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GRANDEZZE

DI SAN GIUSEPPE

 

CHI ERA SAN GIUSEPPE?

Non è facile rispondere alla domanda, sia che ci si voglia riferire semplicemente alla vita del Santo, sia che si voglia parlare della sua santità.

Nel primo caso dobbiamo costruire il tutto basandoci su pochissime notizie bibliche e su quelle tramandateci dalla Tradizione; nel secondo non si può che essere riduttivi, perché nessuna penna umana potrà mai illustrare la grandezza morale e spirituale di un tal gigante, secondo solo a Maria Santissima. Ecco la nostra difficoltà.

Tuttavia, pur consci dei limiti, andiamo avanti, fidando nell'assistenza della Vergine, la quale certamente vuole che si parli, e bene, del suo castissimo sposo.

Da Davide a Giuseppe scorrono ventisette generazioni e la nobiltà del casato continua a vivere ormai solo nel ricordo... dei tempi che furono, mentre la ricchezza, finita ormai da un pezzo, si è trasformata in povertà... se non addirittura in miseria. Rimane però l'orgoglio (tutto santo e tutto spirituale in Giuseppe e in Maria) di appartenere a quella discendenza davidica dalla quale sarebbe sorto il Messia, il Salvatore!

Dunque Giuseppe, discendente dal Re Davide, nasce povero e vive povero. Ma la sua è una povertà di beni materiali disposta da Dio, il quale voleva che unica ricchezza di Giuseppe fosse quella spirituale, così che alcunché di materiale non potesse proiettare la benché minima ombra sull'immenso splendore di grazia con la quale era stata forgiata e circonfusa l'anima del suo prediletto.

Ricchissimo davanti a Dio, poverissimo davanti agli uomini. Ricchissimo dentro, poverissimo fuori.

Per vivere è costretto ai lavori più umili e scarsamente remunerati, fra questi esercita principalmente il mestiere di fabbro, al punto che tutti lo conoscono come "il falegname": «Non è egli forse il figlio del falegname?» (Mt 13,55). Non si pensi comunque che un tal mestiere allora rendesse come ai nostri giorni: quando si lavorava, non si moriva di fame, ma certamente non ci si arricchiva; quando il lavoro mancava, bisognava adattarsi a far qualcos'altro per raggranellare lo stretto necessario per sopravvivere fino alla successiva commessa.

Con ogni probabilità Giuseppe nacque a Nazareth, dove certamente visse e morì.

Che età aveva al momento delle nozze con Maria? Seguendo l'uso ebraico pensiamo che avesse circa venticinque anni. Di conseguenza sono false e fuorvianti quelle immagini che ce lo mostrano vecchio, dalla barba folta e bianca, iconografia questa derivante da infondate (se non addirittura offensive) preoccupazioni morali, a salvaguardia della verginità di Maria Santissima.

Era come dire: Giuseppe, vecchio, aveva ormai raggiunto la pace dei sensi, quindi Maria poté conservare la sua verginità... per causa di forza maggiore. Un tale ragionamento, oltre che infondato, è offensivo nei confronti di Maria e di Giuseppe, perché porrebbe la loro verginità non come loro scelta libera e voluta (e quindi meritoria), ma solo come conseguenza... della raggiunta pace dei sensi...

Qualche altro, sacrificando volentieri la verginità di Giuseppe, dice che egli era vecchio e vedovo... con figli della prima moglie. Anche questo discorso è assurdo, per almeno due motivi:

1) perché non tiene conto del matrimonio ebraico fatto in funzione del Messia: gli Ebrei volevano che tutti si sposassero, sapendo che da una ebrea e in particolare della casa di Davide (alla quale appunto appartenevano Maria e Giuseppe) sarebbe nato il Salvatore, nella speranza quindi di non ostacolare i piani divini con un mancato matrimonio; pertanto che senso avrebbe avuto far sposare una giovanissima ragazza a un vecchio con il quale certamente non avrebbe potuto avere figli?

2) per qual motivo una bella e giovane ragazza avrebbe dovuto sposare un vecchio?

- Per soldi?

- Ma Giuseppe era poverissimo!

- Per soddisfare le insane voglie di un vecchio?

- Ma Giuseppe era un "giusto" (Mt 1, 19).

Quindi nella certezza che l'esteriore rispecchiasse alquanto lo splendore interiore, possiamo tranquillamente asserire che Giuseppe, al momento del matrimonio, era sicuramente giovane e bello, molto bello e vigoroso, ma di una bellezza e di un vigore vissuti nella grazia di Dio, con la pace e la tranquillità che derivano dal mai interrotto rapporto col celeste. Il suo sguardo, quando, costretto dall'empiria della vita, si volgeva al terreno, appariva agli uomini dolce, umile e penetrante, perché ancora preso dal divino in un continuo mai cessato e solamente appena lievemente distolto.

Non per niente il Vangelo non ci riporta neppure una parola di Giuseppe: egli parla tanto con Dio, ma usando il linguaggio della contemplazione, quello che non è ostacolato dalla corposità delle parole e del periodare. Certamente avrà usato le parole con Maria e con Gesù, ma chissà quanti discorsi silenziosi si son fatti quelle tre anime di cielo!... Che sguardi, che amore, che Paradiso!

COSA DICE DI LUI LA SACRA SCRITTURA?

Si direbbe quasi che il Vangelo, il Primo di San Matteo, inizi con il nome di Giuseppe, infatti già al 1,16 dice: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, detto Cristo». E si noti come l'evangelista non dice, come per gli altri (Davide generò Salomone; Salomone generò Roboamo; Roboamo generò Abia....), Giuseppe generò Gesù, ma "Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù".

Subito dopo, appena tre versetti dopo, all' 1,19 l'evangelista continua: «Giuseppe, suo sposo, che era uomo giusto...» Ecco un termine che racchiude in sé virtù e perfezioni, "giusto", "uomo giusto", e nel linguaggio biblico "giusto" significa «ornato di tutte le virtù, grandemente perfetto, santo».

Molto poi si è equivocato sul seguito del versetto citato: «e non la voleva esporre all'infamia, decise di lasciarla segretamente». Su tale argomento rinviamo il lettore al capitoletto intitolato «Il dubbio di San Giuseppe». Qui anticipiamo semplicemente come andrebbe letto il passo: Giuseppe, suo sposo, poiché era uomo giusto, credendosi umilmente indegno di stare a fianco della Madre di Dio, pensava di allontanarsene, ma temendo di esporla all'infamia, studiava il modo di lasciarla segretamente.

Con tali pensieri si addormenta e «Mentre egli sta ripensando a queste cose, gli appare in sogno un Angelo del Signore, che gli dice: "Giuseppe, figlio di David, non aver timore a prenderti in moglie Maria, perchè quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Ella darà alla luce un figlio, che tu chiamerai Gesù, poichè salverà il suo popolo dai suoi peccati"». (Mt 1, 20-21)

Importante è notare la precisazione dell'evangelista che immediatamente dopo, ai versetti 22 e 23 si preoccupa di annotare che «Tutto ciò avvenne affinchè si adempisse quanto aveva detto il Signore per mezzo del profeta: "Ecco, la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio, che sarà chiamato Emmanuele", il che vuol dire: "Dio con noi"».

Sembra che San Matteo ci voglia far notare che il "dubbio di San Giuseppe" non era certo dovuto a bassezze o debolezze umane, bensì alla conoscenza del mistero che, preannunciato dal Profeta, finalmente ora si adempiva: "La Vergine concepirà..." (Is V11, 14). Quindi Giuseppe pensa: È Maria quella Vergine! Ma io come posso starle a fianco?! Me ne allontanerò, ma dovrò farlo in modo che non ne venga infamia alla Madre del mio Signore.

Ed ecco l'incoraggiamento dell'Angelo: «Non aver timore a prenderti in moglie Maria, perchè quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo»: tutto è avvenuto per esplicita volontà di Dio, di Dio che ti ha destinato a custodire e a provvedere alla Madre e al Figlio, di Dio che ti vuole suo vice, infatti sarai tu che gli imporrai il nome Gesù, un nome scelto dal Padre, ma imposto da te che ne farai le veci.

È altresì da notare che Giuseppe non risponde con parole, ma con azioni pronte e immediate: «Svegliatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva comandato l'Angelo del Signore e rese con sé la sua sposa». (Mt 1, 24) È il santo dell'azione. E il santo dell'ubbidienza. Non si perde in chiacchiere, non chiede spiegazioni: ubbidisce prontamente e basta.

Il versetto successivo, il 25, è quello sul quale si basano i detrattori della verginità dei santissimi Sposi, e di Giuseppe in particolare: «E non la conobbe fin tanto che non diede alla luce il figlio suo primogenito, al quale impose il nome Gesù».

A prima vista parrebbe che Giuseppe si sia astenuto dal conoscere Maria soltanto nel periodo della gravidanza in atto (soltanto fino alla nascita di Gesù) e che dopo le cose siano andate diversamente... e abbia avuto così da Maria altri figli, in rapporto ai quali Gesù sarebbe stato il "primogenito".

Montagne di libri si sono scritti sull'argomento, quanto meno a dimostrazione della perpetua verginità di Maria, ed è dogma di fede che «Maria fu sempre vergine, prima, durante e dopo il parto». Ne consegue che Giuseppe dopo non conobbe Maria e quindi, parallelamente, non la conobbe prima, durante e dopo il parto.

Il latino donec (= finché, per tutto il periodo che, fino a quando, fino al momento in cui) non implica necessariamente che dopo sia avvenuto quello che prima è stato negato! L'evangelista ha voluto precisare che Giuseppe non aveva conosciuto Maria durante l'intero periodo di gestazione, dal concepimento al parto: Maria era vergine e tale era rimasta. Anche l'uso dell'imperfetto non cognoscebat sia che lo si consideri di consuetudine che di conato indica appunto la mancata conoscenza durante la gestazione e potrebbe implicare addirittura anche quella dopo il parto.

Infatti l'imperfetto di consuetudine indica il ripetersi abituale di una data azione nel passato, e ciò che è abituale nel passato, normalmente rimane tale nel presente e nel futuro: Giuseppe non conosceva Maria abitualmente durante la gestazione e continuò a non conoscerla dopo.

L'imperfetto di conato esprime l'azione solo in quanto tentata, ma non fatta. Qui poi si tratterebbe di un conato negativo, come dire: Giuseppe, durante la gestazione, non tentava neppure di conoscere Maria, e non la conobbe. Non si vede perchè si debba concludere che la conobbe dopo. Giuseppe invece, come sua abitudine, non conosceva e non tentò di conoscere Maria, né prima né durante né dopo. Anche l'uso del termine primogenito non può risolversi nel dire che, dopo Gesù, Giuseppe e Maria ebbero altri figli: primo per quanto già detto (Maria fu sempre vergine...), secondo perché quel termine veniva usato anche in presenza di un unico e solo figlio, come dimostra tra l'altro un'antica iscrizione giudaica che parla di una giovane donna morta nel dare alla luce il suo primogenito.

Anche il Vangelo di Luca inizia parlando dei due vergini Sposi: «Ora, al sesto mese, l'angelo Gabriele, fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine fidanzata ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe e il nome della vergine era Maria». (Le 1, 26-27)

Anche Luca mette subito in evidenza due cose: la verginità di Maria e la nobiltà di Giuseppe, "uomo della casa di David", ma è più che ovvio che l'evangelista qui vuole far risaltare non tanto la nobiltà... materiale del casato cui appartiene, quanto quella spirituale: Giuseppe della casa di David, il Re santo, il Re profeta, il Re dal quale nascerà il promesso Messia.

Luca poi chiarisce ulteriormente la condizione di Giuseppe al cap. 2, 4-5: «Anche Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazareth, in Giudea, alla città di David, chiamata Bethleem, perchè era della casa e della famiglia di David, per dare il nome insieme a Maria, sua promessa sposa, che era incinta». È importante la doppia precisazione, della casa e della famiglia, a dimostrazione della indubitabile figliolanza.

Da questi versetti apprendiamo che anche Maria è della casa e della famiglia di David e che entrambi sono di Nazareth, la città dei fiori. Importantissimo poi è il versetto 23 del cap. 3: «Gesù aveva circa trent' anni quando cominciò il suo ministero; egli era come lo si supponeva figliuolo di Giuseppe». Come lo si supponeva, a riconferma della verginità dei due santissimi Sposi: Giuseppe, vergine, non è il padre di Gesù, ma viene supposto tale. È basilare la verginità di Giuseppe, perchè altrimenti non si potrebbe credere a quella di Maria! Ed ecco l'importanza dell'inciso "come lo si supponeva".

Com'è diverso l'agire di Dio da quello degli uomini! Dio comunica al suo vice non direttamente né nella coscienza della veglia, ma tramite un suo Angelo e durante il sonno, in sogno.

«Partiti i Magi, un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, dicendogli: "Levati, prendi il bambino e la madre sua e fuggi in Egitto. Là ti fermerai, finché io non ti avvisi, perchè Erode cercherà il bambino per farlo morire". Giuseppe si alzò e, preso di notte tempo il bambino e la madre di lui, riparò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perchè si adempisse quanto era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta [Os XI, 1]: "Io ho chiamato il figlio mio dall'Egitto"». (Mt 2,13-15)

Questo agire di Dio non sminuisce affatto il destinatario Giuseppe, anzi ce lo accosta al primo Giuseppe biblico, figlio anch'egli di un Giacobbe, sognatore e interprete di sogni, a seguito dei quali salvò l'Egitto e Israele, come ora lui salverà Gesù da Erode, i gentili dal paganesimo e gli Ebrei dal peccato (quando si convertiranno, come assicura la profezia paolina - Rm 11, 25-27-).

Inoltre un tale agire di Dio fa risaltare la fede, l'umiltà e l'ubbidienza di Giuseppe.

Un altro al suo posto avrebbe preteso delle spiegazioni, delle garanzie..., avrebbe preteso (data l'importanza del ruolo ricoperto) di trattare direttamente, senza intermediari, avrebbe ubbidito sì, ma con comodo, senza precipitazione. Lui invece no, non fa domande, non pone condizioni, non chiede garanzie, ubbidisce umilmente all'Angelo (fece come gli aveva comandato l'Angelo del Signore') non pone remore, non aspetta l'alba, 1'indomani, ma si alza subito, notte tempo.

E sempre sullo steso stile, «Morto Erode, un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: "Levati, prendi il bambino e la madre sua e torna nella terra d'Israele, perchè son morti coloro che attentavano alla vita del bambino".

Giuseppe si alzò e, preso il bambino e la madre di lui, fece ritorno nella terra d'Israele. Ma avendo sentito che in Giudea regnava Archelao, al posto di suo padre Erode, non s'arrischiò d'entrarvi; ed avvisato in sogno, si ritirò nella Galilea, e andò ad abitare in una città, chiamata Nazareth, perchè s'adempisse quanto era stato detto dai profeti: "Egli sarà chiamato Nazareno"». (Mc 2,19-23)

Bello, idilliaco quasi, è il quadretto che ci lascia Luca, un quadretto che ci fa intravedere la serenità e l'armonia che regnava nella Sacra Famiglia: «In Galilea, nella loro città di Nazareth, intanto il fanciullo cresceva e s'irrobustiva, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui». (Le 2, 39-40)

I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua». (Le 2,41)

Pur avendo Dio in casa loro, i santissimi Sposi non si esimono dai doveri religiosi, anche perché il farlo non avrebbe dato buono esempio e anzi avrebbe addirittura scandalizzato parenti, amici e conoscenti. Inoltre con un tal loro comportamento ci insegnano la necessità e il dovere nostro di onorare Dio anche pubblicamente e non soltanto nel chiuso della nostra casa o del nostro cuore. Ciò comunque non significa che il nostro intimo non deve unirsi all'atto esteriore, anzi una tale unione è essenziale affinché il nostro agire esteriore sia veritiero e accetto a Dio, che non gradisce chi l'onora con le sole labbra.

Nel periodo dell'infanzia di Gesù risalta il famoso smarrimento e ritrovamento al Tempio. Un episodio che, se non letto bene, può indurre a conclusioni sbagliate.

«Dopo tre giorni, lo trovarono nel tempio seduto in mezzo ai dottori in atto di ascoltarli ed interrogarli: e tutti quelli che l'udivano, stupivano del suo senno e delle sue risposte. Al vederlo, essi furono meravigliati e la madre gli disse: "Figlio, perchè ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, contristati, andavamo in cerca di te". Egli rispose loro: "Perchè mi cercavate? Non sapevate che io devo attendere a ciò che riguarda il Padre mio?"» (Lc 2, 46-49) «Si noti la grande delicatezza della beata Vergine: lei sa bene di essere Madre per sola opera dello Spirito Santo, pure non disdegna di dare al suo Sposo l'onorifico titolo di Padre (legale, "putativo") di Gesù. Così, mentre rende onore a San Giuseppe, fa atto di grande umiltà, confermando in chi l'ascolta, l'idea di essere non più che una madre come tutte le altre.

Nè, d'altra parte si può dire che mentisca. San Giuseppe si diporta verso Gesù come padre, ne compie i doveri, è giusto che ne riceva gli onori. Assai maggior diritto ha egli a dirsi padre che non coloro che adottano un estraneo e che pure assumono tal nome. Gesù invece non è un estraneo per Giuseppe: Egli è vero figlio di Maria, di cui Giuseppe è vero sposo.

Altra delicata finezza in questa parola è l'anteporre Giuseppe a se stessa: «Tuo padre ed io», come se le prime parti in questa ricerca, in quest'affanno, in questo dolore siano di Giuseppe. Quanto gentile il portamento di Maria verso il suo purissimo Sposo!»

Perché Dio permise tanta sofferenza negl'innocentissimi Sposi? Senz'altro per offrirci l'esempio di come saper soffrire e di sapere accettare la volontà di Dio, pure quando tutto ci appare assurdo e senza giusto motivo.

Inoltre il bambino Gesù ci insegna a seguire la nostra vocazione anche quando sappiamo ch'essa causerà dolore ai nostri cari, ad occuparci prima delle cose di Dio e poi delle nostre e che Dio viene prima di tutto, a costo di far soffrire i nostri cari: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10, 37).

In tutto l'episodio sentiamo parlare Gesù e udiamo le parole di Maria, ma di Giuseppe avvertiamo soltanto l'affanno, i pensieri, le lacrime, il silenzio!

È diverso questo padre da quelli che siamo soliti vedere: è un padre che col suo silenzio dice molto più che con tanti discorsi, è un padre che nel comportamento del figlio sa vedere la volontà di Dio e, pure se talvolta non ne capisce la ragione, l'accetta, perché appunto volontà di Dio. «Essi non compresero ciò che aveva loro detto. Discese con essi e tornò a Nazareth e stava soggetto a loro. Sua madre custodiva nel cuore tutte queste cose, mentre Gesù cresceva in sapienza, età e grazia dinanzi a Dio e agli uomini». (Lc 2, 50-52)

Perché Dio permette che i santissimi Sposi non comprendano? Per dimostrarci la totale dedizione di Maria e Giuseppe alla volontà di Dio, pure quando le cose non erano loro chiare: per essi era sufficiente sapere che quella era la volontà di Dio.

Ecco cosa ci insegnano Maria e Giuseppe: accettare sempre e comunque la volontà di Dio, pure quando non ne comprendiamo la ragione.

Il Vangelo non lo dice, ma è ovvio che anche Giuseppe «custodiva nel cuore tutte queste cose», meditando su di esse nel continuo della contemplazione del divino.

Tutti conosono Gesù come figlio di Giuseppe, il falegname, il legnaiuolo, ma è di particolare rilievo quanto Giovanni narra al cap. 1, 45:

«Filippo essendosi incontrato con Natanaele gli narrò: "Abbiamo trovato colui di cui scrissero Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazareth"». Questo passo dimostra che il nome di Giuseppe è inscindibile da quello di Gesù e di Maria.

«Questo Santo, "della stirpe reale di Davide", era un uomo giusto e per il suo matrimonio con la santa Vergine ha dei diritti sul frutto benedetto del seno verginale della sua Sposa. Un'affinità di ordine legale esiste tra lui e Gesù, sul quale esercitò un diritto di paternità. Senza aver generato Gesù, Giuseppe, per i legami che l'uniscono a Maria è, legalmente e moralmente, il padre del Figlio della Santa Vergine. Ne segue che bisogna con atti di culto riconoscere questa dignità o eccellenza soprannaturale. Vi erano nella famiglia di Nazareth le tre persone più grandi ed eccellenti dell'universo; il Cristo Uomo-Dio, la Vergine Madre di Dio, Giuseppe padre putativo del Cristo. Per questo al Cristo si deve il culto di latria, alla Vergine il culto di iperdulia, a Giuseppe il culto di suprema dulia».?

Perciò la Chiesa onora sempre, con Gesù e Maria, San Giuseppe, specialmente nelle feste di Natale; ecco perché il Vangelo del 19 Marzo è quello del 24 Dicembre e nell'Introito opportunamente dice: «Il giusto fiorisce come palma, cresce come cedro del Libano» (Sal 91, 13), e la simbologia della palma sembra costruita apposta per il Santo del silenzio, per il Gigante dell'umiltà (vedasi a tal proposito quanto dice San Francesco di Sales alle successive pagg. 80-88).

La Chiesa diede a questo Santo, fin dal VII sec., secondo un calendario copto, un culto liturgico nel giorno 20 Luglio. Alla fine del XV sec. La sua festa fu fissata al 19 Marzo e nel 1621 Gregorio XV l'estese a tutta la Chiesa.

«Da parte sua il S. Padre Pio XII, nella sua paterna sollecitudine per il ceto lavoratore e nell'intento di santificare la festa del lavoro che si celebra al 1° di Maggio, ha stabilito che tale festa sia celebrata ad onore di San Giuseppe Lavoratore ed ha fatto pubblicare la Messa analoga per tale circostanza. Il tutto affinché dall'esempio di San Giuseppe, che ha santificato la piccola officina di Nazareth, quanti attendono alla quotidiana fatica traggano lena e conforto con garanzia sicura della rimunerazione che il Signore concede a quanti santificano la loro diuturna occupazione».

O FELICE SPOSO! O felice Sposo, beato Giuseppe, cui fu dato non solo di vedere ed ascoltare, ma anche di portare, baciare, vestire e custodire quel Dio, che molti Re vollero vedere, e non videro, ascoltare, e non ascoltarono! Prega per noi.

MATRIMONIO VITA E MORTE

Celebrato il matrimonio ebraico, Giuseppe e Maria, per loro libera scelta, coabitarono in condizione di assoluta e perenne verginità: il loro fu un matrimonio vergineo.

Per circa trent'anni Giuseppe visse con la Vergine Santissima alla presenza reale e visibile di Dio: viveva con Gesù, vero Dio e vero uomo; con Lui lavorava e pregava; con Lui prendeva il cibo e con Lui riposava sotto lo stesso tetto; sopra Gesù fissava lo sguardo, ne ascoltava la voce e a Lui dirigeva gli affetti del cuore. Stava sotto lo sguardo e sotto l'azione diretta di Dio, come un oggetto che nel meriggio sta sotto i raggi del sole, assorbendone luce e calore.

Per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai ad immaginare pienamente la vita quotidiana di San Giuseppe con Gesù e Maria. Che perfezione! che armonia!... Non una sola parola fuori posto, mai un gesto pur minimamente scorretto!... Quale regista potrà mai filmare e farci rivivere una scena simile? Gesù, Maria e Giuseppe! I loro sguardi, la gentilezza del loro tratto, la compostezza del loro portamento... un Paradiso in terra! Un paradiso invero un po' particolare, dove si vede il Creatore e sua Madre ubbidire umilmente a un cenno di Giuseppe, al cenno di una creatura! La felicità di Giuseppe è incommensurabile: ha attorno a sé, nella sua umilissima casa, il Creatore del mondo, davanti al quale tremano le Schiere Angeliche! Vive con la Madre del suo Dio! Di quel Dio bambino che egli può guardare, ammirare, abbracciare, accarezzare, baciare... È indubitabile che anche Gesù ricambi tanto affetto: oh quante volte le manine insicure del bimbetto Gesù si protesero ad accarezzare il viso di Giuseppe! O che gioia sentiva Giuseppe quando quel bimbo di cielo buttandogli le manine al collo lo chiamava papà!

La vita di Giuseppe! Possiamo solo tentare di immaginarla... Lo vediamo lì nell'umile casetta di Nazareth, povero e felice, sprezzato dai ricchi del paese, adempiere alla sua missione di custode della Vergine Immacolata e del Figlio di Dio.

Ma divenuto grande Gesù e considerata conclusa la missione di Giuseppe, il servo fedele potè lasciare la terra per ricevere il meritato premio eterno.

Giuseppe muore tra le braccia di Gesù e di Maria: chi potrà mai vantare una morte simile? Mai come in questo caso vita non tollitur, sed mutatur: libera dagli impacci del corpo, l'anima di Giuseppe si libra nell'immensità divina. La sua non fu la morte del peccatore, ma il transito del giusto.

Tuttavia, anche se si trattò di transito, molti piansero il suo decesso: le dipartite son sempre dolorose. Lo piansero quanti avevano potuto ammirare la sua bontà, gli amici, i parenti e sicuramente Gesù e Maria. Infatti se Gesù pianse per l'amico Lazzaro, tant'è che i presenti dissero «Guarda come l'amava!», molto di più dovè piangere per l'amato suo padre, essendo certamente maggiore e più intenso l'amore che a lui portava. Anche la vergine e castissima Sposa pianse per il suo amato Giuseppe, come poi piangerà per l'amato Figlio, sul Calvario.

L'inno delle Lodi canta: «Cristo e la Vergine assistettero sino all'ultimo momento San Giuseppe il cui viso era improntato di una dolce serenità».

Quando avvenne? Comunemente si pensa qualche anno prima che Gesù iniziasse la sua vita pubblica.

Seguendo la tradizione ebraica il corpo di Giuseppe fu composto sul letto e successivamente avvolto nel sudario: spettavano ai familiari questi ultimi atti di affetto al caro estinto, e quindi possiamo esser certi che a compierli per l'amato Giuseppe siano stati Gesù e Maria, il Figlio e la Sposa. Dove venne sepolto?

Senza usare tanta fantasia, è da ritenere che sia stato sepolto a Nazareth, anche se San Girolamo e San Beda assicurano che Giuseppe venne sepolto in un luogo posto tra la montagna di Sion e il Giardino degli Ulivi, tuttavia in proposito niente può esser dato per certo.

PREGHIERA PER LA «BUONA MORTE»

Gloriosissimo San Giuseppe, fortunato Sposo di Maria, tu che meritasti di essere fatto Custode di Gesù, il Salvatore del mondo, tu che abbracciando teneramente il Bimbo divino godesti in anticipo il Paradiso, deh! ottienimi dal Signore un intero perdono dei miei peccati e la grazia d'imitare le tue virtù, in modo tale ch'io cammini sempre per la via che conduce al cielo.

Dal momento che in punto di morte meritasti di avere Gesù e Maria attorno al tuo letto e che spirasti dolcemente tra le loro braccia, quando anch'io mi troverò in quel momento estremo della vita, difendimi dai nemici dell'anima mia, così che, consolato dalla dolce speranza di volare con te in Paradiso, io spiri pronunciando i Santissimi Nomi di Gesù, di Giuseppe e di Maria. Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell'ultima agonia e spiri in pace tra voi l'anima mia. Amen.

 

 

 

 

 
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