Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.

 

Condividi su...

FacebookTwitter

Privacy Policy

Per visualizzare l'informativa sulla Privacy Policy clicca qui

Facebook

Comunità Israele

Comunità di Israele Tao


Per saperne di piu' sull'associazione clicca qui.



La Nuova Evangelizzazione, che, ancora oggi nel terzo millennio è oggetto di tavole rotonde, dibattiti, conferenze, convegni, per la maggior parte dei cristiani praticanti è ancora considerata come una opzione, e non come una necessità urgente e possibile. Noi crediamo che per realizzarla sicuramente occorre da parte di tutto il popolo di Dio, come ci ricordava spesso Giovanni Paolo II, “un nuovo ardore, nuovi metodi e nuove espressioni”. L’Italia e l’Europa, anche se già evangelizzate, hanno bisogno di essere rievangelizzate. I battezzati hanno bisogno di essere rievangelizzati. Il mondo ha bisogno di speranza e non ci saranno grandi segni di speranza fino a quando, noi cristiani del XXI Secolo, non sapremo testimoniare un’esistenza bella, arricchita dalla gioia dei salvati, dall’amicizia e non prenderemo sul serio il comando di Gesù “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). “Andate, ammaestrate tutte le nazioni”, battezzate, insegnate, osservate “tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20), “siate testimoni” (At 1,8), “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), “amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,12). Come membra vive dell’unico Corpo di Cristo vogliamo

  • essere testimoni di speranza: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,1-3).
  • contribuire con tutte le nostre forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua continua ascesa nella santità (cfr. LG n°33)
  • far si che ogni cosa abbia Cristo come capo e Dio sia tutto in tutti (Ef 1,10;1 Cor 15,28)
  • e con Maria Regina della Pentecoste portare il fuoco dell'evangelizzazione in tutto il mondo e ad ogni creatura (anche agli audiolesi)

perché lo Spirito di Dio “ Ruah” soffio vitale, possa fare di ognuno di noi delle creature “realmente viventi”, nel corpo e nello spirito.


Per saperne di piu' clicca qui.

  • Cercaci su Facebook
  • Guarda il canale YouTube
  • iscriviti

P. Giuseppe Tissot

 

L’arte di utilizzare le proprie colpe

secondo S. Francesco di Sales

Se desideri leggere tutto il clicca qui.

Capo III

NON SCORAGGIARSI

ALLA VISTA DELLE PROPRIE COLPE

 

1 - Non bisogna mai disperare, poiché la speranza è quella che salva l'anima dai naufragi della vita.

Un pio sacerdote faceva gli esercizi sotto la guida del P. Roothan. A metà corso, l'illustre Gesuita fu improvvisamente chiamato a Roma, dove poco dopo fu eletto Generale 'della Compagnia. Si era già accomiatato dai confratelli e messo per via, quando tornò indietro come sorpreso, entrò nella camera dell'esercitante e gli disse: "Signor abate, dimenticavo di farvi una raccomandazione di somma importanza: Qualunque cosa avvenga, non vi scoraggiate mai, mai!".

Parole d'oro che bisognerebbe ripetere a tante anime! S. Giovanni Crisostomo non si stancava di insistere: "Non disperate mai! Ve lo ripeterò in tutti i discorsi e in tutte le conversazioni; e se mi ascolterete sarete guarito! - La nostra salvezza ha due mortali nemici: la presunzione, quando si è innocenti, e la disperazione, dopo la caduta: la più terribile è però la disperazione" (1). Difatti, aggiunge S. Paolo, noi siamo stati salvati per la speranza (Rm 8, 24). Questa virtù è come una forte catena che pende dal cielo, per tenervi unite le anime; basta che esse si tengano attaccate perché, a poco a poco, le innalzi ad altezze sublimi e le sottragga alle bufere della vita presente. Ma se l'anima, vinta dall'abbattimento, abbandona quest'àncora di salvezza, tosto cade e precipita nell'abisso del male.

"Il nostro perfido avversario lo sa bene, e quando ci vede angosciati dal sentimento delle nostre colpe, ci si precipita addosso e getta nei cuori pensieri di disperazione più opprimenti del piombo. Se noi li accogliamo, il peso ci trascina, ci sfugge di mano la catena di salvezza e precipitiamo in fondo alla voragine" (2).

2 - Doppia tattica del demonio verso le anime.

Purtroppo l'esperienza conferma queste ultime parole! La maggior parte delle colpe non riparate che hanno causato scandali nella Chiesa, e in più quelle che solo gli Angeli di pace conoscono e piangono, furono cagionate dallo scoraggiamento. Senza di esso, con un pentimento fiducioso, niente sarebbe andato perduto. E invece, il demonio della disperazione, dopo una caduta, che spesso non fu che sorpresa, si insinuò nell'anima turbata e, adducendo mille argomenti, l'uno più scoraggiante dell'altro, finì coll'inoculare l'esasperante pensiero di Caino: Il mio peccato è troppo grande e non posso sperare perdono (Gn 6, 13).

Da questo momento, nota S. Paolo, il principe delle tenebre diventa padrone dell'anima; la conduce, la spinge, la precipita dove vuole: operatur in filios diffidentiae (Ef 2, 2), essendo riuscito a comunicarle due delle sue più diaboliche qualità l'allontanamento da Dio, a causa del peccato, e la paura di Dio, a causa dello scoraggiamento. E non crediamo che tale tentazione venga solo dopo le colpe gravi. Lo spirito di menzogna l'usa come arma tanto più terribile, quanto più dissimulata, anche contro l’anima virtuosa, dopo le più leggere cadute; e se proprio non riesce a trascinarla nell'abisso della disperazione, almeno la paralizza sulla via del bene, la disorienta, ne affievolisce le forze e presto la fa decadere dal fervore, per piombarla nella malinconia e nel rilassamento. Tutto diventa pesante, "non si ha più la premura di riparare le cadute e ne risulta una vera e propria tiepidezza..." (3) con conseguenze quasi irreparabili.

Le nostre colpe, e specialmente le più comuni, danno a Satana il destro per ottenere questo risultato e se, come è stato giustamente osservato (4), nella guerra contro la speranza, lo spirito infernale cerca di trasfigurarsi in angelo di luce (2 Cr 11, 14), non gli riesce difficile vincere la partita, contrapponendo alle continue ispirazioni della grazia le numerose nostre infedeltà, ai benefici divini le nostre ingratitudini e ai nostri propositi la mancanza di costanza.- Non è forse giusto, grida l'anima scoraggiata, che Dio si stanchi e faccia seccare la sorgente degli aiuti di cui io abuso? Egli mi abbandona e ne ha tutte le ragioni. E tempo che rinunzi a una impresa che le mie ricadute hanno dimostrato essere superiore alle mie forze. Finora ho avuto troppa presunzione di Dio e dì me stessa. A che serve esaurirmi in sterili sforzi e ritentare tutti i giorni, senza alcun risultato, la conquista impossibile di una santità irraggiungibile? Ormai l'esperienza mi dimostra fino all'evidenza che questi ideali sono inaccessibili alla mia debolezza. A che pro far sempre propositi, quamdiu ponam consilia in anima mea, per sentir poi il dolore di non averli mantenuti durante la giornata, dolorem in corde meo per diem, e dare al nemico motivo di rallegrarsi delle mie cadute, usquequo exaltabitur inimicus meus super me? (Sal 12.2-3).

O anima scoraggiata, non son tanto le vostre colpe che rallegrano il nemico, quanto invece l'abbattimento che ad esse fate seguire e la sfiducia nella divina misericordia in cui vi gettano. "Ecco, dice il Venerabile P. Claudio de la Colombiere, ecco il peggior male che possa incogliere una creatura. Se uno riesce a difendersi da tale disgrazia, può star tranquillo che supererà anche le altre e ne potrà anzi trarre grandi vantaggi. Tutto il male che potete aver fatto è un nulla in confronto a quello che fate mancando di confidenza. Dunque abbiate sempre fiducia: ve lo comando con tutto il potere che mi avete dato sopra di voi. Se mi obbedirete su questo, io vi garantisco la conversione" (5).

4 - Molto opportunamente la Chiesa presenta al nostro secolo scoraggiato il Dottore incoraggiante per eccellenza.

Tali consigli riescono quanto mai opportuni ai nostri giorni. "La nostra è l'epoca degli scoraggiamenti e degli scoraggiati" (6), e questo male oltre a paralizzare tanti caratteri ottimi e bene intenzionati delle sfere politiche e sociali, esercita un'azione ancor più deleteria nelle anime, anche fra quelle che più desiderano piacere a Nostro Signore. Ma fortunatamente la divina Sapienza, dice S. Agostino, possiede il segreto di offrire agli uomini, secondo le diverse circostanze, i rimedi adatti alle loro necessità (7). Essa ha fatto vivere, parlare e scrivere nel secolo XVII, al momento in cui divenivano di moda le esasperanti dottrine giansenistiche, Francesco di Sales, che è il Dottore animatore per eccellenza, e lo ha fatto proclamare Dottore della Chiesa proprio nell'ora più scoraggiata d'uno dei secoli più abbattuti (il secolo XIX). Tutto negli scritti dell'amabile Santo, solleva e rianima; e come S. Bernardo sfidava i suoi uditori a trovare qualcosa di severo nella fisionomia evangelica e tradizionale di Maria SS.ma, così si potrebbe sfidare i lettori di S. Francesco di Sales a scoprire in lui qualcosa che possa permettere anche al più grande peccatore, un solo istante di abbattimento.

5 - Per non cadere nel rilassamento, occorre un coraggio a tutta prova.

Ora, dice l'eminente P. Faber (8), "la più dolce di tutte le più soavi dottrine che S. Francesco di Sales, divinamente ispirato, ci ha insegnato, è quella che riguarda il punto di vista da cui dobbiamo metterci per giudicare bene le nostre colpe".

Egli innanzitutto, sostiene in modo assoluto che non bisogna mai perdersi di coraggio dopo una caduta, qualunque essa sia. "O cielo! bisognerebbe piuttosto morire che offendere coscientemente e deliberatamente il Signore! Ma se tuttavia cadiamo, è molto meglio perdere tutto il resto che non il coraggio, la speranza e le buone risoluzioni" (9). "Se vi accade di commettere qualche mancanza, umiliatevi e ricominciate. - Ma, direte voi, in tal modo, non vi correggete abbastanza energicamente delle vostre imperfezioni. - Sapete che vi ho detto più volte che dovete amare tanto la pratica della fedeltà verso Dio come quella dell'umiltà: della fedeltà, per rinnovare il proposito di servire la divina Bontà, tutte le volte che lo trasgredite; dell'umiltà, per riconoscere la vostra miseria ed abiezione quando lo violate" (10). - "Servire bene Dio, significa essere caritatevole verso il prossimo, avere la ferma risoluzione di seguire la volontà di Dio, avere l'umile disposizione e semplicità di affidarsi a Dio, rialzarsi tutte le volte che si cade, e sopportare se stessi nelle proprie miserie e gli altri nelle loro imperfezioni" (11). - "La fragilità non è un gran male, purché venga sostenuta da un costante coraggio, ch'io vi scongiuro d'avere" (12).

"Non dovete scoraggiarvi, ma impiegare invece, con dolce fermezza, tutto il tempo e la cura necessaria per guarire l'anima dal male che possa aver ricevuto in questi assalti" (13). - "Le nostre imperfezioni non devono piacerci, ma farci dire col grande Apostolo: O me infelice! chi mi libererà da questo corpo di morte? (Rm 7, 24) Però non devono neppur meravigliarci o scoraggiarci, ma infonderci sommissione, umiltà, diffidenza di noi stessi, e mai scoraggiamento o amarezza di cuore, e tanto meno il dubbio sull'amore che Dio ci porta. Non già che Dio ami le nostre imperfezioni e peccati veniali, ma ama noi, nonostante queste deficienze. Come una madre pur provando dispiacere per la debolezza e infermità del suo bambino, non cessa di amarlo, ma anzi l'ama con più tenerezza e compassione; così Dio, benché gli dispiacciano le nostre imperfezioni e peccati veniali, tuttavia continua ad amarci teneramente. Perciò Davide aveva ragione di dire al Signore: Abbiate, o Signore, pietà di me, perché sono infermo" (14).

"Bisogna, care figlie, essere molto generose... e aver grande coraggio per disprezzare le nostre inclinazioni, umori, bizzarrie e sensibilità, mortificandole costantemente in ogni assalto. Se tuttavia ci scappano delle mancanze, non arrestiamoci, ma ravviviamo il coraggio per poter essere più fedeli alla prossima occasione, facendo un passo in più nella via di Dio e nella rinunzia di noi stessi" (15).

"Per non stancarsi occorre un coraggio a tutta prova con noi stessi, perché resterà sempre qualcosa da fare o da togliere... Avete mai visto coloro che si addestrano al maneggio delle armi? Essi sbagliano sovente. Così pure quelli che imparano a cavalcare; ma non per questo si dan per vinti, perché altro è restar qualche volta sopraffatti e altro esser vinti" (16).

"Il diffidare di voi stessa è cosa buona, finché vi serve di fondamento per confidare in Dio; ma se diventa causa di qualche scoraggiamento, inquietudine, dispiacere o malinconia, vi scongiuro a rigettarla come la peggior tentazione. Non permettete mai al vostro spirito di disputare o replicare in favore dell'inquietudine o abbattimento d'animo cui vi sentite portata... anche se si presenta sotto il pretesto specioso dell'umiltà" (17).

Da tutti questi brani si vede come S. Francesco di Sales combatteva lo scoraggiamento, andando direttamente alle cause. Perché uno si scoraggia? O perché esagera la propria debolezza, o perché misconosce la misericordia di Dio, o, più sovente, per tutt'e due i motivi.

Questo, sia detto di passaggio, è un fenomeno strano, ma purtroppo comune: il peccatore cade perché dimentica la propria debolezza ed esagera la misericordia di Dio. Dopo la caduta, questi due sentimenti rinascono, ma in senso inverso: il riconoscimento della propria debolezza prende proporzioni smisurate e avviluppa l'anima in un manto di tristezza e di confusione opprimente; Dio invece, che un momento prima, venne offeso con tanta audacia perché si presunse del suo perdono, ora appare come un vendicatore inesorabile. L'anima colpevole ha paura di Lui e sente vergogna di se stessa, e se non reagisce alle due funeste tentazioni, finisce col rinunciare vilmente alla lotta, e anziché liberarsi dai lacci del peccato, gli si abbandona ignobilmente in braccio.

Lo scoraggiamento è quella capitolazione della volontà, quella specie di proposito a rovescio che spesso ha per conseguenza l'impenitenza finale.

6. - Il cuore di Dio è sempre largo e pronto al perdono.

Ora il santo Dottore cerca di guarire queste disposizioni generatrici di scoraggiamento, suggerendo altre disposizioni contrarie. All'anima desiderosa di santificarsi, fa comprendere che si mette per un cammino lungo e faticoso, che la sua debolezza è in completa sproporzione con le difficoltà del viaggio; ma nello stesso tempo le insegna che può tutto. in Colui che la fortifica, tanto prima come dopo le cadute, e le mostra un Dio dal cuore largo e sempre pronto al perdono e dal braccio potente per sostenerla.

"La solitudine ha i suoi pericoli e il mondo ha le sue molestie: dappertutto occorre molto coraggio e dappertutto l'aiuto celeste è pronto a soccorrere quelli che han confidenza in Dio e implorano con umiltà e dolcezza la sua paterna assistenza" (18).

"Dovete rinnovare tutti i propositi fatti finora per correggervi; e benché abbiate constatato d'essere ancor impigliata nelle imperfezioni, nonostante le buone risoluzioni, non dovete abbandonar l'impresa, ma fondarla maggiormente sull'assistenza di Dio. Finché vivrete, troverete sempre delle imperfezioni e sempre molto da correggere. E’ perciò necessario che impariate a non stancarvi mai" (19).

"Orsù, state in pace !... Quando ci succede di violare la legge della santa indifferenza o per improvviso impeto dell'amor proprio o per altra passione, prostriamo subito il cuore davanti a Dio e diciamogli con spirito di confidenza e di umiltà: Signore, abbiate misericordia di me, perché son debole (Sal 6, 3). Indi rialziamoci con pace e tranquillità, riannodiamo il filo della santa indifferenza e continuiamo la nostra opera. Non bisogna strappar le corde o buttar addirittura via il liuto perché ci si accorge che è scordato; ma basta prestare orecchio per vedere donde proviene il disaccordo e pian piano tendere o rallentare le corde, secondo che l'arte richiede" (20).

"Vedendo che il monte della perfezione cristiana è altissimo, vi verrà voglia di esclamare: - Ah, mio Dio, come potrò salirlo? Coraggio, Filotea, le api nascenti, quando cominciano a prender forma, si chiamano ninfe, e, così come sono, non potrebbero volare sui fiori dei monti e dei colli vicini, per raccogliere miele; ma a poco a poco, nutrendosi del miele delle api madri, queste piccole ninfe mettono le ali e si rinforzano, in modo che poi volano per tutta la campagna in cerca di altro miele. Così è di noi: siamo nella divozione come api appena nate, né potremmo alzarci, secondo il nostro desiderio, a toccare le cime della perfezione cristiana; ma se cominceremo a concepire desideri e propositi santi, ci spunteranno presto le ali, e potremo sperare di essere un giorno api spirituali e di poter prendere il volo. Intanto però, viviamo del miele degli ammaestramenti lasciatici dagli antichi devoti, e preghiamo Dio a donarci ali di colomba, per poter volare non solamente nel tempo di questa vita, ma anche riposarci nell'eternità della vita futura" (21).

"Non si giunge mai a termine, e conviene sempre ricominciare, e ricominciare di buona voglia. La Scrittura dice che quando l'uomo avrà finito, sarà ancora da capo (Ecli 18, 6). Quel che abbiam già fatto è buona cosa, ma quello che cominceremo sarà migliore; e quando avremo finita questa, ne cominceremo un’altra che sarà ancora migliore, e così sempre, fin quando usciremo da questo mondo, per iniziare la nuova vita che non avrà termine, perché non ci potrà sopraggiungere nient'altro di meglio. Vedete dunque, mia buona Madre, che non c'è motivo di piangere quando l'anima si trova bisognosa; ma invece occorre essere risoluti ad andar sempre avanti senza mai fermarsi e tagliar netto, affondando il coltello, fino alle divisioni dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla (Eb 4, 12)" (22).

7. - Nelle lotte della vita sarà vincitore chi è sempre pronto a combattere.

"E’ sempre vero che per avere la perfezione non basta desiderarla, ma occorre acquistarla col sudor della fronte e a forza di lavoro!... - Ma io sono tanto imperfetto, - dite voi. Sarà verissimo, ma non scoraggiatevi per questo, e non pensate di poter vivere senza imperfezioni, perché sarà impossibile, finché sarete in questa vita. Basta che non amiate le imperfezioni e che non le lasciate vivere nel cuore, ossia che non le commettiate volontariamente e non vogliate perseverare in esse. Fatto questo, state tranquilla e non vi affannate per la perfezione che tanto desiderate: basterà che la raggiungiate in morte. Non restate dunque così timorosa, ma camminate con franchezza nella via di Dio: siete munita dell'arma della fede, e nulla potrà nuocervi" (23).

"Bisogna perciò essere coraggiosa e paziente, o Filotea, in questo lavoro (della purificazione dell'anima). Oh, come fanno pietà quelle anime che, vedendosi soggette a imperfezioni, dopo essersi esercitate per qualche tempo nella perfezione, cominciano a inquietarsi, turbarsi e scoraggiarsi, giungendo persino all'alternativa di lasciar tutto e tornare indietro!... Ma bisogna pure che, per poterci esercitare nell'umiltà, restiamo qualche volta feriti in questa battaglia spirituale! ma non saremo vinti se non quando abbiam perso il coraggio o la vita. Ora le imperfezioni e i peccati veniali non ci possono togliere la vita spirituale, poiché essa si perde solo per il peccato mortale; resta dunque solamente che esse non ci facciano perdere il coraggio. Liberatemi, o Signore, diceva Davide, dalla codardia e dalla pusillanimità. Che felice condizione è, in questa guerra, quella di poter essere sempre vincitori, purché non disertiate il combattimento!" (24).

8. - Una caduta, anche grave, non impedisce il progresso nella divozione.

Bisogna ammettere che, dando questi ammaestramenti, S. Francesco di Sales parlava a persone già più o meno avanzate nella perfezione, e che le colpe di cui scongiurava a non scoraggiarsi erano ordinariamente colpe veniali e imperfezioni. Tuttavia egli non esclude dai suoi soavi incoraggiamenti le anime più colpevoli, e a tutte, anche alle più macchiate di colpe gravi, rivolge le seguenti esortazioni, poggiato sempre sugli stessi motivi: "Nutrite la vostra anima di cordiale confidenza in Dio; e a misura che vi trovate circondata di imperfezioni e miserie, rianimate il vostro coraggio a ben sperare" (25). "Abbiate molta umiltà, perché è la virtù delle virtù, ma umiltà generosa e pacifica" (26).

"Voi preferireste certamente vedervi senza difetti, che non dover constatare d'essere sempre in mezzo a imperfezioni: e piacerebbe anche a me, poiché sarebbe come se fossimo in Paradiso. Ma quell'inquietudine che vi prende per non poter giungere già in questa vita a tal segno di perfezione, vi sospinge ad averne un dispiacere che non è puro per il fatto stesso che vi mette in agitazione. Odiate dunque le vostre imperfezioni in quanto sono imperfezioni; ma amatele in quanto vi fan vedere il vostro nulla e sono spinta all'esercizio e al perfezionamento della virtù e della misericordia di Dio" (27).

"Orsù, dobbiam dire (al nostro cuore, dopo una caduta), orsù, cuor mio, amico mio, in nome di Dio, fatti animo; camminiamo, badando bene a noi stessi e invochiamo il soccorso di Dio (28).

"Alcune cadute in peccato mortale, purché non si abbia intenzione di rimanervi a marcire e non si sia fatta acquiescenza nel male, non impediscono il progresso nella perfezione, la quale, benché si perda peccando mortalmente, si riacquista al primo sincero pentimento, specialmente se non si è rimasti a lungo in disgrazia di Dio... Non è bene perdersi di coraggio, ma conviene guardare con santa umiltà la propria debolezza, accusarla, domandarne perdono e invocare l'aiuto del cielo" (29).

9. - Il tempo, anche lungo, trascorso in peccato, non è motivo sufficiente per scoraggiarsi.

Si considerino bene le prime parole di quest'ultima citazione: Alcune cadute gravi, se non sono accompagnate da "acquiescenza nel male", ossia se esse non si cambiano in abitudine, oltre a non lasciar traccia di sé, dopo il perdono, non impediscono neppure che l'anima possa subito ricuperare il posto che aveva raggiunto prima nella perfezione. Sarà certamente un tempo d'arresto, un indietreggiamento, ma l'assoluzione o la contrizione perfetta neutralizzeranno ogni perdita e colmeranno ogni lacuna.

Ma, si dirà, se uno "fosse rimasto a lungo nel male" e fosse quasi marcito nel peccato mortale? Ebbene, siccome allora il tempo d'arresto e il regresso è stato più lungo, anche le perdite saranno evidentemente più gravi; ma non mai irreparabili. Col perdono rinasceranno i meriti precedenti, secondo le parole della Sacra Scrittura: in iustitia quam operatus est vivet (Ez 17, 22). Forse, per neutralizzare i cattivi effetti delle abitudini colpevoli contratte in questo tempo funesto, saranno necessari degli sforzi molto generosi; ma se uno accresce la sua fiducia in Dio proporzionatamente alle necessità create dall'essersi "addormentati nel male", al Signore sarà facile arricchire di nuovo e in un solo istante il povero. Confida dunque in lui e resta al tuo posto (30). Ecco perché il nostro Santo conclude: "Non bisogna mai perdere la fiducia, perché per quanto miserabili siamo, non lo saremo mai tanto quanto Dio è misericordioso con quelli che hanno volontà di amarlo e che in lui han posto la loro speranza" (31).

10. - Il timore ispirato dalla nostra debolezza dev'essere temperato da una fermissima confidenza in Dio.

Questi pensieri risalteranno ancor meglio nella seconda parte del nostro libro, quando il santo Dottore si servirà della vista delle nostre mancanze, per raddoppiarci la confidenza nella misericordia divina. Ma le citazioni e le riflessioni fatte sono sufficienti a precludere la porta alla disperazione in qualsiasi circostanza, e a dimostrare che la paura ispirata dalla conoscenza della propria debolezza, deve essere sempre moderata e dominata da una incrollabile confidenza in Dio. Il Santo insiste particolarmente sulla necessità e sui modo di unire queste due disposizioni: "Bisogna combattere sempre fra il timore e la speranza, in maniera però che la speranza sia sempre più forte, in considerazione dell'onnipotenza di Colui che ci soccorre" (32).

"Fate penitenza, ci dice S. Giovanni Battista, abbassate le montagne dell'orgoglio e riempite le valli della tiepidezza e della pusillanimità. Le valli che il glorioso Precursore vuole che si riempiano, non sono altro che il timore, il quale, quando è troppo grande, porta allo scoraggiamento, a causa delle colpe commesse. Riempite le valli, ossia sappiate riempire i vostri cuori di confidenza e di speranza, perché la salvezza è vicina. La vista delle proprie colpe porta con sé un certo qual orrore, uno spavento e un timore che fiaccano il cuore. Ecco le valli che bisogna riempire per la venuta del Signore" (33).

11. - Chi ricorre a Maria SS.ma non deve mai disperare.

"Santa Taide, rivolgendosi un giorno a S. Pafnuzio, gli diceva: Ah, Padre mio, che cosa devo fare? il ricordo della mia vita miserabile mi spaventa. Era stata una grande peccatrice ed era sempre piena di timori a causa dei peccati commessi. il buon Santo le rispose: Temete, ma sperate. Temete per paura di diventar superba e orgogliosa; ma sperate, per paura di cadere nella disperazione e nello scoraggiamento. Il timore e la speranza non devono mai andar disgiunti, tanto che se il timore non è accompagnato dalla speranza, non sarà più timore, ma disperazione, e la speranza senza il timore è piuttosto presunzione. Occorre dunque riempir le valli scavate dalla conoscenza delle imperfezioni e peccati commessi, con la confidenza unita al timor di Dio" (34).

S. Francesco di Sales, come se anche dopo morte abbia voluto continuare la guerra contro la disperazione, ha strappato al demonio stesso, una confessione piena di incoraggiamento per le anime colpevoli. Un giovane del Chiablese, da cinque anni posseduto dallo spirito maligno, fu condotto alla tomba del santo Vescovo di Ginevra, mentre era in corso il processo di Beatificazione. La liberazione si fece attendere diversi giorni, durante i quali Mons. Carlo Augusto di Sales e la veneranda Madre de Chaugy, fecero subire al disgraziato alcuni interrogatori presso la tomba del Santo. In una di queste circostanze, riferisce un testimone oculare (35), siccome il demonio raddoppiava le grida, e con crescente furore e confusione ripeteva: "Ah, ma perché devo uscire?", la Madre de Chaugy esclamò: "O santa Madre di Dio, pregate per noi! Maria, Madre di Gesù, veniteci in aiuto!". A tali parole lo spirito infernale intensificò ancora i suoi urli spaventosi e gridò: "Maria! Maria!... Ah, io non ho una Maria... Non proferir più questo nome, perché mi fa tremare. Ah, se io avessi una Maria come l'avete voi, io non sarei più quel che sono!... Ma io non ho una Maria!".

Tutti piangevano. "Ah, riprese il demonio, se io avessi un sol momento dei tanti che voi perdete, sì, un solo istante e una Maria, io non sarei più demonio!".

Ebbene! noi che viviamo (36) abbiamo il momento presente per tornare a Dio, e abbiamo Maria che ce ne ottiene la grazia: chi dunque, può ancora disperare?

Top

Style Setting

Fonts

Layouts

Direction

Template Widths

px  %

px  %