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  Il risveglio di Caterina: una storia della pietà di Dio
Caterina Socci, 24 anni, una ragazza bella e radiosa, aperta alla vita, a 12 giorni dalla laurea il suo cuore si ferma, gli amici prima e i medici dopo riescono a tenerla in vita, ma le sue condizioni sono disperate.

Suo padre Antonio Socci, noto giornalista e scrittore, travolto dal dolore, tra le lacrime e lo sgomento, manda un messaggio a tutti i suoi amici e sul blog, chiede preghiere per Caterina. Supplica intercessioni in Cielo per tenere in vita la sua primogenita.

Da quel momento, è il 12 settembre 2009, si verifica un fenomeno straordinario che dura ancora oggi. Migliaia di persone, commosse dalla condizione di umana sofferenza in cui si trova una famiglia che sta per perdere la propria figlia, si raccoglie in preghiera.

C’è chi si offre al Signore per la vita di Caterina, chi si converte e comincia a recitare il Rosario, chi ritrova la fede perduta, chi si sveglia dal torpore della fede debole, chi comincia a fare opere di carità, chi organizza veglie di preghiera, chi aggiunge orazioni alla pratica quotidiana, chi si confessa, chi ricomincia a frequentare la Chiesa.

Ha scritto Antonio Socci nella presentazione del libro “Caterina, diario di un padre nella tempesta” (Rizzoli): “Uno spettacolo di fede e amore (…) fra di loro molti sono atei e agnostici, eppure l’esperienza di Caterina spinge queste persone a riscoprire il significato ed il valore della preghiera, a ritrovare il senso di una fede perduta o lasciata in disparte”.

Così la sofferenza di Caterina ha suscitato il miracolo del risveglio della fede in tante persone.

Miracolosamente anche Caterina ricomincia a vivere. Il cuore riprende a battere da solo, per respirare non ha bisogno di macchine.

Nel tempo i suoi miglioramenti sono repentini e impensabili. Nel gennaio del 2010, mentre sua madre le sta leggendo un divertente passo del “Il giovane Holden” di J.D. Salinger, Caterina scoppia a ridere.

Non si tratta di un gesto inconsulto, è proprio la risata bella e allegra di Caterina.

Domenica 22 agosto al Meeting di Rimini, in una sala stracolma di gente, Alessandra, la mamma di Caterina, nel presentare il libro scritto dal marito Antonio ha detto: “Sono qui per ringraziare tutti quelli che sostengono Caterina e noi con la preghiera”.

“Il suo recupero – ha aggiunto – a detta dei medici, è straordinario”.

Attualmente Caterina mostra di capire benissimo ciò che le viene detto e riesce a comunicare con tutte le persone che la circondano.

Alessandra Socci si dice stupita anche dalla serenità interiore di Caterina.

L’insegnante e amica di famiglia Mariella Carlotti, ha rilevato che “non ricorda di aver visto Caterina così lieta”.

Una delle sue amiche più vicine, Giulia insieme al fidanzato di Caterina, Stefano, hanno raccontato che erano almeno duecento le persone che si trovavano a pregare e addirittura dormivano in ospedale per starle vicino.

Elena Ugolini, preside del Liceo Malpighi di Bologna, ha voluto sottolineare che la vicenda di Caterina ha cambiato il suo rapporto con la fede.

“Rileggendo questo libro ho capito che è un regalo per noi”, ha affermato la Ugolini, ed ha raccontato del rapporto di amicizia con Antonio Socci e della sua famiglia che è rifiorito da quando si sono trasferiti a Bologna per assistere la figlia alla Casa dei risvegli Luca De Nigris.

“E’ grazie a loro – ha concluso la Ugolini – che mi sono resa conto del mistero grande che sono i figli e della grandezza della storia di cui facciamo parte”.

di Antonio Gaspari

RIMINI, lunedì, 23 agosto 2010 (ZENIT.org).-

LITURGIA

“PERCHÉ RATZINGER RECUPERA IL SACRO”

 

Il latino, il sacerdote di spalle ai fedeli la comunione in ginocchio. Intervista a monsignor Malcolm Ranjith, segretario della Congregazione del culto

MARCO POLITI “LA REPUBBLICA GIOVEDÌ 31 LUGLIO 2008”

ROMA

Il segnale è stato inequivocabile. Prima il Corpus Domini a Roma, poi 1o si è visto in mondovisione a Sidney. Benedetto XVI esige che davanti a lui la comunione venga ricevuta in ginocchio. È uno dei tanti recu­peri di questo pontificato: il latino, la messa tridentina, la celebrazio­ne con le spalle rivolte ai fedeli.

Papa Ratzinger ha un disegno e lo srilankese monsignor Malcolm Ranjith, che il pontefice ha voluto con sé in Vaticano come segretario della Congregazione per il Culto, lo delinea con efficacia. L'attenzio­ne alla liturgia, spiega, ha l'obiettivo di un'«apertura al trascendente». Su richiesta del pontefice,preannuncia Ranjith, la Congregazione per

il Culto sta preparando un Compendio Eucaristico per aiutare i sacer­doti a «disporsi bene per la cele­brazione e l'adorazione eucari­stica».

La comunione in ginocchio va in questa direzione?

«Nella liturgia si sente la ne­cessità di ritrovare il senso del sa­cro, soprattutto nella celebrazio­ne eucaristica. Perché noi cre­diamo che quanto succede sul­l’altare vada molto oltre quanto noi possiamo umanamente im­maginare. E quindi la fede della Chiesa nella presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche va espressa attraverso gesti ade­guati e comportamenti diversi da quelli della quotidianità».

 

Marcando una discontinuità?

«Non siamo dinanzi ad un ca­po politico o un personaggio del­la società moderna, ma davanti a Dio. Quando sull'altare scende la presenza di Dio eterno, dobbia­mo metterci nella posizione più adatta per adorarlo. Nella mia cultura, nello Sri Lanka, dovrem­mo prostrarci con la testa sul pa­vimento come fanno i buddisti e i musulmani in preghiera».

L'ostia nella mano sminuisce il senso di trascendenza dell'eu­caristia?

«In un certo senso sì. Espone il comunicante a sentirla quasi co­me un pane normale. Il Santo Pa­dre parla spesso della necessità di salvaguardare il senso dell'al-di-là nella liturgia in ogni sua espressione. Il gesto di prendere l'ostia sacra e metterla noi stessi in bocca e non riceverla, riduce il profondo significato della co­munione».

Si vuole contrastare una banalizzazione della messa?

«In alcuni luoghi si è perso quel senso di eterno, sacro o di celeste. C'è stata la tendenza a mette­re l'uomo al centro della celebra­zione e non il Signore. Ma il Con­cilio Vaticano II parla chiara­mente della liturgia come actio Dei, actio Christi. Invece in certi circoli liturgici, vuoi per ideolo­gia vuoi per un certo intellettua­lismo, si è diffusa l'idea di una li­turgia adattabile a varie situazio­ni, in cui si debba far spazio alla creatività perché sia accessibile e accettabile a tutti. Poi magari c'è chi ha introdotto innovazioni senza nemmeno rispettare il sensus fidei e i sentimenti spiri­tuali dei fedeli».

 

A volte anche vescovi impu­gnano il microfono e vanno ver­so l'uditorio con domande e ri­sposte.

«Il pericolo moderno è che il sacerdote pensi di essere lui al centro dell'azione. Così il rito può assumere l'aspetto di un teatro o della performance di un presentatore televisivo. Il cele­brante vede la gente che guarda a lui come punto di riferimento e c'è il rischio che, per avere più successo possibile con il pubbli­co, inventi gesti ed espressioni facendo da protagonista».

Quale sarebbe l'atteggiamen­to giusto?

«Quando il sacerdote sa di non essere lui al centro, ma Cristo. Ri­spettare in umile servizio al Si­gnore e alla Chiesa la liturgia e le sue regole, come qualcosa di ri­cevuto e non di inventato, signi­fica lasciare più spazio al Signore perché attraverso lo strumento del sacerdote possa stimolare la coscienza dei fedeli».

Sono   deviazione  anche  le omelie pronunciate dai laici?

«Sì. Perché l'omelia,come dice il Santo Padre, è il modo con cui la Rivelazione e la grande tradi­zione della Chiesa viene spiegata affinché la Parola di Dio ispiri la vita dei fedeli nelle loro scelte quotidiane e rendala celebrazio­ne liturgica ricca di frutti spiri­tuali. E la tradizione liturgica del­la Chiesa riserva l'omelia al cele­brante. Ai Vescovi, ai sacerdoti e ai diaconi. Ma non ai laici».

Assolutamente no?

«Non perché loro non siano capaci di fare una riflessione, ma perché nella liturgia i ruoli vanno rispettati. Esiste, come diceva il Concilio, una differenza "in es­senza e non solo in grado" tra il sacerdozio comune di tutti i bat­tezzati e quello dei sacerdoti».

Già il cardinale Ratzinger la­mentava nei riti la perdita del senso del mistero.

«Spesso la riforma coiciliare è stata interpretata o considerata in modo non del tutto conforme alla mente del Vaticano II. Il San­to Padre definisce questa ten­denza l'antispirito del Concilio».

A un anno dalla piena reintro­duzione della messa tridentina qual è il bilancio?

«La messa tridentina ha al suo interno valori molto profondi che rispecchiano tutta la tradi­zione della Chiesa. C'è più ri­spetto verso il sacro attraverso i gesti, le genuflessioni, i silenzi. C'è più spazio riservato alla ri­flessione sull'azione del Signore e anche alla personale devozionalità del celebrante, che offre il sacrificio non solo per i fedeli ma per i propri peccati e la propria salvezza. Alcuni elementi im­portanti del vecchio rito potran­no aiutare anche la riflessione sul modo di celebrare il Novus Ordo. Siamo all'interno di un cammi­no».

Un domani vede un rito che prenda il meglio del vecchio e del nuovo?

«Può darsi... io forse non Io vedrò. Penso che nei prossimi decenni si andrà verso una valutazione complessiva sia del rito antico che del nuovo, salvaguardando quanto di eterno e so­prannaturale avviene sull'altare e riducendo ogni protagonismo per lasciare spazio al contatto ef­fettivo tra il fedele e il Signore at­traverso la figura non predomi­nante del sacerdote».

Con posizioni alternate del celebrante? Quando il sacerdote sarebbe rivolto verso l'abside?

«Si potrebbe pensare all'offertorio, quando le offerte vengono portate al Signore, e di là sino alla fine della preghiera eucaristi­ca, che rappresenta il momento culminante della "trans-sub-stantiatio" e la "communio"».

Disorienta i fedeli il prete che volge le spalle.

«E sbagliato dire così. Al con­trario, insieme al popolo si rivol­ge al Signore. Il Santo Padre nel suo libro Lo spirito del Concilio ha spiegato che quando ci si sie­de attorno, guardando ognuno la faccia dell'altro, si forma un cir­colo chiuso. Ma quando il sacer­dote e i fedeli insieme guardano l'Oriente, verso il Signore che vie­ne, è un modo di aprirsi all'eter­no».

In questa visione si inserisce anche il recupero del latino?

«Non mi piace la parola recuperare. Realizziamo il Concilio Vaticano II, che afferma esplici­tamente che l'uso della lingua la­tina, salvo un diritto particolare, sia conservato nei riti latini. Dun­que, anche se è stato dato spazio all'introduzione delle lingue ver-nacolari, il latino non va abban­donato completamente. L'uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell'Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddi­smo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell'Isiam si impiega l'arabo del Corano. L'uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione del-l'al-di-là».

Il latino come lingua sacra nella Chiesa?

«Certo. Il Santo Padre stesso ne parla nell'esortazione apostolica Sacramentum Caritatis al para­grafo 62: "Per meglio esprimere l'unità e 1 ' universalità della Chie­sa vorrei raccomandare quanto suggerito dal Sinodo dei vescovi in sintonia con le direttive del Concilio Vaticano II. Eccettuate le letture, l'omelia e la preghiera dei fedeli, è bene che tali celebra­zioni siano in lingua latina". Be­ninteso, durante incontri inter­nazionali».

Ridando forza alla liturgia, dove vuole arrivare Benedetto XVI?

«Il Papa vuole offrire la possibi­lità d'accesso alla meraviglia del­la vita in Cristo, una vita che pur vivendola qui sulla terra già ci fa sentire la libertà e l'eternità dei fi­gli di Dio. E una tale esperienza si vive fortemente attraverso un autentico rinnovamento della fede quale presuppone il pregu­stare delle realtà celesti nella li­turgia che si crede, si celebra e si vive. La Chiesa è, e deve diventa­re, lo strumento valido e la via per questa esperienza liberante. E la sua liturgia quella che la rende capace di stimolare tale esperienza nei suo i fedeli».