sé, dal mondo e da Dio. Rifiutando il Cristo, l'uomo perde il senso della sua vita, ossia la sua vocazione profonda; Maria dice: « Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza usare il nome di mio Figlio. [...] I bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno ». Perde il senso del suo essere nel mondo. La Vergine proclama: « Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere. [...] Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra (...). Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che verrà cadrà in polvere, quando lo batterete. Sopraggiungerà una grande carestia ». Perde il senso di Dio. Maria denunzia: «Bestemmiavate il nome di mio Figlio. [...] Fate la vostra preghiera, figli miei? Non molto, Signora, rispondono entrambi. Ah, figli miei, bisogna proprio farla, sera e mattino. [...] D'inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima vanno alla macelleria come i cani».

d. Mi è stato affidato il compito di pregarlo (mio Figlio) continuamente per voi...» Maria, a La Salette, è « riconciliatrice dei peccatori » non solo perché è associata al mistero della sofferenza di Dio, in forza del quale invita gli uomini a convertirsi, ma anche perché svolge un ruolo di mediazione: attraverso i « suoi meriti e le sue preghiere » (colletta) noi possiamo chiedere a Dio Padre di concederci il « perdono delle colpe ». La preghiera di Maria (e di conseguenza la preghiera della Chiesa) non deve essere compresa solo come richiesta fatta da un subalterno al superiore, ma ancora e più profondamente come continua trasformazione in Cristo, offerta gratuitamente da Dio. La preghiera esprime il dinamismo dello Spirito (Rm 8,14-30) che, per iniziativa del Padre, costruisce la persona ad immagine del Signore: « Sono stato crocifisso [il verbo è al passivo, per indicare l'azione libera e originante di Dio] con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20; cfr. 2Cor 3,18). Colui che prega dilata il suo orizzonte vitale e fa suoi gli orizzonti di Gesù. Essi altro non sono che la salvezza di ogni uomo e l'abbattimento di ogni muro di separazione (Ef 2,13-18). Sotto la croce, Maria ha compiuto questo passaggio: il discepolo, figura di ogni uomo, non è un estraneo o un lontano, ma è figlio («Da quanto tempo soffro per voi! [...] Mi è stato affidato il compito di pregarlo continuamente per voi. [...] Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi»). E così, a La Salette, sono « figli » Maximin e Mélanie, che vengono chiamati dalla bella Signora con questo titolo per ben nove volte: la loro vicenda quotidiana è la vita stessa della Madre: « Se avete del grano, non seminatelo. [...] Sopraggiungerà una grande carestia. [...] Fate la vostra preghiera, figli miei? Ah, figli miei, bisogna proprio farla, sera e mattino. Quando non potete far meglio, dite almeno un Pater e un'Ave Maria. Quando potete fare meglio, ditene di più. [...] Avete mai visto del grano guasto, figli miei? Ma tu, figlio mio, lo devi aver visto una volta con tuo padre, verso la terra di Coin. (…) Al ritorno, quando eravate a mezz'ora da Corps, tuo padre ti diede un pezzo di pane, dicendoti: "Prendi, figlio mio, mangia ancora del pane quest'anno, perché non so chi ne mangerà l'anno prossimo, se il grano continua in questo modo ». Inoltre, va notato che Maria, a La Salette, esprime chiaramente il fatto che il suo essere Madre degli uomini è un « compito », una missione che le è stata affidata. La Vergine non si arroga diritti e preminenze che non le competono, ma testimonia la sua vocazione peculiare, ricevuta in modo del tutto particolare sotto la croce: « Donna, ecco il tuo figlio » (Gv 19,26). Vocazione che richiede, come il giorno dell'annunciazione, il suo sì libero e totale; quel consenso che la rende, al dire dei padri della Chiesa e soprattutto di san Giustino e sant'Ireneo di Lione, « nuova Eva », madre di tutti i viventi. Così, la maternità e la mediazione orante di Maria (e della Chiesa) esprimono « il suo continuo impegno per la realizzazione della Chiesa, la sua assistenza e la sua guida per il riscatto della storia dell'uomo e della società umana da ogni processo o forma di involuzione e di degradazione, il suo esempio e il suo aiuto per la promozione e liberazione di tutto l'essere umano, maschio o femmina, da ogni situazione di oppressione, asservimento, pregiudizio ». In altre parole, la preghiera materna di Maria ricorda (e attualizza) la vocazione dell'intera comunità cristiana ad essere, in Cristo, popolo offerto per la vita del mondo: « Se si convertono, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi ». Osserva il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, morto martire, nel 1945, nel campo di concentramento nazista di Flossenburg: « Ogni vita umana è per essenza una vita vicariamente responsabile. Sostituzione e quindi responsabilità sono possibili soltanto mediante il dono totale della propria vita al prossimo. Soltanto chi non pensa a sé vive responsabilmente, ossia vive. (…) La responsabilità, intesa come vita e azione vicaria, è essenzialmente un rapporto da persona a persona. [...] Il giusto soffre a causa del mondo, l'ingiusto ... (...) In certo senso egli porta il sensorium Dei [ossia il cuore di Dio] nel mondo. [...] La risposta deI giusto alla sofferenza che il mondo gli procura è benedizione. Questa è stata la risposta di Dio al mondo. [...] Dio non ricambia con la stessa misura, e così deve fare anche il giusto. Non condannare, non rimproverare, ma benedire. Il mondo vive della benedizione di Dio e del giusto ».

4. Alcune linee di spiritualità dei missionari di Nostra Signora de La Salette

La spiritualità della congregazione dei Missionari di Nostra Signora de La Salette trova la sua origine nel fatto de La Salette; nasce e si sviluppa nel contesto sociale e religioso della seconda metà dell' Ottocento francese ed europeo. In tal senso è chiaro che se essa vuole essere ancora oggi di stimolo per l'uomo contemporaneo a ricercare e vivere la santità, ha bisogno di una rilettura attualizzante che la renda significativa nel quadro sia delle esperienze culturali che delle esperienze ecclesiali. Questa lettura ermeneutica è lo scopo del presente capitolo: a partire dalle acquisizioni della spiritualità contemporanea, dalla spiritualità mariana e dal patrimonio della congregazione codificato principalmente nella Regola di vita rinnovata alla luce delle indicazioni del Concilio Vaticano Il, verranno delineati alcuni possibili itinerari per vivere oggi la grazia de La Salette.

1. LA SPIRITUALITÀ CONTEMPORANEA

Ogni spiritualità che voglia dirsi cristiana, trova la sua ragion d'essere nell'imitazione di Cristo alla luce del vangelo. In tal senso, la spiritualità non ha tempo: essa si situa al di sopra delle mode e dello stesso divenire storico. Cristo e il suo messaggio sono infatti immutabili; lo stesso, però, non si può dire delle società e delle culture, perché sono entità soggette ai cambiamenti storici. Questi portano con sé nuovi comportamenti, nuovi linguaggi, nuove scoperte. Si può e si deve dunque parlare di spiritualità contemporanea perché, come afferma Tullio Goffi, « è necessario che il mistero pasquale di Cristo sia veicolato nell'intimo dell'esistenza di ogni generazione; che permei innovando radicalmente ogni carne umana; che vivifichi trasformando tutto quanto fiorisce tra le fragilità terrestri. [...] Lo Spirito effonde il fermento pasquale di Cristo anche nell'odierno umanismo socio-culturale ». Ora, fino all'inizio della seconda metà del XX secolo, la spiritualità cristiana era ancora innestata su un contesto socio-culturale di stampo calvinistico, per cui essa era tutta orientata a un grande spirito di laboriosità e accompagnata da un profondo senso dell'autorità e della disciplina. In tale ambiente la spiritualità si caratterizzava come un sistema ben compatto, proponendo un cammino ascetico ben programmato che riteneva l'esperienza mistica un dono eccezionale e possibile solo a chi fosse passato in un prolungato cammino di mortificazione. L'evoluzione culturale e tecnologica che si è sviluppata soprattutto a partire dalla seconda metà del nostro secolo ha prodotto un'attenzione maggiore ai valori dell'ambito terreno. Al dire di Dietrich Bonhoeffer, l'uomo contemporaneo, giunto alla « maggiore età », ricerca il suo vivere nello Spirito di Dio in un'autonoma responsabilità personale, « non ai limiti ma al centro dell'umano, non nelle debolezze ma nella forza, non nella morte e nella colpa, ma nella vita e nel bene che è nell'uomo ». Il nuovo modello di spiritualità appare, da una parte, come liberazione da un ascetismo esasperato e da uno schematismo spirituale e da quella ecclesiastica in genere. Dall'altra si caratterizza per un rafforzato senso relazionale e personalistico: « L'uomo spirituale, liberato dalle tradizionali infrastrutture ascetiche, ormai aspira a immettersi in relazioni spirituali: comunione personale intima con Dio nello Spirito di Cristo; comunione ecclesiale nel corpo mistico del Signore, comunione tra fratelli nel dialogo di fede e carità [...] comunione con le realtà terrene per avviarle verso una concorde aspirazione al regno di Dio ». La spiritualità contemporanea trova quindi i suoi orizzonti non nella concezione della «fuga mundi», ossia dell'abbandono della realtà mondana, ma in quelli propri della comunione della relazione, che trovano il loro apice massimo nel mistero dell'incarnazione. Ciò comporta l'ingresso, sia nella riflessione teologica che nella prassi, di categorie di esigenze nuove, quali solidarietà, la promozione umana, la lotta di liberazione, l'inculturazione. Dall'interno di questo nuovo ambiente culturale, Stefano De Fiores tenta una definizione di spiritualità: essa è « la coincidenza permanente e unificante dello spirito umano con lo Spirito divino ». In tal senso l'uomo spirituale è colui che non cammina solamente secondo uno schema di prudenza razionale, immettendosi in « attività virtuose e socialmente proficue ». Ma è colui che si lascia inabitare dallo Spirito per diventare adulto nella fede. In questa linea, la costituzione Lumen gentium del Concilio Vaticano Il ha riletto l'intera ecclesiologia: la vita del cristiano è una vita fondata sul « mistero » e la Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio (LG 1). Per cui il punto di partenza è sempre il disegno salvifico del Padre (LG 2) di cui Cristo ne è stato il rivelatore (LG 3); e al momento del suo ritorno al Padre ha inviato lo Spirito perché lo porti a compimento. E di conseguenza la Chiesa universale si presenta come popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (LG 4). In tal senso il concilio sottolinea chiaramente che non esiste vita cristiana se non come vita di Chiesa fondata sul mistero: se non si parte da esso e ad esso si fa continuo riferimento non si può parlare di autentica vita cristiana. Ora, se da una parte la vita cristiana è fondata sul mistero, essa, dall'altra, fa diretto riferimento al mondo nel quale vive e in cui è soprattutto chiamata ad essere « sale della terra ». Questa è la prospettiva inaugurata dal concilio con la Gaudium et spes. Essa segna l'accantonamento delle tendenze che facevano del rapporto Chiesa-mondo un rapporto tra « società perfette », colte per lo più nel loro momento di vertice e di organizzazione (Chiesa come gerarchia e mondo come stato). Per il concilio, tale rapporto diviene una realtà esistenziale, gestita corresponsabilmente dall'intero popolo di Dio nel rispetto delle competenze che si danno al suo interno. L'obiettivo dell'incontro Chiesa-mondo è l'annuncio di Cristo, che si realizza mediante un processo di immersione sempre più profonda nella storia. In questa prospettiva diviene allora più chiaro il cammino di « santità » a cui ogni spiritualità fa diretto riferimento. Il tema della santità è centrale nei documenti conciliari (PO 12; OT 8; GS 48-49; LG 43-47; PC 6). In particolar modo, nel capitolo quinto della Lumen gentium troviamo enucleati i dati più importanti e fondamentali della santità cristiana. Essa innanzi tutto è partecipazione alla santità stessa del Cristo, attuata in perenne novità del suo Spirito (LG 39); la chiamata alla santità e perciò indistinta per tutti i credenti e coincide con la vocazione battesimale. Tutti devono tendere « alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità » (LG 40). Anche se una, la santità si esplicita in molteplici forme, secondo la diversità delle situazioni in cui vivono i battezzati (LG 41). Il cammino di santità è un cammino di carità sorretto dall'ascolto della parola di Dio (LG 42). E’ chiaro che questa nuova ottica della santità conduce ad alcune conclusioni importanti per una rinnovata spiritualità cristiana. Scrive Sabatino Majorano: « La santità cristiana è realtà profondamente teologale. [...] Di qui la priorità della grazia, della vocazione, del dono da una parte, e dall'altra, l'articolazione dell'indispensabile e generoso impegno morale dell'uomo come accettazione-risposta. La santità è la carità. Mi sembra che questo costituisca uno dei tratti ripetuto con più forza e partendo dalle più diverse angolazioni. Tutto ciò porta con sé altri dati veramente decisivi: il fatto che venga proposta una vita cristiana contrassegnata dal coraggio dell'essenziale, cioè tale che, pur valorizzando i mezzi e i vari aspetti settoriali, non perda mai di vista ciò che di tutto costituisce il nucleo. Perché colta nel suo nucleo, la santità ci si presenta di un'estrema semplicità. Non richiede quindi una particolare situazione, studiata positivamente in funzione di essa e attentamente ricercata e difesa ». Questa panoramica molto sintetica sulla spiritualità contemporanea ha messo in evidenza il suo carattere dinamico e soprattutto la sua aderenza al vissuto sociale ed ecclesiale; frutto non tanto di un compromesso con le mode dei tempi correnti, quanto piuttosto di una maggiore sensibilità al mistero, alla luce della quale vengono poi rilette e vissute le relazioni umane.

2. LA SPIRITUALITÀ MARIANA

Anche nel campo della riflessione sul posto e sul ruolo di Maria nella spiritualità contemporanea il cammino di evoluzione e di trasformazione a livello teologico è stato molto significativo e profondo. Esso ha dovuto confrontarsi con due frange estreme di pensiero: quella che ritiene la Vergine il centro della vita spirituale cristiana e quella opposta che le nega qualsiasi diritto di cittadinanza significativo all'interno dell'esperienza di fede. Questo dibattito, acuitosi soprattutto negli anni del concilio e in quelli immediatamente seguenti, ha quindi evidenziato la necessità di restituire la persona di Maria alla sua verità quale scaturisce, da un lato, dal confronto con la parola di Dio e la storia della salvezza, dall'altro, con la cultura contemporanea, che esige una presenza mariana significativa e promozionale. Il confronto con la parola di Dio fa emergere con chiarezza sia la legittimità che la necessità di un rapporto di accoglienza e anche di lode filiale da parte dei discepoli nei confronti della Madre del Signore (Lc 1,48; Gv 19,27). Questa realtà è documentabile anche nella tradizione ecclesiale, che testimonia una varietà di modi di relazioni alla Vergine, tutte legate alla progressiva evoluzione della riflessione teologica e della cultura. Sempre la parola di Dio concentra l'esperienza di fede nella comunione trinitaria che genera la fraternità umana: questa esperienza si realizza nell'adesione personale a Cristo Gesù. Afferma Stefano De Fiores: « E’ da sostenere l'orientamento attuale della spiritualità che punta sulla vita in Cristo e all'interno di questa trova l'atteggiamento da assumere nei riguardi di Maria. E’ un recupero della prospettiva degli inizi, quando la comunità apostolica scoprì Maria come implicanza del mistero di Cristo e si aprì alla lode della Madre di Gesù. [...] In tale ottica il rapporto con Maria è una conseguenza, piuttosto che una premessa, del mistero di Cristo. L'itinerario cristiano infatti parte da Cristo, centro vivo della fede e dell'annuncio, in lui incontra Maria. [...] Maria diviene una via per raggiungere non l'unione con Cristo, già preesistente, ma un suo approfondimento e una sua maggiore radicazione » La relazione spirituale con Maria deve necessariamente aprire alla radicalità della sequela di Cristo: in questo senso, la Vergine diventa « icona del mistero »" e sintesi esistenziale dell'esperienza della Chiesa. In altre parole, Maria è modello degli atteggiamenti spirituali del cristiano, modello vitale che chiede di essere interiorizzato per rendere piena la risposta alla vocazione battesimale. La spiritualità mariana è dunque una forma fondamentale di esistenza credente, implicata nel fatto di essere cristiani: non è una realtà episodica o accessoria, di fronte alla quale si possa optare anche in senso negativo (cioè di non accoglienza), ma un rapporto permanente, intimo e unificante con la Madre del Signore, animato e sostenuto dallo Spirito, che configura vitalmente la persona a Cristo e la dedica al servizio dell'unità fraterna. Si notava però come fosse anche necessario, per restituire la persona di Maria alla sua verità, il confronto con la cultura contemporanea. Questo passaggio si rivela obbligato perché la significatività della Vergine, ossia il suo essere, in Cristo, progetto salvifico per il mondo, non è una realtà esterna o accessoria alla sua persona, ma la costituisce in profondità, così come costituisce in profondità l'essenza dell'intera comunità cristiana. Il confronto con la cultura attuale non va, però, fatto prendendo come base la fattualità della vita di Maria, ma a partire dai suoi atteggiamenti profondi: è qui che la Vergine si mostra donna piena, perfettamente responsabile della sua dignità personale e delle sue decisioni, capace di rispondere alle attese antropologiche e storiche di oggi. Innanzitutto Maria è progetto di libertà. La filosofia esistenzialista e il dinamismo della secolarizzazione ci hanno permesso di considerare l'uomo come persona in grado di costruire il suo futuro da solo, senza costrizioni. Nel l'annunciazione e negli altri passi evangelici in cui si parla della Madre del Signore, è possibile individuare una costante: Dio si relaziona a Maria come a una « libertà », la cui realizzazione sta nel rispondere consapevolmente al suo pro getto mediante il dono di sé. Maria è un'incarnazione nella storia. Il Magnificat esprime la sequela della Vergine dietro il liberatore dell'umanità, Cristo; e si fa invito alla costruzione di una nuova umanità, insieme al Dio dei poveri, nell'abbattimento dei muri del potere e della discriminazione. Maria è introduzione vivente dell'antropologia di Dio. È Osserva ancora Stefano De Fiores: « Maria offre all'uomo la sua vera comprensione secondo il piano di Dio. Meglio, in Maria è svelato all'uomo il progetto perseguito da Dio lungo la storia della salvezza. [...] Oggi, anzi, si tende a vedere non soltanto Maria nella storia della salvezza, ma anche la storia della salvezza in Maria. [...] Se tutto l'Antico Testamento si riassume nella linea dell'evento dialogico, in cui all'azione e parola di Dio deve rispondere la parola e l'azione dell'uomo, Maria rappresenta il culmine temporale e assiologico di questo incontro in vista dell'incarnazione del Figlio di Dio ». Queste sono solo linee indicative, che non esauriscono affatto il campo. Aiutano, però, a comprendere come la storia sia il luogo della salvezza divina e come la sequela di Cristo in compagnia di Maria sia fermento di rinnovamento autentico in umanità. Il regno di Dio porta, infatti, al massimo, quelle potenzialità che il Signore stesso ha immesso nel cuore umano al momento della creazione: il dono di sé nell'amore totale e fedele. Insegna Paolo VI: « All'uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra l'angoscia e la speranza, prostrato dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato nell' animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall'enigma della morte, oppresso dalla solitudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e della noia, nella beata Vergine Maria, contemplata nella sua vicenda evangelica e nella realtà che già possiede nella città di Dio, offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull'angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte » (MC 57).

3. LA SPIRITUALITÀ SALETTINA

Parlare di una spiritualità radicata nell'evento de La Salette non è possibile senza tenere in conto quanto è emerso da questa panoramica sulla spiritualità in genere e manana in particolare, oltre che dei dati dell'indagine scritturistica e liturgica. La spiritualità salettina, infatti, si basa sui significati emergenti dall'evento de La Salette, che presenta una particolarità tutta propria: non è legato a una persona e alla sua singola esperienza spirituale (come ad esempio la spiritualità dei francescani con san Francesco d'Assisi o quella dei gesuiti con sant'Ignazio di Loyola). Perciò assume un carattere dinamico: essa è frutto, oltre che dell'evento in se stesso (l'apparizione), di varie storie particolari e soprattutto di varie interpretazioni che hanno avuto relazione profonda con quanto accadde il 19 settembre 1846 (cfr. i giudizi dei vescovi di Grenoble, le posizioni dei primi cappellani incaricati del servizio del santuario de La Salette, l'esperienza del nucleo iniziale dei padri salettini, l'evoluzione della vita ecclesiale e sociale...). Questa evoluzione dinamica della comprensione dell'apparizione e del suo specifico cammino spirituale ha formato una vera e propria «tradizione» di spiritualità. Nata, come gia ricordato, nella seconda metà dell'Ottocento francese ed europeo, questa tradizione ha attinto il suo nutrimento e le sue motivazioni fondamentali dal grande patrimonio della spiritualità vittimale, allora assai diffusa e sviluppata. Questo approccio al Cristo e al vangelo leggeva l'incarnazione e l'evento della croce in un ottica prevalentemente giuridica: l'esistenza di Gesù aveva come suo scopo fondamentale la riparazione dell'onore divino leso dal peccato e quindi la soddisfazione della giustizia divina mediante l'accettazione vicaria della pena prevista per il peccato stesso, cioè la morte. In altre parole, il Cristo è nato per subire, al posto dell'uomo, la giusta collera di Dio sull'umanità. Scrive Marcello Bordoni: « Un esempio lo abbiamo in certe scuole di spiritualità, come quella oratoriana, e nelle teologie della redenzione che si sono andate evolvendo a partire dal basso Medioevo e nel periodo controversistico postridentino fino ai nostri giorni. Sotto l'influsso di categorie propriamente estranee all'originaria tradizione derivante dalle fonti cristiane, la soteriologia incentrata nell'evento della croce viene qui interpretata come agire riparatorio nel senso di compensazione offerta per l'onore divino leso dal peccato e per placare il volto irato di Dio rendendolo, così, benevolo verso di noi. E tutto ciò attraverso un transfert liberatorio, per cui l'umanità peccatrice tenderebbe a sgravarsi delle colpe gettandole sulla vittima designata da Dio, che verrebbe uccisa al nostro posto (sostituzione penale) per soddisfare la sete divina di giustizia (vendicativa?) ». Un simile linguaggio, dominato da categorie di tipo giuridico-penale, non può però trovare consensi sia nella cultura che nella teologia contemporanea: il pensiero che Dio possa mandare suo Figlio a morire per soddisfare la sua sete di vendetta porta con sé la rivelazione di un Essere terrificante invece che misericordioso. E questo è quanto di più estraneo al vangelo possa esistere. Eppure, per oltre cento anni, l'apparizione de La Salette e il suo messaggio spirituale sono stati accostati e letti all'interno di quest'ottica, soprattutto la frase: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo ». Ciò portava ad insistere molto sull'aspetto espiatorio e penitenziale della vita: la stessa persona di Maria, nell'apparizione, veniva letta come «vittima di espiazione», venuta sulla terra a chiamare persone desiderose di unirsi a lei per soddisfare, insieme al Crocifisso, la giustizia divina. Scrive, a questo proposito, Andrea Tessarolo: « Non di rado, specialmente nel corso del secolo XIX, venivano indette speciali "pratiche di espiazione" per gravi scandali pubblici, anche di carattere locale. Vi contribuirono: il messaggio de La Salette, l'opera di eminenti personalità e il succedersi di gravi sconvolgimenti sociali. In questo clima è stato costruito il tempio votivo nazionale di Montmartre, offerto al Cuore di Cristo da una Francia poenitens et devota, e sono sorte, in vari paesi, congregazioni religiose, specialmente femminili, per portare le anime alla pratica di una spiritualità vittimale ed espiatrice. Le anime che, docili alla voce della grazia, hanno abbracciato questa vita, compiono frequenti atti di penitenza in spirito di espiazione che offrono in unione col sacrificio di Cristo, per placare la giustizia divina e impetrare la conversione dei peccatori, considerando come propri anche i peccati altrui ». Perciò vorremmo ora riportare brevemente dei testi che provengono dalla Regola di vita che hanno segnato il cammino di autocomprensione dei religiosi di Nostra Signora de La Salette, e che esemplificano quanto abbiamo finora detto. La Regola di vita altro non è, infatti, se non le norme di vita che guidano i religiosi nella loro vocazione e missione specifiche a servizio della Chiesa. In esse è probabile rilevare come l'identità (ossia vocazione, spiritualità e missione) della congregazione sia stata legata sin dalle sue origini alla comprensione teologica dell'evento de La Salette: - « I Missionari sono come i messaggeri e gli aspotoli di Nostra Signora de La Salette, e debbono penetrare nello spirito dell'apparizione in maniera così profonda da comunicarlo a tutti, sia con il loro esempio che con il loro ministero. Questo spirito verrà attinto dallo studio e dalla meditazione di tutti i dettagli dell'apparizione ». - « I Missionari di Nostra Signora de La Salette debbono ritenersi i messaggeri della Regina del cielo, incaricati di diffondere e far conoscere agli uomini, più con il loro esempio che con le loro parole, i divini avvertimenti che lei stessa si è degnata di portare sulla terra. [...] Essi si svilupperanno secondo le indicazioni della Provvidenza ». - « La Vergine che chiama a sé, in lacrime, i due piccoli pastori e che parla loro con toccante bontà, porterà i Missionari a consacrarsi generosamente e a lavorare con uno zelo pienamente apostolico ». - « La congregazione ha come fine speciale, oltre alla santificazione dei suoi membri, di completare la grande missione che la santa Vergine ha più volte raccomandato nella sua apparizione sulla santa montagna, ossia di far conoscere a tutto il suo popolo i divini insegnamenti che lei ha portato dal cielo ». Compassione, riparazione, espiazione e vittimalità divennero le « parole chiave » dell'interpretazione dell'apparizione e della spiritualità salettina: - « Lo spirito particolare di questa comunità (dei Missionari), attinto dalle parole e dagli atteggiamenti della Vergine santa nella sua apparizione sulla venerata montagna, dovrà essere uno spirito di preghiera, di zelo e di espiazione. (...) Soprattutto essi praticheranno lo spirito di mortificazione e di rinuncia, avendo cura di preservarsi da ogni sensualità, da ogni ricerca e attaccamento alla propria volontà e alle proprie idee. [...] Vivendo costantemente il rinnegamento di se stessi, che è l'antidoto contro ogni peccato, i Missionari di Nostra Signora de La Salette saranno realmente vittime di espiazione, in grado di implorare efficacemente ogni giorno, insieme a Maria, grazia e misericordia per i poveri peccatori ». - « La santissima Vergine, seduta sulla pietra, il volto tra le mani, in pianto, con il crocifisso e gli strumenti della passione sul cuore, ispirerà loro un amore ardente di Dio, una profonda e inconsolabile sofferenza per tutto ciò che lo offende, una tenera e viva compassione per i poveri peccatori, e un ardente desiderio di soddisfare (la divina giustizia) a loro profitto con la preghiera e la penitenza ». Questa linea di spiritualità vittimale e riparatoria trova la sua maggiore e profonda espressione in Sylvain-Marie Giraud, che fu superiore generale della congregazione dal 1865 al 1876. Ne riportiamo un testo, da lui redatto a titolo privato in vista del capitolo generale del 1876: « La congregazione dei religiosi di Nostra Signora de La Salette trova la sua vocazione nel vivere lo spirito dell'apparizione della Madre di Dio sulla montagna de La Salette. [...] Questo spirito è quello di vittima, in tutta la sua ampiezza. (...) E’ principalmente uno spirito di espiazione in favore dei poveri peccatori. E tutto questo nella più intima unione con nostro Signore Gesù Cristo, vera e unica Vittima del Padre, e con Maria, nostro perfetto modello nella sua misericordiosa apparizione. Il religioso dell'apparizione è un'altra Maria, vittima con Gesù e vittima del Cuore di Gesù, che vive un generoso e ardente desiderio di realizzare tutte le finalità della sua apparizione, per la gloria della santissima Trinità e la salvezza delle anime ». Questa lettura dell'apparizione e del suo messaggio non deve assolutamente meravigliare: in quanto fatto storico, esso si inscrive in una determinata cultura e riceve, da quest'ultima, gli strumenti atti a comprenderlo. Però i concetti di riparazione, compassione, mediazione, espiazione, termini che hanno segnato la comprensione dell'apparizione, non possono essere liquidati come se non avessero avuto mai nessun significato per l'esperienza cristiana. Anzi, c'è semmai da dire che essi sono concetti essenziali nella tradizione cristiana e soprattutto nel vissuto stesso dell'esperienza di fede. Ecco perché è importante acculturare tali concetti nell'esperienza di oggi; non solo, ma è anche necessario inquadrarli in un contesto teologico più ampio e soprattutto più coerente con la globalità del messaggio e della spiritualità cristiana. Questi termini sono veicoli di significati profondi, e quindi possono (e devono) assumere una valenza particolare per il credente di oggi nel suo porsi davanti a Dio e agli uomini. Bisogna chiarire allora lo sfondo interpretativo sul quale essi di dispiegano e trovano la loro più grande ricchezza di significato. Un tale orizzonte, in ultima analisi, è costituito dalle parole e dai gesti di Gesù stesso, trasmessi dalla comunità ecclesiale: solo in essi è possibile cogliere l'intenzione di fondo che ha guidato l'esistenza terrena del Signore. Ebbene, essi rivelano una grande novità nel modo di essere e nel modo di agire. Ogni uomo, resta legato all'amore di se stesso, ossia è centrato su di sé: ha bisogno di essere compreso, accettato, amato. Senza questa esperienza egli non si può aprire agli altri e al mondo, e di fatto la sua relazionalità di sviluppa all'interno di questo spazio. In altre parole, egli non si può donare agli altri in maniera totale, cioè dimenticando se stesso. Gesù invece, soprattutto nella passione che rappresenta il culmine della sua esistenza, vive un livello di dedizione (pro-esistenza, cioè vivere a favore di qualcuno) capace di dimenticare se stesso: egli non è centrato su se stesso, ma sugli altri. Questa possibilità nuova di essere uomo deriva dalla sua relazione con Dio Padre: è il dono di Dio Padre che la suscita, grazie all'azione dello Spirito Santo. Ciò vuol dire che Gesù può donarsi totalmente agli altri, senza distinzioni, fino alla morte perché, nello Spirito, è ricolmo dell'amore del Padre. La ragione ultima della dedizione di Gesù, che arriva fino al sacrificio della croce, risiede nella sua relazione trinitaria, e ne diventa sacramento. Il momento sacrificale della croce, inflitta a Gesù dalla malvagità umana, rivela in realtà, proprio nella trafittura del colpo di lancia, quell'apertura del cuore umano che è determinata dall'irruzione dell'amore trinitario. Il Crocifisso è dunque il sacramento di questa carità, e non il segno di una soddisfazione dovuta a una richiesta vendicatoria. Con Marcello Bordoni, si può dire che nella prospettiva salvifica dell'amore trinitario, « non solo l'uomo è redento dal dolore e dalla morte, ma è redento "nel dolore" e nell'abisso" della sua stessa umana derelizione, che vengono liberate dal predominio del significato penalistico e attivamente assunte nella libertà dell'uomo redento come manifestazione di amore per Iddio e per gli uomini. Nel momento in cui l'amore trinitario fa della sofferenza dell'uomo la sua sofferenza esso risolve questo dramma umano facendone un momento della sua vita di amore ». Mediazione, riparazione, compassione vanno dunque riletti in quest'orizzonte salvifico. In un mondo che sperimenta quotidianamente la disumanizzazione, l’ingiustizia, la solitudine e in genere il misconoscimento della dignità umana, va riscoperto il senso e l'esperienza della sofferenza di Dio. Di fatto, il presupposto della vocazione riparatrice è proprio quello di un Dio capace di soffrire. In genere si è disposti ad attribuire la sofferenza solo al Crocifisso, ma ciò è riduttivo ed improprio; esiste, nella croce, un aspetto trinitario che la teologia contemporanea chiama appunto il dolore di Dio. È il mistero di un Dio che non ha paura di rivelarsi debole e impotente, dominato dall'amore che porta a subire l'offesa della prepotenza umana, anziché reagirvi; è il mistero di un Dio che fa scandalo. La tradizione ebraica, commentando e attualizzando la parola della Scrittura riguardante la stipulazione dell'alleanza tra il Signore e il popolo di Israele (Es 19,1-8), si era già decisamente orientata in questa direzione. Nel grande discorso introduttivo si legge. « Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: "Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all' Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me » (Es 19,3-4). Commenta Alberto Mello: « Che cosa significa "portare su ali di aquile"? Gli esegeti moderni tradurrebbero, forse, con "portare in un baleno", ma gli antichi scavano di più nella metafora. Cominciamo dalla Mekhilta [ossia un noto commento giudaico al libro dell'Esodo]: "In che cosa si distingue l'aquila da tutti gli altri uccelli? Nel fatto che tutti gli uccelli tengono i loro piccoli tra le zampe, perché temono che un altro uccello possa volare più in alto [lett. 'sul loro dorso']. Ma l'aquila teme soltanto l'uomo, che possa scagliarle una freccia, e ritiene preferibile che la freccia entri in lei piuttosto che nei suoi figli" » (Bahodesh). L'aquila è l'uccello che vola più in alto di tutti, quindi non ha da temere altri uccelli rapaci che possano volare più in alto di lei. L'unico pericolo dal quale deve guardarsi viene dal basso. Rashi [ossia il rabbino Shelomoh Jizhaqi di Troyes in Francia, 1040-1105] riprende questa interpretazione quasi alla lettera, ma aggiunge, attualizzando il comportamento dell'aquila in quello divino: « Dio disse: Anch'io faccio così (come l'aquila). E l'angelo di Dio parti... e venne tra l'accampamento egiziano e quello di Israele (Es 14,19-20). Gli egiziani scagliavano frecce e pietre con balestre, e la nube le riceveva ». Le riceveva Dio, per risparmiare i suoi figli! Dalla metafora dell'aquila si giunge pertanto all'affermazione teologica di un Dio che soffre a causa dei suoi figli e al posto loro, come spiega la Mekhilta poco prima, interpretando Is 63,9: « In ogni loro angustia egli [Dio] fu angustiato ». Ciò vuol dire, in altri termini, che ogni azione di protezione o di liberazione di Israele comporta una sofferenza divina: è Dio che ne paga il prezzo, come l'aquila che prende le frecce su di sé, facendo scudo ai suoi piccoli. [...] Una semplice metafora, che probabilmente doveva significare la facilità e la rapidità del viaggio attraverso il deserto, diventa invece un locus theologicus della comunione che si è stabilita tra Dio e il suo popolo: una comunione che va fino al sangue, fino al dono della vita dell'uno per gli altri, la comunione di un padre o di una madre verso i suoi figli ». Giovanni Paolo Il, nell'enciclica Dominum et vivificantem, del 18 maggio 1986, che tratta della persona dello Spirito Santo e della sua missione nel mondo, afferma: «Nell'Antico Testamento più volte si parla del "fuoco dal cielo", che bruciava le oblazioni presentate dagli uomini. Per analogia si può dire che lo Spirito Santo è il "fuoco dal cielo", che opera nel profondo del mistero della croce. Provenendo dal Padre, egli indirizza verso il Padre il sacrificio del Figlio, introducendolo nella divina realtà della comunione trinitaria. Se il peccato ha generato la sofferenza, ora il dolore di Dio in Cristo crocifisso acquista per mezzo dello Spirito Santo la sua piena espressione umana. Si ha così un paradossale mistero d'amore: in Cristo soffre un Dio rifiutato dalla propria creatura: "Non credono in me!"; ma, nello stesso tempo, dal profondo di questa sofferenza - e, indirettamente, dal profondo dello stesso peccato "di non aver creduto" - lo Spirito trae una nuova misura del dono fatto all'uomo e alla creazione fin dall'inizio. Nel profondo del mistero della croce agisce l'amore, che riporta nuovamente l'uomo a partecipare alla vita che è Dio stesso» (DV 41). Qualcuno potrebbe obiettare che attribuire dolore a Dio significa fare dell'inedito antropomorfismo. Ma la vera questione è un'altra, e riguarda non solo Dio, ma ancor più il popolo di Dio. Scrive a questo proposito Enzo Franchini: « Lo scandalo non sta nell'attribuire un cuore a Dio. Sta in una rappresentazione impropria che, forzandone magari i tratti, si potrebbe delineare così: l'Amore non è amato, dunque stringiamoci noi, i pochi buoni, attorno a lui, perché non veda i tanti cattivi che lo insultano. In quanto ai cattivi, non resterebbe che deprecarli, abbandonarli alloro destino pravo. [Ciò] suppone appunto che si possa noi dare a Dio quello che gli altri gli negano, quasi dispensando gli altri dal loro contributo, visto che, in fin dei conti, il conguaglio viene comunque versato. Terribili queste supposte equazioni contabili in vista di riequilibrare una sorta di astratta bilancia dei pagamenti ». Dio soffre non come persona lesa, nella sua maestà divina, dal peccato umano. Il crocifisso dimostra che Dio soffre perché ama l'uomo e si fa solidale con lui; Dio soffre perché l'uomo, peccando, si perde ed egli non vuole perderlo. Partecipare all'opera di mediazione e riparazione significa, allora, non allontanarsi dalla realtà, lamentandone il disordine e invitando i « giusti » a non prendervi parte; ma farsi solidale con l'uomo e il mondo. Tale è l'ottica in cui Maria si pone a La Salette: « Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra: [...] Avete mai visto del grano guasto, figli miei? No, Signora, rispondono. Ma tu, figlio mio, lo devi aver visto una volta con tuo padre, verso la terra di Coin. Il padrone del campo disse a tuo padre di andare a vedere il suo grano guasto. Vi andaste tutti e due, prendeste in mano due o tre spighe, le stropicciaste e tutto cadde in polvere». È molto significativo quanto scrive il preposito generale della Compagnia di Gesù, Hans Peter Kolvenbach: « In questo periodo di odio e di violenza, di ingiustizia e discriminazione, la riparazione dovuta al Signore trova la sua autenticità nell'attenzione al povero, nella promozione della giustizia, nell' amore dei più piccoli, nel rispetto della vita ». Maria, a La Salette, si mostra vera Madre della compassione e della riparazione. Ella, pur essendo « del cielo», avvolta della luminosità di Dio, è spinta a condividere la situazione dell'uomo contemporaneo e piange. «Gloria e tristezza caratterizzano una presenza che, pur appartenendo alla sfera di Dio, esprime profonda partecipazione e un grande coinvolgimento emotivo nei confronti della vicenda umana.[...] Affiora, lungo tutto il messaggio, uno stile che dice incisivamente come la missione nasca da un'attenzione che trafigge il cuore ». La solidarietà che si esprime nella compassione e nella riparazione non è, quindi, una benevola attenzione del giusto nei confronti del peccatore; a La Salette Maria arriva a dire: « Da quanto tempo soffro con voi! ». La solidarietà compassionevole è confessione delle colpe che si trasforma in intercessione; la Vergine, infatti, continua: « Se voglio che mio Figlio non vi abbandoni, mi è stato affidato il compito di pregarlo continuamente per voi ». L'intercessione è suscitata dall'Amore trinitario e chiama gli uomini, nessuno escluso, a vivere la vita divina, per farne dei credenti: chi intercede diventa anima di chi non ha anima, diventa voce di chi non ha voce, perché chi non ha anima né voce ritrovi dentro di sé la capacità di ritornare a Dio. E quanto Maria fa a La Salette: ella trasforma il vissuto di morte sperimentato dalla gente del luogo e che si traduce in rivolta contro Dio (« Coloro che guidano i carri non sanno imprecare senza il nome di mio Figlio. [...Quando] trovavate [patate] guaste, bestemmiavate il nome di mio Figlio. [...] D'inverno, quando non sanno che fare, vanno a messa solo per burlarsi della religione. In Quaresima vanno alla macelleria come i cani »), in momento favorevole di riconciliazione (« Se si convertono, le pietre e le rocce si tramuteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi. [...] Gli altri faranno penitenza con la carestia. [...] Al ritorno, quando eravate a mezz'ora da Corps, tuo padre ti diede un pezzo di pane dicendoti: "Prendi, figlio mio, mangia ancora del pane quest'anno" »). Non può dunque esistere intercessione senza missione per rinnovare il genere umano e avvicinarlo alla vita trinitaria, in vista della costruzione della civiltà dell'amore. Non può esistere un'offerta di sé che non abbia come obiettivo la vita del mondo. Maria, infatti, dice a La Salette: « Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante che non posso più sostenerlo. (...) Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi ». Prosegue Enzo Franchini: «La solidarietà con i maledetti, assunta per avere in noi i medesimi sentimenti che furono in Gesù Cristo, obbliga ad una organizzazione della vita spirituale molto più etero-centrata che non motivata dalla propria salvezza personale. [...] La riparazione è sacerdotalità, esige dunque una dedizione interiore fattiva al servizio degli altri, fosse pure con la sola preghiera; il che comporta una caratterizzazione abbastanza netta, ad esempio, rispetto all'ascetismo monastico, visto che il monastero è nato soprattutto come scuola (od officina) dove imparare il dominio di sé per il servizio di Dio. Un'altra volta, la riparazione è meno incentrata sulla crescita individuale, per essere invece rappresentata dagli altri, a nome dei quali esercitare una specie di avvocatura, un ministero quasi di paracliti. [...] Si serve l'uomo perché l'uomo è amato da Dio e perché la sua conversione è la festa del Padre». Maria chiude la sua apparizione dicendo: « Ebbene, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo. Andiamo, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo ». E’ la speranza che nasce dalla certezza che il servizio della riparazione è forte della potenza di Dio, e pertanto non lavora né costruisce invano. La grazia de La Salette è, dunque, la riscoperta della vocazione battesimale ad essere, in Cristo crocifisso, popolo riconciliato con Dio che si fa, in compagnia di Maria, germe vivente di unità fraterna e di solidarietà reciproca con gli uomini e l'intero creato, letto nella sua più profonda valenza simbolica di « regno di Dio », luogo della vita e della benedizione definitiva del Benedetto per eccellenza, Gesù, figlio di Abramo, figlio di Adamo, figlio di Dio.

4. LA « REGOLA DI VITA » DEI MISSIONARI DI NOSTRA SIGNORA DE LA SALETTE

Il cammino che abbiamo fin qui percorso permette di affermare con chiarezza che la spiritualità salettina affonda le sue radici nell'incarnazione, cioè nella persona e nella prassi storica di Gesù, e nel pellegrinaggio di fede di Maria, perfetta discepola, che lo segue sulla via della salvezza. In altre parole, la grazia de La Salette si inserisce nell'unica spiritualità cristiana. Questa, infatti, è, come abbiamo avuto modo di capire, la relazione vissuta con il Cristo all'interno della storia, della cultura e della comunità ecclesiale, nella testimonianza dei suoi valori e dei suoi insegnamenti, assunti come fonte dinamica dello sviluppo personale e comunitario. L'evento de La Salette, in quanto approvato dalla Chiesa, chiama il battezzato (e il consacrato) a vivere questa relazione con Cristo attraverso alcune « piste » preferenziali, che ne costituiscono come le chiavi di accesso e gli snodi fondamentali. Essi sono: - la solidarietà illimitata con ogni uomo e ogni donna e l'inserzione attiva nella storia; - la sacramentalità della propria esistenza, in quanto reale « estensione » e manifestazione temporale del mistero dell'incarnazione, perché « l'umanità dell'uomo è il luogo in cui Dio si fa presente nella nostra esistenza quotidiana, come il Padre buono e accogliente, che salva e riempie di vita »; - la vocazione alla mediazione della grazia riconciliatrice nell'esercizio sacerdotale (battesimale e ordinato) della liturgia e dell'apostolato per vivere e testimoniare, nell'offerta di sé, il primato di Dio e della sua azione salvifica nel mondo e per il mondo; - l'essere, con la vita e la parola, denuncia profetica, «voce critica», rib fatto carne, di qualunque tipo di infedeltà all'alleanza perpetrato sia all'interno del popolo di Dio che al suo esterno, in spirito di solidarietà fraterna, per testimoniare la riconciliazione e la speranza; - con la stessa dedizione che Maria visse e alimentò nei confronti del Signore e insieme a lei, maternamente vicina al popolo di Dio (VMFIS 36). È possibile ritrovare questi elementi nella Regola di vita dei Missionari di Nostra Signora de La Salette. Essa è frutto del rinnovamento spirituale e culturale della vita religiosa promosso dal Concilio Vaticano Il, ed esprime il carisma dell'istituto. Alla luce dell'apparizione la congregazione vuole vivere: - la solidarietà con gli uomini e l'attiva inserzione nella loro storia. Leggiamo infatti: « Animati dallo Spirito Santo che ha spinto il Figlio di Dio a vivere la nostra condizione umana e a morire sulla croce per riconciliare il mondo al Padre, vogliamo essere, alla luce dell'apparizione di Nostra Signora de La Salette, i servitori devoti del Cristo e della Chiesa per la realizzazione del mistero della riconciliazione. [...] Le nostre comunità devono essere segni vivi dell'amore di Cristo. Saranno aperte e accoglienti verso tutti. La nostra ospitalità sarà la testimonianza del desiderio e della gioia di condividere la nostra vita e di essere a servizio di tutti. [...] Cristo è venuto a portare il lieto messaggio della liberazione a tutti gli uomini; ha riservato una particolare preferenza per i poveri e gli oppressi. Maria, a La Salette, si è servita dei piccoli e degli umili per far giungere il suo messaggio a tutto il suo popolo. Anche noi, nelle diverse attività apostoliche in mezzo al popolo di Dio, andremo di preferenza verso i più abbandonati di questo mondo e verso coloro che sono lontani da Dio e dalla Chiesa » (RdV, prima parte, nn. 4.21.25); - la condivisione battesimale della natura sacramentale della Chiesa: « In seno al popolo di Dio, noi, Missionari di Nostra Signora de La Salette, formiamo una congregazione religiosa e apostolica, dedita al ministero della riconciliazione. [...] Incorporati alla Chiesa dal nostro battesimo, partecipiamo alla sua missione. Mediante la professione dei voti pubblici di povertà, di castità e di obbedienza, ci consacriamo, con nuovo titolo, a questa missione e ci impegniamo a vivere in una comunità religiosa che sia segno del regno di Dio. [...] La nostra Congregazione è chiamata a essere un segno e uno strumento dell'opera della riconciliazione realizzata da Cristo e alla quale Maria è tanto strettamente associata, come ella stessa ci ricorda nella sua apparizione » (RdV, prima parte, nn. 1.3.22); - la vocazione alla mediazione della grazia riconciliatrice nella totale e sacerdotale dedizione di sé all'apostolato e alla liturgia per testimoniare nel mondo il « ministero della riconciliazione ». La Regola dice: « Il Cristo è la regola della nostra vita. [...] Tutti, padri e fratelli, secondo i diversi ministeri e attività a cui siamo chiamati, partecipiamo alla missione di riconciliazione che la Chiesa ha affidato alla congregazione. [...] Ci adoperiamo a mettere in luce i valori profondamente evangelici di preghiera, penitenza e zelo contenuti nel messaggio di Nostra Signora de La Salette, che ci chiama alla conversione. Noi per primi ci sforziamo di vivere questi valori affinché, sia con la testimonianza della vita che con la parola, portiamo gli altri ad aprirsi al vangelo che è nostra missione far conoscere a tutti. [...] Come risposta alla chiamata di Dio e per realizzare la preghiera di Gesù: «che siano una cosa sola... affinché il mondo creda», ci impegniamo a vivere insieme la nostra vocazione all'apostolato della riconciliazione. Uniti dalla medesima fede, dalla stessa speranza e animati dallo stesso Spirito, noi formiamo un cuor solo e un'anima sola in un'unica famiglia religiosa. Uniti dal battesimo, dalla professione dei consigli evangelici, dalla devozione a Maria, riconciliatrice dei peccatori, e dalla missione della nostra congregazione, è come comunità che noi siamo per il mondo i testimoni della presenza di Dio tra di noi e della forza del vangelo nel riunire in comunione fraterna uomini di ogni lingua, razza e nazione. [...] La croce de La Salette è il segno distintivo della nostra comunione di vita e di spirito, e della nostra missione apostolica» (RdV, prima parte, nn. 7.27.6.14-15; secondaparte, n. 6b); - l'essere, con la vita e la parola, denuncia profetica, « voce critica», rib fatto carne, di qualunque tipo d'infedeltà all'alleanza perpetrato sia all'interno del popolo di Dio che al suo esterno, in spirito di solidarietà fraterna, per testimoniare la riconciliazione e la speranza: « Ispirandoci al messaggio di Nostra Signora de La Salette ci applichiamo: -- alla riconciliazione dei peccatori e alla liberazione di tutti nella sottomissione alla volontà del Padre; -- al risveglio e all'approfondimento della fede nel popolo di Dio, affinché ogni realtà umana sia illuminata dalla luce del vangelo; -- all'annuncio della "buona novella" dove non è ancora conosciuta; -- alla promozione di una mutua comprensione e avvicinamento tra le varie religioni, nella carità e verità; -- alla lotta contro i mali che oggi compromettono il disegno salvifico di Dio e la dignità dell'uomo » (RdV, prima parte, n. 23); - con la stessa dedizione che Maria visse e alimentò nei confronti del Signore e insieme a lei, maternamente vicina nel pellegrinaggio della fede: « Fedeli alle nostre origini, professiamo un profondo amore a Maria, Madre di Cristo e della Chiesa. Con il nostro apostolato, seguiamo l'esempio della serva del Signore che fu costituita riconciliatrice in modo particolare ai piedi della croce. [...] E’ sull'esempio di Maria, "la cui vita è una regola di condotta per tutti", e la cui costante intercessione sostiene i nostri sforzi, che noi vogliamo vivere la nostra consacrazione religiosa. Impegnati a rispondere al richiamo che di continuo ci ripete con la sua apparizione, ci sforziamo di dedicarci interamente, come lei, la serva del Signore, alla persona e all'opera di suo Figlio » (RdV, prima parte, nn. 5.13). Infatti, il missionario della Vergine piangente, sia che evangelizzi le popolazioni in cui la Chiesa o è sconosciuta o non è radicata, sia che approfondisca la fede nel popolo di Dio (con la predicazione di ritiri spirituali e di missioni, con l'animazione dei centri di rinnovamento e dei gruppi di preghiera e di riflessione sulla vocazione cristiana, con l'aiuto ai movimenti che favoriscono la promozione umana e l'impegno apostolico, con il servizio ai santuari [specialmente quello de La Salette], con l'assunzione di parrocchie e cappellanie, con la formazione dei giovani, con la cooperazione nell'opera per l'unione delle Chiese), ritiene suo dovere, come apostolo della riconciliazione, di entrare più profondamente all'interno del suo mistero attraverso la preghiera, la meditazione, lo studio e il ministero (RdV, seconda parte, nn. 1.8.38). In questo dinamismo di apertura vitale alla riconciliazione, egli è in grado di approfondire la comprensione del mistero dell'alleanza tra Dio e gli uomini, della sua rottura causata dal peccato e delle conseguenze che ne derivano nella vita delle persone e delle società. Da questa sorgente egli trova la spinta alla solidarietà, per eliminare le cause profonde dell'alienazione dell'uomo e della sua separazione da Dio e dai fratelli (cioè la perdita del senso di Dio e della dignità della persona umana, la frattura tra la vita di fede e l'impegno temporale, l'odio, la violenza, le ingiustizie); per dedicarsi al ministero del sacramento della riconciliazione, sforzandosi di farne un incontro vivo con il Cristo che guarisce e salva l'uomo; per avvicinare, specialmente nelle parrocchie affidate all'istituto, soprattutto coloro che hanno abbandonato la Chiesa e ricondurli ad una partecipazione attiva alla vita della comunità ecclesiale (RdV, seconda parte, n. 39). Per cui si impegnerà ad essere disponibile verso tutte le persone in quanto tutte sono oggetto dell'amore di Dio; ad apprezzare la loro cultura e la loro identità, sforzandosi di inserirsi nei gruppi umani ai quali si rivolge, nell'intento di scoprirne tutte le ricchezze e tutti i valori per poi offrirli a Cristo unitamente a loro; a considerare sempre con spirito aperto i loro problemi e le loro difficoltà per contribuire a risolverli alla luce del messaggio evangelico (RdV, seconda parte, n. 40). Questa panoramica di testi non vuole assolutamente essere un'autocelebrazione, ma condivisione di una grande ricchezza: pur non impegnando la fede cattolica di tutta la Chiesa (un'apparizione non ha il valore di un dogma), essa vuole portare il popolo di Dio a riscoprire la grandezza della sua vocazione per la vita del mondo, indicando alcuni atteggiamenti fondamentali dell'esistenza credente. La Regola di vita afferma: «I Missionari lavorano sempre in stretta collaborazione con i laici, li ascoltano, condividono con loro le responsabilità. [...] Inoltre si prodigheranno per promuovere un'intensa vita ecclesiale caratterizzata da [...] un'attiva partecipazione dei laici alla vita della comunità [...] attraverso i vari consigli, ministeri e altri impegni » (RdV, seconda parte, nn. 52.45). In fondo, la meta del lungo cammino che è stato fin qui percorso altro non è se non l'approfondimento vitale della comunione che lega Cristo all'uomo e l'uomo a Cristo. Maria è colei che cerca e favorisce maternamente questa unione, e che a La Salette ricorda alla Chiesa di sempre la sua fondamentale vocazione di popolo sacerdotale offerto per la salvezza del mondo: « Ebbene, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo. Andiamo, figli miei, fatelo conoscere a tutto il mio popolo ».

Conclusione

Il linguaggio de La Salette, pur avendo quella forte valenza simbolica che si è cercato di far risaltare, può sembrare antiquato o addirittura « offensivo » per l'uomo contemporaneo. Che senso ha, infatti, parlare di « catene » del peccato, mancanza di patate e di grano, di morte, della disperazione che viene dal non avere un futuro... ad un uomo che sempre più si sperimenta come padrone e signore indiscusso della vita e della morte? Eppure, anche in campo laico, non mancano le voci profetiche che usano lo stesso linguaggio. Si pensi ad esempio al grido della cantautrice nera americana Tracy Champman: « You in your francy material world don't see the links of chain, binding, blood »: (« Tu, nel tuo elegante mondo materiale, non vedi gli anelli delle catene che avvolgono sangue »). L'uomo d'oggi, abbacinato dal suo orgoglio e dal suo egoismo, non vede le catene di sofferenza e d'ingiustizia che avviluppano il mondo nella sua interezza: è la denuncia aperta di Maria a La Salette: « Voi non ci fate caso ». Ecco allora che il grido profetico diviene quasi una necessità. Abbiamo bisogno di essere scossi per aprire gli occhi di fronte alle mille povertà del nostro universo, ma soprattutto per comprendere che l'indigenza del mondo postindustriale è difficile da decifrare, perché spesso riveste un carattere collettivo e allargato ad ambiti relazionali, civili, culturali e spirituali. La lista dei paesi più poveri del mondo comprende attualmente ventun nazioni dell'Africa, otto dell'Asia, una del Pacifico e una nei Caraibi. La maggioranza degli abitanti di queste nazioni vive su di un'agricoltura che garantisce appena la sussistenza. Il loro reddito pro capite nazionale annuo è inferiore a 100 dollari Usa (1968). Il 20 per cento della popolazione soffre la fame. La vita media è inferiore ai cinquant'anni, l'analfabetismo supera il 60-70 per cento. A ciò si aggiungono le statistiche fornite dall'Organizzazione mondiale della Sanità che indicano in un 10 per cento della popolazione mondiale le persone che soffrono a causa di qualche forma d'invalidità. Si calcola che gli handicappati nel mondo siano circa mezzo miliardo, e che al primo posto dei fattori invalidanti si trova la malnutrizione, cioè 100 milioni di persone sono handicappate a causa della fame cronica. Scrive Paolo Cosci: « Alla base di tutte queste minorazioni non c'è il destino o il caso, tanto è vero che esse non colpiscono indistintamente le diverse classi sociali o i diversi paesi del globo. Non è certamente per caso, ad esempio, che le forme di invalidità multipla crescono in misura più proporzionale nei ceti più poveri di una popolazione, rispetto ai gruppi più socialmente ed economicamente emergenti ». In lacrime, Maria a La Salette dice: « Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa i bambini al di sotto dei setti anni saranno colpiti da tremito e morranno tra le braccia di coloro che li terranno ». La sofferenza e la morte portano sempre con sé lo scandalo, soprattutto quando colpiscono le persone indifese e deboli, ossia gli « innocenti ». Di primo acchito viene spontaneo puntare i riflettori su Dio, principio e causa di tutto: perché Dio permette ciò? Ma forse la domanda ha bisogno di una virata a centottanta gradi. Perché l'uomo non costruisce una società più equa? Perché i beni affidati a tutti gli uomini non vengono distribuiti con maggiore perequazione? Non è necessario andare così lontano, in India o in Africa, per venire a contatto con situazioni d'indigenza infantile. L'Istat nel suo rapporto annuale del 1994 ha rilevato che in Italia, nel Mezzogiorno, la povertà riguarda un numero rilevante di giovanissimi, quasi un povero su cinque ha meno di quattordici anni. Il fenomeno della presenza di bambini in condizione di povertà assume toni paurosi. Infatti, in alcune aree del Mezzogiorno il 21,5 per cento dei bambini fino a cinque anni e il 24,4 per cento dei bambini dai sei ai tredici anni vivono in condizioni di estrema povertà. Non solo, ma mentre in Lombardia il 77 per cento dei bambini ha fatto almeno una vacanza in un anno, in alcune regione del sud, ad esempio Calabria e Sicilia, tale percentuale arriva solo al 25 per cento. Di fronte a tutto ciò nasce una domanda: chi può salvare l'uomo? Non certamente l'uomo da solo, perché « l'istinto del cuore umano è incline al male fin dall'adolescenza» (Gn 8,21). Non basta auspicare l'avvento di nuove dottrine filosofiche o antropologiche, oppure pensare semplicemente a nuovi sistemi economici, per cambiare le sorti di questa umanità incatenata. C'è bisogno che l'uomo si riconosca immagine di Dio, di quel Dio che è Trinità, cioè Amore traboccante che genera distinzione, e nella distinzione comunicazione di amore e promozione dell'altro. Ecco allora che l'antiquato linguaggio di Maria a La Salette diviene grido profetico per l'uomo d'oggi: non c'è giustizia, non c'è amore, non c'è salvezza per l'uomo se non si passa attraverso il crogiolo della croce, simbolo per eccellenza del dono di amore totale per gli altri. L'invito a inoltrarsi nei sentieri tortuosi della penitenza, del silenzio, per nutrirsi della parola, è un invito a stare con Maria sotto la croce. E’ da questa prospettiva che il mondo viene assunto in un'ottica rivoluzionaria, perché lo si guarda con gli occhi del Crocifisso: non più i potenti, i ricchi... ma i poveri, gli abbandonati, i malati, i peccatori, in una parola gli ultimi. In tal senso, però, non ci si fa prossimo degli altri se non riconoscendosi « figli dispersi », bisognosi di essere radunati sotto l'influsso dello Spirito, nel tempio che è Gesù Cristo, sottomettendosi alla logica misericordiosa del Padre. Una nota spirituale essenziale emerge allora per chi si lascia guidare dalla Vergine apparsa a La Salette: manifestare il volto misericordioso di Dio attraverso lo sguardo, la parola, l'azione, seguendo l'esempio della « serva del Signore » che fu costituita riconciliatrice ai piedi della croce. Il missionario, il «convertito» da Nostra Signora de La Salette è l'uomo della compassione, l'uomo che fa sue « le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi » (GS 10). E’ l'uomo di cui non si può avere timore perché la sua solidarietà col mondo non è superficiale, ma affonda le sue radici nella fondamentale solidarietà di Cristo con l'umanità di quel Cristo Gesù che, « pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini » (Fil 2,5-7).In una parola, La Salette è segno ovvio della misericordia accogliente di Dio. Una sentenza rabbinica afferma: « Chi è misericordioso verso le creature è di sicuro della stirpe di Abramo. Chi invece non è misericordioso verso le creature, non è di sicuro della stirpe di Abramo». In Gesù la misericordia riversata su Abramo si è fatta carne essa stessa, progetto storico (ed eterno) di unità e di fraternità. E Maria, nella quale la comunità cristiana stessa si riconosce, dice di lui: « Fate quello che vi dirà » (Gv 2,5).

 

 

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